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Walter Kasper, Gesù il Cristo, Queriniana

A. Il Gesù terreno (pp.81-166)


I. La vita pubblica di Gesù (sguardo di insieme)

- p. 81: Non si può ragionevolmente dubitare che Gesù di Nazareth sia vissuto in Palestina nei primi tre
decenni della nostra èra […] . Gesù nacque al tempo dell’imperatore Augusto (63 a.C – 14 d.C), operò sotto
il governo dell’imperatore Tiberio (14-37), all’epoca in cui Erode era tetrarca della Galilea (4-39), e che morì
sotto il procuratore romano Ponzio Pilato.

- p.82: […] è impossibile scrivere una biografia di Gesù. […] Agli evangelisti [interessa][…] la realizzazione
storica del piano di Dio.

- p.84: Sembra che all’inizio della sua attività pubblica in Galilea Gesù abbia conosciuto un periodo di relativo
successo. Ma quando si accorse che l’inimicizia totale degli esponenti più rappresentativi del giudaismo del
tempo si faceva sempre più decisiva, egli limitò la propria attività alla più ristretta cerchia dei discepoli,
finché nel suo ultimo soggiorno a Gerusalemme venne arrestato e condannato alla morte di croce.
Per muoverci su un terreno storico relativamente più sicuro, dovremo osservare l’inizio e la fine della vita
pubblica di Gesù, iniziatasi con il battesimo ricevuto dalle mani di Giovanni sulle rive del Giordano e
conclusasi con la morte in croce a Gerusalemme. Questi due punti fissi ci consentono d’inquadrare
abbastanza bene la vita pubblica del Maestro.

- p.85: Mentre per Giovanni l’avvento del regno di Dio sta sotto il segno del giudizio, per Gesù esso si
effettua sotto il segno della misericordia e dell’amore di Dio per i peccatori. […] il messaggio di Gesù è un
messaggio di gioia, l’offerta ultima e definitiva di grazia.
[…] Il comportamento di Gesù può dunque essere compreso soltanto in connessione con il suo messaggio
del regno di Dio della volontà divina. Dio è un Dio di uomini, di tutti gli uomini; i suoi precetti sono per
l’uomo. In sostanza, ciò che Dio vuole non è altro che amore per Dio e per gli uomini.
[…] In questo contesto vanno interpretati anche i miracoli e gli esorcismi operati da Gesù, le cui narrazioni
presentano indubbiamente un loro fondo storico. Anche queste azioni stanno ad esprimere che la venuta del
regno di Dio per Gesù comporta una salvezza dell’uomo sia nel corpo che nell’anima […].

- p.86: L’annuncio di un Dio che ama anche i peccatori poneva in questione l’idea ebraica della santità e
giustizia divine. Questo attirò ben presto su Gesù l’ostilità e l’odio dei rappresentanti più significativi del
giudaismo del tempo. […] Gesù doveva apparire un falso profeta. E per il falso profeta c’era la pena di morte
(Dt 18,20). Che Gesù dovesse terminare i suoi giorni con una morte violenta era già implicito nel suo modo
di presentarsi ai contemporanei.
[…] Egli viene giustiziato perché ha preteso di essere il Messia. È molto improbabile che si sia
autoproclamato Messia, ma è certo che la sua predicazione escatologica era pervasa da speranze
messianiche, e messianico fu anche il movimento cui essa dette origine. Secondo la legge ebraica, chi
pretendeva di essere messia non veniva punito con la morte. E tuttavia, il movimento messianico cui Gesù
dette origine poteva venir sfruttato come pretesto per accusare Gesù, davanti al procuratore romano Ponzio
Pilato, di sobillazione politica, e per questi sobillatori la legge romana prevedeva la pena della crocifissione.
Gesù venne dunque crocifisso dai romani perché considerato un ribelle politico.

-p.87: In definitiva [Gesù di Nazareth] non rientra in alcun schema prefissato: è l’uomo che infrange tutti gli
schemi. […] L’amore di Dio lo impegna totalmente nel servizio agli altri. Egli non vuole essere nulla per sé,
ma tutto per Dio e per gli altri. […] Non è venuto per farsi servire, ma per servire.

-p.88: Gesù non ha alcun programma. Egli fa la volontà di Dio, come la conosce nel momento attuale. Per il
resto si rimette, con la noncuranza di un bambino a Dio, suo Padre. Il suo servizio agli altri ha come
obiettivo che gli uomini conoscano e lodino Dio.

p.89: Gesù non è soltanto uno della cerchia dei profeti, ma è il profeta escatologico, ultimo, definitivo,
superiore a tutti i precedenti. Egli annuncia la parola definitiva e la definitiva volontà di Dio. Egli è ripieno
dello Spirito di Dio. Secondo l concezione ebraica del tempo questo Spirito di Dio si era ormai estinto, il
periodo dei profeti concluso. […] se Gesù viene considerato come […] il profeta degli ultimi tempi, ciò
significa che l’infausto periodo della lontananza di Dio volge ormai al termine. Dio rompe il suo silenzio e si
lascia nuovamente percepire. […] In Gesù ci si incontra e scontra con Dio stesso. Il lui si decide chi sia, in
definitiva, Dio. Gesù non rientra in alcuno schema.
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II. Il messaggio di Gesù

- p.91: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15). […]
Marco, in questo sommario, coglie veramente il cuore del messaggio di Gesù. Matteo non parla di regno di
Dio ma di regno dei cieli: “cielo” non è che una espressione usuale per descrivere il nome di Dio. […] La
“causa” di Gesù era dunque il regno di Dio.

- p.93: La signoria di Dio la si attendeva come una liberazione da un dominio ingiusto e come una
affermazione della giustizia divina nel mondo. il regno di Dio era sinonimo di speranza salvifica. La sua
venuta coincideva, in definitiva, con la realizzazione dello shalom escatologico, della pace tra i popoli, tra gli
uomini, nell’uomo e nel cosmo intero. […] Stando alla concezione biblica, l’uomo non possiede da se stesso l
pace, la giustizia, la libertà e la vita. La vita è continuamente minacciata, la libertà compromessa e
schiacciata, la giustizia calpestata. Questo stato di perdizione è così radicale che l’uomo non è in grado di
liberarsi con le sue proprie forze. […] La Scrittura chiama questa potenza, […] che impedisce all’uomo di
essere libero, con il nome di “demoni”. […] Si manifesta un’esperienza umana originaria […] che la fede
biblica non fa altro che reinterpretare, l’esperienza cioè che delle entità, originariamente inserite nell’ordine
della creazione, possono concretizzarsi in potenze ostili all’uomo. Esse determinano la situazione umana di
libertà prima ancora di una qualsiasi decisione e quindi non possono venire interamente penetrate o del tutto
superate dall’uomo. Esse determinano la scissione antagonistica della realtà e il carattere tragico di molte
situazioni.

