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Salvatore Brancati

LE FESTE DEL VAL DI NOTO


Testi di
Giovanni Cammareri

SANTOCONO
Editore
Salvatore Brancati Giovanni Cammareri
LE FESTE DEL VAL DI NOTO © Copyright 2009
Tutti i diritti di riproduzione, anche parziale, del testo
o delle fotografie sono riservati in tutto il mondo.
Non è consentita la riproduzione, anche parziale,
del testo e delle immagini senza l’autorizzazione dell’autore.

Fotografie:
SALVATORE BRANCATI
www.brancatiphoto.com
E-mail: salvatore.brancati@libero.it
Tony Barbagallo
Pagine 122, 123, 124, 125, 126, 127, 222, 223, 258, 259.

Testi:
Giovanni Cammareri

Progetto e Ideazione:
Salvatore Brancati

Didascalie:
Giovanni Cammareri

Impostazione grafica e Impaginazione:


Giovanni Favara - fvrproject.com

Stampa:
Grafiche SANTOCONO S.r.l. - S.S. 115 - Rosolini (SR)
Tel.: 0931 856901 - Fax: 0931 850143
Email: info@grafichesantocono.it

Santocono Editore

ISBN:

Brancati, Salvatore <1953>


Le feste del Val di Noto / Salvatore Brancati ; testi di Giovanni Cammarerì. - Rosolini
Santocono, 2009.
1. Feste e giochi tradizionali - Val di Noto - Fotografie
I Cammarerì, Giovanni <1956>
394.2650945815 CDD-21 SBN Pal0222384
CIP - Biblioteca centrale della Regione siciliana “Alberto Bombace”

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SOMMARIO
La festa nel Vallo di Noto 13
Il calore dell’inverno 18
S. Lucia a Siracusa 22
S. Lucia a Ispica 42
S. Antonio Abate a Giarratana 44
S. Sebastiano a Acireale 46
S. Agata a Catania 53
Tra l’inverno che finisce ...e la primavera che avanza 68
S. Giuseppe a Militello Val di Catania 72
S. Giuseppe a Scicli 74
S. Giuseppe a Santacroce 78
La Settimana Santa 80
S. Maria della Pietà a Scicli 84
SS. Crocifisso a Scicli 88
Cristo alla Colonna a Mineo 89
Cristo alla Colonna a Militello Val di Catania 91
Cristo alla Colonna a Grammichele 93
Cristo alla Colonna a Licodia Eubea 97
Cristo alla Colonna a Ispica 99
“Nummu ‘ru Gesu” a Sortino 106
Circello a Licodia Eubea 110
Venerdì Santo a Militello in Val di Catania 116
Venerdì Santo a Mazzarino 122
Venerdì Santo a Vittoria 124
Venerdì Santo a Niscemi 128
Cristo alla Croce a Ispica 132
Addolorata di Vizzini 139
Sciaccarate a Ferla 146
Pasqua a Ferla 150
Madonna “Vasa Vasa” a Modica 154
Resuscitato a Ispica 158
“A Paci” a Comiso 160
“Uomo Vivo” a Scicli 162
L’oro delle stoppie 168
Madonna di Gulfi a Chiaramonte G. 172
Maria SS. Addolorata a Monterosso 178
San Giorgio a Modica 189
Crocifisso dell’Olmo a Mazzarino 197
S. Sebastiano a Melilli 204
S. Alfio a Lentini 216
S. Vincenzo a Acate 220
Maria SS. Addolorata a Comiso 222
S. Giorgio a Ragusa 224
S. Sebastiano a Avola 228
Madonna delle Milizie a Scicli 234
S. Giovanni a Pozzallo 236
S. Paolo a Palazzolo Acreide 238
S. Giovanni a Vittoria 258
S. Biagio a Comiso 260
S. Sebastiano a Ferla 264
S. Giacomo a Caltagirone 272
Madonna della Neve a Giarratana 274
Madonna della Neve a Francofonte 279
San Sebastiano a Palazzolo Acreide 281
San Francesco di Paola a Marzamemi 292
SS. Salvatore a Militello in Val di Catania 294
S. Bartolomeo a Giarratana 299
Madonna del Bosco a Buscemi 309
S. Corrado a Noto 319
S. Giovanni a Ragusa 322
S. Giovanni a Monterosso Almo 326
Madonna della Stella a Militello in Val di Catania 329
Maria SS. Annunziata a Pedara 333
S. Sofia a Sortino 335
Maria SS. Addolorata a Palazzolo Acreide 347
S. Michele a Palazzolo Acreide 357

La cosa più entusiasmante e folle che abbia già avvertito attraverso le sue immagini.
mai visto durante una festa religiosa, rimane Brancati non è solo un fotografo, ma è anche
la spericolata corsa in salita lungo i tornanti di l’autore dei suoi libri che egli pensa, realizza e
una strada sterrata, alla ripartenza dalla Cava, compone anche graficamente, distinguendosi
del Cristo alla Colonna di Ispica. per questo nell’elite dei più importanti fotografi
“Culonna”come l’affetto devozionale ispicese siciliani. Questo veramente lo scoprii in seguito,
suole chiamarlo, ritorna in quel suggestivo quando tra l’altro ebbi il piacere di poter
luogo, dov’era fino al 1693 la sua chiesa, a arricchire qualche mio articolo apparso su
distanza di anni, solo in occasione di qualche “Monitor”, settimanale su cui scrivo, con
evento particolare. fotografie di…Salvatore Brancati. Altre ancora
Bene, devo la visione di questo formidabile finirono in copertina e all’interno de “L’odore
“spettacolo” all’invito di Salvatore Brancati. della cera”, un inserto uscito assieme all’ultimo
Che conobbi per necessità. Cercavo infatti numero del 2007 dello stesso giornale. Una
delle buone fotografie da inserire in un mio bella intesa era insomma iniziata e già da
libro prossimo alla pubblicazione. diversi mesi egli mi aveva pure proposto di
Lo sconosciuto Brancati divenne ben presto collaborare al presente lavoro regalandomi,
l’amico Salvatore. oltre tutto, la meravigliosa possibilità di essere
Di lui mi sorprese intanto la grande disponibilità partecipe alle feste più vicine alla sua, di Sicilia.
nel mettermi a disposizione le sue foto senza Per fortuna non ho mai fatto differenza alcuna
manifestare alcun tipo di remora nonostante di luoghi o di santi, di feste estive o invernali,
la richiesta giungesse da uno sconosciuto o rupestri o metropolitane, notturne o diurne. Per
quasi. quanto mi riguarda esiste solo la Festa purchè
Fu poi con immenso piacere che proprio una unica nella sua vera, autentica essenza: le
sua fotografia - estremamente esaustiva a feste aventi luogo in Val di Noto conservano
riguardo della tematica (la festa in Sicilia che ancora questa essenza.
cambia) da me affrontata - finì in copertina nel Un bel giorno mi sommerse perciò di centinaia
libro che mi aveva spinto a cercarlo. di immagini splendide, straordinariamente
Venne la Settimana Santa. Reduce da vive, cariche soprattutto di un dinamismo
Caltanissetta Salvatore giunse a Trapani eccezionale.
la mattina del Venerdì Santo del 2006. Letteralmente stordito da tanto materiale
Non ci sarebbe stata giornata migliore per non mi rimase altro che mettermi al lavoro e
conoscerci; finalmente di persona. In quello cavalcare questa meravigliosa avventura,
stesso giorno qualche altra cosa focalizzai dono di un caro amico.
di lui: la sua passione e competenza per la
pittura; oltre all’amore per le feste che avevo Giovanni Cammareri

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Sarà capitato anche a voi, almeno una volta popolare.
nella vita, di arrivare in una delle città della Nasce anche da una decisiva, incisiva,
Sicilia sud orientale e di avervi trovato le breve risposta del fotografo Melo Minnella di
strade e le piazze ornate da fastose luminarie Mussomeli, palermitano d’adozione, che già
e da colorate bancarelle: la gente, adulti e a questo studio nelle tradizioni siciliane da
bambini, vestita con abiti eleganti, mentre decenni aveva dedicato la sua attenzione,
l’aria si riempiva delle festose note di marce a una mia curiosa interrogazione, carica di
suonate da allegre bande musicali. paesano campanilismo. Episodio avvenuto
Le Feste tradizionali qui offrono una miriade proprio nel 2000 a Palazzolo Acreide, nel primo
di spunti e di soggetti da fotografare: uscite viaggio per la inimitabile festa “regina” di San
di santi colorate da grande spettacolarità Paolo. Decisa risposta che non lasciava dubbi
barocca, personaggi e sulla spettacolarità e
tradizioni che sembrano sulla rilevanza di usi e
uscire dal pennello di un manifestazioni finora
affermato pittore e calcare a me sconosciute.
la scena con veterana La mia insufficiente
assiduità: confrati e fedeli conoscenza nei
consapevoli e orgogliosi di confronti del folklore
ripetere gesti e tradizioni dell’ampio territorio
dei propri avi. del Val di Noto,
Il mio libro nasce anche allora, mi ha indotto
dalla necessità, tra noi a intraprendere
studiosi, di difendere questi, a dire la verità
la tradizione, messa a piacevoli, viaggi
repentaglio, in questo per conoscere e
primo decennio del terzo analizzare il rilevante
millennio dopo Cristo, dagli fenomeno, che
assalti di una forsennata ha portato alla
spettacolarizzazione, realizzazione di
operata e voluta questo volume,
inconsciamente da schiere reso corposo da
di promotori, culturalmente sprovveduti, mossi tantissime immagini e da un testo didascalico
da sano entusiasmo ma, purtroppo, operata curato con meticolosa sollecitudine: il tutto
a scapito di elementi fondamentali, quali la teso alla incisiva intenzione di testimoniare
tradizione, il sentimento religioso e la pietà sufficientemente quanto succede in questi

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posti meravigliosi, vero patrimonio dell’umanità, mio amico Cammareri, per questo libro rivolto
in occasione delle principali tradizioni religiose, e dedicato a tutti, in particolare ai cultori
in molti casi feste patronali. e agli addetti ai lavori di questo genere di
Sono stato, da sempre, un appassionato di manifestazioni.
feste e in questi viaggi tra il folklore religioso Ringrazio il mio grande amico, fotografo
del Val di Noto, realizzati nell’arco di dieci gentleman, Tony Barbagallo di Vittoria
anni, dal 2000 al 2009, in località comprese in per avermi messo a disposizione il suo
un vasto territorio compreso tra le province di archivio fotografico, e in particolare le foto
Catania, di Siracusa, di Ragusa e in parte di dell’Addolorata di Comiso, del Venerdì Santo e
Caltanissetta, da Acireale, per la festa dedicata di San Giovanni a Vittoria e del Venerdì Santo
a San Sebastiano, a Mazzarino per il Crocifisso di Mazzarino, senza quali il libro difetterebbe in
dell’olmo, detto anche “’u Signuri i maiu”, da completezza.
Palazzolo Acreide, per i santi san Paolo e san Spero infine che il libro risulti rispondente alle
Sebastiano, a Catania per la venerata santuzza aspettative delle città interessate, dei comitati
etnea Agata, da Melilli, ancora per il piccolo e delle confraternite, facendole sentire ben
curioso indorato simulacro taumaturgo di san rappresentati.
Sebastiano, al piccolo paesino montano ibleo Mi scuso per quelle tradizioni e quelle città che,
di Giarratana, per le feste rivali dedicate alla per motivi vari, non sono entrate a far parte di
Madonna della Neve e al santo Bartolomeo, questo volume.
famoso per l’atroce martirio sopportato
gloriosamente grazie alla solida fede nel Cristo
redentore, spero che le mie fotografie riescano
a farlo trasparire…
Le mie immagini saranno accompagnate
dai testi del giornalista scrittore Giovanni
Cammareri di Trapani, già autore di apprezzati
libri sulle tradizioni religiose dei siciliani e
principalmente della sua terra: anche lui,
come me, da sempre appassionato dalle
feste, per le quali gira in lungo e largo la Sicilia
accompagnato dalla consorte, dal nome
dedicato all’apostolo delle genti, che insieme a
Pietro fa risuonare il messaggio evangelico nel
mondo mediterraneo, la signora Paola.
Non poteva esserci compagnia migliore del
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La Festa nel Vallo di Noto

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“Cessato già questo sì fiero terremoto, si turbò misero a suonare da sole. Era il 19 febbraio del
il cielo e s’annuvolò il sole con dar piogge, 1351. Nella Grotta dei Pizzoni moriva l’eremita
grandini, venti e tuoni”. Frà Filippo Tortora. Corrado.
Quel giorno suonarono anche a Noto, le
Lontani dai giorni remoti dell’apocalisse passa campane, e fu proprio con la vicina Noto
la banda. Intona “The king”, una musica che gli avolesi ingaggiarono la contesa. La
allegra dai tratti circensi che da queste parti si conquista del taumaturgo corpo che laggiù,
coniuga col fragore e le polveri bruciate delle nella spelonca distante chissà quanto - almeno
moschetterie e le vigorose devozioni verso i così allora doveva sembrare - compiva già
santi. miracoli, li vide però perdenti.
Da Acireale a Pachino, quasi cioè fino Allora, nell’esagona città ducale, intravidero in
a Capo Passero, e poi lungo la costa - san Sebastiano la possibilità di un patronato.
che a ben guardare sta perfino più a sud Tutti gli anni, del resto, nella notte fra il 30 aprile
dell’Africa - direzione Pozzallo, fino a Santa e il primo di maggio, la strada delle devote
Croce Camerina o Scoglitti se almeno è san passioni vedeva i “nudi” correre da Avola fino
Giuseppe. Oppure da Siracusa, quando santa a Melilli e viceversa. Solo che la venerazione
Lucia rammenta dell’imminente inverno, fino del bimartire, a Melilli, era (e rimane) davvero
ai confini occidentali dei monti Iblei, dove grande, incomparabile, quasi eccessiva.
insistono ancora le bande col loro ignaro, A qualcuno venne in mente che almeno
frivolo passare. santa Venera era passata da quelle parti e
Invece è tutta una storia di passioni, qui, in finalmente, trovato e deciso un protettorato
Val di Noto, che a essere precisi sarebbe il ufficiale per la città, agli avolesi non rimase altro
Vallo, ossia quell’area geografica sottoposta che rassegnarsi a un… patronato condiviso:
da arabi e normanni all’amministrazione di santa Venera era già patrona di Acireale!
un reggente; analogamente a quelle del
Dèmone e di Mazara. * * *
Passioni, si diceva. E perciò anche convulse
vicende di patronati conferiti e tolti, aggiunti A Palazzolo Acreide e Giarratana le vicende
e sovrapposti, di memorie distrutte e poi furono invece intestine.
ricostruite. Storie perciò di forti identità, di All’ombra dei campanili le contese e le
calorose, sante fazioni e di santi rivali, di santi pretese da parte di vere e proprie fazioni di
contesi, di santi cercati e a volte mai trovati. devoti finirono col creare situazioni tali da
Prendiamo Avola. rendere perfino spontanea un’assimilazione
Narrano ancora, le sane leggende del suo all’aneddotica, sentendo parlare di limiti
popolo, di quando le campane dei campanili invalicabili dei percorsi processionali, di

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sassaiole durante le processioni stesse e di fatto la Madonna Odigitria che Patrona
di altri tipi di smargiassate. Spesso perfino era stata eletta nel 1644. Per la cronaca, dal
documentate. 1712, la sua processione venne effettuata il
Insomma, a Palazzolo l’acerrima rivalità di un 10 agosto, giorno in cui oggi, guarda caso,
tempo fra Sanpaulisi e Sammastianisi è cosa esce, sempre dalla medesima chiesa, san
abbastanza risaputa. Tuttavia va detto che la Sebastiano.
lotta per il patronato cittadino non riguardò Nella vicina Giarratana, un’altra Madonna,
direttamente san Sebastiano e san Paolo ma appellata della Neve venne per così dire
quest’ultimo e una Madonna Odigitria tutt’oggi declassata, in favore di San Bartolomeo, l’11
conservata nella chiesa di san Sebastiano e agosto del 1592.
che i “sostenitori” del santo intesero difendere Anche in questo caso va riscontrato un
strenuamente. intervento apparentemente indiretto in suo
Gli anni sembrano avere cancellato questo aiuto da parte di “altri”, nella fattispecie
dato di fatto. dei cosiddetti Antoniani, ossia gli affiliati alla
In occasione dei vari momenti della festa di Confraternita di Sant’Antonio Abate avente
san Sebastiano infatti, al solito, tipico grido sede nell’omonima chiesa - tra l’altro la più in
del luogo di “je cchi siemu tutti muti!?” altri alto e la più bella del paese - dove ancora è
rispondono: “chissu è lu veru Patruni!”. Facendo conservata la statua della Vergine.
ovvio riferimento e dispetto a san Paolo, il santo A seguito di certi scontri con i confrati di S.
rivale, proclamato definitivamente Patrono di Bartolomeo, nel 1819 venne posto persino
Palazzolo Acreide il 15 luglio 1690, scalzando un divieto a entrare nella Matrice, durante

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il novenario della Madonna, a quanti non a un Cristo alla Colonna e a un Cristo portante
fossero Antoniani. la Croce, qui finiscono con l’infiammare
Venne ordinato, ancora, di cancellare davvero la locale Settimana Santa che a tratti
dal manto della Madonna la scritta Realis sembra trasformarsi in una anomala festa
Principalis Patrona Jarratanae, e in seguito patronale completa di botti e luminarie.
a un ennesimo ordine di cancellazione di E’ una questione di atmosfera, di aria che
scritte, questa volta Bhartolomeo Aplo Patrono si respira, non di suggestioni o sensazioni o di
principalis et singularis posto sulla facciata semplici impressioni. E’ l’unicità del momento,
della chiesa, un luogotenente fa eliminare di questi particolarissimi giorni di Passione che
soltanto singularis. Gli Antoniani fanno perciò sembrano rammentare ancora il principio, anzi,
stampare sui santini della Madonna della la fine e il principio di ogni cosa; qui, nel Vallo
Neve la seguente dicitura: Patrona Principalis di Noto, luogo di feste e del loro ineguagliabile
in Giarratana. E i santini vengono intanto proscenio barocco che ora vi si staglia intorno.
sequestrati. Prima delle minacce: chiudere Già nel lontano 1693, Giovanni Francesco
loro la chiesa qualora avessero ancora usato Paceco, duca di Uzeda, pare rimase
i titoli di principalis o singularis. Il tutto con particolarmente colpito da quella che allora
approvazione del Governo e del Re. dovette sembrare la fine del mondo.
Il 29 ottobre 1850 i procuratori di S. Antonio Ma sotto Carlo II d’Austria, praticamente molto
chiedono al Re di potere celebrare la loro presto, la ricostruzione ebbe inizio.
Madonna con la stessa solennità riservata a I vescovi di Catania e Siracusa fecero istanza
san Bartolo, ritenendola ancora “Patrona allo a Innocenzo XIII affinché potessero utilizzare
stesso livello”. per la ricostruzione le rendite delle donazioni
Per questa ragione san Bartolomeo, a e dei legati di cui le diocesi erano beneficiarie:
Giarratana, divenne e rimase ‘u patrono jauto, con l’obbligo di cantar messa e di celebrare
cioè alto, cioè il più importante. funzioni sacre nei tempi stabiliti.
A tali racconti ne potremmo aggiungere E Val di Noto divenne così terra del sacro, luogo
certamente molti altri, ma quanto narrato di fede e passioni dove la terra sembra ancora
può essere sufficiente al fine di fornire almeno sussultare quando dalle chiese escono i santi.
un’idea del calore che accompagna le feste E’ la storia di un paradosso, questo
in questa particolare area geografica della imprescindibile legame con l’apocalisse e con
devozione. tutto quello che di magnifico divenne dopo.
Mi piace però in ultimo menzionare almeno le
rivalità ispicesi fra Cavari e Nunziatari. No che
A pagina 12, uscita di S. Paolo a Palazzolo Acreide.
altrove siano stati immuni da lotte confraternali, A pagina 13, Festa di S. Sofia a Sortino.
ma le arciconfraternite rispettivamente legate A pagina 15, San Sebastiano a Ferla.

