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TESTI ANTOLOGICI

• THE FIELD FULL OF FOLK (WILLIAM LANGLAND, The Vision of Piers Plowman)
Questo passaggio viene dal prologo dell’opera. Il poeta si addormenta una mattina di maggio e ha un sogno in cui gli appare “un bel campo pieno di
gente”, che rappresenta la società con la sua gerarchia e il disordine in cui è adesso caduta a causa della mancanza di autorità e la corruzione
dell’essenza stessa del mondo, la Chiesa.
In un periodo d'estate1 quando il sole era delicato
[…]
andai in questo intero mondo per sentire meraviglie.
Ma in una mattina di maggio su Malvern Hills
incontrai una cosa straordinaria, una fiera, pensai.
Ero stanco per il girovagare e mi andai a riposare
sotto un ampio argine a lato di un ruscello.
E mentre mi sdraiavo e mi appoggiavo e osservavo le acque
caddi addormentato per la gioia del suono.
Ero in un deserto, non sapevo dove.
Mentre guardavo verso est, su in direzione del sole
vidi una torre 2finemente costruita su una collina,
e una profonda valle e una prigione in mezzo3
con profondi fossi, e oscuri e terribili da vedere.
Un bel campo pieno di gente4 trovai lì in mezzo
di ogni genere d'uomo, il povero e il ricco
che lavoravano e vagavano come il mondo chiede.5

RICCHI ABITI E PREGHIERE, EREMITI, MERCANTI E MENESTRELLI


Alcuni stavano arando e raramente si divertivano
sistemando e seminando (il terreno) lavoravano molto duramente,
conquistando ciò che l’ingordigia degli spreconi distrugge.
Altri, devoti all'orgoglio, erano vestiti fastosamente:
in abiti pomposi venivano vestiti.
Molti, devoti alle preghiere e alla penitenza,6
tutto per amore di nostro Signore vivevano rigorosamente
sperando di avere la benedizione del re Celeste
come anacoreti ed eremiti che restano nelle loro celle
e non desiderano girovagare,
e soddisfare i loro corpi con cibo saporito.
Ma alcuni scelgono il commercio per avere un destino migliore
visto che, come sembra, questi uomini prosperano sempre.
Alcuni scelgono di fare allegria alla maniera che i menestrelli conoscono
e guadagnano l’oro con le loro canzoni, senza peccato, credo.
Ma buffoni e giocolieri, i figli di Giuda
fingono di essere sciocchi e si rendono ridicoli
ma hanno senno a volontà per lavorare se ne avessero voglia.
Io non dimostrerò qui ciò che Paolo predica di loro:
Chi usa il turpiloquio è un servo di Lucifero.7

MENDICANTI E PELLEGRINI
Questuanti e mendicanti camminavano rapidamente intorno
con le loro pance e borse piene fino all’orlo:
falsamente mendicavano per il cibo e litigavano all’osteria.
Dio sa come loro vanno a letto nell’ingordigia
e si alzano con sguaiataggine, quei furfanti ladri.
Il sonno e la pigrizia erano sempre con loro.
Pellegrini e devoti si riunivano insieme8
per cercare San Giacomo e tutti i santi di Roma.
Loro andavano avanti per la loro strada con molte storie sagge,
e avevano il permesso di mentire per tutta la loro vita dopo di quello9.
Io ne vidi alcuni che dicevano di aver cercato i santi:

1
Il poema si apre secondo una convenzione medievale, quella del “sogno di maggio”.
2
Si tratta della torre della Verità.
3
Si tratta della dimora del Male.
4
Il bel campo pieno di gente raffigura la società, che si trova fra la torre della Verità e la prigione del Male.
5
Si distinguono tipologie differenti di uomini, ricchi e poveri, coloro che stanno in un solo luogo e coloro che vagano.
6
In realtà Langland ci mostra che la maggior parte di coloro che conducono una vita dedicata alla contemplazione di Dio lo fanno solo per
vivere nel lusso e nella comodità.
7
Gli uomini di spettacolo (menestrelli, buffoni), che usavano il turpiloquio per divertire il pubblico, venivano visti come figli di Satana.
8
Come capita nei Canterbury Tales di Chaucer, i pellegrini durante il pellegrinaggio erano soliti radunarsi e intrattenersi a vicenda durante il
viaggio.
9
Il pellegrinaggio.
ad ogni storia che raccontavano la loro lingua era temprata a mentire
più che a dire la verità, così sembrava dal loro discorso.
Eremiti in mucchio con i loro bastoni ricurvi
stavano andando a Walshingham con le loro puttane.
Grossi furfanti troppo pigri per lavorare,
indossavano cappe per distinguersi dagli altri,
vestiti in abiti da eremita per farsi i loro comodi.

FRATI, INDULGENZIERI E PRETI


Lì trovai frati di tutti e quattro gli ordini10:
predicavano alla gente per avvantaggiare le loro pance
spiegando il Vangelo come più preferivano,
per avidità di abiti falsificandolo come gli piaceva.
Molti di questi signori frati si possono vestire a loro piacimento
i loro soldi e la loro mercanzia vanno di pari passo.
Da quando la Carità è stata venditore e capo per assolvere i signori,
molte meraviglie sono accadute in pochi anni.11
A meno che la Santa Chiesa e questi non si riuniscano meglio
il peggior disordine nel mondo si avvererà molto rapidamente12.
Lì un Indulgenziere13 predicava come se fosse un prete
e tirava fuori una bolla con i sigilli dei vescovi,
e diceva che lui stesso avrebbe potuto assolverli tutti
dalla falsità del digiuno e dai voti infranti.
Gli ignoranti credevano e apprezzavano le parole
e venivano avanti per inginocchiarsi e baciare le bolle.
Lui li colpiva con la bolla arrotolata accecandogli gli occhi
e rastrellava con il rastrello da stracciaiolo anelli e spille.
Così loro danno il loro oro e mantengono gli ingordi grassi
elargendolo su quegli zoticoni lascivi.
Se il vescovo fosse degno di reverenza ed entrambe le sue orecchie
il suo sigillo non dovrebbe essere mandato per ingannare la gente14.
Ma non è per il vescovo che l’imbroglione15 predica,
visto che i Preti di Parrocchia e l’Indulgenziere condividono l’argento
che i poveri della parrocchia dovrebbero avere se loro non esistessero.
I parroci e i Preti di Parrocchia si lamentavano con il vescovo
che le parrocchie erano così povere dal tempo della pestilenza 16
che gli chiesero il permesso e la licenza di vivere a Londra
e di cantare lì per la simonia, visto che l’argento è dolce.
I vescovi e i baccellieri di Dio17, maestri e dottori
che hanno il loro compito assegnato sotto Cristo, e la tonsura come segno
e firmano che dovrebbero confessare i loro parrocchiani
e predicare e pregare per loro, e sfamare i poveri,
se ne stanno a Londra in Quaresima18 e in qualsiasi altro periodo.
• THE RICH AND THE POOR (WILLIAM LANGLAND, The Vision of Piers Plowman)
Questo passaggio contiene un luogo comune dell’insegnamento cristiano: il mendicante, che è trattato come un cane dai ricchi, ottiene l’accesso al
paradiso attraverso la sofferenza. Dio si trova nei cuori dei più poveri, e la sua pietà e le sue opere si compiono attraverso di loro; i ricchi, invece,
parlano tanto di Dio ma dimostrano di non averlo nel cuore perché non amano il prossimo.
Ma il povero uomo può piangere e chiamare al cancello
sia affamato che assetato e tremante per il freddo
nessuno lo riceverà per dare sollievo alle sue sofferenze.
Gli gridano contro e lo scacciano come un cane
ed essendo stati loro così favoriti amano poco il Signore.
Non così chi, essendo nel bisogno, condivide con il povero la sua porzione.
Se la pietà fosse di meno fra gli uomini di bassa condizione che fra i ricchi

10
Sono quattro gli ordini di frati: i domenicani, i francescani, i carmelitani e gli agostiniani. Erano ordini mendicanti che a differenza degli
altri monaci potevano uscire dal chiostro per andare a predicare.
11
La guerra, la peste, la rivolta.
12
Il mondo è spiritualmente corrotto e se le cose non cambieranno l’ira di Dio si abbatterà su di esso provocandone la fine.
13
Coloro che per una speciale licenza potevano vendere le indulgenze. I soldi sarebbero dovuti andare alla Chiesa, ma in realtà Langland
descrive quello che accadeva realmente, cioè che erano gli indulgenzieri a tenersi tutto il denaro.
14
Per Langland i vescovi non meritano rispetto visto che fanno finta di non vedere ciò che succede.
15
Si riferisce all’indulgenziere che predica per arricchire sé stesso, sottraendo denaro agli ignoranti con l’inganno.
16
I preti non volevano restare nelle parrocchie più povere, le condizioni delle quali erano peggiorate in seguito alla pestilenza. Essi
cercavano invece di andare in città dove guadagnare e condurre una vita decente era più facile, lasciando i parrocchiani abbandonati alla
loro miseria.
17
Rispettivamente i gradi alti e i gradi bassi della gerarchia ecclesiastica.
18
Quando le offerte erano meno abbondanti e i preti si spostavano nelle grandi città.
i mendicanti potrebbero anche andare a letto senza cibo19.
Molto Dio è in bocca a questi grandi signori
ma la sua pietà e le sue opere sono tra i poveri
[…]
I chierici e altri tipi di uomini, che stanno bene, parlano di Dio,
molto di lui è nelle loro bocche, ma i poveri hanno Dio nei loro cuori.20
I frati e gli uomini falsi hanno trovato tali questioni
per compiacere gli uomini orgogliosi dal tempo della pestilenza
e predicano nella cattedrale di San Paolo per invidia dei chierici
cosicché gli uomini non sono saldi nella loro fede, e nemmeno liberi dalla loro ricchezza
e nemmeno dispiaciuti per i loro peccati. L’orgoglio è così cresciuto
nella religione e nel regno, tra i ricchi e i poveri
che le preghiere non hanno potere per prevenire la pestilenza 21
e tuttavia i miserabili di questo mondo non si mettono in guardia l’uno con l’altro
e il timore della morte non può toglierli il loro orgoglio
e non sono generosi con i poveri come vorrebbe la carità.
Ma quegli allegri ingordi si ingozzano di beni
e non danno mai niente al mendicante come insegna il Libro22.

• THE PROLOGUE (GEOFFREY CHAUCER, The Canterbury Tales)


Questo passaggio è il famosissimo prologo, in cui l’autore descrive la taverna dove i pellegrini si incontrano e decidono di andare tutti insieme verso
Canterbury. Si introduce anche la descrizione dettagliata che verrà fatta di ognuno di questi pellegrini.
Accadde in quella stagione23 che un giorno
a Southwark, alla The Tabard, mentre stavo
pronto per andare in pellegrinaggio e partire
per Canterbury24, estremamente devoto nel cuore,
di notte arrivarono lì nella locanda
circa 29 in un gruppo25
di diversa gente alla quale allora era accaduto di trovarsi
in compagnia, ed erano tutti pellegrini
che verso Canterbury intendevano andare.
Le stanze e le stalle della locanda erano ampie;
ci misero comodi, tutto era della migliore qualità.
E in breve, quando il sole se ne fu andato a riposare,
parlando con tutti loro riguardo il viaggio
fui ammesso nella loro compagnia
e promisi di alzarmi presto e prendere la strada
verso Canterbury, come detto poc’anzi.
Ma nondimeno, mentre che ne ho il tempo e lo spazio,
prima che la mia storia prenda un passo ulteriore,
sembra una cosa ragionevole dire
quale era la loro condizione, l’abbigliamento completo
di ognuno di loro, come a me appariva,
riguardo la loro professione e grado,
e che equipaggiamento stavano portando.

• THE KNIGHT (GEOFFREY CHAUCER, The Canterbury Tales)


Il Cavaliere è il primo pellegrino ad essere descritto visto che è quello più in alto nella gerarchia. È una delle sole tre figure idealizzate che Chaucer
descrive in modo positivo, assieme al Parroco e al Contadino. Vengono descritte le sue qualità e i suoi valori, che rappresentano il mondo della
cavalleria, ormai in declino.
C'era un Cavaliere, un uomo estremamente distinto,
che, dal giorno in cui per la prima volta aveva cominciato
a cavalcare all’estero aveva seguito la cavalleria,
la verità, l’onore, la grandezza di cuore e la cortesia.
Si era comportato nobilmente nella guerra del suo sovrano26
e aveva cavalcato in battaglia, più di ogni altro uomo,
sia in luoghi cristiani sia in luoghi pagani27,

19
Se oggi “meat” vuol dire solo carne, allora si riferiva a ciò che oggi chiamiamo “meal”, cioè il “pasto”.
20
I chierici e altri uomini di chiesa (che sono ricchi) parlano tanto di Dio, ma Dio si trova nel cuore dei poveri.
21
Persino i poveri sono diventati orgogliosi e quindi la punizione di Dio è la pestilenza che si abbatte sul regno.
22
La Bibbia.
23
Si riferisce alla primavera.
24
Canterbury durante il medioevo era il luogo più popolare in Inghilterra per i pellegrinaggi. San Tommaso Becket era stato ucciso nella
cattedrale nel 1170 dai cavalieri di Enrico II.
25
I pellegrini erano 29 ma a loro si uniscono il poeta e l’oste quindi diventano 31.
26
Si riferisce alla prima fase della Guerra dei Cent’anni contro la Francia.
27
Il Cavaliere è apprezzato in tutti i contesti.
e sempre era stato onorato per le sue nobili grazie.
Aveva visto la città di Alessandria 28cadere;
spesso ai banchetti, il posto più alto di tutti29
tra le nazioni gli era toccato in Prussia.
In Lituani aveva combattuto, e in Russia,
nessun uomo cristiano così spesso, del suo rango.
E lui era stato a Granada quando fecero crollare
la città di Algeciras30, e anche in
Nord Africa, proprio a Benamarin;
A in Armenia era anche stato
e aveva combattuto quando Ayas e Attalia caddero,
poiché lungo tutta la costa del Mediterraneo
si era imbarcato con molti nobili eserciti.
In 15 battaglie mortali31 era stato
e aveva giostrato per la nostra fede a Tramissene32
per tre volte in lizza, e sempre aveva ucciso il suo avversario.
Questo stesso distinto Cavaliere aveva guidato la carica
una volta con il Bey di Balat33, ponendosi a servizio
per lui contro un altro pagano turco34;
era di valore sovrano agli occhi di tutti.
Ma anche se era tanto distinto, era saggio
e nel suo comportamento modesto come una fanciulla.
Lui mai una cosa boriosa aveva detto
nella sua vita a nessuno, qualunque cosa succedesse;
era un vero, un perfetto gentil-cavaliere35.
Parlando del suo aspetto, possedeva
bei cavalli, ma non era riccamente vestito36.
Indossava una tunica di fustagno macchiata e scura 37
con macchie laddove la sua armatura aveva lasciato il segno;
appena rientrato a casa dal servizio, si era unito ai nostri ranghi
per fare il suo pellegrinaggio e rendere grazie.

• THE MONK (GEOFFREY CHAUCER, The Canterbury Tales)


Se nel Cavaliere l’ideale di vita e il suo reale comportamento coincidono, nel Monaco invece ciò non accade perché egli, invece di condurre una vita
contemplativa lontana dai beni terreni, fa tutto l’opposto: si dedica alle sue passioni come la caccia, non è casto, veste riccamente, non segue il voto di
povertà.
Lì c'era un monaco, una guida delle mode38;
ispezionare fattorie e cacciare erano le sue passioni,
un uomo virile39, in grado di fare l’Abate;
molti eleganti cavalli aveva nella sua stalla.
La sua briglia, quando cavalcava, la si poteva udire
tintinnare nel vento che soffiava chiara,
e forte come si sente la campana della cappella
dove il mio signore Monaco era Priore della cella.
La regola del buon San Benedetto o San Mauro
come antica e rigida egli tendeva ad ignorare;
Lui lasciava perdere le cose di ieri
e seguiva la via più spaziosa del mondo nuovo.
Non considerava quel detto col valore di una gallina spennata
che dice che i cacciatori non sono uomini santi
e che un monaco fuori dal convento è un semplice
pesce fuor d’acqua, che si dibatte sul molo,

28
Il Cavaliere aveva partecipato alla battaglia di Alessandria che era stata conquistata dai Saraceni.
29
Gli venivano riservato i più grandi onori, sedeva nella high table, consumando il pasto più in alto degli altri.
30
Aveva difeso anche la città di Algeciras contro i mori.
31
Il cavaliere aveva preso parte a 15 battaglie mortali, cioè a 15 duelli che dovevano decidere la vittoria in una battaglia dalle sorti incerte,
e affidata dunque ai due campioni degli opposti schieramenti.
32
Tramissene, nell’Algeria occidentale, era una piazzaforte berbera.
33
Un sultano turco che si era alleato con i cristiani.
34
Il Cavaliere non ha mai combattuto contro cristiani, nonostante fosse a servizio di un signore turco, ma sempre contro i pagani.
35
Il Cavaliere incarna i valori del perfetto cavaliere: la guerra contro gli infedeli al servizio di Dio e la difesa del prossimo a costo della
propria vita. Ormai all’epoca di Chaucer questo ideale di cavalleria non esisteva più.
36
Il Cavaliere non dava importanza all’abito e vestiva in modo umile.
37
Abbigliamento povero.
38
Il Monaco è un uomo alla moda che si interessa a tutti i piaceri terreni, andando contro quello che doveva essere l’ideale monastico, cioè
il rifiuto dei beni terreni e il condurre una vita esclusivamente contemplativa.
39
Probabilmente Chaucer in modo ironico allude al fatto che il monaco non è casto come dovrebbe.
che vuol dire un monaco fuori dal suo chiostro.
Quello era un detto che lui non considerava degno di un’ostrica 40
[…]
Questo monaco era quindi bravissimo ad andare a cavallo;
aveva levrieri, veloci come uccelli, per gareggiare.
Cacciare una lepre o scavalcare uno steccato
erano tutto il suo divertimento, per il quale egli non risparmiava alcuna spesa.
Ho visto che le sue maniche erano decorate al polso
con una bella pelliccia grigia, la più pregiata della nazione,
e dove il suo cappuccio era allacciato al mento
aveva una spilla d’oro lavorato sapientemente modellata;
in un nodo d’amore sembrava passare.
La sua testa era calva e brillava come un vetro qualunque,
allo stesso modo del suo volto, come se fosse stato cosparso di grasso. 41
• THE FRIAR (GEOFFREY CHAUCER, The Canterbury Tales)
Il Frate, come il Monaco, si tiene lontano dallo stile di vita che egli, in quanto uomo di Chiesa, dovrebbe condurre. Infatti, invece di predicare la parola di
Dio, egli pensa solo ai propri interessi.
C'era un Frate, uno lascivo e allegro,
un questuante42, un tipo molto festaiolo.
In tutti e quattro gli ordini non c’era nessuno così dolce
come lui nell’adulazione e nel discorso lusinghiero.
Aveva consolidato molti matrimoni, dando ad ognuna
delle sue giovani donne quello che poteva permettersi di darle.43
Era un nobile pilastro del suo Ordine.
Era molto amato e intimo
con la gente della Contea ovunque si potesse trovare,
e con degne donne di città con dei possedimenti;
poiché era qualificato ad ascoltare le confessioni,
o così diceva, con più di un semplice scopo sacerdotale44;
aveva una speciale licenza dal Papa
con dolcezza ascoltava i suoi penitenti al confessionale
con una piacevole assoluzione, in cambio di un dono.
Era un uomo disponibile a dare la penitenza
laddove poteva sperare di ottenere una rendita decente45;
[…]
Conosceva bene le taverne di ogni città
e anche ogni oste e cameriera
meglio dei lebbrosi, dei mendicanti e quella gente,
poiché per un uomo così eminente quale lui era
non era adeguato alla dignità
della sua posizione avere a che fare con questa feccia.
Non è decoroso, nessun bene può scaturire
dall’avere commercio con gli abitanti delle fogne e dei ghetti,
ma soltanto con i ricchi e con i venditori di cibarie.

