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Vi annuncio una grande gioia!

della prof. Bruna Costacurta

Proponiamo il testo di un incontro sul Natale tenuto dalla professoressa Bruna Costacurta,
docente di Sacra Scrittura presso la Pontificia università Gregoriana, in occasione
dell’Avvento 2004 al clero della Diocesi di Roma. Il testo è disponibile nel sito della
Diocesi di Roma (www.vicariatusurbis.it).

“Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace,
messaggero di bene che annunzia la salvezza, che dice a Sion: “Regna il tuo Dio”. Senti?
Le tue sentinelle alzano la voce, insieme gridano di gioia, poiché vedono con i loro occhi il
ritorno del Signore in Sion. Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme,
perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme. Il Signore ha
snudato il suo santo braccio a tutti i popoli; tutti i confini della terra vedranno la salvezza
del nostro Dio” (Is 52, 7-10).
 

Per meditare sul Natale partiamo dalla seconda lettura della messa del giorno, che viene
proclamata a Natale. Sono certamente versetti adeguati al mistero del Natale, anche perché
sono i versetti della liturgia del Natale.

E’ un testo che a mo’ di inno reagisce nella gioia a quello che è stato detto anche
precedentemente. Il capitolo 52 di Isaia inizia con l’invito rivolto a Gerusalemme perché si
alzi, si svegli, si rivesta dei suoi vestiti più belli, perché il Signore è venuto a riscattare
Gerusalemme. Il Signore ha deciso di liberare il suo popolo, ha deciso di riscattarlo dai suoi
deportatori e quindi ha deciso di farsi conoscere e riconoscere in pienezza come il Dio della
salvezza, della consolazione, così che il popolo, facendo esperienza  di questa salvezza,
possa ritornare non solo nella terra, ma ritornare a Dio. Così comincia Isaia 52, che al v. 6
termina questa frase: “Il mio popolo conoscerà il mio nome, conoscerà in quel giorno che
io sono colui che dice: eccomi!”.

Dio che si presenta come colui che dice: “Sono qua!” Questa diventa una specie di
definizione di Dio! Questo è il modo con cui Israele e ogni credente può sperimentare Dio.
Dio è colui che dice: “Io sono qua! Eccomi qua! Ci sono!”. Dunque, Dio come presenza
assoluta e presenza di salvezza, di amore e di aiuto. “Sono qui!” racchiude in qualche
modo tutta la storia della salvezza. L’esperienza di Dio diventa l’esperienza di colui che  si
fa presente. “Sono qui!”: non c’è questo versetto nella lettura della liturgia del Natale, ma
vedete che è un bel modo per aprirsi a questa lettura di Natale: il Signore Gesù che viene in
mezzo agli uomini, il Figlio di Dio che si fa presente, il Bambino Gesù che diventa questo
Dio che dice: “Eccomi, sono qui!” A questo annuncio di presenza risponde il canto di gioia
del testo che leggeremo il giorno di Natale. E’ il canto di gioia di Gerusalemme che esulta
perché questo Dio che è qui è il Dio che libera, che pone fine all’esilio di Babilonia, è il
Dio della consolazione, che permette a Israele di ritrovare il Signore e insieme di
ritrovarsi nella fede.

Dio che dice: “Sono qui! Eccomi!”, è il Dio che dice: “Vengo a liberare!” Dove la
liberazione, di cui il nostro testo parla e che è in qualche modo paradigma di tutte le
liberazioni, è la liberazione dall'esilio. Quel "sono qui! Eccomi!” è un modo con cui Dio
dice: “Non me ne sono andato! Ci sono sempre stato! Non è vero che vi ho
abbandonato! Eccomi!” e questo adesso si vede nella liberazione dall’esilio. E la fine
dell’esilio diventa in questo modo paradigma di ogni tipo di salvezza. Cioè, se uno
vuole sapere che cosa vuol dire che “Dio salva”, “che Dio si fa presente”, “che Dio
consola”, bisogna capire che cosa ha voluto dire tornare dall’esilio. E allora non è un caso
che questo testo che annuncia la liberazione dall’esilio venga utilizzato nella liturgia della
messa di Natale, perché è annuncio, prefigurazione della liberazione, di quella salvezza e di
quella consolazione definitiva che porta il Signore Gesù. Fermiamoci un attimo per
riflettere su che cosa vuol dire essere andati in esilio e che cosa vuol dire la fine dell’esilio,
come paradigma di ogni salvezza.

