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Diritto al pagamento delle provvigioni: contenuto dell'onere probatorio dell'agente

( Cassazione , sez. lavoro, sentenza 22.11.2003 n° 17762 )

Nel giudizio promosso dall’agente contro la ditta preponente per l’accertamento del suo diritto al pagamento delle
provvigioni, l’agente stesso ha l’onere di provare i fatti costitutivi della pretesa, ovvero gli affari da lui promossi e la
loro esecuzione.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 17762 del 22 novembre 2003, precisando che spetta al potere
discrezionale del giudice del merito l’ammissione di consulenza tecnica, quando la risoluzione della controversia
dipenda unicamente dalla risoluzione di una questione tecnica, quando i fatti da porre a base del giudizio non possono
altrimenti essere provati e accertati.

(Altalex, 23 gennaio 2004. Cfr. Cass., 7 giugno 2002, n. 8310; Cass., 26 gennaio 1977, m. 392)

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Sul ricorso proposto

da

S.a.s. ***** di ***** nonché ***** E *****, elett. dom.ti in Roma, via Cola di Rienzo n. 212
presso l’avv. Salvatore de Francesco, rappresentati e difesi dall’avv. Andrea Radice, per procura
speciale a margine del ricorso;

RICORRENTI

CONTRO

*****, elett. dom. in Roma, via Parioli n. 124, presso lo studio dell’avv. Luigi Ferrari che lo
rappresenta e difende, per procura speciale a margine del controricorso;

CONTRORICORRENTE

per l’annullamento della sentenza della Corte di Appello di Trento in data 21 marzo 2001, n. 108
(R.G.N. 63/2000);

udita, nella pubblica udienza tenutasi il giorno 3/7/2003, la relazione della causa svolta dal Cons.
Dr. Mario Putaturo Donati Viscido;

udito l’avv. Luigi Ferrari;

udito il Pubblico Ministero, nella persona del Sost. Proc. Gen. Dr. Ennio Attilio Sepe che ha
concluso per il rigetto del ricorso, in subordine, per l’accoglimento soltanto dell’ultimo motivo.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso depositato il 16 settembre 1997 ***** conveniva davanti al Pretore del lavoro di
Trento la s.a.s. ***** e, deducendo che la stessa aveva illegittimamente risolto il contratto di
subagenzia a tempo indeterminato ed era debitore nei suoi confronti di lire 78.806.586, di cui lire
59.386.662 per differenza provvigioni non corrisposte e lire 19.419.924 a titolo di indennità di
mancato preavviso di recesso, ne chiedeva la condanna alla corresponsione della predetta somma,
oltre accessori.

La convenuta, nel costituirsi in giudizio, deduceva l’infondatezza della pretesa proponendo


eccezione riconvenzionale volta alla compensazione della somma di lire 7.904.691, versata alla
fine del 1996 al ricorrente per IVA non dovuta.

***** avanzava, in corso di causa, istanza di sequestro conservativo dei beni della società e dei
soci illimitatamente responsabili ***** e *****, deducendo che la ***** aveva alienato l’unico
bene immobile di cui era proprietaria. Il Pretore, nella resistenza degli intimati, con ordinanza del
10 marzo 1999 autorizzava il sequestro conservativo sui beni e sui crediti della società e dei
suoi soci fino alla concorrenza di 30.000.000. Il provvedimento veniva confermato in sede di
reclamo.

Con ricorso depositato il 2 aprile 1999 ***** conveniva successivamente in giudizio davanti al
Pretore del lavoro di Trento ***** e *****, quali soci illimitatamente responsabili dell’*****,
chiedendone la condanna in solido con la predetta società al pagamento delle somme dovutegli in
relazione al pregresso rapporto, con la convalida, se del caso, del sequestro autorizzato.

I convenuti, nel costituirsi in giudizio, chiedevano il rigetto della domanda.

