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“E vi sarà concessa una grande grazia…”

Le origini e la prima diffusione delle


“catene di sant’Antonio” in Italia

di FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze


giuganino@gmail.com giuseppestilo@yahoo.it

Abstract
The aim of this article is to sketch out the genesis and early circulation in Italy and elsewhere of
religious chain letters, known in Italy as “catene di Sant’Antonio” (“St Anthonys chain letters”).
The evidence indicates that they were a complex social construction, based, in part, on previous
folklore genres such as the “Letters from Heaven”.

Keywords: religious chain letters – Letters from Heaven - contemporary folklore - superstitions

Anche se da qualche decennio non le troviamo più nella cassetta della


posta, almeno come lettere anonime dalla prosa più o meno improbabile
la gran parte degli italiani ha sentito parlare delle cosiddette “catene di
sant’Antonio”. Le origini e le prime fasi storiche della diffusione di que-
sti foglietti manoscritti, dattiloscritti, fotocopiati o stampati sono com-
plesse e foriere di considerazioni sul piano della storia delle idee, della
storia sociale, del folklore. Il nostro scopo è quello di indagare in modo
speciale il versante italiano di questo fenomeno, così perdurante e perva-
sivo.

Agli inizi: le “lettere dal cielo”?

Un folklorista dilettante californiano, il matematico Daniel W. Van-


Arsdale, da decenni si occupa di quelle che si possono chiamare, più in
generale, “lettere a catena”, giacché la trasmissione di questa ampia ca-
tegoria di testi sottende dinamiche sociali e culturali più ampie del
gruppo di missive “magico-religiose”, che è quello sul quale si concentra
la nostra attenzione.

QUADERNI DI SEMANTICA / n.s. 5 (2019), pp. 307-367 ISSN: 0393 1226


FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

VanArsdale è stato fra i primi a raccogliere le lettere a catena in un


grande archivio documentario disponibile in rete (VanArsdale [2015]);
le ha classificate e ne ha fatto un’analisi testuale individuando con chia-
rezza l’esistenza di tipi differenti di lettere, dotate di stilemi diversi e
volte a scopi diversi.
Le sue considerazioni storiche sulle origini del fenomeno sono rias-
sumibili all’estremo in questa affermazione: le catene costituiscono
un’evoluzione, lentamente avvenuta tra la metà del XIX e l’inizio del
XX secolo, delle cosiddette “lettere dal cielo” (VanArsdale [2015]).
Le lettere dal cielo costituiscono un genere letterario dalla storia lunga
e prestigiosa, i cui primi elementi sono riconducibili alla letteratura cri-
stiana non-canonica dei primi secoli ma che giunge, via via più flebile,
sino al Novecento inoltrato. Questi documenti si autoattribuiscono
un’origine divina e a volte sono scritti “di proprio pugno” da Gesù o da
Dio padre. Spesso forniscono dettagli su episodi biblici, e particolare
successo hanno quelle che descrivono il numero delle ferite patite da
Gesù prima della crocifissione. Soprattutto, sovente chiedono a chi le
possiede di recitare una certa preghiera, garantiscono protezione, annun-
ciano disastri, domandano di diffonderne la conoscenza in forma stam-
pata o comunque usando forme grafiche elaborate. In questi tratti sta la
chiave dell’analogia e delle differenze con le “catene di sant’Antonio”
del XIX e XX secolo.
A titolo illustrativo menzioneremo soltanto due testimoni di questa
letteratura.
Il primo è un bell’esempio tedesco scoperto nel 2011 e risalente agli
inizi del XIX secolo, ora conservato presso il Museum Europäischer
Kulturen di Berlino1, mentre su un piano più strettamente etnologico è
rilevante un esemplare proveniente dall’Italia centrale, fatto stampare su
tessuto da emigrati abruzzesi negli Stati Uniti e databile probabilmente
agli anni 1920-1950 (Lariccia [2001]; cfr. anche Sabatti [1985]).
In generale, queste lettere dal cielo erano destinate a essere custodite
con cura, perché era il loro possesso a garantire grazie e protezioni da

1
Himmels-Brief, welcher mit goldenen Buchstaben geschrieben, und zu sehen ist
in der Michaelis-Kirche zu St. German…, «SMB-digital», s.d., disponibile all’url
http://www.smb-digital.de/eMuseumPlus?service=ExternalInterface&module=collec-
tion&objectId=1682373&viewType=detailView

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LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

pericoli e malattie. D’altro canto, con qualsiasi tecnica siano state pro-
dotte, presentano invariabilmente caratteri estetici sofisticati.
Per VanArsdale le “lettere a catena” sono versioni modernizzate, sem-
plificate e aggiornate delle lettere dal cielo. Hanno caratteri simili, ma
sono più semplici: contengono preghiere brevi; chiedono di farne un nu-
mero limitato di copie (da 4 a 30, ma di solito 9 o 13); bisogna fare le
copie in tempi rapidi; minacciano conseguenze personali per chi non le
rispedisce (dunque, non è rilevante la conservazione dell’oggetto rice-
vuto), contengono elenchi di “testimonial” che hanno visto conseguenze
positive o negative per aver ottemperato o meno alla domanda di prose-
guire la catena (l’elemento della “minaccia” è forse andato attenuandosi
nelle versioni recenti, che qui non consideriamo); sono meno curate dal
punto di vista grafico.
Quasi subito, come vedremo, nella storia delle catene di sant’Antonio
“moderne”, scompare la diretta origine divina delle missive.

Il motivo della progressione geometrica, centro della struttura delle let-


tere a catena

Il folklorista americano Alan Dundes (1943-2005) già dalla metà de-


gli anni ‘60 del secolo scorso aveva attirato l’attenzione sul fatto che
sotto il profilo strutturale le catene di sant’Antonio ricadono nell’area
propria dei “racconti cumulativi” (si veda per esempio il motivo Z 21.1
“Origin of Chess”), al cui cuore risiedono storie di progressioni geome-
triche2.
Secondo Dundes le pur innumerevoli versioni delle catene presentano
chiare invarianti: 1) l’affermazione che dichiara che ci si trova al co-
spetto di una lettera a catena, quale formula di apertura analoga a quelle
di altre forme folkloriche (“c’era una volta”, ecc.); 2) l’ordine dell’invio
di un certo numero di copie, di solito con indicazione del periodo in cui
farlo; 3) la descrizione, di solito dettagliata più delle prime due parti,
delle conseguenze desiderabili (con indicazione di esempi di persone
“vincenti”) nel caso ci si attenga agli ordini del punto 2; 4) un ammoni-

2
Dundes [1966]; per l’indice dei motivi folklorici si è tenuto presente Thompson
[1955-1958].

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mento che indica le conseguenze indesiderabili nel caso in cui si disob-


bedisca agli ordini, così rischiando di finire nel lungo elenco dei “per-
denti”, a volte più corposo di quello dei “vincenti”.
Le costanti strutturali delle lettere a catena, dunque, sono del tutto si-
mili rispetto alle sequenze reperibili in altre forme folkloriche.
Si noti che Dundes non ritiene di menzionare come invariante, al punto
1, la presenza di un testo assimilabile a una preghiera.

Il contributo francese alla ricerca

Per un sia pur sommario status quaestionis degno di questo nome è


necessario fare un cenno alle idee sull’origine delle lettere da parte degli
studiosi di area francese.
Due sociologi della religione, Serge Bonnet (1924-2015) e Antoine
Delestre (1945-2015) nel 1984 produssero sulla «Revue des Sciences So-
ciales» uno studio pionieristico [1984] ma assai ricco sulla diffusione
Oltralpe del nostro fenomeno. Si tratta di un punto di vista sociologico,
e quindi si concentra, più che sulla storia, sugli esemplari che era stato
possibile raccogliere, sulle loro caratteristiche o sulla loro attribuzione a
figure religiose come sant’Antonio, sull’identità di chi ne avrebbe iniziati
gli invii e sulle reazioni di paura o di rigetto suscitate in chi le riceveva.
Quel lavoro però dice qualcosa anche sulla nascita del fenomeno in ter-
ritorio francese. Secondo Bonnet e Delestre le lettere a catena lì nacquero
a cavallo fra il XIX e il XX secolo, come conseguenza della maggior
alfabetizzazione e della diffusione crescente dei servizi postali a prezzi
contenuti. I due supponevano che le lettere fossero in continuità con pre-
ghiere tradizionali ai santi risalenti all’età medievale da ripetere e tra-
smettere in più copie. Per questa opinione, però, fornivano pochi ele-
menti, per di più legati ad esempi novecenteschi - non antichi - di quelle
preghiere, a ben vedere del tutto simili, ad esempio, a una che circolava
in Veneto nel 2014 (Favaro [2014]).
Un’ipotesi diversa, quindi, da quella delle “lettere dal cielo”, ma che
pare meno confortata dai testi disponibili.
D’altro canto le opinioni dei due sociologi francesi non sono mai state
condivise da tutti neppure Oltralpe: un altro studio francese ben più re-
cente pubblicato da Eymeric Manzinali [2018] su «Spokus», rivista on-
line che si occupa di leggendario contemporaneo, considera anch’esso le

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LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

catene come un’evoluzione delle lettere dal cielo e ne individua alcuni


esempi “ibridi” già esistenti negli anni ‘60 dell’Ottocento.
In un vasto quadro tracciato nel 1995 su «Société» Jean-Loïc Le Quel-
lec ha adottato anche lui con fiducia il modello della derivazione e tra-
sformazione dalle lettere dal cielo.
Nel 2013, poi - fatto importante - anche lo storico Martyn Lyons ha
presentato su «French History» una documentazione assai cospicua per
mostrare che le “lettere dal cielo” sopravvivevano bene nella Francia del
XIX secolo, pronte da lì a poco a diventare qualcos’altro (Lyons [2013]).
A metà fra gli approcci di Bonnet-Delestre e quelli di Manzinali e Le
Quellec quello del sociologo della religione Jean-Pierre Albert [1994],
che nella copiosa documentazione fornita in ultima analisi individua
nelle catene la presenza di una metafisica ambigua, caratterizzata dal di-
sagio, reso esplicito dal meccanismo stesso della trasmissione a catena,
considerato al cuore dell’intera vicenda insieme al ruolo simbolico as-
sunto dal patrocinio sant’Antonio, patrono degli oggetti perduti e dunque
figura in grado di controllare l’incertezza e l’aleatorietà dei processi.
Ad ogni modo, nel complesso, negli ultimi vent’anni più di una
ricerca di area francofona ha confermato le intuizioni genetiche di Va-
nArsdale, precisandole meglio e contribuendo ad arricchire il quadro dei
passaggi evolutivi accennati.

Uno snodo centrale: la comparsa della “preghiera di Gerusalemme”

Una tappa fondamentale di questo processo di trasformazione po-


trebbe aver avuto per scena l’Europa orientale. La folklorista russa Daria
Radchenko ha mostrato [2017] che negli anni ‘30 del XIX secolo in Rus-
sia era apparsa una “preghiera di Gerusalemme” attribuita al popolare
arcivescovo e mistico ortodosso Antonio II di Voronezh (1773-1846), un
testo che in sostanza conteneva istruzioni di tipo magico per attivare la
forza di quella preghiera. Bisognava infatti copiarla e trasmetterla - cosa
che al contempo diventava il sistema per farla circolare al massimo e
dunque per assicurarne il successo.
Per Radchenko, dunque, le “lettere a catena” di contenuto religioso
sarebbero nate in Russia, o comunque nel mondo slavo.
L’idea è suggestiva, ma essa implica che l’intera questione trovi un
“punto zero” poco tempo prima dei casi che abbiamo reperito. D’altro
canto, se nulla vieta di pensare ad un’origine più antica di quella che

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teorizza Radchenko, essa sottende l’accettazione della nozione generale


secondo la quale le credenze superstiziose siano necessariamente sorte
in un tempo “antico”. Tale nozione è essa stessa oggetto di dibattito (così
per Roud [2003]).
Va detto comunque che alcune versioni della “preghiera di Gerusa-
lemme” furono attribuite già nel XIX secolo ad altre origini, ad esempio,
dal gesuita tedesco Franz Beringer (1838-1893) - non è chiaro se con
qualche fondamento - a Benoît-Joseph Labre (1748-1783), santo fran-
cese che peraltro trascorse gran parte della sua vita di religioso in Italia
e fu notissimo al tempo fra le classi popolari per la pietà e il continuo
pellegrinare, ammirato proprio perché fuori moda nel contesto culturale
e religioso tardo-settecentesco.
Dal canto nostro, tuttavia, a parte effettuare una ricognizione della
miglior letteratura sul problema, in essenza ci siamo proposti di analiz-
zare soprattutto il versante italiano dell’evoluzione e del dilagare delle
lettere a catena. Abbiamo anche cercato di capire se i modelli delineati
da VanArsdale, da Lyons e da Radchenko trovino riscontro nella casi-
stica del nostro Paese.

Le prime “preghiere a catena” italiane

L’esempio più remoto di “catena di Sant’Antonio” in lingua italiana


che abbiamo reperito è documentato dal quotidiano torinese «Gazzetta
del Popolo» del 9 gennaio 1849. Indica la diffusione a Chieri, nel 1848,
di una preghiera che era necessario far girare in nove copie.
Vale appena ricordare che la pubblicazione si situa in un anno deci-
sivo per le sorti dell’Europa moderna: il 28 novembre il Papa è scappato
da Roma verso il Regno delle due Sicilie in seguito all’insurrezione che
instaurerà l’effimera Repubblica Romana. Il conseguente shock per i cat-
tolici e per ciò che resta dell’ordine tradizionale sarà enorme. Pare dun-
que plausibile che il clima di generale incertezza sulle sorti del Papato e
l’annuncio di “terribili disastri” abbiano contribuito a una più rapida e
ampia diffusione del foglietto.

Una infame società dirama per Chieri la seguente preghiera stampata:


Nel tempo che si celebrava la Santa Messa nel Santo Sepolcro in Gerusalemme si
udì una voce che disse: Grandi disgrazie e terribili disastri colpiranno in breve il genere

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LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

umano: a chi però dirà la seguente preghiera, Iddio gli verrà in soccorso nelle calamità
che lo minaccia.

PREGHIERA
Signor Gesù Cristo, noi innalziamo le nostre voci a Te, Dio Immortale, Dio Santo,
Dio Onnipotente; abbi pietà di noi in questi momenti d'imminenti rovine. Lavaci da
tutti i nostri peccati pel merito del TUO SANGUE SACROSANTO adesso, in tutti i
tempi e per tutta l'eternità.
Questa preghiera fu mandata al Vescovo monsignor Pironici di Gerusalemme, acciò
la distribuisse a nove persone, ciascuna delle quali ha l'obbligo di parteciparla a nove
altre, e così di seguito.

Non è dato sapere a chi alludesse il giornale additando la “infame so-


cietà” che aveva stampato il volantino. Il redattore della «Gazzetta del
Popolo» non doveva aver gradito, dal momento che, per la prima volta
nella nostra lunga storia, così chiosava:

E perché non fare addirittura ristampare il famoso libro delle sette trombe? 3 Così la
superstizione, il terrore e la falsa religione sarebbe disseminata più facilmente nel cuore
delle donnicciuole. Care quelle imminenti rovine, quell’immaginato vescovo Pironici
e quelle nove persone che la distribuiscono ad altre nove! Buffoni, buffoni e impostori!

In effetti nel 1849 il patriarca latino di Gerusalemme (il primo, visto


che il patriarcato era stato ristabilito da Pio IX due anni appena) era il
ligure monsignor Giuseppe Valerga, e non risulta la presenza di nessun
“vescovo Pironici”, nome per cui forse si può ipotizzare una corruzione
onomastica da una copia francese manoscritta ma sul quale gli Autori
non sono in grado di spingersi oltre. Il ristabilimento di un patriarcato in
comunione con la chiesa di Roma in quel momento faceva notizia: Pio
IX l’aveva ottenuto dagli ottomani dopo secoli di anticamera. Invece, da
tempo immemore nella Città santa risiedeva un patriarcato greco-orto-
dosso.
In realtà, davvero più di un documento del genere doveva circolare in
area piemontese e non solo, perché Silvio Pellico (1789-1854), poeta e

3
Circa il “libro delle sette trombe”, per completezza di accenna all’ipotesi che
potesse trattarsi di un generico riferimento all’Apocalisse giovannea (diversi italianisti
testimoniano che a metà Ottocento poteva esser chiamata così). Più probabile che il
riferimento sia da ricondursi ad un libro penitenziale allora ancora popolare, Le sette
trombe per risvegliare il peccatore a penitenza, opera del 1614 del francescano
Bartolomeo Cambi (1558-1617).

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patriota che in quel periodo si trovava a Torino presso i marchesi di Ba-


rolo, scriveva in una lettera a sua sorella Giuseppina datata 28 ottobre
1848 (poco tempo prima dell’uscita della «Gazzetta del Popolo», quindi)
che “la marchesa” - Juliette Colbert (1775-1864), vedova del marchese
di Barolo - aveva ricevuto dalla Francia, spedito da sua nipote, il testo di
una preghiera avuta “da un prete” che aveva sentito una voce dall’alto in
circostanze identiche a quelle già riferite (Pellico [1878: 570-571]).
La lettera era scritta in francese, così come doveva essere in francese
la preghiera ricevuta dalla Colbert, ma la fonte documenta la conoscenza
di versioni simili, seppur in lingue diverse, all’interno del territorio pie-
montese. Considerati i rapporti politici e culturali fra le due aree, l’idea
che un testo in francese potesse avere circolazione ampia in uno Stato
italiano non deve stupire. Al netto della traduzione, esso è sovrapponibile
a quello già visto e uguali sono le richieste (le nove copie, seppur richie-
ste questa volta da un “santo prete” e non dal “vescovo Pironici”).
Comunque sia, il documento circolante a Chieri (e il suo corrispettivo
in francese spedito in Piemonte dalla Francia, dove doveva aver corso in
contemporanea con quello chierese) somiglia molto alle catene moderne
- quelle che appaiono ai primi anni del XX secolo - al punto da potersi
sostenere che esso è il “nonno” italiano delle catene di sant’Antonio, ov-
vero la loro prima versione. Al contempo, è evidente la somiglianza con
la “preghiera di Gerusalemme” documentata da Daria Radchenko.
In questa “preghiera” del 1848 c’è l’elemento della “voce dal cielo”,
poi quello della trasmissione (non si sa bene da parte di chi) al “vescovo
di Gerusalemme”, cui è affidata perché lui la consegni a nove persone e
perché queste lo facciano con altre nove, e così via (non si dice se occorra
farlo a voce o per iscritto, ma alla fine quelli che ci giungono sono sem-
pre testi scritti, dunque un’eventuale fase dell’oralità resta sempre sullo
sfondo).
La “preghiera” protegge dalle calamità l’umanità intera. Il termine
“preghiera” che c’è nel volantino indica il carattere “religioso” del docu-
mento e la parola sarà impiegata a lungo nelle lettere. Ma attenzione: le
lettere a catena moderne saranno nella maggior parte dei casi un modo
magico per assicurarsi la fortuna e per proteggersi dal male con lo stesso
sistema, non “preghiere” in senso stretto. Saranno osteggiate con vee-
menza dalle autorità religiose di ogni confessione.
Non siamo dunque già più nell’ambito delle “lettere dal cielo”: una
volta che la preghiera a catena è stata trasmessa, il foglio può essere get-

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LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

tato, o passato ad altri. Diverso il caso delle lettere dal cielo: l’assai mag-
gior pregio tipografico e calligrafico degli esemplari sono essi stessi ga-
ranzia che la copia sarà considerata degna di conservazione, e per ciò
stessa oggetto di riverenza se non addirittura di assegnazione di uno sta-
tus di quasi-feticcio, cosa che manca del tutto per le catene successive -
anch’esso un indice del processo di modernizzazione cui si accompa-
gnano.
Nel documento del 1848 (e in quelli che circolavano nell’Europa
orientale) manca però ancora un elemento che diventerà fondamentale
nelle catene diffuse nel Novecento. Si dice assai poco su quello che suc-
cederà in caso di mancata diffusione della preghiera: la sua recitazione
protegge dalle calamità imminenti, ma non si aggiunge altro. Viene da
pensare che se non la si recita, i guai che attendono l’umanità non ci
risparmieranno, ma non ci sono affermazioni esplicite al riguardo. In se-
guito, all’inizio del nuovo secolo, l’elenco delle conseguenze per la rot-
tura della catena diventerà un aspetto preponderante del fenomeno - a
volte così tanto da risultare ridicolo.
Che con queste “preghiere” si sia ancora in una fase di transizione si
direbbe confermato dal genovese «Italia e Popolo» del 30 settembre
1854. Secondo il giornale, le monache benedettine di Nizza Monferrato
(Asti) facevano circolare uno stampato in cui si descriveva la solita voce
dal cielo udita a Gerusalemme durante la messa e l’annuncio di catastrofi
per l’umanità. Seguiva una preghiera simile a quella chierese del 1848:
chi l’avesse recitata sarebbe stato protetto da queste imminenti rovine -
ma si trattava pur sempre di una “preghiera” e nel seguito mancavano
richieste di trasmissione a catena o altro.
Alla fine del 1867, ancora in Piemonte, il periodico satirico di Torino
«Il fischietto», regalò ai suoi abbonati La strenna del fischietto pel 1868
(pp. 135-136). Il supplemento raccontava che alla redazione era perve-
nuto per posta un testo intitolato “l’origine di una preghiera”, e lo ripro-
duceva (“per far vedere ai nostri lettori che il tempo dei merli non è fi-
nito”). Secondo questo scritto, poco tempo prima “un sacerdote” che di-
ceva Messa “nel santo sepolcro di Gerusalemme” aveva sentito una voce
celeste che annunciava “grandi disgrazie” in tutta Europa (ancora una
volta, si direbbe, una traccia della preoccupazione politica che stava die-
tro questi primi testi), a meno che, per allontanarle, non si recitasse l’al-
legata preghiera ogni giorno e poi si facessero copie per distribuirla. Non
si dispone purtroppo del testo di questa preghiera del 1867.