Quando si parla di esilio, nel Deutero-Isaia, si parla dell’esilio di Babilonia, cioè di quel
momento drammatico della storia di Israele, in cui dopo che due secoli prima era caduto il
regno del nord e quindi, dopo che Israele aveva comunque vissuto questa ferita tragica delle
dieci tribù perse del regno del nord, che è stato spazzato via dalla furia assira, così che
anche il territorio stesso ormai è diventato provincia assira (siamo nell’VIII secolo), quando
Israele si è trovato a un passo dalla voragine, anche Israele del sud, anche Giuda, anche
Gerusalemme, e miracolosamente è scampata alla rovina. Il popolo di Israele, del regno di
Giuda, quelli che sono rimasti, interpretano  quel loro rimanere come un segno della
presenza di Dio, come se quell’ “Eccomi, Sono qui!”, che dice adesso Dio, in Isaia 52, si
incarnasse in qualche modo e si concretizzasse nella presenza di Dio in mezzo al popolo di
Giuda, perché Dio è presente nel tempio di Gerusalemme. Allora, se Israele è caduto, se il
regno del nord è sparito, il regno del sud che invece rimane, elabora questa consapevolezza
del suo rimanere, perché Dio è rimasto con lui. E il segno visibile di questo rimanere di
Dio, di questa presenza è la città santa e il tempio santo in cui Dio abita. Nel momento in
cui nel sesto secolo, quindi due secoli dopo gli assiri, arrivano invece i babilonesi, mettono
l’assedio alla città di Gerusalemme, distruggono la città e anche il tempio, ciò che il popolo
di Israele, gli abitanti di Giuda percepiscono è che questo non ha semplicemente voluto dire
che è venuto un popolo potente e ha distrutto il piccolo popolo di Giuda; non vuol solo dire
che questi hanno perduto la loro terra, perché vengono portati in deportazione a Babilonia,
ma tutto questo ha voluto dire che in qualche modo Dio o ha tradito o comunque è sparito.
In esilio Israele non può più credere in un Dio che dice: “Eccomi! Sono qui!”. Perché, di
fatto, in esilio, Dio non c’è più! E con lui non c’è più nulla di tutto ciò che Dio aveva
promesso. L’esilio diventa in questo modo paradigma della crisi di fede. Il ritorno
dall’esilio è paradigma di salvezza. Capire cosa vuol dire “andare in esilio” vuol dire capire
cosa vuol dire entrare nella crisi di fede. La crisi di fede che Israele vive andando a
Babilonia, la crisi di fede che il credente vive, quando sembra che Dio si contraddica, che
Dio non tenga fede alle sue promesse, quando sembra che Dio si rimangi la sua parola. In
altre parole: tutte le volte che noi ci siamo fidati di Dio e poi invece tutto cambia e viene la
tentazione di dire: “Ho sbagliato a fidarmi!”, “Dio non è così buono e così fedele come
sembra!”, “Io ho creduto in lui e adesso invece tutto crolla!”… ogni volta che nella fede del
credente avviene questo è come se fosse in esilio a Babilonia. Perché questo andare in esilio
a Babilonia è proprio i crollo radicale di tutto ciò su cui Israele si era basato ed aveva
creduto.