Il Tribunale del lavoro di Trento - a seguito della entrata in vigore della riforma processuale -
riunite le cause e all’esito della prova per testi e di consulenza tecnica d’ufficio, con sentenza del 3
ottobre 2000, in parziale accoglimento della domanda, condannava la società ed i soci al
pagamento in favore di ***** della somma di lire 48.564.040, di cui lire 10.914.139 a titolo di
indennità di mancato preavviso e lire 37.649.901 per le provvigioni maturate, oltre rivalutazione
monetaria e interessi.

La decisione veniva confermata con sentenza del 21 marzo 2001 dalla Corte di Appello che
rigettava il gravame della società e dei soci.

La s.a.s. ***** di ***** - già s.n.c. ***** - ed i soci ***** e ***** hanno proposto ricorso per
cassazione con tredici motivi, illustrati da memoria, cui ha resistito con controricorso *****.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con i primi due motivi, da esaminarsi congiuntamente, denunciandosi violazione degli artt. 1321,
1352 e 1759 c.c. nonché vizio di contraddittoria e/o omessa motivazione, ai sensi dell’art. 360 nn.
3 e 5 c.p.c., si censura l’impugnata sentenza per avere confermato la statuizione di condanna della
società e dei soci al pagamento dell’indennità di mancato preavviso, senza rilevare che le parti
avevano rinunziato al patto prevedente l’adozione della forma scritta per l’eventuale disdetta con
comportamenti concludenti, anche taciti.

Ed invero, i testi ***** e ***** avevano confermato l’interruzione dei rapporti ***** - ***** e la
conoscenza, nel mese di luglio o di agosto del 1995, da parte dei sub agenti, tra cui il resistente,
della estinzione del loro rapporto alla fine di quell’anno sicché il termine assegnato fu maggiore di
quello dovuto di preavviso pari a quattro mesi.

Tanto più che la lettera del dicembre 1995, in cui venne messo in risalto nel primo capoverso tale
circostanza, fu sottoscritta per accettazione da *****.

In ogni caso l’agente era a conoscenza sin dall’agosto del 1995 della chiusura prossima del
rapporto per cui, anche a volere ritenere non sussistente una modifica contrattuale o una rinunzia
alla forma scritta del preavviso, non gli poteva essere riconosciuta l’indennità di cui all’art. 1750
c.c.

I due motivi vanno rigettati perché infondati.

Va premesso che, nella specie, è incontestato che *****, il quale aveva diritto per contratto ad un
periodo di preavviso di quattro mesi, fosse venuto a conoscenza della volontà di recesso soltanto
con la raccomandata a mano del 4 dicembre 1995, speditagli dalla preponente in adempimento del
patto di cui alla clausola n. 9, comma secondo.

Ora il giudice di appello ha escluso che la società avesse fornito la prova di un accordo
modificativo di tale clausola o di una rinunzia dell’interessato al diritto, convenzionalmente
pattuito, di ricevere per iscritto la comunicazione di recesso nei tempi previsti sulla base delle
medesime risultanze acquisite dal Tribunale che aveva valutato sul punto le dichiarazioni dei
testimoni escussi.

Sennonché i ricorrenti, invece di rilevare eventuali vizi del convincimento espresso, hanno
proposto censure già formulate in appello trascrivendo acriticamente, a sostegno della tesi
sostenuta, soltanto le deposizioni di due testi, senza considerare che il giudice di merito è libero di
attingere il proprio convincimento da quelle prove o risultanze di prove ritenute più attendibili ed
idonee alla formazione dello stesso (cfr., Cass., 7 novembre 2000, n. 14472; 10 maggio 2000, n.
6023).

Il giudizio espresso, congruamente motivato ed esente da errori nel profilo logico - giuridico, è
come tale incensurabile in questa sede e, d’altro canto, le doglianze proposte finiscono col
sollecitare un riesame inammissibile delle risultanze acquisite.

Con i motivi terzo e quarto, denunciandosi violazione degli artt. 116 (c.p.c.), 2697, 2730, 2733,
2735 e 1195 c.c., ai sensi dell’art. 360 n. 3 c.p.c., si censura l’impugnata sentenza per non avere
rilevato che il sub agente, secondo le conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, aveva ricevuto,
in soddisfacimento del credito per provvigioni maturate nel 1995, non solo l’importo indicato
nell’atto introduttivo del giudizio, bensì anche la somma di lire 37.114.753, relativa al I e II
trimestre, per la quale era stata emessa la fattura 1/1996 del 28 febbraio.
In ogni caso l’impugnata sentenza, nell’affermare che la somma di lire 37.114.753 era stata
eccepita in compensazione senza il sostegno di prove, non aveva considerato che il sub agente
aveva imputato tale importo ad ordini del 1995.

