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Multigovernance e multiculturalismo

Relatrice Prof.ssa Federica Giardini Laureanda Lucia Turco matricola 284904

a.a 2008/2009

Facolt di Lettere e filosofia, corso di Comunicazione nella societ della globalizzazione

Indice
Introduzione
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1 Una panoramica attuale


1. L'erosione degli Stati-nazione 2. Dalla costellazione all'arena pubblica 3. Una teoria di Global governance 5 9 12

2 L'Unione Europea
1. Un esperimento di multilevel governance. Origini e istituzioni dell'UE 2. Europa delle regioni ed Europa delle citt 3. Il futuro dell'Europa. Tra stalli istituzionali e deficit democratici 14 17 20

3 La multilevel governance in rapporto al contesto multiculturale


1. Verso un approccio interculturale 2. Il soggetto di diritto e la cittadinanza 3. Casi di studio empirici nella prospettiva della multilevel governance 3.1 Politiche internazionali 3.2 Politiche statali 3.3 Politiche regionali e locali. Modello Riace 4. In fine un punto di partenza 4.1 La societ civile 4.2 Laboratorio53 23 26 29

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Conclusioni

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Bibliografia

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Introduzione

Nel presentare il seguente lavoro necessaria l'introduzione di due premesse : la trattazione, dato l'ampio campo di tematiche prese in esame, non ha la pretesa di dirsi esaustiva; inoltre, non verranno qui di seguito fornite soluzioni n rielaborazioni personali; la trattazione pu esser considerata come un continuo prender atto. Prendo atto, allora, dell'esautoramento degli Stati-nazione dopo aver condotto un iter storico circa i differenti percorsi di formazione degli stessi e dopo averne evidenziato, attraverso le letture dei testi di Habermas, le caratterizzazioni e il processo di completamento dovuto all'introduzione del concetto di Nazione. Per sottolineare invece il paradigma di crisi dello Stato Cassese a guidare il mio percorso, mediante l'introduzione di esempi concreti di svuotamento del potere centrale che spaziano dalle autorit indipendenti alla costituzione di poteri sovranazionali. A questo punto, una carrellata di definizioni inerenti la globalizzazione funge da introduzione alla tematica della deteritorializzazione verificatasi in primis in campo economico. sempre Cassese a fornire il quadro tecnico testimoniante il cambiamento del ruolo statuale che abdica le proprie funzioni in favore di un arena pubblica ormai svincolata dal potere centrale. La trattazione conquista pi ampio respiro rivolgendosi ad esigenze, causate dal venir meno delle frontiere, di tutela della pace, di controllo dei flussi migratori etc. La presentazione di alcune delle principali organizzazioni internazionali si contenter di fornire definizioni ufficiali prive di qualsivoglia giudizio di valore. Allora l'ONU e alcuni Istituti specializzati che ad essa fanno capo, seguiti dai principali atti (Dichiarazioni, Convenzioni etc) attraverso i quali si esplica il diritto internazionale fondato sulla sottoscrizione di principi e valori inviolabili. La conclusione del primo capitolo attribuisce un nome ad una situazione siffatta : il modello di governance in alternativa al modello di government. L'analisi diacronica del paradigma condotta da R.Mayntz conduce all'idea di global governance derivante dall'incontro tra teoria della governance e globalizzazione. Si giunge cos all'ideale cosmopolita nato dal contatto fra i due estremi : il mondo globale e l'individuo. Continuando il percorso del prender atto, la parte

centrale si concentra sull'esperimento di multilevel governance condotto dall'Unione Europea. Mediante il contributo di illustri autori, da Fabbrini a Sharpf, costruisco una premessa circa il percorso storico di formazione dell'Unione, dalle ragioni politiche alle azioni economiche; un percorso a tappe in cui particolare attenzione viene dedicata al Trattato di Maastricht, entrato in vigore il 1Novembre 1993, mediante il quale l'UE assume un carattere sociale oltre che economico. L'obbiettivo esplicare il significato di governance tramite l'analisi del livello prettamente istituzionale dell'Europa, quindi gli organi legislativi ed esecutivi, seguito dai livelli regionali e locali. Ci che qui si vuole sottolineare la natura complementare, o che complementare dovrebbe diventare, dell'incrocio fra i diversi livelli. La conclusione del secondo capitolo anch'essa nient'altro che una presa d'atto circa l'attuale work in progress del processo di integrazione europea. L'odissea costituzionale, cos come definita da Fabbrini, inerente il Trattato di Lisbona, mette in luce i problemi derivanti dall'assenza di un quadro costituzionale forte cui far riferimento e dal deficit di legittimit democratica. Nell'ultimo capitolo vi un sostanziale cambiamento di registro. Mi sembrava infatti necessario, prendere in esame una problematica attuale in cui l'azione della multilevel governance mostri la sua maggiore capacit di azione rispetto all'autorit statale. La tematica scelta, data l'urgenza che la caratterizza e il sentimento di repulsione nei confronti delle politiche specificatamente italiane atte non a risolverla quanto ad aggravarla, quella delle migrazioni trasnazionali e delle relative politiche di integrazione. Il testo di Mario Ricca Oltre Babele mi permette di stilare un quadro teorico introduttivo circa i concetti di multiculturalismo e interculturalismo. Nell'avvicinarmi alla dimensione pratica, l'aver rilevato la contraddizione per cui i destinatari delle politiche migratorie non possono partecipare al processo di formulazione delle stesse, mi porta ad affrontare il tema della cittadinanza. Definizioni standard di tale paradigma sono fornite da T. H. Marshall in Cittadinanza e classe sociale. La parte empirica consiste nel trattare le numerose politiche adottate dai differenti livelli: il diritto internazionale in materia d'asilo, le politiche nazionali (dove ovviamente non mancano parole di critica verso il nostro paese), le politiche locali (breve parentesi sull'esperienza di Riace) sino alle mobilitazioni della societ civile organizzata. Quest'ultima il mio punto d'arrivo. La trattazione intera altro non voleva essere che un percorso che potesse giustificare l'idea per cui la societ civile il vero punto nodale. Anche qui, si tratta di una presa d'atto e niente pi. Carico di valore il concetto di partecipazione. La conclusione nasce dal semplice guardarmi intorno e scoprire realt come Laboratorio53 a cui esser grati. Il mio studio non ambisce ad essere pi che un sentito ringraziamento.

1 Una panoramica attuale

1.1 L'erosione degli Stati-nazione.


Come riportato in un articolo di Amara Lakhous Il Novecento stato per eccellenza il secolo dei nazionalismi1. Seguendo le mosse dello scrittore e giornalista algerino utilizziamo la classificazione compiuta da Louis Leo Synder nel suo saggio Meaning of Nationalism circa i vari procedimenti di formazione degli Stati-nazione. Quattro modelli fondamentali: smembrante, riguardante le nazioni dell'Europa centro-orientale che si formarono in seguito alla dissoluzione di imperi multinazionali come quello ottomano e austroungarico; integrativo di cui protagoniste furono le cosiddette nazioni in ritardo, quali Italia e Germania che presero spinta da una promozione avanguardistica della coscienza nazionale; aggressivo, sulle scia della volont di potere di regimi totalitari quali fascismo e nazismo; infine contemporaneo riguardante gli stati nazionali nati in seguito alle lotte di indipendenza contro gli imperi coloniali di Inghilterra, Francia, Portogallo e Olanda, dopo la Seconda guerra mondiale. Qui l'ottenimento della sovranit precedette il formarsi di reali organizzazioni statali capaci di affrontare problematiche legate alle divisioni etnico tribali esistenti sul territorio. Lo stato nazione si impose, dunque, in maniera definitiva rispetto ai precedenti modelli politici. La Stato fu una forma artificiale che dovette essere riempita a posteriori dal successivo maturare in essa della nazione 2. Nacque per rispondere alle esigenze di una sovranit territoriale unita alla ricerca di una omogeneit culturale. allora da considerarsi come un prodotto della societ mondiale sottoposta a un processo di modernizzazione politica3. sempre Habermas a sottolineare tre maniere di intendere lo Stato moderno : Stato amministrativo e fiscale : si costituisce nelle forme del diritto positivo. Questo s strumento organizzativo
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http://www.resetdoc.org/story/00000000127 Jrgen Habermas, L'inclusione dell'altro, Feltrinelli, Milano, 2008, p. 120 Seyla Benhabib, I diritti degli altri, Raffaello Cortina Editore, 2006, p. 75

dell'amministrazione, ma presenta anche la funzione di difendere la societ privatizzata delle intromissioni statali. Stato territoriale dotato di sovranit : il territorio statale a circoscrive i margini di validit dell'ordinamento giuridico-statale ed entro tali confini distinguiamo il popolo-di-stato come soggetto produttore del processo legislativo e la societ come oggetto dell'azione trasformatrice di tale processo; ulteriore distinzione, poi, tra le relazioni internazionali e la sovranit nazionale, in parole povere politica interna ed esterna. Stato democratico di diritto e Stato sociale : la sovranit del potere statale inizialmente incarnata nella figura del principe. In seguito si verifica il passaggio da sovranit principesca a sovranit popolare la quale va a cristallizzarsi nei diritti dell'uomo e del cittadino. Fu allora necessario affiancare alla forma giuridica dello Stato un sostrato culturale. L'idea di Nazione permise la nascita di una coscienza nazionale ruotante attorno a comunanze di tipo etnico, linguistico e storico. all'interno dell'orizzonte culturale dell'autocomprensione nazionale che i sudditi poterono divenire cittadini politicamente attivi. Lo stato-nazione rese possibile una nuova forma di integrazione sociale. Ma gi Kant fu in grado di individuarne i limiti. Anzitutto la coscienza nazionale dimentica di essere un prodotto artificiale e si presenta invece come un prodotto naturale, dato a priori rispetto all'ordinamento artificiale del diritto positivo e dello stato costituzionale. Inoltre, proprio la natura costruita dei miti nazionali ci che ha sempre esposto il nazionalismo a strumentalizzazioni da parte delle lite politiche4. Un modello destinato ad entrare in crisi. Cassese nota come la nomenclatura crisi dello Stato, sia stata utilizza in correlazione a diversi contesti storici; se ne cominci a parlare parallelamente allo svilupparsi di organismi forti quali i sindacati e i gruppi industriali sempre pi soggetti a mercati pi ampi rispetto ai confini nazionali, dai quali necessitano di svincolarsi progressivamente. In epoca pi recente, l'espressione utilizzata per intendere l'inadeguatezza dei servizi statali rispetto alle esigenze dei cittadini. Fino ad un'ultima accezione che ingloba le riflessioni sul fatto che la nascita di nuove entit stia progressivamente svuotando il potere centrale mediante l'attribuzione a realt altre di compiti precedentemente attribuiti allo Stato. Un esempio emblematico per l'esplicazione di questo punto costituito dalla frammentazione dei poteri pubblici e il conseguente affermarsi di poteri indipendenti. Sono venuti formandosi figure ibride costituite da organismi semi pubblici o comunque organismi pubblici non riconducibili al governo centrale. Si tratta di organizzazioni che soddisfano una variet di obbiettivi pubblici e vengono generalmente indicate come agenzie o quangos ( QUasi-Autonomous National
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Jrgen Haberman, L'inclusione dell'altro, cit., p. 130