Israele nasce come popolo di Dio, discendente di Abramo, quest’Abramo che ha


rappresentato nella storia dell’umanità la risposta che Dio ha dato al dilagare del peccato. I
capitoli 1 e 2 di Genesi dicono che il mondo creato da Dio è buono; dal cap. 3  al cap. 11 si
dice che questo mondo creato da Dio buono viene però reso cattivo dalla scelta sbagliata
dell’uomo. Ed è tutta la storia del peccato: prima l’uomo e la donna, poi Caino, poi il
dilagare del peccato fino al diluvio e poi fino alla torre di Babele. Quando sembra che il
peccato abbia raggiunto il suo culmine e che quindi in qualche modo il progetto di Dio, che
si era visto in Genesi 1 e 2 sia fallito… quando sembra questo… Dio decide di intervenire
in un modo nuovo, completamente diverso, non creando il mondo, non dando vita
all’uomo, ma entrando e coinvolgendosi dentro la storia dell’uomo e chiamando un uomo,
Abramo. Ed è lì che ricomincia una nuova storia, che è la storia della benedizione che deve
rispondere a tutta quella maledizione che è stata la storia del peccato. Abramo diventa il
segno della benedizione e della risposta di Dio ed è l’inizio di quel popolo, è quell’uomo
solo con una moglie sterile, che invece diventa grande popolo, che è il popolo di Israele con
cui Dio fa alleanza, entrando ancora di più nella storia degli uomini, coinvolgendosi ancora
di più, perché addirittura poi con l’alleanza si entra in quella dimensione di relazione
assoluta, unica, inscindibile tra Dio e gli uomini; il fatto che oramai per sempre Dio è il Dio
di Israele e per sempre Israele è il popolo di Dio ed è talmente forte questo rapporto di
alleanza, è talmente inscindibile la relazione che adesso si verifica che addirittura il segno
dell’alleanza che Mosè compie sul popolo è di aspergere il popolo e l’altare con lo stesso
sangue. Il popolo e l’altare che rappresenta Dio, i due contraenti dell’alleanza vengono
aspersi con lo stesso sangue, quasi a significare materialmente che ormai tra i due c’è una
comunione di vita, una comunione di sangue. Lo stesso sangue che scorre, la stessa vita
ormai è quella di Dio e quella del popolo; ormai il popolo vive della vita di Dio e non a
caso poi le metafore che si utilizzano per dire questo sono quelle sponsali e quelle di
paternità.

Quando la Bibbia vuole parlare dell’alleanza dice che Israele è la sposa e Dio è lo
sposo e che Israele è figlio e Dio è Padre, significando con questo lo sposo e la sposa,
cioè i due che diventano una sola carne, e significando il padre e il figlio, cioè i due che
sono la stessa carne e lo stesso sangue. Allora, lo sposo e la sposa che sono ormai in una
relazione che non può più essere rotta perché sono diventati uno, e il figlio che è
l’immagine del padre, che ha sul volto i lineamenti del padre, che ha lo stesso sangue del
padre, che è il prolungamento della vita del padre… ecco, queste due metafore vengono
utilizzate per dire l’alleanza. Tanto Dio si coinvolge nella vita degli uomini!

Questa è la risposta che Dio dà al peccato, una risposta di grazia radicale, di cui Israele ha
vissuto e vive; è Israele questo popolo sposa, è Israele questo popolo figlio, è in Israele che
la benedizione promessa ad Abramo si realizza definitivamente. Ebbene, cosa ottiene
invece? Che con l’arrivo dei babilonesi e con la crisi dell’esilio Israele non è invece più
popolo, Israele viene disperso tra le nazioni, l’alleanza sembra non avere più nessun valore,
Israele non può più riconoscersi come popolo di Dio, soprattutto non può più riconoscere
Dio come Dio di questo popolo, perché ormai il popolo non c’è più; non c’è più, non c’è
più alleanza, non c’è più benedizione! Anzi la benedizione è trasformata in maledizione e la
conseguenza che il popolo di Israele sembra trarre da tutto questo è: “Dio ci ha ingannati!
L’alleanza è stata uno spaventoso imbroglio, è stata una farsa!”, “Dio non è stato fedele!”.
E’ una crisi molto profonda e a tutti i livelli, perché Israele non è più popolo, la terra che è
la parte integrante del rapporto di alleanza tra Dio e il popolo, perché è la terra il luogo in
cui Israele poteva vivere in fedeltà, quella vita santa che è la vita della santità di Dio, questa
terra ormai non c’è più, deve essere abbandonata e dunque: dove non c’è più terra
promessa, non c’è neppure più la promessa e non c’è più il segno dell’alleanza di Dio.