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FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

Con il tempo scomparirà la provenienza “celeste” diretta delle mis-


sive, che invece a Chieri, Nizza Monferrato e Torino ancora c’è, a favore
della provenienza da vescovi ed equivalenti; poi, anche questa media-
zione cielo-terra andrà sbiadendo a favore di figure più mondane4.

La comparsa in Italia della moderna catena di sant’Antonio

Se gli esempi dell’Ottocento testimoniano una diffusione sporadica


delle lettere a catena, nel 1905 si assiste a una vera e propria esplosione
del fenomeno. A quest’anno risale l’articolo pubblicato l’8 luglio sul set-
timanale romano «La civiltà cattolica» (pp. 218-219).

Da qualche tempo, in Roma, Firenze, Venezia e altre città d’Italia circolano fra i
fedeli certe preghiere delle quali ne rechiamo qui un saggio [...] In questa preghiera,
come il lettore può vedere da sé, non vi è nulla che offenda il senso cristiano, e quan-
tunque la grammatica italiana vi possa trovare a ridire, la teologia punto o poco. Ma
l’aggiunta che si mette in calce alla medesima è a dirittura superstiziosa, come quella
che promette che prometti premi o minaccia sventura a chi recita od omette di recitare
per nove giorni la sopradetta preghiera. Egli è perciò che il Card. Vicario mise in guar-
dia i fedeli, nei pubblici giornali, contro simili preghiere, le quali, per lo meno, turbano
la pace di quelle molte femminucce, che accoppiano ad una sincera pietà una testa de-
bole e un cuore naturalmente superstizioso.

Il punto è che questo nuovo testo, che da ora in poi sarà la catena di
sant’Antonio per antonomasia, discende in modo diretto dal nostro primo

4
Tra fine Ottocento e inizio Novecento ci sono tracce sulla stampa austriaca e al-
toatesina (allora austro-ungarica) della fase di transizione fra la preghiera di Gerusa-
lemme e la catena “moderna”. Il 17 gennaio del 1901 «Der Titoler» di Bolzano spiegava
che l’iniziativa di diffondere la preghiera era falsamente attribuita all’arcivescovo di
Vienna, e lo stesso avveniva il 27 marzo 1902 per il «Brixener Chronik» di Bressanone
e il 14 aprile 1904 per l’«Andreas Hofer Wochenblatt» di Innsbruck… In Rouquette
[1994: 18 e 28n], l’Autore, oltre a presentare in altre pagine un campione di cinquanta-
sei catene raccolte nel sud della Francia fra il 1987 e il 1993 – ossia durante l’ultima
fase del lungo ciclo delle catene “moderne” - riferisce che «Annales catholique du
diocèse de Bayonne», periodico diocesano della città del sud-ovest della Francia, nel
suo n. 26 del 29 ottobre 1905 (p. 406) condannava la diffusione nella zona di due tipi
di “preghiere di Gerusalemme” da inviare a nove persone, una al giorno, per nove
giorni, in modo da ricevere “delle grandi gioie” o di esser puniti in modo terribile alla
scadenza, in caso di inadempimento delle richieste di trasmissione. Anche stavolta la
preghiera proviene da “una voce udita a Gerusalemme durante la Santa Liturgia”.

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LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

“nonno”, il volantino chierese del 1848. La preghiera ne è sostanzial-


mente una copia. Ma ecco che in esso fa capolino quello che diventerà
uno dei tratti più tipici delle catene di sant’Antonio: il racconto di con-
seguenze terribili sul piano individuale, ossia delle tragedie che colpi-
scono persone delle quali si riferisce l’identità (fantasiosa o meno che
sia). Compare infatti questa frase:

Questa prece è stata mandata dal Vescovo Verange Antonio, raccomandando di re-
citarla e spedirla a nove persone, ma colui che non lo farà sarà oppresso dalla sventura.
Infatti, si mandò questa prece a Noraloff, ma esso non la fece perché non vi prestò fede
e fu punito perdendo l’unica sua figlia, assassinata tre giorni dopo ricevuta questa pre-
ghiera.

A parte l’inesistente “vescovo Verange Antonio” (non se ne rinviene


menzione sul sito Catholic-Hierarchy, disponibile all’url http://www.ca-
tholic-hierarchy.org/) qui sta l’inizio della sfilza dei testimonials, ossia
delle liste di puniti o di premiati per aver continuato o interrotto la tra-
smissione della formula. In questo caso si tratta di “Noraloff”, per il
quale facciamo notare l’assonanza slava - forse un indizio del fatto che
questa “aggiunta” potrebbe essere l’eco di una genesi euro-orientale.
Ma emerge anche un altro tratto costante nel discorso pubblico sulla
catena: la preoccupazione dei cattolici per la sua diffusione. Anzi, si può
dire che, fin dai tempi del volantino di Chieri, i soli esempi di preghiere
a catena che ci sono stati tramandati derivano da articoli che li riporta-
vano per riderne o per evidenziarne il contenuto superstizioso. Sono dun-
que, con costanza testimoni contra. Il versante di chi aderiva alle cre-
denze sottese ai testi ci giunge solo in filigrana, dalle differenti lezioni
testuali, dalle omissioni, dalle aggiunte, ecc. La misura della preoccupa-
zione che ci arriva dall’articolo de “La civiltà cattolica” tuttavia sor-
prende. A quella data il cardinale vicario per la diocesi di Roma, che in
quel momento era Pietro Respighi (1843-1913), era già intervenuto, non
sappiamo in quali sedi pubbliche, per stigmatizzare le catene. Siamo
senz’altro davanti alla punta di un iceberg: i fogli dovevano già essere
talmente diffusi da indurre i vertici del cattolicesimo italiano a prendere
la parola.
Traspare poi, anche in questo esempio, quello che da ora in poi po-
tremmo chiamare lo “schema del nove”, già visto a partire dal documento
del 1848. Lo troveremo con grande frequenza, ed è probabile che si tratti
di un riflesso del meccanismo della novena, ancora popolarissima

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FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

all’epoca ed espressione fra le più pregnanti della tipologia della spiri-


tualità della Controriforma.
Sopravvive, per ora, la provenienza divina della formula. La voce ce-
leste è stata udita a Gerusalemme, durante la Sacra Liturgia (termine che
richiama la pietà ortodossa, non quella cattolica). Il passaggio successivo
però, assai importante, è quello dell’avvio della catena da parte di una
figura che funge da trait-d’union, un vescovo (un immaginario “Verange
Antonio”) cui l’io narrante del testo sovrappone successivi scongiuri
contro chi non la ritrasmette.

Polemiche interconfessionali ed altri esempi della fase statu nascenti

Nel 1905, mentre esplode la diffusione delle catene moderne, a questa


si sovrappone la diatriba fra confessioni sull’origine delle “lettere dal
cielo”, anche se le polemiche del 1905 erano state precedute da scambi
sporadici già da parecchio. Fra tutti. menzioniamo gli interventi de
«L’Italia Evangelica» nel 1889 e «L’Evangelista» nel 18965 sulla “Let-
tera di Gesù Cristo”, evidentemente assai diffusa in quegli anni, cui pe-
raltro fa da contraltare, sia pure in ritardo, una dura presa di posizione
della Santa Sede, che nel 1898, dal suo punto di vista, sanziona le lettere
dal cielo e la loro trasmissione come indulgenze di natura apocrifa, al
punto da emettere un decreto della Congregazione per le indulgenze e le
sacre reliquie firmato dal cardinale Girolamo Maria Gotti (1834-1916)6.
Il 26 agosto del 1905, comunque, il settimanale protestante fiorentino
«L’Italia evangelica» presentava in termini piuttosto virulenti lo stesso
testo del mese precedente, quello de «La civiltà cattolica», sia pure con
qualche variante (dopo nove giorni si avrà una “gran gioia” invece di
“una grande grazia”, “Harlevoff” va al posto di “Novaloff”, ecc). Qual-
cuno aveva trovato la preghiera sotto la porta di casa e allora «L’Italia
Evangelica» ne approfittava per prendere in giro il metodo delle boules
de neige, espressione ricorrente nella pubblicistica di inizio XX secolo
per indicare con disapprovazione in specie i primi metodi di marketing
5
Favole profane, in «L’Italia Evangelica», Firenze-Roma, IX, n. 10, 9 marzo
1889, p. 74; Una lettera di Gesù Cristo, in «L’Evangelista», Roma, VIII, n. 8, 17 gen-
naio 1896, pp. 2-3.
6
Decretum de Indulgentiis apocryphis, «Acta Sanctae Sedis», XXXI, 1898-99, pp.
727-744 (infra, pp. 740-742).

318
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

di tipo piramidale. Nel caso de «L’Italia Evangelica» il paragone tornava


buono per criticare le modalità più classiche della devozione cattolica
(“Questo è il cattolicismo romano!”)7.
Sempre nel 1905, il 6 dicembre, «Il Biellese» argomenterà in prima
pagina Contro una superstizione, accennerà a precedenti richiami già
comparsi sulla testata e spiegherà che le nove copie della preghiera da
inviare a nove persone erano state mandate “da un’ottima persona” a
nove ecclesiastici diversi e per ben due volte, “quasi ad invocare da loro
un provvedimento”. Ma intanto - chiunque fosse - anche lui proseguiva
la catena8…

Il 1905 non è un anno cruciale solo per l’Italia. Gli archivi di Daniel
VanArsdale mostrano che nel 1905-6 la catena di sant’Antonio dilagò in
America. Nell’autunno del 1905 anche il clero francese era preoccupato.
Quello che stava capitando oltreoceano ebbe un’eco sulla stampa abba-
stanza rapidamente, l’11 agosto del 1906, grazie al «Corriere della Sera».
Un breve servizio speciale da New York spiegava che il londinese «Daily
Telegraph» aveva raccontato (probabile che il corrispondente di quel
quotidiano, che ne dava notizia lo stesso giorno, trasmettesse da New
York il servizio per tutto il mondo) 9 della catena finale di preghiere,
come il giornale milanese rendeva l’espressione endless chain of prayer,
che da maggio aveva fatto la sua comparsa sotto forma di lettere che
avevano rapidamente inondato Stati Uniti e Canada, tanto da mettere in
difficoltà il servizio postale. L’occasione per la notizia nasceva dal fatto
che il vescovo episcopaliano (la versione statunitense dell’anglicane-
simo) William Lawrence (1850-1941), che aveva la sua diocesi nel Mas-
sachusetts si diceva addolorato di essere stato indicato come iniziatore
della “catena”, anche questa volta da trasmettere per iscritto a nove per-
sone. Il vescovo parlava di “una mistificazione abominevole”10.
Per quanto poco se ne sappia, tutto indica che tra il 1905 e il 1907
anche in Italia le lettere assunsero caratteri epidemici. La cosa accadde
insieme, se non prima, al dilagare del fenomeno negli Stati Uniti e in

7
Preghiera comminatoria, «L’Italia Evangelica», Firenze, XXV, n. 34, 26 agosto
1905, p. 266.
8
Contro una superstizione, «Il Biellese», Biella, XIX, n. 97, 6 dicembre 1905, p. 1.
9
A Snowball Prayer, «The Daily Telegraph», London, 11 agosto 1906, p. 9.
10
La «catena delle preghiere», «Corriere della Sera», Milano, 11 agosto 1906, p. 5.

319
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

Canada e alla reazione dell’arcivescovo di Verona alle prime ondate di


lettere italiane che vedremo fra poco.
Agli inizi del 1907 il fenomeno, ormai mondiale, preoccupava le au-
torità civili ed ecclesiastiche di ogni confessione, dalla Gran Bretagna,
all’Australia, alla Nuova Zelanda, alla Svizzera11.
Difficile esser precisi, ma l’ipotesi di lavoro qui assunta comporta che
l’arrivo in Nordamerica delle lettere a catena sia dipeso dal loro invio
agli emigrati da parte di parenti, amici e compaesani rimasti in patria, in
Italia e in altri Paesi europei di cultura cattolica. Possibile che, nel rice-
verle, chi le leggeva e le trascriveva (e doveva essere in grado di farlo:
nel 1901 il 54% degli italiani era analfabeta – cfr. Genovesi [2004] – la
situazione era peggiore per chi emigrava) le percepisse come dotate di
“prestigio”. Si trattava pur sempre di corrispondenza che arrivava dalla
patria, da mittenti dei quali ci si fidava e che di norma erano personal-
mente noti e che per giunta riferivano qualcosa che poteva alleviare ten-
sioni psicologiche e spirituali in tempi nei quali i nuovi, massicci arrivi
di altri compatrioti complicavano l’adattamento alla società statunitense.

1908: una seconda esplosione e un garante involontario

Il 2 aprile del 1908 sull’edizione pomeridiana del «Corriere della


Sera», sotto il titolo Manie superstiziose fu pubblicata la lettera di un
certo cavalier Antonio Migliavacca che, chiosava il redattore, si sca-
gliava “contro una forma di propaganda religiosa a base di intimidazione
superstiziosa che noi abbiamo già altra volta deplorata”12.

Signor Direttore,
in questi giorni la mia signora ricevette, com’altre sue amiche, un foglio anonimo
accuratamente scritto col quale, alludendo ad un'iniziativa del vescovo di Verona, si

11
Tre esempi a caso come fonti: «Evening Post», Nuova Zelanda, 20 marzo 1907;
«Poverty Bay Herald», Nuova Zelanda, 23 marzo 1907, «Le Nouveliste Valaisan»,
Svizzera, 5 dicembre 1907. Sappiamo comunque che il fenomeno aveva portata mon-
diale, anche se non è facile documentarlo in dettaglio. Ad esempio, un approccio fol-
klorico di tipo storico-geografico a fronte del dilagare del fenomeno in Estonia si trova
in Anderson [1937].
12
Manie superstiziose, «Corriere della Sera», Milano, 2 aprile 1908, edizione del
pomeriggio, p. 5 (poi: «Corriere della Sera», 3 aprile 1908, Edizione del mattino, p. 4).

320
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

ingiungeva alla persona ricevente di recitare una preghiera giornalmente, pure conte-
nuta nel testo, e diramare nel contempo 9 lettere consimili ad altre amiche e conoscenti.
La lettera chiude così: “chi non lo farà, anche per un sol giorno, sarà colpito da grave
disgrazia. Una madre di Ravenna, avendo tralasciato un sol giorno di uniformarsi, si
vide morire sotto i propri occhi l’unico figlio!

Se ella, egregio signor Direttore, considera che, come la mia, quasi tutte le signore
in parola, hanno per fatalità un unico figlio, può immaginare, volere o no, quale im-
pressione possa fare tale propaganda, ed avendo io scritto, per maggiormente pacificare
gli animi, a S. E. il vescovo di Verona, ebbi in risposta l’acclusa, ch’ella potrà far pub-
blicare, se del caso.

Egregio sig. cavaliere,


è da qualche tempo che sotto l’impunità dell’anonimo si manda alle famiglie d’Italia
un’orazione preceduta o seguita da promesse e da minacce superstiziose, attribuendone
l’origine al vescovo di Verona. Contro tale inqualificabile ciurmeria io protestai pub-
blicamente nei nostri giornali cattolici Verona Fedele di qui, La Difesa di Venezia, il
Berico di Vicenza, L’Unità cattolica di Firenze, L’Italia Reale di Torino, ed altri. Do-
vetti pure smentirla in parecchie corrispondenze private, per tranquillizzare molte fa-
miglie. Ora vedo che l’infame gioco si ripete costì, e me ne duole all’anima, ma non so
come smentirlo e riprovarlo più apertamente e solennemente. Se ella crede di dare pub-
blicità a questa mia lettera nei giornali di Milano, mi farà cosa gratissima…

Verona, 18 marzo 1908


devotissimo
Bartolomeo cardinale Bacilieri, vescovo

La pubblicazione di questa protesta di Bacilieri (1842-1923), che fu


vescovo di Verona per ventitré anni, dal 1900 al 1923, è davvero un do-
cumento importante.
Prova ancor più delle fonti del 1905, che la catena circolava già da
tempo in tutto il Paese. Il suo testo completo sarebbe fondamentale per
capire se la circolare, attribuita a un’altra delle massime autorità cattoli-
che italiane (Bacilieri era cardinale), era simile a quella del 1905. Pur-
troppo le parole esatte non ci sono pervenute.
Dunque, per la seconda volta dopo il cardinal Respighi nel 1905 la
catena era stata contrastata con fermezza tramite una gran quantità d’in-
terventi su periodici cattolici di mezza Italia. I dettagli forniti dal vescovo
di Verona sono uguali a quelli presenti già tre anni prima da noi e in
Nordamerica: egida di un vescovo per la catena e “schema del nove” per
la sua attivazione. Stessa struttura su «Il Popolo» di Tortona pochi giorni

321
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

dopo, il 12 aprile del 190813: la lettera faceva “il giro della città”, e mo-
dello identico per «Il Biellese» del 7 febbraio 1910 14 . Schema che il
«Corriere della Sera», peraltro, quando il 18 febbraio del 191215 denun-
cerà una nuova ondata di lettere ormai considerava “vecchio” e ripetuta-
mente deplorato dai vescovi, a testimonianza che il modello era davvero
generalizzato da anni.

