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IL “FATTO” DELLE STIMMATE DI SAN FRANCESCO.

RIFLESSIONI A MARGINE DEL LIBRO: “VITA DI UN UOMO: FRANCESCO D’ASSISI”, DI CHIARA FRUGONI
Autore: Giuseppe Piacentini
Parole chiave: stimmate, stigmate, Francesco, La Verna, Porziuncola.
Mail dell’autore: piacen.gp@gmail.com

RIASSUNTO

La medievalista Chiara Frugoni ha più volte esposto – in alcuni volumi editi negli ultimi 25 anni -
la teoria di una “invenzione” delle “sacre stimmate” di San Francesco a partire dal suo “sogno” e
dall’illuminazione interiore che ebbe a La Verna, con la volontà, di Elia dapprincipio, di
Buonaventura e della Chiesa “ufficiale” poi di normalizzare e di incanalare verso vette
irraggiungibili la sua santità, con l’intento di recuperare le tensioni che il suo insegnamento, specie
in merito alla povertà, potevano creare nell’ordine nascente e in tutta la chiesa.
Individua quindi, analizzando nello specifico le fonti letterarie e quelle iconografiche, una netta
separazione fra quelle precedenti, che non accennerebbero se non in modo metaforico alle piaghe e
alle malattie del corpo martoriato del santo e quindi anche al “Serafino” della Verna - da separare
dal crocefisso - con quelle più tardive che vedono una contestualità fra la visione e l’impressione
delle stimmate.
L’analisi di entrambe le fonti tuttavia non ammette questa separazione e una invenzione siffatta crea
molti più problemi di quelli che vorrebbe spiegare, al netto di alcune contraddizioni, senza
considerare che le testimonianze dirette sono molto autorevoli.
In breve ed a sostegno si riportano anche le considerazioni di alcuni studiosi raccolte dagli atti della
tavola rotonda: “il fatto delle stimmate” del 1996 alla Porziuncola di Assisi.
L’approfondimento della visione e del segno – per quanto arduo da credere – nel loro significato
teologico conferma la prospettiva di un fatto concreto, che creò come tale sconcerto anche ai
contemporanei.

The "fact" of the stigmata of St. Francis.


Reflections on the book: "Life of a man: Francesco d 'Assisi," by Chiara Frugoni

Summary

The mediaevalist Chiara Frugoni has repeatedly exposed in some volumes published in the last 25
years her theory of an "invention" of the "sacred stigmata" of St. Francis. She says that the "dream"
and the inner enlightenment he had in La Verna were distorted by the will of Elia, Buonaventura
and the "official" Church to normalize and channel his sanctity towards unreachable heights to
recover the tensions that his teaching, especially regarding poverty, could create in the nascent
order and in the whole church.
She then identifies, analyzing specifically the literary and iconographic sources, a clear separation
between the previous ones, which would only hint metaphorically about the wounds and diseases of
the saint's tortured body and therefore also about the "Serafino de La Verna” (to be separated from
the crucifix) with the later ones that see contextuality between the vision and the impression of the
stigmata.
However, the analysis of both sources does not allow for this separation and such an invention
creates many more problems than those that it would like to explain, net of some contradictions,
without considering that the direct testimonies are very authoritative.
In support of this, we also report the considerations of some experts gathered from the proceedings
of the symposium: "the fact of the stigmata" of 1996 held at the Porziuncola in Assisi.
The deepening of the vision and the signs - however hard to believe - in their theological meaning
confirms the prospect of a concrete fact, which created confusion and scandal even to
contemporaries.
PREMESSE

