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d. Tarcisio Pirocca
Giovanna Dalla Pozza Peruffo

di San Marco
2010
in San Girolamo - Vicenza
Sommario
Dopo mille anni di storia 5
Le chiese di S. Marco e di S. Girolamo: note storiche 9
San Marco o San Girolamo degli Scalzi 19
Il complesso architettonico 21
Il chiostro dei Gesuati 23
Le date di edificazione ed apertura al culto 24
La facciata 28
L’interno 33
I dipinti 45
Iconologia e iconografia 61
Bibliografia 76
Appendice: l’archivio parrocchiale 78
Indice tematico 82
Crediti 85
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di San Marco
in San Girolamo - Vicenza

Testi di
Giovanna Dalla Pozza Peruffo,
d. Tarcisio Pirocca,
d. Giuseppe Ruaro (prefazione), Bernardo Dalla Pozza (appendice)

Foto di
Lucio Frasson, Gianna Agostini,
Marco Chemello, Giovanna Dalla Pozza Peruffo

Vicenza 2010
seconda revisione 25 marzo 2011

Creative Commons CC-BY-NC-SA 3.0


Il complesso della Chiesa di San Marco in San Girolamo con il convento, visto da contra’ della Misericordia

bicentenario
1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

Dopo mille anni di storia


d. Giuseppe Ruaro, parroco

L a parrocchia di San Marco ha circa mille anni: non ho visto nessun documento che certifichi il suo
anno di nascita, ma gli storici sono del parere che sia stata fondata nel sec. XII. La sua è una storia lun-
ga e, almeno per i primi secoli, ancora in gran parte sconosciuta. Penso sia impossibile ricostruirla nei
particolari. Sappiamo che in quel tempo il territorio su cui si estendeva la parrocchia era indicato con il
nome di Borgo Pusterla ed era all’esterno della cinta muraria della città, che solo più tardi si è allargata
fino all’attuale porta San Bortolo. Era un territorio vasto, che si spingeva fino a Polegge, delimitato da
una parte dal fiume Astichello e dall’altra, circa, dal fiume Bacchiglione.
La parrocchia aveva la sua chiesa, dedicata a San Marco, che sorgeva sul terreno ora occupato dalla
piazzetta San Marco. Era un edificio di modeste dimensioni, che è stato più volte restaurato e mano-
messo, anche perché era soggetto alle frequenti inondazioni del vicino fiume Bacchiglione. La par-
rocchia era affidata alla cura pastorale del clero diocesano. Il primo parroco di cui ci è giunta notizia è
un certo Manfadro, vissuto intorno al 1230. Uno dei curatori di questa pubblicazione, Bernardo Dalla
Pozza, riporta l’elenco dei parroci e dei vicari parrocchiali che si sono succeduti fino ai nostri giorni. È
un elenco incompleto, perché per alcuni periodi - per esempio dal 1462 al 1580 - manca ogni docu-
mentazione.

N el territorio della parrocchia, fin dai primi secoli, si sono


stabilite comunità monastiche e forme di vita religiosa, che
hanno profondamente segnato la storia di San Marco. Di que-
ste famiglie religiose, oltre a Bernardo Dalla Pozza, scrive an-
che Don Tarcisio Pirocca, che è stato vicario parrocchiale a San
Marco ed è anch’egli curatore di questa pubblicazione. A noi
interessa in particolare la storia dei padri Gesuati, che si sono
stabiliti nel territorio della parrocchia nel 1346, costruendovi
un convento e una chiesa, il cui titolare era San Girolamo. I
Gesuati si dedicavano al culto e ad opere caritative in favore
della popolazione. Nel 1668 questa benemerita congrega-
zione fu soppressa per motivazioni più politico-economiche
che religiose ed il convento e la chiesa furono ceduti ai padri
Carmelitani, detti anche “Scalzi”, che avevano aderito alla ri-
forma, messa in atto qualche decennio prima da Santa Teresa
d’Avila e da San Giovanni della Croce. I padri Carmelitani fu-
rono apprezzati dalla popolazione per la loro alta spiritualità
e per la loro competenza nella guida spirituale delle persone.
Per questo la vecchia chiesa di San Girolamo divenne presto
insufficiente a contenere i fedeli e nel 1720 fu messa mano alla
costruzione della nuova chiesa, che fu consacrata il 2 marzo
1760 e dedicata ai santi Girolamo e Teresa.

Icona moderna di San Marco, realizzata per la


cappella di Gesù Misericordioso e S. Girolamo

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza CC-BY-NC-SA 3.0

N on ci è dato di sapere quale fosse in quei secoli il rapporto tra la parrocchia e le varie famiglie
religiose insediate nel suo territorio. Possiamo immaginare che fosse caratterizzato da spirito di col-
laborazione e sana integrazione, con qualche punta di rivalità, come è normale che succeda. I pa-
dri Carmelitani poterono godere per poco tempo della loro bella chiesa, perché furono travolti dagli
sconvolgimenti causati dalle guerre napoleoniche. Infatti nel 1808, con grande dolore dei religiosi e
tra la costernazione della popolazione, il convento fu soppresso e l’edificio fu requisito dall’autorità
civile. Di queste tristi vicende ci parla don Tarcisio Pirocca a conclusione della sua ricerca storica.
Questa grande sofferenza ha procurato un prezioso dono alla parroc-
chia di San Marco. Infatti la chiesa dei Santi Girolamo e Teresa,
dopo essere stata per un po’ di tempo destinata ad usi pro-
fani, su interessamento del Vescovo del tempo, fu con-
segnata alla parrocchia di San Marco, che vi si trasferì
il 6 ottobre 1810 con grande festa di popolo. In quel
momento la chiesa assunse un nuovo titolo, che resta
ancor oggi: San Marco in San Girolamo. Il popolo
aggiunse la denominazione “agli Scalzi”, in ricordo
dei padri Carmelitani Riformati. La vecchia chiesa
di San Marco fu ben presto demolita ed alcuni suoi
elementi architettonici furono trasferiti in altri edi-
fici sacri, come spiega don Tarcisio Pirocca nella sua
ricerca storica.
I parrocchiani di San Marco, quindi, non hanno do-
vuto costruirsi l’edificio, che oggi usano come luo-
go di culto, ma lo hanno ricevuto in dono, in cam-
bio di un vecchio e malandato edificio sacro. Si dice
che le cose regalate spesso vengono deprezzate e
svilite. Non si può dir questo per la chiesa di San
Marco. I parrocchiani l’hanno accolta come dono
prezioso, carico di valori spirituali ed artistici, che
essi hanno saputo apprezzare, curare e completare
nel corso degli anni.

L a chiesa di San Marco è un edificio magnifico,


di uno stile barocco sobrio ed elegante nelle sue
linee e nei suoi spazi sapientemente elaborati. È
anche uno scrigno che contiene splendide opere
d’arte. Sull’attuale edificio, su quelli che lo hanno
preceduto e sulle opere d’arte in essi racchiuse Giovan Battista Maganza il Giovane: Cristo deposto con
svolge la sua ampia e documentata ricerca la prof. Maria e la Maddalena, Giovanni Evangelista e San Nicola
ssa Giovanna Dalla Pozza, principale curatrice di vescovo. Olio su tela centinata. Uno dei pochi dipinti super-
questa pubblicazione. stiti dell’antica chiesa di S. Girolamo dei Gesuati
(descrizione a pag.57).
I parrocchiani di San Marco, mentre celebrano la ri-
correnza di 250 anni dalla consacrazione e 200 anni dalla consegna della chiesa, sono consapevoli
di aver ricevuto una eredità artistica, che si impegnano a conservare, ma sono anche consci di aver
ricevuto una eredità spirituale, cioè la fede dei propri antenati, preti religiosi e laici, fede consolidatasi
in differenti strutture celebrative, formative e caritative, che costituiscono anche oggi l’asse portante
della parrocchia.

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

Q uesta eredità spirituale è stata presa in consegna in particolare dalle famiglie religiose che, sosti-
tuendo quelle antiche, ora vivono nel territorio parrocchiale: le Sorelle della Congregatio Jesu, meglio
conosciute come Dame Inglesi, che vivono in quello che fu il convento dei padri Gesuati prima e dei
Carmelitani poi e, in certo modo, continuano la loro opera formativa; le Sorelle della Divina Volontà e
le Dorotee, che, in forme diverse, continuano le opere di misericordia iniziate dalla Compagnia segreta
di San Girolamo, dai padri Gesuati e dalla Congregazione di Santa Maria Maddalena, delle Convertite; i
Frati Minori Francescani, che offrono il conforto spirituale ai malati e vivono in quello che fu il conven-
to dei Canonici Lateranensi presso l’Ospedale San Bortolo.

L a festa del bicentenario coinvolge quindi tutto il popolo di Dio, che si riconosce come un corpo
con tante membra, ciascuna delle quali ha il suo carisma e la sua funzione. Dal contributo di ciascun
membro il corpo può vivere e crescere. Il bicentenario vuole essere una festa che ci ricorda come la
fede è sì un atto personalissimo, che interpella ciascuno in prima persona e non può essere vissuto per
delega, ma è anche un fatto comunitario, perché noi riceviamo la fede da Dio mediante le persone che
ci hanno preceduto e accompagnato e conserviamo la fede solo a condizione di partecipare alla vita
della comunità cristiana, che è stata voluta e fondata da Gesù Cristo stesso.
In questa festa ringraziamo Dio, perché ci ha concesso di radunarci e pregare in questa bella chiesa,
ma lo ringraziamo ancor di più, perché ci aiuta ad essere chiesa, a formare un edificio spirituale in cui
abita lo Spirito del Signore.

V oglio concludere rivolgendo il mio ringraziamento a tutti coloro che si sono impegnati per la
buona riuscita delle celebrazioni bicentenarie: il Circolo Noi di San Marco; Marco Chemello, curatore
del sito www.sanmarcovicenza.it e di questa pubblicazione; Bernardo Dalla Pozza e Giovanni Paiusco,
archivisti di San Marco, Giovanna Dalla Pozza e Tarcisio Pirocca, autori di due studi storico-artistici che
potete leggere qui di seguito; e poi tutti coloro - è impossibile nominarli uno per uno - che, in modi
diversi, hanno collaborato nelle molteplici celebrazioni e manifestazioni, iniziate il 25 aprile 2010 con
la Santa Messa celebrata dal nostro Vescovo, Mons. Cesare Nosiglia, e che si concludono in ottobre
con la festa di Santa Teresa d’Avila.
d. Giuseppe Ruaro
Vicenza, luglio 2010

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

Le chiese di S. Marco e di S. Girolamo:


note storiche
d. Tarcisio Pirocca

Come due corsi d’acqua, fluenti prima nel proprio alveo, s’incontrano a valle
per formare un solo fiume, così possiamo immaginare la storia delle due chiese,
quella di San Marco e quella di San Girolamo, sorte in tempi diversi, ma desti-
nate a fondersi in quella che sarà chiamata, nell’Ottocento, San Marco in San
Girolamo.
Di queste due chiese, una parrocchiale e l’altra monastica, daremo alcune notizie
storiche, in parte inedite, fino ad arrivare al sofferto periodo napoleonico che
culminò nella soppressione degli ordini religiosi e di alcune chiese parrocchiali.

Pagina a fianco: Alessandro Maganza, San Marco aggredito dai turchi mentre celebra la S. Messa, olio su tela,
ora nella parrocchiale di Cassina Ferrara, Saronno (VA). Era la pala dell’altare maggiore della vecchia
chiesa di S. Marco, demolita poco dopo la sua soppressione avvenuta nel 1810.

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza CC-BY-NC-SA 3.0

I l territorio appartenente alla parrocchia di San Marco doveva essere in passato prevalentemente
palustre fino alle porte della città, visto che veniva chiamato lacus Pusterle, lago di Pusterla, anche
dopo le opere di bonifica effettuate nel medioevo. Ma già in questo periodo si parla di burgus Pusterle,
alludendo chiaramente a un luogo sufficientemente abitato, a un borgo.
Tale territorio si estendeva, tra l’Astichello e il Bacchiglione fino a Polegge, ma di particolare importan-
za era il tratto che va da Ponte Pusterla a Porta S. Bortolo, lungo il quale sorsero monasteri e parecchi
palazzi. Se andiamo a tempi più antichi possiamo vedere in quell’appezzamento di terra poco lontano
dalla chiesa di S. Marco, un tempo con certe “muraglie” dentro,1 i resti delle ultime arcate dell’acque-
dotto romano, che, provenendo dalla Motta, portava l’acqua alla città.

San Marco di Pusterla

L a più antica chiesa del Borgo Pusterla è certamente quella di San Marco, esistente nel secolo XII2.
Sorta in epoca imprecisata sulle sponde del Bacchiglione, deve forse il suo titolare, San Marco, a un
rapporto commerciale con Venezia, se non addirittura all’influsso aquileiese, a sua volta determinato
dalla convinzione che il santo avrebbe predicato lungo la fascia alpina e prealpina fino a Como3. Già
da qualche secolo, infatti, San Marco era diventato il Santo dei veneti: i veneti della laguna e i veneti
della terraferma.
Dal 1186 tutte le chiese della città e dei sobborghi erano soggette al Capitolo dei Canonici della
Cattedrale4. Su di esse il Capitolo aveva il diritto di elezione dei rispettivi rettori, chiamati anche cap-
pellani, nonché del retto funzionamento della gestione delle stesse. Dai canonici i sacerdoti riceve-
vano una quota parte delle decime riscosse sul
territorio per il loro sostentamento e per la cura
dei sacri edifici. Dal 1261, in seguito ad uno stori-
co accordo tra il vescovo Bartolomeo Breganze e
il Comune di Vicenza, le entrate provenivano da
una serie di beni posseduti da Ezzelino e confi-
scati dopo la sua morte (1259) dal Comune, che
li cedette ai canonici e ai cappellani in cambio
delle decime raccolte da questi nelle colture del-
la città5.
Particolare attenzione era rivolta a sette chiese, o
sette cappelle, ad imitazione di altre diocesi, che
formavano tra di loro una specie di unità pasto-
rale, della quale faceva parte anche la chiesa di S.
Marco. Questa Congregatio septem Cappellarum,
dopo un periodo di rilassamento, riprenderà vi-
gore nel Quattrocento, come leggiamo nel rela-
tivo statuto, stilato nel 1480 e rinvenuto proprio Vicenza, Borgo Pusterla. Le chiese di San Marco e di San
Girolamo, a. 1645, dis. di G. MONTICOLO,
nell’archivio parrocchiale di San Marco6. in Vicenza città bellissima, p. 62.
1 ADVi, Inventarium Bonorum, II, a. 1444, Parrocchia S. Marco-Vi.
2 G. MANTESE, Memorie storiche della chiesa vicentina, II, p. 520.
3 Bibliotheca Sanctorum, VIII, p. 729 alla voce ‘Marco ev’.
4 G. MANTESE, Conferma di papa Urbano III al privilegio di Pistore a. 1186, in Memorie storiche, cit. II p. 520.
5 Cfr. D. BORTOLAN, Bollettino del Museo Civico di Vicenza, fasc. II, 1910.
6 Vicenza, Archivio Parrocchiale di S. Marco, Capitoli delle Sette Cappelle, mS. A., anno 1480.

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

Risalgono a questo secolo alcuni importan-


ti documenti che ci permettono di raccontare
le principali vicende della nostra chiesa. Nel
Quattrocento avvenne molto probabilmente la
prima ricostruzione della chiesa, che sarà amplia-
ta assumendo forme classiche, come appare nel
disegno di Gio. Domenico Dall’Acqua che risale
al 17111. Dello stato di degrado della chiesa ab-
biamo conferma in una donazione del 1432 da
parte del Collegio dei Notai “pro reparatione ec-
clesie Sancti Marci di Burgo Pusterle que tendit ad
ruinam”2. Ricordiamo le frequenti alluvioni nella
zona nei momenti di piena del Bacchiglione.
Una singolare menzione merita l’Inventarium
bonorum, cioè l’Inventario dei beni mobili e im-
mobili della chiesa di San Marco compilato nel Vicenza, Borgo Pusterla. Pianta delle chiese di San Marco e di
1444 in esecuzione del mandato del vescovo San Girolamo, a. 1711, dis. di G. D. DALL’ACQUA,
Malipiero. Sono interessanti: la toponomastica, in Vicenza città bellissima, p. 68.
che ricorda, oltre al ‘lacus Pusterle’, l’Astichello, il
Bacchiglione, il Brotton, la contrà della fornace o
sia dell’ospedale; alcuni monasteri di recente fon-
dazione (come i Fratres Servorum e i Jesuatorum)
e i nomi di alcune famiglie (tra cui i Pajelli)3.
Nel 1452 fu compiuta la prima visita pastorale
dal vescovo di Cattaro, Marino Contarini, luo-
gotenente del vescovo Pietro Barbo. Tra le altre
cose, esortò i parrocchiani a recintare il sagrato
della chiesa, perché in disordine e a riparare la
casa del sacerdote4. Nessuna osservazione circa
la chiesa. Probabilmente erano stati effettuati i
primi restauri.
Trascorsi più di cento anni (1584) la chiesa fu vi-
sitata dal Visitatore apostolico, il card. Venier, che
la trovò nuovamente in tristi condizioni, ma for-
nita di tre altari (forse ancora di legno) di cui non
specifica i titolari. La cappella maggiore col suo
altare, certamente dedicato a San Marco, verrà
splendidamente restaurata qualche anno dopo Vicenza, prospetto delle chiese di San Marco (55) e San
per la munificenza del nobile Ortensio Loschi. Girolamo (54), a. 1711, dis. di G. D. DALL’ACQUA,
L’altare tutto di pietra sarà ornato di palla, con in Vicenza città bellissima, p. 68.
“palio d’oro e cremisin con l’arma sua” . Negli anni
5

seguenti furono restaurati (secondo il Castellini)


anche gli altri due altari laterali col generoso contributo di famiglie locali6.

1 Vedi originale a Vicenza, Biblioteca Bertoliana: R.I.V. Cart. C. 23. Cfr. Vicenza Città bellissima, n°58.
2 G. MANTESE, Memorie storiche, cit. III, 2°, p. 1013.
3 Vedi sopra la nota n° 1.
4 ADVi, Visita Pastorale, vol I, alla data.
5 G. MANTESE, Memorie storiche, cit., IV, p. 1217.
6 Ibidem.

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L e Visite pastorali del Seicento precisano i titoli dei tre altari che erano: San Marco con la sua icona,
San Giovanni Battista e la Pietà1. Più esauriente la descrizione del Faccioli (ante 1777) che, aggior-
nando il Boschini (1676), ricorda all’altare maggiore la “tavola di S. Marco allorquando venne assalito
da Turchi, celebrando il divin Sacrifizio”, opera rara di Alessandro Maganza. Sull’altare di destra c’era
la tela di “Cristo morto a pie’ della Croce”, opera del Maganza, e su quello di sinistra “il Precursore San
Giovanni nell’atto di battezzare Gesù Cristo”, opera di Alessandro Maganza2.
Prima del Faccioli, nel 1740, il Visitatore
aveva notato che l’altare dei Sette Dolori
della Beatissima Vergine era marmoreo “de-
center et eleganter constructum” ed aveva la
sua icona. A questo altare, del nobile conte
Giorgio e fratelli Franzani, c’era una reliquia
del Legno della S. Croce riposta in una custo-
dia di marmo, reliquia che si raccomanda di
esporre alla pubblica venerazione il Venerdì
Santo e nella festa dell’Esaltazione della
Santa Croce3. Quanto all’altare di S. Giovanni
Battista non ci sono particolari descrizioni. La
chiesa, del resto, non era del tutto completa-
ta, completamento che fu raccomandato di
Vicenza, Archivio Parrocchiale di S. Marco, Stemma dei
eseguire quanto prima4. Carmelitani nel libro delle Mansionerie perpetue, ms., sec. XVIII.

P er quanto riguarda la tela di San Marco (illustr. a pag.8), opera rara di Alessandro Maganza (1556 –
1630), abbiamo avuto la fortuna di ritrovarla e di ammirarla, ben conservata, nella chiesa parrocchiale
di Cassina Ferrara - Saronno. È certamente uno dei più bei ricordi della vecchia chiesa di San Marco,
demolita poco dopo la sua soppressione avvenuta nel 1810, in conseguenza delle disposizioni del
periodo napoleonico. La parte superiore della pala raffigura la scena dell’aggressione a San Marco da
parte dei saraceni, mentre egli celebrava la S. Messa. Il fatto, raccontato da secoli, trova un suo riscon-
tro in un mosaico risalente al XII secolo, che si trova nella basilica marciana di Venezia. Nella parte infe-
riore, oltre al chierico inserviente, sono in bella evidenza quattro persone di nobile famiglia, quasi cer-
tamente la famiglia di Ortensio Loschi, committente della tela e dell’altare5. Particolare attenzione tra
queste figure merita il ragazzo qui raffigurato, che ricorda con molta probabilità un figlio di Ortensio,
morto giovanissimo e qui sepolto nel 15916. Questa pala, originariamente centinata, fu consegnata
alla pinacoteca di Brera nel 1812, per approdare, dopo varie vicende, nella suddetta chiesa di Cassina
Ferrara. Gli studiosi della tela affermano, inoltre, che la porzione curvilinea in alto, ora scomparsa, era
occupata dall’immagine del Padre Eterno, descritta dal Boschini”.7

1 ADVi, Visite Pastorali, vol. VIII (1641) e vol. IX (1656).


2 M. SACCARDO, Notizie d’arte e di artisti vicentini. Trieste, 2007, p. 457.
3 ADVi, Visita Pastorale, alla data.
4 Ibidem.
5 G. MANTESE, Memorie storiche, cit. IV, p. 1217.
6 BARBARANO, Historia ecclesiastica di Vicenza, V°, 1761, p. 415.
7 Vedi il catalogo: Pinacoteca di Brera – Scuola veneta – Milano 1990, Scheda 175

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U n altro ricordo pittorico relativo alla leggenda di San Marco si trovava nel Settecento nella no-
stra antica parrocchiale, come appare dall’elenco del citato Faccioli. “L’organo – annota il cronista – è
chiuso in tre comparti, due di questi sono dipinti in chiaroscuro; il terzo ch’è quel di mezzo ha la tra-
slazion di S. Marco in Venezia, ed è lavoro di Antonio dei Pieri, detto il zoppo”1. La traslazione del corpo
dell’Evangelista da Alessandria a Venezia sarebbe avvenuta nell’828 e la sua festa veniva celebrata nel
1669 il 31 gennaio2.
Naturalmente la chiesa era attrezzata di
ogni cosa necessaria al culto, eccetto
il battistero, poiché le parrocchie della
città e dei sobborghi dovevano portare
i loro battezzandi alla cattedrale e i loro
rettori essere presenti alla benedizione
pasquale dell’acqua lustrale. Questo
fino alle nuove disposizioni del periodo
napoleonico, allorquando ogni parroc-
chia dovrà procurarsi il proprio fonte
battesimale.

L’ antica chiesa di San Marco, dopo la


soppressione del 1810, sarà destinata
a scomparire. Passata al Demanio, ogni
cosa di valore fu venduta o radunata in
raccolte previste dai decreti napoleoni-
ci. Conosciamo la sorte dell’altare mag-
giore col suo paramento marmoreo, che
nel 1815 sarà collocato nella Basilica di
Monte Berico (secondo altare a destra
entrando dalla porta maggiore), de-
stinato a incorniciare un’opera squisi-
ta di Francesco Menageot, intitolata
Madonna degli Angeli3.
Un approfondito studio archivistico
sull’altare del Battesimo di Gesù e sulla
relativa pala di Alessandro Maganza,
presenti nel Settecento a San Marco, ci
porterebbe a conoscere il loro destino,
quasi certamente da ricercare in una
chiesa della diocesi.

Vicenza, Basilica di Monte Berico.


Altare maggiore dell’antica chiesa di San Marco.

1 M. SACCARDO, Notizie d’arte, cit. p. 457.


2 Notizia ricavata da un calendario d’epoca dal titolo: “Feste di Palazzo dell’inclita città di Venezia”. Ristampa del
sec. XX.
3 Vedi S. RUMOR, Storia documentata del Santuario di Monte Berico, Vicenza, 1911, p. 255.

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Chiesa e convento di S. Girolamo

L ’attuale chiesa di San Marco, poco lontana dalla vecchia parrocchiale, è legata alla presenza a
Vicenza della congregazione dei Gesuati, che si stabilirono nell’omonima contrada intorno al 1436,
dove costruirono un monastero e una chiesetta in onore di S. Girolamo. La parrocchia di San Marco
favorì l’insediamento di questa congregazione religiosa, inizialmente composta di soli laici dediti
principalmente all’assistenza degli infermi, dando in affitto un appezzamento di terreno dove prima
esisteva una casa murata e coperta di paglia, pro serviendo loco jesuatorum. Ma ben presto, crescendo
il numero dei religiosi e la devozione dei fedeli, la ecclesiola di San Girolamo si rivelò troppo piccola e
si venne alla risoluzione di innalzare una nuova chiesa, più grande, costruita secondo il Mantese nel
trentennio 1460-1490, come appare da una supplica che i Gesuati rivolsero alla Collegio dei Notai il 15
gennaio 1468, per avere un contributo, che sarà di cinquanta libre1.
La città, da parte sua, darà licenza di ricavare il materiale per la costruzione spianando “una torre, con
certi volti molto antichi nella contrà di PÈ di muro” nei pressi di Ponte Pusterla2. Il Bressan (1818-1877)
parla di “un forte torrione con barbacane distrutto […] nel secolo XV dai frati Gesuati per edificare con
quelle pietre il monastero e la chiesa di S. Girolamo”3.
La chiesa, che secondo il Barbarano era di mediocre capacità, sarà consacrata nel 1491 dal vescovo
Pietro Bruti luogotenente del vescovo di Vicenza Battista Zeno4 e ospiterà nel tempo cinque altari, così
descritti dal suddetto storico:
“1. L’altar maggiore ha tre figure di pietra eccellentemente lavorate, cioè della B. V. sedente col
Bambino Gesù, di S. Giovanni Battista e di S. Gieronimo. Fu tal’opra fatta fare dalla famiglia degl’Ar-
naldi. 2. Il secondo altare è dedicato a Cristo Redentore, alla B. V. ed a S. Niccolò vescovo. Fu fatto da
Guido Arnaldo. 3. Il terzo altare dedicato alla Resurrezione di Cristo, fu fatto da Anna Polcastra moglie
di Conte Dal Monte medico. 4. Il quarto altare del SS. Crocefisso fu fatto da Galeazzo e Giacomo Magrè.
5. Il quinto e ultimo altare è dedicato a S. Carlo Borromeo ed al B. Giovanni Colombino. Fu fatto dal P.
Fra’ Felice (Priore) vicentino5.”
Singolare in questi altari la dedicazione di tre di essi al mistero di Cristo, e questo a sottolineare il
nome della loro congregazione “Gesuati”, così chiamati per la frequente invocazione del nome di Gesù
nelle loro preghiere e nel saluto “Sia lodato Gesù Cristo”. Non potevano mancare negli altri due altari
i nomi di San Girolamo e del Beato Colombini, rispettivamente patrono e fondatore del loro ordine.
Questi religiosi prosperarono nel primo Seicento, soprattutto dopo che Paolo V, nel 1606, concesse
che potessero ascendere al sacerdozio. Portavano una tonaca bianca con cappa grigia, cappuccio
similmente grigio e sandali di legno.
Dell’antico convento resta ancora l’armonioso chiostro quattrocentesco, con stanze sotto e sopra e
con cisterna nel mezzo. Fra i tanti locali del convento non mancava il “luoco dei lambicchi” e la “spe-
ciaria” (luogo delle spezie, farmacia)6.