- p.94: […] Un inizio nuovo, assolutamente indeducibile, […] può esserci donato soltanto da Dio, Signore
della vitae della storia. […] Questo nuovo è proprio ciò che s’intende esprimere con il concetto di regno di
Dio. Si tratta della divinità di Dio e della sua sovranità, […] liberazione dalle potenze del male ostili all’ordine
creaturale e riconciliazione in una realtà divisa e ferita. E questo è il motivo di fondo del messaggio d Gesù
ed allo stesso tempo […] il mistero ultimo della sua persona.

Carattere escatologico del Regno

- p. 95: Israele ha fatto [...] la dolorosa esperienza del notevole contrasto tra la fede nel regno di Dio e la
realtà attuale. Soprattutto al tempo dei grandi profeti biblici ha quindi inizio una chiara escatologizzazione
della esperienza di fede. Ogni grande atto salvifico del passato, come l’esodo e il patto di alleanza, viene
affermato in tutto il suo rigore e atteso per il futuro. […] Questa esperienza viene ulteriormente evoluta
dall’apocalittica, con la sua attesa di un nuovo eone. […] La speranza escatologica non vuole essere un
resoconto anticipato dei futuri eventi, ma piuttosto e innanzitutto una parola di consolazione e di speranza
profferita in una situazione penosa.

-p.96: […] È la trasposizione dell’esperienza salvifica e della speranza salvifica del presente e del passato nel
modo del compimento.
[…] Gesù imprime a questa speranza un’ulteriore svolta. Egli annuncia che la speranza escatologica ha ora
trovato adempimento. […] Il momento che tante generazioni avevano atteso è giunto.
[…] La dura realtà sembrava e sembra smentire la predicazione di Gesù. […] Gli stessi suoi parenti lo
considerano impazzito. In questa situazione Gesù parla del regno in parabole.

-p.97: Il regno di Dio viene nel nascondimento, anzi nell’insuccesso. Come il seme […]. Bisogna però tener
presente che l’idea di una evoluzione naturale era estranea alla mentalità degli antichi. Costoro vedevano tra
il seme e il frutto, più che una evoluzione ininterrotta, un contrasto e riconoscevano così un miracolo
prodotto da Dio. […] Questo regno è dunque una realtà nascosta, e nascosta non perché esistente nell’aldilà
dei cieli, come gli apocalittici ritenevano, ma perché presente nell’attualità quotidiana e concreta, anche se
nessuno è in grado di vedere ciò che in essa accade.
[…] Si osserva una duplice serie di affermazioni: enunciati che trattano dell’irruzione del regno di Dio nel
momento attuale ed enunciati in cui il regno di Dio può essere soltanto atteso e implorato […].

- p.99: [Nella concezione biblica] il tempo non rappresenta un’entità puramente quantitativa […], bensì
un’entità d tipo qualitativo. Il tempo viene misurato dal suo contenuto.

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- p.100: Ciò che Gesù vuole dire è che questo è il tempo della venuta del regno di Dio. In altre parole qui il
presente è qualificato dal fatto che la signoria Divina sta per affermarsi e bisogna scegliere. La basilea qui è
la potenza che appartiene al futuro, che spinge la decisione e che quindi è già attiva nel presente e
determina totalmente il presente stesso. «Ciò significa che parlare del presente, nella predicazione di Gesù,
significa parlare del futuro, e parlare del futuro significa parlare del presente. Il futuro di Dio è la salvezza
per colui che afferra il momento attuale come presente di Dio e come ora di salvezza; il futuro di Dio è il
giudizio contro colui che non accetta l’oggi di Dio e si chiude nel proprio presente, nel proprio passato e nei
propri sogni di futuro [...]. Il futuro di Dio è l'appello che Dio rivolge al presente e il presente è il momento
della decisione alla luce del futuro di Dio».(Bornkamm).

- p.101: La promessa di Dio apre all'uomo una nuova possibilità, la cui realizzazione concreta dipende però
dalla decisione dell'uomo, dalla sua fede o incredulità. Il regno di Dio non prescinde dunque dalla Fede
dell'uomo, ma si realizza soltanto quando Dio viene effettivamente conosciuto, per fede, come Signore.
[...] il messaggio del Regno di Dio è un'offerta definitiva, impegnativa, e provoca alla decisione. [...] Essa
qualifica la situazione attuale come una situazione escatologica in cui l'uomo deve decidere. Nonostante
fosse stato respinto da Israele nella sua totalità, Dio non annullò la sua promessa, ma scelse soltanto una via
diversa per instaurare il suo regno [...], la morte e la risurrezione di Gesù.

Carattere teologico del regno di Dio

- p.102: La signoria Divina non implica [...] un regno, bensì la sovranità divina, la manifestazione della gloria,
la divinità di Dio. [...] L'idea che tutto ciò che esiste proviene in ogni istante dalle mani di Dio e si presenta
noi come una novità, la troviamo anche nella predicazione di Gesù. Ma l'idea della vicinanza di Dio acquista
nella predicazione di Gesù una dimensione così profonda che va ben oltre gli asserti veterotestamentari sulla
creazione. In pratica si tratta di una reinterpretazione della Signoria e sovranità di Dio.

- p.103: Questa reinterpretazione la si percepisce soprattutto nel modo in cui Gesù parla di Dio come di suo
Padre e si intrattiene a colloquio con lui.

- p.104: Ciò che è nuovo nell'uso linguistico di Gesù è che lui non solo, come il giudaismo, qualifica Dio
come Padre, ma parla con Dio come parlasse con suo Padre. La letteratura liturgica giudaica non usava
questa locuzione.

- p.105: Abbà era […] un termine usato nel linguaggio infantile, una voce ricorrente nel linguaggio
quotidiano, ed anche un espressione di cortesia. Alla sensibilità dei contemporanei di Gesù suonava
irriverente rivolgersi a Dio con questa parola così familiare.
[...] La figliolanza divina non è, propriamente, un dono insito nella creazione. Essa è un dono escatologico
di salvezza.
[…] La sublimità, la sovranità e la gloria di Dio non vengono compromesse, ma soltanto approfondite in
modo nuovo. La signoria divina è signoria nell'amore, la gloria di Dio si manifesta nella sua libertà sovrana di
amare e di perdonare.