Chiara Frugoni scrisse diverso tempo fa un ampio volume illustrato dal titolo “Francesco e
l'invenzione delle stimmate. Una storia per parole e immagini fino a Bonaventura 1”, più
recentemente ripreso dal ben più agevole “Vita di un uomo: Francesco d’Assisi 2” del medesimo
editore, riesponendo la sua tesi della “invenzione” (non nel senso dei latini) delle “sacre stimmate”
di San Francesco. La studiosa medievalista ha recentemente pubblicato nel 2015 il volume più
iconografico “Quale Francesco? Il messaggio nascosto negli affreschi della Basilica superiore ad
Assisi” 3.
I francescani a loro volta risposero all’impegnativo e dotto volume – quello edito per primo - con la
tavola rotonda tenuta alla Porziuncola il 17 settembre 1996: “Il fatto delle Stimmate di San
Francesco”, i cui atti furono in seguito pubblicati, e di cui si dirà.
La tesi non suscita sorpresa, perché l’argomento risulta da sempre abbastanza controverso: non
dobbiamo dimenticare che già alla metà del secolo XIV i seguaci del santo di Assisi scrissero le
“considerazioni delle stimmate”, insieme ai “fioretti” e come loro seguito 4; il trattato aveva appunto
la finalità di consolidare, già allora se ne sentiva l’esigenza, questo aspetto della vita del santo di
Assisi.
La tesi della Frugoni può essere esposta in pochi punti: Elia raccontando la morte di Francesco
avrebbe interpretato appunto come “stimmate”, cioè piaghe simili a quelli del crocefisso, i segni sul
suo corpo, che erano solo una conseguenza delle penitenze e delle malattie del santo, e quindi segni
generici di sofferenza e privazioni, in analogia con quelle di cui parla San Paolo nella sua lettera ai
Galati: “io porto le stimmate di Gesù nel mio corpo”; anche se Paolo parlava forse più propriamente
delle cicatrici che le persecuzioni innumerevoli a motivo della predicazione di Cristo gli avevano
procurato.
Anche frate Leone a sua volta, secondo l’autrice, avrebbe scritto di questi segni a margine
dell’autografo a lui lasciato da Francesco solo in senso metaforico e spirituale.
Vi sarebbero quindi due tradizioni da distinguere nettamente: quella originaria relativa alla visione
del Serafino –più probabilmente in un sogno - che sarebbe venuto a confortare Francesco sul futuro
dell’Ordine e a rassicurarlo circa la sua adesione piena sulla volontà divina, da separare a sua volta
dalla comparsa delle stimmate, e una seconda e successiva più ufficiale “inventata” da Elia, secondo
cui il Serafino mostrando il sembiante di Cristo Crocifisso – non solo quindi un Serafino come in
origine – avrebbe direttamente impresso le stimmate come conseguenza diretta ed immediata della
visione; la qual cosa non si trova – sempre secondo l’autrice - nelle testimonianze originali e
nemmeno nelle rappresentazioni pittoriche più antiche, ma compare invece in modo consolidato da
Bonaventura in poi, e viene alfine consacrata nelle raffigurazioni di Giotto.
Vi sarebbe stata quindi una volontà “ufficiale” della Chiesa con il teologo di Bagnoregio di rendere
in un qualche modo unica ma anche “inaccessibile” la santità di Francesco, e perciò anche
irraggiungibile il suo stile di vita, con l'intento non dichiarato di incanalare il fenomeno francescano
verso schemi più collaudati e devozionali, nei quali gli insegnamenti più difficili ed inconsueti - in
particolare quelli riguardo alla povertà, alla letizia e all’atteggiamento nei confronti dell’Islam -
potevano essere almeno in parte rivisitati; trasformazione funzionale a contenere i fermenti ancora
ben accesi nell’ordine e rappresentati dagli “spirituali”.

1
CHIARA FRUGONI, Francesco e l'invenzione delle stimmate. Una storia per parole e immagini fino a Bonaventura,
Einaudi, Torino 1993.
2
CHIARA FRUGONI, Vita di un uomo: Francesco d’Assisi, Einaudi, Torino, 2014.
3
CHIARA FRUGONI, Quale Francesco? Il messaggio nascosto negli affreschi della Basilica superiore ad Assisi,
Einaudi, Torino 2015.
4
BUR ne ha pubblicato una versione nel 1920, ma si trova agevolmente in: AA.VV. Fonti Francescane, EFR - Editrici
Francescane, Assisi, 1978, pag. 1577, note marginali: 1896-1958.
LEGGENDO LA VITA PRIMA DEL CELANO