E faceva parte integrante di questo cammino di alleanza tra Israele e Dio anche  la presenza
del re, questo re che era stato inizialmente il segno di un peccato del popolo, perché il
popolo ha voluto il re per poter essere uguale a tutti gli altri, come tutte le altre nazioni.
Quando Israele ha chiesto il re, in realtà è venuto meno all’alleanza! Chiedere il re è come
un ritrarsi dall’alleanza, perché questo popolo che era un popolo diverso, perché era il
popolo di Dio, chiedendo il re, vuole invece diventare come gli altri, vuole sottrarsi alla
fatica della diversità e della fede e chiede il re ed è il peccato del popolo. Ma Dio è
talmente fedele alla sua alleanza che è capace persino di recuperare il peccato del
popolo e di trasformarlo in dono. E allora che cosa avviene? Che il popolo come segno di
infedeltà chiede il re e Dio recupera quell’infedeltà trasformandola in un dono di fedeltà.
Loro chiedono il re e questo è il peccato? E Dio dice: voi avete peccato chiedendo il re e
allora, sapete che faccio?, io il re ve lo dono! E quello che era il segno del vostro peccato
adesso diventa il mio dono! Ecco il modo con cui Dio perdona! Riesce talmente tanto a
recuperare il peccato del popolo che addirittura quel peccato diventa invece trasformato
totalmente e Israele se lo vede restituito come dono, trasformato in dono e il re che era il
segno della fede di Israele che veniva meno, invece adesso che è il dono di Dio, diventa il
segno della presenza e della fedeltà di Dio che non viene mai meno e che non riesce ad
essere vinta neppure dal peccato del popolo; tanto che questo peccato è trasformato e allora
ecco che il re viene donato e addirittura c’è la grande alleanza di Dio con Davide; non verrà
mai meno un re della discendenza davidica sul trono. Il re diventa il segno della fedeltà di
Dio, diventa il mediatore, il rappresentante di Dio e del suo amore… e adesso che cosa
succede con l’esilio? Che anche il re è sparito, non c’è più re! Si vive solo sotto la
dominazione babilonese, il regno è finito, il trono è sparito e dunque Israele è costretto a
dire: “Quello che Dio ha promesso a Davide non è più vero! Il re non c’è più!”.  Se poi voi
pensate che accanto a questo si mette il fatto che non solo è sparita la terra, il popolo e il re,
ma addirittura è sparito il tempio, cioè è sparito il luogo della presenza visibile di Dio, il
luogo in cui Dio ha deciso di abitare, quel luogo che era stato ricolmato della sua presenza
di gloria, il tempio di Gerusalemme, dove non era neppure possibile avvicinarsi al mistero
di Dio. Nel Santo dei santi poteva entrare una sola volta all’anno il sommo sacerdote e solo
riempiendo il Santo dei santi di incenso, così che la gloria di Dio non apparisse, perché
l’uomo non può sostenere quella visione… tanto lì Dio era presente che c’era bisogno
dell’incenso per coprirlo, tanto era grande e assoluta la presenza della gloria di Dio nel
tempio!… ebbene questo tempio in cui abitava la gloria e la potenza di Dio, in cui abitava
Dio in tutta la sua grandezza e grazia… questo tempio è andato distrutto ed è andato in
fumo, perché è stato dato alle fiamme! E mentre il tempio bruciava che succedeva di Dio?
La domanda terribile e tragica di Israele in esilio è: ma Dio è bruciato anche lui con il
tempio! Si è messo in salvo prima e ci ha abbandonati! Oppure è stato distrutto! Comunque
sia: o distrutto o che ci ha abbandonati, quello non è il Dio di cui ci si poteva fidare! Ecco
la crisi di fede che non sa più riconoscere i segni della presenza di Dio; la crisi di fede che
vede intorno a sé solo i segni della desolazione, dell’assenza, di un dio cattivo oppure di un
Dio debole, comunque di un Dio ingannatore. Vi ricordate il grido di Geremia che
racchiude tutta l’esperienza dell’esilio: “Ahi, Signore Dio! Davvero tu hai totalmente
ingannato questo popolo!” (Ger 4, 10). Questa è la crisi di fede che ognuno di noi
attraversa quando gli sembra che Dio non sia fedele, che Dio abbia promesso e non abbia
mantenuto, quando ci sembra che Dio si sia fatto lontano, che Dio sia assente, a livello
personale, comunitario e mondiale. Dio ha promesso di essere presente nella nostra vita e
poi arriva la malattia, la solitudine, i fallimenti… e davanti a questo uno si chiede: ma Dio
dov’è? C’è ancora? Ma c’è mai stato? Perché mi ha abbandonato? E davanti a quello che
succede intorno a noi, davanti alla guerra, alla violenza, agli uomini che vengono torturati,
umiliati, davanti ai bambini che muoiono… ma è ancora possibile dire veramente che Dio
c’è? Ma Dio dov’è andato? Ci ha abbandonati, ci ha ingannati? E’ troppo debole per
intervenire! Non gli importa niente, per questo non interviene! Che Dio è? Dove è? E’ la
crisi, è la crisi dell’esilio, quando sembra che Dio taccia. Dio diventato muto; forse
diventato sordo! Dio non c’è! E se c’era se ne è andato!