• THE PARSON (GEOFFREY CHAUCER, The Canterbury Tales)


Il Parroco, con il Cavaliere e il Contadino, è una delle tre figure idealizzate in cui l’ideale di vita e la il comportamento reale coincidono. Rappresenta
quindi il perfetto ideale di vita apostolica.
Un uomo dalla mente santa di buona fama
c’era, e povero, il Parroco di un paese,
tuttavia era ricco nel santo pensiero e nel lavoro46.
Era anche un uomo istruito, un chierico,
che conosceva autenticamente il Vangelo di Cristo e lo predicava
devotamente ai parrocchiani, e lo insegnava.
Benevolo e magnificamente diligente
e paziente quando l’avversità veniva mandata
(poiché così lui si dimostrava nella grande avversità)

40
Per il Monaco quel detto non valeva niente.
41
Chaucer si attiene ai canoni estetici dell’epoca per trasmette un’idea precisa del monaco: un uomo che non rinuncia ai piaceri della carne
come dovrebbe, la descrizione infatti ci dà l’idea di abbondanza.
42
Che chiedeva l’elemosina.
43
Non solo il monaco celebra matrimoni per ricevere denaro in cambio, ma si aspetta anche un altro tipo di ricompensa dalla sposa per il
disturbo che si è preso.
44
Il Frate si serve dei suoi doveri religiosi per fare denaro.
45
Il Frate assolve le persone dandogli penitenze leggere in cambio di denaro.
46
Come dovrebbe essere, il Parroco è povero in senso materiale, ma ricco di valori.
disprezzava molto estorcere un’offerta o un compenso,
piuttosto preferiva senza alcun dubbio
dare ai poveri parrocchiani dei dintorni
dal suo e dalle offerte di Pasqua47.
Trovava sufficienza nelle piccole cose
ampia era la sua parrocchia, con case lontane l’una dall’altra,
tuttavia egli non trascurava nemmeno con la pioggia o con i tuoni,
in malattia o in dolore, di fare visita
ai più distanti, sia ricchi sia poveri
a piedi, e con in mano un bastone48.
[…]
Santo e virtuoso lui era, ma poi
mai sprezzante degli uomini peccaminosi ,
mai sdegnoso, mai troppo orgoglioso o fine,
ma era discreto nell’insegnamento e benevolo.
Il suo compito era mostrare una giusta condotta
e attrarre così gli uomini verso il Paradiso e il loro Salvatore,
a meno che certamente un uomo fosse ostinato;
e questo, sia di alta o bassa condizione,
egli li rimproverava duramente per dire il minimo.
Penso non ci sia mai stato un prete migliore.
Non cercava lo sfarzo o la gloria nei suoi affari,
nessuna scrupolosità aveva inasprito i suoi sentimenti.
Cristo e i suoi dodici Apostoli e i loro insegnamenti
egli insegnava, ma prima li seguiva lui stesso.

• THE PLOWMAN (GEOFFREY CHAUCER, The Canterbury Tales)


Il Contadino, con il Cavaliere e il Parroco, è una delle tre figure idealizzate in cui ideale di vita e comportamento reale coincidono.
C’era lì un Contadino con lui, suo fratello49.
Molti carichi di letame in un momento o nell’altro
doveva aver trasportato con un carro attraverso la rugiada del mattino.
Era un lavoratore onesto, buono e sincero, 50
che viveva in pace e perfetta carità,
e come il Vangelo gli ordinava, così lui faceva,
amando Dio sopra ogni cosa con tutto il suo cuore e la sua mente
e poi il suo prossimo come se stesso, non si lamentava
per nessuna sventura, non rallentava per nessuna soddisfazione,
poiché costantemente compiva il suo lavoro
per trebbiare il grano, scavare o concimare
o scavare un fossato; e lui soleva aiutare i poveri51
per amore di Cristo e mai prendere un penny
se lo poteva evitare, e, più pronto di chiunque,
pagava le decime totalmente quando le doveva:
su quello che possedeva, e anche sui suoi guadagni.
Indossava un mantello e cavalcava un’asina.

• THE END OF THE BATTLE (THOMAS MALORY, Le Morte Darthur)


Si tratta della parte finale dell’opera. Artù è riuscito a riconquistare Ginevra, dopo aver assaltato il castello di Lancillotto, con cui lei l’aveva tradito.
Lancillotto lascia l’Inghilterra e si rifugia in Francia ma Sir Gawain, ostile a Lancillotto, convince Re Artù che la punizione di Lancillotto non è sufficiente
così Artù lo segue in Francia con il suo esercito. Durante la sua assenza, Mordred, figlio bastardo di Artù, usurpa il suo trono. Il Re ritorna
immediatamente ma l’esercito di Mordred lo ferma e inizia una battaglia durante la quale Sir Gawain viene ucciso. Prima di morire manda un ultimo
messaggio a Lancillotto, cioè di rispettare il suo giuramento di alleanza con Artù, ma egli rifiuta e i suoi seguaci si uniscono a Mordred. Ad Artù in sogno
appare Sir Gawain, che gli suggerisce di chiedere a Mordred una tregua invece di combattere. Artù e Mordred accettano, con la sola condizione che ci
sarebbe stata una battaglia se qualcuno avesse estratto la spada. Un cavaliere viene attaccato da una vipera e così estrae la spada per ucciderla,
dando inizia alla battaglia tra Mordred e Artù. Mordred viene sopraffatto, ma questo si rivelerà fatale per Artù perché il figlio lo colpirà a sua volta.
Allora Re Artù si guardò intorno e si trovava dove Sir Mordred stava appoggiato alla sua
spada tra un gran mucchio di uomini morti. “Ora dammi la mia lancia” disse Re Artù
a Sir Lucan, “perché ho visto il traditore che ha provocato tutta questa sventura”. “Signore,
lasciatelo andare” disse Sir Lucan “[…] per amor di Dio, mio signore, lasciatelo andare; benedetto sia

47
Invece di rubare ai poveri come gli altri uomini di Chiesa, egli dà loro il poco che egli stesso ha.
48
Nonostante le condizioni metereologiche avverse, egli camminava per miglia e miglia per compiere il suo lavoro apostolico. Il bastone
simboleggia il suo essere un vero pastore per il suo gregge.
49
Il Contadino era fratello del Parroco.
50
Il Contadino sopporta la sua condizione di vita come necessaria, anche se difficile e pesante. Accettava dunque la propria vita senza
cercare di cambiarla.
51
Il Contadino non è povero perché guadagna attraverso il suo lavoro, e quindi è solito aiutare il prossimo che è più sfortunato di lui.
Dio, voi avete vinto il campo 52 e tre sono rimasti vivi con voi, e nessuno con Sir
Mordred. Quindi se abbandonate il campo ora, questo malvagio giorno del Destino sarà passato 53!”.
“Adesso è il tempo della mia morte, o il tempo della mia vita” disse il Re, “ora io lo vedo da solo,
e non sfuggirà alle mie mani! Non avrò mai più un’occasione come questa”. “Dio
ti accompagni bene!” disse Sir Bedivere. Allora il Re prese la sua lancia con entrambe le mani e
corse corso Sir Mordred urlando: “Traditore, ora il giorno della tua morte è giunto!”.
Quando Sir Mordred vide Re Artù gli corse contro con la spada sguainata, e Re
Artù colpì Sir Mordred sotto lo scudo con la punta della sua lancia e penetrò
il suo corpo più di un braccio. E quando Sir Mordred sentì di aver ricevuto
una ferita mortale si tirò su contro Re Artù con tutta la forza che ancora aveva,
e proprio così colpì suo padre, Re Artù, con la sua spada che reggeva con
entrambe le mani, sul lato della testa e la spada penetrò l’elmo e l’osso. Allora
Mordred cadde morto stecchito a terra. E il nobile Re Artù cadde pure. Sir
Lucan e Sir Bedivere lo portarono in una piccola cappella non lontano dal mare […] Poi
udirono la gente piangere nel campo. “Andate, Sir Lucan – disse il Re – per farmi
sapere cosa il rumore nel campo significa”. Così Sir Lucan andò malamente ferito com’era
in molte parti del suo corpo, e vide e udì al chiaro della luna come ladri
e malfattori erano arrivati nel campo per depredare e derubare molti nobili cavalieri delle
loro spille e bracciali e molti begli anelli e ricchi gioielli. E coloro i quali
non erano morti vennero uccisi per le loro armi e le loro ricchezze. Quando Sir Lucan
capì cosa stesse accadendo tornò dal Re più in fretta possibile, e disse
lui tutto ciò che aveva sentito e visto.

• ARTHUR’S DEATH (THOMAS MALORY, Le Morte Darthur)


Prima di morire, Re Artù chiede a Sir Bedivere di gettare la sua spada Excalibur nell’acqua. Dopo diversi rifiuti da parte di Bedivere, egli alla fine decide
di compiere il volere del suo Re, nonostante ritenesse un peccato sbarazzarsi di una spada tanto nobile. Successivamente egli porta il Re, ormai in
punto di morte, da tre fate che lo condurranno nella valle di Avalon, ma si dice che un giorno Artù ritornerà per regnare sull’Inghilterra.
Allora Sir Bedivere pianse per la morte di suo fratello54: “Adesso smetti di lamentarti e
di piangere, gentile cavaliere”, disse il Re “poiché tutto ciò è inutile. [...] e il mio tempo
passa in fretta, quindi prendi Excalibur, la mia buona spada, e vai con questa sulla
riva e una volta giunto lì io ti incarico di gettare la spada nell'acqua,
e poi di tornare indietro a dirmi cosa hai visto lì”. “Mio signore”, disse Sir Bedivere,
“il tuo ordine verrà eseguito [...]”. Così Sir Bedivere andò. Ma sulla
via guardò la nobile spada, e il pomo e l'elsa della spada erano tutte
pietre preziose. E allora disse tra sé e sé “Se getto questa ricca spada nella
acqua, non ne verrà nessun bene, ma danno e perdita”. E allora Sir Bedivere
nascose Excalibur sotto un albero, e quanto più velocemente poteva ritornò dal Re
e gli disse che era stato sulla riva e aveva gettato la spada nell'acqua.
“Cosa hai visto lì?” disse il Re. “Signore,” rispose lui, “Non ho visto nulla
se non le onde ed i venti”. “Ciò non è vero”, disse il Re, “quindi vai ed esegui
il mio ordine, getta la spada nell'acqua”. Così Sir Bedivere tornò indietro e
prese la spada tra le sue mani, e ancora pensò fosse un peccato, una vergogna lanciare
via quella nobile spada. E così di nuovo nascose la spada e tornò indietro dal Re
e gli disse che era stato sulla riva e aveva obbedito al suo ordine. “Cosa
hai visto lì?” disse il re. “Signore”, rispose, “non ho visto nulla se non l'acqua lambire
e il vento soffiare”. “Un traditore nei miei confronti ed un bugiardo”, disse Re Artù, “adesso
mi hai tradito due volte! Chi avrebbe mai creduto che tu sei stato così caro a
me che ho fatto di te un nobile cavaliere e adesso mi tradisci per le ricchezze di
questa spada? Ma adesso va di nuovo, svelto, il tuo lungo indugiare mi pone in grave
pericolo di vita, poiché sto sentendo freddo. E a meno che tu adesso non faccia come ti ordino, se
mai ti rivedrò di nuovo, ti ucciderò con le mie stesse mani, visto che tu mi vorresti
vedere morto per la mia ricca spada”. Allora Sir Bedivere tornò dalla spada e
velocemente la prese e andò sulla riva dell'acqua. E così lanciò la spada
più lontano che poteva nell’acqua. E allora un braccio ed una mano vennero fuori
dall'acqua e presero la spada, la scossero tre volte e la brandirono, e poi
svanirono nell'acqua insieme alla spada. Così Sir Bedivere tornò dal Re
e gli disse cosa aveva visto. “Ahimè”, disse il Re, “aiutami perché temo di aver
indugiato troppo a lungo”. Allora Sir Bedivere prese il Re sulla sua schiena e andò con
lui sulla riva dell'acqua. E quando giunsero lì, rapidamente dalla sponda arrivò
una piccola imbarcazione con dentro molte belle dame, e tra tutte loro c'era una
Regina, e tutte loro indossavano cappucci neri. E tutte loro piansero e gridarono quando videro
Re Artù. “Adesso mettimi dentro la barca” disse il Re. E così fece dolcemente,

52
La battaglia.
53
Sir Gawain, apparso in sogno ad Artù, gli rivela che sta per giungere il giorno del destino. Sir Lucan, al corrente del sogno, cerca di
distogliere il Re dall’azione che lo porterà sicuramente alla morte.
54
Sir Lucan.
e il Re fu accolto dalle tre dame55 con grandi lamenti. Così loro
lo deposero, e Re Artù depose il capo sul grembo di una di loro. E
allora la Regina disse: “Oh, mio caro fratello! Perché hai indugiato così a lungo
lontano da me? Ahimè, questa ferita che hai sul capo ha preso troppo freddo56!”. E presto
loro remarono verso il mare, e Sir Bedivere pianse e disse “Oh, mio Signore Artù,
cosa accadrà di me, adesso che te ne vai via da me e mi lasci qui solo
tra i miei nemici?”. “Datti pace” disse il Re, “e fai il meglio che
tu puoi. Non ci si può più fidare di me dal momento che io devo andare nella valle di Avalon57 per guarire la mia
dolorosa ferita. E se tu mai più sentirai parlare di me, prega per l'anima mia!” […]
Ora altro sulla morte di Re Artù non sono mai riuscito a trovare, se non che queste dame
lo portarono alla sua tomba […] tuttavia alcuni dicono in molte parti dell'Inghilterra che
Re Artù non è morto, ma che vive per volontà del nostro Signore Gesù in un'altra terra,
e alcuni dicono che tornerà di nuovo, e conquisterà la Santa Croce58. Tuttavia
io non dirò che così avverrà59, ma piuttosto direi: qui in questo mondo
lui ha cambiato la sua vita. E molti uomini dicono che sulla sua tomba c'è scritto questo:
QUI GIACE ARTURO, UNA VOLTA RE E RE FUTURO.

• THE MORAL PLAY OF EVERYMAN (ANONIMO)


Si tratta del più famoso Morality play inglese, che affronta il tema della paura della morte, e infatti può essere definito una versione drammatica dei tanti
libretti sull’arte del morire che venivano stampati in Europa nel Medioevo e nel Rinascimento, che avevano la funzione di preparare l’anima dell’uomo
cristiano per la morte. In questo passo Morte arriva per portare via Everyman chiedendogli un rendiconto di tutta la sua vita, come richiesto da Dio.
[Entra Morte]
D. Dio Onnipotente, io sono qui alla tua volontà,
per eseguire il tuo comandamento.
G. Vai tu da Everyman,
e mostragli, in mio nome,
un pellegrinaggio che egli deve compiere,
che egli non può in alcun modo sfuggire;
E che egli porti con sé un sicuro rendiconto60
senza ritardo o alcun indugio. [Dio si ritira]
D. Signore, io andrò per tutto il mondo,
e crudelmente scoverò sia i grandi sia i piccoli;
Ogni uomo troverò che vive bestialmente
al di fuori delle leggi di Dio, e non teme la follia.
Colui che ama le ricchezze io lo colpirò con il mio dardo,
per accecare la sua vita, e per separarlo dal paradiso -
a meno che la carità61 sia sua buona amica -
nell’inferno per dimorare, mondo senza fine.
Guarda, laggiù vedo Everyman che cammina.
Ben poco egli pensa del mio arrivo;
La sua mente è rivolta ai piaceri carnali e al suo tesoro,
e grande dolore gli causerà resistere
davanti al Signore, Re del Cielo.
[Entra Everyman]
Everyman, fermati! Dove stai andando
così allegramente? Hai tu dimenticato il tuo creatore?
[…]
E. Cosa desidera Dio da me?
D. Questo io ora te lo mostrerò:
Un rendiconto egli necessariamente deve avere
senza alcun ulteriore indugio.
[…]
E. Del tutto impreparato io sono per dare questo resoconto.
Io non ti conosco. Che messaggero sei tu?
D. Io sono Morte, che non teme nessun uomo
poiché ogni uomo io fermo, e nessun uomo risparmio;
Poiché è il comandamento di Dio
che tutti a me devono essere obbedienti.
E. O Morte, tu giungi quando io ti avevo meno in mente!
In tuo potere sta a te salvarmi;

55
Le tre dame sono la Fata Morgana (sorella e avversaria di Artù), la regina del Galles del nord e la regina della Terra Desolata (dove i
cavalieri della Tavola Rotonda compiono la ricerca del Santo Graal).
56
Secondo la medicina medievale una ferita che veniva esposta al freddo portava alla morte.
57
Nella mitologia celtica indica il paradiso.
58
Artù ritornerà per scendere in crociata contro gli infedeli in Terra Santa e per vincerli, riconquistando la croce di Cristo.
59
Malory non crede all’eterna sopravvivenza di Artù, ma piuttosto crede alla sua funzione mistica e regale.
60
Dio chiede che Everyman gli mostri un rendiconto del bene e del male fatti in vita.
61
Carità è una personificazione, amica di Everyman.
Tuttavia del mio bene io darò a te, se tu sarai gentile -
si, mille sterline tu avrai -
se rimanderai questa questione ad un altro giorno.
D. Everyman, non può essere, per nessuna ragione:
io non mi fermo per oro, argento e nemmeno ricchezze,
né per il papa, l’imperatore, il re, il duca, né per i principi;
Poiché, se volessi ricevere grandi doni,
io potrei avere tutto il mondo;
Ma il mio costume è del tutto contrario.
Non ti do alcun indugio. Vieni qui, e non perdere tempo.
• WHO SO LIST TO HUNT (THOMAS WYATT, Who so List to Hunt)
Una delle ragioni che spesso vengono ricondotte all’imprigionamento di Wyatt fu una sua ipotetica relazione con Anna Bolena. Questo sonetto molto
probabilmente si riferisce all’amore che il poeta provava per la donna. Nel sonetto di Petrarca (“Una candida Cerva”, da cui questo prende ispirazione),
la donna ha come solo padrone Dio. Qui invece il padrone della donna è più terreno, si tratta infatti del Re Enrico VIII, con cui ella si sposerà. Il sonetto
quindi mostra la sofferenza che prova il poeta per l’impossibilità di avere la donna amata, che appartiene (come dimostra il collare) ad un altro uomo. La
cerva rappresenta convenzionalmente la preda nel gioco amoroso, e la caccia rappresenta proprio questo gioco.
Chi desidera cacciare, io so dove si trova una cerca,
ma, per quanto mi riguarda, ahimè, io non posso più:
la vana fatica mi ha stancato così dolorosamente,
che io sono tra coloro che più da lontano la seguono;
Tuttavia io non posso in alcun modo la mia stanca mente
distogliere dalla cerva: ma mentre lei fugge avanti,
venendo meno io la seguo. Io rinuncio dunque,
visto che in una rete cerco di trattenere il vento.
Chi desidera cacciarla, io gli tolgo ogni dubbio,
come me potrebbe sprecare il suo tempo invano:
e, inciso con diamanti, in lettere chiare,
c’è scritto, tutto intorno al suo bel collo:
non mi toccare, perché sono di Cesare,
e sono selvaggia per essere catturata, seppur io sembri docile.
• UTOPIAN COMMUNISM (THOMAS MORE, Utopia)
In questo passo, More descrive il suo disprezzo per il denaro attraverso la voce di Raphael: è impossibile governare bene uno stato che si basa tutto sul
denaro e in cui vige la proprietà privata. Questo porta pochi ad avere tutto, e gli altri a vivere in miseria senza niente. Per questo Raphael approva le
leggi di Utopia, in cui non esiste proprietà privata e nessuno vive in miseria per questo. Viene citato anche Platone, che allo stesso modo rifiutava la
proprietà privata, considerata un male per lo stato. Alla fine si inserisce nel dialogo Mastro More, che invece sostiene il contrario, cioè che non potrà mai
esistere lo stato dove tutte le cose sono in comune, cioè lo stato descritto da Raphael.
Mastro More62, a dirvi ciò che penso veramente, ovunque la proprietà sia privata, dove
il denaro è tutto, è difficile e quasi impossibile che lì lo Stato sia giustamente
governato e prosperamente fiorisca. A meno che voi non pensiate che la giustizia sia dove tutte le cose
sono nelle mani di uomini malvagi, o che la prosperità possa fiorire laddove tutto è diviso tra pochi
che cionondimeno non vivono in maniera molto ricca mentre tutti gli altri vivono infelicemente, miseramente
e nel bisogno. Perciò io considero tra me e soppeso nella mia mente le sagge
e buone leggi degli abitanti di Utopia: tra loro con pochissime leggi tutte le cose sono
disposte bene e riccamente, e la virtù è tenuta in alta considerazione e stima, e ciascuno
ha abbondanza di ogni cosa, dal momento che lì tutte le cose sono in comune. E ancora,
d’altra parte, paragono a loro così tante nazioni che continuano a fare nuove leggi,
e tuttavia nessuna di loro bene e sufficientemente è fornita di leggi; ciascuno chiama quello
che ha, sua individuale e privata proprietà e tuttavia le così tante nuove leggi che ogni giorno
vengono fatte non sono sufficienti affinché ciascuno goda, difenda e sappia quello che è suo da
quello che appartiene ad un altro. Tutto questo è chiaramente dimostrato dalle infinite controversie
legali che ogni giorno nascono per non avere mai fine. Non c'è da sorprendersi, considerando tutto questo, che Platone
si rifiutasse di fare le leggi per coloro i quali rifiutavano di avere e di godere di uguali parti di
ricchezza e beni. Quell'uomo saggio facilmente aveva previsto che questo è l'unica e
sola via per la prosperità di uno Stato: quando l'uguaglianza di ogni cosa viene introdotta e
stabilita. Questo non è chiaramente possibile laddove la proprietà di ognuno sia
individuale e peculiare a lui. Dove ognuno, sotto certi titoli e pretese
prende e coglie per sé il più possibile, e così pochi dividono tra loro
tutte le ricchezze che ci sono, nonostante l'abbondanza e la riserva, lì alla moltitudine
vengono lasciati solo mancanza e povertà. E nella maggior parte dei casi questa seconda condizione accade
essere più degna di godere della ricchezza più degli altri: i ricchi infatti sono superbi,
approfittatori e inutili. D’altra parte i poveri sono umili, semplici e tramite la loro
fatica giornaliera sono più utili allo Stato che a sé stessi. Io sono
quindi convinto che nessuna uguale e giusta distribuzione delle cose possa esistere fatta né
che la perfetta ricchezza potrà mai esistere tra gli uomini, a meno che questa proprietà venga esiliata e

62
Raphael qui inizia a risponde a Mastro More, che sostiene che non è possibile che tutto vada bene a meno che tutti non siano buoni, cosa
che è impossibile.
bandita. E, fino a quando continuerà, il pesante e inevitabile fardello della povertà
e della miseria rimarrà tra la parte più numeroso e migliore degli uomini. Io so che
questo fardello può essere in qualche modo alleggerito, ma nego totalmente che possa essere portato del tutto
via. Immaginiamo che venga fatta una legge, in virtù della quale nessuno dovrebbe
possedere più di una certa quantità di terra; e che nessuno dovrebbe avere in suo
possesso più di una somma di denaro prescritta e definita. Immaginiamo che certe leggi venissero decretate
secondo le quali né il re dovrebbe avere un potere troppo grande, né il popolo dovrebbe essere troppo orgoglioso
e ricco; immaginiamo che gli uffici non debbano essere ottenuti per mezzo di smodate richieste, tangenti e regali,
e che non vengano comprati né venduti; né che dovrebbe essere necessario per i pubblici ufficiali essere ad
ogni costo o peso nei loro uffici, dal momento che questa è l'occasione per i pubblici ufficiali di
raccogliere il loro denaro di nuovo attraverso frode e imbroglio63. E, dal momento che gli uffici sono solo ottenuti
tramite regali e tangenti, solo i ricchi possono permettersi di prendere il posto che al saggio dovrebbe
essere affidato. Tramite leggi di questo tipo, io dico, questi mali potrebbero essere mitigati, ma soltanto come
corpi malati che sono disperati e al di là di ogni cura possono essere mantenuti e rappezzati per del tempo
con delle buone cure costanti. Ma che questi mali possano essere perfettamente curati, e portati
ad una buona e giusta condizione, questo non è da sperare, fintanto che ognuno sarà padrone
del suo per sé stesso. E mentre tu vai in giro per fare la tua cura da una parte, tu
renderai più grande il dolore di un'altra parte, così aiutare uno causa il dolore dell'altro.
Dal momento che nulla può essere dato a uno senza che venga sottratto ad un altro.
Ma io sono d'opinione contraria. Dissi, perché io penso che gli uomini non vivranno mai
nell'abbondanza laddove tutte le cose saranno in comune. Infatti come può esserci abbondanza di beni,
e di ogni altra cosa, laddove ognuno sottrae la sua mano dal lavoro? Chi non è spinto
al lavoro dalla considerazione dei propri guadagni?