Ma leggiamo al proposito il capitolo terzo della vita prima di Tommaso da Celano ai paragrafi 94
95 e 96 5, una delle fonti più antiche al riguardo e sicuramente, a detta degli esperti, anche la più
certa. I fatti debbono essere letti in tutta la loro consequenzialità: dapprima Francesco vide un uomo
in forma di Serafino conflitto a una croce, si trattava dell'uomo e non del serafino. Invaso da viva
gioia per la bellezza e la dolcezza del suo sguardo, ma anche da amarezza per la sua croce, egli
cercava di scoprire il significato di quella visione, che in effetti stava tutto nel comparire delle
stigmate nelle sue mani e nel sui piedi così come erano state viste in quel misterioso uomo
crocifisso.
Si forza molto il racconto perciò quando si suppone che la visione sia avvenuta durante il sonno
solo perché Tommaso da Celano qui – a differenza dei racconti seguenti – è reticente nella
spiegazione della circostanze. O quando si vuole che essa fosse solo una illuminazione interiore, da
cui il Santo fu consolato delle sue tribolazioni fisiche e spirituali.
Dopo la descrizione delle Sacre stimmate - che sembra correggere effettivamente quella di frate Elia
che le abbozza solo come perforature – il biografo infatti si dilunga a spiegare perché Francesco
tendeva a nascondere questi segni visibili a tutti e non solo agli estranei, ma anche agli intimi,
temendo: “che la stima degli uomini gli potesse rubare la grazia divina, e perciò si industriava il più
possibile di tenerla celata agli occhi di tutti” 6.
Il suo timore, in altre parole, era che anche gli amici non resistessero alla tentazione di divulgarle e
che la gloria sua personale in questi mirabili, inauditi ed inconsueti segni che lo ha accostavano così
immediatamente a Gesù Cristo potesse portargli una diminuzione di grazia.
Tommaso prosegue facendoci sapere che nel versetto del salmo “nel mio cuore ho riposto tutte le
tue parole, per non peccare dinanzi a te” 7 stava il segnale d’intesa pronunziando il quale tutti i
visitatori avrebbero dovuto essere allontanati da lui, affinché, con la loro curiosità ed ammirazione,
a cui il fatto delle stimmate non era affatto estraneo, non lo portassero in superbia ed orgoglio.
Se la ferita del petto in Francesco veniva da lui coperta dalla sua mano sinistra 8, essa doveva in
effetti essere impressa a destra, e l'iconografia quindi attesta qualcosa che è fondato nella storia e
non solo nella pittura e nonostante il fatto che il cuore stia dalla parte opposta: anche qui il
riferimento è direttamente al crocefisso. Il colpo, ben noto ai soldati romani, sferrato nella parte
destra del costato - quella non coperta dallo scudo ed esposta nel brandire la spada - attraversava il
petto fra la quinta e la sesta costola e raggiungeva direttamente il cuore; serviva, nel caso dei
crocefissi, per attestare la morte o dare il colpo di grazia 9.
Tommaso da Celano quindi corregge frate Elia nella descrizione delle stimmate che quello fece in
modo affrettato ed impreciso: non forature, ma corpi scuri che si erano formati nella carne e che
spuntavano da una parte all’altra delle mani e dei piedi, simili a chiodi ribattuti che qualcuno, come
è tramandato anche se più tardivamente, davanti al suo corpo non più in vita, non ebbe scrupolo di
tentare di rimuovere dalla loro sede 10.
Ma se fossero state del tutto del tutto “inventate”, in base a che cosa o a quali elementi Celano
corresse frate Elia? Se avesse attinto solo alla testimonianza di questi avrebbe assunto in toto la sua
descrizione; se invece non vi avesse creduto o se comunque fosse stato scettico si sarebbe limitato a

5
TOMMASO DA CELANO, Vita Prima, in: Fonti Francescane, EFR - Editrici Francescane, Assisi, 1978, pp. 487-
489, note marginali 94-96.
6
Ivi, p. 488, note marginali 95.
7
Cfr. Sal 118,11
8
TOMMASO DA CELANO, Vita Seconda, in: Fonti Francescane, EFR - Editrici Francescane, Assisi, 1978, p. 724,
note marginali 214.
9
Il racconto del Vangelo, testimoniato in modo molto solenne da colui che lo ha scritto, narra che da quella ferita
uscirono “sangue ed acqua” , che diventeranno il simbolo dei sacramenti della chiesa, della redenzione compiuta. Cfr.
Gv 19,35-37.
10
BONAVENTURA DA BAGNOREGIO, Leggenda Maggiore, in: Fonti Francescane, EFR - Editrici Francescane,
Assisi, 1978, p. 961, note marginali 1249. Si trattava di un tale di nome Gerolamo.
non accennarvi o anche solo a trincerarsi sommessamente dietro quella testimonianza così
autorevole.

