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Università di Roma “La Sapienza”

Dipartimento di Studi Europei, Americani e Interculturali


Dottorato di ricerca in Filologia e Letterature Romanze

Del peccato alessandrino. Realtà e limiti della maestría


di un autore e di un personaggio
(Libro de Alexandre)

Candidato Relatore
Marta Materni prof.ssa Ma Luisa Cerrón Puga

I
Introduzione

Con le monografie dedicate rispettivamente al rapporto fra il Libro de Alexandre e le sue due
fonti principali1, l'Alexandreis di Gautier de Châtillon2 e il Roman de Alexandre nella versione
del manoscritto di Venezia (o Alexandre B)3, e che seguivano la pubblicazione dell'edizione
paleografica4 dei due testimoni completi sopravvissuti, negli anni '30 del XX sec. Raymond
Willis offriva agli studiosi della letteratura castigliana medievale gli strumenti fondamentali
per immergersi in questo testo che, passati i decenni, continua a imporsi come una delle pietre
miliari della storia letteraria della Penisola, al di là della questione piuttosto dibattuta
sull'esistenza o meno, o comunque sulla reale consistenza del cosiddetto mester de clerecía,
che la tradizione vuole inaugurato proprio dalle coplas iniziali del poema alessandrino.
Ma i decenni non sono passati invano: ancora oggi, se si vuole iniziare una ricerca sul
Libro de Alexandre, per prima cosa si prendono in mano questi tre volumi; ma il loro spirito
positivista – di esclusiva catalogazione delle fonti – lascia ormai insoddisfatti. Essi sono
strumenti iniziali di orientamento per avere un'idea precisa della struttura portante del poema,
ma li si abbandonerà ben presto. E in verità l'accurata edizione di Juan Casas Rigall del 2007,

1 Si veda l'Appendice I di questa Introduzione per l'indicazione delle edizioni usate, e il cap. I.7 La
biblioteca dell'anonimo per altre indicazioni bibliografiche.
2 Raymond S. WILLIS, The Relationship of the Spanish “Libro de Alexandre” to the “Alexandreis” of
Gautier de Châtillon, (Elliot Monographs, 31), Princeton 1934.
Per una prima introduzione a varie tematiche connesse con questo poema, ed altri interventi relativi
al rapporto con il poema castigliano, si vedano: George D. GREENIA, The “Alexandreis” and the “Libro de
Alexandre”: latin vs. vernacular direct discourse, Ph. D. thesis University of Michigan 1984; Alain de
Lille, Gautier de Châtillon et leur temps. Actes du colloque de Lille (octobre 1987), Henri Roussel,
François Suard (éds.), Lille 1980; David TOWNSED, «Michi barbaries incognita linguae: Other Voices and
Other Visions in Walter of Châtillon's Alexandreis», Allegorica, 12 (1992), pp. 21-37; Francisco PEJENAUTE
RUBIO, «La traducción al español de un poema épico latino del s. XIII: la Alexandreis de Gautier de
Châtillon», Livius, 1 (1992), pp. 257-277; ID., «Apostillas a algunas lecturas discrepantes en las ediciones
del Libro de Alexandre», Myrtia, 8 (1993), pp. 23-39; Amaia ARIZALETA, Concepción MARTÍNEZ
PASAMAR, «Un manuscrito del Alexandreis en el Archivo Catedralicio de Pamplona», Príncipe de Viana,
202 (1994), pp. 429-434; ID., «Acerca de la educación de los letrados medievales y de un manuscrito del
Alexandreis», Revista de filología hispánica, 10.1 (1994), pp. 9-14; Francisco PEJENAUTE RUBIO, «La
despaganización del Libro de Alexandre frente a la Alexandreis de Gautier de Châtillon», Helmantica, 139-
141 (1995), pp. 447-462; Spurgeon BALDWIN, «Thunder and lightning: violence in Walter of Châtillon`s
Alexandreis and the Libro de Alexandre», in Nunca fue pena mayor: (estudios de literatura española en
homenaje a Brian Dutton, Victoriano Roncero López, Ana Menéndez Collera (eds.), Cuenca 1996, pp. 77-
106; Claudia WIENER, Proles vesana Philippi, totius malleus orbis: Die “Alexandreis” des Walter von
Châtillon und ihre Neudeutung von Lucans “Pharsalia” im Sinne des typoloschen Geschichtsverständnis,
Munich-Leipzig 2000; Benito MORROS MESTRES, «Las glosas a la Alexandreis en el Libro de Alexandre»,
Revista de literatura medieval, 14. 1 (2002), pp. 63-108.
3 Raymond S. WILLIS, The Debt of the Spanish “Libro de Alexandre” to the French “Roman
d'Alexandre”, (Elliot Monographs, 33), Princeton 1935.
4 El “Libro de Alexandre”, Texts of the Paris and Madrid Manuscripts, ID. (ed.), (Elliot Monographs, 31),
Princeton 1934.

II
con la sua indicazione in nota delle fonti dei singoli passi 5, rende ormai quasi del tutto
obsoleto il volume dell'autore anglosassone dedicato alla Alexandreis. Dico “quasi” perché
quel testo presenta un'impostazione anomala rispetto alle classiche ricerche sulle fonti, e
grazie a tale anomalia offre ancora qualche interessante spunto di riflessione: l'ottica adottata
da Willis fu quella infatti di elencare con estrema precisione, verso per verso, quel che del
poema mediolatino non era confluito nel Libro de Alexandre. Il quadro offerto era però in
questo modo incompleto: ritengo infatti che sia imprescindibile applicare, in particolare alle
opere che si propongono come “traduzione”, il modello di analisi del rapporto testo/fonte
proposto da Aimé Petit per i romans antiques francesi del XII sec., e che contempla:
– passaggi della fonte che non hanno lasciato traccia;
– passaggi conservati che possiedono la stessa importanza quantitativa;
– passaggi conservati che hanno subito uno spostamento;
– elementi che sono stati oggetto di uno sviluppo;
– elementi che hanno subito una sensibile riduzione;

5 Per una panoramica sulle tre principali fonti utilizzate dal poeta castigliano, cioè la Alexandreis, il Roman
d'Alexandre B e la Historia de preelis, a cui si aggiungono la Ilias Latina e l'Excidium Troiae per la sezione
troiana, rimando, oltre naturalmente ai testi di Willis, a: Alfred MOREL-FATIO, «Recherches sur le texte et
les sources du Libro de Alexandre», Romania, 4 (1875), pp. 7-90; Emilio ALARCOS LLORACH,
Investigaciones sobre el “Libro de Alexandre”. Reconstrucción crítica, Revista de Filología Española,
Anejo 45, Madrid 1948; Ian MICHAEL, The Treatement of Classical Material in the “Libro de Alexandre”,
Manchester 1970, pp. 12-27; Amaia ARIZALETA, «La jerarquía de las fuentes del Libro de Alexandre», in
Actas del VI Congreso Internacional de la AHLM (Alcalá de Henares, 12-16 septiembre 1995), José
Manuel Lucía Mejías (ed.), Alcalá 1997, vol. I, pp. 183-190.
Per la sezione troiana si vedano: Antonio GARCÍA SOLALINDE, «El juicio de Paris en el Libro de
Alexandre y en la General Estoria», Revista de Filología Española, 15 (1928), pp. 1-51; Georges CIROT,
«La guerre de Troie dans le Libro de Alexandre», Bulletin Hispanique, 39.1 (1937), pp. 328-38; María
Dolores SOLÍS PERALES, «La figura de Paris en el Libro de Alexandre», Agorá. Estudos Clássicos em
Debate, 6 (2004), pp. 135-166 Emiliano JERÓNIMO BUIS, «¿Una Troya cristiana? Paráfrasis y
medievalización del sustrato literario grecolatino en el Libro de Alexandre (cc. 417-719)», in XIII Jornadas
de estudios clásicos, Grecia y Roman en España (Buenos Aires, 30 de junio y 1 de julio 2005), consultabile
on line all'indirizzo http://vallenajerilla.com/berceo.
In particolare si veda Amaia ARIZALETA (La translation d'Alexandre. Recherches sur les structures
et le significations du “Libro de Alexandre”, Paris 1999, pp. 62-77), per un'analisi dell'Historia de preliis
volta a determinare quale delle tre versioni (J1, J2, J3) sia stata utilizzata dal poeta. Appoggiandosi
soprattutto sull'elemento rappresentato dalla data di nascita (LdA, 89ab, «El diziembre exido, entrante el
jenero / – en tal día naçiera, e era día santero» a cui corrisponde (J1, III, 35) «Natus est sexto Kalendas
Ianuarii», (J3, 130) «Natus est VI Kal. Ianuarii», (J2, 130) «Natus est quinta die stante mensis Decembris»),
l'autrice conclude (p. 77): «même si cela n'est pas entièrement satisfaisant, que le poète a pu se servir tant
de J1 que d'une version mixte de J2, ce qui revient à evoquer l'existence d'une version J4». La seconda
proposta (J4) deriva dal fatto che il LdA condivide questo dato particolare con la General Estoria, dove (IV
parte) leggiamo «Nasçio seys dias ante de las calendas de enero». Ora, gli editori della estoria alejandrina
alfonsina «affirment que la source employée par les rédacteurs alphonsins est J2 [ma, di fronte a questo
dato discordante della nascita] déclarent opportunément que le texte de la recension J2 utilisé par les
rédacteurs d'Alphonse X était contaminé». La versione J2 sembra comunque particolarmente diffusa nella
penisola iberica: ad essa risalirebbe anche – ma il condizionale è d'obbligo data l'esiguità del frammento –
la traduzione quattrocentesca di Martín de Ávila commissionata dal marqués de Santillana.

III
– passaggi che rappresentano un'integrale addizione6.
Con il secondo volume Willis si assumeva il merito di aver individuato la versione del
Roman d'Alexandre – fra quelle a noi note – più prossima all'archetipo utilizzato dal poeta
castigliano7. Delle due opere è forse quella oggi più utile, dal momento che i passaggi ai quali
si fa riferimento sono ancora i più problematici.
Ma è solo in un breve articolo8 che, al di là di questi dati più tecnici, si cerca di
delineare anche un contesto per il poema castigliano; particolarmente suggestiva – e a mio
avviso molto pertinente – l'immagine seguente: «Rebelliously, the old Adam, the clerigo
d’escuela, reasserts himself on the heels of the judgement and sentencing of Alexander, for, in
the hand of the author, the scholar-warrior King rises to triumph at the close of his span of
life»9. La lunga dissertazione sul presunte sapere universitario manifestato dal protagonista, e
che costituisce il cuore dell'articolo, ha invece un po' pesato sulle interpretazioni successive,
che lo hanno in molte ereditato come una sorta di dato acquisito mai rimesso in discussione.
Nel 1970, ai testi appena citati si aggiungeva un'altra pietra miliare degli studi di
ambito alessandrino castigliano: il volume di Ian Michael The Treatement of Classical
Material in the “Libro de Alexandre” (Manchester). Rispetto al positivismo ottocentesco di
Willis si facevano ora passi da gigante verso una dimensione interpretativa. Introducendo i
concetti di medievalizzazione10, cristianizzazione e moralizzazione, Michael completava
l'opera di Willis analizzando almeno alcune delle forme di alterazione della fonte mediolatina
da parte del poeta castigliano11.

6 Aimé PETIT, Naissance du roman. Les techniques littéraires dans les romans antiques du XII e siècle, Lille
1985, pp. 24-25.
7 WILLIS, The Debt cit., p. 58: «At this point it is hardly necessary to repeat that it could not have been our
extant fourteenth-century manuscript B, but only an ancestor, which was utilized by our thirteenth-century
Spanish poet. But it is pertinent to remark that B is clearly the work of an Italianate, that is, South Gallic,
scribe, and that manuscript A, which alone among the other manuscripts of the Roman d'Alexandre
preserves the primitive decasyllabic first branch utilized by the Spanish poet, and exhibits other archaisme
as well, is likewise of southern French work manship. Thus it may be suspected that pre-Alexandre de Paris
versions of the Roman d'Alexandre circulated with some currency in southern France until a relatively late
date; and this, in turn, may serve to explain why a version of the B type, rather than of the Alexandre de
Paris type came south across the Pyrenees into Spain and into the hands of our poet».
8 Raymond S. WILLIS, «Mester de Clerecía: A Definition of the Libro de Alexandre», Romance Philology,
10 (1956-57), pp. 212-224; al quale si devono aggiungere: ID., «The Artistry and Enigmas of the Libro de
Alexandre: A Review Article», Hispanic Review, 42 (1974), pp. 33-42; ID., «In Search of the Lost Libro de
Alexandre and its Author», Hispanic Review, 51 (1983), pp. 63-88.
9 WILLIS, «Mester cit.», p. 222.
10 Medievalizzazione che si concentra bella pittura di Alessandro con i caratteri di un sovrano duecentesco.
11 MICHAEL, The Treatement cit., p. 248: «The result is not a simple structure but a composition of
considerable complexity, which is paralleled in medieval Spanish literature only by the Caballero Zifar and
the Libro de buen amor, but which is commoner in medieval French literature. […] This multiple form of
composition has some connections with the medieval artes poeticae and contemporary forms in painting
and sculpture, as well as with the artes praedicandi and medieval musical forms».

IV
Quello che però continuava a mancare era una contestualizzazione dell'opera, e a
questa carenza ha supplito, aprendo un nuovo filone di studi12, Amaia Arizaleta con la sua tesi
di dottorato pubblicata nel 1999, La translation d'Alexandre. Recherches sur les structures et
les significations du “Libro de Alexandre”. Contestualizzazione ma non solo, come suggerisce
lo stesso titolo: il solco è quello di Ian Michael, nel quale l'autrice si inserisce con forse
maggior finezza interpretativa. Ma se le “strutture” interne erano ancora oggetto principale di
interesse nel 1999, successivamente a imporsi come centro quasi esclusivo delle sue
riflessioni è stato il solo contesto. Delle tesi di questa studiosa si discuterà comunque
ampiamente nella prima parte del lavoro.
Gli ultimi quindici anni circa hanno visto i contributi moltiplicarsi, ma i titoli citati
continuano a essere le sole monografie sul poema. A distanza di dodici anni dalla
pubblicazione dell'opera della studiosa spagnola, e alla luce di tutto il materiale interpretativo
che è emerso negli anni immediatamente precedenti e in quelli successivi, mi è sembrato
opportuno, senza pretese di grande originalità ma piuttosto cercando di tirare alcune somme
rimaste in sospeso e più che altro proponendo tutta una serie di nuovi quesiti, delineare un
aggiornato quadro d'insieme, assumendo una prospettiva strettamente letteraria: un viaggio
interno alle parole del testo con l'occhio rivolto in primo luogo ad altri testi, articolato intorno
ai due termini chiavi, presenti fin dal prologo, di maestría e pecado, con le loro molteplici
sfumature13.

12 Una sintetica descrizione delle varie fasi succedutesi negli studi dedicati al LdA, corredata da tutte le
indicazioni bibliografiche, si può leggere in Ian MICHAEL, «Ciencia y fantasía en el Libro de Alexandre»,
Troianalexandrina, 8 (2008), pp. 19-37, in part. pp. 21-23.
13 Per informazioni sull'Alessandro Magno storico si faccia riferimento a Olivier BATTISTINI, Pascal
CHARVET, Alexandre le Grand. Histoire et dictionnaire, Paris 2004. Per la sua dimensione letteraria a
Armand ABEL, Le roman d'Alexandre: légendaire médiéval, Bruxelles 1955; Georges CARY, The Medieval
Alexander, Cambridge 1956; David J. A. ROSS, Alexander Historiatus. A Guide to Medieval Illustrated
Alexander, London 1963.

V
Appendice I

Cito qui, con le rispettive sigle che saranno utilizzate successivamente, le edizioni dei testi a
cui si è fatto maggior ricorso in questo studio.

Libro de Alexandre (LdA)


Le citazioni sono tratte dall'ultima edizione apparsa: Alexandre, Jorge GARCÍA LÓPEZ
(ed.), Barcelona 2010; ma in alcuni casi, oltre alla già citata trascrizione semipaleografica di
WILLIS, si è ricorso a Libro de Alexandre, Juan CASAS RIGALL (ed.), Madrid 2007.

Alexandreis di Gautier de Châtillon (G)


GALTIERI DE CASTELLIONE, Alexandreis, Marvin L. COLKER (ed.), (Thesaurus Mundi,
17), Padova 1978.

Roman d'Alexandre versione B (Alex B)


The Medieval French “Roman d'Alexandre”, vol. I, Milan S. LA DU (ed.), Text of the
Arsenal and Venice Versions, (Elliott Monographs, 36), Princeton 1937; esiste anche una
riproduzione facsimilare: Le “Roman d'Alexandre”: riproduzione del ms. Venezia Biblioteca
Museo Correr 1493, Roberto BENEDETTI (ed.), con un'introduzione di Emmanuèle
BAUMGARTNER, Udine 1998.

Alexandre de Alberic de Pisançon (Alberic)


The Medieval French “Roman d'Alexandre”, vol. III, Alfred FOULET (ed.), Version of
Alberic de Pisançon. Variants and Notes to Branch I, Princeton 1949, pp. 37-60.

Roman de Toute Chevalerie di Thomas de Kent (Chevalerie)


THOMAS DE KENT, Le Roman d'Alexandre ou Le Roman de toute Chevalerie, trad. et
présentation de Catherine GAULLIER-BOUGASSAS, Laurence HARF-LANCNER, Paris 2003 (sur
le texte éditée par Brian FORSTER, Ian SHORT).

Roman d'Alexandre di Alexandre de Paris (Alex)


ALEXANDRE DE PARIS, Le Roman d'Alexandre, trad. prés. Laurence HARF-LANCNER
(sur le texte édiré par Edward Cooke ARMSTRONG), Paris 1994.

VI
Opere di Berceo
Per i Milagros si è fatto riferimento all'edizione Milagros de Nuestra Señora, Michael
GERLI (ed.), Madrid 1988 ; per tutte le altre opere (Vida de San Millán, Vida de Santa Oria,
Vida de San Lorenço, Sacrifiçio de la Misa, Loores de Nuestra Señora) a Obras completas de
Gonzalo de Berceo, Jorge GARCÍA LÓPEZ, Carlos CLAVERÍA (eds.), Madrid 2003.

Libro de los doce sabios (Doce sabios)


Le citazioni sono tratte da Libro de los doce sabios o Tratado de la nobleza y lealtad,
John K. WALSH (ed.), Anejos del Boletín de la Real Academia de la Estoria, 39 (1975), pp.
77-118; segnalo un'edizione più recente: Libro de los doce sabios o Tratado de la nobleza y
lealtad. Ms. 92 (=77) de la Biblioteca Menéndez Pelayo de Santander, Héctor M. GASSÓ,
Diego ROMERO LUCAS (eds.), Memorabilia 6 (2002).

Libro de los buenos proverbios (Buenos)


Le citazioni sono tratte dall'edizione di Hermann KUST, Mittheilungen aus dem
Eskurial, Tübingen 1879; recentemente è stato pubblicato: Libro de los buenos proverbios:
estudio y edición crítica de las versiones castellana y árabe, Christy BANDAK (ed.), Zaragoza
2008.

Poridat de las poridades dello ps. Aristotele (Poridat)


Pseudo-Aristóteles, Poridat de las poridades. Secretos de los secretos. Versiones
castellanas del pseudo-Aristóteles “Secretum Secretorum”, Hugo Oscar BIZZARRI (ed.),
Valencia 2010.

Erec et Enide di Chrétiens de Troyes (Erec)


Erec et Enide, Jean-Marie FRITZ (éd.), in Chrétiens de Troyes, Romans, Paris 1994, pp.
55-283.

Cligés di Chrétiens de Troyes (Cligés)


Cligés, Charles MÉLA, Olivier COLLET (éds.), in Chrétien de Troyes, Romans, Paris
1994, pp. 286-294.

Le conte de Floire et Blanchefleur di Robert d'Aubrigny (Floire)

VII
ROBERT D'AUBRIGNY, Le conte de Floire et Blanchefleur, Jean-Luc LECLANCHE (éd.),
Paris 2003.

Athis et Procelias (Athis)


Li romans d'Athis et Procelias. Edition du manuscrit 940 de la Bibliothèque
Municipale de Tours, Marie-Madelaine CASTELLANI (éd.), Paris 2006.

Lai di Aristotele di Henri d'Andeli (Lai)


HENRI D'ANDELI, Il Lai di Aristotele, Marco INFURNA (ed.), Roma 2005

Roman de Thèbes (Thèbes)


Il testo è trasmesso da cinque manoscritti, due rappresentanti della “redazione corta”,
in dialetto franciano (C = Paris, BNF, fr. 784, metà XIII sec.; B = Paris, BNF, fr. 60, metà o
fine XIV sec.); due esponenti della “redazione lunga”, piccarda (A = Paris, BNF, fr. 375, fine
XIII sec.; P = ms. conservato a Ginevra, fine XIII sec.); infine il ms. S = London, BL, Add.
34114, fine XIV sec., apparentato alla “redazione corta” ma con notevoli differenze.
Edizioni: Léopold CONSTANS, Paris 1890, 2 voll.; Guy RAYNAUD DE LAGE, Paris 1966
e 1968 (ms. C); Francine MORA LE BRUN, Paris 1995 (ms. S). Le citazioni sono tratte
dall'edizione di Mora Le Brun, con la verifica in Constans di eventuali varianti.

Roman d'Eneas (Eneas)


Il testo è trasmesso da nove manoscritti: A = Bibl. Laurentiana, Plut. XLI, cod. 44, fine
XII-inizio XIII sec.; B = London, British Museum, Add. 14100, XIV sec.; C = London,
British Museum, Add. 34114 (il ms. S del Roman de Thèbes), ultimo terzo del XIV sec.; D =
Paris, BNF, fr. 60, fine XIV sec.; E = Paris, BNF, fr. 12603, XIV sec.; F = Paris, BNF, fr.
1416, XIII sec.; G = Paris, BNF, fr. 1450, XIII sec.; H = Montpellier, Bibliothèque de l'école
de médecine, 251, metà XIII sec.; I = Paris, BNF, fr. 784, fine XIV-inizio XV.
Edizioni: Jean Jacques SALVERDA DE GRAVE, Paris 1925-1929 (ms. A); Aimé PETIT,
Paris 1997 (ms. D). Esiste anche una traduzione italiana di quest'ultima: Le Roman d'Eneas. Il
romanzo di Enea, ed. Aimé PETIT, pref. Cesare SEGRE, intr. trad. e note di Anna Maria BABBI,
Roma 1999. Per le citazioni si è fatto riferimento all'edizione Petit (1997).

Roman de Troie di Benoît de Saint-Maure (Troie)


Conservato in più di 40 manoscritti completi o frammentari, descritti da Léopold

VIII
Constans alle pp. 1-105 de volume VI della sua edizione, e da Marc-René JUNG in La légende
de Troie en France au Moyen Age: analyse des versions françaises et bibliographie
raisonnée des manuscrits, (Romanica Helvetica 114), Basle-Tubingen 1996.
Edizioni: Le Roman de Troie par Benoît de Sainte-Maure, publié d'après tous les
manuscrits connus, Léopold CONSTANS (éd.), Paris 1904-1912, 6 voll.; Der Trojaroman des
Benoît de Sainte-Maure, Kurt REICHENBERGER (ed.), Tübingen 1963 (ms. Paris, BNF, fr.
1281); Le Roman de Troie, Emmanuèle BAUMGARTNER, François VIEILLARD (éds.), Paris
1998 (ms. Milano, Biblioteca Ambrosiana, D 55; il più antico dei manoscritti completi). Per
le cirazioni si è fatto riferimento all'edizione Baumgartner.

Roman de Brut de Wace (Brut)


Per le citazioni si è utilizzata l'edizione Le Roman de Brut de Wace, Ivor ARNOLD
(éd.), Paris 1938-1940, 2 voll.

Artes poeticae (Vendôme, Poetria, Laborintus)


Matthieu de Vendôme, Ars versificatoria (ante 1175); Geoffroi de Vinsauf, Poetria
Nova (1208-1214); Eberardo Alemanno, Laborintus (post 1213-ante 1280). Le citazioni sono
tratte dall'edizione du Edmond FARAL, Les arts poétiques du XIIe et du XIIIe siècles, Paris
1924.

IX
Parte I
La maestría dell'autore: un mester sin pecado

1
Il Libro de Alexandre: un excursus fra generi letterari

El Alexandre es ante todo una obra literaria, una magnífica taracea,


una variante hispánica del roman antique,
el relato de las aventuras de un rey […]
armoniosamente conjugadas con un despliege
impresionante de saberes1.

«Partidaria desde hace años de una lectura contextual y política del Alexandre», Amaia
Arizaleta ci fornisce però anche questa prima, calzante definizione del Libro de Alexandre dal
punto di vista strettamente letterario. Si tratta dell’aspetto forse più trascurato nell’analisi del
nostro poema, specialmente in quest’ultima fase degli studi legata alle ricerche della stessa
Arizaleta, che hanno messo in risalto essenzialmente i supposti elementi ideologici legati
all’ambiente regio. Eppure la studiosa spagnola, nel suo lavoro iniziale sul tema, La
translation d’Alexandre, aveva dedicato ampio spazio all’analisi della coscienza e
dell’orgoglio artistico dell’anonimo (anonimo? o condannato all’anonimato dalle alterazioni
della tradizione manoscritta? Sempre che, esulando dal discusso problema berceano 2, non si
voglia dar credito al nome di Juan Lorenzo de Astorga), tanto da valutare nel suo complesso il
LdA come monumento alla propria fama eretto dall’autore stesso.
Da questo punto di vista le ricerche della studiosa non hanno conosciuto ulteriori
sviluppi, avendo spostato il punto focale dal testo al contesto, nello sforzo di collocare il LdA
in una precisa rete testuale che si diramerebbe da un centro costituito dalla cancelleria e dalla
corte reale castigliana. Di questo si discuterà più oltre in relazione alla presunta definizione
del LdA come speculum principis. Ma il primo passo che si intende compiere è il tentativo di
circoscrivere nuovamente l’attenzione al testo, tenendo in conto che, al di là dei sottintesi
ideologici e degli intenti didattici (un aspetto quest’ultimo su cui sarebbe necessario riflettere
di nuovo alla luce delle recenti osservazioni di Julian Weiss in una densa monografia dedicata
al mester de clerecía)3, ci troviamo in primo luogo di fronte a un prodotto artistico, a un’opera
1
Amaia ARIZALETA, «El Libro de Alexandre: el clérigo al servicio del rey», Troianalexandrina, 8, 2008, pp.
73-114, p. 75.
2
Per il quale rimando agli scritti del suo (quasi) unico sostenitore, Dana Arthur NELSON, ad es. «El libro de
Alexandre: A Reorientation», Studies in Philology, 65.5 (1968), pp. 723-52; ID., «A Re-Examination of
Synonimy in Berceo and the Alexandre», Hispanic Review, 43 (1975), pp. 351-369; ID., Gonzalo de Berceo
y el “Alixandre”. Vindicación de un estilo, Madison 1991.
3
Julian WEISS, The “Mester de clerecía”. Intellectuals and Ideologies in Thirteenth-Century Castile,
(Coleccion Tamesis, Serie A: Monografias 231), Woodbridge 2006, p. 4: «The failure adeguatelly to
conceptualize what questions are raised by the term “didactic” is symptomatic of a deeper failure to explore
the possibility of difference and dissent both within the clerical estate and within medieval culture as a
whole. It is as if, though such easy recourse to the generalization “didactic”. We are excused to need of
questioning that well-known caricature of the Middle Ages as an age of dogma, seamless belief, and

2
letteraria che attraverso i mezzi di un precipuo mester – o maestría, secondo la definizione
dell’altro grande artista anonimo castigliano cantore della materia classica, vale a dire l'autore
del Libro de Apolonio – aspira a veder realizzata in se stessa la perfezione della forma e il
diletto della materia.
In quanto opera letteraria il LdA necessita innanzitutto di un tentativo di
classificazione nell’ambito dei generi letterari, un’operazione non di sterile tassonomia ma
necessaria per definire meglio, nell’aderenza o meno, nella fedeltà o nella contaminazione
delle strutture, le capacità dell’autore, la possibilità stessa di definirlo come tale
distinguendolo da un più o meno abile ma semplice volgarizzatore, in definitiva per cogliere il
suo orizzonte mentale dal punto di vista artistico. Un’operazione complessa specchio della
complessità del Libro stesso:

El resultado de todo esto [cioè l’operazione di scrittura alla base del LdA] es una enciclopedia
en romance y en versos que reúne fragmentos de antología de diferentes fuentes: el doctrinal,
el épico, el del roman, el ejemplar o el lírico. Igualmente podríamos preguntarnos a qué
categorìa adscribía el proprio autor anónimo su obra, si la consideraba como un texto
histórico, como una narración épica del nuevo molde, como una muestra de la aventura cortés,
o bien como un tratado de doctrina cristiana. Probablemente todos estos adjetivos dicen algo
sobre lo que haya sido el Alexandre para el autor y para sus contemporáneos4.

Il soggetto, cioè la cosiddetta “materia antica”; il legame con la cultura francese del XII sec.,
con l’adozione della particolare forma metrica e la scelta di una precisa fonte-guida,
l’Alexandreis di Gautier de Châtillon; l’utilizzo, fra le fonti secondarie ma in nodi narrativi
strategici, di una delle versioni del Roman d’Alexandre: tutto questo induce a un parallelo,
esplicitato dalla definizione di Amaia Arizaleta, quello cioè con il roman antique francese,
vale a dire il Roman de Thèbes, il Roman d’Eneas e il Roman de Troie.
Quella che si intende qui proporre non è tanto la ricerca di citazioni puntuali di versi,
tanto più che i testi francesi presentano una complessa tradizione con la coesistenza di
versioni differenti – fatto questo che ha reso approssimativa anche l’individuazione della
versione utilizzata del Roman d’Alexandre nella B testimoniata dal manoscritto di Venezia –,
quanto l’individuazione di strutture e caratteri propri dei romans antiques francesi, abilmente,

inquestioning acceptance of authority. […] The mere fact that a text contains a more or less explicit
message, wheter moral or doctrinal, does not make it didactic».
4
Amaia ARIZALETA, «Alexandre en su Libro», La Corónica, 28.2 (2000), pp. 3-20, p. 5. Sicuramente la
familiarità con i versi del LdA induce a concordare con l’autrice nel rifiuto della proposta interpretativa di
Jesús CAÑAS MURILLO, «Didactismo y composición de El libro de Alexandre», Anuario de estudios
filológicos, 18 (1995), pp. 65-80, e ID., «El mester de clerecía y la literatura didáctica», in Historia de la
literatura española, Madrid 1990, Vol. I, pp. 141-167, sostenitore di una lettura del LdA nei soli termini di
menosprecio del mundo e di vanitas vanitatum.

3
e potremmo dire con precisa coscienza artistica, applicati alla composizione del poema
castigliano così da produrre, a partire da fonti eterogenee per genere e stile, un’opera coerente
e tale da potersi appunto definire come «variante hispánica del roman antique» e, secondo la
definizione di Jorge García López, «un roman escrito en cuartetas monorrimas y con un
conocido y evidente deseo de ruptura con respecto a otro tipo de literatura no basado en la
perfección formal»5.
La clerecía alessandrina si colloca in tal modo in un più ampio quadro di clergie
europea. In un breve ma utilissimo contributo del 1984, Ángel Gómez Moreno sottolineava
che

evidentemente, no somos los primeros en afirmar la conexión existente entre ambos lados de
los Pirineos durante estas centurias; pero quizá no se ha insistido de modo suficiente en esta
idea y, así, lo autóctono e individual se ha potenciado al referirse a este grupo de obras de la
literatura medieval española; incluso entre los estudiosos ese olvido de las estrechas relaciones
existentes entre las diferentes literaturas nacionales ha llevado a ciertos equívocos y malas
interpretaciones. […] El mester de clerecía tiene como rasgos definidores los mismos que
otros grupos de autores de la Europa romance: obras moralizantes (casi en todos los casos de
tipo religioso), empleo del tetrástrofo monorrima alejandrino y poesía de caracter culto6.

E ancora, citando da un altro contributo fondamentale: «El mester de clerecía es la versión


española, inequívoca, de esa dimensión europea. […] E igualmente en los contenidos y en las
actitudes el mester de clerecía se revela como esqueje cortado de jardines transpirenaicos»7. Il
tetrastico monorimico di alessandrini diviene così, in tutta Europa, lo strumento formale di
comunicazione «de un linaje de intelectuales que ahora sienten con creciente intensidad el
deseo o la conveniencia de difundir en vulgar las riquezas de la cultura latina, copiosamente
incrementadas y transmitidas en los últimos decenios»8. Di conseguenza «el estudio del
mester de clerecía con el imprescindibile enfoque panrománico se me antoja tarea
prioritaria». Queste le parole di Francisco Rico nel 1985; non dissimili quelle di García López
nel 2005:

[manca] un recorrido por los procedimientos literarios de la cuarteta monorima a lo largo de la


Romania para precisar con cierta concreción el encaje formal de las obras escritas en Castilla
en el arranque del doscientos. Ese elemental recorrido debería permitirnos precisar, siquera en
un desdibujar sus grandes rasgos, la singularidad de las obras hispánicas respecto de usos
5
Jorge GARCÍA LÓPEZ, «Román y cuartetas monorrimas en el Libro de Alexandre», in Actas del XI
Congreso Internacional de la AHLM (León, 20-24 de septiembre 2005), Armando LÓPEZ CASTRO – María
Luzdivina CUESTA TORRE (eds.), León 2007, pp. 565-570.
6
Ángel GÓMEZ MORENO, «Notas al prólogo del Libro de Alexandre», Revista de literatura, 46, n. 92
(1984), pp. 117-127.
7
Francisco RICO, «La clerecía del mester», Hispanic Review, 53 (1985), pp. 1-23 e 127-150, p. 5.
8
RICO, «La clerecía cit.», p. 4.

4
continentales. Y sobre esos usos continentales ver qué novedades introduce el autor del
Alexandre9.

Gli auspici di questi studiosi sono stati esauditi da Elena González-Blanco García grazie al
suo La cuaderna vía española en su marco panrománico (Madrid 2010)10, ricchissimo
panorama, tematico e bibliografico, su “tutte” le attestazioni di questa forma metrica
nell'intero ambito linguistico romanzo-occidentale:

El tetrástico monorrimo de alejandrinos es una estrofa clave en la poesía narrativa de las


literaturas romances francesa, italiana y española, y destaca principalmente en la primera por
su profusión y riqueza. Su origen hunde las raíces en la poesía mediolatina, donde se gesta.
Adquiere su forma definitiva durante los siglos XII y XIII, fecha en que pasará a las lenguas
romances, que adoptarán su esquema a los propios sistemas métricos de cada literatura. No
podemos hablar, por tanto, de una cuaderna vía de origen español, ni de un mester de
clerecía refiriéndose tan solo a esta estrofa perteneciente a una ubicación geográfica concreta.
El concepto es muchísimo más amplio, pues se trata de una estrofa panrománica, utilizada
como vehículo de expresión de numerosos conceptos y de una importancia vital en la
literatura medieval paneuropea. […] Dentro de este panromanismo al que hemos llegado en
nuestras conclusiones, no podemos poner barreras linguísticas, geográficas, ni métricas,
puesto que lo que en realidad estamos caracterizando non es el alejandrino, ni la cuaderna vía
ni el tetrástico, sino la poesía narrativa medieval panromanica de los siglos XIII y XIV 11.

Quanto alle tematiche:

Hemos optado por ofrecer una división [...] consistente en asociar los poemas por su temática
en pequeños conjuntos, que a su vez formarán parte de tres grupos mayores, que serán: 1)
Obras de tema religioso-moralizante, 2) Obras de tema de actualidad histórica, social y
política, 3) Obras de carácter más lúdico. El grupo de obras de temática religiosa es, sin duda,
el más numeroso. Cuenta con más de un centenar de textos, que han sido los que han dado
fama a la literatura en tetrásticos caracterizándola como moral, didáctica y religiosa. El

9
GARCÍA LÓPEZ, «Román cit.», p. 567.
10
Al quale si devono aggiungere: Elena GONZÁLEZ-BLANCO GARCÍA, «Las raíces del Mester de Clerecía»,
Revista de filología española, 88.1 (2008), pp. 195-207; EAD., «Algunos poemas en cuaderna vía de
contenido histórico. Nuevas miradas hacia la literatura romance», in La literatura en la Historia y la
Historia en la Literatura: in honorem Francisco Flores Arroyuelo, Fernando Carmona Fernández – José
Miguel García Cano, Murcia 2009, pp. 171-196; EAD., «Gautier de Châtillon y la cuaderna vía española y
europea», in Actas del XIII Congreso Internacional de la AHLM (Valladolid, 15-19 septiembre 2009), José
Manuel Fradejas Rueda – Déborah Dietrick Smithbauer – Demetrio Martín Sanz – Ma Jesús Díez Garretas
(eds.), Valladolid 2010, vol. II, pp. 939-951; EAD., «Heterodoxía en la cuaderna vía: nueva revisión del
concepto de las “sílabas contadas” a la luz de los poemas franceses e italianos», eHumanista, 28 (2011), pp.
66-93. L'impostazione panromanica di ricerca è stata applicata dall'autrice anche al testo dei Disticha
Catonis (EAD., «Las traducciones romances de los Distica Catonis», eHumanista, 9 (2007), pp. 20-82).
11
GONZÁLEZ-BLANCO GARCÍA, La cuaderna vía cit., p. 323. Segnalo un dato ulteriore sfuggito
all'attenzione della studiosa. Nel Laborintus di Eberardo Alamanno, ars retorica duecentesca purtroppo non
databile se non attraverso il termine ante quem 1208 (v. oltre), si chiude con una serie di esempi di quartine
a citazione finale, tratto caratteristico del LdA: «In valle miseriae patimur concives / Primae matris vitio
cum calore nives. / Hostis verbo credidit: “Comedas et vives” / “Intollerabilius est quam femina dives / […]
/ In mundo degentium multi sunt errores, / Multiplex afflictio et corrupti mores, / Matrum parentium varii
dolores. / “Nutrices tolerant fortuna urgente labore”».

5
segundo grupo está formado por más de 40 textos, importantísimos por dos razones: suelen
estar datados con claridad o hacer alusión a fechas y acontecimientos históricos conretos, y
nos ofrecen una descripción vívida de personajes y costumbres de época […]. El tercer grupo
no es menos importante por menos numeroso, pues constituye una muestra de poemas que en
principio non “deberían” adscribirse por su temática a nuestro estudio. [...] ¿Por qué su
importancia? Porque son un testimonio único de que la literatura en tetrásticos estaba muy
viva en la época y se utilizó para todo en determinados momentos, si bien posteriormente cada
uno de los géneros se fue especializando y adscribiendo a patrones concretos. [...] Observamos
que los temas bíblicos, religiosos, morales y satíricos se extienden durante todo el periodo de
composición de este tipo de obras, mientras que en el siglo XIII predominan los poemas
marianos y los textos alegóricos, además de pertenecer a esta época casi todos los poemas
políticos, goliardesco y líricos. El siglo XIV será en cambio el siglo de los dits y también el
periodo de la mayor importancia para la composición de relatos hagiográficos (especialmente
en el área francesa), que culminarán, al igual que la vida del tetrástico, a comienzos del siglo
XV12.

Ma, a partire dal pionieristico articolo di Raymond Willis, «Mester de clerecía», è invalso
l’uso, a lungo assai più diffuso rispetto al precedente – quello cioè di roman – , di utilizzare
per il Libro la definizione di speculum principis, definizione che è un po’ alla base dei recenti
orientamenti di studio concentrati sulla contestualizzazione dell’opera. Vorrei però ritornare
un momento alla formulazione utilizzata da Willis: «To be sure, the Libro de Alexandre is
[troppo complesso] to be encompassed by a single formula; specially it should not be
overlooked that this scholar’s book could also be considered in a sense to be a speculum
principis»13. Due osservazioni sono necessarie: in primo luogo si dovrà costantemente tener
presente che lo stesso Willis mette in guardia sulla difficoltà di costringere questa
composizione poetica nei limiti angusti di un’unica formula capace di dar conto delle mille
sfumature che animano i suoi versi; in secondo luogo non si deve dimenticare la presenza di
quell’also: il LdA è anche uno speculum principis, ma è anche molto altro; direi anzi che il il
LdA contiene incastonato al suo interno uno speculum principis – i consigli di Aristotele – ma
difficilmente lo etichetterei in modo univoco come tale nel suo complesso.
Il che non implica che la componente ideologica, rispetto alla figura reale, non sia
soggiacente al LdA; d’altronde è propria questa una delle chiavi del successo della materia
alessandrina nell’Europa del XII e del XIII secolo, per limitarci a un arco cronologico più
direttamente legato alla nostra composizione:

El ciclo del Alexandre medieval [è] un ciclo debido al cual la figura histórica de Alejandro
Magno entró en el imaginario político como arquetipo del Rex mirabilis. Salta a la vista que la
temática literaria alejandrina, entanto que mina inagotable de arquetipos políticos, reunía una
serie de características idóneas para dibujar un perfecto modelo de príncipe14.
12
BLANCO GARCÍA, La cuaderna vía cit., p. 302.
13
WILLIS, «Mester cit.», p. 222.
14
Manuel Alejandro RODRÍGUEZ DE LA PEÑA, «La realeza sapiencial y el ciclo del Alexandre medieval:

6
Ma, come si vedrà oltre, la figura alessandrina, anche nella sua dimensione regale, presenta
assi più sfumature di quanto non possa apparire basandosi solo su affermazioni di questo tipo.
La definizione di speculum principis è ormai invalsa, ma, a parte la definizione stessa
e la classificazione di alcuni passaggi operata da Ian Michael sulla base dei caratteri
fondamentali costitutivi della rappresentazione regia medieval, poco argomentata. Anche in
questo caso si può parlare di genere letterario, con una sua materia e una sua forma: il XIII
sec. castigliano è infatti il secolo del grande sviluppo della prosa che passa, fra le altre cose,
attraverso un'espressione specifica, la cosiddetta literatura de castigos per la quale
disponiamo oggi degli approfonditi studi di Marta Haro Cortés (v. oltre, cap. I.2).

Il faudrait se demander si l’Alexandre n’a pas constitué le représentant castillan de la vague


littéraire qui, du XIIe siècle, met en scène l’idéal du prince: l’Historia Regum Britanniae de
Geoffroy de Monmouth, sa traduction en français, le Roman d’Eneas, le Roman de Troie, le
Roman d’Alexandre, le Roman de Thèbes, toutes œuvres écrites pour la cour, dans lesquelles
l’image du souverain modèle est décrite sous des angles différents et au moyen de
représentations diverses. Il a pu songer à écrire une version castillane des romans de matière
antique. Néanmoins l’Alexandre ne relève pas tout à fait du registre épico-romanesque.
L’œuvre constitue plutôt l’enchevêtrement de différentes traditions. […] D’abord la tradition
didactique orientale. […] Est-ce une coïncidence si les premiers textes péninsulaires de cette
littérature semblent être contemporaines du poète anonyme?15

Quanto il Libro condivide con questi testi, se non a livello formale (siamo in questo caso nel
mondo della prosa e dell’exemplum) almeno a livello di rappresentazione dei valori propri del
principe ideale? Non ci si potrà accontentare di mere definizioni: l’Alessandro del Libro va
seguito passo passo, verso dopo verso, nella sua evoluzione da cavaliere a re, da re a
imperatore, nelle sue azioni e reazioni di fronte agli avversari, negli attributi che di volta in
volta lo accompagnano, nei suoi discorsi ai propri sudditi e nelle risposte di questi ultimi. E
anche in questo caso si tratterà di riportare il LdA nell’alveo europeo:

Sin embargo, creemos que comete un error [Ian Michael nel suo “The Treatement of classical
material”, sulla scia di Willis] en su apreciación de que el concepto de realeza del Alexandre
está desconectado de su época, no siendo el perfil sapiencial que se otorga a Alejandro Magno
para él sino un producto de los particulares intereses escolásticos del autor. Es aquí donde se
echa de menos la perspectiva más amplia de un historiador de las ideas políticas. Perspectiva
que sí tiene José Luis Bermejo quien ve en el Alexandro Magno del Libro de Alexandre el
arquetípo del Rey sabio o entendido que tanto se extenderá en la Europa medieval por

tradición gnómica y arquetipos políticos en el Occidente latino (siglos XII-XIII)», Historia, instituciones,
documentos, 26 (1999), pp. 459-490, p. 459. Si veda anche ID., «Imago Sapientiae: los orígenes del ideal
sapiencial medieval», Medievalismo. Boletín de la Sociedad Española de Estudios Medievales, 7 (1997),
pp. 11-40.
15
ARIZALETA, Translation cit., pp. 223-224.

7
influencia platónica [José Luis BERMEJO, Máximas, principios y símbolos políticos, Madrid
1986] y es que, como veremos, el ideal de realeza sapiencial que introduce el Alexandre non se
puede entender sino a la luz de una corriente ideológica de alcance europeo16.

Cavaliere, re, sapiente: le molteplici sfaccettature dell’Alessandro medievale, e


dell’Alexandre castigliano, si inseguono e intersecano richiamandosi l’un l’altra come anelli
di una catena. L’eroe del roman antique è cavaliere e re; il soggetto/oggetto di uno speculum
principis è re e sabio; il sabio è sapiente, universitario, artista, narratore e forse predicatore.
Sul complesso aggettivo sabio si chiude la catena alessandrina e si fuoriesce al tempo stesso
da un problema di genere per passare nel campo delle interazioni fra l’oggetto letterario e la
storia, più ampia e problematica, della coscienza intellettuale del suo tempo.

16
DE LA PEÑA, «La realeza cit.», p. 464.

8
I.1
Amaia Arizaleta: il chierico al servizio del re

Oggetto, come già ricordato, della sua tesi di dottorato, il LdA costituisce ormai da più
di un decennio uno degli assi preferenziali di ricerca di Amaia Arizaleta. Con il testo citato, la
studiosa ha offerto al tempo stesso una nuova monografia dedicata esclusivamente al LdA e
una nuova lettura del poema, in rotta con le interpretazioni sbilanciate sul versante
universitario – in primis di Isabel Uría Maqua1 (v. cap. II.1) –, ma inserita nella scia di alcuni
1
Un’opposizione che Arizaleta così infine sintetizza: «[Credo] que estamos de acuerdo en que la polémica
acerca se el Alexandre fue o no una obra nacida de la Universidad de Palencia es estéril, al menos si nos
limitamos a designar, mediante tal marbete espacial, el público de la obra, que hubiera sido principalmente
eclesiástico, y que hubiese encontrado en el poema un contraejemplo, la ilustración contundente de la
soberbia y la ceguera del los malos monarcas; queda dicho que no pondré ninguna pega a que se defienda el
que el Alexandre contiene una lección moral; entiéndase con todo que proclamar que el poema gozó de una
difusión primordialmente escolar plantea un problema: el Alexandre pudo circular en los studia
peninsulares, por supuesto, pero su recepción natural hubo que ser cortesana, el receptor “modelo” de este
texto habría sido el monarca, aquél para el cual fue construido el poema. Es decir que a mi juicio
convendría desplazar el ámbito de difusión del poema, del studium a la corte, de un auditorio universitario
hacia un auditorio compuesto por la élite del reino, por el monarca y su familia, por los grandes clérigos y
los grandes señores cercano del poder» (ARIZALETA, «El Libro de Alexandre: el clérigo cit.», p 79).
Palencia poté forse essere il centro di studio dell’autore ma perché escludere Toledo, «cuyos canónigos
formaban parte del personal de la cancillería»? Soria, «estrechamente conectada a Juan de Osma y también
a Rodrigo Jiménez de Rada, cuna de muchos de los notarios de Fernando III, cuyos aldeanos parece haber
conocido bien nuestro poeta»? O addirittura uno Studio francese o italiano (ivi, p. 82). V. anche Amaia
ARIZALETA, «Aetas alexandrina: les figures d'Alexandre le Grand dans les textes hispaniques des XII e et
XIIIe siècles (avec un excursus sur la datation du Libro de Alexandre», in Hommage à Francis Cerdan,
Françoise Cazal, Michel Moner (éds.), Toulouse 2008, pp. 49-65, p. 51; EAD., La translation cit., p. 256.
Nel suo «Las estorias de Alexandre: Rodrigo Jiménez de Rada, historiador de Alejandro Magno»
(in Actas del IX Congreso Internacional de la AHLM, Carmen Parrilla, Mercedes Pampin (eds.), La Coruña
2005, pp. 343-359), l’autrice sembra però concedere qualcosa al legame Alessandro-Palencia, non tanto nel
senso della composizione quanto della conoscenza. Analizzando il comportamento alessandrino nel
Breviarium Historie Catholice, interpretato secondo il suo ultimo editore (RODERICI XIMENII DE RADA –
Juan FERNÁNDEZ VALVERDE (ed.), Breviarium Historie Catholice, Brepols 1992) come libro di testo di
teologia destinato agli studenti di Palencia, la studiosa così scrive (p. 348): «Si Libro y BHC fueron leídos
en las aulas de Palencia, ello significaría que la temática alejandrina hubo de gozar de una acogida
particularmente favorable en este centro de estudios, siendo acaso irrelevante el que Alejandro Magno fuera
puesto en verso o prosa en la misma Palencia o en otro lugar. Si la hipótesis se cumpliera, nos hallaríamos
ante una suerte de simbiosis entre un espacio y un tema. Con todo, por lo que pudiera ser, han de se ñalarse,
además del supuesto fracaso del BHC como libro de texto, las discordancias existentes en la tradición
textual de Alejandro, puesto que Rodrigo y el autor anónimo, amén de poner por escrito distintas
concepciones de la estructura narrativa, no jugaron con las mismas fuentes. […] Importa destacar que [in
entrambe le opere] Alejandro Magno aparece como vector de la monarquía hacia el saber, al figurar en
estos textos información de carácter clerical y también político, que en mil facetas representa el modelo
acabado de un rey sabio y cristiano». Sull'argomento si veda anche Juan A. ESTEVEZ SOLÁ, «Las leyendas
de Alejandro Magno en el Breviarium Historie Catholica del Toledano», in Actas del II Congreso
Hispánico de Latín Medieval (León, 11-14 de Noviembre de 1997), Maurilio PÉREZ GONZÁLEZ (ed.), León
1998, vol. I, pp. 257-283.
In Les clercs au palais. Chancellerie et écriture du pouvoir royal (Castille, 1157-1230) (Amaia
ARIZALETA, Paris 2010, scaricabile in formato elettronico all'indirizzo http://e-spania.revues.org), infine, il
nome di Palencia ritorna, anche se il suo legame con il LdA è una allusione possibile la cui formulazione

9
suggerimenti sparsi, da Willis a Michael, che orientavano o meglio adombravano la possibilità
di orientare l’interpretazione dell’opera nella direzione di uno speculum principis.
Recentemente poi, nel 2006, la monografia realizzata per ottenere l’Habilitation à diriger des
recherches a l’Université de la Sorbonne, pubblicata solo nel 2010 con il titolo Les clercs au
palais. Chancellerie et écriture du pouvoir royale (Castille, 1150-1230) 2, ha posto un altro
punto fermo nella storia scientifica della studiosa – che costituirà probabilmente al tempo
stesso un punto di arrivo e di partenza per ulteriori approfondimenti così come lo era stata la
Translation3 – delineando i contorni di quello che, a suo parere, dovrebbe essere anche il
contesto di scrittura del LdA, vale a dire il mondo della cancelleria castigliana della quale si
segue la storia, attraverso testi e documenti, dal 1157 al 1230. Il risultato di questo lungo
scavo testuale è, nelle parole della stessa autrice, «una lectura contextual y política del
Alexandre»4.
esplicita è lasciata alla volontà o meno del lettore di stabilire legami fra le varie affermazioni (p. 58):
«Palencia offrait un cursus probable à ceux qui voulaient faire carrière; Palencia était de ce fait une
pépinière d’écrivains royaux. Ils pouvaient possiblement y apprendre le droit; sans aucun doute, ils y
faisaient l’acquisition des connaissances du trivium, et peut-être allaient plus loin».
2
V. nota 1. La monografia è stata preceduta da Amaia ARIZALETA, «La alianza de clerecía y monarquía
(Castilla, 1157-1230)», in Actas del IX Congreso Internacional de la AHLM (León, 20-24 de septiembre
2005), Luzdivina Cuesta Torres (ed.), León 2007, pp. 239-248; EAD., «L’écriture de clergie au XIIIe siècle:
un model culturel périphérique ou une exigence du centre?», in Relations entre identités culturelles dans
l’espace ibérique et ibéroaméricain, I. Le centre et la périphérie, Augustin Redondo (éd.), Cahier de l’UFR
d’études Ibériques et Latino-Américains, 10 (1995), pp. 13-19; EAD, «Ecriture de clergie. De la charte à la
littérature (Castille, XIIe-XIIIe siècle)», e-Spania, 2 (Décembre 2006) (http://e-spania.revues.org); EAD, «La
parole circulaire du roi. Textes diplomatiques, historiographiques et poétiques (Castille, 1157-1230)»,
Cahiers d'Etudes Hispaniques Médiévales, 31 (2008), pp. 119-133; EAD, «Le bonheur d'écrire chez les
clercs de la cour de Castille: le prologue en vers du Forum Conche», in Actes de la journée d'étude “Le
plaisir des formes” (22 octobre 2007), Monique Güell (éd.), Toulouse 2009, pp. 23-33.
E seguito da: EAD., «Topografía de la memoria palatina: los discursos cancillerescos sobre la
realeza (Castilla, siglos XII y XIII)», in Memoria e historia: utilización poética en la Corona de Castilla al
final de la Edad Media, Jan Andani Fernández de Larrea Yrojas – José Ramón Díaz de Durana Ortiz de
Urbina (eds.), 2010, pp. 43-58; EAD., «Teoría política en textos literarios, literatura en textos poéticos
(siglos XII y XIII)», in Estudios sobre la Edad Media, el Renaimiento y la temprana modernidad, Jimena
Gamba Corradini – Francisco Bautista Pérez (eds.), 2010, pp. 35-42.
3
Questi i titoli successivi: Amaia ARIZALETA, «Le centre introuvable: la Babylone castillane du Libro de
Alexandre», Licorne, 34 (1995), pp. 145-154; EAD., «La figure d'Alexandre le Grand comme modèle
d'écriture dans la littérature médiévale castillane», in Alexandre le Grand dans les littératures occidentales
et proche-orientale (Actes du colloque de Paris, 27-29 novembre 1997), Laurence Harf-Lancner – Claire
Kappler – François Suard (éds.), Paris 1999, pp. 173-186; EAD., «Alexandre en su Libro», La Corónica,
28.2 (2000), pp. 3-20; EAD., «Del texto de Babel a la biblioteca de Babilonia. Algunas notas acerca del
Libro de Alexandre», in La fermosa cobertura. Lecciones de Literatura Medieval (Actes du colloque, 9-10
mars 1999), Francisco Crosas (ed.), Pamplona 2000, pp. 35-69; EAD., «Comment Alexandre le Grand
gagna l'Espagne», Pallas, 63 (2003), pp. 79-88; EAD., «De la soberbia del rey: dos formas breves en la
construcción historiográfica», in Tipología de las formas narrativas breves (3-5 septembre 2002), Juan
Manuel Cacho Blecua – María Jesús Lacarra (eds.), Zaragoza-Granada 2004, pp. 79-110; EAD., «Las
estorias cit.»; EAD., «Imágenes de la muerte del rey: Libro de Alexandre y Chronica latina regum
Castellae», RILCE, Revista de filología hispánica, 23.2 (2007), pp. 299-317; EAD., «El Libro de Alexandre:
el clérigo cit.»; EAD., «Aetas alexandrina cit.».
4
EAD., «El Libro de Alexandre: el clérigo cit.», p. 74.

10
Per quel che riguarda il primo aspetto è ferma convinzione di Arizaleta che il LdA
formò parte «de una red de textos escritos en un período relativamente breve, en un ambiente
semejante, con un destinatario común, y de que muy pronto fue considerado como modelo de
escritura y de representación ideológica»5. In quest’ottica, il mester de clerecía si
configurerebbe come «una manifestación particular de las prácticas escriturarias propias de la
clerecía o comunidad de clérigos letrados». Questa rete di testi, attraverso i quali Alfonso VIII
e Fernando III «ont édifié un monument à leur propre gloire»6, si sviluppa in un periodo che
va dal 1157 al 1230, cioè dal regno di Sancho III a quello di Fernando III prima che assuma il
doppio titolo di re di Castiglia e León (comprendendo quindi i regni di Alfonso VIII e Enrico
I), ed è costituita da7: i documenti delle collezioni diplomatiche; il Poema de Benevívere
(1176-1214); la Crónica Naiarensis (ca. 1160-1180); il doppio prologo del Forum Conche; il
Libro de Alexandre; il Liber Regum (primo ventennio del XIII sec.); la Chronica Regum
Castellae (1230 e post 1236). Sullo sfondo si evocano: la Chronica Adelfonsi imperatoris (ca.
1147); il Cantar de mio Cid; il Breviarium Historiae Catholicae; il Planeta di Diego García
de Campos (1218); gli Anales Toledanos Primeros; il Chronicon mundi di Lucas de Tuy
(1232-1236) e la Historia de Rebus di Jiménez de Rada (1237/38-1243) 8. «[Essi] sont autant
de formes d’une architecture historique et idéologique, aussi bien que littéraire, qui fut
imaginée à la cour du royaume de Castille, à l’ombre du roi»9.
Attraverso l’esperienza di studio dei Miraculos romançados della fine del XIII sec.10,
l’autrice ha scoperto la via che dalla carta documentaria notarile può condurre alla “carta”

5
Ibidem.
6
ARIZALETA, «Aetas alexandrina cit.», p. 55. Cfr. anche EAD., «La figure cit.», p. 186, dove si afferma che
il discorso letterario è discorso sulla monarchia; e EAD., «Imágenes de la muerte cit.», p. 306: «La memoria
de la monarquía castellana reposa, creo, en el Alexandre, que participó en la carrera contra el olvido
protagonizada por la escritura. Este poema fabricó una imagen escrita de la élite».
7
EAD., Les clercs au palais cit., pp. 18-24.
8
Per tutte le indicazioni bibliografiche relative ai tesi citati rimando a ibidem.
9
Ivi., p. 5.
10
EAD., «Legitimar la falsificación: la autoridad del rey y la autoridad del escribano (en torno a Pero Mar ín
y algunos textos de Silos», Cahiers de linguistique hispanique médiévale, 29 (2006), pp. 453-468; EAD.,
«La memoria del monarca. Alfonso X, testigo de Pero Marín (Miraculos romançados, 4)», in De la lettre à
l'esprit des textes médiévaux espagnols. Hommage à M. García, Carlos HEUSCH (éd.), Paris 2006, pp. 25-
74; EAD., «De monjes y de monarquía: comentarios en torno a Miraculos romançados, 4», in El monacato
en los reinos de León y Castilla (siglos VII-XIII). X Congreso de Estudios Medievales (León, 26-29
septiembre 2005), Ávila 2007, pp. 479-495. Quello preso in esame è un micro-corpus composto da un
racconto agiografico e due privilegi reali relativi al monastero di Santo Domingo de Silos; attraverso lo
scritto Pero Marín costruisce la memoria del monastero, e a questo processo concorrono anche i testi
documentari: «[Si tratta di] un ejemplo, uno más de la alianza entre la monarquía y los señores del escrito,
y por tanto de la eficacia y versatilidad de la escritura como instrumento de legitimación» (EAD.,
«Legitimar cit.», p. 2).

11
letteraria11; cambiando di contesto ha potuto così verificare che «dans les chartes du roi [si
poteva scorgere] la présence de thèmes épiques et romanesques. […] Je trouvais dans les
diplômes de la chancellerie royale des principes concrets d’organisation, de constitution et de
déploiement d’un monde»12 ; e che, all'evenienza, «des textes à fonction administrative
puissent se transformer en textes à fonction esthétique»13.
Quanto al secondo aspetto della sua interpretazione, quello politico, elemento di
coesione di questo corpus apparentemente eterogeneo sarebbe la figura del monarca:

Todos los textos […] se organizan en mayor o menor medida, obsesivamente unos y de modo
tangencial otros, en torno al rey […] espejos ficcionales de un modelo reiterado, el del rey
bien aconsejado, buen guerrero, digno eslabón de un linaje, poderoso entre sus pares, y,
también, monarca cercano a sus clérigos escribientes, individuo consciente del valor y
función de la escritura, impulsor eficaz de lo escrito14.

Una prospettiva questa che non è esclusiva dello spazio castigliano e peninsulare, «lo que
confirmaría la internacionalidad de la cultura promovida desde el trono castellano a fines del
XII y principios del XIII»15.
In questo contesto «el clérigo letrado que lo compuso dio alas al programa de gobierno
de un monarca peninsular – acaso Alfonso VIII de Castilla; con más visión de veracidad,
Fernando III»16. L’autore sarebbe dunque un «clérigo al servicio del rey», un «clérigo de
palacio, acaso miembro de la cancillería»17, un chierico che «a dû vouloir écrire pour le roi,
lui plaire, l’inspirer, gagner son estime»18 in nome di

un servicio natural, y un servicio por alianza, que no se realiza exactamente de inferior a


superior. La alianza en cuestión es de interés por supuesto: el publicitario escribe para su
patrón. Pero el patrón concede al productor de ideas un espacio para la perpetuación del arte y
la fama de éste último. La voz del clérigo otorga realidad al poder del monarca, y el monarca

11
«Ce sont les notaires qui ont fait les langues vernaculaires» (EAD., «Ecriture de clergie. De la charte cit.»,
p. 4): e mi sembra un’affermazione facilmente verificabile in vari ambiti delle letterature volgari.
12
Ivi, p. 3.
13
EAD., Les clercs au palais cit., p. 101
14
EAD., «La alianza cit.», p. 240. E ancora: «Me gustaría pensar que la clerecía especializada creó un
espectáculo duraduro del poder real, espectáculo visible, audibile y legible, vivido en la corte, e inspirado
por el monarca. […] Comparten los textos de mi corpus tal convicción de no ser sino pretextos de la
representación de los hilos que los sustentan. (ivi, p. 241); « […] Ese labor, ese ‘mester’, por la propia
capacidad e intereses de los clérigos de la corte, hizo de la cancillería el laboratorio de una escritura
ficcional, compleja, ciertamente literaria» (ivi, p. 244).
15
Ivi, p. 240.
16
EAD., «El clérigo cit.», p. 74.
17
Ivi, p. 81.
18
EAD., «Aetas alexandrina cit.», p. 55.

12
recompensa al clérigo, económico e intelectualmente, al garantizarle la eficacia de su “mester”
y avalar el espacio de la realización del mismo: el texto 19.

Il LdA si configurerebbe allora «como espejo de príncipes y también como canto a la gloria
del individuo real» diretto a Fernando III20 ma nel ricordo di Alfonso VIII. In tal modo esso si
collocherebbe al centro di una rete complessa di interessi molteplici: quello certamente del
monarca, che fra le sue coplas sentiva risuonare un'eco chiara della sua fede cristiana e della
sua determinazione guerriera; ma anche quello dell'autore e di una particolare categoria di
recettori, rispetto ai quali il Libro era concepito dal primo e ammirato dai secondi come un
mezzo di promozione sociale – atteggiamento questo rivelato dall'insistente discorso sulla
fama.

il apparaitraît que la fiction poétique et encyclopédique fut choisie par le clerc anonyme qui
composa le LdA pour, tout en parlant d’une monarchie antique et universelle, rappeler à ses
auditeurs la figure du grand-père guerrier qui devait se réincarner dans le petit-fils. Cette
œuvre aurait accompagné, selon des modalités qui restent à étudier et définir, l’appropriation
par Ferdinand de la figure du combattant chrétien et du monarque puissant. Le LdA, poème
monarchique, aurait participé à la construction dans la longue durée de l’image d’une royauté
conquérante, pieuse, courtoise, savante21.

È lo stesso spirito che si registra anche parallelamente nella produzione documentaria, dove
«Ces diplômes, chroniques, préfaces à des textes de loi, dont la littérarité est conditionnée,

19
EAD., «La alianza cit.», p. 246.
20
EAD., «El clérigo cit.», p. 75. Quanto alla cronologia del LdA, si registra un’evoluzione nel corso degli
anni nella posizione della studiosa, partita da una datazione d’inizio ‘200 nel 1999 (EAD., La translation
cit., p. 259) e approdata infine alla decade 1220-1230, cioè il periodo di tempo che ha ricevuto i maggiori
consensi. Cfr. anche EAD., «Aetas alexandina cit.», pp. 57-58.
Pur optando sostanzialmente per una lettura pro-castigliana, l’autrice, almeno in un'occasione, non
esclude del tutto una seconda possibilità che, per correttezza d’indagine, va comunque considerata: quella
cioè di un legame con la monarchia leonese, in particolare con Alfonso IX (riconsiderando cosí
l’attribuzione a Juán Lorenzo d’Astorga). Uno degli elementi testuali che potrebbero suggerire
un’associazione del genere sarebbe la descrizione del leone sullo scudo di Alessandro: «En años de
enfrentamientos acusados entre los dos Alfonsos, el castellano y el leonés, un poema en el que el joven
conquistador es descrito con frecuencia como un león victorioso, podría haber desempeñado un papel
político, sugiriendo la supremacía de un reino frente al otro» (EAD., «El clérigo cit.», p. 76). Tuttavia la
comparazione di Alessandro con l'elemento leonino mi sembra un motivo così comune di questa materia da
non poter alimentare dubbi circa interpretazioni di questo tipo.
21
EAD., «Aetas alexandrina cit.», p. 55.

13
sont des textes de propagande»22. Letteratura e documentazione, quanto alla loro origine,
puntano entrambe verso un luogo preciso, e questo è:

La chancellerie [...] où des clercs se réunissaient au palais, pour écrire. Ces clercs disposaient
de la technique scripturale, se trouvaient au bon endroit au bon moment, servaient leur roi par
leur savoir. […] Mon hypothèse […] est que la chancellerie castillane fut un ouvroir de
littérature au tournant des XIIe et XIIIe siècles, bien avant Alphonse X le Sage. Les textes de la
chancellerie se situent en amont d’une bonne partie de la production cléricale qui vit le jour en
Castille dès le début du XIIIe siècle, et ils sont à mon avis à l’origine d’autres textes, plus
nettement reconnaissables comme appartenant au «littéraire»23.

A questa immagine luminosa della ''felicità di scrivere'' dei clercs vorrei però affiancare quella
più chiaroscurata proposta da Martin Aurell per la corte plantageneta:24

De leur coté, ces intellectuels métamorphosés en administrateurs éprouvent un malaise


profond. Dans leurs écrits, ils affirment l'indépendance de la culture et de la création littéraire,
et rejettent leur instrumentalisation par le pouvoir à des fins partisanes, à laquelle ils se prêtent
pourtant dans les faits. Tout se passe pour eux comme si la connaissance théorique et l'activité
pratique étaient incompatibles. Le constat d'Alexandre Neckam en dit long: «Le philosophe
qui a étudié les apories de l'arithmétique, souvent tard dans la nuit, est à présent attaché aux
calculs de l'Echiquier». Le trivium et le quadrivium, dont ces savants prônent la gratuité et
l'autonomie, mènent désormais, tout droit, au service royal. [...] Seul le carrièrisme préside à
leur choix. C'est pourquoi Giraud dénonce nettement la fracture entre la curia et la schola, qui
oppose le corps, la mort et l'enfer de la première, à l'esprit, l'éternité et le bonheur de la
seconde, «la cour, source de soucis, et l'école, source de délices»; il n'affirme pas pour rien
que la vie n'offre pas de plaisir plus enivrant que lire et écrire des ouvrages (De principis, p.
LVII; Expugnatio, Préface II). Pierre de Blois se situe sur le même registre, tandis qu'il
reproche, dans l'une de ses lettres, à maître Raoul de Beauvais d'avoir abandonné
l'enseignement pour la cour, dont il fait dériver l'étymologe de cruor, «le sang qui coule, le
22
Molto soddisfacente e ben adatta al contesto la definizione di propaganda fornita da Martin Aurell nella
sua bella monografia dedicata ai Plantageneti, nella quale vengono affrontate anche tematiche di tipo
culturale assai prossime al quadro castigliano che si sta delineando (AURELL, L'empire cit., p. 96): «[questo
termine di propaganda vuole suggerire] l'émission d'un message politique à partir d'un centre, c'est-à-dire
la cour royale, et sa réception par une périphérie, où l'aristocratie détient un pouvoir de décision sur lequel
le souverain cherche à exercer son influence. Il reconnait l'existence d'une opinion publique, en l'occurrence
seigneuriale, qu'il faut convaincre du bien-fondé de l'action du prince et de ses officiers. Ce mot présuppose
aussi une conscience aigue du rôle de la communication par les gouvernants, qui encouragent à bon escient
la vulgarisation d'idées qui leur sont favorables en finançant des professionels de la réflexion, de l'écriture
et de la performance orale»
23
ARIZALETA, «Le bonheur cit.», p. 25.
24
Martin AURELL, L'empire des Plantagenêt (1154-1224), Paris 2003, pp. 73-76. Su questi chierici
plantageneti si vedano anche E. TÜRK, Nugae curialium. Le règne d'Henri II Plantagenêt et l'éthique
politique, Genève 1977; Stefano Maria CINGOLANI, «Filologia e miti storiografici: Enrico II, la corte
plantageneta e la letteratura», Studi Medievali, n.s., 32.2 (1991), pp. 815-832; Emmanuèle BAUMGARTNER,
«Figures du destinateur: Salomon, Arthus, le rois d'Angleterre», in Anglo-Norman Anniversary Essays, Ian
Short (ed.), London 1993, pp. 1-10; Jeanne-Marie BOIVIN, «Les paradoxes des clerici regis: l'exemple, à la
cour d'Henri II Plantagenet, de Giraud de Barri», Sénéfiance, 37 (1995), Le clerc au Moyen Age, pp. 45-62;
Laurence HARF-LANCNER, «Les malheurs des intellectuels à la cour: les clercs curiaux d'Henri II
Plantagenêt», in Courtly Literature and Clerical Culture, Christoph Huber, Henrike Lähnemann (eds.),
Tübingen 2002, pp. 3-18.

14
meurtre» (Epistulae, n. 6). [...] A la fin de ses jours, Pierre qui a décidé de se retirer du monde
remet en cause son existence toute entière; seuls, dit-il, l'amour-propre, l'ambition aveugle et
le désir de faire fortune l'ont poussé à entrer au service d'Henri II, cause de tous ses malheurs
(Epistulae, n. 77). [...] Gautier Map pousse plus loin le raisonnement. Pour lui, la cour n'est
pas seulement un lieu de perdition, mais de souffrance. […] «Quel supplice y a-t-il en enfer
qui ne soit pas amplifié à la cour?» (De nugis, I, 2). Le pire d'entre eux et assurément
l'impossibilité de toute création littéraire ou de toute réflexion profonde et soutenue, dans ce
milieu que les Muses ont complètement déserté.

Tornando ad Amaia Arizaleta e alla sua ''elegia'' della cancelleria, la studiosa prosegue così:
«La chancellerie ressemblait à la schola: elle était fréquentée par les magistri. Hugo, Juan,
Gerardo, Mica, tous prirent soin de consigner leur qualité de maîtres»25. E a ulteriore riprova
vengono ricordate le sottoscrizioni ad es. dell’ottobre 1165, «Remondus scripsit iussu magistri
Hugonis, cancellarii regis», o dell’aprile 1185, «Magister Mica, regis notarius, Gutierro
Roderici existente cancellario, scripsit». Ma si faccia attenzione perché un'affermazione di
questo tipo potrebbe essere fuorviante: il titolo magister si applica in epoca medievale ai più
svariati personaggi che nulla hanno a che fare con il mondo della schola, dal medico al
falegname; e nel caso particolare magister è il titolo che qualsiasi notaio si sarebbe auto-
attribuito nella sua sottoscrizione26.
Di questa corte e di questa cancelleria, inoltre, dobbiamo ricordare anche
qualcos’altro, un qualcos’altro che si rivela fondamentale per la corretta valutazione della tela
di fondo su cui sarebbe proiettato il LdA:

Nous ne savons pas vraiment ce qu’était la cour des souverains castillans au Moyen Age
central, alors que les cours des royaumes d’Angleterre, de Navarre ou d’Aragon, au cours de la
même période nous sont relativement bien connues. […] Nous ignorons quelles étaient les
structures de la société de cour en Castille au tournant des XII e et XIIIe siècle. […] Il est
pratiquement impossible de déterminer de quel palais concret nous parlons. […] Là où se
trouvait le roi, se trouvait le palais. […] La figure du clerc lettré nous est familière, mais elle
reste toujours dans une sorte de brouillard, qui s’épaissit lorsqu’on évoque les clercs de cour.
Vrais fantômes, ils nous sont peu connus, au moins dans la période qui m’occupe.

Vale a dire, la corte castigliana di questa prima metà del XIII sec. resta fondamentalmente,
non solo nei particolari ma anche in alcuni dati essenziali, un fantasma al pari di quello
rappresentato (v. oltre) dallo studium di Palencia; un fantasma ben diverso dalle immagini in

25
ARIZALETA, Les clercs au palais cit., p. 59.
26
Nei suoi studi dedicati alla formazione culturale del clero cattedralizio nella Castiglia fra X e XIII sec. (v.
oltre) Susana GUIJARRO GONZÁLEZ registra un totale di 333 riferimenti a magistri fra il 1011 e il 1290, ma
di questi solo 37 sono definiti magistri scolarum («Masters and Schools in the Castilian Cathedrals during
the Spanish Middle Ages, 1000-1300», Medieval History, 4 (1994), pp. 238-241, p. 226). Altre definizioni
potevano essere quelle di capiscol, maestrescuela, capiscola.

15
carne e ossa, ricche di forme e colori, della più tarda corte alfonsina e della precedente corte
plantageneta.

Due sarebbero le importanti questioni di natura politica intessute nella trama del
poema: il problema della legittimità di un sovrano – problematica assai sentita nella Castiglia
dell’epoca27 – e il tema del monarca superbo; alle quali, nell’ottica di una lettura in chiave
regale del testo, si dovrebbe aggiungere il discorso sulla conquista/Reconquista.
Per quel che riguarda il primo punto, la costruzione a partire da fonti differenti della
prima sezione del poema, cioè quella che si estende fino alla cerimonia di auto-investitura 28,
sarebbe segnata dalla volontà di rimarcare che Alessandro è figlio di Filippo e ha pertanto
diritto al trono; l’obbiettivo dell’autore emergerebbe in modo così lampante che «poco
importa pues, quizás, el que la sombra de Nectanabo 29 no desaparezca del todo del poema.
[…] Los inicios del texto están marcados por la sanción autorizada del monarca, qui designa a
su heredero, y por la adhesión de los vasallos, que legitiman igualmente al nuevo rey»30; «la
succession est légitime: la parole du roi importe plus que le sang»31.
È un punto questo rispetto al quale dissento radicalmente dalla studiosa: ciò che
colpisce, se si vuole entrare appunto in un’ottica politica, è l’assoluta gratuità ai fini
dell’intreccio, e della presunta costruzione ideologica, dell’inserzione di un particolare tanto

27
Sul tema nella storiografia duecentesca, con particolare riferimento all'opera di Juan de Osma, si vedano i
contributi di Ana RODRÍGUEZ LÓPEZ, «Sucesión regia y legitimidad política en Castilla en los siglos XII y
XIII. Algunas consideraciones sobre el relato de las crónicas latinas castellano-leonesas», in Isabel Alfonso
Antón (ed.), Lucha política. Condena y legitimación en la España medieval, Lyon 2004, pp. 21-41; EAD.,
«History and Topography for the Legitimisation of Royalty in Three Castilian Chronicles», Maiestas, 12
(2004), pp. 61-81; EAD., «Légitimation et discours sur la croisade en Castille aux XII e et XIIIe siècles»,
Journal des savants, janvier-juin 2004, pp. 129-163; EAD., «Modelos de legitimidad política en la
Chronica Regum Castellae de Juan de Osma», e-Spania, 2 (Dicembre 2006) (http://e-spania.revues.org), in
part. p. 13: «Para poder reinar, la transmisión del reino de padre a hijo […] debe contar necesariamente con
una condición de legitimidad expresa […]. La legitimidad canónica de los matrimonios aparece como una
obsesión para el cronista». Cfr. anche Francisco Bautista, «Escritura cronística e ideología histórica: la
Chronica latina Regum Castellae», e-Spania, 2 (Dicembre 2006).
28
Sulle radici storiche di questo elemento narrativo v. oltre
29
Sul personaggio di Nettanabo si veda Catherine GAULLIER-BOUGASSAS, «Les mystifications de
l’enchanteur Necatanabus et les ‘origines’ des Romans d’Alexandre du Pseudo-Callisthène et de Thomas de
Kent», in Deception. Mystification, tromperies, illusions de l’Antiquité au XVII e siècle, 3 voll., Montpellier
2000, t. 2, pp. 339-366; EAD., «Nectanabus et la singularité d’Alexandre dans les Romans d’Alexandre
français», in Alexandre le Grand dans les littératures occidentales et proche-orientales. Actes du Colloque
(Paris, 27-29 novembre 1999), Laurence Harf-Lancner, Claire Kappler, François Suard (éd.s), Nanterre
1999, pp. 303-319.
30
ARIZALETA, «El clérigo cit.», p. 85. Cfr. anche EAD., «Aetas alexandrina cit.», p. 62; EaD, La translation
cit., pp. 234-237.
31
EaD., La translation cit., p. 234.

16
inquietante per un re32. Piuttosto, rispetto alle letture che vedono un’immagine “totalmente”
positiva di Alessandro nella prima parte del poema, a cui farà da contrappunto la parabola
discendente della seconda, proporrei di considerare quest’elemento volontariamente aggiunto
dal poeta castigliano rispetto alla sua fonte latina come il tentativo (riuscito) di gettare
un’ombra sul suo eroe fin dal principio, di creare una sorta di peccato originale del
protagonista. Un duplice peccato, potremmo dire passivo e attivo: il peccato “subito” di essere
figlio illegittimo – peccato particolarmente grave per qualcuno destinato a diventare re –, e
quello “attivo” di aver ucciso il proprio padre. Perché la carica di ambiguità posseduta dalle
coplas castigliane non ha nulla a che fare con le citazioni accompagnate da smentite degli altri
testi:

(Alberic, 27-32) Dicunt alquant estrobatour


que.l reys fud filz d’encantatour.
Mentent, fellon losengetour.
Mal en credreyz nec un de lour,
qu’anz fud de ling d’enperatour
et filz al rey macedonor.