Una catena anche per l’alta borghesia italiana

Sarebbe un’ingenuità pensare che all’inizio di tutto, anche in Italia, vi


sia stata un’unica catena di sant’Antonio, cioè un solo tipo di lettera. Da
quello che s’intuisce, quasi subito si presentò un’intera costellazione di
testi diversi fra loro che miravano a essere letti da persone diverse e che
rispecchiavano i differenti côté sociali in cui erano sorti.
Per essere più chiari, portiamo l’esempio di una forma assai antica
della catena che si potrebbe definire “variante alto-borghese”. Ne ab-
biamo notizia dalle cronache milanesi del «Corriere della Sera» del 6
aprile 191416.
Sembra che in quel periodo le “famiglie benestanti” della capitale
lombarda ricevessero sovente, indirizzate alla “signora o signorina”,
delle lettere dalla “scrittura alterata” che chiedevano di ripetere per di-
versi giorni l’orazione contenutavi e poi di farne nove copie, senza firma,
da inviare a persone che avrebbero dovuto ripetere l’operazione, e così
ad libitum.
A quanto riferiva il «Corriere», una signora in gravi condizioni di sa-
lute aveva ricevuto la missiva che minacciava un grave, imminente peri-
colo per “l’unico figlio maschio” in caso di interruzione della catena. La
cosa interessante è che la donna si sarebbe rivolta per un parere all’arci-
vescovo di Milano, che in quegli anni era il cardinal Andrea Carlo Ferrari
(1850-1921), il quale l’avrebbe consigliata di cestinarla.
Ma ecco la cosa che colpisce: per il quotidiano milanese questa “ul-
tima forma” della catena si presentava come una preghiera in inglese,
13
Avvertenze, «Il Popolo», Tortona, XIII, n. 15, 12 aprile 1908, p. 2.
14
Ancora una volta, «Il Biellese», Biella, XXIV, n. 11, 7 febbraio 1910, p. 2.
15
La preghiera... a rotazione, «Corriere della Sera», Milano, 18 febbraio 1912, p. 5.
16
Le «orazioni» minacciose, «Corriere della Sera», Milano, 6 aprile 1914, ediz. del
mattino, p. 6.

322
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

mentre il commento contenente le minacce per la mancata trascrizione


era in tedesco. Concludeva perciò il «Corriere»: “destinatarie sono
quindi signorine di buona famiglia che studiano lingue straniere” (e c’è
da domandarsi quante donne, nell’Italia del 1914, studiassero l’inglese,
invece che il francese o il tedesco, ben più comuni all’epoca).
Dunque, una lettera a catena pensata apposta per donne di alta estra-
zione sociale.

Un attacco “matematico” alla catena

A cominciare dall’esempio che segue e per quelli che seguiranno,


l’impressione che si ricava dai commenti e da ogni tipo di fonte è che la
catena di sant’Antonio sia stata, un po’ lungo tutto il XX secolo, appan-
naggio maggioritario della società femminile. L’impressione si trae cu-
cendo insieme i pezzi a noi disponibili, sopravvissuti in un numero esi-
guo di esemplari, ma sufficienti a far emergere questo aspetto.
A parte confermare questa “femminilizzazione” del fenomeno (si ri-
cordi che frequenti sono i riferimenti ai figli, alla loro perdita, in specie
se unici o primogeniti), la «Gazzetta di Fossano» del 31 ottobre 1914 ci
dà altre notizie preziose17. La lettera giunge a parecchie donne della cit-
tadina cuneese col seguente testo:

Signora, una buona ed antica orazione.

Signor mio Gesù t’imploro di benedire tutta l’umanità, di tenerci lontani da ogni
male col vostro prezioso sangue. Così sia.

Della presente viene pregata di spedirla a nove persone amiche che ama vivamente
e che le vuole del bene, e ne faccia nove copie e ne spedisca una ogni giorno. Faccia
attenzione cosa le succede in nono giorno. La nostra orazione è detta a Gerusalemme e
chi non la copierà andrà in contro a grave disgrazia, mentre invece chi la trascrive se-
condo i regolamenti ne avrà sicura e certa grazia. Tenga fede e in tanto che la scrive
pensi giornalmente alla grazia che desidera. Sicura di avere fatto cosa gradita la saluto.
Le raccomando di non interrompere la catena.

Chi commentava la lettera era con tutta probabilità una donna: si fir-
mava “La Fata Bleu”. “Il carattere religioso e, per conseguenza pieno di

17
La fata bleu, La nota amena. «Gazzetta di Fossano», Fossano, XXVI, n. 44, 31
ottobre 1914, p. 2.

323
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

superstizione delle donne in generale a Fossano”, scriveva “La Fata


Bleu”, faceva sì che il foglio assumesse le caratteristiche di un vero ri-
catto morale. Ma l’Autrice non si appellava alla “vera religione” o alla
morale, come avevano fatto i suoi predecessori. Assumeva le vesti di una
scettica di tipo razionalista, perché usava argomentazioni logiche per ir-
ridere alla lettera.
Supponiamo infatti, osservava “La Fata”, che “la pia anima” avesse
spedito le nove lettere. Obbligate dalla paura, quelle altre ne avrebbero
spedite 81, quelle 729 e le 729, inviandole a nove persone ciascuna,
6561. Il terrore per la conflagrazione europea appena iniziata (siamo
nell’autunno 1914) avrebbe portato questo numero in un baleno a 59049.
Visto che la lettera prometteva “sicura e certa grazia”, nel giro di poche
settimane il mondo sarebbe stato sommerso da eventi miracolosi… In-
somma, la lettera, per logica, negava da se stessa la sua validità.
Vedremo nel prosieguo come queste argomentazioni razionalizzanti
siano state usate allo stesso fine in uno specifico ambiente culturale ita-
liano.

Le catene durante la Prima Guerra Mondiale: disfattismo pacifista?

Abbiamo indizi sufficienti che malgrado la censura postale le lettere


circolarono a iosa anche negli anni della Prima Guerra Mondiale. Ne ab-
biamo testimonianze evidenti sotto forma di articoli comparsi sulla
stampa fra il 1916 e il 1917, cui si accompagnano fonti archivistiche, in
specie lettere di soldati o di loro familiari, oppure come appunti e scambi
di note che attestano l’attenzione preoccupata di vari tipi di autorità per
ciò che potevano significare, e questo anche sino alla vigilia della vitto-
ria, ad ottobre 1918 inoltrato.
Tutte le lettere e gli altri documenti, nelle loro forme, sono comunque
inevitabilmente foggiati dalla tremenda situazione contingente, e da que-
sto colossale laboratorio etno-antropologico che fu quel conflitto (sul
rapporto fra antropologi e Prima Guerra Mondiale cfr. almeno De Simo-
nis - Dei [2010; 2012]).
Il 10 marzo del 1916 il «Corriere della Sera» pubblicò un trafiletto
che in poche righe forniva parecchi spunti di riflessione18. Stavano cir-
colando di nuovo alcune lettere anonime contenenti una “preghiera per

18
La solita stoltezza anonima, «Corriere della Sera», Milano, 10 marzo 1916, p. 4.

324
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

la cessazione della guerra” che, si asseriva, aveva già girato ai tempi della
Guerra di Libia (dunque nel 1911-12). Niente si diceva del contenuto,
ma gravi sciagure erano attese per “colui che osasse di rompere un anello
di tale catena”. Il “Corriere” auspicava che si ripetesse la diffida che al
riguardo era già stata emessa dalle autorità ecclesiastiche.
Il pezzo non aggiungeva nient’altro e quindi non sappiamo se ci fosse
una relazione con la “preghiera del soldato” denunciata con violenza
dallo stesso «Corriere della Sera» qualche mese dopo, il 31 ottobre del
191619. Era quello un documento “immondo”, già sbugiardato in altri
giornali.
La preghiera, si diceva, occupava solo tre righe e chiedeva “a Gesù di
far tornare la pace e di far vivere il mondo santamente”. Ma tutto il resto
del foglio era volto “ad atterrire”: occorreva farne otto copie ogni giorno
(non si dice per quanto) pensando intensamente alla grazia che si deside-
rava. Se non lo si fosse fatto, al nono giorno si sarebbe stati colpiti dalla
sventura.
L’elenco dei testimonial raggiungeva un culmine che forse mai più
sarebbe stato toccato. Tra questi, infatti, compariva l’arciduca ereditario
Francesco Ferdinando, che secondo la lettera era stato ucciso a Sarajevo
nove giorni dopo aver ricevuto e buttato via la preghiera. Dunque, in ul-
tima analisi, la Prima Guerra Mondiale sarebbe scoppiata per un’interru-
zione della catena! Una signora, invece, più modestamente al nono
giorno aveva perso fidanzato e padre. Per il «Corriere della Sera» l’au-
tore della lettera era comunque da biasimare nel modo più fermo, perché
ad essere scosse di più da quella “peste” erano soprattutto “povere donne
angosciate della sorte di mariti e di figli lontani”. La si considerava dun-
que opera di propaganda volta “all’avvilimento collettivo”, a colpire il
morale e lo sforzo bellico.

Chi avrebbe mai pensato, nel ventesimo secolo, a questa incarnazione del diavolo
in un pacifista che biascia preghiere?

Il giornale subalpino si preoccupava del consenso alla guerra, ma


l’anno seguente (1917) sarà quella figura controversa di prete e psicologo
che fu padre Agostino Gemelli (1878-1959) a parlarne senza remore nel
paragrafo dedicato alle superstizioni dei militari al fronte, all’interno di

19
Il diavolo prega..., «Corriere della Sera», Milano, 31 ottobre 1916, p. 2.

325
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

Il nostro soldato. Saggi di psicologia militare (Gemelli [1917: 166-


167]).
Il religioso ne riportava una versione completa che si apriva asserendo
trattarsi di una “preghiera che deve essere inviata a tutti i soldati al
fronte”. Anche in questo caso il testo era del tutto tradizionale. La pre-
ghiera doveva essere “scritta durante nove giorni e mandata a nove per-
sone diverse, a cominciare da colui dal quale è stata ricevuta”. Si conclu-
deva con la consueta promessa/minaccia sulla rottura della serie.
Gemelli spiegava però con chiarezza che, a parte quella, c’erano altre
“preghiere portafortuna”, fra le quali una che si intitolava “Preghiera del
santo Sepolcro”, che sarebbe stata trovata nel Sepolcro di Gerusalemme
“da un prete dopo avervi celebrata la santa Messa”. Gemelli ne cono-
sceva diverse edizioni e varianti, più brevi e più lunghe. Una copia por-
tava la nota secondo la quale l’invocazione apparteneva a un’antica fa-
miglia siciliana che, grazie ad essa, aveva avuto tutti i membri della sua
schiatta, nel corso del tempo, salvi in ogni guerra.
Si trattava dunque con tutta probabilità di una versione tardiva delle
“lettere dal cielo”. Quel che forse conta di più, si direbbe che già Gemelli
fosse abbastanza convinto che le “preghiere” come quella da mandare ai
soldati (cioè le catene) fossero una cosa diversa da quella descritta come
“proveniente dal santo Sepolcro”. Ad ogni modo anche alcune preghiere
di questa tipologia contenevano l’invito a ripeterle tre volte al giorno e
la garanzia di tornare sani e salvi dal fronte grazie al rituale. Altro segnale
che Gemelli aveva ben chiara la natura specifica delle “lettere dal cielo”:
aveva visto un soldato che conservava con gelosia nel portafogli “una
lettera scritta dalla Beata Vergine Maria alla città di Messina”20.
Dopo Gemelli, fra gli studiosi italiani di scienze dell’uomo riferì della
diffusione della catena nella Grande Guerra anche il compositore ed et-
nomusicologo Cesare Caravaglios (1890-1937), che fu fra i primi a com-
prendere la componente potenzialmente “sovversiva” delle catene di
sant’Antonio negli anni della Grande Guerra.
Seppur in maniera imprecisa, Caravaglios mostrava pure di aver in-
tuito il rapporto fra diffusione delle catene moderne e precedenti pre-
ghiere del Santo Sepolcro. Svilupperà riflessioni sul punto sulla base

20
Calippe [1917: 241-253] riferiva che una versione francese del testo della lettera
italiana della Vergine a Messina circolava fra i soldati di quella nazionalità.

326
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

delle idee del teologo francese Charles Calippe (1869-1942), di cui di-
remo meglio nel prosieguo. Dobbiamo a Caravaglios [1935: 135] se sap-
piamo che nel gennaio del 1917 nell’ambito della I Armata, che era
schierata in Trentino, circolava una preghiera “scritta nel tempo di Gesù
Cristo” (altra allusione a un’origine divina). Conteneva l’ammonimento
secondo il quale il 29 ottobre 1915 la preghiera era stata lasciata sul
campo di battaglia da “un’immagine” subito scomparsa a soldati del 12°
Reggimento di fanteria “Casale”, che reclutava militari piemontesi.
Le parole “viva Gesù e Maria Vergine e San Giuseppe” che la costi-
tuivano servivano sì per ottenere una grazia inviandone quattro copie en-
tro nove giorni ad altri militari (si noti l’ambito di destinazione del mes-
saggio), ma soprattutto servivano per far cessare la guerra.
Per questo, spiegava Caravaglios, considerandole propaganda disfat-
tista il Comando della I Armata aveva chiesto agli Uffici censura postale
di esercitare un’altissima sorveglianza su ciò che arrivava ai soldati21.
Poco dopo Caravaglios, Mele [1937: 86] riportava una breve pre-
ghiera che recava l’intestazione “dev’essere inviata a tutti i soldati al
fronte”. Andava mandata per nove giorni a nove persone, pena “grandi
castighi”.
Ecco uno dei tratti che probabilmente saranno all’origine delle gravi
preoccupazioni delle autorità. Questa lettera doveva raggiungere tutti i
soldati. Era dunque presumibile che l’intenzione del flusso comunicativo
fosse dalle retrovie, dalle città e dai paesi di origine, verso i combattenti.
In sé il testo non presentava nulla di sovversivo, ma si trattava di un’ini-
ziativa unidirezionale la cui natura all’esame della censura e degli organi
di polizia militare risultava ambigua.
Persino nella prevalenza della polemica confessionale di un ex-prete
passato al Protestantesimo, Ernesto Rutili (1881-1932) scrivendo fra il
1919 e il 1920 una serie di articoli per «Bilychnis» (Rutili [1919-1920]),
rivista delle chiese battiste, pur stigmatizzando questo ed altro come su-
perstizioni, non rinunciava a leggere alcune “Preghiere per i nostri sol-
dati”, manoscritte che aveva per le mani e secondo lui scritte da “una

21
La minaccia di un utilizzo in senso pacifista delle lettere a catena di contenuto
religioso nella Prima Guerra Mondiale fu avvertita anche all’estero. Questo paventava
per gli Stati Uniti, ad esempio, Denounces Peace Prayer, «New York Times», New
York, 10 novembre 1917, p. 13. Sulla cosa ha attirato l’attenzione uno storico canadese
dei servizi postali, cfr. Speirs [1998].

327
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

stupida donnicciola” come “canagliate che rendevano poi possibile l’im-


perversare di preghiere per i soldati o per la pace”. Superstizioni, sì, ma
superstizioni anche anti-patriottiche. Era la versione da spedire in nove
copie per nove giorni, per avere “le grazie che desiderate”. Era incluso
come testimonial negativo l’arciduca Francesco Ferdinando, ma anche
“una signorina di Parigi” che aveva perso il fidanzato, e così via.

Malgrado la sensazione prevalente che si ricava dalle catene diffuse


durante la guerra in specie fra i militari sia che di norma veicolassero un
generico sentimento pacifista, va detto che la documentazione non è co-
stante in quella direzione.
Il 20 ottobre 1915, il volontario sergente Egidio Severi, unendola alla
certezza nella vittoria e, in altra lettera del mese successivo persino al
desiderio di piantare la baionetta nel petto di eventuali traditori, scrive
alla famiglia senza alcuna soluzione di continuità rispetto al resto del ra-
gionamento:

io vi mando una orazione che la darete a quattro famiglie come e già scritto, Alla
volontà di Gesù e di Maria gli è appresentato alle volte e subito e scomparsa lasiando
in Pace queste parole, Verrà Gesù e Maria laonde deve essere sparsa per tutto il mondo
copiatela molte volte e datele a 4 famiglie abbiate fede che entro a nove giorni avrete
una gioia e chi trascurerà avrà un dispiacere eviva Gesù e Maria” (Savini [2002: 17-40,
388-389]).

D’altro canto, Scardigli [1986] menzionava ancora un’altra lettera


“pacifista” conservata presso l’Archivio Vescovile di Novara inviata il
17 ottobre 191522, tre giorni appena prima di quella di Egidio Severi, da
parte di un soldato di Fara Novarese all’arciprete di quel paese. Si di-
rebbe paragonabile a quanto documentò Cesare Caravaglios e di cui si è
discusso poco sopra:

Un fatto successo a Loretto, mentre le truppe passavano anno visto una donna spa-
rire che lasciò cadere un bilietto per fare cessare la guerra…. Questo mesto momento
deve andare per tutto il mondo coppiatelo quattro volte. Datela a quattro persone diverse
e che nel termine di 9 giorni avrete una grazia, ma se trascurato avrete una disgrazia.

22
La data esatta della missiva è ora nota grazie all’edizione di Stiaccini [2005: 39,
56]; cfr. anche Stiaccini [2009: 91-92]

328
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

Dite quattro volte Viva Gesù, Viva Maria… Recitate quattro orazioni di Dio e di Maria
e coppiatela quattro volte.

Il numero di esemplari da produrre è minimo (quattro), ma la cosa di


gran lunga più rilevante è la consegna diretta ai soldati della lettera da
parte di una donna fantasmatica. Non è detto in modo esplicito, ma il
fatto che lo scenario sia collocato in un luogo sede di uno dei maggiori
santuari mariani pare un’allusione nemmeno troppo velata ad una tra-
smissione della catena-lettera dal cielo ad opera della stessa Vergine. Lo
stesso, d’altra parte, sia pure in modo altrettanto vago, pare adombrato
nella lettera di Egidio Severi vista sopra.

Le fonti d’archivio relative alla Prima Guerra Mondiale costituiscono


il contributo originale al nostro argomento anche nel caso dello storico e
folklorista Cesare Bermani [1996: 34-35]. Si riferiscono, significativa-
mente, agli ultimi mesi del conflitto.
Il 5 luglio del 1918 il prefetto di Reggio Calabria scriveva allo stesso
presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando (1860-1952), in-
viandogli un testo 23 a quanto pare diffuso in quel periodo in tutto il
Paese:

Gesù, abbiate pietà e misericordia di tutta l’umanità, liberateci da ogni pericolo,


specialmente dallo attacco e conflitto europeo, facendo tornare tutti i combattenti in
santa pace, e fare che impariamo a vivere santamente.