L’INVENZIONE DI ELIA

L'autrice citata vorrebbe quindi addebitare a Elia “sollecito compagno nel vegliare le ultime
malattie e presente alla fine del Santo” la decisione di tramutare in miracolo il compianto dei fratelli
sul corpo morto martoriato di Francesco, le piaghe finalmente visibili in stimmate, e di divulgare il
prodigio con la massima risonanza possibile 11.
Questa “invenzione” pone in ogni caso seri problemi, assai di più che se non lo fosse: perché Elia
avrebbe diffuso a tutto l'ordine e con la massima risonanza possibile il fatto raccontando che esse
erano visibili nel corpo morto di Francesco quando questo stesso corpo fu visto da innumerevoli
persone come raccontano diverse fonti e come attestano documenti a noi pervenuti 12? Non sarebbe
stato meglio inventarsi qualcosa di meno facilmente suscettibile di essere contraddetto?
Perché tirare fuori dal cappello qualcosa di così inaudito e tanto inaspettato da poter essere in un
qualche modo addirittura scambiato per blasfemo, come infatti poi vediamo che avvenne? Ce n'era
forse bisogno quando i miracoli di Francesco tramandati erano già così numerosi e capaci da soli di
destare meraviglia presso qualsiasi uditorio?
Può Elia avere abusato in modo così grave della sua autorità senza timore di essere smentito,
quando conosciamo bene che l'ordine Francescano all'inizio era tutt'altro che una compagine
uniforme e compatta, e che anche gli altri ordini religiosi erano sul piede di guerra contro ogni
esagerazione della santità di Francesco rispetto ai loro fondatori?
Dal momento che Elia aveva descritto le stigmate solo al momento del transito di Francesco, che
bisogno c’era di inventarsi anche una visione per giustificare quelle, delle quali lo stesso Tommaso
si suppone dubitasse?
Per il primo biografo francescano le stigmate sono concretamente sempre supposte come segno
esteriore di una identificazione del santo al Cristo crocifisso talmente concreta e potente da
manifestarsi nella sua carne. Egli poteva così affermare che vivesse in Francesco questo scambio
del tutto paradossale: da una parte le gioie e le delizie mondane erano per lui una croce e cioè un
qualcosa da cui fuggire, fossero pure le cure più elementari nei confronti del suo corpo martoriato.
D’altro canto le sofferenze sue, unite alle privazioni e alle penitenze, essendo congiunte a quelle del
Cristo per la redenzione del mondo, suscitavano in lui la speranza di una grandissima ricompensa
della quale essere felici e gioiosi.
“Esulta dunque - concluse il Signore parlandogli una notte - perché la tua infermità è caparra del
mio regno e per il merito della pazienza devi aspettarti con sicurezza e certezza di avere parte allo
stesso regno.” Il Celano conclude: “Le delizie del mondo erano per lui una croce, perché portava
radicata nel cuore la croce di Cristo. E appunto per questo le stimmate rifulgevano all'esterno nella
carne: perché dentro la sua radice gli si allungava profondissima nell'animo”. 13
Non quindi generiche piaghe dovute alle malattie, ma qualcosa di più puntuale e che si manifestava
all'esterno e la cui radice interiore stava radicata nel suo cuore: la croce di Cristo. Un “fatto” dunque
ben concreto, e non il frutto di una convinzione tardiva o di una suggestione da parte di confratelli o
di superiori autorevoli.
Egli, per di più, non sembra affatto forzato a doverne scrivere per compiacere a superiori e
confratelli: nel “trattato dei miracoli” vi è tutta una sessione, il capitolo secondo, in cui vuole
dimostrare la loro concretezza: esse furono toccate dalla mano di Ruffino e molti frati vivo
Francesco le poterono osservare. La parte seconda della sua “vita prima” non è che un seguito

11
C. Frugoni, “L’invenzione…” o. c. pag. 82.
12
Presso il Municipio di Assisi vi è un documento che porta la firma di una cinquantina di testimoni.
13
TOMMASO DA CELANO Vita seconda, in AAVV. Fonti Francescane, EFR - Editrici Francescane, 1977, pag.
722, note marginali 211.
necessario alla comparsa delle stigmate, che imprime uno sviluppo determinante agli ultimi due
anni della vita di Francesco.