(Alex, I, 364-68) De lui fu Alixandres mescreüs et blasmés;


por ce que de sa mere et de lui fu privés,
dïent qu’il iert ses fieus et lui engenrés.
Un jor le prist as mains, d’un tertre lu iert montés
sel bouta contre val que sempres fu tués.

(LdA, 19-20) Por su sotil engeño, que tant’apoderava


a maestre Nectanabo33 dizién que semejava
e que su fijo era grant roido andava.
Si lo era o non, tod’el pueblo pecava.

El infant'el roído no'l pudo encobrir;


pesó'l de coraçón, non lo pudo sofrir:
despeñól' d’una torre, ond’ovo a morir.
«Fijo – dixo su padre –, Dios te dexe vevir».

Sappiamo che Dio – e sottolineo Dio pensando alla volontaria alterazione da parte
dell’anonimo delle modalità di intervento di Natura (v. cap. II.5) – non lo lascerà vivere. Così
32
L'ombra dell'illegitimità non rappresenta un ostacolo neanche per Marta Haro Cortés, che in un'e-mail del
7 ottobre 2010 mi scriveva al proposito: «Como bien sabe la figura de Alejandro se convirtió en un ejemplo
a lo largo de la Edad Media. Por lo que se refiere a los espejos de príncipes, debe pensar que en estas obras
tienen el mismo valor ejemplar y de enseñanza tanto el comportamiento perfecto (y por tanto que debe
imitarse), como la conducta improcedente (que debe rechazarse) Es decir, la ejemplaridad puede ser igual
de efectivo, tornando en sentido positivo, lo que hay que emular, como en negativo, lo que no hay que
hacer. Así pues, los vicios o las malas acciones, o la no legítimidad pueden tener una función sapiencial
como contrapunto negativo».
33
Conservo, rispetto al più conservativo García López, le letture di Casas Rigall.

17
come le ultime parole del padre “ufficiale”, Filippo, suonano come un tragico annuncio, e
contrario, di quel che sarà:

(LdA, 192-93) Gualardón d’est' serviçio el Criador vos lo rienda;


fijo, El vos reçiba en su encomienda,
El vos sea pagado e guíe vuestra fazienda;
de manos de traidores, fijo, El vos defienda.

Fijo, yo vos bendigo, ¡sí faga el Criador!,


El vos dé sobre Dario vitoria e honor,
El vos faga del mundo seyer emperador,
en tanto me despido, vom’ a la cort' mayor.

Augurio già formulato all’inizio della carriera di cavaliere di Alessandro:

(LdA, 163) «Aún sobre tod’esto ál vos quiero dezir:


solo que quinze años me dexe Dios vevir,
faré que tod’el mundo me aya a servir».
«Fijo – dixo su padre –, déxeldo Dios complir».

La soluzione testuale castigliana, tramite un verso ''fulmineo'', allude e asserisce al tempo


stesso, ma in ogni caso, a differenza di Alexandre de Paris e di Albéric de Pisançon cero non
nega. Si può semmai trovare una forma di parallelo nel Roman de Toute Chevalerie di
Thomas de Kent:

(Chevalerie, 499-503) Ceo dit Nectanabus el fossé ou gisoit:


«Jeo savoye trop bien que mon fiz m’oceroit».
«Qui est donc vostre fiz?» Alisandre enqueroit.
Donc li conte l’ordre coment tuit avenoit,
la semblance e l’engin cum engendré l’avoit.

Commentano Catherine Gaullier-Bougassas e Laurence Harf-Lancner nell’introduzione


all’edizione di questo testo:

[Thomas] est aussi le premier à relater dans un romanz les amours de Nectanabus et
d’Olympias et donc la conception illégitime d’Alexandre. Il s’agit là d’une «révolution» par
rapport aux textes continentaux. […] La bâtardise est alors considérée comme une souillure
irrémédiable qui rend le héros indigne de l’exercice du pouvoir royal. [Questo atteggiamento]
est peut-être aussi à relier avec la moindre importance du discours politique dans l’Alexandre
anglo-normand. Thomas de Kent ne construit pas explicitement son œuvre comme un miroir
de prince, il ne cherche pas à modeler le portrait de son héros sur les idéaux politiques de son
époque34.
Catherine GAULLIER-BOUGASSAS – Laurence HARF-LANCNER, «Introduction», in Chevalerie, pp. XVII-
34

XVIII.

18
L'osservazione è tanto più pertinente per il nostro caso perché, passando dal testo al contesto,
il clima politico dal quale è emerso il LdA è un clima che, come hanno ben delineato
recentemente gli studi di Ana Rodríguez35, era tormentato dal problema della definizione della
legittimità. La Castiglia del XIII sec. è assillata da un dilemma: «Qué tiene mas fuerza
legitimadora, la elección directa por el rey de quién debe ser su sucesor o la aceptación previa y
vinculante por parte de las fuerzas del reino de uno de los candidatos?»36.
In questo contesto, nelle cronache latine del XIII sec., «todas las transferencias de
poder en los reinos son crisis de gran envergadura»37. In questo contesto, nella Chronica
Latina Regum Castellae, «lo que es legítimo se convierte en el argumento clave»: legittimità
dei matrimoni, legittimità dei discendenti, legittimità delle cause che scatenano una guerra 38.
In questo contesto, afferma Georges Martin con particolare riferimento alle cronache del XIII
sec., soprattuto quelle di Lucas de Tuy e Rodrigo Jiménez de Rada:

[Nonostante l'esistenza di vari principi legittimatori] la tendencia fundamental fue sin


embargo la de una valoración implicita cada vez mayor del linaje como principio de la
legitimidad del príncipe, la cual se deja observar claramente en la historiografía hispana a
partir de principios del siglo X, formulándose más conscientemente en el XII y extendiéndose
a finales de dicho siglo a la legitimidad de los reinos y a su respectiva dignidad. Un indicio
externo de la afirmación del linaje como criterio de la legitimidad del príncipe es el desarrollo
de las genealogías regias o condales en toda la península ibérica a lo largo de los siglos X al
XII. [Altro indizio è] la expansión de los datos genealógicos y de las indicaciones linajística en
el relato cronístico. [Con particolare riferimento all'opera del Tudense e di Jiménez de Rada]
es irreversible, en la evaluación de las concepciones expresadas en la historiografía regia
hispana medieval la afirmación del principio linajístico a expensas del principio electivo
[corsivo mio]39.

35
V. bibliografia a nota 27.
36
RODRÍGUEZ LÓPEZ, «Sucesión regia cit.», p. 33
37
Ivi, p. 34.
38
E il cap. III di Doce sabios, opera composta intorno al 1237 per volontà di Fernando III, recita: «Que el
rey o regidor del reino debe ser de sangre real. Primeramente dijeron estos sabios que fuese de la sangre
real, per cuanto no sería cosa cumplidera ni razonable que el menor rigiese al mayor, ni el siervo al señor. Y
más razón es que el grado dependa de la persona que la persona del grado. Y cualquiera que ha de regir
reino, requiere a su señoría que sea de mayor linaje y de m ás estado que los que han de ser por él regidos,
porque a cada uno no sea grave de recibir pena o galard ón por el bien o mal que hiciere; y non hayan a
menguar los súbditos a su regimiento de ser regidos y castigados por él, nin de ir so su bandera cuando
cumpliere».
39
Georges MARTIN, «Linaje y legitimidad en la historiografía regia hispana de los siglos IX al XII», e-
Spania, giugno 2011 (http://e-spania.revue.org); cfr. anche, oltre ai già citati lavori di RODRÍGUEZ LÓPEZ,
ID., Les juges de Castille. Metalités et discours historiques dans l'Espagne médiévale, Paris 1991; Peter
LINHEAN, History and the Historians of Medieval Spain, Oxford 1993; Francisco BAUTISTA (ed.), El relato
historiográfico: textos y tradiciones en la España medieval, London 2006.

19
Ricordo anche che il cap. III del Libro de los doce sabios, opera composta intorno al 1237 per
volontà di Fernando III, significativamente recita così:

Que el rey o regidor del reino debe ser de sangre real. Primeramente dijeron estos sabios que
fuese de la sangre real, per cuanto no sería cosa cumplidera ni razonable que el menor rigiese
al mayor, ni el siervo al señor. Y más razón es que el grado dependa de la persona que la
persona del grado. Y cualquiera que ha de regir reino, requiere a su señoría que sea de mayor
linaje y de más estado que los que han de ser por él regidos, porque a cada uno no sea grave de
recibir pena o galardón por el bien o mal que hiciere; y non hayan a menguar los súbditos a su
regimiento de ser regidos y castigados por él, nin de ir so su bandera cuando cumpliere.

Per questo motivo, ripeto, non concordo con l’interpretazione di Amaia Arizaleta la quale
conclude:

L’auteur de l’Alexandre respecte ce qui est écrit. Dans ses sources il a trouvé une information
que, selon la logique du récit, et sa propre conception de la cohérence narrative, il ne peut pas
refuser. Il tire le matériel sur l’adultère d’Olympias, mais il ne saurait rejeter tous les éléments
de cette rumeur. C’est pourquoi l’introduction de quelques renseignements sur la paternité de
Nectanabus est intrinsèquement nécessaire á l’œuvre. Toutefois, c’est la signification
orthodoxe qui semble prévaloir et c’est le poète qui trouve les termes pour dire ce que ses
modèles ne disaient pas. La scène de la passation est fondatrice; c’est l’auteur anonyme qui l’a
conçue40.

E se si trattasse al contrario di una forma di deligittimazione? In fondo, in questa scena,


Filippo è un grande ingannato.
Quanto al secondo elemento, il LdA si configurerebbe come «alegato teórico y
práctico contra la soberbia de los gobernantes», un testo che propugna una dottrina politica
fondata sul principio che «el poder del rey está supeditado al poder divino»41. Più
specificatamente questa soberbia si legherebbe a un «sueño del imperio» che, alla ricerca di
una contestualizzazione storica, ben potrebbe sposarsi con alcune aspirazioni della politica di
Fernando III. In questo senso:

El motivo del imperio y del deseo de imperar pudo encontrar una representación óptima en el
poema, donde brilla el afán y la voluntad de conquista, mediante el ejemplo de un Alejandro
victorioso, y donde se ilustran los peligros de la codicia mediante el contraejemplo de un
Alejandro atenazado por la pasión de dominar, por la soberbia 42.

40
ARIZALETA, Les clercs au palais cit., p. 234.
41
ARIZALETA, «El clérigo cit.», p. 92. Le immagini e le espressioni legate alla superbia regia sono frequenti
anche nell’opera di Juan de Osma.
42
Ivi, p. 93.

20
Ma, come cercherò di dimostrare alla fine di questo panorama, la soberbia alessandrina è una
soberbia luciferina – tanto è vero che le figurae, in senso tipologico, del nostro personaggio
sono Lucifero, Adamo, i costruttori della torre di Babele e Ulisse – e non già una superbia da
conquistatore; una superbia cioè che ha ben poco a che fare con quella di cui potrebbe cadere
vittima un sovrano. Inoltre è a mio avviso tutta da rivedere la seguente affermazione, legata
allo studio della leggenda della “judía de Toledo” di Alfonso VIII:

Alphonse apparaît, dans les chroniques des XIIIe et XIVe siècle, comme un roi superbe, avatar
hispanique d’Alexandre l’orgueilleux. Les textes historiographiques du XIII e siècle témoignent
d’un revirement narratif: alors que dans le premier tiers du siècle, les chroniques chantent les
louanges d’Alphonse VIII le conquérant, à la fin du XIII e siècle ce même monarque incarne la
superbe royale. On gagnerait à comparer cette évolution avec celle qui concerne l’image de
Alexandre le Grand, à la même période, dans le même espace culturel: au début du siècle,
l’image du roi grec, alors caractérisée par sa puissance guerrière et par ses victoires, envahit
les textes; en revanche, à la fin du XIII e siècle, Alexandre fonctionne essentiellement comme
une figure de savoir, symbolisant l’excès de curiosité, agissant comme un contre exemplum
d’arrogance profane43.

Mi sembra però che le ultime parole rappresentino parallelamente la cifra descrittiva perfetta
dell’immagine di Alessandro trasmessa dal Libro, vale a dire da un'opera che, comunque la si
voglia datare, si colloca entro la prima metà del XIII secolo.
Aggiungo che, nella Penisola Iberica, nel contesto strettamente politico, l’immagine di
Alessandro sembra avere una tendenza ad agire tanto da “figura” negativa quanto positiva:
così almeno propone Victoriano Nodar Fernández con la sua lettura del programma
iconografico della cappella del Salvador nella cattedrale di Santiago (realizzata fra il 1075 e il
1080)44, dove sono rappresentati tanto Alfonso VI quanto il vescovo Diego Peláez, fra i quali
non correva buon sangue tanto da arrivare alla deposizione del prelato. Il capitello in cui è
raffigurato Alfonso è affiancato da un altro capitello dominato da un personaggio che tiene per
43
EAD., «Aetas alexandrina cit.», p. 64. Sull’arroganza di Alfonso VIII e la sua leggenda negativa – cioè
l'attribuzione della sconfitta di Alarcos a un suo peccato d'orgoglio – testimoniata per la prima volta
dall'opera di Juan de Osma (prima parte, 1226) e successivamente dal Chronicon mundi di Lucas de Tuy, da
una nota all’Estoria de España, dalla Crónica general de 1344 e dai Miraculos romançados, si veda EAD.,
«Una historia al margen: Alfonso VIII de Castilla y la judía de Toledo », Cahiers d’Etudes Médiévales
Hispaniques, 28 (2005), pp. 37-68; EAD., «De la soberbia cit.». Leggenda analoga si sviluppò intorno a
Alfonso X: cfr. Leonardo FUNES, «La blasfemía del rey Sabio: itinerario narrativo de una leyenda (I)»,
Incipit, 13 (1993), pp. 51-70 e (II), Incipit, 14 (1994), pp. 69-101.
44
Victoriano NODAR FERNÁNDEZ, «Alejandro, Alfonso VI y Diego Peláez: una nueva lectura del programa
iconográfico de la Capilla del Salvador de la Catedral de Santiago», Compostellanum, 45.3-4 (2000), pp.
617-648; ID., Los inicios de la catedral románica de Santiago: el ambicioso programa iconográfico de
Diego Peláez, Santiago de Compostela 2004; ID., «Obispo, Rey y monasterio, una nueva lectura del
programa de la cabecera de la catedral de Santiago de Compostela», in Il Medioevo: la Chiesa e il Palazzo.
Atti del Convegno Internazionale di Studi di Parma (20-24 settembre 2005), Arturo Quintavalle (ed.),
Milano 2007, pp. 484-490.

21
il collo due uccelli, scena identificata dall’autore con quella del volo di Alessandro trasportato
dai grifoni. Considerando i rapporti fra i due personaggi:

No extraña que en esta capilla se haya utilizado la figura de Alejandro como ‘exemplum’ para
Alfonso VI. Este como Alejandro es la personificación de la gloria terrestre y de la soberbia.
Pero Diego Peláez, como comitente de la obra, no podía presentar al rey así directamente, y
entonces, lo hace de una manera indirecta. El rey aparece, de hecho, en una imagen muy
digna, siendo protegido por los ángeles. Pero a la misma altura, en el machón contiguo aparece
la representación de Alejandro con las aves en el momento de su ascensión 45.

L'ambiente di Santiago si rivela assai interessante perché, secondo l'interpretazione dello


studioso, in esso fa la sua comparsa – sempre su un capitello – anche un altro elemento che
richiama il mondo letterario e storico/apocrifo alessandrino: vale a dire la rappresentazione di
due sirene bicaudate accompagnate dalla figura di tre uomini, iconografia dietro la quale si
potrebbe intravvedere il corrispondente passaggio della Epistola Alexandri Magni ad
Aristotelem: «De confirmarse la relación, nos encontraríamos ante una primicia en la
representación de este pasaje de la historia de Alejandro, que rara vez es tratado por las artes
figurativas antes de la eclosión de los Romans ilustrados en los siglos XIII y XIV»46. In
particolare si farebbe riferimento all'episodio in cui i soldati di Alessandro catturano due delle
donne dai lunghi capelli che vivono in acqua. In linea con la tendenza da speculum principis
del progetto iconografico, già illustrato per il capitello precedente, «el paisaje [...] hay que
entenderlo como la muestra del peligro que suponen para el hombre los placeres y posesiones
mundanas»47.
L’ultimo punto di questa lettura politica e contestuale del LdA è rappresentato
dall’analisi del discurso de conquista che attraverserebbe l’intera composizione. Innanzitutto
l'Alessandro politico sembrerebbe reggere le fila di una politica internazionale – evocata nelle
quartine 1786-1788, 1796-1798, 2519-2522 alle quali si deve aggiungere l’“itinerario” di
2582bc-2584 (v. oltre) – che parrebbe essere modellata su quella, possibile, del regno
castigliano-leonese: «El clérigo anónimo […] presentó una geografía política de la
cristiandad: la realidad coetánea transmutaba el exotismo de la antigua, y lo convertía en
cotidianidad de las relacciones de la corte castellano-leonesa con los reinos vecinos»48. La
45
ID., «Alejandro cit.», p. 623.
46
ID., «La sirena: la metamórfosis de un tema en la catedral románica de Santiago de Compostela», Codex
Aquilarensis, 21 (2005), pp. 30-47, in part. p. 38; I D., «Sus cabellos brillaban como plumas de pavo real:
los guerreros de Alejandro y las sirenas en un capitel de la Catedral de Santiago», Troianalexandrina, 5
(2005), pp. 29-61.
47
ID., «La sirena cit.», p. 38.
48
ARIZALETA, «El clérigo cit.», p. 94.

22
ripetuta evocazione di questi regni «no puede ser comprendida como mero toque de color;
sino que, a mi entender, estamos […] ante una construcción política. […] La lejana y antigua
Asia aparecía así revestida de los atributos de la Europa contemporánea».49.
In questa ottica di conquista, l’episodio babilonese, costruito secondo la studiosa sul
modello cronachistico della presa di Cuenca da parte di Alfonso VIII (v. Appendice I), si
convertirebbe essenzialmente in episodio “politico”: «la elaboración de un mensaje de
propaganda basado en el espejo de los hechos de un monarca modélico, Alfonso VIII. […]
Babilonia es el objeto del deseo del conquistador desde el inicio de la obra, Babilonia cierra el
poema: el poeta concluye en efecto su relato anunciando el fin de la “estoria del buen rey de
Greçia, señor de Babilonia” (2269cd)»50 . Ma – è necessario tenerlo presente – il tema, con
accenti ossessivi, della conquista babilonese non è un'innovazione castigliana: esso è infatti
già ben attestato nella tradizione francese. Inoltre, quella di Babilonia, è la conquista di un
gioiello meraviglioso e non liberazione né lotta contro il nemico. È soprattutto per questo
secondo motivo che reputo poco convincente il parallelo instaurato con la presa di Cuenca,
questa sì liberata da una novella cattività babilonese. Il concetto espresso dal poema
castigliano è invece del tutto analogo a quello dei versi francesi:

(Alex, III, 6237-39) Ja ne m'en irai mie, ne je ne mi dansel,


devant que j'aie prise la fort tor de Babel
que firent li gaiant de chaus et de quarrel.

Infine il poema, secondo la studiosa, attraverso una «mística de la realeza conquistadora»,


proporrebbe un’immagine di conquista che abbraccia il globo intero, espressa dai vesi: «Si
toviesses la mano diestra en Orïente, / la siniestra en cabo de todo Oçidente» (1919ab). È
un’immagine questa che non solo troverebbe eco nei testi della clerecía iberica
contemporanea, primo fra tutti, di nuovo, il Fuero de Cuenca,51 ma avrebbe anche un parallelo
nelle immagini letterarie in voga fra i chierici della corte inglese, in particolare di Enrico II
Plantageneto, suocero di Alfonso VIII52: «que Enrique II y Alfonso VIII hayan sido
49
Ivi, p. 96. Analoga contestualizzazione di elementi internazionali nella storia castigliana si riscontra in
Juan de Osma, come rilevato da Inés FERNÁNDEZ ORDOÑEZ, «La composición por etapas de la Chronica
latina regum Castellae (1223-1237) de Juan de Soria», e-Spania, 2 (Dicembre 2006) (http://e-
spania.revues.org).
50
ARIZALETA, «El clérigo cit.», p. 98.
51
«Aldefonsus […] cuius inmense celsitudinis et consone vero fame preconium a solis ortus cardine ad
usque terre limitem longe lateque dispersum insonuit». Stessa immagine anche in Jiménez de Rada,
Historia de rebus: «Replevit terram timore suo fama regis conclusit mare et nomen eius compescuit
transeuntes».
52
Giraud de Barri, nella sua Topographia Hibernica (1188), così parla di Enrico II: «Vos victoires défient
les bornes de la terre; vous, notre Alexandre de l’Occident, avez étendu votre bras depuis les Pyrénées

23
representados, en el mismo período de fines del XII, mediante figuras casi idénticas en las
cuales desempeña un papel central Alejandro Magno no puede deberse tan solo al azar»53.
Forse però, proprio la diffusione di queste espressioni e la loro dimensione topica
nell'ambito dell'immaginario politico rendono più deboli gli eventuali legami di parentela.
D'altronde essa è già presente nel dettato latino della fonte:

(G, VIII, 375-80) […] Cupido si corpus haberes


par animo – dixit – mentique inmensa petenti,
vel si quanta cupis, tantum tibi corporis esset,
non tibi sufficeret capiendo maximus orbis,
sed tua mundanas mensura excederet horas:
Ortum dextra manus, Occasum leva teneret.54.

Lo stesso ricorso alla figura di Alessandro Magno, così come a quella di Giulio Cesare, o i più
letterari paragoni con Rolando, rientrano talmente nell'ambito del topico da non poter
costituire una prova certa a sostegno dell'esistenza di particolari relazioni. Si pensi anche al
fatto che il mondo plantageneta, all'epoca di Enrico II – nonostante l'iscrizione di un verso
dell'Alexandreis sulla tomba del grande sovrano colto – in realtà elesse a proprio avatar
storico-letterario Artù e il suo complesso mondo di bretoni e fate, costantemente evocato nei
propri messaggi propagandistici55. In conclusione:

el Alexandre dio sustancia literaria a la figura del soberano y […] contribuyó a intensificar el
poder del monarca […] El “mester” de nuestro clérigo lo hace partícipe de una porción, aun
mínima, de poder. Y fue en esa intersección entre la ficción historiográfica y la ficción poética,
en ocasiones imperceptible, donde el clérigo anónimo ejerció el servicio del monarca 56.

Quanto al suo destinatario:

jusqu’aux confins occidentaux de l’Océan Septentrional». Le citazioni in questa e nella nota precedente
sono tratte da ARIZALETA, Les clercs au palais cit., pp. 225-226.
53
EAD., «El clérigo cit.», p. 100; EAD., «Aetas alexandrina cit.», pp. 58-60; EAD., La translation cit., p.
261; EAD., «Ecriture de clergie: de la charte cit.», p. 6.
54
Aggiungo che uno dei capitoli del Libro de los buenos proverbios, metà circa del XIII sec., si intitola:
«Estos son los ensennamientos de Alixandre, fijo de Philipo el mazedone, e al qual dizien le sennor de los
dos cabos, porque rregno de la parte de Oriente fasta la parte de Occidente».
55
Sul tema si veda l'approfondita analisi di AURELL (L'empire cit., p. 158): «Sous Henri II, et encore plus à
partir du règne de Richard Coeur de Lion, ce rôle est dévolu à Arthus. […] La récupération de ce
personnage dans le champ idéologique des Plantagenêt devient un enjeu politique de premier ordre».
56
ARIZALETA, «El clérigo cit.», p. 103.

24
Para Fernando III57 hubo de ser destinado el discurso sobre la legitimidad del monarca, sobre
la necesidad de la conquista, sobre la moral de gobernar. El Alexandre es, además de una
enciclopedia ética y un resplandeciente relato de aventuras, una apología de la monarquía
guerrera devota y fiel […] Fernando III, aparecería pues, ante los clérigos de su corte, como un
Alejandro redivivo58.

E per quel che concerne le modalità di diffusione:

Les textes du roi étaient voués à une diffusion vocale, devant un public de cour, ou
occasionnellement présent à la cour. Une telle lecture était forcément publique puisqu’elle
devait valider le contenu de l’acte et sanctionner le caractère perpétuel de la décision du
monarque59.

L’immagine che ne deriva è quella di una «monarquía de conquista, de cristiandad y de


sabiduría»60, che ha il suo corrispettivo in quella del re eroico alimentata dai diplomi della
cancelleria fra il 1180 e il 121461. L’Alessandro del Libro, tenendo conto della sua
castiglianizzazione, si presenterebbe allora, fra le altre cose, non già come simbolo di un
conquistatore generico bensì di un re della Reconquista ispanica62. In questo senso l'esordio
del poema, presentando il Macedone come re vincitore di re, risponderebbe all'esigenza di
«susciter l’adhésion monarchique et [...] inciter au combat, même si les informations reliés à
l’érudition de l’auteur, et de son public lettré, sont perpétuellement inscrites dans ce discours
liminaire»63 ; «peut-être un monarque en guerre contre l’ennemi musulman pouvait-il en
extraire des leçons utiles pour son gouvernement»64 ; «cet Alexandre ibérique alliait culture et
politique, et fut accueilli en grande pompe par les lettrés d’un royaume, celui de Castille, en
quête de héros capables de signifier la victoire sur l’ennemi musulman»65.

57
Cfr. anche EAD., La translation cit., p. 183 e EAD., «Ecriture de clergie: de la charte cit.», p. 3: «Le point
d’inflexion de l’activité des clercs de la chancellerie castillane se situait pendant les vingt dernières années
du XIIe siècle et les quinze premières du XIII e, et […] les pratiques discursives changèrent vers 1220, c’est-
à-dire au temps de la montée sur le trône de Castille du roi Ferdinand III en 1217. […] Et c’est là que le
LdA trouve sa place».
58
EAD., «El clérigo cit.», p. 106.
59
EAD., Les clercs au palais cit., p. 78.
60
EAD., «Del texto de Babel cit.», p. 64.
61
EAD., «Ecriture de clergie: de la charte cit.», p. 4.
62
Si vedano le note successive e EAD., La translation cit., p. 229: «L’Alejandro castillan apparaît comme le
roi qui est perpétuellement en quête de la frontière la plus éloignée, qui cherche à installer son pouvoir sur
des contrées hostiles, comme les rois péninsulaires cherchaient à déplacer les bornes de la domination arabe
sur la terre des chrétiens».
63
EAD., «Aetas alexandrina cit.», p. 54.
64
EAD., «La figure cit.», p. 178.
65
EAD., «Comme Alexandre cit.», p. 81; EAD., La translation cit., pp. 257-259. Cfr. anche, su questo tema,
Erica JANIN, «Estructura arbórea y función de las descripciones del mundo en el Libro de Alexandre»,
Incipit, XX-XXI (2000-2001), pp. 65-80, in part. pp. 78-79; e Gateano LALOMIA, «I consigli di Aristotele
ad Alessandro nel Libro de Alexandre», Troianalexandrina, 2 (2002), pp. 42-71.

25
Sicuramente una delle formule di rappresentazione regali più in voga nelle cronache
latine è quella del re della Reconquista, alimentata in particolare da Fernando III il quale
riesce, su suolo iberico, a far coincidere il discorso di riconquista con quello di crociata,
piegando il messaggio universalistico pontificio a una dimensione territoriale. La capacità di
controllare il territorio e organizzare le frontiere diviene in questo contesto elemento
fondamentale di legittimazione reale66.
I ritratti proposto dal Chronicon mundi di Lucas de Tuy e dalla Historia de rebus di
Jiménez de Rada prevedono che i re «must show obedience to God, defend the Catholic faith,
keep the kingdom in peace, exercise justice and fight the ennemies»67. Per fare un esempio, gli
attributi di Alfonso VI secondo Jiménez de Rada sono: «zelare fidem, dilatare regnum,
exterminare inimicos, concludere adversarios, multiplicare ecclesias, restaurare sancta,
restituire dissipata»68. Si tratta cioè dell'immagine del rex christianissimus:

Su ámbito de aplicación es sobre todo el de las actividades guerreras contra el infiel.


Consecuentemente, es en textos cronísticos donde tal imagen aparece más claramente
dibujada. Asimismo, son dos los monarcas castellanos a los que se suele aplicar con
predilección, precisamente dos monarcas de gran actividad guerrera frente a los musulmanes:
Alfonso VIII y Fernando III. […] La idea clave de toda imagen que pretenda presentar a un
rex christianissimus [è] la disposición del monarca de soportar los mayores sufrimientos con
tal de alcanzar las dos finalidades señaladas: enaltecer la cristiandad y mejor servir a la
divinidad69.

Mi chiedo però come si potrebbe conciliare questa immagine gloriosa e “integralista” di rex
christianissimus con quella di un sovrano pagano che sconfigge i suoi avversari – avversari
non meno grandi di lui – ma poi li vendica o li perdona, andando a mio avviso al di là
dell'espediente retorico consistente nell'esaltazione dei nemici al fine di rimarcare la
grandezza, ancor più degna di lode, di chi è riuscito a sconfiggerli?
Nonostante questa lettura, allo stesso tempo Amaia Arizaleta – non riuscendo lei stessa
però a sciogliere la contraddizione – avanza in un'occasione l'ipotesi che l’itinerario di
conquista di Alessandro, dal Marocco all’Andalusia, seguendo cioè il medesimo schema
applicato nel De Rebus Hispaniae in occasione della disfatta di Alarcos, avrebbe potuto

66
Ana RODRÍGUEZ LÓPEZ, «La legitimación cit.», p. 160; cfr. anche EAD., La consolidación territorial de
la monarquía feudal castellana. Expansión y fronteras durante el reinado de Fernando III, Madrid 1994.
67
EAD., «History cit.», p. 72.
68
Ivi, p. 73. Si veda anche EAD., «De Rebus Hispaniae frente a la Crónica latina de los Reyes de Castilla.
Virtudes regias y reciprocidad política en Castilla y León en la primera mitad del siglo XIII», Cahiers de
Linguistique et de Civilisation Hispanique Médiévales, 26 (2003), pp. 133-149.
69
José Manuel NIETO SORIA, «Imágenes religiosas del rey y del poder real en la Castilla del siglo XIII», in
España medieval, 9 (1986), pp. 709-730, in part. pp. 717-718.

26
suggerire nell’immaginario dei lettori del XIII sec. un’associazione del re greco con gli Arabi
che avevano attraversato lo stretto di Gibilterra:

Alexandre doit apparaître ainsi très rapidement aux yeux des lecteurs et des auditeurs du
poème comme la définition même du conquérant, puisqu’il revêtait naturellement les habits de
l’envahisseur le plus reconnaissable en Castille, en plus de ceux qu’il portait par sa dimension
mythologique ou symbolique. Alexandre fut par conséquent, par l’auteur anonyme, le vecteur
entre le monde arabe et le monde chrétien, même s’il est placé à un niveau supérieur ou
englobant: ne reçoit-il pas les tributs du Maroc et de l’Espagne […] comme témoignage de
vassalité?70

Ma: «Il est certain aussi qu’un problème se pose: comment résoudre l’antithèse antre
l’Alexandre modèle de monarchie chrétienne et l’Alexandre figure de l’envahisseur
musulman? La question est difficile et je n’ai pas de réponse concluant à proposer».71 Di
fronte a tante contraddizioni risulta allora assai più convincente la seconda proposta di lettura
di questo viaggio offerta dalla studiosa, vale a dire il percorso di conquista alessandrino come
avatar del viaggio di Ercole. La continuità fra le imprese dei due personaggi, quasi si trattasse
di un testimone passato dalle mani dell'uno a quelle dell'altro pur nella distanza temporale, è
ben sintetizzata dai versi del Roman de Troie72:

(Troie, 806-10) Cil qui sostint maint pesant fés


e mainte grant merveille fist
e maint felon jaiant ocist
e les bones iluec ficha
ou Alisandres les trova.

A una lettura in termini di Reconquista si oppone anche Martin Aurell:

Les conquêtes qu’Alexandre poursuit ambitieusement pour sa gloire ne sont pas


idéologiquement utiles à la lutte contre les Almohades. Elles n’ont pas de place dans la
propagande en vue de la croisade péninsulaire. […] La vocation d’Alexandre ne saurait donc
être de combattre les ennemis de la chrétienté avec la bénédiction du clergé [si pensi anche
alla dimensione tutta laica della cerimonia di investitura]. Décidément, le personnage ne peut
guère etre récupéré par la monarchie guerrière castillane aux prises avec l’Islam. Il ne saurait
être l’archétype du roi chrétien de la Reconquista. Alexandre incarne, en revanche,
parfaitement le «chevalier lettré»73.

70
ARIZALETA, «Comme Alexandre cit.», p. 84.
71
Ibidem.
72
Si veda anche, sull'argomento, François DE POLIGNAC, «Alexandre, maître des seuils et des passages: de
la légende antique au mythe arabe», in Alexandre le Grand dans les littératures cit., pp. 215-225, in part.
pp. 220-222; Réné BASSET, «Hercule et Mahomet», Journal des savants, 1903, pp. 391-402.
73
Martin AURELL, «Le Libro de Alexandre dans son contexte: clergé, royautée et chevalerie lettrée au XII e
siècle», Troianalexandrina, 8 (2008), pp. 59-71.

27
E anche Peter Bly e Alan Deyermond avevano fatto notare, di fronte alla tentazione di
connotare la spedizione in Asia come una sorta di Crociata, il fatto che:

The poem can hardly be an appeal to Spaniards fight in the Holy Hand, since the similar
appeal made by Gautier at the end of his fifth book is suppressed […] The Alexandre,
however, seems to show emotional involvement in the events rather than an explicit
commitment to them74.

Cito ancora Martin Aurell per proporre la sua definizione finale del contesto di scrittura del
LdA in quanto, anche se a una prima lettura superficiale si potrebbe avere l’impressione che
ricalchi più o meno quella di Amaia Arizaleta, essa presenta in realtà alcune sfumature dal
momento che sposta l’attenzione dal re alla corte, offrendo l’immagine sì di chierici al
servizio del re per quel che riguarda l’aspetto prettamente burocratico ma al tempo stesso
assai più indipendenti intellettualmente, e soprattutto coprotagonisti della scena “letteraria”
insieme ai miles litterati75:

Autour de 1200, la Renaissance culturelle, vieille de plus d’un siècle, et le retour aux
classiques latins ont bouleversé les mentalités aristocratiques. La royauté, plus forte que
jamais, développe la bureaucratie pour mieux gouverner. Elle a besoin d’intellectuels, formés á
l’écriture et au droit, pour faire tourner les rouages d’une administration embryonnaire. Auprès
de lui, ces clercs, éduqués dans les écoles urbaines, incarnent le savoir et participent
indirectement au pouvoir de coercition du roi et des nobles de son entourage. Ils diffusent
leurs connaissances autour d’eux, facilitant la formation de laïcs lettrés, maîtrisant le latin,
l’écriture et les classiques. Ces milites litterati écoutent avec passion les exploits des héros
antiques, que les clercs leur servent dans leurs romans dont la matière est de Rome. En
littérature, le personnage d’Alexandre le Grand représente la parfaite symbiose de la
chevalerie et de la clergie, vers laquelle ils tendent de toutes leurs forces. […] Il assume […]
l’archétype du roi savant ou du parfait courtisan, que rêvent alors de devenir les premiers
bâtisseurs d’un Etat de type moderne.

74
Peter A. BLY, Alan DEYERMOND, «The Use of figura in the Libro de Alexandre», Journal of Medieval
and Renaissance Studies, 2 (1972), pp. 151-181, p. 157 in n.
75
L’unione fra sapere libresco e attività militare costituisce infatti la chiave interpretativa del testo utilizzata
da Aurell, il quale conclude: «A la fin du XIIe siècle, le miles litteratus n’est pas seulement le modèle idéale
de quelques intellectuels cléricaux. C’est bel et bien un type social réel» (AURELL, «Le Libro de Alexandre
cit.», p. 69). Esso è anche il filo conduttore di buona parte della monografia dedicata ai Plantageneti:
«L'image que les Plantagenêt ont voulu léguer à la postérité est polymorphe. Elle n'en semble pas moins se
construire autour de deux thèmes: la connaissance et la guerre. […] Pour ces auteurs, le prince apparaît
aussi instruit et sage qu'il est habile et courageux au combat. Il opère en sa personne la parfaite synthèse du
clerc et du chevalier. En définitive, il devient miles litteratus, d'après le modèle prestigieux adopté déjà par
tant de ses courtisans laïcs» (ID., L'empire cit., p. 106).

28
Appendice I

Analizziamo ora più diffusamente i due principali punti di contatto, secondo Amaia
Arizaleta, fra il nostro testo e la documentazione regia; punti di contatto che
giustificherebbero l'immagine di un autore, chierico di corte, con accesso alla ''memoria
storica documentaria'' della corte.

Gli echi documentari

1) La toma de armas eco delle vicende di Alfonso VIII76


La prima eco documentaria percepibile fra le quartine del LdA riguarda la sequenza
narrativa dell’auto-investitura di Alessandro che, a un primo sguardo, potrebbe ricalcare il
racconto dei diplomi della cancelleria castigliana promulgati in occasione dell’investitura di
Alfonso VIII (11 novembre 1169). Vari i punti di contatto fra i due testi: la descrizione dello
spazio, i gesti, le orazioni del cavaliere; uno quello discordante: l’età. Ma a mettere in guardia
verso questa prima identificazione interviene però la polemica storica sorta intorno alla
questione se, nel caso di Alfonso VIII, si sia trattato effettivamente di un'auto-investitura.

Por mi parte, estimo que el auditorio que asistió a la lectura pública del Alexandre debió de
reconocer en este fragmento una representación muy exacta de la investidura caballeresca del
rey Alfonso. Si fue así, teniendo en cuenta que ni las crónicas palatinas ni los anales dieron
cuenta de las circustancias de dicha ceremonia […] habría que sopesar que el autor del
Alexandre hubiera tenido acceso a dicha información mediante la consulta de los diplomas de
la cancillería, los únicos en evocarla 77.

La descrizione alessandrina potrebbe allora, in verità, rispecchiare anche la cerimonia di


Fernando III, sulla cui auto-investitura tutti invece concordano78; un ulteriore elemento di
conformità con la vicenda fernandina sarebbe anche la reazione favorevole, nel LdA, della
corte e del popolo che corrisponderebbe alla realtà dell’acclamazione popolare; terzo
elemento comune, infine, potrebbe essere l’arenga del nuovo re Alessandro in partenza per la
conquista dell’Asia eventualmente identificabile con il discorso di Fernando III alla corte di

76
ARIZALETA, La translation cit., pp. 245-250; EAD., «El clérigo cit.», p. 98; EAD., «Aetas alexandrina
cit.», p. 58; EAD., Les clercs au palais cit., pp. 72-75.
77
EAD., «El clérigo cit.», p. 98; EAD., «Aetas alexandrina cit.», p. 58.
78
Juan de Osma, Chronica latina regum Castellae: «Gladium militare in signum milicie, auctoritate
propria, de altare accipit»; Rodrigo Jiménez de Rada, Historia de rebus: «Ipse rex suscepto gladio ab altare
manu propria se accinxit cingulo militari» (cito dai contributi di Amaia Arizaleta). Il particolare era
presente anche nei diplomi della cancelleria.

29
Muñó (particolare questoriportato nella Chronica latina regum Castellae), atto di
dichiarazione di guerra immediata ai musulmani.

2) Babilonia eco di Cuenca79


Snodo cruciale della storia alessandrina castigliana, sia perché costituisce «representa
el punto de inflexión a partir del cual el héroe se hace encarnación definitiva de la desmesura
que causará su muerte»80, sia perché funziona da figura di Alessandro81, sia perché la sua
descrizione rappresenta la confluenza di motivi sparsi per il testo che in questo luogo
manifestano il loro senso autentico82 – anche se, personalmente, più che a Babilonia direi che i
motivi sparsi del Libro si raccolgono, caricandosi al tempo stesso di significato, nel
microcosmo rappresentato dalla tenda (v. cap. I.6) – la descrizione della città di Babilonia,
costruita a grandi tratti su quella del Roman d’Alexandre versione B, celerebbe una relazione
genetica con il prologo latino in prosa del Fuero de Cuenca (1189-1190)83. L’immagine qui
delineata di Cuenca ripresa agli Almoravidi nel 1108, novella liberazione dalla servitus
Babilonis, e ribattezzata Alphonsopolis nel 1177, si convertì in immagine topica di conquista
trasformandosi in modello di scrittura, tanto da ispirare anche Rodrigo Jiménez de Rada per la
sua narrazione del medesimo episodio nella Historia de Rebus Hispaniae. Nella versione
alessandrina, il macedone non solo è rappresentato come un legislatore, immagine ricavata
dall’Alexandreis, ma come «un sosie des rois péninsulaires des XII e et XIIIe siècles: le
monarque du LdA donne des fueros et authentifie les chartes […] par la chirographie ("cartas
por a.b.c."), tout comme n’importe que rois chrétien de la reconquête». Quella Riconquista

79
ARIZALETA, «Le centre cit.»; EAD., «Del texto cit.»; EAD., «El clérigo cit.», pp. 97-99; EAD., «Aetas
alexandrina cit.», pp. 60-61; EAD., «Le bonheur cit.», pp. 23-33; EAD., Les clercs au palais cit., pp. 173-
180, e 226-229.
80
EAD., «Del texto cit.», p. 36: «La disposición del fragmento es tal que Babel aparece como el meollo de
Babilonia y que ésta, a su vez, constituye la columna central del LdA».
81
BLY-DEYERMOND, «The Use cit.».
82
ARIZALETA, «Le centre cit.», p. 146.
83
Per il testo del prologo si veda EAD., Les clercs cit., Annexes. Ne trascrivo solo la parte centrale, ma mi
sembra evidente che lo spirito di queste righe sia assai distante da quello del poema: «Rex itaque tam
nominate auctoritatis, quem a mari usque ad mare regs xristiani nominis hostes, utpote totiens uires eius
experti, et ab eo contusi, solo nomine contemiscunt, cui etiam xristiani principes tamquam superiori
deseruiunt, a quo arma milicie, et colafum probitatis memoriale, videlicet dompnus conradus generosa
proles romani imperatoris, et dompnus aldefonsus rex legionensium, suscepisse se gaudent, et manum eius
deosculasse, postquam obsidione facta post multos laborum cruciatus multis angustijs, abintus afflictus
hostibus, decursis mensibus nouem, conchensem urbem intrauit, eam ceteris preferens, utpote concham
alphonsipolim elegit et preelegit in habitacionem sibi, et ciues eius populum peculiarem sibi adsciuit, ut
quam de seruitute babilonis, et iugo pharahonis armis potencie regalis eripuerat, eliminata idolatrie
spurcicia, liberam et precipuam inter alias in prosperum stabiliret».

30
che, si è già detto, appare più volte fra le righe di Amaia Arizaleta. Ma, personalmente, non
andrei oltre l'attribuzione al dettaglio del valore di anacronismo e medievalizzazione.
L’anonimo elaborerebbe così «un mensaje de propaganda basado en el espejo de los
hechos de un monarca modélico, Alfonso VIII»84; Babilonia è «cabeça del regnado» così
come Cuenca si converte in Alphonsopolis, «l’élue d’Alphonse VIII»85; Babilonia è «pretexto
hiperbólico de escritura»86 per l’anonimo così come lo era stata Cuenca alla fine del XII sec. e
successivamente nella Historia de Rebus; gli abitanti di Babilonia accolgono festanti
Alessandro riconoscendo che la sua venuta è sotto il segno divino, amando il re perché questo
ama il popolo ed esprimendo così la medesima idea che domina il prologo del Fuero. «Ello
vendría a significar que la fuente de información sobre esta materia serían los textos de
cancillería. […] Es éste otro dato más para esbozar la hipótesis de que el clérigo autor del
Alexandre hubiera estado relacionado con tal oficina de palacio»87.

84
EAD., «El clérigo cit.», p. 98.
85
EAD., «Le centre cit.», p. 149.
86
EAD., «El clérigo cit.», p. 98.
87
Ivi, pp. 98-99.

31
I.3
L’eroe del mondo antico

I. Il romanzo: genere perduto della letteratura castigliana


The Lost Genre of Medieval Spanish Literature: così si intitola un denso articolo del
1971 di Alan Deyermond1 ancora attualissimo se si considerano le impostazioni delle storie
della letteratura e la persistenza terminologica delle due etichette tanto discusse di mester de
clerecía e cuaderna vía.
Non credo che, nel caso castigliano, un dato tecnico, l’utilizzo cioè del tetrastico
monorima, possa giustificare da solo, relegando in secondo piano le differenze, l’inclusione in
un medesimo contenitore letterario di un ventaglio di testi che va dal pio Gonzalo de Berceo
al dissacrante Juan Ruiz, passando per l’esotismo di Alessandro, il bizantinismo di Apollonio
e i moralismi del Libro de la miseria de l’omne.
Al di là delle discussioni sull’esistenza o meno di un mester de clerecía, quello che
salta agli occhi nel momento in cui si guarda alla letteratura iberica con un occhio rivolto al
contesto europeo è l’insufficienza di questa definizione per una comparazione fra oggetti
letterari analoghi, la sua inadeguatezza per un discorso teorico incentrato su questioni di
genere. La cuaderna vía è un elemento puramente tecnico: non credo che esso possa
soddisfacentemente descrivere i testi così eterogenei nei quali è utilizzato. O meglio, ciò che
colpisce nel caso castigliano è l'uso “improprio” di questo elemento tecnico rispetto alla
norma panromanica che, grazie a una certa omogeneità tematica, permette di parlare di genere
con maggior agio tanto nell'area francese-occitana quanto in quella italiana. Se prendiamo in
considerazione il genere letterario che verrà citato costantemente fra le pagine di questo
lavoro, vale a dire il roman, mi sembra che la sua individuazione come genere, nonostante
l'importanza ineludibile dell'elemento formale rappresentato dall'uso dell'ottosillabo,
contempli una serie di parametri identificativi che vanno al di là della componente metrica e
coinvolgono invece il campo delle strutture narrative, tanto che continuiamo a parlare di
romanzo anche nella successiva fase della prosificazione.

1
Alan DEYERMOND, «The Lost Genre of Medieval Spanish Literature», in Actas del IV Congreso
Internacional de Hispanistas (Salamanca, agosto de 1971), Eugenio de Bustos Tovar (ed.), Salamanca
1982, pp. 791-813.

51
Non è per caso che ho evocato il genere del “romanzo”. Per quel che riguarda la storia
della letteratura iberica: «The existence of an important genre is overlooked. That genre is the
romance: not the romance, or ballad, but the dominant form of medieval fiction»2.
Il problema è in primo luogo linguistico (e non a caso il contributo di Deyermond è
stato redatto in lingua inglese: «The present article could not, of course, have been written in
Spanish, because of this lack of the necessary word») dal momento che non solo il termine
romançe – citato ad es. nel Libro de Apolonio che, per un «sheer chance» è anche un
“romanzo” nel senso di genere letterario – aveva, nel contesto medievale, semplicemente il
significato di poema in lingua volgare (e questa ambiguità è presente anche in ambito
francese), ma in più, in epoca moderna, per quel che riguarda la letteratura iberica, si è
prodotto un definitivo cortocircuiti per l'applicazione dell'etichetta romance alla particolare
composizione poetica breve “popolare”. In un contributo del 2005, Jorge García López si
vede non a caso costretto a ricorrere al termine francese roman per evitare fraintendimenti:
Roman y cuartetas monorimas. Come si può guardare allora alla cuaderna vía una volta
intrapresa questa strada?

This major genre is virtually unrecognized in Spanish literary history. The best works are
often discussed at some lenght, but nearly always in isolation: sub-groups within the genre –
chivalresque romances, sentimental romances – are studied, but then wider connections are
usually overlooked. [...] Above all, there is an almost universal reluctance to accept the
existence of the genre and to study its characteristics 3.

La quartina monorima castigliana, così come l’ottosilabo, è la forma poetica prescelta dal
genere “romanzo” nella sua fase iniziale duecentesca; così come avverrà per il romanzo
francese anche quello castigliano conoscerà il fenomeno della prosificazione: «The medium,
however, makes no difference to the nature of the work: the thirteenth-century Libro de
Apolonio, in cuaderna vía, and the fifteenth-century prose Historia de Apolonio are versions
of the same story within the same genre»4. La cuaderna vía è dunque la forma, non l'essenza5.
2
Ivi, p. 791.
3
Ivi, p. 798.
4
Ivi, p. 797.
5
Non solo, ma l'utilizzo per la materia alessandrina della quartina monorima, illustra convincentemente
Jorge García López, rappresenta un'eccezione alla norma di impiego di questo tipo di verso: «la cuarteta
monorima aparece muy ligada a un tipo de literatura eclesial, de contenido y finalidad didáctica y
catecumenal. […] Sus estrofas se dedican a temas hagiográficos o se adentran por la doctrina en romance.
[...] Se trata de una literatura de combate catecumenal en pro de la Iglesia y la doctrina, y ajena por elección
propia al mundo de los romancistes del siglo XII y de la materia clásica, ámbito por excelencia del roman».
Si giunge così al paradosso per cui: «La obra maestra del género en la España del siglo XIII, la obra
fundacional en la Península, la que los restantes autores admiran, leen y, en ocasiones, copian literalmente,
resulta que se mueve en ámbitos literarios casi por completo ajenos a los que rige la cuarteta monorima en

52
L'impedimento linguistico tuttavia giustifica fino a un certo punto la mancata
elaborazione teorica: dopotutto, afferma Deyermond, benché «French [...] lacks a specific
term for romance, yet French scholars have been able to recognize and study the genre»6. Il
termine roman francese ha anch'esso una dose di ambiguità, designando al tempo stesso una
lingua e un genere; ma si tratta di un'ambiguità più facilmente gestibile rispetto alla
problematica ispanica in cui il termine che comunemente designa un genere proprio di tutte le
letterature europee si associa qui indissolubilmente a un genere radicalmente diverso. Quella
francese è duplicità di significato ben illustrata da Catherine Croizy-Naquet analizzando il
prologo del Roman de Troie ai vv. 37-39 («La voudrai si en romanz metre / que cil qui
n'entendent la letre / se puissent deduire el romanz»):

Le terme roman [...] signifie le passage de metre l'estoire en roman, faisant du roman la
langue de l'histoire et de la vérité. Si roman, par le biais du verbe translater, implique une
opération de traduction, il présuppose encore, dans l'expression metre en roman, une mise en
forme romanesque. [...] Avec le prologue, Benoît expose la validité du roman, langue et
genre7.

La difficoltà da superare è più profonda e di natura ideologica: si tratta di oltrepassare quella

idea of fundamental and enduring Spanish characteristics, most eloquently and cogently
expressed in Menéndez Pidal's essay «Carácteres primordiales de la literatura española» [in
“Historia general de las literaturas hispánicas”, Guillermo Díaz-Playa (ed.), Barcelona
1949]. What is more, the uniquely Spanish has been equated with the realistic and the popular,
and this qualities have been seen as the most desirable in a work of art. [...] Much remains to
be done, and one of the largest remaining areas of rugled is the romance. It is understandable
that a genre which emphasizes Spain's European heritage and which lacks local realism,
should have suffered in this way, but its neglect has led to serious consequences 8. [...] Since
that genre is also one of the dominant ones of medieval Europe, this neglect has concealed an
important area in which Spain is part of the European tradition, and has contributed to the
mistaken belief that Spanish literature can be viewed in isolation from the European roots. At
this point, the results of neglecting the romances merge into the cause of the neglect: certain
assumptions about the nature of Spanish literature make it hard to recognize the existence of
the romance as a genre, and the distorted picture arising from that lack of recognition
reinforces the original assumptions9.

el resto de la Romania». Paradosso più o meno eclatante a seconda che, nel proprio orizzonte intellettuale,
si pensi alla cuaderna vía come genus o come medium. In questa prospettiva, il rapporto spesso invocato tra
il LdA e Berceo è in realtà quello tra «dos mundos ajenos entre sí, que desarrrollan posibilidades estéticas y
literarias diferenciadas y divergentes sobre el amplio fresco cultural de finales del siglo XIII» (Jorge
GARCÍA LÓPEZ, «Una cuestión de género. La Biblia en Gonzalo de Berceo y en el Libro de Alexandre»,
Via Spiritus, 13 (2006), pp. 7-17).
6
DEYERMOND, «The Lost Genre cit.», p. 802.
7
Catherine CROIZY-NAQUET, «Prologues et épilogues dans quelques textes historiques du XIII e siècles»,
Bien Dire et Bien Aprandre, 19 (1999 ), pp. 77-90, p. 82.
8
DEYERMOND, «The Lost Genre cit.», p. 803.
9
Ivi, p. 804.

53
Volendo stilare un elenco dei tratti romanzeschi delle prime opere francesi, si citeranno,
seguendo Aimé Petit10:
− l'umanizzazione dell'eroe epico (nel Roman de Thèbes Tideo, nel Roman de Troie
Ettore e poi Troilo);
− il carattere cortese dei combattimenti e il comportamento generoso dei combattenti,
l'associazione di prodezza e amore e la presenza di un pubblico femminile;
− il peso dei personaggi femminili (con l'eccezione del Roman d'Alexandre in cui è
presente solo la figura della donna che combatte, l'Amazzone);
− gli episodi amorosi (con l'eccezione anche in questo caso del Roman d'Alexandre), con
la loro casistica di: amore/sofferenza, amore colpevole, amore fatale e tragico, amore
infelice, amore funesto, amore cortese;
− la creazione di un universo di finzione ed evasione attraverso l'utilizzo
dell'anacronismo.
In conclusione: «C'est en fonction de la présence des éléments amoureux et du rapport
qu'ils entretiennent avec les éléments guerriers que nous pourrons déterminer, pour chaque
oeuvre concernée, l'existence et l'importance d'une démarche romanesque sur le plan de la
structure»11.
Quale infine, in quest'ottica, il giudizio di Deyermond sul LdA? Il medesimo condiviso
da Amaia Arizaleta e Jorge García López: «The LdA could be regarded as a literary epic, but
it is closer in nature to a romance; here again, one of the major sources falls into each
category»12.

II. Il ''roman antique'' francese


I due poderosi contributi di Aimé Petit rispettivamente del 1985 (Naissance du roman.
Les techniques littéraires dans les romans antiques du XII e siècle, Lille), e del 2002
(L’anachronisme dans les romans antiques du XIIIe siècle: le ''Roman de Thèbes'', le ''Roman
10
Aimé PETIT, Naissance du roman. Les techniques littéraires dans les romans antiques du XII e siècle,
Lille 1985, pp. 330-340.
11
PETIT, Naissance cit., p. 441. In questo senso, in quanto opere nate all'alba del genere, i tre romans
antiques presentano gradi differenti di realizzazione di questa conjointure romanzesca, con una
progressività crescente, parallela alla progressività cronologica, che raggiunge la sua acme nel Roman
d'Eneas: «Par amour, ce héros est amené à l'introspection et donc à la découverte de lui même et il accède
pleinement au statut romanesque» (Ibidem, p. 497).
12
DEYERMOND, «The Lost Genre cit.», p. 708.

54
d’Enéas'', le ''Roman de Troie'', le ''Roman d’Alexandre'', Paris), insieme alla monografia di
Cathérine Croizy-Naquet (Thèbes, Troie et Carthage. Poétique de la ville dans le roman
antique du XIIe siècle, Paris 1994), oltre ai numerosi contributi a firma dei due studiosi – e
non solo – apparsi fra le pagine della rivista Bien Dire et Bien Aprandre pubblicata sotto la
direzione dello stesso Petit dall'Université de Lille, permettono di avere ormai un quadro
chiaro e preciso delle principali, e anche accessorie, problematiche legate a questo sottogenere
romanzesco, vale a dire il roman antique. Ricordo in sintesi nomi e date di questo corpus:
- Alexandre di Alberic de Pisançon, primo terzo del XII sec.
- Roman de Thèbes, 1150 ca.
- Roman de Brut, 1155 ca.
- Roman d’Enas, 1160 ca.
- Roman de Troie, 1165 ca.
- Roman d’Alexandre nella versione di Alexandre de Paris, 1180-1190 ca.
Ricordo anche brevemente le tappe di formazione del romanzo alessandrino francese:
intorno al 1160 un autore del Poitu rielabora il roman di Alberic dando vita al cosiddetto
Alexandre décasyllabique; alcuni anni dopo Eustache compone un Roman de Fuerre de
Gadres, dedicato a un episodio fittizio – l'assedio di Gaza – durante la campagna del
Macedone nel Vicino Oriente; intorno al 1170 Lambert le Tort compone la pièce orientale del
roman, usando, probabilmente per primo, il verso dodecasillabico o alessandrino; sempre agli
anni ’70 risale un poema sulla morte di Alessandro di cui si conservano solo le prime otto
lasse interpolate nel ms. A, l. 349-356. Intorno al 1180-1185, infine, partendo da questi
quattro testi Alexandre de Paris assembla la biografia completa, in lingua francese, dell’eroe
macedone.
Fra il 1170 e il 1185, poi, si collocano le due mise en roman anteriori alla versione di
Alexandre de Paris, cioè quelle del manoscritto dell’Arsenal (A) e di Venezia (B), da ricordare
in quanto sarebbe proprio B – o meglio un testo vicino ad esso – il riferimento testuale
francese del poema castigliano.

55
III. Ancora sul prologo
Oggetto di innumerevoli letture13 – a partire da quella ancora fondamentale di
Raymond Willis – che hanno sviscerato il significato di ogni singolo sintagma giocando a
volte su sottilissime sfumature legate alla possibile modifica della punteggiatura, le prime
coplas del LdA sono state sempre considerate uno dei punti nevralgici per la comprensione
della poetica alessandrina, e più in generale, nel momento in cui si è voluto attribuire loro il
carattere di manifesto di una scuola poetica, per la definizione del cosiddetto mester de
clerecía.
I termini chiave in particolare delle prime due coplas – mester, pecado, clerecía, curso
rimado, cuaderna vía, silabas cuntadas – sono stati a sufficienza analizzati nelle loro
molteplici sfaccettature.
Ormai apparentemente ben appurata la priorità cronologica del LdA, tanto rispetto al
Libro de Apolonio14 quanto al problematico (per la celebre diatriba sull’autoria alessandrina)
corpus berceano – mentre non sussistevano dubbi circa il Poema de Fernán González che al
LdA attinge esplicitamente – resta ancora non del tutto risolto, e sostanzialmente delegato alla
sensibilità interpretativa di ciascuno, il valore o meno di manifesto collettivo inaugurale del
nostro poema15.
Assodata la precedenza del LdA rispetto al Libro de Apolonio sarebbe necessario
approfondire il rapporto fra i due poemi a partire dalle brevi, ma fondamentali, osservazioni di
Alan Deyermond nel suo Mester es sin pecado16, osservazioni che si inseriscono nell’annoso
dibattito sulla presunta esistenza di due mesteres, de juglaría e de clerezía, radicalmente e
polemicamente contrapposti, con implicazioni anche di natura morale legate
all’interpretazione della parola pecado (v. Appendice 2).
13
WILLIS, «Mester de clerecía cit.»; Ian MICHAEL, «A Parallel Between Chretien's Erec and the Libro de
Alexandre», The Modern Language Review, 62 (1967), pp. 620-628; Angel GÓMEZ MORENO, «Notas al
prólogo del Libro de Alexandre», Revista de literatura, 92 (1984), pp. 117-130; Isabel URÍA MAQUA, «Una
vez más sobre el sentido de la C.2 del Alexandre», Incipit, 10 (1990), pp. 45-63; Francisco ABAD,
«Poéticas castellanas de la Edad Media: la estrofa segunda del Libro de Alexandre», in Actas del III
Congreso de la Asociación Hispánica de Literatura Medieval (Salamanca, 3-6 de octubre de 1989), María
Isabel Toro Pascua (ed.), 2 vols., Salamanca 1994, vol. 1, pp. 71-77; Amaia ARIZALETA, «El exordio del
Libro de Alexandre», Revista de Literatura Medieval, 9 (1997), pp. 47-60; EAD., La translation cit., pp.
156-180; Elena GONZÁLEZ-BLANCO GARCÍA, «El exordio de los poemas romances de cuaderna vía.
Nuevas claves para contextualizar la segunda estrofa del Alexandre», Revista de poética Medieval, 22
(2009), pp. 23-84.
14
Jorge GARCÍA LÓPEZ, «De la prioridad cronológica del Libro de Alexandre», in Actas del II Congreso
Internacional de la Asociación Hispánica de Literatura Medieval (Segovia 1987), 2 voll., José Manuel
Lucía Megías, Paloma García Alonso, Carmen Martín Daza (eds.), Alcalá de Henares 1992, pp. 341-354.
15
Si veda anche J.C. MUSGRAVE, «Tarsiana and juglaría in the Libro de Apolonio», in Medieval Hispanic
Studies presented to Rita Hamilton, Rita Hamilton, Alan Deyermond (eds.), London 1976, pp 129-138.
16
Alan DEYERMOND, «Mester es sen pecado», Romanische Forschungen, 57 (1965), pp. 111-116.

56
Lo stesso Deyermond ben sintetizza i punti di contatto tra LdA, 1-3 e Libro de Apolonio
422-33:

1) The Alexandre poet and Tarsiana are practising a craft (mester) for a public (Alex. 1b, Apol.
433c)
2) The exercise of this craft give pleasure (solaz) to the public (Alex. 3b, Apol. 428a, 430b)
3) It is a craft without sin (sin pecado) (Alex. 2b, Apol. 422c)
4) It involves the skilled use of rhyme (Alex. 2c, Apol. 428c)
5) The mastery (maestrìa) displayed is the result of learning (Alex. 1bc, Apol. 423b)
The concentrations of these resemblances within a few stanzas of each poem suggests strongly, in
the absence of a common source, that Alexandre borrowed from Apolonio or vice versa.

Tanto più che «the Apolonio poet deliberately amplifies his latin source at this point in order
to stress the skill and virtues of the juglaresa»17.
Un discorso più approfondito, che esula da questa sede, richiederebbe un serrato
confronto fra il LdA e l'Apolonio dal punto di vista tematico oltre che formale – confronto che,
già da una prima sommaria analisi, mi sembra permetta di delineare Apolonio come una sorta
di anti-Alexandre, il suo contrapunto secondo la definizione di Isabel Uría Maqua. Ma questo
gioco di specchi fra un testo e l’altro, specchi che deformano nel senso dell’ironia, permette
già di aderire fondamentalmente alll’affermazione di Deyermond: «it is difficult to believe in
the accepted picture of a school-founding manifesto issued by the Alexandre poet and
seriously supported by all other poets who have been labelled in literary history as
practicioners of the mester de clerecía»18.
E più recentemente Amaia Arizaleta:

L’auteur de l’œuvre n’exprime pas, dans la deuxième strophe de l’Alexandre […] sa profession
de foi quant à une façon d’écrire collective. Il déclare, à titre individuel, comment il va écrire son
œuvre: ces vers ne peuvent donc pas être considérés comme le manifest d’un nouveau
mouvement. […] C’est a posteriori que d’autres poètes ont adopté ce patron d’écriture. […]
L’auteur a donc mis son public devant l’évidence d’une œuvre et d’une versification inhabituels.

Come si potrebbe dunque considerare il prologo19 del LdA, al di là della sua dimensione
tecnica che lo rende «une sorte de mini ars versificatioria»20 o «la primera declaración de
17
Ivi, p. 113.
18
Ivi, p. 116.
19
Sinteticamente Croizy-Naquet ben illustra il valore e interesse di prologhi ed epiloghi (“seuils des
textes”): «Ils constituent, de fait, un poste d’observation intéressant quant aux faites et programmes de
lecture que leurs auteurs engagent, en dépit des topoi et des conventions qui les intègrent dans une tradition
rhétorique» (Catherine CROIZY-NAQUET, «Prologues et épilogues dans quelques textes historiques du XIII e
siècle», Bien dire et bien aprandre,19 (2002), pp. 77-90, p. 77).
20
ARIZALETA, La translation cit., p. 166.

57
teoría literaria de nuestra literatura medieval vernácula»?21 Direi che, sulla scia
dell’individualismo sottolineato da Amaia Arizaleta, potremmo definirlo come la prima – o
una delle prime? qualcosa è andato perduto? ad ogni modo l’orgoglio della dichiarazione e le
caratteristiche, direi uniche rispetto a quanto precede e quanto segue, lo fanno emergere come
un “monumento” di natura tale da imporsi, se non come prodotto di una volontà fondante,
almeno come un inevitabile termine di confronto – la prima concrezione in lingua volgare
ispanica di una coscienza intellettuale diffusasi per tutta l'Europa nel lasso di tempo compreso
fra XII e XIII sec., e che su suolo iberico si era in parte già manifestata alcuni anni prima
(pochi o tanti a seconda di quale teoria si sposi circa il dibattutissimo problema della
datazione del LdA) in versi latini quasi mai ricordati ma acutamente illustrati da Francisco
Rico, i versi cioè dell’anonimo rimatore di Roncesvalles22 (ca. 1200):

Posiblemente nos hallamos pues, ante el más temprano empleo de la Vagantenstrophe por parte
de un poeta hispano (y, si no giróvago, cuando menos viajero). [Non è un caso che ci troviamo
presso] Roncesvalles, por donde entraba en la Península el camino de Santiago. […] Las cuartetas
sobre Roncesvalles no pueden sino evocarnos la mayor novedad de las letras castellanas en la
primera mitad del siglo XIII: el mester de clerecía. […] Las palabras mester de clerecía no
designan una escuela poética en romance, por supuesto, ni se agotan en la obra que se nos ofrece:
presentan el Libro y el estilo de las sílabas cuntadas como concreciones parciales de un espíritu
más amplio, como aplicaciones específicas de un planteo más general23.

Ma sia Ian Michael nel 196724 che Ángel Gómez Moreno nel 198425 hanno compiuto dei
primi sondaggi comparativi con i prologhi della letteratura francese fra XII e XIII sec.
Di un vero e proprio sondaggio si tratta nel caso di Gómez Moreno, il quale ha realizzato
la sua ricerca sfruttando il lavoro di Ulrich Molk, Franzosische literature des 12. und 13.
Jahrhunderts. Prologue. Excurse-Epilogue, Tubingen 1969. Lo studioso ha così potuto
appurare come sia possibile rinvenire anche in altri autori la lamentela per la deformazione di
un testo da parte dei giullari, il tema della verità e della moralità, col quale si coniuga l’idea

21
Francisco LÓPEZ ESTRADA, «Sobre la repercusión literaria de la palabra clerecía en la literatura vernácula
primitiva», in Actas del I Simposio de Literatura Española, Salamanca 1981, pp. 251-262, p. 260; si veda
anche ID., «Mester de clerecía: las palabras y el concepto», Journal of Hispanic Philology, 11 (1978), pp.
165-174.
22
Fernando GONZÁLEZ OLLÉ, «El Roncesvalles latino», in Homenaje a José María Lacarra, Príncipe de
Viana, Anejo 2 (1986), pp. 269-284; Luis VÁZQUEZ DE PARGA, José María LACARRA, Juan URÍA RÍU, Las
peregrinaciones a Santiago de Compostela, Madrid 1949, vol. III, pp. 66-70. Il LdA e i versi del
Roncesvalles condividerebbero: 1) l'autodesignazione poetica in contrasto esplicito con la joglaría; 2) il
ricorso alla series rimicai; 3) la preoccupazione di abbreviare il racconto per non stancare il
lettore/ascoltatore; 4) l'ammirazione per la forma quadrata, carica di implicazini trascendenti.
23
RICO, «La clerecía cit.».
24
MICHAEL, «A Parallel between cit.».
25
GÓMEZ MORENO, «Notas al prólogo cit.».

58
che la clerecía sia «una aptitud para poder leer textos en latín y traducir». Con Philippe de
Beaumanoir, in La Manekine (ante 1240), poi si «pone de manifesto cómo la clerecía es la
que otorga a un autor la capacidad de hacer poesía y de rimar»26.
Nella stessa scia di Gómez Moreno si inserisce la sua allieva, già citata, Elena González-
Blanco García che offre un analogo, più dettagliato sondaggio prendendo in considerazione
come termini di raffronto altre composizioni poetiche in cuaderna vía italiane, latine e
francesi. Rinviene così esempi, giudicati analoghi al caso castigliano, per: il modus dicendi, il
modus scribendi (la brevitas e la giusta misura), la finalità del prodesse et delectare, la
veridicità del contenuto, la coscienza del poeta e la topica della modestia (un topos questo che
però, ricordo, è del tutto assente nel LdA), l'importanza delle fonti, la richiesta di aiuto o
elemosina. In particolare poi, un testo italiano anonimo sulla passione di Gesù (inizio XII
sec.) «establece una clarísima clasificación terminológica y genérica equivalente a la
dicotomía juglaría/clerecía: (vv. 3-5) “Le quale no è parole de fable ne de cançon, / ançe de
Jesu Cristo la verasia pasion, / trata de Vangeli e de libri e de sermon”» 27. L'impressione che
tuttavia mi sembra si possa ricavare dall'esordio del LdA è la trasposizione di questa
opposizione su un piano formale piuttosto che contenutistico (il piano cioè a cui fanno invece
riferimento i versi italiani). La notazione più interessante della studiosa riguarda
l'individuazione di un parallelo francese per l'espressione mester de clerecía: esso è contenuto
in una delle Epîtres farcies dedicate a Santo Stefano (fine XII-inizi XIII), vale a dire testi
romanzi che glossavano il testo latino. Alla quinta strofa di questo testo francese si legge:

Mes au barun ne podrent contester


Ne d'eciencie ne de clergil mester.
Il fu bons clers, bien se sot deraisner;
Unques vers lui ne poient mot soner28.

Più pregnante lo studio di Ian Michael dal momento che, in questo caso – il prologo dell’Erec
et Enide (v. Appendice 1) –, non ci troviamo di fronte a singoli elementi sparsi
individualmente uno in ciascun testo (fonti, moralità, verità storica, capacità di traduzione,
conoscenza delle artes metricae) ma a una impressionante analoga combinazione dei
medesimi elementi seppur con alcune differenze, che non annullano tuttavia «a strong
conceptual similarity in the two statements».29 Da una parte: «Chrétien’s statement at the
26
Ivi, p. 123.
27
GONZÁLEZ-BLANCO GARCÍA, «El exordio cit.», p. 37.
28
Ivi, p. 66.
29
MICHAEL, «A Parallel cit.», p. 621.

59
beginning of the Erec contains ideas that are not found in the opening statements of his other
poems and there appears to be no similar statement in other twelfth-century French romances.
[…] The proemial statement of the Alexandre is unique in thirteenth-century Spanish
literature». Similarità che non implicano necessariamente, secondo l’autore, l’utilizzo diretto
del prologo dell’Erec come fonte di quello alessandrino: «What is important is that two poets
make similar statement because they had similar aims and similar techniques. […] There is
[anche] a strong resemblance between their methods of narrative and thematic structure».
Risultano perfettamente sovrapponibili i punti: 1 (l’unico ad essere considerato da Curtius
come un topos dell’esordio, con fonte nei Disticha Catonis), 3, 4 (altro elemento presente nei
Disticha), 7, 8, 9 (rispetto al quale è da notare come nessuno dei due poeti ricorra al topos
della modestia). Leggermente differenti i punti 2 e 6. Problematico il punto 5, bele
conjointure/mester fermoso, in quanto il termine conjointure sembra riferirsi alla coesione
strutturale del poema, «thus, the word mester, in its context, can include the task of setting
together the various parts to produce a smoothly running narrative»30. Molto interessante il
punto 7 e la comune problematica del rapporto con i cantastorie prezzolati, rispetto ai quali
entrambi gli autori considerano la propria arte superiore in virtù del concetto di conjointure
nel caso di Chrétien, di clerecía nel caso dell’anonimo.
Il parallelo mi sembra così stringente che non escluderei la possibilità della conoscenza
diretta, al contrario di quanto afferma Amaia Arizaleta la quale propone che i due prologhi
siano il risultato, l’uno del tutto indipendente dall’altro, dell’applicazione all’ambito romanzo
dello schema dell’accessus ad auctores31 (nell’ordine il poeta castigliano presenterebbe:
intentio auctoris, qualitas carminis, modus agendi, utilitas, materia, intentio auctoris,
materia):

El poeta no ha respondido a todas las rúbricas del modelo sino que se ha limitado a precisar el
tema y, lo que es más importante, a accentuar su autoridad. La descripción de la forma del poema,
que depende exclusivamente del autor, corrobora el deseo de éste de subrayar su responsabilidad
en la creación poética32.

Il raffronto con il prologo di Chrétien è quindi sicuramente stringente ma, avventurandosi in


altri confronti, è possibile ribadire ulteriormente come la dichiarazione poetica alessandrina
non nasca dal nulla bensì affondi le proprie radici in una cultura europea anteriore di alcuni
30
Ivi, p. 623.
31
Hubert SILVESTRE, «Le schéma ‘moderne' des accessus», Latomus, 16 (1957), pp. 684-688; Edwin A.
QUAIN, «The Medieval Accessus ad Auctores», Traditio, 3 (1945), pp. 215-262.
32
ARIZALETA, «El exordio cit.», p. 58.

60
decenni. Se anche, per motivi di maggiore vicinanza cronologica, volessimo stabilire un filo
diretto di conoscenza unicamente fra Chrétien e l’anonimo, il confronto con i prologhi del
Roman de Thèbes e del Roman de Troie permetterebbe comunque di vedere come, a partire
dalla metà del XII sec., una determinata categoria di autori abbia forgiato, o riforgiato
attraverso la concentrazione del già esistente in un punto poeticamente strategico come il
prologo, una serie di topoi legati all’auto-rappresentazione dello scrivente e a una sorta di
deontologia professionale dei depositari del sapere. Tali dichiarazioni rientrano in quell’
“interventionisme” del narratore che è secondo Aimé Petit una delle caratteristiche dei nostri
romanzi.

S’élabore en particulier une démarche narrative explicite: les auteurs des romans antiques
cherchent le plus souvent à nous éclairer sur les articulations de leur récit. D’autre part,
certaines formes appuyées de communication du narrateur avec son public font apparaître une
attitude pédagogique. […] Prologues et épilogues nous apportent des informations essentielles
sur le sens des romans antiques tel que le conçoivent leurs auteurs 33.

È così il caso di correggere l’affermazione di Michael secondo il quale le idee contenute nel
prologo dell’Erec non trovano riscontro in nessun altro prologo del XII sec. Sicuramente il
numero dei motivi coincidenti, e la loro organizzazione, è maggiore nel prologo dell’opera di
Chrétien, tuttavia tanto quello di Thèbes34 che quello di Troie offrono ciascuno spunti ulteriori
che concorrono a meglio definire l’orizzonte di ispirazione letteraria dell’anonimo castigliano,
da una parte approfondendo ulteriormente il solco che lo separa dalle altre composizioni
iberiche duecentesche a cui è stato così strettamente accomunato, facendo prevalere un
discorso di forma su un discorso di materia, e dall’altra accostando maggiormente le sue
aspirazioni a quelle dei predecessori di oltre Pirenei.
In primo luogo, sia Thèbes che Troie applicano all’idea della necessità di trasmettere il
proprio sapere35 un corollario che è differente da quello immediatamente presente nel prologo
del Libro ma che costituisce l’eco di un rumore di fondo costante nell’opera castigliana: l’idea
33
PETIT, Naissance cit.
34
Il ms. S, editato da Mora Le Brun, rappresenta verosimilmente la redazione più antica, assai prossima alla
versione corta rappresentata da C e editata da Raynaud de Lage; A e P rappresentano la versione lunga con
un’inserzione di 14 e 16 versi rispettivamente dopo il v. 16 di C, riportata in appendice nell'edizione
Constans.
35
«The didacticism of the mester, like that of wisdom literature in general, is determined in a fundamental
way by a traditional epistemology according to which the very survival of knowledge depends upon it
being continuosly taught and put into practice […]. The LdA teaches a lesson whose basic message about
the dangers of pride would hardly have come as a surprise to his audience. On one level, this and other
poems enact a didactic rehearsal of what is already known, and in doing it they fulfill a need within
predominantly oral cultures to preserve knowledge in a ritual of commemoration that is inherently
performative and participatory» (WEISS, The Ideological cit., pp. 5-6)

61
cioè che attraverso il dispiego della saggezza36, che nel caso dei nostri romanzieri si
concretizza poi nella realizzazione di un livro/estoire, il detentore di questo stesso sapere
possa acquisire fama per l’eternità. La fama: cioè uno dei grandi motori narrativi/ossessioni
del LdA, ossessione del suo protagonista e del suo autore, immerso in un perenne gioco di
specchi con il suo eroe; una fama letteraria che è il pensiero segreto di molti se perfino una
fanciulla come Briseida così si lamenta del proprio tradimento nei confronti di Troilus: «A sei
meismes pense e dit: / “De mei n’ert ja feit bon escrit / ne chantee bone chançon”» (Troie, vv.
20237-39). Curtius ci fornisce alcuni esempi di antecedenti di questa versione del topos
dell’esordio definibile come “chi possiede la sapienza ha il dovere di comunicarla agli altri”:
ad es. nell’Archipoeta, «Ne sim reus et dignus odio, / Si lucernam ponam suo modio, / Quod
de rebus humanis sentio / Pia loqui iubet intentio»; e in Alano da Lilla, «Non minus hic peccat
qui censum condit in agro / Quam qui doctrinam claudit in orem suam»37. In conclusione,
benché topos esordiale già affermato:

Ces prologues n’en constituent pas moins une nouveauté en langue vulgaire, puisque leurs
auteurs se flattent d’y mettre à la disposition d’un public laic un savoir qui leur serait
autrement demeuré inaccessible. […] Ce senz qui est en même temps sapience, ce savoir qui
est en même temps sagesse nous semble posséder dans les romans antiques un caractère
spécifiquement historique38.

In secondo luogo tanto Thèbes che Troie mettono in scena fin dal prologo, e quindi in un
punto strategico, un concetto fondamentale – assente nell’Erec anche se presente nel Cligès –
e forse assai più importante, insieme al precedente, rispetto a tutti gli altri elementi:
l’identificazione cioè tanto del recettore che dell’autore con la figura del iclerc. E qui si apre
un altro discorso: la discussione cioè del termine clerecía.