Una copia del testo, precisava il prefetto, andava spedita per otto
giorni consecutivi a otto persone. A parte le ormai consuete morti di un
fidanzato a Parigi o di genitori che perdevano il figlio in guerra per non
aver dato seguito, ricompariva l’idea - già presente nel 1916 - secondo la
quale Francesco Ferdinando era stato ucciso “per la sua mancanza” nei
riguardi della catena.
E ad appena diciassette giorni prima della resa dell’Austria-Ungheria,
il 18 ottobre del 1918, la prefettura di Ravenna inviava al ministero degli

23
Archivio Centrale dello Stato (d’ora in poi ACS), MI, DGPS, Divisione Affari
generali e riservati. Archivio generale, A5G - Prima guerra mondiale, busta 3, fascicolo
7, sottofascicolo 23. La lettera a catena contenente la preghiera pacifista rivolta a Gesù
è discussa brevemente in Procacci [1986].

329
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

Interni un telegramma-espresso con un’altra catena. Conteneva una “ora-


zione a Gesù” perché concedesse la pace.

Mi fu spedita questa orazione con l’incarico unita a questa spiegazione se farete per
nove giorni spedite una al giorno a persone di vostra conoscenza anche a paesi lontani.

Come nella precedente, minacce a parte, anche questa missiva conte-


neva la raccomandazione che le lettere non fossero firmate, cosa che
univa alla natura generalmente anonima e collettiva delle catene del XX
secolo, il probabile timore per il controllo poliziesco per queste forme
di religiosità eterodosse e politicamente sospette.
Grazie alle precise indicazioni fornite a suo tempo da Bermani è stato
possibile accedere all’intero sottofascicolo che conserva presso l’Archi-
vio Centrale dello Stato, un gruppo di 34 fogli di interesse più o meno
indiretto per noi.
Va detto che in realtà la gran parte di essi è costituito da segnalazioni
fatte da Prefetture e da altri organi del Ministero della Guerra di fermare
la circolazione di “normali” preghiere, magari riprodotte sotto forma di
santini, che invocavano da Dio e dalla Madonna la fine delle ostilità.
Erano considerate manifestazioni di disfattismo, e come tali persegui-
bili.24.
C’è però almeno un’eccezione di rilievo diretto per noi, e per questo
la riproduciamo in forma completa, anche perché Cesare Bermani non la
utilizzò per il volume che stiamo discutendo.
Arturo Ghezzi, sindaco di Pergine Valsugana (Trento), il 6 settembre
1918 scrisse una lettera a un deputato, Luigi Edoardo Frisoni (1870-?),
denunciando a lui e al Commissariato di Pubblica Sicurezza l’arrivo alla
moglie di una catena di quelle che circolavano già “avanti Caporetto”,
ossia subito prima della catastrofe militare italiana.
La catena era redatta in termini assai simili rispetto a quelli ricevuti
dal presidente del Consiglio due mesi prima:

24
Ma si noti almeno un santino recante una Preghiera per implorare da Dio la pace
composta dallo stesso papa Benedetto XV nell’aprile 1915, alla vigilia dell’entrata in
guerra dell’Italia.

330
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

PREGHIERA
Gesù abbiate pietà di tutta l’umanità e liberateci da ogni pericolo, specialmente
dall’attacco nemico facendo tornare tutti in santa pace. Fate che impariamo a vivere
santamente.

SPIEGAZIONE
Spedite una copia della presente senza ritardo, per otto giorni di seguito una copia
al giorno a persone d’altri paesi e vi sarà concessa una grande grazia. Chi non farà così
trascurando a mandarla, avrà una grande disgrazia. A Parigi una signorina non tenne
conto di propagare la preghiera e il nono giorno le morì il fidanzato in guerra… I geni-
tori credettero ciò uno scherzo e morì loro il figlio.
Mentre scrivete chiedete quella grazia che più desiderate e vi sarà concessa…

Qui è impossibile anche soltanto sfiorare il panorama della Prima


Guerra Mondiale all’estero. Solo due cenni per mostrare che nessuno ne
era indenne, sotto ogni bandiera. Il 28 aprile del 1916 la rivista ebraica
parigina «L’Univers Israélite», in un articolo dedicato alle Superstitions
de guerre lamentava che le preghiere a catena, adattate al linguaggio e
alla pietà ebraica fossero diffuse tra i militari di quell’appartenenza. Il
clero cattolico francese, comunque, come quello italiano, al culmine del
conflitto ne è preoccupatissimo. Charles Calippe aveva compreso il rap-
porto fra preghiere di Gerusalemme (o “del santo Sepolcro”) e catene
moderne. Non solo egli mostrò che nelle trincee francesi i due generi
convivevano ancora e si sovrapponevano, ma portò diversi esempi del
primo tipo di preghiere. Come quella, interessantissima, presente fra i
soldati, che si diceva fosse stata trovata in una chiesa di Lilla nel 1823 e
che sarebbe giunta da Gerusalemme, raccolta ai piedi della croce da un
bimbo di sette anni che fino a quel momento non aveva mai parlato ma
che lo fece per dare le istruzioni per la riproduzione della preghiera).
Un opuscolo pubblicato in Germania nel 1917, poi, testimonia che il
fenomeno riguardava in egual misura i militari del fronte opposto, i te-
deschi (Bächtold [1917]).
Da notare comunque un contributo recente che fornisce un quadro ge-
nerale della diffusione fra tutte le armate, dell’uno e dell’altro schiera-
mento, sia delle lettere dal cielo sia delle catene magico-religiose mo-
derne, ossia un volume dello storico inglese della magia e del pensiero
occultistico Owen Davies sul sovrannaturale nel conflitto 1914-1918
(Davies [2018: 183-192]).
Un’ulteriore, piccola luce sul folklore degli anni della Grande Guerra
ci arriva a posteriori da un intervento di un altro settimanale cattolico,

331
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

«Il Popolo», di Tortona (Carla [1925]). Nel numero del 5 aprile 1925 la
redattrice Emma Carla segnalava anche in quelle zone una ricomparsa
della “breve preghiera” che già, spiegava, era girata nel periodo bellico.
Lei stessa se ne era occupata in quegli anni sulla stampa cercando di con-
trastare quella “ignoranza”, che pretendeva si recitasse una formula per
nove giorni spedendo per via anonima la stessa a nove conoscenti.
Carla era brava nel sottrarsi a ogni utilizzo polemico della storia.
Qualcuno aveva pensato che fosse “opera dei protestanti”25, ma lei pre-
feriva attribuirla ai superstiziosi. E riteneva per i cristiani “una scioc-
chezza prendere sul serio questa palla di neve”.
D’altro canto, a proposito di interpretazioni complottiste da parte cat-
tolica dell’origine delle catene, a quanto pare nel 1912 «La Semaine re-
ligieuse», un periodico cattolico di Aix-en-Provence, almeno stando a
una fonte francese del tempo aveva sostenuto che responsabile ne era “la
Massoneria” (Martugue [1912]).

Dopo la Grande Guerra

La pace e i rivolgimenti politici internazionali non servirono in alcun


modo ad intaccare la diffusione delle lettere a catena. Il tono generale,
nell’Italia di quegli anni, sarà di allarme e di indignazione.
Il 18 febbraio del 1923 ancora «Il Popolo, settimanale tortonese26, si
lamenterà per “certe preghiere, che giungono anonime” e che già più
volte erano state stigmatizzate dal periodico. Occorreva ripetere la breve
invocazione contenutavi per ottenere “delle grazie” nove giorni dopo la
recita, oppure aspettarsi sventure di ogni tipo (una signora di Foggia
aveva perso l’unico figlio al nono giorno) se non la si inoltrava, ancora
una volta, a nove destinatari. “Una indegna superstizione”, la giudicava
il giornale, da interrompere bruciando le letteracce nel fuoco. Il 24 marzo

25
A inizio XX secolo la stampa altoatesina allora austriaca si fece eco in maniera
piuttosto virulenta degli scambi polemici fra cattolici e protestanti sulla “colpa” per la
nascita della catena. Solo alcuni esempi: «Der Burggräffler», Merano, 12 febbraio 1908
e «Tiroler Volksbote», Bolzano, 11 luglio 1917.
26
Criminose manovre di nemici della fede, «Il Popolo», Tortona, XXVI, n. 7, 18
febbraio 1923, p. 1.

332
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

il «Corriere di Saluzzo» definirà invece “asinerie di privati” quelle ri-


chieste di inviare a nove persone nove copie della “eterna catena” che da
mesi, in città, persone di ogni ceto ricevevano.
Il 19 e il 20 marzo del 1925, riciclando due volte lo stesso testo, il
«Corriere della Sera»27 riferiva di una ripresa delle “solite sciocche cir-
colari a catena” la cui ricomparsa era stata segnalata alla Polizia - ed è
questa la prima volta in cui per l’Italia, a parte le circostanze straordinarie
della Prima Guerra Mondiale, conosciamo un approccio “da ordine pub-
blico” alla questione. Stavolta il testo della famigerata preghiera, ridotto
a lunghezza minima, c’era:

Signore Gesù, Vi prego di proteggere l’umanità e di preservarla dalle disgrazie. N.


B. Copiatela e mandatela a nove persone, nello spazio di tre giorni e riceverete una
grazia. Non facendolo, vi capiterà una sventura. Non firmate, ma mettete solo la data.

Come si vede, la “preghiera” qui è solo una generica richiesta protet-


tiva rivolta alla divinità: l’intero peso della formula cade sulla minaccia
in caso di mancato invio (che peraltro, scrive il «Corriere», già nel 1925
avviene sovente senza affrancatura - fatto che si ripeterà in innumerevoli
occasioni).

Una “contro-catena” come nuova occasione di polemica


inter-confessionale

Si è già discusso come, nel contesto culturale italiano dei primi del
XX secolo, la comparsa delle lettere a catena di contenuto religioso, di
solito echeggianti devozioni, linguaggi e modalità cattoliche, abbia dato
origine ad una polemica fra confessioni cristiane, in particolare ad opera
delle chiese protestanti di minoranza. Si è anche accennato che una dia-
triba consimile è documentabile perlomeno sulla stampa austro-ungarico
di lingua tedesca per gli anni precedenti alla Grande Guerra e per quelli
che la accompagnarono.

27
Le solite sciocche circolari a catena, «Corriere della Sera», Milano, 19 marzo
1925, edizione del pomeriggio, p. 6 (poi: «Corriere della Sera», 20 marzo 1925, edi-
zione del mattino, p. 5).

333
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

Ora è opportuno soffermarsi su un caso più specifico di questo tipo,


successivo agli anni della guerra. Esso vide un pastore valdese intrapren-
dere una curiosa iniziativa che, reagendo alla pioggia di missive, tentò di
mettere in opera una vera e propria “contro-catena” di tipo religioso che
tuttavia, nelle modalità, mimava proprio quelle che biasimava.
Ne sappiamo qualcosa grazie a due articoli comparsi nel 1929 su «Il
Testimonio», rivista romana espressione di un altro gruppo di chiese pro-
testanti, quelle battiste28.
Li si deve entrambi al pastore Giovanni Enrico Meille (1882-1958),
figura di spicco nel piccolo mondo protestante italiano del tempo.
Meille aveva avuto per l’ennesima volta fra le mani una delle lettere.
L’aveva fatta a pezzi, adirato, ma poi l’aveva ripescata dal cestino per
potersela studiare meglio. Spiegava quanto fosse sciocca la logica della
“catena della felicità” che gli era arrivata (sembra dunque si trattasse di
una catena “non religiosa”, una di quelle di cui diremo meglio nel pros-
simo paragrafo). Era costituita da una sfilza di 52 nomi a coppie, disposte
in modo da spiegare i passaggi avvenuti fra le persone, come “garanzia
dell’autenticità del documento”, l’ultimo dei quali era quello di Meille.
Il guaio, scriveva il pastore, era che lui conosceva il primo dei 52 nomi,
ossia di quello che in teoria avrebbe dovuto essere l’iniziatore della ca-
tena: dov’erano tutti i nomi che avrebbero dovuto precederlo?
La versione, comunque, era quella del “colonnello americano in Fian-
dra”, che in quel momento aveva particolare fortuna: vedremo dopo di
che cosa si trattava. Per ora, una delle cose che colpisce di più è che nel
1929 Meille usava l’identica argomentazione (con stessi numeri, ovvia-
mente, visto che si partiva da una base di nove copie da inviare) che ab-
biamo visto nel 1914 sulla «Gazzetta di Fossano» ad opera dell’ignota
“Fata Bleu”, come si firmava, e lo faceva anch’egli senza argomenti “re-
ligiosi” o moralistici. E poi, visto che la lettera secondo il testo doveva

28
Meille [1929a; 1929b]. Peraltro, da quanto scrive Meille, lui stesso doveva essere
intervenuto una prima volta sul problema su quella stessa testata già nel 1924. Una
“nota del Direttore” a calce della p. 178 del primo dei due articoli di Meille precisa
inoltre che nel numero di ottobre 1928 sulle catene era comparso un pezzo intitolato
Spigolature. Era dovuto allo stesso direttore del periodico, il pastore battista Aristarco
Fasulo (1885-1935). Non abbiamo avuto la possibilità di consultare né quest’ultimo né
l’articolo del 1924.

334
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

fare “tre volte il giro del mondo”, come si faceva a darle l’alt, una volta
che i tre giri li avesse fatti davvero29?
C’erano altri nomi di testimonial positivi e negativi (il sig. Visi, che
ebbe la casa distrutta all’ottavo giorno, la sig.ra Detenois di Lisbona che
perse l’unico figlio, la sig.ra Aras Niel che invece vinse 200.000 - non si
sa se dollari, sterline, lire o altro - alla lotteria Juchinson, il marchese
Macha y Catry che aveva guadagnato 125.000 dollari…), ma quello che
tormentava di più Meille era il meccanismo ricompensa/punizione ali-
mentato dalla catena. Questo faceva a pugni con gli assunti psicologici,
teologici e culturali di un ministro protestante.
Nel secondo articolo da lui firmato, Meille appariva confortato dalle
testimonianze di adesione di altri che avevano ricevuto la missiva (fra
questi un italiano che abitava a Bengasi, in Libia)30, ma quel meccanismo
lo disturbava. Com’era possibile che Dio permettesse che una punizione
cadesse proprio su quelli che, spezzando la catena, spezzavano quel ciclo
ansiogeno?
Come prevedibile, Meille vedeva – ottimisticamente – la radice di
tutto “nell’aria che respiriamo”, cioè nel fatto che nell’Italia cattolica si
dedicassero a Dio “quattro giaculatorie distratte” sperando di conquistar-
selo. Un “paganeggiante miracolismo” verso il quale i protestanti italiani
avevano ricevuto dal Signore il privilegio di opporsi. Anche per questo
metteva sul tavolo una sua curiosa proposta: che i protestanti italiani lan-
ciassero una loro lettera a catena!
Suggeriva di mandarne tre copie ad altrettanti conoscenti, “anche
estranei al nostro ambiente” e ne presentava il testo:

29
Degno di nota: «Il Regime Fascista» di Cremona il 3 settembre 1930 (Le “lettere
a catena”, p. 7) riprenderà lo stesso argomento della progressione geometrica per pro-
vare a stroncare il fenomeno, che sembra fosse endemico in quel periodo in città e nei
dintorni sotto forma di copie dattilografate, ma - visto il clima politico - senza usare le
argomentazioni razionalizzanti della “Fata Bleu” cuneese di sedici anni prima. La ca-
tena era una fesseria, ma se avesse funzionato e se avesse circolato con il ritmo di cre-
scita dei multipli del nove, in poco tempo avrebbe assicurato disgrazie di ogni tipo a
innumerevoli compatrioti innocenti!
30
Interessante il rarissimo cenno a una circolazione delle catene in comunità italo-
fone fuori dai confini nazionali, in quel caso in una nostra colonia. Non troppo distante
dal punto di vista cronologico il pezzo apparso nel 1937 su un settimanale della comu-
nità italiana in Brasile che ne lamentava la presenza anche lì, appellandosi, per la ri-
chiesta di cinque copie da spedire ad altrettanti conoscenti, alla verdiana “forza del ce-
stino” (Lettere a catena, «Moscone : Semanario Italo-Paulista», S. Paulo (Brasile), n.
489, 27 novembre 1937, p. [14?].

335
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

Fratello, Sorella, chiunque tu sia, questa voce che viene a te da fratelli e sorelle, noti
ed ignoti, vuol esserti saluto, augurio, incoraggiamento…
Ricopia tre volte e manda questa lettera a tre persone tue conoscenti, raccoman-
dando di fare lo stesso e firmando ben chiaro il tuo nome e cognome.
Non ti sono minacciati castighi se non lo fai; non ti sono promesse ricompense se
lo fai…

Ciò che doveva bastare era l’assicurazione dell’amore di Dio e


dell’assistenza del suo Spirito. Si noti il punto: la decostruzione inten-
deva agire in entrambe le direzioni, da un lato sparivano le minacce della
catena, dall’altro sparivano pure i “premi” per la sua prosecuzione. In
molte versioni italiane più recenti della catena, se le punizioni variano
d’intensità, talvolta sino a diventare una mera parvenza, l’idea del con-
seguimento di un risultato permane comunque. Per la sua peculiarità,
dunque, la catena di Giovanni Meille, se mai fu qualcosa di più che un
suo mero auspicio, resta un unicum nel nostro panorama e pure una spi-
golatura di storia religiosa italiana del Novecento.

La tipologia delle “catene della buona fortuna”

Finora si è vista in maniera esclusiva un’intelaiatura “religiosa” per la


lettera a catena. Sebbene per VanArsdale i primi esemplari disponibili
per la Good luck letter risalgano all’Inghilterra e agli Stati Uniti del 1922,
solo con il 1926 abbiamo la prova per l’Italia dell’esistenza di una ver-
sione “laica” la cui struttura narrativa muta e appare assai più articolata
di quella della “semplice” preghiera.
Il «Corriere della Sera» del 2 marzo di quell’anno, infatti, spiegava
che tutto, nel tipo più recente delle “missive rompiscatole” ne tradiva
l’origine “esotica e profana”31. La sfilza di testimonial improbabili gra-
ziati o puniti diventava ancora più lunga.

Ricevo dall’amico X questa lettera della buona fortuna, ed io ve la trasmetto perché


non abbia a interrompersi la catena della buona fortuna. Fra le altre cose, io ve la tra-
smetto perché essa venga copiata e da voi rispedita ad altre nove persone che voi vorrete
partecipino alla fortuna concatenata. Questa catena è stata iniziata da un ufficiale ame-
ricano e deve girare il mondo per tre volte. Attenti di non interromperla, perché a chiun-
que ciò facesse, capiterebbero disgrazie e sventure. Copiate questa lettera nove volte

31
Le «catene della buona fortuna», «Corriere della Sera», Milano, 2 marzo 1926,
edizione del pomeriggio, p. 7.

336
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

nelle 24 ore dal suo arrivo. Contate nove giorni ed entro questo periodo voi riscontrerete
gli effetti fortunati, in quanto che è stato positivamente constatato che la predizione si
è avverata in pieno da quando la catena ebbe inizio. Con augurio di successo per voi e
per i vostri cari e per tutti quelli che aggiungeranno il loro nome al vostro, vi ripetiamo,
fare proseguire.