Government Organization). Queste agenzie sono inserite nel programma del New Public Management (Npm) in riferimento ai programmi di riforma del settore. La logica quella di ridurre il peso della burocrazia nell'area dei servizi pubblici e di introdurre meccanismi come quelli di partnership pubblico-privati e sostenere lo sviluppo di quasi-mercati5. Le autorit indipendenti comportano ulteriori complicazioni. Esse operano in completa indipendenza nonostante i titolari siano nominati dal Parlamento. Si assiste ad una dualizzazione del potere normativo, di cui una parte conservata dal Parlamento mentre l'altra attribuita alle suddette autorit; per semplificare potremmo intendere, sulla scia di Cassese, la distinzione al pari di quella tra indirizzo e controllo da un lato e gestione dall'altro; i primi attribuiti al governo, il secondo alla dirigenza amministrativa. Si verifica allora un cambiamento nell'ordinamento tradizionale secondo cui l'amministrazione fa capo all'esecutivo. Vi sar, infatti, una parte dell'amministrazione pubblica che sfugge al governo e alla sua struttura gerarchica. Il problema principale sembra essere quello dell'accountability, ossia dell'immediata identificazione del soggetto x cui attribuire le responsabilit degli accadimenti vari nei confronti di un soggetto y. Appare qui l'ombra minacciosa del deficit di democraticit degli ordinamenti poich i membri delle autorit non sono posti sotto il controllo degli elettori. Sarebbe a questo punto necessaria una pi approfondita trattazione sulle reali modalit di controllo ancora oggi esistenti e sulla necessit di superare questa identificazione della legittimit democratica con le tradizionali forme dell'organizzazione statale. Il problema ritorner costantemente in queste pagine, ma per il momento riprendiamo il discorso interrotto sottolineando un successivo momento di erosione del potere centrale costituito dall'ascesa dei poteri pubblici internazionali, istituiti dagli Stati ma al contempo produttori di norme vincolanti per gli stessi. Per analizzare quest'ultimo punto d'obbligo introdurre una tematica fondante : la globalizzazione. T.J. Lowi, individua nella guerra e nella globalizzazione le principali minacce allo Stato. Questa appare essere una guerra condotta con altri mezzi6. Cassese ne parla in termini di dilatazione dei fenomeni, da quelli sanitari a quelli economici, meteorologici, etc... Come ha ben voluto sottolineare Habermas, si tratta di un processo e non di uno stato finale. Antonhy Giddens la definisce come l'addensarsi di relazioni internazionali che generano un reciproco condizionamento tra eventi locali ed eventi geograficamente distanti. Siamo di fronte alla dispersione di unit produttive e frammentazione dei processi produttivi, alla compenetrazione fra mercati e all'estensione su scala globale dei flussi informativi e finanziari. Fuor di dubbio che il fenomeno della globalizzazione si affermi
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B.Guy Peters, Governance e democrazia : un dibattito, in Rivista italiana di scienza politica, Anno XXXVIII, n.3, dicembre 2008 Theodore J.Lowi, La globalizzazione, la guerra e il declino dello Stato, in Rivista di scienza politica, Anno XXXIX, n.1, aprile 2009

anzitutto nell'ambito economico. Se la dinamica capitalista, in fase iniziale, contribu a rafforzare lo Stato-nazione, oggi i confini dei due mondi sono andati differenziandosi in maniera definitiva e si assiste alla progressiva deterritorializzazione dell'economia. A tal proposito sempre Cassese ad individuare 3 passaggi che mettono in rilievo il cambiamento del ruolo statuale. Anzitutto dal dominio statale sull'economia si passati al dominio dell'economia sullo Stato; da un'economia dell'offerta, tipica del modello mercantilista si passati ad un'economia-mondo dove tanto domanda quanto produzione dell'offerta non hanno locazione spaziale limitata entro confini nazionali. Ulteriore passaggio quello avvenuto dallo Stato pedagogo allo Stato regolatore : il primo che si rif ad una tradizione illuminista di controllo e sostegno e segnaliamo qui la variante in Stato interventista, di successo nell'Italia del XX sec occupato, ad esempio, in attivit di pianificazione e intervento dei settori di base dell'economia ; lo Stato diviene un vero e proprio concorrente per di pi avvantaggiato dalla legittima superiorit dell'interesse pubblico rispetto a quello privato. Libert e protezione procedono quindi in maniera simultanea. Con lo Stato regolatore il compito di selezionare gli obbiettivi viene sostituito da quello di stabilire regole e procedure, delegando inoltre l'attivit di esecuzione ad autorit specifiche. L'ultimo passaggio sottolineato da Cassese quello dal carattere unitario al carattere frammentato del governo dell'economia. Se da una parte vi sono decisioni che rientrano ancora nel campo di interesse prettamente politico, altre vengono assegnate ad organi diversi, quali il tradizionale giudice o le autorit indipendenti. Questi organi agiscono come regolatori, portando avanti istanze parlamentari e governative, o come aggiudicatori, con funzioni proprie. In entrambi i casi i principi di trasparenza e partecipazione sono divenuti le linee guida comuni attraverso le quali cercare di indirizzare questa progressiva frammentazione dei corpi pubblici7. Ma le diatribe posso essere portate a livelli ancora pi ampi e generici: la dicotomia pubblico-privato, ad esempio. Le relazioni tra i due, facilmente identificabili come Stato e mercato, non posso pi essere considerate bipolari ma multipolari. Da realt distinte divengono interpenetrantesi. infatti un optione del tutto realistica quella di un operatore nazionale che vada intessendo rapporti con amministrazioni sovranazionali e magari contro operatori altri del proprio paese. Cassese a tal proposito parler di arena pubblica che ben si presta ad indicare l'allargamento dei confini dei poteri pubblici pur mantenendo manifesta l'incompletezza che la scelta di una tale espressione implica.

Per la discussione sui 3 passaggi vedi Sabino Cassese, La crisi dello Stato, Editori Laterza, Bari, 2002, III cap

1.2 Dalla costellazione all'arena pubblica


Quanto di certo riusciamo a ricavare dalla lettura del procedente paragrafo che gli Stati che continuano ad operare su territori limitati, sono destinati a soccombere. Per cercare di risolvere lo squilibrio dovuto alla presenza di nazioni senza ricchezza e ricchezza senza nazioni8 i poteri pubblici ricorrono a cooperazioni di diverso tipo : cooperazione tra autorit di diverse nazioni, disposta da leggi nazionali finalizzata ad estendere l'autorit e rispettiva operativit nazionali al di l dai confini statali; si tratta di obblighi di collaborazione e scambio di informazione che presenta l'effetto di porre in relazione uffici pubblici di Stati diversi. Cooperazione tra autorit di diverse nazioni disposte da accordi bilaterali a cui si aggiunge la novit quasi accordi bilaterali tra autorit indipendenti. Cooperazione multilaterale consistente nella cessione di compiti statali ad organismi sovranazionali, fino all'istituzione di organismi sovranazionali che assorbono alcune funzioni dello Stato, assoggettando quest'ultimo alle proprie decisioni. L'economia, come si appena discusso, il campo che offre gli esempi pi lampanti di questo trasferimento di competenze. Habermas parla di una forbice [] aperta tra i circoscritti margini d'azione degli stati nazionali, da un lato, e gli imperativi economici globali, dall'altro9. Ovviamente l'intera questione non pu essere a ci ridotta; oltre alla dimensione economica abbiamo quella tecnologica : strade, ferrovie, telecomunicazioni che si svestono del ruolo di strumenti dello Stato per rivendicare una realt di fatto, ossia che lo Stato ad essere soggetto ad essi e alle regole da questi dettate. Lo studio di David Held citato da Habermas sulle trasformazioni globali accanto a temi quali i mercati finanziari, le corporazioni multinazionali etc., pone come testimonianza del venir meno delle frontiere esigenze di collaborazione e coordinamento circa tutela della pace, flussi migratori, problemi ambientali su scala globale. E sulla spinta di tale esigenza sono quindi venute formandosi diverse organizzazioni internazionali, il cui compito, a ben vedere, non quello di emanare norme quanto quello di facilitare la collaborazione tra gli Stati membri. Questo vale anche per la massima organizzazione internazionale esistente, l'ONU le cui attivit hanno scarso valore giuridico e consistono in predisposizioni di progetti di convenzioni che gli Stati membri sono poi liberi di tradurre o meno in norme giuridiche. Fondata dopo la Seconda Guerra mondiale per volont degli Stati Alleati and a sostituirsi alla disciolta Societ delle Nazioni. L'atto di nascita fu la Conferenza di San Francisco, nel 1945, ratificata dagli Stati fondatori; attraverso il procedimento di ammissione trattato nell'art.4, ne sono progressivamente
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Ivi, p.32 Jrgen Habermas, La costellazione post-nazionale, Feltrinelli, Milano, 1999, p. 135

divenuti membri quasi tutti gli Stati del mondo. Possiamo individuare tre macrosettori di competenza dell'organizzazione : mantenimento della pace; sviluppo delle relazioni amichevoli fra Stati nel rispetto del principio di eguaglianza dei diritti e autodeterminazione dei popoli; collaborazione in campo economico, sociale, culturale ed umanitario. Fuori dal proprio ambito di competenza tutto ci che appartiene alla competenza interna degli Stati. All'ONU fanno inoltre capo diversi Istituti specializzati. Trattasi di organizzazioni autonome in collegamento con le Nazioni Unite tramite specifici accordi pi o meno conformi ad uno schema tipico fissato nel 1946 in occasione delle convenzioni tra L'ONU e l'ILO, l'UNESCO e la FAO. Oltre a comunanza dei documenti, coordinamento dei servizi tecnici etc., l'aspetto pi rilevante dell'accordo di collegamento consiste soprattutto nella conseguente applicabilit delle norme della Carta relative agli Istituti, i quali vengono quindi sottoposti al potere di coordinamento e di controllo dell'ONU. Ovviamente anche questi si muovono in campi di scarso valore giuridico e si limitano ad emanare raccomandazioni o a predisporre progetti di convenzione. Tanto per dare un volto a questi istituti ricordiamone alcuni: FAO (Food and Agricoltural Organization), creata nel 1945 sulle fondamenta dell'Istituto Internazionale di Agricoltura, si occupa di un ampio settore di competenza : dall'attivit di ricerca e informazione alla promozione ed esecuzione di programmi di assistenza tecnica nel campo agricolo e alimentare; ILO (Internatonal Labour Organization), costituita in seguito alla Prima Guerra mondiale. Tra i suoi compiti l'emanazione di raccomandazioni e predisposizioni di convenzioni multilaterali in materia di lavoro che non hanno carattere vincolante per gli Stati membri i quali hanno per l'obbligo di sottoporli agli organi competenti per la ratifica. Come ben si evince ancora alle entit statali che viene lasciata l'ultima parola; l'UNESCO (United Nations Educational Scientific and Cultural Organization) tra i compiti principali la diffusione della cultura, la promozione dello sviluppo dei mezzi di educazione e l'accesso all'istruzione senza distinzione di razza, sesso, status sociale ed economico; di poteri vincolanti dispongono poi quegli Istituti che agiscono in campi prettamente tecnici come l'ICAO (International Civil Aviation Organization) e il WHO (World Health Organization) il quale punta al raggiungimento del pi alto livello possibile di salute di tutti i popoli; infine d'obbligo ricordare altri 2 Istituti operanti in campo economico, rifacendoci quindi all'idea secondo cui siano state le esigenze economiche in primis a dar forza al percorso di superamento degli Stati-nazione. E allora l' IMF (International Monetary Found) creato nel 1944 con gli accordi di Bretton Woods che si occupa di promuovere la collaborazione monetaria internazionale , la stabilit dei cambi, l'equilibrio delle bilance dei pagamenti. Dal sapore amaro 10

la realt di fatto che l'organo deliberante dell'organizzazione, ossia il Consiglio dei governatori non proceda a deliberazioni secondo il principio egualitario ma secondo maggioranze corrispondenti al differente peso di ciascun paese, proporzionale alle quote di capitale sottoscritte. Va da s che gli Stati Uniti assieme agli altri paesi pi ricchi abbiano un ruolo determinante. Ed infine il WTO (World Trade Organization). Fondato nel 1994, si occupa di tutta una serie di attivit tendenti alla massima liberalizzazione del commercio mondiale. La panoramica qui delineata non vuol certo dirsi esaustiva. Al contrario non si fatto altro che dare definizioni ufficiali sufficienti perlomeno ad indicare come questa politica a scatole cinesi, secondo le parole di Habermas, articolata su pi livelli e procedente in maniera parallela e al contempo subordinata rispetto all'ONU, possa colmare quei vuoti di efficienza prodotti dal declino dello Stato-nazione. Non si pu non riconoscere che lo spostamento di competenze, da una piano nazionale ad uno sovranazionale, abbia creato un vuoto di legittimit. Basti pensare alle numerose ONG (Organizzazioni non governative) come Greenpeace e Amnesty International e ONLUS (Organizzazione non lucrativa di utilit sociale), i membri attivi di una societ civile che oltrepassa le frontiere nazionali. Tutto questo si colloca nell'ambito di un diritto internazionale che pone le sue basi nella sottoscrizione di valori e principi comuni, quali l'osservanza dei diritti umani, lo stato di diritto e il rispetto dei principi democratici di autodeterminazione. obbligatorio allora un accenno ad importanti atti quali la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (Parigi, 10 Dicembre 1948), la Carta dei diritti fondamentali dell'UE (Nizza, 7 Dicembre 2000) a cui aggiungiamo numerose convenzioni quali la Convenzione europea per la salvaguarda dei diritti dell'uomo e delle libert fondamentali (4 Novembre 1950), la Convenzione americana sui diritti umani (Patto di San Jos, Costarica, 22 Novembre 1969) e la Carta africana dei diritti dell'uomo e dei popoli (Unione Africana, 1981)). Si tratta di convenzioni su scala regionale, mentre su scala universale citiamo i due Patti delle Nazioni Unite sui diritti civili e politici e sui diritti economici, sociali e culturali (1966)10. Ancora una volta d'obbligo specificare che non si tratta qui di vincoli reali per i paesi che vi aderiscono e questo spiega il tutt'altro che raro accadere che Stati tiranni e oppressivi siano anch'essi aderenti e quindi, ancor pi grave, partecipanti allo sviluppo in atto del diritto internazionale. Qui, per, gli attori principali rimangono ancora le entit statali pur se inserite in nuovi contesti globali. Nel prossimo paragrafo cercheremo di spalancare ulteriormente la strada appena aperta.