36
Una saggezza, espressa dall'aggettivo sages, che Aimé PETIT («Prologues du Roman de Thèbes»,
Prologues et épilogues dans la littérature du Moyen Age, Bien dire et bien aprandre, 19 (2001), pp. 201-
211, p. 204) identifica con una sapienza in senso etimologico, un conoscere che deriva da istruzione. Nella
stessa direzione va interpretato anche sen, che ha lo stesso doppio valore di “saggezza” e “sapere”, e
sapience. Benoît de Sainte-Maure, come Chrétien, utilizza anche escience.
37
Ernst R. CURTIUS, Letteratura europea e medioevo latino, Firenze 1992, p. 93.
38
PETIT, Naissance cit., p. 810.

62
I.3.b
Un viaggio sul filo della parola clerecía

I. La “clerecía” berceana
Nell’analizzare le valenze dei termini clérigo1/clerecía in Berceo, tralascio
naturalmente le opere di carattere più esplicitamente dottrinale e con minore, anzi nulla, carica
narrativa – cioè i Loores de Nuestra Señora2, il Sacrificio de la Misa3 e i Signos del juicio –
dal momento che in esse è ovvio che i termini facciano riferimento esclusivamente alla
dimensione ecclesiastico-liturgica e al ruolo del clérigo come interlocutore con il divino per
conto della comunità, aspetti questi perfettamente riassunti dai seguenti versi:

(Sacrificio, 131) Vicario es el clérigo del Señor espiritual,


la hostia que ofrece toda es general;
la palavra que dize toda fabla plural:
ca él por todos ufre, ella a todos val.

Se si analizza la Vida de San Lorenzo, l’uso dei due termini non differisce in alcun modo da
quello appena descritto, sebbene calato in questo caso nel contesto storico delle prime
persecuzioni: los clérigos e las clerecías/la clerecía, vittime della ferocia di Diocleziano, si
stringono intorno al pontefice4. Medesima situazione nella Vida de Santa Oria5 e nella Vida
de Santo Domingo de Silos6. La Vida de San Millán, pur non mutando il quadro7, ci fornisce
però un importante dato in più suggerendoci a grandi linee in cosa consistessero le
conoscenze di un clérigo medio e cosa sottindendesse quindi la clerecía berceana nell’uso
astratto di questo termine, esemplificato unicamente in:

(Milagros, 220) Era un simple clérigo, pobre de clerecía


dicié cutiano missa de la Sancta María;

1
CORBELLARI, La voix cit., p. 16: «Le mot clerc désigne, étymologiquement, la “part réservée”; réservée à
Dieu à l'origin, elle devient, avec les débuts de la scolastique et de la littérature française, part réservée
pour un travail qui n'est ni celui du chevalier, ni celui du paysan, ni à proprement parler non plus celui du
prêtre».
2
Clérigo/s: 6a; 48b; 49b; 70d; 130d; 131a; 275a. Clerecía: 43c.
3
Clerecía: 228a.
4
Clerecía/s: 7d, 28b, 36d. Clérigo/s: 10d, 26b, 33b.
5
Una sola occorrenza: 195b, «manda llamar los clérigos, vénganme comulgar».
6
Clerecía/s: 530c, 532c («pueblos e clericías, vassallos e señores»); 667c (in opposizione a legos).
Clérigo/s: 34c; 214b («clérigos e calonges, beneítos abades»); 654b.
7
Clerecía: 94d; 96a; 105d; 360b. Clérigos: 4d; 96c (in opposizione a legos); 100a; 157b; 204b («de legos e
de clérigos, por casar e casados»); 425c.

63
non sabié decir otra, diciéla cada día,
más la sabié por uso que por sabiduría.

Alla luce del contesto rappresentato da tutte le altre opere non concordo con quanto affermato
ad es. da Ian Michael8 e Francisco López Estrada nel momento in cui si interpreta questo
verso come fondamentale per la comprensione della valenza culturale della parola clerecía,
applicabile omogeneamente anche al contesto alessandrino:

Con este uso de Berceo nos hemos situado en la acepción de que clerecía, más allá de denotar
el grupo de clérigos local o universal, signífica la sabiduría, la “litterarum scientia”, basada en
el latín […] la palabra clerecía reúne los significados de “grupo de clérigos”, “actividad de los
mismos” con su extensión hacia el conocimiento de la literatura antigua y medieval profanas
en cualquiera de sus grados9.

La clerecía di cui difetta il simple clérigo dei Milagros è quella che si delinea in occasione
dell’incontro fra San Felice e il giovane Millán desideroso di essere istruito:

(Millán, 16-22) Cadioli a los piedes luego que fo sobido,


díssol.l: “Mercet te clamo, de voluntat la pido;
por partirme del mundo voto he prometido,
quiérote por maestro por esso so venido.

No sé nada de letras, vásmelo entendiendo,


de la santa creencia la raíz non entiendo;
padre, mercet te clamo a los piedes yaziendo,
que en esti lazerío vayas mano metiendo.

Con esto San Felices ovo grand alegría,


rendié gracias a Dios e a Santa María;
entendié que non era fecho por arlotía
mas que lo mengeara Dios de la su mengía.

Reciviolo de grado, metió en él missión,


demostroli los psalmos por fer su oración;
con la firme femencia dioli tal nudrición,
que entendió la forma de la perfeción.

Fue en poco de tiempo el pastor psalteriado,


de imnos e de cánticos sobra bien decorado,
en toda la doctrina maestro profundado;
fazise el maestro misme maravellado.

8
MICHAEL, «A Parallel between cit.».
9
Francisco LÓPEZ ESTRADA, «Sobre la repercusión literaria de la palabra clerecía en la literatura vernácula
primitiva», in Actas del I Simposio de literatura española (Salamanca, del 7 al 11 de mayo de 1979),
Alberto Navarro González (ed.), Salamanca 1981, pp. 251-262, p 257.

64
Quadro confermato dal successivo ritratto di Millán, del tutto speculare, ma in senso inverso,
rispetto a quello del povero missacantano denunciato di fronte al vescovo come «idiota, mal
clérigo provado»:

(Millán, 33) Reçava bien sus oras, toda su salmodía,


los imnos e los cánticos, toda la ledanía;
rezava so salterio por uso cada día,
con todo est’ lazerío avié grand alegría.

I Milagros10 delineano in un altro contesto, assai più succintamente, la stessa scena:

(Milagros, 354) Tenié en essa villa, ca era menester,


un clérigo escuela de cantar e leer;
tenié muchos criados a letras aprender,
fijos de bonos omnes que querién más valer.

Per concludere il discorso sulla clerecía berceana non si può non citare infine una coppia di
versi che colpiscono per il loro possibile, implicito sottofondo di inquietudine di fronte alla
cultura, un discorso questo che tornerà più volte parlando di Alessandro:

(Milagros, 41cd) Assaz era el lego omne de mal sentido,


mas de peor el clérigo que más avié leído.

Come interpretare questi versi? Il clérigo è peggiore del laico in quanto, avendo letto di più,
con il suo mal sentido tradisce l’insegnamento fondamentalmente positivo trasmesso dalla
lectura? Oppure il clérigo è ben peggiore del lego in quanto ha letto di più e il suo sentido è
stato così corrotto?

10
Canoniche le restanti citazioni. Clérigo/s: 101a, 116a, 236d, 237a, 459b («Todos las otras gentes legos e
coronados, / clérigos e canonges e los escapulados»), 555a, 707b, 711d. Clerecía/s: 253a, 332a, 421a, 452d,
580a, 736b («Amávanlo los pueblos e las sus clerezías, / amávanlo calonges e todas las mongìas»).

65
II. La “clerecía” alessandrina
Inoltrarsi fra le coplas del LdA significa invece, rispetto ai silenzi del Poema de
Fernán González e alla semplicità del quadro berceano, ritrovarsi di fronte a un panorama
assai più complesso, in cui la terminologia impiegata si carica di sfumature pienamente
comprensibili e apprezzabili soprattutto se analizzate con un occhio rivolto alle occorrenze dei
corrispettivi termini francesi negli equivalenti, per tematica e décor, poemi di materia antica
del XII sec.: i già citati romans antiques.
Anche il LdA contempla naturalmente – tralasciando il celebre e dibattuto sintagma
mester de clerecía – l’uso di clérigo e clerecía in senso strettamente ecclesiastico-liturgico:

(LdA, 1140ab) [Il vescovo] fizo aparejar toda la clereçía,


los libros de la ley aver por mejoría.

(LdA, 1542ab) Ivan las proçessiones ricament' ordenadas:


los clérigos primeros con sus cartas sagradas.

(LdA, 1822a) Clérigos nin calonges, çertas nin, las monjías.

Rimanendo nell’ambito religioso, il termine clerecía è anche utilizzato in senso astratto a


indicare “preparazione dottrinale e conoscenza della liturgia”, in modo analogo al già citato
verso berceano «un clérigo pobre de clerecía»:

(LdA, 1825ab) En las elecçïones anda grant enconía:


unas vienen por premia, otras por simonía;
non demandan edat nin sen nin cleriçía.

Come clérigo in senso strettamente tecnico si definisce infine lo stesso autore:

(LdA, 1824a) Somos los simples clérigos errados e viçiosos.

che, esperto anche nel mester de clerecía – certamente distinta dalla clerecía di San Millán –,
riunisce nella sua stessa persona tutte le ambiguità di questa terminologia.
In quanto professionista della scrittura, il clerc svolge anche un ruolo “burocratico”
all'interno della corte, quello del cosiddetto clerc lisant:

(Alex, I, 1688-89) Li rois jut en son tref […]


et fait venir un clerc, dist q'un brief li escrise

66
(Alex, III, 3399) Desor aus ot deus briés, que uns clers ot escris.

(Alex, III, 7761-62) De par le roi de Gresce fu li briés presentés,


a un clerc l'ont baillié qui bien estoit letrés.

(Chevalerie, 1507) Devant toz ses barons le clerk le bref lit.

Il LdA non cita direttamente questo tipo di clérigos, ma essi possono essere sottintesi da versi
come i seguenti:

(LdA, 798a) Mandó luego far letras escriptas en tal son.

(LdA, 780a) Mandó fer unas letras que avién tal tenor.

Ancora, come in Berceo, il clérigo si lega alla scuola:

(LdA, 95ab) No es ningunt mercador nin clérigo d’escuela


que pudiés' poner preçio a la una espuela.

E forse, nell’anacronismo di questi versi che aprono uno spiraglio sul mondo contemporaneo
dell’anonimo, nell’accostamento fra clérigo d’escuela e mercador si può leggere in filigrana
l’esistenza di un ulteriore sottogruppo, interno a quello degli scolastici, cioè i clérigos
d’escuela che potremmo definire vagantes. Forse vagantes come il nostro stesso autore, se la
ruta de clerecía delle coplas 2581-84 non è solo un’astrazione (o almeno non lo è del tutto):
ma l’aspirazione e la rappresentazione letteraria contano comunque più della mera realtà. O
forse (ancora un forse), la capacità di valutazione di un oggetto prezioso da parte di un clérigo
d’escuela, al pari di quella di un mercador che la ricava dall'esperienza del proprio mestiere, è
resa possibile anch’essa da conoscenza libresca, ad es. di quelle meraviglie architettoniche e
artistiche rifulgenti d’oro e pietre preziose che tanto spazio hanno anche nel nostro LdA.
Sono le stesse valenze di significato con cui i due termini, o meglio i loro equivalenti
clerc e clergie/clergiez, sono impiegati in alcuni contesti romanzeschi francesi, ad es.:

(Troie, 16557-58) Tuit li poëte11 e li clergiez,


de par totes lur evesquiez.

(Troie, 17497) Molt par i chanta li clergiez.

(Brut, 5227-28) Andui furent clerc merveilleus


e evesque religius.
11
Nel senso di prêtre.

67
(Brut, 6321-23) A Lundre esteit a cel tens,
arcevesques mult eloquens,
Guencelinus, de mult grant clergie.

(Brut, 7965-66) Ses baruns, ses clers, ses abbez


e ses evesques ad mandes.

(Brut, 8171-72) Andui erant de gran clergie


e andui mult de sainte vie.

(Erec, 6529-30) A povres clerz et as prevoires


dona, que droiz fu, chapes noires.

(Cligés, 5732-33) Et li clerc i lisent lor siaumes,


qui prient por la boenne dame.

Come in Berceo il clérigo si oppone al lego:

(Brut, 7987-88) Les mustiers fist repareillier


e clers e burgeis repairer.

Il clérigo d’escuela ha il suo corrispettivo nel clergeon di:

(Chevalerie, 487) Dehé eit le clergon qui son mestre si veille!

E l’associazione con la scuola – che conduce all’accezione culturale del termine – è anche in:

(Alex, I, 330-32) Ne sai de quantes terres i sont venu la gent,


li maistre des escoles, li bon clerc sapïent,
qui voloient conoistre son cuer et son talent.

Infine, sempre con riferimento alla clerecía come condizione sociale, ma con alcune
sfumature che ci accompagnano già nel transito verso la sua accezione prevalentemente
culturale (ma non dottrinaria), i clérigos più che opporsi ai legos si associano, quasi come in
una formula, ai caballeros, presentandosi così al tempo stesso come componenti della
struttura sociale e come componenti della corte:

(LdA, 1828) Quando se bien catan vassallos e señores,


caballeros e clérigos a vuelta labradores,
abades e obispos con los otros pastores,
en todos ave tachas de diversos colores.

68
(LdA, 2362ab) Clérigos e caballeros que fazen simonías,
non serán ende menos, ¡par las çapatas mías!

Ad essere significativa in questo senso è soprattutto la strofa seguente – aggiunta


integralmente dal poeta castigliano rispetto alla trama offerta in questo passaggio da Gautier
–, icastico quadro delle aspirazioni di due gruppi sociali vicini al vertice della piramide12:

(LdA, 853a, c) Bien avié diez mill carros de los sabios señeros
[…] los unos eran clérigos, los otros caballeros.

Un quadro simile in Erec et Enide, dove il corteo di Artù, guidato dal sovrano, è composto da:

(Erec, 2336-42) Quatre vinz clers i ot contez,


gentis homes et honorables
a manteax gris, orlez de sables;
chevaliers i ot bien .V.c
sor chevax bais, sors et baucenz,
borjois et dames tant i ot,
nuns le conte savoir n’en pot.

E ancora:

(Brut, 7964-66) Ses genz manda si tint concile,


ses baruns, ses clers, ses abbez
e ses evesques ad mandes

(Chevalerie, 5568) Ses clers, ses conseillers fesoit assembler.

(Chevalerie, 7620-22) [La donna] ja nul n’en deit parler s’ele fet traison
ou deceit son vassal ou mesme son baron,
chevaler ou valet, damoisel ou clergon.

(Cligés, 2318-24) De dames et de chevaliers


et de vallez prouz et haitiez
de gentis clers bien afaitiez
qui bien despendoient lor rentes,
de pucelles belles et gentes
et de borjois poesteiz
estoit li chasteax planteiz.

12
«Reunidos los propósitos de clerecía y cavallería en el mismo personaje o en grupos paralelos que
interpretan unos y otros (pero compañeros, es decir, cercanos en el propósito de aconsejar el señor), resulta
que esta actividad prepara la secularización y la difusión de estos propósitos clericales por medios
cortesanos y burgueses que están en la base del desarrollo de las modernas literaturas vernáculas» (LÓPEZ
ESTRADA, «Sobre la repercusión cit.», p. 258).

69
(Floire, 1950-51) Ne veut que clerc ne chevalier ait la feme qu'il a eüe13.

E nella versione B del Roman d'Alexandre si legge, con riferimento ai figli di Noè:

(Alex B, 7911-14) De cels que benei sunt chivalier issu


e clers e duc e prince e conte bien fait;
de cel que il maudist sont li villain issu
e li fort eiserter e li ovrei menu.

Versi questi in cui Cathérine Croizy-Naquet sottolinea l’esistenza di «une intéressante alliance
de la clergie et de la chevalerie sans idée de hiérarchie»14.
Cito infine ancora un altro quadro ideale del medesimo tipo di quello disegnato dalla
strofa alessandrina: vale a dire l'episodio presente nel Roman de Thèbes dove, per designare il
successore del vescovo Amphiaraus si assiste «à une exceptionnelle convergence de vues qui
se manifeste entre le roi d'Amicles, chevalier, et le vielz poetes, clerc»15. D'altronde: «La
volonté d'unir ou de réunir chevalerie et clergie dans un cadre antique anachronisé, qui
devient ainsi un univers échappant au temps et propre à accueillir l'utopie, est sensible dès le
fragment du Roman d'Alexandre d'Albéric»16.
Ma l’accostamento chierico/cavaliere va al di là di un’associazione fra componenti
sociali, o meglio la terminologia sociale del XII sec. offre una nuova elaborazione linguistica
all’inveterato topos di sapientia e fortitudo che trova posto anche nei celebri versi del Cligés
nella forma:

(Cligés, 30-35) Ce nos ont nostre livre apris


que Grece ot de chevalerie
le premier los et de clergie
puis vint chevalerie a Rome
et de la clergie la somme,
qui ore est en France venu.

13
E nella versione antico-francese in prosa della Lettera del Prete Gianni, della fine del XIII sec. (in La
lettera del Prete Gianni, Gioia ZAGANELLI (ed.), Milano-Trento 2000, pp.156-185) si legge: (righe 309-12)
«Quant nous alons en bataille, devant nous vont .XXX. mile ki sont clerc et chevalier et .C. mil siergans
sans les autres chevaliers».
14
Catherine CROIZY-NAQUET, «La description de Babylone dans le manuscrit de Venise du Roman
d'Alexandre», Bien dire et bien aprandre, 11 (1993), pp. 131-141, p. 139.
15
PETIT, L'anachronisme cit., p. 267; v. anche pp. 160-164.
16
Ibidem. Cfr. anche CROIZY-NAQUET, Thèbes, Troie cit., pp. 361-362.; e Gérard GOUIRAN, «“Car tu es
cavalliers e clers” (Flamenca, vv. 1899): Guilhem, ou le chevalier parfait», Sénefiance, 37 (1995), Le clerc
au Moyen Age, pp. 417-435.

70
Un topos che si articola in varie sfaccettature proponendo talvolta l’immagine del chierico e
del cavaliere riuniti in una medesima persona, talvolta quella di due individui distinti che
occupano però le fila tanto dei ricettori quanto dei produttori (quanto è reale questo secondo
aspetto?) di letteratura.

(Alex, IV, 1652-55) Li gentil chevalier et li clerc sage et bon,


les dames, les puceles, qui ont clere façon,
qui sevent de service rendre le guerredon,
cil doivent d’Alixandre escouter la chançon.

conclude Alexandre de Paris il suo rimaneggiamento della versione alessandrina francese.

(Chevalerie, P1) Si clerc ou chevalier de rime me reprent,


contre toz envios par cest mot me defent:
cil qui plus seit de moi e menot fait mesprent.

chiosa Thomas de Kent in uno dei suoi prologhi interni.

(Thèbes, 13-14) Tout se taisent cil del mestier


si ne sont clerc ou chivaler.

si legge nel prologo del Roman de Thèbes. Anche qui un mestier analogo al mester iberico –
«una de las palabras mágicas de la literatura del siglo XIII»17 –, e un’espressione difficile da
comprendere appieno. Chi sono «cil del mestier»? Francine Lebrun-Mora traduce con un poco
convincente, ma forse inevitabile, «ceux de ma profession»: ma quale profession? quale
mestier? Ci si può approssimare per tentativi al testo, ma senza purtroppo riuscire a definire
con nitidezza l’oggetto: questo mestier sembra apparire come un termine del dialetto
professionale altrettanto ambiguo e polisemico del mester castigliano; possiamo solo dire che
l’anonimo tebano sente di praticare un determinato mestier (quello delle lettere?), e che tale
mestier è appannaggio di un gruppo eterogeneo quanto a competenze, all’interno del quale si
distinguono come élite clerc e chevalier18.
17
GARCÍA LÓPEZ, «Roman y cuartetas cit.», p. 571.
18
Non mi sembra che, al di là delle apparenze, modifichino sostanzialmente i termini della questione le
osservazioni di Aimé Petit («Prologues cit.», p. 206), che nella sua traduzione del 1991 aveva addirittura
omesso l’espressione: «Les variantes pour ce vers sont: C (=B) Or s’en tesent de cest mestier; A Or s’en
aillent de tous mestiers; P Or s’en voisent de tous mestiers […]. A notre avis, il ne faut pas faire de del
mestier un complément du pronom cil, mais le complémente de s’en taisent. On comprend mieux le texte
de S en corrigenat au v. 14 si en qi [escludendo in tal modo il tema della rivalità con qualcuno,
ipoteticamente i jongleurs, che praticano il mestier ma non appartengono alle due categorie “elette”]. Ou
bien il faut s’en remettre au texte de C, avec se taire de qui garde le sens de "Keine Anspruche ofeltend

71
Il mester castigliano appare appannaggio dei clérigos, o meglio dei detentori di
clerecía, e non si ripetono nel testo castigliano formule analoghe a quelle sopra citate che
associavano chierico e cavaliere, anche se, in un caso, un pubblico appare ed è quello
costituito dall’armata greca che ascolta le gesta troiane narrate dallo stesso Alessandro: in
fondo, non osi tratta di un pubblico di caballeros? Ma anche se non sono messi in relazione
esplicita con il dato letterario, non dimentichiamo l’uso dell’aggettivo compañeros che
affianca quelle due categorie sociali (e culturali?) – clérigos e caballeros – nella copla 845
prima citata.
Se l'ultima declinazione possibile del topos è assente, o perlomeno non esplicitata, il
mito della riunione in un singolo individuo di sapientia et fortitudo percorre però per intero il
poema costituendo un leit-motiv nella descrizione di molti personaggi, a partire dal
protagonista assoluto definito:

(LdA, 1557ab) El rey Alexandre, tesoro de proeza,


arca de sapïençia, exemplo de nobleza.

o, fin dal prologo:

(LdA, 6b) Franc’ e ardit e de grant sapïençia.

E siamo arrivati così alla seconda accezione del termine clerecía, quella tutta culturale e di
matrice non ecclesiastica; accezione non comune su suolo iberico, come ha sottolineato Ian
Michael che rintraccia due sole occorrenze di clerecía nel senso di learning piuttosto che di
clergy – in questo caso la lingua inglese permette una minore ambiguità mettendo a
disposizione i due termini clerck e cleric –, vale a dire il già citato e discusso passo dei
Milagros relativo al missacantano e la st. 125 del Libro de Buen Amor: «Muchos ay que
trabajan siempre por clerezía»19. È la clerecía menzionata nei seguenti passaggi:

(LdA, 235abc) En ti son ajuntados seso e clereçía,


esfuerço e franqueza e grant palaçianía,
semeja la tu lengua la de filosofía.

(LdA, 38a) Maestro, tum' crieste, por ti sé clereçía.

machen", c’est-à-dire ici "que ne prétend nullement à cette occupation", "que se détournent totalement de
cette activité"». Mi sembra che resti comunque irrisolto il problema di definire con esattezza cosa sia
questo mester che accomuna, o come autori o come fruitori, chierici e cavalieri.
19
MICHAEL, «A Parallel between cit.».

72
(LdA, 39a) Assaz sé de clereçía quanto me es mester.

(LdA, 52abc) Fijo eres de rey, tú has grant clereçía;


en ti veo aguçia qual pora mi querría;
de pequeño demuestras muy grant caballería.

(LdA, 151cd) Sabe de clereçía quantas artes ý son,


de franquez' e d’esfuerço más que otro varón.

(LdA, 1059a) Sé bien todas las artes que son de clereçía.

(LdA, 2582ab) La çibdat de París yazié en media Françia,


de toda la clereçía avié grant abundançia.

E anche la parola clérigo va a indicare una realtà differente dalla condizione ecclesiastica:

(LdA, 659ab) Non es omne tan neçio que vidiés’ el escudo


que non fuesse buen clérigo sobra bien entendudo.

(LdA, 1800) Fízol' un pitafïo escurament' dictado


– de Danïel lo priso, que era ý notado –,
como era Apelles clérigo bien letrado,
todo su ministerio tenié bien decorado.

L'equazione non è scontata: «clérigo est devenue, à l'interieure du texte du moins, synonime
de lettré. Le clerc est celui qui est capable de construire des oeuvres cohérentes grâce à ses
connaissances. Le clerc est, pour le poète, un lettré, un maître. C'est pourquoi il transforme le
substantif vates dell'Alexandreis in clérigos»20.
I versi citati del Cligés aiutano ad avvicinarci, se non alla precisa definizione,
perlomeno all’intuizione della natura di questa clerecía che è clergie.
La menzione di Parigi (copla 2582) – associata all’immagine di Bologna – suggerisce
l’idea che almeno una parte di questa cosiddetta ruta de clerecía sia stata in primo luogo
costruita su una serie di luoghi comuni, in senso reale e figurato, dell’immaginario scolastico
dell’epoca. Secondariamente, quell’uso del termine clerecía in connessione con Parigi e
quindi con la Francia, sembra riconnettersi allo stesso tema di translatio espresso da Chrétien.
Ma soprattutto, attraverso questi versi e le loro associazioni, si colloca la clerecía in un
contesto ben preciso ed evocativo. Questa clerecía prima di tutto ha a che fare con le arti:

(LdA, 151c) Sabe de clereçía quantas artes ý son.

20
ARIZALETA, La translation cit., p. 19.

73
(LdA, 1059a) Sé bien todas las artes que son de clereçía21.

Questa clerecía è trasmessa da un personaggio come Aristotele. Questa clerecía infine fa rima
con sapiençia/savieza; nel “lamento” Alessandro usa una volta la formula:

(LdA, 39a) Assaz sé clereçía quanto me es mester.

e una volta quella:

(LdA, 46a) Grado a ti, maestro, assaz sé sapïençia.

Non solo, ma il verso 39a nel ms. O, offrendo una variante interessantissima e significativa,
suona:

(LdA, ms.O, 39a) Assaz se savieza, quanta me es mester.

Analizziamo ora più diffusamente alcuni di questi aspetti, lasciando per il momento da parte
la clerecía propriamente alessandrina nel senso di sapere dichiarato da Alessandro nel suo
“lamento”: credo infatti che la distinzione fra la clerecía dell’autore e la clerecía del
personaggio sia fondamentale per evitare fraintendimenti e risolva anche alcuni aspetti
problematici dell’opera; aspetti problematici la cui soluzione, trattandosi di un oggetto
letterario, ritengo vada ricercata in primo luogo nell’intertestualità e solo secondariamente
nella realtà storica esterna al testo. L’affermazione di Willis, che tanto ha influito sulle
successive letture del LdA:

It is clear that the Alexander-poet’s calling is identified with a special conception of clerecía
that consistently countes teaching and learning in schools, the trivium and quadrivium, or the
seven arts, also the superior faculties of law and medicine (though not theology) and the great
universities of Bologna, and Paris, and Aristotle, the universal scholar. Quite evidently the
author’s ministerio was something more than the mere penning of verses [...] although it
obviously included this too

ponendo su uno stesso piano la rappresentazione (e i miti) letterari come riflesso fedele di una
realtà storica, ha un po’ falsato la visione: l’eccezionalità del “lamento” alessandrino, come
vedremo, può essere ridimensionata e soprattutto, in questo mondo di chierici che, appunto,
21
Si consideri anche: (Chevalerie, 4049), «[Alessandro] Mult esteit sages des ars e apris en letture»; (Brut,
5605-06), «Eleine, une fille, out nurrie / ki mult sou d’art e di clergie».

74
«trovano leggendo», come spesso si dice22, ha antecedenti e contemporanei fra altre pagine
manoscritte.
Se dovessimo rintracciare fra le nostre coplas un alter ego che ci aiuti a definire
meglio la clerecía del nostro autore (per la quale peraltro potremo tracciare un bilancio solo
alla fine del percorso), credo che lo si dovrebbe ricercare nei ritratti degli altri personaggi
“colti” che popolano il panorama, spogliandoli delle deformazioni prodotte dal topos e
estrapolando le costanti. Si è già detto che nel LdA clerecía fa rima con caballería,
esprimendo così nel linguaggio del XII-XIII sec. il topos fortitudo-sapientia, un topos che
permea la struttura stessa del poema giustificando l’iniziale inserzione, così amplificata
rispetto alle fonti e in generale alla tradizione, del “lamento” alessandrino, testimonianza di
clerecía, e dei castigos di Aristotele, prontuario di caballería.
Si vedano ora i ritratti alessandrini:

Paride
(LdA, 361ab) Apriso de retórica, era bien razonado,
encara de sus armas era muy esforçado.
Zoroas
(LdA, 1052ab) Avié ý un ric’omne que era de Egipto,
sabié todas las artesque yazen en escripto […]

(1054) Zoreas avié nombre e era bien letrado;


avié de las siete artes escuela gobernado;
pora en caballería era bueno probado;
por tales dos bondades avié preçio doblado.

(1059-60) «Sé bien todas las artes que son de clereçía,


sé mejor que tod’omne toda estremonía,
cómo lauda a Dios la santa armonía23,
de entender leyenda sól' fablar non querría.

Yazen todos los sesos en esta arca mía,


ý fizieron las artes toda su cofradía;
demás por todo esto, pora en caballería
non conosco a omne naçido mejoría».
Aristandro
(LdA, 1209) Avié entre los otros un maestro ortado,
dizienle Aristander, en Egipto fue nado;
escusó a los otros, ca era más letrado,
fue sobra bien apreso desque ovo fablado24.

22
Ad es.: (Troie, 2993), «Ce trovent bien li clerc lisant»; (Troie, 13364), «Ce trovent clerc en escriture».
23
Preferisco qui la lettura del ms. O piuttosto che quella editata da Jorge GARCÍA LÓPEZ «cómo laudan a
Dios en santa armonía»: il riferimento è chiaramente alla musica prodotta dal movimento delle sfere celesti.
24
Alcuni esempi di citazioni francesi della parola clerc nell'ambito delle conoscenze di
astronomia/astrologia: (Brut, 7435-41), «Dunc fist li reis venir Magant, / un clerc de lettres mult savant / si
demande s'estre poeit / ço que la nune li diseit: / “Trové avum, sit il, escrit, / qu'une manere d'esprit / est

75
Cleor
(LdA, 232abc) Un juglar de grant guisa – sabié bien su mester –,
omne bien razonado que sabiá bien leer,
su vïola taniendo vino al rey veyer
Apelle
(LdA, 1239ab) Apelles el hebreo, un maestro contado,
que de labor de manos non ovo tan ortado.

(LdA, 1800) Fízol' un pitafio escurament' dictado,


– de Danïel lo priso, que era ý notado –;
como era Apelles clérigo bien letrado,
todo su ministerio tenié bien decorado.
Alessandro
(LdA, 16-17ab) El padre de siet’años, metiole a leer;
diol maestros honrados de sen e de saber,
los que mejores que pudo en Greçia escoger,
quel' sopiessen en todas las25 artes emponer.

Aprendié de las artes cada día liçión;


de todas cada día faziá disputaçión.

(LdA, 235abc) En ti son ajuntados seso e clereçía,


esfuerço e franqueza e grant palaçianía;
semeja la tu lengua la de filosofía.

(LdA, 260) Como era el rey sabidor e letrado,


aviá muy buen engeño, maestro bien ortado,
era buen filósofo, maestro acabado,
de todas las naturas era bien decorado.

(LdA, 2282c) Respondioles fermoso, ca era bien lenguado.

Al di là dell’esplicita definizione di un personaggio come clérigo (Zoroas, Apelle), vediamo


chiaramente che l’uomo colto del poema alessandrino lega la sua cultura al mondo delle sette
arti e in particolare alla dimensione della parola: in ultima analisi quindi alla scuola26, che
rende l’individuo capace di dialogare attraverso la lettura con l’oggetto libro per acquisire

entre la lune et la terre”»; (Brut, 8287-90) «Une esteille est dunc aparue / ki a plusurs genz fu veue, /
cumete ot nun sulunc clergie,/ muement de rei senefie»; (Alexandre, I, 270-73), «Phelippes a mandé le sage
gent lointaigne, / les bons devineors fait querre par le raigne, / devins et sages clers communement
amaine». Su questa connotazione delle conoscenze del clerc si veda: Joëlle DUCOS, «Le clerc et les
météores: constitution et évolution d'une culture encyclopédique», Sénefiance, Le clerc au Moyen Age, 37
(1995), pp. 149-164.
25
Las sietes
26
Legame esplicito in Athis: (132-34), «Conseil prenoit d'une parole / que ses fils a tenu escole / tant que
grant part set de clergie»; (195-99), «A lui m'en envoié ça / com a l'ommë ou molt se fie, / si m'aprendra de
la clergie. / Il a un fil, ç'ai oï dire, / qui set molt biau chanter et lire».

76
conoscenze27, e di dialogare attraverso le norme della retorica e le astuzie della dialettica con
altri individui per persuadere:

(LdA, 1614) Levantós’ uno de ellos, un omne bien lenguado,


fue, como Galter dize, Eütiçio clamado.
Era sotil retórico, non fue mal escuchado,
enpeçó su razón como buen advocado.

(LdA, 1625) Fue luego en pié Teçeus, Eütiçio callado,


natural de Atenas, omne bien razonado.
Contradíxolo todo quanto avié fablado,
non dexó un artículo que non fues' recontado.

(LdA, 728abc) Néstor el ançïano fízoles buen sermón


on' li tovieron siempre en Greçia oraçión;
dixo pocas palabras e muy grant razón.

agire sugli animi:

(LdA, 261ab) El rey non pudo tanta retórica saber,


que les podiés' la dolor del coraçón toller.

o dilettare:

(LdA, 330) Falló entre los otros un sepulcro honrado,


todo de buenos viersos en derredor orlado.
Qui lo versificó fue omne bien letrado,
ca puso grant razón en poco de dictado.

Il giullare Cleor si distingue come personaggio, rispetto ai suoi compagni di mester, in quanto
«sabiá bien leer». L’artista Apelle, maestro fin quando viene chiamata in causa
esclusivamente la sua abilità artistica, diviene clérigo nel momento in cui è in grado di
riprodurre un epitaffio letto nel libro di Daniel. Chi possiede clereçía legge in un libro: legge
implicitamente Apelle che incide l’epitaffio; legge l’anonimo autore

(LdA, 1494cd) Yo leí […]


que vendimian en el año la segunda vegada.

27
Si consideri ad es.: (Chevalerie, 1337-39) «E ceo poent ly clerk tresbien tesmoigner / qui se volent a
Cesar e Pompe acointer / e lire Aristotle e Solin versiler». Altri esempi dell’intersezione di lettura e
scrittura nella figura del clerc, e della esclusività del clerc in quanto scrittore, in: (Alex, IV, 1273-75), «La
tieue grant largesce ne porroit nus descrire / nus clers qui tant seust de chanter ne de lire, / neis tant
seulement de doner la matire»; (Thèbes, 7339-42), «Aprés vostre mort ne deive viver, / car ne porreit uns
clers escriver / les grans ahans et les sofraites / que vous avez por m’amor traites».

77
legge Alessandro28 – in un gioco di specchi rispetto all’autore29 –:

(LdA, 2289a) Dizen las escripturas – yo leí el tratado.

Alessandro capace di apprezzare la qualità di alcuni versi:

(LdA, 332ab) Quando ovo el rey el pitafio catado,


dizié que de dos viersos nunca fue tan pagado.

Alessandro capace di applicare al momento del bisogno, per salvare i suoi uomini, ciò che ha
appreso leggendo:

(LdA, 2161) Sabié de las sirpientas que trayén tal manera


que al omne desnudo todas le dan carrera:
non avrién mayor miedo de una grant foguera.
En escripto yaz’esto, es cosa verdadera.

D’altronde, la notazione per cui di fronte alla scudo di Achille non vi sarebbe stato nessuno
tanto poco dotato di senno da non diventare un «clérigo bien entendudo» – stessa definizione
del clérigo presente anche nell’Apollonio: (LdAp, 510b) «paresçe bien que eres clérigo
entendido» – ci dimostra ulteriormente l’importanza, nella formazione culturale,
dell’elemento visuale autonomamente percepito dall’individuo – sia esso in forma di lettere
che di immagini, le quali a loro volta potevano essere accompagnate da lettere 30. Il
clérigo/clerc ha a che fare in primo luogo con libri, così come ritratto icasticamente
dall’anonimo autore dell’Apollonio:

(LdAp, 31) Encerróse Apolonio en sus cámaras priuadas,


do tenié sus escritos e sus estorias notadas.

28
E, nel contesto anglonormanno – oltre a leggere: (Chevalerie, 4049), «Muet esteit sages des ars e apris en
letture» – è anche in grado di scrivere: (Chevalerie, P1) «Tut joe vos dirrai, se Deu le me consent./ come il
encisme l'escrit a mist en testament,/ sa mere l'enveia a son procei parent,/ al gent Aristotle qui l'aprist
longment,/ issi cum le livre nus dist premieremant» (si fa cioè riferimento all'Epistola ad Aristotelem).
29
Con riferimento all'episodio dei serpenti messi in fuga dagli uomini denudatisi: «L'utilisation du
Physiologus de la part du poète implique, d'une part, qu'il possède le texte, d'autre part, qu'Alexandre
connait le Physiologus. Le Macédonien se sert d'une ruse qu'il a du, inévitablement lire dans ce traité. Le
poète s'identifie aussi avec Alexandre ou identifie Alexandre avec sa propre personne»(ARIZALETA, La
translation cit., p. 94).
30
Si consideri anche: (Alex, I, 2018-19), «[sulla tenda] et li ans est desus pains en sa majesté; / par letres
sor escrites i est tout devisé»; (Floire, 1881-84): «Molt a apris de l'escriture / qui puet savoir de la
painture: / li fait i sont des ancissours, / les proueces et le estours» .

78
Rezó sus argumentos, las fazanyas passadas,
caldeas e latines, tres o quatro vegadas.

La clerecía implica necessariamente la conoscenza de las letras:

(Alex, III, 2851-52) Vois tu la cele porte qui faite est par maistrie?
Bien connoistrais las letras, car tu ses de clergie.

Ma in un’epoca di relativa scarsità di libri, nel senso di limitatezza della quantità in


circolazione a causa del sistema di trasmissione manoscritta, l’oralità non cessa di essere un
canale di trasmissione delle informazioni, soprattutto nel caso dell’insegnamento; d’altronde
«no ha de extrañar que se genere un uso especial de “decir” llegado a fórmulas escritas»31.

(LdA, 276cd) Lo uno que leyemos e lo ál que oyemos,


de las mayores cosas recabdo vos daremos.

dichiara l’anonimo castigliano.

(Alex, I, 62-63) La vie d’Alixandre, si comme ele est trovee,


en pluisors lieus escrite et par bouche contee.

si legge nel Roman. E ancora:

(Chevalerie, P1) çoe ke l’en troeve en escrit deit l’en avant traire,
solunc çoe ke trovum en l’estoire de l’almaire.
En romanz oï l’epistre d’Alisandre retraire
qu’il tramist Aristotle son bon maistre gramaire32.

31
Francisco Javier GRANDE QUEJIGO, «Huellas textuales indirectas sobre la difusión oral de la literatura en
el Libro de Alexandre», Anuario de estudios filológicos, 20 (1997), pp. 169-190, p. 175. Si consideri anche:
«Junto al oír como mera recepción, hay casos en los que este verbo se especializa para describir la
recepción propia del saber escolar (copla 18, «Nada non olvidava de quanto que oié») […] Obsérvese que
el saber y el aprendizaje, aunque se liguen a una base escrita, no olvidan la oralidad, sino que la suponen,
porque el oído es el canal proprio de la comunicación medieval y del aprendizaje (2294b «lo que yo nunca
cuido d’oir nin de veer»)» (ID., «Huellas textuales indirectas sobre la difusión escrita de la literatura en el
Libro de Alexandre», Anuario de estudios filológicos, 21 (1998), pp. 119-139, p. 120). Di conseguenza,
data la componente di trasmissione orale, un ruolo fondamentale è svolto dalla memoria, cfr. (Troie, 24398-
99) «[Ditis] e clers sages et bien apris/ escientos de grant memoire».
32
Un altro esempio in: (Brut, 4817-18), «Unches ne poi lisant trover, / ne a home n’oï conter».

79
D’altronde, il ruolo iniziale nell’educazione di Alessandro è svolto dai maestri a cui viene
affidato a sette anni, e l’insegnamento passa anche attraverso un esercizio dialettico orale
come la disputación33:

(LdA, 16-17ab) El padre de siet’años, metiole a leer;


diol' maestros honrados de sen e de saber;
los que mejores pudo en Greçia escoger,
quel sopiessen en todas las artes emponer.

Aprendié de las artes cada día liçión;


de todas cada día faziá disputaçión.

E infine, oltre al clérigo d’escuela evocato al v. , in un contesto in cui vengono chiamati in


causa gli strumenti musicali – cioè la descrizione degli uccelli meccanici nel palazzo di Poro
–, si può forse leggere, espressa sotto altra forma, quella stessa celebre “opposizione” mester
de clerecía/mester de juglaría che domina la copla iniziale:

(LdA, 2134) Todos los instrumentos que usan los juglares,


otros de mayor preçio que usan escolares,
de todos avié ý tres o quatro pares;
todos bien atemprados por formar sus cantares.

Ben lontani dal mondo di santi e confessori che domina l’universo berceano, e assai più vicini
alla dimensione “laica” di cavalieri e chierici della materia alessandrina 34, i clerc che
popolano i primi 144 versi del Roman de Troie fugano definitivamente ogni dubbio circa la
loro natura sociale: questi si dichiarano clerc perché ciascuno di loro escrist una estoire che si
legge in un livre, e in un livre ha letto una estoire35. L’anacronismo, così ampiamente studiato
da Aimé Petit in relazione proprio ai romans antiques, funziona qui, fortunatamente per noi,
da intellegibilissimo indizio storico: ragionando a ritroso, se si attribuisce il titolo di clerc a un
Omero, a un Sallustio, a un Cornelio, a Dares e a Ditti, personaggi uniti dal fil rouge della
sagesse per i quali non è assolutamente possibile pensare alla condizione di uomo di chiesa,

33
Si consideri anche: (Brut, 5609-12), «La meschine fu bien lettree / e de belté assez loee; / mult la fist
Choel bien apprendre / e mult i fist maistres entendre».
34
Un significativo esempio che, con il suo sincretismo, dimostra come l'appellativo di chierico nel senso di
depositario di una conoscenza (sia di tipo libresco che artistico) non coincida con lo statuto di uomo di
chiesa, si può leggere in: (Alexandre, III, 920-21) «D'Ethyope la firent orfevre barbarin / si com lor
ensegnierent quatre clerc sarrasin».
35
Emblematico l’autoritratto di Lambert li Tors: (Alex, III, 13-15): «La verté de l'estoire, si com li rois la
fist, / uns clers de Chastiandun, Lambers li Tors l’escrist, / qui du latin la traist et en romans la mist»; da
completarsi con (Alex, I, 2553-54): «La merveille du tertre, ci trueve on lisant, / est escrite en un livre,
d’une estoire molt grant».

80
allora ecco che il possesso della sagesse e la conoscenza delle arz divengono la seconda parte
di un’equazione il cui primo termine è rappresentato dal chierico. Così Omero (Troie, 45-46)
«fu clerz merveilleus / des plus sachanz», Sallustio (77-80) «le vaillant, / qui sens ot e proëce
grant / riches iert e de haut parage, / s’ot en lui clerc mout fortment sage», Dares (99-100) «En
lui aveit clerc merveillous / e des set arz escïentos», o Ditti (24397-99) «Riches chevaliers fu
Ditis / e clers sages e bien apris / e scïentos de grant memoire». Non si vede in questi versi
attribuito il titolo di chierico Cornelio ma, stretto fra Sallustio e Dares, la sua fisionomia lo
sottintende (82, 84-88) «[…] fortment sachant / […] de letres saives e fundez. / De lui esteit
mout grant parole; / a Athenes teneit escole. / Un jor esteit en un almaire / por traire livres de
gramaire»36.
Un primo punto mi sembra dunque fissato: la clerecía del mester dichiarata
dall’autore, e probabilmente riflessa dai vari personaggi, è il sapere che ha a che fare con la
scuola. Terminando il suo sondaggio fra i prologhi francesi e gli usi in essi della parola
clérigo, Ángel Gómez Moreno concludeva affermando in primo luogo che «la clerecía es una
aptitud para poder leer textos en latín y traducirlos»37; in secondo luogo – notazione ancor più
importante e che richiama l’allusione di Thomas di Kent ai «clerc ou chevalier» in grado di
criticare i suoi versi38 –: «[Philippe de Beaumanoir ne ''La Manekine''] pone de manifiesto
cómo la clerecía es la que otorga a un autor la capacidad de hacer poesía y de rimar. Este
quizás es el punto de mayor importancia para el grupo español, si tomamos como
denominador el Alexandre»39.
La clerecía alessandrina, oggetto complesso costantemente in bilico fra sacro e
profano, è forse di difficile definizione in se stessa e proprio per questo un viaggio sul filo
delle parole alla ricerca di antecendenti, se non modelli perlomeno testimonianze
dell’esistenza di radici profonde di un’idea, può contribuire ad accerchiare più da presso un
oggetto dalle molteplici sfumature.

III. Clergie e Aristotele: l’Aristotele dell’ “Alexandre”

36
Si veda anche, ad es.: (Lai, 520-23) «Dont jo trai Caton a garant, / qui fait l’auctorité parant. / Qui bons
clers fu et sages hom».
37
GÓMEZ MORENO, «Notas al prólogo cit.».
38
(Chevalerie, P1): «Si clerc ou chevalier de rime me reprent / contre toz envios par cest mot me defent; /
cil qui plus seit de moi en menor fait mesprent».
39
GÓMEZ MORENO, «Notas al prólogo cit.».

81
Seconda notazione relativa alla nostra clergie: essa si interseca normalmente in ambito
francese con altri due termini, singolarmente o congiuntamente, vale a dire Aristotele e Atene.
Aristotele è, per questo orizzonte letterario, il clerc per eccellenza:

(Alex, I, 1736-37) De sens et de clergie estoit si esprovés


par maintes pars du siecle en est li nons alés.

(Chevalerie, 455-58) Car li bons Aristotle fu sur trestoz son mestre.


Ceo fu le plus sage, ceo sievent clerc e prestre,
qe unqes fut el siecle for Jesu le celestre.

E lo è ancora, a maggior ragione, nel secolo successivo:

(Lai, 159-60) Aristotes, qui tot savoit


quanqu’an droite clergie avoit.

(Lai, 449) Tot le meillor clerc du mont.

Se Aristotele è il chierico per eccellenza, Atene è per eccellenza la patria della clergie40:

(Alex, I, 1661-63) La premiere qui onques fust en Gresce fondee;


de sens et de clergie iert si enluminee
toute la sapïence du mont i est trovee.

(Chevalerie, 2346-51) Athenes fu forte cité e d’armes bien garnie.


La comencea honur primes e cortoisie,
doctrine e discipline e engin de clergie,
de auturs de gramaire e de philosophie,
retorike, phisike, musike e geometrie:
de toz les set arz i ot la mestrie.

(Athis, 64-69) […] Athaine,


de seine et de clergie plaine.
En Athaine toutes estoient
les lois qu'a icel temps tenoient.
Molt par ert sage la cités;
nul n'i estoit ne fust letrés.

(Athis, 86-87) Athaine ert plaine de clergie


et Romme de chevalerie.

40
Una tradizione, questa ateniese, che si ritroverà ampiamente fra le pagine della General Estoria, ad es.
(I, 7, 31): «Et desta guisa preciauan los antigos el saber, que al qui lo sabie, llamauan biuo, e all otro
muerto […] Et este nombre de Athenas compusieron por ende los sabios de, a, que diz el griego pos in, e
thanatos por mortal. Onde ayuntadas estas dos palabra sdizen en el nuestro lenguage de Castiella tanto
como sin mortalidad y sin muerte».

82
Nel caso del Roman d’Alexandre i tre elementi si fondono insieme dal momento che Atene
diviene la patria di Aristotele:

(Alex, IV, 1025) Onques n’issi d’Aitenes uns seus clerc si soutis.

e Aristotele intercede in favore della propria città avendo la meglio, per engin, sul proprio
antico discepolo.
Se passiamo a considerare la situazione del LdA vediamo che, innanzitutto, non appare
il motivo ateniese41, non presente nella Alexandreis, ma, attraverso le parole di Alessandro,
senza alcun dubbio possiamo sostenere l’associazione Aristotele-clerecía42.
Eliminata dallo scenario Atene, l’anonimo castigliano offre però una seconda
associazione non meno interessante:

(LdA, 2582ab-83cd) La çibdat de París yazié en media Françia,


de toda la clereçía avié y grant abundançia.

Bolonia sobre todas pareçe palaçiana,


de leys e decretos essa es la fontana.

Si è molto discusso se queste due citazioni, e insieme tutto l’ipotetico itinerario tracciato nella
mapamundi e definito da alcuni come “ruta de clerecía”, siano frutto di un’esperienza
autentica. Personalmente ritengo che, limitatamente alle due città universitarie, esse siano
ormai, nel XIII sec., talmente un luogo comune da non poter essere considerate con sicurezza
in questo senso come dati biografici. Lo stesso Willis – che pure affermava: «clearly this is a
schoolman’s itinerary»43 – ricordava poi in nota come tanto i nomi quanto le descrizioni
fossero appunto topoi ben affermati fra i letterati. Così, nella Poetria Nova di Geoffroi de
Vinsauf44, leggiamo: «In causis Bononia legibus armat / nudos. Parisius dispensat in artibus

41
O meglio, c'è una fuggevole citazione che non si interseca però con Aristotele: (G, VII, 408) «Graecia
diuinas famae inmortalis Athenas». diviene in castigliano (LdA, 1796) «Greçïa por Atenas, de seso
alumbrada». La linea è ribadita dalle parole di Dario (LdA, 812): «Oyemos por fazaña que varone de Greçia
/ de aver fueron pobres, ricos de sapiençia».
42
In Spagna, nel XIII sec., si afferma una seconda leggenda delle origini riguardante Aristotele, quella cioè
dell'origine ispanica, a partire dal Chronicon mundi di Lucas de Tuy (1236): «Fulget Hispania, eo quod
genuit Aristotelem, summum philosophum, nobilem investigatorem astrorum»; notizia ripresa poi dalla
General Estoria (IV) e da Juan Gil de Zamora, De preconiis Hispaniae; cfr. Francisco RICO, «Aristóteles
Hispanus: en torno a Gil de Zamora, Petrarca y Juan de Mena», Italia Medioevale e Umanistica, 10 (1967),
pp. 143-164.
43
WILLIS, «Mester de clerecía cit.», p. 215.
44
Ricordo in breve la cronologia delle principali e più diffuse arti retoriche mediolatine: Matthieu de
Vendôme, Ars versificatoria, ante 1175; Geoffroi de Vinsauf, Poetria Nova, 1208-1214; Geoffroi de

83
illos panes». E il monaco Helinando afferma: «Ecce quaerunt clerici Parisiis artes liberales,
Aurelianus auctores, Bononiae codices, Salerni pixides, Toleti daemones et nusquam mores».
Quello che a questo punto è interessante per delimitare bene il campo della clerecía
alessandrina è la traduzione dell’associazione, tanto comune, Parigi-artes come Parigi-
clerecía. Accantonata Atene, inevitabilmente la mente corre a un’altra tradizione, quella che,
possiamo dire, fa riferimento a una terza tappa della translatio dopo la Grecia, vale a dire la
tappa francese celebrata da Chrétien nel Cligès.
Ma tutto è così lineare e celebrativo nel LdA, e negli altri testi? Nella triade Aristotele-
Atene-clergie, o del binomio Aristotele-clergie, il XII e XIII sec. sanno insinuare spesso il
dubbio, o il sorriso, o il sarcasmo. L’espressione più compiuta con cui si manifesta questo
movimento sotterraneo che rende instabili le fondamenta dell’edificio celebrativo è
certamente quella dissacrante, anche se forse più giocosa e meno feroce di quel che possa
apparire al primo sguardo, offerta dal Lai d’Aristotes45, a lungo attribuito a Henri d’Andeli e
di recente analizzato approfonditamente da Alain Corbellari46, il Lai cioè del vecchio
Aristotele vinto dall’amore e cavalcato dalla giovane fanciulla amata da Alessandro, la quale
si vuole vendicare dei rimproveri del maestro al discepolo nel campo amoroso:

(Lai, 447-50) Molt fait Amors d’un viel rados,


Vinsauf, Documentum de modo et arte dictandi et versificandi, post 1213; Gervasio da Melkley, Ars
Versificatoria, 1215 ca.; Johannes de Garlandia, De arte prosayca, metrica et rithmica, post 1229;
Eberardo Alemanno, Laborintus, post 1213-ante 1280. La loro edizione è consultabile in Edmond
FARAL, Les arts poétiques du XIIe et du XIIIe siècles, Paris 1924. Qualche indicazione bibliografica
recente in: Danièle JAMES-RAOUL, «Les arts poétiques des XII e et XIIIe siècles face à la rhétorique
ciceronienne: originalité et nouveautés», in La trasmission des savoirs au Moyen Age et à la
Renaissance, Alfredo Perifano – Pierre Nobel – Frank La Brasca, Presse universitaire de Franche-
Comté 2005, pp. 199-214; Jean-Yves TILLIETTE, De Mots à la Parole. Une lecture de la “Poetria
Nova” de Geoffroy de Vinsauf, Genève 2010.
Per la presenza di queste artes nella Penisola Iberica si deve ancora far riferimento a Charles
FAULHABER, «Retóricas clásicas y medievales en bibliotecas castellanas», Abaco, 4 (1973), pp. 151-
300, p. 152: «En adjunto, los tratados clásicos son los más numerosos, con alrededor de setenta y
cinco ejemplares de cincuenta y siete distintas artes dictandi y sólo veinte de artes predicandi, con
doce obras distintas. De artes poetriae hay sólo cinco, de dos obras diferentes», vale a dire la Poetria
Nova di Geoffroi de Vinsauf e il Breve compendium artis rethorice di Martinus Cordubensis (fine
XIII-inizio XIV) ispirato proprio alla Poetria; (p. 159): «En primer lugar, podemos desechar las artes
poetriae como influencia importante en Castilla durante la Edad Media. En cambio, para el siglo XIII,
debemos investigar, sobre todo, la preponderancia de la Rhetorica ad Herennium y el De inventione.
También sobresale, en la segunda mitad del siglo, el ars dictandi».
45
Il poemetto duecentesco, firmato da un tal Henri, fa parte di un corpus diffusosi fra l'inizio del XIII e la
fine del XV secolo e comprendente tredici versioni della leggenda di Aristotele cavalcato.
46
Alain CORBELLARI, «Aristote le bestourné: Henri d’Andeli et la “révolution cléricale” du XIII e siècle», in
Jean Claude Mohlethaler (éd.), Formes de la critique. Parodie et satire dans la France et l’Italie
médiévale, Paris 2003, pp. 161-185; Les ''Dits'' d'Henri d'Andeli. Suivis de deux versions du ''Mariage de
Sept Arts'', textes traduits et présentés par Alain CORBELLARI, Paris 2003.

84
puis que Nature le semont,
quant tot le meillor clerc du mont
fait comme roncin enseler.

commenta l’autore.

(Lai, 338-48) Ge sui toz vielz et toz chenuz,


lais et noirs et pales et maigres,
et plus en filosofie aigres
que nus c’on saiche ne ne cuide.
Mal ai emploié mon estuide/
qui onques ne cessai d’aprandre!
Or me desaprant por mielz prandre
Amors qui maint preudome a pris;
s’ai en aprenant desapris.
Desapris ai en aprenant
puis qu’Amors me va si prenant.

(Lai, 491-94) Quanque g’ai apris et leu


m’a desfait Nature en une eure,
qui tote scïence deveure,
puis qu’ele s’en veut entremetre.

conclude amaramente lo stesso Aristotele, chierico sconfitto 47. Letto nel contesto della Parigi
duecentesca, l’Aristotele così descritto risulta: «un personaggio la cui saggezza, non bastando
a proteggerlo, se da un lato evidenzia la pericolosità delle donne, dall’altro comporta una nota
di irrisione, nella fattispecie forse acuita dalle resistenze alla diffusione dell’aristotelismo»48.

Senza arrivare agli eccessi del Lai, Corbellari, dopo aver tracciato il quadro laudativo
sopra citato, ricorda anche «l’ironie ou du moins la condescendance dont le narrateur
accompagne les apparitions d’Aristote»49 in vari testi.
Meno giocosa del Lai, e assai più inquietante, è l’immagine finale del filosofo dipinta
dal Roman francese che, dopo averlo così descritto, non senza ironia:

(Alex, IV, 1018-25) Quant li bons Aristotes, li mieudres des escris,


s’apoia devant aus desous un arc vautis.
Bien fu de philosophe ses fais et ses abis,
47
Si potrà probabilmente leggere un allusione a questa legenda nel passaggio del Libro de los doze sabios
che recita: (cap. VIII) «Y por la lujuria vimos perdidos muchos príncipes y reyes, y desheredados sus
reinos, y muchos muertes y deshonras y perdimientos así de cuerpos como de almas de que damos ejemplo
en el rey David y el destruimiento que Dios hizo por su pecado, y en el rey Salamón que adoró los ídolos, y
en Aristótiles y Virgilio, y en el rey don Rodrigo que perdió la tierra de mar a mar».
48
Marco INFURNA, «Introduzione», in Lai, p. 17.
49
CORBELLARI, «La voix cit.», p. 54.

85
ne li chaloit de soi, tous estoit enhermis;
barbë ot longe et lee et le poil retortis
et le chief deslavé et velus les sorcis;
de pain et d’eaue vit, ne quiert autres pertris:
onques n’issi d’Ataines uns seus clers si soutis.

poi gli fa pronunciare queste parole ai limiti dell’empietà:

(Alex, IV, 1064-69) Alixandre, de toi nos ont li dieu traïs;


se tu peüsses vivre seul dis ans acomplis,
tu fuisses dieus en terre aourés et servis,
et te feïsons temples, auteus et crucifis.
Ahi! Dieus, molt par es envious et faillis,
qui les malvais espargnes et les bons nos ocis.

tanto che si interviene per condurlo via:

(Alex, IV, 1070-73) Or deïst ja mervelles qant il fu acueillis


qant doi autre gramaire, Varo et Egesis
li senerent de loins que trop iert esbahis,
qant il des dieus mesdist, trop est de sens maris.

Conclude al proposito Catherine Gaullier-Bougassas:

perhaps reflects a criticism of the vanity of pagan philosophy. […] Might we perhaps also see
in it an implicite attack on the greater diffusion of Aristotle’s writings in the Parisian schools
where Alexandre de Paris may have studied? Nothing allow us, of course, to affirm this with
certainty. One can simply point out that the introduction of ambiguities into the portrait of the
philosopher coincides with progress in the knowledge of Aristotelian philosophy and the
increase in resistence to it50.

L’Alexandreis di Gautier de Chatillon51 si inserisce a pieno titolo in questa linea, anche


se non con i toni drammatici del Roman – e fornisce anzi probabilmente lo spunto per la
descrizione della decadenza fisica di Aristotele nel Lai. Ma poniamo subito a confronto testo
latino e testo romanzo:

Libro de Alexandre Alexandreis

50
Catherine GAULLIER-BOUGASSAS, «Alexandre and Aristotle in the French Alexander romances», in The
medieval French Alexander, Donald Maddox – Sara Sturm-Maddox (eds.), New York 2002, pp 57-74, p.
65.
51
A sua volta profondamente debitrice del Secretum Secretorum. Il Poridat de las poridades si apre con
questa immagine: «[Aristotele] quando enuegecio, enflaquecio et non pudo yr con el en hueste nin fazer le
seruicio».

86
32 Maestro Aristótiles, que lo avié criado I, 59-71: Forte macer pallens incompto crine
seyé en es' comedio en su casa çerrado; magister / (Nec facies studio male respondebat)
avié un silogismo de lógica formado: apertis / Exierat thalamis ubi nuper corpore toto /
essa noch' nin es' día nunca aviá folgado. Perfecto logyces pugiles armarat elencos. / O
quam difficile est studium non prodere uultu! /
33 Más era medio día, nona podrié seyer: Liuida nocturnam sapiebant ora lucernam, / Seque
ixió don Aristótiles su criado veer; tenui discrimine pellis / Ossibus in uultu,
quisquier' ge lo podrié por vista coñoçer, partesque effusa per omnes / Articulos manuum
que veló [veyel'] al cresuelo, que viniá de leyer52. macies ieiuna premebat. / Nulla repellebat a pelle
parentesis ossa. / Nam uehemens studii macie
34 Los ojos teniá blancos e la color mudada, labor afficit artus / Et molem carnis, et quod cibus
los cabellos en tuerto, la maxilla delgada; educat extra / Interior sibi sumit homo fomenta
nos' le tenié la çinta, yuso yazié colgada; laboris54.
podriá caer en tierra de poca empuxada.

35d pero ovo el niño, quandol' vio, grant pavor.

49c espero tu consejo como del Salvador.

198 El rey Alexandre quando fue coronado,


pavor avié tod’omne que l’oviesse irado;
su amo Aristótiles estava bien pagado,
que tan grant alegría vedié de su criado.

204 Mestre Aristótiles viejo e decaído,


con sus manos temblosas, luenga capa vestido, I, 222-225: Principis a facie, uatum grege cinctus
sedié çerca del rey leyendo en un livro; inermi, / Sedit Aristotiles molli uelatus amictu, /
nunca tan rica corte vido omne naçido. Iam rude donatus fatisque prementibus annos /
Curuus, et inpexos castigat laurea crines.

1965 Envïolas a Greçia, a la su madre cara, J2, 76: Deinde scripsit epistolam Olimpiadi matri
a las sus hermanillas que él niñas dexara53, sue et Aristotili preceptori suo.
al su maestro bueno, el de la barba sara,
el que muchos castigos buenos le enseñara.

1966 Quando fueron las cartas en Greçia arribadas,


fueron bien reçebidas, fueron luego catadas:
fueron madre e fijas alegres e pagadas,
el maestro con gozo bien saltó tres passadas

52
I versi cd, non di facile interpretazione se si tiene solo conto della fonte latina, sono uno dei passaggi per i
quali Bienvenidos MORROS MESTRE («Las glosas a la Alexandreis en el Libro de Alexandre», Revista de
literatura medieval, 14.1 (2002), pp. 63-108) ha segnalato la confluenza nel testo castigliano delle glosse
che accompagnavano la Alexandreis: «Livida nocturnam, quia studentes in nocte vigilabant ad crucibulum;
Lucernam, crucibulum sive candelam quamdiu nocte studuerat». L'espressione ad crucibulum avrebbe
prodotto al cresuelo.
53
Il particolare delle sorelle, alieno alla Historia de preliis, rivela la conoscenza della Epistola ad
Aristotelem dove si legge: «et a mea ruaque pietate aberro, nisi tibi [Aristotele], ut Olympiadi, matri meae,
sororibusque meis de singulis regni mei commodis scribam»; «Semper memor tui etiam inter dubia
bellorumque nostrorum pericula carissime praeceptor ac secundum matrem meam sororesque meas
acceprissimi» .
54
Non dissimile la descrizione del maestro nel Laborintus di Eberardo Alemanno: «Afflixit corpus
Parisiana fames. / Sicut Parisius est divitibus paradisus, / sic est pauperibus insabiata palus. / Deinde tibi
fornax fuit Aurilianis, alumna / auctorum, Musae fons, Heliconis apex. / Unde reversus eras nudatus veste,
lacerna, / pallidus exilis corpore, rebus inops. / Sed nunca cura gregiste mancipat, urit et artat / officii jure,
sedulitate, metu. / Pervigilate tibi face nocturna, recitata / saepius excerberat lectio mane caput».

87
Vediamo che già Gautier utilizza le arti della retorica per ottenere un effetto ambiguo,
estremamente drammatico a una prima lettura ma potenzialmente ironico alla seconda, anche
se in virtù di una notevole sottigliezza: si parla infatti di una devastazione fisica descritta in
modo particolareggiato e la cui causa, in fondo, è individuata in null’altro che lo studio, uno
studio che consuma dall’interno come una malattia. Né suona molto riverente l’espressione
utilizzata per descrivere gli altri potenziali chierici (così li avrebbe definiti l’anonimo se
avesse tradotto il verso): «uatum grege inermi»55.
Ma, qualunque fosse l’autentica volontà di Gautier, l’anonimo non esita nel
ridipingere la scena orientandola su un versante decisamente comico56: l’apparizione di
Aristotele (con la precisazione del fatto che esce di casa a un’ora precisa) porta il tutto su un
piano di scenetta quotidiana e trasforma il filosofo in una sorta di fantasma che, con il suo

55
Un altro esempio di ironia, sottolineato da Douglas KELLY («Alexander’s clergie», in The medieval
French Alexander cit., pp 39-56), è nel Roman de Athis et Prophilias, interamente costruito sul doppio
topos chevalerie/clergie e chevalerie-Roma/clergie-Atene: (vv. 5472-78) «Li riche homme de la cité
[Atene] / estoient si asseüré / ne savoient armes porter, / ne guerre faire ne jouster. / N'amoient pas
chevalerie. / Tuit entendoient a clergie, / tous li savoirs iert del mont»; (vv. 5508-13) «Lors s'en issent li
citoien, / et li bourgois et li vilain, / li chanoine, li clerc d'escole, / une gent de guerre molt fole. / N'ierent
mie a besoing delivre: / miex savoient garder en livre»; (vv. 5574-78) «Plus lor cheirent jus de botes / a
ceuls que norri Aristotes, / et d’esperons et de chapiaus / et de chapes et de mantiaus / qu’en ne vendroit en
un marchié». Dopo la loro ignominosa disfatta, i chierici ritornano ai loro libri, mentre i Romani
conquistano il mondo; (pp. 132-130): «La vision comique des clercs et des chanoines abandonnant capes et
chapeau sur le champ de bataille d'une guerre qu'ils n'ont pu soutenir accentue cette impression [di
superiorità della chevalerie sulla clergie]. Aux Athéniens, combattants humiliés, reste seule la clergie, non
l'art de la guerre. Rome, en revanche, a du réunir les deux arts. […] On peut même se demander d'ailleurs
s'il ne faut pas voir dans la victoire de Rome l'expression d'une méfiance à l'égard d'un certain type de
savoir que représenteraient Athènes et le nom même d'Aristotes. […] L'auteur paraît rejeter le savoir érudit
tel qu'il était dispensé dans les écoles et la place de plus en plus importante qu'y tenait le philosophe».
56
La comicità di questa prima apparizione di Aristotele era già stata notata da Juan CASAS RIGALL,
«Bromas y veras en el Libro de Alexandre», Moenia, 6 (2000), pp. 277-304, il quale interpreta
esclusivamente nel senso della gravedad la corrispettiva scena latina, cosa che fa spiccare ancora di più il
carattere “eversivo” della versione castigliana.
In generale, con riferimento all’intero libro, Casas Rigall afferma (p. 296): «Conceptos épicos
como el héroe, líricos como el amor, cristianos como el matrimonio no escapan la mirada irónica del autor,
quien ni siquiera está al margen de su propia perspectiva escéptica. A lado de la ironía, la sátira, que fustiga
el vicio por medio de la risa, aflora en el denuesto del pecado, que a menudo se focaliza sobre la sociedad
contemporánea». Si veda anche José María BALCELLS, «Aspectos humorísticos del mester de clerecía», in
Actas de XI Congreso Internacional de la AHLM (León, 20-24 de septiembre de 2005), Armando López
Castro – María Luzdivina Cuesta Torre (eds.), León 2007, pp. 27-40.
Peter Dronke ha fatto notare anche l’ironia della reazione di Alessandro di fronte ai consigli di
Aristotele: «[copla 86: «El infant fue alegre, tóvos por consejado, / non olvidó un punto de quantol fue
mandado, / perdió el mal talento e tornó tan pagado / como si ya aiesse tod’esto acabado»] Egli
[l’anonimo] è un chierico come Gualtiero di Châtillon, ma a differenza del suo predecessore usa l’ironia per
minare il valore di ogni conoscenza clericale quando disegna la scena dell’insegnamento di Aristotele. Un
quattordicenne dotato, suggerisce, può assorbire tutta la sapienza di Aristotele e poi semplicemente passare
ad altro» (Peter DRONKE, «Introduzione», in Alessandro Magno nel Medioevo occidentale, Corrado
Bologna – Pietro Boitani – Adele Cipolla – Maria Antonia Liborio (ed.), Milano 1997, p. XLVII).

88
pallore notturno, vaga per le strade, per contrasto, nella piena luce del giorno. L’aspetto
dell’«incorrupto crine» di Gautier, con un suggerimento dato probabilmente dal successivo v.
225 «inpexos castigat laurea crinis», viene amplificato in senso comico dal particolare della
fascia che non riusciva a rimanere al suo posto per lo stato dei capelli. E, ultimo tocco, lo
stesso Aristotele, ridotto a non molto più di quella fascia, avrebbe potuto cadere anche lui a
terra per una semplice “spintarella”. Così, il verso aggiunto dal poeta circa la reazione di
Alessandro (35d) gioca su una duplice valenza: i versi successivi glossano questo pavor in
una impaurita reverenza del discepolo nei confronti del maestro; ma la loro lettura appena
dopo la descrizione di questo fantasma lo fa interpretare anche come spavento di fronte al
profilarsi di una figura tanto inquietante.
La seconda descrizione non è meno spietata, aggiungendo, al dettato latino, il
particolare delle mani tremanti che toglie ogni aura di gravità alla scena. Non solo, viene
anche inserito un secondo elemento originale: di fronte a una corte così ricca come mai
nessun essere umano ha visto, Aristotele, abituato come si è già visto a stare «en su casa
çerrado», siede vicino al re «leyendo en su livro»: una sorta di intellettuale autistico. E
l’effetto di estraniamento rispetto alla realtà di questo “vecchio decrepito” potrebbe essere
suggerito anche dalla copla 198, con la giustapposizione della grande soddisfazione di
Aristotele per il successo del suo pupillo e la constatazione che «quando fue coronado / paor
avié tod’omne que l’oviesse irado»: l’Alessandro incoronato, in realtà, inquieta i suoi sudditi
mostrando una delle sue ombre, l’irascibilità. Infine, l’ultima, impietosa apparizione di
Aristotele: la stringata frase della fonte (HdP J2, 76) viene amplificata, e l’uscita di scena del
filosofo è sancita dal massimo dell’irriverenza: il maestro, per la gioia, fa tre salti. Quello
stesso maestro che aveva impartito tanti buoni castigos57.
In questo contesto, come non leggere un’ironia feroce nell’affermazione di Alessandro
(49c): «Espero tu consejo como del Salvador?».
Dato che il Libro si è aperto con una connotazione di Alessandro in primo luogo come
discepolo di Aristotele, la storia del Macedone non è in fin dei conti quella del fallimento del
discepolo di un vecchio tremante?
E soprattutto, queste rappresentazioni di Aristotele possono coniugarsi con un
supposto entusiastico aristotelismo dell’anonimo poeta?

57
All'inizio della storia Dario aveva già risposto alle provocazioni di Alessandro facendogli notare
ironicamente: (LdA, 781) «Eres niño de días, de seso ben menguado, / andas con grant locura, serás y mal
fallado; / si te fueras tu vía, seriés bien acordado, / si te guías por otro eres mal consejado».

89
Appendice

Dall'antichità al Medioevo, da un sapiente d'Egitto a un clerico moderno: alterazioni


della fonte nel trattamento della figura di Zoroas.

Libro de Alexandre Alexandreis

1052 Avié ý un ric’omne que era de Egipto,


sabié todas las artes [cosas] que yazen en 158 Hic ergo in stellis mortem sibi fata minari
escripto, 159 Contemplatus erat, sed enim quia vertere fati
avié ante noche en las estrellas visto 160 Non poterat seriem, penetrare audebat ad ipsum
quel’avié a matar caballero greçisco. 161 Rectorem Macedum, toto conamine poscens
162 A tanto cedidisse viro, vitamque perosus,
1053 Avielo entendido, ca sabié bien catar,
que avié esse dìa en la lit a finar;
por end' querié al rey Alexandre trobar,
ca querié, si pudiesse, de su mano finar.

1054 Zoroas avié nombre e era bien letrado;


avié de las siete artes escuela gobernado;
pora en caballería era bueno probado;
por tales dos bondades avié preçio doblado. 163 Mortem parturiens in prima fronte furoris
164 Occurrebat ei, curruque premebat ab alto
1055 Zoroas fincó ojo do andava el rey, 165 Grandine missilium pertusum principis orbem.
faziendo lo que fazen los lobos entre grey.
Fuelo a conjurar por Dios e por la ley
que quisiesse su lança emplearla'n eley.

1056 Maravillós’ el rey, fue fuerte espantado.


Díxole: «Eres loco o miembro de pecado.
Serié mi preçio todo aquí menoscabado,
si yo contra ‘l vençido fuese tan denodado.

1057 Más ruégote que'm digas, por la ley que


tienes,
de quáles tierras eres, de quál linaje vienes,
ca tú eres sin seso o engañarme quieres
o por alguna guisa cosa nueva entiendes». 140 Stabat at opposito niveis pretiosus in armis
141 Memphites Zoroas, quo nemo peritior astris
1058 Zoroas le respuso: «Dezirt’ he la verdat: 142 Mundana prenosse vices: quo sydere frugis
en Egipto fui nado e vin’a tal edat; 143 Defectum patiatur ager, quis frugifer annus,
end’ovi los parientes e he gran heredat; 144 Unde nives producat hyemps, que veris in ortu
allí apris' sapiençia a muy grant plenedat. 145 Temperies impregnet humum, cur ardeat estas,
146 Quid dedit autumpno maturis cingier uvis,
1059 Sé bien todas las artes que son de clereçía, 147 Circulus an possit quadrari, an musica formet
sé mejor que tod’omne toda estremonía: 148 Caelestes modulos, vel quanta proportio rerum
cómo lauda a Dios la santa armonía: 149 Quatuor inter se novit quis sydera septem
de entender leyenda sól' fablar non querría. 150 Impetus oblique rapiat contraria mundo,
151 Quot distent a se gradibus, que stella nociuum
152 Impediat sevire senem, quo syder fiat
153 Obice propitius, Martem quis temperat ignis,
154 Quam sibi quisque domum querat, quod sydus

90
in isto
157 Regnet hemispherio. Motus rimatur et horas
156 Colligit, eventus hominum perpendit in astris.
147 Parva loquor, totum claudit sub pectore caelum.
169 in me converte furorem
170 Si quid adhuc virtutis habes. Me contere, cuius
171 Miliciam claudit septemplicis arca sophiae
1060 Yazen todos los sesos en esta arca mía, 172 Et caput astriferum sibi vendicat utraque
ý fizieron las artes toda su cofradía; laurus.”
demás por todo esto, pora en caballería
non conosco a omne naçido mejoría.

1061 Conoçílo anoche por mi sabiduría


que'm sacarién la alma oy en aqueste día.
Sepas bien por verdat que por ende querría
morir de la tu mano; gradeçértelo ía».
173 Motus Alexander miseretur obire violentis
1062 «Serié – dixo el rey – , cosa desaguisada, 174 Ac placide subicit “proch monstrum, quisquis
tirarles a las artes tan preçiosa posada. es,” inquit
Non lo querrién los dios que esta mi espada 175 “Vive precor, moriensque suum ne destrue
en tan santa cabeça fuesse ensangrentada». tantis
176 Artibus hospicium, numquam mea dextera
sudet
177 Vel rubeat gladius cerebro tam multa scienti.
178 Utilis es mundo, quis te impulit error ad amnes
1063 Quand’entendió Zoroas que nol' podié 179 Tendere velle Stigos, ubi nulla scientia floret?”
mover, 166 Nec solum iaculis sed voce probisque lacescit,
començóle un dicho malo a retraher: 167 Atque ita: “Nectanabi non infitianda propago,
díxol' que non devié rey nunca seer, 168 Dedecus eternum matris, cur vulnera perdis
ca era fornezino e de rafez afer. 169 Ignavos agitans?

1064 Por amor de moverlo toda vía en saña,


retróxole que era fijo de mala nana, 183 Infremuit Macedo, Zoroaeque ut parcere posset,
que mató a su padre a 'scuso en la montaña, 184 Asmissum procul egit equum.
que nunca ombre fizo atan mala fazaña.

1065 El rey con tod' esto non quiso recodir,


ca vío que andava cuitado por morir; 184 sic ergo remotus 185 continuit bilem
sorrendó su caballo, començose de ir, 180 Dixit. At ille pedes terrae se mandat, eique,
en la punta de Dario conpeçó de ferir. 181 Qua se dissocians ocream lorica relinquit,
182 Sauciat ende femur et dedicat arva cruore.
1066 El fol de su porfidia non se quiso toller,
fue por a Alexandre a todo su poder.
Do suele la loriga con la calça prender,
dióle atal ferida quel' fizo contorçer.

1067 El rey fue de colpe de Zoroas plagado


de muy mala plaga, onde fue embargado, 185 verum Meleager eodem
pero nol' tornó mano, tant' fue de mesurado, 186 Irruit, et Zoroae, qua cruri tibia nubit,
mas escusoli otri, que lo libró privado. 187 Cedit utrumque genu. Tum cetera turba
iacentem
1068 Meleáguer fue presto, diol' por el costado: 188 Comminuunt in frustra virum stellisque
fue luego abatido el loco endiablado, reponunt58.

58
Altra figura patetica di astrologo “accecato” nelle sue predizioni è quella di Rannez nel Roman de Eneas,
vittima del vino: (Eneas, 5129-50) «Tant out alé li compaignon / qu'il vindrent au pavillon / de Rannez jut,

91
fue luego fecho puestas, en las lanças
alçado.
Qui a rey firiere non prenda mejor fado!

qui ert moult sages: / d'oysiaus savoit toz les langajes, / et moult savoit bien deviner / et jeter sors et
enchanter; / souz ciel n'avoit meilleur devin. / La nuit ot tant beu de vin / que tout son senz en fu troublé / et
son savoir oublié; / cil qui de autres devinoit / de soy meisme ne savoit / que sa mort li fust si prochaine, /
mais bien avoit dit la semaine / que ce savoit il bien sanz faill e/ qu'il ne morroit mie en bataille. / Ja nel fist
pas: il ot voir dit, / car il n'i fu ne ne la vit, / ne say comment il y morust, / car ainz que la bataille fust, / li
fist Nesus le chief voler, / si ne sot il preu devins».