- p.106: Benché gli uomini non siano in grado di costruire questo regno di Dio, […] questo non significa che
essi siano condannati alla pura passività. Si esige infatti che essi si convertano e credano […]. Ciò che si
intende per conversione può essere positivamente definito dal concetto di fede […]: rinuncia alla propria
prestazione, confessione dell’impotenza umana, riconoscimento che l’uomo non può aiutarsi con le proprie
forze, né è in grado di motivare la propria esistenza e salvezza.

- p.107: […] Credere significa lasciare che Dio agisca, […] consentire che Dio sia Dio ed onorarlo,
riconoscere dunque la sua signoria. In questo contesto di fede il regno di Dio diventa realtà concreta nella
storia. […] il regno di Dio non è frutto della fede, […] non è nemmeno una faccenda privata e interiore.

- p.108: Per Gesù Dio non è un motore immobile, una ragione immutabile, ma il Dio vivente dell’amore.
[…] Libertà […] significa possibilità di prendere inizio, spontaneamente, da se stessi, d avere futuro da se
stessi e per se stessi. In definitiva, questa libertà di Dio è la sua trascendenza, perché attesta la sua in-
disponibilità, in-coercibilità, in-controllabilità. E ciò nonostante, il futuro non è un destino indeterminato, né
la libertà di Dio è puro arbitrio. La libertà di Dio è la sua libertà nell’amore. […] Amore significa […] stare-di-
fronte, esser-altro.
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[…] «Amore è distinguere due che però non sono, l’uno per l’altro, semplicemente diversi. La coscienza, la
sensazione di questa identità, questo essere al di fuori di me e nell’altro, è appunto l’amore. Io non ho la mia
autocoscienza in me, bensì nell’altro; però quest’altro, in quanto è fuori da se stesso, ha la sua
autocoscienza soltanto in me, ed entrambi siamo soltanto questa coscienza del proprio essere-al-di-fuori-di-
sé e della propria identità. Questo è l’amore, mentre è un discorso vuoto quello che parla di amore senza
sapere che questi è la distinzione e il superamento del distinto» (Hegel, Lezioni sulla filosofia della religione,
II/2).

- p.109: La divinità di Dio consiste nella sovranità del suo amore. Egli può quindi donarsi senza sopprimersi.
Rimane in sé proprio in quanto egli va verso il diverso. Egli mostra il proprio essere divino proprio
nell’autoestraniazione. La gloria di Dio appare quindi nel mondo proprio nel nascondimento.
[…] Credere che il mondo sia stato creato da Dio significa credere che ess non ha in sé la ragione sufficiente
del proprio essere e del proprio modo d’essere, che da se stesso è nulla e che tutto è da Dio, che è dunque
debitore in tutto e per tutto all’amore del Dio che si dona. L’amore non è quindi soltanto il senso ultimo ma
anche il fondamento dell’intera realtà.

Carattere soteriologico del regno di Dio

- p.110: Chi sono questi poveri cui viene annunciato il regno di Dio? […] Matteo parla di “poveri in spirito” e
suppone quindi una concezione religiosa della povertà, qui intesa come umiltà, come povertà davanti a Dio;
Luca pensa invece a poveri reali, non comunque a delle persone che semplicemente non posseggono beni
materiali, ma a quelli che accettano l sofferenze

- p.111: che il discepolato comporta. […] Si tratta quindi di “poveri” in senso molto ampio, di tutte le
persone cioè che sono prive di mezzi e di aiuto […].
Egli non dimostra mai un odio viscerale nei confronti dei ricchi, dai quali accetta l’invito a pranzo. Il fatto che
proclami beati i poveri, non significa che egli parta da una prospettiva sociale e miri ad un programma di
riforme sociali. Egli non trasforma la povertà in una rivendicazione: questo sarebbe soltanto l’altra faccia
dell’avidità umana. I poveri sono piuttosto quegli individui che “non hanno più nulla da attendersi da mondo
ma tutto da Dio; che si rivolgono a Dio, ma che anche contro di lui si scagliano” (Bornkamm).

- p.112: Egli solidarizza con questi declassati, diffamati, emarginati, tutta gente che per mala sorte, per
propria colpa o a causa dei pregiudizi sociali, non s’inserisce nella struttura di questo mondo.
[…] Colpisce il fatto che Gesù abbia concentrato tutte le diverse aspettative di salvezza in un’unica, nella
partecipazione a regno di Dio.
[…] La salvezza del regno di Dio consiste quindi, in prima linea, nella remissione dei peccati e nella gioia che
scaturisce dall’incontro con la miseri-

- p.113: cordia sconfinata di Dio.


[…] La salvezza del regno di Dio si manifesta anche nel fatto che l’amore di Dio ora esercita la sua sovranità
in mezzo agli uomini. […] l’amore è il nuovo inizio e la concretizzazione della salvezza. Come Dio, così anche
noi, nei nostri rapporti con gli atri, dobbiamo gioire per la conversione del peccatore.
[…] Ma queste enunciazioni acquistano tutto il loro rigore quando s comprende che l’avvento del regno di
Dio comporta il superamento e la fine delle potenze demoniache […], il trionfo sulle forze distruttrici,
anticreaturali del male e l’inizio della nuova creazione. Questo nuovo mondo contrassegnato dalla vita, dalla
libertà, dalla pace, dalla riconciliazione, dall’amore.
[…] La salvezza del regno di Dio consiste nel fatto che ora si afferma sovrano, nell’uomo e per mezzo
dell’uomo,

- p.114: l’amore di Dio che si autocomunica. L’amore si manifesta come il senso dell’essere. Soltanto
nell’amore il mondo e l’uomo trovano il loro compimento.
[…] L’avvento della signoria dell’amore di Do comporta quindi la salvezza del mondo nel suo insieme e la
salvezza di ogni singolo.
[…] Da una simile prospettiva derivano, ovviamente, anche certe conseguenze per un atteggiamento
cristiano nei confronti del mondo. Qui si apre la una possibilità che spezza l’alternativa fra trasformazione
violenta del mondo e fuga rinunciataria da esso, e propone invece una trasformazione e umanizzazione del
mondo sulla via del potere dell’amore.