1 G. MANTESE, Memorie storiche, cit. III, 2°, 1015.


2 BARBARANO, Historia, cit. V°, p. 421.
3 M. DE RUITZ, Iscrizioni ed epigrafi di Bartolomeo Bressan, 1977, p. 64.
4 G. MANTESE, Memorie storiche, cit. III, 2°, 1015.
5 BARBARANO, cit, p. 421.
6 I Gesuati per la loro attività di distillazione dei liquori, erano chiamati, altrove, anche i “padri dell’acquavite”.
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E stinto l’ordine dei Gesuati (1668), chiesa e


monastero di S. Girolamo passarono l’anno se-
guente in proprietà dei Carmelitani scalzi, che
devono la loro origine alla riforma dell’ordine
carmelitano, fatta da Santa Teresa di Gesù in-
sieme a San Giovanni della Croce1. I nuovi re-
ligiosi si adattarono per alcuni anni alla prece-
dente struttura2, ma nel primo Settecento de-
cisero di ricostruire quasi radicalmente la chie-
sa di San Girolamo3. Una cronaca del vicentino
Tomaso Lanzi, ripresa da altri storici, ricorda
che il 9 marzo 1720 il vescovo Sebastiano
Venier “ha posto solennemente la prima pie-
tra nel mezzo della cava del fondamento della
facciata, ch’è verso levante, nel qual sito sarà
la porta della nuova chiesa e in detta pietra
v’era una last(r)a di rame … in cui erano incise
le seguenti parole: D. O. M. / Anno Salutis 1720
/ Die IX Mensis Martij / Illmus ac Rmus Dnus /
Sebastianus Venerius / Epus Vicentinus / Primum
Lapidem / Posuit”4.
La costruzione della chiesa procedette molto
lentamente. Sarà aperta al culto il 25 aprile Vicenza, ex convento di S. Girolamo,
1725 e terminata nel 1727, ma la monumenta- S. Teresa d’Avila incontra S. Giovanni della Croce,
affresco, sec. XVIII, ambito vicentino.
le facciata sarà innalzata solo trent’anni dopo.
Ora la chiesa era veramente bella e spaziosa:
all’interno ricca di opere d’arte e sulla facciata
ben undici statue che raffigurano vari santi carmelitani, opere del Leoni, del Bartolomei e dell’Uliaco.
La sua consacrazione avverrà il 2 marzo 1760 ad opera del vescovo Marino Priuli, come testimonia una
lapide affissa all’interno del sacro edificio.
D. O. M.
TEMPLVM . HOC
EM. AC. REV. D. D.
ANTONIVS . MARINVS . PRIOLVS
S . R . E . PRESB . CARDINALIS
HVIVS . CIVITATIS . EPISC .
SUB . TITVLO
S . S . HIERONYMI . AC . TERESIAE
RITV .- SOLEMNI . CONSECRAVIT
DIE . II . MARTII . ANNI . MDCCLX
ASSIGNATA . DIE . ANNIVERSARII
XXXI . AUGVSTI

La chiesa sarà dedicata (a ricordo dei religiosi che la eressero) ai santi Girolamo e Teresa. Nel 1769,
come leggiamo nella visita pastorale del vescovo G. Corner, il monastero di S. Girolamo contava di-
1 Enciclopedia Cattolica, vol. III, p. 896.
2 G. MANTESE, Memorie storiche, cit. IV, 1°, pp. 1216 e sS.
3 Idem, p. 1221.
4 T. LANZI, Cronaca, mS. in Biblioteca Bertoliana, Vi.
15
1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza CC-BY-NC-SA 3.0

ciotto padri, due chierici professi e otto laici conversi. La chiesa aveva sette altari e altri tre all’interno
del convento1. Nel 1777 il Faccioli, che ovviamente omette di segnalare quelli di poco valore, afferma
che, nella chiesa dei Carmelitani, gli altari erano cinque2, che così descrive: Altar maggiore con tavola
di S. Girolamo accanto ad un Angelo, di Antonio De Pieri detto lo zoppo; altare di S. Teresa in estasi
con Angeli, tavola di Sebastiano Ricci veneziano; altare della Deposizione dalla Croce con le Marie,
Giovanni Evangelista e S. Nicolò, tavola del Maganza; altare della Madonna che porge l’abito carmeli-
tano a S. Simone Stock, opera di Antonio Balestra veronese; altare di Gesù tra un Santo carmelitano e
S. Carlo Borromeo, opera del Maganza, completata dal De Pieri (SS. Trinità), altare che sarà in seguito
dedicato a S. Anna.
Numerose altre opere d’arte ornarono la chiesa: di tutte parlerà con competenza la dott.ssa Dalla
Pozza Peruffo in questa pubblicazione. Ma anche la Sacrestia, sapientemente restaurata ventun anni
fa, è nel suo insieme un’opera meravigliosa voluta dai carmelitani nel Settecento. Tra le diverse tele
ricordiamo quelle di: S. Giuseppe, S. Giovanni della Croce e la Madonna del Carmine con S. Teresa. Nel
1817 queste tre tele (attribuite al Litterini) accanto ad altre cinque (il Paradiso, l’Ecce Homo, Giuditta
col capo reciso di Oloferne, S. Girolamo dottore e la Samaritana al pozzo) erano di proprietà del Padre
Pier Paolo Lanzi, religioso carmelitano degli Scalzi che visse e morì, nel 1819, in concetto di santità a
San Marco3.

C oncludiamo questa carrellata sulle pitture


relative alle devozioni della famiglia Carmelitana
ricordando alcuni affreschi, inediti, che si trovano
all’interno del campanile e in piccoli locali addos-
sati alla parte posteriore dell’abside. Si tratta di
opere del secolo XVIII di autore sconosciuto, di
ambito vicentino. In attesa di uno studio più ap-
profondito4, diamo un elenco di queste pitture
difficilmente accessibili:
1. Due putti alati che sostengono il monogramma
di Gesù J H S;
2. Un angelo, a grandezza naturale, che sostiene
un uguale soggetto;
3. S. Girolamo penitente, entro cornice, che sor-
regge con la destra un sasso e con la sinistra un
Crocefisso. Accanto a lui un libro aperto e un leo-
ne ai suoi piedi;
4. Gesù invita S. Teresa in direzione di una città (Avila?);
5. busto di S. Anna, dentro cornice ovale, sorretta
da un Angelo a grandezza naturale;
6. La Vergine dell’Apocalisse entro grande cornice,
sulla parete di fronte al S. Girolamo; Vicenza, ex convento di San Girolamo,
Un Angelo sorregge l’immagine di San Gioacchino,
7. busto di S. Gioacchino, sposo di S. Anna, entro
affresco, sec. XVIII, ambito vicentino.
1 ADVi, Visita Pastorale, alla data.
2 M. SACCARDO, Notizie d’arte, cit, pp. 464 e 472.
3 Il religioso era figlio del cronista e speziale Tommaso Lanzi vicentino.
4 La dott.sa Dalla Pozza ipotizza, almeno per il primo affresco elencato, un’epoca più antica, forse il XVI secolo,
sia per lo stile delle forme che per il fatto che si tratterebbe dello stemma dei Gesuati insediatisi in S. Marco già nel ’400.

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

cornice ovale, sorretta da un Angelo a grandezza naturale;


8. S. Teresa incontra S. Giovanni della Croce. Sullo sfondo
due religiosi assistono alla scena (illustr. a pag.15).
Ricordiamo da ultimo la biblioteca di questo importante
monastero vicentino. Requisita dopo la soppressione del
1810, essa sarà destinata al Depositorio di Padova e, in pic-
cola parte, al Regio Liceo e al Seminario di Vicenza1.

L a splendida chiesa di San Girolamo, grazie alle pressan-


ti richieste della popolazione e specialmente del vescovo
Zaguri, fu salvata da una sorte peggiore, toccata ad altri sa-
cri edifici cittadini e, quel che conta di più, divenne chiesa
parrocchiale, che ora sarà chiamata ‘Chiesa di San Marco
in San Girolamo’. L’ingresso nella nuova chiesa avverrà nel-
la sera del 6 ottobre 1810, portando processionalmente il
Santissimo Sacramento nella nuova sede, dove si diede ini-
zio alla Novena di Santa Teresa di cui cadeva oggi appunto
il primo giorno, come narra il Tornieri nella sua cronaca2.
La parrocchia di San Marco riprenderà da allora con entu-
siasmo il suo cammino, con la generosa collaborazione di
alcuni ex religiosi carmelitani e, qualche anno dopo, con la
preziosa opera delle ‘Dame Inglesi’ che, dal 1837, stabilite
nell’adiacente convento, si dedicarono soprattutto all’edu-
cazione della gioventù femminile.
Vicenza, Convento di Monte Berico.
Pala del Battesimo di Gesù di A. Maganza (1591).

Ringraziamenti

Per alcuni aiuti concreti e suggerimenti ringrazio il parroco di S.


Marco-Vicenza mons. Giuseppe Ruaro, le suore Dame Inglesi, l’ar-
chivista di S. Marco-Vicenza Bernardino Dalla Pozza, la presidente di
Italia Nostra dott.ssa Dalla Pozza Peruffo, mons. Antonio Marangoni
direttore dell’Archivio Diocesano di Vicenza, mons. Antonio Bollin,
mons. Mario Saccardo, l’Ufficio dei beni culturali della Diocesi, il dott.
Renato Zironda del Museo Civico, padre Giorgio dei Servi di Maria di
Monte Berico e, non ultimo, il parroco di Cassina Ferrara - Saronno
(VA).
d. T. P.

Vicenza, Archivio Parrocchiale di S. Marco,


Stemma dei Carmelitani nel libro delle
Mansionerie perpetue, ms., sec. XVIII.

1 A. MIOTTI, La dispersione del patrimonio etc. in Il vicentino tra rivoluzione giacobina ed età napoleonica, 1989, p. 146.
2 TORNIERI, Cronache, mS. in Bibl. Bertoliana, Vicenza.

17
Antonio De Pieri: San Girolamo trasportato in cielo dagli angeli.
Olio su tela (particolare; descriz. a pag.52)
1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

San Marco o San Girolamo


degli Scalzi
Giovanna Dalla Pozza Peruffo

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza CC-BY-NC-SA 3.0

La Chiesa
C ontrà San Marco, l’antica strada diretta a Nord, verso il convento e la porta veneziana di San
Bartolomeo, uscendo dalla Posterla costruita a difesa del Bacchiglione, intercettava, subito dopo il
ponte omonimo, la piazzetta del sagrato e il cimitero dell’antica cappella extraurbana di San Marco, ci-
tata in una Bolla di Papa Urbano III del 1186, ma che si ha buon motivo di credere già costruita almeno
dal 1119. La chiesa fu soppressa con decreto napoleonico nel 1810, venduta all’asta come materiale
da costruzione nel 1811 e poi distrutta. Era ubicata all’interno di quello che ora è il giardino di palazzo
Roi. L’antico cimitero antistante è oggi la piazzetta sulla sinistra, all’inizio della via.
Poco più avanti, dove oggi si trova la chiesa parrocchiale di San Marco, nel 1445 si erano insediati i
Gesuati che, tra il 1481 e il 1491, avevano costruito l’oratorio dedicato a San Girolamo in forme tardo
gotiche con facciata a capanna, secondo i moduli architettonici di un gotico minore diffusi in Vicenza
e nel suo territorio nella seconda metà del XV secolo, un campanile cuspidato, il chiostro e il convento,
poi restaurati nel 1596.
Nel 1668 la Repubblica di Venezia, pressata com’era dai gravosi impegni finanziari dovuti alla difficile
lotta contro i Turchi, ottiene dal veneziano papa Paolo II, al secolo Pietro Barbo, lo scioglimento dei
Gesuati e l’incameramento di tutti i loro beni nel Veneto, così che anche a Vicenza furono poste in
vendita le loro proprietà, tranne la chiesa, il campanile e il chiostro, perché edifici sacri.
Dopo il breve apostolico di approvazione del 7 Dicembre 1668 emanato da papa Clemente IX, alla
presenza del nunzio apostolico mons. Lorenzo Trotti, dei testimoni Alvise Foscarini, Alvise Contarini e
Andrea Pisani, Procuratori di San Marco, il Rev. Padre Carmelitano don Cipriano del Salvatore acquista
a nome del Monastero dei Carmelitani Riformati di Venezia, per 11.000 ducati, i beni dei Gesuati, “cioè
orto, brolo, barchesse, chiostri, cortili, stanze et altri luoghi et abbazia, le casette attaccate allo stesso
brolo” il 1 Luglio 1669.
A questa data si insedia a Vicenza il potente ordine dei Carmelitani Riformati, che vantava numerosi
conventi in tutto il dominio della Serenissima Repubblica, conservando per la chiesa l’antico titulus
di San Girolamo e aggiungendo la qualificazione degli Scalzi, a cui sarà successivamente unita anche
l’intitolazione a San Marco, dopo la soppressione napoleonica dell’antica parrocchiale nel 1810.
Necessaria si rivela questa breve sintesi storica in premessa per capire il significato dell’arredo sculto-
reo e pittorico esistente nella Chiesa di San Marco in San Girolamo degli Scalzi.

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

Il complesso architettonico

Chiesa di San Girolamo dei Gesuati

I l Barbarano1 riferisce che nel 1445 fu fondato dai Gesuati un primo oratorio, sostituito nel 1481 da uno
più grande, completato entro il 1491.
La Pianta Angelica, che con puntuale precisione nel 1580 fotografa la realtà urbanistica di Vicenza, ci per-
mette di leggere nei particolari la struttura planimetrica dell’insediamento posto lungo il Borgo di Pusterla
dopo l’antica cappella di San Marco, allora poco lontana dal Bacchiglione. Il dettaglio registra l’ambito con-
ventuale dei Gesuati, con la chiesa orientata, cioè con abside ad est e portale di accesso ad ovest, il chiostro,
gli annessi edificati, gli orti, il brolo, il muro di cinta e il portone di ingresso con affaccio sulla contrada della
Misericordia.
È però particolarmente interessante, ai fini della nostra ricerca, la Pianta di Vicenza del Mortier stampata
ad Amsterdam nel 1720, in quanto permette
di farci un’idea delle caratteristiche strutturali
del complesso ad una data storicamente fon-
damentale: quella della fondazione della nuo-
va chiesa dei Carmelitani. Infatti vi è raffigurata
la chiesa dei Gesuati, dall’abside, liberata dalle
numerose case del fronte strada, con l’area de-
stinata al nuovo sacro edificio completamente
sgombra. Al fianco, sul lato sud, c’è il chiostro
(oggi all’interno dell’Istituto Beata Vergine
Maria delle Dame Inglesi, qui insediatosi nel
1837), nella posizione cioè tipica di tutti i con-
venti medievali.
Possiamo inoltre conoscerne la facciata dal-
lo schematico disegno riportato al nume-
ro 54 a margine della pianta di Vicenza di Pianta Angelica, dettaglio di Borgo Pusterla nel 1580
Giandomenico Dall’Acqua del 1711.2
La chiesa dei Gesuati, costruita tra il 1481 e il
1491, si presenta in questa immagine secondo
la tipologia delle chiese gotiche minori edifi-
cate in Vicenza e nel territorio nella seconda
metà del Quattrocento, con tetto a capanna
dagli spioventi sottolineati da cornici piatte
con sottese sequenze di arcatelle cieche ar-
chiacute. La facciata, il cui slancio ascensionale
è scandito da pilastri angolari e dalla triparti-
zione determinata da sottili lesene, che rag-
giungono la cornice di gronda, è strutturata
con due monofore laterali, il portale centrale,
ed in alto con un oculo. Ai tre apici degli spio-
venti si intravvedono pinnacoli oppure statue
acroteriali, riportate con tratto impreciso di
non facile lettura. L’abside su cui si aprivano tre Mortier, Pianta di Vicenza, Amsterdam 1720. Dettaglio
monofore archiacute in posizione scalare, era
1 Historia ecclesiastica della città, territorio e diocesi di Vicenza 1761 (1669, V, pag.422)
2 Giandomenico Dall’Acqua: Descrizione iconografica della città di Vicenza, 1711.
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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza CC-BY-NC-SA 3.0

rettilinea. Tale tipologia gotica è riscontrabile, sempre nella citata pianta del 1711,
nel prospetto della vicina chiesa di San Bartolomeo, la cui costruzione - voluta dai
Canonici Lateranensi - cominciò nel 1447, e anche nell’abside del coro delle mona-
che benedettine di San Pietro degli anni ’80, ancor oggi esistente.1
Una particolare attenzione dobbiamo riservare al portale architravato che il citato di-
segno, data l’esilità dei segni che comunque fanno pensare a colonne, potrebbe sug-
gerire fosse sormontato da un’edicola o da un piccolo protiro timpanato poggiante
su quattro elementi. Tale possibilità interpretativa può trovare una giustificazione
nel fatto che i prospetti e i portali delle coeve chiese gotiche vicentine disegnati dal
Dall’Acqua, sono fissati con chiarezza di linee, mentre qui il coronamento è tutto nero
come se fosse un pieno e con segni in prospettiva. Se i necessari rilievi architettonici
sui manufatti e le infrastrutture ancora rilevabili all’interno del cortile nord dell’Istitu-
to Dame Inglesi confermassero tale lettura, si potrebbe ipotizzare come pertinente
ad una delle colonne di sostegno, in particolare a quella angolare di sinistra, un fine
capitello in pietra decorato a caulicoli con al centro una lunga ed elegante foglia di
acanto, da noi identificato durante un sopralluogo in loco. Esso, miseramente mano-
messo e bisognoso di urgente restauro, emerge senza un’apparente logica costrutti-
va dal muro di una superfetazione. Dopo attenta ricognizione, che peraltro necessita Facciata della chiesa di San
dell’appoggio di ulteriori indagini e misurazioni, abbiamo ritrovato all’interno del Girolamo. Disegno di G.
ripostiglio alla base del citato edificio, entro il muro in cui è inglobato il capitello, il Dall’Acqua,1711
pertinente fusto della colonna in pietra dei Berici ora intonacata e,
a distanza di due metri, una seconda colonna dal capitello a volute
ioniche, parte della volta a vela e alla stessa distanza il capitello della
semicolonna addossata al muro su cui si innesta e che, date le misu-
re del perimetro di base, potrebbe forse essere la volta della edicola
ipotizzata, posta sopra il portale.
Se le nostre osservazioni sul campo potranno essere interpretate
nel senso da noi suggerito, da questi ritrovamenti architettonici e
dalle date di stampa delle Piante del Dall’Acqua e del Mortier (rispet-
tivamente del 1711 e 1720) possiamo dedurre con buon margine di
sicurezza che quando la nuova Chiesa di San Girolamo degli Scalzi
fu iniziata (1720), dopo l’abbattimento di varie costruzioni sul fronte
strada, era stata recuperata un’area edificabile sufficiente alle vaste
proporzioni del nuovo progetto e che, come finora creduto, non fu
costruita sopra la chiesa dei Gesuati ma completamente al di fuori,
e perciò essa poteva continuare ad essere officiata fino al completa- Capitello in pietra decorato a caulicoli con
mento dei lavori ed all’apertura al culto del nuovo edificio carmeli- foglie di acanto
tano. A conferma del nostro assunto si può osservare che nel dise-
gno del Dall’Acqua il campanile dei Gesuati, caratterizzato dall’alta
cuspide in cotto, è posto in asse dietro alla chiesa, immagine confermata da una fotografia del 1920 circa, cioè
precedente alla edificazione del nuovo campanile nel 1933 e che ha come base l’antica canna campanaria quat-
trocentesca, pertanto in area esterna all’edificio settecentesco.
Non vanno inoltre dimenticati né sottovalutati, per la storia dei Gesuati e delle fabbriche del convento, gli ele-
menti architettonici che sopravvivono all’interno dell’attuale Oratorio invernale, incuneato sul lato sud della chie-
sa carmelitana, dove sono riemerse le tracce di quattro colonne e di altre allineate all’esterno, forse parte di un
portico antistante un secondo accesso al Convento. Questa sopravvivenza architettonica è molto importante
considerato il fatto che, attualmente, a conclusione di un lungo settore di giardino, una specie di corridoio di terra
incolta stretto tra la parete laterale della chiesa e il porticato coperto, entrata all’Istituto Dame Inglesi, esistono
ancora, inglobati nella parete di fondo, i resti di un elegante portaletto ad arco rialzato di sapore classicheggiante,
ora semimurato, affiancato da due nicchie. Del resto nell’incisione del Mortier è chiaramente leggibile un’ interru-
zione nella sequenza della cortina delle facciate delle case che si affiancano all’abside dei Gesuati, un chiaro pas-
saggio che può supportare la nostra interpretazione. Possiamo infatti ipotizzare che si tratti di un accesso diretto
da contrà Pusterla alla Foresteria e al chiostro alla fine di una stradina incuneata tra le case del fronte strada. Certo
risultanze scientificamente più attendibili e fondamentali potranno venire solo dal ritrovamento di documenti

1 F. Barbieri, Vicenza Gotica: il sacro, 1982, pp. 93-96


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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

d’archivio e da rilievi architettonici.


Ne I Gioielli Pittoreschi del 1677, Marco Boschini a proposito dei Gesuati dice “sopra la porta della Chiesa, al di
fuori, si vede San Girolamo sedente in un bel paese: opera a fresco di Bartolomeo Montagna”, che il de Baer1,
non essendo a conoscenza del diverso orientamento dell’edificio, dice scomparso perché coperto dall’at-
tuale facciata della nuova chiesa settecentesca, mentre possiamo affermare che l’Oratorio sopravvisse a
lungo e che forse l’affresco potrebbe trovarsi, scialbato, al di sotto delle attuali superfetazioni addossate
alla nuova chiesa.
All’interno, continua il Boschini, si trovano due tele: la prima a sinistra con un Cristo deposto, le Marie,
Giovanni evangelista e San Nicolò in vesti vescovili, attribuita a Giambattista Maganza il Giovane per un
altare del 1615, il cui committente fu il cavaliere e conte Guido Arnaldi; ed una di Alessandro Maganza nella
sacrestia, con un Cristo in posizione centrale, mentre in realtà si tratta di una Trinità e in alto “tutti sedenti
sopra le nubi” con alla sinistra il Beato Colombini (fondatore dei Gesuati) e a destra San Carlo Borromeo.
Entrambe le opere dominano l’alta parete del transetto sinistro della chiesa di San Marco.2
Tuttavia il contratto del 2 marzo 1769 per l’acquisto dei beni dei Gesuati da parte dei Carmelitani, ora all’Ar-
chivio di Stato di Vicenza, al fol. 11, nell’inventario con l’elenco dell’arredo della chiesa parla della presenza
di cinque altari: quello maggiore con il Tabernacolo e quattro sulle pareti di fianco: l’altare detto della Pietà,
per la Pala della Deposizione del Cristo del Maganza; l’altare di San Carlo, con le figure del Salvatore e del
Beato Giovanni Colombini, un terzo altare, detto del Crocifisso per una Crocifissione lignea affiancata da pic-
coli angeli dorati, e infine l’altare della Resurrezione del Salvatore, raffigurato in una statua di pietra bianca,
forse quella con il Cristo Risorto che Arslan,3 riprendendo anche quanto dice il Rumor,4 descrive come esi-
stente in un locale a sinistra del presbiterio, “nobile opera della seconda metà del Cinquecento richiamante
a forme di Giulio del Moro”. Di essa si è perduta traccia, ma viene presentata come “figura stante con panno
ricadente sulla spalla destra e ricoprente la parte inferiore del corpo, la destra alzata benedicente”.

Il chiostro dei Gesuati


I l chiostro, testimonianza della evoluzione del gusto architettonico nella Vicenza degli ultimi decenni
del Quattrocento, fu costruito tra il 1481 e il 1491. Esso si presenta integro nella sequenza delle arcate
ampie e a tutto sesto, quattro per ogni lato, in pietra dura di San Gottardo, con basi a foglie angolari e
capitelli ben lavorati a caulicoli inframezzati da
rosette. Sul lato sud un solo capitello presenta
una croce a rilievo, simbolo di consacrazione
oppure stemma dei Gesuati. Il soffitto è costi-
tuito da eleganti volte a crociera che insistono
sui muri perimetrali tramite capitelli pensili. È
da ipotizzare un loggiato superiore, ora scom-
parso, come rilevabile in altri chiostri coevi
ancora esistenti a Vicenza.
Il cortile è coperto da un pavimento originale
in lastre di trachite con un gioco di rigature in
pietre bianca, a profilo dei bracci di una croce
greca. Al centro la vera da pozzo sagomata,
cinquecentesca, con soprastante incastella-
tura del ‘700 per appendervi il secchio, fine-
mente modellata in ferro battuto disegnato a
1 W. H. de Baer, I gioielli pittoreschi di Marco Boschini, a cura di, Firenze 2008, pag. 342-343
2 Marco Boschini I gioielli Pittoreschi, edizione critica a cura di W. H. de Baer, Firenze 2008, pag 343
3 op. cit. 1956
4 Chiesa di San Girolamo, 1885, p 13
23
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leggeri fogliami e a racemi e concluso dallo stemma inco-


ronato dei Carmelitani: una croce posta su un monte con
tre stelle ai tre lati e con la data MDCCLIV (1754).
Tutto intorno al chiostro all’interno esiste un secondo giro
di spazi voltati a crociera, sostenuti da colonne con capitel-
li alternati a pilastri, spazi ora in parte manomessi e quasi
illeggibili nelle loro funzioni
originarie, ma struttural-
mente conservati e che do-
vevano essere adibiti alle
funzioni conventuali, la
sala capitolare e la foreste-
Chiostro dei Gesuati, volte lato orientale.
ria ad est, biblioteca, “spe-
zieria” e refettorio a sud e
probabilmente luoghi di ospitalità e assistenza a malati e a pellegrini
negli altri lati.

Chiostro dei Gesuati, dettaglio del


capitello con croce.