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Benedetto Conforti, Diritto internazionale, VII ed, editoriale scientifica, Napoli, 2006, p. 186

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1.3 Una teoria di Global governance


Governance senza governo non soltanto empiricamente possibile ma anche normativamente desiderabile [G. Peters, Governance e democrazia: un dibattito] Il percorso sin qui delineato pu essere riassunto tramite il passaggio da un modello di government, organizzato attorno a strutture verticali, ad un pi fluido modello di governance in cui la cooperazione e l'interazione tra stato e attori non-statuali diviene fondante. Un sistema di autorit ramificato, dunque, e processi decisionali frammentati in una molteplicit di arene. R. Mayntz compie un breve iter diacronico della teoria moderna della governance politica che si afferma in principio nel suo significato ristretto di guida o direzione. In Germania il temine in uso infatti Steuerungstheorie, ossia teoria della direzione. In seguito alla Seconda guerra mondiale i governi assumono il ruolo di guida nello sviluppo politico e sociale dei paesi e se negli anni '60 si parla quindi di una teoria della pianificazione, con valore sicuramente prescrittivo, nel decennio successivo l'attenzione si sposta sui processi di formulazione delle politiche fino a raggiungere la dimensione dell'implementazione a inizi anni '80. E ci troviamo qui all'interno di una prospettiva dall'alto coincidente col punto di vista del legislatore. Acquisita in seguito la consapevolezza che tra le ragioni dei diffusi fallimenti delle politiche fosse da includere la mancata attenzione nei confronti dei destinatari stessi delle politiche, dal soggetto del controllo politico si passa allora all'oggetto del controllo politico. In Germania il passaggio stato tra la steuerungsfhigkeit, [capacit di direzione] e la Steuerbarkeit [possibilit ad essere diretti]. Il fenomeno della globalizzazione ha poi rappresentato un'ulteriore sfida per la teoria della governance. La difficolt di identificare un soggetto dotato di podest direttiva nella per di pi assente cornice istituzionalizzata a livello mondiale, fa s che l'unico modo di intendere la governance, affinch strutture e processi globali ne possano divenire oggetto, sia farlo nella sua accezione pi ampia ossia come modalit di coordinamento. La globalizzazione, lo abbiamo gi detto, ha reso manifesta l'incapacit del singolo stato di affrontare i nuovi problemi creati dall'ambiente, da quelli economici a quelli ecologici, informativi e cos via. Inoltre, il livello di comunanza raggiunta fa s che la violazione di un diritto commessa in una parte del mondo venga percepita in tutte le altre parti. Sempre pi imminente allora l'esigenza di sostituire alla sovranit westfaliana una vera e propria global governance. Questa, come Cassese sapientemente vuol sottolineare, non strumento della globalizzazione ma mezzo per tenerla sotto controllo. Entrambi i fenomeni trovano per un punto in comune consistente proprio nel sottrarre parte dei diritto al suo abituale detentore, ossia lo Stato. La global governance, da non intendere assolutamente come una fantomatica figura di Stato mondiale, non si occupa di 12

questioni quali sovranit, rapporto centro-periferia e rappresentativit ma si avvicina ad ambiti riguardanti processi decisionali a pi voci, collaborazione e rule of law. Organizzazioni e strutture con un assetto reticolare e comunque prevaricati da tratti funzionali, procedure, regole. Mayntz descrive lo sviluppo passato e in corso della teoria della governance come il progressivo dischiudersi di un'agenda cognitiva11. Un processo cognitivo cumulativo in costante relazione con la realt politica, i cui cambiamenti sono tanto conseguenze quanto cause del procedere dell'estensione del paradigma. Infine l'autore ha parole di chiusura, oserei dire adrenaliniche, nei confronti della nascita futura di un nuovo campo si studi che prenda le mosse dall'incontro tra la teoria politica della governance e la globalizzazione. Essendoci finora mantenuti su toni cauti, la conclusione va da s che debba godere di pi ampi respiri. Il progetto di global governance si potr realizzare quando saranno portati all'estremo le sue stesse caratterizzazioni, fino a giungere ad un livello ulteriore a qualsivoglia forma di associazionismo e creare reti di relazioni inglobanti gli individui stessi. Ed in ci mi pare in fondo consistere il progetto cosmopolita. Che questo assetto reticolare possa catturare tutti all'interno di una politica della responsabilit; che il moltiplicarsi delle arene politiche generi e sia accompagnato da una volont di partecipazione e di giusta informazione, strada questa su cui le politiche deliberative e partecipative sembrano voler dare i primi contributi; paradossalmente dovr essere proprio l'ampliarsi della sfera politica e sociale cui far riferimento a dar la possibilit e l'obbligo al singolo di essere coinvolto. Che l'uomo non politico possa ritornare ad essere considerato dion e se si scelta questa iuris societas come pi adatta alle nostre esigenze, che il singolo possa divenire soggetto e oggetto del diritto. Se un ideale, un gran bell'ideale che all'interno di questa nueu Unbersichtlichkeit, la nuova imperscrutabilit di Habermas, sia il volto del singolo il pi definito, nel ruolo, magari di cittadino del mondo12.

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La teoria della governance : sfide e prospettive, Renate Mayntz, in Rivista italiana di scienza politica, anno XXIX, aprile 1999, n 1 12 Norberto Bobbio, L'et dei diritti, in Per la pace perpetua, Immanuel Kant, Feltrinelli, Milano, XV ed., 2008, p. 10

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2 L'Unione Europea

2.1 Un esperimento di multilevel governance. Dalle origini all'attuale sistema istituzionale.


Non una civitas maxima quanto pi un multilevel governance system caratterizzato dalla presenza di una pluralit di potest sovrane. L'UE pare muoversi in questa direzione. Una governance a carattere trasnazionale che, come Mayntz vuole ovviamente sottolineare, non da considerare una cornice contrattuale, una semplice area negoziale, seppur non possa dirsi uno stato federale. Sergio Fabbrini nel suo contributo alla Rivista italiana di scienza politica definisce l'UE come democrazia composita in quanto appunto compone tanto unit statali quanto individui. Fu proprio l'impossibilit di giungere ad una maggioranza politica in grado di formare un governo, date le strutture asimmetriche all'interno degli Stati membri, a favorire lo sviluppo di processi decisionali meno formalizzati e pi diffusi tra quelle molteplici arene politiche di cui ci parlava Cassese. Ci non vuol di certo star ad intendere che l'UE sia priva di una sistema di governo. Quel che non si verifica che un'istituzione sia predominante rispetto alle altre. Prima di affrontare un'analisi sull'aspetto istituzionale dell'Unione d'obbligo qualche accenno storico. Come Sharpf sottolinea, l'UE nasce per ragioni politiche prima che economiche. La Francia voleva infatti ottenere un controllo pi stabile sull'Europa occidentale rispetto agli anni successivi alla Prima Guerra mondiale, mentre la Germania cercava di liberarsi dall'etichetta di nazione reietta. Inoltre, l'affermasi nel periodo post-bellico della supremazia di URSS e USA fece crescere la preoccupazione che l'Europa finisse per occupare un ruolo irrilevante sulla scena globale. La creazione delle CECA, con il Trattato di Parigi del 1951 e della CEE con i trattati di Roma del 1957, pi che perseguire l'obbiettivo ideologico pan-europeista, serv a fronteggiare problemi economici e contingenti, quali la produzione e distribuzione di materie prime necessarie per la ricostruzione post-bellica. Fu quindi il fronte economico a concedere le prime possibilit di sviluppo del progetto europeo cosicch la logica dell'integrazione economica divenne dominante all'interno dell'agenda politica. L'autore traccia anche un breve iter circa lo 14

sviluppo di tale integrazione : da una situazione di Area di Libero scambio, in cui i governi sono liberi di imporre le proprie barriere come di aprirsi ad altri paesi, si passa nel 1968 ad un'Unione Doganale in cui barriere doganali e restrizioni quantitative alle importazioni e alle esportazioni sono armonizzate tra gli stati membri; ulteriore passaggio verso un Mercato Comune, assicurante la libera circolazione di beni, servizi, capitale e lavoro, giunge a completamento nel 1992 col il Trattato di Maastricht. Infine l'Unione Economica e monetaria che punta all'adozione di una moneta e politiche economiche comuni13. Significative tappe del processo di integrazione sono l'Atto unico europeo entrato in vigore il 1 Luglio 1987, il gi citato Trattato di Maastricht entrato in vigore il 1 Novembre 1993, il Trattato di Amsterdam , 1Maggio 1999, il Trattato di Nizza, 1 Febbraio 2003 ed infine il Trattato di Lisbona, 1Dicembre 2009, che verr trattato pi approfonditamente nell'ultimo paragrafo. Per il momento, invece, si conceda pi ampio spazio al trattavo istitutivo dell'unione ossia il Trattato di Maastricht. Con il suddetto, infatti, la Comunit economica europea diviene Comunit Europea cosicch ne venga sottolineato il carattere sociale oltre che economico. Viene introdotta una cittadinanza europea mediante la quale tutti i cittadini dei paesi membri acquisiscono alcuni diritti come quello di circolare e soggiornare liberamente nel territorio comunitario. cittadino dell'Unione chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro. La cittadinanza dell'Unione si aggiunge alla cittadinanza nazionale e non la sostituisce14. Esso ha poi posto le basi per l'istituzione, in tappe successive, di un'unione economica e monetaria tramite una banca centrale e l'adozione della moneta unica. Attraverso questi passaggi vennero stabiliti 3 fondamentali pilastri su cui poggia l'UE : il primo sono appunto le politiche legate alla creazione e al funzionamento del mercato comune (CE); il secondo il coordinamento della politica estera e di sicurezza comune (PESC) e il terzo la cooperazione nell'ambito giudiziario e negli affari interni (GAI)15. Il primo di questi funziona secondo il metodo comunitario, a differenza degli altri che prevedono invece un metodo intergovernativo. Adesso, per analizzare la situazione istituzionale dell'UE bisogna anzitutto prender coscienza dell'impossibilit di collocare la sistemazione di ciascuna istituzione in una delle due modalit tipiche circa i rapporti fra esecutivo e legislativo. Parliamo dei sistemi a fusione dei poteri, generalmente riferiti ai sistemi parlamentari, e i sistemi a separazione dei poteri, generalmente riferito, seppur non in maniera assoluta, ai modelli presidenziali. Il primo presenta un rapporto gerarchico in cui gli elettori scelgono i membri dell'organo legislativo che a loro volta scelgono quelli dell'esecutivo. Viene a crearsi una sorta di dipendenza reciproca fra i
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Scharpf Fritz W., Governare lEuropa, Il Mulino, Bologna 1999, pp. 49-53 Progetto di trattato che istituisce una Costituzione per l'Europa (2003) in Diritti degli altri, cit., p. 117 15 Fabbrini Sergio, L'unione europea come democrazia composita, in Rivista italiana di scienza politica, 2004