Dall’altro la fattura n. 1 del 1996, quietanzata ed indirizzata all’*****, nella quale ***** aveva
esplicitato che le somme ricevute erano imputate a provvigioni del 3° e del 4° trimestre del 1995,
costituiva documento di natura confessoria sicché il giudice d’appello avrebbe dovuto accogliere
l’anzidetta eccezione, in applicazione del principio di cui agli artt. 2735, 2733 e 2730 c.c. e per la
natura di prova legale anche della confessione stragiudiziale resa dalla parte.

Allo stesso risultato l’impugnata sentenza avrebbe dovuto pervenire qualora avesse correttamente
applicato la norma dell’art. 1195 c.c. secondo cui non può pretendere una diversa imputazione chi,
avendo più debiti, accetta una quietanza nella quale il creditore abbia dichiarato di imputare il
pagamento ad uno di essi.

I due motivi vanno rigettati perché infondati.

È appena il caso di ricordare che, secondo costante orientamento di questa Corte Suprema, se nel
giudizio promosso dall’agente contro la ditta preponente per l’accertamento del suo diritto al
pagamento delle provvigioni, l’agente stesso ha l’onere di provare i fatti costitutivi della pretesa,
ovvero gli affari da lui promossi e la loro esecuzione (vedi Cass., 7 giugno 2002, n. 8310), spetta
al potere discrezionale del giudice del merito l’ammissione di consulenza tecnica quando la
risoluzione della controversia dipenda unicamente dalla risoluzione di una questione tecnica,
quando i fatti da porre a base del giudizio non possono altrimenti essere provati e accertati
(vedi, tra le tante, Cass., 26 gennaio 1977, m. 392).

Siffatti principi sono stati applicati dal giudice d’appello che ha innanzitutto ritenuto corretto, nel
profilo metodologico, l’operato del Tribunale che, in considerazione delle risultanze tutte
acquisite, del disaccordo delle parti sul periodo di tempo cui riferire la somma di lire 37.114.753 -
eccepita in compensazione dalla società ***** senza il sostegno di prove - della contestazione da
parte della preponente dei crediti residui del sub agente per gli anni precedenti al 1995 e delle
difficoltà di imputazione della predetta somma, secondo quanto indicato dal consulente tecnico
d’ufficio nella sua prima relazione, aveva disposto, sempre ai fini della verifica della reale entità
del credito vantato da *****, la ricostruzione della contabilità afferente l’intero svolgimento del
rapporto.

Quindi il giudice d’appello ha condiviso il convincimento del giudice di primo grado che, in
adesione alle conclusioni rassegnate dal consulente tecnico d’ufficio in una materia così
complessa, che aveva comportato l’estensione della verifica a periodi lunghi per l’intervallo medio
di circa un anno tra la data di assunzione dell’ordine ed il pagamento della provvigione (vedi sul
punto, pag. 9 - 10 del controricorso), aveva disatteso le censure della preponente relative alla
imputazione della fattura n. 1 del 1996 data l’accertata riferibilità della somma in questione a
provvigioni maturate dall’agente per ordinativi in precedenza assunti.

Trattasi di giudizio, congruamente motivato ed esente da errori nel profilo logico - giuridico, come
tale incensurabile in sede di legittimità.

D’altro canto, sono inconferenti e, comunque, prive di decisività, alla stregua del convincimento
espresso fondato sulla verifica della intera contabilità, le censure di violazione dei principi in tema
di onere della prova e quelle sul tenore confessorio della fattura n. 1 del 1996.

A ben vedere la denunciata violazione di norme di diritto sottende in realtà - così come evidenziato
dalla difesa del controricorrente (pag. 11 del controricorso) - censure di merito che non sono
consentite in questa sede in quanto dirette ad una diversa valutazione delle risultanze probatorie
acquisite.