• TWO SONNETS FROM “ASTORPHEL AND STELLA” (SIR PHILIP SIDNEY, Astrophel and Stella)
Nel sonetto viene descritto un torneo cavalleresco a cui prende parte l’autore, che si prepara a spezzare altre lance, cioè a combattere ancora. Arriva
però Cupido in mezzo alla folla, irritato dal fatto che l’autore stesse pensando ancora al torneo e non all’amore, quindi gli indica di guardare verso Stella,
la donna amata, e il poeta dimentica così di combattere, totalmente rapito dalla bellezza della donna e dall’amore che prova per lei.
Nelle arti marziali io avevo provato la mia abilità, 64
e tuttavia mi apprestavo a spezzare altre lance,
mentre, con le grida della gente, devo confessare,
giovinezza, fortuna e lode ancora riempivano le mie vene di orgoglio;
Quando Cupido, avendomi arruolato come suo schiavo
nella livrea di Marte, avanzando tra la calca,
“E ora cosa, Sir Sciocco!” disse lui (io non avrei fatto meno)
“Guarda qui, ti dico!” Io guardai, e vidi Stella,
che, vicinissima, faceva sì che una finestra emanasse una luce.
Il mio cuore allora tremò, i miei occhi furono abbagliati,
una mano dimenticò di governare, l’altra di combattere,
né il suono della tromba udì, né le urla amichevoli:
il mio nemico avanzò, e batté l’aria per me,
fino a che il suo rossore mi insegnò a vedere la mia vergogna.

Astrophel è costretto a separarsi dall’amata Stella perché lei deve rispettare il volere dei genitori. I due amanti condividono un grandissimo dolore ma
allo stesso tempo Astrophel gioisce perché la sofferenza della donna amata testimonia l’amore che lei prova per lui.
Quando fui costretto da Stella sempre cara -
Stella, nutrimento dei miei pensieri, cuore del mio cuore -
Stella i cui occhi rischiarano ogni mia tempesta -
a causa delle leggi del dovere di Stella a separarmi,
ahimè, scoprii che lei con me si addolorava:
vidi che le lacrime apparivano nei suoi occhi,
vidi che i sospiri socchiudevano le sue dolcissime labbra,
e le sue parole tristi il mio rattristato udito sentì.
Quanto a me, io piansi nel vedere delle perle così sparse,
sospirai i suoi sospiri e mi dolsi per il suo dolore,
tuttavia nuotai nella gioia, tale amore si vedeva in lei.
Così, mentre l’effetto più amaro era per me,
e niente più della causa più dolce poteva essere,
avrei avuto dolore se dolore non vi fosse stato.

63
Non dovrebbe essere necessario spendere qualsiasi prezzo per ottenere l’ufficio, poiché questo fa sì che chi detiene l’ufficio stesso voglia
rifarsi delle spese anche attraverso la frode.
64
L’azione si svolge durante una giostra: il poeta mette al primo posto l’orgoglio, l’esaltazione della gara; Cupido invece mette al primo
posto il sentimento per Stella, richiamando il poeta per fargli capire le sue priorità, cioè la donna amata, Stella.
• TO DEATH (JOHN DONNE, The Holy Sonnets)
Nel sonetto viene presentata la morte della Morte stessa, contro la quale Donne si scaglia probabilmente per la perdita della moglie. Infatti la Morte non
viene vista come possente e terribile, ma come impotente e misera. Il poeta si rivolge direttamente alla personificazione della Morte, sfidandola e
riuscendo a prevalere alla fine, infatti l’uomo si risveglierà per l’eternità, sconfiggendo definitivamente la Morte.
Morte, non essere orgogliosa, anche se alcuni ti hanno chiamata
possente e terribile, perché tu non lo sei;
poiché quelli che tu pensi di sconfiggere
non muoiono, povera Morte, né ancora tu puoi uccidermi.
Dal riposo e dal sonno, che non sono altro che tue immagini,
molto piacere; allora da te molto più deve scaturire65,
e più in fretta i nostri migliori uomini vanno con te,
riposo delle loro ossa, e liberazione dell’anima.
Tu sei schiava del destino, del caso, di re, e uomini disperati,
e con il veleno, la guerra, la malattia dimori,
e il papavero o gli incantesimi possono farci dormire bene
e meglio del tuo colpo; perché ti gonfi allora?
Dopo un breve sonno, ci risvegliamo per l’eternità,
e la morte non esisterà più; Morte, tu morirai.

• FAUSTUS SIGNS A PACT WITH THE DEVIL (CHRISTOPHER MARLOWE, The Tragical History of Doctor Faustus)
In questo passo Faustus si arrende al Diavolo, accettando di firmare un patto con Mefistofele per ricevere in cambio la magia. Viene mostrato il conflitto
interiore che vive l’uomo, tentato dal Diavolo. Alla fine comunque si arrende a lui.
[Entra Faustus nel suo studio]
F. Ora, Faustus, tu devi necessariamente essere dannato
e non puoi essere salvato?
A che serve allora pensare a Dio o al paradiso?
Basta con queste vane fantasie e disperazione,
dispera in Dio e confida in Belzebù.
Ora non indietreggiare. No, Faustus, sii risoluto.
Perché tentenni? Oh, qualcosa risuona nelle mie orecchie
rinnega questa magia, ritorna da Dio di nuovo.
Si, e Faustus ritornerà da Dio di nuovo.
A Dio? Lui non ti ama.
Il Dio che tu servi è il tuo personale appetito66,
in cui è fissato l’amore di Belzebù.
Per lui costruirò un altare e una chiesa,
e offrirò tiepido sangue di infanti appena nati.
[Entra l’Angelo buono e l’Angelo cattivo]
G.A. Dolce Faustus, abbandona questa arte esecrabile67.
F. Contrizione, preghiera, pentimento, a che mi servono?
G.A. Oh, quelli sono mezzi per portarti nel paradiso.
E.A. Piuttosto illusioni, frutti della follia68,
che rende gli uomini pazzi che più si affidano a loro.
G.A. Dolce Faustus, pensa al paradiso e alle cose del paradiso.
E.A. No, Faustus, pensa all’onore e alla ricchezza.
[Escono gli Angeli]
F. Alla ricchezza!
Bene, la signoria di Emden sarà mia!
Quando Mefistofele sarà al mio fianco,
quale Dio ti potrà fare del male, Faustus? Tu sei al sicuro.
Non avere più dubbi. Vieni, Mefistofele,
[Entra Mefistofele. Faustus è pronto a firmare con il suo sangue il contratto con il diavolo]
M. […] Dimmi, Faustus, avrò la tua anima?
E io sarò tuo schiavo e ti servirò,
e ti darò più di quanto tu avrai senno di chiedere.
F. Si, Mefistofele, te la darò.
M. Allora, Faustus, trafiggiti il braccio con coraggio,
e vincola la tua anima, che in qualche giorno stabilito
il grande Lucifero possa reclamare come propria,
e poi tu sarai grande come Lucifero.
F. Guarda, Mefistofele, per amor tuo

65
Se dal sonno e dal riposo viene molto piacere, allora maggior piacere deve scaturire dalla morte, di cui sonno e riposo non sono altro che
immagini.
66
L’unico Dio che Faustus conosce è il proprio desiderio, che annebbia completamente la ragione di Faustus, spingendolo a vendere la
propria anima al Diavolo.
67
La magia nera.
68
“Lunacy” viene da Luna, simbolo dell’instabilità e della mutevolezza delle cose.
mi taglio il braccio, e con il mio stesso sangue
assicuro che la mia anima appartiene al grande Lucifero,
supremo signore e reggente della notte perpetua.
Guarda qui il sangue che gocciola dal mio braccio
e rendilo propizio per il mio desiderio.
M. Ma, Faustus, tu devi scrivere sotto forma di atto di donazione.
F. Si, lo farò. Ma, Mefistofele,
il mio sangue si congela e non posso più scrivere.
M. Ti porterò del fuoco per scioglierlo immediatamente.
[Esce]
F. Che cosa potrebbe significare il fatto che il mio sangue si è fermato?
È riluttante che io scriva questo atto
perché non scorre così che io possa scrivere di nuovo?
“Faustus da la sua anima a te”: ah, lì si è fermato!
Perché non dovresti? Non è la tua anima la tua?
Allora scrivi di nuovo: “Faustus da la sua anima a te”.
M. Ecco il fuoco. Vieni, Faustus, mettilo sopra.
F. Allora, ora il mio sangue inizia a schiarirsi di nuovo.
Ora vi porrò fine immediatamente.
M. Oh che cosa non farei per ottenere la sua anima!
F. Consummatum est: questo atto è finito,
e Faustus ha vincolato la sua anima a Lucifero.
Ma cosa è questa iscrizione sul mio braccio?
Fuggi uomo! Ma dove dovrei fuggire?
Se verso il paradiso, Egli mi lancerebbe giù verso l’inferno.
I miei sensi si ingannano: qui non c’è scritto nulla!
Oh, sì, lo vedo chiaramente. Persino qui è scritto
Fuggi uomo. Tuttavia Faustus non fuggirà.
M. Gli porterò qualcosa per dilettare la sua mente.
[Esce]
[Entrano Diavoli, dando corone e ricchi indumenti a Faustus; danzano e poi se ne vanno. Entra Mefistofele]
F. Cosa significa questo spettacolo? Parla, Mefistofele.
M. Nulla, Faustus, ma per deliziare la tua mente,
e per farti vedere cosa può fare la magia
F. Ma posso evocare io questi spiriti quando mi va?69
M. Si, Faustus, e fare cose ancora più grandi di queste.
F. Allora ce n’è abbastanza per mille anime.
[L’atto di donazione è pronto, Faustus lo accetta per la seconda volta]
M. Allora adesso, Faustus, chiedimi cosa vuoi.
F. Per prima cosa ti interrogherò riguardo l’inferno.
Dimmi, dove si trova il luogo che gli uomini chiamano inferno?
M. Sotto i cieli.
F. Si, come tutte le altre cose; ma dove precisamente?
M. Nelle viscere di questi elementi70
dove siamo torturati e rimaniamo per sempre.
L’inferno non ha limiti, e non è nemmeno circoscritto
in un unico luogo. Ma dove noi siamo lì è l’inferno,
e dove è l’inferno noi dobbiamo sempre stare.
• THE DAGGER (WILLIAM SHAKESPEARE, Macbeth)
All’interno del passo Macbeth ha la visione di un pugnale immaginario, indice dell’omicidio che sta per compiere e della follia in cui Macbeth sta
cadendo. Parla quindi di riti infernali fatti in onore di Ecate, alla quale obbediscono le streghe che stanno dannando Macbeth; parla di lupi, le sentinelle
del delitto che con il loro ululato indicano la sua presenza; parla anche di Tarquinio il Superbo, ultimo re di Roma, che con passo furtivo come quello di
un fantasma si appresta a stuprare la bella Lucrezia. Alla fine il protagonista si rivolge alla terra chiedendole di distogliere la propria attenzione, in
maniera tale da poter compiere di nascosto l’impresa delittuosa da lui premeditata.
È questo un pugnale che vedo davanti a me,
l’impugnatura verso la mia mano? Vieni, lascia che ti afferri:
io non ti ho, e tuttavia ti vedo ancora.
Tu non sei, fatale visione, sensibile
ai sensi, così come alla vista? O sei tu
nient’altro che un pugnale della mente, una falsa creazione,
che scaturisce dal cervello oppresso dalla calura 71?
Tuttavia io ti vedo, in una forma altrettanto palpabile

69
Faustus si specializza infatti nell’evocazione di spiriti, come questa prima “performance” fatta da Mefistofele per mostrare a Faustus
quello che sarà capace di fare.
70
Probabilmente si riferisce ai 4 elementi che compongono la natura dell’uomo (acqua, aria, terra, fuoco): in questo senso l’Inferno
rappresenta l’impossibilità di uscire dal ciclo di morte e rigenerazione della natura, in cui tutto si trasforma ma nulla si distrugge.
71
Si riferisce al calore provocato dalla bile, umore collerico che provoca visioni e deliri.
come questo che ora io estraggo.
Tu mi spingi nella direzione in cui stavo andando;
e un tale strumento stavo per usare. -
I miei occhi sono fatti giullare degli altri sensi,
o altrimenti valgono tutto il resto: ti vedo ancora;
e sulla tua lama, e impugnatura, gocce di sangue
che prima non c’erano. – Non c’è niente del genere.
È l’impresa sanguinaria che informa
così i miei occhi. - Ora su metà del mondo72
la natura sembra morta, e sogni malvagi abusano
il sonno riparato. La stregoneria celebra
le offerte della pallida Ecate73; e l’assassinio avvizzito,
preannunciato dalla sua sentinella, il lupo,
il cui ululato è la sua guardia, così con passo furtivo,
con i passi deliranti di Tarquinio, verso il suo piano
si muove come un fantasma. – Tu sicura e salda terra,
non sentire i miei passi, in che direzione camminano, per paura
che le stesse pietre rivelino dove io mi aggiro,
e prendano l’orrore presente dal tempo,
che ora si adatta a lui. Mentre io minaccio, lui vive:
le parole al calore delle azioni danno un respiro troppo freddo.
[Una campana suona]
Vado, e sarà fatto: la campana mi invita.
Non udirla Duncan; poiché è un rintocco
che ti convoca al paradiso, o all’Inferno.
[Esce]
• TO BE OR NOT TO BE (WILLIAM SHAKESPEARE, Hamlet)
Il famoso monologo di Amleto si basa sul problema tra essere o non essere, cioè il problema del suicidio, visto che la morte è l’unico mezzo per fuggire
dal mondo, un mondo fatto di maschere e bugie, ostilità e sospetto, violenza e potere. Se per Amleto da una parte la vita è una continua lotta fatta di
dolore e sofferenza, però anche la scelta di togliersi la vita rappresenta altrettante difficoltà, infatti è il non sapere ciò che potrebbe esserci dopo che
scoraggia l’uomo dal porre fine alla propria vita. Amleto capisce comunque che la sua vendetta contro lo zio coinciderebbe con la sua stessa morte.
[Entra Amleto]
H. Essere o non essere – questo è il problema;
se sia più nobile soffrire nello spirito
le punture e i dardi della fortuna oltraggiosa,
o prendere le armi contro un mare di guai,
e opponendovisi porre loro fine? Morire, dormire -
nient’altro; e con il sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e alle migliaia di miserie naturali
di cui la carne è erede. Questa è una consumazione
da desiderare con devozione. Morire, dormire;
dormire, forse sognare. Si, questo è il problema;
poiché in quel sonno di morte che sogni possono giungere,
quando ci siamo sbarazzati di questa spira mortale,
ci deve dare paura. È la considerazione
che rende la sventura di così lunga vita;
poiché chi sopporterebbe le frustate e gli sfregi del tempo,
le angherie dell’oppressore, l’offesa dell’orgoglioso,
le angosce dell’amore respinto, il ritardo della legge,
l’insolenza del potere, e il disprezzo
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando lui stesso potrebbe trovare la sua quiete
con un nudo pugnale? Chi sopporterebbe questi fardelli,
ansimare e sudare sotto una vita pesante,
se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte -
la landa sconosciuta, dai cui confini
nessun viaggiatore ritorna – sconcerta la volontà,
e ci fa sopportare quei mali che abbiamo piuttosto
che andare verso altri che noi non conosciamo?
Così la coscienza ci rende tutti dei codardi;
e così il colore naturale della risoluzione
è coperto dal pallore malsano del pensiero,
e imprese di grande altezza e importanza,
con questa considerazione, il loro corso deviano
e perdono il nome di azione.

72
Cioè sulla metà del mondo immersa nella notte.
73
Ecate è la dea infernale alla quale obbediscono le streghe che stanno dannando Macbeth. Si parla di “offerte” nel senso di sacrifici di
sangue, infatti Duncan stesso sarà una vittima.
• LEAR’S CHOICE (WILLIAM SHAKESPEARE, King Lear)
Il passo è l’inizio dell’opera e introduce l’argomento principale cioè la differenza tra ciò che uno dice e ciò che uno pensa veramente. Re Lear chiede
alle sue 3 figlie di esprimergli a parole il loro amore: da una parte Cordelia non vuole mentire ed essere ciò che non è, non vuole soltanto apparire ma
essere sé stessa; dall’altra le sue sorelle Regan e Goneril alla richiesta del padre rispondono con esagerazioni e menzogne, infatti erano solo
interessate ad ottenere parte del regno. In un mondo però che si basa tutto sull’apparenza, non c’è spazio per la semplice verità, infatti Cordelia verrà
ripudiata dal padre.
[Entra uno che porta una corona; poi Lear, poi i Duchi di Albania e di Cornovaglia, dopo Goneril, Regan, Cordelia, con il seguito]
L. Servite i Signori di Francia e Borgogna, Gloucester.
G. Lo farò, mio signore.
[Escono Gloucester e Edmund]
L. Intanto noi esprimeremo i nostri più segreti propositi.
Datemi quella mappa. Sappiate che abbiamo diviso
in tre il nostro regno; ed è nostra ferma intenzione
scuotere via tutte le cure e gli affari dalla nostra vecchiaia,
conferendoli su forze più giovani, mentre noi
senza fardello strisciamo verso la morte. Nostro figlio di Cornovaglia,
e tu, nostro non meno amorevole figlio di Albania74,
noi abbiamo la costante volontà di rendere pubbliche
le svariate doti delle nostre figlie, che la futura lotta
possa essere prevenuta adesso. I Principi, Francia e Borgogna,
grandi rivali nell’amore della nostra più giovane figlia,
a lungo nella nostra corte hanno fatto il loro soggiorno amoroso,
e ora sono qui per avere risposta. Ditemi, figlie mie -
visto che ora noi ci spoglieremo entrambi del ruolo,
interesse del territorio, cure dello stato -
chi di voi dovremmo noi dire che ci ama di più?
Che la nostra più grande generosità si possa estendere
dove la natura sfida il merito75.
Goneril, la nostra figlia maggiore, parla per prima.
GO. Sire, io vi amo più di quanto la parola possa piegare l’argomento;
più caro della vista, dello spazio e della libertà;
oltre ciò che può essere di valore, ricco o raro;
non meno della vita, con grazia, salute, bellezza e onore;
tanto quando un figlio abbia mai amato, o un padre trovato;
un amore che rende il respiro povero e il discorso impotente:
oltre ogni cosa del genere io vi amo.76
C. [Di lato] Cosa dirà Cordelia?
Amare, e tacere.
L. Di tutti questi confini, persino da questa linea fino a questa, 77
con le foreste ombrose e ricche campagne,
con abbondanti fiume e praterie dagli ampi confini,
ti rendiamo signora: alla tua discendenza e di Albania
questo apparterrà per sempre. – Cosa dice la nostra seconda figlia,
la nostra carissima Regan, moglie di Cornovaglia? Parla.
R. Io sono fatta di quello stesso metallo di mia sorella,
e mi reputo del suo stesso valore. Nel mio cuore sincero
io trovo che lei pronuncia il mio stesso atto d’amore;
solo che lei si ferma troppo presto, che io professo
me stessa nemica di tutte le altre gioie
che il più prezioso insieme dei sensi possiede,
e trovo che sono solo felice
nell’amore della vostra cara Altezza.
C. [Di lato] Allora povera Cordelia!
E tuttavia non così; visto che io sono sicura che il mio amore è
più poderoso della mia lingua.
L. A te e ai tuoi discendenti sempre
rimane questo ampio terzo del nostro bel regno;
non inferiore in spazio, valore e bellezza,
di quello assegnato a Goneril. – Ora, nostra gioia,
anche se la nostra ultima e minore; al cui giovane amore
i vigneti di Franci e il latte di Borgogna