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due che si traduce in un alto livello di efficienza legislativa a discapito di un alto livello di consenso. Il secondo stabilisce, al contrario, un rapporto di relativa autonomia tra esecutivo e legislativo poich i membri di entrambi gli organi ricevono legittimit diretta dagli elettori. Attraverso questo modello vengono generati processi decisionali meno efficienti ma pi inclusivi rispetto al precedente. Amie Kreppel individua le motivazioni circa i problemi che presenta il raggiungimento di un punto di vista stabile della struttura istituzionale europea. Due sono le cause individuate : l'evoluzione continua del sistema dell'UE ed il suo differire completamente dai sistemi nazionali dei paesi membri16. Possiamo comunque introdurre una prima spartizione di competenze fra organi : il Parlamento europeo e il Consiglio dell'Unione Europea fungono da organi legislativi mentre Consiglio europeo e Commissione europea ne costituiscono gli organi esecutivi. Tra i compiti principali dell'organo legislativo, continuando sulle orme di Kreppel, ricordiamo : executive oversight ossia controllo sull'esecutivo, linkage circa il collegamento con gli elettori, policy making indicante la partecipazione al processo decisionale17. Il primo di questi compiti assolto prevalentemente dal PE dato il suo potere di nomina e di potenziale revoca della Commissione e del suo Presidente; anche il secondo chiaramente esercitato dal PE a causa dell'elezione a suffragio universale e diretta dei suoi membri. Diverso invece il caso del Consiglio dell'Unione i cui membri coincidono con quelli degli esecutivi nazionali. Il diritto di iniziativa politica invece attribuito formalmente alla Commissione. Ci rende problematica l'individuazione del ruolo effettivo di quest'organo che di certo non pu essere identificato come il Governo dell'UE. I membri sono nominati e non eletti e non detengono alcuna funzione rappresentativa n presentano un'identit politica data. Il loro sguardo deve essere rivolto al perseguimento degli interessi dell'Unione nel suo insieme. Essa agisce da braccio burocratico dell'esecutivo europeo18. il Consiglio europeo a rappresentare, nei fatti, l'organo esecutivo principale. I suoi membri sono eletti indirettamente (coincidono con i primi ministri o i capi di Governo dei paesi membri con l'aggiunta del Presidente della Commissione) e sono rivestiti di funzioni di rappresentanza. Possiamo quindi riprendere i fili del discorso iniziale affermando che sia pi facile, e probabilmente pi esatto, affiancare il modello dell'UE ad un sistema di separazione multipla dei poteri, sia sul piano verticale che su quello orizzontale. Sfogliando le pagine della storia, le ragioni di questa strutturazione appaiono ovvie : il sistema a fusione di poteri produce una forte centralizzazione che porta in primo piano la differenza tra un Governo e un'opposizione, o per rimanere su un campo pi generico che esuli i confini nazionali, tra vinti e
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Amie Kreppel, Le implicazioni politiche delle riforme istituzionali : le relazioni tra l'esecutivo e legislativo nell'UE, in Rivista italiana di scienza politica, anno XXXIX, n 3, dicembre 2009, p.388 Ivi, p. 390 Ivi, p.392

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vincitori. Ma questo coincideva con l'esito della guerra appena combattuta e di certo avrebbe minato il gi di per s difficile percorso di integrazione. Fu necessario allora decentrare il processo decisionale di modo che gli elementi determinanti divenissero compromesso e consenso.

2.2 Europa delle Regioni ed Europa delle citt


Se ci sar,allora, un modello architettonico al quale la nuova Europa potr somigliare, probabile che sia la chiesa della Sagrada Familia
[M.Caciagli, Regioni d'Europa]

Europeizzazione e integrazione europea, secondo il parere di Andersen ed Eliassen19 indicano due tipi di processi differenti e che muovono da due differenti logiche d'azione :un processo di integrazione europea dall'alto e un processo di europeizzazione dal basso. Nel primo presente una logica d'azione di tipo top-down che quindi persegue la standarizzazione e regolamentazione mediante logica burocratica; il punto di vista da adottare naturalmente quello macrosistemico. Nel secondo l'attenzione posta sulle dinamiche microprocessuali con obbiettivi di coesione sociale mediante creazione di spazi partecipativi20. Un'analisi questa di P.Messina, mi correggo, minima parte di una intera discussione per giunta della parte introduttiva, certo irriducibile ad una questione di nomenclature. Essa rivela un rapporto ulteriore tra questi due processi, con ovviamente tutte le riserve circa il dato che possano considerarsi processi distinti. Divengono infatti lo strumento europeizzazione verso il fine integrazione. Aldil di questa ampia apertura di paragrafo, ci che pu esser preso per certo l'affermarsi di un sistema di governance poliedrico e multilivello in Europa da contestualizzarsi nel moltiplicarsi e intensificarsi delle interazione fra attori locali, regionali, nazionali ed europei. Non si tratta di nuove sedi e nuovi banchi su cui i vecchi Stati-nazione possano continuare ad operare in nome di un potere centrale ed esclusivo. Nuovi attori vengono chiamati in causa : regioni, citt, distretti industriali, sistemi rurali etc. Un primo rapporto triangolare da passare al vaglio dell'analisi quello tra Europa, Stato e Regioni. Cominciando da una dimensione teorica riportiamo la distinzione proposta da M. Caciagli tra regionalizzazione e regionalismo. Il primo coincide con il percorso di riforme istituzionali inerenti agli istituti substatali, intesi in senso politico-amministrativo; il secondo riguarda invece il processo culturale legato ad una specifica identit territoriale21. Queste contribuiscono al
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S. Andersen, K. Eliassen, Making Policy in Europe, in Sistemi locali e spazio europeo, a cura di Patrizia Messina, Carroci ed., Roma, 2003, p. 30 Ibidem Mario Caciagli, Integrazione europea e identit regionali, in Sistemi locali e spazio europeo, a cura di P. Messina, cit., pp. 68-69

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percorso specifico di ciascuna regione in maniera differente. Vi , infatti, un problema da tenere in considerazione, ossia l'assenza di un'omogeneit europea di queste forme istituzionali intermedie. Differenti relazioni tra centro e periferie con conseguente differenti forme di governo locale. Una veloce panoramica su alcune tra le esperienze regionali principali potr chiarire questo punto. Anzitutto sempre Caciagli, sulla scia di Dirk Gerdens in La rivolta della provincia, a sottolineare la differenza tra regionalismi del passato nascenti in seno a minoranze sfruttate dal centralismo degli Stati-nazione, generalmente in condizioni di sottosviluppo e il regionalismo europeo a partire dagli anni '80, dove sono invece le regioni ricche ad avanzare pretese di riconoscimento. In Belgio, ad esempio, divenuto costituzionalmente uno stato federale nel 1993, il rafforzamento dell'identit fiamminga stato parallelo ad uno sviluppo economico sulla scia del successo delle piccole e medie imprese. Alle tre regioni belga, la Vallonia, le Fiandre e Bruxelles capitale corrispondono le rispettive comunit culturali tedesca, fiamminga e francofona. Da sottolineare qui l'assenza di un rapporto gerarchico tra il livello federale e il livello regionale e l'esistenza di relativa libert all'interno di una prospettiva di divisione delle competenze. Differente la situazione spagnola, dove in seguito al quarantennio di regime franchista vengono riconosciute costituzionalmente le nazionalit storiche dei Paesi baschi, Galizia e Catalogna (1978). Oggi la Spagna conta 17 Comunidades Autnomas, denominazione raggiunta in via di compromesso date le aspirazioni indipendentiste di alcune comunit le quali rifiutano la caratterizzazione regionalista. In Germania la differenza tra Lnder, entit substatali, e Bund, lo stato centrale. La Germania ha da sempre una lunga tradizione federalista, rafforzata tra l'altro dagli esisti della Seconda Guerra mondiale e dalla volont degli alleati di indebolire il potere centrale. Qui non parliamo di un pluralismo etnico come motore trainante; si tratta di pura architettura istituzionale a differenza dei Lnder austiaci, alcuni dei quali hanno radici nel Medioevo. Le coscienze regionali sono venute formandosi quasi come soddisfatta accettazione di una tale organizzazione. All'interno dell'arena europea i Lnder occupano e occuperanno un ruolo centrale. Il fenomeno dei regionalismi si pu dire appartenga ormai a tutti i paesi europei, senza alcuna riserva circa i paesi occidentali : dall'Italia e l'istituzione, nel 1970, delle 15 Regioni a statuto ordinario alla devolution britannica mediante il riconoscimento di competenze specifiche della Scozia e del Galles. La prospettiva di intessere rapporti diretti con l'Unione ha dato di certo nuova spinta ai vari processi in atto nella dimensione intermedia. All'inserimento delle regioni nel nuovo ampio contesto europeo si far coincidere un iter istituzionale su un percorso cronologico. Si pu parlare di una prospettiva regionale adottata dall'Unione a partire dal 1975 con l'istituzione del Fondo europeo per lo sviluppo regionale (FERS) che finanzia programmi mirati alla riduzione del divario fra i differenti livelli di 18

benessere regionali. la Carta delle autonomie di Strasburgo il primo riconoscimento del localismo istituzionale europeo anche se i principi in essa contenuti non hanno natura vincolante. Adottata dagli Stati membri il 15 ottobre 1985, in Italia stata ratificata con la legge n.439, in vigore dal 1settembre 1990. Nel 1988 viene istituito il Comitato consultivo delle Autorit regionali e locali divenuto poi con il Trattato di Maastricht del 1992 il Comitato delle regioni e della autonomie locali, una vera e propria istituzione comunitaria seppur privo di autonomi poteri di iniziativa. Il Libro Bianco sulla governance europea del 2001 investe il Comitato, assieme ad altre istituzioni, del ruolo fondamentale di creare dei luoghi di contatto tra la societ organizzata e le istituzioni comunitarie, binomio prediletto in questa trattazione. Sempre a partire dalla seconda met degli anni '80 incominciano ad insediarsi a Bruxelles le prime rappresentanze regionali . Concludiamo con la Dichiarazione sul regionalismo e l'Europa del 4 dicembre 1996, in cui le Regioni vengono pienamente inglobate nel processo di costruzione europea22. Bisogna per usare cautela. La richiesta delle Regioni di divenire il terzo livello dell'architettura istituzionale dell'UE elude completamente il processo di atto della multilevel governance. Non si tratta, infatti, di disporre le diverse autorit lungo un asse verticale; il sistema gerarchico, lo abbiamo visto, il modello diametralmente opposto rispetto a quello verso cui l'Unione tende e per il quale lavora. Non si deve perdere di vista l'assetto reticolare che non solo da intendere come descrizione ma come entit stessa dell'Unione. Per tale ragione la nostra analisi far un passo in pi, dall'Europa delle regioni all'Europa delle citt. Queste sono da considerare un soggetto politico a tutti gli effetti seppur non godano di un riconoscimento giuridico. C. Sebastiani sottolinea la differenza tra la cittadinanza legata di solito allo jus sanguinis o jus solis, e la residenza derivata da una scelta. Ci fa dello Stato una comunit di nascita e della citt una comunit di destino. Al di l di attribuzioni formali di competenze le citt agiscono in maniera sostanziale come soggetti politici. L'autrice riuscita a catturare un'importante immagine per sottolinearne il valore : la citt il luogo dove le dinamiche globali trovano piena concretizzazione e quindi i processi comunicativi si materializzano nella dimensione dialogica tra individui, le merci in valore d'uso, l'ampliarsi delle conoscenze in prassi. E non parliamo qui di quelle citt globali di Saskia Sassen, che pur trovano esempi anche in Europa, ma di citt medio-piccole le quali, pi che inglobate nel circuito economico e finanziario, rappresentano i volti valoriali del processo politico dell'Unione. Esse quindi non solo stabiliscono legami di relazione e scambio tra loro ma anche con Bruxelles. L'esempio citato Eurocity, associazione fondata nel 1986 che comprende pi di 140 citt in oltre 30 paesi europei. We influence and work
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Per i dati riguardanti i differenti regionalismo e il percorso istituzionale vedi M.Caciagli, Regioni d'Europa e Integrazione europea e identit regionali, cit.

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with the EU institutions to respond to common issues that impact the day-to-day lives of Europeans23. L'azione perseguita consiste essenzialmente in scambi di esperienze e buone pratiche inerenti all'ambito ambientale, dell'integrazione sociale e della cultura. Anche queste contribuiscono quindi a pieno titolo allo svuotamento del potere centrale24. La Sebastiani ne d una pittorica descrizione come laboratori di sperimentazione di democrazia partecipativa25. La presunta disputa tra citt e regioni nella corsa verso l'erede al trono dell'autorit statale non trova parole pi felice rispetto a quelle trovate da qualsiasi volont di gerarchizzazione. Se per le Regioni stata necessario arrendersi ad una disomogeneit tra le varie esperienze che costringe su di un piano pseudo-normativo, con le citt siamo pi vicini all'individuo e alle sue esigenze. In fin dei conti proprio sulla differenza tra i vari livelli che si dovrebbe continuare ad agire affinch possano divenire complementari.