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III. I Miracoli di Gesù

- p.115: Se finora abbiamo stabilito un nesso tra il messaggio che egli annunciava e la vita pubblica che egli
conduceva, specialmente quella comunione conviviale con i peccatori che doveva suscitare tanto scandalo,
ora dovremo evolvere in modo più dettagliato la tematica dei miracoli da lui operati.

- p.116: Chi vuole parlare di Gesù non può assolutamente prescindere da queste narrazioni.
[…] Quell’avvenimento straordinario che prima si considerava “miracolo”, ora lo si riduce ad un oggetto che
per principio si può spiegare. […] Questa svolta moderna, operatasi nell’ambito dell’esperienza del mondo e
della storia, ha determinato il sorgere di una duplice problematica nel campo dei miracoli di Gesù: una
problematica di tipo storico ed una di tipo scientifico-disciplinare.
[…] L’indagine storico critica […] è giunta a tre risultati:
1. Dal punto di vista letterario si può osservare una tendenza ad amplificare e moltiplicare i miracoli […].

- p.117: 2. Un’ulteriore riduzione s’impone quando si stabilisce un confronto fra le storie dei miracoli
rabbiniche e quelle ellenistiche. […] Certamente, esistono anche delle notevoli differenze trai miracoli operati
da Gesù e quelli attestatici dagli antichi: Gesù non compie un miracolo per ricevere una ricompensa, per
guadagnare, per punire, per mettersi in vista […].
3. Alcuni racconti miracolosi si sono dimostrati […] come proiezione dell’esperienza pasquale sulla vita
terrena di Gesù, o come anticipazioni delle attività del Cristo glorificato [tempesta sedata, trasfigurazione,
moltiplicazione dei pani, pesca miracolosa, figlia di Giairo, ragazzino di Naim, Lazzaro].

- p.118: […] Molte storie miracolose riferiteci dai vangeli devono essere considerate leggendarie. Molte
leggende vanno analizzate non tanto nel loro contenuto espressivo storico bensì in quello teologico. Esse […]
ci parlano soltanto del significato salvifico racchiuso nell’unico evento di salvezza: Gesù Cristo. Dal fatto che
determinati miracoli non possono venir attribuiti al Gesù terreno non è lecito concludere che essi non
rivestano alcun significato teologico e kerigmatico. Questi racconti non-storici sono enunciati di fede sul
significato salvifico della persona e del messaggio di Gesù. […] Sarebbe falso concludere, partendo da
questa tesi, che non si dia alcuna azione miracolosa di Gesù storicamente garantita. È vero piuttosto il
contrario. Non c’è alcun esegeta serio che non ammetta un nucleo di miracoli storicamente certi che Gesù
ha operato. Qui sono soprattutto tre gli argomenti di un certo peso:
1. […] Una tradizione di miracoli, la quale non poggiasse saldamente sulla vita di Gesù, non sarebbe
possibile.
2. […] Devono essere accettati come storici quei miracoli la cui tradizione non si può spiegare né con l
matrice giudaica né con quella ellenistica. […] Le guarigioni in giorno di sabato, […] i racconti sulla cacciata
dei demoni […].

- p.119: 3. Alcuni racconti miracolosi ci offrono delle descrizioni così particolareggiate che, data la mancanz
di qualsiasi tendenziosità, devono essere ritenute autentiche […].
[…] Non è possibile negare un nucleo storico si questa tradizione. Gesù ha compiuto delle opere
straordinarie che lasciarono stupefatti i contemporanei. Ricordiamo la guarigione da diverse malattie e da
sintomi che a quel tempo venivano considerati segni di possessione diabolica. Con una certa probabilità
invece non sono da considerarsi storici i cosiddetti miracoli naturali.
[…] Un interrogativo che ci apre al di là di una problematica storica, a tutta un’altra serie di problemi ancora
più fondamentali, di carattere scientifico-naturale […]: che cos’è allora propriamente un miracolo? Che cosa
avviene quando si opera un miracolo?

- p.120: Secondo l’interpretazione tradizionale il miracolo è un evento percepibile, che trascende le


possibilità naturali e viene prodotto dall’onnipotenza divina infrangendo, o per lo meno eludendo, le causalità
naturali, per cui serve a confermare la rivelazione della Parola divina. […] Un simile concetto si rivela una
formula vuota. […] Se egli [Dio] si ponesse sullo stesso piano delle cause interne al nostro mondo non
sarebbe più Dio bensì idolo. Se Dio deve rimanere Dio, allora anche i suoi miracoli devono essere operati
dalle cause seconde della natura.

- p.121: […] Per qualificare i miracoli prodotti da Gesù, la Bibbia non usa mai isolatamente il concetto,
corrente nell’antichità, di térata, sempre accompagnato da una certa risonanza miracolistica; ma li interpreta
piuttosto impiegando i concetti di potenze (dunàmeis) e segni (semeia). Si tratta di eventi straordinari,
inattesi, che suscitano lo stupore e la meraviglia nell’uomo. Qui però lo sguardo non è rivolto alla natura e
alle sue leggi: il concetto di legge naturale è estraneo all’uomo dell’antichità. Il miracolo orienta lo sguardo
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verso l’alto, verso Dio. L’uomo della Bibbia non considera la realtà come natura, bensì come creatura. In
definitiva ogni realtà è portentosa. La problematica biblica dei miracoli non presenta un carattere scientifco-
naturale, bensì religioso e teo-logico.

- p.122: […] L’interrogativo che ci poniamo suona dunque: il miracolo è forse un evento in cui Dio non si
comporta in modo diverso che negli altri avvenimenti, ma dal quale l’uomo si sente particolarmente
interpellato? Ovviamente ne sorge subito un altro: su che cosa si fonda questa interpellanza? Si tratta forse
soltanto di un’interpretazione della fede o non si dà qualcosa nella stessa realtà che risponde a tale
interpretazione? […]

- p.123: […] Il punto di partenza metodologico delle scienze naturali è il carattere di determinatezza che
connota tutti gli avvenimenti, la validità assoluta delle leggi che regolano tutto ciò che accade. […] Dal punto
di vista delle scienze naturali non è dunque possibile scorgere un ambito in cui si determinerebbe un
“miracolo”, un avvenimento cioè non mediato in modo intramondano e quindi per principio nemmeno
determinabile. […] D’altra parte, nell’ambito scientifico-naturale, oggi si è ormai concordi nel ritenere
impossibile, per principio, una conoscenza completa di tutte le condizioni. Il conoscere umano infatti non
potrà mai prescindere dalla fatticità che connota il reale. […]