A parte la persistenza dello schema del nove e di “un lungo elenco di


nomi, in gran parte inglesi - iniziatori della beffa - seguiti dai primi nomi
italiani incappati nella rete”, questa lettera dimostra la comparsa italiana
delle varianti secolarizzate. Scompare qualsiasi riferimento al divino e l’ini-
ziatore della missiva diventa un militare americano, dunque un “moderno”
per eccellenza. Fa così capolino, come sottotipo, la cosiddetta “lettera della
buona fortuna”. Sullo sfondo si scorge un contesto sociale assai diverso da
quello che produsse le “preghiere” iniziali, quelle del 1905-7.
Sensazioni, le nostre, che ci paiono confermate dalla cronaca torinese
de «La Stampa» l’11 marzo 192632. La “lettera della buona fortuna” di-
lagava pure nella città piemontese. Nell’articolo era trascritto un testo
assai simile a quello del quotidiano milanese di qualche giorno prima. A
produrlo era stato un “gusto scemo”, da “gente idiota”. Così argomentava
«La Stampa»: se nella versione che contiene “certe preghiere” la cosa
poteva trovare delle attenuanti “nella mania religiosa”, in quella attuale,
“di carattere esclusivamente profano”, non c’era neanche quella possibi-
lità. Per il giornale torinese la cosa, destinata “a qualche imbecille”, sem-
brava aver avuto origine in America.
Ad ogni modo, che catene di sant’Antonio e della buona fortuna siano
difficili da scindere è dimostrato, ad esempio, pur se in maniera assai più
tarda, da «La Provincia» di Cremona del 16 gennaio 195433. Lo schema
era quello dell’invio di una piccola somma di denaro - si sarebbero rice-
vute in cambio 50.000 lire in breve tempo - ma tutto era sottoposto alla
protezione di sant’Antonio e delle preghiere a lui rivolte. In più, stando
a quella cronaca, qualcuno in zona aveva davvero ricevuto piccole cifre
in una busta, dopo aver rilanciato la circolare34.

32
La gente idiota e le lettere a catena, «La Stampa», Torino 11 marzo 1926, p. 6.
33
Ripresa una molesta catena epistolare della fortuna, «La Provincia», Cremona,
16 gennaio 1954, p. 2.
34
L’11 maggio del 1937 il settimanale francofono algerino «Le Progres de Bel-
Abbès», nell’occuparsi del fenomeno delle catene documenta due interessanti varianti
delle catene della fortuna che potremmo senz’altro definire di tipo erotico. Da qualche
mese in Cina circolava una lettera definita “catena dell’imeneo” che consisteva nell’in-

337
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

Arriva sant’Antonio

Per antonomasia, in Italia il nostro fenomeno è stato chiamato “catena


di Sant’Antonio”, ma questa espressione fortunata non sembra essere esi-
stita sin dall’inizio. A nostra conoscenza è attestata per prima – e noi non
abbiamo il testo completo della fonte – nel bollettino parrocchiale di
Genova-Bolzaneto «Voce della Madre» del marzo 1928 in un articolo
intitolato Basta con le catene di sant’Antonio (Veneruso [1990: 28-29]).
Noi supponiamo sia questa da considerare come prima fonte nota, perché
a dire il vero per il 4 marzo disponiamo di quanto menzionò al riguardo
anche il «Corriere della Sera»35, ma, tranne la datazione della «Voce
della Madre» non corrisponda alla concreta periodicità, ci sarebbe da

vio della stessa da parte di uomo che l’ha ricevuta, entro cinque giorni e a cinque ra-
gazze, che poi dovevano fare lo stesso entro la stessa scadenza con cinque uomini, e
così via, senza interromperla. Purtroppo nel pezzo non si parla né del suo contenuto,
che documenterebbe il nostro fenomeno in un contesto non-occidentale, né di eventuali
sanzioni per la sua interruzione. Nello stesso articolo si spiegava che in Sudamerica, da
cinque o sei mesi girava invece un’altra catena amorosa, ma plus osée. La serie di let-
tere, infatti, al contrario che in Cina, dove la cosa era esplicitamente vietata, era accom-
pagnata da incontri in cui, per segno di riconoscimento, s’indossava un nastro rosso e,
secondo quanto previsto dalle istruzioni, ci si scambiava cinque baci. Ritenuta preoc-
cupante per la moralità pubblica, in diverse città del sub-continente la catena amorosa
avrebbe provocato l’intervento della polizia. Difficile dire se da classificare fra le ca-
tene della fortuna a sfondo sentimentale o (più probabilmente) fra gli utilizzi ludici delle
stesse quella menzionata da “La Provincia” di Cremona del 17 gennaio 1947: spiegava
che agli uffici della United Press (non si dice quale sede) era pervenuta una catena “per
uomini soli” secondo la quale bisognava inviarla a cinque amici maschi. Poi al capolista
bisognava inviare la propria moglie. Il calcolo era che, una volta raggiunto col proprio
nome l’inizio della lista si sarebbero “ricevute 16.178 donne”. La minaccia per l’inter-
ruzione della catena era che sarebbe tornata indietro… la propria moglie. Appena meno
improbabile di questa quanto previsto dalla versione apparsa su “La Sicilia” del 16 no-
vembre 1951. Circolava in Francia da qualche tempo e diceva: “Se voi siete stanco di
vostra moglie, pregatela di chiamare al telefono un uomo il cui nome figura in fondo
alla lista qui sotto riportata. Se voi non spezzerete la catena e invierete copia di questa
lettera a sei vostri amici, scrivendo in fondo alla lista il vostro nome, in tre mesi rice-
verete una telefonata da quindicimila donne”. Infine, ancora a proposito di lettere a
catena “magico-religiose” in contesti non-occidentali, di estremo interesse quanto
scrive lo storico della posta Speirs [2001] circa l’esistenza di una catena postale nell’In-
dia degli anni ‘60 del XIX secolo. Diffusa fra gli indù, intendeva esortarli a sfamare
cinque bramini, pena una serie di malattie. Secondo Speirs la lettera avrebbe causato
notevoli difficoltà alle autorità coloniali britanniche.
35
Scherzi malvagi, «Corriere della Sera», Milano, 4 marzo 1928, Prima edizione -
mattino, p. 5.

338
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

pensare che il testo genovese sia stato redatto prima dell’articolo del
«Corriere». Comunque sia, per il quotidiano quei “biglietti manoscritti”,
la “cosiddetta Catena di Sant’Antonio” sono uno scherzo “stupido e mal-
vagio” nei quali “un anonimo fanatico impone di diramare entro 24 ore
a 13 persone conoscenti una copia del biglietto stesso”. Siccome “per-
sone impressionabili, specialmente donne, ne restano turbate” la Que-
stura di Milano aveva aperto un’indagine.
Con il pezzo del «Corriere» le lettere da rispedire passavano da 9 a 13
ma, soprattutto, in quell’inizio primavera 1928 patròn dell’iniziativa di-
ventava finalmente uno dei santi più noti del Cattolicesimo e uno dei
simboli della cultura popolare italiana. Sono le prime menzioni esplicite
che vediamo, ma naturalmente nulla vieta che la catena fosse definita in
quel modo già da tempo.

Fu una nuova ondata milanese, a quanto pare partita nel mese di gen-
naio («Corriere della Sera», terza edizione del pomeriggio, 23 e 26 gen-
naio e 14 marzo, «Corriere della Sera», prima edizione del mattino, 15
marzo e 19 aprile 1929) a far muovere di nuovo, si direbbe in aprile, la
Questura, cui erano giunti numerosi reclami. I primi accertamenti spin-
sero a pensare che l’ennesima spedizione fosse stata organizzata a Trie-
ste, dove si spostarono le indagini. Il 3 maggio la “scemenza a catena”
continuava, ma stavolta il quotidiano milanese - finalmente - riportava
per esteso gli esempi dei testimonial in positivo o in negativo della pro-
secuzione o dell’interruzione della catena, iniziata anche stavolta (al-
meno secondo la versione pubblicata il 19 aprile dal «Corriere») “da un
colonnello di artiglieria americana”.

Il signor Relit deve la sua fortuna per aver eseguito scrupolosamente le indicazioni
sopra indicate. La signora Avecs Victoria il nono giorno ottenne il premio della lotteria
Inchinson (2.000.000) di franchi.
La signora Vinica per non aver preso sul serio questa catena ebbe la sua casa di-
strutta l’ottavo giorno. La signora De Denel di Lisbona per la stessa ragione perdette
l’unico figlio. Il signor Apis e il march. Sascia Quittri guadagnarono tre giorni dopo
scritte le copie 125.000 dollari. Pola Negri deve a questa catena l’aver sposato il prin-
cipe Taivans.
La versione che fu usata dal «Corriere» tre mesi prima, il 26 gennaio,
è simile (ed è di tipo “laico” anch’essa, come catena “della fortuna”) ma
prova a rendere più recente la fonte prima della storia. Il “colonnello di
artiglieria americana” è infatti un “colonnello di artiglieria” più generico,
perché ovviamente in quella data i militari americani erano rientrati da

339
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

un pezzo in patria, dopo la fine della Grande Guerra, e inoltre ha avviato


la serie “l’anno scorso”.
C’erano altri nomi, in parte simili in parte mancanti nella versione del
19 aprile: il signor Kenut, che doveva la sua fortuna al fatto di aver se-
guito con scrupolo le istruzioni, la signora Ovres de Victories (non Avecs
Victoria) che dopo nove giorni aveva vinto 2000 franchi alla lotteria
Frankfur, la signora Denois (non De Deniel, in questo caso), di Lisbona,
punita invece con la morte del figlio unico, la signora Venise (non Vi-
nica), anche lei con casa distrutta. I signori Hafthey e Sacha Guitry (non
Apis e Sascia Quittri, che però ad aprile è “marchese”), anche loro con i
125.000 dollari, e infine Pola Negri, che però sposa il principe Mdivani
e non “Taivans”.
Questi elenchi diventeranno rapidamente la parte più esilarante della
storia. Quella lista includeva un altro personaggio pubblico, il secondo
dopo il caso limite del 1916, quello con l’arciduca Francesco Ferdinando.
Pola Negri (1897-1987) era il nome d’arte di un’attrice polacca natura-
lizzata americana, Barbara Chałupiec, che due anni prima della nostra
lettera aveva davvero sposato un principe russo, Serge Mdivani (stor-
piato in “Taivans” nell’elenco dell’aprile 1929 e invece corretto in quello
di fine gennaio)36.
La questione dell’ampliarsi degli elenchi dei testimonial colpiva dav-
vero parecchio. Il 7 maggio ancora il «Corriere della Sera»37 lamenterà
che la “paura della jettatura” riguardava tutti, perché una delle versioni
circolanti comprendeva “i nomi di avvocati, ragionieri, ingegneri, uffi-
ciali di terra e di mare, professori e nobili”, ma senza che ciò spingesse
il redattore ad interrogarsi sulla veridicità di quella lista. In altri termini,
uno dei problemi di queste liste è che probabilmente esse comprende-
vano persone qualsiasi ma davvero esistenti accanto ad altre del tutto
immaginarie, oppure tirate dentro per la loro notorietà.

36
Nella sua analisi di una good chain letter statunitense del 1931 che menziona Pola
Negri, VanArsdale (Chain letter evolution, cit., cap. 2.3) argomenta che questo genere
di missive che in quegli anni contengono l’esortazione to continue it sembrano essere
un calco di versioni francofone grosso modo coeve, che si concluderebbero in genere
con la richiesta continuez la chaîne. La “nostra” prima Pola Negri è del gennaio 1929:
anche la catena menzionata Meille appartiene a questa variante.
37
Le lettere a catena e la paura della jettatura, «Corriere della Sera», Milano, 7
maggio 1929, Terza edizione – pomeriggio, p. 7.

340
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

Forse insieme alla la comparsa della serie con Pola Negri sembre-
rebbe aver fatto la sua entrata in scena una variante di catena propria-
mente italiana per ciò che concerne la presenza di testimonial famosi.
L’aveva ricevuta, ad esempio, il letterato e insegnante Dino Provenzal
(1877-1972), che ne parlò sul settimanale «La Festa» nel maggio del
1929 (Provenzal [1929: 417]).
Il conte Giuseppe Volpi (1877-1947), per esempio, che era stato mi-
nistro delle finanze dal 1925 al 1928, aveva avuto la sua nomina nove
giorni dopo aver inviato la catena, ma erano menzionati anche, non è
chiaro in qual senso, l’aviatore Francesco De Pinedo (1890-1933), eroe
delle trasvolate a lunga distanza che stavano rendendo celebre nel mondo
la nostra aeronautica, altri aviatori come Arturo Ferrarin (1895-1935) o
Adalberto Mariano, Filippo e Felice Zappi, Felice Trojani e Alfredo Vi-
glieri, questi ultimi tre parte, nel 1927, dell’equipaggio del dirigibile “Ita-
lia”, schiantatosi nell’Artico nel maggio del ’28. Tutti insieme a Pola
Negri e all’ignoto Ceche Senteru, che aveva avuto la casa distrutta.
Versione con nomi famosi ma ancora diversi doveva essere anche
quella che girava alla fine del 1929. L’aveva ricevuta alla vigilia di Ca-
podanno del 1930 da un redattore di un periodico di cose scolastiche che
si firmava “Praetor”38. Purtroppo, a parte ironizzare dicendo che per di-
vertimento l’aveva rispedita anche lui a nove persone che gli erano sim-
patiche (fra gli altri: a un suo creditore, “nella speranza che rompesse la
catena”) menziona un po’ di nomi di testimonial comuni (la signora Pe-
raddy, che aveva vinto la Tombola Tok, Mister Jakon e Miss Merlin,
oltre a un certo “Lord Brill”) ma, nello spiegare che invece c’erano tanti
nomi illustri e famosi e che proprio per questo li taceva, menzionava solo
l’attore Rodolfo Valentino, il divo del cinema muto morto un po’ più di
due anni prima.
Lo stesso può dirsi per una copia più tarda interamente trascritta, per
nostra fortuna, su «L’Italiano» a fine estate 1933. 39 E’ del tipo della
“buona fortuna” iniziata “dal colonnello di artiglieria americana in Fian-
dra”, include Pola Negri (che stavolta sposa il “principe Peinvan”, ulte-
riore corruzione del nome vero), il signor “Sacha Guitry” è insieme a un
signor “Laigas”, ma soprattutto comporta la presenza di un lungo elenco

38
De minimis..., «La Scuola Fascista: Settimanale di politica scolastica», VI. n. 15,
26 gennaio 1930, pp. 4-5.
39
Catena della fortuna, «L’Italiano: Periodico della Rivoluzione Fascista», 8, n. 22,
settembre 1933, pp. 327-328.

341
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

che dovrebbe mostrare la trasmissione diretta da uno all’altro della ca-


tena a partire da un certo “S. Nicola Sevemer” sino a “Umberto Capo-
rali”, che poi dovrebbe essere colui che l’aveva trasmessa al redattore de
«L’Italiano». Ebbene, fra i molti nomi di persone qualsiasi ce ne sono
almeno due di individui noti: Lucio D’Ambra, pseudonimo con il quale
fu conosciuto il regista, scrittore e produttore cinematografico Renato
Manganella (1880-1939), e il pittore Baccio Maria Bacci (1880-1974).
Ed è particolarmente originale la presenza di un dettaglio per così dire
“professionale” che non risulta presente in nessun’altra fonte: la notizia
che “molti pittori anche in recenti esposizioni seguendo le indicazioni
citate nella presente, vendettero tutte le loro copie”. Il riferimento po-
trebbe alludere all’ambito di attività di uno o più redattori di questa spe-
cialissima catena40.
In specie quella usata da Provenzal è comunque una versione interes-
santissima, perché impiega alla perfezione l’attualità italiana. Non po-
teva che esser stata redatta in tempi allora recenti.
Le versioni con testimonial importanti dovevano peraltro essere una
peculiarità del periodo anche all’estero. Il 5 marzo dell’anno successivo,
il 1930, «Le Figaro» scriverà di aver ricevuto da un lettore una versione
che chiedeva l’aggiunta del proprio nome alla lettera ad ogni successiva
trasmissione. In calce all’esemplare, fra i presunti partecipanti figura-
vano alcuni fra i potentissimi del tempo: Henry Ford, Charles Lindbergh,
il primo ministro britannico Ramsay MacDonald, Aristide Briand, primo
ministro francese durante la Prima Guerra Mondiale, David Windsor,
che quale futuro, fugace monarca inglese nel 1936 regnerà come
Edoardo VIII…
In quest’ultimo caso, se corrispondente in tutto o in parte a realtà, la
lista dei partecipanti indicherebbe che almeno come gioco di società il
fenomeno aveva toccato il gotha politico del tempo, ma l’elenco è troppo
compatto per non destare sospetti. La sensazione è che si trattasse di
un’attribuzione d’autorialità, una pseudoepigrafia a sigillo del prestigio

40
Si desume la presenza italiana della tipologia contenente di lunghi elenchi di nomi
a comprova del mantenimento della catena dall’utilizzo satirico che ne fece il settima-
nale milanese «Le grandi firme», VI, n. 111, 1° febbraio 1929, p. 45. L’elenco include
“Napoleone a Waterloo”, “Waterloo a Sibilla Aleramo”e così via, e menziona artisti e
scrittori popolari al tempo, ma ovviamente solo per riderne. Si noti comunque che sono
ricordate varianti onomastiche di testimonial “comuni” presenti davvero in quegli anni:
“il signor Vinix”, “la signora Ares de Victorias”, ecc.

342
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

di cui una modesta lettera dattiloscritta poteva fregiarsi, anche se non più
proveniente da un cielo trascendente.

Che la prima metà del 1929 sia stata decisiva per il fenomeno è con-
fermato dall’intervento su «La Stampa» di Torino di uno degli intellet-
tuali che allora andavano per la maggiore, il filologo e germanista Guido
Manacorda (1879-1965). Dell’imbecillità e del suo volto comparve
nell’edizione del 29 giugno (Manacorda [1929]). Anche lui aveva rice-
vuto la lettera nella versione basata sullo schema del nove, originata “da
un colonnello di artiglieria americana in Fiandra”. Comprendeva alcuni
testimonial (il signor Vénix, che aveva avuto la casa distrutta da un in-
cendio, la signora Yorga de Liston, che aveva perso l’unico figlio, la si-
gnora de Victor, che ha vinto 200.000 lire, oltre che la sopra menzionata
Pola Negri).
Nell’articolo Manacorda consultava - o faceva mostra di aver consul-
tato - vari tipi di amici (l’uomo pio, l’uomo di legge, il mago, l’amico
specializzato in spedizioni punitive) e ognuno reagiva a modo suo, se-
condo la sua ottica. Ma lo scopo del lungo saggio emergeva dopo. Ma-
nacorda era un cattolico conservatore. Negli anni a venire si ammanterà
del ruolo di mediatore fra Italia e Germania nazista. Il suo scopo, con
l’intervento sulle catene, era prendere in giro il fantomatico “colonnello
americano” all’origine della lettera, secondo lui quacchero, proibizioni-
sta, sempre con la Bibbia sotto il braccio ma ignorantissimo. Non aveva
più “negri da redimere”, l’americano, e allora si era dato alla “catena
della buona fortuna”. Oppure, invece di quel colonnello americano
all’origine c’era una vecchia zitella inglese, di quelle che vanno a tenere
comizi ad Hyde Park, simbolo della libertà inglese, che lui detestava41.
Insomma, per Manacorda la catena sarà anche stata “imbecillità pura”,
ma gli tornava pur sempre utile per parlare delle proprie idee (cioè per

41
Sotto il fascismo l’idea di una provenienza anglosassone e protestante sembra
esser stata sfruttata più volte a fini propagandistici. Il 15 settembre 1942, su «La Gaz-
zetta del Mezzogiorno», nell’ambito del lungo articolo La propaganda contro l’Italia
fascista, Giuseppe Caputi accennava al fatto che uno dei mezzi più subdoli degli anglo-
sassoni erano “le lettere a catena”, proprie di quella “razza e… religione”, ossia dei
protestanti. (G. CAPUTI, La propaganda contro l’Italia fascista, «La Gazzetta del Mez-
zogiorno», Bari, 15 settembre 1942, p. 3).