2.3 Il futuro dell'Europa. Tra stalli istituzionali e deficit democratici


L'Europa un costante movimento di auto-europeizzazione.
[Remi Brague, Il futuro dell'Occidente]

Un percorso da prendere in considerazione per indicare l'attuale work in progress del processo d'integrazione europea, l'odissea costituzionale, cos come viene intitolata da Fabbrini che, secondo lo stesso, altro non che la conferma della difficolt strutturale dell'Unione. Ogni qual volta si in presenza di una disputa , i procedimenti atti a risolverla risentono dell'assenza di un quadro costituzionale forte cui far riferimento. Uno dei problemi cui l'esito delle mie ricerche ha spesso condotto stato il principio di unanimit richiesto per l'approvazione dei trattati. Questo quanto dimostra la vicenda del Trattato di Lisbona. Un breve iter degli eventi precedenti : la Conferenza di Nizza del dicembre 2000 e quindi il Trattato firmato nel 2001 ebbero il loro ruolo nell'avvicinamento all'ambito costituzionale con il riconoscimento della Carta dei Diritti, che rimase per priva di valore giuridico. Il passo successivo fu la Dichiarazione sul futuro dell'Unione europea26 che costrinse quest'ultima a definire la sua identit costituzionale mediante una Convenzione costituzionale, non pi una Conferenza intergovernativa come fu quella di Nizza. Da qui la Convenzione di Bruxelles tenutasi dal febbraio 2002 al giugno 2003, cui parteciparono rappresentanti di governi e parlamenti nazionali e delle istituzioni comunitarie. Approvato il TC (Progetto di trattato che istituisce una costituzione per l'Europa) ebbe inizio il percorso di ratifica. Nel 2005 gli elettori francesi e olandesi bocciarono il Trattato. Nel 2007 un
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http://www.eurocities.eu/main.php Chiara Sebastini, Dal sistema degli Stati all'Europa delle citt, in Sistemi locali e spazio europeo, cit. Ivi, p 52 Adottata dal Consiglio europeo tenutosi a Laeken, Belgio, 15 Dicembre 2001

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nuovo Consiglio europeo, Berlino nel Giugno 2007, ne elabor un ulteriore presentato per non come sostituivo ma come un insieme di emendamenti ai due trattati esistenti. Il Trattato di Lisbona si compone dunque del Trattato sull'Unione Europea che va a consolidare il Trattato di Maastricht e il Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea riferito al Trattato di Roma del 1956. La Carta dei Diritti venne riconosciuta, di fatto, come terzo trattato aventi pari valore giuridico rispetto ai precedenti. Il Trattato di Lisbona ha recuperato gran parte del lavoro della Convenzione costituzionale. Nuovo stallo per la votazione contraria degli elettori irlandesi, il 12 giugno 2008. L'anno successivo per anche il paese giunto alla ratifica e il trattato entrato ufficialmente in vigore il 1dicembre 2009. Chiaro l'intento dell'iter storico qui tracciato. Anzitutto si vuol sottolineare che seppur la presenza di una costituzione materiale impedisca il retrocedere verso un'unione puramente economica, l'assenza di una costituzione formale non permette il raggiungimento definitivo verso un'unione politica27. Per quanto riguarda i contenuti principali di tale trattato, viene riconosciuto esplicitamente il Consiglio dei ministri come parte dell'organo legislativo; il processo legislativo viene semplificato mediante l'introduzione di una procedura standard. Non viene per chiarito il rapporto fra esecutivo e legislativo. Inoltre, l'aggiunta di una nuova figura, il Presidente del Consiglio europeo amplia il numero di leader europei che gi include il Presidente della Commissione, del Consiglio dei ministri, vice presidente della Commissione e Alto rappresentante in materia di politica estera28. Il rafforzamento dei poteri del PE tramite la concessione di eleggere il Presidente della Commissione, e non pi approvarne semplicemente la nomina, introduce un altro problema che molti considerano fondamentale : il deficit di legittimit democratica. C' chi pensa che il rafforzamento del PE possa colmare tale deficit, o comunque rappresentare una strada verso la risoluzione. Di tutt'altro parere Habermas che, parlando di democrazia discorsiva, nota come la legittimit della politica democratica non vada pi ad identificarsi con le forme tradizionali dell'organizzazione statale; vi infatti un nuovo equilibrio tra il peso delle convenzionali procedure di rappresentanza politica e quello della sfera pubblica, del dibattito, dell'accesso alla formazione dell'opinione29. Anche la Benhabib segue questa scia di pensiero sottolineando l'ovviet di legare il discorso della legittimazione alla moltiplicazione dei luoghi di rappresentanza e partecipazione30. Cercando di prendere in mano le tante opinioni lette, le
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Per tutta la trattazione della seguente prima parte del suddetto paragrafo, vedi Sergio Fabbrini, Oltre Lisbona, l'enigma costituzionale dell'integrazione europea, in Rivista italiana di scineza politica, anno XXXIX, n.3, dicembre 2009 Amie Kreppel, Le implicazioni politiche delle riforme istituzionali, in Rivista italiana di scienza politica, anno XXXIX, n 3, dicembre 2009 Jrgen Habermas, La costellazione post-nazionale, cit., p. 101 Seyla Benhabib, I diritti degli altri, cit., p 175

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argomentazioni fra di loro simili e dissimili e ricordando la lezione socratea per cui l'importante dimenticare ci che si apprende, prediligo la competenza quale criterio selettivo e decisionale piuttosto che la volont generale, con tutto il bagaglio di problemi che ci pu comportare. Pur non sentendomi in grado di argomentare in maniera esauriente quanto appena affermato, noto come S. Fabbrini concluda il suo articolo lasciando intendere la differenza tra il deficit democratico e il dilemma della responsabilit31. Non parlo della piena rinuncia alla partecipazione elettiva del popolo (e non perch credo che questa non si possa e debba raggiungere, ma semplicemente perch non ancora tempo di maturare tali rivolgimenti); parlo di democrazia composita che riguarda stati ma anche individui. Permanga l'elezione dei cittadini, ma non si consideri il rafforzamento delle istituzioni cos generate come soluzione del deficit. L'ipotesi di parlamentizzazione, come sempre Fabbrini a sottolineare, rivel d'altronde i suoi limiti gi nell'esperienza di democrazia composita americana. La soluzione trova la strada nelle origini, ossia nella definizione stessa di governance europea : da una parte coordinamento e regolazione politica svolta in ambiti istituzionale e sovranazionale, dall'altra un'azione partecipativa da parte di tutti quegli attori della societ civile che vogliono contribuire alla costruzione di uno spazio europeo. Se la partecipazione quella chiamata in causa, che possa realizzarsi in maniera sostanziale e riceverne il dovuto riconoscimento.

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Sergio Fabbrini, L'unione europea come democrazia composita, cit.

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3 La multilevel governance in rapporto al contesto multiculturale

3.1 Verso un approccio interculturale


A questo punto scelgo di prendere in considerazione un aspetto particolare della mutata realt globale al fine di dar testimonianza della moltiplicazione dei livelli di azione che il nuovo sistema della governance ha reso disponibile. Solo in conclusione si oser avanzare l'ipotesi che il nuovo assetto abbia solo dato valore istituzionale a realt gi esistenti e che anzi nascono proprio per ovviare alle carenze delle istituzioni. necessario allora riprendere i fili del discorso circa la nascita degli Stati-nazione. Abbiamo infatti detto che Stato e Nazione, pur essendo coincidenti nella terminologia politica, risalgono a due processi differenti e non paralleli. Il concetto di Nazione identifica una comunit politica legata da un'identit etnica, culturale e storica. Nel latino classico natio un concetto alternativo a quello di civitas, quindi nazioni integrate geograficamente e culturalmente ma non ancora politicamente, ossia nel quadro di una forma organizzativa di tipo statuale. Una breve parentesi per sottolineare come lo stereotipo della nazione venutosi a creare si trasform nel corso della storia in strumento di rifiuto dello straniero e delle minoranze etniche e religiose. Fatalmente in Europa il nazionalismo si leg all'antisemitismo32. Oggi la situazione mutata alquanto. Assistiamo continuamente al formarsi di societ pluralistiche ormai lontane dal vecchio modello dello stato-nazione con popolazione culturalmente omogenea. L'etno-nazionalismo in cammino verso un tramonto necessario. Mario Ricca, nel suo testo Oltre Babele, compie una interessante analisi comparativa tra i concetti di multiculturalismo e interculturalismo, entrambi individuati secondo la duplice accezione descrittiva e prescrittiva. Nell'accezione descrittiva il multiculturalismo sta ad intendere la presenza simultanea di individui appartenenti a differenti culture; in quella prescrittiva vi una pi forte implicazione della differenza che viene qui considerata bene da perseguire e che risente quindi del peso della possibile perdita dell'identit culturale a causa dei
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Jrgen Habermas, L'inclusione dell'altro, cit., p. 125

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processi d'integrazione; l'interculturalismo, nella sua accezione descrittiva focalizza l'attenzione sulla relativizzazione dei fattori culturali come inevitabile conseguenza delle relazioni sociali; questa visione per limitata al raggiungimento di particolari obbiettivi pratici; di pi ampio respiro l'interculturalismo inteso in maniera prescrittiva, come termine-progetto atto ad indicare la creazione di un codice organico di comunicazione tra culture mediante relativizzazione e mediazione degli universi di discorso ed elaborazione di contesti di senso, pi o meno condivisi; indica dunque un intero processo di comprensione, traduzione e negoziazione tra differenti universi culturali. La differenza tra l'approccio multiculturale e quello interculturale riprende le definizioni appena date. I sostenitori del primo adottano una lettura prescrittiva; processi di mediazione e dialogo vengono considerati negativamente. La sovrapposizione tra culture letta come ibridazione. Una particolare denuncia rivolta all'interculturazione e l'assimilazione culturale che affermano la centralit delle culture dominanti ai danni di quelle minori. Diverso l'approccio interculturale che considera l'ibridazione tra culture un assunto, un dato di fatto. la mobilit stessa dell'individuo a produrre l'incontro fra culture. L'esistenza stessa delle culture tradizionali , secondo le parole di Ricca, diasporica, ossia distribuita tra una molteplicit di spazi. Lo scopo allora quello di perseguire di certo una valorizzazione delle differenze culturali a patto che queste non producano la sostituzione dell'identit personale con figure stereotipate di identit culturali. Queste esistono, e della loro esistenza se ne prende atto, ma solo in quanto strumenti a disposizione degli individui. Ora, la soluzione proposta dal primo versante quella di un multiculturalismo a mosaico, o monoculturalismo plurale33, consistente in un programma di convivenza di differenti culture in maniera isolata l'una dalle altre, all'interno di un clima di indifferenza reciproca garantita dal diritto. Il progetto presenta ovvie limitazioni, prima fra tutte uno sbagliato modo di intendere le culture, come monoliti internamente omogenei; si rischia di far divenire baluardo di questa battaglia una identit culturale immaginaria priva di alcun riscontro concreto sul piano della realt. Per cercare di capire il perch di questo approccio cos violento e totalizzante, ricordiamo che la nascita dell'approccio multiculturale risale alle prime prese di coscienza nei confronti degli effetti prodotti dal colonialismo. Il radicalismo culturale di fondo al progetto, vuole allora porre in primo piano il problema della cultura come fenomeno necessitante di soluzioni politiche e giuridiche. facile avvertire, a questo punto, la sovrapposizione tra i due termini cultura/etnia. In origine i due presentavano di certo pi definiti margini di riconoscibilit. Le stesse decolonizzazioni si presentavano come processi di riconquista dai parte dei colonizzati della propria autonomia territoriale e identitaria. A ben vedere proprio in questi contesti che sono venute creandosi realt sociali multiculturali
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Amartya Sen, Identit e violenza, Ed. Laterza, Bari, 2009, p. 158