Con il quinto motivo, denunciandosi violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. nonché
omessa o insufficiente motivazione, ai sensi dell’art. 360 nn. 3 e 5 (c.p.c.), si censura l’impugnata
sentenza perché, nel condividere la decisione di primo grado, è incorsa nel vizio di ultra petizione
non considerando che l’agente aveva limitato la domanda al pagamento delle provvigioni maturate
per gli affari promossi nel 1995 mentre il Tribunale aveva assegnato al consulente tecnico d’ufficio
un nuovo quesito implicante una visitazione dell’intero corso del rapporto.

Il motivo va rigettato perché infondato.

Diversamente da quanto denunciato, il giudice d’appello non ha affatto violato la regola della
corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato andando oltre i limiti della domanda. Al contrario,
egli ha confermato la statuizione di primo grado sul punto riguardante la condanna della
preponente alla corresponsione delle provvigioni maturate per gli affari promossi dal sub agente
nel 1995, condividendo - come si è visto - sul piano metodologico l’operato del Tribunale. Il
giudice di primo grado, infatti, proprio al fine di identificare l’importo di siffatto credito, aveva
assegnato al consulente tecnico d’ufficio, nell’ambito dei poteri discrezionali di cui era investito,
un mandato comportante la verifica della contabilità dell’intero periodo temporale in cui si era
svolto il rapporto tra la società e il sub agente, a causa della complessità dei dati acquisiti in
rapporto alle opposte pretese ed alle asserite imputazioni di pagamenti.

Con il sesto motivo, denunciandosi il vizio di omessa e insufficiente motivazione circa un punto
decisivo della controversia in ordine alla determinazione delle percentuali provvigionali e
all’eccezione di indebito arricchimento, si censura l’impugnata sentenza per avere superato le
circostanziate critiche degli appellanti, sul rilievo della esaustività delle risultanze probatorie
esaminate dal giudice di primo grado.

Il motivo va rigettato perché infondato.

Il giudice di appello ha fondato la decisione sull’entità delle provvigioni e sulla considerazione da


parte del Tribunale di somme trattenute indebitamente, richiamando “per relationem” gli elementi
essenziali della motivazione della sentenza di primo grado (vedi, tra le tante, Cass., 10 aprile 2000,
n. 4485; 22 maggio 1996, n. 4725), di cui ha condiviso il giudizio sul punto espresso perché
confermato da un approfondito esame delle risultanze documentali acquisite, dalle prove
testimoniali e dalle conclusioni cui era pervenuto il consulente tecnico d’ufficio, ritenute a loro
volta esaustive e supportate da motivazioni logiche.

Con il settimo motivo, denunciandosi violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., ai sensi
dell’art. 360 n. 5 c.p.c., si deduce che le provvigioni spettanti al sub agente dovevano calcolarsi
sull’ammontare netto della fattura, cioè sul prezzo di vendita netto effettivo, e le aliquote
provvigionali contrattualmente convenute erano da calcolarsi al 3% sulle calzature, al 5% sul
tessile, all’1% sul cliente *****, acquisito a far data dal 28 marzo 1994.

Sennonché dal 1995 la ***** aveva ridotto unilateralmente le provvigioni relative al cliente
*****, limitatamente al prodotto calzature, ma era stata mantenuta ferma l’aliquota dell’1% a
favore del sub agente per il tessile con la sola riduzione di quella riguardante le calzature la quale
era stata portata allo 0,5%.

L’asserito aumento delle provvigioni dal 3 al 3,5% per le calzature era stato poi concesso solo per i
primi due trimestri del 1995 a fronte di una richiesta del sub agente motivata da gravi problemi
familiari.

Al contrario, il Tribunale, invertendo l’onere della prova, aveva ritenuto sul punto attendibile la
tesi del ricorrente fondata su un conteggio elaborato dall’impiegata, senza porsi il problema della
necessità della forma scritta.

Il motivo va rigettato.