343
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

sfottere le decadenti democrazie anglosassoni che producevano tali


scempiaggini)42.
Per certi versi sulla stessa linea dei commenti corrosivi è l’intervento
successivo, quello comparso il 5 aprile del 1932 sul «Corriere della
Sera»43. Per ridere di quella che veniva chiamata “la lettera-talismano”,
l’ignoto autore immaginava l’esistenza di “un’accurata indagine scienti-
fica” che avrebbe dimostrato che i “continuatori” della catena erano stati
colpiti da guai di ogni genere (del tipo: otto su cento erano stati ghigliot-
tinati!)44.

42
Ancora a proposito del “colonnello di artiglieria americana in Fiandra” che da noi
è documentato dal ’29, in un suo articolo del 1928 lo svizzero Waldemar Deonna (1880-
1959) intervenne sulle lettere a catena riportando una versione simile che circolava a
Ginevra da parecchi anni (Deonna [1928]). Versione che in Svizzera e da noi dovette
avere vita lunga: Il 27 maggio del 1930 il commediografo Armando Curcio (1900-
1957) in un suo racconto scriveva che “gli infernali messaggi” erano stati “istituiti da
un colonnello americano” (Curcio [1930: 3]); il 30 settembre 1933 il quotidiano socia-
lista ticinese «Libera Stampa» riferiva che la “catena di sant’Antonio” iniziata anche
stavolta “da un colonnello americano” era diffusissima a Lugano secondo lo schema
del tredici e con testimonial quali la signora Conedi, che vinse una grande lotteria, o la
signora Mora, che invece perse la figlia. L’11 settembre dell’anno dopo, notizia analoga
e l’avviso che la missiva girava “fra le massaie di Lugano e dintorni”. Più degno di
nota, in quest’ultimo caso: la lettera era stata “data da S. Antonio che ebbe pietà dei
suoi”. Peraltro, anche VanArsdale (Chain letter evolution, cit., cap. 2.2.3), come
Deonna ritiene che questa versione fosse già sorta da tempo. La chiama versione “Flan-
ders” (ingl. per Fiandre) e ne fornisce ciò che definisce “un prototipo” risalente al quo-
tidiano americano «Davenport Democrat and Leader» del 4 maggio 1927. Ammesso e
non concesso possa parlarsi davvero di “prototipo”, Deonna per la Svizzera addita - sia
pur in maniera vaga - una datazione previa. In realtà sembra possibile retrodatare anche
di più questa versione, almeno per il mondo anglosassone: figura il 12 novembre 1926
sul quotidiano inglese «Gloucester Citizen» sotto forma della missiva di un lettore che
lamentava l’arrivo di una chain of luck che asseriva esser stata iniziata by an American
officer in Flanders. Il 19 marzo del 1927 è menzionata per gli Stati Uniti da «The Re-
public» (Columbus, Indiana) come Flanders chain of luck circolante da mesi in quella
parte dell’Indiana e che era considerarsi “una violazione dei regolamenti postali”.
43
Salute a noi!, «Corriere della Sera», Milano, 5 aprile 1932, p. 3.
44
Ma la catena è in grado di riverberare effetti psicologici anche di lunga durata. Il
24 giugno del 1980 su «Stampa Sera», un lettore denuncia di aver ricevuto una missiva
di quel tipo e di averla cestinata, come aveva fatto cinquantun anni prima (!), nel 1929.
Si dichiara ateo, ma mette in atto, anche lui con una lettera, gli stessi meccanismi magici
paventati dalla catena di sant’Antonio. Chi gli ha scritto era “un verme schifoso” che
lui “malediceva”, augurandosi che il castigo capitasse proprio a lui. (G. ORLANDI, La
catena di Sant’Antonio, «Stampa Sera», Torino, 24 giugno 1980, p. 30).

344
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

Tra la fine degli ‘20 e gli inizi degli anni ‘30, comunque - Manacorda
a parte - il fastidio per il fenomeno era diffuso negli ambienti intellet-
tuali. Ai primi del 1930 Sigrid Undset (1882-1949), la scrittrice norve-
gese premio Nobel per la letteratura due anni prima, dichiarò di averne
interrotte venti (!) senza che le succedesse niente di male e di preferir
soffrire le peggiori sofferenze, da vecchia, piuttosto che piegarsi “a una
così umiliante abitudine”45.

La catena dilaga nella provincia italiana degli anni ‘30

Anche per gli anni a seguire non vi è alcun segnale di una diminuzione
della diffusione delle catene. Che gli appelli degli ecclesiastici, le esor-
tazioni delle persone colte e le minacce delle questure servissero a poco
è testimoniato dai toni di trafiletti, occhielli e interventi che puntegge-
ranno l’intero decennio.
Il 14 marzo del 1931 per il «Corriere di Saluzzo»46 era la versione
intestata a sant’Antonio a diffondersi per la città cercando di imporre
l’invio di tredici copie della missiva creata dal “colonnello americano”
(e si sorrideva della signora che ha vinto “76.000 lire al lotto”!). Il 20
febbraio del 1932 lo stesso settimanale denunciava l’arrivo a parecchi
cittadini di “lettere o stampati” che ordinavano di rimandare la “pre-
ghiera a catena” a 13 conoscenti sotto l’egida del santo di Padova: il pe-
riodico le giudicava “ridicolaggini superstiziose”. Il 3 giugno del 1933
«La Gazzetta del Lago»47, che usciva a Intra, riferiva della comparsa in
zona di una “catena di Sant’Antonio”, spedita specialmente a donne in
una versione strettamente cattolica. Entro 24 ore bisognava mandarne
tredici copie e recitare 13 Credo, Pater Noster e così via. Chi scriveva il
pezzo auspicava anch’egli l’intervento delle autorità, comprese quelle
ecclesiastiche.
Che il Piemonte in quel periodo fosse al centro di una nuova ondata è
ulteriormente confermato, il 10 e il 24 dello stesso giugno 1933, di nuovo

45
«L’Echo de Paris», 8 maggio 1930.
46
Superstizione, «Corriere di Saluzzo», Saluzzo, XXII, n. 11, 14 marzo 1931, pp.
2–3.
47
La catena di Sant’Antonio, «La Gazzetta», Intra, XXVI, n. 44, 3 giugno 1933, p. 3.

345
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

dal «Corriere di Saluzzo»48, che tornava sulla questione della “catena


della novena di Sant’Antonio” da 13 copie da spedire dopo averla reci-
tata 13 volte suggerendo indagini da parte del locale commissariato di
Polizia. Il 3 marzo dell’anno successivo, 1934, «Il Piccolo»49 di Alessan-
dria incalzava parlando di “speculazioni indegne sulla divozione al Tau-
maturgo” (è il caso di ricordare che nella tradizione cattolica sant’Anto-
nio da Padova è particolarmente invocato per le guarigioni).
Qualche dettaglio in più sulla intensa ma vana lotta di quella fase alle
catene ci giunge nel luglio 1934 da «La Liguria», giornale sul quale il
cardinale di Genova, Carlo Dalmazio Minoretti (1861-1938) interveniva
di persona contro la “deplorevole superstizione”. Di più: dal punto di
vista storiografico, sotto il cardinal Minoretti la diocesi genovese rappre-
senta un piccolo caso paradigmatico della lotta che la gerarchia cattolica
italiana in quegli anni condusse contro le catene. Al riguardo Danilo Ve-
neruso in un suo già menzionato lavoro (Veneruso [1990: 29-29]) sul
laicato genovese di quegli anni ricorda una serie di bollettini parrocchiali
genovesi che tra il 1928 e il 1937 si scagliarono ripetutamente contro il
fenomeno, ed anche un secondo intervento dell’alto prelato, nel febbraio
del 1936, su uno di questi.
Nell’Italia del Concordato tra dittatura e Vaticano la preoccupazione
per la catena emerge comunque con costanza, in specie per le varianti
che si richiamano in modo diretto al Cattolicesimo.
Il ricorso all’autorità di Polizia da parte di chi riceveva le catene, ad
ogni modo, doveva essere significativo, in quella fase. “Parecchie di que-
ste lettere vengono portate negli uffici di Commissariato”, scriveva il
«Corriere della Sera» (terza edizione) del 10 ottobre 1933 50 , ma è lo
stesso quotidiano che il 1° dicembre del 193451 a confermare un possi-
bile, già visto scorcio sociologico del fenomeno. A parte elencare altri
testimonial (un asso del volante che non vince la gara perché interrompe

48
Superstizione, «Corriere di Saluzzo», Saluzzo, XXVI, n. 23, 10 giugno 1933, p.
[3]; Superstizione a catena, «Corriere di Saluzzo», Saluzzo, XXVI, n. 25, 24 giugno
1933, p. [3].
49
S. Antonio e la superstizione, «Il Piccolo», Alessandria, X, n. 9, 3 marzo 1934, p. 2.
50
Il «Corriere della Sera», nella sua terza edizione del pomeriggio del 23 febbraio
1928 (Le truffe di moda, p. 6), aveva già menzionato gli interventi dell’autorità di P. S.
volti a combattere il fenomeno.
51
Non rompete questa catena..., «Corriere della Sera», Milano, 1 dicembre 1934,
p. 7.

346
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

la catena, una signora che al tredicesimo giorno vince 13.000 lire alla
lotteria), l’articolista, intuendo nella sua misoginia la caratterizzazione
di genere delle catene noterà:

Lo stupido anonimo (quasi sempre la calligrafia è femminile, rivelando, oltre la


sciocca perfidia della cosa in sé, l’esistenza di anime inacidite nella solitudine o esaltate
in forme male intese e peggio praticate di mania pseudoreligiosa)...

Piccato della cosa, invece chi qualche anno prima aveva redatto una
breve nota per la rivista «I Diritti della Scuola»52. Nel rifiutarsi di credere
che fra le lettrici (con ogni evidenza chi scriveva si rivolgeva a delle in-
segnanti) ci fosse “tanto buon tempo e tanta poca intelligenza da dedi-
carsi a queste cose”, ne deduceva che all’origine della ricezione delle
missive da parte di queste maestre doveva esserci “qualche vecchia bi-
della, che ha avuto sott’occhio la rivista per caso!” Ciò che contava, ad
ogni modo, è che motivo del ludibrio fossero delle donne.

Catene e marketing piramidale

Il 1935 sarà segnato (e non ce ne occupiamo) da un’ondata di lettere


che sovrappongono le “nostre” catene a una forma primitiva di marke-
ting piramidale che, ricordiamolo, è un modello commerciale tecnica-
mente non sostenibile e, almeno in potenza, truffaldino53. In quell’anno
, in un nuovo tipo di lettera comparsa in Italia si chiedeva, usando ver-
sioni più o meno “religiose” della catena di sant’Antonio, di inviare una
modestissima cifra in denaro alla prima di un elenco di persone allegato
alla lettera, cosa che avrebbe dovuto garantire l’efficacia della continua-
zione della catena54.
A quel punto l’utilizzo di investitori per reclutarne altri era una pratica
ben conosciuta da decenni nell’ambito del commercio. Già nell’anno
52
«I Diritti della Scuola», XXXI, n. 21, 9 marzo 1930, p. 319.
53
Sulla mania globale delle lettere a catena modello 1935 (invio di piccola somma
di denaro): Speirs [1998], reperibile all’url: http://fanac.org/fanzines/Opuntia/Opuntia-
039-00.pdf. Più in generale, quest’ultimo lavoro di Speirs contiene una vastissima ras-
segna di catene “moderne”, pur non concentrandosi in modo specifico su quelle a con-
tenuto religioso e sulle loro origini.
54
Fra le numerose fonti giornalistiche che se ne occupano scegliamo soltanto «La
Stampa», 10 agosto 1935, p. 5; «Corriere della Sera», Corriere milanese, 15 settembre
1935, p. 6 e «La Stampa della sera», Torino di giorno, 18 settembre 1935, p. 2.

347
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

1900, come già accennato, parecchi articoli comparsi sulla stampa di


casa nostra avevano stigmatizzavano il metodo boules de neige applicato
alla vendita. Anzi, erano state varate diverse leggi ad hoc per proteggere
i risparmiatori dall’inevitabile collasso di queste strutture pseudo-affari-
stiche a piramide. In senso filantropico, invece, lo stesso metodo era già
stato utilizzato per raccogliere francobolli da mandare ai soldati al fronte
durante le guerre coloniali di inizio secolo. Negli anni ‘20 lo stesso
schema giungerò a fama imperitura in America come “schema Ponzi”,
dal nome dell’emigrato italo-americano Charles Ponzi (1882-1949),
ideatore di innumerevoli truffe basate su questo sistema. Noi a parte que-
sti cenni non ci occuperemo di questo aspetto. La catena di sant’Antonio
originaria rimane infatti una religious chain letter caratterizzata dall’ap-
parente mancanza di lucro economico o di ottenimento di altra utilità da
parte di chi la rispedisce. Di norma non è il denaro a sostenerla. Anzi,
chi la riceve sovente si trova a pagare una piccola sovrattassa postale
dovuta alla mancanza di affrancatura.
Un piccolo fastidio che non sembra averne in alcun modo arrestato la
diffusione, negli anni ’30, né dopo.

La catena in altri contesti religiosi

Altro fenomeno molto interessante è la presenza in Italia di catene di


sant’Antonio sorte in contesti religiosi diversi da quello cattolico, ma co-
munque italiani. La prima di esse comparve quando le tendenze xeno-
fobe e razziste del regime fascista stavano diventando monomaniacali.
Nel numero del 10-11 febbraio 1938, nella sua cronaca torinese,
«Stampa Sera»55 rivelava la presenza in città di una “lettera a catena”
stampata, contro la quale un ignoto redattore si scagliava con violenza.
Il 1938, diceva il testo incriminato, doveva diventare “un anno di
pace” e per questo nella lettera si chiedeva di inviarne tre copie mano-
scritte a conoscenti e amici. A fine anno si sarebbero ottenute non grazie
e vincite alla lotteria, ma un attestato di benemerenza per aver contribuito
“alla pace nel mondo”. Notevole il fatto che in questa versione non sus-
sistessero minacce contro chi non avesse aderito alle richieste di trasmis-
sione.

55
Di nuovo le “lettere a catena”?, «Stampa Sera», Torino, 10-11 febbraio 1938, p.
5.

348
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

Il contesto culturale del documento era teosofico: la preghiera era un


“mantra della pace” che, recitato per tutto il 1938, avrebbe generato “po-
tenti forme-pensiero” se letto a voce alta o mentalmente, per tre volte,
con calma e serenità, al mattino e alla sera prima di coricarsi. Il 25 di-
cembre 1938 sarebbe stata proclamata la pace mondiale. Ogni pensiero
volto in quella direzione vi avrebbe contribuito. Bene, perdono, fratel-
lanza, divino amore avrebbero prevalso.
La circolare aveva un’attribuzione di provenienza e dunque non pos-
sedeva la caratteristica dell’anonimato: risultava spedita dall’architetto
Luigi Bellotti di Venezia, titolare dell’Opera “Domus nostra”, il cui in-
dirizzo era indicato in “Calle della Rosa E. Croce 2225”.
Si noti che a Venezia esiste una calle della Rosa, ma, come s’imma-
ginerà facilmente, non una “Calle-della-Rosa-e-Croce”, la cui indica-
zione rivela il contesto occultistico nel quale era sorta l’iniziativa paral-
lela ma di segno contrario rispetto alle catene di sant’Antonio, visto che,
si ripete, non era prevista alcuna forma di maledizione contro gli inadem-
pienti.
Luigi Bellotti è stato effettivamente un occultista veneziano. Scrisse
diverse opere di magia fra gli anni ’20 e ’30 del XX secolo. Appartiene
quindi a un ambiente del tutto diverso da quelli che abbiamo toccato fi-
nora. Non è dato sapere se sia stato effettivamente lui l’autore della ca-
tena o se non ne sia stato piuttosto in una certa misura un “garante invo-
lontario”, come fu per i vescovi di Verona e del Massachusetts o per altri
leaders religiosi. Ad ogni buon conto fu questa eterogeneità, insieme alla
totale incomprensione di ciò che si voleva propugnare, a provocare l’ira
di «Stampa Sera». Il giornale torinese bollava la circolare come una
“nuova, poco chiara forma di attività” che già dai toni messianici ne de-
nunciava “l’evidente origine... di marca puritana”. Insomma, non capen-
done niente il giornalista zelante pensava si trattasse di un qualcosa di
protestante, di “democratico”, di “americano”, comunque di una nuova
forma di catena.
E poi per la pace non c’era bisogno di preghiere come queste, che
“puzzano di Ginevra” (cioè, sembravano provenire dalla Società delle
Nazioni, l’antecedente dell’ONU, da cui l’Italia era uscita nel 1937).
C’era già, a Roma, Lui, che diuturnamente vegliava sulla vera pace, non
su quella propagandata da quella circolare forse “stampata alla macchia”.
Una pace della quale gli italiani non sapevano che farsene.

349
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

Una “vera” catena protestante

Quello del “mantra della pace” fu più un’assimilazione fatta dal gior-
nalista di «Stampa Sera» che non una variante della vera catena. Invece,
un vero adattamento a un contesto religioso italiano di minoranza si ebbe
sul serio, sia pure nell’Italia postbellica.
Sulla rivista «Gioventù evangelica» del giugno-luglio 1956, la signora
Maria Luisa Florio, una protestante, più esattamente valdese, abitante a
Napoli, raccontava stupita quanto le facevano pena coloro che potevano
dar credito a un testo come quello che aveva ricevuto:

Il testo originale di questa lettera viene dall’Olanda. La fortuna ha fatto quattro volte
il giro del mondo, inviata da oltre oceano dagli ufficiali degli Stati Uniti. Leggete Mat-
teo 17, v. 20 nella vostra Bibbia. Chi interrompe questa catena non avrà fortuna. Siete
pregato di copiare questo testo e di aspettare gli eventi dei quattro giorni seguenti. In-
viate questa copia e le altre quattro a persone cui augurate del bene. Le lettere devono
essere spedite entro 24 ore. Jane Austin ricevette un vaglia di 3500 dollari che ha per-
duto per aver interrotto la catena. La vostra fortuna comincerà quattro giorni dopo aver
ricevuto questa lettera: non è uno scherzo. Riceverete per posta! Scrivete il vostro nome
sotto gli altri e cancellate il primo (voltate) (Florio [1956: 2].

Sul retro del foglio, con suo sommo dispiacere, si trovavano molti
nomi, fra cui “alcuni tradizionalmente valdesi”.
L’adattamento al quadro protestante era fortissimo. Agli Stati Uniti,
Paese di tradizionale insediamento di quelle chiese, si aggiungeva
l’Olanda, una delle patrie del Cristianesimo comparso con la Riforma del
‘500. A santi, madonne e prelati si sostituiva un versetto biblico (para-
dossalmente, quello in cui Gesù esorta ad avere fede “quanto un granello
di senape”, ossia Marco 4,31 e paralleli). Gli schemi tradizionali del nove
e del tredici erano sostituiti da uno del quattro (dunque, uno fra i casi con
numero minimo di copie da fare). Soprattutto, la presenza di cognomi
valdesi era la prova della penetrazione delle catene in un mondo in parte
disomogeneo rispetto al mainstream italiano.
La sua comparsa in quell’ambito suscitava una reazione infastidita:
ne traspariva delusione, dal momento che si supponeva che dei prote-
stanti non si sarebbero mai prestati a “superstizioni” che si sperava al-
bergassero solo nel Cattolicesimo.