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uniformate dal punto di vista politico ma frammentate da quello etnico. Qui, a causa delle numerose lotte etnico-culturali, il modello del mosaico di culture potrebbe esser un giusto passaggio. L'isolamento pu infatti divenire una difesa per le culture stesse, un modo affinch esse possano ottenere riconoscimento in quanto soggetti di diritto. Nei paesi occidentali odierni, il punto di contatto tra etnia e cultura praticamente irrilevante. L'assenza di precisi confini tra le singole culture risiede nell'origine migratoria di questa multiculturalit. Ed sul terreno di questa tipologia migratoria che andremo ad affrontare un analisi associata alle politiche della multilevel governance. L'immigrazione non un urgenza ma la normalit34. Le Nazioni Unite stimano che il numero totale di migrazioni internazionali nel mondo sia di 175 milioni nel 2000 contro i 54 milioni del 1990. La Dichiarazione dei diritti umani riconosce il diritto alla libert di attraversamento dei confini35 pur non prescrivendo un obbligo degli stati di garantire l'accesso agli immigrati. La migrazione comprende infatti pi fasi : emigrazione, primo ingresso nel paese di destinazione, assorbimento civile, economico e culturale,incorporazione,riguardante archi di tempo significativo e infine naturalizzazione, ossia accesso alla cittadinanza. Su quest'ultimo punto ritorneremo in seguito. Come conclusione del seguente paragrafo ci contentiamo di fornire un'esplicazione riassuntiva delle proposte di soluzione avanzate da Ricca (conclusione che vuol per rappresentare un punto di inizio) : la creazione di un lessico interculturale della soggettivit. Necessaria allora una traduzione interculturale indirizzata alla creazione di piattaforme di senso per l'integrazione di differenti schemi di pensiero e comportamento. Egli parla di agenzie istituzionali che dovrebbero fornire un vocabolario culturale costruito sulla mediazione e che fungano da promotrici dell'educazione giuridica all'integrazione interculturale. Parliamo di una progettazione legislativa e normativa da condurre ovviamente su pi livelli, che, come Ricca avverte, non normazione; si tratta invece dell'avanzamento di proposte, di semplice contribuzione all'avanzamento della conoscenza giuridica per il mantenimento dell'esperienza democratica. Un diritto interculturale che non sia integralismo giuridico ma arena comune sulla cui base d'uguaglianza sia possibile innescare le differenze. E questo punto d'arrivo una conquista comune. Gi Habermas parlava di una inclusione delle differenze, come Marramao di universalismo delle differenze, presentando dunque una visione post-etnica in cui le relazioni narrative vadano oltre il riconoscimento delle differenze e riscoprano una spinta universalizzante da cui trarre apprendimento. La Benhabib parla di iterazioni democratiche, ossia di continue variazioni, ridefinizioni e contestualizzazioni
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Repubblica , Lorenzo Basso, 01 ottobre 2009 Dichiarazione universale dei diritti umani, art. 13

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dei principi universalistici; il diritto internazionale dovrebbe allora tener costantemente presente le singole legislature democratiche, affinch esso sia uno strumento per la razionalizzazione del mutamento. Il diritto non si limita alla ricezione di valori e interessi della societ civile ma diviene mezzo di riarticolazione interna di quei valori e di quegli interessi. necessario allora che l'ambito della riflessione e discussione democratica sia aperto quanto pi possibile alla partecipazione.

3.2 Il soggetto di diritto e la cittadinanza.


Nella politica giusgenerativa di cui parla la Benhabib, il popolo diviene autore delle leggi, non pi soltanto oggetto. Nel caso specifico dei migranti un tal progetto si trova a dover affrontare diversi ostacoli. Hannah Arendt sottolinea come l'apolidicit o la perdita della nazionalit equivalga alla perdita di tutti i diritti, contrariamente a quanto sancito dalle dichiarazioni dei diritti umani. Partiamo dal presupposto che v' una differenza, come Sharpf argomenta, tra pensiero democratico orientato all'input, ossia governo da parte del popolo, e pensiero democratico orientato all'output, ossia governo per il popolo. Se nel primo caso la politica rispecchia la volont popolare, nel secondo le scelte politiche si muovono nell'interesse comune. Argomenti orientati all'input, per non divenire espedienti per una maggioranza spinta da interessi personali di sottomettere la minoranza, devono trovare fondamenta in una fiducia derivabile da un'appartenenza comune, una Gemeinsamkeitsglaube, secondo le parole di Max Weber. La prospettiva orientata all'output sembra invece pi adatta in presenza di identit collettive multiple. Il progetto, consistente in un rovesciamento di tale teoria, diviene ambizioso: dopo aver sostituito questa visione ormai colma di presunte comunanze identitarie che il popolo, sostengo che le politiche da parte dei popoli che la nuova era vede ormai coesistere l'uno accanto all'altro, debbano essere riconosciute come necessarie alla risoluzione degli stessi problemi di convivenza e integrazione. L'ottenimento della cittadinanza, obbiettivo gi di per s difficoltoso, non che la base indispensabile per l'effettiva partecipazione dei migranti alle politiche che li riguardano. La Benhabib per avverte che bisogna prender coscienza della mutata entit da riferire alla cittadinanza : questa non pu pi essere intesa come un modello unitario che preveda il risiedere in un dato territorio e la percezione di esser parte di un popolo; bisogna immaginare nuove soggettivit politiche come traino per la costituzione di nuove forme di cittadinanza politica36. Prima di procedere su questa strada sar forse opportuno dare delle definizioni standard di tale paradigma. La cittadinanza, secondo una visione ampiamente condivisa dalla sociologia, pu
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Seyla Benhabib, I diritti degli altri, cit., p 143

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esser esplicata attraverso le sue parti costitutive : il civile, il politico e il sociale. Il civile ingloba i diritti necessari alla libert individuale : libert personali, di parola, pensiero, fede, propriet e il diritto a ottenere giustizia (ossia il diritto di difendere e di affermare i proprio diritti in condizioni di uguaglianza e secondo un processo regolatore). Da ci possiamo ricavare che le istituzioni pi direttamente connesse ai diritti civili sono le corti giudiziarie. Il politico si rif al diritto a partecipare all'esercizio del potere politico, come membro di un organo investito di autorit politica o come elettore. Le istituzioni corrispondenti sono il Parlamento e i consigli amministrativi locali. Infine il sociale che va dal diritto al benessere e alla sicurezza economica fino al diritto a partecipare pienamente al retaggio sociale. Le istituzioni sono il sistema scolastico e i servizi sociali37. Da quanto appena detto diviene palese l'importanza di un tal riconoscimento istituzionale. Diversamente dalla Benhabib, che volge lo sguardo ad un futuro che tarda ad arrivare, nell'analisi di Ricca vi il ritorno a definizioni base. Egli distingue tra ragioni interne e ragioni esterne per le quali un gruppo sociale dovrebbe aprirsi all'estraneo. Le ragioni esterne si rifanno ovviamente all'ambito economico, oltre che politico e strategico. In fondo, le stesse polis greche muoiono a causa della negata apertura ai diritti di cittadinanza. Tra le ragioni interne, rileviamo invece la constatazione che, negli ordinamenti democraticicostituzionali, la cittadinanza un'implicazione derivante dal riconoscimento di diritti dell'individuo ad un livello preistituzionale. I diritti sono il presupposto per il conferimento della cittadinanza e non viceversa. Libert personale, di circolazione, di libera espressione, tutela della dignit umana sono prerogative pre-politiche. Una chiusura delle frontiere negherebbe l'assolutezza di tali diritti. La critica positivista, che l'autore prevede si possa porre, consiste nel fatto che un tale ragionamento comporti la delegittimazione della differenza tra cittadini e non cittadini. Ponendo come ovvio che la libert di espatrio e circolazione non possano coincidere con l'attribuzione diretta della piena soggettivit giuridica in maniera indistinta, Ricca fornisce una definizione di cittadini come coloro i quali partecipano alla creazione di un mondo sociale nel quale iscrivere il proprio presente e il proprio futuro38. Qui di certo deve entrare in gioco un fattore temporale. Nel caso di permanenze su ampi archi di tempo, prospettiva che spazia dai rifugiati politici (seppur si tratti di una permanenza transitoria) fino ai figli di immigrati di seconda generazione, il livello effettivo di partecipazione diviene una vera e propria cittadinanza sostanziale; si verifica quindi il riconoscimento, almeno da un punto di vista democratico, di una cittadinanza economica, relazionale, sociale pur in assenza di una cittadinanza legale. Questo rende manifesta l'insufficienza delle pratiche istituzionali adottate. L'appartenenza alla nazione
37 38

T.H Mashall, Cittadinanza e classe sociale, a cura di S. Mezzadra, Ed. Laterza, Bari, 2002 M. Ricca, Oltre Babele, Ed. Dedalo, Bari, 2008 pp 31; per tutta la trattazione vedi cap 2

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come requisito primo per il riconoscimento della cittadinanza un retaggio ottocentesco che il nostro paese trascina dietro di s. Il fatto stesso che la sovranit statale sia esclusiva e che quindi rappresenti l'unica fonte di diritto produce attriti continui con il principio di autodeterminazione democratica. L'allargamento della sfera cui attribuire l'entit di fonte di diritto, seppur possa sembrare una ipotesi azzardata, pare esser divenuta un'esigenza. Ulteriore dilemma, gi proposto in questa trattazione, quale debba essere il diritto cos generato. Ecco richiamato allora il diritto interculturale, che in quanto tale, non pu non richiedere la partecipazione dell'altro per la formulazione anzitutto di un linguaggio interculturale. Pensiamo ad esempio alla possibilit per lo straniero di svolgere un'attivit di critica nei confronti della normativa vigente mediante il canale giurisprudenziale; i limiti sono subito manifesti : che peso avr la variabile culturale nella considerazione ed interpretazione delle leggi al fine di ottenere un riconoscimento istituzionale, o anche un ascolto che agisca come spinta per possibili elaborazioni teoriche (da intendere ovviamente come preparatorie per la prassi)? Il riconoscimento del carattere necessario della partecipazione di tale variabile dovrebbe, a questo punto, esser preso come dato certo. Concludiamo con l'opposizione tra due differenti elaborazioni teoriche. Rawls in Liberalismo politico si rif ad una immagine della societ democratica come un sistema sociale completo e chiuso. La migrazione non da considerare come parte del diritto dei popoli, dei quali, inoltre, d una visione olistica definendoli come riconoscibili da un insieme di valori e costumi. Il filosofo giunge ad enumerare le condizioni legittimanti una limitazione dell'immigrazione. Attraverso una rivisitazione della tragedia dei comuni afferma l'impossibilit di mantenere in perpetuo il territorio di un popolo. Devono allora esserci dei confini protettivi. In questa sede prediligiamo di gran lunga i confini porosi della Benhabib. Ella giustamente sottolinea come le origini della trasformazione della cittadinanza non vadano rintracciate nelle pratiche liberalizzate di appartenenza e nella crescente mobilit mondiale degli individui. [...] L'immigrazione e la porosit dei confini [...] sono a loro volta provocate dagli stessi stravolgimenti che stanno minacciando le istituzioni politiche nazionali. Tra queste include la globalizzazione dei mercati economici e finanziari e del lavoro;[...]l'emergenza di partiti di massa generalisti e ideologicamente non differenti; la crescita della politica massmediatica [...] 39. Una considerazione pratica che il diritto di appartenenza, con cui l'autrice vuole indicare il diritto alla trasparenza nei confronti dei requisiti necessari e delle modalit di realizzazione della naturalizzazione, non debba essere sottomesso ad un arbitrio burocratico, come invece puntualmente si verifica. Tale diritto deve andare oltre le specifiche legislazioni sulla cittadinanza dei singoli paesi.
39

Seyla Benhabib, I diritti degli altri, cit., p. 92

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Ci troviamo allora di fronte a sempre maggiori esempi di cittadinanza frammentata40. Questa permette agli individui di creare relazioni trasversali rispetto ai confini nazionali. James Rosenau e Yasemin Soyal salutano il nuovo regime dei diritti umani e le nuove forme di cittadinanza deterritorializzata come la nascita di una nuova coscienza politica e nuove forme di appartenenza. Gli individui non vanno pi considerati come membri di comunit definite ma in quanto sempliciter esseri umani.