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Il Calore dell’Inverno

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L’urlo delle forme espresse in curve e chiaroscuri, dicembre. Da allora l’usanza di non mangiare
lo spagnolismo dei fasti, il dinamismo immobile né pane né pasta in tale giorno. Ovunque,
del Barocco, ecco. E a un tratto la staticità almeno in Sicilia.
delle cose straordinariamente liberata dal Ma a Siracusa santa Lucia è molto più di una
movimento delle folle e dell’altro Barocco che penitenza. E’ lì che la ricorrenza vive il suo
finalmente si muove, danza, si specchia e si momento più alto, nell’inverno che avanza, nel
mischia con la fissa teatralità dei palazzi, delle clamore di una grande festa metropolitana che
chiese, delle fontane. si assopisce ben presto in una raccolta festa
E’ il gorgoglio delle fiamme di migliaia e migliaia di paese, dove più intenso si avverte il freddo
di ceri, gialli, lavorati a spirale, che a Ortigia, dell’inverno.
nel pomeriggio del 13 dicembre, sembrano Parlo di Giarratana, posizionata più a sud
riscaldare l’aria; anzi, la riscaldano davvero. In rispetto a prima e oggi immersa in un bacino
via Minerva, sul corso Uberto I fino alla Basilica naturale da dove nessun altro paese sembra
del Sepolcro. scorgersi guardando intorno. Solo colline e valli.
La riscaldano come quegli altri ceri, anch’essi Entrati appena nel centro abitato, superata
gialli, spesso enormi, pesantissimi, portati però la chiesa di S. Bartolomeo, la convergenza
sulle spalle dai devoti in sacco bianco lungo la urbanistica di due assi portanti, ossia corso
via Etnea, al Borgo, ovunque, a Catania, la sera Umberto I e corso XX Settembre, generano
e la notte del 5 febbraio. quella che i giarratanesi chiamano ‘a ciazza,
L’inverno che incomincia, l’inverno che finisce. ossia, la piazza. Ma trattasi in realtà di un
Racchiuso in due attesissimi appuntamenti semplice incrocio. Da lì, oltre alla menzionata
patronali in onore di due sante martiri chiesa di S. Bartolomeo, sulla sinistra, sono
orgogliosamente del luogo, rigorosamente ben visibili la Matrice e la chiesa di S. Antonio
siciliane. Abate, riedificata verso il 1748 dopo essere già
La forte devozione per santa Lucia, a Siracusa esistita a Terravecia, fra il 1626 e il 1693. Laggiù
soprattutto, ma anche a Ispica, Belpasso e rimangono di essa solo parti delle mura e non
comunque diffusa in tutta la Sicilia, sembra solo. Proprio da quella chiesa infatti, giunge il
trovare radici nel culto per la dea Lucina, culto di sant’Antonio Abate che nonostante i
preservatrice, nel mondo pagano, delle malattie secoli e le rovine continuò a rimanere integro.
agli occhi. L’inserimento della festa in una data Eppure, era stato quello il centro maggiormente
in cui il solstizio d’inverno vi arrivò veramente, colpito in assoluto, più di Avola e della stessa
lasciando che dal giorno successivo le giornate Noto. Trascorsero appena venti giorni. I Giurati
iniziassero ad allungare, contribuì a dare alla dell’Università di Giarratana si rivolsero al
ricorrenza ulteriori contenuti e simbologie. Tribunale del Real Patrimonio e al Vicerè, duca
Santa Lucia divenne transito stagionale, di Uzeda, al fine di poter trasferire tutto in altro
metafora della luce e del buio, protezione della luogo.
vista e auspicio di luce per quanti vivevano nel Correva il 2 febbraio 1693. Di Terravecia rimaneva
buio delle tenebre poiché senza fede in Cristo. ben poco. Ma il 13 gennaio nascevano già due
Ma divenne anche la santa salvifica bambine; e prima che l’anno finisse ne vennero
dalle carestie, propiziazione di cibo per la alla luce altre quarantasette. Nacquero pure
sopravvivenza. quarantacinque maschietti!
Quando prima di dileguarsi all’orizzonte, due Se attorno a sé, Giarratana non lascia
vascelli lasciarono sulla banchina del porto intravedere molto, da Acireale ci si può
di Siracusa il frumento che la gente affamata affacciare e vedere il mare.
bollì in fretta, condendolo soltanto con l’olio e il Se è mattino ci si può perfino dimenticare
sale, inventando quella semplicissima pietanza dell’inverno. Che ancora potrebbe essere
destinata a diventare cuccia, si dice fosse il 13 lungo. L’imbrunire infatti ce lo fa rammentare
nella sua pur mitezza di inverno siciliano. Acireale la devozione per il santo di Narbona.
La sera del 19 gennaio è una di queste sere. Sant’Agata invece è rigorosamente del luogo,
Quando le reliquie di san Sebastiano vengono si diceva. E il suo fercolo viene trascinato per
trasportate dalla vicina chiesa di S. Antonio le vie di Catania per tre giorni quasi interi al
da Padova alla monumentale Basilica titolata grido, il solito “Citatini, Citatini, semu tutti devoti
al bimartire, con banda musicale dietro e tutti!?”. “Cettu, cettu” rispondono altri in un coro
luminarie accese lungo la via, a volte fa freddo. sommesso agitando ciascuno ritmicamente un
La breve processione intanto, è l’annuncio di fazzoletto bianco. Fin dall’alba del 4 febbraio.
una festa già pronta. Basta entrare in chiesa, La cattedrale accoglie tutti, raccoglie
dove il via vai dei fedeli si fa sempre più intenso l’indefinibile devozione che si accalca fra le
a ogni momento che passa, dove l’attesa è colonne, in mezzo alle navate, sugli altari laterali
palpabile in ogni angolo del tempio. e da ovunque sia possibile vedere meglio.
Alle ventidue in punto poi, avviene ad Acireale Verso le cinque il prezioso mezzobusto viene
una cosa curiosa. Le campane sciorinano liberato dal suo lungo dormire. Allora l’urlo
una serie di melodie, sette diversi scampanii diventa incessante, l’attesa addirittura cresce:
tanti quanti le antiche confraternite un tempo perché da quel sonno alla strada manca poco,
richiamate ad una ad una. Per ognuna di dalle austere volte del tempio all’odore del
esse corrispondeva un suono particolare torrone, dello zucchero caramellato, all’odore
delle campane. La prima chiamata veniva della festa insomma, è solo questione di ore;
effettuata alle ventidue e trenta; l’ultima alle poche, al massimo due. Il lungo preludio della
quattro e mezza. Ciascuna confraternita però, festa non era bastato.
non giungeva a seguito della relativa chiamata Le candelore avevano iniziato a danzare fin
ma assieme a tutte le altre, quando i chiarori dopo l’Epifania; nei quartieri, nei vicoli, vicino
dell’alba del 20 gennaio le radunava in un le botteghe dei ceti di appartenenza. Avevano
unico corteo alla volta della basilica. avviato la questua in una città già pronta ad
Con la scomparsa di quelle confraternite le avvertire, a respirare ogni cosa che potesse
“sette chiamate” vengono effettuate solo riguardare le celebrazioni Agatine. Con la
simbolicamente e una a seguire l’altra, peregrinatio del velo e la sua esposizione a
rimanendo intervallate soltanto da un dum, S. Biagio, nella parrocchia del Borgo, di S. Pio
dum, dum….dum, dum, dum lento e grave di Pietralcina, di S. Luigi Gonzaga e poi sante
chiamato ‘u cunsulato e avente lo scopo di messe, omaggi vari, concerti.
separare, al fine di non mischiare, riducendo Neanche il 3 febbraio, giorno d’inizio ufficiale
a un’unica, variegata e indefinita sequenza, dei festeggiamenti, era bastato a smorzare
le “sette chiamate” appunto, destinate così a l’attesa, con le due antiche carrozze del
rimanere almeno nella memoria degli acesi. Senato al mattino, gli inni a sant’ Agata e i
Quindi giunge l’alba. La memoria lascia giochi d’artificio a sera, “ ‘u sparu d’a sira ‘o tri
spazio al presente. E il presente è la fortissima “, come li chiamano.
devozione per un santo che qui appartiene al Eppure è finanche evidente, a Catania,
popolo, alla gente qualsiasi, a tutti. quando giungono danzanti le candelore in
Alle sette e trenta in punto un sacerdote sale piazza Duomo, che altro non può essere che
sull’altare e schiude le tre serrature della cella il giorno ufficiale in cui incomincia davvero la
contenente il santo e la sua vara. Allora in festa.
molti accentuano la devota trepidazione di
una chiesa stracolma con lunghi e prolungati
“vivasanbastiaaaano”… “e chiamamulu cu A pagina 18, fuochisti a Cassaro per la festa di
tuttu ‘u cori”…”vivasanbastiaaano”. S. Antonio Abate.
Allora capisci veramente quanto sia forte ad A pagina 19, festa di S. Lucia a Ispica.

21
22
E’ il 13 dicembre, a
Siracusa sono passate
da poco le 15,30 e santa
Lucia è appena uscita…

…sosta sul sagrato


della cattedrale sorta
al posto del tempio
dedicato ad Athena nel
V sec. a.C.. Su disegno
dell’architetto Andrea
Palma la costruzione
della chiesa iniziò nel
1728. Sull’antichissimo
tempio pagano svettava
la statua della dea il cui
scudo rifletteva i raggi
del sole.
Finalmente va incontro
al suo popolo devoto…
…visto che durante
l’anno il simulacro
è possibile vederlo
soltanto dal 12 (prima
il 13) al 20 dicembre, il
28 dicembre, dal 9 al
13 gennaio, il Lunedì
dell’Angelo e la prima
domenica di maggio
in occasione della
festa detta di “ Santa
Lucia delle quaglie”,
legata a un evento
miracoloso accaduto
durante la carestia
del 1646. Invocata la
santa numerose quaglie
spezzarono il loro volo,
la gente raccolse allora
gli uccelli potendo così
sfamarsi.

La splendida statua,
opera di Pietro
Rizza, considerata
un capolavoro
dell’oreficeria siciliana
del XVI sec.. La sua
altezza è di un metro
e cinquantaquattro
centimetri…
…posta sopra la vara raggiunge i tre
metri e settanta centimetri.
Detta vara argentea, opera del 1608
di Nibilio Gagini, venne concepita
come il reliquiario destinato a
conservare il corpo della martire.
Di fatto essa contiene soltanto i
frammenti di un braccio e tre costole.
Il fercolo è fiancheggiato dai portatori
di candelabri i quali vestono abito
verde bordato di rosso. I candelabri
sono in tutto dodici; dai mazzi di fiori
emergono le candele oggi purtroppo
di legno e alimentate a elettricità.

29
La processione di santa Lucia è anche
sfarzo. Costumi d’epoca vengono indossati
da figuranti a rappresentare i paggi, i
mazzieri, gli staffieri che accompagnavano
l’intervento del Senato dietro al fercolo.
La carrozza dalle pareti di cristallo, sebbene
vuota, lo segue ancora. Interamente
tappezzata di raso damascato riproduce la
vettura imperiale austriaca ed è un classico
esempio di stile rococò.

31
Sotto l’azzurro
cielo siciliano il
pesantissimo fercolo
avanza.

I portatori, ora in
un momento di
sosta, indossano
tutti un copricapo
rigorosamente
verde.
Sotto i lunghissimi baiardi i sessanta
portatori. A ordinare loro il sollevamento e
la posata del fercolo è ‘u campaniddaro
attraverso il suono del suo campanello.
Dalla cattedrale la santa è condotta
quindi in spalla fino alla cosiddetta
Basilica del Sepolcro, un tempietto
ottagono illusoriamente costruito per
potervi custodire il corpo della giovane
martire. La costruzione venne ultimata
nel 1629, ma come è risaputo il corpo
rimane conservato a Venezia da quando il
doge Duonnolo, temendo potesse essere
trafugato dai pirati moreschi, lo portò via
da Siracusa.
I siracusani ne attendono ancora
la restituzione. Fatto eccezionale fu
la traslazione temporanea in città
- da Venezia giunse a bordo di un
elicottero militare - del corpo, durante i
festeggiamenti del 2004.
Il 20, ancora processionalmente, il
simulacro ritorna in cattedrale dove sarà
ricollocato nella sua cappella ricavata
nella navata di destra del tempio. E a
quel punto sarà l’inverno, così fortemente
legato a questa santa, con la sua notte
creduta ancora la più lunga dell’anno
come se fosse davvero il buio del solstizio.

35
Gli staffieri scortano la
carrozza.

Bambine “Santa Lucia”


durante la processione
dell’ottava, quella
di ritorno; nelle mani
la palma, simbolo
appartenente ai santi
martiri.
“Sirausana eni…”

“ …Viva santa Lucia,


Viva santa Lucia”
Confraternite, Clero,
rappresentanti del
Comune, della
Provincia con i
rispettivi gonfaloni;
la partecipazione
è totale, c’è anche
un… vecchio
Cavaliere del
Santo Sepolcro. E i
carabinieri con… i
pennacchi.

Il luminoso scintillio
dell’argento sembra
suggellare l’eterna
metafora della luce
e del buio…passa la
regina di Ortigia…
Domenica successiva al 13
dicembre: a Ispica esce santa
Lucia. La statua è opera
del napoletano Francesco
Biangardi.

Ecco il fuoco catartico,


tipico dei transiti stagionali,
i cascaruna, come qui
chiamano i falò che vengono
accesi lungo il tragitto della
processione: esorcizzano
il male, mentre le fiamme
rischiarano il temporaneo
scemare della luce.
Giarratana: l’antichissimo
simulacro di sant’Antonio Abate
per le vie del paese. La statua,
realizzata nel 1626, si trovava già
nella primordiale chiesa distrutta
dagli eventi sismici.

Al termine della cosiddetta


cianata di sant’ Antonio che ha
inizio immediatamente fuori dal
sagrato antistante la sua chiesa
della quale è visibile la parte
retrostante.
Al termine della processione
mattutina avente luogo la
domenica successiva al 17
gennaio il santo viene condotto
nella Chiesa Madre. Con lancio
di ‘nzareddi e sparo di mortaretti,
sant’Antonio esce a mezzogiorno
per fare ritorno nella sua chiesa
nel tardo pomeriggio. Prima del
rientro definitivo la benedizione
degli animali rappresenta il
momento rituale legato al santo
(protettore giusto degli animali)
che l’antica economia agricola-
pastorale del luogo non avrebbe
potuto tralasciare.
Sono le undici del mattino del 20 gennnaio.
Ad Acireale San Sebastiano è appena
uscito e sosta sul sagrato della splendida
Basilica ricostruita fra il 1699 e il 1765. Tra
poco, esaurita una breve omelia, verrà
intrapresa la prima…corsa: perché san
Sebastiano, qui (e non solo), non cammina:
corre.

46
I divoti, circa settanta, hanno qui con un diametro di circa 35 Iniziata la processione, ‘u maestr’i
avviato il pesante baiardo, la centimetri. Tali ruote sono poi vara , uomo di grande esperienza,
struttura settecentesca sulla fisse, cioè non sterzanti, cosa ne dirige ogni operazione. Egli
quale viene posta la preziosa che richiede particolare abilità non appartiene al gruppo dei
vara argentea con la statua del e dimestichezza da parte di cosidetti divoti distinguendosi
bimartire. Il baiardo è munito di chi spinge, solleva, fa correre, inoltre da essi per il basco nero e il
ruote di ferro aventi la medesima frenare e finanche virare, l’antica sacco bianco.
struttura di quelle dei carretti, macchina processionale.

49
In piazza Vigo, proprio innanzi la basilica di S.
Sebastiano, si sente soltanto il sordo rantolio delle
ruote del baiardo. La gente ha fatto spazio e
rimane col fiato sospeso ad accompagnare con lo
sguardo il fercolo del santo.
Fra strade piccole e grandi, piazze, slarghi e
strettoie durerà circa quattordici ore il viaggio del
bimartire accompagnato da fragorosi scoppi di
mortaretti e soprattutto da prolungati scampanii
ogni qual volta il corteo transiti nei paraggi di
qualche chiesa.
Il compito più arduo e faticoso rimane quello dei
divoti come (in un’accezione ristretta del termine)
vengono qui chiamati coloro che spingono,
direzionano e sollevano, quando occorre, il
pesante fercolo il cui peso supera le cinque
tonnellate complessive.
Per la cronaca, soltanto una volta avviene il
sollevamento totale, esattamente sulla via S. Carlo,
dove il corteo giunge verso le tredici e trenta.
Fino agli anni ‘30 la conduzione processionale
spettava esclusivamente agli uomini di mare del
villaggio Santa Maria La Scala che, nel 1656, si
raccolsero nella confraternita di Santa Maria della
Pace.
A seguito dell’emigrazione verso i paesi
dell’America Latina il sodalizio si svuotò e venne
dichiarato disciolto. A questo punto inizia una
sorta di apertura nei confronti di chiunque intese
partecipare all’organizzazione della festa e al
trasporto processionale di san Sebastiano.
Ai nostri giorni infatti, pur rimanendo fra i divoti
una prevalenza di pescatori scalesi (unitamente
a un certo numero di fugghiara - ossia venditori
di frutta e verdura -) chiunque, senza dovere
necessariamente appartenere a confraternite o a
categorie specifiche di lavoratori, può partecipare
a detto trasporto, appunto, senza le preclusioni di
un tempo. Tale apertura, pare, contribuì non poco
a far crescere la partecipazione popolare locale
alle celebrazioni riservate a san Sebastiano.

51
La prima sosta avviene sulla via accompagnamento fatto da una folla messinesi e locali) viene separata dal
Ruggero Settimo nei pressi della partecipe e disordinata che segue e baiardo e spinta all’interno della sua
cattedrale, ultimata la prima corsa. precede il santo, la corsa viene poi nicchia. Le operazioni sono dirette
Dieci, dodici secondi, un lampo, e ripetuta nel primo pomeriggio; d’a sempre dall’eperienza d’u maestri’
l’accelerazione viene smorzata di chiazza, luogo dove al mattino si fa il vara.
scatto. mercato, fino in via Vittorio Emanuele Quando scoccano le due o quasi della
Intanto c’è, ad Acireale, chi rammenta attraversando ancora piazza Vigo. A notte echeggiano in chiesa ancora
una velocità più elevata impressa al sera, sul corso Umberto fino a piazza le grida dei fedeli, certe invocazioni
fercolo. Giovanni XXIII, innanzi il Palazzo disperate fatte di prolungati “devoti
Gli anziani affermano che era Vescovile e al ritorno di via Savoia. cu boona fidi”… “vivasanbastiaaano”;
possibile imprimere una più vigorosa Infine all’entrata. In questa circostanza “guardati quant’è beddu, rizzuteddu
spinta grazie a una minore affluenza il fercolo proveniente da via Davì, la rizzuteddu”… “viva sanbastiaaaano”…
di persone e di conseguenza del strada degli orafi, giunge in piazza E per otto giorni la cella rimarrà aperta
maggiore spazio a disposizione. Ma non Vigo virando di centottanta gradi e affinché san Sebastiano possa rimanere
solo. Dicono pure che… più abili erano i indietreggiando, sempre in corsa, fino esposto alla venerazione dei fedeli.
divoti di una volta. ad arrestarsi sul sagrato della chiesa.
Durante la processione, più che In chiesa, subito dopo l’entrata, la
altro una sorta di affettuoso vara (cesellata nel 1771 da argentieri
La consegna
ufficiale del
mezzobusto di
sant’Agata è
avvenuta alle
sette del mattino
sul sagrato della
Cattedrale; la
Chiesa lo affida
perciò al popolo di
Catania e il popolo
lo “concederà”
alla Chiesa soltanto
per la solenne
pontificale del 5
mattina.
Per il resto sarà il
solito bagno di folla.
Dai balconi, nelle
strade, attorno al
fercolo.
“Abitino” al collo, sacco bianco cittadini uscirono in strada vestiti attraverserà la centralissima via
e basco nero, l’abito ufficiale di bianco. Etnea per giungere al Borgo e
della devozione a sant’Agata. Varcata porta Uzeda intanto, ridiscendere lungo la stessa via
Il bianco del sacco è stato visto è via Dusmet, accanto agli Etnea.
come segno di allegrezza e archi della marina nella zona L’itinerario processionale del
giubilo. Lo riferisce Antonio Longo chiamata del Porticello. Inizia il giorno 4 subì qualche modifica
il quale aggiunge che quando giro cosiddetto “esterno”, meno all’inizio degli anni ‘60, tuttavia
giunsero a Catania provenienti aristocratico e più popolare continua oggi a rappresentare
da Costantinopoli i resti di rispetto a quello del giorno l’antico percorso che lambiva le
sant’Agata, vescovo, canonici e dopo, quando la processione mura di cinta volute da Carlo V.