Davanti a questo risponde Isaia 52: “E Dio dice: Eccomi, sono qui!” Eccomi, sono qui! E’
la riscoperta di una nuova, diversa presenza di Dio; è il potersi finalmente riaprire alla fede;
è il riscoprire che Dio non ci ha mai abbandonati; è scoprire che Dio è colui che dice: Sono
qui! E allora Israele ritorna in patria, viene ricostruito il tempio, Gerusalemme e allora
finalmente Israele ritrova Dio.

L’esilio diventa questo cammino di morte in cui Israele senza negare la morte e la crisi, può
finalmente scoprire dentro la morte che Dio invece è il Dio della vita; e dentro l’assenza
Israele può scoprire una presenza diversa. Non la presenza del Dio onnipotente che
interviene a distruggere il male in un attimo, non il Dio onnipotente che deve farmi
andare tutto bene, che toglie il male e la sofferenza, ma il Dio onnipotente che sceglie i
cammini di un’onnipotenza, che non è quella degli uomini e che non è quella che si
aspetterebbero. Non l’onnipotenza che fa andare tutto bene, ma la potenza dell’amore
che è capace di vincere la morte accettando di entrare dentro i cammini della morte. E
allora dentro i cammini della morte e dell’esilio che Israele riscopre il Dio della vita e lì
dove sembrava che Dio fosse assente, lì Israele scopre invece una nuova presenza di Dio.
Eccomi, sono qui! Se questo è l’annuncio, ecco che allora: Ah, come sono belli sui monti i
piedi di chi porta questo annuncio, di chi fa udire pace, di chi porta il lieto annunzio di
bene, di chi fa udire salvezza, di chi dice a Sion: “Il tuo Dio regna!” Ecco il testo di
Natale! Dio si fa presente… e invece di descrivere l’evento, la venuta di Dio, questo testo
descrive la venuta di chi porta l’annuncio. Come sono belli sui monti i piedi! Si riprende in
questo modo l’inizio del libro della consolazione. Il Deutero-Isaia comincia al cap. 40 con:
“Consolate, consolate il mio popolo!”. Consolate, perché il problema è quella crisi
dell’esilio in cui stava il popolo e la salvezza è la consolazione da quello e lì dentro.
Consolate, consolate il mio popolo e al v. 9 del cap. 40: “Sali sul monte, tu che porti le
buone notizie in Sion; alza la voce tu che rechi liete notizie in Gerusalemme. Alza la voce,
non temere, annuncia: Ecco il vostro Dio!”. E adesso c’è questa immagine del messaggero
con i piedi sui monti che viene a dire: “Il tuo Dio regna!”. E’ la visione bella della salvezza
che arriva. Pensate cosa deve essere stato per gli esuli sentire una cosa di questo tipo: come
sono belli sui monti i piedi di chi porta la lieta novella! Sentono parlare di monti, di
Gerusalemme; sono i monti di Sion. E’ Gerusalemme la patria santa! Ecco gli esuli
rivedono Gerusalemme e vedono questo che arriva a portare la buona notizia e quello che è
bello non si vede il messaggero, ma i suoi piedi. Qui il messaggero è come lo sposo del
Cantico, che va saltando sui monti per raggiungere la sposa (Cant 2, 8-9), questo
messaggero che porta la notizia della salvezza è come lo sposo tanto atteso, lo sposo bello,
lo sposo amato del Cantico, che adesso viene, ma di lui si descrivono solo i piedi, si
incentra l’attenzione sui piedi, perché si incentra l’attenzione su questa necessità di correre,
di venire a dare l’annuncio. Non è importante come è fatto il messaggero, è importante solo