Il controllo di legittimità, da parte della Corte di Cassazione, ha per oggetto la sola decisione di
appello e non anche la decisione di primo grado e le considerazioni che la sorreggono (cfr., tra le
tante, Cass., 18 luglio 1989, n. 3367).

Le censure proposte hanno, invece, riguardato la decisione di primo grado, e non quella del giudice
d’appello.

Con l’ottavo motivo, denunciandosi violazione e falsa applicazione degli artt. 2033 c.c. e 35
c.p.c., ai sensi dell’art. 360 n. 5 c.p.c., si censura l’impugnata sentenza per avere motivato “per
relationem” con riguardo alla decisione del Tribunale sulla proposta eccezione riconvenzionale o
di compensazione con cui era stato contestato al sub agente un indebito arricchimento di lire
7.904.691 a titolo di IVA non dovuta.

Il motivo va rigettato perché infondato.

Non resta che richiamare al riguardo gli argomenti già svolti sub motivo sesto in ordine agli
elementi essenziali della motivazione della sentenza di primo grado richiamati “per relationem”
con particolare riferimento all’ampia ed esaustiva valutazione delle risultanze probatorie acquisite
ed alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio.

Con il nono motivo, denunciandosi violazione e falsa applicazione degli artt. 1746 c.c. e 163
c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., si censura l’impugnata sentenza per avere accertato con
motivazione “per relationem” che l’importo dovuto a titolo di star del credere era pari a lire
1.351.979 (somma corrispondente al 9,2% di lire 14.895.420 costituente l’ammontare del debito
*****), senza considerare, in relazione agli effetti del mutamento della situazione sostanziale del
processo, che il mancato pagamento da parte dei clienti doveva essere accertato alla data della
proposizione della domanda da parte del ricorrente.

Il motivo va rigettato perché infondato.

Il giudice d’appello ha ritenuto del tutto condivisibile l’argomentazione del primo giudice secondo
cui, ai fini del calcolo dello star del credere (vedi Cass., 3 giugno 1999, n. 5441; 20 aprile 1999, n.
3902, sul carattere oggettivo della relativa obbligazione), doveva tenersi conto delle sofferenze
accertate contabilmente dal consulente tecnico d’ufficio all’atto della sua verifica, e non della
situazione cristallizzata al momento della proposizione della domanda.
Trattasi, anche in tale aspetto, di giudizio, congruamente motivato con riguardo a situazioni
dinamiche contabili ed esente da errori nel profilo logico - giuridico, come tale incensurabile in
questa sede, rispetto al quale le censure proposte finiscono per sollecitare un inammissibile
riesame delle risultanze probatorie.

Con il decimo motivo, denunciandosi violazione degli artt. 92 c.p.c. e 1749, ai sensi dell’art. 360
c.p.c., si censura l’impugnata sentenza per non avere ritenuto la sussistenza di giusti motivi per
compensare le spese di lite del giudizio di primo grado.

Eppure i tempi di tale giudizio erano stati allungati ed i costi lievitati poiché il giudice aveva
disposto supplementi peritali in mancanza di prove da parte dell’agente sulla maturazione delle
provvigioni per il periodo richiesto, cioè per l’anno 1995.

Inoltre in prime cure la società e i soci erano stati condannati alle spese di lite sul presupposto di
un asserito inadempimento rispetto agli obblighi di cui all’art. 1748 c.c., con particolare riguardo
all’invio di estratti conto con l’indicazione degli elementi essenziali posti a base del calcolo delle
provvigioni, quando, al contrario, erano stati rimessi al sub agente sia i prospetti *****, utilizzati
per calcolare le provvigioni nei confronti della ditta mandante, che le copie delle fatture
concernenti l’anno 1996, relative agli affari conclusi negli ultimi due trimestri del 1995.

Tanto più che la corrispondenza intercorsa tra i legali aveva confermato tale dato, del resto
nemmeno compiutamente smentito da controparte.

Il motivo va rigettato perché infondato.