55
Continua il “giro esterno”. Sul fercolo
devoti e sacerdoti, i cosiddetti custodi
delle reliquie, raccolgono la cera
offerta in enormi quantità e controllano
l’andamento della processione. Come
da tradizione l’addobbo floreale della
giornata è composto da garofani rosa, a
differenza del giorno 5 in cui i fiori saranno
bianchi.
La vara, dentro la quale vengono collocati
il prezioso mezzobusto di sant’Agata
(opera del XIV secolo realizzata dal
senese Giovanni Di Bartolo) e lo scrigno
(la cassa d’argento contenente le reliquie
della martire) venne realizzata nel 1519, o
meglio, il 4 febbraio di quell’anno uscì per
la prima volta.
Successivamente vennero aggiunte
intorno ai bordi del cupolino le dodici
statuette in argento raffiguranti gli apostoli,
rubate nel 1890 e poi rifatte.
Le venti lampade risalgono al 1610, i
vasi portafiori, le scene del martirio e dei
miracoli della santa vennero aggiunti via
via negli anni successivi.
Il 17 aprile 1943 la vara subì ingenti danni
a causa di un bombardamento. Nel
Dopoguerra sant’Agata uscì perciò su un
fercolo, per così dire, in prestito, quello di
san Mauro, di Acicastello.
Nel 1947 venne rifatta l’ossatura lignea e la
vara assunse le linee originali disegnate da
Vincenzo Archifel all’inizio del XVI secolo.

57
Ecco, il Barocco in movimento:
Candelora del “Circolo cittadino
S. Agata” realizzata nel 1875 e
voluta dal Cardinale Dusmet
(pagina accanto).

Dettaglio della Candelora dei


Panettieri, la più pesante e per
questo condotta da dodici
portatori e non da otto come
quasi tutte le altre.
Le candelore sono un forte
elemento identificativo dei
festeggiamenti in onore di
sant’Agata. Trattasi di undici
strutture cilindriche indorate
in stile generalmente Barocco
che, infiorate, imbandierate e
ricchissime di lampioncini, putti,
immagini di santi, precedono,
allineate in fila indiana (fino
all’immediato Dopoguerra
camminavano a coppie) il
corteo del 3 mattino, il fercolo
di sant’Agata nel “giro esterno”
del 4 e in quello “interno” del 5.
Condotte in spalla dagli
appartenenti alla categoria,
questo l’ordine: candelora del
vescovo Ventimiglia, del ceto
dei Rinoti (dono degli abitanti
del quartiere San Giuseppe la
Rena), dei Giardinieri e Fiorai,
l’unica in stile Gotico; dei
Pescivendoli (in stile Rococò);
seguono quelle dei Fruttivendoli,
dei Pizzicagnoli (in stile Liberty),
dei Pastai, dei Macellai, dei
Bettolieri; quest’ultima è la
seconda in ordine di pesantezza
e necessita di dieci portatori.
Chiudono la sfarzosa teoria
la candelora dei Panettieri e
quella del Circolo S. Agata.
Rappresentando l’omaggio da
parte delle varie Corporazioni
alla Patrona, le candelore
racchiudevano al loro interno
un enorme cero che nella parte
alta fuoriusciva da una corona
oggi spesso coperta con dei
grossi mazzi di fiori.
A sinistra un anziano
devoto; a destra
il luccichio delle
fiamme dei ceri e
la gente che fa la
festa.
Il Pitrè riferisce di “un
paio di centinaia” di
“forti giovani”(oggi
i giovani che si
avvicendano
alle robuste e
interminabili funi sono
migliaia) dediti al
trascinamento del
fercolo allora non
dotato di ruote ma
di mezze lune che
strisciavano sulla
strada producendo un
forte attrito.

Di fatto, oltre alle


ruote, l’odierno
sistema meccanico
di movimentazione
risulta abbastanza
complesso. Nel 2005 è
stato perfino installato
al fercolo un freno
idraulico a seguito di
un triste e drammatico
incidente avvenuto
nel 2004 sulla salita
di via Sangiuliano
dove peraltro il corteo
giunge nella mattina
del 6 febbraio e non
più nottetempo. Ciò,
e non solo, toglie a
quel transito la grande
intensità emotiva
ricordata e rimpianta
da molti anziani
catanesi.
Mentre il capovara
continua a rimanere
in piedi nella sua
supervisione alle
operazioni necessarie
durante la durata
dell’estenuante
processione.
La salita di via Sangiuliano - assieme
a quella dei Cappuccini in piazza
Stesicoro, nel tardo pomeriggio del 4 -
rappresenterebbe uno dei momenti più
esaltanti della processione.
Negli ultimi anni infatti l’antica via
Lincoln è stata purtroppo affrontata
a passo e non di corsa, abitudine
mantenuta lungo la salita dei
Cappuccini, nei pressi della chiesa di
S. Biagio, comunemente conosciuta
come S.Agata alla Fornace
coincidendo con il luogo del martirio
della santa. Per questo le antiche
credenze vogliono che giunto il fercolo
in questo luogo, il viso del mezzobusto
della santa impallidisca.
Subito dopo la salita di via Sangiuliano
va invece segnalato un momento di
grande misticismo e suggestività: il
canto delle monache benedettine in
via Crociferi. Quindi viene intrapresa
la via verso la Cattedrale per la fine di
ogni cosa.

65
66
Della grande festa
di sant’Agata
rimarranno i ricordi
di migliaia e migliaia
di fazzoletti bianchi
sventolati da
grandi e piccoli,
di battimani e
grida, invocazioni,
canti e soprattutto
giaculatorie fatte
di incessanti
“Citatini… tutti
devoti tutti!?” e di
“Viva sant’Aita!”che
mai sembrerebbe
possibile separare
dall’immensa
devozione dei
catanesi per la loro
Patrona.

67
Tra l’Inverno che Finisce...
e la Primavera che Avanza

69
Le leggende narrano di miti e carestie, di alberi
rinsecchiti senza fiori né frutti e di genti disperate.
Persefone era stata rapita e Demetra, sua
madre, dea delle messi e della vegetazione,
aveva smarrito la voglia di vivere. Per questo
abbandonò a se stesso il giardino del mondo
che era la Sicilia, supplicando Zeus affinché la
figlia tornasse.
Venne alla fine stabilito che Persefone avrebbe
trascorso sei mesi negli inferi e sei mesi sulla terra.
Una volta all’anno ella poteva lasciare perciò
la dimora coniugale e una volta all’anno sua
madre, presa dalla gioia, colorava il gran
giardino con i fiori e i frutti della primavera.
Allora gli uomini, scongiurato il freddo perenne
e la carestia, festeggiarono pure quel ritorno
allestendo altari adorni di mirto di alloro e
soprattutto di pani.
Da allora mai tralasciarono la devota pratica.
L’avvicendamento della brutta e della bella
stagione non ebbe mai fine, perchè quando i
miti abbandonarono gli uomini, essi avevano
già iniziato a trarre conforto dai santi.
Oggi, quando è il tempo sacro a san Giuseppe,
da queste parti sono altari ricchissimi di pietanze
di ogni genere; cibi prelibati e primizie vengono
esposti artisticamente. Sono apparati allegorici
della vita. E della bella stagione che avanza.
La sacralizzazione dell’equinozio avviene
attraverso ‘u mmitu , ossia l’invito offerto per
motivi di voto alla Sacra Famiglia, a tre persone
interpreti di Gesù, Giuseppe e Maria.
Le cene, in realtà lauti pranzi, vengono effettuati
presso abitazioni private. Talvolta anche in
spazi pubblici. Uguali nei contenuti e nella
collocazione degli elementi simbolici principali,
le composizioni delle cene variano, non di rado
anche nel numero degli invitati.
In taluni posti l’invito viene infatti esteso anche a
sant’Anna e san Gioacchino, per cui gli invitati
diventano cinque.

70
A Santa Croce Camerina invece - paese Sempre nel Ragusano, nello stupendo e
praticamente moderno, con una Chiesa Madre incomparabile Barocco di Scicli, i festeggiamenti
pressoché ottocentesca (fra sovrapposizioni e in onore di san Giuseppe sono principalmente
rifacimenti), monca di un campanile poichè caratterizzati da una singolarissima
mai costruito (sotto la dominazione spagnola cavalcata. Aveva essa luogo il 18 marzo,
un solo campanile non veniva assoggettato a oggi la sera precedente alla processione che,
tributi governativi, due sì), e numerosissime serre analogamente in tutto il Ragusano, si svolge la
a reggerne l’economia locale - sono le “sacre domenica più vicina al 19. Ciò a seguito della
famiglie” invitate che possono essere più di una. soppressione della giornata festiva.
‘A menz’jornu nescinu i santi. La famiglia che Ritornando a Scicli, particolarissime, quasi
offre il pranzo va a prenderli in chiesa. Se lo bizzarre, sono le enormi bardature dei cavalli
ritiene opportuno con la banda musicale. rivestite da composizioni floreali quali croci,
Escono quindi finita la messa e attraversano calici, ostie e ostensori, bastoni di san Giuseppe e
il paese quasi trionfalmente. Poi chiedono altri simboli sacri, realizzati con le violacciocche.
accoglienza bussando alla porta della famiglia La singolare sfilata equestre viene preceduta
che ha preparato l’invito facendo finta di essersi dalla Sacra Famiglia (assieme ad essa un
fermati in quella abitazione casualmente. angelo dalle ali di cartone interpretato da un
Qui è sempre un uomo anziano a interpretare bimbo) impegnata nella ricerca di… un altro
san Giuseppe, come del resto a Militello Val Egitto.
di Catania. Conduce egli un bastone con E’ questo il senso della cavalcata di Scicli.
l’estremità agghindata da un paio di arance Mentre nelle strade e nei vicoli vengono
poste tra nastri e foglie e un santino con arrostite salsicce e carni di ogni genere, anche
impresso san Giuseppe, appunto. La Madonna di… cavallo.
è interpretata da una bambina sui dodici Una irriverenza, forse, nei confronti del vero
anni, il ragazzino nella parte di Gesù è ancora protagonista di questo pittoresco, gioiosamente
più piccolo. A parte una ghirlandetta di fiori assordante prologo serale in onore di san
d’arancio che gli cinge la fronte i personaggi, Giuseppe.
a differenza di Militello Val di Catania, a Santa
Croce Camerina non indossano costumi
particolari. Sarà la simbologia gestuale a dare
significato al rito: arcaico e propiziatorio.
A san Giuseppe è riservato il compito di
benedire la casa che ha fatto l’invito.
Una volta entrato, ovviamente assieme a Gesù
e Maria, si lava prima le mani in una bacinella
contenente acqua e vino e, dopo aversele
asciugate con una tovaglia di lino, prima di
sedersi a tavola dice così: “ o cantu, o cantu,
cc’è l’ancilu santu, ‘u Patri, ‘u Figghiu, ‘u Spiritu
Santu”. Nelle pagine 68 e 69, Festa di S. Giuseppe a Scicli.
E inizia il banchetto. Pagina 70, San Giuseppe a Ispica.

71
A Militello Val di
Catania la banda
musicale attende
l’uscita della Sacra
Famiglia dalla
canonica della
chiesa madre di San
Nicolò...

…subito dopo
l’accompagna per
le vie del paese. I
personaggi sono
vestiti all’ebraica; il
bastone impugnato
da san Giuseppe
è qui sormontato
dai tradizionali gigli
appartenenti alla
iconografia tipica del
santo.
Nella pagina accanto una violacciocche selvatiche venivano
evidente stella di David che prima cucite con lo spago ad una
può essere uno degli elementi ad una mentre oggi i medesimi fiori,
ornamentali delle bardature dei però coltivati, vengono applicati
cavalli di Scicli. con la colla a caldo su di un
Sopra, l’evidente G sulla testiera sacco sagomato nella forma del
fa ovvio riferimento al santo cavallo, riempito internamente di
festeggiato. Dalle dieci alle paglia e nello strato più esterno di
quindici persone partecipano alla spugna, in maniera tale da creare
realizzazione della bardatura. Il il supporto per l’applicazione delle
sistema di applicazione dei fiori è composizioni floreali.
cambiato da oltre un decennio. Le

75
I cosiddetti pagghiari, enormi temendo che il calore potesse I campanacci avevano fatto da
cataste di legna e piante causare l’esplosione dei tubi intenso e incessante sottofondo
rinsecchite, incendiati col dell’impianto sottostante. sonoro alla cavalcata più bizzarra
sopraggiungere della carovana Dietro i palazzi il colle S. Matteo ed eccentrica dell’intera Sicilia in
festante farebbero da tradizionale sembra un presepe. Con i suoi festa.
e suggestivo contorno alla festa ruderi abbandonati in cima dopo
se non fossero oggi ridotti soltanto l’apocalisse, e con il corteo che
a due. I falò da essi prodotti dalla via S. Giuseppe giunge in
salvano almeno la simbologia piazza Italia e poi sale lungo la Ora è il giorno successivo, sempre
dell’elemento catartico del fuoco via S. Maria La Nova. Nel punto in una domenica di marzo, i cavalli
scacciamali legato ai transiti cui la strada si biforca è possibile giungono ancora nei pressi della
stagionali. ammirare finalmente uno dei chiesa di S. Giuseppe, sulla via
Dicono, in paese, non senza due pagghiari sopravvissuti; omonima, in leggera pendenza,
rammarico, che a seguito della l’altro è in piazza Diaz. Mentre lunga, curvilinea, non molto
realizzazione del metanodotto è almeno il grido della festa rimane ampia, dove la processione con
stata vietata la collocazione dei sempre lo stesso: “Patrià, Patrià, la statua del Bagnasco è stata
numerosi pagghiari di una volta, Patriaaarca!”. avviata.

76
Nella stanza più grande della più belle coperte possedute dalla in processione a Santa Croce
casa in cui viene adempiuto famiglia, non manca mai l’effigie Camerina. Le locali cerimonie,
il voto, una tipica cena di del festeggiato con o senza comprendenti aste in piazza
Santa Croce Camerina. Dolci, Maria. con offerte che toccano cifre
pasticci di spinaci, zeppole, L’ “invito” alla cena era esorbitanti (per un pane, della
finocchi, cassata, baccalà concepito come ristoro per frutta, un pollo ecc.) prendono
fritto, pasta e ceci, oggi spesso i poveri. Talvolta una Sacra vigore a partire dal 1832, quando
sostituita con la pasta al sugo Famiglia partecipava a più il barone Guglielmo Vitale
arricchito dall’aroma dei chiodi banchetti e finiva col portarsi a decide di destinare una rendita
di garofano, dalla cannella, casa il cibo che non riusciva a di tre vignali alla festa che, in
dall’alloro e dal camommu, ossia consumare nel corso dell’ “invito”. poco tempo, finirà perfino con l’
il cardamomo, tra i cibi più tipici Nella pagina accanto lo adombrare quella patronale di
della tradizione locale. Adorne di splendido simulacro di san santa Rosalia.
arance e rivestite le pareti dalle Giuseppe, opera del Bagnasco,

78
La Settimana Santa

81
S. Nicolò e S. Maria della Stella a Militello Val di Michele da Ferla disegnò su una tavola
Catania, due chiese, due quartieri, due sodalizi, d’ardesia. Per i sopravvissuti della Terra
un solo ma marcato dualismo sopravvissuto d’Ochula.
finanche all’apocalisse. Perché il diritto a Ma pure a Sortino e a Ispica, il Cristo alla
essere Madrice venne concesso a S. Nicolò e Colonna scalda le notti spesso ancora fredde
negato all’altra. Ma S.Maria della Stella non del tempo Pasquale.
desistette nel suonare per prima le campane A Sortino ‘u Nummu ru Gesu , il nome di Gesù,
della Resurrezione fino a quando un Vescovo esce la notte del Venerdì Santo. Le farate,
non stabilisce il contemporaneo svolgersi cioè certi grandi falò, illuminano le strade del
delle funzioni, con le due torri campanarie paese, quasi riscaldano l’aria al passaggio
piantonate per l’intera notte dai carabinieri… . del prodigioso simulacro. Quando la Terra
Per il resto, in Val di Noto, l’ immagine più d’Ochula tremò, venne infatti estratto integro
ricorrente della Settimana Santa, questo dalla chiesa di S. Maria del Casale invece
momento così inaspettatamente mistico e distrutta.
selvaggio, è Cristo alla Colonna, non c’è Circa tre ore di processione. Dalle quattro del
dubbio. mattino alla luce del giorno più mesto, quando
Proprio a Militello Val di Catania, la sera del verso le sette ‘u Nummu ru Gesu rientra nella
Mercoledì Santo, echeggia il grido: “Ecce chiesa di S. Sofia.
Homo!”. A Ispica, il dualismo fra Cavari e Nunziatari
Il predicatore di turno lo grida al cospetto imprime al paese l’aria vibrante di una festa
del Cristo. Il grido è sempre lo stesso. Chissà diversa.
da quanti anni. Al termine della predica E’ una Settimana Santa, quella di Ispica, pronta
l’invocazione del perdono: “o bontà di ogni anno a distaccarsi dalla tipica mestizia
paradisu, mai mai t’avissi affisu”. E dall’alto che altrove generalmente caratterizza i giorni
del campanile giungono i tradizionali cento precedenti la Pasqua.
rintocchi. Allora in molti si dirigono verso Ma qui, in Val di Noto, la Settimana Santa
la chiesetta del Calvario a vegliare fino al è anche il trionfo di Maria. E’ l’assorta
sorgere del sole un Cristo già morto. In croce contemplazione del dolore della Madre.
lo metteranno dopo - tra musiche e maschiate Come ovunque, del resto. Fino a quando, la
- e vi rimarrà fino al tramonto, quando due Domenica di Pasqua, i mantelli neri cadono,
uomini saliranno ancora sulle scale, questa i Cristi risorti ondeggiano, corrono: a Modica,
volta per deporlo. ancora a Ispica, a Ferla, a Comiso dove,
Suona la banda. Scoppiano altri mortaretti. curiosamente, un gruppo raffigurante l’
Sceso dalla croce il Cristo lo si pone sopra un Annunciazione viene condotto in processione.
letto ricamato con fili d’ oro e inizia il giro del Solo che a Comiso, il culto delll’Annunziata è
paese con le soste nei posti prestabiliti per il troppo intenso per potere essere trascurato.
canto del Popule meus. Immediatamente dopo la veglia Pasquale,
Spostiamoci a Mineo. Dalla Collegiata di nella Basilica dell’Annunziata stracolma, il
S.Pietro, ancora il Mercoledì Santo, esce una Risorto e la Madonna vengono perciò scesi
delle innumerevoli immagini di Gesù flagellato. dall’altare con l’ausilio di un congegno
L’effetto visivo è magnifico. Un’artistica, meccanico. Alle dieci e mezzo incomincia la
splendida, eccentrica raggiera in argento processione. In una mattina di Pasqua che
contorna la statua rendendola luminosa. richiama il Natale!
Analogamente a quella di Palagonia, di Lontani dai clamori festivi invece, il silenzio
Grammichele, il paese esagonale che frà della chiesa di S. Maria La Nova, a Scicli,

