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La spada dalle sette stelle di "Arandilme" Beatrice Sabatini Colucci

La spada di Elendil fu forgiata nuova da fabbri elfici, e sulla lama fu inciso un emblema composto da sette stelle
fra la Luna crescente e il Sole raggiante, e circondato da molte rune; Aragorn figlio di Arathorn partiva per
combattere sulle soglie di Mordor. Splendente era la spada di nuovo intera: la luce del sole vi risplendeva rossa,
e quella della luna vi brillava fredda, ed il filo vivo era duro ed acuminato. Aragorn le diede un nuovo nome, e la
chiamò Anduril, fiamma dell’Occidente.1

Elrond ha rimesso la spada nelle mani di Estel, e gli ha donato una specie di investitura. I Mentori offrono
diffusamente doni ai loro protetti, a volte magici, sovente armi. Già Perseo ne ricevette dai suoi numi tutelari.
Nel mito e nell’epos della cavalleria delle origini era diffusa l’individuazione di poteri magici nelle spade,
strumenti speciali dell’affermazione del potere stesso, in esse racchiuso, sulla vita e sulla morte. La tradizionale
attribuzione del nome alla spada sembra riconoscere ad essa una volontà propria e un lignaggio indipendente: è
il caso anche della spada nera, Anglachel di Beleg, riforgiata in Gurthang per Turin, che poi ebbe il suo sangue in
risarcimento di quello del suo primo padrone, versato da Turin stesso, seppur per errore.
Spesso queste armi, e soprattutto le spade, individuano anche il lignaggio degli eroi che le ricevono, come per
Artù, che in Excalibur viene riconosciuto re, complice Merlino. Ma anche Orlando è riconosciuto nel suo alto
lignaggio dallo stesso suo zio, Carlo Magno, che, attribuendogli la celeste spada Durendal, ne riconosce anche il
valore. Lo stesso Carlo portava la spada Altachiara, detta la Gioiosa. E ancora Odino dona al suo protetto
Sigmund la spada Gram, Irata, nella Volsunga Saga, nell’Edda poetica e in quella in prosa di Snorri.
Quest’ultima ha una storia e una sorte paragonabili in qualche modo al destino di Narsil. Sigmund viene
gravemente ferito in battaglia, e con lui perisce il suocero Eylimi. La sua sposa lo prega di guarire, perché possa
essere vendicato suo padre, ma Sigmund sa che la sua ora è giunta poiché lo stesso Odino (che da allora verrà
giudicato traditore) ha spezzato la lama che precedentemente gli aveva donato. La vendetta allora è nelle mani
del figlio che Hjordis sua moglie porta in grembo, Sigurd (il Sigfrido, della Canzone dei Nibelunghi), e che dovrà
essere allevato nell’amore e nella saggezza perché divenga il migliore dei Volsunghi e possa degnamente
impugnare la spada paterna, con la quale compiere imprese che mai cadranno nell’oblio e che verranno cantate
finché il mondo duri. In effetti, la predizione augurale di Sigmund si compie e Sigurd compirà gloriose imprese, la
più grande delle quali è l’uccisione del drago Fafnir.
La storia era ben nota a Tolkien, già dagli anni dell’infanzia, e se ne ritrova una traccia, assieme all’analoga
avventura di Beowulf, nelle vicende di Bilbo e Smaug, ma anche, in modo ancora più metabolizzato e come
sempre estremamente personalizzato e reso in qualche modo universale, nell’andamento della storia di Narsil.
Come sempre, infatti, in Tolkien non si può tanto parlare di imitazione di fonti antiche, quanto, e più, di
ricreazione geniale di questo universo, di infusione in esso di “Maestà. Splendore. Nobiltà. Sacrificio. L’ineffabile.
Bellezza. Male. Bontà. L’ordinario. L’eroico. Mistero. Felicità. Beatitudine.”2 , e di illuminazione, esaltazione e
valorizzazione tramite l’esperienza del cattolicesimo propria a Tolkien stesso.
Nella storia di Sigurd e Gram vi è una componente che è estranea, infatti, a Tolkien, che, quando ne parla, è
sempre con un conseguente senso di critica verso di essa, ed è la vendetta. Gram viene riforgiata per un
cavaliere perfetto che, però, è anche chiamato a vendicare la sua gente e per ritorsione la stirpe di Feanor
condurrà gran parte degli Alti Elfi alla perdita di Aman. La vendetta, il riscatto violento della perdita del proprio
onore o dei beni della propria stirpe, compresa la vita, in Tolkien è visto come un male, dipendente dalle
operazioni di Morgoth, invidioso della preferenza di Iluvatar ai suoi figli, Elfi o Uomini.