92
I.3.c
Fra esortazioni, commenti e spiegazioni: l’autore di fronte al suo pubblico,
l’autore all’interno della sua opera

Il clerc/narratore-autore dei romans antiques compie a livello narrativo, attraverso


l'“interventionnisme”, secondo la definizione di Aimé Petit, un’operazione fondamentale: in
contrasto con quelli che potrebbero essere i moderni principi del naturalismo/verismo, egli
inserisce la prima persona fra le pieghe della narrazione, partecipando emotivamente al
racconto stesso ma anche rivelandone indirettamente le strutture compositive attraverso una
sorta di commentario metaletterario. Si tratta del problema:

des intrusions d’auteur, celui de l’instance narrative "extradiégétique" selon G. Genette, des
"embroyeurs" de discours selon R. Barthes qui reprend alors la terminologie de R. Jakobson,
ce que P. Zumthor qualifie d’épiphrase. […] J’élabore en particulier une démarche narrative
explicite: les auteurs des romans antiques cherchent le plus souvent à nous éclairer sur les
articulations de leur récit. D’autre part, certaines formes appuyées de communication du
narrateur avec son public font apparaître une attitude pédagogique. Celle-ci n’est pas étrangère
au rapport privilégié que l’écrivain peut entretenir avec ses sources et qu’il souligne alors de
manière significative. En outre on ne peut négliger les interventions de type soit affectif, soit
critique et visant même à la moralisation1.

La compresenza di tutti i topoi dello scrittore propri del roman antique (che raggiungono la
loro massima diffusione all’interno del testo nel Roman d’Alexandre ma soprattutto nel
Roman de Troie) fra le coplas del LdA, il quale, con il suo stile proprio – perché questa è cosa
da sottolineare con forza: l’anonimo ha uno stile –, ne amplifica alcuni e conferisce loro una
formulazione particolare, insieme agli altri elementi analizzati induce a pensare che il poeta
castigliano, particolarmente dotato letterariamente e retoricamente, sia stato in grado di
percepire distintamente e assimilare i tratti caratteristici di un genere, e abbia poi saputo non
solo utilizzarli ma anche reinterpretarli. Limitandoci a questo aspetto, nel resto della
produzione in cuaderna vía, è solo Berceo l’unico in grado di comprendere appieno la lezione
estetica alessandrina seppur distanziandosene, probabilmente, da un punto di vista
contenutistico se si vuole leggere un tono polemico nell’allusione raffinata dello scrittore
della Rioja alla copla alessandrina 2288:

(LdA, 2288ab) Non conto yo mi vida por años ni por días,


mas por buenas faziendas e por caballerías.
1
PETIT, Naissance cit., p. 752.

93
(Domingo, 70) Sufrié fiero lazerio las noches e los días
tal como oyestes en otras fantasías.

A differenza di quest'ultimo, l’autore del Libro de Apolonio, pur rivaleggiando con il LdA dal
punto di vista tematico, riduce la dichiarata nueva maestría del prologo all’uso del tetrastico
monorima; e l'Arlantino, componendo il Poema de Fernán Gonzalez, agisce semplicemente
da emulo un po’ pedante.
Alcuni caratteri di questo “interventionnisme” romanzesco, messo in evidenza da Petit
per l'ambito francese, si incrociano poi con certi stilemi propri della poetica della cuaderna
vía europea, per i quali fornisce numerosi esempi Elena González Blanco-García2. Rimando
inoltre agli esempi tratti dai testi fondativi del genere – i Proverbia super natura foeminarum
(ca. 1160) e il Poème Moral (1200 ca.) «que fijó las características del género»3 – e da alcuni
testi provenzali citati da Jorge García López nella sua Introduzione alla recente edizione del
LdA.
Si tratta in primo luogo del riferimento alla fonte-scritta, che si intensifica in particolar
modo nella prima metà del XIV sec.: «En muchos casos los autores se inspiran en una fuente,
generalmente latina, que les sirve de modelo y citan, asegurando que la han seguido con
firmeza, que se han ocupado de traducirla, dada la importancia de que su contenido se
transmita entre los fieles»4. Ne è un buon esempio l’incipit del Purgatoire de Saint Patrice di
Béroul (metà o inizi del XIII sec.)5:

En l’onor Domidieu et a la soe gloyre


vuel retrayre en romanz por tenis en memoyre
ço que hay trové ou livre escrit d’espurgatoyre;
no i ha rien ajosté fors la veraye istoyre.

In secondo luogo si segnala l’attitudine da traduttore dell’autore; se ne ha un esempio nel


Splanamento de li Proverbi de Salamone di Girardo Patecchio da Cremona (metà XIII sec.):

Si metre con se trova escrito en proberbi per letre,


Girard Pateg l’esplanas e ‘n volgar lo vol metre.

2
GONZÁLEZ-BLANCO GARCÍA, «El exordio cit.».
3
Jorge GARCÍA LÓPEZ, «Introduzione», in Alexandre, p. 29: «un uso grave y eclesial, vehículos narrativos
ideal de temas hagiográficos y de didáctica moralizante».
4
GONZÁLEZ-BLANCO GARCÍA, «El exordio cit.», p. 75.
5
Per tutte le indizioni bibliografiche rimando ai contributi già citati da cui ho tratto gli esempi.

94
e nelle Expositiones Catonis di Bonvesin de la Riva (seconda metà del XIII sec.):

Eo Bonvesin dra Riva qui voi vulgarizar,


li amaistrement de Cato, ki i vol odir cuintar,
a utilità de multi, k’i’ s' possa acostumar,
tut zo ke sia fadhiga, voi far questo ditar.

In terzo luogo, numerose sono le richieste di aiuto o elemosina, «motivo que también aparece
como tópico desde el período mediolatino»6. Aiuto che può essere anche di natura spirituale,
incrociandosi in questo modo con il topos di modestia. Ad es. nel De die iudicii di Bonvesin
de la Riva:

Ki quest vulgar acata, eo preg pe grand amor


k’el prega la Regina e preg lo Salvator
per mi fra Bonvesin ke sont molt peccador,
ke componi quest’ovra a lox del Criador.

Quarto, viene costantemente sottolineata la veridicità del contenuto. Si considerino, come


esempio, la Légende de Saint Grégoire (XIII sec.) (v. 9):

Le dit que je diray est de vraye matière.

il Dit de Fortune de Jehan Moniot (seconda metà XIII sec.) (v. 17):

Or vous est de Fortune ci la veritez dite.

le Laudes de Virgine Maria di Bonvesin de la Riva (vv. 106-08):

Sed kel ne ge plauxe udire d’un bello sermon verax


cuintare lo se volio et trare per raxon
una istoria veraxe de libri e de sermon.

Si ricorda, infine, l’importanza della misura, della brevitas, nell’espressione letteraria. Ad es.
nel Poème Morale (1200 ca.):

(11-12) N’at nule volenteit de malvaise apresure,


ne ne fait ne ne dist nule rien senz mesure.

6
Ivi, p. 69.

95
(544) Mais a nostre chemin nos convient returneir.
(1161) Mais ce laissons esteir, returnons a la voie.
(1409-12) Nos vos poriens de ce si longement parlier
ke saint Pasnution porieus trop oblier
[…] returnons dont arriere a saint Pasnution.

Ma moltiplicare gli esempi può anche essere fuorviante: se questo è il trend generale di un
certo tipo di composizione letteraria duecentesca, e non solo, è necessario poi individuare un
orizzonte di riferimento molto più ridotto, possibile, per il proprio autore.
La scelta della copla cuaderna e la dichiarazione d’origine, il mester de clerecía,
impongono certamente di considerare anche questo retroterra letterario che si trascina dietro il
tetrastico. Ma la singolarità del tema, vero punto di rottura con il resto della tradizione – come
sottolineato più volte da Jorge García López7 –, impone il confronto con un altro orizzonte,
del quale si condivide la materia e che è con certezza richiamato da una delle fonti, vale a
dire, come si è ripetuto più volte, il roman antique francese del XII sec.
Su questa tela di fondo si incrosterebbe poi una patina, tendenzialmente ma non in
assoluto esclusiva, tipica di una certa porzione della produzione del mester de clerecía
castigliano, derivante dall’uso di un linguaggio molto vicino alla terminologia scolastica,
approfonditamente studiato da Pablo Ancos8:

7
GARCÍA LÓPEZ, «Dal roman a la cuarteta cit.»; ID., «La Biblia cit.»; ID., «Introduzione cit.», pp. 32-33.
8
Pablo ANCOS GARCÍA, «El narrador como maestro en el mester de clerecía», eHumanista, 12 (2009), pp
48-64; cfr. anche Francisco GRANDE QUEJIGO, «'Quiero leer un livro': oralidad y escritura en el mester de
clerecía», in La memoria de los libros: estudios sobre la historia del escrito y de la lectura en Europa y
América, Pedro M. Cátedra, María Luisa López-Vidriero, María Isabel de Páiz Hernández (eds.),
Salamanca 2004, vol. 2, pp. 101-112.
Fra i termini catalogati è bene ricordare la razón (GRANDE QUEJIGO, «Huellas textuales indirectas
sobre la difusión oral cit.», pp. 176-177) che «en ocasiones marca la estructura lógica del discurso o su alto
valor comunicativo. […] En otras signífica explícitamente el término legal de la allegatio»; gli ejemplos
(ivi, p. 178), «cauce narrativo del que puede desprenderse una lección moral»; la desputaçión e le razones
(ivi, p. 183), eco dell’uso didattico della disputatio e delle questiones; il sermón (ibid.) «en el Alexandre
tiene [il significato] de discurso susceptible de introducir desarollos narrativos»; título (96d) (ivi, p. 134):
«técnica de lectura de estudio individual o colectivo, que se desarrolla junto a los índices en la lectura
escolástica»; tractado (ivi, p. 132): «género proprio del mundo académico medieval».
Una lunga analisi richiedono le coplas 1956-57 (ivi, p. 188): «El significado de fuente escrita de
‘testo’ parece imponerse. [Per ‘glosa’] ha de entenderse la exposición escolar de la fuente, su comentario,
técnica documentada ya en el proprio exordio del poema. Más dificil es interpretar el término ‘prosa’,
claramente vinculado a la narración en verso originariamente litúrgica en la poesía de Berceo. […] Los
términos ‘breviario’ y ‘sermonario’ parecen indicar la naturaleza oral del comentario de la glosa que va de
la lectura obligada de la fuente (breviario que se dice) a la creación (fer) de un nuevo mensaje culto de
naturaleza oral (el sermón). Prosa cumpliría, en este sentido, una función documentarista: fijar en escrito el
contenido de un comentario oral». Si ricorda anche il leer (ivi, pp. 125-126): «fuente de aprendizaje y
formación […] el receptor escucha el ‘decir’ de su fuente escrita, bien en solitario […] o en compa ñía de
otros». Questa “lectura rezada” utilizza tre espressioni: leyendo, lección e dictado. «La función dominante
de la lectura rezada como instrumento de formación intelectual hace que las menciones explícitas de agente
cultural de la lectura sea el término letrado».

96
Esta terminología se agolpa en los paratextos de los poemas con lo que el conjunto queda
explícitamente impregnado de un carácter docente, así como en lugares en los que se quiere
hacer hincapié sobre algo especialmente relevante o en pasajes de transición entre segmentos
narrativos, por un lado, y expositivos o argumentativos, por otro. Asimismo, es de notar que
esta terminología abunda en el LdA, Sacrificio y los Milagros de Nuestra Señora […] lo que
no es de extrañar, dado el carácter pedagógico de los dos primeros poemas y la complejidad de
la introducción a los Milagros […] Este vínculo con el ámbito educativo queda aún más
reforzado mediante el uso del verbo leer y de los sustantivos leyenda y lección como
indicadores de un modo de transmisión de los poemas evocador de la lectio académica.

Vorrei quindi appoggiarmi alla struttura di analisi applicata da Aimé Petit ai romans antiques
per verificare la condivisione o meno da parte del poeta castigliano di quella

Organisation narrative proprement romanesque [che] se fait jour, soulignée par une série de
procédés parfois fort appuyés, liés à la conscience de la dimension de l’œuvre et aux nouvelles
conditions de sa diffusion, phénomène particulièrement accusé dans Troie. Se développe ainsi
chez le romancier un discours de caractère métanarratif, quelque fois bien scolaire, orienté
vers la constitution de ce que Chrétiens de Troyes appellera un molt bele conjointure9.

Un’affermazione utile per sfumare – non negare – le conclusioni di Pablo Ancos circa la
“scolasticità” dell’apparato metaletterario del mester.
Tralascio qui di ritornare sulla questione dei prologhi, già ampiamente analizzati, e che
rientrano comunque nella categoria di interventi classificati da Petit come facenti parte da un
lato della categoria «il romanziere e il senso della sua opera» (categoria che comprende
anche: «la scelta del destinatario», «l’idea di trasmissione di una sapienza» e «il rapporto del
romanziere con la posterità»), e dall’altra della categoria «il narratore e la strutturazione del
suo récit»10.

Pablo Ancos analizza invece dettagliatamente le valenze del verbo leer a partire dal «yo quiero
leer» del Millán di Berceo e il «quiero leer un livro» del LdA, con riferimento ai concetti di lego librum illi
di Ugo di S. Vittore e prelegere di Juan de Salisbury: «El narrador-autor ‘lee’ (o sea, comenta, enseña) las
fuentes latinas mediante la lectura en voz alta que el narrador-emisor vocal hace del poema romance. [ Ma]
este fenómeno parece, sobre todo, una estrategía retórica propiciada por convenciones literarias. […] No
creo que se pueda inferir necesariamente que autores y emisores vocales […] tuvieron que desempeñar por
fuerza la profesión de maestro escolástico en la vida real, ni que el receptor primario o anticipado hubiera
de ser su discípulo».
Ricordo l’uso di termini analoghi a quelli già citati da parte di un clerc pienamente imbevuto di
scuola, vale a dire dall'autore del Lai d’Aristotes: traité (42-43, «or revenrai a mon traitié / d’un affaire que
g’enpris ai»); glose (523, «Caton dist, et cist vers le glose»). Ma anche nel Roman de Troie: treté (23302-
03, «ce nos recontent li treité / e li grant livre istorial»). E l’uso del termine raison nel Roman de Thèbes
(34-35, «Ne parlerai pluis longement / car ma raison voil comencier»).
9
PETIT, Naissance cit., p. 826.
10
Ivi, pp. 819-826 e 752-756.

97
I. L’ossessione della brevitas, l’ansia della fin

C’est qu’un certain nombre d’interventions directes de nos premiers romanciers sont liées à
leur conscience de l’étendue, de la durée de l’œuvre qu’ils écrivent. C’est ce qui explique
l’apparition de multiples formules d’abrègement et de refus de description dans les romans
antiques11.

L’utilizzo di queste formule è piuttosto contenuto nel Roman de Thèbes. Segnalo, in tutto il
poema:

(3435) Ne parlerai plus longement,


car ma raison voil comencier.
(1010) Des mes ne vous quier faire fable.
(3223) Ne vous en quier plus atargier.
(5142/7817) Ne vous en quier faire longe plait.

Alle quali possiamo aggiungere le formule di transito da un momento narrativo all’altro:

(598) Mais ore lairon del rei ester,


car des filz fait bien a parler.

Questo materiale paranarrativo, discretamente usato nel Roman de Thèbes (e quasi del
tutto assente nel Roman d'Eneas che, sotto molti aspetti, si distanzia dai suoi compagni), si
dilata smisuratamente nel Roman de Troie. Dato il numero delle citazioni, non pretendo darne
un elenco esaustivo (anche perché si potranno trovare numerose indicazioni nel testo di Petit)
ma solo qualche esempio per illustrare le varie tipologie di intervento. Molto diffuse sono le
formulazioni più semplici, di un solo verso:

(2022) N'i ferai plus porloignement.


(4134/4618) Ne vos en quier lonc conte faire.
(4494) Ne vos en quier faire lonc plait.
(13114) Nos en quier fere demoree.
(16854/26123) Ne sai qu’alasse porloignant.

che possono esprimersi anche in forma di interrogazione retorica:

(16106) Que vos en fareie plus lonc plet?


(18001) Que vos ireie porloignant?
(18402) Que vous en ferie autre plait?
(26003) Qu’en fareie or lonc sermon?
11
Ivi, pp. 769-775.

98
La brevitas, per arrivare al cuore della questione, che è precisamente nella fine, è l’ideale
narrativo, almeno a livello di dichiarazioni, sempre presente agli occhi dell’autore castigliano:
esiste un fine nella sua opera, e questo fine è nella fine; la narrazione richiede l’abbandonarsi
a mille rivoli per soddisfare curiosità – curiosità peraltro non vane ma, evidentemente,
necessarie se inducono a «la materia un poquillo dexar» (LdA, 234c) –; quello però di cui si
deve essere certi, e che l’autore deve più volte ricordare nella sua démarche narrativa, è il
fatto che «será en cabo todo a un lugar» (LdA, 23240)12 perché:

(LdA, 105ab) Como diz la letra, e es verdat provada,


que en la fin yaz todo, el prez e la soldada.

(LdA, 1413) Mas, como diz’el viesso [sabio] – es verdat sin dubdança –
que en la fin yaz todo el prez o malestança,
non queramos seyer en luenga demorança,
vayamos a la fin do yaze la ganançia.

O anche:

(LdA, 281) Dexemos de las otras, de Asia nós contemos,


a lo que començamos en esso tornemos;
lo uno que leyemos e lo ál que oyemos,
de las mayores cosas recabdo vos daremos.

Espressioni a cui probabilmente fa eco Berceo:

(Millán, 265c) En la fin yaz’ el precio de la cavallería.

È una volontà di brevitas, vale a dire di giusta misura, dichiarata fin dal prologo:

(LdA, 4) Non vos quiero grant prólogo, nin grandes nuevas fer
luego a la materia me vos quier' acoger.

perché solo il compimento, la compiutezza dell’opera, è effettiva mostra della bravura


dell’autore:

12
Olivier BIAGGINI, «Todos somos romeos que camino pasamos: homo viator dans le mester de clerecía»,
Cahiers de linguistique hispanique médiévale, 30 (2007), pp. 25-54, p. 50: «Dans le curso sinueux, parfois
même essentiellement digressif, les détours sont a posteriori justifiés et transcendés par l’évidence d’un
sens qui se tient au bout du parcours. D’où la rhétorique de l’auteur qui structure le poème et tous ces
appels à la patience adressés par le narrateur à son public».

99
(LdA, 5d) Ternem', si lo cumpliere, por non mal escribano.

(LdA, 1750d) Ca non quiero que digan que só medio juglar.

(LdA, 2244) Non yaze nul provecho en alongar razón.

La via è lunga, e attardarsi troppo è pericoloso:

(Troie, 1639-42) Mais je n’ai or de ce que faire


del reconter ne del retraire
assez i a d’el a traitier
ne le vos quier plus porlogner.

(Troie, 2043-44) N’en dirai plus, ne nel vueil faire,


quar mout ai grant ovre a retraire.

(Troie, 3835-40) Taire m’en voil aceste feiz.


Se fust il bien reisons e dreiz
que je de la feiçon parlasse,
mes longement i demorasse:
molt ai a dire e molt a fere,
per ce n’en voil or plus retrere.

(Troie, 14942-50) Mes ne me leist pas demorer:


molt ai a corre e a sigler,
car encor sui en haute mer.
Por ce me covient espleitier,
sovent sont nois e destorbier;
maintes ovres sunt conmencees
qui sovent sunt entrelaissees.
Ceste me doinst Deu achever,
qu’a dreit port puise ancre geter.

(Troie, 16499-501) Mes ne vos voil plus envier,


car il me covient repeirier,
a la serre continuer.

Vale a dire: «Mas tornemos al curso mientre nos dura ‘l día» (LdA, 294d), in una delle
formulazioni del topos da parte del castigliano, il quale in questo caso predilige il motivo
della durata del giorno e dell’avvento della notte:

(LdA, 653) En pocas de palabras vos quiero destajar


la obra de las armas qu'Aquiles mandó far;
que si por orden todo lo quesiesse notar,
serié un breviario que prendrié grant logar.

(LdA, 1412) Que los queramos todos por nombre ementar,

100
– cada uno qué fizo, cómo pudo lidiar – ,
mal pecado, la noche podié ante uviar
que pudiéssemos sólo el diezmo recontar.

(LdA, 2469-71) Ante que Babilonia por ojos la veamos,


[…] de las cosas que vío, que escripta fallamos,
maguer que non de todas, de alguna digamos.

Non podremos contar todas las visïones,


todas las que vieron él con sus varones
serié luenga tardança, ca son luengas razones,
non cabrién en cartas de quinze cabrones.

Non podriemos de todas las bestias ementar


con quien muchas de vezes ovieron a lidiar;
podriamos muchos días en poca pro andar.

(LdA, 2585) Si quisiéssemos todas las tierras ementar,


otro tamaño livro podrié ý entrar.

(LdA, 2595) Non quiero de la cátedra fer grant alegoría,


non quiero detener en palabra el día.

(LdA, 2137) Luenga serié la conta de las aves contar:


la noche va viniendo, quiérovos destajar.

Una delle formulazioni più interessanti è quella della copla 2179: il narratore si identifica con
Alessandro e, al pari di lui, cambiare argomento narrativo significa lanciarsi all’inseguimento
del personaggio:

(LdA, 2179) De muchas otras bestias vos podramos contar


que ovo Alexandre in India a fallar,
mas a esta sazón querémos las dexar;
queremos ir a Poro conseguir e buscar.

Sullo stesso tono anche questo secondo intervento:

(LdA, 2469) Ante que Babilonia por ojo la veamos,


ante que en compaña del traïdor cayamos,
de las cosas que vío, que escripta fallamos,
maguer que non de todas, de algunas digamos.

La materia a disposizione è quasi immensa, e gli argomenti per alongar questa razón o per
fare un porloignement non mancherebbero:

(LdA, 1871cd) Merçed al Crïador, sól' que dezir podamos,


assaz avemos rato [hemos razón] e materia que digamos.

101
Esiste un filo della storia da seguire che costringe a “passare sopra” su molte cose, che però, si
badi, sono conosciute dall’autore: l’autore sa molto più di quel che, per ragioni di tempo, può
dire; il lettore/ascoltatore, attraverso l’alluso e il non detto che in realtà vuole dire, è invitato
indirettamente – e quasi si suscita il suo rammarico – a immaginare meraviglie a profusione
che giacciono in altre pagine scritte, alle quali non ha accesso. Ma vi ha accesso il
narratore/autore, che in questa sua veste di mediatore fra il latín e il romance, attraverso la
negazione di qualcosa al conoscitore del solo romance, ribadisce la fondamentale superiorità
del conoscitore del latín. Così anche Benoît:

(Troie, 16677-80) Bien vos deïsse ou hon la prent,


e ses vertuz, dont el a cent,
mes por l’intierposicïon
n’en voil or fere mençïon.

Benoît ricorre spesso al topos della noia per giustificare il suo non dire di più:

(Troie, 12337-39) Ne puis dire ne reconter,


qu’enuiz sereit de l’escouter,
ce que chascuns fist endreit sei.

(Troie, 14651-56) Des entailles ne des figures


ne des formes ne des peintures
ne des merveilles ne des jués,
dont molt i ot en plusors lués,
ne vos voil ore reconter,
qu’enuiz sereit de l’escouter.

Talvolta, se si dicesse tutto, si sarebbe quasi presi per pazzi o millantatori tanto questo mondo
antico che offre la materia è meraviglioso:

(Troie, 3164-72) De folie me peneroie:


ne sereit senpres oïe
solement la disme partie
des merveilles e des faiçons
des murs, des tors e des donjons.
Enuiz sereit de l’escouter
e moi plus grant del recontier.
Ce est la fins: nus hon vivanz
ne vit si riches ne si granz.

(LdA, 1532d) Temo dirá alguno: “Ya, varón, que tú mientes”.

102
In fondo, ci sono cose a cui si potrebbe credere solo vedendole di persona ma, possiamo
dedurre, la capacità del clérigo di leggere nelle fonti vale quasi quanto la testimonianza
diretta:

(LdA, 1963) Que vos quisiesse omne dezir la maestría,


pora qui non lo vió, semejarié follía;
a los que non solién mesurar cada día,
encara pora essos serié sobrançería.

(LdA, 1533ab) Fuera qui la pudiesse por espaçio veyer,


el bien de Babiloña non lo podrián creer.

Il rischio è quello di contraddire l’ideale di scrittura ben espresso da Benoît al termine della
sua “impresa”:

(Troie, 30301-02) Ci ferons fin, bien est mesure:


auques tient nostre livre e dure.

La misura è così perfetta che

(Troie, 30313-14) Tiels i voudroit afeitier


qui tost i porreit enpirier.

Forse, rimanendo in questo stesso solco appena tracciato, si potrebbe percepire un certo tono
di stizza – pensando a interventi del tipo biasimato da Benoît – nelle affermazioni:

(LdA, 1533cd) Busque otro maestro qui más quisier' saber,


ca yo en mi materia quiero torno fazer.

(Domingo, 386) Hi fallaredes muchos que son end sabidores


siquiere de mancebos, siquiere de mayores,
decir vos an mil pares de tales e mejores,
qui sacarlos quisiere busque escrividores.

(LdA, 1492) Más son de çinco tantas las piedras adonadas,


ca son assí las gentes de todas abondadas.
Qui más quisier’ saber busque do son notadas,
ca quiero yo fincar con las que he contadas.

E un po’ di ironia, un po’ di sfida nel:

(LdA, 2539cd) Segunt que lo entiendo cuídolo departir;

103
qui mejorar pudiere, averl'he qué gradir.

Ma se le reticenze di Benoît sono così interpretate da Emmanuèle Baumgartner:

Ce n’est pas l’ellipse ou l’allusion qui caractérisent l’art de Benoît, mais la tentation rarement
refusée de tendre à l’exhaustivité, de repousser sans cesse les limites qui cerneraient l’objet,
tout en affirmant l’impossibilité d’en «faire le tour». D’où la fréquence des vers formulaires
constatant cette impuissance et des phrases-barrage du type «pourquoi m’attarder davantage?»
qui renvoient à son cours souterrain le flot d’un langage qu’il faut coûte que coûte endiguer13.

l’apparato metaletterario dell’anonimo, nonostante le numerose dichiarazioni di brevitas, si


caratterizza per una maggiore esplicitazione di questa seconda tendenza, quella
dell’esaustività che Benoît cerca di nascondere e imbrigliare anche linguisticamente,
attraverso l’adozione – questa sì più caratteristica rispetto al modello francese – di una topica
della strutturazione del discorso legata a un’attitudine di docenza:

(LdA, 276ab) La materia nos manda por fuerça de razón,


avemos nós a fer una desputaçión.

(LdA, 961abc) El rey Alexandre vos quiero enseñar,


– verdat quiero dezir, non cuido ý pecar –,
quál cabtenençia ovo, qué empeçó a far.

(LdA, 1956-57ab) A menos que supiéssedes sobre qué fue la cosa,


bien podriedes tener la razón por mintrosa;
mas quiérovos dezir14 toda la otra prosa,
descobrir vos he el testo, enpeçarvos la glosa.

Quiérovos brevement' dezir el brevïario,


non vos quiero d’un poco fer luengo sermonario.

Esistono delle necessità – educative? – che impongono la digressione, nonostante questa


possa infastidire:

(LdA, 2166d) Avremos – non vos pese – , la cosa destajar.

(LdA, 2334ab) De la corte del infierno, un fambriento lugar,


la materia lo manda, quiero ende fablar.

(LdA, 2324) Quiero dexar el rey en las naves folgar,


quiero de la soberbia un poquillo fablar,
quiérovos la materia un poquillo dexar,

13
Emmanuèle BAUMGARTNER, «Introduzione», in Troie cit., p. 11.
14
Preferisco qui seguire l'edizione di Casas Rigall.

104
pero será en cabo todo a un lugar.

Ma – suggerisce il topos usato nella copla 2548 con la sua poca letterarietà – in un clima che
evoca una ricezione da pari a pari piuttosto che il distacco della docenza:

(LdA, 2548) Querría a la obra de la tienda entrar,


en estas menudençias non querría tardar;
avemos ý un rato assaz qué deportar;
írsenos ha guisando demientre la yantar.

Una serie di interventi del tutto assenti negli altri roman (anche nel Roman d'Alexandre che
condivide con il Roman de Troie la frequenza delle citazioni delle fonti scritte; mentre il
Roman d'Eneas non cita mai la fonte e il Roman de Thèbes lo fa solo una volta)15 stabiliscono
poi una sorta di codice deontologico dell’autore rispetto alla sua fonte:

(Troie, 2061-67) De sa vie ne de son fait


ne sera plus por mei retrait:
je ne la truis mie en cest livre,
ne Daires plus n’en vout escrivre,
ne Beneeiz pas ne l’alonge
ne pas n’i acreistra mençonge.
Daires n’en fait plus mencïon.

(Troie, 5289-93) De celz de Grece vos ai dit


lur senblances selonc l’escrit.
Itant cum je en ai trové
vos ai tot dit e reconté,
n’i ai ajoint ne plus ne meins.

E questa fedeltà si traduce coerentemente nell’impossibilità di fornire talvolta maggiori


dettagli perché non presenti nelle fonti, e non si vuole certo colmare i vuoti con la fantasia:

(Troie, 5577-82) Autre gent ot a Troie assez


riches, saives e renomez
dont n’est ci faite mencions
ne recontee lur faiçons.
El livre n’en truis plus escrit,
e de niul Daires plus ne dit.

(Troie, 10310-12) Mais cil des lor qu’il i tramistrent


ne sai nomer, nel truis escrit,
ne l’estoire pas nel me dit.

15
(Thèbes, 8542): Si com dit le livre d’Estaisce.

105
Ma, di fronte a tanta fedeltà, non bisogna dimenticare il breve accenno del prologo: è vero che

(Troie, 139-41) Le latin sivrai e la letre;


niul autre rien n’i voudrai metre
s’ensi non cum je truis escrit.

ma

(Troie, 142-44) Ne di mie qu’aucun buen dit


n’i mete, se faire le sai,
mais la matire en ensirrai.

Allo stesso modo il nostro anonimo commenta:

(LdA, 1501) Que todas sus noblezas vos queramos dezir,


ante podrién tres días e tres noches trocçia,
ca Galter non las pudo, maguer quiso, complir,
yo contra él non quiero nin podría venir.

(LdA, 2164b) Non leemos su nombre, non vos lo sé dezir.

Ma il suo orgoglio professionale è tale che, in modo assai più esplicito rispetto alle discrete
allusioni en passant di Benoit, afferma anche:

(LdA, 2098-99) Pero Galter el bueno en su versificar


sediá entre cansado e queriá destajar,
dexó de la materia mucho en es logar;
quando lo el dexó, quiérolo yo contar.

De Poro, cóm' fuyó, él non escrivió nada,


nin cóm' fizo tornada la segunda vegada;
de muchas maravellas, mucha bestia granada,
que vençió Alexandre, una lança provada.

Scherzosamente, Gualtiero ha fatto quel che a un certo punto vorrebbe fare l’anonimo stesso,
il quale però resiste per portare a compimento la sua opera:

(LdA, 2585cd) Mas quiero en la cosa en destajo andar,


ca so ya cansado, querriame folgar.

106
L’anonimo non si nomina mai ma il suo yo non è meno forte del Beneeiz di Benoît de Saint-
Maure16.

II. «Sabe Dios que me pesa de toda voluntad»: sofferenze del narratore
L’ultima categoria da analizzare è quella della «partecipazione affettiva e critica al
racconto» che comprende: esclamazioni ed espressioni di desiderio, note critiche, interventi
moralizzatori17. Queste espressioni emozionali sono sì riconducibili alla chanson:

mais […] nos premiers romanciers vont beaucoup plus loin. […] Ils peuvent exprimer eux-
mêmes, de manière particulièrement développée, leurs sentiments lors de la mort de l’un de
leurs héros, et se donner presque le rôle de personnage dans un romain dans lequel il
s’engagent alors sans réserve. […] Mais les auteurs […] ne se bornent pas à exprimer
simplement leur sympathies ou leurs antipathies à l’égard de leurs personnages: ils n’hésitent
pas à donner leur point de vue personnel sur ce qu’ils racontent 18.

Ad esempio:

(Troie, 15237-41) A! Las, quel perte e quel dolor


lur avendra ainz le tierz jor,
e cum pesante destinee!
Ne sai cum seit por moi contee,
ne sai cum nus la puisse oïr.

E nel nostro:

(LdA, 2456a) Ay, conde Antípater, non fuesses pareçido!

E, ancora più significativamente, le coplas seguenti con il passaggio dalla narrazione


oggettiva di un evento passato all’accorato monito del narratore che entra in scena
apostrofando direttamente il suo personaggio, esplicitando in prima persona quegli
avvertimenti al sovrano demandati nel corso dell’opera a tanti altri personaggi. Siamo di
fronte a un narratore onnisciente, ma l’onniscienza in questo caso non crea distanza fra il
narratore/lettore-ascoltatore e la storia, non è onniscienza di chi sa come andrà a finire la
16
CROIZY-NAQUET (Thèbes, Troie cit., p. 64) sottolinea: «la relation privilégiée que [l'autore] semble
instaurer entre ses sources et lui-même, par le pronom personnel me: "Co me reconte l'Escriture" (v.
16638). Il est le destinataire élu, avant d'être l'unique destinateur, chargé d'une réécriture de l'Escriture. Il
est officiant à plusieurs titres: il accueille la source, la travaille et la diffuse».
17
PETIT, Naissance cit., pp. 807-819.
18
Ivi, p. 809.

107
storia e lancia segnali (al lettore, non al protagonista) sparsi in corso d’opera, ma
l’onniscienza di chi conosce la storia e in quel momento vive al fianco del personaggio, e,
come effetto sul lettore/ascoltatore, fonde così i due piani temporali: il personaggio è
momentaneamente trasportato nel tempo del narratore/lettore-ascoltatore e poi riconsegnato al
suo corso; o, meglio ancora, il narratore/ascoltatore-lettore è momentaneamente risucchiato
nel tempo del personaggio per un fuggevole contatto.

(LdA, 1649-50) O tú, Dario mesquino, tan mal seso oviste


el día que a éssos tan grant poder les diste,
al falso Narbuçones por tu mal conoçiste!
Mas, que mucho digamos, en fado lo oviste.

Libráronte los fados de los tus enemigos,


diéronte a matar a los falsos amigos.
Si quisiesses creer los proverbios antigos
non dariés tal poder a villanos mendigos.

(LdA, 2530-32) El rey Alexandre, cuerpo tan acabado,


vas reçebir grant gloria, ma eres engañado!
Tal es la ti ventura e el tu prinçipado,
como la flor del lirio que se cae privado!

Esta set que te faze acuitar el camino,


toda te la destaja un mal vaso de vino;
desque el tu Antípater en Babiloña vino,
siempre tu muerte anda con Jobas, mal vezino.

Quando fueres en somo de la rueda alçado,


non durarás un día ca serás trastornado.
Serás entre la rueda e la tierra echado:
lo que viste en Dario será en ti tornado.

E la partecipazione affettiva al racconto si traduce talvolta in un’impossibilità di raccontare


perché sopraffatti dal dolore, o dallo stupore per la eccezionalità, sia positiva che negativa, del
soggetto:

(Troie, 22335-37) De sa maisnee, que direie,


quant recontier ne vos porreie
le duel qu’il funt de lor seignor?

(Troie, 22900-01) Ne porreie mie retrere


le duel, trop est cruels e granz.

(Troie, 23071-72) Ne sai dire ne reconter


le duel qui fu a l’enterree.

(Troie, 16491-501) De Polixena que diroie,

108
quant retrere ne vos savroie
la merveille qu’a feit de sei?
[…] Se vos voleie reconter
la verité de sa dolor,
ice durreit mes tote jor;
mes ne vos voil plus envier,
car il me covient repeirier,
a la serre continuer.

Così il nostro poeta castigliano:

(LdA, 1399) Que mucho vos queramos la razón alongar,


hévoslo a dezir, pero con grant pesar:
eran muchos e buenos, non los pudo durar,
el buen muro de Greçia ovo ý a finar.

(LdA, 1992cd) De dos amigos buenos vos quiero ementar.


Avremos a oír un poco de pesar.

Le formule discrete di Benoît del tipo:

(Troie, 10067) Ce peise mei, car trop est lait.

diventano irruzione violenta del poeta castigliano al margine degli eventi narrativi:

(LdA, 115cd) Si malos fueron ellos tan mala fin tovieron,


– por fé a mi nom' pesa, ca bien lo mereçieron.

(LdA, 1372cd) Fue todo fecho puestas [pieças], en las lanças alçado.
Por verdad vos dezir de tal colpe me pago.

(LdA, 169a) Un ric’omne, que pueda mal siglo alcançar.

(LdA, 423c) Tersites avié nombre – el que aya mal fado.

(LdA, 498c) Pándarus, un arquero, a qui dé Dios mal fado.

(LdA, 2236a) Vino una saeta – que sea maledita.

Per arrivare alla violenza della strofa seguente:

(LdA, 2618) ¡Maldito sea cuerpo que atal cosa faze!


¡Maldita sea alma que en tal cuerpo yaze!
¡Maldito sea cuerpo que d'aquello le plaze!
¡Dios lo eche en lazo que nunca se deslaze!

109
anticipata da:

(LdA, 2616ad) El falso traidor, alma endïablada,


[…] tan bién podrié al malo darle grant cuchillada.

O, con atteggiamento emotivo contrario:

(LdA, 1075c) Diole el su caballo – dél' Dios buen gualardón!

(LdA, 1083d) Bien aya qui a Dario fueli leal cofrade.

(LdA, 1775ab) El rey Alexandre púsolo en el lecho,


pusol' çeptro en mano e fizo grant derecho.

La compenetrazione dell’autore nel racconto è tale che egli si permette anche qualche
omissione, per un suo personale senso di giustizia:

(LdA, 950ab) Qual fue el mesturero, non lo quiero dezir,


– omne fue de grant preçio, quiérolo encobrir.

anche se una sorta di omaggio alla verità storica impone in altre situazioni di parlare:

(LdA, 1902cd) Maguer nós lo queremos encobrir e callar,


en Filotas es toda la cosa a quebrar.

o di commentare così le azioni del protagonista:

(LdA, 1862) Sabe Dios que me pesa de toda voluntat,


Dios el entremediano nol' aya pïedat!
Segund mi conoçençia, cuido dezir verdat:
menoscabó el rey mucho de su bondat.

È questo un tratto importantissimo:

Ce goût pour l’analyse apparaît aussi à travers les interventions appuyées du narrateur que
commente et explique l’attitude et les propos tenus par ses personnages. C’est là une
innovation fondamentale par rapport à la Chanson de geste où, hormis quelques brèves et
épisodiques indications du narrateur, les personnages paraissent se situer tout entiers dans les
paroles qu’ils prononcent, dans les gestes qu’il accomplissent 19.

19
Ivi, p. 639.

110
III. Un mondo di lettere e parole
Il primo dato da rilevare in questo apparato paratestuale, e che d’altronde spessissimo
è stato sottolineato come uno dei caratteri marcanti del mester de clerecía – affermazione che
però dovrebbe essere sfumata se si guarda ad esempio alla scarsità di citazioni di questo tipo
nel Libro de Apolonio –, è il riferimento alla fonte scritta.
In particolare, «si les références à la source écrite peuvent, dans certaines chansons de
geste, souligner les rapports de l’épopée et de l’histoire, elles n’interviennent alors jamais
avec la fréquence qu’elles accusent dans le Roman d'Alexandre et dans le Roman de Troie»:
vale a dire 57 volte nel primo caso e 210 nel secondo20.
Rimando, per l’elenco delle varie forme di citazione della fonte scritta, all’ampia
analisi condotta da Amaia Arizaleta21. Vorrei qui però aggiungere qualche notazione sparsa al
riguardo.
La fonte scritta è spesso chiamata in causa quando la veridicità di un fatto potrebbe
essere messa in dubbio, incrociandosi così con un altro stilema dell’apparato retorico del
roman e del tetrastico, vale a dire i ripetuti richiami all'autenticità di ciò che si racconta:

Traducteurs qui relatent une estoire, les auteurs de romans antiques s’ingénient à gagner et à
conserver le crédit de leur public, en particulier par des protestations soulignant la véracité et
l’authenticité de leur récit [particolarmente nel ''Roman de Troie'', dove si moltiplicano le
formule del tipo (9519) ce di por veir, (10099) ce dist l’estoire de verité, (13499) se c’est veirs
que nos en lisons]22.

Da questo atteggiamento derivano gli usi del seguente tipo:

(LdA, 11d) En escripto yaz’esto, sepades que non miento.

(LdA, 112ab) Fízol’ un elefante, com' diz' la escriptura,


en una dromedaria por muy grant aventura.

(LdA, 2161d) En escripto yaz’esto, es cosa verdadera.

Allo stesso modo, è l’autore stesso che pone talvolta uno spazio fra sé e il dato narrativo in cui
si insinua il dubbio dello spirito critico:

20
Ivi, pp. 789-806, in particolare p. 797.
21
ARIZALETA, La translation cit., pp. 100-143
22
PETIT, Naissance cit., pp. 793-794.

111
(LdA, 759ab) Dizen una fazaña pesada de creyer:
que diez años duró la villa en arder.

(LdA, 826ab) Semeja fiera cosa, mas diz' lo la leyenda,


que tres días complidos duró esta fazienda.

E le tanto citate coplas 2390-93, nascondono in realtà un giro di parole con cui il poeta riesce
a eludere il problema intellettuale – del quale è cosciente – piuttosto che risolverlo:

(LdA, 2390-93) Miémbrame que solemos leer en un actor


que tornó Niobé en piedra per dolor,
Felis tornó en árbol por el su buen señor.
Seméjanme errados de Dios Nuestro Senor.

Mas asmo otra cosa, non cueido ý pecar:


otra guisa se debe esto interpretar:
ca yo creyer non puedo que pudiesse estar:
que pudiessen los omnes en tal cosa tornar.

Non quiso el actor dezir que son dañados:


que los que a Infierno son una vez llevados,
dixo, por encubierta, que son en ál tornados;
assaz puede el omne dezir que son dañados.

Sé que querriá alguno darme un estribot':


querrame dar enxemplo de la muger de Lot,
assaz es pora esso un contrarïo mot’:
más podié terminarlo un cativo arlot'.

Ma qual è questo contrario mot’ che dovrebbe mettere a tacere ogni replica? L’autore lo tace a
sua volta, cavandosela col gioco di parole23. D’altronde, l’ambivalente atteggiamento di
fiducia e critica nei confronti delle scritture antiche24 si evidenzia anche nelle seguenti coplas:

(LdA, 1196-98) Por uno que matamos más de çiento naçieron,


o ribiscaron todos quantos nunca morieron.
Creo que los actores esto tal entendieron
quando de las cabeças de la sierpe dixeron.

23
Si veda anche ARIZALETA, La translation cit., p. 106, e Fernando Juan BAÑOS VALLEJO, «La estatua de
sal o la metamórfosis verdadera», La corónica, 28.1 (1999), pp. 13-24; le citazioni di Niobe e Fillis
sembrano essere un'introduzione del tutto personale dell'autore castigliano.
24
Un altro esempio di atteggiamento prudente nei confronti dei libri è nella Disciplina Clericalis di Pietro
Alfonso (cap. XXI): «De libris non credendis. Philosophus castigavit filium suum dicens: Quicquid
inveneris, legas, sed non credas quicquid legeris. Ad haec discipulus: Credo hoc esse: non est verum
quicquid est in libris. Nam simile huic iam legi in libris et proverbiis philosophorum: Multa sunt arbores,
sed non omnes faciunt fructum; multi fructus, sed non omnes comestibiles».

112
Contan los actoristas, que dizen muchas befas,
que fue una sirpiente que avié siet’ cabeças;
quando le tollién una, siet’ le naçién espessas;
semeja que es esto essas nuevas mesmas.

Gli actores/actoristas raccontano molte menzogne. Si tratta di un’altra mostra dello spirito
anti-autoritario, nel senso di irriverente nei confronti delle auctoritates, che pervade più o
meno sotterraneamente il LdA. Quanta autorità a questo punto è possibile attribuire alle
citazioni de los autores?
Ma, come in molti altri casi, alcune considerazioni dell’anonimo non nascono dal
nulla. Come l’autore castigliano condivide con i romanzieri francesi il trattamento delle
componenti mitologiche, soggette a notevoli amputazioni, così nel suo prologo anche Benoît
mette in discussione un autore e sostanzialmente per le sue befas:

(Troie, 45-65) Omers, qui fu clerz merveilleus […]


ne dist pas ses livres veir,
car bien savons, sens niul espeir,
qu’il ne fu puis de cent anz nez
que li granz osz fu asenblez.
N’est merveille s’il i faillit,
qui unc n’i fu ne rien n’en vit.
Quant il en ot son livre fait
e a Athenes l’ot retrait,
si ot estrange contençon:
dampner le voustrent par raison
por ce qu’ot fait les damedex
cumbatre o les homes charnex.
Tenu li fu a desverie
e a merveillose folie
que les dex, cum homes humains,
faiseit cumbatre as Troïains,
e les deuesses ensement
faiseit cumbatre ovoc la gent
[…] mes tant fu Omers de grant pris
e tant fist puis, si cum je truis,
que sis livres fu receüz
e en autorité tenuz.

Non è scontato che tutto ciò che si legge corrisponda a verità: Alessandro si rende conto che
quella dell’Iliade è realmente verità nel momento in cui lui stesso mette piede a Troia e
“vede” in prima persona:

(LdA, 323cd) Veyé que don Omero non mintiera en nada:


todo quanto dixiera fuera verdat provada.

113
Considerando la scelta della fonte per l’episodio troiano – la prevalenza cioè dell'Ilias Latina
su Darete – l’inciso originale secondo il quale «don Homero non mintiera en nada», potrebbe
forse essere letto come una presa di posizione nel virtuale dibattito fra pro-omerici e anti-
omerici, e ancor più direttamente, come una risposta polemica ai versi “troiani” di Benoît?
Onnipresenza e onnipotenza della scrittura:25 essa può essere fallace ma al tempo
stesso rappresenta l’unico mezzo attraverso il quale è possibile ricordare ciò che è successo,
l’autentica storia di ciascuno. Quello alessandrino è un mondo popolato di scrittura:

(LdA, 327) Tanto pudo el rey la cosa acuçiar,


fasta que el óvo el árbol a fallar
o escrivió Oenone de viersos un buen par,
quando dizen que Paris la ovo a dexar.

(LdA, 329-30) Falló en un bel campo una grant sepultura


do yazié soterrada la gente de su natura.
Tenié cada uno de [sepulcro] suso su escriptura,
e dizié cada uno qui fuera su mestura.

Falló entre los otros un sepulcro honrado,


todo de buenos viersos en derredor orlado.
Qui lo versificó fue omne bien letrado,
ca puso grant razón en poco de dictado.

(LdA, 2519ab) Envïole Marruecos un yelmo natural,


en el yelmo escripto vassalaje leal.

Scrive anche il demonio:

(LdA, 341-42ab) El pecado, que siempre sossaca travessura,


buscó una manzana fermosa sin mesura;
escriviola el malo de mala escriptura

[…] Esta fue la materia – es verdadera cosa –:


«Prenda esta mançana de vós la más fermosa».

E anche le dee leggono e usano il richiamo alla scrittura come sostegno d’autorità alle proprie
affermazioni:

25
La “lettera” da sola può anche essere di per se stessa un elemento decorativo, come sul mantello di Santa
Oria: (Oria, 93-95) «Vistié esta manceba preciosa vestidura / más preciosa que oro, más que la seda pura, /
era sobreseñada de buena escriptura / […] Las letras de los justos de mayor sanctidat / pareçién más leíbles,
de mayor claridat; / los otros más so rienda, de menor sanctidat, / eran más tenebrosas, de gran obscuridat».

114
(LdA, 368abc) Porque es tan fermosa la rueda del pavón,
a mí aparejada fue por atal razón:
esto yaz’en el livro que escrivió Nasón.

Alcuni aspetti delle numerose epigrafi presenti sia nel LdA che nel Libro de Apolonio sono
stati analizzati da Amaia Arizaleta. Interessanti soprattutto le notazioni della studiosa sul fatto
che più volte nel LdA, a differenza dell'Apolonio, autore del messaggio e incisore coincidono:

Celui qui écrit, taille, et celui qui taille, écrit. L’auteur lui-même, scripteur primordial, endosse
le costume du tailleur de pierre: les graveurs dans son poème ne sont que ses propres
métamorphoses. […] L’auteur de l’Apolonio voulait écrire un récit; l’auteur de l’Alexandre
voulait construire une œuvre admirable, miro opere. […] Les lettrés, cachés à l’ombre du
marbre sur lesquels avaient gravé leurs vers, cherchaient peut-être à nous dire, enfin,
l’importance de l’écrit, sa présence incontournable, sa puissance lapidaire pour changer le
monde, e serait-ce que le temps d’une lecture publique 26.

Apelle, scultore-letterato, che costruisce il sepolcro e compone e incide l’epitaffio,


sembrerebbe ricondurci allo stesso orizzonte mentale che faceva scrivere a Benoît de Saint-
Maure:

(Troie, 132-37) Mes Beneeiz de Sainte More


la continue e fait e dit
e o sa main les moz escrit,
ensi taillez e si curez
e si asis e si posez
que plus ne meinz n’i a mester.

Al pari di Apelle e del joglar-letterato evocato nel LdA, «les nombreuses figures de ‘poètes’,
d’inventeurs, d’artist et d’artisans du beau qui peuplent son œuvre […] peuvent apparaître
comme autant de doubles de l’écrivain»27.

IV. Gli eredi e gli epigoni


Degli altri autori del cosiddetto mester de clerecía, solo Gonzalo de Berceo, in parte,
recepisce la lezione letteraria rappresentata da questo ricco apparato metaletterario di

26
Amaia ARIZALETA, «Les vers sur la pierre. Quelques notes sur le Libro de Alexandre et le Libro de
Apolonio», Troianalexandrina, 5 (2005), pp. 153-184, pp. 180-181.
27
BAUMGARTNER, «Introduzione», in Troie cit., p. 18. Si veda anche EAD., «Benoît de Sainte-Maure et
'l'uevre' de Troie», in The Medieval Opus Initiation, Rewriting and Transmission in the French Tradition,
Douglas Kelly (ed.), Madison 1996, pp. 15-20.

115
strutturazione del récit, intessendo con i «señores e amigos» che lo circondano – nello spirito
della sopracitata copla 2548 del LdA28, e abbandonando ogni funzione docente – un fitto
dialogo intorno al testo incentrato su:

1) la tendenza a non aggiungere altro materiale alla fonte né a colmare le sue lacune, fonte
evocata spesso molto concretamente nella sua dimensione fisica di inchiostro e pergamena:

(Millán, 31a) Otra cosa retraen, mas no la escrivieron.

(Millán, 391c) Muchos otros logares que en carta non miso.

(Domingo, 8ab) El nombre de la madre dezir non lo sabría,


como non fue escrito no lo devinaría.

(Domingo, 336) En comarca de Silos, el logar non sabemos,


avié un omne ciego, d’elli vos fablaremos;
de cuál guisa cegara esto no lo leemos,
lo que no es escripto non lo afirmaremos.

(Domingo, 338cd) Si era de liñage o era labrador,


non lo diz la leyenda, non so yo sabidor.

(Domingo, 71bc) El logar do estido, que no lo escrivieron,


o creo por ventura que no lo entendieron.

(Domingo, 73) Año e medio sovo en la ermitañía,


dizlo la escriptura, ca yo non lo sabía;
cuando no lo leyesse, decir no lo querría,
en afirmar la dubda grand pecado avría.

(Domingo, 609abc) De cuál parte que vino


non departe la villa muy bien el pargamino,
ca era mala letra, encerrado latino.

(Domingo, 677a) La otra non leemos onde fue natural.

(Domingo, 751) De cuál guisa salió dezir non lo sabría,


ca fallesció el libro en qui lo aprendía;
perdióse un cuaderno, mas non por culpa mía,
escrivir a ventura serié grand folía.

2) l’ansia di terminare l’opera, accelerando il racconto perché la materia è quasi sconfinata:

28
Rievocata in (Domingo, 376): «Fiço otra vegada una grand cortesía, / si oír me quisiéssedes, bien vos la
contaría, / assí como yo creyo poco vos deterría, / non combredes por ello vuestra yantar más fría»; o
(Milagros, 625): «Amigos, si quisiéssedes un poco atender, / un precioso miraclo vos querría leer; / quando
fuere leído avredes grand placer / preciarlo edes más que mediano comer».

116
(Millán, 208d) Desaquí, si quisiéredes, ora es que folguemos.

(Millán, 482) En Sant Millán vos quiero la materia tornar,


siguir nuestra istoria, nuestro corso guardar,
con unas pocas coplas nuestra obra cerrar,
dezir Tu autem Domine, la lección acabar.

(Domingo, 8d) Prosigamos el curso, tengamos nuestra vía.

(Domingo, ) Movamos adelante, en esto non tardemos,


la materia es grande, mucho non demudemos,
ca de las sus bondades, maguer mucho andemos,
la millésima parte decir non la podremos.

(Domingo, 93) Ante vos lo dixiemos, si bien vos remembrades,


que serié luenga soga decir las sus bondades;
movamos adelante, si non lo consejades,
ca aún mucho finca, más de lo que coidade.

(Domingo, 133) Contarvos mi facienda serié luenga tardança,


ca las raçones luengas siempre traen ojança,
abreviarlo quiero e non fer allongança.

(Domingo, 186) Dexemos al bon omne con el rey folgar,


conviénenos un poco la materia cambiar,
non podriemos sin esso la raçón acordar,
porque nos allonguemos, bien sabremos tornar.

(Domingo, 487) Quiero passar al tránsido dexar todo lo ál,


si non y espendremos todo un temporal;
aún después nos finca una gesta cabdal
de que farié el omne un libro general.

(Oria, 10) Avemos en el prólogo nos mucho detardado,


sigamos la estoria, esto es aguisado;
los días son non grandes, anochezrá privado,
escrivir en tiniebras es mester pesado.

(Oria, 91) Dexemos lo ál todo, a la siella tornemos,


la materia es alta, temo que pecaremos,
mas en esto culpados nos seer non devemos,
ca ál non escrivimos, si non lo que leemos.

(Oria, 163) En esta pleitesía non quiero detardar,


si por bien lo tobierdes quierovos destajar,
a la fin de la duena me quiero acosyar,
levarla a la silla, después ir a folgar.

(Oria, 187) Aún no me querría, señores, espedir


aún fincan cosiellas que vos e de dezir;
la obra començada bien la quiero complir,
que non aya ninguno por qué me escarnir.

117
3) molto rare sono invece le intrusioni di tipo emotivo all’interno del testo o i commenti in
prima persona, che si configurano pertanto come caratteristici del LdA:

(Millán, 181cd) Sufrié un grand enojo, non vidiestes mayor,


sólo de cuentárvoslo me faze mal sabor.

(Millán, 197cd) Fizo a la essida una grand villanía,


dezir non vos la quiero ca verguença avría.

(Millán, 370d) Mal sieglo aya preste que prende tal ofrenda!

(Domingo, 61cd) Non quisiemos la villa en escripto meter,


ca non es nomneziello de muy buen parecer.

(Oria, 42) Avié en la columna escalones e grados,


veer solemos tales en las torres obradas,
yo sobí por algunas, esto mucha vegadas29,
por tal suben las almas que son aventuradas.

29
Siamo nello stesso spirito, che confina con il burlesco e abbassa comunque il tono, delle affermazioni
alessandrine del tipo: (LdA, 2465ab) «Si quanto omne asma oviesse a complir / non podrié Alexandre más
que yo conquerir»; (LdA, 2503d) «[con riferimento ai grifoni] non los riepto, que fambre mala es de sofrir»;
(LdA, 91d) «más vale, según creo, un poco que la mía».

118
V. La convenzione d’oralità: un problema solo castigliano?
La forma di diffusione prevalente delle opere del mester – orale o scritta, da intendersi
meglio come lettura pubblica/lettura individuale – è stata da sempre oggetto di ampie
discussioni per le quali rimando a una bibliografia specifica di cui segnalo qui soprattutto i
contributi più recenti30. Fra le varie, ricordo alcune conclusioni di Grande-Quejigo e Olivier
Biaggini che fanno un po’ il punto sulle ultime tendenze interpretative. Credo però che in
questo genere di discussioni si dovrebbe tenere in conto una notazione, mai o raramente
ricordata, di Gybbon-Monypenny: «In fact the main contention I wish to make is that it is
safer to judge each text individually, on the basis of its general aims and character, than to
generalize about the whole genre on the basis of oral-type formulae that are common to it»31.
Guardando al corpus della produzione duecentesca in cuaderna vía con in mente
queste osservazioni, direi ad esempio che l’oralità colloquiale e comunitaria delle opere di
Berceo – non solo più brevi nel loro complesso, ma strutturate in sezioni minori indipendenti
(fino ad arrivare al caso limite dei Milagros) –, mi sembra spia di una modalità di ricezione
differente da quella presupposta dalle tracce di oralità presenti nel LdA. Credo cioè che
l’orizzonte di auditorio sottinteso da Berceo sia quello prefigurato nei Milagros:

(Milagros, 215) Somnó por Compostela esta grand maravilla,


viniénlo a veer todos los de la villa,
dicién: «Esta tal cosa, deviemos escrivilla;
los que son por venir, plazrális de oilla».

30
Gerald B. GIBBON MONYPENNY, «The Spanish Mester de Clerecía and its intended public: Concerning
the validity as evidence of passages of direct address to the audience», in Frederik Whitehead et al. (eds.),
Medieval Miscellany Presented to Eugène Vinaver, Manchester-New York 1965, pp. 230-244; Isabel URÍA
MAQUA, «La forma de difusión y el público en los poemas del mester de clerecía del XIII», Glosa, 1
(1990), pp. 99-116; María Cristina BALESTRINI, Gloria CHICOTE, «El mester de clerecía en la encrucijada
entre oralidad y escritura», Anclaje. Revista del Instituto de Análisis Semiótica del Discurso, 1 (1997), pp.
43-58; GRANDE QUEJIGO, «Quiero leer un livro cit.»; Fernando GÓMEZ REDONDO, «Narradores y oyentes
en la literatura ejemplar», in Juan Paredes, Paloma Gracia (eds.), Tipología de las formas narrativas breves
románicas medievales, Granada 1998, pp. 253-310; Carlos MORENO HERNÁNDEZ, «Juglaría, Clerecía y
traducción», Lemir, 6 (2002) (http://parnaseo.uv.es/Lemir); ANCOS GARCÍA, «El narrador como maestro
cit.»; Olivier BIAGGINI, «Quand dire, c’est écrire: sur la convention d’oralité du mester de clerecía»,
Pandora, 2 (2002), pp. 109-124; ID., «El autor en los poemas de clerecía del siglo XIII», Revista de
Poética Medieval, 9 (2002), pp. 11-43; ID., «Vocalidad y textualidad en el Libro de Apolonio (algunas
consideraciones sobre su forma primaria de difusión y recepción)», Troianalexandrina, 3 (2003), pp. 41-76;
Fernando GÓMEZ REDONDO, «El fermoso fablar de la clerecía: retórica y recitación en el siglo XIII», in
Lilian Von Der Walde Moherno, Propuestas teórico-metodológicas para el estudio de la literatura
hispánica medieval, México 2003, pp. 228-282; Olivier BIAGGINI, «La translatio dans le mester de
clerecìa: quelques aspects», Cahiers d’études hispaniques médiévales, 28 (2005), pp. 69-92; Matthew
BAILEY, «A Case for Oral Composition in the Mester de Clerecìa», Romance Quarterly, 53.2 (2006), pp.
82-91.
31
GIBBON MONYPENNY, «The Spanish cit.», p. 240.

119
Tornando a una discussione più di tipo teorico, direi che, nel nostro caso, una stessa
convenzione di scrittura – la “convenzione d'oralità” – può oscillare più o meno verso la
convenzione o verso la realtà a seconda del contesto di ricezione previsto. Il contributo di
Grande-Quejigo offre un utile panorama critico-bibliografico sul tema e conclude:

Hemos corroborado la tesis di Isabel Uría, aunque advertimos que en las obras clericales se
ofrece una oralidad mixta […] que responde a una concepción del libro como depósito del
saber y a un doble circuito de recepción de los poemas en el que se dan dos posibilidades
según la competencia del receptor: la directa recepción escrita del “leer” y la indirecta
recepción oral del “oír”. De esta forma, las obras del mester de clerecìa se encuentran en una
encrucijada entre oralidad y escritura32.

E ancora, aderendo alla tesi Uría Maqua,

Esta recepción, en una oralidad colectiva íntimamente vinculada a fuentes escritas, se


corresponde con el ámbito de lectura que se realizaba en ambientes de formación, en peque ños
grupos que comentaban la doctrina recibida, dentro del sistema de educación medieval que
hace del escrito la suma de conocimientos y de la palabra su medio de asimilación personal.
[…] Esta fama alrededor de su recepción se corresponde con el tópico del “texto y la glosa”
que aparece en el corpus33.

Importante in tal senso il contributo di Fernando Gómez-Redondo:

La oposición juglaría/clerecía no separa géneros sino modos interpretativos: el recitador


clerical tiene que conocer antes unos procedimientos formales, rítmicos y acentuales, para
poder sacar todo el partido a la historia que está entregando a su audiencia y que depende
directamente del modo en que él “hable”, es decir, recite, marcando con claridad el cómputo
silábico que es el responsable de engarzar los distintos conceptos que el oyente ha de
asimilar34.
.

Di “convention d’oralité” e “convention ibride” parla Olivier Biaggini, che analizza in


particolare il significato possibile delle dichiarazioni esordiali del San Millán di Berceo, «que
yo quiero leer/[…] leído el dictado»:

La convention de San Millán mime l’actualisation oral d’un texte déjà écrit. Il pose un livre
comme origine de la parole. […] Dictado fait très régulièrement référence […] à la source
latine. […] Dans ce cas, le verbe leer ne renverrait pas seulement à une simple lecture, mais
surtout à une lectio; la lecture de la source […] constitue l’œuvre vernaculaire à venir. […] Le
déroulement du poème nous fait passer d’une lecture de la source latine dans les premières
strophes à une facture («fizo est’ tractado») de l’œuvre vernaculaire dans la dernière strophe,

32
GRANDE QUEJIGO, «Quiero leer un livro cit.», p. 101.
33
Ivi, p. 109.
34
GÓMEZ REDONDO, «Narratores y oyentes cit.», pp. 265-266.

120
ces deux opérations se confondant idéalement lorsque le poème s’achève. […] Dans cette
nouvelle configuration, l’écrit vernaculaire n’est plus censé précéder la parole, mais la
recueillir, bien que cette parole vernaculaire dérive elle-même de l’écrit latin qu’elle
commente.35

In tal modo l’immagine del narratore non si presenta più solamente come quella di un
jongleur lettré bensì anche come quella di un maestro, in ambito scolastico e catechetico. Ma
– confermando indirettamente la validità della notazione di Gibbon – al tempo stesso Biaggini
sottolinea la differenza fra l’esordio del Millán e quello del Domingo, che rappresenta poi,
quest'ultimo, la tipologia di intervento generalizzabile al resto del mester de clerecía. Il
«quiero fer una prosa» del Domingo ci indica che non siamo di fronte alla lectio del Millán,
ma a una composizione letteraria a venire: «Los señores […] s’apparentent à des lecteurs
plutôt qu’à des auditeurs et la première personne prend en charge une écriture plutôt qu’une
lecture publique»36. In conclusione:

La fiction d’une oralité qui se fait écriture résume donc l’idéal des poètes du mester, celui d’un
écrit engendré dans la voix vive et qui, par là-même, laisse résonner dans la lettre, à tout
instant, une parole fondatrice. La convention d’oralité qui régit les poèmes est peut-être
destinée avant tout à pointer cet enracinement de l’autorité de l’écrit dans la parole. […] Le
texte évangélique, autorité suprême, est certes un écrit recueilli dans un livre, mais il est avant
tout une parole, rapportée à l’acte d’énonciation qui la produit 37.

Come in molti altri aspetti, credo che talvolta si corra il rischio di isolare alcuni tratti dei
poemi castigliani presentandoli quali caratteri propri e distintivi dell’arte del mester de
clerecía. Mi sembra piuttosto che questa problematica e ambigua “convenzione d’oralità” sia
caratteristica in generale delle opere romanze, innanzitutto di quelle che si presentano come
traduzione di una fonte, delle opere romanze “di mediazione” potremmo dire, e sarà infatti
assente o marginalmente presente nei casi in cui, invece, prevale l’inventio, ad es. nei romanzi
di Chrétien de Troyes o nei romans antiques di seconda generazione (Athis et Prophilias,
Floire et Blanchefleure ecc.)
Ricollocare la convenzione castigliana nell’alveo di una convenzione anche non
castigliana permette, a mio avviso, da un lato di percepirne appunto tutta la convenzionalità
(dato importante per una valutazione corretta e ponderata del legame fra le formule letterarie e
le reali modalità di fruizione della letteratura; e per ritrovare analogie formulari che

35
BIAGGINI, «Quiero leer un livro cit.», p. 111.
36
Ivi, p. 112.
37
Ivi, p. 119.

121
consentano così di avvicinarsi alla costruzione di un repertorio panromanico del linguaggio
tecnico letterario); e dall’altro lato di apprezzare meglio alcuni tratti distintivi.
Così, in riferimento all'ambito francese, sia Aimé Petit per quel che riguarda l’ambito
della narrazione, che Catherine Croizy-Naquet per le descrizioni, evidenziano l’oralità o
“convenzione d’oralità” delle formule che segnano il momento comunicativo fra il lettore e il
suo pubblico. Esse vengono interpretate come

Signe explicite de la diffusion orale des œuvres qui nous intéressent, sans doute pour un
auditoire restreint. Vraisemblablement, comme nous le confirme un passage célèbre d’Yvain
nos premiers romans sont destinés à être lus à haute voix, en petite comité: (vv. 5358-64) «et
lisoit / une pucelle devant lui / en un romans, ne sai de cui; / et por le roman escoter / s’i estoit
venue a coler / une dame; et s’estoit sa mere, / et li sures estoit ses pere» 38.

Lettura ad altri, ad alta voce, che però, ricorda ancora Petit, non esclude in assoluto la
possibilità della lettura privata, ricordata ad es. nell’Eracle di Gautier d’Arras: (vv. 4240-44)
«La dame sist sor un tapis, / en sus des autres, auques loing; / de lor societé n’a soing, / il ne li
torne a nul delit. / Un livre tient et si i list».
Questo linguaggio dell’oralità presenta, come nel mester de clerecía, sottintesi
didattici:

l’usage de ces verbes n’implique pas la seule audition, mais comporte la sème de comprendre
et d’apprendre: oir est une composante du style didactique. […] Ces clercs récupèrent ainsi,
par un processus d’enrichissement sémantique, une formule épique dans une perspective
romanesque. […] Ces clercs recourent parfois au vouvoiement associé à des verbes comme
sacheiz, dans Troie notamment. […] Le choix du verbe illustre la démarche pédagogique et
révèle un style informatif et persuasif inhérent à la conception que les romanciers ont de leurs
œuvres39.

Prendiamo ancora come esempio il Roman de Troie, il testo più prodigo in indicazioni
metaletterarie. In primo luogo, per aggiungere dati al problema “fruizione del testo”, il
prologo di Benoît ci fornisce un’altra immagine emblematica: la lettura del libro di Omero ad
Atene viene ricordata con il verso (69) «quant son livre reciterent». Vocalità e scrittura si
intersecano nel rapporto con il testo scritto, evidenziando la posizione privilegiata del clerc il
quale legge e al quale la scrittura parla:

(Troie, 763) En icel tens, ce truis lisant


(Troie, 2993) Ce trovent bien li clerc lisant
38
PETIT, Naissance cit., p. 776, cfr. anche CROIZY-NAQUET, Thèbes, Troie cit., p. 400.
39
CROIZY-NAQUET, Thèbes, Troie cit., pp. 400-402.

122
(Troie, 16820) Ne trovons pas ne ne lisons
(Troie, 17518) Si cum je en l’estoire apris
(Troie, 23697) Sachez, ensi cum nos lisons
(Troie, 24353) Ce truis escrit lisant
(Troie, 26246) Si cum jo Daire truis lisant

(Troie, 766) Ensi l’oï l’auctor nomer


(Troie, 2959) Ce dist l’escriz
(Troie, 3990) Ce nos funt li auctor entendre
(Troie, 4856) Si cum nos content li autor
(Troie, 5482) Dont li livres ne se test pas
(Troie, 12440) Ce dist l’estoire que fist Daires
(Troie, 14766) Ce dist li livres qui ne ment

(Troie, 16262) Mes si cum me reconte Daire


(Troie, 16638) Ce me reconte l’escriture
(Troie, 16682) Ensi cum nos retret l’estoire

Fare, dire e scrivere si intrecciano spesso nella definizione dell’atto creatore dell’opera:

(Troie, 91-92) L’estoire qui Daire ot escrite,


en grecque langue faite e dite.

(Troie, 132-34) Mes Beneeiz de Sainte More


la continue e fait e dit
e o sa main les moz escrit.

Utilissimi per comprendere questo meccanismo linguistico di intersezione fra piano


dell'oralità e piano della scrittura sono i seguenti versi del Floire et Blanchefleur:

(Floire, 227-28) Livres lisoient paienors


u ooient parler d'amors.

Il dire si associa concettualmente con l’insegnare:

(Troie, 21-22) Qui siet e n’enseigne ou ne dit,


ne puet estre ne s’entroblit.

Da parte del pubblico si richiede ascolto:

(Troie, 24422) Tot ce qu’en conte li autors


vos conterai sans demorer;
des or i faiz buen escouter.
(Troie, 22766) Oez quels esteit s’aventure.
(Troie, 21242) Des or porroiz oïr retraire.

123
(Troie, 24394) Ja me porreiz oïr retraire
tot en ordre la veritié.

La convenzione è meno ambigua rispetto al castigliano nel momento in cui, per ricordare che
qualcosa è stato detto, non si usano formule analoghe a quelle spaziali «de suso»40 ma – a dire
il vero generalmente, non in assoluto sempre – formule temporali più congrue con l’atto del
dire:

(Troie, 10067) D’aveir ses armes, ja li trait.


(Troie, 16739) Qu’ele ja fust par mei retrete.
(Troie, 23089) Oï avez que j’ai conté.
(Troie, 24387) Dite vos en ai la derriere.

Come espressione icastica del complessissimo rapporto di intrecci che si instaura fra vocalità
e scrittura ricordo infine il vertiginoso gioco di specchi e di doppi con cui si apre il Floire:
l’autore/scrittore utilizza la prima persona di un narratore che si rivolge a un pubblico di
virtuali uditori presentando il racconto attuale come resoconto di una propria
personaleesperienza di uditore, la quale a sua volta rievocava un ricordo di ascolto, ricordo
che, alla fonte, deriva infine dalla lettura di uno scritto da parte di un altro individuo, non a
caso da parte di un clerc:

(Floire, 49-56) L’aisnee d’une amor parloit


a sa seror, que molt amoit,
qui fu ja entre deus enfans,
bien avoit passé deus cens ans,
mais uns boins clers li avoit dit,
qui l’avoit leü en escrit.
Ele comence avenanment.
Or oiés son commencement.

La lettura individuale, a parte il caso della pucelle dell’Eracle, sembra realizzarsi più spesso
per motivi di studio. Così Alessandro può dire in prima persona «yo leí el tractado». Così
Aristotele:

(LdA, 204ac) Maestre Aristótiles viejo e decaído


[…] sedié çerca del rey leyendo en un libro.

40
Oltre che nella successiva General Estoria, la formula si riscontra anche, ad es., nella Semeiança del
mundo, testo per il quale non si può certo pensare a recitazione orale e in cui il dato spaziale convive
comunque con il verbo oïr: (150v) «segundo que nos enseñan estos saujos que oyestes de suso».

124
a cui fa eco, più crudele nella sua comicità, l’Aristotele del Lai, che i libri li chiude:

(Lai, 322-25) Levez est, si siet a ses livres.


Voit la dame aler et venir;
el cuer li met un sovenir
tel que ses livres li fait clorre.

Lettura privata, non a caso per motivi di studio, è quella di Apollonio:

(LdAp, 31-32) Encerróse Apolonio en sus cámaras privadas,


do tenié sus escritos e sus estorias notadas.
Rezó sus argumentos, las fazanyas passadas,
caldeas e latines, tres o quatro vegadas.

En cabo, otra cosa non pudo entender


que al rey Antioco pudiese responder
Cerró sus argumentos, dexóse de leyer.

Oralità e scrittura, vox e littera, ideali retorici e posa docente sono racchiuse in
un’immagine che ben funge da alter-ego berceano, e agiografico, all’orgoglio alessandrino, e
romanzesco:

(Sacrificio, 253-54) El señor glorioso, maestro acabado,


vido que dizián seso e tóvogelo a grado;
mostroles Pater Noster, sermón abreviado,
de la su sancta boca compuesto e dictado.

Todas las oraciones, menudas e granadas,


las griegas e las latinas, aquí son encerradas;
las palabras son pocas, mas de seso cargadas,
sabio fu el Maestro que las ovo dictadas41.

41
Un'altra bella sintesi di molte delle questioni chiamate in causa – scrittura, oralità, traduzione, fonti etc. –,
in area francese, è offerta dalla Vie de Saint Basille (ed. Alex J. DENOMY, Medieval Studies, 18 (1956), pp.
105-124): (vv 5-16) «L'istore, dont je voel or comencier me dis, / conmenche approbate consuetudinis. / Et
qui ne m'en voet croire, voit lire les escris, / il trouvera pour voir tout ce que je vous dis. / L'istore doi bien
yestre devant clers rechitee / et devant laie gent ne doit yestre celee, / care elle est de latin en français
translatee / sans mettre et sans oster fors tant qu'elle est rimee. / Jou ay de traslater mise grant estudie / et,
pour le mieus rimer, villiet mainte nuitie / que de toutes gens fuist plus volontiers oïe. / Je voel or
commenchier. Deus m'en soit en aïe!».

125
I.6
Ancora sulle ekphrasis

Già parzialmente analizzate da Amaia Arizaleta1 – la quale nel 1999 aveva messo in evidenza
soprattutto il fatto che Apelle si configuri come alter-ego dell’autore, e le opere d’arte visiva
come specchio dell’opera letteraria2 – le ekphrasis del LdA si rivelano ancora, a un’analisi
minuziosa, fonte di riflessioni attuali e base per approfondimenti futuri, soprattutto per quel
che concerne il confronto con i supposti testi di origine.
Innanzitutto perché dedicare tanta attenzione alle ekphrasis? È sufficiente uno sguardo
anche solo di sfuggita alle altre opere del cosiddetto mester de clerecía per rendersi conto di
come la descrizione non solo occupi un posto di primo piano nella strutturazione del LdA, ma
ne rappresenti anche un tratto distintivo ed esclusivo. Distintivo rispetto ai suoi compagni
castigliani, ma accomunante rispetto agli antenati d’Oltrepirenei con cui condivide la scelta
della materia, vale a dire i romans antiques. «[lI roman antique è] lieu de constitution d’un
macrocosme, la ville, et lieu de constitution d’un microcosme, les tombeaux. […] Mais
parallèlement à l’espace de pierres se dresse un espace de toiles, sous la forme de tentes, ou
pavillons, fac-similés ou artefacts de ville»3.

1
ARIZALETA, La translation cit. L'autrice prende in esame dapprima gli scudi: di Alessandro (pp. 127-
130), figura di Alessandro e dell’intera opera e, essendo uscito dalle mani di Apelle, simbolo dell’opera
d’arte perfetta; di Achille (pp. 130-133), in relazione speculare con Alessandro; di Dario (pp. 134-137),
prefigurazione della caduta del Macedone.
Quindi i sepolcri: di Endrona (pp. 137-140), «la fonction fondamentale […] me semble être,
implicitement, celle de faire l’éloge de l’art ou, plutôt, l’apologie de l’artiste-maître»; di Dario (pp. 140-
147), sui muri del sepolcro l’autore ha disegnato le speranze di Alessandro, che sono vane in quanto egli
cadrà così come è caduto Dario.
Si veda anche Juan Manuel CHACHO BLECUA, «La tienda en el Libro de Alexandre», in La lengua
y la literatura en tiempos de Alfonso X. Actas del congreso internacional (Murcia, 5-10 marzo 1984) ,
Fernando Carmona Fernández, Francisco José Flores Arroyuelo (eds.), Murcia 1985, pp. 109-134, p. 144:
«[Nello scudo di Alessandro] se representa el deseo constante del héroe en sus primeros años. [Quello di
Achille] sirve para que el autor alardee de su erudición. [Con lo scudo di Dario l’autore] expone sus
conocimientos históricos de los antepasados del rey, ahora bien, no se trata solamente de una demostraci ón
erudita, sino que la historia sirve de exemplum moralizante».
2
ARIZALETA, La translation cit., p. 144: «[Nonostante la presenza di Apelle già nell’ ''Alexandreis''] c’est
le poète castillan qui a voulu développer sa valeur potentielle, en faisant de lui son alter-ego, en appliquant
à ce personnage littéraire le système de valeurs qui guide sa propre activité. […] Le poète explicite
pourquoi l’œuvre d’Apelle mérite l’admiration: elle est splendide et encyclopédique, minutieuse et
approprié au service du roi. L’œuvre du poète l’est aussi – qui se sert de son "ministerio", de son métier, en
fin, pour construire la tombe de Darius – est une répresentation du clerc anonyme, mais il est aussi une
figure de l’Alexandre lettré, du roi qui a construit un empire comme lui-même construit ses pièces en pierre
ou en bronze».
3
CROIZY-NAQUET, Thèbes, Troie cit., p. 15.

126
La descrizione «est le lieu où les auteurs des romans antiques s'écarte délibérement de
leurs sources et laissent libre cours à leurs invention»4. Essa si configura come tratto
caratteristico della scrittura romanzesca:

Les romans antiques ne consacrent pas seulement la naissance du genre romanesque, ils
confient aussi à la littérature en langue vernaculaire le soin d'une réflexion esthétique. […]
Ainsi, la littérature s'ouvre et ouvre au plaisir. Plaisir de l'auteur et du copiste-remanieur
traduisant sa fascination. Plaisir de l'auditeur-lecteur appelé à le partager. […] Ils ne
proviennent pas du texte latin en cours de ''translation'' mais d'une tradition exogène,
rhétorique médiolatine ou ''romans antiques'' antérieurs érigés en modèles avec lesquels on
veut se mésurer5.