La chiesa di San Marco in San Girolamo degli Scalzi:


le date dell’edificazione e dell’apertura al culto

L a nuova chiesa fu costruita in tempi relativamente brevi, tenuto conto della grandiosità dell’edi-
ficio. Il 1720 è la data della posa della prima pietra e ne fa fede l’iscrizione posta sopra l’ingresso,
infatti in uno scudo retto da due puttini si legge D.O.M. ANNO SALUTIS MDCCXX DIE NONO MENSIS
MARTII ILLUSTR. AC REV. DOMINUS SEBASTIANUS VENERIUS EPISCOPUS PRIMUM LAPIDEM POSUIT
[trad. A Dio Ottimo Massimo, nell’anno della Salvezza 1720 il 9 marzo l’Illustre e Reverendo Signor Vescovo
Sebastiano Venerio (Venier) pose la prima pietra].
Ciò testimonia la data di inizio lavori nella costruzione della nuova chiesa, con intermedia apertura al
culto nel 1725, tramite una prima parziale consacrazione dell’edificio e nel 1727 con il completamento
del tetto.
Nel 1745 fu posto in opera il pavimento in alternate lastre quadrangolari in marmo bianco e rosso, tra
1730/40 furono eretti gli altari laterali, del 1757 è l’altare maggiore offerto dal conte Guido Arnaldi,
mentre nel 1756 fu attuata la facciata su disegno del bresciano Carlo Corbellini. Un precedente pro-
getto era stato richiesto all’allora ventiseienne Ottone Calderari, progetto che più tardi fu adottato
nella vicentina chiesa dei Filippini e che non era piaciuto in quanto intriso com’era di un neo-palladia-
nesimo non allineato con il gusto dei Carmelitani, ancora legati ad una attardata visione trionfalistica
di potenza tutta barocca.
Nel 1760 ebbe luogo la solenne consacrazione della chiesa testimoniata dall’iscrizione in lettere d’oro
su marmo nero posta al centro della chiesa, sulla parete di destra di fronte al pulpito: TEMPLUM HOC
/ EM. AC .REV.D.D./ANTONIUS MARINUS PRIOLUS / S.R.E. PRESB. CARDINALIS HUIUS CIVITATIS EPISC. /
SUB TITULO S.S.HIERONYMI AC THERESIAE / RITU SOLEMNI CONSECRAVIT / DIE II MARTII ANNI MDCCLX
/ASSIGNATA DIE ANNIVERSARII / XXXI AUGUSTI [trad. Consacrò con rito solenne, questo tempio dedicato
24
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ai S.S. Girolamo e Teresa, l’Eminente e Reverendo Presbitero e Cardinale Antonio Priuli, vescovo di questa
città, nel giorno 2 Marzo 1760, stabilendo come giorno anniversario della consacrazione il 31 di Agosto].
Riteniamo che la serrata successione delle date divenga a questo punto essenziale per poter circo-
scrivere, in mancanza di altri documenti, la paternità del progetto di una chiesa tanto imponente.
Elemento urbano catalizzatore su una via caratterizzata da una sequenza di antichi palazzi sorti tra
Cinquecento e Settecento, che con la sua alta facciata, sembra esplodere all’improvviso dalla misu-
ratissima piazzetta antistante, tanto da risultare di difficile lettura ad un primo colpo d’occhio. Il con-
servatore e palladianista Enea Arnaldi,1 parlando della chiesa di San Girolamo, esprime “dispiacere
che il disegno di questo sacro edifizio sia mancante di quella regolar simmetria che finalmente si è il
principale condimento di ogni Fabbrica”.
La nuova Chiesa, con orientamento anticanonico, con facciata ad est ed abside ad ovest, in quanto
condizionata dall’esiguo spazio prospiciente la via, si presenta a navata unica, con due cappelle late-
rali per lato all’interno del muro perimetrale, il presbiterio innalzato su tre gradoni che si espande ai
lati, quasi in una specie di transetto, comunque sempre entro il perimetro generale, e l’abside con il
coro dei monaci. Nel coro, una porta aperta sul fondo, sul cui architrave ancor oggi si può vedere lo
stemma dei Carmelitani con la Croce sopra un monte circondata da tre stelle, immetteva ad una scala
ancora esistente per salire al piano superiore del Convento e all’Oratorio interno.
La navata centrale è lunga mt. 28 fino ai gradini del presbiterio e dal presbiterio alla parete absidale
mt. 18, per un totale di mt. 46. La larghezza della navata è di mt. 11.50, e questa nelle cappelle laterali
si dilata fino ad un totale di mt. 21.
La parete d’ingresso, in angolo, si raccorda con le pareti laterali con una superficie muraria concava,
uguale e simmetrica a quella della parete che dà sostegno all’arco trionfale, in pianta appare ad angoli
smussati, all’interno della quale esistono due piccoli spazi angolari di risulta quello di destra, usato
come Battistero dal 1909 e quello di sinistra come deposito. All’interno il portale è completato da una
monumentale bussola in noce conclusa da fastigio timpanato.
Le cappelle laterali e il transetto sono tutte raccordate da locali ciechi ricavati alla base dei possenti
pilastri che fanno da sostegno e parete divisoria. Sono spazi ciechi di passaggio, usati anche come
piccoli oratori.
L’assoluta mancanza di documenti che comprovino la paternità dello stabile, cosa che non si esclu-
de possa avvenire in un prossimo futuro, avvolge per il momento in un mistero intrigante il nome
dell’architetto che ne è stato l’autore, una inspiegabile damnatio memoriae di cui ci sfuggono i con-
torni storici e a causa della quale non si può che procedere per congetture o per esclusione. Arslan
attribuisce la chiesa2 a Giuseppe Marchi e la descrive come “vasta aula dal perimetro che modula con
grazia rococò una vigorosa soluzione a pianta centrale, spazialità che la avvicina ai modi “lombardi”
del barocchetto protosettecentesco presente a Vicenza “con inflessioni più che del Marchi, di più me-
ditato linguaggio proprio di una mente di una forte e acuta intelligenza, capace di svolgere il discorso
architettonico, con straordinaria, mirabile coerenza”.
Il Marchi, architetto dalla personalità sostanzialmente piuttosto vaga e il cui regesto sicuro di opere
in città è limitato al palazzetto Trevisan di gusto rococò in piazza Matteotti, ci sembra autore del tutto
improponibile per un edificio così complesso come la chiesa di San Marco, robusta ed elegante pagi-
na dell’architettura del Settecento vicentino, indubbiamente trascurata e sottovalutata dalla critica.
Barbieri e Cevese, gli ultimi a rioccuparsi in ordine di tempo di San Marco, ne attribuiscono la paternità
a Giorgio Massari suggerita anche dal suo operare proprio in quel giro di anni nella Chiesa di S. Maria
della Pace a Brescia.3

1 Descrizione delle architetture, pitture, sculture di Vicenza, a cura di Baldarini,1779


2 Le chiese di Vicenza, op.cit.
3 Barbieri Cevese Vicenza Ritratto di una città 2004, pag.127
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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza CC-BY-NC-SA 3.0

A Vicenza, conclusi i cantieri di Araceli, di Monte Berico e di Santo Stefano e morto nel 1703 il Borella,
proprio nel 1720 era iniziata la costruzione di un’altra importante chiesa, quella voluta dai Teatini,
affacciata sull’antico decumano, l’odierno corso Palladio, dedicata a San Gaetano Thiene, e affidata
dopo un altalenante decennio in cui era stato definitivamente scartato il progetto del Guarini, al ben
più modesto architetto padovano Girolamo Frigimelica.
L’ipotesi avanzata da Franco Barbieri1 di un probabile lavoro “a quattro mani” condotto da Francesco
Muttoni e Giorgio Massari rimane senz’altro la più accattivante, anche se in parte va circostanziata e
se comunque resta criticamente strano l’anonimato di un architetto che doveva essere di collaudata
esperienza se non anche di fama per ricevere un incarico di tale portata.
La storia ci ha tramandato il nome del tanto discusso bresciano Carlo Corbellini come autore della
facciata del 1756, e inspiegabilmente non quello dell’autore di una Chiesa tanto importante e monu-
mentale.
Non dobbiamo infatti dimenticare che i beni dei Gesuati erano stati acquistati dai Carmelitani
Riformati della Chiesa dei Carmini di Venezia,2 che la Serenissima aveva il controllo sulla diocesi di
Vicenza attraverso i suoi Vescovi e che in quest’ambito vanno ricercati sia il committente che l’ese-
cutore. In mancanza di documenti certi, nulla vieta di pensare che Francesco Muttoni, architetto già
molto affermato in ambito vicentino come progettista di prestigiose dimore nobiliari (palazzo Repeta
e Palazzo Negri Salvi a Santo Stefano infatti sono suoi), abbia avuto l’incarico di progettare il nuovo
edificio dei Carmelitani. Ciò appare tanto più possibile, visto che nel 1719 il Muttoni aveva già al suo
attivo il progetto di una grande chiesa a croce latina con alta cupola sul piè di croce, la Parrocchiale
di Leffe nel Bergamasco.3 Il disegno di questo edificio religioso è oggi conservato a Washington e la
chiesa sarà costruita dopo la sua morte, avvenuta nel 1747. Inoltre da documenti conservati nella
Biblioteca Bertoliana di Vicenza, sappiamo che l’architetto luganese aveva stabilito rapporti di amici-
zia e di costruttivo confronto professionale con il veneziano Giorgio Massari.4
Allo stato delle attuali cono-
scenze, pensiamo perciò di
poter concordare in linea di
massima con l’ipotesi di F.
Barbieri per il progetto di San
Marco, dato che certamente
il disegno doveva essere sta-
to elaborato ben prima del
1720, anno della posa della
prima pietra, e riteniamo pre-
sumibile un successivo lavoro
di aggiustamento “a quattro
mani“ in sinergia con Giorgio
Massari. Potrebbe perciò esse-
re probabile un primo affida-
mento di studio progettuale
da parte dei Carmelitani al
Muttoni e che poi in corso
d’opera su ipotizzabili pressio-
ni veneziane, sia intervenuto
l’amico, astro già affermato

1 F.Barbieri Illuministi e Neoclassici, op.cit pag.89


2 San Girolamo CRS. Atto del contratto di Acquisto, Archivio di Stato di Vicenza
3 Lewis, Arte Veneta, Annata XXX, 1979 ppg.132-146
4 F.Barbieri Illuministi e Neoclassici op.cit pag.85-89
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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

nel panorama delle chiese di Venezia e del territorio della Repubblica Serenissima. Infatti questa ipo-
tesi potrebbe essere avvalorata dal fatto che sono due le chiese costruite dal Massari in questo arco
di tempo, la bresciana Santa Maria della Pace del 1720 e che quella di Venezia dei Gesuati (ancora i
Gesuati!) del 1725. Decennio importante questo, per il fervore di idee architettoniche che si elaborano
nelle maggiori città venete sotto l’egida dei Carmelitani e dei Domenicani, committenti esigenti non
solo per le fabbriche sacre, ma anche per la decorazione pittorica di soffitti e di tele d’altare, Ordini che
si consigliano e si scambiano l’un l’altro i nomi degli artisti.
Tale ipotesi può essere suffragata anche da considerazioni di ordine stilistico. Prima di tutto dall’ar-
ticolazione della pianta a navata unica, caratterizzata dal monumentale movimento entro il muro
perimetrale costituito dalle quattro cappelle laterali raccordate da passaggi ciechi. Tali raccordi sono
ricavati all’interno dei possenti muri portanti, quasi pilastri di ordine gigante che giungono sino alle
volte, e questo è un elemento architettonico assolutamente nuovo nel panorama delle chiese appena
costruite a Vicenza tra fine Seicento e inizio Settecento. Uguale sistema sarà poi adottato dal Massari
per la nuova chiesa dei Gesuati veneziani nel 1725. Nuovo è anche il taglio delle quattordici eleganti
finestre che a livello delle volte si aprono ad inondare di luce la chiesa; nuovo il sapore rococò degli
stucchi e delle volute che le adornano, come pure i teneri colori pastello, rosa salmone e azzurro,
recuperati nei recenti restauri delle volte degli altari laterali; “nuovo” nel senso di un apporto “foresto”,
cioè di matrice diversa, come poteva essere la formazione lombarda del Muttoni, concetto che Arslan
aveva già ipotizzato con riferimento però a Giuseppe Marchi che noi ci sentiamo, per il momento, di
escludere, ma di adattare alla personalità del grande architetto luganese.
Si può perciò pensare che proprio in corso d’opera, dati gli amichevoli rapporti professionali che le-
gano i due architetti, e viste le attività del Massari a Venezia che per la Chiesa dei Gesuati ha come
committenti i Domenicani, Ordine in significativa sintonia con i Carmelitani Riformati, l’architetto sia
stato da questi ultimi coinvolto. Identificabili come massariani sono infatti certi elementi architetto-
nici della Chiesa di San Marco, come le finestre semicircolari o termali dei due lati in cui si espande
il presbiterio e le architetture dei fastosi altari con tipologia presente anche in numerosi edifici sacri
realizzati da Giorgio Massari in questo torno di tempo, come nelle parrocchiali di Rossano Veneto o di
San Martino di Lupari, o nella stessa bresciana Santa Maria della Pace.
Altro elemento a nostro avviso particolarmente in-
teressante, finora mai preso in considerazione dalla
critica, i due contrafforti semicircolari coronati da due
sfere in pietra di diversa misura con valore di contrap-
peso oltre che estetico, posti a sud e a nord nella par-
te superiore della parete esterna poco prima dell’ab-
side, contrafforti che ritroviamo uguali, ma senza le
sfere e in sequenze moltiplicate, nelle pareti superiori
esterne della già citata chiesa dei Gesuati. Del resto,
se per le pale che adornano gli altari si parla di date
precoci, e in particolare per la pala di Sebastiano Ricci
con la Visione di Santa Teresa che risulta già collocata
nel 17251, è senz’altro possibile ipotizzare la fattiva
e qualificante presenza di un intervento architetto-
Chiesa di S. Marco in S. Girolamo: contrafforte.
nico aggiornato, elaborato in una Venezia feconda di
nuove idee, prima che il dipinto fosse commissionato,
cioè entro i tempi tra la posa della prima pietra e la
prima consacrazione del 1725 e la conclusione della copertura del tetto nel 1727. Sono sette anni
fondamentali questi per l’indagine del cantiere di San Marco ed è solo il serrato confronto di dati che

ci permette di dare sostegno a scelte critiche.

1 Leonardo Trissino, ms., Biblioteca Bertoliana, Vicenza


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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza CC-BY-NC-SA 3.0

La facciata
P er il completamento della chiesa dei Carmelitani nel 1756 fu preferito il progetto dell’abate bre-
sciano Carlo Corbellini a quello del giovane Ottone Calderari, allora di ventisei anni, che aveva dise-
gnato un prospetto di neopalladiano classicismo, non certo in sintonia col gusto dei committenti
ancora attardato su stilemi scenografici trionfalistici. La facciata del Calderari sarà invece più tardi
adottata per la chiesa dei Filippini in corso Palladio, mentre quella del Corbellini sarà “bollata” nel
1845 dal Malacarne come “un disegno bestiale” e, nello stesso anno, valutata “con sdegno” dall’abate
Antonio Magrini.1 Numerosi i giudizi implacabili, tra cui quello feroce di G. B. Berti:2 “la facciata degli
Scalzi con due ordini corinzio e composito, l’uno dei quali, lanciasi per più di una metà sopra il coper-
to, non per altro, io credo, che per simboleggiare anche da lungi i fantastici voli del suo architetto” e
in nota continua ”fu costui un bresciano, di cui si tace il nome, supponendolo abbastanza punito colla
generale disapprovazione della sua opera”.
L’accoglienza a Vicenza di questa facciata del Corbellini, che Arslan3 ancora indica come “disorganica
e sperequata”, ma dal Barbieri definita estroso prospetto,4 non fu evidentemente delle migliori, ma
la sedimentazione dei giudizi nel corso del tempo, il mutamento del gusto, lo sviluppo urbano della
contrada di Pusterla arricchita progressivamente di palazzi monumentali e dignitose dimore ottocen-
tesche, permette oggi una valutazione più equilibrata del disegno architettonico, sostanzialmente
positivo, anche se l’accentuato verticalismo, determinato dall’andamento stradale, risulta non del
tutto proporzionato rispetto allo sviluppo orizzontale. In ultima analisi, la Chiesa è comunque capa-
ce di proporsi come elemento catalizzatore e di riferimento nel contesto urbano, improntato ad un
dignitoso classicismo e ad una ricerca
luministica di giochi di luci e di ombre,
resa dinamica dalle numerose statue
di Santi, che ne proclamano la storia
attraverso la devozionalità dei Gesuati
prima e dei Carmelitani poi.
Sulla piazzetta del sagrato, contenuta
ma sufficiente a dare risalto all’edificio
che vi si affaccia, domina la facciata
tripartita, posta su alto zoccolo, a due
ordini di semicolonne di stile compo-
sito. Un asse centrale stabilisce l’ordine
di simmetria, determinato dall’ampio
portale architravato con timpano ad
arco ribassato e nella fascia superio-
re, dalla grande finestra balaustrata
sormontata da timpano semicircolare,
entro arco centinato. Conclude il mo-
numentale apparato architettonico
l’alto fastigio a vento, timpanato, af-
fiancato da due grandi volute laterali,
elemento decorativo barocco che si ri-
peterà più volte all’interno della chiesa
e coronato all’apice dalla statua della
Vergine del Carmelo con il Bambino.
1 Barbieri Illuministi e Neoclassici a Vicenza pag. 89
2 G.B. Berti Guida per Vicenza, 1822,p.65
3 op.cit. pag.105
4 Barbieri Illuministi e Neoclassici op.cit. p.89
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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

I due registri inferiore e superiore sono suddivisi da una balaustrata che fa da forte linea marcapiano
e sono accentuati dall’aggetto di modanature e cornici dentellate proprie del lessico architettonico
classico. Undici statue, di cui parleremo più a lungo a proposito della decorazione scultorea, popo-
lano le nicchie e gli acroteri del timpano. Sopra l’architrave dell’ingresso è posta l’iscrizione: PIORUM
LARGITATE INSTAURATA / AN. MDCCCXIV / ALOISIO PEGORARO PAR. [trad. Allestita con la generosità di
persone pie, nell’anno 1894, essendo parroco don Luigi Pegoraro], parroco dal 1887 al 1905, che ne ha
curato il restauro, mentre entro il timpano arcuato si trova lo stemma retto da due puttini, ed ora an-
nerito dal tempo, con l’iscrizione della posa della prima
pietra nel 1720 già riportata.
Al di sopra dell’architrave si trova un ben modellato
bassorilievo, in marmo di verde bresciano, non impie-
gato altrove a Vicenza, di grana tenera adatta ad un
morbido modellato plastico. Data la rarità della scel-
ta, rarità che è caratteristica di tanti marmi impiegati
nelle strutture ornamentali della chiesa, con un gusto
per la policromia decorativa ancora tutta barocca,
pensiamo che in questo caso il suggerimento di im-
piego sia venuto dagli stretti legami già indicati, dei
Carmelitani di Vicenza anche con l’ambito culturale
bresciano. Nel bassorilievo del portale è rappresenta-
to San Girolamo, il santo titolare della chiesa, che nella Portale con lunetta e stemma
posizione distesa ricorda i classici geni fluviali, con la
testa di profilo, la lunga barba fluente, vigoroso nella
muscolatura dell’avambraccio, seminudo e penitente
nel deserto, seduto in meditazione, affiancato da ben
disegnati puttini alati, dalla testina dai teneri riccioli,
che reggono i suoi simboli iconografici l’uno a destra,
il cappello cardinalizio in quanto Padre e Dottore del-
la Chiesa, l’altro il teschio legato alla meditazione sulla
morte e alla penitenza, un terzo regge le pagine aper-
te di un grande libro, richiamo agli studi teologici del
Santo e alla sua traduzione della Bibbia detta Vulgata.
Sullo sfondo da una nuvoletta esce una tromba, resa
a rilievo stiacciato, ad annunciare la fama del Santo.
All’estrema sinistra, un leone dal sinuoso corpo ac- Bassorilievo con San Girolamo
coccolato, dal muso un po’ bonaccione, avvolto da
una lunga, sinuosa criniera, reso in modo piuttosto
irrealistico, è l’animale che la tradizione assegna come
simbolo al Santo che avendogli curato la zampa ferita,
si trasformò per gratitudine in fedele compagno della
sua solitudine eremitica.
Questo leone, tuttavia, assume nel contesto del rilievo
una importanza eccezionale per la storia della scultu-
ra vicentina, in quanto regge uno scudo con una mi-
steriosa iscrizione epigrafica F.V.F. svelata dall’indagi-
ne fotografica e che sciolta, si trasforma in una firma,
FRANCISCUS ULIACUS FECIT, già in passato identifica-
to da M. Saccardo.
Bassorilievo, dettaglio del leone
Si tratta di una importantissima scoperta, perché si
sapeva che gli scultori che hanno eseguito le statue
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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza CC-BY-NC-SA 3.0

delle nicchie furono Francesco Uliaco, Francesco Leoni e Francesco


Bartolomei1, ma inutili sinora erano stati i tentativi di attribuzione.
A questo scultore si attribuiscono varie opere,2 ma solo un ciclo è da
lui firmato, quelle delle storie tratte dalla Gerusalemme Liberata del
Tasso, eseguite in scene a stucco e con due figure intere in pietra, come
decorazione del salone del piano nobile di palazzo Valmarana Salvi, in
angolo tra Santa Corona e corso Palladio, ora sede della Procura.
La nostra identificazione diviene così fondamentale contributo per
arricchire l’esiguo numero di opere di questa importante figura di
scultore di origine veronese, protagonista della cultura decorativa a
Vicenza nella prima metà del Settecento, ulteriore ausilio per possibili
attribuzioni delle opere presenti in San Marco.
La parte centrale, rappresentata dal timpano fortemente rilevata da
S. Giovanni d. Croce una cornice a dentelli e coronata da tre statue ai tre acroteri o api-
ci, s’innalza come parete a vento, sottolineata nei passaggi da cornici
marcapiano variamente aggettanti e raccordata alle ali da balaustre
con colonnine a tronco di piramide rovesciata a specchiatura bocciar-
data, da volute cocleari e da statue laterali. Le volute cocleari, cioè a
chiocciola, sono elemento decorativo ricorrente nella chiesa di San
Marco e le ritroviamo oltre che in facciata, variamente impiegate
all’interno, ai lati delle finestre o a completare l’apparato decorativo
degli altari laterali.
Tra gli intercolumni si collocano sei nicchie poggianti su mensola a
bulbo scanalato, entro cui si trovano le statue dei Santi di devozione
dei Gesuati e dei Carmelitani, opere non distinguibili per stile, e che
il Baldarini con la conferma documentaria di Mario Saccardo, dicono
di Francesco Bartolomei, Francesco Leoni, e Francesco Uliaco, e che
l’Arslan3 giudica poco significative e mai identificate in termini di at-
S. Teresa d. Gesù tribuzione.
A partire da sinistra in basso, proponiamo di identificare in sequenza
nelle prime due statue, San Giovanni della Croce e Santa Teresa D’Avila,
i due santi mistici spagnoli, riformatori dei Carmelitani dell’Osservan-
za detti da loro Scalzi. Nella nicchia di destra più vicina al portale, in
dialogo simmetrico con Santa Teresa è posta la domenicana Santa
Caterina da Siena coronata di spine, che trattiene nella sua mano de-
stra i resti ora monchi di un Crocefisso e sul fianco sinistro mostra un
vistoso rosario sormontato da un tondo posto all’altezza del cuore.
All’interno di questo gli ingrandimenti fotografici hanno permesso di
leggere, incise a lettere capitali, le parole “Et Verbum Caro Factum est”
(e il Verbo si è fatto Carne, dal prologo del Vangelo di Giovanni), riprese
nel Pange Lingua, inno sacro scritto da San Domenico, che in tale posi-
zione proprio sopra il cuore, divengono la sostanza stessa a dell’amo-
re mistico della Santa fondamento della sua totalizzante adesione al
S. Caterina da Siena Cristo. Nell’ultima nicchia di destra si trova San Domenico con i sim-
boli della sua Sapienza teologica, il libro e la lunga penna d’oca, santi

1 documentati da Mario Saccardo


2 Chiara Rigoni, La scultura a Vicenza, 1999
3 Vicenza Le Chiese op.cit p.105

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

domenicani uniti a quelli carmelitani nel comune culto del Crocifisso


e della Vergine del Rosario. Proseguendo nella lettura delle statue del-
le due nicchie dell’ordine superiore, a destra la figura di una donna
anziana, severa, con velo e soggolo, senza altro segno di Santità, po-
trebbe essere Sant’Anna, madre di Maria, il cui culto liturgico è solen-
nizzato solo nel 1584 entrando a buon diritto, insieme a Gioacchino,
nel novero dei Santi venerati da Santa Teresa come collaboratori nella
educazione di Maria bambina e protettori della Sacra Famiglia, imma-
gini promosse tenacemente dalle nuove disposizioni del Concilio di
Trento in materia di pittura devozionale.
La tipologia di uomo relativamente giovane, vigoroso, con la corta
barba ben curata della nicchia di sinistra in alto che fa pendant con
Sant’Anna, potrebbe pertanto suggerire una interpretazione come
Gioacchino suo sposo e compartecipe della volontà di Dio Padre nel San Domenico
progetto di Salvezza attraverso la nascita miracolosa di Maria. Resta
il dubbio interpretativo, in quanto qui il santo tiene tra le mani un
libro, libro che potrebbe essere indice del suo essere un sacerdo-
te del Tempio, ma anche in relazione con la tematica iconografica
post tridentina dell’Educazione della Vergine, che ritroviamo nella
pala del primo altare di sinistra opera attribuita a Ludovico Buffetti.
Anna e Gioacchino sono presenti come testimoni anche nella tela di
Bartolomo Litterini con Santa Teresa e la Vergine del Carmelo, nell’edi-
cola centrale negli armadi della Sacrestia.
Per le due statue laterali nella parte superiore, in pietra tenera e perciò
molto corrose e quasi illeggibili, proponiamo una lettura iconografica
ispirata a considerazioni religiose e devozionali, più che a sicurezze
simboliche, per cui di fronte al totale silenzio delle fonti, si potrebbe
vedere nei due emaciati santi ai lati delle balaustre di raccordo, il pro-
feta Elia a sinistra di chi guarda, mentre tiene nella mano il Pane che Sant’Anna (?)
l’Angelo gli portò nel deserto, pane che ora non esiste più, mentre a
destra San Girolamo penitente con il sasso in mano con cui si batte il
petto.
Elia, profeta biblico caro ai Carmelitani e venerato come Maestro dei
primi eremiti del Monte Carmelo in Libano, e San Girolamo, contitola-
re della chiesa, ma scelto come esempio di penitenza e di adesione al
Cristo dai Gesuati, per entrambe le comunità comunque modello di
vita, di preghiera e di solitudine penitente. A sostegno di tale interpre-
tazione non possiamo dimenticare i due grandi dipinti inseriti nelle
pareti concave a fianco dell’arco trionfale, opera di Matteo Brida e che
hanno come soggetto proprio il Profeta Elia nel deserto ed Eliseo suo
compagno.

San Gioacchino (?)

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza CC-BY-NC-SA 3.0

A gli acroteri del timpano, sempre in pietra tenera, le statue rap-


presentano al centro la Vergine con il Bambino con fianco a sinistra e
a destra due Santi Monaci non altrimenti distinguibili. Per quanto ri-
guarda lo stile, possiamo proporre una attribuzione a Francesco Uliaco
dei santi Giovanni Della Croce, Caterina, Domenico e Gioacchino (?),
per l’elegante torsione del corpo, reso con felice e morbido plastici-
smo, per la resa dei particolari, per la finezza dell’espressione talvolta
intensa del volto, per i volumi dalla linea rotondeggiante, che ritro-
viamo anche nei citati rilievi di palazzo Valmarana Salvi, ma anche
nelle numerose teste di cherubini e nei puttini cariatide degli altari
laterali all’interno. Per somiglianza stilistica legata ad una resa più ri-
gida e dura del panneggio e del volto, attribuiremmo ad una secon-
da mano, forse al Leoni, Santa Teresa d’Avila e Sant’Anna (?), mentre
le statue acroteriali, poste in alto, poco visibili e in pietra meno pre-
giata, allo sconosciuto Francesco Bartolomei. Il profeta Elia (?)