La parte soccombente va identificata, alla stregua del principio di causalità sulla quale si fonda la
responsabilità del processo, in quella che, lasciando insoddisfatta una pretesa riconosciuta fondata,
abbia dato causa alla lite, ovvero con quella che abbia tenuto nel processo un comportamento
rilevatosi ingiustificato; tale accertamento, ai fini della condanna al pagamento delle spese
processuali, è rimesso al potere discrezionale del giudice del merito, e la conseguente pronuncia è
sindacabile in sede di legittimità nella sola ipotesi in cui dette spese siano state poste, anche
parzialmente, a carico della parte totalmente vittoriosa (cfr., tra le tante, Cass., 10 settembre 1986,
n. 5539).

Siffatti principi sono stati applicati dalla Corte di Appello che ha respinto l’appello della società e
dei soci in punto spese, avendo accertato l’inadempimento agli obblighi di cui all’art. 1749 c.c. e la
loro sostanziale soccombenza sulle questioni e sulle eccezioni prospettate in primo grado. Così
come la Corte ha osservato che nessun rilievo aveva avuto, ai fini in esame, la minore
quantificazione giudiziale delle spettanze pretese dal sub agente, circostanza del resto imputabile -
secondo il controricorrente (controricorso, pag. 20 - 21) - alla fornitura iniziale di vecchi tabulati
relativi a provvigioni già liquidate e alla mancata messa a disposizione della documentazione
contabile richiesta, con conseguente necessità di ricorso a costose consulenze contabili. Del resto -
sempre secondo il controricorrente - vi era stata completa disponibilità ad un ricalcolo delle
provvigioni sulla base di documentazione fornita da *****, come confermato dalle dichiarazioni
rese all’udienza del 13 novembre 1997.

Trattasi quindi di giudizio, congruamente motivato ed esente da errori nel profilo logico -
giuridico, come tale incensurabile in questa sede.

Con il motivo undicesimo, denunciandosi violazione degli artt. 669 bis e 169 c.p.c. e nullità della
sentenza e del procedimento, ai sensi dell’art. 360 nn. 3 e 4 c.p.c., si censura l’impugnata sentenza
per avere affermato che la violazione da parte della controparte delle regole in materia di
proposizione dell’istanza cautelare avesse dato luogo a mera irregolarità procedimentale. Nella
specie, infatti, l’istanza di sequestro era stata inoltrata direttamente al giudice, e non proposta con
ricorso depositato nella cancelleria del giudice competente, e nemmeno vi era stata iscrizione negli
appositi registri di cancelleria con relativa rubricazione.

Con il motivo dodicesimo, denunciandosi violazione degli artt. 2304 c.c., 669 ter e quater e 9
c.p.c., ai sensi dell’art. 360 n. 3 c.p.c., si deduce che, con riferimento alla posizione dei soci *****
e *****, l’azione cautelare era stata radicata senza applicazione delle su indicate regole nonostante
la mancata pendenza di vertenza di merito. La pronuncia era in ogni caso erronea dovendosi
escludere la legittimità di un provvedimento di sequestro nei confronti dei soci illimitatamente
responsabili di una società, in base al semplice assunto della eventuale non capienza del
patrimonio sociale. Peraltro l’istanza di sequestro, richiesto fino alla concorrenza di cento milioni,
era stata presentata ad un giudice incompetente in quanto non rientrava nella competenza
funzionale del pretore del lavoro, bensì in quella per valore del Tribunale.

Con il tredicesimo motivo, denunciandosi violazione degli artt. 125, comma 1°, e 83 c.p.c., ai
sensi dell’art. 360 n. 3 c.p.c., si censura l’impugnata sentenza per avere ritenuto che la procura alle
liti rilasciata nel procedimento di merito avesse conferito lo ius postulandi anche in ordine ai
procedimenti cautelari. In ogni caso, la procura di cui all’atto introduttivo non aveva contemplato
tra i poteri delegati al difensore quello di proporre ricorsi per provvedimenti cautelari.

I tre motivi, da esaminarsi congiuntamente per connessione nel profilo logico e giuridico delle
censure esposte, vanno rigettati perché infondati.

Vengono in primo luogo in rilievo profili di inammissibilità delle censure le quali, più che
sollecitare il controllo di legittimità sulla decisione di appello, si appuntano immediatamente
contro l’ordinanza cautelare e, quindi, contro un provvedimento che, ai fini della impugnazione, è
privo del carattere di decisività (cfr., Cass., 2 febbraio 1998, n. 1028).