Se è vero che una parte delle descrizioni presenti nel LdA derivano dalla stessa fonte-guida,
l’Alexandreis, il confronto attento con Gautier rivela una tale manipolazione del dettato
originale da giustificare il loro trattamento quasi come fossero originali, considerando che

La pause descriptive s’avère un espace textuel où le clerc-écrivain peut suspendre à loisir le


cours du récit, et inscrire à son bon plaisir projets et intentions, connaissances et érudition,
rêves et expressions d’un imaginaire, le sien comme celui de ses contemporaines 6.
[…] Toujours ekphrasis, le descriptif médiéval est et suppose, comme tel, l’emploi de
procédés stylistiques qui visent à la fois à la «visibilité» et à l’ostentation de l’objet. Bien qu’il
relève d’une pratique très rigide de figures conventionnelles et de types littéraires […] il est le
lieu ou peut s’exercer le talent de l’écrivain, à travers l’exploitation de nouveaux sujets et la
réécriture de thèmes connus, où peut s’épanouir conjointement le sen de l’œuvre7.

Richiamo brevemente le descrizioni presenti nel LdA:


- armi di Alessandro (89-107) (assente in G), di Achille (653-659), di Dario (989-1001);
- sepolcro di Statira (1238-1249), di Dario (1791-1803);
- il corteo e il carro di Dario (851-865);
- il palazzo di Poro (2118-2242) (assente in G);
- Babilonia8 (460-1547) (assente in G);
- il mapamundi (276-290);
- la tenda di Alessandro (2539-2595) (assente in G).

4
BAUMGARTNER, «Introduzione», cit., p. 10.
5
Jean-Charles HUCHET, «La beauté littéraire dans le Roman de Troie de Benoît de Sainte-Maure», Cahiers
de civilisation médiévale, 36.2 (1993), pp. 141-149.
6
CROIZY-NAQUET, Thèbes, Troie cit., p. 18.
7
Ivi, p. 24.
8
Sulla considerazione della descrizione della città come ekphrasis si consideri Ivi, p. 92: «La présentation
statique de la ville suppose une focalisation du regard sur l'objet proprement dit et sur l'aboutissement de
l'art des constructeurs. Le lecteur ou l'auditeur est captivé par l'énumération ou la démonstration des
richesses et le génie de la construction; un tal dessein rejoint et justifie l'absence ou quasi-absence effective
de tout élément humaine. La ville est en quelque sorte le joyau pur appréhendé dans sa totalité et dans son
existence propre. La description s'avère ekphrasis». Si veda anche Emmanuèle BAUMGARTNER, «La très
belle ville de Troie de Benoît de Sainte-Maure», in Hommage Jean-Charles Payen, Caen 1989, pp. 47-52.

127
E quelle presenti nei romans antiques, limitatamente agli stessi motivi condivisi dal LdA:9
- Descrizioni di città: Thèbes, Argo (659-69), Tebe (5399-481); Eneas, Cartagine10 (408-548);
Troie, Jaconités (1147-66), Troia11 (2965-3172; 7646-57), Télamon (3375-92).
- Descrizioni di tombe: Eneas, Didone (2131-44), Pallas (6107-32, 6409-520), Camilla (7439-90,
7531-724); Troie, Ettore (16635-44), Achille (22405-44), Paride (23030-77).
- Descrizioni di tende: Thèbes, di Adraste (3175-216, 4217-306); Eneas, di Enea (7294-336);
Troie, di Briseida (13819-45).
- Camera delle Bellezze in Troie (14631-936).
- Descrizioni di armi: Thèbes, di Tideo (1672-84), di Amphiaraus (5178-205), di Eteocle (7095-
7178); Eneas, di Enea (4481-4631).

In Appendice IV si analizzano ora uno per uno i passaggi presi in esame (una
schematizzazione della situazione sarà utile anche come strumento di lavoro futuro).

I. «Tant'eran bien juntadas, non parecié juntura».


L'invisibilità delle "giunture" è uno degli elogi più diffusi riguardo all'abilità
dell'artista; e la sua significatività si fa tanto più evidente se si considera che nel caso del
sepolcro di Dario (LdA 1791cd, «Las bases en tres guisas, de comunal mesura, / tant'eran bien
juntadas, non parecié juntura») la traduzione castigliana esprime l'esatto contrario della
notazione estetica latina (G, VII, 385-388: «Coniunctos lapides infusum fusile rimis / Alterno
interius connectit amore metallum. / Exterius, qua queque pate iunctura, figuris / Insculptum
uariis rutilans intermicat aurum»). Al contrario rispetto a quanto proposto da Gautier, gli
artisti del mondo alessandrino, al pari dell'anonimo poeta, perseguono l'ideale dell'unità, unità
che nasce dal molteplice ma che non è più percepibile nelle sue parti: come tutti gli altri
oggetti artistici il LdA si offre ormai al lettore come un'unità, la biografia completa di
Alessandro Magno, un'unità originale dotata di tale organicità da far dimenticare le sue
origini:

(LdA, 858cd) Eran tan sotilment' todas engastonadas,


semejavan que eran en uno ajuntadas.

(LdA, 2542d) Nol' devisarié omne do era ajuntado.

(LdA, 1803c) Non pareçié juntura, tant'era bien labrado.


9
Per un elenco completo delle descrizioni presenti nei romans antiques (con l'esclusione del Roman
d'Alexandre), si veda CROIZY-NAQUET, Thèbes, Troie cit, Appendice II, pp. 431-435.
10
Aimé PETIT, «Carthage, ville exotique dans le Roman d'Eneas», in Un exotisme littéraire médiévale?,
2008, pp. 199-210; ID., «La description de Carthage dans le Roman d'Eneas (v. 407-548)», in Hommage
Jean Dufournet, 1993, vol. 3, pp. 1103-1108.
11
Catherine CROIZY-NAQUET, «La description de Troie et ses avatars dans le Roman de Troie en prose au
XIIIe siècle», Cahiers de civilisation médiévale, 39 (1996), pp. 303-320.

128
(LdA, 2125cd) Eran tan sotilment' entre sí enlazados
que non entendrié omne dó eran empeçados.

Si tratta di un principio estetico che trova una sua formulazione teorica nella Poetria Nova di
Geoffroi de Vinsauf:

(Poetria, 258-62) […] Hic est


formula subtilis juncturae, res ubi junctae
sic coeunt et sic se contingunt, quasi non sint
contiguae, sic continuae quasi non manus artis
junxerit, immo manus naturae.

È forse questa meravigliosa unità che suscita lo stupore dell'artista stesso di fronte alla propria
opera:

(LdA, 98cd) Apelles, que nul omne mejor d'él non obrava,
por mejor lo tenié quanto más lo catava.

(LdA, 1239d) El se maravillava quandol' ovo obrado.

Ma questo non è un ideale solo castigliano: notazioni dello stesso tenore popolano infatti
ampiamente le pagine francesi:

(Eneas, 340-44) En la cité a .III. Portes,


d'olifant son, roides et fortes,
entaillies a desmesure:
des ais n'i choisist on jointure.

(Thèbes, 5160-61) El curre ot molt sotil entaille,


bien fu ovré, onc n'i ot faille.

(Troie, 10387-89) La tunbe fu entiere e saine,


e si soudee la plataine
que riens n'i conoisseit jointure.

(Troie, 13361-63) Del mantel fu la pene chiere,


tote enterigne e tote entiere:
n'i ot ne piece ne costure.

(Troie, 22485-90) Quant la chose fu achevee,


fiunt la viz si scelee
que riens ne peust porpenser
par ou hom i poist entre.
L'estopeure ne l'entree
n'iert mes devant la fin trovee.

129
(Alex, I, 1951) Et quant ele estoit droite n'i paroit pas jointure.

(Alex, II, 2181) Ja n'iert mie en cel lieu que la jointure paire.

(Alex, III, 7162) Ainsi furent saudees que n'i parut jointure.

(Alex, III, 7193-4) Encore en porrïés autre mervelle oir:


n'i peüssiés jointure ne veoir ne sentir.

(Cligès, 5512-14) Par tel engin et par tel art


sunt fait li us de pierre dure
que ja n'i troverez jointure.

E con riferimento alla Chambre de Beauté del Roman de Troie Jean-Charles Huchet osserva:

La beauté de la Chambre, taillée dans une seule pierre, renvoie l'image de l'unité du roman qui
a su conjoindre harmonieusement les emprunts à des sources hétérogènes. […] Leur jointure
n'est signalée que pour être aussitôt effacée par une seconde réécriture qui réalise la
"conjointure" parfaite du roman. [L'autore], tel un mortier invisible, liera l'ensemble, effacera
toutes traces de jointure et réalisera la "conjointure" du roman où rayonnera une nouvelle
forme de beauté: la beauté littéraire12.

Le stesse parole potrebbero applicarsi senza problema al mester fermoso del nostro autore,
unico – o quasi unico se si considera il caso, differente però, di Thomas de Kent e del suo
Roman de Toute Chevalerie – a maneggiare un così variegato numero di fonti per costruire la
sua personale storia di Alessandro.

II. «Guarniólo el maestro, de alto a fondón / de piedras de grant preçio, todas bien a
razón».
Procedere dalle armi di Alessandro (coplas 89-107) alla sua tenda (coplas 2539-95),
cioè dall'inizio alla fine della sua storia, ma anche dai primi passi alle falcate sicure del suo
"biografo", significa immergersi progressivamente in un mondo sempre più rutilante di oro e
pietre preziose. Pressoché assente nella descrizione delle armi (di Alessandro, di Achille e di
Dario) e delle tombe (di Statira e di Dario), dove tutt'al più si parla di marmo prezioso,
l'elemento "oreficeria" si impone a partire dalle descrizioni del carro di Dario, riflettendo
ancora una volta una tendenza estetica tipica dei romans antiques13 (presente anche nella

12
HUCHET, «La beauté cit.», p. 81.
13
Tendenza ampiamente analizzata in Valérie GONTERO, Parur d'or et gemmes. L'orfèvrie dans les romans
antiques, Aix en Provence 2002.

130
Historia de preliis se si considerano le descrizioni del palazzo di Poro, recepita totalmente e
ampliata dal LdA, e del trono di Dario), una tendenza che chiama in causa alla mente del
lettore i concetti di luminosità e preziosità. Così, come si è visto, nella descrizione del carro
del sovrano persiano, le stringate allusioni ai «radiis stellantibus auro» e all' «ardor
gemmarum» si ampliano in cinque coplas e nella luminosa descrizione di un'autentica opera
di oreficeria, per la quale non è ancora statta individuata la fonte. E di opera di oreficeria,
differente rispetto al modello diretto, cioè l'Alessandro francese, e più prossima alle tende
tebane, si può parlare anche nel caso della versione castigliana della tenda del Macedone.

III. «Y estavan contrarios los vientos prinçipales, / cad'uno cómo corren, en quáles
temporales».

Come terzo tratto distintivo rispetto alle fonti più prossime, le ekphrasis castigliane
tendono a introdurre elementi naturalistici – naturalistici anche in senso artistico, non solo
strettamente ''scientifico'' – ed enciclopedici, sul modello dell'archetipo tebano. È il caso della
copla 656 e della 658 (presente solo in O) nella descrizione dello scudo di Achille; della
copla 864, vagamente astronomica, relativa al carro di Dario; degli elenchi di animali inseriti
nella descrizione di Babilonia (1495-99); dell'integrazione geografica sullo scudo di
Alessandro al fianco della canonica immagine del leone e, per alcuni aspetti, dell'ampia
descrizione dei mesi dell'anno introdotta nel primo panno della tenda di Alessandro. Più
tendente verso il colorismo locale è invece la menzione delle varie tipologie di uva inserita
sorprendentemente nella fastosa e mirabolante descrizione del palazzo di Poro (coplas 2129-
30). In questo stesso solco si inseriscono anche le notazioni, quasi da rappresentazioni di vita
quotidiana, come quelle legate al commercio marittimo presenti tanto nella descrizione dello
scudo di Achille (copla 654) che in quella di Babilonia (coplas 1502-03).

IV. Ordine e esaustività.


Le descrizioni del LdA si caratterizzano rispetto al loro modello per una assai più
rigorosa e ordinata strutturazione, tanto che esse potrebbero ben figurare come modelli, per
ciascun argomento trattato, in un manuale di arte retorica in volgare. L'operazione letteraria è
tanto più degna di nota se si pensa che, per questo genere di "oggetti" non esisteva indicazione

131
alcuna nelle artes poeticae, a differenza di quanto avveniva invece per i motivi del locus
amoenus e della descriptio puellae. E l'ordine mentale del castigliano, tendente al contempo
anche all'esaustività, risalta ulteriormente se si pongono a confronto le sue versioni dei vari
"motivi" con quelli francesi: quello dell'anonimo è un ordinato procedere dal generale al
particolare, dall'esterno all'interno, elemento per elemento, senza tralasciare nulla, con una
completezza sconosciuta alle altre descrizioni14.
Il nostro poema castigliano meriterebbe dunque ancor più dei suoi compagni francesi
le parole di Cathérine Croizy-Naquet dedicate a questi ultimi, la quale esalta «Lla vertige qui
peut saisir tout auditeur ou lecteur, tel un promeneur émerveillé, à l'écoute de ces descriptions
si bien ordonnées, disposées et composées mais également scintillantes et foisonnantes de
richesses»15.
Poniamo a confronto, come esempio, le varie descrizioni di città, elencando per
ciascuna gli elementi che vengono presi in considerazione, riportati secondo l'ordine in cui
compaiono nei testi:
− Troia: le mura, le torri, la popolazione, la bellezza di strade e case, la rocca di Ilion, le
mura, le porte.
− Jaconites: le torri, le mura, i palazzi interni, la ricchezza e il numero degli abitanti,
l’opulenza dei beni.
− Cartagine: le mura, le torri, le porte, la ricchezza degli abitanti, le mercanzie, l’opulenza
dei beni, il palazzo interno (le mura, le torri, le porte).
− Babilonia: presentazione della regione, stato generale degli abitanti, le spezie nella
regione, i quattro fiumi, i mulini intorno ai fiumi, le pietre preziose nei fiumi, le fontane,
l'abbondanza di cibo, le foreste, la ricchezza degli abitanti, il commercio marittimo;
presentazione della città, la storia, la ricchezza delle strade, le mura, le torri, le porte, il
palazzo, i bagni pubblici, le quattro torri di avvistamento.

V. «Alçides si non oviés' a España passado, / […] Bachus si non oviés' el su lugar lexado».
Quinto e ultimo elemento, il poeta castigliano ha delimitato un personale campo di
riferimento biblico e mitologico, composto da pochi elementi, richiamato costantemente in
causa e utile di conseguenza per la comprensione del messaggio trasmesso dal LdA. Così, a
14
Scrive rispetto alla tenda di Alessandro CACHO BLECUA («La tienda cit.», p. 118): «Ordenación e
indicación de los temas que a continuación se van a tratar en una estrofa prologal y desarrollo amplificado
de lo más sobresaliente de cada uno de sus componentes. En definitiva, el paso sistemático de lo general a
lo particular. Los principios taxonómicos muestran una clara voluntad organizativa y jerárquica, usada a lo
largo del Libro». Notazione analoga sul piano narrativo da parte di Charles FRAKER («Aetiologia in the
Libro de Alexandre», Hispanic Review, 55.3 (1987), pp 277-299, p. 277): «The LdA tells its story
rationally; it props up many of the turns of its plot with explanations of various sorts. […] The texts of
course tells us clearly enough what happens, but beyond that, it rarely keeps us in the dark about why
things happen. This logic and clarity are plainly an important par of the program of the Alexandre poet».
15
CROIZY-NAQUET, Thèbes, Troie cit., p. 35.

132
metà tra il biblico e il mitologico, si collocano le menzioni, tutte originali, della torre di
Babele e dei giganti – 655c (scudo d'Achille), 1241d (tomba di Statira), 2553 (tenda di
Alessandro); sul piano biblico la caduta di Lucifero, anche questa inserto originale – 1240b
(tomba di Statira), 2551 (tenda di Alessandro) –, e il peccato di Adamo ed Eva – 1240cd
(tomba di Statira), 2552 (tenda di Alessandro).
Colgo l'occasione per un breve approfondimento sulla mitologia del LdA:
paradossalmente infatti, nonostante i tagli operati per quel che riguarda gli interventi divini
come motori dell'azione o come fattore di influenza sul corso delle vicende, la mitologia, in
particolare eroica, chiamata in causa dal poeta è ben più ampia di quella offerta dalla
Alexandreis. A parte la inclusione isolata di Bellona in 550 cd («andaron en la sangre bien
fascas media pierna; / nunca fuera en día Belona más esperta»), probabilmente frutto
dell'inclusione di una qualche glossa all'Alexandreis, i riferimenti si concentrano su pochi
personaggi accomunati fondamentalmente dal tema dell'erranza e della fama. Si inseriscono in
questo solco innanzitutto Ercole e Bacco: le due citazioni dell'eroe da parte di Gautier (G, I,
39-41 «verumne dracone / Alcydem puerum compressis faucibus olum / inclinis domuisse
duos» e I, 337-38 «Heccine terra deos tulit auctoremque tuorum / nutrit Alcidem») no solo
vengono tradotte dal poeta castigliano (LdA, 27 «Alçides de la cuna, com solemos leer, /
afogó las sirpientes que lo querrién comer»; 238a «Alçides, su avuelo, d'aquí fue natural») ma
ampliate e ripetute indipendentemente dal dettato mediolatino, trasformando così il
personaggio in figura secolare di Alessandro, così come dimostrato da Peter Bly e Alan
Deyermond16 per Paride, l'intera vicenda di Troia, Dario e la torre di Babele. E aggiungerei a
questo punto alla lista anche Ercole e Bacco (quest'ultimo, nella sua dimensione di figura
della fragilità del pensiero, già analizzato in un suggestivo contributo da Mary Jane Kelley) 17,
che si configurano come conquistatori erranti di fama e imperi, come evidenziato
dall'inserzione originale del poeta:

(LdA, 256) Alçides si non oviés' a España passado,


maguer era valiente, non serié tan contado;
Bachus si non oviés' el su lugar lexado,
non oviera el regno de Indïa ganado.

BLY-DEYERMOND, «The Use of Figura cit.».


16

17
Mary Jane KELLEY, «Another Example of Figura in the Libro de Alexandre», Journal of Hispanic
Philology, 9 (1985), pp. 147-153.

133
versi in cui spicca soprattutto il riferimento alla rielaborazione castigliana del mito di Eracle,
accolto dalla storiografia iberica come antenato18.
Ma Eracle è anche, rispetto ad Alessandro, figura di forza – (LdA, 15d) «Semejava a
Hércules, tant'era esforçado!» –, ed di ingegno/sen, cioè di capacità di comprensione della
realtà, evidente nela vicenda di Anteo, il gigante che traeva forza dal contatto con la terra, sua
madre, e che poté essere sconfitto dall'eroe solo sollevandolo sulle proprie spalle e
impedendogli così questo contatto19, come spiega Alessandro ai suoi uomini:

(LdA, 1198) El luchador Anteo esta virtud avié:


quanto más lo echavan mayor fuerça cogié,
más vedógel' don Hércules que con él contendié.

E Bacco è figura della conquista dell'alterità meravigliosa rappresentata dall'India; anzi,


grazie ad alcuni particolari – la mesnada, la sete sofferta – la storia del dio diviene ancor più
precisa figura dell'impresa alessandrina, attraverso le meraviglie ma anche le sofferenze
inflitte dall'Oriente:

(LdA, 239ab) Aquì naçió don Bacus, un cuerpo venturado


que conquistó a India, ond'es oy adorado.

(LdA, 1169-70) Marras quand'ovo Bacus a India sobjugada,


escaeçió en Libia con toda su mesnada;
avién por unos yermos fecha muy grant andada,
era toda la hueste de sed mal cuitada.

La tierra era seca, de fuentes muy mañera,


non podién aver agua por ninguna manera.
Rogó Bacus a Júpiter que les diesse carrera,
por do oviessen agua, ca menester les era.

(LdA, 1173ab) Consagró la fuent' Júpiter, que fuesse perenal,


de la virtud de Bacus que fuesse por señal.

18
Rober Brian TATE, «Mitología en la historiografía española de la Edad Media y del Renacimiento», in
Ensayos sobre la historiografía peninsular del s. XV, Madrid 1970, pp. 13-32.
19
L'associazione Ercole-Anteo-Alessandro nel segno del sen è riproposta anche dalla GE (I, p. 304b): «E
uencio Hercules al rey Antheo desta guisa, non le dando vagar de se apoderar mas en la tierra, nin de lllegar
e tornar mas yentes nin sacar fonsados, nin mayores poderes; e en las guerras et en las lides muy grand algo
es la sabiduria e la maestria contra los enemigos, mas assi como cuenta la estoria que el grand Alexandre
ensennava a sus cavalleros, muy grand algo es apresurar ell amigo contral enemigo, ca diz Alexandre que
por qual ell enemigo vee all enemigo que por tal le entiende luego e faze; e esto fallamos e tenemos que
quiere dezir el dicho daquella fazanna».

134
A questi dei/eroi evocati in certo qual modo già da Gautier, se ne aggiungono sulla stessa
linea altri due, inserzioni originali del poeta; altri due erranti: Giasone20 e Ulisse.

(LdA, 258cd) Jasón, si non oviesse abiertos los caminos,


non avría ganado tan ricos velleçinos.

(LdA, 766) Ulixes e los otros que fueron tan lazrados,


si tanto non lazrassen, no se vieran vengados.
Mas, porque fueron firmes e fueron denodados,
fizieron tal fecho por que son oy contados21.

(LdA, 2304) Ulixes que diez años andudo much' errado


non vío más peligros nin fue más ensayado;
pero quando fue fecho e todo delibrado,
salló como caboso el rey aventurado.

Ricordo infine un'ultima inserzione mitologica originale che il LdA condivide con il Libro de
Apolonio, vale a dire quella dell'affascinante musico Orfeo, simbolo forse, al pari di Apelle,
del potere dell'arte:

(LdA, 1879cd) Los sus enseñamientos non los sabriá fablar


Orfeus, el que fizo los árboles cantar.

(LdA, 2138cd) Alçando e premiendo fazién cantos suaves,


tales que por Orfeo de formar serién graves.

Concluderei quindi questo excursus fra le ekphrasis con due osservazioni. La prima riguarda
la ridefinizione del ruolo di fonte del Roman d’Alexandre versione B: il Roman offre
all’autore i soggetti, ricollocati a piacere o meglio secondo il progetto del castigliano, e una
serie di motivi descrittivi per ciascun soggetto, anch’essi riposizionati secondo le esigenze e
la maestría dell’anonimo. Le armi, Babilonia e la tenda divengono così tre contenitori
descrittivi che il poeta castigliano si ingegna a riempire con altri materiali, con altre
reminiscenze, molte ancora da individuare. Si potrebbe applicare al Roman d'Alexandre
quanto Charles Fraker afferma circa la fonte-guida rappresentata da Gautier de Châtillon:

20
Giasone ècosì descritto nel Roman de Troie (832-67): «Trop par porras encor conquerre, / mout ad grant
pris e grant valor, / mout as conquise grant enor, / mais conquerre la puez mout maire / s'une chose poies
faire, / si eres si prouz ne si os / que tu la toison de Colcos, / qui est de fin or sans datance / e dont il est viel
reparlaire / pousses par niul sens aveir / ne par force ne par saveir, / si avreies doncs mais conquis / qui om
terriens qui seit vis. / […] Grant cuer a e grant volunté / d'aller en estrange regné / e de veeir les regions /
dont il oeit nomer les nons; / e mout voudreit faire tiel rien / que l'on li atornast a bien / e dont il essauçast
son nom».
21
Il passaggio è tanto più interessante se si pensa che i corrispettivi versi latini (G, I, 478-491) citano Ettore
e non Ulisse.

135
The Latin poem is one voice among many. What are we to make of the mix? What sort of
colony is it, inhabited by Gautier, along with the Historia de preliis and other immigrants?
The mix, the conjunction of texts, is what is interesting here, and not simply the fortunes of
anyone fragment, recast or even distorted by the vernacular poet. How is the new amalgam
distinctive with respect to each of its elements? How and why is the Alexandre greater than the
sum of its parts?22

Luoghi di reminiscenza: è così che definirei le coplas descrittive del LdA. Reminiscenze di
letture o ascolti passati dato che il materiale francese non è di certo concretamente sotto gli
occhi del poeta. Non è un caso che tutte le interpolazioni dal Roman ricadano nell’ambito del
descrittivo, inteso in senso ampio, comunque certamente non in quello del narrativo: a parte
le descrizioni propriamente dette sopra analizzate si tratta infatti dei prodigi alla nascita (che
avevano un pendant nei prodigi descritti da Gautier in occasione della morte), la prima
educazione (tema facilissimo da ricordare per chiunque si occupasse di Alessandro), la morte
di Nettanabo (presente anche nella Historia de preliis), i Dodici pari.
Si tratta dunque di “scene” rimaste impresse nella memoria dell’autore o perché
presenti anche negli scritti latini usati per costruire i propri versi o perché, come nel caso
delle tre grandi ekphrasis, particolarmente impressionanti non solo per il loro valore
intrinseco ma anche per la loro reiterazione in più ambiti diversi che le rende scene fisse dei
romans antiques.
Forse l’anonimo avrebbe inserito comunque i motivi delle armi, della tenda e della
città conoscendo il solo Roman d’Alexandre, ma l’evidente affiorare di altre reminiscenze
oltre quelle alessandrine, impiegate per costruire il nuovo edificio sulle fondamenta della
memoria, suggerisce l’idea che quei motivi siano stati usati, e si siano tanto impressi nella
memoria del poeta, proprio in virtù del loro ripetersi in più contesti, e configurarsi così come
clichés del genere. Rievocarli, ricrearli, significava perciò anche strizzare l’occhio a una
tradizione.
Seconda osservazione: una volta affermata la valenza in termini letterari di questi
soggetti, l’ombra che si profila più prepotentemente dietro alle reminiscenze alessandrine è in
primo luogo quella del Roman de Thèbes.
E quando parliamo di Thèbes parliamo essenzialmente di due passaggi chiave: la
descrizione del carro di Amphiaraus e quella della tenda di Adraste, considerata come
fondativa «d’une typologie, et même d’un genre», oltre a rappresentare «les premières
22
Charles FRAKER, «The role of rhetoric in the construction of the Libro de Alexandre», Bulletin of
Hispanic Studies, 65.4 (1988), pp. 353-368.

136
descriptions de notre littérature [cioè della letteratura francese]»23. Quello che caratterizza le
descrizioni del Roman de Thèbes rispetto agli altri è:

la combinaison, sur un même objet, d’éléments qui resultent du savoir antique et de la science
médiévale24 [vale a dire una delle forme di anacronismo, quello nel campo dei realia e delle
conoscenze, catalogate da Petit].25 Par le choix des sujets de décoration et d’ornamentation,
les trois romanciers se distinguent les uns des autres, celui de l’Enéas se révélant a priori les
moins ambitieux dans son entreprise didactique. [In ''Thèbes''] le clerc représente une véritable
encyclopédie en images ou se succèdent l’histoire ancienne et contemporaine, la mythologie,
l’astronomie, la géographie et les sept arts libéraux. […] C’est l’image d’un clerc-savant, d’un
clerc-professeur qui surgit à travers une digression suspendant délibérément le cours du récit.
[…] Benoît n’agit pas autrement; cependant, aux mêmes fins, il substitue des moyens quelque
peu différents. Son projet didactique ne se réduit pas à une encyclopédie en image […] mais
affleure dans l’encyclopédie animée qui est la Chambre de Beautés. Les automates ont
l’extraordinaire pouvoir de figurer et mimer les connaissances qu’il incarnent, le clerc
insouffle vie au savoir26.

Si viene così a creare «un monde baroque de l’hybride qui répond à la fascination de l’insolite
et du fantastique […] un univers où la fiction côtoie l’histoire, la science chartraine la fable
antique»27.
L’aspetto bidimensionale, pittorico del Roman de Thèbes è esattamente quello che
conforma le descrizioni del LdA, quasi trasposizione in parole di miniature come è stato
suggerito per il mapamundi, con riferimento alle immagini che accompagnano i manoscritti
della Alexandreis. Il LdA è in questo ben lontano dalla rutilanza del Roman de Troie, e le
stesse descrizioni architettoniche ereditate da Gautier – a differenza dei fantastici edifici
troiani – sono notevolmente semplificate se non eliminate a favore delle immagini «escriptas
e notadas».

23
Aimé PETIT, «Les premières descriptions de tentes: la tente d’Adraste dans le Roman de Thèbes», Bien
dire et bien aprandre, 11 (1993), La description au Moyen Age, pp. 303-316, p. 310 e 303. Si veda anche
Emmanuèle BAUMGARTNER, «Peinture et écriture: la description de la tente dans les romans antiques au
XIIIe siècle», in De l’histoire de Troie au livre du Graal: le temps, le récit. XII e-XIIIe siècles, Orléans 1994,
pp. 179-187.
Forse, data la procedenza plantageneta dei testi, perlomeno sicuramente del Roman de Thèbes, si
potrebbe avanzare l'ipotesi che il motivo letterario nasca da un fatto storico, l'abitudine cioè di Enrico II di
offrire preziose tende come omaggio agli altri sovrani: nel 1157 ne invia una a Federico Barbarossa, una
tenda ricoperta da splendidi ricami descritta dal cronista tedesco Rohewiin di Frisinga; e nel 1177 una tenda
in seta fa parte della dote che Jeanne porta a Gugliemo II di Sicilia, citata da Richard de Denizes nel suo
Chronicon (AURELL, L'empire cit., p. 37).
24
CROIZY-NAQUET, Thèbes, Troie cit., p. 313.
25
PETIT, L’anachronisme cit., pp. 183-187; Lewis Gary DONOVAN, Recherches sur le ''Roman de Thèbes'',
Paris 1975, pp. 226-228.
26
CROIZY-NAQUET, Thèbes, Troie cit., pp. 319-320. Sulle rappresentazioni tebane, pp. 313-316.
27
PETIT, Naissance cit., p. 832.

137
I.7
La biblioteca dell'anonimo

Al centro della ricerca sarà indispensabile porre i codici e la loro circolazione, come soli
elementi in grado di dare ragione della “storia” di un tema, storia che, secondo la lezione di
Dionisotti, deve essere organizzata in un quadro geografico che possa dare conto della rete dei
rapporti fra testi e autori presenti in zone ed epoche determinate 1.

Arianna Punzi partiva da questa affermazione per operare una ricognizione sui manoscritti
“troiani” (sia latini che romanzi) duecenteschi e verificare associazioni geografiche e
tematiche; inserendomi in questa scia mi è sembrato dunque proficuo ripetere un sondaggio
analogo, che avesse cioè come oggetto i manoscritti, anche per quei testi che costituiscono le
fonti del LdA, avendo constatato che quasi mai, quando si elencano le fonti, si tenta anche di
“contestualizzarle” codicologicamente. Eppure credo che tener presente il fatto che i testi
fossero trasmessi da manoscritti e non da libri/edizioni in senso moderno sia fondamentale per
capire alcune associazioni a livello di fonti utilizzate: il manoscritto infatti conteneva
normalmente una pluralità di scritti e non di rado rappresentava già di per sé una piccola
biblioteca; e in questa associazione di testi spesso si può rinvenire una ratio o comunque
individuare delle linee di tendenza più o meno costanti. In questa prospettiva credo che, una
volta aperto un manoscritto, ogni testo scelto come fonte principale ne potesse trascinare con
sé altri – i suoi “vicini” fra le carte pergamenacee – e questi testi altri potevano rappresentare
un serbatoio occasionale di citazioni. Come si vedrà, i testi/fonti del LdA si inseguono l'un
l'altro e le scelte non dipendono certo dal caso.
Per quel che hanno consentito i cataloghi e le analisi introduttive della tradizione
manoscritta premesse alle singole edizioni, ho cercato di ricostruire il quadro completo (o
quasi completo) per l'Excidium Troiae e la Ilias Latina (struttura portante dell'episodio
troiano), dato che in questo caso il numero dei testimoni lo rendeva possibile. Per Darete, che
fa una comparsa solo sporadica fra le coplas castigliane, oltre ai casi in cui si incrocia con la
Ilias Latina ho segnalato a parte manoscritti, fra XII e XIII sec., che presentano associazioni
della materia troiana con quella alessandrina. Parlare di manoscritti della Ilias Latina significa
poi, inevitabilmente, accennare al “genere” dei Libri Catoniani, splendide testimonianza
dell'insegnamento nelle scuole, vere biblioteche in miniatura.

1
Arianna PUNZI, «La circolazione della materia troiana nell'Europa del '200: da Darete Frigio al Roman de
Troie en Prose», Messana, 6 (1991), pp. 69-108, p. 69.

166
Il numero dei testimoni della Historia de preliis è invece talmente elevato che essi
richiederebbero una ricerca a parte: in questo caso si tratta veramente di un brevissimo
sondaggio, ma mi sembra comunque di poter dire che questa fonte si colloca al di fuori,
quanto a contestualizzazione manoscritta, del blocco compatto rappresentato da Alexandreis-
Ilias Latina-Excidium Troiae-Darete, e presenta una eterogeneità tale di contesti da non
permettere di individuare, a un primo sguardo, significative tendenze associative.
L'Alexandreis infine: anche in questo caso il numero dei testimoni è enorme, e in varie
occasioni, a differenza degli altri testi, il poema occupa da solo, per intero, le carte di un
manoscritto; la particolarità da sottolineare in questo caso è il fatto però che i margini di
questi codici siano diventati spesso il supporto per veri e propri fitti arabeschi di sottili
scritture di glossa2: una fonte in più da aggiungere al nostro elenco.
Una cosa, al termine di questa ricognizione, è certa: parlare di Alessandro significa
parlare di Troia; parlare di Troia e Alessandro attraverso questi testi significa spesso parlare di
una scuola.
A conferma di quanto appena detto, come premessa, riporto due elenchi di auctores
ricavati dalla precettistica scolastica duecentesca e uno da quella del secolo precedente: la
miglior prova che l'ambiente di formazione del poeta castigliano vada ricercato nelle aule.

- Dal Laborinthus3 di Eberhardum Alamannicum (post 1220-ante 1280): Catone – Teodulo


– Aviano – Esopo – Massimiano – Pamphilus – Geta di Vitale Blesensis – De raptu
Proserpinae di Claudiano – Achilleide e Tebaide di Stazio – Ovidio – Satire di Orazio –
Giovenale – Persio – Architrenius di Jean de Hanville – Virgilio – Lucano – Alexandreis –
Contra Rufum e Elogio di Stilicone di Claudiano – Darete Frigio – Ilias Latina – Sidonio
Apollinare – Solimanus di Gunther de Paris – De viribus herbarum di Macer Floridus –
Lettre d’Evax di Marbodo – Aurora di Pierre Riga – Sedulio – De actibus apostolorum di
Aratore – Psychomachia di Prudenzio – Anticlaudianus e De planctu Naturae di Alano de
Lille – Tobias di Matthieu de Vendôme – Poetria Nova di Geoffroi de Vinsauf –
Doctrinale di Alexandre de Villedieu – Grécisme di Evrard de Béthune – Sententiarum ex
operibus Augustini delibatarum liber di Prospero – Epigrammatum liber – Ars
versificatoria di Matthieu de Vendôme – Marziano Capella – Consolatio Philosophiae di
Boezio – il Megascosmus e il Microcosmus di Bernardo Silvestre.

- Dal Registrum multorum auctorum4 di Hugo di Trimberg (ca. 1230-1313): Virgilio –


Orazio – Ovidio – Giovenale – Persio – Seneca – Lucano – Tebaide e Achilleide di Stazio
– Ilias Latina – Anticlaudianus di Alano de Lille – Donato – Claudiano – Galeno –
Ippocrate – Sallustio – Cicerone – Terenzio – Tobias di Matthieu de Vendôme – Potria
Nova di Geoffroi de Vinsauf – Alexandreis – Giovanni di Garlandia etc.
2
Ne è un buon esempio uno dei testimoni castigliani dell'opera, il ms. 196 conservato a Barcellona presso
l'Archivo Capitolar de la Corona d'Aragona.
3
Edito in FARAL, Les arts cit.
4
Das Registrum Multorum Auctorum Des Hugo Von Trimberg: ein Quellenbuch zur lateinischen
Literaturgeschichte des Mittelalters, Johann HUEMER (ed.), Kessinger 1888.

167
- Dal Dialogus super auctores sive Didascalicum 5 di Corrado di Hirshang (1070-1150):
Donato – Catone – Esopo – Aviano – Sedulio – Iuvencus – Prospero – Teodulo – Aratore
– Prudenzio – Cicerone – Sallustio – Boezio – Lucano – Orazio – Ovidio – Giovenale –
Ilias Latina – Persio – Stazio – Virgilio.

I. Ilias Latina6
Manoscritti usati da Scaffai nella sua edizione:
- P = Antwerpen, Musée Plantin-Moretus, Lat. 66 (Francia nord-orientale o Fiandre):
Darete – Ecloga di Teodulo – Ilias Latina+cap. finale di Darete – Satire di Persio.
- W = Valenciennes, Bibliothèque Publique, 448 (Fiandre, X/XI sec.): Commedie di
Terenzio – Ilias Latina + cap. finale di Darete.
- O = Oxford, Bodleyan Library, Rawlison G.57 (Addit. 14788) (Inghilterra, XI sec.):
Disticha Catonis – Ilias Latina – Cato Novus – Favole di Aviano e altre raccolte
favolistiche; glosse e note in latino della stessa epoca, spesso assai ampie e di contenuto
parafrastico, mitologico ed esegetico; correzioni, glosse e note anche di altre mani più
tarde.
- D = Dijon, Bibl. Publique, 497 (Francia, XIII sec.): Tebaide e Achilleide di Stazio –
Virgilio – Orazio – Lucano – Persio – Giovenale – Ovidio – Aviano – Disticha Catonis –
Ilias Latina – Sedulio – Prospero d'Aquitania – Psychomachia di Prudenzio – Pro pueris
di Donato – Ecloga di Teodulo – Elegie di Massimiano.
- C = Saint-Claude, Bibliothèque Municipale, 2 (Francia centrale, XI sec.); tre parti in
origine separate di cui la seconda contiene: Ilias Latina+cap. finale di Darete – Excidium
Troiae – Donato – un trattato sul modo di comporre epistole – brevi scritti religiosi e
liturgici.

Altri manoscritti:
- B = London, British Museum, Additional 15601 (Francia sett., XII-XIII sec.); due parti
originariamente separate di cui la seconda contiene: Timeo di Calcidio – Inni di Prudenzio
– Ilias Latina in una versione fortemente contaminata, con abbondanti varianti singolari,
tra cui alcune degne di nota.
- D = Praha, Universitnì knihovna, VIII.H.7 (Germania, XII sec.); due parti in origine
separate di cui la prima contiene: Disticha Catonis – Favole di Aviano – Physiologus di
Teobaldo – Ecloga di Teodulo – Ilias Latina vv. 1-336.
- F = Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, plut.68.24 (Francia centrale, XI sec.): De
actibus Apostolorum di Aratore – Favole di Aviano – Ilias Latina – Satire di Persio – De
arte metrica e De schematibus et tropis di Beda.
- G = Wolfenbuttel, Herzog-August Bibliothek, Extrav. 301 (Germania, XII sec.), composto
da due parti in origine separate di cui la seconda contiene: Achilleide di Stazio – Ilias
Latina.
- L = Leiden, Bibliotheek der Rijksuniversiteit, Voss. Lat. O.89 (Francia centro-
settentrionale, XI sec.): un frammento di Prisciano – Disticha Catonis – Favole di Aviano
– Ilias Latina – Ecloga di Teodulo.
- V = Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Lat. Z.497 (Italia centro-meridionale, XI
sec. ex.), riflette l'insegnamento di Lorenzo (+1049), monaco di Montecassino e vescovo
5
Conradi Hirsaugiensis Dialogus super Auctores sive Didascalicon, G. SCHEPPS (ed.), Wurzburg 1889.
6
Mario SCAFFAI, «Tradizione manoscritta dell’Ilias Latina», in Paola Serra Zanetti (ed.), In verbis verum
amare, Firenze 1980, pp. 205-277; ID. (ed.), Baebi Italici. Ilias Latina, Bologna 1982.

168
di Amalfi dal 1030; è composto da un'ampia raccolta enciclopedica sulle artes
inframmezzata da excerpta di poeti e prosatori: Grammatica (Donato, Prisciano, Servio,
Foca ecc.), dal f. 19 si alternano con la prosa grammaticale florilegia da poeti e prosatori
classici e medievali (Aratore, Aviano, Beda, Colombano, Draconzio, Fortunato,
Giovenale, Iuvenco, Lucano, Lucrezio, Orazio, Ovidio, Persio, Pietro Pisano, Prisciano,
Prospero, Prudenzio, Sedulio, Sidonio, Stazio, Terenzio, Tibullo, Virgilio, Agostino,
Alcuino, Beda, Boezio, Cassiano, Cassiodoro, Egesippo, Eutiche, Foca, Gerolamo,
Gregorio, Ilario, Josephus, Landolfo Sagace, Macrobio, Marziano Capella, Orosio, Paolo
Diacono, Prisciano, Rabano, Rufino, Solino, Teodulfo), al f. 33v un excerptum di ca. 20
versi tratto dall'Ilias Latina con numerose glosse mitologiche e grammaticali; Ilias Latina;
Retorica (commento a testi ciceroniani di Alcuino); Dialettica (Isagoge di Porfirio,
Praedicamenta, De interpretatione e Categoriae X dello ps. Agostino); Medicina
(Epistula Ypocratis); Musica; Geometria, Aritmetica e Astronomia con numerosi disegni e
tavole. L'Ilias Latina e alcuni excerpta sembrano derivare da un modello francese.
- X = Oxford, Bodleyan Library, Auct. F.2.14 (Inghilterra, XI sec.): Vita Sancti Swithumi di
Wulfstan – Dittochaeon di Prudenzio – Ecloga di Teodulio – Favole di Aviano – Satire di
Persio – Ars Grammatica di Foca – Ilias Latina – Nux dello ps. Ovidio – Achilleide di
Stazio – De ave Phoenice di Lattanzio.
- b = London, British Museum, Additional 21213 (Inghilterra, XIII sec.): Epigrammaton –
Liber di Prospero d'Aquitania – De sacrificio altaris di Anselmo d'Aosta – Liber morum –
Disticha Catonis – Ecloga di Teodulo – Favole di Aviano – Geta di Vitale – Elegie di
Massimiano – De raptu Proserpinae di Claudiano – Achilleide di Stazio – Ilias Latina.
- c = London, BM, Additional 22314 (Italian XIII-XIV sec.): Ilias Latina – Achilleide di
Stazio – De disciplina scolarium dello Ps. Boezio – Ecloga di Teodulo.
- h = Wolfenbuttel, Herzog-August Bibliothek, Helmst. 349 (Germania, XIII sec.): Ilias
Latina – Eneide.
- p = Pommersfelden, Graflich Schonbornsche Bibliothek, 12, codice composito; la parte
che contiene la Ilias Latina (Germania, XIII-XIV sec.) comprende anche: Disticha
Catonis – Ecloga di Teodulo – Favole di Gualterus Anglicus – Favole di Aviano.

Testimoni spagnoli7:
- El Escorial, S.III.16 (sec. XIV-XV).
- Burgo de Osma, Archivo Capitular, 122 (sec. XV), ff. 61r-89v.
- Salamanca, Universitaria 72 (XV sec.), ff. 175r-193v (con note interlineari): Tebaide di
Stazio con commentario – Achilleide di Stazio – Geoffroi de Vinsauf, Poetria Nova, con
commento disposto nei margini – Geta di Vitale – Vita et passio S. Eustachii, uxoris
Theopistae et filiorum – commenti sui metri classici. Al f. 240r si legge: Iste liber est
domini magistri Gulielmi de Rubeis, gramatice professoris
- Archivo Capitular de Barcelona, cod. 13, frammento contenente i vv. 960-1070 8.

7
Antonio LÓPEZ FONSECA, La tradición manuscrita de la ''Ilias Latina'' en España, Madrid, Universidad
Complutense, Memoria de Licenciatura 1988; ID., «La Ilias Latina en los manuscritos S III 16, Biblioteca
del Monasterio de San Lorenzo de El Escorial; 122, Archivo Capitular de Burgo de Osma; 72, Biblioteca
Universitaria de Salamanca», Cuadernos de Filología Clásica, 2 (1992), pp. 41-56.
8
John O’CALLAGHAN, «Ilias Latina con notas interlineales (vv. 960-1070) en códice 13 dell’Archivo
Capitular de Barcelona», in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt: Geschichte u. Kultur Roms in
Spiegel der neueren Forschung, Hildegard Temporini – Wofgang Haase (hrg.), Berlin-New York 1985,
pp. 1942-1957.

169
II. Libri catoniani9
Nel sec. XIII il nucleo dei libri è tendenzialmente 10 rappresentato da: Liber Catonis,
Theoduli ecloga, Aviani fabulae, Maximiani elegie, Claudianus minor (cioè De raptu
Proserpinae) e Statius minor (cioè l’Achilleis); nel XIII-XIV sec. è spesso presente anche il
Physiologus. Rappresentano un buon esempio della composizione duecentesca i seguenti casi:
- Vat., Reg. 1556 (XIII ex.)
- Vat., Pal. 1573 (XIII), contiene anche Vegezio.
- Vat., Lat. 1663 (XIII ex.)
- Vat., Barb. Lat. 41 (XIII)
- Vat. Lat. 1479 (XIII), contiene anche: Remedia Amoris di Ovidio – Tobias di Matthieu de
Vendôme – Ars metrica – Metamorphosis di Ovidio – Alexandreis.
- Cambridge, Petrhouse, 2.1.8 (XIII), contiene anche: Donato – Doctrinale di Alexandre de
Villedieu.
- Cambridge, Gonville and Caius College, 202 (XII ex.), contiene anche: Remedia Amoris
di Ovidio – Tobias di Matthieu de Vendôme – Metamorphosi di Ovidio.
- London, British Museum, 15.A.VII (XIII), contiene anche le favole di Esopo.
- London, British Museum, Add. 21.213 (XIII), contiene anche: Epigrammata di Prospero
d'Aquitania – Anselmi Cantuarensis de sacrificio altaris liber imperfectus – Liber morum
– Cato – Cato Novus – Esopo – Physiologus – Geta di Vitale – Ilias Latina.
- London, BM, 15 A. XXXI (XIII), contiene anche: Parabolae di Alano – De disciplina
scholarium dello Ps. Boezio – Excerpta delle Etymologiae di Isidoro – Accentuarius.
- Lincoln, Cathedral Library, C.5.8 (XIII), contiene: Persio – Morale carmen scolarium –
Promptuarium parvolorum – De utensilibus di Alexander Neckham – Liber de mysteriis
ecclesiae di Giovanni da Garlandia – Accentuarius.
- Par., Lat. 15155 (XIII)
- Berol Diez. B. Santander. 60 (XIV), contiene anche: Socratem – Ieronum ethicorum in
Theosdola – Proverbia ethicorum (Catonis) – proverbia Theodoli – Aviano – proverbia
Claudiani – proverbia Pamphili – proverbia Maximiani – Ilias Latina – versus Ficticii –
proverbia Horrestis – proverbia Gete – Claudiani maioris flores – Staciolus.
- Cod. Pommerfeldensis 2671 (XIII-XIV), contiene anche la Ilias Latina.

9
Il contributo ancor oggi – purtroppo, perché questo significa anche che i dati non sono mai più stati
aggiornati – di base per l’argomento è: Marcus BOAS, «De librorum catoniarum historia atque
compositione», Mnemosyne, 42 (1914), pp. 17-49. Si vedano poi: Eva Matthews SANFORD, «The Use of
Classical Latin Authors in the Libri Manuales», American Philological Association, 35 (1924), pp. 190-
240; Edward KENNARD RAND, «The Classics in the Thirteenth Century», Speculum, 4 (1929), pp. 249-269;
Rino AVESANI, «Il primo ritmo per la morte del grammatico Ambrogio e il cosiddetto Liber Catonianus»,
Studi Medievali, ser. III, VI.2 (1965), pp. 455-488; Richard Hunter ROUSE, «Florilegia and Latin Classical
Authors in Twelfth- and Thirteenth- Century Orléans», Viator, 10 (1979), pp. 131-160. Un amplissimo
panorama, dal X al XV sec., per l’Italia, è offerto da Robert BLACK, Humanism and Education in Medieval
Renaissance Italy: Tradition and Innovation in Latin School from the Twelfth to the Fifteenth Century ,
Cambridge 2007. Con riferimento all’ambiente inglese, si veda Tony HUNT, Teaching and Learning in
Thirteenth-Century England, I, Texts, Cambridge 1991, pp. 59-82 (The auctores and the ''Liber
Catonianus'').
10
Aggiungo l'aggettivo “tendenzialmente” pensando alle critiche rivolte allo studio di Boas da Rino
Avesani, che mette in dubbio l'esistenza di questa sorta di “canone dei sei autori”, o meglio la sua
identificazione come tratto caratteristico dei Libri Catoniani duecenteschi. Un contributo moderno su
questa tipologia di testi è sicuramente ancora da scrivere.

170
III. Excidium Troiae11
- A = London, British Library, Arundel 375 (Germania, XI sec.): Gesta Regum Francorum
– Historia de rebus gestis Pipini Iuniori – Excidium Troie.
- B = Bruxelles, Bibl. Royal, 3897-3919 (Italia, XII sec.): Darete – Excidium Troiae –
Historia romana di Paolo Diacono – Historia de Preelis J2 – le opere di Guido Pisano. Si
tratta di un testo dell’ET rimaneggiato, probabilmente dallo stesso Guido, e contenente
citazioni extra dall’Eneide (cfr. P e Ri).
- Bo = Bologne sur Mer, Bibl. Municipale, 186 (Monastero di St. Bertin, X sec. Il testo,
riprodotto solo nella prima parte, è preceduto dai Commentarii di Servio; spesso sono
introdotti dei paralleli biblici per fissare la cronologia.
- C = Saint Claude, Bibl. Municipale, 2 (X-XI sec.), sono riprodotti solo i primi 28 capitoli:
Ilias Latina – Excidium Troiae – frammento di Darete.
- E = Evreux, Bibl. Municipale, 111 (Monastero di Lyn in Normandia, fine XII sec.), testo
rimaneggiato ma indipendente da quello di Guido.
- L = Firenze, Laurenziana, LXVI.40 (probabilmente da Monte Cassino, fine IX sec.),
deriva da un modello francese: Historia Apollonii – Excidium Troiae – Darete .
- M = Madrid, BN, 10046 (Spagna, XIV sec.); rimaneggiamento della seconda e terza parte
indipendente da quella di Guido, con omissione di ogni riferimento agli dei; è seguito da
Darete.
- O = Vaticano, Ottoboni 1346 (Italia o Francia, IX sec.), contiene anche il Bellum
Gothicum di Jordanes.
- P = Paris, BN, Lat. 5692 (Italia o Francia, XIV sec.): Excidium Troiae – Darete –
excerpta delle opere di Guido Pisano.
- R = Vat., Reg. Lat. 657 (Francia, XIII sec.): Excidium Troiae – Darete – anonimo De
tempore excidi Troiae – De excidio Troie ad lectorem – Historia Karoli Magni et
Rotholandi – Epistola Johannes presbyter ad Manuelem imperatorem – De Philoctete –
De Polymestore – Epitome Iulii Valerii – Epistola Alexandri Macedonis ad Aristotelem –
Collatio Alexandri Magni et Dindimi regis Bragmanorum de philosophia per litteras
factas. Versione dell'ET stilisticamente più accurata e maggiormente conforme al
periodare classico12.
- o = Oxford, Bodleian, Rawlinson, D 893 (Italia, XIV sec.), rimaneggiamento
indipendente.
- Ri = Firenze, Riccardiana 881 (Spagna, XIII-XIV sec.), copia del rimaneggiamento di
Guido: Excidiun Troiae – Darete – Liber Historiarum di Guido da Pisa.
- V = Vat., Lat. 19847 (Italia, XI-XII sec.) con glosse italiane.
- W = Wroclaw, Bibliotheka Universiteka, IV. F. 33 (XIII-XIV sec.): Historia de Preliis J2
– Darete – Excidium Troiae – Paolo Diacono – Historia Apollonii (rec.A) ecc..

Frammenti:

- Charleville, Mézières, Bibl. Munic., 275 (fine XIII sec.): Darete – Ditti (estratti l.v, 17 e
fine l. VI) – Excidium Troiae – Historia Apollonii – Testi agiografici – Historia
Hierosolymitana – Imago mundi – Liber de locis sanctis.

11
Excidium Troie, Alan Keith BATE (ed.), Frankfut am Main 1986; PUNZI, «La circolazione cit.»; Maria DE
MARCO, «Intorno al testo dell'Excidium Troiae», Aevum, 30 (1956), pp. 36-56; Chauncey E. FINCH, «Two
Vatican Manuscripts of the Anonymous Exciudium Troiae», Manuscripta, 1 (1957), pp. 131-149; E. Bagby
ATWOOD, «The Rawlinson Excidium Troiae. A Study of Source Problems in Medieval Literature»,
Speculum, 9 (1934), pp. 379-404.
12
Il codice in questione è rappresentativo della tendenza, in area francese, a «comporre dei manoscritti
scolastici adatti all'apprendimento della letteratura. » (PUNZI, «La circolazione cit.», p. 91).

171
- Paris, BNF, Nouv. acq. lat., 1423 (Nord-Est della Francia, seconda metà XIII sec.): Darete
– Excidium Troiae – Historia Apollonii – Testi agiografici – Historia Hierosolymitana.

IV. Darete Frigio13

− CH = Cambridge University Library, Mm.5.29 (Inghilterra, fine XII sec.): Darete (cc. 2-16) –
Vaticinium Sibyllae Tiburtinae – Geoffroy de Monmouth – Gildas, De excidio Britanniae –
Chronologie – ps. Hieronymus, Libellus Bemetoli (cf. ps. Methodius, Liber de Antichristo) –
Géographie de l’Angleterre – Genealogia dei conti di Fiandra e dei re di Francia – Henricus
Huntendunensis, Historia Anglorum (I, 1-13) – Julii Valerii, Rerum Gestarum Alexandri
epitome – Epithaphia Alexandri Magni – Collatio Alexandri – Parva recapitulatio de
Alexandro – Note varie – Sermo quomodo primitus sancta arbor crevit in qua salus mundi
pependit.
− LR = London, BL, Sloane 1619 (Inghilterra, inizio XIII sec.: note astrologiche – Res Gestae di
Giulio Valerio – Epistola Alexandri – Historia Apollonii (rec. C) – Darete.
− LS = London, BL, Stowe 56 (XII-XIII sec, Nord della Francia o Inghilterra): Baldericus
Burguliensis, Historia Hierosolymitana – estratti dalla storia dei Franchi di Guillaume de
Jumièges (Gesta Normannorum Ducum) – Darete – Historia Apollonii (rec. T) – Res Gestae
di Giulio Valerio – Epistola Alexandri – Collatio Alexandri – Geoffroy de Monmouth.
− LW = Lincoln, Cathedral Library, 98 (Inghilterra, fine XII sec.): Darete – Vaticinium –
Geoffroy de Monmouth – Gildas – Cronologia – ps. Hieronymus, Libellus Bemetoli –
genealogie dei conti di Fiandra e dei re di Francia – Henricus Huntundenensis – Res Gestae di
Giulio Valerio – Epitaphia Alexandri – Collatio Alexandri – Parva recapitulatio de
Alexandro.
− MD = Munchen, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 11319 (XIII sec.); codice fittizio, il
secondo elemento contiene: Darete – Res Gestae di Giulio Valerio – Epistola Alexandri –
Collatio Alexandri.
− P = Paris, BNF, lat. 2874 (Francia, XIII sec.): Guitmundus Aversanus, De corporis et
sanguinis Domini veritate – Darete – note su Alessandro Magno – De fine mundi – note su
Simon Mago – De viciis gencium – De bonis moribus eorum – Legimus quod cum Athenis
regnaret Dionisius… – De delatione anuli. Aput antiquos Romanos consuetudo fuit… –
Esempi di castità tratti da storie antiche – Hugo de Folieto, De nuptiis, estratti – Corti apologhi
– Collatio Alexandri – Epistola Alexandri – Hildebertus, De vinea Evangelica – Poema
satirico contro la corte di Roma – Compianto.
− Edinburgh, National Library of Scotland, Adv. 18.h.5 (fine XIII sec.): Secretum Secretorum –
Darete – Historia Regum Britanniae
− London, BL, Burney 280 (fine XIII sec.): Res Gestae di Giulio Valerio – Darete – Martin
Polono, Cronaca.

13
Louis FAIVRE D’ARCIER, Histoire et géographie d’un mythe. La circulation des manuscrits du “De
excidio Troiae” de Darès le Phrygien (VIIIe-XVe siècles), Genève 2006. Dall'analisi dell'intera tradizione
manoscritta di Darete si possono evidenziare tre centri di interesse: la storia universale, le meraviglie
dell'Oriente e dell'antichità, la ricerca delle origini e la costruzione genealogica della storia (p. 370).

172
V. Historia de preliis J214
- P1 = Paris, BNF, lat. 2477 (fine XIII sec.): Onorio d'Autun, Elucidarium – Historia de
preliis J2 – Giovanni di Pian del Carpine – Benedetto Polono – Martino V, Epistola – S.
Franciscus Assisiensis – S. Augustinus – Bartholomeus Tridentinus, Vers
mnémotechniques sur la Bible con glosse – Jordanus Rufus.
- P2 = Paris, BNF, lat. 6042 (XIV sec.): Historia Britonum – Chronicum Richardi I. Regis
Anglorum – Parti da Baladuno e Raimundi Historia Hierosolymitana – Sybillae
Tiburtinae Vaticinium – Libellus de Infantia Salvatoris – Libellus de passiones imaginis
Christi (S. Atanasio) – Epistola Abgari ad Christum – Vita Sancti Brendani – Vita Caroli
Magni (Turpino) – Narratio Gratianopoli – Epistola Calixti Papae – Testamenta
duodecim Patriarcharum – Evangelium Nicodemi – Flos historiarum terrae Orientis –
Fragmentum Historie de preliis J2.
- P3 = Paris, BNF, lat. 8503 (XIV sec.): Vita Apollonii – Historia de preliis J2 – Anselmi
Episcopi liber qui dicitur Imago Mundi – Capitula Sylvestri Papae.
- P4 = Paris, BNF, lat. 13710 (XV sec.): Historia de preliis J2 – Gaefridi liber de gestis
Britonum – Tractatus rationis et conscientie.
- P5 = Paris, BNF, lat. 14169 (XIII sec.): Lettere di Pierre de Blois – Historia de preliis J2.
- C1 = Cambridge, Corpus Christi College Lib., 139 (St. Augustine’s Abbey, Canterbury,
XII sec.): Eutropio – Breviarium ab urbe condita – Historia de Preliis J2.
- C2 = Cambridge, Corpus Christi College Lib., 370 (Inghilterra, XIV sec.): Gesta
Alexandri Magni (Iulii Valerii Epitome) – Epistula Alexandri ad Aristotelem de situ
Indiae – Epistolae inter Alexandrum magnum et Dindimum regem – Historia de Preliis J2
– Willelmum, Injunctiones – De calumnia et injuris per eundem episcopum in monasterio
S. Edmundi illatis – Itinerarium cujusdam Anglici terram sanctam – Acta bellicosa
Edwardi III.
- Madrid, BN, 9783: Historia Apollonii regis Tyri – Historia de Preliis J2 – Alexander ad
Paradisum – Epistola Alexandri ad Aristotelem – Iulii Valerii Epitome – Tre trattati
relativi ai Bramani.

VI. Romans antiques

− Paris, BNF, fr. 794 (Champagne, primo quarto XIII sec.), cosiddetto ms. Guiot 15: Erec et
Enide – Lancelot – Cligés – Yvain – Athis et Profilias – Troie – Brut – Les empereurs de
Rome – Perceval – la Première Continuation – la Deuxième continuation.
− Paris, BNF, fr. 1450 (Piccardia, prima metà XIII sec.): Troie – Eneas – Brut – Erec –
Perceval – Première continuation – Cligés – Yvain – Le chevalier de la charrette –
Dolopathos.

14
David A. J. ROSS, «Some unrecorded manuscripts of the Historia de preelis», in Id., Studies in Alexander
Romance, London 1985, IV; F. Peabody MAGOUN, Alfons HILKA, «A List of Manuscripts Containing
Texts of the Historia de Preliis Alexandri Magni, Recensions I1, I2, I3», Speculum, 9.1 (1934), pp. 84-86;
F. Peabody MAGOUN, Harvard Library Bulletin, 1 (1947), pp. 37-39.
15
Mario ROQUES, «Le manuscrit fr. 794 de la Bibliothèque Nationale et le scribe Guiot», Romania, 73
(1952), pp. 177-199.

173
− Paris, BNF, fr. 375 (Piccardia, 1288) 16: Livre de Seneke – Thèbes – Troie – Athis et Prophilias
– Roman d'Alexandre – Signification de la mort d'Alexande – Floire et Blanchefleur –
Blancardin – Cligés – Erec – La Viellete – Ille et Galeron – Le miracle de Théophile –
Amadas et Ydoine.
− Montpellier, Bibliothèque Faculté de Médecine, 251 (seconda metà XIII sec.): Troie – Eneas –
Brut (secondo Constans doveva contenere anche Thèbes).
− Cologny-Genève, Bibl. Bodmer, 18 (grafia piccarda): Troie – Thèbes.

In conclusione, si può osservare che:


1) La Ilias Latina tende a collocarsi all'interno del contesto rappresentato dai Libri
Catoniani, con un'associazione quasi constante con l'elemento favolistico. La
connessione con l'Alexandreis si realizza piuttosto “esternamente”, nel contesto di
fruizione principale, cioè nella scuola17.
2) L'Excidium Troiae tende vivere in associazione con gli altri testi troiani; in questo
senso uno dei testimoni più interessanti è rappresentato dal ms. Saint-Claude, Bibl.
Municipale, 2 (X-XI sec.) dove abbiamo un frammento finale di Darete, l'Ilias Latina
e i primi 28 capitoli dell'Excidium Troiae: praticamente una fotografia della struttura
dell'episodio troiano nelle coplas castigliane. In tre casi l'associazione si allarga anche
alla storia del Macedone, con due compresenze con la Historia de preliis J2
(Bruxelles, Bibl. Royal., 3897-3919; Wroclaw, Bibliotheka Universiteka, IV.F.33) e
una con materiale alessandrino “orientale” (Epistola e Collatio), con l'Epitome e con
la Lettera del Prete Gianni (Vat., Reg. Lat. 657).
3) Guardando tanto ai manoscritti di Darete che a quelli, assai più eterogenei, della
Historia de preliis – entrambi riconducibili in linea generale a una contestualizzazione
di tipo storiografico – si possono notare: una certa tendenza ad associare insieme gli
scritti alessandrini minori, vale a dire Epistola Alexandri ad Aristotelem, Collatio cum
Dindimo e Res Gestae (tutti e tre o almeno due di essi); una ricorrente associazione fra
materiale troiano e materiale alessandrino; un altrettanto ricorrente affiancamento alla

16
«L'insieme dei testi pare delineare un archivio narrativo non tematicamente omogeneo, ma volto piuttosto
a raccogliere grandi classici del XII secolo […] accanto ad opere più recenti prodotte in territorio
artesiano» (Gioia PARADISI, «La tradizione del Roman d'Alexandre. Note sui codici duecenteschi», in
Medioevo romanzo e orientale. Il viaggio dei testi. Atti del III Colloquio Internazionale (Venezia, 10-14
ottobre 1996), Soveria Mannelli 1999, pp. 303-313, p. 308).
17
L'associazione in un medesimo manoscritto si realizza invece con il successivo rifacimento in versi di
Giuseppe di Exter, la Frigii Daretis Ylias; ne sono testimonianza due manoscritti: Admont, Stiftsbibliothek
128 (Salisburgo, XIII sec.) (Pierre Riga, Aurora – De contemptu mundi – Otto di St. Blasien, Chronica –
Calendarium metricum – Pietro Pittore, De Sacra Eucharistia – Tobias – Ylias; scolia all'Ylias –
Alexandreis); Cambridge, Corpus Christi College, 406 (Francia, fine XIII sec.) (Seneca, Tragedie –
Architrenius – Megacosmos – Ylias – Anticlaudianus – Poetria Nova – Alexandreis).

174
Vita Apollonii, tanto nel caso dei manoscritti Darete/Alessandro Magno che in quelli
in cui è presente la Historia de preliis; un particolare quest'ultimo da non tralasciare se
si considera che il poema in cuaderna vìa più prossimo al LdA è proprio il Libro de
Apolonio.
4) Infine i romans francesi: il XIII sec. vede costituirsi una serie di manoscritti antologici
che non solo contenevano l'intera triade classica o almeno due dei tre titoli, ma
associavano ad essi anche la produzione di Chrétien de Troyes e altri romans.

175
II.1
Isabel Uría Maqua: il maestro e i suoi discepoli

Clereçía is not then, for our author, just erudition, but something closely identifiesd with the
studium of school or university; and its value is symbolized by association with Aristotle, the
supreme scholar. [Con riferimento alle coplas 2580-84] clearly this is a schoolman’s itinerary,
whose two breights shines are the university cities of Bologna, source of legal studies, and
Paris, where toda clereçía abounds.

A partire da queste prime considerazioni di Raymond Willis è invalso, nella critica,


l’uso di etichettare la clerecía alessandrina come spiccatamente universitaria. Apogeo di
questa linea interpretativa è stata la formulazione da parte di Isabel Uría Maqua di una tesi
sull’origine del LdA che lega il poema allo studium di Palencia, in corrispondenza con il
periodo del suo massimo splendore. Si tratta di una tesi per alcuni aspetti effettivamente
affascinante e che ha trovato facilmente eco, ritengo in modo un po’ troppo perentorio se si
riconsiderano (come sarà fatto di seguito) le sue argomentazioni, negli studi di autori
successivi, tanto legati esplicitamente al Libro quanto in opere di soggetto più ampio.
Si legge ad esempio in Fernando Gómez Redondo1: «ya que non puede olvidarse que
el LdA surge del contexto palentino y que su formador tiene que tener en miente las materias y
disciplinas que en este studium se enseñan». O in Jaime González Alvarez:

Lo que también nos interesa destacar es que el Libro de Alexandre, el Libro de Apolonio, el
Libro de Fernán González y las obras de Berceo pueden ser circunscritas a un punto común de
la Castilla del norte, pues todas ellas, directa o indirectamente, se econtrarían vinculadas al
Studium palentino. Por tanto, el nexo de unión sería la Universidad de Palencia, en la que los
autores se habrían formado en el nuevo sistema de versificación y habrían adquirido esa
poética y esa retórica, claramente descritas en la c. 2 del LdA2. […] También estarían
destinadas, sobre todo el LdA, a ser manuales básicos dentro de las ensenanzas que se podrían
haber impartido en el Studium palentino3.

O in Manuel Alejandro Rodríguez de la Peña: «La Alexandreis, acabó siendo la versión


canónica del mito que se leyó en las aulas del Arte de Gramática. […] Incluida, claro está,
Palencia. Fue por ello que el autor castellano del LdA, procedente del círculo escolar
palentino, se guió principalmente por el Alexandreis»4.

1
Historia de la prosa castellana, p. 29
2
Jaime GONZÁLEZ ALVÁREZ, «Un nuevo planteamiento: el mester de clerecía, los epígonos y las obras de
nueva clerecía», in Actas del IX Congreso de la AHLM (León, 20-24 de septiembre de 2005), Luzdivina
Cuesta Torre, Armando López Castro (eds.), León 2007, p. 620.
3
Ivi, p. 625.
4
RODRÍGUEZ DE LA PEÑA, «La realeza sapiencial cit.», p. 466.

176
O nell’affermazione, discutibile per il suo anacronismo, di Leonardo Funes: «La
escuela de clerecía impulsada desde Palencia a principios del siglo XIII, [rappresenterebbe il]
primer grupo intelectual homogéneo», dove l’omogeneità sarebbe data dalla riflessione
intorno all’«ambigua evaluación del saber»5.
Il panorama culturale palentino, delineatosi con maggiori dettagli negli anni successivi
alla presentazione da parte di Isabel Uría Maqua della comunicazione «El Libro de Alexandre
y la Universidad de Palencia»6 grazie alla pubblicazione di testi in precedenza inediti oltre che
di un catalogo della documentazione dell’Archivo de la Catedral 7, con i quali si integra
l’unico studio allora a disposizione – quello cioè di Jesús San Martín Payo8 –, richiede la
messa a punto di un nuovo status quaestionis per decidere in che termini rivalutare la tesi
palentina.

II.1.a L’ipotesi Uría Maqua


Il legame, non solo del LdA ma del mester de clerecía nel suo complesso, con lo
studium palentino è proposto per la prima volta dalla studiosa nel 1979, con il contributo,
presentato alle III Jornadas de estudios berceanos, dal titolo «Sobre la unidad del mester de
clerecía del siglo XIII. Hacia un replanteamiento de la cuestión»9.
Inserendosi nel dibattito nato intorno all’opportunità di utilizzare o meno un’etichetta
come mester de clerecía per designare un insieme di componimenti in realtà tanto
etereogenei10 – etichetta rifiutata ad esempio da Francisco López Estrada 11 e Alan

5
FUNES, «La blasfemía cit.».
6
Pubblicato in Actas del I Congreso de Historia de Palencia, IV, Edad Media latina y humanística,
Palencia 1986, pp. 431-442, ma presentato precedentemente alle I Jornadas de Cultura Medieval (Oviedo,
25-27 de abril de 1984). Successivamente la studiosa ha pubblicato anche «Gonzalo de Berceo, estudiante
en Palencia y colaborador en el Libro de Alexandre», Berceo, 155 (2008), pp. 27-54.
7
María Teresa ABAJO MARTÍN, Documentación de la catedral de Palencia (1035-1247), Burgos 1986.
8
Jesús SAN MARTÍN PAYO, La antigua universidad de Palencia, Madrid 1942.
9
Ma pubblicato solo nel 1981 in Actas de las III Jornadas de estudios berceanos (Logroño y Monasterio
de Cañas, 3-5 diciembre 1979), Claudio García Turzo (ed.), Logroño 1981, pp. 179-188.
10
Eterogeneità sottolineata già da Raymond Willis e varie volte da Amaia Arizaleta; cito, fra le varie,
questa sintetica descrizione del gruppo: «El Alexandre es algo más que meramente el más erudito de un
grupo de poemas que por razones de conveniencia se ayuntan como mester de clerecía. El poeta con plena
conciencia de su erudición es la antítesis de Berceo, que, si bien no padecía de candor nasciente, intentaba
escribir en román paladino, en qual suele el pueblo fablar a su vecino; el poeta del Alexandre tuvo
pretensiones totalmente distintas de las del autor piadoso y patriota del Poema de Fernán González; su
ostentación de clerecía consigue niveles mucho más profundos que las del Libro de Apolonio, que en
realidad sólo se atribuía una nueva maestría, y no una demostración del mester del estudioso» (ARIZALETA,
«L'écriture de clergie au XIIIe cit.», p. 20).
11
Nella sua Introducción a la literatura medieval espanola, Madrid 1979 cit

177
Deyermond12 – l’autrice, appoggiandosi su un dato tecnico, cioè l’uso della dialefa come
principio di versificazione13, principio inusitato nella poesia anteriore e abbandonato nel corso
del XIV sec., rivendica la «unidad técnica» di queste composizioni, che le si voglia o no
qualificare con il sintagma mester de clerecía. Il «contar las sílabas» del LdA si riferirebbe
allora alla composizione di versi sillabicamente regolari, cioè isosillabici, «para lo qual es
necesario que su cómputo se haga sobre la base de la dialefa obligada»14. All’uso della dialefa
poi si accompagnano: la tendenza a sopprimere particelle relazionanti di ogni tipo;
l’abbondanza di perifrasi verbali (pleonasmi, pronomi enfatici e espletivi, tautologie e
ridondanze); la strutturazione della lingua con un carattere segmentato (incisi, inversioni,
iperbati); infine la prosodia e la sintassi latinizzante15.E così conclude:

1) La composición de estos poemas supone la aplicación práctica de una técnica, regida por
determinados principios y reglas de versificación [fra cui, fondamentale, la dialefa]
demasiado complejos para pensar que hayan sido creados por un poeta determinado, y menos
aún que, simultaneamente, se les hayan ocurrido a varios poetas por separado.
2) El aprendizaje de la nueva forma de versificación no se puede transmitir simplemente a través
de los poemas, pues estos non revelan, por si mismos, los principio y reglas en ellos
subyacentes, cuyo conocimiento es imprenscindible para componer en la nueva maestría.

Al proposito la studiosa aggiunge in nota nel suo Panorama16:

Así, los poetas modernistas y del ‘98: Pérez Ayala, Manuel y Antonio Machado […] aún
cuando su intención era emular el ritmo del poeta riojano, no llegaron a tomar conciencia de
que una de las claves de escritura está en hacer diálefa y en segmentar la lengua mediante
pausas de todo tipo. […] Sólo los que analizan detenidamente la estructura de sus versos
descubrieron que era una norma inviolable.

12
Historia de la Literatura Espanola. La Edad Media, Barcelona 1973 cit
13
Concetto ribadito successivamente in Isabel URÍA MAQUA, «La dialefa en el mester de clerecía del siglo
XIII», in Actas del III Congreso Internacional de la AHLM (Salamanca, 3 al 6 de octubre de 1989), María
Isabel Toro Pascua (ed.), Salamanca 1994, vol. II, pp. 1095-1102; ID., Panorama crítico del mester de
clerecía, Madrid 2000; ID., «Naturaleza del ritmo del alejandrino del siglo XIII», in Actas del VIII
Congreso Internacional de la AHLM (Santander, 22 al 26 de septiembre 1999), Margarita Freixas – Silvia
Iriso (eds.), Santander 2000, vol. II, pp. 1741-1750; ID., «Ritmo, prosodía y sintaxis en la poética del
mester de clerecía», Revista de Poética Medieval, 7 (2001), pp. 111-130. Si vedano anche: Miguel Angel
MURO MUNILLA, Nuevos materiales filológicos para une edición del Poema de Fernán González, Logroño
1990; Fernando BAÑOS VALLEJO, «La fe en la diálefa. A propósito de la composición y la edición de los
Milagros de Berceo y la cuaderna vía del XIII», comunicazione presentata alle IV journées de Métrique et
de Poétique Comparés de Budapest (septembre 2008), consultabile on-line all'indirizzo
http://www.vallenajerilla.com/berceo/banosvallejo/feenladialefa.htm.
14
E conseguentemente il curso rimado farebbe riferimento al verso di tipo romanzo, cioè ritmico-sillabico,
in contrapposizione a quello su base quantitativa del latino.
15
URÍA MAQUA, Panorama cit., p. 51.
16
Ivi, p. 57 in n.

178
Il paragone, addotto come prova, non mi sembra calzante perché non tiene conto dei differenti
contesti educativi: vale a dire, nel caso medievale, un insegnamento impartito in latino, con
testi latini, per esprimersi (nella scrittura) in latino. Le sensibilità estetiche, e dunque le
capacità di percezione dei fenomeni linguistici, sono per conseguenza radicalmente differenti
e non comparabili.

3) La conclusión que se impone es que, dada la proximidad cronológica de estos poemas [fra il
1230 e il 1250] hemos de pensar que sus autores aprendieron la nueva técnica en un mismo
centro escolar17. […] Si la nueva técnica se hubiese desarrollado en distintos centros escolares,
lógicamente habría alcanzado un radio de difusión mucho más amplio del que nos revelan los
pocos poemas conservados, o – al menos – nos habrían quedado noticias o indicios de su
cultivo en alguno de esos centros. Además, es raro que en todos ellos hubiese sufrido el
mismo proceso evolutivo que, paulatinamente y a través de las alteraciones del siglo XIV,
lleva a su completa extinción18.

Por todo ello, concluimos que nuestros poemas non solo constituyen una unidad técnica, sino, que
suponen, además, una unidad de escuela en el sentido riguroso de la palabra. Y pienso que esa
escuela poética pudo muy bien desarrollarse en la entonces recién fundada Universidad palentina,
como ha sido apuntado por el profesor Brian Dutton19.

17
Ma al riguardo condivido pienamente le osservazioni di Amaia Arizaleta sull’argomento “scuola”: «Il me
semble que ces poètes ont pu composer des quatrains sans avoir besoin d’apprendre la technique dans une
école. Leurs confrères d’au delà des Pyrénées avaient réussi à construire ces strophes sans passer par un
apprentissage spécial. […] Il me semble que, s’il est vrai que ce groupe de poètes constitue une
communauté littéraire, c’est parce qu’ils ont voulu se ressembler sous l’ombre de ce premier auteur qui
nous reste inconnu, et non parce qu’ils ont suivi une instruction destinée à établir une école littéraires
spécifique».
18
Sull’evoluzione del mester si vedano i lavori di Jaime GONZÁLEZ ALVAREZ a partire dalla sua tesi di
dottorato El “mester de clerecía”, los “epígonos” y las “obras de nueva clerecía”, Universidad de Oviedo
2004.
L’autore, allievo di Isabel Uría Maqua, distingue tra opere del mester de clerecía vero e proprio
(LdA, Libro de Apolonio, Libro de Fernán González, l’opera di Berceo); epígonos (Libro de miseria de
omne, Vida de San Ildefonso, Castigos y enxemplos de Catón, Proverbios de Salamón: «obras que
representan la evolución de algunos de los rasgos que definían la escuela del mester de clerecía, en las que
sus autores introducen aspectos varios de la sociedad contemporánea (última década del siglo XIII y
primera del XIV) y que, a su vez, constituyen un periodo intermedio entre la primera escuela poética en
lengua castellana y las obras de nueva clerecía. [In queste opere] nos encontramos una actitud de crítica
social y de costumbres, con un carácter satírico y paródico muy distinto al carácter narrativo, a la tendencia
descriptiva y al didacticismo del siglo XIII. Además, el optimismo y la confianza que encontramos
reflejados en el mester de clerecía ceden paso al pesimismo de la naturaleza humana, lo que refleja un claro
desengaño de la vida y de los hombres. De esta manera, la literatura alcanza claras actitudes de denuncia»;
infine opere di nueva clerecía (Libro de buen amor, Proverbios morales, Rimado de Palacio): «Este nuevo
espíritu es consecuencia de los incipientes cambios que comienzan a forjarse en la sociedad y que los
autores, no ajenos a ellos, reflejan en sus obras, adoptando una actitud crítica ante esa sociedad. Pero no
solo revelan esos cambios con la consiguiente crítica, sino que reflejarán ese nuevo pragmatismo y
vitalismo de la época en la que encontramos una mayor importancia de lo humano en detrimento de lo
divino» (ID., «Un nuevo planteamiento cit.»).
19
Vale a dire in Brian DUTTON, «French Influences in the Spanish Mester de Clerecía», in Medieval
Studies in Honor of Robert White Linker, Id. et alii (eds.), Castalia 1973, pp. 73-93; ma anche, aggiungerei,
nel precedente ID., «Gonzalo de Berceo: unos datos biográficos», in Actas del Primer Congreso de la AIH
(Oxford, 6 al 11 de septiembre de 1962), Frank Pierce, Cyril A. Jones (eds.), Oxford 1964, pp. 239-248.