L a facciata del Corbellini, nella complessità della articolazione


architettonica determinata dall’alto fastigio timpanato, dal solenne
portale, dagli elementi fortemente aggettanti e rientranti, da corni-
cioni, nicchie, ali balaustrate, volute e apparato decorativo scultoreo,
determina contrastanti giochi di luci e di ombre. La monumentale
architettura legata com’è ad una sovrabbondanza di elementi strut-
turali decorativi, in cui si accentuano i contrasti luministici, risponde
pienamente alla sensibilità ancora fortemente barocca, dei commit-
tenti che nel rifiuto della misura neoclassica oramai imperante, vole-
vano esprimere la volontà di potenza dell’Ordine, come nelle impo-
nenti chiese dei Carmelitani Riformati a Venezia, a Padova, a Brescia.
La scelta di manifestare, attraverso uno scenografico apparato, il loro
prestigio economico e politico nel contesto sociale della Serenissima
Repubblica, demandando ad una architettura svettante, alta sul con-
San Girolamo
testo urbano vicentino, emergenza urbanistica di riferimento, rap-
presenta chiaramente il segnale di una religiosità ancora ispirata al
trionfalismo postridentino.

La Madonna del Carmelo con il Bambino (al centro); ai fianchi due Santi Monaci, a coronamento del timpano

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

L’interno
L’ edificio si presenta con orientamento anticanonico, cioè con facciata ad est ed abside ad ovest.
È costituito da un’unica navata a pianta quasi centrale, sintesi armoniosa di volumetrie e decorazioni.
Per il Barbieri1 “il taglio dell’unica navata, le semicolonne e le lesene ioniche che ritmano l’interno,
risalgono ancora ad esempi di Francesco Muttoni e della sua cerchia, come possiamo rilevare per
gli interni della chiese di San Faustino e di Santa Croce detta delle Canossiane a Vicenza”. È questo
un giudizio critico sostanzialmente ancora valido, per la complessa analisi attributiva dell’autore del
progetto architettonico di San Marco.
L’interno, spazio unitario luminoso, inondato dal-
la luce che piove dalle numerose, ampie finestre
esaltate da timpani semicircolari e volute laterali,
dà l’impressione di essere suddiviso dagli arconi
delle cappelle laterali, in due campate poggianti
su possenti pilastri, ritmati da slanciate lesene
corinzie e raccordati all’arco trionfale della con-
trofacciata e del presbiterio da pareti concave,
sottolineate da un possente cornicione dentel-
lato aggettante che fa da linea marcapiano.
Il soffitto voltato a botte ribassata, presenta una
ornamentazione con cornici di stucco, quelle
centrali approntate a contenere affreschi mai
eseguiti. Le pareti laterali, che si dilatano entro
i muri perimetrali, accolgono i quattro monumentali altari collegati tra loro da spazi ciechi di passag-
gio, usufruiti un tempo come oratori, ora luogo per le confessioni. Di assoluta novità nel panorama
del barocco vicentino, è il soffitto delle cappelle laterali, messo in luce nella policromia originale dai
recenti restauri del tetto (2007 – 2008). Al centro della volta, un ovale dalla cornice a stucco finemente
elaborata, di un delicato colore azzurro, inserito in una campitura di tenero rosa salmone di gusto
rococò e ricamato da finissimi disegni vegetali pure in bianco stucco, appare come un lembo di cielo
imprigionato, un imprevedibile trompe l’oeil di fresco sapore naturalistico.
Domina il centro della parete sinistra il settecentesco pulpi-
to in marmo di Carrara, dalla cassa rettangolare sostenuta da
una mensola a bulbo, con specchiature in marmo rosso di
Francia a venature bianche, fregiate da pendoni ed entro un
cartoccio, uno scudo polilobato centrale pure in marmo rosso.
Il pulpito è sormontato da un baldacchino in marmo bianco
decorato a bandinelle di marmo rosso, a linea spezzata, con
al centro del soffitto la colomba dello Spirito Santo ad ispirare
la parola dei predicatori. È elemento d’arredo che si propone
come manufatto di armoniose grazie barocche.
Il presbiterio, che si espande in larghe cappelle laterali, quasi
un transetto, su cui si aprono le ampie finestre termali, è chiu-
so da una bassa parete marmorea, diaframma di separazione
dal coro dei monaci. Ad essa è appoggiato l’altar maggiore
posto sopra tre ampi gradini. Ai lati, due passaggi architravati,
coronati da un timpano semicircolare, adornato da vivaci, spe-
culari puttini a due a due in dialogo giocoso, in bianco marmo
di Carrara come tutto l’insieme, opera di Giacomo Cassetti.
1 Illuministi e Neoclassici op.cit. p. 88
33
1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

D ietro si sviluppa l’abside spaziosa e profonda, semicirco-


lare, predisposta a contenere gli stalli del Coro dei monaci.
Quello che appare evidente da un’ analisi complessiva di tutto
l’edificio, è che i Carmelitani, in vista della edificazione della
nuova chiesa e del notevole impegno economico che essa
avrebbe comportato, devono aver potuto contare su un’abile
politica di sostegno e di coinvolgimento di offerte di devoti e
benefattori. Questi, fin dall’inizio dei lavori, hanno acquistato
numerose tombe terragne, da porre sotto il pavimento della
navata, ricoperto da lastre quadrate di marmo bianco e rosso
disposte a losanga e completato nel 1745. Allo stesso modo
devono aver convogliato importanti donazioni escatologiche
di nobili vicentini, come i conti Arnaldi per l’Altare maggiore,
i Faccioli per l’altare della Vergine dello Scapolare (secondo
altare di sinistra), dei Busi Baretta per quello di Santa Teresa
e di ricchi commercianti come i Righele, di origine asiaghe-
se (primo altare di sinistra), nobilitati dall’apposizione dello
stemma di famiglia sul fastigio, tutti in nobile emulazione per
realizzare nella cappella su cui avrebbero avuto il giuspatro-
nato, l’altare più fastoso, monumentale e riccamente ornato
e porre ai piedi della Mensa la tomba di famiglia, confortata
dalle preghiere delle Messe ivi celebrate quotidianamente.
Dobbiamo alla ricerca puntuale di un appassionato di aral- Interno della chiesa di S. Marco in S. Girolamo:
dica vicentina come Otello Bullato, che ha puntigliosamente 1. Cappella di S. Giovanni della Croce
indagato tutte le iscrizioni relative presenti ancor oggi sulle 2. Cappella di S. Teresa d’Avila
ventiquattro tombe terragne del pavimento della chiesa, con 3. Ai piedi del presbiterio
date comprese tra il 1720 e il 1800,1 la possibilità di conoscere 4. Presbiterio
almeno in parte questa pagina di spaccato sociale di notevole 5. Coro e organo
interesse storico. La più bella tra queste pietre tombali da un 6. Sacrestia
punto di vista ornamentale, per gli intarsi in marmo policro- 7. Cappella a destra del presbiterio (transetto)
mo che la disegnano, si trova nel corridoio centrale quasi ai 8. Cappella a sinistra del presbiterio (transetto)
piedi del presbiterio. È stemmata con due cuori, è del 1748 e 9. Cappella di Gesù Misericordioso e S. Girolamo
l’iscrizione latina, accuratamente incisa, ricorda come i cuori di (capp.invernale)
Giuseppe e Teresa, di cui si tace il cognome, fossero legati su 10. Cella campanaria
questa terra come le loro anime si trovano legate in cielo. Ci 11. Cappella della Madonna del Carmine
corre tuttavia obbligo riflettere su una affascinante interpreta- 12. Cappella di S. Anna
zione della scritta proposta dal parroco don Giuseppe Ruaro.
Vista l’anomalia di una pietra tombale senza il nome delle
famiglie di appartenenza, la raffinatezza della decorazione, il
disegno di due cuore ravvicinati, la data conclusiva in nome di Cristo e non del Signore (Domini) come
di consueto, una diversa lettura interpretativa dell’iscrizione, che riportiamo qui di seguito, invece
potrebbe indicare una tomba comune per le donne sotto la protezione della Santa contitolare della
chiesa e di San Giuseppe suo intercessore privilegiato.
quarum corda josephus ac theresia congregabant in terris/ et quarum animas deus opt. max. / congregabit in co-
elis/ prestantium mulierum ossa / humana conditio / congregat in hoc sepulcro / positum anno christi mdccxlviii
[trad. Giuseppe e Teresa avevano unito sulla Terra i cuori di cui Dio Ottimo Massimo unirà in cielo le anime,
l’umana condizione accoglie le spoglie di donne di grande virtù in questo sepolcro posto nell’anno di Cristo
1748].

1 Otello Bullato: Itinerario turistico – araldico per Vicenza: da Ponte pusterla alla porta di san Bartolomeo, Vicenza 1997

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza CC-BY-NC-SA 3.0

Altare maggiore

S i accede al vasto ripiano del presbiterio, attraver-


so tre gradoni, area sacra fino agli anni Sessanta de-
limitata da una ricca balaustra divisoria in marmo di
Carrara, ora eliminata in seguito alle disposizioni del
Concilio Vaticano II. L’altare fu completato nel 1757,
è in marmo di Carrara ed eretto, con il lascito testa-
mentario di cento ducati annui, a partire dal 1740, dal
conte Alessandro Arnaldi. La famiglia Arnaldi aveva
Altare maggiore: tabernacolo
nella cappella di sinistra la tomba di famiglia, la cui
pietra terragna è ora murata nel settecentesco corri-
doio, esterno al lato sud della chiesa, con lo stemma
comitale di un grifone rampante incoronato e il nome
del fondatore BERNARDUS AENEE DE ARNALDIS…etc.
AN. D. MDCCXXVIII.
La mensa è a forma di parallelepipedo preceduto da
tre gradini, decorato da ornamentazioni a fogliame e
cornici in bronzo dorato applicati ai tre lati della pre-
della, che rappresentano sul lato sinistro la visione mi-
stica di Santa Teresa d’Avila di fronte al Crocifisso, sul
lato destro la visione di San Giovanni della Croce, e al
Placca con immagine di S. Girolamo
centro San Girolamo penitente nel deserto, inginoc-
chiato dinnanzi al Cristo Crocifisso.
Eleganti per disegno e tecnica esecutiva, non cono-
sciuti perché in posizione defilata, i due intarsi mar-
morei a niello sulle paraste laterali terminali della cas-
sa dell’altare.
Al centro sopra la mensa, domina la sacra edicola del
Tabernacolo, con la settecentesca portella in argento
dorato lavorata a sbalzo e cesellata, in cui è rappresen-
tata la Fede che regge il Calice, inginocchiata di fron-
te al Crocifisso ed alla visione abbacinante dell’Ostia
consacrata entro una splendente aureola solare. Ai
lati, incorporate nella contiguità dell’altare, si aprono
le due porte marmoree architravate, che immettono
nel coro, completate dal timpano semicircolare sor-
montato all’apice da una barocca conchiglia in rame Placca con Visione di S. Teresa
dorato, su cui si appoggiano vivacemente quattro
puttini a tutto tondo, fine opera scultorea di Giacomo
Cassetti (1703-1760), genero di Orazio Marinali e ope-
roso nella sua bottega. Il Tornieri esprime a proposito
della ricca ornamentazione di questo e degli altri al-
tari della chiesa un livoroso giudizio, definendola un
“incalcolabile dispendio”.1

1 A. Tornieri ms. p.845

36 Architrave di una delle porte laterlai,


con puttini di G. Cassetti
1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

Altari laterali

I nseriti nelle quattro ampie cappelle laterali, sono frutto di una concezione architettonica unitaria
e modulare, caratterizzati da monumentalità e sviluppo verticale, con la parete a cui è addossato
l’altare, articolata sul fondo da quattro lesene modulate, con capitello corinzio e da un avancorpo
strutturato da quattro colonne pure di ordine corinzio, tutte in marmi pregiati, vari per qualità e colo-
re, due delle quali sono sempre poste su piano più arretrato.
Un fastigio timpanato semi circolare o ad arco spezzato, fa da
coronamento, arricchito da decorazioni scultoree di accurata
fattura angeletti, stemmi, vasi fiammeggianti, statue. Al cen-
tro si apre un’ampia spaziatura arcuata per ospitare le quattro
grandi pale centinate con soggetti legati alla devozione dei
Carmelitani Riformati.
Gli altari sono tutti in marmi preziosi, marmo di Carrara, Rosso
di Francia e breccia grigio-violacea africana.
A delimitare lo spazio interno ci sono balaustre con colonni-
ne in bianco marmo, di vario disegno. Solo il secondo altare a
sinistra, dedicato alla Vergine del Carmelo, presenta elemen-
ti ad elegante intarsio in Rosso di Francia, marmo impiegato
anche nel paliotto della mensa con stemma al centro e per
adornare i fiammeggianti vasi ai lati del fastigio.
Un elemento decorativo ricorrente sulle strutture architetto-
niche degli altari è costituito dalla insistita presenza di Angeli
scolpiti in marmo di Carrara, frutto di elegante capacità dise- Secondo altare a destra.
gnativa e di morbida modellazione, estremamente aggraziati,
dalle testine paffute e tenerissime, dai riccioli a ciocche legge-
re. Particolarmente felici i puttini-cariatidi, tutti contorti a sostenere l’arco del timpano nell’altare di
Santa Teresa (il secondo a destra) e in quello dell’Educazione della Vergine (primo altare di sinistra).
Testine di cherubini alati a due a due, in uno scambievole rapporto di sguardi adornano il centro della
centina marmorea in cui sono inserite le pale dei quattro altari. Tutti simili ma non eguali, mostrano il
loro sorridente visetto quasi a vigilare sulle sacre rappresentazioni di cui sono i celesti custodi. Facendo
un confronto tra gli angeli in marmo scolpiti dal Cassetti per le sovrapporte dell’altare maggiore e
quelli eseguite da Francesco Uliaco nel bassorilievo del portale esterno di ingresso, ci sembra di po-
ter attribuire con una certa sicurezza queste felici, piccole sculture, che passano quasi inosservate in
tanta monumentalità, ad unica mano esecutiva, in particolare
per la resa più morbida dei piccoli corpi piuttosto all’Uliaco
che al Cassetti, i cui angelotti, pur molto accattivanti, risultano
meno espressivi e meno duttili nella resa della materia e nella
freschezza scultorea.

Primo altare a sinistra


Quattro colonne corinzie, in marmo di breccia grigio-violacea
africana, sono coronate da un timpano semicircolare a cui
sono appoggiate due statue allegoriche, una di uomo gio-
vane, in vesti militari seminudo con elmo, probabile imma-
gine di Virtù pagana, l’altra di vecchio dalla barba e dai ca-
pelli fluenti, avvolto in ampia tunica, con collare terminante Primo altare a sinistra.
con una piccola croce, simbolo di Virtù cristiana. Sul fastigio Dettaglio del timpano.

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza CC-BY-NC-SA 3.0

campeggia lo stemma di Giorgio Antonio Righele, un setaiolo


di origine asiaghese fiorente nella Vicenza della prima metà del
‘700. La tomba della famiglia presenta una lapide del 1737. Lo
stemma sul fastigio è una variante di quello araldico “spaccato,
nel primo al leone (al cavallo?) gradiente appoggiato alla collina di
verde, nascente dalla destra dello scudo ed accompagnato in capo
da due stelle di sei raggi d’oro: nel secondo d’argento a tre bande
d’azzurro”.1 Sopra l’altare pala attribuita, in maniera controver-
sa, a Ludovico Buffetti: L’educazione della Vergine, con Sant’Anna,
Gioacchino e Maria Bambina.2
Secondo altare a sinistra
Quattro colonne corinzie in marmo rosso di Francia, usato an-
che per i fregi dell’altare, a sostegno di un timpano semicircolare
a linea spezzata, con ai lati vasi marmorei intarsiati di rosso, al
centro un inserto di marmo rosso a linee sagomate e un serto
marmoreo di foglie fiori e frutta intrecciato sulla parte superiore.
Accoglieva la tomba della famiglia Faccioli, attestata da lapide
del 1763 posta sul pavimento. Secondo altare a sinistra.

Al centro campeggia la pala, del 1730 circa, del pittore veronese


Antonio Balestra: La Vergine con il Bambino consegna lo scapolare
al Beato Simone Stock, con ai suoi piedi San Giuseppe.
Primo altare di destra
Quattro colonne corinzie in breccia violacea africana, usata an-
che per le incrostazioni decorative sul paliotto dell’altare, sor-
reggono un alto attico con timpano semicircolare a linea spez-
zata, con al centro una croce dorata tra due vasi fiammeggian-
ti. La pala centinata è opera dell’avanzata maturità del pittore
Costantino Pasqualotto: Visione di San Giovanni della Croce, ese-
guita tra il 1735 e 1750.
Secondo altare di destra
Quattro colonne corinzie di marmo bianco di Carrara, con basi,
capitelli e corniciature in bronzo dorato, reggono il timpano
semicircolare, su cui sono adagiati due angeli affiancati da vasi
fiammeggianti in marmo. Fu eretto dal nobile Carlo Busi Beretta,
morto nel 1747, con la spesa di 8000 ducati. Felici nell’efficacia Primo altare a destra.
dell’aggraziata modellazione l’arguto puttino-cariatide e le te-
stine dialoganti dei cherubini della centina. In alto campeggia il
fastoso stemma araldico, in rame dorato, del Busi Baretta, ”tron-
cato; nel primo d’oro all’aquila ad ali spiegate di nero; il secondo
d’azzurro, alla torre merlata d’argento, aperta e finestrata di nero,
terrazzata d’oro, sormontata da una berretta d’oro e accostata da
due gigli dello stesso”.3 Questo stemma è presente anche in un
arco di Monte Berico. Nel sottarco appare ripetuta la decorazio-
ne a gigli di Francia. La pala è di Sebastiano Ricci: Visione mistica
di Santa Teresa D’Avila, 1724.
Secondo altare a destra.
1 Otello Bullato, op.cit.p 12
Dettaglio del timpano.
2 Ottone Bullato op. cit.
3 Otello Bullato, op. cit.p.13

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

Abside

S viluppata in profondità, è a occidente, e fino al 1904 con-


teneva gli stalli del coro. Per volontà del Parroco don Luigi
Pegoraro, essi furono spostati per far posto alla loggia lignea a
tre archi, predisposta per il nuovo organo eseguita su progetto
dell’architetto vicentino Vittorio Barichella. A livello della volta,
la loggia chiude in parte la grande finestra absidale, limitando
l’entrata del fascio di luce del sole al tramonto, completamen-
to prezioso per il valore spazio-luce della sacra architettura. È
sormontata da tre statue: al centro quella del Redentore con
la croce, opera dello scultore Belcaro1, a sinistra quella di San
Marco e a destra quella di San Girolamo penitente, i due nuovi
contitolari della chiesa. Sul fondo della parete, tra gli stalli del
Coro, si apre una porta del ‘700 in noce, ora in parte segata, di-
retto passaggio dalla Chiesa alle scale ancora conservate, che
salivano al convento e all’oratorio interno, dalla cui grata in fer-
ro, ancora esistente, si poteva assistere alle Messe della chiesa
maggiore. Sopra la porta, lo stemma in pietra dei Carmelitani,
una croce sorgente da un monte (il Carmelo), affiancata da
due stelle di sette raggi.
Sotto la statua del Redentore si trova uno stemma a fondo az-
zurro con due elementi virgolati bianchi, stemma riferibile al
papato di Leone XIII (1878- 1903).2
Sotto il pavimento del coro si trova una cripta, di cui è igno-
to l’ingresso, usata come luogo di sepoltura dei monaci
Carmelitani. Sul pavimento una bella lapide ovale, in marmo
bianco con cornice nera, con il loro stemma, concluso da una
corona, quello della Vergine del Carmelo, dai cui lati fuoriesco-
no due scritte nastriformi con inciso il motto “ZELO ZELATUS
SUM PRO D. DEO EXERCITUUM” [trad. Sono stato bruciato
dall’ardente amore per il Signore, Dio degli eserciti], al centro una
piccola croce patente affiancata da due stelle posta sopra un
rilievo e la scritta BEATI MORTUI QUI / IN DOMNO MORIENTUR
[Beati i morti che moriranno nel Signore].

1 di questo scultore i documenti d’archivio non hanno conservato né il nome né altri dati.
2 Otello Bullato, op. cit. p. 13

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Battistero
Appena entrati, sul lato destro della Chiesa a lato del primo
altare, si apre all’interno del muro perimetrale un piccolo spa-
zio rettangolare, adibito, con interventi eseguiti nel 1909 su
disegno dell’ing. Vittorio Saccardo di Schio, a Battistero. Il mi-
surato e ben integrato progetto del Saccardo si ispira ad uno
stile neo rinascimentale, con recupero di una ornamentazione
assai diffusa negli altari delle chiese e nei portali dei palazzi
del Quattrocento vicentino. Il fonte è inserito in una edicola
centinata nella cui lunetta è ben modellato a bassorilievo un
emaciato San Giovanni Battista a mezzo busto; il Santo, a cui
come di consueto sono dedicati i battisteri, è stato scolpito dal
prof. Guizzon.1 Il fonte battesimale si compone di una roton-
deggiante vasca semicircolare a parete, finemente decorata da
delicatissimi fiori a rilievo e poggia su piccola mensola a bulbo
in marmo rosato di Chiampo. La vasca è sormontata da un pa-
diglione, reso con morbido ed elegante panneggio pieghetta-
to sorretto da una corona, in marmo di Carrara. È fiancheggiata
da pilastrini sostenuti da modiglioni scanalati, completati da
fantasiosi capitelli ionici, raccordati da cornici modanate e aggettanti e da un dado che dà slancio
all’arco.
Le paraste dell’edicola e la piattabanda dell’arco della centina sono decorati da elementi vegetali sor-
genti da cantari, da fantastici animali marini e da conchiglie, tratti dal consueto repertorio neo rinasci-
mentale, eseguiti con notevole maestria dagli scalpellini Pedon e Battaglia.2

Acquamanile
In uno spazio di passaggio a sud ovest del presbiterio, a sinistra del coro, si trova un bellissimo acqua-
manile a due vasche sovrapposte e di misura scalare, poste su supporto a mensola e poggianti su un
fondale sagomato a linee concave e convesse, fine opera del Settecento in marmo rosso di Verona.
Porta incisa una iscrizione a lettere capitali latine JESU ABLUE NOS [trad. Gesù purificaci] invocazio-
ne pronunciata nell’atto purificatorio del lavarsi le mani prima della partecipazione alla liturgia della
Messa.

Campanile

S ul precedente campanile costruito dai Gesuati alla fine del


XV secolo e di cui ci è stata conservata in antica immagine
fotografica l’immagine della struttura, caratterizzata da una
allungata cuspide appuntita fuori scala rispetto allo sviluppo
delle base, è stato edificato quello attuale su progetto dell’ing.
Giuseppe Dal Conte nel 1933. Il disegno della cella campana-
ria e della parte terminale, trova affinità di ispirazione con il
vicino campanile della chiesa della Misericordia e con quello
C. Dall’Acqua, incisone, 1760 circa. Dettaglio.
1 l’Archivio parrocchiale non ne indica il nome né altri dati.
2 nomi che ci sono stati conservati in forma abbreviata e ricavati da una sintetica nota spese conservata nell’Ar-
chivio di San Marco.

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

distrutto dopo il 1810 dell’antica chiesa di San


Marco, conservatoci nel particolare dell’incisione
del 1760 circa di Cristoforo Dall’Acqua dedicata
alla piazza della scomparsa chiesa di San Biagio.
Questa incisione acquista per la nostra ricerca
un ulteriore valore di testimonianza, in quanto
sullo sfondo dietro l’antico campanile si distin-
gue il profilo visto di spalle del timpano di San
Girolamo degli Scalzi già completato dalle statue
acroteriali e l’aguzza cuspide quattrocentesca
del campanile dei Gesuati, conservatosi fino al
1933. La canna del nuovo campanile si eleva al di
sopra del tetto dell’abside sul lato nord e la cella
è strutturata su quattro ampi archi centinati con
pietra in aggetto come chiave di volta, circondata
da ballatoio con ringhiera in ferro sostenuto agli
angoli da modiglioni angolari poggianti su sfere.
Il campanile è privo di cuspide e si conclude con
cornicione dall’ampio aggetto spiovente e un
tamburo ottagonale ricoperto in cotto. Le pareti
del campanile sono intonacate e incise a bugna-
to gentile con commessure regolari. Sui quattro
lati sono posti a bassorilievo i simboli dei quattro
Evangelisti. All’interno del campanile, sulle pare-
ti all’altezza di circa 10 mt., sono stati conservati
alcuni interessanti affreschi, pressoché inaccessi-
bili, della metà Settecento, come un San Girolamo
penitente in ginocchio davanti al Crocifisso, en-
tro cornice disegnata a cartigli, accompagnato
dall’immancabile leone, una immagine di Maria
stante in tunica rossa e mantello azzurro a figu-
ra intera, santa Teresa d’Avila in veste carmeli-
tana che incontra il Cristo Risorto, inseriti in un
bel paesaggio, Sant’Anna entro un medaglione.
Mancano i relativi rilievi per capire quale funzio-
ne avesse questo spazio così vivacemente deco-
rato e sacralizzato dai Santi cari ai Carmelitani (un
oratorio?) ed inglobati nel nuovo campanile. Ma
il lacerto affrescato più interessante è uno stem-
ma dei Gesuati, il monogramma del Cristo, JHS,
con lo sviluppo al centro della H, di una croce e
Affresco con lo stemma dei Gesuati,
sotto i tre chiodi della Croce disposti a ventaglio. seconda metà del XVI secolo.
Lo stemma è portato da due paffuti cherubini ala-
ti che incrociano le braccia nell’atto di sollevarlo.
L’affresco, attribuibile alla seconda metà del XVI
secolo, è documento storico di grande importan-
za, perché preziosa e rara testimonianza figura-
tiva sopravvissuta della presenza dei Gesuati a
Vicenza.

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza CC-BY-NC-SA 3.0

Sacrestia
(Restauro armadiature: “Arte Sofia Lino” 1989; Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Venezia.)