350
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

La Seconda Guerra Mondiale: la “catena”, un’arma psicologica?

Torniamo agli anni immediatamente precedenti la Seconda Guerra


Mondiale. Per il 1938 abbiamo la fortuna di disporre di altri due riferi-
menti precisi a testi completi della catena classica.
Il primo compare su «La Stampa» del 10 giugno56, che riportava una
versione corrente a Torino in quei giorni:

Catena di S. Antonio.
Continuate questa catena e spedite a 13 persone conoscenti augurando felicità e be-
nessere come faccio io a voi. Questa catena deve fare il giro del mondo. Essa fu inco-
minciata dal col. Guglielmo, possibilmente dopo 24 ore ricevuta la presente cominciate
la catena e speditene una al giorno. Durante il terzo giorno un felice avvenimento vi
porterà gioia la vostra fortuna o disgrazia dipenderà da questa catena di S. Antonio che
deve fare il giro del mondo affinché il Gran Santo sia pregato ed amato da tutti i fedeli.
Bisogna regolarsi e spedirne una al giorno a persona conoscente in varie parti del
mondo, fate attenzione fra giorni dovete avere una grazia inaspettata. Accadrà al con-
trario se spezzate la catena.

Una versione pretenziosa: le tredici copie andavano spedite “in varie


parti del mondo”. L’originario colonnello americano di artiglieria nelle
Fiandre, man mano che il ricordo della Grande Guerra sfumava, diven-
tava ora un più neutro “col. Guglielmo”. Da ora in poi si parlerà sovente
di un generico “colonnello”, ma non abbiamo ulteriori testimoni del
nome “Guglielmo”.
L’ultima volta che siamo al corrente della versione “iniziata da un
americano” (forse ultima vestigia del “colonnello americano nelle Fian-
dre”) è per una brevissima ma assai interessante menzione fattane dalla
cronaca torinese de «La Stampa» pochi mesi dopo quella del “col. Gu-
glielmo”: il 20 gennaio 193957. A quanto si deduce dal trafiletto la lettera
diceva che l’americano “era stato avvicinato in sogno da san...”, ma per
nostra sfortuna, adirato, il cronista preferiva interromperne subito la tra-
scrizione per lanciare i consueti anatemi contro i mittenti.
La manifestazione onirica sembra preludesse a quel (raro?) sistema
per la dazione del testo della lettera e, quanto all’identità del santo, al
riguardo non possiamo che speculare. Di più non sappiamo.

56
Ricominciano le lettere a catena, «La Stampa», Torino, 10 giugno 1938, p. 4.
57
Catene e tempo sprecato, «La Stampa», Torino, 20 gennaio 1939, p. 6.

351
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

Il 21 luglio del 1938, intanto, qualche redattore de «Il Popolo derto-


nino»58 di Tortona aveva avuto fra le mani un manoscritto che assicurava
che se non lo si fosse rimandato entro 24 ore a nove persone, il respon-
sabile non sarebbe stato mai più felice e che chiudeva in questo modo:

Pensando alla Madonna di Lourdes devi dire 4 Ave per tre sere e riceverai la grazia
che desideri.

Ma intanto siamo ormai a ridosso del conflitto.


Il 16 febbraio 1939, il «Corriere della Sera»59 menziona altri simpatici
testimonial: “la signora Schioritti, che non credette alla catena, perdette
suo figlio” e “il signor Pugliese, che credette, vinse 50.000 lire al lotto”,
mentre lo stesso quotidiano, il 20 marzo del 1941, chiede che almeno in
tempo di guerra sia risparmiata “una lettura così stucchevole”.
Il 4 marzo del 1942 la «Gazzetta del Lago Maggiore” di Verbania60
annuncia che il rettore della Basilica di sant’Antonio da Padova, in via
Merulana, a Roma, il frate minore francescano padre Marcello Scarta-
belli (1884-1867), ha dovuto ripetere la condanna da parte della Chiesa.
Il 15 aprile successivo61 il fatto che la “catena di sant’Antonio” da fare
in tredici copie fosse stata iniziata “da un colonnello comandante” (come
già anticipato dal “colonnello Guglielmo”, definitivamente scomparsi gli
americani, per ora, visto che gli facevamo la guerra…) non basta a ri-
sparmiare gli strali del «Corriere della Sera», che ricorda agli autori della
“sciocca burla” che si era in tempi in cui occorreva risparmiare carta.
Il fenomeno non si arrestò nemmeno al capo opposto d’Italia. Il 29
marzo 1942 «La Gazzetta del Mezzogiorno»62 rendeva noto nella sua pa-
gina di cronaca barese che la curia arcivescovile aveva dovuto reiterare
anche in tempo di guerra l’ammonimento ai suoi fedeli a distruggere “le
cosiddette lettere catena in onore di S. Antonio” oppure di consegnarle

58
Stupidaggini, «Il popolo dertonino», Tortona, 43, n. 29, 21 luglio 1938, p. 1.
59
Appunti, «Corriere della Sera», Milano, 16 febbraio 1939, p. 6.
60
Opportuno richiamo contro le cosiddette "preghiere a catena", «La Gazzetta
Lago Maggiore Cunio-Ossola Canton Ticino», Verbania, XXXV, n. 18, 4 marzo 1942,
p. 3.
61
Appunti, «Corriere della Sera», Milano, 15 aprile 1942, p. 2.
62
Per le “lettere a catena”, «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 29 marzo 1942,
p. 4.

352
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

ai parroci63. Sempre al sud, preoccupazioni analoghe a quella del curia


barese erano già state espresse nel marzo del 1940, alla vigilia della no-
stra entrata in guerra, dal notiziario dell’arcidiocesi di Napoli64.
Una copia un po’ più tarda della versione delle 13 copie e dei 13 giorni
attribuita al “colonnello di fanteria” che aveva “ricevuta una grazia”, spe-
dita agli inizi di dicembre 1942 da Pregola (Pavia) a Centallo (Cuneo)
risulta invece in possesso di Giuseppe Vidossi (1878-1969), che la de-
scrive in una sua nota65. Ogni giorno si dovevano recitare tredici Pater,
Ave e Gloria e alla fine un Salve Regina alla Madonna delle Grazie -
dunque, il quadro religioso era del tutto tradizionale - ma un’ambiguità
di questa che chi la trascrisse chiamava “Catena di S. Antonio da Pa-
dova” stava nel fatto che chi aveva “detto” che la missiva doveva fare il
giro del mondo era lo stesso sant’Antonio.
Difficile sostenere di più, ma come per un’altra testimonianza più
esplicita del decennio successivo - ne diremo oltre - parrebbe qui tornare
a manifestarsi una traccia del concetto di ordine di trasmissione della
catena ad opera diretta di una fonte supernormale.
Non sorprende, a fronte anche del contemporaneo dilagare di profe-
zie, visioni, voci di miracoli, fenomeni insoliti e così via, che anche per
le lettere a catena di contenuto religioso, ad un certo punto (si direbbe
nell’estate del 1942), la censura postale abbia ricevuto disposizioni per-
ché fossero intercettate66.
Lo storico Mimmo Franzinelli ha documentato anche le preoccupa-
zioni e l’azione del corpo dei Cappellani militari nei confronti delle let-
tere a catena. Di più: Franzinelli considera la circolazione di vari generi
di catene, sia le vere e proprie lettere “magico-religiose”, sia quelle con-
tenenti calcoli di tipo cabalistico o predizioni sulla fine delle ostilità,
parte di un corpus di scrittura volto quasi a fungere da contraltare alla
63
Era già successo almeno altre due volte (cfr. Le “lettere a catena”, «La Gazzetta
del Mezzogiorno», Bari, 9 dicembre 1937, p. 5 e Lettere “a catena” di S. Antonio, id.,
13 gennaio 1940, p. 4).
64
«Bollettino ecclesiastico dell’Archidiocesi di Napoli», XXI, 1940, p. 79, in: M.L.
ROSSI, La chiesa di Napoli tra la crisi della guerra e la ricostruzione, in R. P. VIOLI (a
cura di), La chiesa nel Sud tra guerra e rinascita democratica, Bologna, Il mulino,
1997, pp. 164-165.
65
VIDOSSI [1943: 13]
66
Cortesi [1990: 167-168] menziona al riguardo una lettera inviata dal prefetto di
Genova al Gabinetto del ministero degli Interni per chiedere direttive; 19 luglio 1942.
ACS, MI, DGPS, A5G - Seconda Guerra Mondiale, b, 130 (busta 416 vecchia numera-
zione), fascicolo 124.

353
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

stampa alluvionale di cartoncini e santini di tipo devozionale destinati a


sostenere la convinzione dei combattenti al fronte. Fra gli esempi che
porta in un suo lavoro, Franzinelli menziona le azioni descritte per l’au-
tunno del 1940 dal cappellano Olindo Dal Donno, che sequestrava e
strappava davanti ai soldati le lettere a catena che reperiva, relazionando
poi al riguardo all’Ordinariato Militare (Franzinelli [1995: 179, 184]).
La convinzione che abbiamo visto documentata sia in ambito cattolico
sia in quello fascista secondo la quale le catene erano qualcosa di matrice
anglosassone e protestante riemerge con chiarezza nel 1941. A metà
maggio, un quotidiano fiorentino non meglio precisato si preoccupa della
continua presenza delle lettere “prodotto pessimo del cattivo gusto evan-
geloide di certissima marca anglicana, mezzo per propugnare una fede
idolatrica ripugnante ad ogni vero cattolico”. Il timore, espresso in modo
esplicito, è che questi mezzi riescano “a insidiare quella fede, quella se-
renità, quella fiducia, che ora, in modo particolare, sono indispensabili
all’interno del paese”. L’idea che le lettere a catena sottendano pensieri
disfattisti, dunque, torna e si confonde, nel caso di specie, con l’antiame-
ricanismo culturale (Cappelletti [1984: 88]).
Tuttavia, la cosa più sorprendente per l’Italia della Seconda Guerra
Mondiale è che nell’ideare l’invasione dell’Italia da parte alleata, a fine
inverno 1943, qualche ufficiale dei servizi segreti statunitensi, l’OSS
(Office of Strategic Services), propose davvero di usare l’invio di false
catene di sant’Antonio agli italiani come arma psicologica per contri-
buire alla rovina definitiva della dittatura.
Ne abbiamo prova da un documento d’archivio americano67. Esso è
parte di un dossier intitolato Suggerimenti per le attività sovversive da
attuare in Italia inviato il 15 marzo 1943 dal Capo piani dell’OSS Walter
O’Meara (1897-1989) al suo superiore, Frederick C. Oechsner (1902-
1992). Si compone di una parte introduttiva in cui si chiarisce che scopo
dello studio è quello di pensare sistemi per creare “caos e malcontento”
in Italia in vista di uno sbarco nella parte meridionale della penisola. È
seguito da tre allegati dovuti allo “Staff per la guerra psicologica”, il se-
condo e il terzo dei quali contengono suggerimenti pratici sulle opera-
zioni da attuare. Ebbene, il primo di questi due allegati (che non disdegna

67
Rapporto del Capo piani Walter O’Meara, OSS, Washington, inviato a Frederick
C. Oechsner, OSS, Washington, 15 marzo 1943. National Archives, Washington, rg
226, serie 92, busta 6, fascicolo 21, in Casarrubea - Ceneghino [2016: 173-174].

354
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

nemmeno di suggerire di alimentare credenze in “superstizione e magia


nera”) così argomenta:

Lettere e catene di Sant’Antonio


Utilizzare il sistema postale italiano per distribuire nostri materiali propagandistici.
In particolare, le lettere devono servire per far partire catene di Sant’Antonio. Le mis-
sive (non firmate) devono sfruttare le superstizioni e le paure della gente comune.
Specificare che, se cinque lettere non saranno subito inviate ad altrettanti destina-
tari, una terribile calamità si abbatterà sulla famiglia del ricevente (per esempio, la per-
dita di un congiunto o il bombardamento aereo della sua casa).

Non disponiamo di alcuna evidenza che mostri un’adesione dei co-


mandi dell’OSS a questa idea, ma è evidente da esso che la rilevanza
sociale e “politica” delle lettere religiose a catena era tenuta in gran
conto.

Va notato con cura, crediamo, che ancora nella Seconda Guerra Mon-
diale, accanto alle catene “moderne” ci sono esempi superstiti di soprav-
vivenza del genere delle lettere dal cielo.
Se ne occupò già nel 1980 lo storico Francesco Malgeri presentando
in dettaglio vari casi, un paio dei quali riteniamo di dover portare a cor-
redo di questo lavoro.
Il primo consiste in una “Lettera di Gesù Cristo”, che fu mandata a
stampa almeno da una tipografia (la Campi di Foligno), una copia della
quale fu inviata il 22 ottobre 1941 dal prefetto di Pola sia al suo omologo
perugino sia al Ministero dell’Interno. A parte il fatto che il foglietto era
“infarcito di cifre fantastiche su dati e fatti della Passione di Cristo”, ri-
sultava che fosse largamente usato sotto forma di catena tra militari e
familiari. Il testo spiegava che la lettera era stata trovata nel Santo Sepol-
cro, conservata in una cassa d’argento da papi e imperatori, dilungandosi
poi in notizie extracanoniche sulle modalità della Passione.
Era portarla addosso che proteggeva da peste, saetta, morte senza con-
fessione, libertà “dal potere della giustizia e da tutti i suoi malevoli e falsi
testimoni”. Le donne avrebbero generato liberamente, senza difficoltà, e
partorito in fretta, e così via.
Erano comunque promesse maledizioni per chi non l’avesse ritenuta
opera divina, copiata, letta e fatta leggere (Malgeri [19890: 84-85, 201]).
Il secondo esemplare è rappresentato da una “Epistola di Papa Leone
IV” a Carlo Magno (fatto incongruo sotto il profilo storico: Leone IV salì
al soglio ben prima della scomparsa dell’imperatore). More solito, sono

355
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

promesse protezione e difesa da ogni male, ma – a mo’ di amuleto –


occorre portarne una copia addosso. Quello che ci interessa sottolineare
è la fatica con la quale un certo numero di donne probabilmente ne rico-
piò il testo trasmettendolo poi ai propri cari in pericolo. È il caso di Rina
Verrini, una donna di Somma Lombardo (Varese), che nel 1941 la invia
al marito Plinio Crema in quattro pagine quadrettate di impervia trascri-
zione del testo. Chiedeva che non fosse tenuta nel portafoglio, ma tenuta
addosso, appuntata con una spilla (ibidem: 85-86, 201).

Un’ultima notazione sulla Seconda Guerra Mondiale. A quanto pare


nemmeno l’isolamento dei territori del centro-nord sotto controllo della
Repubblica Sociale dal resto della penisola riuscì a far sì che al suo in-
terno non circolassero le lettere a catena. Ne abbiamo un solo esempio,
ma degno di nota: ne parlò «Il Resto del Carlino», ultima edizione, del
25 maggio 1944 nella sua cronaca di Bologna. La lettera, che era quella
del “colonnello di fanteria” andava spedita per 13 giorni, con recitazione
dei consueti 13 Pater, Ave e Gloria e grazia anch’essa al tredicesimo
giorno, pena “grosse disgrazie”. In continuità col fascismo del ventennio,
e anzi inasprendo i toni, il «Carlino» commentava trattarsi di “una delle
consuete, nefande idiozie, inventate da qualche disoccupato mentale in-
tinto di disfattismo”.
Anche per qualche redattore della stampa repubblichina, dunque, le
catene di sant’Antonio erano una minaccia per il fronte interno.

La catastrofe della Seconda Guerra Mondiale cambiò più della Prima


alcuni elementi delle lettere ma non influì sulla loro prosecuzione ita-
liana.
La traccia più immediata della loro ricomparsa è su «La Gazzetta del
Mezzogiorno» del 9 agosto 194568, con una nuova invettiva della curia
arcivescovile, ma la prima fonte dettagliata post-bellica è costituita dal
«Corriere d’Informazione» del 12-13 giugno 194769, quando se ne se-
gnalava la nuova emersione a Milano e a Modena. Ne circolava una ini-
ziata, come prima della guerra, “da un colonnello di fanteria” che rac-
contava di un uomo di Padova che ne aveva riso e poco dopo la moglie
aveva dato alla luce un bimbo cieco, mentre una donna che non l’aveva

68
«Lettere a catena», «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 9 agosto 1945, ed. di
Bari, p. 2.
69
Le «lettere a catena», «Corriere d'Informazione», Milano, 12-13 giugno 1947, p. 2.

356
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

fatta girare “ebbe distrutta tutta la famiglia”. Stessa versione, commen-


tata quale polemica politica nella “Posta del direttore” comparirà il 3
aprile 1949 su «L’Unità» spedita da un lettore romano, completa comun-
que di “premi”: una donna aveva ricevuto tredicimila lire in modo ina-
spettato da una persona e di richiesta di tredici Pater, Ave e Gloria più
un Salve Regina alla Madre delle grazie - tutto, sia chiaro, sotto l’egida
del santo di Padova.
Una fonte davvero degna di nota è rappresentata dall’articolo com-
parso su «La Provincia» di Cremona del 24 aprile 1949. Oltre ad affer-
mare che dopo la fine della guerra la catena aveva avuto “uno sviluppo
impressionante” spiega che dopo la fine delle ostilità

A Cremona parecchi ex militari ricevettero lettere del genere, spedite da un parroco


di un paesino dell’Abruzzo.

Impossibile a dirsi, ma sulla base di ciò che sappiamo della logica


delle catene la cosa più plausibile è che queste versioni “abruzzesi” at-
tribuissero l’avvio delle lettere a un sacerdote, proprio come abbiamo
visto ad inizio XX secolo per vescovi di varie confessioni. Purtroppo, del
fraseggio esatto di queste missive non sappiamo altro e dunque è impos-
sibile sostanziare più di tanto questa ipotesi.
Invece, per nostra fortuna «La Provincia» si dilungava nello spiegare
che un po’ dappertutto circolavano “catene della buona fortuna” scritte
non in italiano ma “in un inglese fasullo che tradisce la educazione ita-
liana di chi le scrive”. Si sarebbe trattato dunque di imitazioni nostrane
volte a mimare le catene della buona fortuna di provenienza americana.
Il punto è che, per farlo, «La Provincia» riassumeva il contenuto di una
di queste lettere che però si direbbe un calco su una versione che cita
personaggi di ambito francese. L’intreccio è complesso e, in mancanza
di ulteriori fonti, è difficile capire quante interpolazioni intervenivano in
periodi di tempo limitati. Ecco quanto spiegava «La Provincia».

Il testo inglese vuol far credere che la catena sia stata iniziata da un ufficiale gollista
in Africa e, come abbiamo detto, che chi rompe questa catena, avrà certamente sfortuna
nella vita.
Il compilatore della lettera cerca anche di vendere la strabiliante novità che l’ele-
zione a presidente di Roosevelt è dovuta al fatto che lo scomparso aveva appena rice-
vuto una lettera della catena. Per impressionare poi il destinatario si portano anche casi
di gente che non ha voluto saperne e che sono finiti male: così si parla di un certo
Villeneuoc, investigatore privato, che per aver deriso e disprezzato la “Catena” morì

357
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

sul colpo in un incidente nel giugno del ‘48 e, a conferma, si aggiunge il caso di un
fantomatico capitano Thonse, che rotta la catena, morì subito dopo aver ricevuto la
lettera.