che dica: “Il tuo Dio regna!” E allora è importante vedere come corre; ecco perché: come
sono belli i piedi! Non come è bello lui, ma come sono belli i piedi! Perché è la dimensione
proprio dell’accorrere, della fretta, dell’esultanza che non ti permette di stare fermo, che
non ti permette neppure di camminare, ma che ti fa balzare come un capriolo per poter
arrivare, di corsa, il prima possibile, a portare la notizia incredibile: “Dio regna!” Questo
vuol dire: Dio ha vinto! Non è vero che ci ha abbandonato! Non è vero che è stato sconfitto
dai babilonesi! Non è vero che è stato sconfitto dal peccato del popolo! Non è vero che è
stato sconfitto dalla crisi della fede! Non è vero che ci ha dimenticati e ci ha abbandonati:
Dio è fedele, è forte, è grande, Dio regna! Bastano queste due parole: Dio regna! per
smentire tutta la crisi dell’esilio, per distruggere tutta l’angoscia dell’esilio. Dio regna! e
questa è la consolazione! Quella consolazione che Gesù porta a compimento nascendo.
Quella consolazione che è quella del regno di Dio che viene finalmente,
definitivamente, instaurato da Gesù, con tutto quello che questo vuol dire di trionfo
del perdono, di vittoria della misericordia, di fine del dolore, di ogni schiavitù, del
peccato… E’ la consolazione! Dio non si è dimenticato! E Dio ha deciso di consolare. E’
significativo che questo annuncio: Dio regna!, questa notizia bella, con i piedi belli sui
monti… questo riprende l’inizio del cap. 2 del profeta Naum, che dice così: “Ecco sui
monti i piedi di chi porta il lieto annunzio, di chi fa udire pace!” In questo testo risuona
Isaia 52: i piedi, sui monti, il lieto annunzio, far udire pace, e allora “Giuda, celebra le tue
feste, sciogli i tuoi voti, poiché non ti attraverserà più il malvagio; egli è del tutto
annientato!” In Isaia c’è l’annuncio: Il Signore regna!, qui in Naum c’è l’annuncio: il
malvagio è distrutto! Sapete che Naum è tutto incentrato sulla rovina di Ninive, la città
maledetta degli Assiri, la sanguinaria e Naum è la sconfitta del mostro; Ninive come il
grande mostro, che ha portato in esilio il regno del nord. L’annuncio bello, di pace, che fa
udire pace, che poi diventa in Isaia: regna il tuo Dio! … questo annuncio è possibile perché
c’è stata una vittoria, perché c’è stata la distruzione del male. La salvezza implica questo
trionfo di Dio su ciò che gli si contrappone; la salvezza implica comunque, sempre, la
sconfitta del mostro. Questo non è senza conseguenze: questi piedi belli che portano il lieto
annuncio: regna il tuo Dio!, che ci fanno entrare nella gioia del Natale. Il Natale è
solitamente vissuto all’insegna della serenità, della gioia, della piccolezza; è la festa della
bontà, è il trionfo dei sorrisi… sì, certo! Ma è il momento della lotta definitiva! Se è
possibile dire: Dio regna! E’ perché Ninive è stata distrutta, è perché Babilonia è stata
distrutta, è perché il peccato è stato distrutto. E allora il Natale che è questo inizio del
compimento dell’annuncio: “Ecco, sono qui; Dio regna!”. Il Natale che è l’inizio del regno
definitivo di Dio è anche l’inizio della lotta definitiva di Dio. E’ il momento durissimo
dello scontro tra Dio e il male, perché è l’ultima risposta di Dio al male.