L a Sacrestia, ubicata sul lato nord ovest della chiesa, a fianco del coro dei monaci, conserva i magni-
fici armadi messi in opera tra il 1729 e il 1730. Si tratta di armadiature, di carpenteria lignea in radica
e in noce massiccio, composte da elementi decorativi e cassettiere a vista o celate da pannelli e da al-
zate di varie forme con terminazioni timpanate disposte in corrispondenze simmetriche di diverse al-
tezze e profondità, disposte lungo le pareti perimetrali. Il pavimento nella parte centrale è a quadrelle
bianche e rosse disposte a losanga, mentre sotto i mobili a parete è in cotto, pedane in noce massiccio
fanno da base al mobile continuo. Le due pareti lunghe sono strutturate da una sequenza di armadi
con ante mobili a riquadri incorniciati con funzione di mascheratura delle cassettiere interne e sono
unificati da un ripiano continuo aggettante a sbalzo in legno massiccio. Le ante superiori hanno una
superficie intarsiata in radica a spina pesce, intervallate da lesene concluse da una cornice modanata
continua e, in corrispondenza, alti dadi lignei a sostegno di modelletti di Angeli in terracotta, attribuiti
ad Orazio Marinali, tra cui due piccoli capolavori per perfezione, minuzia esecutiva e per ricchezza
decorativa, dei due Arcangeli Michele e Raffaele.
Al centro delle due pareti, entro due aperture scandite dall’aggetto di pilastrini laterali a sostegno di
un fastigio ad arco spezzato, gli archi centinati sono abitati da due tele di Bartolomeo Litterini (1668 –
1745): San Giuseppe e il Bambino a sinistra e San Giovanni della Croce e il Bambino a destra.
Nella parete di fronte all’ingresso, nella parte centrale a conclusione dell’asse prospettico, una terza
edicola, quasi un altare, si sviluppa in altezza. È in noce massiccio, fiancheggiata da colonne corinzie
e conclusa da timpano semicircolare poggiante su cornici e dadi al di sopra dei capitelli, e accoglie
entro bella cornice piatta in radica, con chiave di volta centrale, una tela di Bartolomeo Litterini pro-
babilmente eseguita entro il 1730, dominata da contrasti di nubi in luce e nelle tenebre, di stile tardo

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

Bartolomeo Litterini: La Vergine, il Bambino, Santa Teresa d’Avila, San


Giuseppe, Gioacchino, Sant’Anna.
Olio su tela centinata. Altare della Sacrestia.

seicentesco, con accensioni improvvise nei colori, che risentono gli influssi della coeva pittura vene-
ziana in rinnovamento. Santa Teresa d’Avila è in adorazione della Vergine del Carmelo con il Bambino,
dietro di lei il suo personale, veneratissimo protettore San Giuseppe con la verga fiorita in mano, poi
a sinistra un grande libro di preghiere, a destra in basso Gioacchino e Anna oranti e un coro di Santi
venerati dai Carmelitani nell’atto di intercedere le grazie di Maria. Ai piedi della pala, un Crocifisso del
XVII sec. in legno di bosso con un Cristo patiens (sofferente), dalla forte tensione emozionale. Sulla
parete di destra si trova un inginocchiatoio, ai piedi di un pannello finemente intarsiato con una nuda
Croce che occupa tutto il campo fiancheggiata da morbide volute di racemi, croce divenuta così al-
bero della vita.
Lungo le pareti, al di sopra degli armadi, sono appesi quattro dipinti di autore ignoto, un Cristo con la
samaritana al pozzo, un San Sebastiano, il ritratto quasi illeggibile perché annerito di Santa Prassede,
e una scena apocalittica (?). Oltre ai modelletti in argilla di Orazio Marinali, il pezzo più interessante è
costituito dalla sofferente testa di un Cristo incoronato di spine, in legno policromato, entro cornice
rotonda in noce scolpita a frutti e a foglie, appesa sopra la porta di ingresso, tra due Profeti della stessa
serie degli Angeli in argilla, appoggiati alla cornice aggettante dell’armadio. Dai loro simboli sono ri-
conoscibili come Mosè e Aronne. Tutti questi reperti meriterebbero uno studio più puntuale ed atten-
to, oltre che una urgente ripulitura se non un restauro integrale, per una catalogazione criticamente
valida del patrimonio artistico della Parrocchia di san Marco.

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

I dipinti

Costantino Pasqualotto: La visione di San Giovanni della Croce. Opera eseguita tra il 1735 e il 1750.
Olio su tela 382 x 182 cm. Restauro: Ada Bertoncello 1990.

L a pala, dopo varie peregrinazioni all’interno della chiesa, è ritornata nel primo altare di destra,
per il quale era stata commissionata. Con il restauro, eseguito da Ada Bertoncello in occasione della
Mostra “I Tiepolo e il Settecento vicentino” del 1990, si è potuto recuperare l’intenso e luminoso croma-
tismo originale, permettendo così una lettura nuova rispetto al passato. Il Cevese, che ha dedicato
particolare attenzione al regesto delle opere di questo pittore, giudica il dipinto opera dell’avanzata
maturità da porsi tra il 1735 e il 1750, posticipando cioè una datazione critica precedentemente asse-
gnata al quinquennio 1730- 35.1
La mistica visione del Cristo, avvolto da nubi lievitanti e accompagnato da un corteo di angeli e ange-
lotti sgambettanti portando la Croce sulla spalla, appare improvvisa al Santo Carmelitano in preghiera
e meditazione. Nel moto del giovane volto girato verso l’alto con sguardo estatico sembra rivelarsi
una spirituale meraviglia, espressa anche dall’allargarsi delle braccia e della mano tesa. Lo spagnolo
San Giovanni della Croce, l’ardente seguace di Santa Teresa D’Avila nell’opera di rigorosa trasforma-
zione della Regola dell’Ordine, è raffigurato in ginocchio di fronte al Crocifisso, illuminato da una luce
radente, di fronte ad un teschio appoggiato su un tavolo, ricoperto da un panno verde cinerino dagli
improvvisi riflessi cangianti. È rivestito dell’abito dei Carmelitani, con un vistoso Rosario che cam-
peggia sulla tunica nera e il bianco mantello. Il cappuccio gli incornicia il volto, il piede scalzo mostra
la calzatura a sandalo adottata per volontà della Santa come indice di povertà e umiltà. La scena è
impostata su una accentuazione emozionale ancora tutta barocca ed è inserita su uno sfondo archi-
tettonico che si allunga in prospettive laterali e quinte scenografiche. Dinamicamente attivate dai
giochi luminosi, danno profondità ad uno spazio che a sinistra si apre su un alto atrio cassettonato e
a destra su un classico colonnato proiettato verso un tempietto rotondo, animato da figurine di ignari
spettatori resi diafani dalla luce intensa di origine celeste.
Ai piedi del Santo monaco, posti su una pedana, due puttini alati, uno dei quali regge un libro aperto
(uno dei simboli che lo caratterizzano), dai margini plasticamente modellati e l’altro invece il flagello
con cui si percuoteva in atto penitenziale. A destra è un grande angelo inginocchiato, con la gamba
denudata e un calzare all’antica con fogliami dorati che vi si avvolgono, il volto a profilo perduto e le
braccia incrociate sul petto mentre partecipa intensamente all’estasi. Riportiamo come significativa
interpretazione il giudizio critico del Cevese:2 “composizione complessa, percorsa da un movimento
inesausto nelle figure di primo piano, nel santo, nei grappoli di angeli e cherubini che fanno corona
al Cristo; e con gli scorci delle architetture ad accrescere il senso dinamico generale. Il colore passa
attraverso accorte modulazioni: dai bianchi ai grigi, dai rosa ai rossi nell’episodio cromaticamente più
fervido, nel quale s’accendono lievi, vibratili fosforescenze”.

1 I Tiepolo e il Settecento vicentino, pp.145-46


2 I Tiepolo ecc. op. cit.

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Sebastiano Ricci (1659-1734): Estasi di Santa Teresa D’Avila. Olio su tela, 375 x 185 cm. Secondo
altare a destra. Opera eseguita entro il 1724. Restauro: Laboratorio di restauro della Soprintendenza
ai Beni artistici e Storici, 1990.

S anta Teresa, contitolare della chiesa insieme a San Girolamo, spagnola riformatrice dei Carmelitani,
è rappresentata mentre giace in totale abbandono, il volto dagli occhi chiusi - “tramortita“ la dice il
Baldarini1 - nell’ardore delle nozze mistiche col Cristo, colpita al cuore dal dardo dalla punta infuocata,
con cui “l‘Angelo stilifero, scoperta riproposizione cristiana dell’Eros classico, suscitatore di passione”,2
disceso dal cielo in uno svaporare di nubi le sta trafiggendo il cuore. Si tratta della Trasverberazione di
Santa Teresa, come comunemente il tema è descritto a partire dalla scenografica, travolgente scultura
eseguita da Lorenzo Bernini per la chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma tra il 1647 e il 1652, e che
indubbiamente costituisce l’antecedente iconografico che ha ispirato Sebastiano Ricci.
Sapiente, in questa pala considerata capolavoro della maturità del pittore bellunese, l’impaginazione
dell’evento, dominata da un moto ascensionale che sale o discende tra terra e cielo a forma di sigma,
modulo che ritroveremo nella Pala del Piazzetta, che E. Avagnina assegna al 1729 circa, con l’Estasi
di San Francesco, un tempo visibile nella vicina chiesa di Santa Maria Araceli ed ora conservato nella
Civica Pinacoteca di Vicenza. Un sensuale languore investe la Santa, che nella soavità della sofferenza,
nel suo abbandonarsi alla luce interiorizzata del Cristo rivela la fragile femminilità del suo spirituale
ardore, il corpo avvolto nella tunica e nello scapolare di un intenso color marrone, stretta al collo dal
bianco mantello e dal soggolo, con il capo velato di nero, il piede scalzo, sostenuta da tre angeli nel
momento di una levitazione miracolosa. Mani di angeli, al centro focale della pala, esaltate da una
prospettiva dal sotto in su, si annodano o che un piccolo cherubino bacia con infantile tenerezza.
Cherubini - quasi increduli spettatori celesti - si affacciano dall’alto, appoggiati a un cumulo nembo
che, lontano dalla luce che investe la parte sinistra, si va progressivamente scurendo insieme alla
parte superiore del dipinto, occupata dal culmine di due possenti colonne con capitelli ionici in chia-
roscuro, colonne convenzionalmente delegate a rappresentare il legame tra la Terra e il Cielo.
Sono proprio questi decisi contrasti di zone in luce ed in ombra a segnare da una parte il definitivo
superamento da parte del Ricci del tenebrismo secentesco veneziano, dall’altra ad indicare simbolica-
mente e drammaticamente il cammino dell’illuminazione spirituale di Teresa.
In basso a sinistra vi è un leggiadro angelo semi inginocchiato, che nella grazia di un tenerissimo volto
e di uno sguardo quasi ammiccante nel palese invito all’individuale coinvolgimento, rivelando lonta-
ne ascendenze da Correggio e da Parmigianino, indica alla venerazione dei devoti con la mano dalle
dita sgranate, la Santa. Il rosso della sua tunica, da cui esce la gamba nuda e ben tornita dalla luce,
accende di raffinati, serici effetti cangianti il mantello che gli sta scivolando dalle spalle e che trattiene
con la mano. Particolare curioso, la suola del calzare del suo piede rovesciato che spunta dal lembo
rialzato della veste, appare annerita come se l’Angelo avesse camminato lungo le strade degli uomini
invece che volato attraverso le eteree vie del cielo. Nell’angolo di destra in basso il Ricci si cimenta in
un episodio di natura morta con quel tragico Crocifisso poggiato su un libro di grande formato dalle
pagine aperte, modellato da una livida luce, un Cristo fonte di totalizzante dedizione e di dolorosa
meditazione per la vocazione mistica della Santa.
M. Elisa Avagnina,3 che a questa pala ha dedicato uno studio approfondito, parlando della tavolozza
usata con tanta bravura dal pittore, sottolinea “il gioco abilissimo di cangiantismi e scintillanti iride-
scenze che ravviva una tavolozza schiarita e giocata su accostamenti cromatici di ricercata eleganza
e su una stesura morbida e veloce” e più avanti continua esaltando “la collaudata formula pittorica
barocca, per cui misticismo e sensualità si compongono nel dipinto, concorrendo ad un risultato di
1 Baldarini: op. cit
2 M. E. Avagnina in I Tiepolo catalogo p.91 op, cit
3 op. cit.

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sicura presa psicologica e devozionale”.


Per quanto riguarda la datazione, l’opera rientra nell’ultimo decennio di attività di Sebastiano Ricci,
commissionata dai Carmelitani secondo un preciso progetto iconografico dell’apparato decorativo
della chiesa. L’elenco delle varie posizioni critiche di datazione è indicato dal citato studio di M. E.
Avagnina, datazione che varia tra il 1726-27, confermata dal Daniels (1979) e dal Rizzi (1989) e il 1724
di Arslan1 “in armonia con quei quadri biblici della reggia torinese, con quella pala della Venaria Reale
(tutti documentati in quell’anno) che segnano l’ultima svolta capitale nel gusto del Bellunese”, e di
Derschau, che propende per il 1725, data della documentata Benedictio o apertura al culto della nuo-
va Chiesa anche se non ancora conclusa, del 25 Aprile 1725. La cronologia, anticipata da Arslan e
Derschau, è stata definitivamente confermata dal manoscritto del 1790 recentemente rinvenuto da
F. Pietropoli presso la Biblioteca Bertoliana di Vicenza, opera dell’erudito vicentino Leonardo Trissino,
che in una nota recante la data 1725 già cita nella giusta collocazione la “palla di Santa Teresa del Rizzi
vicentino”. Tale conferma, tuttavia, pone un quesito di ordine architettonico, a cui per il momento non
si può dare una risposta definitiva, circa la costruzione e il completamento da parte del Massari (?)
nel 1725 dell’altare per il quale la pala risulta commissionata, tenuto conto che il tetto della chiesa fu
completato nel 1727.

Ludovico Buffetti (attribuito a): Educazione della Vergine con Anna, Gioacchino e Maria Bambina.
Olio su tela 385 x 185 cm. Primo altare di sinistra. Condizioni impoverite del pigmento pittorico.

I l tema iconografico, diffusosi nel Seicento nell’ambito di quella promozione devozionale incentrata
sulla Sacra Famiglia e attivata dopo le decisioni post tridentine in materia di immagini religiose, rac-
conta un episodio della vita di Maria bambina, tramandatoci dai Vangeli Apocrifi.
Il pittore rappresenta Gioacchino, con il volto rivolto in alto a ricevere la luce celeste proveniente da
Dio Padre che avvolto dalle nubi appare in alto, ed Anna, raffigurata come sempre in vesti di donna
anziana, mentre tiene amorosamente appoggiata a sé la figlia, quasi a proteggerla. Gioacchino regge
un rotolo con la Profezia di Isaia “ecco una Vergine concepirà un figlio”. Al centro, vicino alla piccola
Maria, è evidenziato dalla luce celeste il grande libro delle Scritture, un bianco stelo di gigli simbolo
di purezza e sotto due tortore, l’offerta al Tempio. Nell’angolo di destra, in primo piano, è posto in evi-
denza il cesto da lavoro con panni e forbici, a ricordare la dedizione della fanciulla a lavori al servizio di
Dio: sacre letture e lavori di cucito come strumenti educativi di una giovane donna, insieme alla pre-
ghiera. L’episodio è narrato con uno stile quieto, sereno, silente e i colori, opacizzati da un pigmento
magro e dal tempo, non favoriscono né una chiara lettura né una piena valorizzazione del dipinto, che
presenta una sua nobiltà di struttura impaginativa ben proporzionata. In essa i santi protagonisti sono
calibrati sullo sfondo di una architettura chiaroscurata, che si modula ai lati a creare le pareti di un am-
biente raccolto, per aprirsi al centro su un fondale paesaggistico luminoso che si allontana, reso con
le calde luci di un giallo solare che intride anche le nuvole e che avvolgono un Dio Padre che sembra
vegliare su una famiglia sui cui pende un destino così gravido per la storia di Salvezza dell’umanità.
L’attribuzione al Buffetti, avanzata per primo dal Magagnato,2 è controversa: per Francesco Fontana3 si
tratta di un pittore del tardo Ottocento, mentre per la documentazione prodotta dal Saccardo (1981),
ma non accettata da Fernando Rigon (1981), è del pittore Gaetano Scabari (Arzignano 1741 – Vicenza
1820).

1 Vicenza Le chiese op.cit


2 Barbieri, Cevese, Magagnato, Guida di Vicenza 1956
3 F. Fontana ; Dipinti nelle chiese e negli oratori vicentini, Vicenza1986

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Antonio Balestra (Verona 1666 – 1740): Visione della Vergine che consegna lo scapolare al Beato
Simone Stock alla presenza di San Giuseppe. Olio su tela, 388 x 193 cm. Secondo altare di sinistra.
Restauro E. Arlango 1990. In antico il dipinto fu smembrato in quattro parti.1 2

P rima di parlare del dipinto ci sembra interessante, ai fini di una maggiore puntualizzazione storica,
ricordare che Antonio Balestra, insieme al Menescardi, ha dipinto una intera parte dell’Albergo nella
Scuola veneziana del Carmine, ulteriore testimonianza, questa, di quegli stretti legami tra le comunità
carmelitane di Venezia e Vicenza cui si è fatto riferimento.
Posta nella fastosa cappella ricca di marmi pregiati, bianco di Carrara e Rosso di Francia, che godeva
del giuspatronato della nobile famiglia Faccioli, la cui tomba era ai piedi dell’altare, ”l’opera pregevo-
le di Antonio Balestra” - così definita dal Ballarin ne ”I gioielli pittoreschi” del 1779 - valorizzata nella
accesa gamma cromatica dal recente restauro, rappresenta la venerata immagine della Vergine del
Carmelo. Accompagnata da un volteggiare di cherubini tra le gonfie nubi del cielo luminoso, appare
la Madonna con il Bambino in piedi, quasi protetto dall’azzurro manto della Madre, la testina triste e
pensierosa ripiegata, stringendo nelle mani appoggiate al petto un uccellino, il simbolico cardellino.
Maria, secondo la tradizione, appare in visione al Beato Simone Stock, avvolto nel bianco mantello dei
Carmelitani, per concedergli la grazia dello Scapolare, simbolo della salvezza dell’anima dalle pene
dell’inferno e della liberazione dalla penitenza da scontare nel Purgatorio per tutti coloro che lo aves-
sero portato su di sé giorno e notte. Ai suoi piedi un angioletto, in ardita posizione rovesciata, porge
ad un giovane San Giuseppe, dai lunghi capelli che incorniciano il volto congiungendosi alla corta
barba nera, la verga fiorita suo simbolo iconografico, mentre il Santo collabora alla presentazione del
dono celeste indicando con la mano ai devoti i protagonisti della celeste visione.
Pur risentendo di influssi della scuola accademica romana, per una certa enfatizzazione della gestua-
lità e per l’aggrumarsi al centro delle grandi figure, è la luce che domina e modella, una luce che certo
viene dalle novità tiepolesche veneziane, ma che con i timbri puri e freddi delle pennellate che costru-
iscono con ferma precisione le forme, in un deciso gioco chiaroscurale, anticipa quelli che saranno a
breve gli approdi stilistici del neoclassicismo imminente.
Citiamo da Francesco Pietropoli, che ha dedicato uno studio particolare al pittore Antonio Balestra,3 la
sua condivisibile lettura critica: “Nello slancio verticale della composizione determinato dalle dimen-
sioni del supporto, l’andamento a zig-zag delle figure è concatenato da diagonali intercalate dai corpi
variamente imbevuti di luce degli angeli dalle ali screziate, sguscianti dai panneggi azzurri e rosso car-
minio. San Giuseppe fortemente chiaroscurato con posa melodrammatica presenta la consegna dello
scapolare, conclusa dalle nuvole perlacee, bloccate dal perno rigoroso dell’architettura. Come nelle
opere del terzo decennio, il colore si schiarisce, diventa terso e cristallino, freddo, che stacca ampie
campiture cromatiche nettamente profilate, quasi ritagliate sui fondi chiari, lattiginosi.”
Per la datazione, l’Arslan ritiene l’esecuzione della pala non lontana dalla data 1730; per Pietropoli,
con un serrato confronto critico con altre opere dello stesso autore, essa potrebbe essere compresa
tra 1725 e i primi anni Trenta.

1 Lewandoswski 1980
2 Scheda catalogo mostra 1990 di Francesco Pietropoli pp.81-82.
3 F. Pietropoli in I Tiepolo e il Settecento vicentino, catalogo pp.81-82

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Antonio De Pieri detto lo Zoppo (1671 -1751): San Girolamo trasportato in cielo dagli angeli. Olio
su tela 381 x181 cm. Restauro E. Arlango 1990. Presbiterio, parete del transetto destro.

I l grande dipinto fu più volte spostato all’interno della chiesa, dalla iniziale dominante posizione
sulla navata dietro l’altare maggiore, quale santo contitolare, alla contro facciata, dopo l’eliminazione
della cantoria dell’organo agli inizi del ‘900, al primo altare di destra ed infine nelle sede attuale, dove
campisce sull’alta parete del transetto di destra con tutta la potenza espressiva di un felice approdo
pittorico.
Nel corso del tempo, la pala - dipinta secondo il Perin nel 17271 e dal Baldarini assegnata al De Pieri -
ha subito deplorevoli tagli che ne hanno compromesso la lettura originale, solo in parte risanata dai
recenti restauri.
Tra le più riuscite2 opere del De Pieri “qui impegnato in una composizione piuttosto complessa, com-
plessità data da angeli grandi e piccoli, gli innumerevoli cherubini che legano la terra al cielo, dove
il Crocefisso illuminato da luce intensa è contemplato dal Santo, portato in gloria dai messaggeri di
Dio“. È la luce che tornisce il suo corpo seminudo, attorto, modellato da passaggi chiaroscurali con
una vigorosa potenza, richiamando lontani stilemi michelangioleschi3 nel rigonfiarsi dell’avambrac-
cio muscoloso o nella forza della gamba piegata, vigore che sembra in contrasto con quel piccolo
grande capolavoro costituito dal capo scavato. Il Santo nella figura di penitente, il collo forte e teso,
mostra il volto a profilo perduto invecchiato e segnato da una sofferta inquietudine, radi i capelli
ingrigiti, morbida e lunga la barba dagli argentei riflessi, resi con un denso impasto del colore. La
forte, intensa spiritualità, la mano destra che trattiene con forza il sasso con cui si percuoteva il pet-
to, è interpretato dal De Pieri come vigoroso testimone, emblematico di quel cammino penitenziale
offerto come esempio ai devoti, per essere elevati alla gloria dei cieli. Luce e colori sono debitori
di una potenza espressiva tutta veneziana, memore delle innovative esperienze di trionfo della luce
proprie del Tiepolo, e qui riprese nella resa dei cirro cumuli sfrangiati di riflessi dorati su un cielo in
parte adombrato, in parte aperto su squarci di un intensissimo azzurro. In filigrana si possono leggere
anche riferimenti a Francesco Maffei specialmente nella resa con fluide, veloci pennellate dell’iridato
piumaggio degli angeli che sollevano l’umanissimo corpo di Girolamo.
Per l’Arslan, il De Pieri ha accolto nel suo bagaglio culturale anche le esperienze pittoriche dei pittori
secenteschi veneti che gli sono più affini: Pellegrini, Carriera, Amigoni, così da proporsi nella sintesi
del suo ricco linguaggio pittorico, come il migliore interprete del primo Settecento vicentino. La nota
intensa del rosso carminio dello svolazzante mantello, che rimanda rosati riflessi sul volto di un an-
gelo, e avvolge i fianchi del Santo dal perizoma a rosse righe, che nella convenzione pittorica simbo-
leggia il mondo dell’Oriente vicino, dove il santo è a lungo vissuto, contribuisce a dare risalto al giallo
caldo e dorato della veste dell’angelo sul lato sinistro.
Dalla stessa parte, in una specie di canale ottico formato dalla linea falcata dell’ala dell’angelo e dal
rigonfiarsi di una nube lievitante, l’improvviso aprirsi dello spazio in una calda luce dorata mette in
luce una torre antica, cifra stilistica ricorrente in quasi tutti i dipinti del De Pieri.

1 G. Perin, Notizie storiche della chiesa di san Girolamo detta degli Scalzi e della Parrocchia di san Marco, Vicenza
1920
2 Cevese 1990 I Tiepolo ecc. Op. cit ppp113-115
3 Francesco Fontana 1986

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Matteo Brida:
Il profeta Elia
1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

Matteo Brida (1699 –ultime notizie 1745). Il profeta Elia, parete concava a sinistra dell’arco trionfale
del presbiterio. Il profeta Eliseo sulla parete concava a destra dell’arco trionfale del presbiterio. Olio su
tela sagomata 2.67 x 1.50 cm. in cornici mistilinee, settecentesche, bianche e oro concluse nella parte
superiore da ornamentazione di fastoso gusto rococò. Restaurato nel 1992.

I due dipinti sono citati dal Baldarini,1 però con un errore nel riportare il nome del pittore segnalato
come Matteo Drida, invece che Brida. Il recente restauro ha favorito il recupero di una sicura lettura
del soggetto biblico e della gamma dei colori.
Il Profeta Elia
Il profeta Elia2, preso dallo sconforto per le difficoltà del suo procedere tra uomini che adoravano il
pagano dio Baal, lontani da Jahve, chiese a Dio di lasciarlo morire ritirandosi in solitudine nel deser-
to. Un angelo giunse sopra una nube a portargli il soccorso del pane e dell’acqua, nutrimento per il
corpo ma anche espressione della volontà divina di confortarlo e sostenerlo. La scena che si rifà al
racconto biblico è inquadrata a sinistra
da un grande albero, che fa da quinta ad
un fondale paesaggistico in cui il cielo si
fa lentamente luminoso. La gamma cro-
matica dai colori, stesi a pennellate den-
se e pastose dove prevalgono vaste zone
di ombra, è legata a formule di maniera
ancora secentesca.
Il profeta Eliseo maledice i giovani che
lo hanno deriso
La Bibbia racconta3 che Eliseo, offeso da
alcuni ragazzi che lo deridevano chia-
mandolo ripetutamente “pelato, pelato”,
li maledisse in nome del Signore, aizzan-
do contro di loro la sua punizione terribi-
le. Così due orse, uscite dalla boscaglia,
si avventarono contro gli atterriti infelici
che invano cercavano di difendersi, sbra-
nandoli orribilmente. Il profeta, compa-
gno e discepolo di Elia, è raffigurato con
il corpo in torsione, in equilibrio instabile,
disegnato contro un fondale più chiaro
con la mano alzata in un gesto impe-
rioso e perentorio, ad esprimere tutta la
potenza della sua maledizione, mentre
la luce lo illumina da dietro dando mo-
vimento plastico al mantello e battendo
con forza sulla sua calvizie, causa iniziale
di una così drammatica punizione. Il fo-
gliame e i tronchi degli alberi creano il
contrappunto tra zone di ombra e di luce
del fondale.

1 1779 op.cit.
2 I Re, 19, 1-8
Matteo Brida: Il profeta Eliseo
3 II Re, 2, 23-25

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza CC-BY-NC-SA 3.0

Giovan Battista Maganza il Vecchio, detto il Magagnò (1513 – 1586) San Girolamo penitente.
Olio su tela 4,00 x1,85. Ubicato nell’Oratorio invernale a fianco dell’abside, lato sud.

P arlano di questo dipinto il Baldarini e il Rumor, attribuendolo però ad Alessandro Maganza.