179
O ancora più perentoriamente: «[il mester de clerecía] debió de nacer y desarrollarse en el
seno de un grupo de maestros y escolares de la Universidad de Palencia 20. […] La vinculación
del Alexandre al Studium palentino es un hecho indudable»21.
Appoggiandosi sulla constatazione di García Solalinde 22 che identificava l’obispo don
Tello della copla 325 dei Milagros con Tello Téllez, vescovo di Palencia (1207-1246), e
integrandola con la propria analisi della geografia berceana che dimostra la conoscenza della
regione di Palencia, oltre all'evidenziazione della presenza di tratti leonesi in vari manoscritti
dell’opera di Berceo, Brian Dutton conclude: «Me parece justo suponer que Berceo sabía más
de la región de Palencia y del camino principal que allí conduce que lo que pudiera saber
estando en la Rioja. Por lo tanto afirmo su presencia en Palencia». Non solo, ma la menzione
del vescovo Tello lo porta anche a suggerire «que Berceo pudo haber estado de estudiante en
Palencia, o en el Estudio General o tal vez en la cancillería del obispo»; in particolare,
considerando le date di documenti esistenti, in qualche anno compreso tra il 1223 e il 1236.
Questa ipotesi iniziale trova poi la sua più completa formulazione, in stretta relazione con
il LdA, nel già citato contributo «El Libro de Alexandre y la Universidad de Palencia». Questi
i punti principali della tesi Uría Maqua:

1) L’aspetto più innovativo del LdA è il suo metodo di composizione, in quanto le varie
fonti

no se utilizaron acumulativamente, por simple adición, come es el caso de tantas obras


misceláneas carentes de unidad y de estructura. Muy a contrario de esto, el Alexandre tiene
una estructura coherente y unitaria, pues, aunque trata otros temas, además de lo alejandrino,
hay una línea interna de pensamiento que los unífica y confiere a la obra una unidad de
sentido23.

Principi organizzativi di questo insieme sono il rispetto dell’ordine cronologico e delle


relazioni di causa-effetto: «Esta manera de componer un libro no tiene precedentes en
la España del primer cuarto del siglo XIII. Tampoco parece se practicase en Francia»;
per un parallelo bisognerà aspettare il secondo periodo dello scriptorium alfonsino
(verso il 1270)24.

20
URÍA MAQUA, Panorama cit., p. 57.
21
Ivi, p. 64.
22
RFE, IX (1922), pp. 398-400.
23
URÍA MAQUA, «El Libro de Alexandre cit.», p. 439.

180
2) Dal momento che le fonti presentano lingue differenti: latino e francese – ma anche
arabo e greco se si accettano rispettivamente le ipotesi di Emilio García Gómez25 e
Raymond Willis26 rispetto al viaggio sottomarino –, bisognerà postulare una previa
traduzione al castigliano por expertos in ciascuna delle lingue. Ma l’affermazione
sarebbe al limite valida solo se realmente le ipotesi greca e araba fossero provabili
senza ombra di dubbio, e allo stato attuale delle analisi le lingue delle fonti del LdA
non sono che due: il latino e il francese. Dando per scontata la conoscenza del latino
come propria di qualsiasi letterato, non resta che una lingua “straniera”, e nulla osta
che la sua conoscenza fosse patrimonio dello stesso letterato.
3) Successivamente «se haría una redacción en prosa, estructurada conforme al esquema
de composición que se había proyectado y, finalmente, se procedería a versificar ese
longo relato. […] Ciertamente, es muy difícil, si no imposible, que un poeta del primer
cuarto del siglo XIII pudiese realizar por sí solo todo el ingente trabajo que está detrás
del LdA»27, per cui si rende necessario ipotizzare l’esistenza di un’équipe di eruditi
sotto la guida di un maestro. Ma, oltre al fatto che il fenomeno normalmente
conosciuto è quello delle prosificazioni delle composizioni in versi piuttosto che
quello di senso inverso (da non dimenticare per il mondo iberico le prosificazioni
alfonsine dei cantares epici contenute nella General Estoria) ricordo anche, per offrire
un termine di paragone, che il Roman de Troie, indubitabilmente composto da un
unico autore, Benoît de Sainte Maure, consta di 30.320 versi, e le sue eckphrasis, fra
cui la complessissima scena della Chambre de Beautés, non sono meno ammirabili,
per massa di particolari, di certi passaggi del LdA.
Credo che dietro questo scenario dipinto da Isabel Uría Marua si agiti con prepotenza,
come una presenza più o meno cosciente (non saprei dire), il fantasma della successiva
esperienza alfonsina. Tale è il valore e la “presenza scenica” dell'opera patrocinata dal
24
V. anche Jesús CAÑAS MURILLO, «Introducción», in El Libro de Alexandre, Id. (ed.), Madrid 1978, p. 68:
«Los hechos comentados aquí parecen elevarnos a concluir que de ningún modo hay necesidad de
relacionar el método de composición empleado en el LdA con el utilizado en las obras medievales francesas
– quizá la coincidencia sea un mero caso de poligénesis –, dado que tenía plena vigencia en uno de los
focos más importantes de la cultura medieval, no sólo española sino europea en general: las escuelas que
trabajaron bajo la dirección de Alfonso el Sabio. […] Tal vez los “clérigos” del mester se formasen en
Palencia con profesores provenientes de Francia […] y tuviesen como compañeros a personas que llegarían
a formar parte de las escuelas alfonsíes. […] Quizá los proprios clérigos del mester, educados por
profesores españoles, pero también franceses, llegaron a convertirse en miembros de las propias escuelas
alfonsíes».
25
Un texto árabe occidenatl de la leyenda de Alejandro según el manuscrito ár. XXVII de la Biblioteca de
la Junta para ampliación de estudios, Madrid 1939.
26
WILLIS, The Debt of Spanish cit.
27
URÍA MAQUA, «El Libro de Alexandre cit.», p. 439.

181
rey Sabio che essa sembra imporsi come associazione mentale automatica e inevitabile
nel momento in cui si parla di Duecento castigliano. Leggendo i contributi dell'autrice
si sarebbe tentati di parla di taller alejandrino pensando a quel taller alfonsí così ben
descritto da Diego Catalán.
4) La ricchezza delle fonti, gli aspetti innovativi della versificazione, l’impiego del
romance castigliano:

exigen que la planificación y la redacción del Alexandre se haya hecho en un centro


académico, provisto de una importante librería y – lo que es más fundamental – de maestros
expertos en Gramática y en los sistemas de escritura que se habían desarrollado en Francia
para el latín medieval primero y que luego se utilizaron por el vernacular 28.

Ma quale romance? La stessa studiosa dichiara:

En la base del mester de clerecía hay que suponer un estudio sistemático de la prosodía, la
morfología y la sintaxis del romance castellano, o sea, de su gramática. Así lo revela la gran
variedad y complejidad de las oraciones utilizadas por estos clérigos, algunas con hipérbatos
tan violentos que, a veces, es necesario analizar las funciones de los sintagmas para
comprender bien su sentido. […] Es evidente que los autores del mester de clerecía conocían a
fondo la estructura de la lengua romance y por eso podían utilizar las formas sintácticas más
complicadas y crear nuevas palabras por derivación 29. […] La lengua de estos poemas
adquiere un carácter latinizante, sintético y condensado, con un gran predominio de las
palabras semánticas sobre las gramaticales 30.

Ma un romance così violentato in senso latinizzante è veramente un romance sicuro di sé,


addirittura così maturo da essere sottoposto a un processo di riflessione linguistica, secoli
prima di Nebrija?31
Al proposito, recentemente, Amaia Arizaleta ha parlato de «les subtilités et les
difficultés d’un texte de forme romance mais de substance latine 32. […] La langue du LdA,
romane mais pas à la portée de tous, serait le nouveau chiffre qu’un clerc ambitieux aurait eu
l’idée de proposer à un public averti»33.
28
Ibidem.
29
EAD., Panorama cit., p. 70.
30
Ivi, p. 75. Su alcune caratteristiche latinizzanti della lingua del mester de clerecía si veda: Brian DUTTON,
«Some Latinism in the Spanish Mester de Clerecía», Kentucky Romance Quarterly, 14.1 (1967), pp. 45-59:
«This point may also be of value in literary criticism, since the conscious use of Latinisms, betrayed by
their Latin syllabic value, must also be indicative of the writer’s aesthetic tastes».
31
E sull'uso scolastico del Libro commenta Estrella Pérez Rodríguez, che ha approfonditamente studiato,
oltre che editato, uno dei testi palentini, vale a dire il Verbiginale (v. oltre): «Con esta última conclusión no
podemos estar en absoluto de acuerdo, pues nos preguntamos cuál sería el papel desempeñado por una obra
en lengua romance dentro de un curriculum de estudio en latín, tal como era en la época».
32
ARIZALETA, Les clercs cit., p. 260.
33
Ivi, p. 100.

182
Un secondo mito da sfatare, a mio parere, è quello delineato in queste righe: «El
Alexandre se concibió como una obra de carácter enciclopedico, en la que se recogió todo el
saber de la época». Si discuterà nei capitoli successivi delle conoscenze di Alessandro, o
meglio del suo autore; ma già un primo sguardo al sintetico catalogo compilato da Amaia
Arizaleta rispetto a quella che sarebbe la “protociencia” trasmessa dal LdA dovrebbe mettere
in guardia da una valutazione di questo tipo: un lapidario (1468-92); un passaggio
astronomico/astrologico (1200-31); varie rappresentazioni cosmografiche; qualche notazione
di filosofia naturale (a mio avviso dubbie); una buona conoscenza del linguaggio musicale
(2134-40)34. Tutto questo su un complesso di 2675 coplas per un totale di 10700 versi.
Tornando alla tesi in analisi, per esclusione, l’unico centro in grado di soddisfare tutte
le condizioni necessarie alla realizzazione di un testo come il LdA è individuato nello studium
di Palencia. Il LdA sarebbe stato allora composto nel suo periodo di massimo splendore, fra il
1220 e il 122535 e

[Il LdA fu] concebido como un libro de texto del studium palentino[…]. El hecho de utilizar no
il latín, sino el romance es una prueba de que lo que se pretendía era actualizar las materias
alejandrina y troyana, no sólo en el nivel de contenido, dando a los hechos un sentido moral
cristiano y una impronta medieval, sino también en el cauce expresivo, en la lengua. En
efecto, en un momento en que el vernácular ha adquirido un importante nivel de desarrollo y
se empieza a utilizar en documentos oficiales y en algún texto literario, era natural que el
Studium palentino respondiese a esa demanda social y escribiese su “Alejandro” en romance
castellano36.

Tutti gli autori che impiegano la cuaderna vía sarebbero passati per queste aule, come si
deduce dalla seguente affermazione: «Estos clérigos letrados, estudiantes palentinos y
colaboradores en la versificación de Alexandre serían, lógicamente, los que constituyen la
escuela del mester de clerecía, es decir, Gonzalo de Berceo y los anónimos autores del Libro
de Apolonio y el Poema de Fernán González»37.

34
EAD., «L'écriture de clergie cit.», p. 25. Non definirei invece “erbolario”, come fa l'autrice, le scarse
notazioni delle coplas 1463-64.
35
Riporto qui alcuni dati cronologici di riferimento. Verso il 1185 San Domenico Guzmán studia a Palencia
dove esisteva una fiorente scuola cattedralizia in cui si insegnavano artes e teologia. Intorno al 1210
Alfonso VIII fonda lo Studio generale, invitando maestri dalla Francia e dall’Italia. Nel 1220 Fernando III
ottiene da papa Onorio III il diritto di impiegare la quarta parte della rendita ecclesiastica per il pagamento
dei maestri dello Studio. Il sinodo di Valladolid del 1228 concede privilegi agli studenti e maestri di
teologia di Palencia. Nel 1243 lo Studio è ancora funzionante ma, dopo la morte del vescovo Tello, nel ’46,
comincia il suo declino. Nel 1263 lo Studio non è più esistente.
36
URÍA MAQUA, «El Libro de Alexandre cit.», p. 441; EAD., Panorama cit., p. 152.
37
Ivi., p. 194.

183
Nello stesso 1984 apparve anche un altro contributo, quello di Jesús Menéndez Pelaez,
dal titolo assai significativo: «El IV Concilio de Letrán, la Universidad de Palencia y el
mester de clerecía»38. Non solo quindi si ribadisce il legame fra il mester e Palencia, ma si
introduce un terzo elemento, d’ausilio in questo caso alla datazione, vale a dire il Concilio
lateranense del 1215 promosso da Innocenzo III – applicato in Castiglia a partire dal Concilio
di Valladolid del 1228 – con il quale vengono presi provvedimenti concreti per quel che
riguarda la formazione dei chierici39. Confessione e predicazione sono le due parole d’ordine
lanciate dal Concilio e diffuse dagli ordini mendicanti:

Es precisamente en este momento cuando empezó a desarrollarse un tipo de literatura


didáctica que servirá de instrumento a los clérigos en su función catequética: los manuales o
sumas de confesores, los specula y la literatura del exemplum. El didactismo será la nota
característica de esta literatura que tratará de proyectar una concepción cristiana de la
existencia. [Si trattava di offrire] una teología existencial, fácilmente aplicable a la conducta
humana. […] Ahora bien, el clérigo que competía con el juglar, tenía que presentar su mensaje
de forma animada y viva si quería mantener la atención de su público. De esta manera, la
enseñanza del mensaje cristiano había de llevar consigo deleite y divertimento 40.

Il punto fondamentale della discussione, che permette di intersecare i tre elementi, è la


menzione esplicita di Palencia nei canoni di Valladolid:

Item quoque queremos tornar en so estado el estudio de Palencia, otorgamos que todos
aquellos que fueren hi maestros et leieren de qualquier scientia, et todos aquellos que oieren hi
Teología hayan bien et entregamiente los beneficios por cinco anos, así como se sirviesen a
sus Eglesias41.

Sulla scia delle affermazioni di Dutton, anche Menéndez Pelaez lega Berceo a Palencia,
seppure, in questo caso, attraverso un’operazione di esclusione: lo schema teologico
soggiacente all’opera berceana richiederebbe una formazione in un centro universitario «que,
por exclusión, pudiera ser Palencia». Analogamente alle contemporanee ipotesi di Uría

38
Studium Ovetense, 12 (1984), pp. 27-39.
39
I capitoli dedicati al problema dell’istruzione sono: 10. De predicatoribus instruendis, 11. De magistris
scholasticis, 27. De instructione ordinarium. Per la situazione specifica iberica si veda Vicente BELTRÁN
DE HEREDIA, «La formación del clero en España durante los siglos XII, XIII y XIV», Revista Española de
Teología, 6 (1946), pp. 313-357.
40
MENÉNDEZ PELÁEZ, «El IV Concilio cit.», p. 31.
41
Ivi, p. 34. Il primo a stabilire un influsso del Concilio sulla produzione letteraria iberica fu Derek W.
LOMAX, «The Lateran Reforms and the Spanish Literature», Iberoromania, 1 (1969), pp. 299-313. Lo
stesso Menéndez Pelaez si è poi occupato dei legami con il Libro de buen amor (El “Libro de buen amor”:
ficción literaria o reflejo de una realidad, Gijón 1980) e con la letteratura goliardica («Manuscrito
goliardesco en la catedral de Oviedo», in Homenaje al Prof. Alvaro Galmés, Madrid 1985, t. II, pp. 376-
387).

184
Maqua, quelle di Menéndez Pelaez permetterebbero così di individuare in Palencia il «núcleo
geográfico donde pudo nacer la nueva forma de hacer literatura»42.
Lo Studium di Palencia nasce sotto l’egida di due poteri: quello temporale,
rappresentato dal desiderio di Alfonso VIII di caratterizzare lo Studium in senso nazionalista
(che «pudo favorecer esa nueva forma de hacer literatura, tomando como estructura
linguística las posibilidades del romance castellano»)43, e quello spirituale, con l’iniziativa del
vescovo Tello di porre l’istituzione sotto la protezione papale. A Palencia «tuvo que existir un
foco cultural que favoreciese el nacimiento de la nueva forma de poesía culta al servicio de la
cultura dominante sacro-profana. Un arte de compromiso en favor de la concepción cristiana
del mundo y de la existencia dentro del teocentrismo imperante en la época»44.
Nella scia dei due studiosi precedenti si colloca l’ultimo contributo sul tema, quello
cioè di Enzo Franchini, «El IV Concilio de Letrán, la apócope extrema y la fecha de
composición del Libro de Alexandre»45.
L’analisi di Franchini si muove su due livelli: uno contenutistico e uno strettamente
linguistico. Quanto al primo punto conclude che «el LdA revela ya influencias del IV Concilio
de Letrán y que, por consiguiente, fue compuesto después de 1215», e questo in virtù della
presenza nel LdA, come in altri testi post-lateranensi, del sintagma equivalente alla formula
conciliare poenitentia/confessio vera e all’indicazione esplicita della chiesa come luogo della
confessione.46
In secondo luogo «en vista de las coincidencias temáticas y textuales sorprendentes
entre el LdA y el Planeta de Diego García de Campos incluso parece probable que el terminus
post quem sea 1218, la fecha conocida de esta obra latina». Un confronto questo che era stato
proposto per la prima volta da Francisco Rico, il quale aveva sottolineato la comunanza fra i
due testi del motivo del microcosmo, dell’impianto simbolico e delle mire enciclopediche47, e
che è stato portato alle estreme conseguenze da Hernando Pérez il quale addirittura identifica
Diego da Campos con lo stesso autore del LdA48.
42
MENÉNDEZ PELÁEZ, «El IV Concilio cit.», p. 36.
43
Ivi, p. 38
44
Ibidem.
45
La Corónica, 25.2 (1997), pp. 31-74.
46
Coplas 2375 e 2384.
47
RICO, «La clerecía cit.», pp. 6-9 e 148.
48
In un testo, José HERNANDO PÉREZ, Hispano Diego García, escritor y poeta medieval y el “Libro de
Alexandre”, Burgos 1992 molto criticato tanto dallo stesso FRANCHINI, «El IV Concilio cit.», pp. 46-50:
«Que precisamente este canciller ultraconservador haya compuesto una obra tan innovadora como el LdA
parece muy poco probable»; che da Amaia Arizaleta, la quale riporta anche gli avvertimenti sia di Isabel
Uría Maqua, che invita alla prudenza circa il giudizio perentorio sull'importanza della superbia (elemento di
comunanza fra i due testi secondo Hernando) dal momento che per tradizione essa era considerata la radice

185
Questo termine post quem del 1218 si unisce al termine ante quem deducibile dal
lavoro di García López49 dedicato a tutti i testi duecenteschi del mester de clerecía: «Cuando
el LdA utilice fórmulas o estilemas que aparecen también en Berceo o en el Libro de
Apolonio, y, no obstante, traduzca literariamente su fuente, está proclamando con marcada
evidencia su prioridad histórica». Considerando che la opera più antica di Berceo è la Vida de
San Millán, datata intorno al 1228-1230, comunque ante 123650, Franchini propone un
termine ante quem al 1235. Per parte sua si dedica poi all’«estudio de la apocópe extrema de
la -e final y al cotejo de las percentajes de formas apocopadas del LdA con las de obras
literarias de la época y también con los datos procedentes de los documentos notariales de
Castilla en la primera mitad del siglo XIII», che confermano una forchetta cronologica
collocabile fra il 1215 e il 1235. Un appoggio in più alla datazione Uría Maqua.

Può risultare utile a questo punto, per valutare bene i termini della discussione, delineare
sommariamente il quadro ad oggi disponibile circa la storia dell’università di Palencia. I dati
cronologici sono riassunti in tre contributi: quello di Gonzalo Martínez Díez del 199051, di
Luís Martínez-Arconada del 199152 e di Adeline Rucquoi del 199953. La documentazione

di tutti i mali; sia di Gerold Hilty, che ricorda come «probablemente con razón se ha hecho responsable
Diego García – dado su cargo de canciller real – de que hasta 1217 existan apenas documentos originales
en castellano».
49
Jorge GARCÍA LÓPEZ, «De la prioridad cronológica del Libro de Alexandre», in Actas del II Congreso
Internacional de la AHLM (Segovia 1987), José Manuel Lucía Megías, Paloma Gracia Alonso, Carmen
Martín Daza, Alcalá de Henares 1992, pp. 341-354; ID., «Introducción», in Alexandre, pp. 64-93.
50
Riassumo brevemente la cronologia delle opere berceane: 1) Vida de San Millán, ca. 1128-ante 1236; 2)
Vida de Santo Domingo, post 1236, sicuramente post LdA data la citazione in essa della copla 70 del LdA;
3) Milagros, composti in un arco cronologico lungo, ante 1246 (per la menzione del vescovo Tello Téllez,
morto in questo anno) e post 1252 (per il ricordo di Fernando III come già morto); 4) tra la Vida de Santo
Domingo e i Milagros si collocano: Himnos, Loores, Signos; 5) Vida de Santa Oria e San Lorenzo
(incompleta), opere della maturità.
Si vedano Brian DUTTON, «La fecha del nacimiento de Gonzalo de Berceo », in Actas de las II
Jornadas de Estudios Berceanos, Berceo, 94-95 (1978), pp. 265-267; ID., «A Chronology of the Works of
Gonzalo de Berceo», in Medieval Hispanic Studies Presented to Rita Hamilton, Alan DEYERMOND (ed.),
London 1976, pp. 67-76; ID., «Gonzalo de Berceo: unos datos biográficos », in Actas del Primer Congreso
Internacional de Hispanistas, Frank Pierce, Cyril A. Jones (eds.), Oxford 1964, pp. 249-264.
51
«La Universidad de Palencia. Revisión crítica», in Actas del II Congreso de Historia de Palencia, t. 4,
Palencia 1990, pp. 165-169.
52
«Orígines de la Universidad en España: Palencia. Del estudio general a la universidad», in L’université
en Espagne et en Amérique Latine du Moyen Age á nos jours, t. 1, Tours 1991, pp. 11-22.
53
«La double vie de l’Université de Palencia (ca. 1180-ca. 1250)», Studia Gratiana, 28 (1998), pp. 723-
748. Alcune considerazioni riassuntive anche in Manuel Alejandro RODRÍGUEZ DE LA PEÑA , «Rex
institutor scholarum: la dimensión sapiencial de la realeza en la cronística de León y Castilla y los orígenes
de la Universidad de Palencia», Hispania Sacra, LXII, 126 (2010), pp. 491-512; ID., «Rex scholaribus
impendebat: The King's Image as Patron of Learning in Thirteenth Century's French and Spanish
Chronicles. A Comparative Approach», The Medieval History Journal, 5.1 (2002), pp. 21-36.

186
disponibile – non direttamente legata allo Studio, si badi bene – è quella editata dai già citati
Jesús San Martín Payo nel 1942 e Teresa Abajo Martín nel 1986.
La città di Palencia vantava una lunga tradizione di studi legati alla scuola episcopale,
attiva già dal VII sec.54, ma non è comunque condivisibile l'affermazione secondo la quale «la
proliferation des magistri parmi les membres du châpitre de la cathédrale de Palencia à partir
de 1183 renforcerait ainsi l’idée d’une école épiscopale qui se serait transformée en studium
aux alentours de l’année 1180»55. Come si è già osservato per Amaia Arizaleta, il titolo
magister, se non accompagnato da specificazioni di altro tipo (es. magister scolarum) o
utilizzato in un contesto certo, non si lega necessariamente alla dimensione scolastica; a tal
proposito Franchini ricorda come il Gerardus del doc. 147 dell'Archivo de la Catedral (1221)
sia l’unico che si designa in forma completa come magister scolarum palentinarum56.
Ad ogni modo gli agiografi dell’Ordine dei Predicatori ci forniscono testimonianza del
fatto che sia S. Domenico de Guzmán, sia alcuni anni dopo S. Pedro González Telmo (1180-
1246) studiarono le artes liberales a Palencia, e S. Domenico successivamente vi insegnò
anche teologia intorno al 1194-1195. Gli ultimi due decenni del secolo rappresenterebbero
quindi la prima fase dello studium di Palencia (non ancora istituzionalizzato), caratterizzato
dallo studio delle arti liberali (con certezza), della teologia e, probabilmente, del diritto.
Quest’ultimo aspetto è stato messo in evidenza da Martínez Díez, che ha legato a Palencia una
serie di testi del giurista Ugolino da Sessa, tre opuscoli giuridici conservati presso l’Archivo
de la Corona d’Aragón57.
Nel 1219-1220, l’azione congiunta del vescovo Tello Téllez e del sovrano ridá
impulso al centro palentino. Quali le testimonianze sul contenuto di questa impresa culturale?
Due scarne citazioni. La prima è quella di Lucas de Tuy nel Chronicon Mundi:

Eo tempore rex Adelfonsus evocavit magistros theologicos et aliarum artium liberalium et


Palentiae scholas constituit procurante reverendissimo viro Tellione eiusdem civitatis
episcopo. Quia ut antiquitas refert semper ibi viguit scholastica sapientia viguit et militia.

54
Severiano RODRÍGUEZ SALCEDO, «Historia de los centros palentino de cultura», Publicaciones del
Instituto Tello Téllez de Meneses, 2 (1946), pp. 22-25; Jesús SAN MARTÍN PAYO, «El cabildo de Palencia»,
Publicaciones del Instituto Tello Téllez de Meneses, 12 (1956), pp. 241-242.
55
RUCQUOI,«La double vie cit.», p. 727.
56
Enzo FRANCHINI, «Magister Odo de Chériton profesor de las Universidades de Palencia y Salamanca?»,
Revista de Poética Medieval, 2 (1998), pp. 79-114, p. 85.
57
Domenico MAFFEI, «Fra Cremona, Montpellier e Palencia nel secolo XII: ricerche su Ugolino da Sessa»,
Revista Española de Derecho Canónico, 47 (1990), pp. 34-51; Gonzalo MARTÍNEZ DÍEZ, «Tres lecciones
del siglo XII del estudio general de Palencia», Anuario de Historia del Derecho Español, 40 (1991), pp.
391-450.

187
La seconda quella di Rodrigo Jiménez de Rada nel De rebus Hispaniae, in una citazione
ripresa dalla Primera Crónica General:

Set ne fascis karismatum que in eum a Sancto Spiritu confluxerunt virtute aliqua fraudaretur,
sapientes a Galliis et Italia convocavit, ut sapiencie disciplina a regno suo nunquam abesset, et
magistros omnium facultatum Palencie congregavit, quibus et magna stipendia est largitus, ut
omni studium cupienti quasi manna in os influeret sapiencia cuiuslibet facultatis.

È la seconda fase di vita dell’università, caratterizzata (ipoteticamente) dallo studio delle arti e
della teologia: nell’ottobre 1220 il vescovo Tello chiama a Palencia un teologo, un decretista,
un logico e un grammatico. È la fase che ci lascia qualche testo, anche se, a ogni modo, «force
nous est de reconnaître que la disparition des archives urbaines et civiles de cette époque
n’autorise que des conjectures sur cette première étape. Les Vitae de Saint Dominique laissent
entendre qu’un enseignement de théologie était également imparti à Palencia vers 1190, mais
aucun texte ne permet d’en connaître le contenu». Quanto ai testi si tratta di:

1) il Verbiginale58,opera grammaticale in versi leonini da collocarsi probabilmente nel


terzo decennio del secolo, quello di massimo splendore dello Studium stesso, con
citazione dalla Alexandreis, l'Aurora di Pierre Riga, il De dubio accentu e le
Derivationes di Uguccione da Pisa.
2) Un manoscritto, il 776 della Biblioteca de Catalunya, contenente: una Ars dictandi
(Ars palentina) ispirata alla Ars di Ponce de Provença59, un cursus in versi sulla
cadenza ritmica della frase60, un formulario di cancelleria61 e alcune composizioni
poetiche62.

58
Estella PÉREZ RODRÍGUEZ, El “Verbiginale”. Una gramática castellana del siglo XIII, Valladolid 1990.
Il fatto che il prosimetro iniziale si apra con un verso della Alexandreis (VI, 336), che esso contenga
l’espressione «plurima noscentes que nunc occulta tenentur» da confrontare con (LdA, 2291) «por descobrir
las cosas que yazen sofondidas [escondidas]», e la presenza del tema della fama oltre la morte, fanno
concludere a Isabel Uría Maqua: «Esa semejanza de actitudes implica, lógicamente, una relación del
Verbiginale con el poema castellano. […] Dada la formación humanística del autor del Verbiginale, cabría,
incluso, la posibilidad de que hubiera sido él quien planificó la construcción del Alexandre y dirigió su
redacción» (URÍA MAQUA, Panorama cit., p. 60, 62).
59
Ana María GÓMEZ-BRAVO, «El latín de clerecía: edición y estudio del Ars dictandi Palentina»,
Euphrosyne, 28 (1990), pp. 99-144.
60
Ibidem.
61
EAD., «Un formulario de cancillería episcopal castellano-leonés del siglo XIII», Anuario de historia del
derecho español, 46 (1976), pp. 671-712.
62
Charles FAULHABER, «Latin Poems from Palencia», Romance Philology, 43.1 (1989-1990), pp. 59-69.

188
3) Gli scritti di Odon de Chériton, identificato da Franchini con il teologo chiamato a
Palencia dal vescovo nel 1220 e ivi residente tra il 1222 e il 1231 circa63.
4) Secondo il suo ultimo editore, il Breviarium Historie Catholice di Rodrigo Jiménez de
Rada sarebbe nato dal proposito di realizzare un libro di testo di teologia per gli
studenti di Palencia64.

Questo secondo periodo dello Studium avrebbe coinciso con lo svilupparsi di un movimento
ereticale di matrice filosofica sviluppatosi nella regione di León, testimoniato dal De altera
vita fidei que controversiis di Lucas de Tuy65 e studiato dal padre domenicano Angel Martínez
Casado66. Gli eretici contro i quali si scaglia il Tudense sono dei “nuovi filosofi” che
propugnano una lettura allegorica dei testi biblici e negano la provvidenza divina diretta sul
creato; affermano inoltre l’impotenza del mondo sublunare ad agire sulle anime dei defunti,
da cui l’inutilità di indulgenze e preghiere. Si tratta, secondo Casado, di una corrente di
pensiero di ispirazione aristotelica sorta a León intorno al 1236. Ciò che sottolinea
insistentemente il Tudense è il loro entusiasmo en pro della ragione e l’ammirazione per
Platone e Aristotele a discapito addirittura dei Padri della Chiesa. Una seconda corrente è
quella dei filosofi esplicitamente eretici, che preferiscono essere chiamati filosofi naturali
(«qui philosophorum seu naturalium nomine gloriantur», «malunt vocari naturales seu
philosophi, cum antiqui philosophi ab haereticis parum distent, et modernorum naturalium
plures haeretica labe sordescant»); la loro dottrina può essere sintetizzata in due punti:
negazione della provvidenza divina sul mondo sublunare («omnia inferiora [sono mosse
secondo il corso dei pianeti e non] secundum voluntatem divinam») e determinismo del
mondo fisico («nihil potest in hoc mundo fueri nisi quod determinatum est a natura»); tutta
una serie di dottrine in consonanza con i termini della condanna parigina del 1277 67 e il
63
FRANCHINI, «Magister Odo cit.».
64
RODERICI XIMENI DE RADA, Breviarium Historie Catholice, Juan FERNÁNDEZ VALVERDE (ed.), Brepols
1992. Sulla sezione alessandrina di questo testo (Lib. VII, cap. LXXXVIII e Lib. VIII, cap. I, II, V, VI),
basata su Comestore, Orosio, Giustino, San Geronimo e l’Historia de Preliis (J2), si veda ESTÉVEZ SOLA,
«Las leyendas cit.», e ARIZALETA, «De la soberbia cit.».
65
Juan DE MARIANA (ed.), Ingolstad 161, Lib. III, cap. 1-2.
66
Angel MARTÍNEZ CASADO, «Cataros en León. Testimonio de Lucas de Tuy», Archivos Leoneses, 74
(1983), pp. 263-311; ID., «La escuela artistotélica de León en el siglo XII», in Maximiliano Fartos
Martínez, Lorenzo Velázquez (eds.), La filosofía en Castilla y León. De los orígenes al siglo de Oro,
Valladolid 1997, pp. 79-82; ID., «Herejes en Castilla y León en el siglo XIII», in ivi, pp. ; ID., «Disidencias
manifestadas en León en la primera mitad del siglo XIII», Ciencia Tomista, 124 (1997), pp. 159-177.
67
Si veda al proposito: Luca BIANCHI, «Les interdictions relatives à l'enseignement d'Aristote au XIII e
siècles», in L'enseignement de la philosophie au XIII e siècles. Autour du ''Guide de l'étudiant'' du ms.
Ripoll 109. Actes du colloque international, C. Lafleur (éd), Turnhout 1997, pp. 109-137; ID., «Aristote à
Paris, 1210-1366», in Id., Censure et liberté intellectuelle á l’Université de Paris (XIII e-XIVe siècles), Paris

189
cosiddetto averroismo latino. Ricordo brevemente che la prima condanna parigina, con la
quale si vietava di fare lezione utilizzando i libri naturales di Aristotele, è del 1210, ad opera
del Sinodo dei vescovi. Nel 1215 gli statuti universitari voluti dal cardinale legato Roberto di
Courçon precisarono che il divieto includeva anche la Metafisica. Ma l’interesse per i libri
naturales era ormai una marea difficilmente arginabile. Nel 1229, nella neo-nata università di
Tolosa si dichiarava che «libros naturales qui fuerant Parisius prohibiti, poterunt illic audire
qui volunt nature sinum medullitus perscrutari».
In particolare, tornando ai nostri eretici, essi «atribuyen a la naturaleza la providencia
ordinaria sobre los seres individuales. Las acciones pasadas, presentes y futuras que la Biblia
atribuye a Dios hay que entenderlas como realizadas o realizables por la naturaleza. De la
naturaleza y no de la acción directa de Dios vino la creación de especies singulares»68. Lucas
de Tuy ricorda anche il titolo di un’opera, Perpendiculum scientiarium, non ancora
identificata; probabilmente si tratta di opere di filosofia naturale simili a quelle di Mauricius
Hispanus69, i cui scritti, ancora sconosciuti, furono condannati dalla facoltà delle arti di Parigi
nel 1215. Accanto a questi eretici-filosofi si segnala poi, negli stessi anni, la presenza di
“classici” eretici albigesi. Eretici sono presenti anche, intorno al 1236, a Palencia, e con
certezza nel 1238 a Burgos (entrambi gli episodi sono deducibili dalle lettere pontificie di
Gregorio IX indirizzate ai vescovi dei due centri): «la presencia de comerciantes albigenses en
la ruta jacobea no parece algo insolito y […], a falta de otra pista, se puede considerar que la
herejía de los palentinos fuera también el catarismo».
Ricordo però che dagli studi di Casado emerge il fatto che a León convivevano due
distinti movimenti eretici, quello filosofico e quello cataro che in verità era già presente negli

1999, pp. 87-162; «La ricezione di Aristotele e gli “Aristotelismi” del XIII secolo», in Ciencia y cultura en
la Edad Media, Canarias 2003, pp. 293-310; Aleksander BIRKENMAJER, «Le rôle joué par les médecins et
les naturalistes dans la réception d’Aristote au XII e et XIIIe siècles», in Id., Etudes d’histoire des sciences et
de philosphie au Moyen Age, Wroclaw 1970, pp. 73-87.
68
MARTÍNEZ CASADO, «La escuela cit.», p. 86.
69
Adeline RUCQUOI propone di identificare questo Mauricius Hispanus con il magister Maurice, presente
fra i dignitari del capitolo di Toledo tra il 1209 e il 1214 e successivamente vescovo di Burgos (1214-1238)
(«Contribution des studia generalia à la pensée hispanique médiévale», in Pensamiento hispáno-medieval.
Homenaje a D. Horacio Santiago-Otero, José María Soto Rábanos (ed.), Madrid 1998, pp. 737-770.

190
anni ’10 del secolo e si rinvigorisce poi durante la vacanza episcopale degli anni ’30.
Assumerei quindi un atteggiamento più cauto rispetto a quello di Adeline Rucquoi che lega
insieme tutti questi dati:

la présence de Maurice à Burgos est exactement contemporaine de la seconde étape du


studium generale de Palencia, alors orienté vers les arts et la théologie, et de mentions d’
“herétiques” dans la région [cosicché] autour du studium de Palencia s’était donc créé un
groupe de philosophes naturels.70

Ma Palencia non può offrirci quello che non ha, e non possiamo rendere il panorama
intellettuale castigliano più suggestivo di quello che storicamente è, o almeno di quello che i
documenti storici riescono a far trasparire. La discussione di questi dati non è stata oziosa, sia
perché più volte negli ultimi anni si sono instaurate connessioni tra il LdA e i termini
aristotelismo-filosofia naturale-scienze, sia perché alcuni di essi saranno richiamati al
momento di tracciare il bilancio finale sulla maestría del nostro autore e sul pecado del nostro
personaggio.
Per completare il quadro culturale della Castiglia della prima metá del XIII secolo –
considerando alcuni dei temi che verranno richiamati in causa successivamente – è utile far
riferimento agli studi di Luis García Ballester, storico della scienza e in particolare della
medicina71. La lezione che si trae da questi lavori – che esplorano un campo normalmente
ignorato nelle grandi summae di storia della scienza, vale a dire il panorama castigliano della
prima metà del Duecento – consiste soprattutto nell’invito a valutare la situazione iberica in
termini differenti da quelli del resto dell’Europa essenzialmente per la debolezza, se non
mancanza, di quel pilone portante della nuova cultura rappresentato dall’università. Così, la
terra che ha prodotto nel secolo precedente il maggior numero di traduzioni vede
paradossalmente rientrare il corpus salernitano, cioè il corpus di traduzioni alla base del

70
EAD., «La double vie cit.», p. 737.
71
Luis GARCÍA BALLESTER, Historia social de la medicina en la España de los siglos XIII al XVI, Madrid
1976; ID., «El papel de las instituciones de consumo y difusión de ciencia médica en la Castilla del siglo
XII: el monasterio, la catedral y la universidad», Dynamis, 4 (1984), pp. 33-63; ID., «Medical science in
thirteenth-century Castille: problems and prospects», Bulletin of the History of Medicine, 61 (1987), pp.
182-202; ID., «Medicina y filosofía natural en la Europa latina de los siglos XII y XIII: un debate abierto»,
Arbor, 142 (1992), pp. 119-145; ID., «The construction of a new form of learning and practicing medicine
in medieval Latin Europe», Science in context, 8 (1995), pp. 75-102; ID., «Universidad y nueva profesión
médica en la Europa latina medieval, siglos XIII y XIV», in Universidad, cultura y sociedad en la Edad
Media, Santiago Aguadé Nieto (ed.), Alcalá de Henares 1994, pp. 105-130; ID., «Naturaleza y ciencia en la
Castilla del siglo XIII. Los orígenes de una tradición: los Studia franciscano y dominico de Santiago de
Compostela (1222-1230)», Arbor: Ciencia, pensamiento y cultura, 604-605 (1996), pp. 69-126; ID.,
«Nuevos valores y nuevas estrategías en medicina», in Id. (ed.), Historia de la ciencia y de la técnica en la
Corona de Castilla. Edad Media, Salamanca 2002, pp 647-708.

191
rinnovamento della scienze medica, molto più tardi rispetto al resto dell’Europa. E a conferma
di questo, se si volge lo sguardo alla grande opera alfonsina, colpisce il fatto che gli scritti
virtualmente di argomento medico siano caratterizzati da un arcaizzante carattere
astrologico72.
Distintivo del mondo castigliano è invece l’interesse riservato alla filosofia naturale da
parte degli Ordini Mendicanti, sia Francescani che Domenicani. Un documento rinvenuto
nella Biblioteca Vaticana (Vat. lat. 659, fol. 1v)73, proveniente da Santiago de Compostela e
datato agli anni ’20-’30 del XIII sec. – definito da Ballester come «de capital importancia para
la historia intelectual de la Europa meridional»74 – ha permesso di retrodatare la tradizione
francescana di familiarità con i libri naturales, tradizionalmente fissata agli anni ’50-’60 e
che, almeno per quanto riguarda i francescani, culminerà

a finales de ese siglo con el intento, parcialmente logrado, de la redacción de una monumental
enciclopedia científica que pusiera en manos de quienes no frecuentaban los círculos
universitarios el conjunto de saberes en torno a la naturaleza [cioè] la Historia naturalis de
Juan Gil de Zamora. […] Las llamadas “cuestiones naturales” (desde el arco iris a la lluvia,
desde el origen de la vida al porqué de la enfermedad y la muerte, desde el proceso de
generación biológica al tamaño del cosmos) se ofrecerán como una nueva frontera del
conocimiento al intelectual europeo de los siglos XII y XIII. Las propias relaciones humanas
podían ser mejoradas y ordenadas socialmente si a la lectura evangélica se añadía la de los
libros sobre la Etica de Aristóteles a los que pronto se añadirán los de la Política del mismo
autor75.

Tale documento registra il movimento dei libri della biblioteca fra il 1222 e il 1230. Per quel
che riguarda il contenuto:

Los libros […] comprenden las materias propias de un studium en el que se enseñan y
cultivan, desde la nueva perspectiva del material aportado por la ciencia árabe y el nuevo
Aristóteles, las materias propias del Trivium […] y del Quadrivium […], además de teología
(Santos Padres, Sagrada Escritura, lógica aristotélica) y sus nuevas técnicas de indagación (la
quaestio y la disputatio) introducidas por Pedro Lombardo, cuyas sententias y commentaria a
la Sagrada Escritura son mencionadas por primera vez en un studium español (1222)76.

72
Si vedano: Lapidario, Sagrario RODRÍGUEZ M. MONTALVO (ed.), Madrid 1981; Libro de las cruzes,
Lloyd KASTEN, Lawrence B. KIDDLE (eds.), Madrid 1960; David PINGREE, «Between the Ghaya and
Picatrix: I. The Spanish Version», J. Warburg Courtald Institutes, 44 (1981), pp. 27-58.
73
Manuel DE CASTRO, «La biblioteca de los franciscanos de Val de Dios de Santiago (1222-1230)»,
Archivo Ibero-Americano, 53 (1993), pp. 151-162.
74
GARCÍA BALLESTER, «Naturaleza y ciencia cit.», p. 146.
75
Ivi, p. 149.
76
Ivi, p. 159.

192
La Santiago del primo terzo del XIII sec. presenta cosí ben tre poli culturali: la sede
episcopale, lo studium del convento francescano di Val de Dios e quello del convento
domenicano di Bonaval; e nei due studia erano presenti testi della vecchia e nuova tradizione
aristotelica (Boezio, Aristotele, Avicenna e Averroè).

No es pues extraño que jóvenes clérigos y monjes, estimulados por un alto clero gallego muy
intelectualizado y con la benevolencia de las poderosas órdenes monásticas, seducidos a la vez
por el mensaje de reformismo cristiano de los nuevos hermanos y por las nuevas corrientes
intelectuales de la nueva filosofía natural y el nuevo Aristóteles, descubriesen en ambas
actividades una nueva frontera que diese sentido a su doble inquietud espiritual e intelectual 77.

Utili, infine, per completare il quadro, gli studi dedicati da Susana Guijarro al patrimonio
librario di un gruppo di capitoli cattedralizi castigliani in sedi di nostro interesse: Avila,
Salamanca, Astorga, Zamora, Palencia, Segovia, Burgo de Osma, León, Burgos, la collegiata
di Valladolid, San Salvador de Oña, Sigüenza, Oviedo, Toledo e Santo Domingo de Silos78. A
partire da questa ampia rassegna l'autrice conclude: «The intense interest in classical authors
in some European school does not seem to have been present to the same degree in Castilian
cathedral school. To some extent, the florilegia as well as Isidore of Seville's Etymologies
could have rendered superfluous the use of works by classical authors»79. Inoltre:

the number of books devoted to the Liberal Arts […] is rather small, with the exception of the
astrological and philosophical writings registered in Burgo de Osma 80.This is the only
inventary that reflected the influence of the Toledo school of translators. […] The rarity of
books devoted to the Liberal Arts might be explained in terms of the type of curriculum
offered by the Castilian cathedral school [il quale] continued to stress the traditional study of

77
Ivi, p. 151.
78
Susana GUIJARRO, «La circulación de libros entre el clero y la biblioteca de la catedral de Burgos en la
Baja Edad Media», Studium Ovetense, 27 (1990), pp. 33-54; EAD., «La política cultural del cabildo
catedralicio burgalés en la Baja Edad Media», in Jornadas de Historia Burgalesa, Burgos 1990, vol. I, pp.
673-688; EAD., La transmisión social de la cultura en la Edad Media castellana (siglos XI-XV): las
escuelas y la formación del clero de las catedrales, Tesis doctoral, Universidad de Cantabria, Santander
1992; EAD., «Masters and Schools in the Castilian Cathedrals during the Spanish Middle Ages, 1000-
1300», Medieval History, 4 (1994), pp. 238-241; EAD., «Las escuelas catedralicias castellanas y su
aportación a la historia del pensamiento medieval (1200-1500)», in Pensamiento medieval hispano.
Homenaje a Horacio Santiago-Otero, José María Soto Rábanos (ed.), Madrid 1998, pp. 703-735; EAD.,
«La gramática en las bibliotecas y en las escuelas de la Castilla medieval (siglos X al XIV)», in Historica
et Philologica in honorem José María Robles, Juana Torres (ed.), Santander 2002, pp. 137-152; EAD.,
«Libraries and Books Used by Cathedral and Clergy in Castile during the Thirteenth century», Hispanic
Research Journal, 2.3 (2001), pp 191-210; EAD., «La biblioteca de Santo Domingo de Silos: cultura y
enseñanza monástica en la Castilla del siglo XIII», Studia Silensia, 27 (2003), pp. 555-567; EAD.,
Maestros, escuelas y libros. El universo cultural de las catedrales en la Castilla medieval, Madrid 2004.
79
EAD., «Masters cit.», p. 236.
80
«Item otro que incipit omnes homines natura scire desiderant […] otro de urinis qui incipit in latinus
Liber urinarius de Isaac Judaeus […] un libriello chico de experimentos de física»

193
the Bible. […] The study of the legal disciplines was a prerequisite for the main goal of the
cathedral schools the training of ecclesiastical rulers and administrators 81.

E, soprattutto, nota molto interessante, «the study of the preserved manuscripts from the
kingdoms of Castille-León before the thirteenth century reveals that exchange with the French
cultural world intensifies during these centuries, especially in the eastern regions of Castile
(Burgos, Rioja)».82
Per concludere questo sommario quadro intellettuale della Castiglia del Duecento,
quadro in cui ambientare la vita del nostro anonimo poeta, si riporta a titolo di esempio
l'inventario della cattedrale di Santo Domingo:

– el doctrinale (Doctrinale di Alexandre de Villadieu)


– las dirivaciones (Derivationes di Uguccione da Pisa)
– liber Salusti (forse il De bello Catiline)
– Stacius Tebaidorum
– Sallustio
– Orosio
– una cronica Ysidori
– dos libros de historias
– un Alexandre oreias de plata (la Alexandreis? Il Libro de Alexandre?)
– el versero (una ars metrica?)
– quatro proserios
– un computo
– sophismata cioè esercizi di logica (i Sophismata di Matthieu de Orléans?)83

81
GUIJARRO, «La gramática cit.», p. 206.
82
EAD., «Masters cit.», p. 241.
83
A Burgos si segnalano, fra gli altri volumi: una metaphisica, una Vastatio Troiae di Darete, un De
inventione di Cicerone, opera omnia di Ugo di S. Vittore.

194
II.2
Il “lamento” di Alessandro

Oggetto di particolare attenzione fin dall’inizio degli studi dedicati al LdA, in quanto elemento
da sempre considerato intervento originale dell’autore, il “lamento” di Alessandro e la
particolare clerecía da esso descritta hanno alimentato varie tentazioni: quella dell’influenza
araba in primo luogo, e quella del curriculum universitario specchio della vicenda intellettuale
dello stesso autore in secondo luogo. Si è già visto come la clerecía dell’autore non chiami in
causa necessariamente conoscenze universitarie, e dimostrato che determinate inserzioni
originali all’interno del libro, rispetto al filo conduttore mediolatino, rispondono a un preciso
gusto estetico/letterario e trovano nell’intertestualità e nella comunanza di genere la loro
giustificazione. Se anche si volesse dimenticare quanto è stato ricostruito circa la clerecía
autoriale e ci si volesse concentrare solo sulla clerecía dichiarata dal personaggio, allora, sia
che si guardi alla pista araba sia che ci si rivolga a quella universitaria, l’armonia complessiva
del testo risulta comunque stonata: da una parte è difficile cogliere altri evidenti e distinti echi
orientali in questa costruzione realizzata con materiale tutto occidentale; dall’altra ciò che
colpisce nel voler definire a tutti i costi l’armonia come prodotto di un'avanzata cultura
universitaria è la strana “povertà” scientifica del testo rispetto a quanto sorprendentemente
dichiarato in questa sorta di “manifesto”. D’altronde, dopo aver dichiarato che: «Clerecía is
not then, for our author, just erudition, but something closely identified with the studium of
school or university; and its value is symbolized by association with Aristotle, the supreme
scholar»1, Willis si vede costretto a concludere:

But there is a notable discrepancy between exposition and exemplification, for, in the
biography, the multiple scheme of royal saberes is reduced virtually to two. There is no
demonstration of Alexander’s adeptness in dialectic; astronomy is not practiced by the king
himself, we never find the monarch dallying with music; and despite his claim […] there are in
fact only two of the arts and sciences enumerated by the poet that are on frequent display by
the hero himself: rhetoric and natural philosophy, or knowledge and curiosity about the
configuration and the things of the earth2.

Vale a dire, in altre parole, quel che resta è esattamente l’elemento che costituisce il nerbo del
mester/maestría dell’autore (cioè la retorica) e quel gusto enciclopedico (differente
dall’autentica volontà di enciclopedismo) che caratterizza il genere letterario di appartenenza.
1
WILLIS, «Mester de clerecía cit.», p. 214.
2
Ivi, p. 220.

195
Entrambe le disarmonie sono utili, a mio parere, a mettere in guardia da attitudini
mentali insidiose: la prima, più legata alla realtà iberica, è l’inclinazione a chiamare
costantemente in causa il seppur affascinante elemento orientale; la seconda, più generale, è la
tentazione di ricercare riscontri diretti tra l’oggetto letterario, con la sua carica di
deformazioni, idealizzazioni, compensazioni e aspirazioni, e precisi dati del contesto storico.
Al di là di tutto, quello strano accostamento di discipline sarebbe in realtà anche
potuto essere un’operazione sì originale ma tutta letteraria: sovraccaricare dei saperi più
disparati, scegliendoli comunque tra quelli in voga nel XIII sec., una figura che, divisa tra
cortesia e sapienza, sembra far presa sull’immaginario iberico soprattutto attraverso questa
seconda componente.
Già Amaia Arizaleta aveva segnalato qualche antecedente “storico e reale”
dell’alterato curriculum alessandrino – rispetto al quale si potrebbe assumere come simbolo
della norma quello delineato da Ugo di S. Vittore nel suo Didascalicon3 –, vale a dire la lista
3
HUGO SANCTIS VICTORIS, Didascalicon, Charles H. BUTTIMER (ed.)Washington 1939, Lib. VI, cap. III:
«Memini me, adhuc scholaris essem, elaborasse ut omnium rerum oculis subiectarum aut in usum
venentium vocabula scirem, perpendens libere rerum naturam illum non posse prosequi qui earundem
nomina adhuc ignoraret. Quotiens sophismatum meorum, quae gratia brevitatis una vel duabus in pagina
dictionibus signaveram, a memetipso cotidianum exegi debitum, ut etiam sententiarum, quaestionum et
oppositionum omnium fere quas didiceram et solutiones memoriter tenerem et numerum! Causas saepe
informavi, et, dispositis ad invicm controversiis, quod rhetoris, quod oratoris, quod sophistae officium
esset, diligenter distinxi. Calculos in numerum posui, et nigris pavimentum carbonibus depinxi, et, ipso
exemplo oculis subiecto, quae ampligonii, quae orthogonii, quae oxygonii differentia esset, patenter
demonstravi. Utrumne quadratum aequilaterum duobus in se lateribus multiplicatis embadum impleret,
utrobique procurrente podismo didici. Saepe nocturnus horoscopus ad hiberna pervigilia excubavi. Saeper
ad numerum protensum in ligno magadam ducere solebam, ut et vocum differentiam aure perciperem, et
animum pariter meli dulcedine oblectarem».
“Diario” di un'esperienza personale che trova il suo corrispettivo letterario nella descrizione del
mantello di Erec nell'Erec et Enide di Chrétien de Troyes: (vv. 6728-84) «Quatre fees l'avoient fait / par
grant sens et par grant maistrie. / L'une i portrait Gyometrie, / si con ele esgarde et mesure, / con li ciels et
la terre dure, / si que rien nule ne i faut, / et puis le bas et puis le haut, / et puis le lé et puis le lonc; / et puis
regarde par selonc, / con la mers est lee et parfonde; / ensi mesure tot le monde. / Tel ovre i mist la
primerainne, / et la seconde mist sa painne / en Aritmatique portraire / si se poinna mout dou bien faire, / si
con ele nombre par sens / les jors et les hores dou tens, / et l'eve de mer gote a gote, / et puis aprés l'arainne
tote / et les estoiles tire a tire / et – bien en set verité dire – / quantes fueilles en un bois a, / q'onques
nombres ne l'en boisa / ne ja n'en mentira de rien, / puis qu'ele i vuet entendre bien. / Tex est li sens
d'Arimatique. / La tierce ovre fu de Musique, / a cui toz li deduiz s'acorde, / chanza et deschanz, et son de
corde, / d'arpe et de rote et de viele. / Ceste ovre fu et bone et bele, / car devant li seoient tuit / li estrument
et li desduit. / La quarte, qui aprés ovra, / a mout bone ovre recovra, / car la moillor des arz i mist: /
d'Astronomie s'entremist, / cele qui fait tante merveille, / qui as estoiles se conseille / et a la lune et au
soloil. / En autre leu ne prent consoil / de rien qui a faire li soit. / Cil la consoillent bien a droit / de tot ce
qu'ele lor enquiert, / et quanque fu, et quanque iert, / li font certeinnement savoir / sanz mentir et sanz
decevoir».
O ancora la descrizione della decorazione del carro di Amphiaraus nel Roman de Thèbes: (vv.
5146-5159) «Et a pierres et a esmalles / fu faitz derriere li fontals, / et enlevees les sept ars: / Gramaire y est
peinte oue ses pars, / Dialectique oue argumenz, / Rethorique oue jugemenz; / l'abaque tint Aritmetique, /
par la gamme chante Musique / peint y est diatessaron, / dyapenté, dyapason; / une verge ot Geometrie, / un
autre en ot Astronomie: / l'une en terre mette sa mesure, / l'autre es esteilles ad sa cure».

196
di testi per gli scolares clerici contenuto nel Sacerdos ad altare4 (fine XII sec.) – che somma
alle sette arti liberali la medicina, il diritto e la teologia –, e il curriculum presentato da Pietro
Alfonso nella Disciplina clericalis (in verità già messo in evidenza da Raymond Willis) 5, che
comprende la medicina ma esclude la retorica e la grammatica 6. Non voglio aggiungere a
questa lista il terzo elemento citato da Arizaleta, cioè il Setenario, perché vorrei evitare una
terza tentazione oltre le due precedentemente ricordate: quella cioè di proiettare a ritroso, su
tutto il XIII sec. castigliano, l’ombra possente di Alfonso X7. Cito invece un terzo curriculum

Ancora Ugo di S. Vittore ci fornisce una bella immagine carica di vita – una sorta di instantanea –
di un giorno “qualunque” in una scuola del XII sec.: «Scolam discentium video: magna est multitudo;
diversas ibi etates hominum conspicio – pueros, adolescentes, iuvenes, senes –, diversa quoque studia. Alii
ad formanda nova elementa atque voces insolitas edendas rudem adhuc linguam inflectere discunt. Alii
verborum inflexiones, compositiones et derivationes primum audiendo cognoscere, deinde conferendo ad
invicem atque identidem repetendo memorie commendare satagunt. Alii ceras stilo exarant. Alii figuras
variis modis et diversis coloribus in membranis docta manu calamum ducente designant. Alii autem, acriori
et ferventiori quodam studio, de magnis ut videtur negotiis disceptationes quasdam ad invicem exerunt et
quibusdam verborum innexionibus vicissim fraudare contendunt. Calculantes etiam quosdam ibi video. Alii
tensum in ligno nervum percutientes diversorum sonorum melodias proferunt. Alii vero quasdam
descriptiones et mensurarum formas explicant. Alii cursus et positiones siderum et celi conversionem
quibusdam instrumentis manifeste describunt. Alii de natura herbarum, de complexione hominum, de
qualitate rerum omnium et virtute pertractant. In his omnibus licet non una forma sit discendi, una tamen
omnibus est voluntas proficiendi» (Le “De vanitate mundi” d'Hugues de Saint-Victor (+1141), Cédric
GIRAUD (ed.), Paris 2002, pp. 197-198).
Si veda anche il volume Arts libéraux et philosophie au Moyen Age. Actes du Quatrième Congrès
International de Philosophie Médiévale (Montréal 1969), Paris 1969, in cui segnalo in particolare: Philippe
DELHAYE, «La place des arts libéraux dans les programmes scolaires du XIII e siècle», pp. 161-174; Pearal
KIBRE, «The Quadrivium in the Thirteenth-Century Universities», pp. 176-183; Heinrich ROOS, «Le
Trivium à l'université au XIIIe siècles», pp. 193-203.
4
ALEXANDER NECKAM, Sacerdos ad altare, Cristopher M. DONOUGH (ed.), (Corpus Christianorum
Continuatio Medievalis 277), Cambridge 2010.
5
Amaia ARIZALETA, «La transmisión del saber médico: Libro de Alexandre y Libro de Apolonio», in Actas
del VIII Congreso Internacional de la AHLM (Santander, 22-26 de septiembre 1999), Margarita Freixas,
Silvia Iriso (eds.), Santander 2000, pp. 221-231, p. 222; WILLIS, «Mester de clerecía cit.», p. 214.
6
Il confronto però si indebolisce se si pensa che quella che esprime Pietro Alfonso è una vera e propria
predilezione per il quadrivium a tutto discapito del trivium tanto da aprire la sua Epístola a los
peripatéticos de Francia con un'invettiva contro i grammatici (Hugo Oscar BIZZARRI, «El problema de la
clasificación de las ciencias en la cultura castellana extrauniversitaria del siglo XIII», Acta poética, 20
(1999), pp. 203-248, pp. 211-215), con un atteggiamento quindi inconciliabile con i presupposti culturali
del LdA. «De hecho Petrus Alphonsus utilizó la doctrina aristotélica del equilibrio entre los quatros
elementos para explicar secundum physicam (i.e. Medicinam) la pérdida de la inmortalidad de Adàn, tras el
pecado. […] También le sirvió para explicar rationaliter et secundum physicam la subida corporal de
Jesucristo a los cielos» (GARCÍA BALLESTER, «Medicina y filosofía cit.», p. 142).
Si vedano anche: José María MILLÁS VALLICROSA, «La aportación astronómica de Pedro
Alfonso», Sefarad, 3.1 (1943), pp. 65-105; María Jesús LACARRA, Pedro Alfonso, Zaragoza 1991; María
Jesús LACARRA, «La renovación de las artes liberales en Pedro Alfonso: el papel innovador de un judío
converso en el siglo XII», in De Toledo a Huesca: sociedades medievales en transición a finales del siglo
XI (1080-1100), Carlos Lalliena Corbera, Juan F. Utrilla Utrilla (eds.), Zaragoza 1998, pp. 131-138.
7
Il Setenario aggiunge fisica e metafisica, ma già nelle Partidas (I, tit. 5, ley 37) l’elenco si riduce
nuovamente a grammatica («que es arte para aprender el lenguaje del latín»), logica («que es sciencia que
demuestra departir la verdad de la mentira»), retorica («que es sciencia que demuestra las palabras
apuestamente, e como conviene»), musica («que es saber de los sones») (George MARTIN, «Alphonse X ou
la science politique (Septénaire, 1-11)», Cahiers de linguistique hispanique médiévale, 20 (1995), pp 7-33).

197
storico – e non letterario – di epoca anteriore al LdA, quello cioè espresso dal trattatello De
animae exsilio et patria, alias de artibus di Onorio d'Autun, e che comprende: grammatica,
retorica, dialettica, aritmetica, musica, geometria, astronomia, fisica, meccanica, economica.8
Il caso, o meglio un’informazione rinvenuta per caso nella tesi di dottorato inedita di
Laura Palmieri9, mi ha permesso così di verificare che quello dell’anonimo, oltre a non essere
(per necessaria onestà intellettuale aggiungo “probabilmente”) uno specchio della realtà
biografica dell'autore né di realtà misteriose, non è nemmeno un’operazione associativa sorta
dal nulla. L’antecedente andava però ricercato non già nei superstiti curricula reali di reali
scuole dell’epoca, o di epoche antecedenti, bensì in un mondo ad esso più direttamente legato,
quello cioè degli oggetti letterari, letterari in senso lato, includendo anche quegli scritti
definibili come enciclopedie, che appaiono come realtà spesso difficili da incasellare in
primis nella stessa categoria di enciclopedia.
Inaspettatamente così, al di fuori del più comunemente noto, l’antecedente più
prossimo all’archetipo del “lamento” di Alessandro si trova a conclusione di un’operetta non
certo conosciutissima: il provenzale Tesaur di Peire de Corbian. Questo legame si rivela
importante soprattutto perché, nell'acceso dibattito sulle ipotesi di datazione del Libro de
Alexandre – agli inizi del XIII sec. o in pieno secondo decennio, con una serie di terminus
postquam rappresentati dal concilio IV Laterano del 1218 e dalla presa di Diametta del 1228
–10 esso fornisce un appoggio in più alla datazione “tarda”. La redazione dell'opera di Peire,
nato fra gli anni '60 e '80 del XII sec., si deve collocare infatti sul finire del secondo decennio
del Duecento; considerando un minimo di oscillazione per ciascuna delle date, questa
collocazione cronologica del Libro riesce così a conciliarsi anche con il termine ante quem
rappresentato dal corpus berceano, la cui prima opera si colloca, ricordo all'incirca intorno al
1228/30-ante 1236.
Prima di passare ad analizzare più puntualmente questo testo, vorrei però ancora una
volta effettuare una piccola ricognizione fra i versi francesi per rimarcare come l’associazione
clerecía/caballería nella figura di sovrani e condottieri non sia un ideale solo iberico, o

Si può aggiungere che le discipline previste dalla Carta magna fondativa dell’Università di
Salamanca, l’8 maggio 1254, erano: leggi, decretali, logica, grammatica, musica (BIZZARRI, «El problema
cit.», p. 210).
8
In Patrologia Latina, vol. 172.
9
Laura PALMIERI, Peire de Corbian. Tesaur, Università di Roma “La Sapienza”, Anno accademico 2003-
2004.
10
Dibattito riassunto in ARIZALETA, «Aetas alexandrina cit.» e Carlos ALVAR, «Consideraciones a
propósito de una cronología temprana del Libro de Alexandre», in Nunca fue pena mayor. Estudios de
literatura española en homenaje a Brian Dutton, Ana Menéndez Collera, Victoriano Roncero López (eds.),
Cuenca 1996, pp. 35-44, ai quali rimando per tutti i dettagli e le indicazioni bibliografiche.

198
strettamente alessandrino, o ancora esclusivamente legato al LdA. Così il Giulio Cesare del
Roman de Brut:

(Brut, 3833-42) Julius Cesar li vaillanz,


li forz, li pruz, li conqueranz,
ki tant fist e tant faire pout
ki tut le mund conquist e out.
Unches nus huem, puis ne avant,
que nus sacom, ne conquist tant.
Cesar fu de Rome emperere,
savies huem mult e bon donere,
pris out de grant chevalerie
e lettrez fu, de gran clergie.

non è molto dissimile dall’Alessandro del Roman:

(Alex, IV, 1151-53) Alixandre, biaus sire, bons rois sans couardie,
fontaine de largesce et puis de cortoisie,
comblés d’ensegnement et res de vilonie.

né i due lo sono dall'Alessandro del Libro:

(LdA, 1557) El rey Alixandre, tesoro de proeza,


arca de sapïençia, exemplo de nobleza.

Chiosa Gioia Paradisi riferendosi ai versi del Roman de Brut:

Nel Brut il condottiero romano incarna la sintesi esemplare di chevalerie e clergie da proporre
ai principi moderni. […] Wace coniuga la descriptio del valoroso conquistatore del mondo,
imperatore di Roma, ai tratti del rex doctus […] alla cui immagine è pertinente anche
l’esercizio della munificenza11.

Il Giulio Cesare del Roman de Troie (analogo a quello del Brut) condivide molto con
l’Alessandro che dichiara:

(LdA, 2309cd) Assaz podrié en esto saber e mesurar,


e meter en escripto los secretos del mar.

(Troie, 23135-41) Julius Cesar li senez,


qui tant fu saives e discrez,
fist tot chercher e mesurer.
Soz ciel nen ot terre ne mer,
11
Gioia PARADISI, Le passioni della storia. Scrittura e memoria nell'opera di Wace, Roma 2002, p. 207.

199
ysle, province, pui ne flun,
ne pople en tot le mont nis un,
qu’il ne meïssent tot en lettre.

Ricordo ancora, sempre nel Roman de Troie, le figure di Aiace e Pistroplex:

(Troie, 5187-91) Mais un autre Aïaux i ot,


qui Telamon en sornon ot.
Icist fu mout de grant valor
et mout i ot bon chanteor:
mout aveit la voz haute e clere
de sons e d’arz iert bons trovere.

(Troie, 12345-46) Reis Pistroplex iert apellez


de totes artz esteit fundez.

E l'altro re-musico del Roman de Brut:

(Brut, 3694-706) Emprés lui regna Blegabret.


Cist sout de nature de chant,
unches hom plus n’en sout, ne tant,
de tuz estrumens sout maistrie
si sout de tute chanterie,
mult sout de lais, mut sout de note,
de viele sout e de rote
de harpe sout e de diorum
de lire e de psalterium
pur ço qu’il out de chant tel sens,
discient la gent en sun tens
ke il ert deus des jugleors
e deus tuz les chanteors.12

Un ideale monarchico incarnatosi storicamente nella corte di Enrico II Plantageneto, corte alla
quale si coniano le due espressioni: «un re iletterato è come un asino incoronato» (Guglielmo
di Malmesbury) e «un re senza lettere è un battello senza remi e un uccello senza piume»
(Pierre de Blois). L'ultima espressione in particolare è contenuta in una lettera di Pierre de
12
Oltre naturalmente all'altro re-musico castigliano: Apolonio. Sull’aspetto musicale si veda in particolare
Carlos ALVAR, «De Apolo a Orfeo. A propósito del Libro de Apolonio», Vox Romanica, 48 (19), pp. 165-
171, contributo che sottolinea l’inserzione originale rispetto alla fonte della menzione di Orfeo,
correttamente messo in relazione con la musica; e Manuel ALVAR LÓPEZ, «Apolonio, clérigo entendido», in
Symposium in Honorem Profesor Martín de Riquer, Barcelona 1984, pp. 51-73, in part. p. 59, che segnala il
superamento nell'Apolonio della distinzione fra scienza speculativa e canto: «[Le parole] dotrina y letrado
[associate all'ambito musicale] nos llevan a un campo de especulación en el que Apolonio había
manifestado sus grandes conocimeintos con lo que quedaba bien establecida la dignidad de Apolonio que
non podría estar comprendido en el sarcasmo de Guido d'Arezzo: “Musicorum et cantorum / magna est
distantia, / isti dicunt, illi sciunt / quae componuit Musica. / Nam qui facit, quod non sapit / diffinitur
bestia”».

200
Blois a Enrico I nella quale si invita il re a far istruire il figlio Enrico il Giovane, allora di sei
anni; è interessante notare, per ricostruire l'immaginario intellettuale e politico dell'epoca,
come:

son auteur cite ensuite Julius César, maitre ès littérature, droit civile et philosophie,
Alexandre, formé par Aristote, ainsi que les rois instruits de l'Ancien Testament (Salomon,
David, Ezéchias) ou de l'Empire romain chrétien (Constantin, Théodose, Justinian, Leon),
aussi versés dans l'art militaire que dans les lettres 13.

E, per rimanere in area iberica, risultano particolarmente interessanti per la nostra prospettiva
le parole di Aristotele nel Poridat de las poridades (pp. 47-8):

La quarta es que [il re] sepa dezir lo que dixiere bien, et que pueda dezir por su lengua todo
quanto tiene en su coraçon et en su voluntad, et con pocas palabras et ensennada miente […] et
que sepa de toda sçiençia, et mas la geometria, que es sciencia verdadera. […] La duodeçima
que sepa muy bien escrivir, et que sea gramatico, et retenedor de las eras del mundo, et de los
dias del omnes, et de costumbres de los reyes, et de las nuevas de los omnes antiguos et
loados.

Se poi dovessimo ricercare un altro termine di confronto al quadro alessandrino,


limitatamente all’elenco delle discipline14, lo potremmo trovare nel ritratto della Sibilla
Cumana delineato nel Roman d’Eneas:

(Eneas, 2284-94) Sebilla te porra conduire,


une feme qui set d’anguire;
de Comes est devineresse,
moult par y a saige prestresse.
Elle set qu’encore est a estre,
de deviner ne say son mestre
du solleill set et de la lune,
et des estoilles de chascune,
et nigremance et de fusique,
de rectorique et de musique,
dialetique et gramaire15.

13
AURELL, L'empire cit., p. 100; v. anche ID., «Le Libro d'Alexandre cit.», in part. p. 65 e 69.
14
Ricorderei anche, soprattutto per la sua definizione della fisica intesa qui nella dimensione
esclusivamente di filosofia naturale, senza commistioni con la medicina, il carmen III di Gautier de
Chatillon: «VI. Primus ordo continet scolares grammaticos, / logicos et retores atque mathematicos, / quos
uno vocabulo, secundum italicos, / garamantes dicimus sive garamanticos. / XII. Sequitur quadrivium, id
est, mathematica, / eadem qui dicitur a quibusdam phisica; / qua singula trutinans lance philosophica / de
naturis disputat et de rerum fabrica».
15
CROIZY-NAQUET, Thèbes, Troie cit., p. 318: «La présentation se révèle incomplète et confuse. Les sept
arts ne sont pas énoncés, seul le trivium est correctement cité […] mais pour être mêlé au quadrivium par le
biais de la musique. En outre, il manque les arts que sont la géométrie et l’arithmétique, à moins qu’ils ne
soient assimilés à la fusique, tandis que l’astronomie est définie par une périphrase en deux vers».

201
O, in conclusione, per ricollocarci su suolo castigliano, nel ritratto del re dei Goti Drineo
contenuto nella Historia de rebus Hispaniae di Rodrigo Jiménez de Rada, dedicata a
Fernando III:

(III, I, 15) Mores eorum barbaricum inmutavit, ipse fere omnes philosophiam, fisicam,
theoricam, practicam, logicam, disposiciones XII signorum, planetorum
cursus, augmentum lune et decrementum, solis circuitum, astrologiam et
astronomiam et naturales sciencias Gothos docuit et ex belvina ferocitate
homines et philosophos instauravit.

o nel curriculum più ampio proposto da Platone ai suoi discepoli, fra i quali Aristotele, nel
Libro de los buenos proverbios (p. 13):

[egli] muestra la gramatica e versificar, despues el aresmetica, depues la geometria, despues la


estrologia, depues fisica, depues musica, depues dialectica, depues la filosofia e saber lo que
es metauroi (sic!) e la materia de todas las cosas que son deyuso del cielo. E estas diez artes
aprendio el discipulo en diez annos.

Ma poniamo ora a confronto i testi di nostro specifico interesse:

16 El padre, de siet’años, metióle a leer,


diol' maestros honrados de sen e de saber,
los que mejores pudo en Greçia escoger,
quel' sopiessen en todas [las siete] artes
emponer.

17 Aprendié de las artes cada día liçión,


de todas cada día faziá disputación;
tant aviá buen engeño e sotil coraçón,
que vençió los maestros a poca de sazón.

18 Nada non olvidava de cuanto que oyé,


no le cayé de mano cuanto que veyé;
si más le enseñassen, él más aprenderié;
sabet que en las pajas el cüer non tenié.
223-25 Seingnors de mon tesaur es so.l premiers
presenz, / mas cel que ven apres non pre ieu gaire
menz, / q'en totas las set arz son aisi entendenz.
38 Maestro, tum' crieste, por ti sé clerezía;
mucho me has bien fecho graçir non tel'
sabría;
a ti me dio mi padre quand siet’años avìa,
porque de los maestros aviés grant mejoría.

39 Assaz sé clereçía quanto m’es mester;


fuera tú non es omne que me pudiés vençer;

202
connosco que a ti lo devo gradeçer,
quem’enseñest' las artes todas a entender.

40 Entiendo bien gramática, sé bien toda natura; 40/226-28: Per gramatica sai parlar latinamenz, /
bien dicto e versífico, conosco bien figura; declinar e construire e far derivamenz, / e.m gart de
de cor sé los auctores, de libro non he cura; barbarisme en pronunciamenz.
mas todo lo olvido, tant’he fiera rencura!

41 Bien sé los argumentos de lógica formar, 41/229-33: Per dialectica sai arrazonablemenz / e tot
los dobles silogismos bien los sé yo falsar; le solegisme de toz mos parlamenz, / apauzar e
bien sé a la parada mi contrario llevar; rrespondre e falsar argumenz, / sofismar e concluir,
mas todo lo olvido, tant' he grant pesar! e tot gignozamenz / menar mon aversaire ad
inconvenienz.

42 Retórico só fino, sé fermoso fablar, 42/ 234-40: Per retorica sai, per bels affaitamenz /
colorar mis palabras, los omnes bien pagar, colorar mas paraulas e dir adautamenz, / acaptar
sobre mi adversario la mi culpa echar; benvolenza en prima de las gens, / acusar e deffende
mas por esto lo he todo a olvidar. de manz encolpamenz, / mon enemic cargar de
manz encusamenz; / qant non puesc sostenir las
proezas ni.l cenz / jesc m'en on an enans, tot soau,
esmolenz.

43 Aprís toda la física, só metge natural, 43/ 393-96: De ficica sai ieu aisi sometamenz / que
conosco bien los pulsos, bien judgo orinal; de la theorica que dels praticamenz; / un pauc de
non ha, fueras de ti, omne mejor nin tal, sobr'en sobre, non ges preondamenz, / d'orinas e de
mas todo non lo preçio quanto un dinero val. pols e de dietamenz.

44 Sé por arte de música por natura cantar; 44/245-61: De muzica sai ieu, tot aondomenz, /
sé fer sabrosos puntos, las vozes acordar, catre tons principals e catre soz iacenz: / li catre van
los tonos cóm’empieçan e cóm' deben finar; en sus, en cantanz basamenz, / pero en catre letres
mas nom' puede tod’esto un punto confortar. an toz lur fenimenz. / En toz aquest non son mas se
votz differenz / que s'en pueion per tons e ssemitons
planenz. / La primairana corda s'entona ios
breumenz, / mas las carta e la quinta, que son
entreferenz, / s'acordan per descort ab ela
dousamenz. / La prima e la otava son aisi
respondenz / c'amdoas senblon una, tant sonon
unetamenz. / Per aquest art sai ieu, tot
vezadetamenz, / far sons e lais e voutas e tocar
estrumenz. / Tota la solfa sai, e los set mudamenz, /
e tocar per la man de foras e dedenz, / si com Guims
e Boesis feron diversamenz.

45 Sé de todas las [siete] artes todo su 45/ 281-97: D'estrolomia sui tant bos clers
argumento; eissamenz / d'aquesta part de sia, que a nom
bien sé las qualidades de cad’un elemento, Orienz, / torneia ves aquella q'es dicha Occidenz, / e
de los signos del sol, siquier' del fundamento, gira.ls doze signes aissi mescladamenz. / D'aquest
nos' me podría çelar quanto val’un açento. sai'eu los noms e.lls significamenz / que an lurs nom
de bestias d'estranz fabulamenz. / Las calitatz sai
totas e.ls apropriamenz,/ e cant gras a chaschuna
puians e deissendenz; / e de las set planetas, cals
sont contracorrezn, / noms e proprietatz e locs et
estamenz. / E sai dels doze signes lo cals es plus
podenz, / e com si fan als hones danz e profetamenz,
/ tot aisi con il son d'estranz deguisamenz. / Et augas
dels planetas lo lur devisamenz: / l'us es chauz,

203
l'autr'es fretz, l'autr'es seq, l'autre humenz; / l'uns es
bons, l'autr'es mals, l'un es tarz, l'autre correnz,

46 Grado a ti, maestro, assaz sé sapïençia;


non temo de riqueza aver nunca fallençia
mas vivré con rencura, morré con repetençia,
si de premia de Dario non saco yo a Greçia!