74
Sono i mariti di Regan e Goneril.
75
Si rivela la debolezza di Lear infatti non si può forzare la natura, farle meritare di più nel campo degli affetti. Regan e Goneril appunto
forzeranno la natura, ma il loro merito sarà solo nelle false parole e non nella loro vera natura, a differenza di Cordelia.
76
L’”affetto” di Goneril è inesprimibile, lei non riesce a trovare le parole, e ironicamente simboleggia il fatto che effettivamente Goneril
non ha nulla da esprimere perché non prova alcun affetto per il padre.
77
Lear assegna le terre a Goneril.
lottano per essere interessati; cosa puoi dire per ottenere
un terzo più ricco di quello delle tue sorelle? Parla.
C. Niente, mio signore78.
L. Niente!
C. Niente.
L. Niente viene da niente. Parla di nuovo.
C. Sono infelice, non posso sollevare
il mio cuore nella mia bocca. Io amo vostra Maestà
secondo il mio dovere; né più né meno.
L. Come, come, Cordelia! Aggiusta il tuo discorso un po’,
per evitare di rovinare le tue fortune.
C. Mio buon signore,
mi avete procreata, generata e amata; Io
restituisco questi doveri come è giusto,
vi obbedisco, vi amo, e soprattutto vi onoro.
Perché hanno le mie sorelle marito, se loro dicono
che vi amano sopra ogni cosa? Certamente, quando mi sposerò,
quel signore la cui mano deve prendere il mio pegno porterà
metà del mio amore con lui, metà delle mie cure e del mio dovere.
Certamente non mi sposerò mai come le mie sorelle,
per amare pienamente mio padre.
L. Ma va il tuo cuore con questo?
C. Si, mio buon signore.
L. Così giovane e così priva di tenerezza?
C. Così giovane, mio signore, e sincera.
L. Così sia! La tua verità, allora sia la tua dote!
Poiché, per il temuto splendore del sole,
i misteri di Ecate e della notte;
per tutte le operazioni delle sfere celesti
da cui noi esistiamo e cessiamo di esserlo;
qui io rinnego ogni mia cura paternale,
vicinanza e proprietà di sangue,
e come un’estranea al mio cuore e a me
ti terrò da questo momento per sempre. Il barbaro Scita,
o lui che rende la sua generazione un disastro,
per saziare il suo appetito, saranno al mio petto
così ben accolti, compatiti e sollevati,
come tu mia figlia di un tempo.
K. Mio buon signore -
L. Taci, Kent!
Non venire fra il drago e la sua ira.
L’ho amata più di tutte, e pensavo di porre il mio riposo
sulla sua cura gentile. [A Cordelia] Via di qui, ed evita la mia vista! -
Così sia la mia tomba la mia pace dal momento che qui io strappo
il cuore di suo padre da lei!

• PROSPERO RENOUNCES MAGIC (WILLIAM SHAKESPEARE, The Tempest)


Nel passo Prospero, che era riuscita a compiere tutti i suoi piani, rinuncia per sempre alla magia. Libera la natura dal suo controllo, rompendo la sua
bacchetta e lanciando il suo libro nel mare. Questo passaggio, in relazione a Shakespeare, è stato visto come un addio dell’autore dal teatro.
P. Si elfi delle colline, ruscelli, laghi immobili, e boschetti;
e si voi che sulle sabbie con piedi senza orma79
rincorrete il Nettuno delle maree, e fuggitelo
quando lui ritorna, voi mezzi-burattini80 che
al chiaro di luna fate anelli d’erba aspra81,
dove la pecora non mangia e voi il cui passatempo
è fare funghi di mezzanotte, che vi rallegrate
nel sentire il solenne coprifuoco82; tramite il cui aiuto -
per quanto deboli maestri 83voi siate – io ho oscurato
il sole di mezzogiorno, ho richiamato i venti scatenati,
e tra il verde mare e la volta azzurra
ho sollevato una guerra ruggente: al terribile tuono rumoroso

78
Cordelia non ha nulla da dire perché qualsiasi parole non sarebbe abbastanza per descrivere il sentimento che lei prova per il padre.
79
Gli spiriti evocati da Prospero sono invisibili e incorporei.
80
Gli spiriti sono mezzi-burattini perché sono sotto il controllo di Prospero.
81
Si diceva che gli spiriti nelle notti di luna danzassero sui prati, e che sul luogo da essi calpestato crescesse erba aspra in cerchio.
82
Il coprifuoco è il segnale che indica la fine della notte, gradita agli elfi.
83
Indica la pratica di un’arte. Si trova una corrispondenza tra gli spiriti di Prospero e gli attori di Shakespeare, quindi l’autore li starebbe
ringraziando per avergli permesso di materializzare sul palcoscenico il suo sogno.
io ho dato fuoco, e ho spaccato la forte quercia di Giove
con il suo stesso dardo; il promontorio dalla forte base
io ho fatto tremare, e ho sradicato
il pino e il cedro: le tombe al mio comando
hanno risvegliato i loro dormienti, si sono aperte, e li hanno lasciati uscire
grazie alla mia così potente Arte84. Ma questa magia rozza
io qui abiuro; e, quando io ho richiesto
una musica celeste, - cosa che anche ora faccio, -
per operare al mio fine sui loro sensi85, cosa
per cui è destinato questo incantesimo aereo, spezzerò la mia bacchetta,
la seppellirò di diverse braccia sottoterra,
e più giù di quanto mai possa sprofondare lo scandaglio
annegherò il mio libro.

• SONNET 18 (WILLIAM SHAKESPEARE, Sonnets)


Il tema principale è il potere eterno della poesia, la quale ha la capacità di rendere eterno tutto ciò che celebra ed in particolar modo la bellezza in sé,
intesa non come un qualcosa di fisico, ma come un insieme di qualità.
Posso paragonarti ad un giorno d'estate?
Tu sei più bello e più delicato;
venti forti scuotono i teneri boccioli di Maggio,
e il tempo di un’estate ha una durata troppo breve:
a volte troppo ardente l’occhio del cielo splende,
e spesso è il suo colore dorato si oscura,
e ogni cosa bella dalla bellezza prima o poi declina86,
dal caso, o per il corso mutevole della natura disordinato:
ma la tua eterna Estate non svanirà,
né perderà possesso di quella bellezza che tu possiedi
né la Morte si vanterà che tu vaghi nella sua ombra,
quando in versi eterni col tempo cresci,
fino a che gli uomini potranno respirare o gli occhi vedranno,
fino ad allora questo vivrà, e questo ti darà vita.

• SONNET 30 (WILLIAM SHAKESPEARE, Sonnets)


Il tema è quello del ricordo e della memoria che rendono attuali le sofferenze passate vissute dal poeta, così come il tema dell’amicizia, resa eterna
attraverso i versi, il cui potere è quello di consolare il poeta per i dolori e le perdite subite.
Quando alle assise del dolce pensiero silente,
io convoco i ricordi delle cose passate,
io sospiro la mancanza di molte cose che cercavo,
e con le vecchie sventure di nuovo lamento lo spreco del tempo a me caro:
allora posso inondare un occhio (non abituato a scorrere).
Per amici preziosi nascosti nella notte senza fine della morte,
e piango di nuovo dolori d’amore cancellati da molto tempo,
e lamento lo spreco di molte visioni svanite.
Poi posso dolermi di dolori già passati,
e pesantemente di dolore in dolore riprendere
il triste conto di un gemito già speso,
che io pago di nuovo, come se non l’avessi pagato prima.
Ma se nel frattempo io penso a te (caro amico)
tutte le perdite sono recuperate, e le pene finiscono.

• SONNET XVII (JOHN MILTON, Sonnets)


Il tema è quello della cecità di Milton, che si riferisce alla sua condizione fisica ma allude anche alla perdita graduale dell’ispirazione poetica, una perdita
che può solo essere risolta dal fato e dal volere di Dio.
Quando io rifletto su come la mia luce si sia spenta,
prima della metà dei miei giorni87, in questo oscuro e vasto mondo,
e che quel talento88 che è morte nascondere
è rimasto inutile con me, anche se la mia anima era più incline
a servire con questo il mio creatore, e a presentare
il mio vero rendiconto, per timore che lui, ritornando mi rimproveri.
“Dio mi chiederà conto della fatica giornaliera, negata la luce89?”

84
Si riferisce all’arte magica di Prospero e all’arte drammatica di Shakespeare e dei suoi compagni.
85
Per ingannarne i sensi, con suoni e miraggi.
86
La bellezza è destinata a sfiorire col tempo.
87
Tradizionalmente il limite medio della vita umana era 35 anni.
88
Si riferisce alla sua ambizione di diventare il grande poeta inglese, e si tratta di un talento che è peccato contro Dio seppellire senza farlo
fruttare. Vuol dire quindi è non si devono soffocare i talenti ricevuti, bisogna esaltarli al massimo.
89
Milton rimane cieco.
Io mi chiedo ardentemente; ma Pazienza per impedire
quel mormorio, presto risponde: “Dio non ha bisogno
né del lavoro dell’uomo o dei suoi stessi regali; chi meglio
sopporta il suo mite giogo, allora lo serve meglio; la sua condizione
è regale – migliaia al suo ordine si precipitano
e si muovono sulla terra e sull’oceano senza riposo:
loro servono anche coloro che solo stanno fermi e aspettano.
• INVOCATION TO THE SPIRIT (JOHN MILTON, Paradise Lost)
L’opera si apre con un’invocazione allo Spirito Santo, recuperando la cosiddetta invocazione alla musa tipica della tradizione epica classica, con
l’intento di riuscire a far capire agli uomini le vie misteriose di Dio.
[…] O Spirito […]
[…] ciò che in me è oscuro
illuminalo, ciò che è basso elevalo e sostienilo;
che all’altezza di questo grande argomento
io possa affermare l’eterna provvidenza,
e giustificare le vie di Dio agli uomini.

• THE FALL OF SATAN (JOHN MILTON, Paradise Lost)


All’interno del passo viene descritto il momento in cui Satana, Lucifero, l’angelo più bello, viene scaraventato giù dal cielo in fiamme nella perdizione
infinita. Il suo orgoglio ostinato e il suo odio duraturo faranno sì che egli non si pentirà mai e daranno vita alla sua vendetta personale, la quale
provocherà la perdita del Paradiso da parte dell’uomo. Le fiamme della prigione eterna non produrranno luce, ma piuttosto un’oscurità visibile, per
sottolineare visioni di dolori; fiamme che sono destinate a non spegnersi mai perché alimentate da ingenti quantità di zolfo che non si consuma e che
brucerà in eterno. Il tipo di sintassi adottata da Milton è una sintassi ripresa grande tradizione delle lingue classiche e, per questo motivo, egli utilizza
una costruzione del verso particolare, tipica del latino.
[...] Lui, il Signore Onnipotente
scagliò a testa in giù fiamme dal cielo etereo
con una orribile rovina e combustione giù
verso una perdizione senza fondo, lì per dimorare
in catene adamantine e fuoco penitenziale,
chi osò sfidare l’onnipotente in battaglia.
Nove volte lo spazio che misura il gioco e la notte
per gli uomini mortali, lui con la sua orrida compagnia
giace sconfitto, rotolando nel fiero abisso
sconfitto anche se immortale90. Ma la sua rovina
gli riservava più ira; poiché ora il pensiero sia della felicità perduta e del dolore duraturo
lo tormenta; in giro fa roteare i suoi occhi sinistri,
che testimoniavano enorme afflizione e sgomento
misti con un ostinato orgoglio e un odio risoluto.
Subito lontano come la vista degli angeli 91egli vide
la lugubre situazione ampia e selvaggia:
una orribile prigione, intorno a tutti i lati
come una grande fornace infiammata, tuttavia da quelle fiamme
nessuna luce, ma piuttosto una visibile oscurità
serviva solo per scoprire visioni di dolore,
regioni di sofferenza, ombre dolenti, dove la pace
e il riposo mai possono dimorare, la speranza mai arriva
che arriva a tutti; ma la tortura senza fine
ancora incalza, e un ardente diluvio, nutrito
con un sempre bruciante zolfo mai consumato.

• THE HEROIC DEFEAT (JOHN MILTON, Paradise Lost)


Nel passo è sempre Lucifero che parla. Egli ha certo perduto una battaglia a seguito della quale è stato scaraventato nell’Inferno, ma non è stato di
sconfitto in maniera definitiva; egli, infatti, non ha perduto il suo odio eterno, il proprio coraggio, e non si è mai sottomesso. Non c’è dunque alcuna
vergogna nell’essere stato una volta sconfitto, ma nel chiedere pietà. Satana si considererà, dunque, pari a Dio e per questo stabilirà di continuare la
sua lotta nei confronti del “tiranno del Paradiso”; un tiranno contro il quale continuerà a combattere una guerra eterna tramite la forza o l’astuzia.
[...] Cosa importa se il campo è perso?
Non tutto è perso; la volontà invincibile,
e la ricerca di vendetta, l’odio immortale,
e il coraggio mai si sottomettono o cedono:
e cosa altro è non essere sconfitti?92
Quella gloria mai la sua ira o forza
potranno estorcermi. Inchinarsi e implorare la grazia
con ginocchio supplichevole, e deificare il potere

90
Satana essendo un angelo non può essere ucciso.
91
Satana non ha perduto le sue facoltà angeliche, come quella di poter vedere molto più lontano e profondamente.
92
Una vittoria non è una reale vittoria se non si annienta la volontà di resistenza del nemico.
di colui che per terrore di questo braccio così a lungo
ha dubitato del suo impero questo sarebbe deplorevole di certo,
questo sarebbe una ignominia e una vergogna al di sotto
di questa caduta; visto che per destino la forza degli dei
e questa sostanza empiria non possono fallire,
visto che attraverso l’esperienza di questo grande evento93,
non peggiore nelle armi, ma molto avanzata nella previsione,
noi possiamo con maggiore speranza di successo decidere
a condurre con la forza o con l’astuzia una guerra eterna
irriconciliabile con il nostro grande nemico94,
che ora trionfa, e nell’eccesso della gioia
regnando da solo tiene la tirannia del cielo.

• IN THE SKIN OF A SNAKE (JOHN MILTON, Paradise Lost)


All’interno del passo, Satana parla di Adamo ed Eva, attraverso i quali egli ha stabilito di compiere la sua vendetta, non potendo sconfiggere Dio
apertamente. Dunque, così come l’arciere che, intendendo colpire una preda lontana tende la sua freccia non verso l’alto, ma in maniera orizzontale,
così Lucifero decide di non colpire direttamente Dio, ma l’uomo, mirando pertanto più in basso; “mirare basso”, tuttavia, implica chiaramente che lui
stesso si abbassi alla portata del compito meschino, entrando quindi nel corpo di una bestia. Viene poi descritto quello che è il Paradiso Terrestre,
luogo in cui è presente ancora una perfetta armonia tra gli uomini e gli animali creati da Dio: il serpente stesso, un animale tranquillo ed innocuo, non è
ancora maligno, sino a quando Satana, nel cuore della notte, riuscirà ad impadronendosi di lui. Sarà proprio facendo leva sulla vanità di Eva e sulla sua
presunzione che riuscirà a cogliere la giovane donna in tentazione, coinvolgendo anche il compagno Adamo, riuscendo così a compiere il proprio
obiettivo, sebbene entrambi gli uomini fossero stati prima avvertiti.
[...] Di questi la vigilanza
io temo, per eluderla, così avvolto nella nebbia
del vapore notturno scivolo oscuro, e spio
in ogni cespuglio e boschetto, dove per caso io possa trovare
il serpente addormentato, nelle cui spire labirintiche
nascondermi, e l’oscuro intento che porto.
O terribile caduta! Che io che prima contendevo
con gli Dei per sedere nel posto più alto, e ora sono costretto
dentro una bestia, e mischiato con limo bestiale,
questa essenza per incarnare e abbruttire,
che all’altezza della divinità aspirava;
Ma a cosa non l’ambizione e la vendetta
si abbasserebbero? Chi aspira deve abbassarsi tanto in basso
quanto in alto si era elevato95, odioso prima o poi
alle cose più basse. La vendetta, all’inizio però dolce,
amarra dopo poco si riavvolge su di sé;
E così sia: io non indietreggio, così ben mirata si innalza,
visto che più in alto io cadrei vicino, su colui che dopo
provoca la mia invidia, questo nuovo favorito
del paradiso, questo uomo di argilla, figlio del disprezzo,
che noi per disprezzare di più il suo creatore ha creato
dalla polvere: il disprezzo quindi con il dispetto è ripagato al meglio”.
Così dicendo, attraverso ogni boschetto umido o asciutto,
come una nebbia nera che striscia bassa, egli proseguì
la sua ricerca notturna, dove al più presto avrebbe potuto trovare
il serpente: egli presto mentre dormiva venne trovato
in un labirinto di molte spire attorcigliato,
la sua testa in mezzo, ben piena di sottili astuzie:
non ancora in una orribile ombra o in un anfratto terribile,
né ancora nocivo, ma sul tappeto erboso
senza paura, non temuto, dormiva. Dalla sua bocca
il diavolo entrò, e il suo senso brutale,
nel cuore e nella testa, possedendolo presto lo ispirò
con atti intelligenti, ma il suo sonno
non fu disturbato, aspettando vicino l’arrivo del mattino.

93
Della sconfitta.
94
Dio.
95
Chi aspira alle cose più alte deve prima abbassarsi e sporcarsi con le cose più basse, Satana quindi punterà all’uomo per sconfiggere Dio.
• THE ROYAL EXCHANGE (JOSEPH ADDISON, The Spectator)
All’interno di questo saggio pubblicato nel numero 69 di “The Spectator”, Addison mostra tutto il suo orgoglio nazionalistico e l’idea che Londra sta
diventando la nuova Roma, il centro di un nuovo mondo commerciale. Infatti il saggio è dedicato alla Royal Exchange, il palazzo della Borsa, luogo che
Addison ama frequentare perché al suo interno si incontrano non solo suoi connazionali ma anche stranieri, diversi ministri del commercio che si
consultano sugli affari dell’umanità e questo rende Londra un “emporio dell’intero pianeta”. Emerge un grande amore da parte di Addison per questa
moltitudine di gente di nazionalità diversa che si riunisce, e ovviamente anche per l’attività commerciale che permette all’Inghilterra di godere dei
prodotti più diversi degli altri paesi del mondo. Se la natura infatti fornisce ogni paese solo dello stretto necessario per vivere, è il commercio che
permette di avere una grande varietà di prodotti. In questo senso per Addison i membri più utili dello Stato sono i mercanti, che uniscono l’umanità in
uno scambio reciproco di beni.
Non c'è nessun posto in tutta la città che io ami frequentare quanto il Royal
Exchange96. Mi dà una segreta soddisfazione, e in qualche misura, gratifica la mia vanità,
visto che sono un inglese, vedere un'assemblea così ricca di connazionali e stranieri
che si consulta insieme sugli affari privati dell'umanità, e che fanno di questa metropoli
una sorta di emporio per l'intero pianeta. Devo confessare che considero il momento di più intensa attività
come un grande consiglio, nel quale tutte le nazioni degne di maggior considerazione hanno i loro rappresentanti.
Gli intermediari nel mondo commerciale sono quello che gli ambasciatori sono nel mondo politico; loro negoziano
affari, concludono trattati, e mantengono una buona corrispondenza tra quelle
ricche società di uomini che sono divise le une dalle altre da mari e oceani, oppure
che vivono sulle diverse estremità del continente. Mi sono spesso compiaciuto nell’udire
dispute risolte tra una abitante del Giappone e un consigliere di Londra, oppure nel
vedere un suddito del Gran Mogol entrare in alleanza con uno dello Zar della Moscovia.
Sono infinitamente deliziato nel mischiarmi con questi diversi ministri del commercio,
così come si differenziano per le loro diverse camminate e per le loro diverse lingue: a volte
sono spintonato in mezzo ad un gruppo di armeni; a volte mi perdo in una folla di Ebrei;
e a volte mi mescolo ad un gruppo di Olandesi. Sono un Danese, uno Svedese o un Francese
in momenti diversi, o piuttosto mi immagino come l'antico filosofo, il quale quando
gli venne chiesto di quale nazione fosse, rispondeva, che era un cittadino del mondo. […]
Questa grandiosa scena di affari mi fornisce un'infinita varietà di solidi e sostanziali
intrattenimenti. Poiché sono un grande amante dell'umanità, il mio cuore naturalmente straripa di
piacere alla vista di una moltitudine prosperosa e felice, tanto che in molte
solennità pubbliche non posso fare a meno di esprimere la mia gioia con delle lacrime che sono scese furtivamente lungo
le mie guance. Per questo motivo, sono meravigliosamente compiaciuto nel vedere un tale gruppo di uomini
prosperare nelle loro fortune private, e allo stesso tempo promuovere la pubblica
riserva; o in altre parole, aumentare il patrimonio per le loro famiglie, portando dentro la loro
nazione qualunque cosa sia carente, e portando fuori qualunque cosa sia superflua.
La natura97 sembra aver preso una cura particolare nel disseminare i suoi beni tra
le diverse regioni del mondo, con un occhio a questo reciproco rapporto e traffico
tra l’umanità, che i nativi delle diverse parti del mondo potessero avere una sorta
di dipendenza dall'altro, e potessero essere uniti insieme da un loro comune interesse. […]
Se noi consideriamo il nostro paese nella sua prospettiva naturale, senza alcuno dei benefici
e dei vantaggi del commercio, che pezzo di terra arido e scomodo a noi
è toccato. […] Le nostre navi sono cariche del raccolto di ogni clima: le nostre tavole sono
piene di spezie e oli, e vini: le nostre stanze sono riempite di piramidi della Cina,
e adornate di manufatti del Giappone: la nostra bevanda mattutina ci proviene
dagli angoli più remoti della terra: noi ripariamo i nostri corpi con le droghe
dell'America, e ci riposiamo sotto baldacchini Indiani […] Di certo la natura ci fornisce
lo stretto necessario per vivere, ma il commercio ci dà una grande varietà di ciò
che è utile, e allo stesso tempo ci fornisce tutto quello che è conveniente e
ornamentale. Né è la parte minore di questo la nostra felicità, che mentre noi ci godiamo i più remoti
prodotti del nord e sud, siamo liberi da quegli eccessi di clima che
danno loro la nascita98; che i nostri occhi sono rinfrescati con i verdi prati della Britannia, nello
stesso tempo che i nostri palati godono dei frutti che crescono tra i tropici. Per
tutte queste ragioni non ci sono membri più utili in uno Stato che i mercanti.
Loro intrecciano insieme l'umanità in uno scambio reciproco di buoni uffici, distribuiscono
i doni della natura, trovano lavoro per i poveri, aggiungono ricchezza ai ricchi, e magnificenza
ai grandi. Il nostro mercante Inglese converte lo stagno della propria nazione in oro,
e scambia la sua lana per dei rubini. I maomettani sono vestiti con i nostri prodotti inglesi,
e gli abitanti delle zone gelide sono riscaldati dai velli delle nostre pecore.
[…] Il commercio, senza allargare i territori inglesi, ci ha dato una sorta di addizionale
impero: ha moltiplicato il numero dei ricchi.