Oggetto di studio critico e presente alla mostra “Palladio e la Maniera” (1980), fu definitivamente rico-
nosciuto come la prima opera nota e datata del Magagnò, il cui regesto di opere pittoriche è davvero
parco. Originario di Este, figura singolare di poeta in lingua pavana, di letterato e di pittore, amico
di Andrea Palladio, il Magagnò è personaggio della cultura vicentina della fine del ‘500 dai contorni
ancora sfuggenti e in parte misteriosi. Il santo è seduto in meditazione con il corpo seminudo, con
un panno rosato attorto ai fianchi, girato verso sinistra rivolto al Crocifisso. Il consueto libro, uno dei
simboli che lo identificano come traduttore indiscusso della Bibbia in latino, detta Vulgata, completa
la raffigurazione. Dietro di lui, un paesaggio ampio con alberi che si stagliano contro il cielo. La mate-
ria pittorica magra e lo scurimento dei colori non ne rendono facile la lettura. La data di esecuzione è
assegnabile al 1570.

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

Giovan Battista Maganza il Giovane: Cristo deposto con Maria e la Maddalena, Giovanni
Evangelista e San Nicola vescovo. Olio su tela centinata 370 x 190 cm. Parete del Transetto sinistro
del Presbiterio. Proveniente dalla chiesa dei Gesuati.

U na linea diagonale segna la posizione del corpo livido del Cristo morto, steso per terra sul su-
dario, le braccia abbandonate, le grosse gambe eseguite in maniera maldestra, la testa appoggiata
al petto di Giovanni che, teneramente chinato su di lui, lo sostiene. La croce, che si eleva alta, fino
all’arco della centina, scan-
disce in verticale la struttura
della sacra rappresentazione,
separando a destra le due
Marie e a sinistra il San Nicola
in vesti vescovili mentre tiene
tra le mani tre sfere d’oro, suo
simbolo. I protagonisti della
Deposizione esprimono in
forma trattenuta e composta
il loro dolore nella meditazio-
ne della morte e dello strazio
della Croce.
Il dipinto, basato su varie to-
nalità di grigi resi con luce
fredda, presenta un fonda-
le dalle campiture avvolte
dall’oscurità, con mancanza
di paesaggio e di prospet-
tiva, così da offrire un dolo-
roso risalto al punto focale
costituito dal tragico corpo
del Cristo morto. In questa
cupa tavolozza di colori, lo
schiarirsi delle argentee vesti
delle Marie e del piviale del
santo Vescovo riceve forza
dall’aranciato del mantello di
Giovanni, complementare al
verde della tunica.
Marco Boschini,1 con la con-
ferma del De Baer, assegna
l’opera a G.B. Maganza il
Giovane e dà la data 1615, e
la dice posta sopra l’altare di
sinistra detto della Pietà, nel-
la chiesa dei Gesuati, da dove
proviene, committente il ca-
valiere e conte Guido Arnaldi.

1 I gioielli Pittoreschi

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza CC-BY-NC-SA 3.0

Alessandro Maganza: La Trinità tra il Beato Giovanni Colombini e San Carlo Borromeo. Olio su tela
479 x180 cm. Parete del transetto sinistro del presbiterio. Proveniente dall’altare di San Carlo nella
chiesa dei Gesuati.

L a Trinità, tema centrale, è costituita dal Padre Eterno raffigurato a mezzo busto di scorcio mentre
appare tra le nubi, al disotto in un’aureola di luce dorata vola la colomba stendendo le sue ali sopra
il Cristo. Ai lati, “tutti sedenti sulle nuvole”, stanno a sinistra il Beato Giovanni Colombini e alla destra
San Carlo Borromeo, entrambi aureolati dalla luce della santità. Il quadro, a giudizio dell’Arslan,1 è
stato ingrandito con l’aggiunta di un paesaggio alla base e della centina in alto e lo stesso studioso,
sia pur ipoteticamente, identifica il Santo di sinistra con un San Pietro Martire, attribuendo il dipinto
alla scuola dei Maganza.
Sappiamo dall’inventario del contratto di acquisto2 che “la palla dipinta con l’effigie del Salvatore, San
Carlo e San Giovanni Colombini” si trovava in uno dei cinque altari posti all’interno della chiesa dei
Gesuati. A questa data la pala era già stata tagliata o ripiegata, per cui non era più leggibile come una
Trinità, così identificata dal Boschini.
Il Beato Colombini, aureolato di luce perché di recente beatificato da papa Gregorio XIII (1572-85), qui
raffigurato è immagine storicamente importante, per la storia dei Gesuati vicentini, in quanto testi-
monianza della devozione al fondatore dell’Ordine. Egli indossa la veste prescritta un mantello con
cappuccio dal colore bianco grigio sulla tunica scura, e sul petto appare il cuore trafitto da un pugnale
la cui elsa forma una piccola croce.
La presenza in questo dipinto del vescovo milanese Carlo Borromeo già con l’aureola di Santo, ci per-
mette di restringere e confermare ulteriormente la datazione tramandata, al 1612, valida anche come
anno post quem, in quanto fu canonizzato nel 1610, tenuto conto che dal 1605 Pio V aveva ammesso
al sacerdozio i Gesuati.

Dipinti delle pareti laterali degli altari

E ntro grandi cornici ottagonali bianche e oro si trovano sette dipinti, di cui nulla si sa sul pittore che li
ha eseguiti, raffiguranti Santi come Gelasio, Alberto, Guarino, e altri privi di indicazioni simboliche illumi-
nanti o del nome, con figura di tre quarti, ritratti ideali di uomini dalla vita esemplare, esposti alla venera-
zione dei fedeli e cari alla religiosità dei Canonici Regolari Lateranensi del Monastero di San Bartolomeo.
Sono, a nostro avviso, provenienti dalla distrutta chiesa di San Bartolomeo, dove erano appesi alle pa-
reti. Si ritiene infatti, data la particolarità delle forme poligonali in cui sono
inseriti, che di essi sia rimasta traccia nell’acquerello del 1834 di Bartolomeo
Bongiovanni conservato alla Civica Pinacoteca di Vicenza. Prima della distru-
zione della chiesa, avvenuta nel 1838 ad opera dell’architetto Bartolomeo
Malacarne, egli ha descritto con un acquerello analitico un resoconto pre-
ciso dell’arredo, con indicazioni puntuali e con annotazioni la disposizione
di altari, pale e decorazione scultorea e architettonica. Alle pareti, il disegno
particolare delle cornici ottagonali dei dipinti ora in San Marco è chiaramen-
te distinguibile. Non è stata conservata alcuna documentazione nell’Archivio
parrocchiale circa il passaggio di proprietà. Si tratta di una ritrattistica san-
torale accademica, quasi seriale, di gusto neoclassico, ascrivibile agli anni di
SanPatrizio
fine Settecento e primo decennio dell’Ottocento.

1 Le chiese op.cit., pag.107


2 foglio 9, del 9 Luglio 1969. Archivio di Stato, Vicenza.
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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza CC-BY-NC-SA 3.0

I dipinti della Sacrestia

I nseriti nell’altare e al centro degli armadi lignei lungo le pareti:1


Bartolomeo Litterini (1668 - 1745) San Giuseppe e il Bambino. Olio su tela 110 x 58 cm. Prima metà
sec XVII. Sacrestia, nicchia al centro dell’armadiatura di sinistra. Restauro 1989.
San Giuseppe, Santo caro alla devozione dei Carmelitani Riformati, con il volto illuminato, i capelli
che iniziano ad incanutire, lunghi sulla nuca, la barba bianca, è raffigurato in veste di tenerissimo
padre, seduto su un muretto (?), mentre adora con senso
protettivo il Bambino seminudo avvolto in fasce, adagiato
su un bianco panno sulle sue ginocchia, mentre sgambetta
e gioca con la verga fiorita del Santo. Un manto color terra
di Siena avvolge la sua tunica verde scuro.
Bartolomeo Litterini (1668 - 1745) La Vergine, il Bambino,
Santa Teresa d’Avila, San Giuseppe, Gioacchino,
Sant’Anna. Olio su tela centinata 213 x 112 cm. Altare della
Sacrestia parete ovest. Restauro 1989.
Il dipinto ripropone una sintesi dei santi di venerazione car-
melitana, sollevati nella gloria dei cieli tra un volteggiare di
cherubini. In basso, sulla destra, con un progressivo scalarsi
verso l’alto in una impaginazione sinuosa, Gioacchino con la
mano tesa ad indicare Anna con le mani giunte, in preghie-
ra, sono ai piedi della Vergine del Carmelo con il Bambino
sulle ginocchia tutto proteso verso la adorante Teresa dal
volto estatico, in vesti carmelitane, con il lungo scapolare,
mentre dietro di lei sembra proteggerla San Giuseppe con
la verga fiorita appoggiata alla spalla. È la luce a modellare
plasticamente i corpi dei Santi, luce che si accende sul rosso
e sul blu delle vesti di Maria.
Per Arslan è “opera con persistenze secentesche; e dove
tuttavia il Tiepolo appare osservato; anche se non capito
affatto.”
Bartolomeo Litterini (1668 – 1745) San Giovanni della Croce. Olio
su tela 110 x 58 cm. Sacrestia, nicchia al centro dell’armadiatura di de-
stra. Restauro 1989.
Lungo l’asse verticale della Croce, protesa verso il cielo luminoso tra
nere nubi ai margini e con il braccio trasversale in diagonale a segnar-
ne la profondità, è appoggiata alla spalla del Santo, rivestito dell’abito
carmelitano su cui spicca la corona del Rosario. Egli è inginocchiato
con sguardo di intensa adorante tenerezza vicino al Bambino sceso
vicino a lui su una nuvoletta di un grigio cilestrino, che accoglie en-
tro il suo braccio protettivo. La testa priva di capelli e circondata dalla
chierica, è illuminata dalla luce che promana dall’aureola raggiata del
Bambino. Nell’angolo sulla sinistra, in basso, un grande libro suo attri-
buto iconografico, è appoggiato alla base della Croce. Opera di ma-
niera, della prima metà del Settecento, giudicata dall’Arslan di “scarsa
qualità”, anche se la recente ripulitura ne ha rinvigorito l’espressività
cromatica.
1 Arslan, Le chiese, op.cit., pag. 108
60
1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

Iconologia e iconografia

L a scelta dei soggetti delle statue della facciata e dei dipinti che adornano gli altari risponde ad un
chiaro progetto iconologico, testimone delle scelte devozionali dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi che
dal 1669 si erano insediati nell’antico convento dei Gesuati.
I Santi venerati nella Chiesa di San Marco rappresentano infatti una sintesi della storia dell’Ordine
e della comunità che li ha preceduti, i Gesuati, giustificando la presenza del profeta Elia e del suo
compagno e discepolo Eliseo quali antesignani di un modello di vita basato sulla solitudine, la pre-
ghiera e la penitenza ed esempio da imitare per i primi anacoreti che popolarono le pendici del Monte
Carmelo in Palestina.
La scelta iconologica di porre l’immagine dei due Profeti in un luogo privilegiato della Chiesa di San
Marco sulle pareti dominanti la navata vicino al presbiterio esprime perciò la volontà dei Carmelitani
di sottolineare le proprie radici storiche e spirituali affondate nella Bibbia, testimonianza di religiosa
continuità tra Antico e Nuovo Testamento e di scelte esistenziali esemplari.

I Carmelitani dell’Antica Osservanza o Calzati

Elia ed Eliseo

I l primo profeta di Israele,1 Elia, vissuto nel IX sec. a.C. sul Monte
Carmelo (da Karmel, in ebraico giardino di Dio) condusse la sua aspra
sfida contro il re Akhab e i sacerdoti pagani seguaci di Baal, qui ottenne
da Jahvè il miracolo della pioggia ristoratrice per placare la lunga sic-
cità della terra, qui scelse ed unse Eliseo come suo discepolo e profeta
successore,2 qui preannunciò la venuta
della Vergine con il Bambino. Così infatti,
come prefigurazione della venuta della
Vergine Maria, dai primi esegeti mistici
cristiani è stata interpretata la nuvolet-
ta che veniva dal mare, inviata da Dio a
portare la pioggia, dopo tre lunghi anni
di siccità l’acqua che segnava il ritorno
di Israele a Jahvè e a rinnovare il popo- M. Brida, Il profeta Elia. Dettaglio.
lo di Dio. Memori di questi avvenimenti
verso la fine del I secolo d. C., un gruppo
di anacoreti ”I Fratelli della Beata Vergine del Monte Carmelo”, costrui-
rono una cappella a lei dedicata ed Elia fu considerato patriarca e mo-
dello, per condurre una vita di preghiera, digiuni e severa penitenza.
M. Brida, Il profeta Eliseo. Dettaglio. Verso il 400 d.C. il Patriarca di Gerusalemme Giovanni istituì gli Eremiti

1 Re I, 16-18
2 Re, I, 19, 1-21
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del Monte Carmelo, detti da allora Carmelitani, dove abitavano nell’aspra solitudine delle grotte lun-
go le pendici, dette anche Tebaide dall’antico nome precristiano di San Giovanni d’Acri sulla cui baia,
ora Haifa, il monte si affaccia.
Si tramanda che l’Ordine di Nostra Signora del Monte Carmelo fu fondato da un crociato calabrese,
San Bertoldo nel 1156, ma sostanzialmente più che di una fondazione deve essersi trattato di una
trasformazione dalla vita anacoretica a quella più regolare di tipo comunitario.
A partire da questo anno, l’Ordine degli Eremiti di Nostra Signora del Monte Carmelo ebbe il rico-
noscimento anche dell’italiano Patriarca di Gerusalemme, prima vescovo di Vercelli, Sant’Alberto
Avogadro (1206-1254), che ne dettò la Regola, approvata nel 1226 da papa Onorio III, e assimilati da
papa Gregorio IX nel 1229 all’Ordine dei Mendicanti.
Cacciati dalla Palestina dal Sultano Kamel dopo il trattato di pace a conclusione della V Crociata, fir-
mato dall’imperatore Federico II di Svevia che l’aveva diretta, i Carmelitani si diffusero rapidamente
in Europa, prima a Messina e a Marsiglia (1238) poi in Inghilterra nel Kent dove tennero il loro primo
Capitolo generale. Il primo Padre Generale dal 1247 al 1265, fu Simone Stock.
I primi Carmelitani indossavano scarpe con legacci, tunica color tanè, cioè marrone rossiccio, fermata
da una cintura di cuoio, lo scapolare di uguale colore, ed una cappa di lana naturale color bianco di
qualità scadente, non tinta, tessuta con sette larghe bande grigie, simbolo dei sette doni dello Spirito
Santo, ma interpretata anche come il mantello semibruciato che il profeta Elia lasciò tra le mani di
Eliseo, quando fu trascinato in cielo su un carro di fuoco. Per questa cappa rigata, oggetto di derisione
e di beffe, i Carmelitani erano chiamati in Francia les frères barrés, i frati sbarrati, perché le stoffe rigate
nel Medioevo erano segno di bassa estrazione e usate da chi apparteneva ai ranghi sociali più bassi
e umili. La volontà di mutare il colore della cappa divenne strumento di aspra polemica all’interno
dell’Ordine, tanto che dovette intervenire papa Bonifacio VIII nel 1295 con una bolla speciale, per
porre fine allo “scandalo del Carmelo” e imporre la cappa di lana bianca con cappuccio con cui l’ordine
si contraddistinse nei secoli a venire.1
L’emblema dell’Ordine carmelitano appare raffigurato per la prima volta nel 1499 quando fu impresso
a stampa come insegna o vexillum su un incunabolo dedicato a Sant’Alberto.
Più tardi nel 1595 subì delle varianti fino a divenire uno scudo araldico e assumere la forma che trovia-
mo ripetuta anche in San Marco nell’abside e nell’incastellatura settecentesca del pozzo del chiostro
dei Gesuati: un monte dalla linea stilizzata, a lati concavi con la punta sormontata conclusa da una
croce, da una stella a sette raggi e da una corona, quella della Vergine del Carmelo, da cui fuoriesco-
no due nastri con il motto: ZELO ZELATUS SUM PRO D.(omino) DEO EXERCITUUM [trad: Fui bruciato
dall’ardore di fuoco per il Signore, Dio degli eserciti]. Ai lati due stelle simmetriche, interpretate come la
luce dei profeti Elia ed Eliseo.

1 M. Pastoureau, La stoffa del diavolo, Genova, 1991

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Beato Simone Stock

T arde e poco documentate sono le notizie intorno a Simone Stock reso popolare dalla visione della
Vergine del Carmelo che gli consegna lo scapolare. Incerte le date di nascita 1185 (?) e di morte, fissata
al 16 Maggio 1265 avvenuta a Bordeaux (Francia), dove nella Cattedrale si trova la sua sepoltura fonte
di miracoli e a lungo venerata. Possiamo dedurre da alcuni testi agiografici, che Simone probabilmen-
te giunse insieme con i Carmelitani in Inghilterra tra il 1241- 45, in fuga dalla Palestina rioccupata dai
Saraceni, nei conventi di Alnewick e di Aylesford nel Kent. Fattosi Carmelitano dopo aver vissuto a
lungo in solitudine e preghiera in un tronco d’albero (ingl. stock) fu eletto primo Priore Generale dal
Capitolo riunitosi a Londra, dedicandosi poi alla fondazione di nuovi monasteri e di Studi Universitari
per promuovere cultura teologica e filosofica. Tutto ciò che sappiamo di lui è avvolto dalla leggenda,
perché il primo Catalogus dell’Ordine dei Priori Carmelitani in cui si parla di lui risale soltanto al 1465.
Il racconto della apparizione, il 16 Luglio 1251, giorno della festa liturgica, definitivamente fissata dal
1642, della Vergine Maria sul Monte Carmelo che gli consegnava lo Scapolare e gli assicurava l’esisten-
za perenne dell’Ordine e il privilegio detto Sabatino, si diffuse postumo ed ebbe data a lungo incerta.
A Simone Stock è attribuita la preghiera Flos Carmeli, con cui si rivolgeva alla Vergine per invocarne le
grazie di salvezza.
Era detto Sabatino, o della Sabatina, la promessa della sal-
vezza eterna e la liberazione dalle fiamme del Purgatorio
il sabato successivo alla morte per chi avesse osservato la
Regole di vita morale Carmelitana prescritta e indossato
sempre, giorno e notte lo Scapolare.1 Il Sabatino è alla base
della diffusissima devozione alla Madonna del Carmine, e
di esso si parla per la prima volta in documenti del 1465.2
A Venezia nel 1498, dove già era sorta la frequentatissima
Scuola del Carmine, troviamo le Pizzochere, dette fraterni-
tà dell’”abitino”, in quanto indossavano l’abitino Sabatino
o pazienza. Aggregate al terzo Ordine si riunivano presso
la Chiesa del Carmine da loro chiamata Madonna della
Speranza.
L’iconografia della Consegna dello scapolare al Beato
Simone Stock ebbe larghissima diffusione. La tela, ese-
guita tra il 1725 e 1735, attribuita al veronese Antonio
Balestra, posta nel secondo altare a sinistra, raffigura il
momento solenne della apparizione della Vergine del
A. Balestra, Visione della Vergine che consegna lo
Carmelo a Simone Stock: la consegna dello scapolare alla scapolare al Beato Simone Stock alla presenza di
presenza di san Giuseppe, il cui culto era particolarmente San Giuseppe. Dettaglio.
caro a Santa Teresa D’Avila e ai Carmelitani Riformati.

1 Scapolare da scapola; è una parte della veste carmelitana, una specie di larga stola, che scende davanti e die-
tro attraverso le spalle. In antico e popolarmente una piccola immagine della Vergine del Carmelo su stoffa legata sotto
le spalle portata nello stesso modo.
2 Leersius, Trattato sul Carmelo

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I Gesuati

San Girolamo

S an Girolamo, nato a Stridone in Dalmazia, nell’attua-


le Croazia, nel 347 e morto a Betlemme nel 419 o 420, vis-
se a Roma distinguendosi per l’ampiezza della sua cultura
che allargò ulteriormente con un soggiorno di alcuni anni
a Costantinopoli, allora capitale dell’Impero Romano, dove
studiò approfonditamente la lingua greca e le opere dei clas-
sici. Ritornato a Roma nel 382 ben presto si distinse come se-
gretario di papa Damaso I, fu malvisto dai prelati della Curia
per l’estremo rigore morale e la coerente forza critica di con-
danna contro ogni forma di decadimento e di libertinaggio,
tanto da impedire una sua probabile successione al soglio
pontificio. Nel 384 ritornò perciò in Oriente, in Palestina per
apprendere l’ebraico e qui fondò numerosi monasteri sia
maschili che femminili. Dal 382 su richiesta di papa Damaso
tradusse dal greco e dall’aramaico i quattro Vangeli, poi dal
390 per ben 23 anni si dedicò alla traduzione della Bibbia
dall’ebraico in Latino. Tale versione fu detta Vulgata, in quan-
to il latino era la lingua parlata dal vulgo, cioè dal popolo, e G. B. Maganza il Vecchio,
San Girolamo penitente. Dettaglio.
scelta come unico testo canonico accettato dalla Chiesa di
Roma fino al Concilio Vaticano II (1963-65).
San Girolamo scrisse anche altre opere di natura teologica e per difendere i suoi ideali di verginità
delle donne e di celibato ecclesiastico, peraltro adottato dalla chiesa latina nel 420, anno della sua
morte.
Le rigide regole di vita cristiana da lui teorizzate erano incentrate sulla astinenza, la castità, la peniten-
za, la meditazione e la preghiera.
Per tale esempio di vita, l’iconografia a partire dal XV seco-
lo, sviluppò alcune tematiche frequentemente rappresen-
tate: inizialmente il san Girolamo in veste di cardinale con il
galero cardinalizio, l’ampio cappello a larga tesa di panno
rosso, sulle volte al di sopra dell’altare maggiore, tra i quat-
tro Dottori della Chiesa primitiva (Ambrogio, Agostino,
Gregorio Magno papa), e i quattro Evangelisti, poi come
studioso intento alla Scrittura nel suo studio, tematica cara
all’Umanesimo cristiano del Quattrocento, e infine tra la
fine del XV e fino al XVIII secolo, come eremita penitente,
seminudo, dal corpo emaciato e sofferto, in meditazione
in una spelonca nel deserto davanti al Crocifisso e ad un
cranio, come memento mori, con un sasso nella mano per
battersi il petto in atto di autopunizione.

A. De Pieri, San Girolamo trasportato in cielo dagli I simboli iconografici che lo accompagnano e contrad-
angeli. Dettaglio. distinguono sono il galero cardinalizio e un leone, di cui
secondo la leggenda, egli curò, durante il suo ritiro nel
deserto, una zampa ferita, ricevendone in cambio compa-

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gnia e fedeltà.
I Frati Gesuati di San Girolamo si ispirarono nelle scelte di vita della comunità alla spiritualità severa
del Santo, scegliendone come fonte di ispirazione operativa, le regole di vita, tradizione fatta propria
dai Carmelitani qui subentrati dopo il loro scioglimento.
Fin dall’ingresso nella chiesa san Girolamo accoglie i fedeli con il bel bassorilievo sopra porta che
abbiamo attribuito a Francesco Uliaco; la sua statua domina dall’alto della facciata, sulla balaustra di
destra; un pannello in rame dorato campeggia con la sua raffigurazione mentre è in adorazione del
Crocifisso al centro del paliotto dell’altare maggiore
A lui il convento vicentino dei Gesuati, Fratres Sancti Jeronimi era intitolato, nome conservato anche
nel titulus odierno della Chiesa di san Marco.
A distanza di oltre tre secoli dal loro scioglimento (1668), nella chiesa di San Marco si trova insisten-
temente l’immagine di San Girolamo: la magnifica pala di Antonio de Pieri, nel transetto destro, men-
tre è sollevato dagli Angeli nella gloria dei cieli, la piccola pala di G.B. Maganza il vecchio detto il
Magagnò ora nell’Oratorio invernale, l’apoteosi nel cartiglio di rame sbalzato e dorato al centro del pa-
liotto dell’altare maggiore. Ma inedite raffigurazioni settecentesche di San Girolamo penitente, sono
variamente dislocate su pareti oggi nascoste e non visitabili: la prima entro medaglione circondato da
alati cherubini, è sulla parete, di una buia stanzetta, ora parte degli edifici dell’Istituto Beata Vergine
delle Dame Inglesi, dietro l’abside all’altezza di un secondo piano, sopraelevato sull’antica chiesetta
dei Gesuati., la seconda all’interno della canna campanaria del campanile di San Marco del 1933, all’al-
tezza di circa 10 mt., insieme ad altri Santi.
Dalle fonti storiche sappiamo che anche sulla facciata dello scomparso Oratorio dei Gesuati Bartolomeo
Montagna nella seconda metà del ‘400 aveva dipinto a fresco il santo eremita. San Girolamo era dun-
que un’immagine insistentemente offerta a monaci e ai devoti come esempio di vita e impegno di
meditazione profonda e costante dall’iconologia del complesso di questi sacri edifici.

Beato Giovanni Colombini

I l Beato Giovanni Colombini è da considerarsi uno dei più


grandi mistici di Siena, dove nacque nel 1304 e dove fu figura
di spicco per posizione economica, sociale e politica. Morì ad
Acquapendente nel 1367. Ricco mercante di tessuti di lana,
sposò a quarant’anni una ricca nobildonna, Biagia Cerretani,
da cui ebbe due figli, Niccolò e Guccia. Giovane colto e brillan-
te, abituato ad una vita lussuosa, abile commerciante di pan-
nilani e usuraio, ricoprì l’alto ufficio di Priore del Consiglio del
Popolo durante il Governo dei Nove. Dopo una profonda crisi
religiosa, determinata dalla casuale lettura della vita di santa
Maria Maddalena Egiziaca, divenuta da prostituta a penitente
nel deserto per amore di Cristo, approdò ad una conversione
esistenziale radicale e, verso 1355, vendette tutti i suoi beni per
donarne il ricavato ai poveri. Convinta la moglie ad abbracciare
la più austera povertà, decise di dare “una sfacciata pubblicità” al
Vangelo, diventando con lei sguattero nel palazzo dove era sta-
to Governatore di Siena. Crescendo il numero dei suoi seguaci,
quasi tutti di nobili origini, a cui imponeva di farsi mendicanti,
A. Maganza: La Trinità tra il Beato
ad imitazione di Francesco d’Assisi, con un rito pubblico nella
Giovanni Colombini e San Carlo Borromeo.
piazza del palio, denudandosi per spogliarsi delle ricchezze e Dettaglio.