LE CONTRADDIZIONI DEI RACCONTI

Si vorrebbero individuare contraddizioni nelle versioni successive della visione del Serafino
riportate sempre da Tommaso, ma la connessione fra la visione del Serafino e le stigmate era già
sufficientemente consolidata anche nella “vita prima”; la differenza rimane piuttosto solo nel
colloquio, fra il Serafino e Francesco: “di cose importantissime che il santo non volle mai rivelare
nessuno”, particolare che qui manca.
L'illuminazione interiore di Francesco, e quindi il superamento del suo sconforto in merito al futuro
dell'ordine e del suo stato di grave prostrazione e di malattia, non può che essere dipesa da un fatto
oggettivo e rivelato a Francesco dall'esterno, fatto che ha potuto far nascere in lui quel sentimento di
lode e di adorazione che vediamo attestato nello scritto a frate Leone, le Laudes, il cui testo è giunto
fino a noi autografo 14 dopo essere stato conservato accuratamente dal frate unico testimone della
visione:

«Tu sei santo, Signore solo Dio, che compi meraviglie. Tu sei forte. Tu sei grande. Tu sei altissimo.
Tu sei onnipotente. Tu, Padre santo, Re del cielo e della terra. Tu sei trino e uno, Signore Iddio
degli dèi. Tu sei il bene, tutto il bene, il sommo bene, Signore Dio vivo e vero. Tu sei amore e
carità. Tu sei sapienza. Tu sei umiltà. Tu sei pazienza. Tu sei bellezza. Tu sei sicurezza. Tu sei
quiete. Tu sei gaudio e letizia. Tu sei la nostra speranza. Tu sei giustizia e temperanza. Tu sei tutto,
ricchezza nostra a sufficienza. Tu sei bellezza. Tu sei mansuetudine. Tu sei protettore. Tu sei
custode e difensore. Tu sei fortezza. Tu sei rifugio. Tu sei la nostra speranza. Tu sei la nostra fede.
Tu sei la nostra carità. Tu sei tutta la nostra dolcezza. Tu sei la nostra vita eterna, grande e
ammirabile Signore, Dio onnipotente, misericordioso Salvatore»

Lasciamo concludere lo stesso biografo: “Chi mai sano di intelletto non direbbe che ciò appartiene
alla Gloria di Cristo? Non vi sia alcuna incertezza Nessun dubbio sorga sul dono di questa eterna
bontà” 15!

LE TESTIMONIANZE OGGETTIVE

Vi sono poi testimonianze esterne oggettive che confermano la realtà della stigmate 16.
Agli atti di una sorta di processo, conservati in municipio ad Assisi, vi è un documento
controfirmato da una cinquantina di persone che si presentano come testimoni diretti.
Papa Gregorio IX fu da principio fra coloro che non credevano alle stimmate, nonostante avesse
canonizzato Francesco in soli due anni, e ciò durò alquanto, fino a quando – narrano le cronache -
Francesco medesimo in sogno gli apparve nell’episodio più volte raffigurato, e se ne fece poi
difensore. Mentre il nipote, nominato dopo di lui col nome di Alessandro IV, nella bolla “Benigna
operatio” del 1255 parla di segni che una “mano celeste impresse nel corpo del nostro Santo”. Egli
li aveva constatati direttamente: occupandosi dei servizi privati del suo predecessore lo aveva
incontrato di persona. E non sembra affatto una tradizione “orale” suggerita dallo zio.
Francesco volle sempre dissimulare le sue stimmate e perciò nessuna meraviglia se anche la
“leggenda dei tre compagni”, per esempio, descrive il prodigio solo nel momento in cui era stato
possibile constatarlo, al momento cioè della sua morte.

14
FRANCESCOD’ASSISI, Lodi di Dio Altissimo, in: AAVV. Fonti Francescane, EFR - Editrici Francescane, Assisi,
1978, p. 176, note marginali 261.
15
TOMMASO DA CELANO, Trattato dei Miracoli, in: AAVV. Fonti Francescane, EFR - Editrici Francescane,
Assisi, 1978, , p. 742, note marginali 831.
16
E’ costretta a riportarle, per metterle in dubbio, la stessa Frugoni in “Francesco e l’invenzione ecc.”, o. c. pag. 68
Un curioso episodio ci è tramandato da Tommaso da Celano nella vita seconda 17: non possiamo non
crederlo veritiero per la gustosa e saporita scenetta ivi raffigurata tanto distante dal costruito a
tavolino: da essa emerge quella semplice ed immediata arguzia in cui c’è tutto Francesco. A un
fratello petulante che gli chiedeva insistentemente riguardo al sangue di cui era macchiata la sua
tonaca disse: “Pensa ai fatti tuoi!” Alla successiva domanda impertinente mette un dito all'occhio e
gli risponde “domanda cosa sia questo se non sai che è un occhio!”. Ne deduciamo agevolmente
che, ancora in vita il santo, i suoi intimi conoscessero bene il “fatto” delle stimmate per quanto
misterioso: di esso non era opportuno parlare per il motivo evidente che non erano semplici ferite o
piaghe. La risposta piccata e ironica di Francesco infatti vuole dare a intendere: sai bene cosa sono:
perché chiedi?