96
Il palazzo della Borsa.
97
Qui assume lo stesso significato di Ragione. La distribuzione naturale delle risorse tra i vari paesi del mondo viene attribuita da Addison
ad una sorta di disegno superiore, che attraverso il commercio, permette ai diversi popoli di entrare in relazione l’uno con l’altro.
98
L’Inghilterra per Addison è fortunata a poter godere dei prodotti degli altri paesi del mondo senza però dover sopportare gli svantaggi di
questi, come un clima troppo rigido.
• LONDON (RICHARD STEELE, The Spectator)
Nel saggio Steele fa riferimento alle diverse classi sociali che iniziano il proprio lavoro in diverse ore del giorno. Mentre Steele cammina in città giunge
nella parte della City di Londra, zona ricca di negozi di lusso e magnifici edifici. Ad attirare l’attenzione di Steel è un negozio prettamente femminile, in
cui sia chi vende sia chi acquista è contraddistinto da una grande cordialità ed eleganza. Di sera poi Steele lascia la City e si reca da Will’s, e se
all’inizio del passo le strade erano piene di gente diversa, alla fine c’è solo il banditore che, suonando la campana, annuncia l’ora.
Le ore del giorno e della notte sono occupate, nelle città di Londra e
Westminster99, da persone così differenti l'una dall'altra come quelli nati nei
secoli differenti. Gli uomini delle sei in punto danno il cambio a quelli delle nove, quelli delle nove
alla generazione delle dodici; e quelli delle dodici spariscono, e fanno spazio per
il mondo alla moda, che hanno scambiato le due di notte per mezzogiorno […].
Mentre proseguivo il mio viaggio, era un riflesso gradevole vedere il mondo cosi graziosamente variegato
da quando ho lasciato Richmond, e la scena continuava a riempirsi di figli di una nuova ora. Questa
soddisfazione aumentava mentre avanzavo verso la City 100; e le insegne vistose, ben disposte
le strade, magnifici edifici pubblici, e i negozi di lusso, adorni di soddisfatti
visi, facevano aumentare ancora la gioia finché non entrammo nel centro della City, e
il centro del mondo del commercio, il Palazzo della Borsa di Londra. Mentre gli altri uomini nella folla
intorno a me si rallegravano con le loro speranze e i loro affari, ho trovato il mio conto nell’
osservarli con attenzione ai loro diversi interessi. Io, in realtà, consideravo me
stesso come l'uomo più ricco che camminava nel Palazzo della Borsa quel giorno; perché la mia benevolenza
mi ha fatto condividere i guadagni di ogni buon affare che era stato fatto. Non era la minore
delle soddisfazioni nella mia indagine andare al piano di sopra, e passare accanto negozi di gradevoli
donne; osservare così tante mani graziose indaffarate nel piegare nastri, e
il massimo entusiasmo di visi gentili nella vendita di toppe, spille, e bigodini,
da un lato all'altro dei banconi, era un divertimento nel quale mi sarei dovuto più a lungo
soffermare, se le care creature non mi avessero chiamato per chiedermi cosa volessi, quando
non potevo rispondere semplicemente “guardarvi” […]. Prima delle cinque del pomeriggio lasciai
la City, venni nel mio solito luogo Covent Garden, e trascorsi la serata
da Will's101 partecipando a discorsi di diversi gruppi di persone che si intrattenevano
l’uno con altro a portata del mio orecchio su argomenti delle carte, dadi, amore, cultura, e politica.
L'ultimo argomento mi trattenne fino a quando non udì le strade nel possesso del banditore,
che aveva ora il mondo per sé, e annunciava, “Sono le due”.

• LIFE RECORD AND BOOK-KEEPING (DANIEL DEFOE, Robinson Crusoe)


Robinson è scampato al naufragio in cui sono morti tutti i suoi compagni, si rende conto di essere l’unico uomo sopravvissuto e cerca quindi di
realizzare un resoconto della situazione stilando una lista di pro e contro. In questa sorta di immaginario diario contabile, il narratore che è lo stesso
Robinson, giungerà alla soluzione che è sempre possibile trovare un qualcosa di positivo anche dalla situazione più infelice.
[…] e mentre la mia ragione cominciava ora a prevalere sulla disperazione, cominciai a consolarmi
come meglio potevo, e a stabilire i beni contro i mali, affinchè potessi avere qualcosa
per distinguere la mia sorte da altre peggiori, e lo stabilì con assoluta imparzialità, come debitore e
creditore, le comodità di cui godevo contro le afflizioni che stavo soffrendo, in questo modo:
Mali Beni
• Sono stato gettato su un’orribile e desolata • Ma sono vivo, e non sono annegato come
isola, privo di ogni speranza di salvezza. tutta la mia compagnia della nave.
• Io sono distinto e separato, per così • Ma io sono distinto anche da tutta la ciurma
dire, da tutto il mondo per essere miserabile. della nave per essere stato risparmiato dalla
• Io sono separato dal genere umano, un morte; e Lui che mi ha miracolosamente
solitario, bandito dalla società umana. salvato dalla morte, può liberarmi da questa
• Non ho abiti per coprirmi. condizione.
• Sono privo di qualsiasi difesa o mezzi per • Ma non sono ridotto alla fame a morire su una
resistere a qualsiasi violenza di uomo o bestia. terra sterile, che non offra alcun
• Non ho anima alcuna con cui parlare, o con sostentamento.
cui confidarmi. • Ma il clima è caldo, dove se avessi degli abiti
difficilmente potrei indossarli.
• Ma sono gettato su un’isola, dove non vedo
animali selvaggi che possano farmi del male,
come ho visto sulla costa dell'Africa; cosa
sarebbe accaduto se fossi naufragato lì?
• Ma Dio ha miracolosamente mandato la nave
abbastanza vicino alla riva, che ho potuto
ricavarne così tante cose necessarie che mi
serviranno per soddisfare le mie necessità, o
mi permetteranno di soddisfarle finché vivrò.

Nel complesso, qui c'era un indubbia testimonianza, che difficilmente c'era una qualunque

99
All’epoca Londra e Westminster erano due città, contigue, ma separate.
100
Zona ricca di Londra.
101
Famoso caffè in cui si riunivano i Whig della Londra settecentesca per discutere degli argomenti più svariati.
condizione al mondo tanto infelice, ma che c'era qualcosa di negativo o qualcosa di positivo
da essere riconoscente per questo; e facciamo sì che questa sia come una indicazione che proviene dall'esperienza della
più infelice di tutte le condizioni di questo mondo, che noi possiamo sempre trovare in essa qualcosa
da cui trarre consolazione, e da mettere nella descrizione dei beni e dei mali, tra
gli aspetti positivi del resoconto.

• THE FOOTPRINT IN THE SAND (DANIEL DEFOE, Robinson Crusoe)


Robinson si è già stabilito sull’isola in maniera permanente, si è ormai abituato ad essere l’unico abitante del luogo, quando individua un’orma umana
sulla sabbia e questo suscita in lui una grande paura perché pensava di essere solo.
Accadde un giorno verso mezzogiorno mentre mi dirigevo verso la mia barca, fui estremamente sorpreso
da un'impronta del piede nudo di un uomo sulla riva, che era molto chiara da vedere
sulla sabbia. Mi bloccai come uno colpito da un fulmine, o come se avessi visto un’apparizione; rimasi in ascolto,
mi guardai intorno, non riuscivo a sentire niente, né a vedere niente; salii su un rialzo
del terreno per guardare più lontano; andai su e giù per la riva, ma era sempre la stessa cosa,
non riuscivo a vedere nessun'altra impronta che quell'unica. Tornai di nuovo lì per vedere se ce ne fossero
altre, e per osservare se non fosse invece la mia fantasia; ma non c'era alcuno spazio per
questo, poiché lì c'era esattamente proprio l'impronta di un piede, dita, tallone, ed ogni parte di un
piede; come fosse arrivata lì io non lo sapevo, né riuscivo minimamente ad immaginarlo. Ma dopo
innumerevoli pensieri incerti, come un uomo totalmente confuso e fuori di sé, io
tornai a casa nella mia fortezza, non sentendo, per così dire, il terreno su cui mi muovevo, ma
terrorizzato al massimo, guardando dietro di me ogni due o tre passi, scambiando
ogni cespuglio e ogni albero, e immaginando che ogni ceppo a distanza essere un uomo; né
è possibile descrivere in quante molte varie forme l'immaginazione spaventata mi rappresentava
le cose, quante idee folli si trovavano in ogni momento nella mia immaginazione,
e quali strane indefinibili fantasie mi vennero nei pensieri lungo la via.
Quando arrivai al mio castello, poiché penso che da quel momento in poi lo chiamai sempre così, io mi ci rifugiai dentro
come uno inseguito; se io ci salii dalla scala come avevo inizialmente pensato, o ci entrai
da un buco nella roccia che io chiamavo porta, non riesco a ricordarlo; no, né riuscì
a ricordarlo la mattina successiva, poiché mai lepre spaventata fuggì al riparo, o volpe nella terra,
con la mente più terrorizzata quanto io in questo rifugio.

• THE CHEQUER WORK OF PROVIDENCE (DANIEL DEFOE, Robinson Crusoe)


Robinson riflette sulla vita dell’uomo e quanto esso sia volubile. Oggi ama qualcosa che domani odia, oggi cerca ciò che domani evita, oggi desidera ciò
che domani teme. Questa riflessione nasce proprio dalla paura che Robinson prova nel vedere delle orme umane sull’isola: se prima l’idea di non
essere solo sull’isola era tutto ciò che desiderava, ora questa scoperta lo aveva terrorizzato. Riflette poi sulla Provvidenza divina, arrivando alla
conclusone che così come Dio lo aveva punito facendolo naufragare sull’isola (forse perché Robinson aveva rifiutato il consiglio del padre di restare in
Inghilterra), allora allo stesso modo solo Dio avrebbe potuto liberarlo.
Che strano disegno a scacchi della Provvidenza è la vita dell’uomo! E per quali segrete
differenti molle sono guidati gli impulsi quando differenti circostanze si presentano!
Oggi amiamo ciò che domani odiamo; oggi cerchiamo ciò che domani evitiamo;
oggi desideriamo ciò che domani temiamo, anzi, persino tremiamo di fronte alle sue apprensioni;
Questo è stato esemplificato in me in questo momento nel modo più vivace possibile; poiché
io la cui unica afflizione era, che io sembravo bandito dalla società umana, che io ero
solo, circoscritto dall'oceano sconfinato, tagliato fuori dal genere umano, e condannato
a quella che io chiamo vita silenziosa; che io ero come colui che il Cielo pensava non meritevole di essere
annoverato tra i vivi, o di comparire tra il resto delle Sue creature; che aver
visto uno delle mia stessa specie mi sarebbe sembrato un innalzamento dalla morte alla
vita, e la più grande benedizione che lo stesso Cielo, accanto alla suprema benedizione della
salvezza, avrebbe potuto concedermi; io dico, che ora io dovrei tremare proprio alla apprensione di
vedere un uomo, ed ero pronto a sprofondare nel terreno anche solo all’ombra o alla silenziosa
apparizione di un uomo che aveva metto piede sull’isola.
Tale è lo stato disomogeneo della vita umana; e mi ha dato molte grandi curiose
speculazioni in seguito, quando avevo un po’ recuperato la mia prima sorpresa; pensavo
che questa fosse la situazione di vita che l'infinitamente saggia e buona provvidenza di Dio aveva
determinato per me, che come non potevo prevedere quali fossero i fini della sapienza divina
in tutto questo, così non dovevo contestare la Sua sovranità, che, essendo io la Sua creatura,
aveva il diritto indubitabile per creazione di governare e disporre di me assolutamente come Lui
riteneva opportuno; e che, essendo io una creatura che Lo aveva offeso, aveva anche
il diritto giudiziale di condannarmi a quale punizione riteneva opportuno; e che era mia
parte sottomettermi a sopportare la Sua indignazione, perché avevo peccato contro di Lui.
Riflettei allora che Dio, che non solo era giusto ma onnipotente, come Lui aveva
ritenuto opportuno punirmi e affliggermi, così Lui poteva liberarmi; che se Lui
non lo riteneva opportuno, era mio dovere indiscusso rassegnarmi assolutamente
e interamente alla Sua volontà; e d'altra parte, era mio dovere anche sperare in Lui,
pregare a Lui e, in silenzio seguire i dettami e le indicazioni della Sua provvidenza quotidiana.
• UNREASONABLE RESOLUTIONS (DANIEL DEFOE, Robinson Crusoe)
Robinson, impaurito dalla scoperta delle orme umane sull’isola, inizia a pensare a diverse soluzioni per evitare che questi altri uomini presenti sull’isola
lo trovassero,
O che ridicole soluzioni gli uomini prendono, se posseduti dalla paura! Li priva
dell'uso di quei mezzi che la ragione offre per il loro sollievo. La prima cosa che
ho proposto a me stesso è stato, buttare giù i miei recinti e trasformare tutto il mio bestiame addomesticato selvaggio
nei boschi, così che il nemico non li trovasse, e non facesse frequenti scorrerie nell’isola
nella speranza di trovare siffatta preda; poi la semplice cosa di scavare
i miei due campi di grano, così che non potessero trovare tale grano lì, e ancora essere spinti
a frequentare l'isola; poi demolire il mio pergolato e la mia tenda, così che non potessero vedere
nessun segno di abitazione, ed essere spinti a guardare più lontano, al fine di scoprire le persone
che vi abitano.
Questi erano il soggetto della riflessione della prima notte, dopo che ero tornato di nuovo a casa,
mentre le apprensioni che avevano invaso così tanto la mia mente erano fresche su di me, e
la mia testa era piena di vapori, come sopra. Così la paura del pericolo è diecimila volte
più terrificante del pericolo stesso quando è evidente agli occhi; e noi troviamo il fardello
dell’ansia più grande di molto del male di cui siamo ansiosi; e, ciò che era
peggiore di tutto questo, non avevo quel sollievo in questo problema dalla rassegnazione che ero solito
praticare, e che speravo di avere. Io guardavo, pensavo, come Saul, che si lamentava non
solo che i Filistei erano su di lui, ma che Dio lo aveva abbandonato; poiché io
non avevo usato i modi giusti per calmare la mia mente, gridando a Dio nella mia angoscia, e
affidandomi alla sua Provvidenza, come avevo fatto prima, per la mia difesa e liberazione;
il che se l'avessi fatto, almeno sarei stato sostenuto più allegramente sotto questa nuova
sorpresa, e forse l'avrei portato avanti con più risolutezza.

• THE NAMING OF FRIDAY (DANIEL DEFOE, Robinson Crusoe)