- p.124: […] Il luogo in cui può verificarsi un incontro tra scienziati e teologi non sarà quindi quello dei fatti
accertabili in quanto tali, ma quello in cui si toccano i presupposti ultimi delle scienze naturali, cioè la
problematica del trascendente, la questione della realtà nel suo complesso e relativo senso, il luogo dunque
in cui si tratta anche del senso dell’oggetto d’indagine delle scienze naturali. Il problema del modo di realtà
del miracolo sfocia, in definitiva, nel problema del senso ultimo di ogni realtà: puro caso, cieco destino,
regolarità universale […].
[..] Se Dio […] è il Dio vivente della storia, […] cioè colui che nel e per mezzo dell’avvenimento mondano
rivolge, ogni volta in modo nuovo e imprevedibile, il suo amore agli uomini, allora è anche quel Dio che si
serve delle leggi di natura, da lui stesso create, volute e rispettate , per manifestare significativamente in
esse e per mezzo di esse, la propria vicinanza, aiuto e benevolenza. […]

- p.125: […] Una teologia del miracolo […] rimane ancora un desiderio […]. Qui dovremo limitarci a
riassumere brevemente […]:
1. Sul piano fenomenico, per miracolo s’intende ciò che è straordinario, ciò che suscita impressione e
stupore. Questo fatto rimane però ancora ambiguo. Esso deriva la sua univocità soltanto dalla predicazione
che l’accompagna e che si accetta per fede. […]
2. […] Il miracolo scaturisce da un’iniziativa personale di Dio. L’aspetto peculiare del miracolo si trova quindi
sul paino dell’allocuzione personale e appello personale, […] che dimostrano la loro potenza perché si
incarnano nei segni.
3. Questa incarnazione viene mediata, storicamente, sempre attraverso le cause seconde creaturali. Un
intervento divino, concepito come un agire immediato-visibile di Dio, è un assurdo teologico. […] L’intensità
dell’autonomia creaturale aumenta nella stessa proporzione, e non nella proporzione inversa, in cui aumenta
l’intensità dell’agire di Dio.

- p.126: 4. Esso [il miracolo] non costringe dunque a credere, ma piuttosto provoca la fede e l’autentica.
Siamo quindi ritornati alla nostra impostazione cristologica del problema […]: che cosa significano per la fede
i miracoli di Gesù? In che modo qui si dischiude il senso della realtà?

Il significato teologico dei miracoli di Gesù

[…] I miracoli di Gesù sono segni del regno di Dio che sta irrompendo. La sua venuta significa la distruzione
del regno di Satana. […]

- p.127: […] In miracoli di Gesù stanno a significare che il regno di Dio è iniziato nel nostro mondo concreto,
fisico; sono quindi segni di speranza per il mondo. Anche per questo motivo non è legittimo definirli come
una violazione delle leggi naturali. A prescindere interamente dal fatto che così si appiattirebbe l’agire di Dio
[…], bisogna ammettere che questa caratterizzazione puramente negativa dei miracoli dovrebbe presentarci i
miracoli stessi come qualcosa di arbitrario. È vero invece che i miracoli vanno interpretati come espressioni
dell’inserimento dell’intera realtà nell’economia storica di Dio. […]

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- p.128:[…] Secondo il messaggio di Gesù l’uomo e il mondo possono diventare veramente umani soltanto
se trovano in Dio il loro Signore. Tutto il resto non sarebbe umano, ma condurrebbe a degli sforzi
sovraumani e quindi, facilmente, anche a delle conclusioni disumane.
[…] I miracoli sono segni della missione e autorità di Gesù. Egli non è soltanto il Messia che parla, ma anche
il Messia che opera. […] Le opere miracolose sono quindi anche un segno che mostra in che modo Gesù
volle che la sua autorità escatologica venisse interpretata […]:
1. […] Come adempimento dell’Antico Testamento.

- p.129: […] i suoi miracoli sono quindi un atto di obbedienza. Questo li contraddistingue dagli incantesimi
come pure dai miracoli operati dai taumaturghi nel periodo ellenistico.
2. […] La potenza di Dio si manifesta nell’oscurità, nel nascondimento, nell’equivocità e nello scandalo. […]
3. Il fine cui i miracoli tendono è quello di rendere disponibile l’uomo alla sequela. […] I miracoli di Gesù
servono dunque alla ricomposizione escatologica del popolo di Dio.
[…] Il miracolo deve condurre alla fede. Deve quindi far sorgere

- p.130: l’interrogativo: “Che mai è questo?” (Mc 1,27; 4,41; Mt 12,23). I miracoli devono provocare quel
sentimento di stupore che fa parte dell’atteggiamento primordiale dell’uomo, ed aprire quindi l’uomo al
nuovo e al diverso. […] Viene quindi esclusa la concezione secondo la quale questi avvenimenti sarebbero
dei fatti miracolosi così eccezionali da “atterrire” “travolgere”, mettere in ginocchio l’uomo. […] Dio […] vuole
che la risposta della sua creatura venga profferita in libertà. Per tale ragione i miracoli non potranno mai
costituire una prova chiara della fede.
[…] La fede non è ancora la fede in Gesù Cristo, come lo sarà invece quella basata sul kerigma post-
pasquale, ma una fiducia nella potenza taumaturgica di Gesù, un confidare e un contare sul fatto che la
potenza di Dio non termina là dove si esauriscono le possibilità dell’uomo.
[…] I miracoli sono quindi la risposta che Gesù dà al moto di una volontà che a lui si rivolge per ottenere
qualcosa. Sono la risposta di Gesù alla preghiera dell’uomo […], caratterizzata da fatto che essa s’attende
tutto da Dio e niente da sé stessa. […]

- p.131: […] La fede che scaturisce dai miracoli non è una fede prodotta semplicemente da azioni
portentose, ma è una fiducia nell’onnipotenza e provvidenza di Dio. il genuino contenuto di questa fede non
è un qualche fenomeno straordinario, ma Dio stesso. In definitiva i miracoli di Gesù attestano che in lui Dio è
entrato in azione e che in lui egli ha operato per la salvezza dell’uomo e del mondo.