204
I. L'ordine delle discipline
Il curriculum descritto nel Tezaur presenta le tre discipline del trivium nel peculiare
ordine riportato anche dal LdA, vale a dire grammatica-logica-retorica, mentre l’ordine
normale, generalmente, antepone la retorica alla dialettica, come nel caso classico di Isidoro
di Siviglia (Et., XX, I, ii). Non mancano però anche altri casi di alterazione, come in
Marziano Capella e nelle Ley d’amors, in cui si ritrova lo stesso ordine grammatica-dialettica-
retorica16. Arizzabalaga fa notare che l’ordine è lo stesso presente nell’Accessus al
Verbiginale, il che, data la sicura origine di quest’ultimo testo e il fatto che l’autore sposa la
tesi Uría Maqua, sarebbe un’ “evidente” prova a sostegno della tesi palentina 17. Ma, dato che
questo è il testo del Verbiginale: «Tribus enim hiis sermo contentus est, in quibus tamquam
efficaciis tres artes distinxerunt philosophi: primam gramaticam, quasi fundamentum,
secundam dialecticam quasi firmamentum, terciam rethoricam quasi ornamentum»18, non mi
sembra che l’ordine da solo, in mancanza di qualsiasi altro riferimento testuale, giustifichi il
legame.
Se si confronta invece il testo del Tezaur con il LdA si vede che, in particolare nella
sezione dedicata alla retorica, al di là della maggiore brevità del testo castigliano
l’equivalenza fra i due testi è pressoché totale: «sé fermoso fablar» / «sai per bels
affaitamens»; «colorar mis palabras, los omnes bien pagar» / «colorar mas paraulas e
metr’azautimens»; «sobre mi adversario la mi culpa echar» / «mon enemic cargar de manz
encusamens».
Analoga anche, in generale, al di là della struttura a elementi chiusi propria della
cuaderna vía, l’impostazione dell’elenco con l’utilizzo della prima persona del verbo sapere:
sai/sé.

II. La Musica
Differente nei due testi è invece l’ordine delle discipline del quadrivio: musica-
astronomia-fisica per Peire; fisica-musica-astronomia per l’anonimo. Ma, sommando le
considerazioni, la compresenza di tutte le discipline enumerate dal LdA e le affinità testuali mi
sembrano relegare in secondo piano quest’ultimo aspetto.

16
PALMIERI, Peire cit., p. 361.
17
Carlos ARIZZABALAGA, «La clerecía de Alexandre», Rilce. Revista del Instituto de Lengua y Cultura
Española, 19.2 (2003), pp. 161-192, p. 174.
18
El Verbiginale cit., p. 218.

205
Per quel che concerne la musica, ritengo che il verso alessandrino: «los tonos
com’empiezan e com deven finar» possa essere letto come una sorta di riassunto del lungo
excursus sui toni di Peire: «catre tons principals / […] ssemitons planenz»; e che i primi due
versi, «sé por arte de música, por natura cantar, / sé fer sabroso puntos, las vozes acordar»
trovino corrispondenza nei versi «la primeira corda s’entona jes breumens / […] per aquest
sart sai ieu tot evezadamens / far sons e lais e voutas e sonar estrumens».

III. La Fisica
Per quel che riguarda la sezione dedicata alla fisica, differenze e analogie fra i due
autori si trovano in perfetto equilibrio.
Entrambi fanno allusione a una dimensione pratica e concordano nella sua
caratterizzazione: «connosco bien los pulsos, bien judg ‘l orinal» / «d’orinas e de pols e de
dietamens». Mi sembra che tale espressione offra una visione così comune dell’attività del
medico, ai limiti del simbolo – si considerino anche le rappresentazioni iconografiche –,
specialmente per evocare il fisico nella dimensione letteraria19, da non giustificare
l’affermazione di Amaia Arizaleta per la quale questo verso farebbe riferimento ai due
manuali di base conosciuti da qualsiasi studente di medicina (e citati anche dal Sacerdos ad
altare e dal Planeta di Diego García), vale a dire il De pulsibus di Filareto e il De urinis di
Teofilo Protospataro20, rinviando così, conseguentemente e necessariamente, a un contesto
universitario. Ma, come si è costretti spesso ad affermare per vari aspetti del Libro – quelli
cioè che ne dovrebbero giustificare la lettura come testo di matrice universitaria con spiccata
tendenza scientifica – García López deve confessare come sia strano che «esta caracterización
técnica tan precisa de la medicina non tenga un reflejo en el relato», e l’autore castigliano per
di più ignori le descrizioni più tecniche di Gautier anche se aggiunge di suo pugno un elogio
del medico Filippo non presente nella fonte21. In particolare, il fatto che questi passaggi
prettamente medici della fonte siano stato eliminate non mi sembra giustificabile
dall’affermazione secondo la quale l’anonimo castigliano si sarebbe limitato a trattare di

19
Ad es.: (Brut, 8263) «tasta el pulz et vit l’urine»; (Alex, IV, 663) «ja mires n’i vendra por veoir vostre
ourine»; (Cligès, 2980-81) «tant sai d'orine et tant de pos/ que ja mai querrez autre mire»; (Laborintus, 109-
10) «Forent quos ditat infirmae pulsio venae, / urinae sedimen sterculeusque color».
20
ARIZALETA, «La transmisión cit.», p. 224. Dello stesso parere anche Jorge GARCÍA LÓPEZ, «“Apris toda
la física, só mege natural”: observaciones sobre la ciencia medieval en el Libro de Alexandre», in Actas del
IX Congreso Internacional de la AHLM (Coruña, 18-22 de septiembre de 2001), Mercedes Pampín Barral,
M. Carmen Parrilla García (eds.), La Coruña 2005, vol. 2, pp. 301-312, p. 304
21
GARCÍA LÓPEZ, «Apris cit.», p. 309.

206
«jarabe y purgantes, sin entrar en la comprensión de los mismos [perché] lo que predomina en
ambas obras [vale a dire il LdA ma anche l'Apolonio], de hecho, es el interés por conservar la
coherencia narrativa»22.
Inoltre, anche se fosse effettivo il riferimento implicito a questi due testi, esso non ha
però necessariamente implicazioni universitarie precise, né quanto a tipologia di conoscenzz
né quanto a contestualizzazione. Fra i volumi conservati nella biblioteca della cattedrale di
Toledo, ad esempio, si ritrova, senza che per esso si parli di un'origine universitaria, un
esemplare completo dell’Articella (ms. 97-25) – che comprende quindi Ysagoge, Pronostica,
Liber pulsum e De urinis – e un esemplare del De urinis di Maurus Salernitanus (ms. 98-3); e
nell’inventario della cattedrale di Burgo de Osma risalente al XIII sec. è presente un Liber
urinarum di Isaac Judaeus23.I due ultimi titoli dimostrano inoltre come quello citato da
Arizaleta non fosse l'unico manuale a disposizione sull'argomento: cito ad es. anche il
diffusissimo De urina non visa di Guglielmo l'Inglese (1219), in uso presso l'università di
Bologna ancora in epoca moderna; o il De urinis et pulsibus di Gilles de Corbeil, architriaca
di Filippo Augusto (ca. 1140-1220/24) e uno dei primi, se non il primo, a iniziare
l'insegnamento medico a Parigi.24
Allo stesso modo, mi sembra eccessiva l’affermazione, ancora di Arizaleta, secondo la
quale i due autori dell'Alexandre e dell'Apolonio farebbero:

de la ilustración del arte de la física un lugar esencial en la construcción de cada una de las
obras [dato che un medico salva la sposa di Apollonio e un medico salva l’imperatore
macedone]. El hilo narrativo de los dos poemas descansa en gran medida en episodios
pensados por sus autores con el fin de exponer sus conocimientos de medicina […] dichos
pasajes constituyen una muy adecuada propaganda del tópico de la transmisión del saber 25.

E ancora:

Alexandre y Apolonio nos dicen, en efecto, qué representaba la física para algunos letrados
castellanos en el período comprendido entre 1200 y 1500, y poseen por ello una función
ejemplar […] Deduzcamos o no que estos poemas deben algo al aristotelismo impregnado de
platonismo de los inicios del XIII, o a un saber formalizado en estructuras accesibles en
Toledo, sí admitiremos que Alexandre y Apolonio atestiguan de una etapa en la historia de la

22
ARIZALETA, «La transmisión cit.».
23
GUIJARRO, «Libraries cit.». Oltre al libro «de urinis qui incipit in latinus liber urinarius de Isaac Iudaeus»,
è presente anche «un libriello chico de experimentos de fìsica». Spicca in questo contesto l'assenza totale
della medicina greco-araba.
24
Stephen D'IRSAY, «The Life and Works of Gilles de Corbeil», Annals of Medical History, 7 (1925), pp.
362-70; Peter KLIEGEL, Die Harnverse des Gilles de Corbeil, Bonn 1972.
25
ARIZALETA, «La transmisión cit.», p. 221.

207
ciencia médica en Castilla mal conocida en lo que respecta al siglo XIII por la ausencia de
textos y la falta de pruebas de su enseñanza en escuela y universidades26.

Mi sembra voler caricare i due testi – pur sempre oggetti letterari, ricordiamolo – di
responsabilità forse eccessive. L'affermazione di Arizaleta potrebbe essere condivisibile
ribaltando un po’ l’ordine dei termini: l’amplificazione, le aggiunte e le sottrazioni nelle scene
“mediche” presenti nei due romans castigliani sono, a mio modo di vedere, legate alla volontà
di coltivare il topos della trasmissione del sapere, e i medici – intesi, per utilizzare la
terminologia medievale, nel senso di fisici e non di cerusici – erano figure di intellettuali, già
presenti nella trama del racconto, utili a questo scopo27.
Dei due versi alessandrini presi in esame mi sembra perciò che a richiedere un
esercizio di esegesi sia unicamente il primo, o meglio l’espressione in esso contenuta: «so
metge natural».

La calificación de la medicina como ciencia “natural” nos muestra la conciencia que tiene
nuestro anónimo de las bases racionales de la medicina más allá del simple herbolario clásico
o de la práctica desprovista de reflexión teórica. […] Teniendo en cuenta que podemos
entender per física tanto la totalidad de la medicina, identificada con el conocimiento natural,
como la misma filosofía natural, el inventario de los conocimientos físicos [sono possibili due
letture]: aprendí toda la física y, además, soy médico natural/aprendí toda la física y por esta
razón soy médico natural28.

26
Ivi, p. 222 e 231.
27
Anche nel Roman d'Eneas abbiamo l'inserzione originale di una figura di medico, Iapis, che cura le ferite
di Enea al posto dell'originale Venere: (vv. 9604-16) «.I. moult bon mire, Yapis, / y est venus et vit la
plaie, / senti le fer si s'y assaie / savoir se traire l'en porroit; / nel pot avoir en nul endroit / a tenailles n'a
ferment, / et Eneas crïa forment. / A sa malle li mires vait, / prent une boiste, s'en a trait / du ditan, si l'as
destrenpé, / boivre li fist; quant l'ot passé, / la saiete en est vollee / et la plaie sempres sanee».
28
GARCÍA LÓPEZ, «Apris cit.», pp. 304-305. Il legame fra filosofia naturale e medicina consisteva in
questo: «Corresponde al filósofo natural investigar los principio primeros y universales que regen la salud y
la enfermedad; al médico, llevar a la práctica esos principios» (GARCÍA BALLESTER, «Naturaleza cit.», p.
153); «Para un médico educado en el paradigma galénico – el único difundido en la medicina universitaria
–, el conocimiento de las enfermedades […] precedía a la pretensión de curarlas; para ello era necesario
conocer sus causas; esto último exigía conocer los mecanismos de funcionamento del cuerpo sano; lo qual
se lo proporcionaba la filosofía natural. Concretamente, la aristotélica, a través de los cuatro elementos»
(ID., «Medicina y filosofía cit.», p. 135).
Sull'argomento si vedano: Jerome J. BYLEBYL, «The Medical Meaning of Physica», Osiris, 2a
serie, 6 (1990), pp. 16-41; Mark D. JORDAN, «The Construction of a Philosophical Medicine. Exegesis and
Argument in Salernitan Teaching on the Soul», ivi, pp. 42-61; Rosa María MORENO RODRÍGUEZ, «El
concepto galénico de causa en la doctrina médica. Su signíficado en el contexto científico-social»,
Dynamis, 7-8 (1987-88), pp. 25-57; Luis GARCÍA BALLESTER, «Lo médico y lo filosófico-moral en las
relaciones entre alma y enfermedad», Asclepio, 20 (1968), pp. 99-134; ID., «La utilización de Platón y
Aristóteles en los escritos tardíos de Galeno», Episteme, 5 (1971), pp. 112-120; Danielle JACQUART, «The
Introduction of Arabic Medicine into the West: the question of etiology», in Sheila Campbell, Bert Hall ,
David Klausner (eds.), Health, Disease and Healting in Medieval Culture, New York 1992, pp. 186-195.

208
È un'identificazione, quella tra fisica e filosofia naturale, evidente nella descrizione del carro
di Amphiaraus della versione del Roman de Thèbes trasmessa dal ms., mentre nel resto della
tradizione la parola “fisique” è sostituita da “set arz”:

(vv. 5047-61) Par estudie, par grant conseil,


y mist la lune et le soleil,
et tregieta le firmament
par art et par enchantement.
Noef esperes par ordre y mist
en la maior les signes fist;
es autres set, que sont menors,
fist les planetes et les cours.
La noefme assiste en mie le monde:
ceo est la terre et mere profonde;
en terre peinst hommes et bestes,
en mer peissons, venz et tempestes.
Qui de fisique sot entendre
es peinture poet mol aprendre29.

Tenendo a mente questo contesto, effettivamente l'espressione «metge natural» si presta a


interpretazioni di questo tipo.
Ma un’altra osservazione è necessario riportare prima di tentare un’ulteriore
discussione del problema: «la indefinición sobre su vocabulario parece apuntar a la
acumulación de nuevos conocimientos no siempre de fácil articulación en una cosmovisión
que podríamos nominar racionalista»30, dove la considerazione più importante mi sembra
quella relativa alla fondamentale vaghezza del vocabolario.
Ora, l'interpretazione sopra proposta dell'espressione potrebbe essere confermata da un
altro passo: il medico di Filippo viene definito (902b) «fìsico delantero, conoçié bien
natura»31. Il cerchio sembrerebbe chiudersi perfettamente: fisica/medicina basata sulla
filosofia naturale/Aristotele. In effetti, il contributo citato di Ballester che, grazie alla scoperta
del documento “bibliotecario” di Santiago de Compostela (v. cap. II.1) ridisegna il quadro
culturale, facendo emergere, nella Castiglia del XIII sec., un interesse per la filosofia naturale,
soprattutto in ambienti francescani e domenicani, finora sconosciuto32, offre ora un contesto
storico possibile per questo verso.
29
Una notazione, questa finale, assai simile a quella castigliana: (LdA, 659ab) «Non es omne tan neçio que
visiés el escudo / que non fuesse buen clérigo sobra bien entendudo». Meno espliciti, ma potrebbero
interpretarsi nello stesso senso, i vv. 2020-24 di Alex, I: «En l'autre pan aprés, se voliés garder, / veissiés
mapamonde enseignier et mostrer / ensi comme la terre est enclose de mer / et com lli filosophe la vaurent
deviser / et metre en trois parties que je sai bien nomez».
30
GARCÍA LÓPEZ, «Apris cit.», p. 306.
31
Più generica l'espressione: (LdA, 2384) «Comer sobejano e bever sin mesura / estos dizen los físicos que
dañan la natura».

209
Concordo invece con Amaia Arizaleta quando propone che dietro l’inciso «non ha
fuera de ti mejor nin tale» – cioè una comparazione con il maestro, associato, rispetto alle sei
discipline, solamente con la fisica, sia un’allusione allo Stagirita nelle sue vesti di uomo di
scienza piuttosto che di maestro di Alessandro, in controtendenza rispetto alla dominante
cultura dell’epoca33.
L'associazione del nome del filosofo con la fisica intesa come medicina poteva non
essere automatica, dato che nel Laborintus di Eberardo Alemanno leggiamo: «Nullus
Aristotelis codex apparet in illis, / quem cudit gremio Philosophia suo; / Physica, naturae
speculum, duce sub Galieno / quae flores, illi non scripta parent».
Pur aderendo fondamentalmente a questa lettura, vorrei però anche introdurre qualche
considerazione che, per onestà intellettuale, è necessario tenere presente:
1) Il verso in questione, così come tutta la copla, è presente solo in P, cosicché
non abbiamo un riscontro.
2) In questa porzione del testo si “abusa” della parola natura/natural: in
particolare, piuttosto di difficile interpretazione si presenta il v. 40a «Entiendo bien gram ática,
sé bien toda natura». Più comprensibile invece il v. 44a che suona in P «Se por arte de musica
por natura cantar», e in O «Sa arte de musica por natura cantar»34.
3) Nonostante la scarsità di testimonianze sul suolo castigliano, a questa altezza
cronologica probabilmente era nozione comune il fatto che Aristotele avesse scritto una fisica;
ricordo che nel Poridat de las poridades si legge:

Capitulo del ordenamiento bueno en pensar del cuerpo. Alexandre, porque el cuerpo es
feneçido et viene en el mucho danno con las humores diuersas que a en el, toue por bien de
meter en este tractado cosas estrannas de poridades de fìsica et de su hordinamiento, que
quando uos las entendieredes et las fizieredes, escusaredes al fisico, que no esta ben a omne de
mostrar quantos males le acescen a todos los fisico.

Ma alla luce del resto del poema, di ciò che c’è ma soprattutto non c’è, è possibile interpretare
questa associazione (quanto superficiale o meno? quanto una sorta di “per sentito dire”?)
concludendo che «el autor del Alexandre conocía y compartía la concepción de la naturaleza

32
Lo stesso autore in precedenza aveva dovuto scrivere: «No se detecta actividad médica universitario-
escolastica, ofreciendo, además, la mayoría de las otras instituciones medievales transmisoras – al menos –
de conocimientos científicos-médicos (monasterios, cabildos, catedralicios) un carácter residual, incluso
arcaizante» (GARCÍA BALLESTER, «Medical science cit.», p. 34).
33
Cfr. anche Angel MARTÍNEZ CASADO, «Aristotelísmo hispánico en la primera mitad del siglo XIII»,
Estudios filosóficos, 33 (1984), p. 59-84, p. 59.
34
Si consideri anche la, difficilissima da tradurre, espressione: (LdA, 2519) «Envïole Marruecos un yelmo
natural / en el yelmo escrito vasallaje leal».

210
transmitida por las obras aristotélicas que comenzaban apenas a ser recibidas»35? D’altronde,
di fronte all’evidenza di ciò che non c’è, l’autrice stessa si vede costretta ad ammettere che «la
adscripción al aristotelismo de Alexandre y Apolonio tropieza con no pocos obstáculos»36.
Di fatto, ironia della sorte vuole che il metge natural Alexandre non sia in grado da sé
neanche di valutare i rischi di un bagno in acqua fredda se si è accaldati. Se, come suggerisce
Amaia Arizaleta, per una sorta di citazione a contrario, l’episodio dovrebbe suggerire al
lettore il ricordo del precetto corrispondente del Secretum Secretorum, e quindi ancora una
volta riportare a un contesto aristotelico – ma, aggiungo io, un Aristotele precettore, o meglio
addottrinatore di principi e non un Aristotele uomo di scienza; o meglio ancora un precettore
particolare con cognizioni di scienza – il gesto sconsiderato di Alessandro così
ricontestualizzato non potrebbe ancora una volta configurarsi ironicamente come l’allusione a
un fallimento del maestro? Ironia verso Aristotele? Ironia verso l’aristotelismo?

IV. L’Astronomia
In quest’ultima copla, che ha dato luogo a varie interpretazioni, il confronto con il
testo provenzale ci permette forse di venire a capo del problema.

(LdA, 45) Sé de todas las [las VII] artes todo su argumento;


bien sé las qualidades de cad'un elemento,
de los signos del sol, siquie' del fundamento,
nos' me podria çelar quanto val' un açento.

La questione dibattuta riguarda l’interpretazione del secondo verso, e più precisamente la


determinazione del significato del termine elemento: si è posto così il problema se, data la
sicura contestualizzazione astronomica/astrologica del verso c, il secondo facesse riferimento
alla stessa o a un’altra disciplina.
Come preambolo necessario a una discussione scevra da forzature, abbandonerei ogni
disquisizione connessa con la rispondenza o meno dell’elenco al canonico numero di sette,
che ha comportato a volte qualche forzatura interpretativa nel tentativo di individuare appunto
sette discipline differenti fra quelle elencate dall'autore. Ricordo al proposito che i due ms.
presentano in realtà, al v. 45a, una lezione divergente: «VII artes» / «todas las artes»”37; non
35
ARIZALETA, «La transmisión cit.».
36
Ibidem.
37
La natura dei testimoni e i loro rapporti testuali sono tali che considero metodologicamente fondamentale
per un’analisi del LdA ricorrere, in loci critici, alla vecchia edizione sinottica di Raymond Willis.

211
escluderei che la lezione «VII artes» rappresenti una sorta di lapsus, di tic mentale in
connessione con la parola artes che, un po' per antonomasia, nella mente di un uomo colto (o
mediamente colto) sono sette.
Proprio in quest'ottica, che mira a moltiplicare le discipline elencate per cercare di
allineare il caso specifico al canone, c’è una certa tendenza a voler leggere nel secondo verso
un riferimento alla filosofia naturale, considerando elemento come allusione ai quattro
elementi (terra, aria, acqua, fuoco): di conseguenza le discipline enumerate nella copla
sarebbero due38.
Avendo ora i versi provenzali come una sorta di testo a fronte di raffronto, e data la
precedente compiutezza semantica di ciascuna copla, ognuna dedicata esclusivamente a una
singola disciplina, credo che si riesca a intendere questa strofa come riferita alla sola
astronomia/astrologia. Si potrebbe proporre anche la possibilità di interpretare elemento come
equivalente di segno zodiacale sulla base del verso di Peire: «las calitatz sai totas e.ls
apropriamenz». Su questa terminologia un po’ vaga potrebbero poi aver agito, con un effetto
di spaesamento e di rimandi mentali automatici, i vv. 294-95, sempre di Peire: «L’us es
chautz, l’autr'es fretz, l’autr'es secs, l’autre humenz / l’uns es bons, l’autr'es mals, l’uns tarz,
l’autre correnz» dove è facile lo slittamento dalle quattro proprietà della materia ai
corrispettivi quattro elementi costitutivi.
Non escludo anche che il verso a, con le sue differenti lezioni, nasconda una
corruzione del testo dell’archetipo, dove poteva leggersi una corrispondenza fra il castigliano
«Sé de todas las [las VII] artes todo su argumento» e il provenzale «D’estrolomia sui tant
bons clers eissamez». Oppure un altro tipo di corruzione ancora: un riferimento ai sette pianeti
e non alle sette arti, come nel provenzale «E de las set planetas cals sont contracorrenz, / noms
e proprietaz e locs et estamenz». Il v. b si spiegherebbe così ancor meglio come riferimento ai
pianeti, attraverso i vv. 294-95 del provenzale, senza raddoppiamento dell’allusione ai segni
zodiacali esplicitati successivamente nel verso c39. Potrebbe coincidere con un significato di
questo tipo la seconda, ambigua, menzione del termine nel LdA:

38
Hugo Oscar BIZZARRI, «El problema cit.», pp. 215-218; ARIZZABALAGA, «La clerecía cit.», p. 176;
ARIZALETA, «La transmisión cit.», pp. 227-229 (mentre nel 1999, ne La translation cit., aveva considerato
tutta la copla riferita all’astronomia), che, in linea con la sua interpretazione della copla “medica”
aggiunge: «Nos podemos preguntar, por lo tanto, si es legítimo entender que ese verso […] debe algo a una
expresión del saber médico característica del aristotelismo en ciernes».
39
Il tema ritorna nella copla 657, presente solo in O: «Eran hy los .VII. signos [evidente errore per XII] del
sol bien compassados / los unos de los otros ygual mente taiados / e las .VIJ. Planetas como tienen sus
grados / quales son mas raviosas o quales mas pagadas».

212
(LdA, 1300) Fazién de cada parte sobejanos roídos,
de cuernos e de trompas e aun de alaridos;
semejavan los montes e los çielos movidos,
e que los elementos eran desabenidos.

Qui la parola elemento potrebbe stare a indicare un'alterazione tanto dei quattro elementi che
dei pianeti.
Se infine, per economia di ragionamento, volessimo attenerci a un significato
strettamente letterale, si potrebbe qui far riferimento ai comunque quattro elementi senza
tuttavia uscire dall'ambito astronomico e senza che questo significhi un cosciente e volontario
richiamo alla filosofia naturale. Nel Roman de Toute Chevalerie, in occasione del ritratto di
Nettanabo, si legge un'analoga associazione:

(Chevalerie, 48-49) Les curs as planetes esprova por reson,


tuit ly quatre element ly furent en bandon.

E, per fare un esempio in relazione a un altro ambito, nella sezione “enciclopedica” di un testo
– sostanzialmente indefinibile – come il Pantheon di Goffredo da Viterbo, l'ordine dei capitoli
è il seguente: «Part. III De celis et de planetis et de stellis et motu earum», «Part. IX De
elementis».
La scarsità dei dati e le ambiguità dei contesti non permettono di andare oltre una serie
di proposte alternative senza che sia possibile con assoluta certezza optare per l'una o per
l'altra; quel che però appare certo è che, comunque si voglia interpretare la parola elemento, la
copla in questione si configura senza possibilità di dubbio come astronomico/astrologica.

Ancora una volta, nel momento in cui si intende sostenere che «escribir sobre
Alejandro era, primero y ante todo, escribir sobre ciencia»40, e che il quadrivium occupa di
conseguenza un posto fondamentale nella concezione del LdA, come già per la medicina si
deve alla fine confessare che l’anonimo non offre nei suoi versi ciò che vorremmo. Sia Amaia
Arizaleta che Jorge García López41 hanno analizzato l’unica pièce astronomica del LdA, vale a
dire la spiegazione dell’eclissi lunare da parte di Aristander («un maestro ortado […] en

40
Jorge GARCÍA LÓPEZ, «Honorio y Beda en el Libro de Alexandre: la lección de astronomía», in Actes del
X Congrés Internacional de l’AHLM, Rafael Alemany, Joseph Lluís Martos, Miguel Manzanaro (eds.),
Alacant 2005, vol. II, pp. 765-776, p. 775.
41
Amaia ARIZALETA, «“Semellan argentadas”. La razón de los astros en el Libro de Alexandre»,
Troianalexandrina, 1 (2001), pp. 33-52; e GARCÍA LÓPEZ, «Honorio y Beda cit.».

213
Egipto fue nado; / escusó a los otros, ca era más letrado») alle coplas 1210-31, che hanno la
loro base in G, III, 504-25.
Quello che si può apprezzare in questo passaggio, come si deduce dai due contributi, è
una questione di forma più che di contenuto. Non c’è eco nelle strofe alessandrine delle novità
astronomiche greco-arabe che si affermano nel nord della Penisola fra il 1220 e il 1230 42. La
linea in cui si muove l’anonimo è una linea antico-altomedievale, con una base isidoriana, che
va da Plinio a Onorio di Autun, passando per Beda ed escludendo Macrobio e il De nuptiis di
Marziano Capella43. Ma, quel che conta, è che nei versi castigliani «la mención mínima y
literaria de la Alexandreis se convierte en una astronomía bastante completa […] donde […]
tenemos compendiados los dogmas tradicionales de la astrología antigua y altomedieval». Ciò
che conta è che qui l’autore offre «una visión científica del problema», il fatto che l’episodio
si configuri «en pro de la razón como instrumento de la demostración científica. […]
Semejante defensa de la observación y la argumentación como escalas de la verdad aparece
como un presagio del aristotelismo arraigado en las doctrinas platónicas»44. La riscrittura
dell’episodio mirerebbe a conseguire due risultati: «[il primo consisterebbe nell'] afirmar el
valor del rey que se sirve del saber, el segundo el de remplazar la lectura de la superstición
por la lectura de la razón. O, dicho de otro modo, la lectura de la astrología por la de la
astronomía»45. Ma, ancora una volta, si è costretti a concludere: «El saber del poeta castellano
es, sin duda alguno, libresco […] es precisamente esa omnipotencia de la letra la que anula de
facto cualquier acento realmente aristotélico»46. In questo senso, non credo sia giustificabile
come gioco letterario il ritorno finale ai versi di Gautier che ricadono nella interpretazione
astrologica («quienes son capaces de reconocer [questi versi], saben que aportan el brío del
francés al poema»47): l’autore castigliano aveva veramente coscienza dell’opposizione delle
due visioni?

V. Le altre educazioni

42
ARIZALETA, «Semellan cit.», p. 43.
43
L’elemento distintivo che permette di citare alcuni autori e di escluderne altri è il particolare della
maggior grandezza della luna rispetto alla terra (copla 1222), dato anti-isidoriano presente appunto in
Onorio e in Beda. Ma anche in composizioni romanze della medesima epoca, in particolare quelle che si
presentavano come una traduzione delle enciclopedie latine ad uso di circoli dotti, come nel caso della
Semeiança del mundo (che coniuga appunto un impianto isidoriano con estratti da Onorio).
44
ARIZALETA, «Semellan cit.», p. 34.
45
Ivi, p. 41.
46
Ivi, p. 49.
47
Ibidem.

214
Confrontando le varie versioni dell’educazione alessandrina, vediamo innanzitutto che
l’anonimo castigliano riesce a coniugare due tradizioni differenti: quella che prevedeva una
molteplicità di maestri (Alberic de Pisançon, Roman d'Alexandre B, Historia de Preliis,
Roman de Toute Chevalerie) fra i quali poteva eventualmente spiccare Aristotele (è il caso di
Chevalerie, mentre Alexandre B fa emergere come maestro Nectanabus e cita Aristotele solo
al v. 843); e quella che invece imponeva Aristotele come maestro unico (Roman d'Alexandre,
Alexandreis).

(Alberic, 82-103) Magestres ab beyn affactaz,


de totas arz beyn ensenyaz,
qui.l duystrunt beyn de dignitaz
et de conseyl et de bontaz,
de sapientia et d’onestaz,
de fayr estorn et prodeltaz.
L’uns l’enseyned, beyn parv mischin,
de grec sermon et de latin,
et lettra foyr en pargamin
et en ebrey et en ermin,
et fayr a seyr et a matin
agayt encuntre son vicin.
Et l’altre doyst d’escud cubrir
et de ss’esspaa grant ferir;
li tierz ley leyre et playt cabir
e.l dreyt del tort a discernir.
Li quarz lo duyst corda toccar
et rotta et leyra clara sonar
et en toz tons corda temprar,
per se medips cant ad levar;
li quinz des terra misurar
cum ad de cel entrob a mar.

(Alex B, 63-77) Li rois Felipes quist a l’enfant dotor:


de tote Greçe eslut li VI meillors.
Cil li apristrent des estoiles les cors,
del firmament les sovrans raisons,
les set planetes e les signes auçors
e les VII ars et toz les set auctors 48,
de nigromance e d’enchanter les flors,
d’escas, de tables, d’esparviers, e d’astors,
parler a dames cortoisement d’amors,
de jugement sormonter jugeorsm
bastir arguait por prendre robeors.
Quant li VII maistre l’orent apris forment
un en i ot de greignor escient,
sor toz les autres sot cil d’enchantement;
Neptenabus ot nom par escient.
(Alex B, 843) Aristote son maistre lo prist a chastier.
48
Nella versione Arsenal si legge e toz les granz autors

215
(Alex, I, 330-47) Ne sai de quantes terres i sont venu la gent,
li maistre des escoles li bon clerc sapïent,
qui voloient conoistre son cuer et son talent.
Aristotes d’Athaines l’aprist honestement;
celui manda Phelippes trestout premierement.
Il li mostre escripture et li vallés l’entent,
greu, ebreu et caldeu et latin ensement
et toute la nature de la mer et du vent
et les cours d’estoiles et le compassement
et si com li planete hurtent au firmament;
et la vie du siecle, quanq'a lui en apent,
et conoistre raison et savoir jugement,
si comme restorique en fait devisement;
et en aprés li mostre un bon chastïement:
que ja sers de put aire n’ait entor lui sovent,
car maint home en sont mort et livré a torment,
par losenge et par murdre, par empoisonement.
Li maistre li ensaigne et li vallés aprent
(Alex, I, 353-59) [Nettanabo] Cil fu puis Alixandre et maistres et privés,
cil li mostra de l’air toutes les oscurtés
et par com faite guise li solaus est posés
et si comme la lune remue ses clartés
et le cours des estoiles qant li airs est troblés;
mais tant lut ningremance et tant en fu usés
que si bons enchanterres ne fu onques trovés 49.

(Chevalerie, 427-39) La mere fist l’enfant mult nettement norir:


itant crust en oyt aunz qe bien pot roy servir.
Dis mestres ly bayllent, a qui deit obeir,
dont li uns l’aprent sey chaucer e vestir,
ly autre a parler e cum se deit contenir,
e li autre a juer, chevaucher et eskirmir
e a porter armes e a cheval seir,
poyndre e atendre e a trere e ferir.
Li set ly apernent les set arz retenir,
cum il deit aposer e argumenz falir,
chanter par musique e de toz mals garir,
e cum deit parler a trestoz a pleisir,
e longur et hautur mesurer par avir.
(Chevalerie, 455) Car li bons Aristotle fu sur trestoz son mestre.

(G, I, 41-43) […] ergo nisi magni

49
Sulle differenze nell'educazione fra il Roman di Alexandre de Paris e le versioni Arsenal e Venezia,
osserva Martin GOSMAN (La légende d'Alexandre cit., p. 287): «A et V reprennent sans trop le changer,
paraît-il, les données de l'Alexandre décasyllabique mentionnant un enseignement fourni par plusieurs
doctors d'astronomie. […] Le RAlix par contre, fournit plus de détailes […] et met l'accent sur les
connaissances des langues […] et sur l'astronomie, mais aussi – et c'est ici que se profile la différence – sur
la facilité de séparer les dignes des indignes ainsi que sur la nécessité de refuser la présence du “serf de
pute ere”. […] Il n'y est plus question de doctors, mais seulement d'Aristote dont les conseils et les
commentaires sont si importantes dans la vulgate. La réorientation est plus que remarquable, car les
nouvelles données s'accordent parfaitement bien avec la fonction didactique qu'Alexandre de Bernai a
conférée á sa mise en texte».

216
nomen Aristotilis pueriles terreat annos
haut dubitem similes ordiri fortiter actes.

(HdP J2, 15) Alexander autem cum esset annorum quindecim, factus est
fortis, audax et sapiens; didicerat enim pleniter liberales artes
ab Aristotile et Callistene et ab Anaximene Atheniensi.

(Res Gestae, I, 324) Pedagogus atque nutritor nomine Leonides, litteraturae


Polynices magister, musices Lemnius, geometriae Menecles
Peloponnesius, oratorie Anaximenes Aristocli Lapsacenus,
philosophiae autem Aristoteles ille Milesius.

Il poema castigliano, sulla scia di Alexandre B e della Historia de preliis, ricorda i maestri a
cui il bambino era stato affidato a sette anni ma poi, per rimanere fedele e anzi potenziare
Gautier, dipinge la celebre e lunga scena del colloquio fra Alessandro e Aristotele: data come
precedente la fase dell’insegnamento culturale, conosciuto per via indiretta attraverso il
“lamento”, cioè attraverso una modalità che sembra una forma di rifiuto della clerecía stessa,
l’Aristotele in azione si presenta perciò con un’immagine “politica” – o meglio “politico-
sapienziale” – da Secretum Secretorum, presente non a caso agli occhi dell'autore medio-
latino.
Se osserviamo da vicino i curricula alessandrini, ci si rende conto anche che, almeno a
livello di nomenclatura, quello castigliano non è poi così peregrino né eccezionale:

Alberic: lingue (greco, latino, caldeo, armeno), diritto, musica e canto, astronomia.
Alex B: le sette arti e in particolare astronomia, negromanzia e magia naturale,
dialettica/diritto.
Alex: lingue (greco, latino, caldeo, ebraico), filosofia naturale, astronomia, dialettica, retorica.
Chevalerie: le sette arti e in particolare dialettica, canto, medicina, retorica, astronomia.

Quello offerto dal Roman de Toute Chevalerie è il più prossimo, quanto a scelta delle
discipline, a quello castigliano – ridimensionando così l’eccezionalità della presenza della
medicina – ed è in ultima analisi la tipologia di curriculum fornito già dalla Vita di Alessandro
Magno in Plutarco:

[Filippo] siccome non si fidava molto dei maestri di musica e delle varie scienze che erano
stati preposti alla sua formazione […] fece venire il più celebrato e abile filosofo, Aristotele.
[…] Sembra che Alessandro non abbia appreso dal suo maestro soltanto la politica e la morale,
ma anche abbia assistito alle lezioni più approfondite e riservate che i filosofi chiamavano
acroamatiche e epoptiche, e che non divulgavano a tutti. […] I libri di fisica non comportano
utilità né per l'insegnamento né per l'apprendimento; essi sono scritti come promemoria per chi
è già versato nella materia. Pare a me che Aristotele più di altri abbia inculcato in Alessandro
l'amore per la medicina; non solo egli si appassionò alla teoria, ma anche curava gli amici
malati, e prescriveva loro certe cure e diete, come si può ricavare dalle sue lettere. Era anche

217
amante per natura del leggere e dello studio letterario: ritenendo che l'Iliade fosse un viatico di
virtù bellica (così la definiva), la teneva con sé nell'edizione di Aristotele […] e sempre la
poneva con il pugnale sotto il cuscino. Quando si trovava nelle regioni interne d'Asia e non
aveva agio d'altri libri e allora ordinò ad Arpalo di mandargliene. Egli inviò i libri di Fillisto,
parecchie tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide e i ditirambi di Telesto e Filosseno.

Due associazioni in particolare risultano fondamentali per lo studioso della versione


castigliana della vita di Alessandro: il suo interesse teorico e pratico per la medicina, e la
profonda conoscenza dell'Iliade – il pensiero corre subito, naturalmente, alla lunga
digressione troiana del LdA.

Ciò che invece caratterizza veramente il nostro poema è una duplice operazione: da
una parte la ordinata e netta separazione fra educazione clericale e educazione cavalleresca
(intersecate invece tanto in Albéric che in Alexandre B), quasi come in una sorta di proiezione
a livello strutturale dei due termini del topos tante volte citato (fortitudo et sapientia), e
l’amplificazione di entrambe le sezioni, in particolare quella clericale; dall’altra l'esplicita
configurazione del rapporto fra Alessandro e Aristotele nei termini di una scena fra maestro e
disceèpòp all’interno di una scuola.
Si consideri la scena dei consilia rispettivamente nel LdA e nel Roman d'Alexandre:

Libro de Alexandre Roman d'Alexandre

35 Quando vió al diçíplo seyer tan sin color, I, 669-73: Aristotes se jut sor un paile esclavon / qui
sabet que el maestro ovo muy mal sabor; fu orlés d’orfrois et broudés environ / […] Alixandre
nunca pesar le vino que'l semejás peor, en apele si l’a mis a raison.
pero ovo el niño, quandol' vio, grant pavor.
III, 49-50: Aristotes se gist a dens seur un tapis /
36 Empeçol’ el maestro al infant' demandar: s’entroduist Alixandre comme son aprentis.
«Fijo, vós qué i oviestes? Quién vos fizo
pesar? III, 95-99: Aristotes a dont Alixandre apelé: / «Biaus
Si yo saberlo puedo, nom 'lo podriá lograr; sire damoisiaus, il me vient en pensé / tel chose vos
vós non me lo debedes a mí esto çelar». veul dire qui me vient molt a gré». / Alixandrse
respont: «Je l’ai molt desirré». / Es le vos en gisant
37 El infant' al maestro no l’osava catar, delés lui acosté.
– daval' grant reverençia, nol' quería refertar –,
demandole liçencia, que le mandás' fablar;
otorgola de grado e mandol’empeçar50.

48 Pagós' don Aristótiles mucho de la razón,


entendió que non era en vano su missión.
«Oid – dixo – infant', un poco de sermón,
50
«L’autorità del maestro sullo scolaro richiama da un lato quella di Gesù sui discepoli e nella Chiesa,
dall’altro quella del padre sulla famiglia» (Carla FROVA, «Il maestro universitario nel Medioevo: forme di
autorappresentazione», in Le Università dell'Europa. Gli uomini e i luoghi. Secoli XII-XVIII, Gian Paolo
Brizzi, Jacques Verger (ed.), Cinisello Balsamo 1993, pp. 137-155, p. 150).

218
por que podedes más valer toda sazón».

49 Respuso el infant' – nunca viestes mejor –:


«Yo só tu escolar, tú eres mi doctor51;
espero tu consejo como del Salvador,
aprendrel' que dixieres muy de buen amor».

50 El niño man’a mano tolliose la capiella52;


posó çerca’l maestro, a los pies de la siella;
dava grandes sospiros, ca tenié grant maziella;
pareçiés' la rencura del cuer en la maxiella.

Tapis da una parte, siella dall’altra; décor cortese e décor scolastico. Non è difficile
riconoscere nella copla 50 una descrizione verbale di tante miniature, ad e., quella alla c. 227
del ms. Castres, Bibliothèque municipale, 116 (Grandes Chroniques de France, fine XIV
sec.) e così descritta:

Les scènes d’enseignement sont immuables. Le professeur en chaire, coiffé de son bonnet, lit
(i.e. commente) le livre ouvert devant lui. Les étudiants, assis par terre et tete nue (la tonsure
est la marque de leur statut clérical), suivent sur leur propre exemplaire du livre, s’ils en
possèdent un, les explications du maitre et s’efforcent de les mémoriser 53.
Ma anche l'immagine di miniatura descritta all'inizio del Libro de los buenos proverbios:

En el comienço del libro avie una figura de philosopho illuminado e assentado en su


siella, e las figuras de los discipulos ant'el deprendiendo lo que dizo.

Potremmo dire che, mentre il Roman d’Alexandre, mette in scena la composizione del
Secretum Secretorum e una sua breve enunciazione:

(Alex, III, 16-27) Quant repaire Alixandres du deduit des faucons


o son maistre Aristote et o ses compaignons,
51
Si consideri anche la copla 234: «Oviste buen maestro, sópot' bien castigar / tú bien lo decogiste como
buen escolar».
52
Il berretto, pileus o birrethum, era il segno dello status dottorale ed era consegnato durante la cerimonia
del dottorato, tanto che essa poteva talvolta essere definita birretatio (Astrik L. GABRIEL, «The Ideal
Master of the Mediaeval University», The Catholic Historical Review, pp. 1-40, p. 6).
53
Dall’apparato iconografico del volume Pierre RICHÉ, Jacques VERGER, Des nains sur des épaules de
géants. Maitres et élèves au Moyen Age, Paris 2006. Per tutte le problematiche relative al mondo delle
scuole e delle università il punto di partenza obbligato sono gli studi di questi autorir: Pierre RICHÉ, Le
scuole e l'insegnamento nell'Occidente cristiano dalla fine del V alla metà dell'XI secolo, Roma 1985;
Jacques VERGER, Les universités au Moyen Age, Paris 1973; Jacques VERGER, Gian Paolo BRIZZI, Le
Universitá dell’Europa. La nascita delle Universitá, Cinisello Balsamo-Milano 1990-1995, 6 voll.; Jacques
VERGER, La Renaissance du XIIe siècle, Paris 1996; ID., Culture, enseignement et société en Occident aux
XIIe et XIIIe siècles, Rennes 1999. Sull’iconografia si vedano FROVA, «Il maestro cit.» e GABRIEL, «The
Ideal cit.»; altre raffigurazioni in Anthony MELNIKAS, «The Corpus of the Miniatures in the Manuscripts of
the Decretum Gratiani», Studia Gratiana, 16 (1975), 3 voll.

219
il li a commencié un livre de sarmons.

il LdA calca la mano sul momento comunicativo, mutando in modo significativo i particolari
del contesto ed esaltando la figura di Aristotele come addottrinatore di principi, l’Aristotele
del Secretum piuttosto che l’Aristotele della Fisica: probabilmente non è un caso che, verso la
fine del poema, l’ultima menzione di Aristotele, prima che esca di scena, sia quella di «él que
muchos castigos buenos le enseñara». Questa caratterizzazione in senso di precettore è tanto
più forte dal momento che la coppia assume l’attitudine del maestro e dello scolaro in
un'occasione in cui, in realtà, a essere comunicato è un messaggio di tipo politico.
Questa mi sembra la conferma che, ripeto, nell’ombra del Libro si muova chiaramente
l’Aristotele del Secretum (assumendo questo testo come emblematico di una certa tipologia di
rappresentazione aristotelica, e non necessariamente come riferimento testuale diretto)
piuttosto che quello della Fisica.

220
II.4
Fra storia e natura: il mondo delle enciclopedie

Per completare il discorso iniziato nel capitolo precedente vorrei ora soffermarmi su un
secondo punto per sfumare drasticamente un’affermazione che spesso ricorre nelle pagine
dedicate al poema castigliano: la definizione cioè del LdA come “enciclopedia”. Ad esempio:
«Una enciclopedia en aparencia transmutada en narración de una materia clásica»1. In effetti
potremmo sì considerarlo come una “enciclopedia” ma, ribaltando la citazione precedente,
piuttosto come un'enciclopedia di materia antica con qualche spunto enciclopedico “classico”
che deriva da approfondimenti (non moltissimi in verità) di temi diffusi nella cultura
romanesque legata alla matière antique. A ben vedere il LdA non indulge in fondo più di
tanto, se non il minimo indispensabile naturalmente connaturato alla storia alessandrina, alla
digressione all’elemento enciclopedico/fantastico orientale2. Basterebbe considerare la
diversità delle fonti utilizzate da Thomas di Kent per le sue sezioni, queste sì enciclopediche:
le Collectanea rerum memorabilium di Solino e la Cosmographia di Aethicus Ister.
Basterebbe soprattutto confrontare la consistenza testuale dei passaggi orientali nelle due
opere:

1) Chevalerie: l’arrivo in India, lasse 243-63, 278-81, 285-300; la riconquista dell’India e


l’esplorazione delle sue meraviglie, 324-36, 344-59, 370-80; la scoperta dell’Etiopia, 416-44;
il ritorno in India, 478-87.

1
ARIZALETA, «Semellan cit.», p. 33; ma anche «le LdA est une encyclopédie de tous les savoirs»
(ARIZALETA, «La figure cit.», p. 178).
2
Su questo aspetto particolare dell’enciclopedismo medievale – quello cioè legato al mondo orientale – si
vedano in particolare i lavori di Gioia ZAGANELLI: «Contradiction et conciliation en utopie: la lettre du
Prêtre Jean», in Requiem pour l’utopie, Carmelina Imbroscio (ed.), Pisa 1986, pp. 19-34; EAD., «Le lettere
del Prete Gianni. Di un falso e delle sue verità», in Falschungen im Mittelalter, MGH, Schriften, 33, V,
Hannover 1988, pp. 243-260; EAD., La lettera del Prete Gianni, Parma 1990; EAD., «“Hic sunt leones”.
Miti geografici e immagini dell’altrove dal VII al XVI secolo», in Exploratorium. Cose dell’altro mondo,
Isabella Pezzini (ed.), Milano 1991, pp. 14-21; EAD., L’Oriente incognito medievale (Enciclopedie,
Romanzi di Alessandro, Teratologie), Soveria Mannelli 1997; EAD., «L’Orient du Prêtre Jean et la tradition
encyclopédique au Moyen Age», Perpectives Médiévales, 24 (1998), La Géographie au Moyen Age, pp.
97-107; EAD., «L’Oriente mirabile nella tradizione enciclopedica dell’Occidente», in Medioevo romanzo e
orientale. Il viaggio dei testi, Antonio Pioletti – Francesca Rizzo Nervo (ed.), Soveria Mannelli 1999, pp.
155-162.
Si vedano anche Laurence HARF-LANCNER, «From Alexander to Marco Polo, from Text to Image:
The Marvels of India», in The Medieval French Alexander cit., pp. 235-257; e per l’aspetto iconografico:
Rudolph WITTKOWER, «Meraviglie dell’Oriente libresco medievale», Studi Urbinati, 76 (2006), pp. 209-
223; ID., L’Orient fabuleux, Paris 1991. Per quel che riguarda il caso specifico di Thomas de Kent cfr.
Catherine GAULLIER-BOUGASSAS, «La description du monde dans le Roman de Toute Chevalerie», Bien
dire et Bien apprendre, 11 (1993), La description au Moyen Age, pp. 191-205.

228
2) LdA: se si esclude il lapidario babilonese (coplas 1468-92), possiamo solo ricordare: gli
elefanti, 1976-80; la fauna indiana, 2155-83; gli uomini selvaggi, 2472-74; l’araba fenice,
2475-77; gli acefali, 2495.

Né, per rimanere nell'ambito di questo tema, le poche inserzioni rappresentate dal lapidario e
dalla “lezione” di astronomia sull'eclissi (coplas 1209-31) sono sufficienti ad avvicinare il
LdA alle enciclopedie naturali sul tipo dell’Imago Mundi di Onorio d’Autun (1080-1154) o
del De proprietatibus Rerum di Bartolomeo Anglico; o meglio, enciclopedie di questo tipo
sono assai probabili, se non sicure, letture dell’autore del LdA, ma certamente il LdA non si
propone come loro alter ego romanzo. Occorre spostarsi in un altro campo se si vuole parlare
di enciclopedie e natura in ambito romanzo, in quello occupato ad esempio dalla
traduzione/adattamento dell’Imago da parte di Gossouin de Metz nella sua Image du monde
(prima redazione 1245): «Ci commence li chapitre dou roumanz mestre Gossouin qui est
apellez Ymage du monde. Ce livre de clergie, que l’en apele l’Ymage dou monde, qui est
translatez du latin en rommaz»3.
Siamo in una fase di evoluzione della clergie differente rispetto a quella del LdA, una
fase in cui «la laïcisation du savoir» ha compiuto un passo in avanti: a questo punto si sono
stabilite connessioni tali per cui «un romans de clergie est une image du monde»:4

3
Cito dalla redazione in prosa, l’unica edita: L’”Image du Monde” de Maître Gossouin, rédaction en
prose, F. fr. n. 574, Oliver Herbert PRIOR (éd.), Lausanne 1913.
L’opera ha conosciuto tre redazioni: Red. A, in versi (1245-1246); Red. B, un rimaneggiamento in
versi degli anni immediatamente successivi ad A; Red. H, in versi assai prossima a B (tra il 1246-47 e il
1250); Red. P o redazione in prosa, fedele ad A. Cfr. Sara CENTILI, La tradition manuscrite de l’ “Image
du monde”. Fortune et diffusion d’une encyclopédie du XIIIe siècle, Thèse soutenue en 2005 à l’Ecole de
Chartes de Paris, résumé consultabile in linea sul sito dell’Ecole, alla sezione Thèses.
Cito invece da Chantal CONNOCHIE-BORGNE, «"Nature" et "clergie" dans l’œuvre de vulgarisation
scientifique de Gossuin de Metz (Image du Monde, 1245)», in Comprendre et maîtriser la nature au
Moyen Age. Mélanges d'histoires des sciences offerts à Guy Beaujouan, Genève 1994, pp. 9-28, p. 19, per
riportare i seguenti versi della prima redazione, versi in cui culmina l’ideologia sottesa all’Image (vv. 1605-
10): «Pour ce furent les ars trouvees: / pour oster les males pensees / qui pueent l’omme a mal conduire /
car par les ars les puet destruire. / Ainsi puet muer son mal estre / par ensaingnement de son mestre»; e (vv.
1636-40): «Mais atant li contes se taist / et des .VII. ars et de nature / pour deviser de la faiture / du monde,
comment il est fais / par Nature et de Dieu pourtras». Questa redazione è stata editata dalla studiosa in
occasione della sua tesi, ma non è mai stata pubblicata: Une encyclopédie du XIIIe siècle, édition critique et
commentaire de la première version, Thèse d’Etat, Université de Paris IV-Sorbonne 1994.
Altri lavori dedicati da Chantal Connochie all’argomento sono: EAD., «L’Orient, réalité et discours
dans l’Image du monde», Senefiance (Images et signes de l’Orient dans l’Occident médiéval), 11 (1982),
pp. 129-142; EAD., «Quelques aspects de la réception d’une œuvre encyclopédique au Moyen Age: le cas
de l’Image du monde», Littérales, 21 (1997), pp. 221-224; EAD., «Images de la terre dans les livres de
clergie du XIIIe siècle: Image du monde, Livre du Trésor, Livre de Sydrac, Placides et Timeo»,
Perspectives médiévales, Supplément au t. 24 (1998), pp. 67-79; EAD., «Pourquoi et comment réécrire une
encyclopédie? Deux rédactions de l’Image du monde», in Discours et savoirs: encyclopédies médiévales,
Bernart Baillaud – Jérôme De Gramont – Denis Hue (éds.), Cahiers Diderot, 10 (1998), pp. 143-154.
4
CONNOCHIE-BORGNE, «Nature et clergie cit.», p. 23.

229
La figure du clerc est ici exemplaire. Connaître la nature c’est accéder à l’art de Dieu. L’accès
est dangereux, on le sait, mais les voies de la perdition semblent devenir celles du salut. Le
savoir a perdu l’homme, exilé en ce monde obscur, mais le savoir tourné vers Dieu sauve
l’homme en lui rendant les sens et la beauté du monde, signes de l’infinie bonté de Dieu. La
relation de l’homme à Dieu passe pour la nature, celle de l’homme à la nature passe pour
Dieu, et la relation de Dieu à la nature s’inscrit dans l’homme 5.

Riporto questa citazione non solo per la sua incisività descrittiva rispetto al significato
dell’Image, ma anche pensando a quel che si dirà nell'ultimo capitolo riguardo al peccato
alessandrino. Non sarà ozioso presentare, anche se solo in parte data la sua estensione, la
composizione dell’Imago Mundi per capire di che genere di testi stiamo parlando:

Libro I. Quid sit mundus – Quot modis mundus formetur – De quatuor elementis – De septem
nominibus terrae – De forma terrae – De quinque zonis – De habitabili zona – Unde dicatur
Asia, et quae sit prima ejus regio – De Paradiso – De quatuor fluminibus – De India – De
monstris – De bestiis – De Parthia – De Mesopotamia – De Syria – De Palestina – De Aegypto
– De Caucaso et Orientis regionibus – De minore Asia – De regionibus Asiae – De Europa –
De Scythia – De superiore Germania – De inferiore Germania – De Thracia – De Graecia,
unde sit dicta, et in qua parte sita sit – De Italia – De Gallia [...] – Quod sit Infernus – De aqua,
quae est secundum elementum – De oceano – De aestu maris – De voragine – De terrae motu
– De hiatu – De frigore [...] – De aere, ubi daemones sint – De ventis – De cardinalibus ventis
– De nubibus – De tonitruo et fulminibus – De iride – De pluvia [...] – De septem planetis –
De luna – Secundus planeta, Mercurius – Tertius planeta, Venus [...] - De absidibus
planetarum – De coloribus planetarum – De via planetarum – De sono planetarum – De
coelesti musica – De homine microcosmo – De mensura sive planetarum distantia – De coelo
– De climatibus – De plagis – De firmamento – De axe – De stellis – De sideribus – De
zodiaco – De ariete – De Tauro […]
Libro II. De aevo – De temporibus aeternis – De temporibus mundi [...] – De die […] – De
signis Zodiaci et parallelis Solis – De primo circulo – De secundo circulo […] – De horizonte
– Die dierum divisione […] – De umbra – De eclipsi – De septem noctis temporibus – De
hebdomada – De mensibus – De Januario [...] – De kalendis – De nonis – De idibus -De
vicissitudine anni – De vere – De aestate – De autumno – De hieme – De inaequalitate
temporis – De elementis – De homine microcosmo – De anno – De anno lunari – De solari
anno – De bissextili – De Mercurii anno – Annus Veneris [...] – Quot horis luna luceat – Luna
quot partibus a sole distet – In quo signo luna sit [...] – De termino Paschali – De
Quadragesimali – De Rogationibus – De Pentecoste – De adventu – De embolismo – De
Diebus Aegyptiacis.
Libro III seu Chronologia. De Adam Abel et Cain [...]

Ho citato non a caso quest’enciclopedia perché Jorge García López ha notato come essa
(insieme agli altri testi, dello stesso tenore, di Onorio, cioè i De philosophia mundi libri
quatuor e il De solis affectibus seu affectionibus liber) sia uno dei pochi testi a contenere la
notazione astronomica, presente nel LdA (copla 1222), secondo cui la luna è maggiore della
terra (Lib. I, cap. LXIX): è chiaro, già dal semplice elenco degli argomenti trattati, come
composizioni di questo tipo possano essere state una lettura del nostro autore. Tante allusioni
5
Ivi, p. 26.

230
del LdA – peraltro semplici allusioni non sviluppate – a quelle che sono state considerate
questioni di filosofia naturale non necessitano di postulare letture che vadano oltre queste
summae.
Le tendenze «naturalistiche» saranno ancora più evidenti nell’adattamento romanzo
dell’Image du monde. Eccone un’efficace descrizione:

Le public visé. Les rédactions remaniées déclarent seulement être destinées à un public laic,
mais le texte ne laisse aucun doute quant à la classe sociale qui est visée par le programme
d’instruction et d’édification de l’Image du monde; selon l’encyclopédie, les clercs sont
comparables des chevaliers et la philosophie est depuis toujours appannage de la noblesse; les
exempla d’ailleurs ne cessent de célébrer les seigneurs qui ont mis leur vie au service de la
connaissance. C’est donc principalement à un public chevaleresque que s’addresse
l’encyclopédie, dans toutes ses versions.
La mhétode didactique. Tandis que la Réd. A mène un parallèle discours scientifique
d’instruction et discours moral d’édifications, les rédactions remaniées séparent nettement les
deux parcours: l’histoire des clercs devient ainsi une introduction à la science. La volonté est
de proposer un enseignement de difficulté croissante mais graduelle, compréhensible – avec
un peu d’étude et d’effort – par un autodidacte. Quelques détails pourraient au contraire
suggérer que la rédaction originale ait été conçue pour un usage de type scolaire.
Textes et genres le plus souvent présents à côté de l’Image du monde. Le panorama […] est
assez varié: beaucoup de textes moraux […] souvent tournés vers une morale pratique
(recueils de sentences ou traités de bonne conduite); de nombreux ouvrages didactiques de
sujet religieux comme les lucidaires, ou bien scientifique, comme des bestiaires et des
lapidaires, mais aussi le régime du corps d’Aldebrandin de Sienne; ou encore des textes pieux,
des romans, des chroniques, des pronostics et calendriers. Rares sont en revanche la narration
brève et l’épopée et presque complètement absents la poésie lyrique et les genres
dramatiques6.

Ed ecco la sua composizione secondo il sommario posto all’inizio della redazione in prosa:

Ci commence li chapitre du roumanz mestre Gossouin qui est apelez ymage du monde. Ce
livre de clergie, que l'en apele l'ymage dou monde, qui est translatez de latin en rommanz,
contient .LV chaspistres et .XXVIII. Figures […]. Li premiers chapistres parole de la
poissance de Dieu. Li seconz, pour quoi Diex fist le monde. Li tierz, pour quoi Diex forma
homme a sa samblance. Li quarz, pour quoi Diex ne fist houme tel qu'il ne peust pechier. Li
quinz, pour quoi et comment les .vii. arz furent trouvées, et de lor ordeneance. Li sisiesmes, de
trois manieres de genz que li philosophe poserent au monde, et comment clergie vint en
France. Li septiesemes, de la maniere des .vii. arz. Li oictiesmes, de Nature comment ele
oevre et quel chose ce est. Li nueviesmes, de la forme du firmament. Li disiesmes, comment
les quatre elemenz i sunt assis. Li onziesmes, comment la terre se tient en mi le monde. Li
douziesmes, quele la reondesce de la terre est. Li treziesmes, pour quoi Diex fist le monde
reont. Li quatorziesmes, de l'ineleté du cours du firmamente et des vii planetes.
Ci commencent les chapistres de la seconde partie [...]. Li premiers chapistres est comment la
terre est devisée en diverses parties et que part ele est habitée. Li seconz est de la mapemonde,
et ou ele commence. Si i est d'Aise la grant, et de paradis terrestre, et ou il siet. Et d'Inde, et de
la diversité des genz. Et des pierres des contrées d'Aise la menour; des genz et des poissons et
des arbres qui la sont. Li tierz est d'Europe et de ses regions. Li quarz, d'Aufrique et de ses
6
Cito dal résumé di CENTILI, La tradition cit.

231
contrées. Li quinz, des ylles et de leur choses. Li sisiesmes, des diversetez d'Europe et
d'Afrique; et la maniere des bestes et des oisiaus qui i sont. Li septiesmes, d'aucune choses
communes. Li oictiesmes, ou enfers siet, et quel chose ce est. Li nueviesmes, pour quoi et
comment l'yaue court par mi la terre. Li disiesmes, pour quoi yaue douce et salée, noire et
chaude et euvenimée sourt. Li onziesmes, ou la mappemonde fenist, et si i est des diverses
fontainees. Li douziesmes, comment la terre croulle et fent. Li treziesmes, comment la mer
devient salée. Li quatorziesmes, de l'air et de sa nature. Li quinziesmes, comment nue, pluies,
gelées, nois, grelles, tempestes, esparz, et tonnoires aviennent. Li seziesmes est comment li
vent naissent. Li diseseptiesmes est du feu et des estoiles qui semblent courre et cheoir, et du
dragon, et que ce est, et dont ce vient. Li diseoictiesmes, du pur air, et comment les .vii.
planetes i sont assises. Li disenueviesmes, des estoiles et de la concordance de tout le
firmament
Ci commencent li chapistre de la tierce partie, dont il en y a .xxii. et .ix. figures. Li premiers
chapistres est comment il est jour et nuit; et pour quoi l'en ne voit les estoiles de jourz, et le
soleill de nuit. Li seconz, comment la lune reçoit diversement lumiere. Li tierz, comment les
eclypses de la lune aviennent. Li quarz, des eclypses du soleill. Li quinz, de l'eclypse qui avint
a la mort Jhesu Crist. Li sisiesmes, de la vertu du ciel et des estoiles. Li septiesmes, comment
l'en mesura le monde, et pour quoi. Li oictiesmes, du roy Tholomeu et des autres philosophes.
Li nueviesmes, comment l'en sauva les clergies pour le deluge. Li disiesmes, comment l'en
retrouva la clergie après le deluge. Li onziesme, des merveilles que Virgiles fist par
astronomie. Li douziesmes est pour quoi et commont monnoie fu establie. Li treziesmes, des
philosophes qui cerchierent le monde pour aprendre. Li quatorziesmes est de philosophie, et
de la reponse Platon. Li quinziesmes, combien la terre a de lonc environ, et d'espès par mi. Li
seziesmes, combien la lune et li solaus contiennent de grant et de haut, chascun en droit soi. Li
diseseptiesmes, del nombre des estoiles et des ymages que eles forment en eles el ciel. Li
disenueviesmes de la grandeur du firmament et du ciel qui est desus. Li vintiesmes, du ciel
cristalin et du ciel empiré. Li vinteuniesmes, du celestiel paradis et de son estre. Li
vintedeusiesmes, c'est li darreains. Si i est li recors, ou la recapitulation des choses devant
dites est.

Si tratta di un “movimento”, questo delle enciclopedie, che copre un arco di tempo esteso
dalla fine del XII all’inizio del XIV sec 7. Vi possiamo includere, oltre alle già citate opere di
Onorio: De naturis rerum di Alexander Neckam (fine XII sec.)8, Liber de natura rerum di
Thomas de Cantimpré (ante 1244)9, Speculum maius di Vincent de Beauvais10, De

7
Pierre MICHAUD-QUANTIN, «Les petites encyclopédies du XIIIe siècle», Cahiers d’Histoire Mondiale, 63
(1966), pp. 580-595; Loris STURLESE, «Florilegi filosofici ed enciclopedie in Germania nella prima metà
del Duecento. Gli scritti di Arnoldo di Sassonia e di Bartolomeo l’Inglese e la diffusione della scienza
araba e aristotelica nella cultura tedesca», Giornale critico della filosofia italiana, 69 (1990), pp. 239-319;
Michel DE BOÜARD, «Réflexions sur l’encyclopédisme médiévale», in L'encyclopédism., Actes du colloque
de Caen (12-16 janvier 1987), Annie Becq (éd.), Paris 1991, pp. 281-290; Jacques LE GOFF, «Pourquoi le
XIIIe siècle a-t-il été plus particulièrement un siècle d’encyclopédisme?», in L’enciclopedismo medievale.
Atti del Convegno Internazionale (San Gimignano, 8-10 ottobre 1992), Michelangelo Picone (ed.),
Ravenna 1994, pp. 23-40; Bernard RIBÉMONT, «L’établissement du genre encyclopédique au Moyen
Age», in L’entreprise encyclopédique, Jean Bouffartigue, Françoise Mélonio (éds.), Littérales, 21 (1997),
pp. 189-206; ID., «Naturae descriptio: expliquer la nature dans les encyclopédies du Moyen Age (XIII e
siècle)», Bien dire et bien aprandre, 11 (1993), La description au Moyen Age, pp. 371-388; Discours et
savoirs: encyclopédies médievales, Bernard Baillaud, Jérôme Degramont, Denis Hüe (éds.), Rennes 1998;
ID., Qui des sept arz set rien entendre. Etudes sur le ''Roman de Thèbes'', Orléans 2002.
8
ALEXANDER NECKAM, De naturis rerum libri duo, Thomas WRIGHT (ed.), Rolls Series XLVII, London
1863.

232
proprietatibus rerum di Bartolomeo Anglico (tra il 1230 e il 1240) 11, e in francese: Livre I del
Livre du Trésor di Brunetto Latini, Placides et Timeo12, Image du monde in versi e in prosa,
La Petite Philosophie, Secret des secrets, Sidrach, tutti appartenenti al XIII sec. L’elemento
in comune fra questi testi si evidenzia già dai titoli:

Les auteurs y affirment s’intéresser aux “choses” et à leur nature. Ce souci est très
caractéristique d’une nouvelle époque: le haut Moyen Age s’était passionné pour les noms des
choses – les Etymologies d’Isidore expriment cette tendance – ou pour l’univers consideré
comme un tout – conception platonisante qui se formule dans un De universitate mundi ou une
Philosophia mundi de l’école de Chartres; l’attention se porte sur les res, les êtres concrets,
dont on étudie la «nature»13.

Particolarmente interessanti ai nostri fini le sintetiche descrizioni di queste enciclopedie


approntate da Michaud-Quantin. Per Alexander Neckam:

Les passages qui concernent les éléments ou les astres se réfèrent souvent à Aristotes; ceux qui
étudient les activités humaines constituent des souvenirs ou des observations personnelles,
avec un recours aux Pères en ce qui concerne la vie morale; ceux que l’auteur consacre à la
botanique et à la zoologie reproduisent souvent les récits fabuleux de Solin, des bestiaires ou
des herbiers de la période précédente. Soucieux avant tout d’édification, Alexandre ne manque
jamais de joindre ce qu’il appelle des adaptations, c’est-à-dire des leçons moralisatrices.
[Introduce degli exempla e] on trouve encore de nombreuses et parfois longues citations
poétiques tirées des auteurs classiques dans les écoles du XII e siècle14.

Per Bartolomeo Anglico:

Ses tendances fondamentales sont platonisantes ou augustiniennes, position courante chez les
maîtres à l’époque où Barthélémy fréquenta l’Université; toutefois il adopte de nombreuses
théories aristotéliciennes, quand il s’agit d’expliquer les phénomènes et les lois de la nature,
sans apercevoir, semble-t-il, la contradiction qu’elles impliquent avec les théories
platonisantes. En médécine il fait siennes les doctrines galéniques 15.

9
THOMAS CANTIMPRATENSIS, Liber de natura rerum, vol. 1, Text, Editio princeps secundum codices
manuscriptos, ab Helmut BOESE, Berlin-New York 1973.
10
Vincent de Beauvais: intentions et réceptions d’une œuvre encyclopédique au Moyen Age. Actes du XIV e
colloque de l’Institut d’études médiévales organisé conjointement par l’Atelier Vincent Beauvais et
l’Institut d’études médiévales (27-30 avril 1988), Monique PAULMIER-FOUCART, Serge LUSIGNAN, Alain
NADEAU (éds.), Paris 1990.
11
BARTHOLOMEUS ANGLICUS, De proprietatibus rerum. Vol. I, Prohemium, Lib. I, Lib. II, Lib. III, Lib. IV,
Heinz MEYER, Michael W. TWORNEY, Bernd ROLING, R. James LONG (eds.), Turnhout 2007. Vol. II, Lib.
XVII, Iolanda VENTURA (ed.), Turnhout 2007.
12
Claude Thomasset, Commentaire du dialogue de “Placides et Timéo”: une vision du monde à la fin du
XIIIe siècle, Genève 1982.
13
MICHAUD-QUANTIN, «Les petites cit.», p. 587. Considerazioni analoghe in RIBÉMONT, Naturae
descriptio cit., p. 371.
14
MICHAUD-QUANTIN, «Les petites cit.», p. 583.
15
Ivi, p. 586.

233
A questi si devono aggiungere i tratti «merveilleux et inexacts» legati alla descrizione di
animali, piante e minerali.
Per Thomas de Cantimpré infine, il cui libro I, dedicato al corpo umano, si chiude con
un riassunto del Secretum Secretorum:

Le plan qu’il se propose de suivre consiste à examiner l’un après l’autre toutes les catégories
d’êtres qui se rencontrent dans la nature […]: le corps humain, l'âme, les hommes monstrueux,
les quadrupèdes, les oiseaux, les animaux marins, les poissons, les serpents, les insectes, les
arbres, les arbres aromatiques, les herbes, les fleuves, les pierres, les métaux, l’air et les
couches atmosphériques, les planètes, les phénomènes météorologiques […], les quatre
éléments […], les mouvements sidéraux et les éclipses. […] Thomas professe une curieuse
conception en ce qui concerne l’histoire des sciences: pour lui la plupart des ouvrages
scientifiques de l’Antiquité païenne font partie d’un ensemble de cinquante traités rédigés sous
Alexandre le Grand et d’après ses instructions, l’Histoire naturelle de Pline est un abrégé de
cette collection16.

Quanto all’atmosfera generale di questa tipologia di testi:

Ces périodes se caractérisent au début par la persistence des idées chartraines et victorines, à la
fin par le triomphe de l’aristotélisme. Nos encyclopédistes héritent donc des conceptions
platoniciennes et dyonisiennes et subissent le choc des théories aristotéliciennes et arabisantes.
Deux conceptions de la nature donc qui nécessairement orientent ou désorientent la vision
d’un compilateur dont une tache essentielle est de rassembler, tout en demeurant fidèle au plus
près possible à l’autorité et, il va de soi, au dogme chrétien 17. Un encyclopédiste du XIIIe siècle
dispose d’une réflexion sur la nature basée sur un ensemble de connaissances […] où l’on
réconnaît à la fois un platonisme associé à une conception chrétienne de la sagesse de Dieu,
une conception boécienne dans laquelle, tout en demeurant proche de Platon, la catégorie
aristotélicienne de l’accident se fait jour et pour finir une vision plus physicienne, en accord
avec un rationalisme grec classique aboutissant en dernier lieu, et ce sera de première
importance pour le XIIIe siècle18.

Il profilo intellettuale come si vede è complesso, e non scevro da ambiguità e contaminazioni.


Tornando al punto di partenza, ricordo che la Imago Mundi di Onorio è, insieme a
Isidoro di Siviglia, la fonte principale (a cui si devono aggiungere come fonti minori le
Metamorfosi di Ovidio, Giovenale, Lucano e Eucherio) della Semeiança del mundo, vale a
dire della prima enciclopedia in lingua castigliana19. Siamo nel primo quarto del XIII sec.,

16
Ivi, pp. 589-590.
17
RIBÉMONT, «Naturae descriptio cit.», p. 372.
18
Ivi, p. 376.
19
Semeiança del Mundo. A Medieval Description of the World, Williams E. BULL, Harry F. WILLIAMS
(eds.), Berkely-Los Angeles 1959; Richard P. KINKADE, «Un nuevo manuscrito de la Semeiança del
mundo», Hispanic Review, 39.3 (1971), pp. 261-270.

234
probabilmente intorno al 1223: orizzonte culturale e orizzonte cronologico non sono di molto
dissimili da quelli del LdA.
Mettere a confronto la strutturazione dell’Imago mundi e quella dell’Image du monde
è particolarmente interessante in quanto rivela il mutamento di interessi realizzatosi nel corso
del XIII sec. Eliminata ogni sezione storica e liturgica, l’Image si presenta veramente come
un’enciclopedia naturale, polarizzandosi intorno ai tre temi della geografia, dei fenomeni
naturali e dell’astronomia, e aggiungendo una serie di riflessioni sulla natura e la storia della
clergie, identificata con le sette arti liberali – giunte in Francia da Atene attraverso Roma per
l’ormai consolidato processo di translatio studii – pur con una certa predilezione per
l’astronomia. L’elemento per noi più interessante del testo, oltre all’accurata disquisizione
sulle origini della clergie e le sue vicissitudini storiche, animate da clerc che di nome fanno
Platone e Aristotele, è l’inserimento, nel capitolo «De serpenz et des bestes d’Inde» della
seconda parte, dell’episodio di Alessandro Magno e degli elefanti accompagnato dalla
descrizione di questi animali. Il tutto preceduto da una definizione del Macedone che l’autore
castigliano avrebbe senz’altro sottoscritto: «Alixandre qui fu rois et bons clers de grant
maniere, qui s’en ala par maintes terres pour enquerre et pour cherchier les aventures, pluis
qu'il ne faisoit pour conquerre». La compresenza della descrizione degli elefanti con
l’episodio alessandrino, analogamente a quanto avviene nel LdA (coplas 1976-80), può
indurre a escludere in questo punto del poema castigliano l’utilizzo, come affermato, del
Physiologus per integrare il passaggio corrispondente della Historia de Preliis, in quanto
probabilmente l’affiancamento dei due motivi si era cristallizzato in un micro-episodio, in una
micro-struttura letteraria che circolava al pari del motivo comune di Gog e Magog 20. Quello
degli elefanti è, anche nel LdA, l’episodio che mette in risalto l’ingegno e potremmo dire
l’inventiva di Alessandro: se nel caso dei serpenti spaventati dagli uomini denudati ci si
trovava di fronte ai benefici della cultura – la lettura e la clerecía assumono qui una
connotazione positiva dal momento che, attraverso la propria cultura personale, il sovrano può
salvare i suoi uomini anche se, in ultima analisi, il pensiero è una sorta di concessione divina:

(LdA, 2159cd-63ab) Quando vío el rey que podién peligrar,


óvole Dios un seso bueno a demostrar.

Como era el rey sabidor e bien letrado,


20
L’esistenza dell’episodio come episodio cristallizzato nella forma “descrizione degli
elefanti/stratagemma di Alessandro” attenua nettamente, a mio avviso, la possibilità di lettura tipologica del
motivo degli elefanti nel testo castigliano, come per esempio in Julius BERZUNZA, «A Digression in the
Libro de Alexandre: The Story of the Elephants», Romanic Review, 18 (1927), pp. 238-245.

235
avié muy buen engeño, maestro bien ortado;
era buen filósofo, maestro acabado,
de todas las naturas era bien decorado.

Sabié de las sirpientes que trayén tal manera


que al omne desnudo todas le dan carrera:
non avrién mayor medio de una grant foguera.
En escripto yaz' esto, es cosa verdadera.

Mandó el rey a todos tollerse los vestidos;


paráronse en carnes como fueron naçidos.
Las sierpes davan silbos muy malos percodidos,
teniense por forçadas, fazién grant roídos.

El consejo del rey de Dios fue enviado,


fue el pueblo guarido, de la sed terminado:
tovieron su carrera quál avién empeçado.
Fue tenido el rey por omne más señado.

nel caso degli elefanti ci troviamo invece di fronte a un colpo di genio, certamente non
svincolato dalla condizione di bons clercs; la clerecía potenzia il seso: (LdA, 2067ab)
«Alexandre de seso sossacador estraño,/ pora los elefantes sossacó buen engaño».
L’Image contiene, infine, anche una seconda interessantissima notazione su
Alessandro e la sua condizione di chierico, che evidenzia come l’immagine del macedone
fosse irrimediabilmente carica di ambiguità su tutti i fronti, tanto quello politico quanto quello
culturale. Alessandro è sì inserito fra i

philosophes qui aloient par le monde […] pour cherchier et enquerre aucuns lieus que il
vouloient savoir. Dont mainte qui estoient philosophe, qui tout voloient esprouver, aloient par
mer et par terre pour mieulz enquerre la verité des choses, du ciel et de la terre.

ma, al contrario di Apollonio emblema di umiltà – ancora una volta un Apollonio contro
Alessandro – :

Alixandre en resoufri maint travaill autresi pour aprendre. Mès il s’en aloit richement comme
rois et a force de gent. Dont il ne pot mie si bien apprendre ne enquerre droite verité.

236
II.5
Del peccato e della morte: inoltrarsi fra le pieghe del testo

Seguire Alessandro attraverso le sue stesse parole – cioè i numerosi discorsi quasi
costantemente rimaneggiati e amplificati dall’anonimo rispetto alla fonte (spesso ridotta in
questo frangente a fornire esclusivamente un punto di ancoraggio nella struttura testuale per lo
sviluppo delle necessità narrativa del castigliano) – e attraverso lo specchio rappresentato
dalle reazioni dei propri uomini, significa poter tracciare una linea evolutiva del personaggio,
linea che conduce dalla gloria al pecado, e in tal modo assegna un senso preciso alla morte
finale (senza che questo aggettivo “preciso” voglia significare un’assenza totale di ambiguità)
– alla morte, si badi bene, non al problema della salvezza o meno del personaggio.
Ma anche se è possibile parlare di linea evolutiva, non concordo con l’opinione
comunemente diffusa e accettata secondo la quale questa linea disegnerebbe una parabola
perfetta che non conosce ombre nella sua fase ascendente, né bagliori in quella discendente.
Alla luce inquietante che l'episodio di Nettanabo, come ho già accennato discutendo
dell’interpretazione dello stesso da parte di Amaia Arizaleta, getta quasi di sfuggita ma in
modo tagliente sul giovane Alessandro, aggiungerei anche che la duplicazione dei prodigi al
momento della nascita – oltre che a quello della morte – imprime al racconto una struttura
circolare che suggerisce l’idea dell’esistenza di un qualcosa in nuce già all’inizio: il peccato e
la caduta. L’apparente estrema positività dei discorsi iniziali di Alessandro, e delle reazioni
dei suoi uomini, trova una sorta di contrappunto costante nei ritratti del condottiero posti in
bocca ai suoi avversari: in fondo, visto dall’esterno, Alessandro è fin dall’inizio ciò che si
rivelerà alla fine. Ma le due linee, quella celebrativa e quella demolitrice, viaggiano a lungo
su binari paralleli per poi fondersi nel momento in cui le stesse parole di Alessandro, quasi
rivelazioni – finalmente – di una personalità nascosta, disegnano il suo autoritratto, con i
medesimi lineamenti, si badi, delle precedenti rappresentazioni esterne: non a caso sarà in
questo momento preciso che qualcosa comincerà a spezzarsi nel rapporto idilliaco fra re e
vassalli. Molti lo giustificherebbero come il passaggio dallo status di exemplum a quello di
contra-exemplum, ma la comparazione serrata con la fonte, e l’evidenziazione quindi delle
alterazioni di quest'ultima da parte del poeta castigliano, dimostrano a mio avviso chiaramente
quanto questo contra-exemplum abbia un valore decisamente relativo per un sovrano, o
meglio se si assume il sovrano come principale, se non unico destinatario dell'opera.