82
sembra quasi irreale. Il calore devozionale, santa Maria di Cleofe e quel Cristo sanguinante
la foga, la baldanza, le acclamazioni, le le cui braccia danno la curiosa impressione di
esplosioni vitalistiche riservate ‘o Gioia, come essere staccate dal corpo. E da allora il dramma
chiamano gli sciclitani la loro statua del Risorto, andò in scena a ogni Domenica delle Palme.
sembrerebbero appartenere ad altri mondi. Alla vara vengono appese le palme benedette
Eppure l’ Omu Vivu è lì, quasi innaturalmente al mattino, offerte in denaro e soprattutto ex
immobile dietro il suo cristallo destinato a voto rappresentati da bambini di cera vestiti di
proteggere le sue belle fattezze. rosa o di azzurro legati lungo le colonnine del
Questa chiesa, di recente restaurata, è il baldacchino.
luogo da dove vengono avviate la prima e Due giorni dopo, dalla chiesa di S. Bartolomeo,
l’ultima processione del locale ciclo pasquale, più a basso rispetto S. Maria La Nova, va
esattamente la Domenica delle Palme e il in processione il Crocifisso con Maria e san
giorno di Pasqua. Giovanni ai piedi della croce. E’ straordinario
Sulla navata di sinistra, in una sorta di quanto la visione del gruppo richiami il Cristo de
cappellone, il gruppo della Pietà, apogeo del Gracia che esce a Cordoba la sera del Giovedì
dolore, quanto di più straziante abbia potuto Santo e la cui iconografia rimane legata alle
concepire ed esprimere la religiosità popolare immagini sacre dell’America Latina.
siciliana. Il Venerdì Santo infine, una terza Addolorata
Nella stessa chiesa dunque, quasi di fronte, detta di S. Giovanni (la chiesa da cui esce)
l’ineluttabilità della morte e il trionfo della vita, conclude la Settimana Santa di Scicli. Prima
l’una al cospetto dell’altro. Ogni giorno. dell’apoteosi della Domenica di Resurrezione.
Nel pomeriggio della Domenica delle Palme, il Prima che l’ Omu Vivu trionfi nel Barocco
gruppo del dolore dunque si muove. Inizia una circostante. Prima che il grido “Giò, Giò, Gioia”
processione il cui percorso è stato tracciato, risuoni fino davanti la chiesa del Carmine
anzi, leggermente modificato, da oltre due in piazza Busacca; sì, quello della marcia
secoli, per via di un episodio miracoloso che più richiesta, la musica più veemente per
prima del rientro obbliga a condurre il sacro accompagnare i sobbalzi, ‘i giri d’ u Gioia.
gruppo della Pietà in uno slargo poco distante Prima che davanti a lui si chiuda l’anta a vetri
dalla chiesa. Esattamente in quel posto, durante della sua nicchia per un altro anno. Prima che
una processione, la Madonna (in spirito, o in l’Annunciazione di Comiso risalga sopra il suo
carne ed ossa, non è chiaro) prese il posto della altare a cancellare ogni trionfo di qualsiasi
statua. Era il 1725. Cristo alla Colonna dei giorni di Passione.
La visione venne sostenuta da un frate, tale A Grammichele, a Sortino, a Militello Val di
Girolamo Terzo, il quale aveva accompagnato Catania, Palagonia, Mineo, a Ispica…
con le preghiere la processione di quell’anno.
Anche la storia del gruppo è legata a un
episodio leggendario. A evitare infatti che la
statua della Madonna venisse rubata dagli
infedeli, alcuni uomini di Scicli avevano ritenuto
opportuno nasconderla.
Di essa non si seppe più niente fino a quando
non venne in sogno a un devoto il luogo A pagina 80, Giovedì Santo a Ispica, Cristo alla
esatto (una cisterna richiusa da un masso) Colonna.
dove la statua era stata occultata. Fu dopo il A pagina 81, Scicli, Martedì Santo, festa del S.S.
ritrovamento che vennero aggiunte sant’ Anna, Crocifisso.

83
Scicli, dalla chiesa
di S. Maria La Nova
sta per uscire la
Deputazione della
Pietà.

Il “sacro gruppo”
della Pietà in
processione; che
sia Domenica delle
Palme è evidente.
Gli ex voto, ossia i
numerosi bambini di
cera vestiti di rosa e
di azzurro sistemati
lungo le aste del
baldacchino.

Il dramma in scena:
sant’Anna, in piedi,
conforta la Figlia. Si
noti come il braccio
del Cristo sembri
staccato dal resto del
corpo.
Ancora Scicli,
Martedì Santo,
il Crocifisso di S.
Bartolomeo, effigie
di chiara influenza
iconografica ispano-
americana.

Mineo, la prima
sera del Mercoledì
Santo scende
sulla processione;
cavalieri del Santo
Sepolcro in primo
piano, sullo sfondo
i bagliori della
vara del Cristo alla
Colonna.
Il Cristo alla
Colonna di Mineo
contornato dalla
splendida raggiera
in argento.

Militello Val
di Catania,
Mercoledì Santo:
il seicentesco
simulacro del
Cristo alla Colonna
appena uscito,
affronta la discesa
dei gradini della
chiesa di S. Maria
della Stella.
Militello Val di
Catania, il Cristo
alla Colonna in
processione.

Ancora un Cristo
alla Colonna in
processione, questa
volta fra le strade di
Grammichele.
I confrati del SS.
Sacramento lo
conducono poi
in spalla lungo le
strade dell’esagona
città.

Altri confrati con


i loro tradizionali
scapolari e con il
capo coperto dal
basco nero.
Grammichele, suggestivo a tappe tutte le altre Chiese canti e dei lamenti che fanno da
particolare del Cristo alla parrocchiali, prima tra tutte cornice a tutte le celebrazioni
Colonna. la Chiesa Madre dedicata a pasquali: diventano protagonisti
Santa Margherita (nella foto). i cantori licodiani, che si
E’ caratteristico di questa tramandano di padre in figlio il
Licodia Eubea, nella serata del processione il lento incedere dei compito di eseguire antichi canti,
mercoledì, la processione del portatori della vara su cui è posta veri “lamenti”, la cui pronunzia è il
“Cristo alla Colonna” lascia la la statua del Gesù flagellato. risultato della trasformazione orale
Chiesa del Rosario, dove viene Questo è anche il momento, dei brani che si celebrano nella
custodito, per raggiungere tradizionale per Licodia, dei liturgia latina.

97
Licodia Eubea, il Cristo
alla Colonna sosta
alla Matrice. Alle sue
spalle la “Taledda”,
una tela di lino di
forma rettangolare,
che si dice tessuta
dalle fanciulle vergini
di Licodia e dipinta da
un pittore di Palazzolo
Acreide.
Come diverse altre
esistenti in Sicilia,
porta raffigurata la
Crocefissione di Cristo
insieme ad immagini di
vita licodiana.
La funzione in chiesa
del Sabato Santo
culmina con la caduta
del grande telo “a
taledda” che copre
l’altare maggiore e
appare l’immagine del
Cristo resuscitato.

Ispica, alba del


Giovedì Santo:
apertura delle porte
della Basilica di
S.Maria Maggiore.
Con la solita foga che
caratterizza i giorni
di Passione ispicesi,
i devoti irrompono
all’interno della chiesa.
Quest’ultima, edificata
nella prima metà del
‘700, ha accolto il
simulacro del Cristo
alla Colonna a seguito
del crollo della chiesa
del SS. Crocifisso alla
Cava dove il Cristo
- ‘u santissimu Cristu
ri Spaccafurnu, ca
è numinatu pi tuttu
‘u munnu- ritorna
eccezionalmente
a intervelli di anni;
l’ultima volta nel 2008.
Ispica, Giovedì Santo, Basilica Cappella del Cristo, ore 11:
di S. Maria Maggiore: il tavolo la caduta delle porte. Nella
delle offerte. Sono visibili anche chiesa gremita, eccezionale
gli ex voto in cera donati dai è la partecipazione emotiva
fedeli per grazia chiesta o quando appare la sacra
ricevuta. immagine d’ u Patri ‘a Culonna.
Tra poco il simulacro inizierà
la sua lenta discesa andando
incontro ai fedeli; poi verrà
portato al centro del transetto.

100
La suggestiva uscita sul sagrato di Santa
Maria Maggiore dove uno splendido
loggiato del XVIII secolo (non visibile
nell’immagine) completa la cornice
del rito. La facciata della chiesa, in
minima parte invece visibile, è stata
realizzata nella seconda metà dell’800
dall’architetto Cassone di Noto.
L’uscita di Culonna, il miracoloso Signuri
di Spaccafurnu, è accompagnata dalla
celebre e straziante marcia composta
dal maestro Giuseppe Bellisario nel
1933, intitolata “Cristo alla Colonna”…
…mentre di tanto in tanto un colpo di
cannone echeggia nell’aria rendendo il
momento ancora più solenne.

103
La lunga, intensa
e partecipatissima
processione è
iniziata.
I portatori, con al
collo i tipici fazzoletti
rossi, gridano
spesso: “Picciuotti,
chi nun purtamu
a nuddu!?…”
“Culonna!”.
Sortino, ‘u Nummu ru Gesu e
una farata che rischiara la notte
allontanando le entità malvagie. E’ la
rigenerazione della vita nel giorno del
gran lutto che avanza.

A sinistra il simulacro nella chiesa


di Montevergine dove le suore
benedettine di clausura intonano un
canto struggente da dietro le grate.

106
La mistica notte di
Sortino…

…poi si fa l’alba.
Venerdì Santo a
Licodia Eubea
dove risulta
evidente il legame
con le antiche
rappresentazioni
figurate. Particolare
importanza hanno
i lamenti, una
peculiaretà del
luogo.

I portatori
conducono il Cristo
portante la croce, ‘u
Ciurciiddu.
Il Cristo alla Colonna,
il Cristo alla Canna,
il Cristo Morto e
l’Addolorata sono i
simulacri che fanno
parte di processioni
aventi inizio il
Mercoledì Santo.
L’incontro con la Madre sulla via del
Calvario è un momento molto atteso
per i caratteristici movimenti dei fercoli
detti “ncranate”. Ma a Licodia Ubea
anche gli antichi canti e le orazioni
risultano di particolare interesse. Nel 1565,
monsignor Ascenzio de Pisanis raccolse
e mise insieme una serie di elementi
liturgici derivanti dalla cultura religiosa
appartenente anche ai riti normanni e
bizantini. Col tempo la Settimana Santa
locale si arricchisce quindi di ulteriori canti
e processioni senza perdere, tra l’altro,
le caratteristiche di certe feste locali
non necessariamente legate al ciclo
pasquale ma piuttosto alle ricorrenze dei
santi, patroni e non. Infatti…

113
…a un tratto viene messa all’asta
la croce. Il banditore, con tanto
di microfono, dà sfoggio della
sua abilità nel far levitare il prezzo.
Raggiungerà i quattromila euro!

La croce viene così aggiudicata e


trasportata dal vincitore nel luogo
che fungerà da Calvario.

114
Militello Val di
Catania, Venerdì
Santo. Complessa è
la Settimana Santa
nel centro etneo
dove convivono
rappresentazioni
figurate e
processioni;
a destra la breve
processione al
Calvario che
precede la
crocifissione.
Al tramonto i confrati
si preparano a
deporre il Cristo.

La Deposizione
La splendida immagine di Maria Il bacio dei fedeli al Cristo posto
Maddalena mentre contempla su un cataletto ricoperto di seta
Gesù. ricamata con fili d’oro. Fra litanie
e preghiere il via vai nella solitaria
chiesetta del Calvario prosegue
fino all’alba.

121
A Mazzarino, in provincia di viene nominato il “Maestro
Caltanissetta, la processione del Incappucciato” che deve
Venerdì santo prevede tre distinti guidare il corteo alla volta
momenti: l’incontro fra Gesù del Calvario. La sua identità è
e san Giovanni, tra Gesù e la conosciuta solo dal capo delle
Veronica che gli asciuga il volto Forze dell’Ordine.
e infine quello del Cristo e della A sera esce il cataletto con il
Madonna. Cristo Morto.
Un’ora prima della processione
Le cerimonie
del Venerdì
Santo a Vittoria
abbracciano l’intero
arco della giornata
e comprendono
l’antica
rappresentazione
del “Dramma
Sacro” con
un’ampia
sacralizzazione
dello spazio urbano.
Dal 1657 è la
Confraternita del
SS. Crocifisso ad
avere il privilegio
di organizzare la
processione solenne
che partendo dalla
Chiesa Madre
giunge al “Golgota”
(piazza Sei Martiri) a
mezzogiorno.
Dal 1669 la processione venne religiosità ereditata dagli spagnoli, Confraternita del SS. Crocifisso.
arricchita da una recita in versi i drammatici e sanguinosi episodi Mentre durante la Deposizione,
popolari improntata ovviamente della Passione e Morte, a Vittoria, nel tempio del Calvario, gli attori
sul tema della Passione e nel sembrano prevalere sul mistero in abito d’epoca avevano perciò
1858 il dramma, tuttora in uso, della Resurrezione. rinnovato le cosiddette “parti”, i
venne riscritto dal marchese Il Venerdì Santo quindi, si tipici e tanto attesi versi dialettali
Alfonso Ricca. Si tratta delle rappresenta pure la “Scesa locali. A sera il Cristo morto va in
cosiddette “parti”, tradizione dalla Croce”. A conclusione processione una seconda volta
molto sentita dai vittoriesi e unica dell’azione il Cristo deposto viene ritornando in chiesa.
nel panorama della provincia. adagiato nel tempietto in legno
Parecchio influenzata da una realizzato nel 1834 a spese della

127
Il Venerdì Santo
anche a Niscemi
elementi delle
rappresentazioni
figurate convivono
con le processioni…

… mentre il Cristo
portante la Croce si
avvia verso il Calvario
nell’ufficialità di una
processione solenne.
Il Cristo, realizzato in pelle di antilope,
spogliato dalle vesti passa tra i fedeli
che avevano fatto ala al corteo.

130
Gesù viene messo in croce.

131
Ispica, Venerdì Santo,
tardo pomeriggio,
dalla Basilica della SS.
Annunziata è uscito
il “Cristo alla croce”.
Accanto il primo piano
dello splendido volto
del “Cristo alla Croce”,
‘u Patri ‘a cruci, come
viene chiamato.
La festa dei Nunziatari prosegue
in tutta la sua foga devozionale,
seguendo l’analogo iter rituale
del giorno precedente. Caduta
delle porte al mattino e discesa
del “gruppo sacro” dalla nicchia
della sua cappella; processione al
tramonto, incontro con l’Addolorata
dei Cavari in via Duca degli Abruzzi.
Nella serata del Giovedì Santo,
sul corso Garibaldi, erano stati i
Nunziatari ad aver fatto incontrare
la loro Addolorata con il “gruppo
sacro” del “Cristo alla Colonna”.
Infine, il rientro in chiesa a tarda
notte. Cavari e Nunziatari
caratterizzano la conclusione di
ciascuna festa con i tradizionali
giri. Fra le navate di Santa Maria
Maggiore gli uni, dell’Annunziata, gli
altri… giusto per non rendere troppo
immediato il distacco con i due
venerati simulacri che comunque,
ultimati i giri, verranno riposti nelle
proprie nicchie.

135
La presenza della cavalleria Sopra, i Nunziatari in
romana, rappresentazione processione davanti al
dei pretoriani artefici della Cristo alla Croce in un corso
Passione caratterizza la Garibaldi gremito da migliaia
processione del Venerdì Santo di persone, segno della
a Ispica. La chiesa interessata massiccia partecipazione ai riti
è quella dell’Annunziata. della Settimana Santa a Ispica.

137
Venerdì Santo a
Ispica: carabiniere in
alta uniforme.

Ancora Venerdì
Santo, l’Addolorata
di Vizzini e i
suoi portatori in
tradizionale sacco
rosso e coppola in
velluto nero.
Vizzini, tardo
pomeriggio del
Venerdì Santo.

Nella pagina accanto,


la lunga teoria dei
portatori sotto la
pesante vara mentre si
allontana dalla chiesa
di S. Giovanni Battista,
da dove esce la
processione.
L’Addolorata di Vizzini è in realtà uno
splendido “gruppo”, posto sopra un
altrettanto splendido fercolo barocco,
raffigurante la Pietà assieme a san
Giovanni.
Si vedono ancora i portatori con i loro
fazzoletti bianchi al collo, qui pronti ad
affrontare di corsa il tratto conclusivo del
percorso processionale.

143
L’Addolorata passa accanto i
balconi di Vizzini all’imbrunire del
Venerdì Santo.

145
A Ferla le sciaccarate accompagnano la
corsa d’u Gesummaria dalla chiesa di S.
Sebastiano al convento dei Cappuccini;
la Resurrezione è avvenuta e prende il
via ‘a Madonna ‘o scontru. I fasci di
ampelodesma fanno ricomparire il fuoco
catartico dei transiti stagionali.

A Ferla, le fiaccole vengono chiamate


sciaccare.

146
Ferla, Pasqua, ‘u Gesummaria e le
sciaccarate nella notte fra il Sabato
Santo e la Domenica di Resurrezione.

149
Finalmente è la mattina
di Pasqua e tra le
strade di Ferla il Risorto
viene avviato alla volta
dell’incontro.
‘U scontru avviene a mezzogiorno
a conclusione di una veemente
corsa. Si noti che la Madonna
utilizzata a Ferla è in realtà un’
Immacolata.
La processione d’ u Gesummaria
viene ripetuta la sera della
Domenica di Pasqua, ma non è la
stessa cosa della notte precedente.

153
Modica, Pasqua, ‘a Madonna vasa
vasa; l’incontro e il bacio con il figlio
risorto, dinanzi la chiesa di S. Pietro.
Di fatto si tratta del secondo incontro
della giornata.
Uscita la Madonna dalla chiesa
di S. Maria e il Cristo dalla chiesa
del Carmine, il primo incontro e il
primo bacio avvengono in piazza
Monumento. Nelle due circostanze
i simulacri vengono prima avvicinati
e subito dopo viene dato il via alla
mimica gestualità delle statue: il bacio
e l’abbraccio. Proprio per questo la
statua di Maria è dotata di braccia
mobili...

155
…posto sotto il fercolo
della Madonna,
un uomo aziona
il semplice, quasi
rudimentale, congegno
meccanico.