Dopo diversi anni, Robinson Crusoe si è ormai stabilito sull’isola ed abituato alla solitudine quando, dopo l’episodio in cui aveva notato l’impronta sulla
spiaggia, vede sbarcare sull’isola degli indigeni i quali portano con sé altri due nativi, loro prigionieri. A questo punto si colloca l’episodio del salvataggio
di uno dei due personaggi, che da quel momento in poi diventerà servitore di Robinson. Si tratta di un individuo giovane, nel pieno delle sue forze e di
bell’aspetto. La prima cosa che Robinson insegna lui è il suo nome, “Venerdì”, affinché possa sempre ricordare il giorno in cui gli era stata salvata la
vita e l’espressione “Padrone”, con cui doveva sempre rivolgersi a lui, insieme alle risposte concise “si” e “no”. Anche quando Robinson Crusoe potrà
tornare nuovamente nel mondo civile, il suo fedele servitore gli starà sempre accanto. L’atto di Robinson di dare all’indigeno un nuovo nome
simboleggia anche il nuovo ruolo che l’uomo avrà d’ora in avanti, come servitore di Robinson.
Avendo abbattuto questo tizio, l'altro che inseguiva con lui si fermò, come
se fosse stato terrorizzato; ed io avanzai rapidamente, verso di lui; ma mentre gli andavo
vicino, mi resi conto immediatamente che aveva un arco e una freccia, e la stava incoccando per colpirmi;
perciò fui costretto a colpirlo per primo, cosa che feci, e lo uccisi
al primo colpo; il povero selvaggio che era fuggito, ma che si era fermato, anche se vedeva
entrambi i suoi nemici caduti e uccisi, come pensava, fu tuttavia così terrorizzato dal
fuoco e dal rumore della mia arma, che si fermò impietrito, e né venne avanti
o venne indietro, anche se sembrava piuttosto incline a fuggire anziché ad avanzare;
io lo incitai di nuovo, facendogli cenno di venire avanti, che lui facilmente
comprese, e avanzò un po’, poi si fermò di nuovo, e poi un po’ più avanti,
e si fermò di nuovo, e io allora potei percepire che tremava tutto, come se
fosse stato fatto prigioniero, e fosse sul punto di venire ucciso, come erano stati uccisi i suoi due nemici.
Io gli feci di nuovo segno di avvicinarsi, e gli feci tutti i cenni d'incoraggiamento
a cui potevo pensare, e lui venne sempre più vicino, inginocchiandosi ogni
dieci o dodici passi in segno di gratitudine per avergli salvato la vita. Gli sorrisi,
e lo guardai piacevolmente, e gli feci cenno di continuare ad avvicinarsi; alla fine
mi venne accanto, e poi tornò a inginocchiarsi, baciò la terra, e
posò il capo sul terreno, e afferrandomi il piede, appoggiò il mio piede sul suo
capo; questo sembra fosse in segno di giurare di essere mio schiavo per sempre [...].
Era un tizio di bell'aspetto, perfettamente proporzionato; con delle dritte e forti
membra, non troppo larghe; alto e ben formato, e, come suppongo, aveva circa ventisei anni.
Aveva una bellissima espressione, non un aspetto feroce e orribile; ma sembrava
avere qualcosa di molto virile nel suo viso, e tuttavia aveva tutta la dolcezza e
la tenerezza di un Europeo nel suo volto, specialmente quando sorrideva. I suoi
capelli erano lunghi e neri, non ricci come lana; la fronte molto alta e larga,
e una grande vivacità e una scintillante acutezza negli occhi. Il colore della sua pelle
non era troppo nero, ma era piuttosto abbronzato; e tuttavia non era di un brutto giallo nauseabondo,
come i Brasiliani, e i Virginiani, e gli altri nativi dell'America; ma di un brillante
tipo di colore olivastro, che aveva in sé qualcosa di molto gradevole, anche se non molto
facile da descrivere. Il suo volto era rotondo e paffuto; il suo naso piccolo, non era piatto come
i negri, una bocca molto bella, labbra sottili, e i suoi denti fini ben schierati, e bianchi come l'avorio.
[…]
[Lui] mi rivolse tutti i segni di soggezione, servitù e sottomissione immaginabili,
per farmi sapere come mi avrebbe servito finché viveva. Io lo compresi
in molte cose, e gli feci capire che ero molto compiaciuto di lui; in breve
cominciai a parlargli, e gli insegnai a parlarmi; e per prima cosa, gli feci
capire che il suo nome sarebbe stato Venerdì, che era il giorno in cui gli avevo salvato la vita; lo chiamai
così in ricordo di quel momento; allo stesso modo gli insegnai a dire Padrone, e poi
lo informai, che quello doveva essere il mio nome; analogamente gli insegnai a dire sì e no,
e a comprendere il significato di queste parole.
• OFF THE RIGHT TRACK (HENRY FIELDING, History of Tom Jones, A Foundling)
In questo passo viene descritto cosa accade ad un certo punto a Tom Jones durante il suo viaggio attraverso l’Inghilterra: si tratta di una situazione
abbastanza comune, e per questo bassa, realistica. Tom e la sua guida cioè non riescono a trovare la strada per andare verso Bristol, così Jones si
ferma per chiedere indicazioni a dei tizi del luogo.
Il lettore sarà contento di ricordare, che abbiamo lasciato Mr Jones all'inizio
di questo libro, sul suo cammino per Bristol; deciso a cercare la sua fortuna in mare;
o anzi, piuttosto, a sfuggire dalla sua fortuna sulla terra.
Successe, (cosa non molto insolita) che la guida che si era impegnata
di guidarlo sulla sua strada, sfortunatamente non conosceva molto bene la strada; quindi avendo
smarrito il giusto sentiero, e vergognandosi di chiedere informazioni, gironzolò
indietro e avanti finché non giunse la notte, e scese il buio. Jones
sospettando ciò che era successo, confessò alla guida le sue apprensioni; ma
quello insistette su questo, che fossero sul giusto cammino, ed aggiunse, che sarebbe stato molto
strano se egli non avesse conosciuto il sentiero corretto per Bristol; anche se, in realtà, sarebbe
stato molto più strano se l'avesse realmente saputo, dal momento che non ci era mai passato
prima nella sua vita.
Jones non aveva una tanto implicita fiducia nella guida, che al loro arrivo
in un villaggio chiese al primo tizio che vide, se fossero sulla strada
verso Bristol. “Da dove siete venuti?” gli gridò il tizio. “Non importa”, rispose Jones,
un po’ in fretta, “Voglio sapere se questa è la strada per Bristol”. “La strada per
Bristol!” gridò il tipo, sfregandosi la testa, “Beh signore, credo che
difficilmente arriverete a Bristol su questa strada stanotte”. “Ti prego, amico, allora”, rispose Jones,
“indicaci la strada”. - “Beh, signore”, urlò il tipo, “devi
uscire dalla tua strada il Signore sa dove: perché questa strada va verso
Gloucester”. “Bene, e quale strada porta a Bristol?” disse Jones. “Beh, voi
vi state allontanando da Bristol”, rispose il tizio. - “Quindi”, continuò Jones, “noi
dobbiamo tornare di nuovo indietro”. “Eh già, dovete”, disse il tipo. “Bene, e dopo che noi
sarebbe tornati indietro sulla cima della collina, quale strada dobbiamo prendere?”. “Beh, dovete
prendere la strada dritta”. “Ma io ricordo che ci sono due strade, una che va a destra
e l'altra a sinistra”. “Beh, dovete prendere la strada che va a destra, e poi
andate dritto; ricordate soltanto di girare prima alla vostra destra, e poi
di nuovo alla vostra sinistra, e poi alla vostra destra: e questo vi porterà alla dimora del gentiluomo locale, e
poi dovrete poi proseguire dritto, e poi girare a sinistra”.
Un altro tipo ora si avvicinò, e chiese in che direzione i signori
stessero andando? - essendo di ciò messo a conoscenza da Jones, prima si grattò la testa, e poi
appoggiandosi ad un bastone che teneva in mano, iniziò a dirgli, “Che doveva restare
sul percorso di destra per circa un miglio, o un miglio e mezzo o un qualcosa del genere, e poi
avrebbe dovuto girare corto a sinistra, e che questo lo avrebbe portato attorno a Mister Jin
Bearnes’s”. “Ma chi è Mister John Bearnes’s?” disse Jones. “Oh Signore”, gridò il
tizio, “non conoscete Mister Jin Bearnes’s? Ma da dove venite?”.
• THE QUAKER’S ADVICE (HENRY FIELDING, History of Tom Jones, A Foundling)
Tom Jones incontra un Quacchero che lo convince a fermarsi in una taverna per la notte invece di proseguire per la strada verso Bristol. Il Quacchero
percepisce una certa tristezza in Jones e così i due iniziano a conversare, e Jones apprende che anche il Quacchero è stato colpito da una qualche
disgrazia, che verrà svelata nel passo successivo.
Questi due tizi avevano quasi esaurito la pazienza di Jones, quando un semplice uomo
di bell’aspetto (che era certamente un Quacchero102) gli si rivolse così: “Amico, io capisco
che hai smarrito il tuo sentiero; e se seguirai il mio consiglio, non tenterai di trovarlo
stanotte. È quasi buio, e il sentiero è difficile da trovare; inoltre ci sono stati
numerosi furti commessi ultimamente tra qui e Bristol. Qui vicino c’è una locanda
molto lodevole, dove tu puoi trovare un buon trattamento per te
e per i tuoi cavalli fino al mattino”. Jones, dopo un po’ di persuasione, accettò di stare in
quel posto fino al mattino, e venne condotto da suo amico alla locanda.
Il padrone, che era un tipo molto civile, disse a Jones, “che sperava avrebbe
scusato la bruttezza della sua sistemazione: poiché sua moglie era fuori casa,
e aveva chiuso a chiave quasi tutto, e si era portata dietro le chiavi”.
Certamente, il fatto era, che una delle sue figlie predilette si era appena sposata, ed era andata,
quella mattina, a casa col marito; e che lei e sua madre insieme,
avevano quasi spogliato il pover'uomo di tutti i suoi beni, e anche del denaro; anche se egli aveva
diversi figli, solo quest'unica figlia, che era la preferita della madre, era
oggetto della sua considerazione; e per l’umore di questa sola figlia lei avrebbe, con
piacere, sacrificato tutto il resto, compreso il marito nell’affare.

102
Il Quacchero è un membro di un gruppo religioso cristiano che si oppone alla violenza e tiene molti dei suoi servizi religiosi in silenzio.
Anche se Jones non era abituato ad alcun tipo di compagnia, ed avrebbe preferito
restare da solo, tuttavia non riuscì a resistere all'importunità dell'onesto Quacchero; che
era il più desideroso di sedere con lui, avendo osservato la malinconia
che traspariva sia dalla sua espressione che dal suo comportamento; e che il povero Quacchero
pensava che la sua conversazione avrebbe potuto in qualche misuro recargli sollievo.
Dopo che ebbero passato un po' di tempo assieme, in tale maniera che il mio onesto
amico avrebbe potuto ricordare durante uno dei suoi raduni silenziosi103, il Quacchero
iniziò ad essere mosso da un certo spirito o altro, probabilmente di curiosità; e disse,
“Amico, percepisco che un qualche triste disastro ti è accaduto; ma, la preghiera può esser di conforto.
Forse hai perso un amico. Se è così, tu devi considerare che siano tutti mortali.
E perché dovresti addolorarti, quando tu sai che il tuo dolore non farà al tuo
amico alcun bene. Siamo tutti nati per l’afflizione. Io stesso ho le mie sofferenze proprio come
te, e molto probabilmente ancora più grandi sofferenze. Anche se io ho una chiara rendita di 100 £
l’anno, che è tanto quanto voglio, e io ho una coscienza, io ringrazio il Signore,
senza offesa. La mia costituzione e sana e forte, e non c’è nessun uomo che può
esigere un debito da me, né accusarmi di alcuna ingiuria – tuttavia, amico, io dovrei essere
preoccupato a pensarti miserabile quanto me”.

• MARRIAGE. LOVE, AND MATERIAL INTERESTS (HENRY FIELDING, History of Tom Jones, A Foundling)
In questo passo Jones apprende ciò che affligge il Quacchero: la sua figlia prediletta si era rifiutata di sposare l’uomo che il padre aveva scelto per lei
ed era invece fuggita con un uomo umile che amava, e l’aveva sposato. Questo tormentava il Quacchero, che avrebbe preferito vedere sua figlia morta
piuttosto che vederla con quell’uomo, infatti si rifiuta anche di aiutarli in caso di difficoltà economiche. La storia fa arrabbiare Jones che rifiuta di passare
un momento di più con il Quacchero.
Qui il Quacchero si fermò con un profondo sospiro; e Jones velocemente rispose, “Io sono
veramente dispiaciuto, signore, per la vostra infelicità, qualunque ne possa esser la causa”. “Ah!
Amico”, rispose il Quacchero, “solo una figlia è la causa. Una che era la mia
più grande delizia sulla terra, e che nel giro di questa settimana è scappata via da me, ed è
sposata contro il mio volere. Le avevo trovato un compagno ideale, un uomo sobrio, e
di sostanza; ma lei, in verità, ha voluto scegliere per sé stessa, e via se n’è andata
con un giovane tipo che non vale un soldo. Se lei fosse stata morta, come suppongo lo è
il tuo amico, sarei stato felice!”. “Questo è molto strano, signore”, disse Jones.
“Perché, non sarebbe meglio per lei esser morta, che essere una mendicante?” replicò
il Quacchero: “poiché, come vi ho già detto, il tipo non vale un soldo; e di sicuro lei
non può aspettarsi che io le darò mai uno scellino. No, visto che si è sposata per
amore, che lei viva d’amore se ci riesce; che lei porti il suo amore al mercato, e vediamo
se qualcuno lo scambierà con dell’argento, o anche con un mezzo pence”. “Lei conosce
le sue preoccupazioni meglio di chiunque altro, signore”, disse Jones. “Deve esser stato”, continuò il
Quacchero, “un lungo premeditato schema per imbrogliarmi: poiché si conoscevano
fin dall'infanzia; e io sempre le avevo predicato contro l’amore - e
le avevo detto migliaia di volte che era una follia ed una cattiveria. No, l’astuta
donnaccia faceva finta di ascoltarmi, e di disprezzare tutti i desideri della carne; e
tuttavia, alla fine, a fuggire da una finestra sopra tue rampe di scale: così iniziai, certamente,
a sospettare un po’ di lei, e la rinchiusi attentamente, con l’intenzione la mattina dopo
di farla sposare con il mio prescelto. Ma lei mi ha deluso nel giro di poche ore,
ed è fuggita via dall'amore della sua stessa scelta, che non ha perso tempo: perché loro
si erano già sposati e avevano dormito insieme, e tutto nel giro di un’ora.
“Ma sarà per entrambi il lavoro della peggior ora che essi abbiano mai fatto, perché
potranno morire di fame, o mendicare, o rubare insieme per quanto mi riguarda. Non darò mai a nessuno di loro
un penny”. Qui Jones iniziando, gridò, “Mi deve davvero scusare; Vorrei
che mi lasciasse”. “Vieni, vieni, amico”, disse il Quacchero, “non dar spazio
alla preoccupazione. Vedi che ci sono altre persone infelici, oltre te”. “Vedo
che ci sono pazzi e stolti e furfanti nel mondo”, rispose Jones - “Ma lasci
che le dia un piccolo consiglio; faccia venire a casa sua figlia e suo genero,
e non sia lei la sola causa di infelicità per colei che fa finta di amare”. “Far venire
lei e suo marito a casa!” sbottò il quacchero sonoramente, “Io piuttosto farei venire
i due più grandi nemici che ho al mondo!” “Bene, vada lei stessa a casa,
o dove preferisce”, disse Jones: “perché io non siederò più in simile compagnia”.
- “No, amico”, rispose il Quacchero, “disprezzo imporre la mia compagnia a
chiunque”. Egli dunque si offrì di prendere del denaro dalla sua tasta, ma Jones lo spinse
con una certa violenza fuori dalla stanza.

• BASTARDS AND GENTLEMEN (HENRY FIELDING, History of Tom Jones, A Foundling)


Respinto da Jones, il Quacchero giunge alla conclusione che Jones sia pazzo e così chiede al padrone della locanda Robin di prendersi buona cura del
suo ospite. Il padrone però considera Jones un poco di buono e così disprezzandolo, gli impedisce di dormire nella sua locanda per paura che lo
derubasse.
L’argomento del discorso del Quacchero aveva così profondamente influenzato Jones, che lui lo fissava
molto selvaggiamente tutto il tempo in cui parlava. Questo aveva osservato il Quacchero, e

103
Riferimento a una modalità del culto quacchero.
questo, aggiunto al resto dei suoi comportamenti, suscitò nell'onesto Broadbrim un pensiero,
che il suo compagno fosse, in realtà, fuori di senno. Piuttosto che risentirsi per
l'affronto, quindi, il Quacchero fu mosso dalla compassione per le sue infelici
circostanze; ed avendo comunicato al proprietario la sua opinione, desiderava
che egli si prendesse gran cura del suo ospite, e di trattarlo con la massima civiltà.
“Certo”, disse il proprietario, “non dovrei usare tanta civiltà verso di lui: poiché
sembra, per tutto quel panciotto allacciato lì, che egli non è un gentiluomo più di quanto non lo sia io;
ma piuttosto un povero bastardo di parrocchia allevato da un grande signorotto 30 miglia più in là, e ora
buttato fuori di casa, (di sicuro per nulla di buono). Dovrei cacciarlo fuori dalla mia
casa il prima possibile. Se perdo il mio conto, la prima perdita è sempre la
migliore. È stato non più di un anno fa che ho perso un cucchiaio d'argento”.
“Perché parli di un bastardo di parrocchia, Robin?” rispose il Quacchero.
“Stai di certo sbagliando uomo”.
“No di certo”, replicò Robin, “la guida, che lo conosce molto bene, me lo ha detto”.
Perché, di fatto, la guida non appena aveva preso il suo posto al fuoco della cucina,
aveva messo a conoscenza l’intera compagnia di tutto ciò che sapere, o che aveva mai sentito riguardo
Jones.
Il Quacchero non appena fu informato da questo tipo delle origini e della miseria
di Jones, tutta la compassione per lui svanì; e l’onesto, semplice uomo andò a casa
infuriato con non meno indignazione di quanta ne avrebbe avuta un duca nel ricevere
un affronto da una tale persona.
Lo stesso proprietario concepiva un simile disprezzo per il suo ospite; così quando
Jones suonò il campanello per potersi andare a riposare a letto, fu messo a conoscenza che non poteva
avere un letto lì. Oltre lo sdegno per le basse condizioni del suo ospite, Robin
aveva forti sospetti riguardo le sue intenzioni, che erano quelle, supponeva, di attendere
un’opportunità favorevole per derubare la casa. In realtà, egli avrebbe potuto
molto bene essere alleviato da queste apprensioni grazie alle prudenti precauzioni di sua
moglie e sua figlia, che aveva già rimosso tutto ciò che non era fissato
alla proprietà; ma egli era per sua natura sospettoso, e lo era diventato ancora di più
dalla perdita del suo cucchiaio. In breve, il terrore di essere derubato, totalmente
aveva assorbito la confortevole considerazione che non aveva nulla da perdere.
Jones essendo stato informato che non poteva avere un letto, molto soddisfatto si avvicinò
ad una grande sedia di vimini, quando il sonno, che ultimamente aveva evitato la sua
compagnia in appartamenti di gran lunga migliori, generosamente gli fece una visita nella sua umile cella. E
Per quanto riguarda il proprietario, gli venne impedito dalle sue paure di andare a riposarsi. Egli
ritornò quindi al fuoco della cucina, da dove poteva sorvegliare l'unica porta che
dava sul salotto, o piuttosto buco, in cui Jones era seduto; e riguardo la
finestra in quella stanza, era impossibile per qualsiasi creatura più grande di un gatto poter
scappare attraverso di essa.

• THE RAPE OF THE LOCK (ALEXANDER POPE, The Rape of the Lock)
L’opera si apre con l’invocazione alla dea della poesia per cantare le “tremende” conseguenze del taglio del ricciolo di Belinda. Poi l’attenzione si sposta
sulla giovane, la cui routine mattutina inizia quando i raggi del sole iniziano ad entrare dalla finestra. Nonostante sia già mezzogiorno, Belinda dorme
ancora. Viene descritto il sogno che stava facendo, cioè di un bel giovane che le dice che lei è protetta da innumerevoli Spiriti, un esercito di esseri
soprannaturali. Di questi Spiriti, un gruppo in particolare, quello dei Silfi, serve Belinda come guardiani personali. Ariel, la maggiore di questi servitori,
avverte Belinda in sogno che un evento terribile accadrà il giorno seguente. Poi Belinda viene svegliata dal suo cane Shock. Successivamente, intenta
a prepararsi nella sua toeletta, che è come una sorta di altare, essa verrà adornata con l’aiuto dei Silfi di raffinati gioielli e profumi provenienti da ogni
parte del mondo, diventando a tutti gli effetti la dea della bellezza, nel pieno della sua forza.
Quale terribile Offesa scaturisce da Cause amorose,
quali possenti Contese nascono da triviali Faccende,
io canto – Questi Versi a Caryll, Musa! è dovuto;
Questo, persino Belinda può compiacersi di vedere:
piccolo è il Soggetto, ma non così è Lode
se Lei inspira, e Lui approva i miei Versi104.
Dì qualche strano Motivo, Dea! poté costringere
un ben educato Lord ad assaltare una gentile Bella?
Oh dì qualche strana Causa, tuttavia inesplorata,
poté spingere una gentile Bella a respingere un Lord?
In Compiti così arditi, possono Piccoli Uomini impegnarsi,
e in morbidi Petti dimorare una tale possente Rabbia?105
Sole attraverso bianche Tende lanciò un timoroso Raggio,
e aprì quegli Occhi destinati ad eclissare il Giorno;
Ora i Cagnolini si danno la Scrollata del risveglio,
e insonni gli Amanti, proprio alle Dodici, si svegliano:
tre volte suonò il Campanello, la Pantofola batté sul Pavimento,

104
Accanto all’invocazione della dea della poesia, Pope si rivolge ai suoi ispiratori, John Caryll, amico di Pope, e Arabella Fermor (Belinda).
105
La contesa fra Belinda e il Barone viene equiparata ad uno scontro epico in cui entrambi superano sé stessi: lei la sua delicatezza, lui la
sua statura, bassa in senso fisico e morale.
e l’Orologio a molla restituì un Suono argenteo.
Belinda ancora il suo morbido Cuscino premeva,
il suo Guardiano Silfo 106prolungava il suo balsamico Riposo.
Era lui che aveva evocato al suo silenzioso Letto
il Sogno Mattutino che adagiava sul suo Capo.
Una Giovane più scintillante di un Damerino agghindato per la festa107,
(Che persino nel Sonno faceva le sue Guance arrossire)
sembrava sul suo orecchio le sue Labbra vincitrici poggiare,
e così in Sussurri diceva, o sembrava dire.
Più bella delle Mortali, tu prediletta Cura
di migliaia di splendenti Abitanti dell’Aria!
Se mai una Visione toccò il tuo infantile Pensiero,
di tutto ciò che la Balia e tutto ciò che il Prete hanno insegnato,
di alati Elfi all’Ombra del Chiaro di Luna visti,
il Pegno argenteo, e l’Erba cerchiata,
o Vergini visitate da Poteri Angelici,
con Corone Dorate e Ghirlande di Fiori celesti,
Ascolta e credi! La tua stessa Importanza conosci,
e non negare la tua ristretta Visione alle Cose di poca importanza.
Alcune segrete Verità dall’Orgoglio dei Dotti sono nascoste,
alle Fanciulle soltanto e ai Bambini sono rivelate:
Cosa anche se nessun Credito gli Astuti dubbiosi danno?
Le Belle e gli Innocenti crederanno ancora.
Sappi allora, infiniti Spiriti volano intorno a te,
la lieve Militia del Cielo inferiore;
Questi, anche se invisibili, sono sempre sull’Ala
sospesi sopra il Palco, e aleggiano intorno al Ring108.
[…]
Ultimamente, mentre io percorrevo i Deserti Cristallini dell’Aria,
nel chiaro Specchio della tua Stella che governa
io ho visto, ahimè! qualche terribile Evento incombere,
prima che questo Sole Mattutino discenda nel Mare.
Ma il Cielo rivela non cosa, or come, o dove:
avvertita dal tuo Silfo, oh Pia Fanciulla attenta!
Rivelarti questo è tutto quello che il tuo Guardiano può.
Attenta a tutto, ma soprattutto attenta all’Uomo!
Disse; quando Shock109, che pensava che lei avesse dormito troppo a lungo,
saltò su, e risvegliò la sua Padrona con la sua Lingua.
Fu allora Belinda! Se il Resoconto dice il vero,
i tuoi occhi prima si aprirono su un Biglietto amoroso;
Ferite, Incantesimi, e Ardori, non appena furono letti,
tutta la Visione sparì dalla tua Testa.
E ora, svelata, la Toeletta sta in mostra,
ogni Vaso Argento sta in Ordine mistico.
Prima, vestita in Bianco, la Ninfa intenta adora
con il Capo scoperto, i Poteri Cosmetici.
Un’Immagine celestiale appare nel Vetro,
a questa lei si china, a questa lei rivolge i suoi Occhi;
L’inferiore Sacerdotessa, al lato del suo Altare,
tremante, comincia i sacri Riti d’Orgoglio.
Infiniti Tesori si aprono subito, e qui
le varie Offerte del Mondo appaiono;
da ognuna ella graziosamente sceglie con curiosa Fatica,
e addobba la Dea con il Bottino scintillante,
questo Scrigno dischiude le Gemme brillanti dell’India,
e tutta l’Arabia respira da quella Scatola.
La Tartaruga qui e insieme l’Elefante,
trasformati in Pettini, quello maculato e quello bianco,
qui Schiere di Forcine estendono le loro File scintillanti,
Batuffoli, Polveri, Nei, Bibbie, Biglietti amorosi.
Ora la terribile Bellezza indossa tutte le sue Armi;
la Bella in ogni momento accresce nelle sue Grazie,