3.3 Casi di studio empirici nella prospettiva della multilevel governance.


Ogni migrazione di uomini una migrazione di segni -quali sono gli odorie quindi un appello alla capacit umana di tradurre
[M.Ricca, Riace, il presente futuro]

3.3.1 Politiche internazionali. Il carattere inevitabile dei movimenti migratori pone l'esigenza
di un'azione orizzontale da parte dei differenti livelli della governance. Si passino allora allo scandaglio le numerose politiche adottate attraverso una prospettiva che va dal diritto internazionale sino alle mobilitazioni della societ civile organizzata, argomento di trattazione dell'ultimo paragrafo. Anzitutto bisogna notare come nella maggior parte dei casi i processi di migrazione siano prodotti da cause quali persecuzioni su base razziale, religiosa, etnica, guerre civili e cataclismi naturali. La giustificazione di quanto segue implicita, di conseguenza la sorvolo : la responsabilit delle suddette cause elencate deve essere assunta su scala globale. La Dichiarazione Universale dei diritti umani41 sancisce il diritto alla libert dell'individuo di lasciare il proprio paese e di ritornarvi (Art. 13); il diritto di cercare e godere in altri paese asilo dalle persecuzioni (Art. 14); infine il diritto alla cittadinanza, nonch il divieto per gli Stati alla denaturalizzazione arbitraria (Art. 15). Le ferite prodotte dalla colonizzazione, quali disuguaglianza economiche, sociali e culturali, devono essere affrontate senza produrre condizioni di apolidicit. E qui si inserisce la critica secondo cui, le democrazie liberali che condannano tali pratiche, dovrebbero a loro volta accettare la naturalizzazione. Per ci che concerne la condizione di rifugiato, dopo la Seconda guerra mondiale l'Assemblea Generale della Nazioni Unite ha creato l'UNHCR42 che basa le sue attivit su un insieme di norme e strumenti internazionali quali appunto la Dichiarazione universale del '48, le quattro Convenzioni di Ginevra sul diritto umanitario internazionale, pi una serie di trattati e
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Ivi, pp 137 Nazioni Unite, Parigi, 10 Dicembre 1948 Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati

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dichiarazioni vincolanti e non. In particolar modo la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati43 e il protocollo aggiuntivo del 1967 impongono agli stati membri un obbligo giuridico nei confronti di tali individui. Per i paesi non firmatari permane un obbligo morale facilmente ignorabile. C' da notare, per, che il concetto di rifugiato nella Convenzione di Ginevra nasce in diversi contesti, per lo pi in riferimento ad intellettuali in fuga dai territori sovietici, cos oggi sembra peccare circa la conoscenza del suo oggetto; basti pensare all'obbligatoriet di dimostrare di esser perseguitati personalmente affinch venga riconosciuto lo status di rifugiato. L'assurdit della riserva individuale44. In molti casi l'indimostrabilit di quanto richiesto, pur se ovvia, rende seriamente difficoltoso il ricevimento della protezione internazionale. Un altro deficit della Convenzione dovuto al fatto che, sostanzialmente, riguardi il principio di non-refoulement e non l'obbligo all'accoglienza. Breve parentesi per rilevare che proprio da ci l'Italia trae legittimazione nei suoi rapporti con la Libia. Possiamo di certo affermare che si sente l'esigenza di una transizione dal potere soft della societ civile globale alla costituzionalizzazione del diritto internazionale45. Giusto un richiamo va poi fatto all'Organizzazione dell'Unit Africana (OUA) che nel 1969 adotta la Convenzione che regola gli aspetti specifici dei problemi dei rifugiati in Africa. Questa cerca di colmare il deficit della Convenzione di Ginevra affermando che il diritto di rivendicare lo status di rifugiato sia indipendente dal fatto che ci sia un fondato timore di essere perseguitati. E inoltre la Dichiarazione di Cartegena, stillata dai rappresentanti di governo e giuristi latino-americani nel 1984 e con potere non vincolante. Anche qui si parla di minacce dovute ad una violenza generalizzata. Ricordiamo inoltre le Regional Commisions. Queste trattano il problema delle migrazioni internazionali da una prospettiva regionale basata su osservazioni empiriche e interazioni con gli Stati membri. Importanti contributi all'elaborazione dei programmi di lavoro delle Commissioni sono la ECE, l'ECLAC e L'ESCAP 46. Tra i programmi elaborati dalle Nazioni Unite, invece, citiamo l'UNDP47. Questo analizza il problema delle migrazioni internazionale da una duplice prospettiva : da una parte il legame tra l'incontro di diversit e possibilit di sviluppo; dall'altra ha elaborato il progetto TOKTEN 48 il cui fine quello di aiutare gli espatriati qualificati dal punto di vista professionale a ritornare nel proprio paese d'origine per lavorare a specifici progetti. Un tale programma pu aver successo solo se supportato da una attiva comunit transnazionale.
43 44 45 46

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Nazioni Unite, 1951 Enrica Rigo, Conferenza sul Diritto d'asilo, 30/01/09, Citt dell'Utopia, Roma Seyla Benhabib, Cittadini globali , Il Mulino, Bologna, 2006, p. 113 Economic commission for Europe Economic commission for Latin America and the Caribbean Economic ahd social commission for Asia an the Pacific United Nations Development Programm Transfer ok knowledge through expatriate nationals

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Altre organizzazioni nate al di fuori del sistema delle Nazioni Unite sono : IOM49 : la tesi sostenuta da questa organizzazione che le migrazioni internazionali possano contribuire alla crescita e alla prosperit sia dei paesi di origine che quelli di destinazione. I migranti sono considerati agenti potenziali di sviluppo e una grande forza cooperativa tra i paesi. stata promotrice di pi di 40 progetti a partire dal 1999 nonch numerose conferenze e workshops; METROPOLIS50 : si tratta di un accordo multinazionale che ingloba in s organizzazioni governative e non. Propone numerose conferenze, seminari e tavole rotonde circa specifici problemi concernenti le migrazioni. Punta all'integrazione degli immigrati nelle societ ostili; OSCE51 : con 55 partecipanti dall'Europa, Asia centrale, e Nord America, si occupa della prevenzione dei conflitti e riabilitazioni post-belliche; SID52 : elabora, nel 1999, il progetto The future of Asylum and Migration, consistente in una serie di seminari tematici. Nel Novembre 2002 produce una Dichiarazione di Hague, presentata alla segreteria generale delle Nazioni Unite, sostenente la tesi secondo cui le disparit economiche tra i paesi sono la maggiore causa delle migrazioni. In ambito europeo citiamo naturalmente la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libert fondamentali o CEDU firmata a Roma il 4 Novembre 1950 ed entrata in vigore il 3 settembre 1953. Nei confronti della questione migrazione, l'UE si preoccupa principalmente di instaurare rapporti con i paesi d'origine dei flussi migratori. A tal proposito citiamo il nuovo programma di cooperazione con paesi terzi, che nasce sulle fondamenta del precedente AENEAS, consiste pi che altro nello stanziamento di fondi : 380 milioni di euro per il periodo 2007-2013 53. Una nota di critica per il Regolamento Dublino II (CE n. 347/2003) che sostituisce per i paesi membri la precedente Convenzione di Dublino : viene anzitutto sancito l'obbligo per cui sia il solo paese d'arrivo a giudicare la richiesta d'asilo ma soprattutto stabilisce particolari politiche dei paesi terzi sicuri. Vi la presunzione di stabilire se un dato paese possa esser considerato sicuro ed in tal caso rimpatriare il richiedente. Tutte le norme emanate poi dagli anni '90 in poi, a livello europeo, sono norme procedurali. Si limitano ad indicare standard minimi al di sotto dei quali gli Stati non possono andare.

3.3.2 Politiche statali.


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L'autonomia d'azione dell'autorit statale ancora predominante.

International Organization for Migration The International Metropolis Project 51 Organization for Security and Cooperation in Europe 52 Society for International Development 53 http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do? reference=IP/07/872&format=HTML&aged=0&language=IT&guiLanguage=en

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Esistono due principali modelli integrativi europei : assimilazionista repubblicano di cui la Francia l'espressione pi alta e i modello pluralista inglese. Il primo pone l'accento sull'uguaglianza davanti la legge; non permessa l'introduzione di simboli differenziali nel luogo pubblico da cui la nascita di problemi inerenti lo scontro tra civilt (vedi l'affaire du foulard); nel secondo modello la sfera pubblica considerato luogo di differenze che devono per essere identificabili, caratterizzarsi in maniera identitaria. E questo il modello che genera quel pluralismo di monoculture precedentemente trattato. Uno sguardo pi attento nei confronti dell'Italia. L'art.10 della Costituzione per il diritto d'asilo presenta una delle formulazioni pi avanzate della storia del diritto. Cos recita: Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libert democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge 54. Questa norma costituzionale per inattuata, nel senso che non trova alcuna traduzione legislativa. Il 2 luglio 2009 diviene legge il ddl di sicurezza pubblica inglobante il reato di immigrazione clandestina (Legge 15.07.2009, n.94) e l'ulteriore limitazione della possibilit per i migranti di accedere a servizi fondamentali. La reazione si vestita dei colori delle manifestazioni in strada e ha parlato per mezzo di voci illustri, da Dario Fo a Stefano Rodot. A essere in pericolo lo stesso sistema democratico nato dalla resistenza55. Si parla inoltre di sanzioni nei confronti di chiunque dia alloggio o ceda in locazione un immobile a uno straniero senza permesso di soggiorno (Art 1 comma 14). l'Italia si trova ora sotto osservazione : considerata dagli osservatori europei a rischio di violazione dei principi fondamentali. L'integrazione nella societ italiana difficile a causa di leggi incomprensibili. [] Questo ci fa sentire inesistenti, invisibili56..

3.3.3 Politiche regionali e locali, il Modello Riace.

Continuando il percorso su livelli,

riconosciamo che anche le Regioni presentano dei margini di autonomia. Basti pensare alle differenze tra Lnder tedeschi del Sud, conservatori e sostenitori di politiche indirizzate all'esclusione e i Lnder del Nord, progressisti e inclini a creare una situazione di stabilit; o ancora nel Belgio la differenza tra la regione vallone che si rif al modello assimilazionista francese e la regione fiamminga che adotta invece politiche volte al multiculturalismo sul modello olandese. Andando ancora oltre, per, scopriamo che sono provincie, aree metropolitane, comuni etc a divenire gli attori direttamente coinvolti nella regolazione dei flussi migratori. T. Caponio, in Citt italiane e immigrazione, conduce un 'analisi empirica sulle policy
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http://www.governo.it/Governo/Costituzione/CostituzioneRepubblicaItaliana.pdf Da Camilleri a Fo l'appello antirazzista, l'Unit, 12 Ottobre 2009 Helene Paraskeva, Tatiana, la voce delle immigrate moldave,in Internazionale, n.825, Anno 17

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dell'immigrazione a Napoli, Bologna e Milano proprio per fornire un correlativo concreto all'idea che la citt rivesta un ruolo fondamentale. In questa sede caso di studio sar Riace. La situazione qui creatasi atipica; quindi impossibile immolarla ad emblema del contesto attuale. Sar comunque interessante notare come non solo la citt intesa da un punto di vista istituzionale agisca nei confronti dell'integrazione, ma i suoi stessi cittadini, il volto umano della collettivit. L'esempio si colloca allora a met strada tra il livello della citt e quello della societ civile. A Riace, sulla cosa jonica calabrese, in provincia di Reggio Calabria, si sta tentando nientemeno di naturalizzare il globale57. Qui il locale a riconoscere il globale come sua parte integrante e ad avanzare di conseguenza il diritto alla naturalizzazione. Riace un piccolo paesino di circa 1.800 abitanti che condivide il destino comune a molti del progressivo spopolamento. I flussi migratori, in uscita e in entrata, sono testimonianza tangibile della dinamicit che interessa tanto il locale quanto il globale. Attraverso semplici scelte gli abitanti hanno affrontando il problema dello spopolamento attraverso l'integrazione delle genti venute dal mare. Il centro storico stato recuperato, le case sono state assegnate ai migranti e grazie a sussidi governativi ed europei si dato avvio ad un processo di scambio : garantito un'iniziale supporto economico, nonch l'istruzione dei minori, i migranti hanno appreso i mestieri artigianali che rischiavano di scomparire a causa delle emigrazioni dei residenti. A questo tentativo di ripopolazione interculturale, la Regione Calabria risponde con la legge soprannominata Modello Riace. In essa, il migrante non viene considerato come forza-lavoro, anzi il lavoro visto come strumento per l'integrazione (Art. 1.2/ 1.3). Senza addentrarci nei particolari della suddetta legge, rileviamo la volont di far procedere l'attuazione di quanto in essa previsto in modo parallelo all'evoluzione del percorso di integrazione (Art. 2.1). Il non sapere a priori integra la fattispecie. Infine da sottolineare la volont di sensibilizzazione dell'opinione pubblica a una cultura dell'accoglienza (Art. 4.2). Questa integrazione dolce, come ha voluto felicemente soprannominarla il sindaco Domenico Lucano, diventata l'espediente per l'attuazione di una riuscita prassi democratica. Abbiamo gi detto che la situazione di Riace non ha valore emblematico. Le grandi citt presentano, infatti, caratteristiche molto diverse, basti pensare alla sensazione di collasso urbano che, indipendentemente dal fatto che vi sia o meno un riscontro reale, produce atteggiamenti di chiusura ed esclusione. Tutto questo non toglie che Riace possa esser considerata un esempio, quanto meno uno spazio di respiro all'interno del clima soffocante del nostro paese (sarebbe sufficiente, a tal proposito, guardare agli eventi speculari di Rosarno). Concludiamo con un monito di M. Ricca. Egli parla di intelligrazione pi che integrazione, ossia una coordinazione sociale tra soggetti di culture differenti. necessario infatti che i migranti non si trovino a dover
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Mario Ricca, Riace, il futuro presente,ed. Dedalo, Bari, 2010, p. 5

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essere inseriti nella dimensione d'arrivo a costo della rinuncia della dimensione d'origine. Serve una traduzione interculturale per la costruzione di un terzo luogo, un nuovo contesto spaziotemporale e un nuovo universo semantico. Intelligrarsi impossibile senza [] la volont di immigrarsi, cio di far accedere l'alterit dentro di s, farla propria, riconoscendo che essa parte di s per il solo fatto di essere osservata e colta nella sua diversit58.