LA RISPOSTA DEI FRANCESCANI

La tavola rotonda intitolata “il fatto delle stimmate” 18, fornisce ulteriori e importanti argomenti
presentati da studiosi come Entico Menestò per la letteratura medioevale, Giovanni Miccoli e
Stanislao da Campagnola, storici della chiesa, Paolo Maria Marianeschi, docente e chirurgo, Elvio
Longhi, esperto di storia dell’arte.
Giovanni Miccoli afferma che le fonti antiche non permettono in alcun modo l’interpretazione che il
corpo di Francesco fosse così martoriato da potersi dire che sembrasse un uomo crocifisso senza
che questo supponesse la visione diretta delle sue stigmate nei cinque punti del suo corpo 19.
Per Stanislao da Campagnola il fatto delle stimmate è testimoniato da tutta una serie di documenti:
questi confermano che il santo è stato caratterizzato da cinque segni rappresentanti le cinque ferite
di Cristo Crocifisso. Altri particolari possono apparire discordanti, ma non questo nucleo
originario 20: il fatto in sé era del tutto inaudito fino ad allora, e la grande reticenza di Francesco ha
dato adito a letture non sempre congruenti, oltre alla del tutto comprensibile deriva agiografica che
accompagna, giocoforza, i racconti successivi.
Elvio Lunghi descrivendo l'iconografia Francescana fin da principio – una tavola perduta della
Chiesa di San Miniato al Tedesco datata 1228 e quindi dipinta ancora prima della prima narrazione
della Verna di Tommaso da Celano - fino a Giotto, mostrano l’apparizione del Serafino e
l’impressione delle stimmate, mentre sia i cicli pittorici che la rappresentazione del poverello morto
sono progressivamente incentrate sulla manifestazione delle stigmate sul corpo del defunto a partire
dalle bolle papali che ne approvavano la divulgazione, e che il parallelismo ricercato e voluto tra
Francesco e Cristo crocefisso si spinge in seguito fino ad accostare in parallelo – come nel ritratto
della Porziuncola - la loro “scoperta” alla sua morte con l'episodio di Cristo risorto quando viene
riconosciuto dai discepoli di Emmaus: una rivelazione 21.
La stessa iconografia, peraltro, con la Legenda Maior, abbandonò progressivamente le immagini di
Francesco taumaturgo, predicatore e vero amante del crocefisso, per assumere quelle di alter
Christus e di “angelo del sesto sigillo” 22.
Paolo Maria Marianeschi esamina, enumerandole, le svariate spiegazioni di carattere “naturalistico”
o scientifico che nella storia sono state date al fenomeno delle stigmate, che a partire da Francesco