106
I “Silfi” sono degli spiriti che, come angeli custodi, servono gli eroi nei poemi epici. Qui anche Belinda ha dei guardiani Silfi che la
assistono.
107
Qui avviene un sogno rivelatore: l’angelo custode di Belinda, il silfo Ariel, prende le sembianze di un bel giovane e avverte Belinda della
terribile tragedia che avverrà.
108
Il Box (il palco a teatro) e il percorso in carrozza del Ring di Hyde Park erano i due luoghi principali in cui le dame dell’alta società
amavano farsi vedere.
109
Il cane di Belinda.
recupera il suo Sorriso, risveglia ogni Grazia
e richiama tutte le Meraviglie del suo Volto;
vede per Gradi comparire un Rossore più puro,
e Lampi più intensi guizzano nei suoi Occhi.
Gli indaffarati Silfi circondano la sua cara Cura;
questi sistemano la Testa, e quelli dividono i Capelli,
alcuni piegano la Manica, mentre altri lisciano la Veste;
e Betty 110 è lodata per Fatiche non sue.
• THE RAPE (ALEXANDER POPE, The Rape of the Lock)
La bella Belinda, nel primo pomeriggio, quando i raggi solari colpiscono in maniera obliqua il terreno, partecipa ad un pranzo cui prendono parte anche
diversi nobili dell’epoca, i quali si dilettano a chiacchierare, ridere e scherzare, fumando o sventolando i propri ventagli e bevendo numerose tazze di tè
provenienti dal lontano Giappone, in raffinati set di porcellana cinese. Nel corso della vicenda, dunque, Lord Peter, anch’egli presente al ricevimento,
deciderà di tagliare una ciocca di capelli della giovane fanciulla, sebbene fosse stato ammonito sulle possibili conseguenze per mezzo dell’esempio
riguardante il destino toccato a Scilla - la quale secondo la mitologia classica, innamorata di Minosse, aveva tagliato anch’ella una ciocca di capelli
determinando la caduta del regno del padre. Egli, quindi, riuscirà nell’intento aiutato da Clarissa, un’altra nobile presente al banchetto, la quale gli
fornirà un paio di forbici. Nulla potranno i Silfi per impedire l’accaduto e la fatidica ciocca sarà tagliata. La bella Belinda terrorizzerà i cieli attraverso
lampi d’ira lanciati dai suoi occhi, mentre il giovane Lord si vanterà della propria conquista.
Vicino a quei Prati per sempre incoronati con Fiori,
dove il Tamigi con Orgoglio esamine le sue Torri che si elevano,
lì si erge una Struttura di Maestosa Forma,
che dal vicino Hampton prende il suo Nome.
Qui gli Statisti della Gran Bretagna spesso predicono la Caduta
di Stranieri Tiranni, e delle Ninfe in patria;
Qui tu, Grande Anna! Alla quale tre Reami111 obbediscono,
qualche volta tieni Consiglio – e qualche volta il Tè.
Qui gli Eroi e le Ninfe si recano,
per gustale per un po’ i Piaceri della Corte;
in varie Conversazioni passano le ore istruttive,
chi ha dato il Ballo, o ha fatto per ultimo la Visita:
uno parla della Gloria della Regina Britannica,
e uno descrive un affascinante Paravento Indiano;
Un terzo interpreta Movimenti, Sguardi, e Occhi;
Ad ogni Parola una Reputazione muore.
Il Tabacco, o il Ventaglio, riempiono ogni Paura della Chiacchiera,
con canti, risate, occhiolini, e tutto il resto.
Nel frattempo declinando dal Mezzogiorno,
il Sole obliquamente lancia il suo bruciante Raggio;
gli affamati Giudici presto la Sentenza firmano,
e impiccano gli Sventurati così che i Giurati possano Cenare;
il Mercante dalla Borsa ritorna in Pace,
e le lunghe Fatiche della Toeletta cessano -
Belinda ora, la cui Sete di Fama sollecita,
arde per incontrare due avventurosi Cavalieri,
all’Ombre 112separatamente per decidere il loro Destino;
e gonfia il suo Petto con Conquiste che ancora devono avvenire.
[…]
Oh spensierati Mortali! Sempre ciechi al Destino,
troppo presto ingannati, e troppo presto esaltati!
All’improvviso questi Onori saranno strappati via,
e maledetto per sempre questo Giorno Vittorioso.
Perché guardate! La Tavola con Tazze e Cucchiai è incoronata,
le Bacche scricchiolano, e il Macinino gira.
Su Altari splendenti del Giappone si elevano
la Lampada d’argento; gli ardenti Spiriti bruciano.
Da argentei Beccucci i graditi Liquori scorrono,
mentre la Terra di Cina riceve la fumante Marea.
Immediatamente loro gratificano il loro Olfatto e il Gusto,
e frequenti Tazze prolungano il ricco Pasto.
Proprio intorno la Bella aleggia la sua Banda Aerea;
alcuni, mentre sorseggiava, il fumante Liquore sventolavano,
alcuni sopra il suo Grembo dispiegavano le loro attente Piume,
tremanti, e coscienti del ricco Broccato.
Caffè, (che rende i Politici saggi,
e fa vedere attraverso tutte le cose con i suoi Occhi mezzi chiusi)

110
Nome che solitamente si usava per indicare la cameriera.
111
Probabilmente l’autore allude a Inghilterra, Scozia e Irlanda.
112
Gioco di carte per tre giocatori. Belinda vincerà al gioco contro il Barone, ma non sa che ben presto riceverà una ben peggiore sconfitta.
mandava sotto forma di Vapori al Cervello del Barone
nuovi Stratagemmi, per conquistare il radioso Ricciolo.
Ah smettila impetuoso Giovane! Desisti prima che sia troppo tardi,
temi i giusti Dei, e pensa al Fato di Scilla!
Trasformata in un Uccello, e mandata a svolazzare in Aria,
caramente ella paga per il Capello offeso di Niso!113
Ma quando al Misfatto i Mortali piegano il loro Volere,
quanto presto trovano adatti Strumenti del Male!
Proprio allora, Clarissa disegnava con tentatrice Grazia
un’Arma a due lame114 dal suo splendente Contenitore;
Così le Dame nel Romanzo assistono il loro Cavaliere,
gli presentano la Lancia, e lo armano per il Combattimento.
Prende il Dono con reverenza, e estende
il piccolo Congegno alla Fine delle sue Dita,
questo proprio dietro al Collo di Belinda lui allarga
mentre sopra i Vapori profumati lei piega la sua Testa:
rapidi al Ricciolo mille Spiriti si precipitano,
mille Ali, a turno, soffiano indietro i Capelli,
e tre volte pizzicarono il Diamante nel suo Orecchio,
tre volte lei guardò indietro, e tre volte il Nemico si avvicinava.
Proprio in quell’istante, l’ansioso Ariel cercò
i chiusi Recessi del Pensiero della Vergine;
mentre sul Mazzolino nel suo Petto si reclinava,
guardava le Idee che si levavano dalla sua Mente,
all’improvviso egli vide, nonostante tutta la sua Arte,
un Innamorato Terreno in agguato nel suo Cuore.115
Stupito, confuso, trovò finito il suo Potere,
si rassegnò al Fato, e con un Sospiro si ritirò.
Il Pari ora spalanca completamente la Forbice scintillante
per racchiudere il Ricciolo; ora la unisce, per tagliare.
Persino allora, prima che il fatale Marchingegno si chiudesse,
uno sventurato Silfo si frappose troppo appassionatamente;
il destino spinse le Lame, e tagliò il Silfo in due,
(Ma la Sostanza Aerea si unisce di nuovo immediatamente)
i Punti di incontro recidono i Capelli sacri
dalla bella Testa, per sempre e per sempre!
Allora lampeggiavano i Lampi viventi dai suoi Occhi,
e Urla di Orrore straziano i Cieli spaventati
non più forti Grida sono state lanciate al Cielo pietoso,
quando il Marito o quando i Cani esalano il loro ultimo,
o quando ricchi Vasi di Cina, caduti dall’altro,
in scintillante Polvere e dipinti Frammenti giacciono!116
Lascia che le Ghirlande del Trionfo ora le mie Tempie circondino,
(Il Vittorioso gridava) il glorioso Premio è mio!
Mentre i Pesci nei Fiumi, o i Cieli si dilettano nell’Aria,
o in un Tiro a Sei la Bella Inglese,
fino a quanto Atalantis117 verrà letta,
o il piccolo Cuscino abbellirà il Letto della Dama,
mentre le Visite verranno fatte nei Giorni solenni,
quando numerose candele risplendono in lucente Ordine,
mentre le Ninfe vanno ai Festini, o danno Appuntamenti,
fino ad allora il mio Onore, Nome e Lode vivranno!
Ciò che il Tempo risparmierebbe, dall’Acciaio riceve la sua fine,
e i Monumenti, come gli Uomini, si sottomettono al Fato!
L’Acciaio potrebbe la Fatica degli Dei distruggere,
e ridurre il Polvere le Imperiali Torri di Troia;
L’Acciaio potrebbe le Opere dell’Orgoglio mortale confondere,
E distruggere i Trionfali Archi al Suolo.
Di cosa ti Meravigli allora, bella Ninfa! I tuoi Capelli dovrebbero sentire
la Forza che conquista dell’Acciaio a cui nulla resiste? 118

113
Scilla, figlia di Re Niso, nelle Metamorfosi di Ovidio si innamora di Minosse e per dimostrargli il suo amore gli offre il capello dorato da
cui dipende la salvezza del padre e del regno, per poi venire disprezzata da Minosse vittorioso e trasformata in uccello.
114
Le forbici. Pope nell’opera è solito descrivere gli oggetti più comuni e banali con un tono aulico, con intento chiaramente ironico.
115
Ariel il Silfo non può proteggere Belinda perché ella ha infranto il patto di non contaminare il suo cuore con un amore terreno.
116
Ironicamente Pope paragona il momento del taglio del ricciolo ad altri eventi tragici come la perdita del cagnolino, la perdita del marito
e la perdita di vasi di porcellana infranti.
117
Si tratta di un’opera scandalistica su molti personaggi contemporanei dell’epoca.
118
Pope conclude il passo richiamando la classicità, e in particolare il tema della caducità delle opere umane, adattandolo alla comica
celebrazione del ricciolo rubato di Belinda, paragonato ai più celebri monumenti antichi.
• LAPUTA AND LAGADO (JONATHAN SWIFT, Gulliver’s Travels)
Gulliver descrive la sua visita all’Accademia di Lagado, dove incontra i diversi ingegneri che si occupano di fare esperimenti assurdi: estrarre i raggi di
sole dai cetrioli; trasformare gli escrementi in cibo; inventare un linguaggio universale basato non sull’uso della parola ma sugli oggetti, che ognuno
avrebbe dovuto portare con sé per conversare; l’insegnamento della matematica attraverso l’ingerimento di pillole.
Quest’Accademia119 non è un intero singolo edificio, ma un seguito di diversi
palazzi da ambo i lati di una strada, che essendo in rovina furono acquistati e adattate
a quello scopo.
Fui accolto molto gentilmente dal Guardiano, e mi recai per molti giorni
all’Accademia. Ogni stanza ha dentro uno o più progettisti, e credo di
non essere stato in meno di 500 stanze.
Il primo uomo che vidi aveva un aspetto miserando, con mani e viso luridi, i suoi
capelli e la sua barba lunghi, era strappato e macchiato in molti punti. I suoi indumenti, la sua maglia, e
e la sua pelle erano tutti dello stesso colore. Lui aveva lavorato per otto anni su un progetto per
estrarre i raggi del sole dai cetrioli, che dovevano essere chiusi in fiale
ermeticamente sigillate, e poi liberati per riscaldare l'aria durante le estati rigide e inclementi. Mi disse,
che non dubitava che entro altri 8 anni, sarebbe stato capace di fornire
ai giardini del Governatore dei raggi solari a un ritmo ragionevole; ma si lamentava che la sua riserva
era scarsa, e mi pregò di dargli qualcosa come incoraggiamento per
l’ingegno, soprattutto perché questa era stata una stagione molto cara per i cetrioli. Io
gli feci un piccolo regalo, visto che il mio Signore mi aveva rifornito di denaro di
proposito, perché conosceva il loro costume di mendicare da tutti coloro che andavano a vederli.

EXPERIMENTAL LEARNING: EXCREMENT INTO FOOD


Entrai in un'altra camera, ma ero pronto ad affrettarmi indietro, essendo quasi assalito
da un’orribile puzza. La mia guida mi esortò a farmi avanti, confidandomi in
un sussurro di non arrecare alcuna offesa, cosa di cui ci si sarebbe fortemente risentiti, e così io
non osai fare nulla di più che tapparmi il naso. L'ingegnere di questa cella era il più
vecchio studioso dell’Accademia. La sua faccia e la sua barba erano giallo pallido; le sue mani
e le vesti imbrattate di sporcizia. Quando gli venni presentato, mi diede
un abbraccio molto stretto (un gesto di riguardo di cui avrei fatto volentieri a meno). Il suo lavoro
fin dal primo arrivo in Accademia fu un’operazione per ridurre
gli escrementi umani nel loro cibo originale, separandone le varie parti, rimuovendo
la tintura che ricevono dalla bile, lasciando esalare l’odore, e schiumando
la saliva. Aveva una fornitura settimanale dalla Società di un recipiente pieno di
escrementi umane, all’incirca della grandezza di un barile di Bristol.

LANGUAGE TEACHING: THE UNIVERSAL LANGUAGE


Successivamente andammo alla scuola delle lingue, dove tre professori sedevano in consultazione
sul miglioramento della lingua dei loro paesi.
Il primo progetto era di abbreviare il discorso riducendo tutti i polisillabi a uno,
e lasciando fuori i verbi e i participi, poiché in realtà tutte le cose immaginabili non sono
altro che nomi.
L’altro era uno schema per abolire interamente tutte le parole di qualsiasi tipo; e questo
veniva promosso come un grande vantaggio per la salute e anche per la brevità. Poiché, è
chiaro, che ogni parola che diciamo è in qualche misura una diminuzione dei nostri polmoni per
corrosione, e di conseguenza contribuisce ad accorciare le nostre vite. Un espediente
fu dunque offerto, che visto che le parole sono solo nomi per le cose, sarebbe
stato più conveniente per tutti gli uomini portare con sé quelle cose che
fossero necessarie per esprimere il particolare affare di cui devono discutere. E questa
invenzione avrebbe sicuramente avuto luogo, per grande facilità e anche salute
del soggetto, se le donne assieme al popolaccio e agli illetterati non avessero
minacciato di iniziare una ribellione, a meno che non gli fosse stata concessa la libertà di parlare
con le loro lingue, alla maniera dei loro progenitori; tali costanti inconciliabili
nemici per la scienza sono le persone comuni. Comunque, molti dei più
istruiti e saggi aderiscono al nuovo schema di esprimersi attraverso le cose,
che ha solo questo inconveniente che lo accompagna, che se l’argomento di un uomo fosse molto
grande, e di vari tipi, egli sarebbe obbligato in proporzione a portarsi un più grande
mucchio di cose sulla sua schiena, a meno che egli non possa permettersi uno o due forti servi
per accompagnarlo. Io ho spesso osservato due di quei saggi quasi affondare sotto il
peso dei loro bagagli, come venditori ambulanti tra noi; che quando si incontrano nelle strade
mettono giù i loro carichi, aprono i loro bagagli e iniziano a conversare per un’ora
insieme; poi si prendono i loro strumenti, si aiutano a vicenda per riprendere i loro carichi,
e poi se ne vanno.
Ma per brevi conversazioni un uomo può portare strumenti nelle sue tasche e
sotto le sue braccia, abbastanza per rifornirlo, e nella sua casa non poteva trovarsi in difficoltà;
quindi la stanza dove la compagnia che pratica questa arte si incontra, è piena di tutte le cose
a portata di mano, necessaria a fornire materia per questo tipo di conversazione artificiale.

119
La visita fittizia di Gulliver all’Accademia di Lagado riprende quella che Swift fece realmente alla Royal Society nel 1710.
Un altro grande vantaggio proposto da questa invenzione, è che servirebbe
come un linguaggio universale capito in tutte le nazioni civilizzate, i cui beni e
utensili sono generalmente dello stesso tipo, o quasi, così che i loro usi
potrebbero essere facilmente compresi. E così, gli ambasciatori sarebbero qualificati a trattare
con principi stranieri o ministri di stato, alle cui lingue loro fossero totalmente
estranei.
Andai alla scuola di matematica, dove il maestro insegnava ai suoi scolari
seguendo un metodo difficilmente immaginabile per noi in Europa. La tesi e la dimostrazione
erano chiaramente scritti su una sottile ostia, con un inchiostro composto da una tintura cefalica.
Questa lo studente doveva ingoiare a stomaco vuoto, e per i tre giorni
seguenti mangiare niente tranne pane e acqua. A mano a mano che l’ostia veniva digerita, la tintura
saliva al cervello, portandosi con sé la tesi. Ma il successo non è stato
finora raggiunto, in parte per alcuni errori nel quantuum o nella composizione,
e in parte per il rifiuto dei ragazzi, per i quali questa pillola è così nauseabonda che
generalmente si appartano, e la rigurgitano prima che possa avere effetto;
e neanche sono stati ancora persuasi a praticare così a lungo l’astinenza come
la prescrizione richiede.
• INFANT JOY (WILLIAM BLAKE, Songs of Innocence)
In questa poesia Blake affronta due problemi: il significato sociale del dare un nome al bambino appena nato e la sua futura felicità. Per Swift il non
avere un nome è qualcosa che dà gioia, mentre invece ricevere un nome (quindi ricevere un’identità sociale) porta angoscia. La poesia è sotto forma di
dialogo, forse tra il figlio e la madre.
“Io non ho nome:
“ Non ho che due giorni di vita.”
Come dovrei chiamarti?

“Io sono felice,


“Gioia è il mio nome.”
Dolce gioia ti tocchi in sorte!

Bella gioia!
Dolce gioia di solo due giorni,
dolce gioia io ti chiamo:
tu sorridi,
io canto nel frattempo,
dolce gioia ti tocchi in sorte!

• THE LITTLE BLACK BOY (WILLIAM BLAKE, Songs of Innocence)


Il piccolo fanciullo nero è un riferimento da parte di Blake al fenomeno della schiavitù e del commercio di schiavi. È anche una poesia fortemente
cristiana, infatti Blake riflette su quanto le usanze del tempo siano compatibili con i valori cristiani. Il protagonista della poesia è questa piccolo fanciullo
nero, che è portatore di una dicotomia: la sua pelle è nera, ma la sua anima è bianca, pura, buona. Il fatto di essere nero non allontana però il fanciullo
da Dio, anzi attraverso la metafora del sole, Blake forse implica che le persone di colore sono più vicine a Dio infatti i loro volti bruciati dal sole indicano
una maggiore vicinanza al sole quindi a Dio. Gli inglesi invece, bianchi, si allontanano dalla luce divina per il trattamento che riservano ai neri.
Mia madre mi mise al mondo nel selvaggio sud,
e io sono nero, ma oh! La mia anima è bianca;
bianco come un angelo è il bambino inglese,
ma io sono nero, come se fossi stato privato della luce.

Mia madre mi insegnava sotto un albero,


e seduta prima del caldo del giorno,
mi prendeva in braccio e mi baciava,
e puntando verso est, iniziava a dire:

“Guarda il sole che sorge: lì Dio vive,


“e dà la sua luce, e dà via il suo calore;
“e i fiori e gli alberi e le bestie e gli uomini ricevono
“conforto nel mattino, gioia nel mezzogiorno.

“E noi siamo messi sulla terra per poco tempo,


“che possiamo imparare a sopportare i raggi dell’amore,
“e questi corpi neri e questa faccia bruciata dal sole
“non è altor che una nuvole, e come un boschetto ombroso.

“Poiché quando le nostre anime avranno imparato a sopportare il calore,


“le nuvole svaniranno; sentiremo la sua voce,
“dire: “Venite fuori dal boschetto, mio amore e cura,
“e intorno alla mia tenda dorata come agnelli rallegratevi”.

Così diceva mia madre, e mi baciava;


E così io dico al piccolo fanciullo inglese:
quando io dalla nera e lui dalla bianca nuvola saremo liberati,
e intorno alla tenda di Dio come agnelli ci rallegreremo,

io lo riparerò dal calore, fino a quando potrà sopportare


di poggiarsi con gioia sulle ginocchia di suo padre;
e poi io mi alzerò e carezzerò i suoi capelli argentei,
e sarò come lui, e allora lui mi amerà.