IV. La pretesa di Gesù

- p.132: […] Dove si trova questo regno di Dio? Dove si realizza? Secondo le parole stesse di Gesù, non lo si
può indicare con il dito e dire: è qui, è là! Si trova in mezzo a noi, ma in modo misterioso (Lc. 17,21). Prende
inizio ovunque ci siano degli uomini che si affidano a Dio ed al suo amore, anche se non parlano
espressamente di Dio o di Gesù (Mt. 25,35ss.). Il regno di Dio è quindi una realtà nascosta, di cui si può
parlare soltanto in parabole.
[…] “Mistero” […] è la decisone di Dio, nascosta agli occhi degli uomini, svelata soltanto con la rivelazione e
che diventerà evento solo alla fine dei tempi. Conoscere il mistero del regno di Dio è quindi conoscere il fatto
della sua venuta. I discepoli conoscono il mistero del regno di Dio, i loro occhi sono stati cioè aperti per
scorgere l’inizio del tempo messianico […].

- p.133: Con la venuta di Gesù ha inizio quindi, in modo misterioso, anche il regno di Dio. Origene ha
concentrato queste stato di cose nella formula: Gesù è l’ autobasileia, il regno di Dio in persona. […] Gesù è
l’avvento del regno di Dio sotto forma di nascondimento, umiliazione e povertà. In lui diventa concretamente
percepibile ciò che il suo messaggio vuole annunciare[…].
Il Pericolo […] sta nel fatto che potremmo essere indotti a ritenere che la cristologia esplicita o diretta post-
pasquale non sia altro che un’esplicitazione, più o meno logica, operata dalla riflessione dell’uomo.

- p.134: […] Questa esplicitazione cristologica dev’essere […] intesa come interamente opera di Dio e
interamente risposta dell’uomo. […] Dovremmo quindi parlare di due figure o fasi in cui si traduce la venuta
del regno di Dio: quella del nascondimento ed umiliazione e quella della gloria. Sono diverse le vie che

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Walter Kasper, Gesù il Cristo, Queriniana

possiamo battere per spiegare questa cristologia nascosta nella vita pubblica, nella parola e nell’opera di
Gesù. Incominciamo con l’analizzare il modo in cui Gesù si è manifestato e il comportamento che ha assunto.
[…] “I pasti che Gesù ha consumato con i pubblicani e i peccatori non sono soltanto espressione della sua
straordinaria umanità, generosità e compassione per la gente disprezzata. Il loro significato è più profondo:
stanno ad esprimere la missione e il messaggio di Gesù (Mc. 2.17).

- p.135: Sono conviti escatologici, che prefigurano il convito salvifico degli ultimi tempi (Mt. 8,11). […]
L’atteggiamento che Gesù assume nei confronti dei peccatori implica quindi una pretesa cristologica inaudita.
Qui Gesù agisce come una persona che sta al posto d Dio. In lui e per mezzo di lui l’amore e la misericordia
di Dio scendono sugli uomini.

[…] Anche la predicazione di Gesù contiene una cristologia implicita. […] Egli non attacca la suprema
autorità del giudaismo, la parola di Mosè, e tuttavia la trascende. Ma superiore all’autorità di Mosè è soltanto
l’autorità di Dio […].

- p.136: Con il suo “Ma io vi dico” Gesù avanza quindi la pretesa di pronunciare la parola definitiva di Dio, la
quale porta la parola di Dio veterostestamentaria al suo compimento insuperabile. […] Egli non distingue tra
la sua parola e quella di Dio. […] A prescindere dal fatto se egli abbia preteso apertamente di essere il
Messia, bisogna convenire che l’unica categoria adatta per avanzare una simile pretesa è appunto quella
messianica. […] Gesù si è compreso come bocca di Dio, voce di Dio.

[…] Durante la sua vita pubblica e nella sua predicazione Gesù ha chiamato il suo popolo ad una decisione
suprema. La scelta per o contro il regno di Dio è concretamente legata alla scelta per lui, per la sua parola e
la sua opera.

- p.137: Già il modo in cui avviene l’ingresso nella sequela di Gesù fa trasparire qualcosa del potere di Gesù
stesso. E ciò risulta ancor più chiaro quando si esamina il contenuto di questa sequela. Non si tratta mai di
dotte dispute, che erano invece comuni tra i rabbini, fra Gesù e i suoi discepoli. Il fine del discepolato non è
la trasmissione di una tradizione bensì il prender parte alla proclamazione del regno di Dio e partecipare
anche del potere stesso di Gesù, che è quello di annunciare con forza il regno d Dio imminente e di cacciare
gli spiriti del male […].
Questa sequela così incondizionata equivale ad una professione d fede in Gesù. Non abbiamo quindi soltanto
una continuità reale tra la professione di fede antecedente e quella susseguente alla Pasqua, ma anche una
continuità sociologica fra la cerchia pre-pasquale dei discepoli e quella post-pasquale.

- p.138: La cristologia implicita del Gesù terreno contiene una pretesa inaudita, che spezza tutti i precedenti
schemi. In lui si entra a contatto con Dio e il suo regno; in lui s’incontrano la grazia di Dio e il suo giudizio;
egli è il regno di Dio, la parola di Dio, l’amore di Dio in persona.
[…] Ma Gesù avanza questa pretesa così assoluta senza alcuna presunzione ed arroganza, senza alcuna
affettazione che possa in qualche modo far pensare ad una potenza, influenza, ricchezza e fama. Egli è
povero, non ha casa né patria, tra i suoi discepoli si comporta come un servitore (Lc.22,27). Si ripropone
dunque l’interrogativo: chi è costui?

Il problema dei titoli di sovranità di Gesù

[Messia]

[…] Questo problema della persona di Gesù e del significato che essa riveste costituisce “il” problema
cristologico fondamentale già nel Nuovo Testamento e viene poi riproposto nell’evoluzione dogmatica dei
primi secoli e nella teologia moderna. Riferita alla persona del Gesù terreno, questa domanda suona: Gesù
ha preteso di essere il Cristo, cioè il Messia? Già nel Nuovo Testamento il titolo di Messia o di Cristo fu
considerato talmente centrale da di-

- p.139: -ventare addirittura un suo nome proprio. È questo il titolo cristologico. Già negli scritti
neotestamentari divenne per così dire il punto di cristallizzazione di altri importanti enunciati cristologici e
ben presto si combinò con la qualifica di Figlio dell’uomo […] e di Figlio di Dio […]. È quindi molto importante
per la cristologia sapere se Gesù si sia considerato Messia, o meglio ancora se sia stato Gesù stesso ad
arrogarsi questo titolo.