17
TOMMASO DA CELANO Vita seconda, in AAVV. Fonti Francescane, EFR - Editrici Francescane, 1977, pag.
662, note marginali 136.
18
Gli atti della tavola rotonda tenuta alla Porziuncola di Assisi sono pubblicati in: AA.VV. Il fatto delle stimmate di san
Francesco, Edizioni Porziuncola, Assisi, 1996.
19
GIOVANNI MICCOLI, Considerazioni sulle stimmate, in: AA.VV. Il fatto delle stimmate di san Francesco,
Edizioni Porziuncola, Assisi, 1996, p. 25-33.
20
STANISLAO DA CAMPAGNOLA, Il “fatto” delle stimmate nelle fonti documentarie, in: AA.VV. Il fatto delle
stimmate di san Francesco, Edizioni Porziuncola, Assisi, 1996, p. 43
21
ELVIO LUNGHI, La morte di San Francesco alla Porziuncola e la scoperta delle stimmate nei dipinti del XIII
secolo, ivi, in: AA.VV. Il fatto delle stimmate di san Francesco, Edizioni Porziuncola, Assisi, 1996, pp. 49-72.
22
Cfr. Ap 7,2: l’angelo trattiene i quattro venti della distruzione fino a che non è impresso sulla fronte dei servi il
“sigillo del Dio vivente”, la TAU di Ezechiele 9,4.
hanno interessato oltre lui alcune centinaia di cristiani, quasi tutti i cattolici, uomini e donne, fra i
quali una sessantina insigniti con titolo di Beato o di Santo.
Una di quelle più in voga che lo studioso riporta è la teoria “psicosomatica”, già anticipata
addirittura dal Petrarca, la quale – espressa in termini moderni - sostiene il trasferimento
dell'informazione ideale ed emotiva attraverso canali neuroendocrini mente-corpo già utilizzati per
le somatizzazioni indotte dallo stress emotivo quando non dall’isteria. Queste però non hanno mai
connotati simbolici né il soggetto è capace di localizzarle ad libitum. Le caratteristiche evidenti
delle stigmate escludono perciò categoricamente anche quest'ipotesi 23.
A questo proposito non si può fare a meno di non citare la pungente ironia di San Pio verso i
dubbiosi delle sue: “pensino forte forte di essere dei buoi, a vedere se gli spuntano le corna!”.
Le stigmate sono perciò qualcosa di concreto e ben constatato nel corpo di Francesco; la loro
interpretazione è qualcosa di univoco nel francescanesimo delle origini: le differenze sono
esclusivamente sul modo, ignoto almeno in parte, in cui esse sarebbero comparse, e, volendo, su
quale aspetto esse effettivamente avessero.

UN “FATTO” OSTICO DA ACCOGLIERE

I racconti suppongono che l'apparizione del Serafino non fosse né un sogno né il riflesso di un
particolare stato d'animo di Francesco, ma piuttosto una visione da parte di Dio che lo pone di
fronte all'accettazione della sua imminente fine, e quindi del dono che avrebbe dovuto fare a breve
di se stesso per l'ordine e per l'umanità tutta. La sua conformazione perfetta a Cristo - di cui le
stimmate sono il segno esteriore - suggella gli ultimi due anni della sua vita e Francesco, portando i
segni di Cristo conclude la sua vicenda terrena.
Frugoni vorrebbe cogliere nell’insistenza – che a lei pare tardiva – delle biografie, specie quelle
ufficiali, sulle stimmate, un indizio chiaro di progressiva artificialità della narrazione e quindi – ma
anche questa è solo una ulteriore supposizione - di voluta interpolazione di dati fittizi introdotti
dalla Chiesa e da Bonaventura per “normalizzare” il corso francescano.
Ma la difficoltà nel cogliere in modo oggettivo dai contemporanei l'apparizione della Verna e più in
generale il fenomeno delle stimmate sta piuttosto altrove.
Queste, apparse per la prima volta nel serafico padre, allora come oggi – e non stupiscono le
difficoltà di storici anche appassionati e competenti - dovevano e debbono essere un “fatto” ben
ostico da credere. Non solo costituiscono una sorta di miracolo permanente e del tutto evidente nella
loro fisicità manifesta, ma, come segni del Gesù crocefisso, “staccano” lo stigmatizzato in modo
netto e lo sovraespongono - in una certa misura addirittura in modo apparentemente blasfemo - a
tutti gli altri mortali, rendendolo talmente assimilato al redentore - nell’atto medesimo di redimere -
da costituire “scandalo” anche ai credenti.
Due esempi illustrano questa difficoltà: abbiamo già accennato come il pontefice Gregorio IX non
ne parlasse affatto nella prima bolla di canonizzazione, ma se ne convinse solo dopo, forse dieci e
più anni, facendosene poi portavoce ufficiale. Padre Agostino Gemelli, molto più recentemente,
sebbene francescano e dottissimo, fece la sua diagnosi più clamorosamente sbagliata senza
nemmeno esaminare lo stigmatizzato, dopo aver visto innocua tintura di iodio nella cella del frate
da Pietralcina.