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per indossare una povera veste di stracci. Nel 1360 nacque la Fraternità di laici ispirati alla spiritualità
di San Girolamo, o Poverelli di Cristo, dai ragazzi di Viterbo poi soprannominati Gesuati, o gli ingesuati,
perché continuavano a ripetere Viva Gesù e lode a Gesù (Semper laudetur Jesus Christus), perciò chia-
mati anche “i folli di Dio”.
La Fraternità era formata da laici dediti ad una vita di penitenza, di preghiera, di assistenza ospedaliera
in particolare ai pellegrini, ai lebbrosi, agli appestati e ad una predicazione itinerante. Ispirati anche
all’esempio di San Francesco, fecero della pratica della più assoluta povertà l’unica sicura via di salvez-
za, il mezzo per conquistare la serenità dell’anima per poter accedere ai doni della Grazia divina, con
gioiosa letizia spirituale, unico fondamento al loro operare. Poiché predicavano contro i potenti del
tempo, le ingiustizie sociali e il predominio del privilegio, ben presto i Senesi passarono dallo scherno
alla condanna, bandendoli nel 1363 da Siena e accusandoli di eresia.
Giovanni Colombini, bandito dalla città, si trasforma da “bandito dagli uomini in banditore di Dio”, per
diffondere dall’esilio il suo radicalismo evangelico.
Rifugiati ad Arezzo e in varie città della Toscana, dell’Umbria e del Lazio, più tardi i Gesuati si diffusero
anche in Lombardia e in particolar modo a Venezia.
Nel 1367 papa Urbano V, di ritorno da Avignone verso Roma, incontrò a Viterbo i Gesuati che gli an-
darono incontro agitando un ramoscello d’ulivo in segno di pace; scagionandoli dall’accusa di eresia,
concesse l’approvazione papale alla Congregazione, obbligandoli a vivere in comunità e a porre fine
alla loro vita vagabonda. Il papa diede precise prescrizioni per la loro veste, una tunica di lana bianca,
cappa e cappuccio grigi con cintura di cuoio; potevano andare a piedi nudi, ma anche usare gli zoc-
coli.
Poco dopo Giovanni Colombini, ammalatosi gravemente, morì ad Acquapendente nel monastero di
San Salvatore sul Monte Amiata il 31 Luglio 1367. Lasciò una suggestiva raccolta di 114 lettere testi-
monianza non solo del suo ardente misticismo, nato da complesse e talvolta drammatiche esperienze
umane e sociali, ma anche importanti da un punto di vista letterario e linguistico ed alcune laudi di
cui una sicuramente sua: “Diletto Jesu Cristo chi ben t’ama”. Fu il senese papa Gregorio XIII (1572-1585)
a dichiarare beato Giovanni Colombini e a fissarne la festa il 31 luglio.
Nel 1426, con l’appoggio del potente cardinale Niccolò Albergati, nunzio apostolico e vescovo di
Bologna, i Gesuati nel capitolo generale adottarono le Costituzioni, basate sulla regola Benedetto e
degli Eremitani di Sant’Agostino. Iniziò così la loro trasformazione da libera Fraternità di laici in Ordine
mendicante.
Papa Alessandro VI nel 1492 diede loro il titolo di “Frati Gesuati di San Girolamo” con riferimento al
modello spirituale di vita del Santo e degli anacoreti del deserto. Papa Giulio II nel 1511 impose ai
Gesuati di emettere i voti di religione, mentre papa Clemente VII nel 1532 estese all’Ordine i privilegi
degli Eremitani. Solo dal 1605 Pio V concesse di accedere al sacerdozio, per cui presero il nome di
“Clerici apostolici di San Girolamo”.
L’apostolato dei Gesuati può essere sintetizzato nella formula ”le parole per curare gli animi, il soccor-
so per curare i corpi”.
Popolarmente i Gesuati erano anche detti “Padri dell’acquavite”, dalla bevanda da loro preparata per
curare gli ammalati.
I Gesuati, che dopo tre secoli di vita, lentamente stavano esaurendo la loro funzione sociale e religio-
sa anche per la mancanza di vocazioni, furono sciolti da papa Clemente IX nel 1668 e i loro beni nel
Veneto furono incamerati dalla Repubblica Serenissima.
Il loro stemma campisce il monogramma IHS sormontato al centro da una croce e sotto dai tre chiodi
della crocifissione. Talvolta alla base si poteva trovare una colomba, riferimento al cognome del santo
fondatore.

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La pala di Alessandro Maganza con la Trinità tra il Beato Colombini e San Carlo Borromeo, ora nel tran-
setto sinistro del presbiterio della chiesa di San Marco, ci mostra il Beato avvolto nel grigio mantello
con cappuccio e un pugnale che gli trafigge il cuore sopra al cuore.
Se finora le testimonianze della presenza dei Gesuati sopravvissute nel complesso degli edifici affe-
renti alla chiesa di San Marco sono state la pala del Maganza con il Beato Colombini e il rilievo su un
capitello quattrocentesco nel lato sud del chiostro, ora dopo attenta esplorazione delle sopravvivenze
storico artistiche possiamo presentare uno stemma dei Gesuati, l’unico originale rimasto, che è ad
affresco e si trova su una parete interna del campanile a circa 10 mt. di altezza.
Finora però era sfuggita all’attenzione dei critici la presenza di una preziosa scultura in pietra tenera,
un po’ mal ridotta ma ancora leggibile, che attualmente si trova in una nicchia a lunetta sulla sovrap-
porta che immette nel tratto di terreno incolto sul lato sud dell’abside alla fine del lungo corridoio
laterale. Solo l’Arslan1 ne accenna brevemente, parlando ipoteticamente di un San Francesco “di scul-
tore, vicino al maestro dell’altare Pojana” (Ndr. l’altare della Pietà o Pojana si trova nel transetto destro
della chiesa di San Lorenzo).
L’effigie a tre quarti di busto, invece non può riferirsi in alcun modo al Poverello di Assisi, perché le
mani ben modellate sono prive delle stimmate, né appare sul costato la ferita della lancia, manca
inoltre il crocefisso, tutti simboli a lui collegati.
Pensiamo invece si tratti del Beato Giovanni Colombini, per la tipologia della veste tipica dei Gesuati,
tunica e cappuccio attorno al collo, una cintura di cuoio con fibbia invece del cordiglio con i tre nodi
del voto francescano, un libro stretto sotto la mano sinistra, la corona della tonsura al posto dell’au-
reola, dato che la beatificazione sarebbe avvenuta un secolo dopo, tra 1572 e 1585 al tempo cioè di
papa Gregorio XIII. A completare la nostra convinzione, che peraltro andrà verificata con una serie di
controlli metrici, per noi oggi impossibili, avanziamo l’ipotesi che la statua si trovasse all’esterno, in
una nicchia – lunetta analoga a quella dove si trova oggi, ma sul portaletto, oggi quasi del tutto mura-
to, a fianco del muro absidale sud, a conclusione di quello stretto passaggio stradale tra il convento e
contrà Pusterla che abbiamo già evidenziato nell’analisi della pianta di Vicenza del Mortier del 1720.
La posizione preminente riservata al ritratto del Beato fondatore della comunità, sopra il portale, ad
arco rialzato fiancheggiato da due nicchie più basse, e poggiante su due colonne con doppio collarino
al posto del capitello, in tutto uguali a quelle recuperate nel restauro recente dell’interno della cap-
pella di san Girolamo che è a fianco e probabile parte di un breve porticato, spiegherebbe così anche
l’attuale dislocazione, che risalirebbe ai lavori di trasformazione settecentesca dell’ala.

Ex convento dei Gesuati, busto di Giovanni Colombini (?)

1 Le Chiese, op. cit. pag. 106

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I Carmelitani Riformati o Scalzi o Teresiani

I Carmelitani nella programmazione iconografica decorativa della nuova chiesa si mostrano par-
ticolarmente attenti e aggiornati sulle scelte dei soggetti da rappresentare, pronti ad accogliere le
indicazioni pontificie nella esaltazione dei nuovi Santi e Beati.
San Marco diviene così cassa di risonanza di scelte devozionali che attivate dalle prescrizioni stabilite
dal Concilio di Trento, divengono il segnale di una precisa attenzione alla indiretta guida spirituale del
fedeli. Se si osservano le date delle decisioni papali, via via proposte nel nostro studio, in rapporto alla
esecuzione di dipinti e sculture, si può facilmente rilevare tale sinergia di Carmelitani, domenicani,
Gesuiti con una politica religiosa che investe tutti i paesi europei cattolici in funzione antiprotestante,
in particolare quelli legati alla dominante casa asburgica di Spagna e dell’Impero.

San Giovanni della Croce

A l secolo Juan de Yepes Alvarez (1542-1591, castigliano, fu il


cofondatore insieme a Santa Teresa dell’Ordine dei Carmelitani
Riformati, chiamati popolarmente “Scalzi”.
Di nobili origini, il padre era stato diseredato per avere sposato
una povera tessitrice di seta; per potersi mantenere e studiare,
Giovanni svolse i mestieri più disparati, da falegname, a sarto,
a pittore e intagliatore, completando tra il 1564 e il 1568 gli
studi teologici e filosofici all’Università di Salamanca. Fu rigido
asceta e sacerdote.
Nel 1562 nacque il primo convento riformato fondato da Santa
Teresa e lui nel 1563 entrò nell’Ordine carmelitano, esprimen-
do la volontà di voler vivere nel rispetto totale dell’antica au-
stera regola non più praticata. Fu il 9 Agosto 1568 che visitò a
Valladolid il convento delle Carmelitane Scalze, divenendo il
direttore spirituale e il sostegno della Santa nelle sue lotte per
la Riforma.
Da Teresa, che lo stimava molto, era affettuosamente chiama-
to “il mio piccolo Seneca” con riferimento alla sua corporatura F. Uliaco (attrib.), statua di S. Giovanni della
Croce, facciata della chiesa. Dettaglio.
piccola ed esile.
Nello stesso anno a Duruelo, nella provincia di Segovia, egli
fondò prima comunità maschile di Carmelitani Scalzi dando così inizio ufficiale al nuovo Ordine e il 28
Novembre 1568, prima domenica di Avvento, inaugurò la Riforma prendendo il nome di San Giovanni
della Croce. Rimase poi dal 1572 al 1577 la guida spirituale dei Carmelitani che lo avevano seguito nel
Monastero dell’Incarnazione di Avila.
Per la sua adesione alla Riforma fu perseguitato dall’Ordine e dalla Chiesa, oggetto di pressioni psi-
cologiche, sofferenze fino ad essere arrestato e torturato. Gettato nel carcere del Monastero dei
Carmelitani Calzati di Toledo con false accuse per otto lunghi, drammatici mesi, avventurosamente
riuscì a fuggirne il 17 Agosto 1578.
In questo periodo buio fu sempre sostenuto da Teresa d’Avila, che operò perché fosse liberato, fino a
chiedere per lui la grazia al Re Filippo II.

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Reintegrato dal Nunzio apostolico, che si convinse della sua innocenza e della validità della Riforma
da lui sostenuta, riprese progressivamente la direzione della organizzazione dei monasteri carmeli-
tani Riformati che si andavano sempre più diffondendo in una Spagna dalla religiosità fortemente
emozionale, vivamente impegnata nella adesione e nella difesa del Cattolicesimo tridentino. Negli
ultimi anni della sua vita, improntati al più rigoroso ascetismo e ad austere regole di vita, dovette
soffrire l’abbandono di molti dei suoi collaboratori e seguaci ed essere nuovamente sospeso dai suoi
incarichi di guida dell’Ordine. Ammalatosi morì a soli 49 anni, nel 1591, nel monastero di Ubeda (Jaen)
dove dopo l’inizio della malattia si era ritirato. Fu beatificato nel 1675 e nel 1726 proclamato solenne-
mente Santo da papa Benedetto XIII. Da Pio XI nel 1926 fu ascritto tra i Dottori della Chiesa (Doctor
Mysticus).
San Giovanni della Croce eroico propugnatore delle sue convinzioni riformatrici, fu uomo colto, te-
ologo e poeta. Il suo ardente misticismo lo portò ad esplorare con grande profondità in vari scritti
teologici incentrati sull’analisi e il valore della preghiera, “il cammino spirituale dell’anima verso Dio
e in Dio.”
Oltre a numerosi componimenti di alta poesia, scrisse tre trattati di mistica pubblicati postumi nel
1618: Il Cantico spirituale, La notte oscura, La Salita al Monte Carmelo. Il nucleo del suo pensiero si basa
sul “Nada” (in spagnolo il Nulla, cioè sull’annientamento di sé) e il Monte Carmelo assume il valore di
meta dopo un cammino di progressiva liberazione dell’anima da ciò che nella vita la separa da Dio e
dal raggiungimento del Bene Assoluto.
Giovanni ebbe frequenti visioni del Cristo con la Croce sulle spalle, Croce che volle portare su di sé.
Solo nel 1593 i Carmelitani Riformati furono affrancati da ogni dipendenza nei confronti dell’antico
Ordine. Citiamo dal secondo trattato i versi dedicati da San Giovanni della Croce al Nada:
«Per giungere a gustare il tutto, non cercare il gusto in niente.
Per giungere al possesso del tutto, non voler possedere niente.
Per giungere ad essere tutto, non voler essere niente.
Per giungere alla conoscenza del tutto, non cercare di sapere qualche cosa in niente.
Per venire a ciò che ora non godi, devi passare per dove non godi.
Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai.
Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai
Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora non sei. »
L’iconografia del Santo subì un largo in-
flusso specie in ambito spagnolo, dalla
pubblicazione nel 1585 della Historia
de la vida y sanctas obras de Juan de
Dios di F. de Castro e tradotta anche in
italiano.
Nella Chiesa di San Marco, nel primo
altare di destra, i Carmelitani vollero
onorare solennemente la santità di
Giovanni della Croce, proclamata da
papa Benedetto XIII nel 1726, gli anni
della costruzione della nuova chiesa
di San Girolamo degli Scalzi, con una
statua nella prima nicchia in facciata a
fianco di quella di santa Teresa d’Avi-
la, attribuibile per qualità esecutiva e C. Pasqualotto, La visione di San Giovanni della Croce. Dettaglio.
morbidezza del modellato plastico a
Francesco Uliaco, con la tela inserita

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negli armadi in Sacrestia e infine con il cartiglio in rame dorato sul lato breve sinistro dell’altare mag-
giore, e con una grande pala d’altare che Costantino Pasqualotto eseguì tra il 1735 e il 1750 e concor-
demente considerata il capolavoro della sua piena maturità.
Il Santo dal volto estatico e dalle braccia allargate in gesto di accoglimento, in veste carmelitana, tu-
nica nera e mantello bianco e sandali ai piedi scalzati, vi è rappresentato in meditazione sulla morte
a cui si riferisce il cranio. L’intensa adorazione del Crocifisso, si materializza in una mistica visione del
Cristo mentre avvolto in nubi luminose, mentre scende dal cielo portando sulla spalla la croce che
affiderà a lui. Ai suoi piedi due cherubini presentano i simboli iconografici che lo contraddistinguono:
il grande libro del Trattato “La salita al Monte Carmelo” e un flagello simbolo delle persecuzioni subite
per difendere la sua Riforma.

Santa Teresa d’Avila

T eresa Sanchez de Cepeda Avila y Ahumada


nacque nel 1515 ad Avila, ad un centinaio di
chilometri da Madrid, da padre nobile cavalie-
re. Rimasta a 13 anni orfana della madre, entrò
dopo tre anni in un convento di agostiniane,
costretta dopo poco ad uscirne per una grave
malattia. Guarita, manifestò il desiderio di far-
si monaca, ma essendo il padre contrario, nel
1535, a vent’anni, fuggì di casa per entrare nel
convento delle Carmelitane dell’Incarnazione
della sua città natale. Pronunciati i voti solenni
dopo un anno di noviziato, si ammalò di nuovo
di una misteriosa malattia che la portò quasi alla
morte, a cui sopravvisse rimanendo paralizzata
per oltre otto mesi. Guarita miracolosamente,
Teresa attribuì la salute faticosamente riconqui-
stata all’intercessione di San Giuseppe, del qua- S. Ricci, Estasi di Santa Teresa D’Avila. Dettaglio.
le resterà sempre una “devota fervente ed una
apostola ardente“. È del 1557 la sua “conversio-
ne” decisiva e negli anni successivi, confortata
dal sostegno spirituale di grandi confessori, nutrì il suo spirito delle grandi visioni e rapimenti mistici,
durante i quali ebbe la grazia della “trasverberazione”, che la lasciava “avvolta” - come lei racconta nella
Vita - “in una fornace d’amore”. Nel 1560 ebbe la visione dell’Inferno, durante la quale emise il voto
del “più perfetto“, iniziando così quel cammino verso la perfezione spirituale che non l’avrebbe più
abbandonata. Da allora operò per l’applicazione più austera e rigorosa della perfetta Regola carme-
litana, dando vita alla fondazione del primo di numerosi monasteri, quello di San Giuseppe ad Avila
nel 1562.
In un crescendo faticoso di ricerca e di realizzazione dei suoi ideali, fu sostenuta dalla guida di vari
confessori di viva spiritualità, ma in particolare del grande Pietro d’ Alcantara.
Nel 1572 fu dalle mani di San Giovanni della Croce, alla cui dottrina teologica, amicizia e stima at-
tinse incoraggiamenti e aiuto per seguire la via della Riforma, che Teresa prese la Comunione il 15
novembre e fu elevata al “matrimonio spirituale” con la esaltante visione del Cristo che porgendole
un Chiodo le diceva “da oggi in poi tu sarai mia sposa … e d’ora in poi avrai cura del mio onore”… La
santa in questi anni fecondi godette per “visione intellettuale” della presenza continua della Trinità e
della Umanità del Cristo.

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

Dure condizioni di vita si addensarono negli ultimi anni sulle sempre più numerose nuove iniziative,
poiché i potenti Carmelitani dell’antica Osservanza a fronte della diffusione sempre crescente di nuovi
monasteri fondati da Teresa, che sceglievano di adottare la più severa Regola primitiva, si opposero
con ogni forza, sia politica che religiosa.
Perseguitata anche dal Nunzio e dall’Inquisizione, fu relegata a Toledo nel monastero che essa dovet-
te scegliersi per carcere, furono mesi tempestosi, durante i quali scrisse il suo capolavoro mistico, ”Il
Castello interiore”.
La separazione tra i due tronchi carmelitani avverrà nel 1579, quando anche il Nunzio dovette arren-
dersi alla forza di penetrazione del nuovo ideale riformato.
Nel 1582, consumata dalla fatica del suo operare e dal peggiorare inesorabile delle sue condizioni di
salute, morì ad Alba de Torres (Medina) il 15 ottobre, divenuto il giorno della sua festa liturgica.
Ci è impossibile dilungarci ulteriormente sulla sostanza della Riforma carmelitana perseguita da Teresa
e sulle complesse vicende biografiche degli ultimi anni della sua vita. Una sintesi sia pur rapida era
necessaria per capire almeno in parte la potente personalità della santa protettrice e contitolare della
Chiesa di San Marco in San Girolamo degli Scalzi donna eccezionale, che con la forza della dottrina, la
potenza trascinante del suo misticismo e la tenacia del coraggio, seppe trasformare la vita spirituale
non solo della Spagna del suo tempo ma anche della religiosità cattolica europea.
Beatificata nel 1614, nel 1617 per volontà di re Filippo II, le Cortes spagnole la dichiararono copatrona
della Spagna. Canonizzata il 24 Aprile 1622 da papa Gregorio XV, nel 1970 fu proclamata da papa
Paolo VI Dottore della Chiesa.

Iconografia di Santa Teresa d’Avila

S ono due i tipi di immagini che l’iconogra-


fia dedica alla santa. Inizialmente sono ritratti,
a partire dal primo eseguito nel 1576, quando
Teresa era ancora viva che ne documenta e fissa
i tratti somatici e l’austera espressione di rigore
morale. Copie e incisioni, ricercate da tutti co-
loro che l’avevano conosciuta o si erano avvici-
nati alla sua opera, erano state tratte da questa
prima immagine, condizionando per decenni la
trasmissione della sua umana fisicità, facendo
passare in secondo piano la volontà di indagare
ed esprimere gli aspetti psicologici della spiri-
tualità e della personalità. Solo dopo la canoniz-
zazione del 1622 gli artisti iniziarono a cimen-
tarsi con forme espressive più libere, più vicine
alla sua essenza, frutto di un più attento riferi-
mento agli scritti teresiani che oramai circolava- Facciata della chiesa di S. Marco in S. Girolamo.
no in tutta l’Europa cattolica. La natura mistica Statua di Santa Teresa D’Avila. Dettaglio.
del suo pensiero si afferma nell’iconografia solo
verso la metà del secolo, prima in Spagna poi in
Italia, negli stati di influenza politica spagnola e a Roma, con la trascrizione in forme figurative artisti-
che della Transverberazione, colta attraverso l’immediatezza del racconto trasmesso da Teresa stessa.
Sarà tuttavia Gian Lorenzo Bernini ad interpretare con travolgente potenza la Trasverberazione o esta-

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si di Santa Teresa (il cui etimo, da verberare, significa colpire, essere attraversati dai verberi, dai raggi
della luce di Cristo) con lo scenografico gruppo scultoreo per la chiesa di Santa Maria della Vittoria a
Roma eseguito tra il 1647 e il 1652. Il Bernini infatti, saprà rendere con assoluta capacità interpretativa
e magistrale tecnica espressiva, il dinamismo interiore e l’intensità tematica tutta barocca del soave
abbandono della Santa, al languore bruciante del fuoco d’amore del dardo luminoso che la ferisce e
avvolge, nell’annullamento totale di sé, e infondendo spirito di vita nella inerte materia del marmo.
Tale fondamentale opera costituisce uno delle pagine più alte della scultura barocca italiana e rappre-
senta l’antecedente iconografico che ha ispirato il pittore bellunese Sebastiano Ricci, nell’esecuzione
della pala d’altare, autentico capolavoro della rinnovata arte veneta. Commissionata fin dall’inizio dei
lavori, ad un pittore, a quel tempo già di larga fama e conosciuto in Europa, la pala rivela chiaramente
l’intento dei Carmelitani di farne l’ornamento primario di riferimento devozionale e fonte di esalta-
zione solenne della grande Santa sotto la cui protezione era stata posta la nuova chiesa. La ritrovata
documentazione storica relativa, prodotta dagli studiosi, fissa infatti inequivocabilmente la data di
realizzazione e messa in opera al 1725, cioè ai primi anni dell’inizio dei lavori. Va peraltro osservato
che nel contesto architettonico che accomuna la struttura dei quattro altari laterali, quello dedicato
Santa Teresa si differenzia per la rigorosa scelta del marmo, un bianco di Carrara molto uniforme nella
grigia tonalità, per la severità e misura dell’apparato decorativo anche se l’impiego del bronzo dorato
per i capitelli e le basi delle colonne e gli inserti degli ornamenti disegnativi sulle varie superfici della
base potrebbe ingannare, in quanto rispondono non tanto ad una volontà di fasto, quanto piuttosto
a quella di sottolineare con la luce dorata degli elementi, la preziosità del contesto approntato come
cornice all’apoteosi della Santa, per cui lo splendore della luce e il rigore della forma rimandano al
rigore morale della Regola carmelitana.
Il dipinto, frutto della piena maturità artistica del Ricci, sembra esplodere nella luce divina delle nubi
su cui scende l’Angelo che invia il dardo infuocato fino a travolgere la giovane santa inerme nell’ab-
bandono estatico all’Amore di Cristo. La stessa potenza evocativa del Bernini, ma trasferita ad un lin-
guaggio più duttile com’è quello pittorico, ci fa accostare ad una espressività più intima, addolcita dal-
la scoperta del colore-luce veneziano e ad una aggraziata resa dei teneri volti dei messaggeri celesti,
coinvolgendo i devoti nel rapimento spirituale di Santa Teresa attraverso una struttura impaginativa
del racconto dinamica e lievitante.

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

Santi di devozione carmelitana

Santa Caterina da Siena e San Domenico

S ul lato della facciata, entro le nicchie del lato destro, si trovano Santa Caterina da Siena, la grande
mistica e Dottore della Chiesa, con il Crocefisso sul braccio destro, il rosario appeso alla cintura e il
grande medaglione sul cuore con la scritta incisa a lettere capitali “et verbum caro factum est” e San
Domenico. Sono Santi domenicani, ma collegati ai Carmelitani per il culto del Rosario e quindi della
Vergine. Dopo l’insperata vittoria sui Turchi con la battaglia di Lepanto nel 1561, ottenuta con il decisi-
vo contributo delle galere veneziane e la speciale protezione della Vergine, Venezia divenne ad opera
dei Domenicani il centro di pro-
mozione e diffusione del culto
di Santa Caterina da Siena e del
Rosario, la cui devozione fu pro-
clamata nel 1572 da papa Pio V
e solennemente rinnovata da
papa Benedetto XIII nel 1726,
cioè negli anni della costruzio-
ne e decorazione della chiesa di
San Marco.
I Carmelitani insieme ai
Domenicani non solo hanno
promosso il culto del Rosario
e dello Scapolare, ma furo-
no i più convinti sostenitori
dell’Immacolata Concezione,
che tanto sviluppo ha avuto nel
Statua di S. Caterina. Facciata Statua di S. Domenico. Facciata
di S. Marco in S. Girolamo. Cattolicesimo e nell’arte spa- di S. Marco in S. Girolamo.
gnoli tra XVII e XVIII secolo.

San Giuseppe

L’ uomo giusto dei Vangeli, lo sposo casto di Maria, il padre putativo di Gesù, ebbe nel pensiero
cristiano e nelle raffigurazioni dell’arte un ruolo, in parte marginale, soprattutto legato alla Natività di
Gesù e alla Fuga in Egitto, in quanto esecutore fedele della volontà di Dio. Nell’arte occidentale, dove
appare per la prima volta verso l’XI sec., è rappresentato costantemente vecchio, dubbioso nei riguar-
di di Maria, quasi estraneo testimone alla nascita del Salvatore. È nella Spagna del tempo di Teresa
D’Avila che il suo culto viene promosso in modo nuovo perché sposo di Maria, protettore e custode
della Sacra Famiglia, raffigurato come uomo giovane e forte, spesso con la barba corta e nera, talvolta
con gli strumenti di falegname oppure mentre teneramente abbraccia il Bambino Gesù, sempre ac-
compagnato dalla verga fiorita o da uno stelo di giglio, suoi simboli.
Dobbiamo questo mutamento all’iniziativa del domenicano Isidoro de Isolanis che verso la metà del
‘500 pubblica il Vangelo apocrifo di Giuseppe falegname, in cui si racconta la vita a Nazareth della
Sacra Famiglia, illustrando l’attività del Santo come costruttore di aratri e giocattoli in legno.
Si sviluppa in questo modo una iconografia della Sacra Famiglia, figura della Trinità terrestre, ma an-
che risposta della Controriforma tridentina alle dilaganti dottrine protestanti contro la Verginità di

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Maria e il culto delle immagini.


Santa Teresa ebbe una influenza profonda nel promuove-
re la devozione a San Giuseppe “perché la devozione a Lui
è un grande mezzo di comunione col Cristo”. Lo considera
suo speciale protettore dopo essere stata salvata miraco-
losamente da una grave malattia per il suo intervento. A
San Giuseppe Teresa dedica il primo convento riformato
fondato ad Avila nel 1562 e poi anche molti altri mona-
steri.
Nella chiesa di San Marco troviamo San Giuseppe nel dipin-
to del secondo altare di sinistra opera di Antonio Balestra,
con l’Apparizione della Vergine del Carmelo e il Bambino
al Beato Simone Stock, mentre con il gesto della mano in-
vita i devoti a partecipare emotivamente all’evento.
Un San Giuseppe con in braccio il Bambino Gesù e lo stelo
di giglio si trova in una delle edicole degli armadi della sa-
crestia, opera di Bartolomeo Litterini, del 1730 circa.