Dopo l’apogeo del


rituale, Madre e Figlio
vanno insieme in
processione.
A Ispica, finita la
messa di Mezzogiorno,
dalla chiesa
dell’Annunziata esce
il Cristo Risorto. Sono
momenti di grande
partecipazione, di
gioia e calore. E di
grande baldanza:
quella dei portatori.
In corso Garibaldi
avverrà l’incontro con
la Madonna nelle
solite, se vogliamo,
modalità rituali
legate alla Domenica
di Pasqua: voli di
colombi, esplosione
di mortaretti e allegre
marcette eseguite
dalla banda musicale.
Varianti al diffusissimo codice Nella pagina accanto il Giovanni Lanzafame afferma:
rituale Pasquale vanno invece “gruppo” dell’Annunziata che “Pasqua richiama il Natale,
riscontrate a Comiso e a Scicli. tradizionalmente sostituisce il rimanda al -Sì! - di Maria che
Le fotografie di queste due diffusissimo simulacro della sola permette la comprensione di
pagine riguardano Comiso, Madonna il cui manto nero è tutto quello che viene dopo,
dove l’incontro viene intanto destinato a cadere nel momento mistero redentivo incluso, il Mistero
chiamato ‘a Paci. Qui il Cristo dell’incontro con il Figlio Risorto. Pasquale ha il suo fondamento
risorto condotto con l’abituale Proprio con riferimento alla nel mistero dell’Incarnazione”.
foga devozionale, tipica dell’area Pasqua comisana e alla sua
geografica. apparente anomalia, Mons.

161
A Scicli il protagonista del mistero della Resurrezione è
il solo Cristo risorto. Senza Maria. Spesso incontrastata,
vera regina del tempo Pasquale. La festa di l’Omu
Vivu, così chiamato per le sue belle e robuste fattezze
appartenenti a un uomo nel pieno fulgore dei suoi anni,
è anche e soprattutto la festa d’i l’omini.
Il calore che caratterizza il trasporto del simulacro
non ha eguali. Un tempo spettava ai vucceri, ossia ai
macellai, il privilegio di portare in spalla il fercolo c’
u Gioia, altro modo per identificare questo venerata
effigie.

163
Chiesa di S. Maria
La Nova, punto di
partenza e di arrivo
della nostra Settimana
Santa in Val di Noto;
dal dramma racchiuso
nel “gruppo” della
Pietà, alle espressioni
liberatorie esternate
poco prima dell’uscita
d’ u Gioia con gli
entusiasmanti momenti
dei tradizionali giri.

Taluni antropologi
sostengono che la
carica sprigionata
attorno all’ Omu
Vivu fin dalla Veglia
Pasquale, quando
alla mezzanotte il
simulacro emerge
da dietro un telo,
sia carica sessuale
destinata a tramutarsi
in energia spirituale.
Il corpo bandistico
di Scicli intona l’inno
al Gioia composto
da Busacca, unica
colonna sonora
della movimentata
processione. In primo
piano, con il clarino,
il maestro Carmelo
Magro, un veterano
degli appuntamenti
festivi in Sicilia, per
la partecipazione a
numerose processioni
in ogni parte dell’isola.

Ancora ‘u Gioia,
scolpito, pare, alla
fine del ‘700 dal
catanese Francesco
Pastore.
L’uscita del
simulacro avviene
oltre mezzogiorno
e mezza, subito
dopo il rientro della
processione mattutina
del Santissimo. Da
S. Maria La Nova il
tumultuoso corteo
giunge al Carmine,
luogo in cui termina
la processione per
così dire, mattutina,
scandita dal festoso e
ripetuto grido di “Giò,
Giò, Gioia”…”Giò,
Giò, Gioia”, che
aveva avuto inizio
in chiesa fin dal
momento della tanto
attesa Risuscita.
L’Oro delle Stoppie

169
Da aprile fino a settembre, dura l’estate
siciliana dei santi.
Se occorre anche fino a ottobre.
E’ lunga perciò. E chiara, inoppugnabile
e si stende al bagliore di soli impietosi e
nel fragore di moschetterie devastanti,
giochi pirotecnici e bande musicali.
Anche se talvolta sembra perdersi
purtroppo nelle scintillanti, bellissime e
antiche vare condotte in processioni su
carri con o senza motore.
Per questo li chiamano “devoti spingitori”,
per esempio, quelli dediti alla spinta del
fercolo di sant’Alfio a Lentini. Anche se
sembra non diventi necessario doverli
definire per forza quando il movimento
diventa meccanico: ad Acate, per san
Vincenzo, a Monterosso e a Vittoria per
san Giovanni. E anche altrove. Pazienza.
I musicanti vanno però lo stesso su e giù
lungo i corsi principali di città e paesi,
dietro reliquiari e fercoli di simulacri
prodigiosi. Ci vanno lo stesso, che siano
baiardi o…ruote, a muoverli.
E magari suoneranno lo stesso The King.
Ancora. O Renatella o Lariana o Parata
di Eroi, muovendosi perciò dentro l’aria
impegnata del profumo inconfondibile
della festa.
Che è anche l’odore che fa la cera.
Mischiato a quello dei torroni, dello
zucchero caramellato.
E mischiato ad altri suoni: le grida
dei fieranti, le musiche andine sotto
le luminarie fino ai gran finali delle
“bombe a spacco”, “giapponesi” e
“napoletane”.
E così che fin dalla seconda domenica
di Pasqua, prendono vigore le feste di
santi patroni e di madonne sotto ogni
titolo come a Chiaramonte Gulfi a
Monterosso Almo, a Scicli, Giarratana,
a Vittoria, a Comiso, Militello Val di
Catania, Francofonte, Buscemi.
Si riaccendono perciò le sante fazioni,

170
la “malaugurata faccenda dei santi tutelari”, Per tali ragioni non è possibile non pensare
come ebbe a definirla il Pitrè, con i suoi santi alla foga ereditata dai greci. Dal fiume
rivali: san Giorgio e san Giovanni a Ragusa, Akragas fino ai monti protetti dalla dea Cibele,
o lo stesso santo Cavaliere rivale però di san personificazione della madre terra, protettrice
Pietro a Modica. O san Paolo e san Sebastiano della vegetazione e dell’agricoltura. Padrona
a Palazzolo, sant’Antonio e san Bartolomeo quindi della sopravvivenza.
a Giarratana, la Madonna - detta di Gulfi - e Quando giungono perciò i giorni della festa,
san Vito a Chiaramonte. Qui, sugli inizi del ‘500 la mai esaurita energia di quelle anime
lo avevano pregato, al santuzzo di Mazara, proietta nell’etere suggestive onde invisibili che
quando s’era diffusa in paese l’epidemia della sembrano trasformare la fede in vitalistiche
peste. E per questo lo avevano voluto Patrono. orge devozionali.
Ma un dispaccio diocesano del 1550 preferì la Così dalle chiese escono i santi. Molto spesso
Madonna. al mattino, si diceva, con il sole più alto in suo
Solite storie di patronati conferiti e tolti insomma, onore.
o di vecchie rivalità fra una città e l’altra. Tuoneranno allora le moschetterie, voleranno in
Avola e Noto. Che si contesero il corpo cielo strisce di carta colorata che in certi posti
dell’eremita Corrado. chiamano zavareddi e in altri ‘nzareddi. Ma è la
Chiaramonte e Gela. Per la statua della stessa cosa. E’ l’identica maniera di omaggiare
Madonna di Gulfi. i santi, diffusa nei monti Iblei, viva espressione
E poi ancora quella specie di odio fra i delle feste barocche.
chiaramontani e i vizzinesi a causa del presunto Già, barocche… . E dove altrimenti, se non
tradimento di questi ultimi che consentì, pare, la proprio qui, in Val di Noto.
distruzione di Gulfi ad opera degli angioini. Da Chiaramente Gulfi, subito dopo Pasqua,
Passioni mai dome, insomma, sotto il sole a Sortino, quando in settembre è santa Sofia;
cocente dell’estate, mentre i santi percorrono anzi, fino a Palazzolo, ancora, quando si fa festa
le loro strade nelle ore più calde del giorno. all’Arcangelo Michele in un autunno colorato
Varcano le soglie dei loro templi alle undici, ancora dallo stesso colore dell’estate siciliana.
a mezzogiorno. Oppure alle tredici. Che poi Che è il colore del giallo. Caldo, scintillante e
sarebbe la stessa cosa. Penetrano nelle torride forte come l’oro delle stoppie.
calure dell’estate fra giaculatorie e fumo di
petardi che esplodono. Cose che solo un siculo
può comprendere davvero. Un siculo, perché
intanto proprio da queste parti giunsero un
giorno i greci.
Con le loro storie improbabili di tradizioni e miti
eressero templi per festeggiare dei: erano feste
religiose anche quelle, con grandi omaggi ai
patroni di allora.
Ecco perché ancora oggi, in questo lembo
dell’isola, l’aria delle feste si surriscalda.
E con il sopraggiungere della bella stagione
le devozioni verso i santi scatenano incredibili
esaltazioni collettive, stupende manifestazioni A pagina 166, Melilli i “nuri” di S. Sebastiano . A pagina
di incontrollata dinamicità, trionfo della vita e 167, Palazzolo Acreide, uscita di S. Paolo.
della fede, frutto tutto questo di viscerali amori. Pagina 170, Ferla, uscita di San Sebastiano.

171
Domenica in Albis, ore dieci stata rasa al suolo dagli Angioini. l’Ottavo secolo.
precise: la Madonna di Gulfi è sul La storia della Madonna di Gulfi La statua pesa oltre una
sagrato del santuario di S. Maria la invece, eletta Patrona cittadina tonnellata. Nel 1973, durante
Vecchia, fuori paese. nel 1550 e confermata tale da Re un trasporto alla volta del
Fra litanie e preghiere, di corsa Filippo IV di Spagna nel 1664, fa paese, cadde rovinosamente.
vengono spesso affrontati i parte di quelle numerose vicende Il necessario restauro venne
quattro chilometri in salita che leggendarie di simulacri arrivati affidato a un’equipe diretta da
separano il prezioso simulacro dal mare e quasi sempre contesi Vittorio Federici, responsabile
da Chiaramonte Gulfi, paese fra paesi vicini. Qui la contesa dei musei vaticani, lo stesso che
fondato da Alfredo Chiaramonte avvenne con la città di Gela, visto avveva provveduto al restauro
cui venne aggiunta, nel 1881, la che proprio sulla vicina costa, fra della Pietà di Michelangelo.
denominazione della non lontana Scoglitti e Santa Croce Camerina,
città di Gulfi che nel 1299 era l’immagine giunse, si dice, verso

173
La corsa dei fedeli
lungo ‘a cianata,
dove, a metà
percorso, nei pressi
della Cappella di
S. Giorgio, viene
effettuata l’unica
sosta consentita al
fine di far vedere
la Madonna… ai
gelesi…
Dopo un’ora esatta
la Madonna arriva in
paese. Gli stendardi
delle confraternite le
rendono omaggio.
Le quattro
confraternite
locali partecipano
alla processione
pomeridiana detta
‘u cuncursu.
Alle undici in punto
inizia perciò l’entrata
a S. Maria La Nova
dove dimorerà fino
al mercoledì della
terza settimana di
Pasqua, giorno in
cui verrà ricondotta
nella sua chiesa.
A Monterosso Almo
l’Addolorata, di fatto
una Pietà, è Patrona
principale del paese,
lasciando a san
Giovanni il semplice
protettorato. La chiave,
bene in vista sopra la
vara, intende ricordarlo.
A evitare forse eventuali
equivoci, pare che un
imprecisato sindaco
intese simbolicamente
donare proprio alla
Madonna le chiavi della
città.

Condotta a spalla si
avvia alla volta delle
campagne fuori paese.
E’ perciò la Domenica in Albis, l’ uscita paese prima del terremoto del 1693, in
della Madonna avviene proprio allo particolare Sant’Antonio ‘u viecchiu, la
scopo di effettuare la benedizione sua originaria chiesa dalla quale venne
delle campagne. Il gruppo scultoreo, estratto integro nonostante il crollo.
oggetto di grande venerazione, esce E mentre il sacerdote asperge le
poco dopo trascorse le undici per campagne i portatori attendono
raggiungere il luogo dove sorgeva il appoggiati al baiardo.

181
Quindi si riparte, tra la
fatica dei portatori e
le rinnovate offerte dei
fedeli.
Il paese non è lontano, e
neanche è lontana la successiva
processione della Domenica detta
degli Angeli, ossia la terza dopo
Pasqua.
Tre, intanto, in tale periodo, sono
le volte in cui l’Addolorata di
Monterosso Almo esce: il martedì
di Pasqua, la Domenica in Albis e
in quella, appunto, degli Angeli.

185
L’arrivo in paese,
dove il magnifico
fercolo barocco in stile
salomonico sembra
riempire ogni spazio.
L’Addolorata rientrerà a breve nell’arco dell’anno. dall’esplosione di petardi.
nell’omonimo Santuario, lo si Sebbene tale domenica, In tale circostanza inoltre, il
capisce dal rosone con al centro essendo vicina al 15 settembre, fercolo viene posto sopra un carro
la sua effigie. Da lì uscirà ancora viene in diversi centri riservata dotato di motore sopra il quale
la terza domenica di settembre, ai festeggiamenti in onore va in processione, cosa che non
dopo che la prima viene riservata dell’Addolorata, le locali avviene nel corso delle tre uscite
ai festeggiamenti in onore di san celebrazioni assumono l’ufficialità primaverili.
Giovanni. della ricorrenza patronale. Per Nella pagina accanto, scorcio
La terza domenica di settembre questo a Monterosso Almo di Modica con la splendida
quindi, il simulacro uscirà al fanno comparsa le tipiche cattedrale nel giorno della festa
mattino e a sera, portando a luminarie della festa e le due del Patrono san Giorgio…
cinque le uscite complessive uscite vengono accompagnate

188
…intorno alle 17,30 della
domenica che segue al
23 aprile, giorno liturgico
riservato al santo, l’uscita:
colori, maschiate, ovazioni
e dinamicità. Elementi festivi
abbastanza usuali in Val di
Noto.
Accanto, la figura equestre
del santo nel tipico gesto
iconografico dell’uccisione
del drago, simbolo del male.
Le radici di una quercia sono
qui state adoperate al fine di
ricavare la figura soccombente
al trionfo del bene e della
cristianità; parte di una botte è
stata invece usata per il dorso
del cavallo.
La statua (nel corso della
processione preceduta da
un mezzobusto reliquiario)
venne donata da tale Antonio
Scifo nel 1770. Prima di allora
veniva solo concessa in prestito
limitatamente al periodo dei
festeggiamenti.
Doni vari, piante e fave
riempivano in passato la vara.
In un giorno precedente
l’uscita, molto partecipato
rimane il momento in cui il
Patrono viene trasferito dalla
propria cappella in chiesa. La
cappella è situata in fondo
la navata di destra, dove san
Giorgio rimane comunque
visibile tutto l’anno sebbene
una cancellata lo separi con il
resto del tempio.
Dopo la prima parte della dei Georgesi. “Quando mai si è comunque mantenuta nei suoi
processione che si svolge a sognato che un martire valga tratti essenziali, le famose soste
Modica Alta, il simulacro viene più di un apostolo?”, dicevano i durante le quali essi vengono
avviato nella parte bassa della primi; e ancora: “chi è mai questo simbolicamente rifocillati per la
città dove tra l’altro si trova ragazzo che pretende stare alla fatica. Uova, focacce e vino
l’altrettanto splendida chiesa pari del vecchio san Pietro?”. compaiono nel corso di piccoli
titolata a S. Pietro i cui devoti, i Ai portatori, frattanto, l’onere e banchetti offerti dai quartieri, oggi
cosiddetti Petresi, alimentarono l’onore del trasporto. Nel rispetto ridotti soltanto a due: Piano Gesù
la santa rivalità nei confronti di una antica consuetudine e Santa Teresa.

193
Ancora i portatori, magnifici infine, va detto che essa viene sostenuta perfino dagli stessi
protagonisti del pomeriggio fatta risalire all’anno 1090, Giorgesi, vuole l’edificio risalente
festivo modicano; sopra, quasi in quando nel corso di una battaglia al III secolo, innalzato subito
un movimento che richiama i giri, contro i Saraceni, l’esercito di dopo il martirio di san Giorgio. In
le corse e i tipici volteggi impressi Ruggiero il Normanno venne principio fu la chiesa della Santa
al simulacro all’interno del tempio, condotto alla vittoria grazie Croce la cui primordiale struttura
subito dopo il rientro. Ragazzi e all’interveto del santo Cavaliere. corrisponderebbe alla cappella
bambini sono frattanto impegnati In segno di riconoscimento il re oggi dedicata al Santissimo.
a condurre le forcelle utilizzate per intese dare avvio alla costruzione Dopo la citata battaglia, re
l’appoggio della vara durante le del superbo edificio, oggi Ruggiero ne avrebbe mutato solo
soste. barocco. il titolo, mentre i conti di Modica
Sulla devozione a san Giorgio Una seconda versione, in passato costruirono a loro spese il resto…

194
…eccolo a fungere
da ineguagliabile
sfondo all’eccentrica
figura di san Giorgio
Cavaliere raffigurato,
dicono, all’età di
quattordici anni.
E’ sera. Fra un
po’ il rientro e gli
entusiasmanti giri fra le
navate.

E’ la grande festa
di primavera, a
Mazzarino, più
semplicemente, la
festa del Signore
dell’Olmo, anzi,
d’u Signori di l’
Ormu, con i suoi
oltre cento confrati
portatori chiamati
nuri ma, come
spesso accaduto in
Sicilia,vestiti ormai di
bianco.
Così, sotto i baiardi di
una vara della quale
si dice in paese pesi
quattordici quintali,
la prima domenica di
maggio conducono in
processione non solo
un crocefisso - pare
di origine normanna
- ma anche la stessa
natura rifiorita che
praticamente avvolge
il Cristo in un trionfo
di foglie intrecciate e
di fiori.
Dal 1814 la Confraternita d’a vara Eteria supportarono tali notizie al 3, ossia la prima… sebbene
rinnova la festa. Un suo confrate affermando dell’esistenza e della perverse proposte intenderebbero
ha fra le mani i tipici santini da diffusione di tali reliquie un po’ spostarla alla seconda.
dare a chi fa un’offerta. ovunque già fra il 347 e il 385.
L’appuntamento di Mazzarino si Il giorno esatto di tale coperta
pone nell’ambito dei diffusissimi viene invece suggerito da Giuda
festeggiamenti che, spostandocisi Ciriaco, vescovo di Gerusalemme, E intanto il pesantissimo fercolo,
poi verso occidente, fuori cioè dal e fissato al 3 maggio, che divenne uscito alle dieci e mezzo dalla
Vallo di Noto, divengono sempre riservato alla celebrazione chiesa di via Gallo, giusto
più numerosi. Risultano essi legati liturgica ufficiale, oggi cancellata titolata al Santissimo Crocifisso
alla ricorrenza dell’ Invenzione dai calendari. dell’Olmo (edificata nel 1756 e
della Croce, ossia il ritrovamento A differenza di numerosi centri prima titolata a S. Maria dell’Itria),
di alcuni frammenti lignei della che hanno mantenuto la festa del avanza; incede danzano sotto il
croce, appunto. Crocifisso, come comunemente lancio di fiori da parte dei fedeli.
Le notizie attorno lo storico (o chiamata, alla giornata predetta, Solitamente si tratta di coroncine
leggendario?) ritrovamento a Mazzarino i festeggiamenti di margherite gialle: “ i collani di
risalgono alla metà del IV secolo. hanno praticamente luogo la sciuri”, come qui le chiamano.
San Cirillo e la pellegrina domenica di maggio più vicina Sono il simbolo della festa.