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Walter Kasper, Gesù il Cristo, Queriniana

- p.143: […] Gesù porta a compimento l’antica alleanza infrangendo tutte le speranze del passato.
L’avversario del suo messaggio dell’imminente regno di Dio non è per lui, come sarebbe stato invece più
rispondente alla figura messianica della speranza del giudaismo, un potere politico, bensì il potere satanico
del male. Egli non ha mirato alla conquista del potere, né ricorso alla violenza, ma ha concepito la propria
attività come servizio. […] “Nella signoria del servizio, che implica la sofferenza e scaturisce

- p.144: da un pensare i pensieri di Dio […] risplende un nuovo modo di concepire la messianicità, il quale
impedì a Gesù di farsi chiamare Messia perché questo avrebbe favorito soltanto dei malintesi circa la sua
missione” (Grundmann). […]

[Figlio dell’uomo]

- p.147: […] Questa voce [Figlio dell’uomo], così ricca di significati e di mistero, qualifica Gesù come il
rappresentante escatologico di Dio e del suo regno, ma anche come il rappresentante degli uomini. In lui e
per mezzo di lui, nella sua persona e nel suo destino, viene decisa la causa di Dio e degli uomini. Egli è e
porta la grazia di Dio e il giudizio di Dio. La voce di Figlio dell’uomo ci consente di capire e di legittimare le
linee essenziali di sviluppo che riscontreremo poi nella cristologia post-pasquale: la cristologia della passione
e dell’esaltazione, l’attesa del ritorno di Gesù, il significato personale e universale che la sua persona riveste.

[Figlio di Dio]

- p.150: […] Nella sua radicale obbedienza Gesù è quindi la radicale originarietà da Dio e il radicale
riferimento a Lui. Egli non è nulla da sé ma tutto da Dio e per Dio. È quindi la forma nuova, lo spazio aperto
all’amore di Dio che si comunica. La donazione di Gesù al Padre presuppone, naturalmente, la
comunicazione del Padre a Gesù. La successiva cristologia della figliolanza non è altro che l’interpretazione e
traduzione di ciò che si trova nascosto nell’obbedienza e donazione filiali di Gesù. Ciò che Gesù visse
onticamente prima della Pasqua venne poi ad esprimersi ontologicamente nel periodo post-pasquale.

- p.151: […] L’ontologia di Gesù Figlio di Dio è quindi inscindibilmente congiunta con la sua missione e
servizio. Egli è l’esistenza di Dio per gli altri. Ontologia e missione, cristologia ontologica e cristologia
funzionale non sono interscambiabili, non le si possono dissociare, si condizionano a vicenda. La funzione di
Gesù, il suo essere per Dio e per gli altri, è anche la sua essenza; viceversa, la cristologia funzionale implica
una cristologia ontologica.

V. La morte di Gesù

- p.153: […] Gesù venne […] giustiziato perché lo si ritenne un ribelle politico. Lo attesta anche il titulus
crucis: “Re dei giudei” (Mc 15,26). Alcuni hanno voluto concludere che Gesù sarebbe stato il capo di una
banda dei rivoltosi, del tipo di quelle zelotiche. Ma è una tesi assolutamente insostenibile, quando si tenga
conto delle differenze fondamentali tra il comportamento di Gesù e quello degli zeloti.
[…] Fu […] quindi facile per gli avversari di Gesù inventare un pretesto che rendesse possibile un’accusa di
tipo politico contro il Maestro davanti a Pilato […]. Più difficile è invece pensare i motivi che hanno indotto
l’Alto Consiglio a condannare Gesù. Sembra […] che due siano stati i motivi che giocarono un ruolo decisivo:
la questione messianica, sfruttata anche per l’accusa davanti a Pilato, e il detto di Gesù sulla distruzione del
tempio.

- p.154: […] Al tempo di Gesù l’Alto Consiglio non poteva eseguire la pena capitale, e quindi cercò di allearsi
con le odiate truppe, di occupazione, romane. Gesù entra così negli ingranaggi del potere. La sua fine ormai
è connotata dall’equivoco e dalla viltà, dall’odio e dalla menzogna, dagli intrighi e dalle emozioni.
[…] Per il Nuovo Testamento la morte di Gesù non è soltanto frutto degli intrighi dei giudei e romani, ma
manche un atto salvifico di Dio e un’autodonazione libera di Gesù. L’interrogativo per noi essenziale suona:
coma ha compreso Gesù stesso la propria morte? Quale interpretazione ha dato del suo fallimento?

La prospettiva escatologica

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Walter Kasper, Gesù il Cristo, Queriniana

- p.155: Oggi si è ormai quasi del tutto d’accordo nel ritenere queste predizioni [della Passione] siano dei
vaticinia ex eventu […]. Se Gesù avesse predetto in modo così chiaro la sua morte e risurrezione, ci
diventerebbero del tutto incomprensibili la fuga dei discepoli, la loro disillusione e iniziale incredulità di fronte
alla testimonianza della sua risurrezione.
[…] Questi racconti non vogliono dunque essere una pura narrazione, ma anche un annuncio. Essi
interpretano la passione già alla luce della risurrezione: come la sofferenza del Messia e del Giusto, come
l’adempimento dell’Antico Testamento e quindi della stessa volontà di Dio [Is 53; Sal 22; 69].

- p.157: Dato l’attuale stato delle fonti, è estremamente difficile precisare quale sia stata l’interpretazione
che Gesù diede della sua morte. Per superare queste difficoltà si è cercato di dimostrare che già nell’Antico
Testamento e nel giudaismo del tempo di Gesù c’erano dei theologumena che consentivano
un’interpretazione della morte in chiave soteriologica. […] Il problema non sta nel sapere se Gesù avesse
potuto comprendere la propria morte come una morte di salvezza, ma piuttosto se l’abbia effettivamente
compresa in tal modo […].

- p.158: Dobbiamo supporre che egli abbia previsto e dovesse prevedere una fine violenta della propria vita.
Chi si propone come lui si è presentato deve mettere in conto le conseguenze più estreme. […] Fin dall’inizio
della sua vita pubblica Gesù divenne l’oggetto dell’ostilità mortale dei farisei. […] Decidersi per lui non porta
alla pace ma alla rottura con l’ordine vigente. […] S’aggiunga che la sorte riservata al Battezzatore (Mc 6,14-
29) doveva prospettare anche a Gesù l’eventualità di una morte violenta.
[…] Lc 13,32s, [è] “un brano biografico nel senso vero del termine” (Bultmann), ci mostra che egli si è
appropriato di questa tradizione molto diffusa nel tardo giudaismo: «Andate a dire a quella volpe: «Ecco, io
scaccio demoni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. Però è
necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un
profeta muoia fuori di Gerusalemme». […] Nella sorte dei profeti Gesù vede quindi prefigurato il proprio
destino.