Di grande rilievo anche il testo del tipo good luck ricevuto da un uomo
di Milano e trasmesso al «Corriere d’Informazione», che lo pubblicò il
30 novembre- 1° dicembre 1949.

Buona fortuna. Questa catena è stata inventata da un aviatore americano. Chi la


rompe non avrà fortuna. Prego copiare questo foglio e guardare cosa succede entro
quattro giorni. Manda questo e altre 14 copie a persone cui vuoi augurare buona fortuna.
Grace Allen ha avuto 4000 sterline dopo aver copiato questo biglietto. F. G. Conet ne
ha avute 24000 ma le ha perdute tutte perché la catena è stata spezzata da lui. Questo
non è un gioco. Manda questo biglietto e altre 14 copie se non vuoi che la sventura ti
colpisca (Marotta [1949: 3]).

Ancora una versione “laica” che sembra sul serio, stavolta, la medio-
cre parafrasi di un testo anglosassone, con il riferimento alle sterline e -
omaggio ai tempi - dovuta all’invenzione di “un aviatore americano”,
ben più dotati di appeal simbolico dei nostri ormai defraudati colonnelli
di dieci anni prima.
La stampa cattolica invece continua a preoccuparsi soprattutto delle
versioni che lambiscono, per come sono scritte, l’ambito della compe-
tenza “religiosa”. Il 9 dicembre 1950 «La Guida»70, espressione della
diocesi di Cuneo, dedica intere colonne alle consuete lamentazioni con-
tro la “fede-carta-velina” e contro la superstizione, vista come uno “spet-
tro grottesco” della volontà di liberarsi della “fede autentica in nome
della civiltà, della scienza, della libertà di pensiero”, tutte cose che forse
mettevano in difficoltà chi scriveva.
A parte le proprie preferenze religiose, però, l’Autore ci trasmetteva
anche il testo che aveva davanti agli occhi.

Si sta facendo una novena alla SS. Vergine di Fatima allo scopo di estendere il suo
culto. Essa consiste nel recitare un Pater ed un’Ave per nove sere consecutive. Spero
che tu non romperai la catena che è stata approvata dai Minori Francescani ed è la quarta
volta che si effettua nel mondo. Affinché continui invia copia di questo biglietto a nove
persona prima del quarto giorno da quando lo hai ricevuto. A me lo ha mandato X;
anche tu devi indicare chi te lo ha mandato. Questa è una devozione e ti prego di non

70
B., B. Rompiamo queste catene, «La Guida», Cuneo, V, n. 48, 9 dicembre 1950,
p. 3.

358
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

romperla. Se non vuoi o non puoi ritorna questo biglietto ai Minori Francescani di Bo-
ston. Nel quarto giorno riceverai una grazia.

Queste versioni “normalizzavano” la catena in senso fortemente con-


fessionale e riducevano ad una parvenza le conseguenze in caso di rottura
della trasmissione (assai burocraticamente, bisognava rispedire il bi-
glietto al presunto mittente!). Si direbbero una variante piuttosto “colta”
destinata a farsi accettare da persone di buona estrazione sociale e che
appartenevano al mainstream religioso dell’Italia del tempo. Includono
l’indicazione del mittente, dunque sono assai meno timorose di conse-
guenze sociali o jettatorie. Il 16 gennaio 1951, per «Il Biellese» 71 la
stessa lettera in versione “catena di Fatima” era in zona, attribuita anche
stavolta a “frati di Boston”.
Il 19 giugno dello stesso anno, il «Corriere della Sera»72 riferirà con
disgusto che, per fatalità, l’anno prima una donna di Milano aveva perso
il marito in un incidente stradale lo stesso giorno in cui aveva ricevuto la
catena spedita da un ufficio postale della sua città e che, dopo di allora,
lo strazio si era ripetuto perché la catena le era arrivata altre due volte,
gettandola nella prostrazione psichica. Poco dopo, il 1° luglio, il giorna-
lista Sam Carcano sull’«Avanti!», a fronte del rinnovato moltiplicarsi
delle lettere a Milano (una l’aveva ricevuta anche lui) considerava gli
autori “o degli sciocchi, o dei filibustieri” (Carcano [1951: 4]).
A inizio luglio 1951 interi quartieri di Torino saranno sommersi da
migliaia di copie di una catena («Nuova Stampa Sera», 10-11 luglio)73
in una versione palesemente tradotta - in modo terribile - dall’inglese.
Eccone il testo integrale, che, spiegava il quotidiano, era ricopiato a mac-
china, non più a mano.

Transport Comanden. AX Pon. Waschinton. - Questa manda a te fortuna. Ha fatto


il giro del mondo ed è stato cominciato da un aviere americano. Chi rompe questo foglio
non avrà fortuna. Non mandare denaro e mantieni questa copia. Prego conservare que-
sta copia per quattro giorni e controllare quello che avverrà. Manda questo foglio ad
altre quattordici persone alle quali vuoi augurare buona fortuna. Smit Albert ha guada-
gnato quattromila sterline dopo aver copiato questo testo, ed il Principe di Svezia due

71
Diffidate di certe «catene di Fatima», «Il Biellese», Biella, LXV, n. 5, 16 gennaio
1951, p. [2].
72
Catena della malvagità, «Corriere della Sera», Milano, 19 giugno 1951, p. 2.
73
Una valanga di lettere nella «catena della fortuna», «Nuova Stampa Sera», To-
rino, 10-11 luglio 1951, p. 2.

359
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

anni fa perì nella sciagura aerea perché la collana è stata da lui spezzata74. Avrai fortuna
in quattro giorni dopo aver ricevuto questa copia. Non è un gioco. Manda questo ad
altre quattordici persone entro quattro giorni se non vorrai che la sciagura più grave ti
colpisca anche nella salute.

Era una variante più estesa di quella del «Corriere d’Informazione»


del 30 novembre-1° dicembre 1949 e - questo è il punto - di nuovo qual-
cosa di diverso dalle “novene di Fatima” o dalle richieste di esercitare la
devozione. Paiono davvero importazioni volte ad un uditorio diverso da
quello delle altre, che sono sempre preoccupate di essere più “italiane”.

Un nuovo intervento del cardinale vicario del Papa

Per la seconda volta dopo quella del 1905, l’11 dicembre del 1953
apprendiamo che il cardinale vicario per la diocesi di Roma, Clemente
Micara (1879-1965) aveva messo in guardia pubblicamente i cattolici
dall’aderire alla pratica delle lettere a catena. La nuova preoccupazione
nasceva dal fatto che in quel momento, stando a «La Gazzetta del Mez-
zogiorno»75 del giorno 12, Roma era inondata dalle catene di sant’Anto-
nio.
La preoccupazione in quel momento era tale che il vicariato aveva
disposto accertamenti per capire quali potessero essere le fonti delle mis-
sive.
L’ansietà, dunque, era di nuovo altissima.

La variante sudamericana

Ci avviciniamo alla fine del nostro studio, ma ci sono ancora un paio


di osservazioni rilevanti da fare.
«La Gazzetta del Mezzogiorno» del 12 dicembre 1953, che abbiamo
appena ricordato, a parte descrivere la nuova preoccupazione del vica-
riato cattolico di Roma, aveva riferiva una novità: “attualmente Roma è

74
In realtà il principe Gustaf Adolf, duca di Västerbotten, era perito in un disastro
aereo quattro anni e mezzo prima, il 26 gennaio 1947. Se presa alla lettera, la colloca-
zione potrebbe servire a delimitare il periodo in cui questa versione fu redatta.
75
Le «lettere a catena», «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 12 dicembre 1953,
p. 2.

360
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

inondata da lettere-circolari di una pretesa ‘catena’ di S. Antonio, nella


quale si accenna a un venezuelano miracolato”.
Pur se non descritta in modo più esplicito, questa fonte testimoniava
l’arrivo in Italia di un’altra versione della catena che avrà grande diffu-
sione per diversi decenni: una delle varianti “sudamericane” menzionate
anche da Daniel VanArsdale, ma non in date così antiche come da noi.
La conosciamo meglio per la prima volta grazie a «Il Biellese» del 2
marzo 195476: il numero di copie da fare saliva a 24 e i testimonial di-
ventavano cittadini di Paesi di quella parte del mondo. Un “certo Duaz”,
soldato venezuelano, dopo nove giorni aveva ricevuto “in premio” un
milione di dollari, mentre il signor Nuna, di Batarulla (Colombia), che
non aveva ubbidito, aveva avuto la casa bruciata “con dentro alcuni pa-
renti”, e ancora il signor Peruec, anche lui venezuelano, per lo stesso
motivo si era ammalato gravemente. Gli errori di trascrizione di cognomi
stranieri e di nomi di località sono sempre oggetto di divertimento, ma
insieme sono la prova della grande circolazione delle copie, ancora ma-
noscritte o dattiloscritte.
Lo schema del nove si ripresenterà in un’altra variante circolante a
Torino pochi mesi dopo («La Nuova Stampa», 11 luglio 1954)77. Sta-
volta i nomi dei cattivi, che a tratti paiono tratti dai racconti fantozziani
di Paolo Villaggio, erano quelli del “generale Barmas” (che si ammalò
mortalmente) e del “signor Scali” (che perse l’impiego). L’estate succes-
siva (1955), ancora nel Torinese una catena chiederà il rinvio “ad almeno
sette persone”, se no “i fulmini del cielo si abbatteranno su di te”, come
accadde al “generale Ramas”, che perse la vita (si noti che di nuovo il
cognome è ispanofono) o all’impiegato Fante (invece di Scali), rimasto
senza lavoro («La Nuova Stampa», 11 agosto 1955)78.
L’11 febbraio di quell’anno, «La Provincia»79 di Cremona pubblicava
un’altra copia del tipo sudamericano. Altri elenchi di sciagure, altri testi-
monial improbabili dal nome più o meno spagnolo e l’annuncio che la
catena era partita da “S. Leone Dimingo”. Anche stavolta bisognava
farne 24 copie.

76
Le «lettere a catena» (con 50 lire di multa da pagare), «Il Biellese», Biella,
LXVIII, n. 17, 2 marzo 1954, p. 3.
77
Paura e superstizione, «La Nuova Stampa», Torino, 11 luglio 1954, p. 2.
78
Superstizione d’estate, «La Nuova Stampa», Torino, 11 agosto 1955, p. 2.
79
Tornano alla ribalta le catene della fortuna, «La Provincia», Cremona, 11 feb-
braio 1955, p. 2.

361
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

Il 23 dicembre del 1954 «Il Popolo di Novi» (Novi Ligure, Alessan-


dria) uscirà in prima pagina con l’editoriale La catena dell’ignoranza,
firmato dallo scrittore e studioso locale Egidio Mascherini (1928-1995)
(Mascherini [1954: 1]). L’articolo denunciava l’azione delle “beghine”
che inviavano nel Novese lettere senza francobolli, tassate. Anche sta-
volta, si diceva con chiarezza, mittenti e destinatari erano in maggioranza
donne. I testimonial conducevano nuovamente verso la variante latinoa-
mericana. Il numero di copie era alto: occorreva farne ventiquattro esclu-
dendo i parenti. Era dunque una richiesta fra le più esigenti.
Un signore venezuelano ricevette un milione di dollari dopo nove
giorni, il colombiano Aurelio Nuem fece spallucce e perse parte dei pa-
renti in una sciagura che colpì la casa, e lui diventò pazzo, il signor Sella
la ignorò e morì in “un tragico incidente”...
Il 21 ottobre del 1958, per chiudere il ragionamento, su «Il Biellese»80
un altro lettore che aveva ricevuto la catena in versione sudamericana la
prendeva in giro in tutti i modi e menzionava ilare uno dei testimonial,
“Costantino Graz, dell’esercito venezuelano, che fece le 24 copie e dopo
otto giorni ricevette un premio di 200.000 dollari”.
Tutta questa fase, insomma, pare caratterizzata in modo più o meno
indiretto dalla forma giunta dal Sudamerica forse a fine 1953, in cui l’ele-
mento minaccioso è tanto accentuato da assumere tratti farseschi, da
commedia.

A metà di questa fase, una versione più tradizionale, ma con due sor-
prese. Un lettore scriveva alla rubrica “Specchio dei tempi” de «La
Nuova Stampa» (22 aprile 1956)81 spiegando che gli era capitata fra le
mani una delle lettere. La cosa particolarmente significativa è che sta-
volta il testo tornava, circa quarant’anni dopo l’altra traccia di una cosa
del genere, quella del soldato di Fara Novarese, all’attribuzione diretta
della lettera a una fonte divina (a sant’Antonio), che l’avrebbe personal-
mente affidata a “un soldato di fanteria” (ma ricordiamo il cenno incom-
pleto che pare ancora alludere a una trasmissione diretta da parte di un
santo, quella della cronaca torinese de «La Stampa» del 20 gennaio

80
M. G., Finiamola con le catene di S. Antonio, «Il Biellese», Biella, LXXII, n. 82,
21 ottobre 1958, p. 3.
81
Specchio dei tempi, «La Nuova Stampa», Torino, 22 aprile 1956, p. 2.

362
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

1939). Una traccia davvero sorprendente, quella del 1956, della conti-
nuità dell’idea dell’origine divina delle missive, cioè quella delle “lettere
dal cielo”.
Il numero di copie da fare era di tredici, ma l’altra cosa da notare è
che questo è il solo caso che implica la presenza di un oggetto di proba-
bile tipo magico. La busta, infatti, conteneva un enigmatico bottone
verde la cui funzione non era in alcun modo spiegata. Chi scriveva si
domandava se non servisse “per suggestionare di più gli ingenui”.
Tredici ancora le copie della versione circolante a Messina agli inizi
del 1956 («La Gazzetta del Sud», 14 febbraio 1956): era opera di “vec-
chie ed inutili zitelle tra le bigotte e le scocciatrici” che giocavano “ad
essere devote di S. Antonio di Padova”. Il giornale auspicava una vera e
propria caccia da parte della Polizia contro queste “false sante-donne”:
servivano “indagini immediate sulle macchine da scrivere o esami calli-
grafici”, cosa che indica sia la continuazione dell’idea che la trasmis-
sione delle lettere fosse destinata alle donne, sia la presenza ormai diffusa
di versioni dattiloscritte.
Per finire, il 18 gennaio 1957 «La Guida» di Cuneo, nella sua pagina
dedicata alla parrocchia di San Giovanni Bosco82 invitava a strappare le
lettere che arrivavano nelle cassette cittadine in quei giorni, che chiede-
vano di farne tredici copie ma che in realtà facevano “fare una pessima
figura a S. Antonio”.
Si trattava di “fanatiche forme, che terrorizzano senza rendere mi-
gliore lo spirito”.

A mo’ di conclusione: il seguito

La fine degli anni ‘50 vedrà l’innescarsi di trasformazioni economi-


che, sociali e culturali di grande portata. La nostra storia cambia e il
Paese comincia a trasformarsi rapidamente. Nell’ultimo ultimo scorcio
del XX secolo le catene di sant’Antonio hanno subito mutamenti radicali
forse più che per il processo di secolarizzazione a causa dei mutamenti
tecnici intervenuti. Le catene nascono come manoscritti. Poi – molto
dopo – cominciano ad esser dattiloscritte, a volte magari prodotte in più

82
Avvisi, «La Guida», Cuneo, XII, n. 3, 18 gennaio 1957, ed. San Giovanni Bosco,
p. 4.

363
FLORIANA GIUGANINO - GIUSEPPE STILO

copie grazie alla carta carbone. In seguito ne compariranno le prime fo-


tocopie, ancora rare e costose. A partire dall’originale studio sulle catene
di Charles Bennett et al. [2003] basato sui metodi dell’inferenza baye-
siana nella filogenesi, un lavoro dell’etnoarcheologo Massimo Vidale
(Vidale [2013]) che data al 1959 la prima versione in fotocopia a lui nota
per l’Italia ha letto una serie di versioni delle catene fra il 1984 e il 2000
(pre-telematiche, comunque)83 sotto un profilo evoluzionistico. Le con-
sidera un buon esempio di manufatto in grado di manifestare tassi di tra-
sformazione particolarmente elevati, capacità indicata, fra l’altro, dalla
scomparsa relativamente precoce delle copie manuali dell’oggetto. In ef-
fetti, anche per gli Autori del presente lavoro proprio la banalizzazione
delle fotocopie84, caratteristica degli anni ‘80, e la loro accresciuta qua-
lità, sono state cruciali nell’indebolire uno degli elementi chiave del ri-
tuale, cioè la fatica della trascrizione manuale. A questa “fatica” si univa
la richiesta della velocità di riproduzione e di invio delle copie, da farsi
in qualche giorno, il che accresceva l’impegno da infondervi. Per l’af-
francatura occorreva accollarsi anche una piccola spesa in denaro. So-
prattutto, l’assolvimento della richiesta aveva un elemento importante
proprio nella natura scritta manualmente della procedura. Anche lo stu-
dioso austriaco Andreas Rauchegger ha attirato la sua attenzione su
quanto, sotto il profilo antropologico, sia fruttuoso inserire le lettere a
catena nel quadro assai più vasto dei rituali della scrittura e della copia-
tura testuale (Rauchegger [2013]).
Aggirato questo aspetto grazie ai programmi di videoscrittura, la ra-
gion d’essere del rito protettivo cambia. Oggi le catene prosperano in rete
e, assai di più, sui social, in forme diversissime, con una prevalenza di
varianti post-cristiane, scherzose, horror, ludiche, iper-settoriali.
Rimane apertissima la discussione se le catene di adesso siano la prose-
cuzione di quelle del passato. Da qualche tempo, ad esempio, l’impres-
sione che si potrebbe avere è che l’elemento della minaccia, della pro-
messa di sciagure se si interrompono le catene, si sia indebolito e che
oggi pesi meno, un po’ come avveniva all’inizio nelle catene della se-
conda metà del XIX secolo.

83
Corrain [1983] è un esempio di studio incentrato su catene italiane di era pre-
telematica.
84
Questa fase che sta a cavallo fra la banalizzazione della fotocopia e la comparsa
massiccia dei programmi di videoscrittura è documentata per l’Italia da Toselli [1992].

364
LE ORIGINI E LA PRIMA DIFFUSIONE DELLE “CATENE DI SANT’ANTONIO” IN ITALIA

Al contempo, grazie ai social network prima e alle migliori pre-


stazioni dei servizi di messaggeria (WhatsApp, Telegram, Instagram…)
la vita in nuove forme di questo genere letterario minore è probabilmente
destinata a proseguire a lungo e di conseguenza a destare ancora la nostra
attenzione di osservatori del leggendario contemporaneo.

Si ringraziano per la revisione del testo, per le fruttuose discussioni e per le fonti
fornite Davide Ermacora (Università di Venezia Ca’ Foscari); Roberto Labanti (CI-
CAP, Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze), oltre
che per le innumerevoli fonti procurate e per i suggerimenti, pure per la consueta, ge-
nerosa acribìa; Andrea Marcon (Bibliotecario presso la Biblioteca del Seminario di Por-
denone), Paolo Toselli (CeRaVoLC, Centro per la Raccolta delle Voci e Leggende
Contemporanee - www.leggendemetropolitane.eu), Simon Young (https://umbra.aca-
demia.edu/simonyoung).

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