200
Ancora i nuri con
la loro puntuale,
incomparabile
devozione, sotto i
baiardi.
Approfittando di un
momento di sosta,
ecco la storia del
titolo dell’Olmo dato
al Cristo di Mazzarino.
Volendo rubare un
crocefisso (non è detto
ci si riferisca a quello
portato attualmente
in processione), due
ladri si introdussero
nottetempo nella
chiesa della Madonna
delle Grazie.
Una prima versione
vuole che essi siano
rimasti in chiesa e quindi
arrestati grazie a un
grande albero di olmo
che frattanto crebbe
nei pressi del varco da
dove si erano intrufolati
impedendo loro di
uscire.
La seconda vuole che
uno dei malintenzionati
avesse con sé un
bastone fatto di
legno d’olmo. Ancor
prima di entrare in
chiesa egli lo piantò
svogliatamente in terra;
così, tanto per essere
più libero di muoversi
alla luce di quanto
avevano tramato. In
quel momento però,
il bastone divenne
l’albero d’olmo ch’
era stato e i due,
stupiti e presi dalla
paura, fuggirono
abbandonando il
luogo… assieme alle
cattive intenzioni.
Poi la processione
riprende (si
concluderà verso
le quattordici e
trenta), con i “venti”
(da: vento), come
chiamati i confrati
“della vara”- senza il
saio bianco riservato
soltanto ai portatori
- aggrappati alle
funi annodate
alle boccole dei
baiardi allo scopo
di direzionare,
equilibrare,
correggere gli
spostamenti dl
fercolo, fatto tipico
in quest’area
geografica della
devozione. In realtà
è il sacro contatto
che dà forza;
catartico, salvifico
e rigenerante; è il
semplice atto di
fede che si rinnova
ogni anno in questo
luogo ameno,
vicino la vallata del
torrente Braemi, a
più di cinquecento
metri dal livello del
mare. Che da qui
sembra proprio
distante.

203
Melilli, san
Sebastiano carico
di preziosi ex voto.

I nuri
caratterizzano
la locale festa di
san Sebastiano.
Partono
nottetempo
o addirittura
all’imbrunire da
Priolo, Solarino,
Sortino, Lentini,
Siracusa, Augusta,
Carlentini e
altri piccoli
centri limitrofi
percorrendo a
piedi, spesso di
corsa, il tragitto
che li separa
da Melilli dove
giungono all’alba
del 4 maggio.
Zaiareddi in vendita.
Il termine proviene
verosimilmente da
zagaredda, ossia
“tela di seta tessuta
in guisa che non passi
la larghezza di una
spanna, nastro” (G.
Biundi, Parrari, dizionario
siciliano-italiano vol. II
). Pare che tali nastri
ritenuti miracolosi
(per intercessione
di Sammastiano, si
capisce) a Melilli
abbiano fatto comparsa
già verso la fine
dell’’800.
Lunghi quanto l’altezza
della statua del santo,
per questo sono detti
anche misura di lu santu.
I zaiareddi venivano
perciò legati al collo
e ai polsi allo scopo
di preservare dalle
malattie.
Mazzi di fiori
sollevati (taluni
nuri conducono
anche ceri) per
le strade di Melilli.
Dopo essersi dati
tacito convegno
presso un’ edicola
votiva detta la
Croce Santa, a
pochi chilometri
dal paese, i nuri
finalmente arrivano
tutti insieme dopo
avere attraversato
la notte. “Stamu
vinennu di tantu
luntanu” è una
delle loro amorevoli
invocazioni;
oppure, “a passu
a passu stamu
vinennu” e ancora:
“nnamu pattuttu
ccu veru cori”. E
infine una su tutte:
“prima Ddiu e
Sammastiaaaanu!”.
Donne scalze
seguono il fercolo
con la taumaturga
effigie; si intravede
la colonna
d’argento dove è
legato il bimartire,
dono del 1671
espresso dai pastori
del luogo.

“I nudi di S.
Sebastiano a Melilli,
visti una volta,
non escono mai
più di mente…”
(Giuseppe Pitrè).
La scultura,
unanimemente
riconosciuta di non
particolare pregio
artistico, rimane però
legata alle solite e
affascinanti vicende
dei simulacri arrivati
dal mare. Qui un
naufragio avvenne
nel 1414 al largo di
Stentino, fra Augusta
e Siracusa. La statua
trasportata nella nave
inabissata risultò poi
pesantissima per quanti
da ogni paese, Siracusa
compresa, tentarono
di recuperarla. Ma
quando giunsero
quelli di Melilli, allora
divenne leggera. Era
l’1 maggio, giorno
che venne e rimase
destinato alla festa
fino all’introduzione di
quella dei lavoratori
che, a causa di disordini
temuti, rese necessario
lo spostamento
all’attuale 4 maggio.
Ogni anno, all’apertura
delle porte del
santuario, alle quattro
in punto, le grazie
da chiedere a san
Sebastiano sono
infinite. Ringraziamenti
e speranze, dunque.
Come quella di chi
guarda passare il
santo nel suo fercolo
argenteo.
Realizzato a Messina
dai fratelli Lo Giudici nel
1768, un tempo veniva
condotto in spalla dai
contadini al mattino
e dai civili sul far della
sera…
…oggi viene posto
sopra un discutibile…
macchinone in …”stile”:
dove sono finiti i
devoti portatori di una
volta? Giusto qui, a
Melilli, indiscusso fulcro
geografico dell’intera
devozione isolana
al santo di Narbona.
Starà forse pensando a
questo il sacerdote?
Mentre carabinieri e
polizia municipale in
alta uniforme e…in
posa…fanno contento il
fotografo.
Sono loro, i “nudi” più nudi separano dalla strada il sagrato della chiesa. Iniziano così la corsa
dell’intera Sicilia in festa. Si della Chiesa Madre. per il “giro santo”. Trattasi di un
possono incontrare solo a Lentini Solo qualche minuto, giusto il percorso destinato a toccare i
per la sentita ricorrenza di S. Alfio. tempo per rendere completa posti della sofferenza del Martire
Allo scoccare dell’una dell’ormai l’uscita della vara, ed essi e dei suoi fratelli Cirino e Filadelfio.
10 maggio quando, fra lunghi doppiano l’angolo, varcano il I nuri passano perciò dal luogo
scampanii, in chiesa viene fatta cancello spalancato innanzi la della carcerazione, ‘a rutta’i santi,
uscire dalla cappella la vara porta laterale del tempio da da quello del martirio, ossia la
argentea del santo martire, dove entrano per omaggiare chiesa della Fontana, e dall’arco
loro sono già pronti, incolonnati l’amato sant’Alfio, uscendo già trionfale, ‘a potta jacci dei
accanto le inferriate che in corsa dalla porta principale lentinesi.

217
La notte è soltanto loro. Dei nuri .
Ad essi appartiene questo tempo
della…sofferenza, del martirio
evocato al primo giorno dei
festeggiamenti. Perché non è vero
che è già il 10 maggio. Perchè il
nuovo giorno, di fatto, inizia sempre
solo con i chiarori dell’alba.
La sera del 9, frattanto, partendo d’a
chiesa d’a campana era andata
in processione la reliquia del cuore
di S. Alfio, momento di apertura dei
festeggiamenti.
Il giorno successivo è inteso come
quello del trionfo. Alle dieci del
mattino esce l’argenteo fercolo (che
nelle linee generali ricorda quello
di S. Agata) con il santo seduto su
un tronetto d’argento donato dal
senatore Luigi Beneventano. Quindi
le giaculatorie, fra botti e campane
spiegate. “Prima Ddiu e poi li santi;
viva i mattri (martiri) santi!”. Fino
all’entrata, nel tardo pomeriggio,
nella chiesa dei Tre Martiri, dove
sant’Alfio va a trovare i suoi due
fratelli, restando assieme a loro fino
al pomeriggio dell’ 11, quando
viene riavviata la processione che
finalmente va a concludersi nella
Chiesa Madre.
Il 2 settembre, giorno celebrativo
dell’arrivo a Lentini delle reliquie dei
tre santi martiri, viene ancora tirata
fuori e quindi mostrata, la vara; ma
trattasi di una novità, fuori quindi
dalla tradizione, che solo nel 2007 ha
preso avvio.
Ma lasciamo Lentini con il ricordo
dell’entusiasmante corsa dei nuri,
lungo la notte squarciata dal grido:
“…e cchiamamulu a sant’Affiu!”.
Come un’invocazione disperata
nella gioia del tempo festivo.

219
Ad Acate è la festa
di san Vincenzo.
Pare che nell’anno
1700 il corpo del
martire crociato
venne donato da
Papa Clemente XI
a Vincenzo Paternò
Castello, principe
di Biscari. Proprio
a lui è legata la
massima attrattiva
dei festeggiamenti,
ossia un palio
istituito nel 1722,
contestualmente
alla festa. Luogo
della “contesa” è
Corso Indipendenza,
da piazza Matteotti
a via Como. La
competizione ha
inizio giorni prima
della terza domenica
dopo Pasqua, giorno
delle finali ippiche
e della processione
serale del Patrono.
Terza domenica di maggio, a
Comiso dal 1910 si svolge la festa
dell’Addolorata.
La statua lignea venne però
realizzata nel 1774 a Napoli e
condotta per la prima volta in
processione il 28 marzo 1777,
Venerdì Santo.
Il giorno conclusivo dei
festeggiamenti è oggi preceduto
da un settenario, “ ‘a sittina”.
Sette giorni, tanti quanti i dolori di
Maria, nei quali, nella chiesa di S.
Maria delle Stelle oltre alle normali
celebrazioni liturgiche vengono
eseguiti sermoni e canti composti
nell’800.
Il sabato di vigilia si svolge una
processione che giunge alla
Madrice da dove vengono
prelevati il manto e le suppellettili
(aureola, stiletto ecc.)
appartenenti alla Vergine.
Al ritorno viene effettua la
“svelata”, modalità abbastanza
usuale da queste parti: scostata
una tenda ricamata nel 1928,
appare quindi sull’altare,
l’Addolorata.
La domenica, intorno alle cinque e
mezzo del pomeriggio, finalmente
la processione.
Il simulacro esce in spalla per poi
essere posto dentro un artistico
fercolo purtroppo adattato sopra
un mezzo meccanico; in tale
frangente avviene la vestizione
della statua.
Giunta la processione in piazza
Fonte Diana, un coro di bambini
intona da sopra un palco l’Inno
all’Addolorata, un antico canto
cioè a Lei dedicato. Poi si prosegue
fra le strade della bella cittadina
fino al rientro a tarda sera.
Sale il fumo delle
moschetterie dietro
il simulacro di san
Giorgio Cavaliere.
Nell’incantevole
Ragusa Ibla,
riedificata sulle
rovine della città
distrutta dal sisma,
è l’ultima domenica
di maggio. La festa
una volta aveva
luogo il 23 aprile e
iniziava il Sabato
Santo avendo san
Giorgio il privilegio
di annunciare la
Resurrezione. Assopite
le antiche rivalità
cittadine con san
Giovanni, qui, ad
oriente, i carabinieri
hanno indossato
la divisa di gala e
assistono anche
loro al barocco in
movimento dentro
al Barocco. Sono
le tipiche uscite dei
santi in Val di Noto:
volantini multicolori
e soprattutto botti,
deflagrazioni che
squassano l’aria.
L’anziano sacerdote
ne sa qualcosa…
Dietro la statua equestre eseguita campi in segno di auspicio per che durante la processione
dal Bagnasco nel 1874, la chiesa l’abbondanza del raccolto. Oltre precede il santo (lo stesso san
di S. Giorgio i cui lavori ebbero a questa usanza va segnalata Giorgio che a Modica invece è
inizio nel 1744 in esecuzione al quella del tutto scomparsa seguito dall’Arca reliquiario).
progetto di Rosario Gagliardi del di fare accompagnare san Il manufatto d’argento è opera
1738. Giorgio da cinque altre statue datata 1818 e venne realizzato
In questa chiesa vengono di santi fra le quali san Giovanni, dall’argentiere palermitano
portati per essere benedetti i malgrado i suoi devoti non di rado (come l’autore della statua)
tipici cucciddati, due grossi pani accamparono scuse ad evitare il Domenico La Villa. Mentre
nella circostanza modellati a “vassallaggio”al santo rivale. i carabinieri, sempre in alta
forma di corona, destinati ad Nella pagina accanto è visibile la uniforme, ora guardano il
essere sbriciolati e disseminati nei Santa Cassa, il prezioso reliquiario fotografo.

226
Avola, la città ducale
a pianta esagona:
quasi in una sorta
di ideale proseguo
delle celebrazioni che
avevano avuto luogo
a Melilli, la seconda
domenica di maggio
viene festeggiato
san Sebastiano.
Nelle immagini i nuri,
così chiamati, qui
come altrove, quei
devoti che nel loro
omaggiare il santo
coprivano le nudità
del corpo con una
semplice tovaglia
legata ai fianchi.
Ma ad Avola e non
solo, venne fatto loro
obbligo di partecipare
alle cerimonie religiose
non nudi ma vestiti.
A parte qualche
eccezione (vedi
Sambuca di Sicilia
dove vestono di
blu o a Lentini dove
resistettero al divieto),
abbastanza diffuso
risultò l’uso degli
indumenti bianchi.
La loro processione
inizia alle sette del
mattino da una
edicola votiva
dedicata al santo
martire.
Ceri votivi, nastrini colorati e mazzi nel seguente modo: dopo l’avvio la vendita dei doni sul sagrato
di fiori vengono offerti al santo; della processione dei nuri, il della chiesa e alle diciannove ha
caratteristici le grosse candele di simulacro di santo viene portato finalmente luogo la processione.
cera gialla, praticamente uguali (trattasi però di una innovazione) Nel giorno dell’ottava, che
a quelle in uso a Catania per la incontro ad essi facendo con coincide con la domenica
festa di sant’Agata. loro ingresso in chiesa intorno alle successiva, se pur brevemente,
Le celebrazioni in onore di san nove. viene ripetuta.
Sebastiano si articolano ad Avola Nel pomeriggio viene effettuata

231
Ad Avola la
devozione nei
confronti del
bimartire natio
di Narbona
è sentitissima
e calorosa. Il
viaggio dei
“nudi”, momento
abbastanza
caratterizzante
della locale
festa, non
esprime affatto
un elemento di
colore, semmai
l’esternazione di
un forte gesto
penitenziale.
Anno 1091, i soliti saraceni,
numerosissimi, feroci e sanguinari,
sbarcano a Donnalucata. A Scicli
viene invocato l’intervento della
Madonna della Pietà ed ella, Maria,
arriva dal cielo sopra un cavallo
bianco in soccorso dei Normanni
conducendoli alla vittoria.
La festa della Madonna delle Milizie si
svolge l’ultimo sabato di maggio e il
suo nucleo centrale è la rievocazione
storica di quella battaglia.
L’immagine mariana è probabilmente
ispirata all’ iconografia di S. Giacomo
mata moros, uccisore dei saraceni. Fa
parte infatti del gruppo scultoreo - non
visibile nella foto in quanto coperto
dai
fiori - la figura di un moro che appare
come travolto dal cavallo.
La scultura, risalente al XVIII secolo,
rappresenta l’unico esempio di
Madonna equestre esistente.
Di fatto però, per gli sciclitani, si
trattò dell’invocata Madonna
della Pietà venerata a S. Maria La
Nova, non a caso le celebrazioni
avevano prima luogo il sabato
precedente la Domenica di Passione
e, a conclusione dello “spettacolo”,
la Madonna veniva condotta a
Donnalucata, luogo della battaglia,
dove nel romitorio delle Milizie veniva
officiata una messa cantata.
Nella pagina accanto la Madonna
delle Milizie (detta anche delle
Vittorie), dietro alla quale si scorge
il colle S. Matteo. E’ venerata nella
Chiesa Madre, in piazza Italia,
“theatro” della rappresentazione
serale. Il simulacro viene conservato
dentro una grande cappella chiusa
da ante a vetri ed è quindi visibile nel
resto dell’anno.
Il 24 giugno, san Giovanni Battista, il santo Patrono. Immancabile la
è momento di passaggio, transito processione a mare con la statua
stagionale, apertura all’estate trasferita sopra un peschereccio
che segnava un tempo l’ufficialità per la benedizione delle acque.
dell’avvio al periodo balneare. Corone di fiori vengono gettate
A Pozzallo, cittadina proprio dall’imbarcazione in memoria
sul mare, san Giovanni viene delle persone scomparse.
festeggiato essendone peraltro

237
Fuori, a Palazzolo Acreide, è il risposta, quasi per riassicurarsi, tramonto di vigilia e di festa.
tramonto del 28 giugno, giorno ognuno, l’indiscussa identità di Nella pagina accanto Il fulcro
insieme di festa e di vigilia. In essere un Sanpaulisi. dei festeggiamenti: l’imponente
chiesa si fa ‘a svelata, ‘a sciuta “Je chi siemu tutti muti?!” “Paulu barocco della chiesa titolata a S.
ra cammira, l’uscita cioè dalla di la vita Patruni!”. Gridato, urlato Paolo.
camera, la nicchia che aveva cento e più volte in quell’attesa Il bando per la ricostruzione venne
conservato e tenuto nascosto san isterica e devota fino a quando, reso pubblico nell’agosto nel
Paolo per buona parte dell’anno. improvvisamente… lu gran Patruni 1701. Per quaranta onze Mastro
Per questo la gente devota di non comparirà dal suo antro. Giuseppe Certa, siracusano, ebbe
Palazzolo riempie la chiesa in ogni Allora a quel punto sarà ovazione, l’appalto per il rifacimento di tetti,
suo remoto angolo. Al tramonto un’esplosione da stadio che farà sagrestia, porte e vetrate.
perciò, incomincia là dentro il sussultare il tempio, finanche il
grido incessante di domanda e paese, fuori, in quel surriscaldato

238
Lungo la prima
elevazione i mascali
sistemano luminarie
e cannoncini
contenenti polvere
da sparo e ‘nzareddi.
Intanto, attorno ai
baiardi, ciascuno ha
già segnato con un
fazzoletto il proprio
posto per condurre in
spalla il fercolo con le
reliquie che, durante
la processione del
mattino, precederà
quello con il santo.
Il bambino ha la sua cuddura,
il pane della propiziazione
e della devozione, chi ne
mangia un boccone si
assicura un anno di buona
salute.
Nella pagina accanto ‘u
carruozzo rò pane compie il
giro del paese per raccogliere
i cudduri; è la mattina del 29
giugno.
Anche i cavalli
partecipano al giro
del paese fino a
giungere sul sagrato
della splendida
basilica e partecipare
alla “benedizione dei
pani e degli animali”,
come annunciato del
resto dai programmi
ufficiali dei
festeggiamenti, nel
pieno rispetto della
tradizione.