IL SERAFINO, SPECCHIO DELLA LUCE DIVINA E DELL’AMORE DI DIO

Come indica la ben documentata Frugoni si deve assumere che il serafino fosse trasformato
totalmente in luce dalla stessa vicinanza con Dio, e che apparve a Francesco in modo da suscitare in
lui un “eccesso d'amore” e di carità tale che lo confermò del tutto a Cristo, che per eccesso d'amore
si è donato sulla croce.
23
PAOLO MARIA MARIANESCHI, in: AA.VV. Il fatto delle stimmate di san Francesco, Edizioni Porziuncola,
Assisi, 1996, p. 73 ss.
L’interpretazione dell’apparizione del serafino di Etienne Henry Gilson 24, che costituisce il fulcro
della tesi della Frugoni, è però da rigettare: “il Serafino Crocifisso non può ricevere un senso che a
questo prezzo: una passione che sia allo stesso tempo una gioia non potrebbe mai essere un martirio
doloroso della carne, ma una trasformazione d'amore secondo l'immagine dell'oggetto amato”.
Sì, invece, non solo lo può essere, ma lo è: le stimmate sono il segno esteriore donato da Dio di
questo eccesso, ma non senza la sofferenza. Non vi è solo contiguità fra l'apparizione del Serafino
ed i segni dei chiodi impressi, ma perfetta e compiuta coincidenza.
In altre parole: non si possono cogliere due episodi diversi nella apparizione del Serafino e
nell’impressione delle stimmate perché essi sono i due aspetti della medesima storia, dello stesso
mistero.
L'apparizione con il colloquio mistico rende ragione del fatto che alla Verna la mano di Dio fu
sopra San Francesco e lo illuminò sulla sua imminente donazione di amore per l’ordine e per tutto il
mondo. E le stimmate sono esattamente l'effetto e il segno visibile di questa consacrazione: per
quanto strano possa sembrare il “beneficio” che Dio ha conferito Francesco – citato nello scritto di
Leone sul retro delle “Laudi al Dio Altissimo” - è quello stesso “eccesso d’amore” appartenuto al
crocefisso, e che lo porta a soffrire nella carne con Lui e per Lui, e dal quale Francesco trae
occasione per le sue lodi di ringraziamento.
L’immagine del Serafino, specchio dell’ardente slancio d'amore di Francesco (che leggiamo
nell'affresco di Assisi o nella tavola del Louvre) e che nell’evolversi dell’iconografia diventa
progressivamente l'immagine reale del Crocefisso che si pone davanti a Francesco e gli dona le
stimmate, non rappresenta un tradimento o uno svisamento, ma piuttosto è l’approfondimento del
senso di quella apparizione.

IL PRESEPIO, L’ORTO ED IL CROCEFISSO

La tribolazione spirituale di Francesco, quando incontra il Serafino che lo conforta, si trasforma in


una specie di esaltazione mistica che si coglie nelle “laudes Dei altissimi” scritte contestualmente,
ed è certo il frutto della rivelazione dell’offerta d'amore di Cristo “Angelo del Gran Consiglio” da
parte di Dio Padre: frutto della incarnazione come atto di amore del Padre e di consolazione per gli
uomini, e promessa di vita eterna, come ad esempio vissuta in esperienza mistica esaltante a
Greccio, in virtù del suo intuito spirituale acuto e sensibile.
Ma nel Poverello questa “offerta” è perfettamente anche il contenuto della Croce, da lui dipinta
molte volte nella TAU, e che rappresenta, in atto compiuto e non solo potenziale, l’offerta di Cristo
da parte di Dio e di Cristo medesimo agli uomini e degli uomini a Lui.
In questo atto ci sono tutte le sofferenze del poverello. ma non disgiunte dalla consolazione, dalla
“perfetta letizia” per la ricompensa della salvezza attuale e futura.
L’orto degli ulivi, che iconograficamente è parallelo in tanti cicli pittorici alla impressione delle
stimmate, e nel quale il Cristo si abbandona alla volontà del Padre, non sostituisce la concretezza
del fatto della croce, ma piuttosto ne è il presupposto e l'anticipo interiore.
Di certo la visione è un'illuminazione, ma che proviene del Cristo Crocifisso del quale Francesco
porterà i segni in modo evidente e fino alla sua morte, per altri due anni.
Non c’è serafino, specchio della dolcezza e dell’amore di Dio, senza rivelazione dell’uomo
crocefisso, e non c’è croce portata in lui senza partecipazione “serafica” a quell’eccesso di amore
per gli uomini che redime il mondo.
E da qui, da questo mistero, scaturisce la lode “al Dio Altissimo”.

24
Revue d’histoire franciscaine, BD 2 (1925), 476-479. Il riferimento è in CHIARA FRUGONI, Francesco e l'invenzione
delle stimmate. Una storia per parole e immagini fino a Bonaventura, Einaudi, Torino 1993, p. 179.