A. Balestra, Visione della Vergine che consegna lo


scapolare al Beato Simone Stock alla presenza di
San Giuseppe. Dettaglio.

Sant’Anna

L e prime notizie di Anna appaiono alla fine del II secolo


nel protovangelo di Giacomo dove è raccontata la sua sto-
ria di sposa sterile, di Gioacchino, sacerdote allontanato
dal tempio perché indegno di portare le sue offerte a Dio
per il suo matrimonio infecondo, dell’annuncio dell’An-
gelo ai due sposi della venuta di un figlio, dell’incontro
presso la Porta Aurea, del bacio, della nascita di Maria e
della sua educazione fino all’offerta al tempio. Tutti questi
temi furono numerose volte illustrati nelle immagini sa-
cre, prima nella chiesa d’Oriente, poi in quella latina con
significati religioso-simbolici in continua trasformazione.
La promozione del suo culto riceve nuova forza dopo la
pubblicazione a Magonza nel 1494 di un Tractatus de lau-
dibus sanctissimae Annae ad opera di Giovanni Trithemus,
ma per il periodo che ci interessa, cioè quello post triden-
tino, Anna assurge agli onori degli altari a partire dal 1584,
quando spinto dal crescente culto popolare papa Gregorio
XIII ne inserisce la festa liturgica nel Messale Romano al 26
Luglio, unendovi anche quella del suo sposo Gioacchino.
Nell’arte la figura di Sant’Anna si moltiplicherà, ma non Statua di S. Anna (?). Facciata della chiesa
riguarderà più le scene della sua vita di cui Giotto nelle di S. Marco in S. Girolamo.
cappella della Scrovegni a Padova aveva dato una sintesi
di intensa umanità, né quella di Sant’Anna metterza (mes-

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

sa terza), cioè di Anna oramai vecchia tra le cui ginocchia si appoggia Maria già adulta che tiene in
braccio il Bambino (famosa quella di Masolino in collaborazione con Masaccio), sarà invece molto
frequente nel corso di tutto il Seicento il tema della educazione di Maria Bambina alla lettura delle
Scritture e ai lavori di ricamo e cucito a fianco di Gioacchino, nuova sacra famiglia votata ad attuare la
volontà di Dio. È questa un’immagine che affonda le sue radici nella volontà della chiesa cattolica di
contrapporre alle dottrine luterane antimariane l’esaltazione della Immacolata Concezione di Maria,
delle sue virtù amorosamente coltivate in una famiglia che Dio ha voluto proteggere in funzione del
progetto di salvezza degli uomini.
In questo ambito iconologico, di speciale culto
della Vergine del Carmelo va inserita la commit-
tenza dei Carmelitani del dipinto “L’educazione
di Maria” di Ludovico Buffetti: nel primo altare
a sinistra, alla cui illustrazione, già presentata, si
rimanda.
Per le stesse ragioni ci sentiamo di proporre
questa chiave di lettura nel dare un’interpreta-
zione e un nome, sia pure in via di ipotesi, alle
due statue delle nicchie superiori nel timpano
della facciata, Anna a destra e Gioacchino a si-
nistra, confortati anche dalla ripetuta presenza
dei due genitori di Maria nella apparizione della
Vergine con il Bambino a Santa Teresa dipinta
dal Litterini per l’edicola principale degli armadi L. Buffetti (attr.): Educazione della Vergine con Anna,
in Sacrestia. Gioacchino e Maria Bambina. Dettaglio.

A conclusione di questo percorso, ci piace sottolineare come l’altare maggiore, il luogo più sa-
cro della chiesa, con la decorazione a cartigli rococò in bronzo dorato, sbalzato e cesellato posti sul
paliotto e sui lati brevi, rappresenti un’apoteosi dei santi Carmelitani, con le visioni di San Giovanni
della Croce, di Santa Teresa e di San Girolamo, comunque tutti sottoposti alla luminosa apparizione
dell’Ostia consacrata circondata da una abbacinante aureola di luce solare alla personificazione della
Fede che inginocchiata ai suoi piedi, offre il calice del Sacrificio nella portella del tabernacolo.
G. D. P. P.

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza CC-BY-NC-SA 3.0

Bibliografia

Opere manoscritte

1669 San Girolamo. Atto del contratto di acquisto. CRS San Girolamo Archivio di Stato di Vicenza
1732-1739 L. Pascoli, Vita di Antonio Balestra, in Vite dÈ Pittori, Scultori et Architetti viventi
in BCAPG 1383
1883 L. Trissino, Indicazione delle cose più osservabili della città di Vicenza in BBV (3158)
1822 A. Arnaldi Tornieri. Memorie di Vicenza che cominciano dall’anno 1767 e terminano l’anno 1822,
ms. Biblioteca Bertoliana, Vicenza p. 885

Guide

1677 Marco Boschini, I Gioielli Pittoreschi Venezia 1677


1761 Barbarano, Historia ecclesiastica della città, territorio e diocesi di Vicenza 1761
1770 c. Faccioli, Aggiunte alla vita del Balestra,
1779 Enea Arnaldi, Orazio Vecchia, Ludovico Buffetti, Descrizione delle Architetture, Pitture e Sculture,
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1822 Giovan Battista Berti, Guida per Vicenza, Venezia 1822
1845 A. Magrini, Dell’Architettura in Vicenza. Discorso con appendice critico-cronologica delle principali
sue fabbriche negli ultimo otto secoli, Padova, 1845
1885 Sebastiano Rumor, Chiesa di San Girolamo, Vicenza 1885
1919 Domenico Bortolan Sebastiano Rumor, Guida di Vicenza, Vicenza, 1919
1920 G . Perin, Notizie storiche della chiesa di san Girolamo detta degli Scalzi e della Parrocchia di San
Marco, Vicenza 1920
1926 S. Rumor, La chiesa di San Girolamo dei padri Carmelitani Scalzi in Vicenza, ora parrocchia di San
Marco, Vicenza 1926
1928 Giuseppe De Mori, Chiese e Chiostri di Vicenza, VI 1928
1956 E. Arslan: Catalogo delle cose d’Arte e Antichità d’Italia: Vicenza, le Chiese. Roma1956
1956 F. Barbieri, R. Cevese, L. Magagnato: Guida di Vicenza, Vicenza 1956
1969 Giuseppe Scapin: Brevi notizie storiche della Parrocchia di San Marco in San Girolamo
degli Scalzi, Vicenza 1969

76
1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

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1972 F. Barbieri, Illuministi e Neoclassici a Vicenza, Vicenza 1972
1974 Giovanni Mantese, Memorie stoiche della Chiesa vicentina, vol.IV dal1500 al 1700,
Parte Prima, Vicenza 1974
1979 F. Lewandowski, Antonio Balestra: discovery and recovery, in “Antologia delle Belle
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1979 Douglas Lewis, A New Book of Drawings By Francesco Muttoni, in Arte veneta XXX.
1980 AA.VV: Palladio e la Maniera, catalogo della Mostra, Vicenza 1980
1981 Mario Saccardo, Notizie d’arte e di artisti vicentini, Vicenza 1981
1982 Giovanni Mantese, Memorie storiche della Chiesa Vicentina, dal 1700 al 1866, Tomo I e V,
Vicenza 1982
1985 Mario Saccardo, Contributi per la Storia dell’Arte Vicentina, Vicenza, 1985
1986 Francesco Fontana: Dipinti nelle chiese e negli oratori vicentini, Vicenza 1986
1987 Franco Barbieri, Vicenza città di palazzi, Milano,1987
1989 Sebastiano Ricci, catalogo della Mostra, Passariano Villa Manin, Udine1989
1989 R. Orfanelli, La sacrestia di San Marco in San Girolamo degli Scalzi, a cura di, Vicenza 2007
1990 AA.VV: Vicenza città bellissima. Iconografia vicentina a stampa dal XV al XIX secolo,
Vicenza 1990
1990 AA.VV: I Tiepolo e il Settecento Vicentino, Catalogo della Mostra, Vicenza, 1990
1993 Michel Pastoureau: La stoffa del Diavolo, Genova 1993
1997 Otello Bullato: Da Ponte Pusterla a San Bartolomeo, Vicenza 1997
1999 Chiara Rigoni, La Scultura a Vicenza, Milano,1999
1999 AA.VV. La sostanza dell’infinito. Gli abiti degli Ordini religiosi in Occidente.
A cura di Gianfranco Rocca: Catalogo, Roma 1999
2004 Franco Barbieri, Renato Cevese: Vicenza ritratto di una città, Vicenza 2004
2007 Mario Saccardo, Notizie d’Arte e di Artisti Vicentini, Udine 2007
2007 C. Conti, Vicenza Chiesa di san Giacomo Maggiore detta dei “ Carmini”, a cura di, Vicenza
2008 W H. de Baer: Marco Boschini I gioielli Pittoreschi di Marco Boschini, edizione critica di,
Firenze 2008

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APPENDICE
1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

L’archivio parrocchiale
di Bernardo Dalla Pozza

L a ricorrenza del bicentenario della costituzione della Parrocchia di S. Marco trova l’Archivio parroc-
chiale riordinato secondo le norme vigenti in materia archivistica.
Si è trattato di un completo lavoro di riorganizzazione: a parte i registri parrocchiali, tutti gli altri do-
cumenti venivano raccolti senza alcun ordine e confusi tra loro. Per questo riordino, indispensabile e
prezioso è stato l’aiuto dato dall’amico Giovanni Paiusco.
Di fondamentale importanza è stata la lettura di ogni singolo documento, la sua catalogazione
computerizzata e la rispettiva collocazione in una delle tre sezioni in cui l’archivio è stato suddiviso:
Amministrativa, Anagrafica e Pastorale.
Sono stati redatti degli inventari cartacei, non solo per sapere ciò che conteneva l’archivio, ma per
facilitarne la consultazione e la successiva ricollocazione dei documenti esaminati senza mettere a
rischio l’ordine dato all’archivio. A tale proposito, un famoso bibliotecario – archivista vicentino affer-
mava che ogni documento messo nel posto sbagliato è un documento perduto.
Devo dire che il fondo archivistico è consistente: i primi documenti risalgono alla seconda metà del
‘500 e riguardano la Congregazione delle Sette Cappelle, di cui la parrocchia di S. Marco faceva parte,
fino ad arrivare ai documenti correnti. Se tuttavia si pensa alla lunga storia della parrocchia, le lacune
sono purtroppo considerevoli. Non esiste infatti nulla riguardante la vecchia chiesa, nulla neanche
dell’attuale.
Nel territorio parrocchiale esistevano i conventi della Misericordia (1521)1, le Convertite (1534)2, S.
Francesco (1500)3, l’ospedale S. Bortolo, un tempo convento dei Lateranensi (1471-1771)3. Di tutto
questo non c’è nemmeno una relazione di qualche parroco che, senz’altro, avrà fatto visite pastorali a
questi conventi, situati nel territorio parrocchiale.
Nessuna relazione nemmeno di visite pastorali alla parrocchia. Esistono alcuni documenti relativi alle
visite di Mons. Ferdinaldo Rodolfi, nel 1913 e 1919, per poi passare a quelle più recenti sulla visita di
Mons. Carlo Zinato, fino all’ultima visita dell’attuale vescovo Nosiglia.

1 Scapin G. Brevi notizie storiche della Parrocchia di S. Marco in S. Girolamo, pubblicato nel 1969. p. 21
2 Idem, p. 23
3 Dalla Pozza A. Storia dell’ospedale civile, dattiloscritto inedito, 1957, p.1

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I Parroci

A parte il Decreto Vescovile di nomina a Parroco di Giuseppe Scapin (1921) non esiste nessun altro
decreto, se non quelli dal 1970, per cui il redigere l’elenco dei Parroci e dei Cappellani non è stata cosa
facile. Già Mons. Giuseppe Scapin pubblicò i nomi dei Parroci di S. Marco1, probabilmente rifacendosi
al suo predecessore D. Giovanni Perin, il quale nelle cronache parrocchiali del 1910 annotò l’avvicen-
damento dei parroci. È stata comunque necessaria una verifica attraverso repertori storico – ecclesia-
stici per redigere la cronotassi che segue.
1230 Prete Manfadro
1241 P. Martino
1280 Amizo
1295 P. Alberto
1313 Bartolomeo
1316 P. Enrico
1334 P. Antonio Di Laude
1350 P. Pietro
1353 M. Benedetto De Laude
1356 Ugolino
1366 Un P. di Verona poi uno di Forlì che l’ebbero in commenda
1400 P. Bertolino di Ravenna
1414 P. Ortensio di Verona
1421 Fra’ Antonio da Verona
1440 P. Modesto [Luigi]
1462 Ambrogio Bevignolo da Vigevano
- fino al 1580 mancano i riscontri -
1580 Francesco Malabarba
1595 Andrea Basso
1601 Vincenzo Dell’Oro
1632 Gian Domenico Gonzato
1650 D. Bernardino Pace
1667 D. G. Fortuna
1692 D. C. Augusto Vezzali
1718 D. B. Ciscato
1726 Economo Spirituale
1740 D. Gaetano A. Franzoia
1782 D. Carlo Bonvicini
1795 D. Domenico Dalla Barba
1802 D. Antonio Cocco
1829 D. Lodovico Tomasi
1843 D. Gian Battista Munaretti
1848 D. Antonio Fiorasi
1887 D. Luigi Pegoraro
1906 D. Giovanni Perin
1921 D. Mario Giuseppe Scapin
1970 D. Dino Signori
1998 D. Giuseppe Ruaro
1 Scapin G. Brevi notizie storiche della Parrocchia di S. Marco in S. Girolamo, pubblicato nel 1969. p. 21

80
1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

P er i Cappellani, in particolare, sono state utili le notizie riportate dalle cronache parrocchiali che,
messe a confronto con i registri delle messe sui quali quotidianamente apponevano la propria firma,
hanno permesso di ricostruire, almeno dal 1900, la loro collaborazione pastorale.

1900 1906 D. Luigi Zecchin, D. Angelo Badile, D. Angelo Quattrin


1907 D. Luigi Filippi
1908 1909 D. Pietro Ronconi
1909 1910 D. Antonio Mantiero
1910 1920 D. Giuseppe Roveran
1920 1922 D. Silvio Mozzato
1922 1922 D. Igino Segato
1922 1924 D. Luigi Tonello
1922 1926 D. Ottavio Marchesini
1926 1929 D. Sante Saggioro
1926 1953 D. Bortolo Scapin
1929 1932 D. Giuseppe Pianezzola
1932 1933 D. Biagio Dalla Pozza
1932 1934 D. Adriano Scanagatta
1933 1935 D. Narciso Mettifogo
1933 1934 D. Dino Ellero
1932 1934 D. Gaetano Scanagatta
1934 1936 D. Vincenzo Borsato
1934 1935 D. Giovanni Brazzale
1936 1936 D. Giuseppe Marzaro
1936 1939 D. Rinaldo Danieli
1939 1940 D. Piero De Boni
1940 1943 D. Mario Brun
1943 1948 D. Aldo De Antoni
1948 1951 D. Andrea Gaborin
1948 1957 D. Lodovico Dal Medico
1948 1963 D. Lino Tregnago
1951 1957 D. Giorgio Villatora
1959 1970 D. Giuseppe Baggio
1963 1968 D. Tarcisio Pirocca
1968 1970 D. Antonio Lucchetta
1970 1980 D. Gelmino Zappon
1971 1973 D. Marco Ferretto
1973 1975 D. Antonio Bizzotto
1983 1985 D. Giorgio Balbo
1987 ? D. Carlo Meneguzzo

Viene omesso, in quanto si tratta di cooperatori relativamente occasionali e non ufficialmente nomi-
nati, l’elenco di numerosi sacerdoti, che avendo altri incarichi o deleghe da parte della Curia, hanno
tuttavia collaborato attivamente con la Parrocchia nelle celebrazioni liturgiche e che sono annotati
nell’archivio soprattutto a partire dagli anni ’50.

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza CC-BY-NC-SA 3.0

Indice tematico e dei nomi


A Colombini, Giovanni, Beato 14, 23, 58, 65, 66, 67
Concilio di Trento 31, 68
abside 16, 21, 22, 25, 27, 33, 35, 41, 56, 62, 65, 67 Concilio Vaticano II 36, 64
affresco 15, 16, 23, 33, 41, 67 consacrazione 6, 15, 24, 25, 27
altare maggiore 9, 12, 13, 14, 24, 33, 35, 36, 37, 52, 64, 65, 70, 75 Controriforma 73
angelo 13, 16, 17, 18, 31, 37, 38, 42, 43, 45, 46, 50, 52, 55, 64, 65, Corbellini, Carlo 24, 26, 28, 32
72, 74 coro 22, 25, 33, 35, 36, 39, 40, 42, 43
Anna, Santa 31, 32, 38, 41, 43, 60, 74 cripta 39
apoteosi 65, 72, 75 Crocefisso 14, 16, 30, 52, 73
archivio parrocchiale 2, 10, 40, 58, 79
Arnaldi, Alessandro 36 D
Arnaldi, conti, fam. 14, 24, 25, 35, 36, 57, 76
Arnaldi, Guido 23, 24, 57 Dall’Acqua, Giandomenico 11, 21, 22, 40, 41
Dame Inglesi 7, 17, 21, 22, 65
B De Pieri, Antonio 13, 16, 18, 52, 64, 65
Domenicani 27, 31, 68, 73
Bacchiglione 5, 10, 11, 20 Domenico, San 30, 31, 32, 73
Balestra, Antonio 16, 38, 50, 63, 74, 76, 77 Dorotee 7
Barichella, Vittorio 39 Dottore della Chiesa 29, 64, 69, 71, 73
Bartolomei, Francesco 30, 32
Bartolomeo, San. Vedere Bortolo, San E
bassorilievo 29, 37, 40, 41, 65
battistero 13, 25, 40 educazione della Vergine 31, 37, 48, 74, 75
Belcaro 39 Elia 31, 32, 54, 55, 61, 62
Benedetto XIII, papa 69, 73 Eliseo 31, 55, 61, 62
bicentenario 1, 3, 5, 7, 79, 85
Borromeo, Carlo, San 14, 16, 23, 58, 65, 67 F
Bortolo (Bartolomeo), San 5, 7, 10, 20, 22, 58, 77, 79
facciata 2, 15, 20, 21, 23, 24, 25, 26, 28, 30, 32, 33, 52, 61, 65, 68,
breccia africana 37, 38
69, 73, 75
Brida, Matteo 31, 54, 55
Faccioli, fam. 12, 13, 16, 35, 38, 50
Buffetti, Ludovico 31, 38, 48, 75, 76
fastigio 25, 28, 32, 35, 37, 38, 42
Busi Beretta, fam. 35, 38
Francescani 7
Francesco, San 46, 66, 67, 79, 85
C
Calderari, Ottone 24, 28 G
campanile 16, 20, 22, 40, 41, 65, 67
galero (cappello cardinalizio) 29, 64
Canonici Lateranensi. Vedere Lateranensi, Canonici
Gesuati 2, 5, 6, 7, 11, 14, 15, 16, 20, 21, 22, 23, 24, 26, 27, 28, 30, 31,
cantoria 52
40, 41, 57, 58, 61, 62, 64, 65, 66, 67
Carlo, San 58, 65, 67
Gesù Cristo 5, 6, 7, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 23, 30, 31, 35, 36, 40, 41,
Carmelitani 5, 6, 7, 12, 15, 16, 17, 20, 24, 25, 26, 27, 28, 29, 30, 31,
43, 45, 46, 57, 58, 65, 66, 69, 70, 72, 73, 74
32, 35, 37, 39, 41, 43, 45, 46, 48, 50, 60, 61, 62, 63, 65, 68,
giglio 73, 74
69, 71, 72, 73, 75, 76
Gioacchino, San 16, 31, 32, 38, 43, 48, 60, 74, 75
Carmelo, Monte 28, 31, 32, 37, 39, 43, 50, 60, 61, 62, 63, 69, 70, 74,
Giovanni Battista, San 40
75
Giovanni della Croce, San 5, 15, 16, 17, 30, 32, 35, 36, 38, 42, 45, 60,
cartiglio 65, 70
68, 69, 70, 75
Cassetti, Giacomo 33, 36, 37
Giovanni evangelista, San 23
Cassina Ferrara 9, 12, 17
Girolamo, San 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 18, 19, 20, 21, 23, 24, 25, 26, 29, 31,
Caterina da Siena, Santa 30, 32, 73
32, 36, 39, 41, 46, 52, 56, 64, 65, 66, 69, 71, 75, 76, 77, 86
cherubino 32, 37, 38, 41, 45, 46, 50, 52, 60, 65, 70
Giuseppe, San 35, 38, 42, 43, 50, 60, 63, 70, 73, 74
chiostro 2, 14, 20, 21, 23, 24, 62, 67
Gregorio XIII, papa 58, 66, 67, 74

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

I R
icona 12 Repubblica di Venezia 20, 26, 27, 32, 66
IHS 16, 41, 66 Ricci, Sebastiano 16, 27, 38, 46, 48, 72, 77
Immacolata Concezione 73, 75 Riforma 68, 69, 70, 71
Righele, fam. 35, 38
L rococò 25, 27, 33, 55, 75
Rosario 30, 31, 45, 60, 73
Lateranensi, Canonici 7, 22, 58, 79
leone 16, 29, 38, 41, 64 S
Leoni, Francesco 30, 32
Litterini, Bartolomeo 16, 31, 42, 43, 60, 74, 75 Sacra Famiglia 31, 48, 73, 75
Loschi, Ortensio 11, 12 sacrestia 16, 23, 31, 35, 42, 43, 60, 70, 74, 75, 77, 84
Scabari, Gaetano 48
M Scalzi 2, 5, 6, 16, 19, 20, 24, 28, 30, 41, 52, 61, 68, 69, 71, 76, 77.
Vedere anche Carmelitani
Madonna del Carmine 16, 28, 31, 35, 37, 39, 43, 50, 60, 62, 63, 74, 75 scapolare 35, 38, 46, 50, 60, 62, 63, 73, 74
Maganza, Alessandro 9, 12, 13, 17, 23, 56, 58, 65, 67 Serenissima. Vedere Repubblica di Venezia
Maganza, Giovanni Battista il Giovane 6, 23, 57 Sette Cappelle 10, 79
Maganza, Giovanni Battista il Vecchio (detto il Magagnò) 56, 65 stemma 16, 25, 29, 35, 36, 37, 38, 39, 41, 66, 67
Marchi, Giuseppe 25, 27 Stock, Simone, Beato 16, 38, 50, 62, 63, 74
Marco, San 5, 9, 10, 12, 13
Maria, Santa 6, 7, 12, 16, 17, 25, 27, 28, 31, 32, 35, 37, 38, 39, 41, 43, T
46, 48, 50, 57, 60, 61, 62, 63, 65, 72, 73, 74, 75
Marinali, Orazio 36, 42, 43 tabernacolo 23, 36, 75
marmo di Carrara 33, 36, 37, 38, 40, 50, 72 Teresa d’Avila, Santa 5, 6, 7, 15, 16, 17, 25, 27, 30, 31, 32, 35, 36, 37,
marmo rosso di Francia 33, 37, 38, 50 38, 41, 43, 45, 46, 48, 60, 63, 68, 69, 70, 71, 72, 73, 74, 75
Massari, Giorgio 25, 26, 27, 48, 77 timpano 28, 29, 30, 32, 33, 36, 37, 38, 41, 42, 75
memento mori 64 tomba 35, 36, 38, 50
Montagna, Bartolomeo 23, 65 transetto 23, 25, 33, 35, 52, 58, 65, 67
Monte Berico 13, 17, 26, 38 trasverberazione 46, 70, 71
Mortier, Pierre 21, 22, 67 Trinità 16, 23, 58, 65, 67, 70, 73
Muttoni, Francesco 26, 27, 33, 77
U
N
Uliaco, Francesco 30, 32, 37, 65, 68, 69
Niccolò, San 6, 16, 23, 57
V
O
Venier, Sebastiano, vescovo 11, 15, 24
oratorio 20, 21, 22, 23, 25, 39, 41, 56, 65 Vergine del Carmelo. Vedere Madonna del Carmine
organo 13, 35, 39, 52 virtù 35, 37, 75

P
Pajello, fam. 11
paliotto 37, 38, 65, 75
Pianta Angelica 21
Pinacoteca di Vicenza 46, 58
Polegge 5, 10
presbiterio 25, 27, 33, 35, 36, 40, 55, 58, 61, 67
Priuli, Antonio Marino, vescovo e cardinale 15, 25
pulpito 24, 33
Pusterla, borgo 5, 10, 11, 14, 21, 23, 28, 67, 77
puttino 24, 29, 32, 33, 36, 37, 38, 45

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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza CC-BY-NC-SA 3.0

Sacrestia della chiesa di San Marco in San Girolamo

bicentenario
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1810-2010 — bicentenario S. Marco in S. Girolamo - Vicenza

Crediti
Realizzazione
a cura della Comunità parrocchiale di S. Marco in S. Girolamo
Ctr. S. Francesco 78, 36100 Vicenza IT
www.sanmarcovicenza.it - info@sanmarcovicenza.it
Per informazioni www.sanmarcovicenza.it/index.php/Libro

Testi
Giovanna Dalla Pozza Peruffo
d. Tarcisio Pirocca
d. Giuseppe Ruaro (prefazione)
Bernardo Dalla Pozza (appendice)

Fotografie
Interni: Lucio Frasson (art director) e Gianna Agostini
Esterni: Marco Chemello
© 2010 Comunità parrocchiale di S. Marco in S. Girolamo, Vicenza
Immagini aggiuntive: Giovanna Dalla Pozza Peruffo, d.Tarcisio Pirocca

Progetto grafico e impaginazione


Marco Chemello

Stampa
Copie dell’edizione stampata in volumetto possono essere richieste all’indirizzo sopra indicato.

Si ringraziano
Ufficio diocesano per i beni culturali ecclesiastici - Vicenza
Circolo Noi di S. Marco - Vicenza
Giovanni Paiusco
e tutti coloro che hanno collaborato alle celebrazioni del bicentenario.
(v. anche a pag. 7, 17)

Comitato per le celebrazioni del bicentenario


d. Giuseppe Ruaro
Aldo Barban
Giuseppe Bolcato
Alberto Bozzo
Emanuela Carcereri
Marco Chemello
Bernardo Dalla Pozza
Mariano Dante
Isabella Marchetto

Licenza di utilizzo
Questa pubblicazione è stata realizzata in proprio senza fini di lucro. Testi, fotografie e progetto
grafico sono concessi con licenza Creative Commons CC-BY-NC-SA: è permesso riutilizzare e ri-
pubblicare i contenuti, purché non a scopo commerciale, citando i rispettivi autori e utilizzando
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“La chiesa di San Marco in San Girolamo a Vicenza è un


edificio magnifico, di uno stile barocco sobrio ed elegante
nelle sue linee e nei suoi spazi sapientemente elaborati.
È anche uno scrigno che contiene splendide opere d’arte.
Sull’attuale edificio, su quelli che lo hanno preceduto e sul-
le opere artistiche in essi racchiuse si svolge questa ricca e
documentata ricerca.