In ogni caso si osserva che, per quanto attiene alla doglianza della mancanza di una specifica
procura alle liti per l’instaurazione del procedimento cautelare di sequestro, con riflessi sulla
validità degli atti compiuti, la Corte di Appello ha ritenuto esattamente infondata la censura
richiamando l’orientamento costante in subiecta materia di questa Corte Suprema, secondo cui il
difensore munito di mandato ad litem senza limitazione alcuna ha, tra i suoi poteri, quello di
proporre l’istanza di sequestro conservativo per conto e nell’interesse della parte, in quanto l’art.
84 c.p.c. consente al difensore di compiere tutti gli atti del processo che non siano dalla legge
espressamente riservati alla parte, e tale riserva non esiste nella legge in ordine all’istanza di
sequestro (cfr., Cass., 25 gennaio 1978, n. 336, cit.; vedi anche Cass., 19 aprile 1983, n. 2672, sul
contenuto estensivo dell’autorizzazione del giudice delegato al curatore per la tutela in giudizio di
interessi soggettivi del fallimento).

In relazione all’altra doglianza formulata sul contenuto dei poteri delegati - a parte la violazione
del principio di autosufficienza del ricorso per la mancata trascrizione del contenuto del mandato -
se ne rileva la non decisività.

Gli stessi ricorrenti non hanno, invero, indicato atti vietati dalla procura, all’atto del suo rilascio,
sicché la natura meramente esemplificativa e descrittiva dell’elencazione si riflette sul
conferimento di una valida procura al difensore che ebbe all’epoca ad agire.
Per quanto riguarda la proposizione della domanda cautelare, introdotta con ricorso in udienza,
anziché in cancelleria, con conseguente violazione delle regole sulla iscrizione negli appositi
registri e sulla rubricazione, anche in questo aspetto la Corte di Appello ha esattamente rilevato
che trattavasi al più di mera irregolarità procedimentale, non inficiante di nullità il
procedimento derivatone.

Il giudizio è da condividersi anche perché, come emerge dall’esame della sentenza, la società ed i
soci ebbero a costituirsi svolgendo pienamente le difese anche in sede di reclamo.

Privi di decisività e comunque infondati devono, infine, ritenersi i profili di doglianza riguardanti il
sequestro conservativo autorizzato nei confronti dei soci, ossia di chi non era parte nel giudizio di
lavoro intentato nei confronti della società *****, e senza adeguate indagini sulla consistenza
patrimoniale del soggetto principale.

L’esame della sentenza impugnata ha evidenziato, invero, che il contratto di sub agenzia venne
stipulato con la società ***** quando la stessa era società in nome collettivo e non ancora si era
trasformata in società in accomandita semplice, onde la illimitata responsabilità dei soci, chiamati
a rispondere delle obbligazioni della società derivanti dal rapporto di sub agenzia, nell’ambito del
processo di competenza funzionale del giudice del lavoro.

Pertanto la Corte di Appello ha ritenuto che la richiesta di sequestro era stata correttamente
avanzata in corso di causa in quanto fondata sul titolo dell’obbligazione sociale per il quale
pendeva la relativa causa di merito, e non per una obbligazione assunta dai soci personalmente.
D’altro canto, i soci, oltre che illimitatamente responsabili, seppure con carattere di sussidiarietà
rispetto a quella della società (cass., 23 dicembre 1983, n. 7582), avevano in concreto partecipato e
svolto compiutamente le proprie difese sia nel procedimento cautelare che in sede di reclamo in
una situazione in cui era stata accertata l’alienazione dell’unico immobile di proprietà della
società.

Il ricorso deve perciò essere rigettato.

Le spese del presente giudizio seguono il criterio della soccombenza e vanno poste a carico dei
ricorrenti in solido.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso; condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese in EURO
30,00 oltre EURO tremila per onorari.

Roma, 3 luglio 2003

Depositata in cancelleria il 22 novembre 2003.