- p.159: Gesù va a Gerusalemme, quindi, non senza un qualche presentimento. Ma non è certo che egli si
sia recato in quella città per sottoporre il popolo all’ultimo confronto con il suo messaggio e costringerlo alla
decisione. […] Certo è che si giunse ad uno scontro nel tempio […]. La purificazione del tempio va […]
interpretata come un gesto simbolico e profetico, che si inquadra nelle aspettative veterotestamentarie […]
dell’inizio del tempo escatologico, della fine del vecchio tempio e dell’edificazione di uno nuovo.
[…] È dunque chiaro che il conflitto tra Gesù e i suoi avversari si svolge in un contesto escatologico. Gesù
annuncia la fine dell’antico eone e l’inizio di uno nuovo […]. La prospettiva escatologica risulta
particolarmente chiara nei testi dell’ultima Cena […].

- p.160: […] Lo sguardo di Gesù non è rivolto soltanto alla morte imminente, ma pure al regno di Dio che sta
per venire. La sua morte è strettamente legata all’avvento della basileia. […] Gesù ha dunque conferito
sempre un’impronta escatologica alla sua predicazione e manifestazione pubblica, anche e proprio in vista
della sua morte. Ce lo confermano pure le ultime parole che, secondo il racconto di Marco e di Matteo, egli
avrebbe profferito prima di morire […].

- p.161: […] Una citazione dal Salmo 22, il quale connota l’intero racconto della passione. A quel tempo
citare l’inizio di un salmo significava citarlo per intero. “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” non è
dunque un grido di disperazione, bensì una preghiera certa di essere esaudita e fiduciosa nell’avvento del
regno. […] La fede di Gesù non ha subito alcun tracollo. Egli ha dunque sperimentato questo Dio come colui
che proprio nella sua vicinanza si sottrae, colui che è totalmente Altro.

- p.162: […] La morte di Gesù sulla croce non è quindi soltanto la conseguenza ultima del coraggio col quale
egli si è presentato agli uomini, ma anche il compendio del suo messaggio. La morte di Gesù sulla croce è la
chiarificazione ultima di ciò che a lui premeva: la venuta del regno escatologico di Dio nelle condizioni di
questo eone, della signoria divina nell’impotenza umana, della ricchezza nella povertà, dell’amore
nell’abbandono, della pienezza nel vuoto, della vita nella morte. […]

Il Significato soteriologico

Già negli strati più antichi della tradizione post-pasquale la morte di Gesù venne interpretata come morte di
salvezza e di espiazione “per noi” e “per i molti”

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Walter Kasper, Gesù il Cristo, Queriniana

[…] fin dalla prima formula di fede in 1Cor 15,3-5 e nella tradizione, pura antica, dell’ultima Cena (1Cor
11,24; Mc 14,24), […] [il] cantico del Servo di Dio [Is 53,1-12] sofferente serve ad interpretare la morte

- p.163: di Gesù come morte espiatrice e vicaria per la salvezza degli uomini, e da allora questa
interpretazione è rimasta fondamentale per la concezione cristiana della redenzione in genere e
dell’eucarestia in specie.
[…] Si sono fatti diversi tentativi per dimostrare che fu Gesù stesso ad attribuire alla propria morte un
significato soteriologico. Ma lo sforzo di individuare in questo campo le singole ipsissima verba di Gesù
approda a dei risultati molto incerti. Ciò che è possibile ottenere, e con un’argomentazione fondata su certe
congruenze, è solo il fatto che le singole parole di Gesù sono sorrette dalla sua intenzione di fondo, dalla sua
ipsissima intentio. E questo in duplice modo. Innanzitutto si riprende come punto di partenza il fatto che
Gesù comprese la propria morte strettamente legata al messaggio della venuta del regno di Dio. […] In un
secondo punto di vista si parte dall’osservazione che il regno di Dio in Gesù sperimenta la sua realizzazione
personale nella

- p.164: figura del servizio. […] La liberazione vera e propria che Gesù a portato a compimento è la
remissione della colpa davanti a Dio. La nuova comunione che lui ha istituito è la comunione con Dio. E un
simile servizio di redenzione gli attirò immediatamente l’inimicizia degli avversari […]. […] L’amore che non
esclude nemmeno i nemici, in breve l’essere-per-gli-altri, è quindi il nuovo modo d’essere inaugurato e reso
possibile da Gesù. […] Il fatto che Gesù non si sia arrogato direttamente il titolo di Servo di Dio, e neppure
quelli di Messia e Figlio di Dio, non significa dunque che egli non abbia avuto coscienza di essere quel Servo
di Dio che soffre e presta servizio a favore di molti. Tutta la sua vita presenta questo carattere, e sono molte
le indicazioni che ce lo attestano […] che egli ha mantenuto questa convinzione anche mentre stava per
morire, che ha dunque compreso la propria morte come un servizio vicario e salvifico per i molti. Gesù è
dunque, nella sua vita come nella sua morte, l’uomo per gli altri. Questo essere-per-gli-altri costituisce la sua
più profonda essenza, perché in questo egli è l’amore personificato di Dio per gli uomini. […]

- p.165: Se salvezza e sventura vengono decise nell’hic et nunc e dipendono dall’atteggiamento che si
assume nei confronti della predicazione di Gesù e della sua manifestazione pubblica, come si potrà poi
credere che Dio salvi gli uomini soltanto per mezzo della morte di Gesù? […] Questa obiezione dimentica
tuttavia che il rifiuto di accettare per fede il messaggio di Gesù, da parte di Israele nella sua totalità, aveva
dato origine ad una situazione nuova. Nemmeno i discepoli più vicini a Gesù, alla fine, sapevano cosa
pensare del loro Maestro. Egli fu allora costretto a percorrere da solo, nella solitudine più anonima, il suo
ultimo tratto di cammino. E lo percorse come sempre, nell’obbedienza al Padre e nel servizio agli altri.
Questa sua obbedienza e servizio fino alla morte di croce divennero così il luogo unico in cui il promesso
avvento del regno di Dio poteva realizzarsi secondo uno schema che infrangeva tutti i precedenti.

- p.166: La morte obbediente di Gesù è quindi il compendio, la quintessenza, il vertice ultimo e insuperabile
della sua intera attività. Il significato salvifico di Gesù non investe dunque soltanto la sua morte. E tuttavia
proprio in questa morte esso sperimenta la sua univocità e definitività ultime.

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