I pani hanno la forma


di grosse ciambelle
e da essi emergono
varie decorazioni tra
cui un serpentello.
Tale elemento
(unitamente ‘a spica
ri san Paulu - erba
avente la proprietà di
scacciare i serpenti-)
è legato ai ciarauli,
uomini nati fra il 24
e 25 gennaio o fra il
28 e 29 giugno. Per
questo erano ritenuti
guaritori dai morsi
letali di serpenti; ma
anche di tarantole
e scorpioni. Un
tempo anche loro,
nella stessa mattina,
giungevano in chiesa
con una cuddura sul
capo e i serpenti fra
le mani, attorcigliati
al collo o sopra vassoi
da cui pendevano
nastri multicolori.
Questi uomini,
fra il demoniaco
e il salvifico,
precedevano il
santo durante la
processione.
Nella pagina accanto,
seduto sui gradini della
chiesa, ancora un
bambino assieme… a
una cuddura.
Mentre la benedizione
degli animali è finita.
Sono le tredici in punto,
fanno comparsa i
primi ‘nzareddi…
…e finalmente il
momento più atteso: la
spettacolare “sciuta”.
E uno stralcio di un
canto popolare di
mietitura a un certo
punto dice così: “…
quannu nesci san
Paulu cu dda spata,
ca fa trimari Ferla,
Cassaro, Buccheri,
Buscemi e Palazzolu!”.
Effettivamente
l’uscita di san Paolo
può essere davvero
considerata fra le più
spettacolari dell’intera
Sicilia.
Rigorosamente a
spalla nuda avviene
la conduzione
processionale di san
Paolo.
La statua, opera
realizzata nel 1567
dal ragusano don
Vincenzo Lorefice,
nell’assordante,
interminabile
frastuono
della possente
moschetteria
arriva nella vicina
piazza Umberto I:
incominciano le
offerte dei bambini.
Denudati vengono perciò affidati affannano. Sempre con il fercolo
agli uomini posti sulla vara. in spalla, senza effettuare mai una
I vestitini vengono poi messi “posata”, raddrizzano semmai la
all’asta e ricomprati dai genitori; schiena proseguendo fra slarghi
il ricavato sarà l’offerta in denaro e strettoie della parte bassa della
al santo. cittadina.
I portatori frattanto sudano e si

253
Il sacerdote, come
impantanato in
mezzo ai ‘nzareddi,
sembra perplesso.
San Paolo transita
intanto da una strada
da dove quasi sfiora
la parte superiore
della sua chiesa.
‘A sciuta menz’jornu,
come ancora
chiamano gli
anziani l’uscita
mattutina (di fatto
le ore tredici legali
sono esattamente
mezzogiorno), sta
per concludersi. La
processione dura
poco meno di un’ora
e mezza e ai nostri
giorni rappresenta
il frammento del
trasporto del
simulacro dalla
propria chiesa alla
vicina Chiesa Madre
di S. Nicolò, oggi
abbandonata, da
dove, a sera, usciva
per la processione
ufficiale, avviata
ormai dalla stessa
chiesa di S. Paolo,
quando la vara con
il simulacro vengono
posti sopra un carrello
raggiungendo così
la parte alta di
Palazzolo Acreide.
Lo splendido fercolo
è opera realizzata nel
1899 da Giuseppe e
Sebastiano Giuliano
(padre e figlio)
ebanisti locali, e
ultimata nel 1901 con
l’indoratura eseguita
da Giovanni Tanasi di
Ragusa.
Il bambino frattanto
ha raccolto un bel
po’ di ‘nzareddi e
si avvia forse verso
casa; la festa del
resto si prende il suo
momento di pausa
aspettando che
venga sera.
A Vittoria la festa del
patrono san Giovanni
Battista era il 24 giugno.
Lo spostamento alla
prima domenica di luglio,
giorno della processione,
avvenne all’inizio dello
scorso secolo al fine
di dare la possibilità ai
contadini di parteciparvi
ultimato il raccolto delle
fave e del grano.
Nella notte del 23 giugno
iniziano comunque i
festeggiamenti con
l’usuale pellegrinaggio a
piedi, alla volta di Vittoria,
da città e paesi vicini: “ ‘u
viagghiu”.
Anche l’ 11 gennaio,
anniversario del celebre
terremoto in Val di Noto,
san Giovanni viene
festeggiato, sebbene non
unico a essere ricordato
in tale data come si
vedrà fin dalla prossima
ricorrenza inserita nel
presente volume. A
Vittoria però, si racconta
di un vero e proprio
sacrificio del Precursore
il quale, all’indomani del
tremendo sisma, venne
trovato decollato, quasi
ripetendo il suo martirio.
In molti intesero
decodificare l’accaduto
come un ulteriore
supplizio del santo che
scelse ancora la propria
sofferenza pur di salvare
la sua gente.

Un devoto nel
caratteristico abito
rosso a testimonianza
dell’ardore della fede
verso il Battista.
259
San Biagio, ‘u
Patrono. Nella
fattispecie di
Comiso.
Suona la banda
e il simulacro del
vescovo vissuto
a Sebaste tra il III
e IV secolo viene
spettacolarmente
uscito dalla sua
chiesa.
Ma la devozione
non si esaurisce nel
giorno della sua
festa fissata alla
seconda domenica
di luglio.
Già l’11 gennaio
con la giornata del
“ringraziamento”, i
comisani rendono
omaggio al santo
per essere stati da lui
protetti in occasione
del terremoto del
1693.
Il 3 febbraio è
invece il giorno della
ricorrenza liturgica.
Le celebrazioni
all’interno della
chiesa prevedono
il rito delle due
candele incrociate
poste dal sacerdote
sulla gola dei
fedeli (usanza non
strettamente locale)
essendo san Biagio
di Cappadocia
protettore delle
malattie che
colpiscono tale
parte del corpo,
avendo egli salvato
un bambino
estirpandogli una
spina piantata,
appunto, in gola.
La processione di
san Biagio ha luogo
il pomeriggio. Sentita
la partecipazione
dei fedeli molti
dei quali scalzi
e recanti lunghi
ceri infiocchettati.
Vengono pure
condotti in
processione ceri
molto più grandi
con in cima certi
caratteristici
spegnitoi detti ‘a
ntoccia…
…sul petto del
portatore il segno
indiscutibile dell’
appartenenza a…
san Biagio, vescovo
e martire. Che morì
decapitato nel 316.
Sulle pendici del monte Lauro, de nuri, una veemente corsa per
Ferla, dove i nuri sono ancora conquistare un ambito posto sotto
parzialmente tali, dove esplode il baiardo e condurre quindi fuori
in tutta la sua baldanza il santo.
l’ennesima, sentitissima festa A mezzogiorno in punto,
di san Sebastiano, in un certo l’uscita. Le solite raffiche di
senso ripetuta dopo quella del 20 nzareddi e le possenti maschiate
gennaio, trascorsi esattamente accompagnano il bimartire nel
sei mesi. varcare la soglia della chiesa la
Un quarto d’ora prima di cui facciata, di Michelangelo Di
mezzogiorno, davanti la chiesa Giacomo, venne realizzata fra il
di S.Antonio Abate, si ha ‘a scesa 1734 e il 1741.

264
Anche a Ferla, com’era
accaduto ad Acireale,
come a Mistretta
(fuori dall’area di
Val di Noto) a Santa
Venerina e altove, san
Sebastiano… corre!
La statua di Ferla,
realizzata in legno
d’arancio nel 1530,
è unanimemente
apprezzata dal punto
di vista artistico. La
croce pettorale è un
dono offerto da Mons.
Marini di Siracusa.
Donne scalze
seguono il taumaturgo
santo…
… mentre gli uomini,
a torso nudo, lo
conducono in spalla.
Si notino gli ex-voto
alle colonne della
vara e le offerte in
denaro raccolte che,
come consuetudine
abbastanza diffusa
dell’area geografica
soprattutto degli Iblei,
vengono appuntate
su nastrini in questo
caso annodati sempre
alle colonnine del
fercolo.
Trascorse circa due
ore, san Sebastiano
viene ricondotto in
chiesa in attesa della
processione serale.
Ora l’uomo seduto
sulla vara può rendersi
conto della quantità
di offerte ricevute; al
collo il solito fazzoletto
rosso, sul petto la
rassicurante scritta, S.
Sebastiano Patrono,
come una conferma
inoppugnabile
d’appartenenza.
Nelle sere di san Giacomo, a disposti la sera prima durante un La sera seguente lo “spettacolo”
Caltagirone, i centoquarantadue momento detto “la chiamata” si ripete ed è ancora luce…
gradini della monumentale che già di per sé ha il sapore del affascinante, suggestiva danza di
scala di Santa Maria del Monte rito. fiammelle.
s’illuminano dell’accattivante Alle nove e mezzo della sera La sera del 25 esce anche san
luce di un numero imprecisato ed del 24 luglio, spente le luci, il Giacomo, a Caltagirone, ma con
elevatissimo (circa quattromila) “capomastro” fischia. Parte allora il fercolo posto sopra un mezzo
di lumini alimentati da cinque la fiamma da un lunghissimo meccanico guidato da un…
quintali di olio d’oliva. stoppino che, attraversando autista d’epoca.
Diverso è il disegno assunto i coppi lungo l’interminabile
dai coppi, anno dopo anno, scalinata, accende le fiammelle.

272
Giarratana,
mezzogiorno
del 5 agosto,
dalla chiesa di
S. Antonio, la
più in alto del
paese, e forse
anche la più
bella, esce la
Madonna della
Neve.
Le celebrazioni
hanno inizio il
28 luglio con
la discesa
della vara con
la Madonna
dall’altare.
E’ usanza
giarratanese
quella di tenere
durante l’anno
le immagini
sacre, sopra gli
altari, nei fercoli
processionali,
private
ovviamente
degli ex voto
ben visibili nella
foto. Concluse
le operazioni di
discesa inizia
l’ottavario.
La Madonna giunge nella parte prodotti agricoli, effettuata Due chierichetti preoccupati
bassa del paese e dopo circa davanti la chiesa d’ u Patrono per un difficile passaggio del
un’ora e mezza fa ingresso nella jauto, vendita anch’essa da fercolo della Madonna durante la
chiesa di S. Bartolomeo, la chiesa ritenere una fase festiva tipica in processione di mezzogiorno.
del santo al quale, per lungo Giarratana - alle venti e trenta
tempo, gli “Antoniani” contesero il inizia la solita processione serale
primato per il patronato cittadino. (cui partecipano le autorità) che
Dopo la cosiddetta “cena” - restituirà la Madonna alla chiesa
una vendita all’asta di doni di di S. Antonio Abate.
varia natura, generalmente

277
“Il popolo eterno agiografo” è
la magistrale definizione del Pitrè
nei confronti di quelle comunità,
praticamente tutte, che hanno
coniano leggende diventate storia,
preso racconti altrui facendoli propri.
La Madonna della Neve ad esempio,
festeggiata contemporaneamente
a Giarratana e ad Altofonte ha
consentito di elaborare in quest’ultimo
centro una delle circa diciotto varianti
di ritrovamenti casuali di immagini sacre
poi puntualmente contese. A Vizzini
o ad Altofonte, potevano andare i
buoi, dopo che cacciatori dei due
paesi ebbero a trovare l’immagine
nei pressi di un roveto. E quando i buoi
scelsero - per volontà divina, si capisce
- Altofonte, giunto il carro in paese,
nevicò. Era il 5 agosto1570, anno del
ritrovamento dell’immagine.
Questa vicenda, qui succintamente
narrata, la inviò per lettera tale Antonio
Mineo, altofontese, a Giuseppe Pitrè.
Aggiunse perfino che lo straordinario
evento climatico era stato il segno
tangibile che Bedda Matri ra nivi voleva
la stessa Vergine essere appellata.
Il culto di Santa Maria ad Nives risale
invece al 353. Una coppia di sposi senza
figli e Papa Liberio, nella medesima
notte fra il 4 e il 5 agosto videro in sogno
la Madonna. Disse loro di recarsi sul
colle Esquilino dov’era caduta la neve,
segno che lì doveva essere costruita
una chiesa. Venne realizzata a spese
della coppia per la promessa fatta per
la grazia di avere un figlio.

Accanto, l’offerta dei bambini (ad


Altofonte vestiti) alla Vergine. Della
pittura su tavola di scuola catalana,
risalente al XV secolo, sono visibili solo
i visi della Madonna e del Bambino in
quanto gli elementi pittorici risultano
coperti dalla Manta, pregevole
sovrapposizione argentea seicentesca.
Con il novenario iniziano,
il 26 luglio, le celebrazioni.
La Madonna della Neve
venne eletta Patrona di
Altofonte nel 1619 anche
se la festa pare risalga
al 1570. Il 3 agosto viene
effettuato un pellegrinaggio
dove la tradizione vuole sia
avvenuto il ritrovamento,
ossia a Passeneto dove è
eretta una edicola votiva
avente una struttura
moderna. Il 4, nella chiesa
Madre, viene schiusa la
cappella della Madonna
che alle undici del giorno
successivo esce, rinnovando
il cosiddetto “giro dei santi”.
Affronta i gradini della
chiesa con la vara già
posta sopra un triste carro
che viene avviato sopra
due lunghi scivoli lignei. La
processione viene ripetuta
a sera.

L’imponente “sciuta”, come


ai Sammastianisi piace
definirla, di san Sebastiano:
a Palazzolo Acreide sono le
tredici del 10 agosto.

280
Proprio il 10 agosto
veniva un tempo
condotta in processione
la Madonna dell’Itria
conservata ancora
nella stessa chiesa e il
cui patronato venne
strenuamente difeso
dai Sansebastianesi
quando, nel 1690, la
Sacra Congregazione
dei Riti confermò san
Paolo patrono del
paese. Da qui nasce
la forte rivalità fra i
“sostenitori” dell’uno e
dell’altro santo.
Dietro al fercolo
la bellissima e
centralissima chiesa di
S. Sebastiano disegnata
dal mastro architetto
Mario Diamanti, la
cui costruzione iniziò
nel 1723. Più in alto
gli immancabili…
‘nzareddi;
insomma, il solito
accompagnamento
di esplosioni e colori,
mentre i portatori
si accingono
ad affrontare la
scenografica scalinata
realizzata verso il 1877.

Meglio, comunque,
turarsi le orecchie…

Nella successiva
doppia pagina,
piazza del Popolo
gremita nonostante
l’insostenibile calura.
L’ immancabile
offerta dei bambini
denudati. Anche
in questa festa i
vestiti vengono
successivamente
riacquistati dai
genitori. Nella
pagina accanto
la seicentesca
statua del santo
collocata sul fercolo
a baldacchino
realizzato da
Giuseppe Giuliano
nel 1892 e,
successivamente,
più volte indorato.
“A spadda nura” procedono i solo due strade: da una è
portatori di san Sebastiano… e al sbucata la processione, l’altra
solito grido di “Je chi siemu tutti porta fuori paese. Ma vi è una
muti!”. Ma qui la risposta è: “chistu terza possibilità ipotizzabile da una
è lu veru Patruni!”. Il riferimento è impervia scalinata che si apre alla
ovvio. destra del corteo: è la via Fiume
A un certo punto la vara Grande. E’ proprio questa che
con le reliquie e quella con il incredibilmente viene imboccata,
santo giungono in una piazza rinnovando il momento più
praticamente chiusa su se stessa. esaltante della processione di
Guardando attorno si scorgono mezzogiorno.

288
Dopo il rientro si aspetta la
sera, quando avrà luogo una
processione più pacata. Sopra un
apposito carrello san Sebastiano
percorrerà un itinerario più lungo
rispetto al precedente.

290
Sopra e nella pagina accanto, chiamato il molo) diventino
Marzamemi, accattivante borgo spazio sacro, luogo della
marittimo e di villeggiatura del processione cui partecipano
Siracusano, dove al terzo lunedì numerosissime imbarcazioni. Il
di agosto viene festeggiato san gioco della cuccagna e una
Francesco di Paola patrono del regata di recente introduzione fra
paese e della gente di mare. barche appartenenti alle varie
Ovvio come subito dopo l’uscita, contrade del luogo arricchiscono
le acque della “Balata” (così i festeggiamenti.

293
“Sciogliere il core alla gioia, al
canto usato…”; con la tradizionale
cantata, a Militello Val di Catania
inizia l’8 agosto la festa del SS.
Salvatore, compatrono del paese.
Il simulacro esce il 18 agosto e
ancora, per l’ottava, il 25 per una
breve processione nella zona
attigua al sagrato della chiesa di
S. Nicola.
A destra l’offerta dei bambini
denudati.

294
Momenti della processione per la
cui durata di circa otto ore, pare
vi siano in paese delle proposte al
fine di ridurla in quanto considerata
eccessiva.
La statua, commissionata dalle nobili
famiglie dei baroni Majorana della
Nicchiara e Rejna venne scolpita dal
palermitano Girolamo Bagnasco;
successivamente il ragusano
Corrado Leone realizzò il fercolo a
baldacchino.

296
L’imbrunire del giorno
di festa a Militello Val di
Catania.

A Giarratana non
tengono conto dell’ora
legale che ritarda di
un’ora il sole allo zenit.
A mezzogiorno in
punto infatti, san
Bartolomeo, ‘u patrono
jauto, cioè il più
importante - a causa
di quella diatriba
con gli Antoniani,
strenui sostenitori
della Madonna della
Neve - viene avviato
lungo l’entusiasmante
discesa dei diciannove
gradini della sua
chiesa.
”San Bartolo” inizia
la discesa della
ripida scalinata,
la tradizione
vorrebbe avvenisse
lentamente e con il
fercolo in posizione
perfettamente
orizzontale.

Oggi l’uscita di
mezzogiorno del 24
agosto conduce
san Bartolomeo
alla Matrice (prima
faceva rientro nella
propria chiesa).
Subito dopo
l’ingresso, ossia
verso le tredici e
trenta, viene data
in chiesa pubblica
lettura delle offerte
ricevute. A sera, a
bordo di un triste
furgone uscirà
ancora per la
processione ufficiale
che ricondurrà il
simulacro nella
chiesa a lui titolata.
Una vera e propria muraglia incominciano a trastullarlo, a La preghiera, l’affetto, i ricordi.
umana ha accompagnato sollevarlo il più in alto possibile
l’arrivo sulla strada d’u Patrono. sorreggendo le grosse travi con
Nel corso della discesa la pianta delle mani gridando
lo avevano attorniato continuamente “viva ‘u patrono
disordinatamente, alcuni si erano “e “jauto ‘u patrono”. Subito
perfino aggrappati alle travi dopo virano a manca verso
ro scalo rimanendo addirittura la parte alta del paese: strade
con le gambe sospese in aria. ricurve in salita e in discesa.
Ora, accantonata la memoria,

302
L’entrata
temporanea nella
chiesa di S.Antonio,
la sede dei “rivali”.

Ebri di glorie d’altri


tempi, i portatori
proseguono
nell’assoluta
baldanza lungo le
strade segnate dalla
tradizione. Sullo
sfondo lo stupendo
paesaggio degli
Iblei.
Lasciata la chiesa
degli Antoniani,
che rivaleggiarono
sostenendo il
patronato della
Madonna della
Neve, ‘a cianata di
sant’Antonio, altro
momento esaltante
della processione di
san Bartolomeo.
I portatori.
Avranno modo di
rimettere in spalla
il fercolo poco
prima del rientro
serale e definitivo,
concedendo
alla festa un altro
momento di calore
e grande dinamicità
ultimato il tragitto…
meccanizzato.
Buscemi, mattina
dell’ultima domenica
di agosto: la
Madonna del Bosco
in processione...
…uscita alle nove e mezzo dal Santuario
a lei dedicato, in mezzora raggiunge
il paese distante circa un chilometro.
All’arrivo vengono sparati ventuno colpi
di cannone, quindi il corteo processionale
prosegue il suo cammino fino al rientro
nella Chiesa Madre da dove, a sera,
viene avviata la processione per così dire
ufficiale che vede la partecipazione delle
autorità dietro al fercolo posto però su un
carro.

311
L’offerta dei bimbi
nudi, gli ex voto
in gran quantità
(visibili lungo le
colonne della vara
a tempietto), il grido
“je chiamamula
ca n’aiuta” oppure
“je chi siemu tutti
muti?”, la spalla
nuda dei portatori,
- ovviamente
seguiti da “evviva
‘a Maronna!”- non
suggeriscono
particolari differenze
rituali con altre feste
aventi luogo negli
Iblei, dove a quasi
settecento metri
di altura si trova
Buscemi, l’antica
Buxema, dall’arabo
Qal’ at Abi Samath.
Accanto, una sua
angusta stradina
affrontata di corsa
dai portatori che non
risparmiano, proprio
in questo tratto,
assieme alla fatica le
grida di giubilo.
La statua della
Madonna del Bosco
risale al secolo XVIII,
quando venne
eseguita su copia
di un dipinto murale
(analogamente
alla Madonna dei
Miracoli in Alcamo)
trovato casualmente
secoli prima in una
boscaglia da due frati
muti. Nel luogo del
ritrovamento la gente
di Buscemi scelse di
costruire, e ricostruire
dopo il terremoto
del 1693 che l’aveva
distrutto, il Santuario
che alla Madonna
dedicarono. Il crollo
risparmiò il dipinto dal
quale venne perciò
tratta la scultura,
oggetto di sentita
devozione mariana.
Per questo un uomo
anziano prega la
Madonna…
…mentre donne la precedono Santuario in omaggio alla Patrona
a piedi scalzi, conducendo di Buscemi eletta tale il 18 maggio
candele. 1919.
“Viaggi” al santuario vengono Si è prima affermato degli
adempiuti nei giorni precedenti elementi di questa festa,
l’ultima domenica di agosto. praticamente comuni a numerose
Il fercolo ottocentesco viene pure altre aventi svolgimento in
preceduto da alcuni stendardi. La questo contesto geografico. Ma
sera della vigilia i vessilli avevano se altrove viene dato grande
fatto parte di un corteo animato risalto all’uscita, qui, a Buscemi,
dai giovani del paese che, dalla qualcuno ha pensato di rendere
Chiesa Madre si era portato al “pirotecnica”…

316
…” ‘a trasuta”… con
botti e lancio di…
nzareddi.