E’ vendetta quella che si ritrova nella sorte di Narsil, come riscatto dell’uccisione di Elendil da parte di Sauron o è
qualcosa di più che è implicato nella riforgiatura della spada dell’antico Re? Il nemico che Narsil deve riaffrontare
non è più un preciso essere da eliminare per vendetta, ma è un nemico vero, più subdolo perché costringe ad
una lotta non solo delle armi ma anche, e più, dello spirito. E’ un male che agisce in tutti i personaggi al livello
non solo esterno ma anche, più intensamente, interiore poiché lavora sul senso della vita, proponendo
scappatoie alla morte e idoli, come l’Anello, che ingannano profondamente la coscienza e la capacità di
discernimento, portando alla disperazione. Questo accade a tutti, da Aragorn a Frodo, da Theoden a Boromir, da
Saruman a Denethor. In tutti vi è la ricerca del senso della propria vita, con esiti diversi.
La lotta si sposta dal senso di vendetta e di gloria personale ad una individuale e corale resistenza contro Sauron
e le sue lusinghe. Aragorn, portando ancora la spada di Elendil, è così uno fra i tanti, sebbene il suo ruolo sia
diverso. Il Re è dunque un primus inter pares nella lotta per una libertà che non è solo politica (come troppi
hanno pensato) ma soprattutto libertà responsabile di compiere il bene, nelle sue forme varie e diverse per
ognuno.
E Narsil-Anduril viene ad assumere connotati particolari, proprio perché emblema al centro di una lotta di questo
genere.
Vero è che, come molte nobili spade dell’antichità, presenta rune di buon augurio, ma sul loro significato e
natura Tolkien tace. Allora spostiamo l’attenzione sugli altri particolari.
Intanto la spada è simbolo ambivalente di virtù militare, forza e valore virili, ma anche morte, sangue e guerra.
E’ strumento affilatissimo che rappresenta anche la scelta, il discernimento fra buono e cattivo e quindi da
sempre simbolo della giustizia (cfr Lv 26, 25; Is 34, 5; Ez 21, 15). Durante i riti dell’incoronazione, la spada
rappresentava proprio la giustizia, che il Re era chiamato ad incarnare. Nell’Apocalisse al momento del Giudizio
esce una spada folgorante dalla bocca di Cristo. E la spada dello Spirito, la parola di Dio, è fra le armi che San
Paolo indica per i cristiani, nel combattimento a loro proprio: “Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più
tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle
giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore”3 .
Se la spada della parola di Dio, allora, serve a demistificare gli inganni nello spirito, allora come riflesso di ciò, la
spada di Elendil viene intesa come contrario dell’azione dell’Anello, che invece obnubila i sentimenti e i pensieri
dei cuori. Questa missione è esplicitata in maniera esterna nell’uso fisico che Aragorn ne farà (l’uccisione dei
servi di Sauron) ma è anche resa evidente dalla stessa tradizione dei Dunedain del Nord, che ne associano la
riforgiatura al momento in cui l’Anello tornerà ad operare visibilmente.
L’Anello è ciò che inganna al livello esistenziale chi lo desidera e la spada riforgiata si erge a monito stesso contro
gli inganni del nemico, invitando con la sua stessa presenza alla lotta contro il male, soprattutto quello personale
e spirituale.
Narsil (splendore lunare) diventa Anduril (fiamma dell’Ovest), perché la luce della verità, il canto di Iluvatar sulla
creazione e sui suoi figli, è conservata all’Ovest, sede dei Valar, a lui fedeli. Così la spada, nel brillare freddo alla
luna e nello sfolgorio infuocato sotto i raggi del sole, perpetua entrambi i suoi nomi, perché la lotta di cui è
emblema oggi è la stessa di ieri.
Le stesse incisioni degli astri presenti sulla spada possono essere resi interessanti non solo dal punto di vista
estetico-immaginativo ma anche da quello interpretativo, se riferite al più ampio corpus cosmogonico-mitico che
sottintende al Signore degli Anelli, cioè il Silmarillion e le storie ad esso collegate.
Sole e luna, nella cosmogonia tolkieniana, non solo entità astronomiche, ma segni posti in cielo, luminari che
fisicamente e simbolicamente dileguino l’oscurità. Varda Elentari pose ancor prima le stelle nel firmamento a
favore degli elfi e per lo stesso scopo. Le sette stelle sull’elsa di Anduril possono allora essere l’eco di varie
ipotesi interpretative. Se vogliamo, e Tolkien ci perdoni, sette stelle compaiono già nella mano di Cristo. Re-
Messia glorioso nell’Apocalisse, che sta per essere intronizzato per regnare con il popolo di Dio. E le stelle sono
simbolo degli angeli che reggono le chiese e se Cristo le tiene in mano è perché la parola e la giustizia (la spada
a doppio taglio che gli esce dalla bocca) che vengono da lui reggono, proteggono, salvano e vivificano il suo
popolo. Un’eco dei re biblici come figura di Cristo, allora, di Davide, Salomone, o anche Melchisedek si affaccia
dietro al Re che torna nel Signore degli Anelli. Ma a profilarsi dietro le sette stelle c’è anche Artù, cui la tradizione
celtica, soprattutto gallese, associa il Grande Carro dalle sette stelle, l’Orsa maggiore (l’orso era l’animale
simbolo di regalità e nella lingua gallese suona arth, arktos in celtico comune, art in Irlanda, arzh in Bretagna).