Dio ha risposto chiamando Abramo, facendo alleanza; adesso risponde – secondo Isaia -
alla crisi e al peccato del popolo facendolo tornare dall’esilio… ma la risposta ultima,
vera e definitiva di Dio al male è un Bambino che nasce e che, avvolto in fasce, viene
deposto in una mangiatoia.

Questa è l’ultima risposta di Dio, questa è anche l’ultima terribile, definitiva, escatologica
battaglia contro il male, perché l’uomo finalmente possa tornare in patria e le armi di
questa lotta sono un Bambino, delle fasce, una mangiatoia e poi definitivamente quel
Bambino che, diventato uomo, pende dal legno. Questo è il Natale! Davanti a questo c’è
la consapevolezza della serietà dell’evento, ma anche il prorompere della gioia e allora,
ecco la gioia, le sentinelle che alzano la voce e gridano di gioia, perché vedono il Signore
che torna! Ecco cos’è il ritorno dall’esilio! Molto più che tornare in patria, è che Dio ritorna
e che quindi noi possiamo ritornare a lui. Questo è il Natale: Eccomi, sono qui! Dio torna!
Questo è il mistero! Davanti a questo mistero di Dio che torna… le sentinelle gridano di
gioia e anche le pietre delle rovine di Gerusalemme. Le pietre desolate delle rovine di
Gerusalemme adesso davanti a Dio che torna ridiventano vive; sono queste pietre che
risuscitano! Qui c’è l’idea delle pietre morte che ridiventano vive, segno degli esuli morti
che ridiventano vivi, un po’ come la visione delle ossa secche di Ezechiele; qui sono le
pietre che ridiventano vive, per gridare anche loro di gioia, perché il Signore ha consolato il
suo popolo e ha riscattato Gerusalemme.

Ecco due verbi fondamentali, i due verbi di Natale: ha consolato! La consolazione, il lutto
che si cambia in gioia, il pianto che diventa canto, la crisi di fede che diventa fiducia, lode a
Dio… questo è il Natale, questa è la consolazione; quella consolazione che aspettavano tutti
quei piccoli e quei poveri che gravitano intorno a Gesù che nasce.

Zaccaria ed Elisabetta: questa coppia di uomini giusti, che aspettava la liberazione di


Israele e poi vengono i pastori, e poi ci sarà al tempio Simeone, Anna. Simeone aspettava la
consolazione di Israele e Anna poi, quando vede il bambino, va in giro ad annunciare e a
parlare del bambino a tutti coloro che aspettavano la liberazione, la consolazione di
Gerusalemme. Anna, questa vecchia che va in giro, è come questo messaggero i cui piedi
sono belli, che salta sui monti… la vecchia Anna che va in giro saltando per le vie di
Gerusalemme, dicendo a tutti: “Il Signore regna!” E’ venuto! E’ finito l’esilio! E’ finita la
dominazione romana! E’ finito quell’esilio in cui stava il popolo di Israele, quando Gesù
nasce. Eccomi, sono qui! Il Signore regna! E’ venuta la consolazione! Cos’è questa
consolazione? Un Bambino, che una giovane ragazza di Israele tiene tra le braccia,
contenta, ma sgomenta davanti a quello che sta succedendo, davanti a questo mistero
incredibile di questo figlio che viene dallo Spirito e sgomenta davanti alle parole di
Simeone che gli dice: una spada ti attraverserà il cuore! Questa ragazza sgomenta con il
Bambino in braccio e questo Bambino! Questo è l’annuncio di consolazione; è ciò che fa
esultare di gioia le schiere celesti, nella visione ai pastori; questo è ciò che porta a
compimento l’esultanza delle pietre di Gerusalemme, che ora di nuovo, vive, cantano,
perché il Signore ha consolato.