3.4.1 La societ civile.


L'ultimo livello di questa trattazione la societ civile. Un concetto carico di storia che oggi, nel nuovo contesto globale, ridiviene protagonista sulla scena fornendo le basi per nuove riflessioni. I mutamenti sociali in corso rivelano la carenza di risorse organizzative e istituzionali in grado di affrontarli. All'esigenza di regolazione si risponde tramite la sovrapproduzione di norme e la conseguente giuridificazione della vita sociale. Il risultato non pu che essere l'allontanamento del cittadino dalle istituzioni. D'altronde sarebbe assurdo pensare che mercato e Stati nazionali possano da soli fronteggiare il reale e dar vita ad un nuovo ordine. Qualsiasi istituzione necessita di una base di legittimit ricavabile dalla ampia rete di rapporti sociali. Ed per questo che la societ civile diviene un elemento fondante. Porre la sovranit su pi livelli deve necessariamente essere accompagnato, mediante un grande sforzo collettivo, dal coinvolgimento dei soggetti sociali. Sulla scia di Magatti cerchiamo di fornire delle definizioni di questo termine le quali per non potranno darsi come assolute dato l'ampio campo semantico di riferimento. Una prima accezione di societ civile pu essere ricollegata alla tradizione statalista, i cui presupposti teorici sono forniti dal filosofo Hobbes. Qui la societ civile viene posta in stretta correlazione con lo Stato. Solo l'apparato politico-amministrativo fondato su un diritto razionale in grado di permettere il passaggio da una societas naturalis a una societas civilis. Se viene meno la capacit di governo, la vita collettiva ritorna all'originaria condizione di guerra di tutti contro tutti. La conseguenza pi oscura di un tal ragionamento la negazione e l'eliminazione della diversit. Alternativa all'impostazione hobbesiana la tradizione individualista che fa capo a Locke. Qui la societ esiste prima dello Stato; prima di appartenere a qualsivoglia organizzazione politica, si parte di una comunit originaria fondata sui diritti inalienabili. Il protagonista il singolo individuo e la collettivit altro non che la somma delle opzioni individuali. lo stesso Magatti per, prendendo spunto da Godbout, ad avvertire circa la considerazione che le istituzioni, sulla spinta individualista, possano divenire superflue. L'idea di una democrazia diretta applicata a grandi numeri spesso all'origine dei regimi totalitari. Irriducibile ai singoli individui invece l'idea proposta dalla tradizione associativa.
58

Ivi, cit. p. 48

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L'associazionismo qui visto come una diretta conseguenza dell'essere razionale dell'uomo. Questa tradizione si rif allo strumento anglosassone della Common Law la quale non assolutizza il diritto astratto ma crea dei procedimenti di regolazione intrecciati alle dinamiche sociali. Infine la tradizione comunicativa risalente alla lettura del pensiero di Marx proposta da Gramsci. Al di l della struttura economica, la societ civile si presenta come luogo di ideologie, interessi e valori tutti concorrenti alla creazione del consenso. Anche Habermas seguir questo scuola di pensiero evidenziando come caratteristiche prime l'elaborazione e la discussione pubblica59. La differenza tra le diverse posizione sembra non condurre ad un punto d'arrivo. Ma la teoria deve fungere, in fondo, da linee guida per la pratica; allora le pi versioni vanno considerate in qualit di strumenti di cui usufruire per l'approccio al reale. Possiamo di certo affermare che la societ civile costituisca una dimensione altra rispetto tanto alle istituzioni quanto alla vita sociale tout court. Parliamo infatti di forme qualificate di vita sociale o, ancora oltre, di un processo di mediazione, un punto di incontro tra particolare e universale. Castoriadis parla di sociale istituente per indicare la capacit dell'auto-organizzazione di operare oltre i contesti istituzionali contribuendo all'evoluzione degli stessi60. La societ civile intesa nella sua accezione contemporanea nasce in relazione al processo di differenziazione che amplia l'articolazione della vita sociale provocando al contempo un restringimento dei campi d'azione delle entit istituzionali. Essa acquista allora una natura istituente. In fondo, la stessa teoria della governance ad assumere che i soggetti sociali siano in grado di agire per guidare o quanto meno tenere sotto controllo i processi sociali nel loro svolgimento. certo che la societ civile non possa essere considerata coincidente con la totalit della sfera intersoggettiva ma solo con quelle componenti in grado di assorbire le istanze universalistiche tipiche delle sfere istituzionali, mantenendo la propria natura relazionale. Aristotele la definirebbe come luogo della politica intesa come cura del bene comune. Essendo da considerare come membrana tra l'individuo e le istituzione appare arduo il tentativo di delinearne confini netti. Magatti riprende la proposta avanzata da Caill circa gli strati che costituiscono la societ civile e cerca di elaborarla ulteriormente. Riprendiamo qui brevemente il discorso. Caill individua tre distinti livelli analitici : socialit primaria privata, coincidente con la famiglia e le relazioni amicali; socialit primaria pubblica che si situa ancora a livello interpersonale ma comunque legate alla dimensione pubblica; socialit secondaria in cui l'accento posto sull'efficacia funzionale garantita da un apparato regolatore impersonale; a queste, in un secondo momento, l'autore francese aggiunge le associazioni secondarie e associazioni ibride : gruppi formatisi in rapporto
59 60

Mauro Magatti, Il potere istituente della societ civile, Ed. Laterza, bari, 2005, pp. 31-69 Ivi, p. 86

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ad obbiettivi specifici, del tutto volontari e con natura transitoria. Se le associazioni ibride si collocano, sotto consiglio di Magatti, nelle posizioni intermedie dei tre livelli inizialmente citati, l'associazionismo secondario e il no-profit (che lo stesso Magatti introduce) si pongono tra la socialit secondaria e le sfere istituzionali. Il risultato di tale resoconto serve a dare un'idea approssimativa dei limiti d'azione e di esistenza della societ civile : essa affonda le sue radici nella socialit primaria privata e giunge fino a toccare le sfere istituzionali61. Il restringimento del ruolo dello stato vede l'affermarsi di disequilibri nonch l'apparizione sulla scena di nuove forme di esercizio del potere ancora pi difficili da controllare come multinazionali, gruppi mediatici etc. Magatti allora sostiene che l'unico antidoto di cui disponiamo nei confronti di questi disequilibri consiste nel sostenere il pluralismo sociale e nel disperdere il potere e la sua concentrazione62. Tra le varie questioni che la societ civile si trova oggi a dover affrontare, proprio per ovviare alle carenze delle azioni dall'alto, quella della diversit culturale sicuramente centrale. In questo contesto, i gruppi organizzati possono fungere da ponti : essi agiscono infatti su scala pi ridotta mantenendo costante la prospettiva relazionale. Rifiutando quindi delle rigide oggettivizzazioni, la societ civile diviene la principale promotrice della ricerca di ci che comune, con la conseguente creazione di apparati istituzionali. Conseguenza, questa, che a mio parere dovrebbe esser di gran lunga rafforzata. E non parlo qui di una societ civile globale, la quale pu facilmente degenerare nella creazione di centri di potere occulti, ma delle singole esperienze. La societ civile un universo estremamente differenziato per cui impossibile ricavarne una visione unitaria. Ma proprio questo il suo punto di forza. E questa mia posizione diviene chiara attraverso la scelta di portare come esempio non grandi organizzazioni trasnazionali, quale pu essere Amnesty International (pur senza voler con ci negarne il valore), ma un'esperienza legata al territorio e di dimensioni nettamente pi ridotte di cui ci occuperemo nel paragrafo che segue.

3.4.2 Laboratorio53
Libert partecipazione [G. Gaber, Libert] Associazione onlus che opera sul territorio romano per l'accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati ; ha le sue radici nell'associazione Medici contro la tortura, poi distaccatasi per ricoprire diversi ambiti da quello prettamente medico. Le figure professionali inserite vanno dai filosofi, antropologi, psicologi, mediatori culturali, avvocati etc. La prospettiva adottata quindi
61 62

Ivi, pp. 123-129 Ivi, pp. 204

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multidisciplinare. I rifugiati e i richiedenti asilo vengono aiutati ad avviare iter burocratici tramite assistenza socio-legale ed inoltre una vita dignitosa, tramite l'orientamento alla formazione e al lavoro e la conseguente possibilit di sottrarsi al mercato illegale di cui la maggior parte dei migranti diviene facilmente vittima. A tutto questo va poi aggiunta la creazione di una dimensione pi intima e partecipativa tramite attivit teatrali, musicali etc. Laboratorio53 rappresenta inoltre un momento di confronto tra le due realt, paese ospitante e paese d'origine, tramite lo scambio di narrative. I ragazzi che portano avanti il progetto sono infatti costantemente inclini all'ascolto e all'apprendimento. Ogni storia assume valore nella sua singolarit ed i migranti divengono poi partecipi del progetto vestendo un ruolo attivo, come a dire arrivano per ricevere e finiscono col dare! Laboratorio53 qui chiamato in causa in nome di tutte le associazioni che operano senza fini di lucro, per semplice senso di responsabilit e umanit. Il percorso di sensibilizzazione portato avanti anche mediante le testimonianze dirette dei protagonisti un'attivit di semina. I frutti nascenti sono svariati, alle volte quasi invisibili, come nascosti tra le pagine di uno scritto.

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Conclusioni

Non si tratta qui di delineare dei punti d'arrivo che possano dirsi definitivi. Le conclusioni a cui le varie tematiche mi hanno portata devono esser considerate come parti integranti di discorsi pi ampi che invece di potersi dire risolti, sono soggetti a continue rielaborazioni. Lo abbiamo gi detto, il campo di trattazione vario e di conseguenza vari i temi da includere in questa mia ultima parte. Possiamo assumere come dato certo che lo Stato-Nazione non sia in grado di rispondere alle problematiche legate alla nuova era globale. L'esigenza quindi di rivolgere lo sguardo verso un superamento del potere centrale mi ha portato ad analizzare l'esperienza della multilevel governance europea, della quale, invece, parlare di dato certo non risulta facile. Giacomo Marramao saluta la fase presente come il passaggio da un'integrazione necessitata, di carattere economico-monetaria, ad un'integrazione normativa di stampo costituzionale. Tanto sul piano verticale quanto su quello orizzontale non mancano divergenze d'opinioni. Basti pensare al contrasto fra gli argomenti di Grimm e quelli di Habermas, dove il primo si dichiara contrario al processo di costituzionalizzazione a causa dell'inesistenza di un popolo europeo mentre il secondo vuole intendere la costituzione europea come condizione necessaria per la formazione di una identit collettiva63. L'Europa possiede la propria identit solamente come una cornice vuota che avr il compito di riempire64. Per quanto concerne l'ultima parte del seguente lavoro riferita al fenomeno migratorio Mario Ricca a fornire delle prospettive di soluzione inerenti la creazione di un lessico interculturale della soggettivit come presupposto per un diritto interculturale. Questo dovr presentarsi come un'arena comune sulla cui base di uguaglianza si possa costruire la valorizzazione delle differenze. Diviene allora necessaria la partecipazione collettiva per la costruzione di quei ponti necessari al contatto tra culture. Partecipazione che implica il riconoscimento dei migranti come soggetti di diritto. Il nodo sciolto dalla Benhabib la quale introduce l'idea di una cittadinanza
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Giacomo Marramao, Passaggio a Occidente, Boringhieri Ed., Torino, 2009, pp. 227-232 Remi Brague, Il futuro dell'Occidente, cit., p. 151

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frammentata affiancata dall'esigenza di confini porosi contro i confini protettivi di Rawls. Passando poi in rassegna le diverse politiche atte ad affrontare la questione dell'integrazione, sono i fatti stessi, da Riace a Laboratorio53, a condurmi per mano verso la conclusione cui il progetto di studio mirava sin dall'inizio : la valorizzazione della partecipazione dell'individuo e dello spazio locale come reale luogo d'incontro. La verit della soggettivit il suo essere relata, aperta, permeabile, esposta, messa fuori posto per trovare posto al mondo. Innamorata. E da innamorata non basta a se stessa []. La libert individuale vive all'ombra del desiderio per Altri65.

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Monica Serrano, Stranieri.53 minuti di filosofia, Homolegens, Roma, 2009, p. 8

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Bibliografia :
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