Noto, portatori di
silia (o cilji o silia),
le caratteristiche
lanterne decorate,
frastagliate, colorate
che conferiscono
un forte segno
identificativo alla
processione di san
Corrado, patrono
della città dal 1643.
L’arca d’argento contenente le dei Pizzoni (spelonca dove morì dopo il rientro.
spoglie del santo eremita è opera il santo) portando a sei le uscite I portatori con i consueti
di Claudio La Poggio (o Lo Pagio) processionali nel corso di quell’ camicioni verdi e le coccarde
del 1584, rifatta però nel 1783 e anno particolare. appuntate, si allineano su quattro
ancora nel 1849 secondo le linee I milleseicento chili di file, due corrono in una direzione,
della struttura originaria. modanature, fregi, cesellature due in senso opposto, sfiorandosi,
L’ultima domenica di agosto - ma e decori sono sempre affiancati intersecandosi e intrecciandosi.
anche il 19 febbraio, nonché nelle dai cilji. Oltre duecento. ‘A cussa “Jemuninni!” è il grido dei
rispettive ottave - quarantotto re’ silia poi, è l’entusiasmante capofila.
uomini la conducono per le vie carosello di questi fanali che “E cu tuttu lu cori scamamulu”…
della capitale del barocco. In viene ripetuta tre volte: nella ”Evviva San Currau!” rispondono
anni eccezionali, l’arca viene chiesa del SS. Crocifisso, in piazza tutti.
portata nella Basilica della Grotta Trigona e in cattedrale subito E inizia ‘a cussa.

320
San Giovanni ha
appena varcato la
soglia di quella che
con l’elezione a
Diocesi di Ragusa, il 6
maggio 1950, divenne
la Cattedrale della
città. La ricostruzione
della chiesa,
dichiarata patrimonio
dell’UNESCO,
incominciò nel 1718.
Nella Ragusa detta
Inferiore ha quindi
luogo nel pomeriggio
del 29 agosto, giorno
ritenuto del martirio
di san Giovanni,
la processione.
Lunghissime file di
devoti recanti candele
sormontate da spegnitoi
con scritte come W S.
Giovanni Battista, con
stampigliata l’immagine
del festeggiato
e con messaggi
evangelizzanti, la
caratterizzano nella
sua semplicità. Sono
migliaia, di qualsiasi età
e condizione sociale
coloro che vanno ogni
anno a comporre una
teoria della devozione
lunga circa due
chilometri.
La statua del
Battista, opera di
Licitra, ragusano,
anno 1838.
Assieme alla vara
oggi è sempre
possibile vederla
rimanendo in
cattedrale protetta
solo da un’ampia
vetrata. Prima
doveva attendersi
la “svelata” del 27
agosto.
Nella stessa chiesa
si conserva anche
una pregevole
scultura in pietra
calcare datata
1513 il cui viso,
scolpito in un
attimo dall’artista
che fino a un certo
momento non
era invece riuscito
a completare
l’opera, pare
sia il ritratto di
un misterioso
viandante entrato
nella sua bottega
chiedendogli
l’elemosina che
ottenne.
Il viandante, si
disse, era san
Giovanni.
La processione di san
Giovanni a Ragusa non
assume i contorni fragorosi
di altre. Anche la festa
si svolge in toni pacati
proponendo una fiera
commerciale al posto di
una fiera di animali che si
svolgeva il 28 e il 29 agosto,
e il 5 settembre. Lontana
dalla memoria l’antica
sarcia, un nutrito corteo (le
cronache parlano di oltre
quattromila partecipanti)
con cavalli bardati e in cui
ciascuno conduceva un
ramo verde d’albero. Si
faceva però il 24 giugno.
Pare che i Sangiorgesi
insaponassero la discesa
del Castello al fine di far
scivolare i cavalli dei rivali…
ma una volta un canonico
della chiesa di S. Giorgio
che doveva celebrare a
S. Giovanni venne preso e
gettato in un abbeveratoio!
Dispetti reciproci a parte,
durante la festa di agosto
si organizzava invece la
“cuccagna”. Appoggiata
al prospetto del Collegio
veniva costruito un loggiato
in legno con in cima
una tavola imbandita. I
partecipanti dovevano
arrivarci arrampicandosi
su tavole disposte in forte
pendenza e rese viscide da
qualche prodotto. I vincitori
godevano del lauto pranzo.
Contestualmente venivano
liberate delle colombe
aventi le ali spuntate (gli
animalisti non esistevano),
quelle che cadevano
finivano catturate dai
presenti.
Giuseppe Pitrè ravvede delle
analogie con la festa di
“Santa Lucia delle quaglie”
a Siracusa.
La visione dell’uscita
di san Giovanni a
Monterosso Almo
propone ancora i
soliti elementi festivi
abbastanza comuni
nell’area degli Iblei.
La festa segue un iter
anch’esso analogo
alle altre. La sera della
vigilia della prima
domenica di settembre
si fa ‘a svelata, subito
dopo il simulacro (già
nella vara) viene fatto
scendere dall’altare. Va
detto che come nella
vicina Giarratana a
Monterosso Almo i santi
rimangono nelle vare
anche sugli altari.
All’alba, frattanto,
iniziano le offerte di cera
da parte dei devoti,
per questo, al fine di
collocarvi le candele
ardenti, un lucernario
viene preparato in una
stradina accanto la
chiesa.
Dopo la messa, alle
undici, l’uscita mattutina
ripetuta poi da quella
serale, più ufficiale e
quasi sempre meno
accattivante dal
punto di vista della
spettacolarità, e che
a Monterosso Almo, fin
subito dopo l’uscita,
vede san Giovanni
nel suo bel fercolo già
collocato sopra un carro
motorizzato.
Sono perciò le undici
della prima domenica
di settembre. I portatori
sollevano più che
possono il baiardo
approfittando del
poco tempo a loro
disposizione al fine di
esternare scampoli di
abilità e baldanza…
…manca poco
all’arrivo sul sagrato
della chiesa di S.
Anna, dove ad
attendere c’è il…
carro a motore.
Anche di mattina!

Patrona ufficiale
di Militello Val
di Catania è la
Madonna della
Stella.
Soliti spari e soliti
nzareddi , festosa
“pratica” del resto
assai diffusa, come più
volte detto, in questo
contesto geografico
ne accompagnano ‘a
nisciuta, catturando
l’attenzione degli
astanti e anche… un
carabiniere…

Pure questa festa, che


peraltro rinnova ancora
una volta l’offerta
dei bambini, ha inizio
con la tradizionale
usanza locale della
“cantata”(29 agosto).
Le celebrazioni in
onore della Madonna
della Stella terminano
il 16 settembre con
l’altrettanto consueta
processione dell’ottava.
L’appuntamento
centrale e più atteso
rimane comunque
la processione
pomeridiana dell’8
settembre, giorno
ritenuto della nascita di
Maria. Il giorno prima,
nella chiesa di S. Maria
della Stella, aveva avuto
luogo l’apertura della
cappella dove viene
conservato il simulacro.
Il rituale necessita
della contemporanea
presenza del parroco,
del sindaco e di
un rappresentante
dell’autorità giudiziaria
in quanto a ciascuno
di essi è affidata una
chiave delle porte che
il 16 settembre vengono
richiuse suggellando
perciò anche la fine
della festa.
Un momento della processione
della Madonna della Stella a
Militello Val di Catania.

A Pedara, alle nove del


mattino della seconda
domenica di settembre,
l’Annunziata compie la sua
prima uscita che la trasferisce
nella Basilica di S. Caterina d’
Alessandria. L’entrata avviene
verso mezzogiorno e viene
preceduta dall’atteso momento
dell’ingresso nella piazza
antistante che il fercolo e le
candelore compiono di corsa.
La sera ha luogo la processione
ufficiale, nel pomeriggio del
lunedì successivo una nuova
processione viene avviata per
ricondurre la Madonna nella sua
chiesa. Attesa, nella sera della
vigilia, è pure l’apertura dei due
carri sulla piazza della Basilica
di S. Caterina. Si tratta di due
grandi strutture dai colori e dalle
linee abbastanza moderne,
allestite dalle maestranze
giovanili: il Partito Piazza e il
Partito S.Antonio. I temi proposti
sono ovviamente a contenuto
religioso, in ambedue i carri
viene alla fine rappresentata la
gloria dell’Assunzione in Cielo di
Maria.
La festa, annunciata il primo
di settembre con i tradizionali
ventuno colpi di cannone, ha
una fortissima valenza religiosa
mariana ed è fra le più antiche
dei “boschi dell’Etna”.
Nella pagina
accanto ancora
Pedara, dove le
tre candelore sono
precedute da una
piccola, condotta
dai bambini. Dal
venerdì prima della
seconda domenica
di settembre iniziano
le loro sfilate per
le vie del paese
precedendo inoltre,
al passo della tipica
ballata, il corteo per
l’offerta della cera
(venerdì sera) e
l’Annunziata ad ogni
uscita.

A destra la
“spettacolare
sciuta”, come la
chiamano a Sortino,
di santa Sofia. Di
fatto, nella valle
dell’Anapo, quando
sono le undici del
10 settembre, e
reliquiario e fercolo
varcano la soglia
della chiesa, non si
riscontrano elementi
particolarmente
diversi rispetto a
quelli già più volte
incontrati quando è
festa in Val di Noto…
a parte i volantini
che inondano lo
spazio festivo, qui
chiamati zavareddi.
Subito dopo l’uscita
inizia una vendita
all’asta di prodotti
agricoli, nonché di
animali.
Gli ovini in particolare
conservano un
legame più stretto
con la ricorrenza.
Sembra sia stato
un gruppo etnico
dedito alla pastorizia
chiamato degli
sciuttini, i quali
avendo avuto dei
contatti con santa
Sofia divulgarono
e tramandarono
la sua storia. Suffia
visse nel II secolo,
in epoca bizantina.
Perseguitata dal
padre per aver
rifiutato le nozze con
un non credente,
incomincia a
peregrinare nei
monti vicino Sortino,
predicando il
vangelo fra i pastori.
Alla fine subì la
decapitazione e la
martire iniziò a essere
considerata alla
stregua di una eroina
popolare.
La festa di santa
Sofia assomma
momenti popolari
come la vendita
all’incanto dei
prodotti ed aspetti
di ufficiale solennità.
Istituita nel 1534
da Papa Paolo III,
viene anch’essa
considerata fra le più
antiche della Val di
Noto.

Un altro momento
dell’asta.
Il bel simulacro della locale santa, in…
piano americano.
Dietro, la chiesa a lei titolata dove, a
differenza di tante altre devozioni di luoghi
vicini, la statua rimane visibile tutto l’anno,
come san Giovanni a Ragusa.
Terminata l’asta la processione prosegue
fino alle tredici, facendo più o meno a
quell’ora ingresso nella Matrice. Di sera
ritorna processionalmente nella propria
chiesa da dove uscirà ancora per la
solita ottava, nel pomeriggio cioè del 17
settembre. Va detto che la con la bolla
papale del 1534 oltre a Patrona di Sortino
santa Sofia venne proclamata anche
santa Tutelare del paese. Sembra così
essere l’unica santa ad avere il privilegio
di fregiarsi dei titoli di Patrona e Tutelare
insieme.

341
Luminarie e
palloncini, solite
immagini di festa
con l’ immancabile,
lunga sequela di
petardi da finire di
sistemare sul sagrato.

Quindi ovviamente,
esplodono…
…ed è anche
fumo che azzanna
la gola…

… assieme ai
botti possenti
da fare tappare
le orecchie al
musicante… . Ma
dove sarà il suo
strumento?
Esauriti i giochi
d’artificio, la
processione mattutina
di santa Sofia
prosegue.

Ancora Palazzolo
Acreide: sono le
ore tredici della
terza domenica
di settembre ed
anche l’Addolorata
compie la sua sciuta
accompagnata da
scoppi di mortaretti e
sotto la solita pioggia
di fettucce colorate.
L’Addolorata, di fatto
una Pietà, avanza
al calore solito che
accompagna le
feste palazzolesi.
La processione
riprende subito dopo
una breve omelia
fatta da un balcone
prospiciente la
piazza, un angolo
quasi nascosto
della parte bassa
e medievale del
paese. Finita la
“predica” perciò,
la banda musicale
riattacca eseguendo
marce di gloria.
L’offerta dei bambini,
il denaro raccolto
appeso al solito
nastro annodato
ai candelabri della
vara, uno scorcio
del portale della
chiesa parrocchiale
di S. Antonio dove
durante l’anno
viene conservato
il simulacro
dell’Addolorata: la
scritta sulla maglietta
del giovane devoto
lo conferma, mentre
l’azzurro mariano
ha preso il posto
del rosso riservato ai
martiri.
La folla aumenta
lungo le strade
della parte bassa
di Palazzolo; sotto
il baiardo pure la
fatica dei portatori
a spadda nura,
solita espressione
devozionale del
luogo anche questa.
L’Addolorata giunge sulla piazza
antistante la chiesa di S. Paolo dove farà
ingresso.
Dei quattro simulacri delle altrettante
feste principali cittadine è l’unico a
dimorare in una chiesa diversa dalla
propria nel tempo che intercorre fra la
processione mattutina e quella serale.
A sera, sopra il solito carro spinto dai
devoti - a Palazzolo viene almeno
risparmiata la motorizzazione - ritorna
processionalmente a S. Antonio.
Per il resto, ‘a sciuta ra cammira del
sabato precedente la terza domenica
di settembre, celebrativa del 15,
giorno di calendario della ricorrenza
liturgica dell’Addolorata, suggerisce
la percorrenza del solito iter rituale
locale, con giochi pirotecnici finali e
breve processione per l’ottava, ossia la
domenica successiva.

355
Fra la feste dell’Addolorata e
di san Michele Arcangelo vi è
come un legame temporale,
una continuità, una veloce
congiunzione che sembra quasi
volere accelerare il tempo
riservato al sonno autunnale dei
santi. Quando esce san Michele
a Palazzolo Acreide è quasi
sempre ottobre, considerato
che ciò accade la domenica
successiva al 29 settembre.
‘A sciuta ra cammira però,
in questa circostanza non
viene effettuata al tramonto
della vigilia ma il 28 settembre,
come da calendario vigilia
della ricorrenza liturgica del
santo. Infine gli elementi estetici
della festa. Basta guardare il
momento in cui l’Arcangelo si
affaccia sul sagrato. Si capisce
come nell’antica Akrai, ma
ormai anche in molti paesi
limitrofi, il gusto e il modo di
uscire i simulacri dei santi è
praticamente sempre lo stesso.
Almeno il lancio delle
mongolfiere è una
peculiarità della festa.
Avviene al mattino
della domenica, prima
della processione,
rappresentando
l’inconscia
rievocazione del
lancio dei cosiddetti
balluna, altro
elemento un tempo
abbastanza comune
alle feste di quest’area
geografica.
‘U ballunaro aveva il
compito di preparare
le strutture in carta
velina di palloni
aerostatici. Il fumo
dell’ampelodesma
bruciato alimentava il
volo. Tale usanza viene
ancora ricordata a
Giarratana dove, in
occasione della festa
di san Bartolomeo,
si protrasse fino ai
primissimi anni ‘70.
Sembra che un abile
e sapiente ballunaro
fosse uno di Vittoria.

A destra, bambini con


in mano palloncini
gialli da lanciare al
momento dell’uscita.
Ciò significa che sono
quasi le tredici. Nella
parte alta di Palazzolo
tutto è quindi pronto
per l’uscita.
Mentre ormai è
autunno. Ma l’odore
che c’è nell’aria
continua a ricordare
l’estate, la lunga
estate dei santi e dei
miracoli giunta ormai
alla fine…
Anzi, a un certo
punto sembra
proprio ritornare
tutta intera, con i
suoi nzareddi e le sue
foghe. Almeno qui,
a Palazzolo, dove
sono trascorsi tre
mesi da quando san
Paolo, il baldanzoso
eroe con la spada,
l’aveva aperta. Poi,
coi suoi tratti efebici
e sofferenti, e con
il corpo trafitto dai
dardi, nel cuore
della calura lo
aveva ricordato san
Sebastiano, di essere
in estate.
In fin dei conti però,
i due santi avevano
significato Palazzolo
bassa e Palazzolo
alta, dualismo
riproposto in
autunno, ancora con
la stessa sequenza,
la stessa suddivisione
del paese: sotto,
l’Addolorata, sopra,
l’Arcangelo Michele.
La folla è sempre la stessa, che sia
giugno, agosto, settembre oppure
ottobre; la folla che si guarda bene dal
non stare troppo vicina a ciascuna di
quelle quattro chiese perché potrebbe
essere anche un rischio trovarsi travolti
da tutti quei… colori. Il rosso dei martiri,
l’azzurro mariano. E ora il giallo di san
Michele. Gialli i fazzoletti allacciati al
collo dei devoti, giallo lo scintillio del
simulacro, luminoso come l’estate, come
l’oro delle stoppie destinate a spegnersi
in un autunno che sembra ancora
ostentare il colore della bella stagione.

363
Ecco i gialli fazzoletti
dei portatori. Ma
infondo è sempre
la stessa cosa, lo
stesso amore per
santi diversi in diversi
e sempre uguali
momenti.

Fra poco san Michele


farà rientro nella
sua chiesa da dove
uscirà ancora a sera
e fra otto giorni.
E intanto sono
quasi meno un
quarto alle due.
Lo dice l’orologio
della chiesa di san
Sebastiano, alta a
dominare piazza
del Popolo, tempio
grigio e barocco,
imponente e
austero, in una sola
parola: magnifico.
Come tutte le cose
che dalle ceneri
sono qui rinate. E
che ora vivono.
Ancora. Come le
feste; fortemente
devozionali,
calorose, intense
e…barocche,
ovviamente.
BIBLIOGRAFIA

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- Antonella Planeta Cataliotti: Un’ipotesi sull’origine e il significato delle “Cene di San Giuseppe”,
a cura dell’Associazione Pro-Loco Salemi, Assessorato Beni Culturali e Ambientali, Palermo 1993.
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Editrice, Roma 1968.
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- Giancarlo Santi: La strada dei santi, Bolelli, Sasso Marconi (BO) 2001.
- Giovanni Cammareri: Primo passava San Giuseppe “viaggio nella Sicilia della festa che cambia”,
PS Advert Edizioni, Trapani 2006.
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- Mons. Giovanni Lanzafame: La Mater Dolorosa “nella Settimana Santa in Sicilia e in Andalusia”,
Belpasso (CT) 2000.
- Paolo Toschi: Le origini del teatro italiano, Universale Scientifica Boringhieri, Torino 1982.
- Salvatore Brancati: La Settimana Santa a Ispica, Grafiche Santocono, Rosolini (SR) 2000.
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- Tonino Grimaldi: San Paolo Patrono di Palazzolo Acreide, Basilica di San Paolo Apostolo, Palazzolo
Acreide, II edizione 1995.
- Uliana Mariani: Le fonti agiografiche su San Corrado (tesi di laurea), Roma 1995.

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Finito di stampare
nel mese di novembre 2009
presso
Grafiche Santocono Rosolini

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