Il Signore ha consolato, il Signore ha redento! E questa idea: ha riscattato Gerusalemme! È


importante perché si utilizza qui quel verbo da cui viene la parola goèl, il riscattatore, che
era il parente più prossimo che era incaricato di riscattare l’israelita, che per necessità si
fosse ridotto in stato di schiavitù. Se un israelita diventava schiavo c’era il goèl, il
riscattatore che era il suo parente più prossimo, che era incaricato di riscattarlo. Ebbene:
adesso si sta dicendo che il parente più prossimo di Israele e il parente più prossimo degli
uomini è Dio. E questo Bambino che nasce a Betlemme è il parente più prossimo
nostro, che viene a riscattarci dalla schiavitù, che viene a liberarci dalla crisi.

E tutto questo – dice Isaia 52 – è per il mondo intero, davanti agli occhi di tutte le nazioni,
perché tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio. Il Bambino Gesù che
nasce come uno straniero. Nel momento in cui Dio si fa uomo, quindi nel momento
originario dell’Incarnazione, Dio si fa uomo in una situazione di estraneità, perché
Gesù nasce lontano dalla casa dei suoi, non a Nazaret dove i suoi abitavano, ma a
Betlemme; e questo a motivo dell’imposizione di uno straniero, Cesare Augusto, che ha
deciso che bisognava fare il censimento. A motivo di uno straniero che sta dominando
quella terra e che sta rendendo il popolo di Israele straniero nella sua stessa patria, a motivo
di quello straniero, il Figlio di Dio nasce come se fosse straniero, perché nasce in una terra
dominata da stranieri e addirittura in un villaggio, che non è più quello suo; non è quello
della sua città e della sua casa, tanto che “non c’è posto per loro” e li mettono dove si
mettono gli stranieri, in quella parte della casa dove si mettevano gli attrezzi, dove stavano
probabilmente anche gli animali e che serviva da alloggio di fortuna in situazioni di
emergenza. Arriva l’extracomunitario, dove lo metti? Lo metti là! Arrivano Maria e
Giuseppe, dove li metti? Li metti là! Nel posto degli stranieri e lì Gesù nasce, a motivo di
uno straniero, ed è talmente straniero che non hanno neanche un posto dove mettere lui e
allora lo mettono in una mangiatoia. Nel momento in cui Dio si fa più vicino agli uomini,
tanto da diventare uomo, nel momento in cui umanità e divinità si uniscono e
diventano una sola persona, questo avviene in un contesto di estraneità, che in qualche
modo apre allora questo mistero dell’incarnazione alle dimensioni del mondo intero. Il
Figlio di Dio si incarna in Gesù, si incarna nel popolo di Israele, ma con questa dimensione
di essere straniero, che apre fin dall’inizio questa incarnazione alle dimensioni del mondo
intero. Nasce il Salvatore, ma è per tutti! E quel nascere porta a compimento
quell’eccomi! Sono qui! Eccomi sono qui per consolare, per salvare, per liberare, per
distruggere definitivamente il male e instaurare il regno e dice a Sion: regna il tuo Dio!

Questo è il Natale! Questo è ciò che annuncia il messaggero e questo è quello che
annunciano gli angeli ai pastori, questo è quello che fa cantare alle schiere celesti il
“gloria”, questo è quello che consola i piccoli di Israele che stanno intorno a Gesù e che
porta a noi la consolazione.

Gesù che nasce è la manifestazione del braccio santo che si snuda davanti agli occhi di tutte
le nazioni. Gesù che nasce è il segno che ormai il malvagio è stato distrutto, secondo
l’annuncio di Naum e che noi possiamo aprirci con fiducia alla salvezza, a questo: eccomi,
sono qui!, pronti però a combattere con lui, perché siamo davanti all’ultimo combattimento
che deve portare all’ultima, definitiva vittoria sul male e le armi sono quelle della
piccolezza, di quella definitiva piccolezza che è la vittoria della croce. Questo è Natale!
Questa è la gioia! E per questo motivo le pietre di Gerusalemme gridano di gioia e allora a
noi adesso resta solo di unirci a questa gioia nella serietà della lotta per farci testimoni di
tutto questo presso i fratelli e per diventare anche noi annunciatori dai piedi belli che
corrono a dire: la salvezza è venuta, il Signore regna! Il Signore ha finalmente detto:
eccomi, sono qui!