• HOLY THURSDAY I (WILLIAM BLAKE, Songs of Innocence)


In questa poesia Blake si riferisce ad un’usanza del tempo: i bambini orfani delle Charity Schools si recavano durante il Giovedì Santo nella Cattedrale
di St. Paul per dire grazie per le gentilezze che avevano ricevuto durante l’anno, e per celebrare la fondazione di quelle scuole. Blake descrive proprio
questa visita alla Cattedrale da parte dei bambini. I bambini vengono guidati dai sacrestani anziani dentro la cattedrale di St. Paul in maniera ordinata
ed in fila come le acque del Tamigi. Il loro vocio è gradevole, paragonato a quello di una moltitudine di agnelli.
Era Giovedì Santo, i loro volti innocenti puliti,
i bambini camminando a due a due, in rosso e blu e verde,
diaconi dai capelli grigi camminavano davanti a loro, con verghe bianche come la neve,
fino a che nell’alta cupola di St. Paul loro come le acque del Tamigi loro scorrevano.

Oh che moltitudine sembravano, questi fiori della città di Londra!


Seduti in gruppi loro siedono con una radiosità tutta loro.
C’era il canticchiare delle moltitudini, ma moltitudini di agnelli,
migliaia di piccoli ragazzi e ragazze che alzavano le loro mani innocenti.

Ora come un vento possente essi innalzano verso il cielo la voce della canzone,
o come tuoni armoniosi tra i seggi del cielo.
Sotto di loro siedono gli uomini anziani, saggi guardiani dei poveri;
allora custodite la pietà, per non cacciare un angelo dalla vostra porta.

• HOLY THURSDAY II (WILLIAM BLAKE, Songs of Experience)


In questa poesia Blake si riferisce ad un’usanza del tempo: i bambini orfani delle Charity Schools si recavano durante il Giovedì Santo nella Cattedrale
di St. Paul per dire grazie per le gentilezze che avevano ricevuto durante l’anno, e per celebrare la fondazione di quelle scuole. Questa poesia è
parallela a quella delle “Songs of Innocence”, in cui viene descritta un’atmosfera di grande gioia e felicità. Qui invece emerge una realtà ben più oscura,
infatti i bambini vengono sfruttatati e ridotti a vivere in miseria.
È questa una cosa santa da vedere
in una ricca e fruttuosa terra,
bambini ridotti alla miseria,
nutriti con fredda e avara mano?

È quel pianto tremante una canzone?


Può essere una canzone di gioia?
E così tanti bambini poveri?
È una terra di povertà!

E il loro sole non splende mai,


e i loro cambi sono neri e spogli,
e i loro sentieri sono pieni di spine:
è inverno infinito lì.

Poiché ovunque il suole brilla,


e ovunque la pioggia cade,
i bambini non possono mai avere fame lì,
né la povertà può terrorizzare la mente.

• LONDON (WILLIAM BLAKE, Songs of Experience)


La poesia tratta della città di Londra intorno al 1790 e quella che emerge è un’immagine di violenza, malattia e dolore. Queste condizioni (il pianto dello
spazzacamini, il sospiro del soldato sventurato, il sangue sulle mura del Palazzo) nella prima strofa, sono connesse da Blake a quello che lui chiama
“chartering”, cioè la necessità sociale di dare un nome ad ogni strada e persino al grande fiume Tamigi, usanza che enfatizza come la società a lui
contemporanea sia dominata dai beni materiali, in particolare dal desiderio di denaro, mentre invece l’intera città soffre.
Io vado attraverso ogni strada etichettata,
vicino a dove il Tamigi etichettato scorre,
e noto in ogni volto che incontro
segni di debolezza, segni di dolore.

In ogni pianto di ogni uomo,


in ogni pianto di paura dell’infante,
in ogni voce, in ogni maledizione,
le manette inventate dalla mente io sento.
Come il pianto dello spazzacamini
ogni Chiesa annerita spaventa;
e il sospiro del soldato sventurato
scorre in sangue dalle mura del Palazzo.

Ma soprattutto nelle strade a mezzanotte io sento


come la maledizione della giovane prostituta
fa tremare la lacrima del bimbo appena nato,
e appesta con piaghe il carro nuziale.

• THE HUMAN ABSTRACT (WILLIAM BLAKE, Songs of Experience)


Questa poesia è parallela a “The Divine Image”, che si trova nelle “Songs of Innocence”. Se nella prima Blake celebra le quattro virtù che ogni uomo
dovrebbe avere, cioè Misericordia, Pietà, Pace e Amore, in questa poesia egli critica questi stessi valori. Infatti dice che la Pietà non esisterebbe se non
ci fosse la povertà, la Misericordia non esisterebbe se tutti fossero felici, la Pace non esisterebbe se non ci fosse la paura e l’Amore che si diffonde è
quello egoistico. Blake indaga la natura umana, infatti il cervello dell’uomo è descritto come se fosse un albero. È la Crudeltà che pianta questo albero e
lo bagna con le proprie lacrime. Le sue radici sono l’Umiltà, le sue foglie sono il Mistero e i suoi frutti sono l’Inganno. L’autore critica “The Divine Image”
e le quattro virtù, perché si rifiuta di pensare ad esse come esclusivamente astratte, infatti esse esistono sia nel mondo di innocenza, sia nel mondo
dell’esperienza.
La Pietà non esisterebbe più
se non rendessimo qualcuno povero;
e la Misericordia non potrebbe più esistere
se tutti fossero felici come noi.

E la paura reciproca porta Pace,


fino a che gli amori egoistici aumentano:
allora la crudeltà intreccia una trappola,
e sparge le sue esche con cura.

Si siede con sante paure,


e bagna il terreno con le lacrime;
allora l'umiltà mette radici
sotto il suo piede.

Presto si allarga l’ombra lugubre


del mistero sopra la sua testa;
e il bruco e la mosca
si nutrono del mistero.

E questo genera il frutto dell’inganno,


rossastro e dolce da mangiare;
e il corvo il suo nido ha fatto
nella sua ombra più fitta.

Gli dei della terra e del mare


hanno cercato attraverso la natura per trovare questo albero;
ma la loro ricerca era stata tutta in vano:
ne cresce uno nel cervello dell’uomo.

• THE SCHOOL BOY (WILLIAM BLAKE, Songs of Experience)


In questa poesia Blake mostra il suo dissenso verso la scuola contemporanea, che secondo lui reprime la gioia della gioventù e di conseguenza rovina
anche la maturazione nell’età adulta. Se la prima strofa ricorda molto le “Songs of Innocence”, con questo risveglio gioioso in una mattina d’estate, il
resto della poesia assume toni oscuri, e il poeta descrive la tristezza che provano gli studenti, visti come uccelli in gabbia.
Io amo alzarmi in una mattina d’estate
quando gli uccelli cantano su ogni albero;
il cacciatore distante suona il suo corno,
e l’allodola canta con me.
Oh! Che dolce compagnia.

Ma andare a scuola in una mattina d’estate,


Oh! Porta via tutta la gioia;
sotto un crudele e consunto occhio,
i piccoli passano il giorno
tra sospiri e tristezza.

Ah! Poi a volte mi siedo rannicchiato,


e passo molte ore ansiose,
né dal mio libro posso tratte piacere,
né sedere nella dimora del sapere,
consumato dalla pioggia terribile.

Come può l’uccello che è nato per la gioia


sedere in una gabbia e cantare?
Come può un bambino, quando lo tormentano le paure,
fare altro che ripiegare la sua tenera ala,
e dimenticare la sua primavera giovane?

Oh! Padre e madre, se i boccioli sono spuntati


e i boccioli sono soffiati via,
e se le tenere piante sono spogliate
della loro gioia nel giorno che sorge,
dalla sofferenza e dal timore della cura,

Come potrà l’estate sorgere nella gioia,


o i frutti estivi apparire?
O come potremmo raccogliere ciò che i dolori distruggono,
o benedire l’anno che matura
quando le tormente dell’inverno appaiono?

• THE TYGER (WILLIAM BLAKE, Songs of Experience)


In questa poesia il poeta pone una serie di domande alle quali non viene fornita una risposta. Tratta della tigre, animale che suscita
contemporaneamente stupore e terrore, e porta così a individuare nella tigre un essere che appartiene ad entrambi gli stati di Innocenza ed Esperienza.
È un animale caratterizzato da una “agghiacciante simmetria”, bellezza da una parte e violenza dall’altra, due caratteristiche apparentemente
inconciliabili ma che convivono nello stesso essere.
Tigre! Tigre! Che ardi splendente
nelle foreste della notte,
quale immortale mano o occhio
potrebbe incorniciare la tua agghiacciante simmetria?

In quali abissi o cieli distanti


bruciò il fuoco dei tuoi occhi?
Su quali ali osa slanciarsi?
Quale mano osa afferrare il fuoco?

E quale spalla, e quale arte,


potrebbe torcere i tendini del tuo cuore?
E quando il tuo cuore ha iniziato a battere,
quale terribile mano? E quale terribile piede?

Quale martello? Quale catena?


In che fornate era il tuo cervello?
Quale incudine? Quale terribile morsa
osa serrare i suoi terrori mortali?

Quando le stelle hanno lanciato giù le loro lance,


e inondavano il cielo con le loro lacrime,
egli sorrise nel vedere il suo lavoro?
Egli che ha fatto l’agnello ha fatto te?

Tigre! Tigre! Che ardi splendente


nelle foreste della notte,
quale immortale mano o occhio
potrebbe incorniciare la tua agghiacciante simmetria?
• A VINDICATION OF THE RIGHTS OF WOMAN (MARY WOLLSTONECRAFT, A Vindication of the Rights of Woman)
In questo saggio la Wollstonecraft rivendica i diritti delle donne attraverso una denuncia della società contemporanea. In un primo momento la scrittrice
sottolinea la disuguaglianza delle classi sociali e la condizione delle classi alte, le quali possiedono titoli e ricchezze senza esserseli guadagnati. Dalla
sua argomentazione emerge, poi, la condizione di doppia oppressione subita dalle donne, le quali vengono oppresse non solo dalle più alte classi
sociali, ma anche dal genere maschile. Per questo motivo, essa afferma che in una società in cui gli uomini sono padroni delle donne, l’amore non può
essere ricambiato; tende per tanto ad appassire, a morire. Tale saggio suscitò numerose polemiche sia perché l’opera sottolineava l’oppressione delle
donne, considerata come essere inferiore e subordinato, sia perché l’opera proclamava l’uguaglianza dei sessi. La scrittrice arriverà a denunciare il
matrimonio come un vero e proprio contratto sociale; una vendita del corpo della donna in cambio di una condizione di benessere e di sicurezza sul
piano economico all’interno della società.
Dal rispetto reso alla proprietà scaturiscono, come da una fontana avvelenata, la maggior parte dei
mali e dei vizi che rendono questo mondo una tale scena terribile alla mente contemplativa.
Poiché è nella più raffinata società che rettili rumorosi e serpenti velenosi
stanno in agguato sotto l’erba fetida; e c’è voluttà vezzeggiata dall’immobile afosa
aria, che rilassa ogni buona disposizione prima che maturi in virtù.
Una classe opprime l’altra; poiché tutti mirano a procurarsi rispetto sulla case
delle loro proprietà: e proprietà, una volta guadagnata, procurerà il rispetto dovuto solo
ai talenti e alla virtù. Gli uomini trascurano i doveri incombenti dell’uomo, tuttavia sono trattati come
semidei: la religione è anche separata dalla moralità da un velo cerimoniale, tuttavia gli uomini si meravigliano
che il mondo è quasi, parlando letteralmente, una tana di malfattori o oppressori.
C’è un proverbio familiare, che dice una verità acuta, che chiunque il diavolo
trovi ozioso lui lo impiegherà. E cose se non l’ozio abituale può la ricchezza ereditaria e
i titoli produrre? Poiché l’uomo è fatto così che egli può solo conseguire un uso appropriato delle sue
facoltà esercitandole, e non le eserciterà a meno che una necessità di qualche tipo
non metta inizialmente in movimento le ruote. La virtù allo stesso modo può solo essere acquisita dal compimento
dei relativi doveri; ma l’importanza di questi sacri dovere sarà scarsamente sentita da
quell’essere che è privato della sua umanità dalle lusinghe degli adulatori. Ci
deve essere più uguaglianza stabilita nella società, o la moralità non guadagnerà mai terreno, e
questa virtuosa uguaglianza non poggerà su basi solide persino se fondata su una roccia, se metà
dell’umanità è incatenata ai suoi piedi dal destino, poiché loro continuamente la indeboliranno
attraverso ignoranza o orgoglio.
È vano aspettarsi la virtù dalle donne fino a quando saranno in qualche misura indipendenti
dagli uomini; no, è vano aspettarsi quella forza dell’affetto naturale che le renderebbe
buone mogli e madri. Mentre loro sono assolutamente dipendenti dai loro
mariti saranno astute, meschine, ed egoiste, e gli uomini che possono essere gratificati
dall’amorevolezza scodinzolante dell’affetto tipico di un cane non hanno molta delicatezza, poiché l’amore
non può essere comprato, in nessun senso della parola; le sue ali di seta sono istantaneamente accartocciate
quando qualcosa al di là di una restituzione di questo tipo viene ricercato. Tuttavia mentre la ricchezza snerva l’uomo,
e le donne vivono, per così dire, secondo le loro personali attrattive, come possiamo aspettarci che loro
svolgano quei nobilitanti doveri che ugualmente richiedono sforzo e auto rinuncia?
La proprietà ereditaria corrompe la mente, e le sue sfortunate vittime, se posso
così esprimermi, fasciate sin dalla loro nascita, raramente esercitano la forza motrice del corpo
o della mente; e, così vedendo tutto attraverso un solo mezzo, e che è uno falso,
sono incapaci di distinguere in cosa il vero merito o felicità consistono. Falsa, di certo,
Deve essere la luce quando il drappeggio della situazione nasconde l’uomo, e lo fa avanzare
in maschera, trascinando da una scena di dissipazione all’altra, le membra snervate
che penzolano con stupida immobilità, e roteano intorno l’occhio vuoto che chiaramente
ci rivela che non c’è alcuna mente a casa.
Intendo, quindi, dedurre che non è ben organizzata la società che
non costringe uomini e donne a compiere i loro rispettivi doveri, rendendoli la
unica via per acquisire quel rispetto dai loro simili, cosa che ogni
essere umano desidera in qualche modo di ottenere. Il rispetto, di conseguenza, che è reso alla
Ricchezza e a mere attrattive personali, è una vera tempesta da nord-est che rovina i teneri
boccioli di affetto e virtù. La natura ha saggiamente attaccato gli affetti ai doveri
per addolcire la fatica, e per dare quel vigore agli sforzi della ragione che solo il cuore
può dare. Ma l’affetto che è indossato solo perché è l’appropriato
segno di un certo ruolo, quando i suoi doveri non sono compiuti, è uno dei vuoti
complimenti che il vizio e la follia sono obbligati a pagare alla virtù e alla reale natura delle
cose.

• AN ESSAY ON THE PRINCIPLES OF POPULATION (THOMAS R. MALTHUS, An Essay on the Principles of Population as it Affects the Future
Improvement of Society)
All’interno di questo saggio Malthus riflette sul problema della crescita della popolazione rispetto alla produzione delle risorse, molto più lenta. Malthus
parte da due postulati, cioè che l’uomo per vivere necessita di cibo e che la passione tra i sessi è necessaria. Questi due postulati spiegano perché la
crescita della popolazione (che deriva dalla passione tra i sessi quindi dalla riproduzione) sia un problema per i mezzi di sussistenza (necessari per
l’esistenza umana), quindi Malthus pone l’attenzione su un problema che per lui non può essere ignorato o lasciato semplicemente in disparte.
È stato detto che il grande problema è ora in discussione, se l’uomo dovrà
da ora in poi avanzare con accelerata velocità verso l’infinito, e fin qui
mai immaginato miglioramento, o essere condannato a una perpetua oscillazione tra
la felicità e l’infelicità, e dopo ogni sforzo rimanere ancora ad una incommensurabile
distanza dall’obiettivo desiderato […].
Entrando nell’argomento devo premettere che metto fuori discussione,
al momento, tutte le mere congetture, cioè, tutte le supposizioni, la probabile realizzazione
di cui non può essere inferita su alcuna corretta base filosofica […].
Penso di poter correttamente fare due postulati.
Primo, che il cibo è necessario per l’esistenza dell’uomo.
Secondo, che la passione tra i sessi è necessaria e rimarrà circa
nel suo stato attuale.
Queste due leggi, sin da quando abbiamo avuto una qualche conoscenza dell’umanità, sembrano
essere state leggi fisse della nostra natura, e, visto che fino a qui non abbiamo visto alcuna
alterazione in loro, non abbiamo diritto di concludere che loro mai cesseranno di essere
ciò che sono adesso, senza un immediato atto di potere da parte dell’Essere che per primo
ha organizzato il sistema dell’universo, e per il vantaggio delle sue creature, ancora
esercita, secondo leggi fisse, tutte le sue varie operazioni.
Non mi risulta che qualunque scrittore abbia supporto che su questa terra l’uomo
alla fine sarà capace di vivere senza cibo… Verso l’estinzione della passione
tra i sessi, nessun progresso fin qui è stato fatto. Sembra
esistere con così tanta forza nel presente così come faceva duemila o quattromila
anni fa. Ci sono eccezioni individuali ora come ci sono sempre state. Ma,
visto che queste eccezioni non sembrano aumentare in numero, sarebbe certamente
un modo molto irrazionale di discutere, di dedurre semplicemente dall’esistenza
di un’eccezione, che l’eccezione, con il tempo, diventerebbe la regola, e la regola
l’eccezione.
Assumendo quindi, i miei postulati come certi, io dico, che il potere della popolazione
è indefinitamente più grande del potere nella terra di produrre sostentamento per gli uomini.
La popolazione, quando non controllata, cresce con un ritmo geometrico. La sussistenza
cresce solo con un ritmo aritmetico. Una piccola conoscenza dei numeri
mostrerà l’immensità del primo potere in confronto al secondo.
Secondo quella legge della nostra natura che rende il cibo necessario alla vita dell’uomo,
gli effetti di queste due poteri inuguali devono essere resi uguali.
Questo implica un forte e costante controllo funzionante sulla popolazione dalla
difficoltà della sussistenza. Questa difficoltà deve ricadere da qualche parte e deve necessariamente
essere severamente sentita da una grande porzione di umanità.
Per i regni degli animali e dei vegetali, la natura ha sparso i
Semi della vita con la più prospera e generosa mano. Lei ha
al confronto risparmiato nello spazio e nel nutrimento necessario per farli crescere. I
germi dell’esistenza contenuti in questo luogo della terra, con abbondante cibo, e abbonante
spazio per espandersi, riempirebbero milioni di mondi nel corso di poche migliaia
di anni. La necessità, che imperiosa forza della natura che tutto pervade, li ferma
entro i limiti prescritti. La razza delle piante, e la razza degli animali si ritraggono
sotto questa grande legge restrittiva. E la razza dell’uomo non può, per nessuno sforzo
della ragione, scappare da essa. Tra le piante e gli animali i suoi effetti sono spreco di semi,
malattia, e morte prematura. Tra l’umanità, miseria e vizio. La prima,
miseria, è un’assoluta e necessaria conseguenza di questo. Il vizio è una molto probabile
conseguenza, e noi quindi lo vediamo prevalere abbondantemente, ma non dovrebbe, forse,
essere chiamato una conseguenza assolutamente necessaria. La prova della virtù è resistere
a tutte le tentazioni verso il male.
Questa naturale disuguaglianza dei due poteri di popolazione e produzione
sulla terra e quella grande legge della nostra natura che deve costantemente mantenere i loro
effetti uguali formano la grande difficoltà che a me appare insormontabile sul
cammino verso la perfettibilità della società. Tutti gli altri argomenti sono di minore e
subordinata considerazione in confronto a questo. Non vedo maniera per cui l’uomo possa
scappare dal peso di questa legge che pervade tutta la natura animata. Nessuna immaginata
uguaglianza, nessune regole agraria nella loro massima estensione, potrebbero rimuovere la
pressione di questo nemmeno per un singolo secolo. E sembra, quindi, essere decisivo contro
la possibile esistenza di una società, tutti i membri della quale dovrebbero vivere nell’agio,
felicità, e in relativo lusso; e non provare alcuna ansia riguardo il provvedere ai mezzi
di sussistenza per loro e le loro famiglie.
Di conseguenza, se le premesse sono giuste, l’argomento è conclusivo contro la
perfettibilità della massa dell’umanità. E’, senza dubbio una estremamente scoraggiante
riflessione che il grande ostacolo nella strada verso qualsiasi straordinario miglioramento
nella società sia di una natura tale che noi non possiamo mai sperare di superare. La perpetua tendenza
nella razza dell’uomo a crescere oltre i mezzi di sussistenza è una delle generali
leggi della natura animata che noi per alcuna ragione possiamo sperare che cambi. Tuttavia,
scoraggiante come la contemplazione di questa difficoltà deve essere per coloro i cui
sforzi sono lodevolmente diretti verso il miglioramento della specie umana, è evidente
che nessun bene possibile può venire da un qualunque sforzo di ignorarla o lasciarla
sullo sfondo. Al contrario, i più terribili mali possono essere attesi
dalla condotta non virile di non osare affrontare la verità perché è sgradevole.