Ed in Galles, Cornovaglia e Inghilterra l’Orsa Maggiore era chiamata fino in tempi recenti Arthur’s Wain (Cerbyd
Arthur nella lingua dei druidi), il Carro di Arturo. In Irlanda il Carro diventa di David, King’s David Chariot, un
antico Re dell’isola. Tradizione che si perpetua in qualche modo nella presenza del Grande Carro nei vessilli dei
Re di Gondor.
Ma tutto ciò si ricollega al solito modo di Tolkien di rinnovare, vivificare ed esaltare in modo originale e creativo
la tradizione, perché il Grande Carro, Orsa maggiore, è Falce dei Valar nel Silmarillion, segno posto a monito per
Morgoth, annuncio del suo giudizio e della lotta finale in cui lo spirito caduto sarà precipitato. Ancora una volta,
quindi, anche i particolari a prima vista solo decorativi assumono una pregnanza di significato. La lotta contro
Sauron e contro Morgoth suo signore è una lotta antica ed attuale ma anche futura. E se vogliamo anche
cosmica, perché coinvolge gli esseri ragionevoli e che posseggono uno spirito, che hanno, perciò, la capacità di
scelta sulle proprie azioni, interessando non solo se stessi ma anche tutto ciò che è loro sottoposto. Il metallo di
cui è composta la spada proviene dalla terra, ha spesso origine siderea, viene lavorato con l’azione del fuoco e
dell'aria (il mantice che ravviva la fiamma) e poi passato nell’acqua. Tutti gli elementi che tradizionalmente
compongono il creato hanno parte nella sua forgiatura, ma colui che le forgia è l’armaiolo. Sotto le mani
dell’uomo, attraverso le sue scelte e i suoi atti, la natura viene coinvolta nella lotta. In Anduril è presente anche
la natura della Terra di Mezzo, il cui destino è legato alle scelte dei suoi abitanti, alle loro passioni e ai loro
combattimenti. La natura attende, infatti, come nelle doglie del parto la manifestazione dei figli di Dio (cfr. Rm 8,
19-27): il mondo materiale, nella Rivelazione biblica ma anche nel mito tolkieniano, è creato per l’uomo e
partecipa al suo destino. In Anduril, e in chi la impugnerà, viene dunque condensata e riassunta tutta la
incessante lotta della Terra di Mezzo, dei suoi abitanti, contro la ingannatrice tela tessuta da Morgoth e dal suo
servo Sauron.
La spada, poi, nel cristianesimo ricorda la croce, lo strumento attraverso cui si è attuato il disegno di amore di
Dio sull’uomo, croce che è patibolo ma anche signum gloriae, poiché ha liberato gli uomini dalla morte e ha
posto inizio alla nuova Creazione. La Terra di Mezzo non ha conosciuto l’Incarnazione, per volere dello stesso
Tolkien che non amava le metafore, ma la lotta contro Sauron non resta confinata ad una guerricciola eroica fra i
buoni e i cattivi, perdendo su di sé, al contrario, problematiche profonde. Perché il potere che si combatte non è
tanto costituito da “creature fatte di sangue e di carne [gli orchi etc.]4, ma contro i Principati e le Potestà, contro
i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti [Morgoth è
confinato nel vuoto atemporale e Sauron è il suo emissario fisico sulla Terra di Mezzo, ma la sua azione, come
rileva il Silmarillion, si attua anche in modi meno concreti e più legati alla libertà delle varie stirpi umane, elfiche
etc.]” .
La lotta che si profila sullo sfondo, per Anduril come simbolo dell’intera Terra di Mezzo, non è allora una lotta di
liberazione politica ma una guerra incessante contro il male, a vari livelli, dalla lotta cosmica dei Valar contro
Morgoth, a quella di Aragorn contro gli eserciti di Mordor, a quella di Frodo in se stesso contro l’Anello. Ma su
tutto, lo ripetiamo, è presente la Provvidenza di un Dio che libera dal male quando i combattenti sono stremati,
quando coraggio e valore cedono alla stanchezza, quando l’Anello ha sfiancato le ultime resistenze di chi ha
errato a lungo in terre aride e gelide, con piedi feriti e nella solitudine.

Note:
1 Signore degli Anelli, II, III.
2 Uno sguardo fino al mare (Il Cerchio, Rimini 2004), pag. 72.
3 Eb 4, 12.
4 Ef 6, 12a.