237
D’altronde è attraverso le parole, più che i gesti, che Alessandro stupisce il mondo:

(LdA, 145) Ant' que fuessen a Dario las cartas allegadas,


fueron por toda India las nuevas arramadas;
las gentes se fazién todas meravilladas
de quál fue quien dixo atales palabradas.

Le coplas 2266-94, con l’ultima lunga arenga di Alessandro ai suoi uomini, segnano
l’autentico punto di non ritorno da parte del personaggio nel processo di disvelamento della
propria autentica natura. L’ultima arenga raccoglie dati sparsi in precedenza: man mano che si
procede nel racconto Alessandro si trasforma sempre più nel condottiero che vuole tutto
conoscere e tutto provare, mosso fin dal principio della sua avventura da un'ansia divorante;
ricordo fra l'altro che la storia alessandrina di conquista prende le sue prime mosse, quasi
come in un romanzo cavalleresco, da una ricerca d’aventure1:

(LdA, 127) Non quiso essa vida el caboso durar:


fue buscar aventuras, sus esfuerços provar;
non quiso caballeros, sinon pocos, llevar;
lo que valié con pocos se querié ensayar.

È un’inquietudine che si protende di volta in volta verso differenti oggetti: la conquista o la


conoscenza; un’inquietudine che il poeta di volta in volta amplifica traendo spunto dai versi di
Gautier o introduce ex nihilo di propria volontà.

(LdA, 264) Maguer fazié tal viento que las naves volavan,
semejava al rey que nada non andavan;
todas a maravilla catándolo estavan2.

(LdA, 1985-86ab) El rey Alexandre, un buen trasechador [trasnochador],


de veyerse en campo avía grant sabor,
que non lo retenié nin frío nin calor;
por todo dava poco, tant’era sofridor!

Tant’avié grant cobdiçia con Poro se fallar,


que de día nin de noche non finó de andar.

(LdA, 2143) Por todas essas nuevas nin por essos sabores,
non perdié Alexandre los malos baticores;
todas sus voluntades e todos sus amores
yazién en sólo Poro e en sus valedores.

1
E in Chevalerie (5071) si legge: «Si cum Alisandre aloit aventures querant».
2
Inserto originale.

238
(LdA, 2146) Non priso ningund plazo, metióse en carrera.
Avié con el sabor la voluntat ligera,
mas tanto quiso fer tesura sobrançera
que perdió de sus gentes muchas a la carrera.

(LdA, 2148) Moviesse por amor de ante recadar


por tal tierra que omne nunca pudo passar:
tierra que non podrié omne tanto andar
que podiesse un vaso d’agua limpia fallar.

(LdA, 2185ab) Con todos los lazerios nunca podiá folgar,


d’aquí a que se ovo con Poro a fallar.

Alessandro è colui che chiede perché vuole comprendere:

(LdA, 2103ab) Demandó Alexandre, ca querié entender,


qué gentes eran éstas o qué podién seyer.

(LdA, 1176) Oviera Alexandre d'esti logar oído,


ya lo querié aver de su grado veído,
ya querié su ofrenda aver ý ofreçido
e avrié de su grado d’aqués’agua bebido.

(LdA, 1180) El rey Alexandre guerrero singular,


que non dexó por dubda cosa d’ensayar,
metióse en carrera por veyer es' logar;
mas ante ovo mucho lazerio a passar.

(LdA, 1184) Quand' a toda su guisa ovieron sojornado,


por ir a Etiopía era todo fablado:
veyer dó el sole naçe, dó nunca fue poblado.

Un’atteggiamento che culmina nella spedizione sottomarina:

(LdA, 2309) Mandó que lo dexassen quinze días folgar;


las naves, con tod’esto, pensassen de andar.
Assaz podrié en esto saber e mesurar
e meter en escripto los secretos del mar.

Alessandro fa cioè in prima persona quel che il Giulio Cesare di Benoît commissionava ad
altri:

(Troie, 23135-41) Julius Cesar li senez,


qui tant fu saives e discrez,
fist tot chercher e mesurer.
Soz ciel nen ot terre ne mer,
ysle, province, pui ne flun,

239
ne pople en tot le mont nis un,
qu’il ne meïssent tot en letre.

Ma se Giulio Cesare si accontenta di “annotare” ciò che sta sotto il cielo, Alessandro, unico e
solo in questa sua avventura, si cala addirittura sotto la superficie del mare. Se l’Alessandro
del Roman francese è quello che aveva consigliato:

(Alex, IV, 811-13) Sire, vos me deïstes en la cité de Gainte


que bons rois conquereres doit tous jours porter enque
et pene et parkemin ou sa vie soit painte.

l’Alessandro del Libro si preoccupa di mettere per iscritto lui stesso, non solo ma anche, i
segreti del mare. È un’ansia che l’Alessandro castigliano condivide più con i suoi omonimi
romanzi che con il fondamentalmente guerriero alter-ego mediolatino. L’Alessandro francese
è un Alessandro che nel corso del romanzo matura due ossessioni, due ossessioni che
significano inglobare il mondo: raggiungere «les bonnes Artus» prima, conquistare Babilonia
poi. E una volta raggiunti i bonnes, si fa beffe delle superstizioni di Poro dichiarando senza
mezzi termini il suo essere sempre oltre:

(Alex, III, 2363-68) La gent de ceste terre sont fol et mescreant,


qui croient ces ymages et les von aourant,
qui n’oient ne ne voient ne d’aler n’ont talent.
Qui les geteroit ore ens en un fus ardant,
il n’ont tant de vertu ja mais en ississent.
Le matin irai outre trestous vos eus en voiant.

(Alex, III, 3872-76) Ja ne finerai mais de terre conquester


jusque de tout le mont segnor m’orrai clamer.
Ne por paor de mort nei lairai a a ler
ne praigne Babilone q’ai tant oi loer,
car avoir veul la tour qui au ciel dut fremer.

Alessandro è colui che:

(Alex, III, 3228) Ains nel creï li rois des qu’il l’ot esprové.

(Alex, III, 397-98) De ciaus de la mer voil savoir la verité,


ja mais ne finerai si l’avrai esprové.

Colui che chiede

240
(Alex, III, 3717-18) Se ja nule mervelle li savroient conter
qui fust bone a oïr et digne a ramenbrer.

perché

(Alex, III, 3727) Par Dieu […] la me convient aller3.

Un atteggiamento che culmina in questi versi:

(Alex, III, 4969-75) Je veul monter au ciel veoir le firmament,


veoir veul des montaignes en haut le comblement,
le ciel et les planetes et tout l’estelement
et tous les quinze signes ou li solaus descent
et comment par le mont courent li quatre vent,
sorveoir veul le siecle, si com li mons porprent;
la nue porte l’eaus, si veul savoir comment.

Alessandro è colui che in prima persona afferma:

(Alex, III, 5084) Tout ai ensaié et tout ai mesuré.

Nel Roman de Toute Chevalerie, che a buon diritto si può definire enciclopedico, Alessandro è
colui che:

(Chevalerie, 6848-51) […] Del Nil avoit douté,


ne savoit ou sordoit; unc ne li fu conté.
A ses hommes ewages ad donc comandé/
voisent acercher tant qu’il aient asené.

La blasfemia della curiositas di Alessandro raggiunge il suo vertice massimo nell'opera di


Thomas de Kent quando, di fronte alle statue poste da Ercole ai confini del mondo

(Chevalerie, 5392-400) Le roy Alisandre regarde lur figure,


la grandur de l’ymage fet a desmesure.
Merveilla le roy de si fete figure:
mult en prise l’engin, la vouse e l’entaillure,
l’or e les peres, le volt e l’estature.
Ne seit s’ele est geteisce ou a vousure,
ou coment sunt overees ou dont seit la soudure.
Quant il a nul de ceaux son penser n’aseure,
3
In Chevalerie l’episodio suona così: (7025-27) «Vous avez mult oy; dites si vous savez / nul estrange
merveille en ices regnez / qe facent a mettre en mes autoritez».

241
depecer les fet; mult trove overe dure.

La natura intellettuale del peccato ultimo alessandrino è stata già evidenziata e sintetizzata da
Isabel Uría Maqua4:

Es evidente que para nuestro poeta la soberbia es un pecado intelectual, un deseo desmedido
de saber, de conocer lo que está fuera del alcance del hombre, lo que Dios se reserva. No es un
pecado de ambición ni de codicia, sino de curiosidad intelectual desmedida, un querer saber lo
que está vedado al hombre y cuyo conocimiento sólo pertenece a Dios. […] La advertencia del
poeta se dirige, no sólo, pero sí sobre todo, al hombre intelectual, al sabio y científico
orgulloso de su saber y, a la vez, insaciable en su afán de conocerlo y descubrirlo todo, incluso
lo que está fuera de su alcance, pues sólo pertenece a Dios.

Ma se quanto appena citato è presupposto, e conclusione, del discorso, credo che a ulteriore
conferma di queste parole sia utile un viaggio fra le pieghe del discorso che, come detto,
segna il punto di rottura definitivo nella rivelazione progressiva dell’intima natura di
Alessandro. Il rivelarsi sempre più insistente della essenza del personaggio, compulsiva e
desmesurada,5 è accompagnata dal crescere dell’inquietudine dei suoi uomini. Così, dalla
iniziale fiducia incondizionata:

(LdA, 793) Señor – dixieron todos –, en todo te creemos;


des aquí adelante nunca más dubdaremos;
sólo que tú nos vivas por ricos nos tenemos;
por las bafas de Dario un figo non daremos.

si passa pian piano al primo tentativo di sedizione:

(LdA, 1204-06) Dizién: «Rey Alexandre, nunca devriés naçer,


que con todo el mundo quieres guerras tener.
Los çielos e las tierras quieres yus' tí meter,
lo que Dios non quïere, tú lo cuidas aver.

Tant avemos ganado quanto nunca cuidamos,


quanto más conquerimos tanto más cobdiçiamos.
Traemos grant soberbia, mesura non catamos,
avremos a prender aún lo que buscamos.

4
Isabel URÍA MAQUA, «La soberbia de Alejandro en el poema castellano y sus implicaciones
ideológicas», Anuario de estudios filológicos, 19 (1996), pp. 513-528, pp. 516-517.
5
Con riferimento a questo concetto nell'area francese si veda: Laurence HARF-LANCNER, «Alexandre
le Grand dans les romans français du Moyen Age: un héros de la démesure», Mélanges de l'Ecole
française de Rome, Moyen-Age, 112.1 (2000), pp. 51-63.
La desmesura è citata anche in Poridat de las poridades (p. 32): «[Fai attenzione, o
Alessandro] que non caya mi libro en manos de omnes de mal sent et desmesurado».

242
Tanto avemos fecho que los dios son irados,
nin el sol nin la luna non son nuestros pagados;
todos aquestos signos son por nuestros pecados:
quand' los dios son irados, nós seremos lazrados».

descrivendo il quale l’anonimo castigliano conia una sorta di slogan che funziona
perfettamente da cifra della parabola vitale alessandrina, cioè quel «quanto más conquerimos,
tanto más cobdiçiamos / traemos grant sobervia, mesura non catamos», sapientemente
costruito attraverso una simmetria e un chiasmo. I versi sono liberamente ispirati a G, V, 481-
95, con una modifica fondamentale dal punto di vista retorico, il passaggio cioè dal discorso
indiretto a quello diretto che conferisce maggiore drammaticità alla scena.
Dopo aver dichiarato con un ultimo atto di fedeltà e fiducia:

(LdA, 2295cd) Señor – dixieron todos –, piensa de cabalgar


todos te seguiremos por tierra e por mar.

si arriva infine al drammatico, anche per l’idea di impotenza che suggerisce6,

(LdA, 2297d) Ivan e non sabián escontra quál lugar.

(LdA, 2301) Quanto ivan las naves más adentro entrando


ívanse los peligros tanto más embargando.
«Señor – dizián las gentes –, tanto irás buscando
que lo que te dixemos irlo as ensayando».

Ma veniamo ora al discorso di cui si parlava. Il passaggio è ispirato a G, IX, 501-580 con
numerose, e significative, inserzioni originali:

Libro de Alexandre Alexandreis

2265 El omne, qual vezado, se veza aprender;


si de mucho andar, si de mucho yazer,
tómalo en natura: quiere esso tener.
Todos viven en esso, segund mi pareçer.

2266 El rey Alexandre en vida venturado 2266cd-67, 501-04: Postquam Pellei curato uulnere
com' de chiqueza fue de lazerio usado, pauci / effluxere dies, cum nondum obducta cicatrix
aún sano non era, nin el colpe çerrado, / Posse uideretur grauiorem gignere morbum, /
porque non guerreava estava enojado. Impaciens tamen ille morae parat arma

6
Più di una volta il comportamento di Alessandro genera sconcerto e sofferenza nei suoi uomini. Cfr. LdA,
1897-98: «El rey con su mano ençendió una faja, / diole a todo fuego, nol dolié nin migaja / non dexó de
quemar una mala meaja, / avié tampoco duelo como si fuesse paja. / Pésavales a todos del da ño grant que
era; / maguer eran pesantes, encubrién su dentera: / desque lo suyo mismo metié en la foguera, / non le
podién dezir una letra señera».

243
510-12: Rumor hic attonita impleuit militis aures, /
2267 Avié en essa quexa muy grant malenconía, Cumque fatigati regisque suaeque saluti consulerent
ond’avié grant pesar toda su compañía: proceres.
como non era sana aún la maletía,
tenién por aventura que farié recadía.

2268 Tod’era ya aguisado: naves e marineros, 2268, 508-09: Regibus Indorum Poro Abysarique,
bateles e galeas e conduchos pleneros; iuuante / Taxile, nauigii mandatur cura parandi.
Poro e Abisario, dos reyes cabdelleros,
éssos avién de ir en los más delanteros.

2269 Asmava el buen omne atravessar la mar, 2269-70a, 504-07: Impaciens tamen ille morae parat
que nunca pudo omne el cabo a fallar, arma repostis / Gentibus Oceani et celeres inferre
e buscar algunas gentes de otro semejar, sarissas, / Perdomitoque sibi nascentis cardine
por sossacar manera nueva de guerrear. Phebi, / Querere nescitum Nili mortalibus ortum.

2270 Saber el sol dó naçe, e Nilo de dó mana;


el mar qué fuerça trae quandl' fiere ventana;
Maguer avié grant seso, acuçia sobejana,
Semejava en esto una grant valitana.
2271cd-72ac, 510-14: Rumor hic attonitas impleuit
2271 La gente de Alexandre era muy cuitada, militis aures, / Cumque fatigati regisque suaeque
porque prendié carrera que nunca fue usada; saluti consulerent proceres / […] Conuenere duces,
la otra que non era la plaga bien sanada. quorum Craterus, ad ipsum / Vota precesque ferens
Por est’era en cueita toda la su mesnada. […] inquit.

2272cd, 514-17 ma il rimprovero suona in questo


2272 Prisieron su consejo todos los mayorales, modo: tua, regum maxime, uirtus’ / Inquit ‘et esuries
dixéronle al rey palabras comunales: mentis, cui maximus iste / Non satis est orbis, quem
«Señor, mal nos semeja buscar cosas atales, proponunt sibi finem / Vel quem sunt habitura
las que nunca pudieron fallar omnes carnales. modum?
525: Ad noua tendentes semper discrimina.

2273, 517-19: Tua si tibi uilis / Vt nunc est uel cara


2273 Si de nuestro lazerio tú non has nul cuidado, minus, preciosa tuorum / Sit saltim tibi, Magne,
miémbrete de ti mismo que fueste mal colpado. salus.
Si fazes recaida, tente por afollado:
non te valdrá un figo quanto que has lazrado.

2274 La tu fiera cobdiçia non te dexa folgar:


señor eres del mundo, non te puedes fartar;
nin podemos saber, nin podemos asmar
qué cosa es aquesta que quieres ensayar.
2275, ispirato da 519-24: Gens omnis in istos /
2275 Pero con todo esto,de ti non nos tememos: Conspiret iugulos, lateat sub classibus equor, /
sól' que tú seas sano, nos todo vençeremos; Cuncta uenenatos acuant animalia dentes, / Quelibet
de bestias nin de sierpes nós dubdo non avremos. occurrat ignoto belua uultu, / Omnibus obice nos
A ti teniendo çerca a todo nos trevemos. terrae pelagique periclis / Dummodo te serues, dum
tu tibi parcere cures.

2276b, 530-31: Quis te precipitem per mundi


2276 Pero tan fieras cosas sabes tú ensayar lubrica possit / Incolomem seruare diu?
que non te podriá omne ninguno aguardar; 2276c, 526-28: Secunde / Res ita se prebent ut nulli
las cosas non recuden todas a un lugar, fas sit in uno semper stare gradu.
el omne sabidor dévesse mesurar.

2277 Si meterte quisieres en las ondas del mar


o en una foguera te quieres afogar
o de una grant peña te quieres despeñar,

244
en qualsequiere d'ellas lo avás a lazrar.
2278, cfr. sopra 519-24
2278 Los reyes has conquistos, las sierpes has
domadas,
las montañas rompidas, las bestias quebrantadas;
quieres volver contienda con las ondas iradas,
de trebejo de vista non son ellas vezadas.
2279, vagamente ispirato da 538-43: Ignobile
2279 Non es honra nin preçio pora omne honrado bellum, / Degeneres pugnas, obscura pericula uita. /
meterse a ventura en lugar desguisado. Gloria quantalibet uili sordescit in hoste. / Indignum
Non li cayera preçio a Héctor el famado satis est ut consumatur in illis / Gloria uel uirtus ubi
de irse abraçar con un puerco lodado». multo parta labore / Ostendi nequeat.

2282 Fue el rey alegre, tóvolo en grant grado:


entendió de sus gentes que era bien amado.
Respondioles fermoso, ca era bien lenguado;
farié, si ál fiziesse, tuerto et grant pecado.
2283-86, ispirato da 546-56: ‘Non minimum uobis
2283 «Parientes e amigos, assaz lo demostrades obnoxius’ inquit / ‘Aut ingratus ero, non solum
en dichos e en fechos que mucho me amades; quod scio nostram / Vos hodie, proceres, uestrae
siempre assí fezistese e oy lo afirmades: preferre saluti / Sed quo ab introitu regni uel origine
si non, non lazrariades assí como lazrades7. belli / Erga me nullum pietatis opus uel amoris /
Pignus omisistis.
2284 Gradesco esto mucho que agora dixestes,
mas mucho más gradesco lo que siempre
fezistes;
los fijos e las mugeres por mí los olvidestes,
nunca lo que yo quis' non lo contradixestes.

2285 Dexastes vuestras casas e vuestras heredades,


passados ha diez años que comigo lazrades;
muchos vos ha costado e cansados andades,
por mi serviçio nada vós non menoscabades8.

2286 Maguer a mí servistes, quando a Poro domastes,


quando Dario vençiestes e las bestias rancastes,
la estoria troyana con esto la çegastes,
honrastes a vós mismos, nuestro preçio alçastes.
2287cd, 551-52: Verum non est michi prorsus /
2287 Feches grant derechura, si de mí vos temedes Mens ea que uobis
por algund mal achaque que perderme podriedes;
mas yo en mí non tengo el cuer que vós tenedes,
Otro esfuerço traigo, el que vós non sabedes.
2288ab, 559-62: Sed mundi rex unus ego, qui mille
2288 Non conto yo mi vida por añis nin por días, tryumphos / Non annos uitae numero, si munera
mas por buenas faziendas e por caballerías. recte / Computo Fortunae uel si bene clara retractem
Non escrivió Homero en sus alegorías / Gesta, diu uixi.
los messes de Aquiles, mas las barraganías9.
2289, differenti i versi di 563-65: Proximus est
2289 Dizen las escripturas, - yo leí el tratado -, mundi michi finis, et absque deorum / Vt loquar
que siete son los mundos que Dios ovo dado: inuidia, nimis est angustus et orbis, / Et terrae
7
Cfr. LdA, 1836b: «pora nuestro lazerío dar büena finada»; LdA, 965c: «todo nuestro lazerío aquí lo
acabamos.
8
Cfr. anche LdA,1841: «Bien entiendo, amigos, las vuestras voluntades, / grant tiempo ha passado que
comigo andades; / querriédesvos tornar a vuestras heredades. / Sí Dïos me bendiga, con derecho andades».
9
Notazione analoga anche in Chevalerie, 7928-32: «Et ore si jeo doi mes jorneez conter, / fors qe poy des
anz je n'i poes noter, / et si mes victoires comence a nombrer / qe Fortune me vot de grace destiner, /
longement ay vesqui, ceo puis jeo tesmoigner».

245
de los siete el uno apenas es domado, tractus domino non sufficit uni.
por esto yo non conto que nada he ganado.

2290 Quanto avemos visto antes non lo sabiemos,


si ál non aprisiéssemos, en balde nos viviemos:
por Dario e por Poro, que vençido avemos,
yo por esto non cuido que grant cosa fiziemos.
2291, al contrario in 566-68 la conquista è di tipo
2291 Enviónos por esto Dios en aquestas partidas, territoriale: Quem tamen egressus postquam hunc
por descobrir las cosas que yazen sofondidas; subiecero mundum, / En alium uobis aperire
cosas sabrán por nós que nos serián sabidas, sequentibus orbem / Iam michi constitui. Nichil
serán las nuestras nuevas en crónicas metidas. insuperabile forti.
573-77: Ignotosque locos uulgusque ignobile bellis /
Nobilitabo meis, et quas Natura remouit / Gentibus
occultas calcabitis hoc duce terras. / Hiis operam
dare proposui nec rennuo claram / Si Fortuna ferat
uel in hiis extinguere uitam.

2292ab, 557-58: Degeneres animi pectusque


2292 Los omnes que non saben bon preçio aprender ignobile summum / Credunt esse bonum diuturna
por esto tienen gloria: en balde se yazer; uiuere uita.
mas diz' lo el maestro, mándalo retener:
qui prodeza quisiere afán deve prender.
2293b, 569-70: Antipodum penetrare sinus
2293 Con todos vós a una queriéndome seguir, aliamque uidere / Naturam accelero.
buscaré los antípodes, quiéroslos conquerir;
éstos son so la tierra, com’oyemos dezir;
mas yo non lo afirmo, ca cuido de mentir.
2295, ispirato da 570-72: Michi si tamen arma
2294 Porque vós me querades encara falleçer, negatis, / Non possum michi deesse. Manus
- lo que yo nunca cuido oír nin de veyer -, ubicumque mouebo, / In theatro mundi totius me
aquí son las mis manos que me suelen valer, rear esse-
que se saben en priessa fierament' revolver.

Il successivo lamento di Natura a Dio, in quello che a mio avviso è l’unico passaggio
autenticamente “filosofico” dell’opera, è già tutto nelle inserzioni originali di questo
passaggio: le coplas 2325-33 (basate su G, X, 6-142) non faranno altro che riprenderne gli
elementi essenziali mutando il segno del discorso dall’auto-elogio alla condanna, in un
ribaltamento del punto di vista che non esclude anche, come al solito, alcuni tocchi ironici.

2325 Natura que cría todas las crïaturas,


las que son paladinas e las que son escuras,
tovo que Alexandre dixo palabras duras,
que querié conquerir las secretas naturas.

2326 Tovo la rica dueña que era sobjugada,


que le querié él toller la ley condonada:
de su poder non fuera nunca desheredada,
sinon que Alexandre la avié aontada.

2327 En las cosas secretas quiso él entender 2337, le motivazioni dell’ira di Natura suonano
que nunca omne vivo non las pudo ant saber; diversamente in 6-10: Interea memori recolens

246
quísolas Alexandre por fuerça conocer: Natura dolore / Principis obprobrium mundo
nunca mayor soberbia comidió Luçifer. commune sibique, / Qui nimis angustum terrarum
dixerat orbem / Archanasque sui partes aperire
parabat gentibus armatis
2328 Aviéle Dïos dado los regnos en su poder,
non se le podié fuerça ninguna defender;
querié saber los mares, los infiernos veyer,
lo que non podié omne nunca acabeçer.

2329 Pesó al Crïador que crïó la Natura;


ovo de Alexandre saña e grant rencura.
Dixo: «Este lunático que non cata mesura:
yol' tornaré el gozo todo en amargura!

2330 El sopo la soberbia de los peçes judgar;


la que en sí tenié non la sopo asmar.
Omne que tantos sabe judiçios delibrar
por qual judiçio dió, por tal debe passar».

2331 Quando vío la Natura que al Señor pesava, 2331, 10-11: subito turbata uerendos / Canicie
ovo grant alegría, maguer triste andava; uultus, ylen irata.
moviose de las nubes, de do siempre morava; 13-14: turbida […] / Velataque nubis amictu.
por mostrar su rencura quál quebranto tomava!

2332 Bien veyé que por omne nunca serié vengada,


ca moros e judíos temíenla su espada,
asmó que la echassen una mala çelada:
buscar cómo le diessen collaçión enconada.

2333 Pospuso sus labores, las que solié usar, 2333ab, 11-14: nouumque / Intermittit opus et quas
por nuevas crïaturas las almas guerrear; formare figuras / Ceperat, et uariis animas infundere
deçendió al infierno su pleito recabdar, membris turbida deseruit.
pora al rey Alexandre mala carrera dar. 2333c, 15: ad Stiga tendit iter mundique archana
secundi.
2424 Tant’avemos, señores, la razón alongada,
dexamos la Natura sola, desamparada;
mas tornemos en ella, fagámosla pagada;
entendamos en ella fasta ont' sea tornada.

2425 Deçendió al infierno recabdar su mandado;


el Infierno con ella fue luego espantado;
paróse a la puerta su bozo emboçado,
que non la embargase el Infierno enconado.

2426 Mandó luego la dueña a Belçebut llamar: 2426cd-2427ab, ispirato a 76-81: fornace relicta /
fue aína venido, non lo osó tardar; Tendit eo, sed eam ne terreat, ora colubri / Ponit et
pero camió el hábito con que solié andar, in primam redit assumitque figuram / Quam dederat
quand' temié que la dueña poders’ iá espantar. Natura creans cum sydere solis / Clarior intumuit
tantumque superbiam mentem / Extulit ut summum
2427 Priso cara angélica, qual la solié aver partiri uellet Olympum.
quando enloqueçió por su bel pareçer.
«Señora, – diz – qué puede esta cosa seer?
Yo nunca vos cuidava en tal lugar veyer».

2428 Mas d’aquesto non quiso escuchar la reïna,


ca querié recabdar e tornarse aína.
Non querié luengamente morar en la sentina,
ca era toda llena de mala calabrina.

247
2429 «Cueita me faz prender a mí esta carrera,
cueita es general, que non una señera;
si fuere la menaza de Alexandre vera,
non vale nuestro reino un vil cañavera.

2430 El rey de los griegos, un soberbio varón, 2430, ispirato a 91-93: Qui classe subacto / Equore
ha el siglo echado en grant tribulación: Pamfilico Darium ter uicit et omnem / Confringens
vençió al rey de India e al de Babilón, Asiam Porum seruire coegit / Indomitum bellis.
ha Media e Africa con su subjecçïón.

2431 Non lo osan los reys en campo esperar,


non lo pueden las bestias nin las sierpes durar.
Temen la su espada todos de mar a mar,
non es omne naçido quel' pueda contrastar.

2432 Non se tovo por esto encara por pagado: 2432, ispirato a 93-95: Nec eo contentus eoas /
el secreto del mar ave escodriñado; Vestigat latebras et nunc uesanus in ipsum /
por todos los peligros nunca fue quebrantado, Fulminat Oceanum.
encara en India está él más pagado. Ma il dettato latino continua cosí, 95-98: Cuius si
fata secundis / Vela regant uentis, caput indagare
remotum / A mundo Nyli et Paradysum cingere
facta / Obsidione parat.

2433 Quando no falla cosa quel' pueda contrastar, 2433, ispirato a 98-100: et ni tibi caueris, istud /
dize que los Infiernos quiere destrañar; Non sinet intactum Chaos Antipodumque recessus /
todos los míos secretos quier' despaladinar, Alteriusque uolet nature cernere solem.
a mí e a vos todos en cadenas llevar.

2434 Tú pudiest' los parientes primeros deçebir, 2434, ispirato da 102-04: Que tua laus, coluber, uel
por ond’en tu cadena ovieron a morir. que tua gloria primum / Eiecisse hominem si tam
Si ésti vençiere lo que cuida complir uenerabilis ortus cedat Alexandro?
de la tu ocasión avremos qué dezir.

2435 Quando fust' por tu culpa de los çielos gitado, 2435, 82-87: Quo dea conspecto ‘scelerum pater’
non aviés do entrar, estavas desirado, inquit ‘et ultor, / Quem matutini superantem lumine
Yo te di este lugar, por ond’eres dubdado; uultum / Luciferi tumor etherea deiecit ab arce, / Ad
por vengar mi despecho debes seyer pagado». te confugio tandem miserabilis, ad te, / Quem, ne
nulla tibi perdenti sydera sedes / Esset, in hac saltim
terrarum nocte recepi.
2436 Don Satanás non quiso la verdat [voluntat] tardar;
batió amas sus manos, penssó de tornar:
por ond' nunca passava mandava pregonar,
que pensassen las leys sus casas a guardar.

2437 Non echó Satanás la cosa en olvido, 2437, 108-09: Nec mora, rugitu tenebrosam concutit
demudó la figura, echó un grant bramido: urbem / Conciliumque uocat.
fue luego el conçejo del Infierno venido;
el que vinié mas tarde teniésse por fallido.

2438 «Quiérovos yo, conçejo, unas nuevas contar


en las quales debedes todos mientes parar:
fazienda vos acreçe, quiérenvos guerrear,
si mientes non metiéredes puédenvos quebrantar.

2439 El rey de los griegos es muy fiero sallido,


omnes, sierpes e bestias, todo lo ha vençido;
con el poder agora es tanto enloquido
que miedo e verguença todo lo ha perdido.

248
2440 Non le cabe el mundo nil puede abondar 2440, ispirato da 131-33: Ecce, sed id taceo, rupto
dizen que los antípodes quiere venir buscar; parat obice terrae / Tartareum penetrare Chaos
desent' tiene asmado los Infiernos proiçiar, belloque subactis / Vmbrarum, dominis captiuos
a mí con todos vós en cadenas echar. ducere manes.

2441 Pero en una cosa prendo yo gran espanto: 2441-42, ispirato da 134-39 esplicitando il dato
cantan las Escripturas en desabrido canto, biblico: Est tamen in fatis, quod abhominor, affore
que parrá una virgen un fijo muy santo tempus / Quo nouus in terris quadam partus nouitate
por que han los Infiernos a prender mal quebranto. / Nescio quis nascetur homo qui carceris huius /
Ferrea subuersis confringet claustra columpnis, /
2442 Si es ésti o non non vos lo sé dezir, Vasaque diripiens et fortia fortior arma, / Nostra
mas un valient 'contrario vos ha a devenir; triumphali populabitur atria ligno.
tollernos ha las almas – esto non pued fallir –,
robarnos ha el campo, nol' podremos nozir.

2443 Comoquiere que sea, debemos aguisar 2443, ispirato da 140-42: Proinde, duces mortis,
cómo carrera mala le fagamos tomar. nascenti occurrite morbo / Et regi Macedum. Ne
Quisquiere que esto pudiesse acabar forte sit ille futurus / Inferni domitor, leto precludite
gualardón le daría que non sabría asmar». uitam.

I due brani offrono nel loro complesso una panoramica completa sulle parole-chiave
dell’intero poema e l’ultimo discorso di Alessandro, in particolare, si presenta come una
summa di tutti i precedenti; esso è il più complesso perché, a differenza degli altri, fra le sue
righe a parlare è un clérigo travestito da caballero, un clérigo che utilizza il linguaggio della
caballería per esprimere un ideale di clerecía: l’Alessandro conquistatore si è rivelato infine
pienamente l’Alessandro che legge. E le affermazioni scivolano inavvertitamente, spesso con
incertezza ma inesorabilmente, da un piano di lettura all’altro. Credo che la problematica di
fondo che genera tante ambiguità nel LdA, e anche qualche incongruenza, sia la compresenza
dei due elementi del topos clergie/chevalerie nella figura di Alessandro; tale unione, portata
alle estreme conseguenze e spinta al di là di una dimensione superficiale, fa sì che Alessandro,
storicamente caballero – e da caballero sono sostanzialmente i dati biografici a disposizione
di qualsiasi autore – e letterariamente anche clérigo, risulti personaggio difficile da gestire.
Quello a cui assistiamo nel procedere della storia è, a mio avviso, l’affermarsi di Alessandro
sempre più nello spirito di un clérigo ma mantenendo le vesti del caballero, il che implica un
continuo mescolarsi dei piani nell’alternanza fra testo ereditato dalla fonte e testo inserito
dall’anonimo. Si potrebbe dire che Alessandro muore nel momento in cui pone la clerecía di
fronte alla caballería.
Uno dei primi discorsi di Alessandro, quello con il quale cercava di rassicurare i suoi
uomini al momento della partenza per l’Asia (coplas 245-75), intriso com’è di chevalerie,
potrebbe rispondere bene all’idea proposta da Amaia Arizaleta di vedere nell’eroe macedone

249
un alter-ego dei gloriosi sovrani della Reconquista. È un Alessandro che dichiara infatti (in
versi originali):

(LdA, 253d-57) «Ay, amigos, tenédesme gran tuerto!

Si nós d’aquí non imos en paz nunca vivremos,


de premia e de cueita nunca escaparemos;
por tres meses o cuatro que nós ý lazraremos
atamaña flaqueza demostrar non debemos.

[…] Nós, por aquesto todo, dos razones avemos:


la una, que los reinos de Dario ganaremos;
la otra, de que cueita por siempre más ixiremos.
Esforçadvos, amigos, que alegres tornaremos!».

Parallelo a quello sulla liberazione e la conquista si affaccia anche, ancora timidamente, il


discorso sulla fama, una fama tutta cavalleresca:

(LdA, 256ab) Alçides si non oviés a España passado,


maguer era valiente, non serié tan contado 10.

Emergono anche i tratti caratteriali caratteristici di Alessandro, in primo luogo una sorta di
compulsività:

(LdA, 251cd) Quanto tardades! Prendo grant menoscabo,


ca m’está la vitoria ya el puerto clamando11.

(LdA, 264ab) Maguer fazié tal viento que las naves volavan,
semejava al rey que nada non andavan12.

(LdA, 1186ab) Plaçió a Alexandre, pensó de cavalgar,


ca murié el dïablo por amor de lidiar.

È un Alessandro titanico isolato fin dal principio rispetto ai suoi uomini, i quali
fondamentalmente spesso non lo comprendono:

(LdA, 262) Grant cosa fue del rey e de coraçón:


nunca tornó cabeza nin dexó su razón;
o serié tan alegre en su tierra o non,
non semejó en cosa a nul otro varón.

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11
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250
(LdA, 264c) Todos a maravilla catándolo estavan.

E, non comprendendo, i suoi uomini sono spesso preda dell’inquietudine. Il latino:

(G, II, 361-72) Cum patrio discederet incola portu,


Stridula discussit concentibus aera miris
Vox hominum presaga mali […]
O patriae natalis amor, sic allicis omnes
O quantum dulcoris habes!
[…] Sola tamen reuocat patriae dulcedo uolentes
Nec sinit a patria diuelli mentis acumen
Sed dulces oculos animumque retorquet ad Argos.

diviene

(LdA, 252ab-53cd) ívanse a los griegos los cueres demudando:


pocos avié ý d'ellos que non fuessen plorando./

Ellos ploravan dentro, las mugeres al puerto,


com' si toviés' cad’una a su marido muerto.

(LdA, 261) […] El rey non pudo tanta retórica saber,


que les podiés' la dolor del coraçón toller:
quanto más ivan yendo más se querián doler,
e non podián por nada las lágremas tener.

Il discorso tenuto da Alessandro alla fine del racconto troiano (coplas 764-71), con la sua
esaltazione del ricordo fissato dalla scrittura nella memoria dei posteri – altro concetto chiave
– potrebbe ancora ben adattarsi a fini propagandistici di tipo politico. In uno strano mélange
di sacro e profano, Alessandro predicatore-propagandista trasforma la storia troiana in
exemplum profano sulla necessità della sofferenza (del lazerío, parola abituale sia sulla bocca
di Alessandro che su quella dei suoi uomini per designare l’intera avventura di conquista) per
acquistare preçio (un valore ancora cavalleresco ma condivisibile, nella sua vertente di fama,
anche da un chierico), e attraverso il preçio conquistare lo spazio-livro e il diritto a essere
ricordati, a essere “raccontati”. In questo contesto – e ricordo che l’intero passaggio è solo
vagamente ispirato al dettato latino (G, I, 478-498) – effettivamente la scrittura viene vissuta
come scrittura ideologicamente al servizio di qualcosa, in contrapposizione al (quasi) gusto
del racconto per il racconto della copla 3, racconto che, se di buona qualità, è in grado di
garantire fama al suo raccontatore («Qui oir lo quisier’, a todo mio creer, / avrá de mí solaz,

251
en cabo grant plazer: / aprendrá buenas gestas que sepa retraer; / averlo han por ello muchos a
coñoçer»):

(LdA, 764cd-65) Los que tan de femençia en libro las metieron


algún pro entendién por que lo escrivieron.

Los maestros antiguos fueron de grant cordura,


trayén en sus faziendas seso e grant mesura,
por esso lo metién todo en escriptura,
pora los que viniessen meter en calentura.

Alessandro, con la sua rievocazione della vicenda troiana, conosciuta de coraçón come si
addice a un buon letterato, non ha fatto altro che attualizzare le intenzioni degli antichi autori;
infatti:

(LdA, 773) Quando entendió el rey que estavan ardientes,


los cueres saborgados, ençendidas las mientes,
fizo rancar las tiendas, mandó mover las gentes
por ir buscar a Dario a las tierras calientes.

Considerando il paragone d’apertura con un predicatore, ci troviamo forse quasi di fronte a


una scena di propaganda da Crociata? «El clérigo al servicio del rey», come direbbe Amaia
Arizaleta? Lo spirito della copla 3 non è però dimenticato del tutto, dato che i Greci hanno
inizialmente tratto piacere anche dal semplice racconto:

(LdA, 762) Quando ovo el rey complido su sermón


más plogó a los griegos que si les dies' grant don:
fueron todos alegres, que siguié bien razón
e que tenié los nombres todos de coraçón.

L’esattezza dei particolari e l’abilità nel raccontare procurano già di per sé piacere: la retorica
serve qui a delectare, successivamente Alessandro la sfrutterà anche per persuadere.

Ma torniamo all’ultimo discorso. Esso raccoglie tutti i motivi sparsi precedentemente: la


fedeltà nel lazerío dei suoi uomini, il preçio, il superamento della storia troiana – e l’allusione
ai dieci anni di lazerío dei macedoni sembra quasi un ulteriore riferimento a quella storia –, e
al tempo stesso la costante inquietudine che serpeggia nelle fila dell’esercito macedone. Ma
fra Alessandro e i propri uomini ormai si spalanca l’abisso e il Macedone emerge in tutta la

252
sua dimensione titanica, titanica ma non prometeica, perché qui non c’è nessun fuoco da
rubare agli dei per farne dono agli uomini.
Nell’ultimo discorso di Alessandro avviene il cortocircuito fra le poetiche dei due
autori: Gautier fa parlare il cavaliere, l’anonimo il clérigo d’escuela che mai come in questo
momento è «the old Adam» dipinto da Raymond Willis.
L’ansia e compulsività di Alessandro diventano ora esplicitamente una oscura forza
interiore incomprensibile agli altri e incomunicabile:

(LdA, 2287cd) Mas yo en mí non tengo el cuer que vós tenedes,


otro esfuerço traigo, el que vós non sabedes.

È la compulsività ben descritta dall’ambasciatore sciita nei versi originali del poeta
castigliano:

(LdA, 1924cd) Semejas al hidrópico que muere por beber,


quanto más va bebiendo el más puede arder.

Mai come in questo momento Alessandro è colui che deve provare, ensayar13, seconda parola
chiave della vicenda dopo lazerío. I suoi uomini chiedono:

(LdA, 2274d) Qué cosa es aquesta que quieres ensayar?


(LdA, 2276ab) Tan fieras cosas sabes tú ensayar
que non te podriá omne ninguno aguardar.

E per tutta risposta Alessandro:

(LdA, 2293cd) éstos [gli Antipodi] son so la tierra, com’ oyemos dezir,
mas yo non lo afirmo, ca cuido de mentir.

Non lo afferma, possiamo ipotizzare, perché non lo ha provato14. D’altronde:

13
Un caso estremo – per cinismo – di ensayar del tipo di alessandrino (assai simile a un rinomato episodio
legato a un altro sovrano dall'aura alessandrina, Federico II) è ricordato nel Libro de los buenos proverbios
(p. 36): «Oyo de su maestro Aristotiles que de la tristicia se desfaze el coraçón, e que lo faze muy chico.
Pues quisolo probar, e mando tomar un animalia el es mas cerca de la natura del omne, e mandolo prender,
e prisol' muchos dias, e mandol' meter en un logar muy apartado, e daval' de la vianda tanta quanta se
mantoviesse, e a cabo de muchos dias mandol' sacar, e fizol' matar, e fallaron su coraçon muy chico e muy
desfecho. Pues sopo que Aristotiles el sabio, que dixiera verdat de sos ensennamientos».
14
Propongo di interpretare in questo senso i versi in esame, mentre GARCÍA LÓPEZ («Introducción», in
Alexandre cit, p. 555) li legge così: «El autor afirma la existencia de habitantes en las Antípodes, pero
distanciándose adecuadamente de esta afirmación, lo que indica que conocía la polémica clásica sobre

253
(LdA, 2290ab) Quanto avemos visto, antes non lo sabiemos;
si ál non aprisiéssemos en balde nós viviemos.

La conquista degli Antipodi in senso potremmo dire “territoriale”, che è al centro del discorso
mediolatino – dove si parla di un orbs troppo stretto fisicamente per contenere questa brama
sovrumana di spazi e potere – si trasforma nel discorso castigliano in metafora di un’altra
conquista, conquista attraverso la conoscenza15 (nuova arma offensiva) dell’arcano della
creazione: Alessandro è Lucifero, Alessandro è Adamo 16, Alessandro è la riattualizzazione del
peccato della soberbia nel secolo dei clerici. Ciò che nella visione delirante di Alessandro
garantirà la memoria in un libro (LdA, 2291d, «serán las nuestras nuevas en crónicas
metidas») non è più il solo lazerío per la conquista, ma il fatto che gli uomini (LdA, 2291c)
«cosas sabrán por nós que non serián sabida». Quella di Alessandro è sì vertigine da desiderio
di conquista, con accenti apocalittici (LdA, 2289cd, «De los siete [mondi] el uno apenas es
domado, / por esto yo non conto que nada he ganado»17) ma, nella versione castigliana, è

el asunto [se gli Antipodi esistessero o meno] y sabía que ahí contradecía opiniones de los Padres, y
especialmente de Augustín de Hipona».
15
«Alejandro no es sólo conquistador sino explorador; tanto como dominar le interesa descubrir y conocer.
El ansia de conocimiento como móvil de conquista y aventura gloriosa – cuna “clerical” enclavada en el
mundo caballereseco – es el eje en torno al cual Juan Lorenzo organiza esta porción de la biografía poética
de Alejandro» (María Rosa LIDA DE MALKIEL, La idea de la fama en la Edad Media castellana, México
1952, pp. 190-91).
16
Come giustamente hanno sottolineato BLY E DEYERMOND, «The Use of Figura cit.».
17
G, X, 320-21: «Plures esse refert mundos doctrina priorum. Ve michi, qui nondum domui de pluribus
unum!», ma cfr. anche Jean de Salisbury, Policraticus, Liber VII: «Alexandri pectus laudis insatiabile, qui
Anacharsi comiti suo ex autoritate Democritis praeceptoris innumerabiles mundos esse referenti, Heu me
inquit miserum, quod nec uno quidem ad huc potitus sum!».

254
anche vertigine da desiderio di conoscenza18. Quella che si apre di fronte ad Alessandro, e che
terrorizza i suoi, è «una carrera que nunca fue usada»:

(LdA, 2272cd) Señor, mal nos semeja buscar cosas atales,


las que nunca pudieron fallar omnes carnales.

La morale che i suoi uomini gli pongono davanti è chiarissima, ma ormai inascoltabile per
Alessandro, ed è la chiave della morale del LdA:

(LdA, 2276d) El omne sabidor dévesse mesurar.

Il confine è ormai irrimediabilmente superato per Alessandro, e sotto le apparenze – la


conquista dei mondi – è un desiderio più blasfemo che lo anima:

(LdA, 2291b) Descobrir las cosas qe yazen sofondidas [escondidas] 19

18
Non condivido l’interpretazione di Ian Michael, partidario di una condanna finale di Alessandro:
(«Interpretation of the Libro de Alexandre: The Author's Attitude towards his Hero's Death», Bulletin of
Hispanic Studies, 37.4 (1960), pp. 205-214, p. 209): «Alexander is condamned, then, not merely for
probing into Nature’s secrets, but for whising to conquer (and not just to learn of) these unknown spheres.
His sin is not that of curiosity, but the mortal sin of pride. […] It is probable that mere curiosity about
natural science did not seem to him a sin at all, since he himself seems to have been interested in the
subject».
Mentre in Gautier a emergere sarebbe la sola curiositas, nel LdA la condanna di Dio ricadrebbe su
Alessandro per aver voluto conquistare il regno di Natura.
Ma un semplice sguardo ai versi latini è sufficiente per dimostrare il contrario: (G, IX, 562-75)
«Tracas Asiamque subegi. / Proximus est mundi michi fines, et absque deorum / Vt loquari inuidia, nimus
est angustus et orbis, / Et terrae tractus domino non sufficit uni. / Quem tamen egressus postquam hunc
subiecero mundum, / En alium uobis aperire sequentibus orbem / Iam michi constitui. Nichil insuperabile
forti. / Antipodum penetrare sinus aliamque uidere / Naturam accelero. Michi si tamen arma negatis, / Non
possum michi deesse. Manus ubicumque mouebo, / In theatro mundi totius me rear esse, / Ignotosque locos
uulgusque ignobile bellis/ Nobilitabo meis, et quas Natura remouit / Gentibus occultas calcabitis hoc duce
terras»; (G, X, 312-19) «Nunc quia nil mundo peragendum restat in isto, / Ne tamen assuetus armorum
langueat usus, / Eia, queramus alio sub sole iacentes Antipodum / populos ne gloria nostra relinquat / Vel
uirtus quid inexpertum quo crescere possit / Vel quo perpetui mereatur carminis odas. / Me duce nulla meis
tellus erit inuia. Vincit / Cuncta labor. Nichil est inuestigabile forti».
19
Alan DEYERMOND («El Alejandro medieval, el Ulises de Dante y la búsqueda de las Antípodas», in
Maravillas, peregrinaciones y utopías: literatura de viajes en el mundo románico, Rafael Beltrán, Rafael
Beltrán Llavador (eds.), Valencia 2002, pp. 27-32) fa notare la validità di entrambe le lezioni: sofondidas
significa 'sommerse', anticipando quindi le avventure sottomarine di Alessandro, ed è anche possibile che
allluda agli Antipodi; escondidas si riferisce invece a «las cosas secretas». L’autore ha anche fatto notare
una strettissima somiglianza, «una correspondencia exacta en cuanto a la distribución de motivos, aunque
no en cuanto a su orden», fra questo passaggio del LdA e l’ultimo viaggio di Ulisse nell’Inferno dantesco. Il
parallelo, non nei versi specifici ma nello spirito della scena, era già stato evidenziato da María Rosa Lida
de Malkiel (La idea de la fama cit., p. 194): «Tanto en los maravillosos versos de Dante como en los del
oscuro clérigo de Astorga, palpita bajo la ortodoxa condena la evidente fascinación, de entender el ámbito
del saber, simbólicamente identificado con el del mundo geográfico conocido. Y en uno y otro poema el
conflicto entre la razón moral de poeta y su escondida emoción ha aureolado de noble tragedia la figura de

255
Blasfemia e ironia si intrecciano in queste parole: Alessandro si sente investito rispetto a
quest’ultima impresa da una sorta di missione divina (LdA, 2291a, «Envionos por esto Dios
en aquestas partidas») eppure sarà Dio stesso, irato, a condannarlo. Il «Dios te dexe vevir»
pronunciato da Nectanabo morente rivela qui tutti i suoi significati, e il suo tono quasi
canzonatorio.
A conferma che quest’ultima è la vera causa della condanna di Alessandro nella
versione castigliana della vicenda, il passaggio – completamente originale – dedicato al
lamento di dueña Natura di fronte a Dio è tutto costruito sugli ultimi termini-chiave
evidenziati:

(LdA, 2325cd) [la Natura] tovo que Alexandre dixo palabras duras,
que querié conquerir las secretas naturas.

(LdA, 2433c) Todos los mios secretos quier' despaladinar.

Questa conquista de «las secretas naturas»20 si realizza attraverso la conoscenza:

(LdA, 2327) En las cosas secretas quiso él entender


que nunca omne vivo non las pudo ant21 saber;
quísolas Alexandre por fuerça conoçer:
nunca mayor soberbia comidió Luçifer.

Entender/saber/conoçer/Luçifer: non potremo mai affermare con assoluta certezza che la


scelta dei rimanti nasconda volontariamente anche una precisa associazione concettuale, ma

descubridor fallido».
20
Forse Gautier offre lo spunto, il suggerimento iniziale, con le parole pronunciate da Alessandro in punto
di morte: (G, X, 408-09) «Cum Ioue disponam rerum secreta breuesque/ Euentus hominum superumque
negocia tractem».
21
Preferisco la lettura ant a quella a dell'edizione di García López.

256
certamente, anche se fosse involontario, il risultato è mirabile 22. Alessandro è Lucifero23: essi
condividono lo stesso peccato:

(LdA, 2327d) Nunca mayor soberbia comidió Luçifer.

(LdA, 2330ab) El [Alessandro] sopo la soberbia de los peçes judgar,


la que en sí tenié non la sopo asmar.

(LdA, 2427b) [Lucifero] enloqueció por su bel pareçer.

(LdA, 2439c) [Alessandro] con el poder agora es tanto enloquido24.

Gli uomini di Alessandro esitavano a dichiararlo apertamente ma:

(LdA, 2270d) Semejava en esto una grant valitana.

Essi gli avevano ricordato che:

(LdA, 2276d) El omne sabidor dévesse mesurar.

Dio lo condanna come:


22
Amaia Arizaleta ha segnalato un altro caso di scelta interessante dei rimanti in (LdA, 1208): «Mandó
venir los sabios que sabién las naturas, / que entendién los signos e las cosas escuras; / mandoles que
guardassen, segunt las escripturas, /qué signos demostravan estas tales figuras»; che così commenta
(«Semellan cit.», p. 39): «La perfecta construcción de esta estrofa probablemente corresponda a su
significado nuclear, ya que saber equivale a lo escrito y entender a leer, a decifrar el signo del libro ideal».
23
BLY-DEYERMOND, «The Use of Figura cit.», p. 166: «Lucifer was, to a medieval Christian, an of the
most emotionally powerful of the exempla of fallen greatness, and the use of this exemplum at such a
juncture would be particularly memorable for readers of the poem». La figura di Lucifero poteva al tempo
stesso funzionare da richiamo per un altro peccato terribile, quello de tradimento. E così, nel Fuero real «al
referirse a la rebelión de Lucifer y de los demás diablos como un ejempo de maledicencia contra Dios a
pesar de los favores otorgados por Este a los ángeles rebeldes, siendo expulsados del Cielo […] Así la
crítica contra el rey se convierte en traición y el traidor en lo más parecido a Lucifer. Si éste no fue
perdonado por Dios, mucho menos podrá serslo el súbdito que traiciona a su monarca» (José Manuel NIETO
SORIA, «Imágenes religiosas del rey y del poder real en la Castilla del siglo XIII», En la España Medieval,
5 (1986), pp. 709-729).
24
A proposito dell'uso di questo termine enloqueció riferito tanto a Lucifero quanto ad Alessandro, segnalo
un suggestivo contributo sulla scia di quello di BLY-DEYERMOND, «The use of figura cit.», vale a dire Mary
J. KELLY, «Another Example of Figura in the Libro de Alexandre», Journal of Hispanic Philology, 4.2
(1985), pp. 147-151. Riferendosi alle allusioni a Bacco l'autrice afferma: «It is in this image of Bacchus as
a mad but successful conquiror that the thematic parallel with Alexander lies. Madness is one element in
the conglomerate of sins that comprise cobdiçia in the Alexandre»; cfr. la reazione di Dario (LdA, 155):
«Siempre son orgullosos los chicos por natura, / siempre trahen sobervia e andan con locura»; così anche i
costruttori della torre di Babele «fazién grant locura». La follia sembrerebbe in realtà costantemente in
agguato alle porte del pensiero, data la sua natura intrinsecamente fragile (LdA, 987): «El cuidar de los
omnes todos es vanidat / los nuestros pensamientos non han establidat / qua non es nuestro seso si no
fragilidat / fuera que nos contiene Dios por su piedat».

257
(LdA, 2239c) Este lunático que non cata mesura.

Gli scenari apocalittici si intrecciano:

Alessandro (LdA, 2289) Dizen las escrituras – yo leí el tratado –


que siete son los mundos que Dios ovo dado;
de los siete el uno apenas es domado,
por esto yo non conto que nada he ganado.

Lucifero (LdA, 2441) Pero en una cosa prendo yo grant espanto:


cantan las Escripturas en desabrido canto,
que parrá una virgen un fijo muy santo
por que han los Infiernos a prender mal quebranto.

Dopo la dichiarazione di Alessandro inizia la discesa precipitosa. Oltre le parole, i fatti:


l’anonimo castigliano non si limita ad alterare e amplificare il filo del racconto fornito da
Gautier ma introduce anche un elemento del tutto alieno, la spedizione sottomarina di
Alessandro. Dal punto di vista narrativo è anzi proprio questo atto quello che precede
immediatamente la ribellione di Natura. Contrariamente a una certa tradizione, anche
iconografica, che assumeva il volo dei grifoni come espressione massima di arroganza nel suo
avvicinarsi fisicamente alla divinità25, qui la dimensione oscura dei misteriosi fondali marini –
che rinvia quindi più o meno coscientemente a un movimento di penetrazione verso il basso e
a un’associazione con gli Inferi e con gli Antipodi – si presta meglio all’atteggiamento di
violenza conoscitiva nei confronti del Creato che il poeta castigliano attribuisce al suo
Alessandro. Il mare è tradizionalmente luogo di prova, di sofferenza e purificazione, e
comprensione. Non a caso, di sua iniziativa, l’anonimo nomina Ulisse:

(LdA, 2304) Ulixes que diez años andudo much’errado


non vío más peligros nin fue más ensayado.

Dieci anni, come erano dieci gli anni di assedio di Troia, come erano dieci gli anni del
lazerío dei Macedoni. E non a caso il mare svolge un ruolo fondamentale nella vicenda
dell’altro eroe pagano, il re Apollonio, che:

25
Cfr. SETTIS-FRUGONI, Historia Alexandri elevati per griphos ad aerem: origine, iconografia e fortuna di
un tema, Roma 1973; Georges MILLET, «L'ascension d'Alexandre, première partie: les textes», Syria, 4
(1923), pp. 85-133; Victor Michael SCHMIDT, A Legend and its Image: The Aerial Flight of Alexander the
Great in Medieval Art, Groninguen 1995; François DE POLIGNAC, «Alexandre entre ciel et terre», Studia
islamica, 84.2 (1996), pp 135-144.

258
(Apolonio, 34d) Metióse en auenturas por las ondas del mar.

e, unico sopravvissuto alla tempesta, nella sua condizione di naufrago sarà nella
disposizione esistenziale ottimale per comprendere la lezione morale/intellettuale posta
dall’autore in bocca all’umile pescatore:

(Apolonio, 135-36) Los que las auenturas quisieron ensayar, [ancora un ensayar!]
a las vezes perder, a las vezes ganar,
por muchos de maneras ouieron de pasar;
quequier que les abenga anlo de endurar.

Nunca sabrién los omnes qué eran auenturas


si no prouassen pérdidas ho muchas majaduras;
quando an passado por muelles e por duras,
después sse tornan maestros e cren las escripturas 26.

Assai significativemente l’anti-Apollonio Alessandro tornerà a mani vuote dalla sua avventura
sul mare:

(LdA, 2458abc) El rey Alexandre, cuerpo tan acabado,


avié en es' comedio todo el mar buscado:
cabo non le fallava érase ya tornado.

Alessandro è come messo alla prova un’ultima volta da un’improvvisa tempesta ma:

(LdA, 2302ab) Todos estos peligros non lo podián domar,


non se querié por ellos repentir nin tornar.

Tanto che sorge il dubbio possa esserci anche una forma di sottile ironia nel commento
dell’autore:

(LdA, 2302cd) Fizo Dios grant cosa en tal omne criar


que non lo podián ondas iradas espantar!

26
Ronald SURTZ, «El héroe intelectual en el mester de clerecía», La Torre, 1.2 (1987), pp 265-274, p. 268; .
E Manuel LÓPEZ ALVAR, «Apolonio, clérigo entendido», in Symposium in honorem prof. M. de Riquer,
Barcelona 1986, pp. 51-73, p. 60: «Apolonio sabe cuánto la escuela puede dare, pero aún le faltan otros
conocimientos que sólo se adquieren con la brega cotidiana: entonces es cuando los libros cobran su pleno
valor. Algo que el intelectual suele descuidar y que le enseñan quienes están cansado de vivir como aquel
pescador que lo consuele. […] Todo esto saber acumulado no serviría de nada, si non perfeccionara la
condición de ser hombre».

259
Passato incolume sulla superficie del mare, Alessandro impudentemente decide di violarne le
“interiora”. L’intervento originale del poeta esplicita, senza possibilità di fraintendimento,
quale sia il peccato alessandrino:

(LdA, 2327-30) En las cosas secretas quiso él entender


que nunca omne vivo non las pudo ant saber;
quísolas Alexandre por fuerça conocer:
nunca mayor soberbia comidió Luçifer.

Aviéle Dïos dado los regnos en su poder,


non se le podié fuerça ninguna defender;
querié saber los mares, los infiernos veyer,
lo que non podié omne nunca acabeçer.

Pesó al Crïador que crïó la Natura;


ovo de Alexandre saña e grant rencura.
Dixo: «Este lunático que non cata mesura:
yol' tornaré el gozo todo en amargura!

El sopo la soberbia de los peçes judgar;


la que en sí tenié non la sopo asmar.
Omne que tantos sabe judiçios delibrar
por qual judiçio dio, por tal debe passar».

Se volessimo aggiungere un altro significato alla spedizione sottomarina, potremmo dire che
essa rappresenta la seconda occasione mancata da parte di Alessandro per conoscere se stesso.
Il nosce te ipsum sembra non essere stato contemplato fra gli insegnamenti di Aristotele ad
Alessandro:

(LdA, 2321) Si como lo sabié el rey bien asmar,


quisiesse a sí mismo a derechas judgar,
bien devié un poquillo su lengua refrenar,
que tan fieras grandías non quisiesse bafar.

Quella di Alessandro è una storia di incapacità di vedere la propria immagine, di Alessandro e


di uomo, nei numerosi specchi che gli sono stati posti davanti. Gli specchi della storia e degli

260
uomini: Dario, Poro27, le deboli proteste dei suoi uomini, il discorso dell’ambasciatore sciita 28.
Lo specchio della natura: la vita delle creature del mare 29. Lo specchio divino: il mondo si
svela ai suoi occhi in forma di uomo-Cristo in croce. Il viaggio aereo perde così le sue
connotazioni di canonico emblema di superbia per divenire simbolo di incapacità di
comprensione.

La visión del mundo en imagen humana, abarcada de una sola vez, al final de su carrera, da
cumplimiento al afán de saber que inspiraba ya las primeras empresas del joven príncipe. En
ella culmina la sed de sapientia que lo guiaba […] como los logros de su fortitudo culminan
en la inmediata sumissión del mundo entero. […] Alejandro, en efecto, logró alzarse a ver el
mundo en figura de hombre y ganó y conoció al mundo, pero no al hombre que era él mismo.

27
(LdA, 2213-14) «A ti quiero Alexandre esto lo esponer: / alto estás agora, en somo del docher, / non seas
segurado que non puedas caer, / cas son fado e viento malos de retener. / Puede qui lo quisiere esto bien
escrevir, / de Dario e de Poro enxemplo adozir: / ovieron de grant goria a cuita a venir / natura es del
mundo deçender e sobir».
E, ironicamente, l'autore aveva in precedenza posto in bocca al suo eroe parole di condanna per
Dario che suonavano già come un funesto presagio per se stesso (se solo Alessandro non fosse stato fin
dall'inizio l'eroe della cecità): (LdA, 799) «A todas tus palavras te quiero recodir: / dixiste grant blasfemia,
avert'ha a nozir, / contirt'a com'a Luçifer, que tant quiso sobir, / desamparólo Dios e ovo a perir».
28
Questo discorso, a poco più di metà del LdA, funziona da sommario e mise en abyme dell'intera vicenda
alessandrina (LdA, 1918-78): «Dixo: “Rey, si fuesse tan grand' el tu afer / com'el coraçón has e fazes
pareçer, / non te podrién los mares nin las tierras caber; / a Júpiter querriés el emperio toller. / Si toviesses
la mano diestra en Orïente, / la siniestra en cabo de todo Oçidente, / e todo lo ál yoguiesse en el tu
cosimente, tú non seriés pagado, segund mi ençïente. / Quand'oviesses los pueblos todos sobjudgados, /
iriés çercar los mares, conquerir los pescados; / quebrantar los Infiernos que yazen sofondados, / conquerir
los antípodes que non saben o dó son nados. / En cabo si oviesses liçencia o vagar, / aún querriás de tu
grado en las nubes pujar; / querriás de su ofiçio el sol desheredar: / tú querriás de tu mano el mundo
alumbrar. / Lo que a Dios pediste bien lo has acabado: / de Dario eres quito, de Bessus bien vengado. /
Levántate del juego mientre estás honrado: / si se camia la mano, serás bien rebidado. / Quieres mucho
sobir, avrás a deçender, / quieres mucho correr, avrás tú de caer. / Semejas al hidrópico que muere por
beber, / quanto más va bebiendo él más puede arder. / El omne cobdiçioso que nos' sabe guardar / por una
çerasuela se deja despeñar. / Ciégalo la cobdiçia, fázelo assomar, / fázelo de la çima caer en mal lugar. / De
çierto quet' conteçrá, sí nom' quieres creyer: / puedes por lo de menos tod'el demás perder. / Lo que más te
cuïdas entre manos tener, / sólo que te non vean, hante de falleçer. / Los que tú has ganados, non tuyos
naturales, / tiénente grant despecho, non te serán leales, / ca ya veyen que han preso de ti mucho males: /
han su señor perdido e otras cosas tales. / Rey, esto te abonda, quiéralo el senado; / assaz ovist' contienda en
lo que has ganado. / Si tú al contiendies serás mal consejado, / ca afogarte puedes con tan grueso bocado».
29
Commenta Catherine GAULLIER-BOUGASSAS («La réécriture inventive d'une même séquence: quelques
versions du voiyage d'Alexandre sous la mer», Bien dire et bien aprandre, 14 (1996), Traduction,
transposition, adaptation au Moyen Age, pp. 7-19, p. 13) a proposito della versione di Alexandre de Paris:
«Les régions sous-marines lui tendent donc un miroirs des profondeurs de son âme, l'avidité des gros
poissons lui offre une image du caractère monstrueux de sa volonté de puissance. En plongeant dans les
eaux, il atteint et révèle une partie de lui-même, mais de même qu'il n'essaie pas de capturer et de ramener à
la surface ces poissons, son dialogue avec ses hommes montre ensuite qu'il refoule immédiatement dans
l'oubli de la conscience qu'il vient de prendre de son injustice et de son cruauté ». Inoltre, sulla preminenza
del viaggio sottomarino rispetto a quello aereo: «Son exploration des fonds marins apparaît peut-être
encore plus inouïe que ses autres aventures car elle est sans précédent, ni réel ni mythique, et que depuis
l'Antiquité on représenta la mer comme le séjour de monstres et un lieu de perdition». Sul tema si veda
anche: Hélène BELLON-MÉGUELLE, «L'exploration sous-marine d'Alexandre: un miroir de chevalerie»,
Sénéfiance, 52 (2005), Mondes marins du Moyen Age, pp. 43-56.

261
Lo specchio infine dell’arte che tutto riassume. Possiamo senza problemi prestare alla tenda
castigliana le parole che Aimé Petit dedica alla sua omonima francese: «Sans doute, face aux
parois de sa tente, Alexandre contemple-t-il le spectacle du temps, du monde et de l’histoire.
Le narrateur s’arrête ici devant les parois d’une cathédrale, et devant un livre» 30. La tenda
castigliana avrà un ulteriore particolare che ne fa uno specchio, opaco per Alessandro: il
racconto della sua stessa vita, la prima volta di un personaggio della letteratura castigliana
posto di fronte a se stesso e alla sua storia31.
Alessandro sarà cioè totalmente cieco di fronte a quanto ben descritto da Alano di
Lille32:
Omnis mundi creatura
quasi liber et pictura
nobis est in speculum,
nostrae vitae, nostrae mortis,
nostri status, nostrae sortis
fidele signaculum.
Nostrum statum pingit rosa,
nostri status decens glosa,
nostrae vitae lectio,
quaedum primo mane foret,
defloratus flos effloret,
verspertin...

30
PETIT, «Le pavillon cit.», p. 91. Citazione che così continua (p. 93): «Symbole du temple, du Centre du
Monde et cosmogonie, le pavillon d’Alexandre attire le lecteur par son pittoresque, fascine par son
merveilleux, qui a emprunté à la science ou au folklore magique, et aboutit à un tableau original. Presque
évoquant le décor de la geste alexandrine, le tref d’Alexandre, paré des prestiges du mystère, auréolé de la
grandeur du passé antique, véritable encyclopédie fondée sur l’éternité, le passé préfigurant l’avenir, donne
raison au Pslamiste: ''Quam dilecta sunt tabernacula tua, Domini'' (Ps. LXXXIII)».
31
CACHO BLECUA, «La tienda cit.», p. 131.
32
L'attribuzione è incerta. Rythmus alter, PL 210, col. 5790.

262
1
Appendice V

Il Libro de Alexandre e le sue fonti

288
7-14 Segnali e prodigi alla nascita B, 20-52; G, X, 343-48 (con riferimento alla morte) per st. 9-10;
dettagli probabilmente da glosse per il particolare delle nascite
multiple, da Plutarco.
15-18 Prima educazione B, 53-73; G, I, 39-41 per il riferimento a Ercole.
19-20 Assasinio di Nectanabo B, 73-83; G, I, 46-47 per st. 19.
21-37 Il dominio persiano G, I, 37-58; G, I, 72-75 per st. 31 (solo in P); J2, 19 per il
dettaglio del tributo in st. 22
Alessandro e Aristotele

38-47 Il lamento di Alessandro Ispirato a G, I, 74-81


48-85 Regimiento di Aristotele G, I, 82-183; secondo Michael anche B, 1004-50
86-88 Reazione di Alessandro G, I, 184-202

89-107 Vestiario cavalleresco B, 249-388/713-757. Allusione originale a “dona Fortuna”


108-119 Bucefalo B, 84-143 con dettagli da altri passaggi del poema e da J2, 14
(per 111a)-15 (per 114a)
120-128 L’investitura Vaga analogia con B, 144-248 e 345-410
129-141 Contro Nicolao J2, 17
142-159 Alessandro sfida Dario J2, 19 e 29. Michael segnala a partire da 145 dettagli originali, in
particolare per il colore degli occhi di Ales.
160-168 Rivolta dell’Armenia J2, 20
169-195 Ribellione di Pausania e morte di Filippo J2, 20. Ma secondo Michael le strofe 190-195 sembrerebbero
avviicinarsi a una traduzione francese del modello latino. 196:
moralizzazione originale.
Alessandro re

196-210 Incoronazione G, I, 203-38 per 196-205; J2, 21 p er 206-210.


211-232 Rivolta di Atene e Tebe G, I, 268-325. 227: assai simile a Vegezio, Epitoma, IV, 14.
233-243 Discorso di Cleor G, I, 326-348. Secondo Willis 243cd deriverebbe dalla
tradizione latina di Giulio Valerio, ma potrebbe essere stato
presente in uno scolio. La variazione del nome potrebbe derivare
da una glossa (Morros Mestre): Quinto Curzio, VIII, 5.
244-175 La spedizione in Asia G, I, 349-95; dettaglio del corvo (273) da J2, 23; arenga
originale in 253cd-260
.276-280 Mapamundi G, I, 396-426 con dettagli da Isidoro (XIV, 1-5) e dalla Bibbia.
L’assimilazione della T alla croce di 280bc sembra dettaglio
originale. 278a: Asia maggiore, dettaglio originale forse dovuto
per riferimento a un elemento visuale
281-294 Descrizione dell'Asia 283cd: originale. 284cd-286: cristianizzazione presente come

289
allusione in G ma notevolmente potenziata.
295-310 Arrivo in Asia G, I, 427-51 con dettagli originali in 301d (Festino) e 305 (la
leonessa)
311-319 I Dodici Pari B, 813-38
320-334 Inizio dell’invasione G, I, 452-77. 325-26: sommario di storia troiana originale.
La storia troiana

335-344 Il pomo della discordia ET, 2


345-361 Giudizio di Paride. Origine di Paride ET, con divergenze. 346 è moralizzazione originale. 359d-60:
cambio di nome assente nell'ET ma presente nella tradizione
anteriore.
362-387 Giudizio di Paride ET, 4 con alterazione dell’ordine dell'ordine del discorso:
Minerva/Giunone/Venere in ET, Giunone/Pallade/Venere nel
LdA..
388-399 Rapimento di Elena ET, 5-6 con aggiunta di dettagli in 388, 389, 390-96, 398-99
400-404 Reazione greca ET, 7 da cui si distinge per introduzione del discorso diretto
405-408 Profezia di Calcas IL, 144-53
409-416 Ricerca di Achille ET, 9-10, ma viene eliminato Diomede
417-422 Ira di Achille IL, 1-100 seguita molto vagamente. Due varianti fondamentali:
Briseide è sottratta per motivi amorosi e non politici; scontro fra
gli eserciti dei due contendenti, dettaglio documentato dal
Mitografo Vaticano I (200)
423-433 Tentativo di sedizione di Tersite IL, 130-155 con passaggio al discorso diretto. 428b ab
(bianchezza di Nestore) da ET, 13
434-450 Catalogo militare dei Greci IL, 155-221
451-461 Organizzazione difensiva di Troia IL, 222-251, con introduzione del discorso diretto
462-471 Prima battaglia. Viltà di Paride IL, 252-276. Cristianizzazione originale di 462
472-491 Duello di Paride e Menelao IL, 277-316 con aggiunta del salvataggio di Paride da parte di un
compagno e non di Venere analogamente a ET, 21 o Troie.
11637-11684
492-495 Incontro di Paride ed Elena IL, 319-338
496-499 Pandaro rompe la tregua IL, 336-352
500-514 Ripresa dei combattimenti IL, 353-388
515-523 Gesta di Diomede IL, 389-423
524-526 Gesta di Agamennone IL, 424-435
527-547 Gesta di Diomede IL, 436-473
548-565 Battaglia campale IL, 474-543. 550d, “Belona”, allusione mitologica stranamente
aggiunta dall’anonimo.
566-572 Ettore a Toria IL, 543-552 e 564-574

290
573-575 Duello di Glauco e Diomede IL, 553-563
576-593 Ettore in battaglia. Duello con Aiace Talamonio IL, 575-630. Caratterizzazione negativa di Aiace (583) e
allusione alla paura dell’eroe (588) assenti nel modello latino
594-600 Proposta troiana di pace IL, 635-649. Arenga di Ettore originale
601-609 Ripresa dei combattimenti IL, 650-687 con tagli. 609 è aggiunta originale
610-615 Ambasciata ad Achille IL, 688-695 profondamente alterata e con confluenze da altre
fonti come Dictis, II, 42 e 48-52
616-627 Incursione notturna di Diomede e Ulisse IL, 696-740 con soppressione della supplica di Dolone e
amplificazione di 739-740
628-635 Ripresa dei combattimenti. Reazione di Ettore IL, 741-804
636-646 Morte di Patroclo IL, 805-838
647-651 Funerali di Patroclo IL, 839-853. Aggiunta originale di 650-651
652-664 Le armi di Achille IL, 854-891 con omissione dei riferimenti a Teti e Vulcano e
aggiunta di dettagli originali in 657-658
665-719 Morte di Ettore IL, 892-1024 con aggiunte originali delle orazioni delle st. 672-
677 e 685-688 e il particolare della ruota della Fortuna di 684
720-727 Morte di Achille ET, 10 e 12-13
728-735 Arenga di Nestore Base, con amplificazione, in IL, 144-153 e nelle precedenti st.
405-408
736-761 Il cavallo di Troia Modello in ET, 15-26 con molte divergenze. È il passaggio più
originale della sezione.
736cd: Ulisse artefice, non figura nell’ET ma è testimoniato fin
dall’antichità.
737c: forse suggerito da Isidoro che parla dell’abitudine di porre
castelli sugli elefanti fra gli Indi e i Persiani.
739-743: stratagemma consigliato da Vegecio, Epitome III, 22 e
IV, 26, utilizzato anche dal Cid nella presa di Alcocer.
744: la partecipazione di Nestore, sebbene infrequente, è
documentata anche dalla Histoire (67); GE, II, Jueces, 613 farà
di Nestore il responsabile unico dello stratagemma
748a: particolare delle ruote presente anche in Dictis (V, 11),
Troie (25896-25898) e Enéas (889-891) aggiunte dai Greci;
Eneide (II, 235-236) e ET, 22 aggiunte dai Troiani.
759ab: incredulità di fronte alla durata dell’incendio condivisa
anche dalla Histoire (68).
759cd: il destino di Elena è narrato da Dictis (V, 4 e 12-14; VI,
4), Dares (43), Troie (26279-26298).
762-772 Perorazione di Alessandro G, I, 478-498

773-779 Conquista dell’Asia Minore orientale. Alla ricerca di Dario G, II, 1-17

291
780-785 Lettera di Dario G, II, 18-33 con aggiunte. St. 784 da J2, 29. St. 785 forse da un
Giulio Valerio epitomato. St. 780: amplificazione della superbia
del re.
786-797 Prima reazione e arenga di Alessandro J2, 30 con amplificazioni (gran parte dell’arenga), omissioni
(proposta di tradimento dei legati di Dario), particolari da altre
luoghi dell’opera (similitudine delle vespe e delle mosche da J2,
64)
798-802 Risposta di Alessandro Secondo Michael G, II, 34-44 ma le st. 798-801 sono più
prossime a J2, 31
803-808 Dario congrega l’esercito G, II, 45-63 seguito molto liberamente
809-819 Lettere di Dario e Alessandro J2, 34-36; Leone I, 40-41, iii
820-827 Notizia della morte di Memnone G, II, 45-69. St. 826, il sole oscurato: probabilmente particolare
tratto da una glossa (ma confronta G, II, 138-139 e III, 2-3)
828-837 Il nodo di Gordio G, II, 70-90. 830cd (Mida) probabilmente da una glossa
838-839 Conquista di Ancira e Cappadocia G, II, 91-92 amplificato leggermente
840-843 Alessandro in cammino lungo l’Eufrate G, II, 93-97
844-846 Reazione e arenga di Dario Senza corrispondenza esatta. Si confronti G, II, 97 e ss., e J2, 32.
847-873 Descrizione dell’esercito persiano Modello base in G, II, 98-139.
St. 853, 857-861 (carro di Dario), 868cd: particolari assenti in G
e secondo Willis derivati da Curzio, conosciuto probabilmente
non direttamente ma attraverso una glossa.
863bd: dettagli originali assenti tanto in G che in Curzio.
874-875 Tattica persiana della terra briciata G, II, 140-41 ampliato
876-879 Conquista di Tarso G, II, 140-47
880-913 Il bagno di Alessandro nel fiume Cidno G, II, 148-256, con omissione di “Fortuna” e aggiunta di una
nota censoria.
880cd: secondo Rigall questi versi dimostrano che l’autore
seguiva un testo differente da quello usato come base dell’ed.
Colke (v. varianti).
906cd: ammissione di un tentativo di corruzione estraneo a G; in
J2, 47 Filippo riconosce questo tentativo ma lo attribuisce a
Parmenio, che è giustiziato.
914-917 Conquista del Mediterraneo orientale G, II, 257-71.
917: tanto contro G che contro Curzio si giudica positivamente,
come il castigo di un traditore, l’esecuzione di Sisene.
918-933 Disezione di Timodes G, II, 272-305. St. 932 è originale.
934-940 Locus amoenus G, II, 306-318 con note dal B, 5939-5967 e 6281-6294.
Eliminazione degli elementi pagani e sviluppo della componente
naturalistica.
941-954 Assemblea persiana e arenga di Dario G, II, 319-371 abbreviato

292
955-960 Falsa ritirata di Alessandro, offensiva persiana G, II, 372-414
961-975 Orazione e arenga di Alessandro G, II, 449-486.
962-963 sono originali.
966a: Fortuna menzionata in G è sostituita da “dona Victoria”.
968: conservato solo in O, sviluppo l’agmen muliebre di G, II,
458
976-980 Disposizione dell’esercito greco G, II, 422-436 abbreviato. La sequenza è spostata rispetto a G e
posta dopo il discorso di Alessandro così da creare uno stacco
rispetto al discorso di Dario.
981-988 Arenga di Dario G, II, 414-421 molto liberamente seguito. Sequenza dislocata
rispetto alla fonte, secondo la quale avrebbe dovuto collocarsi
dopo 955-960.
983-985: contemptus mundi, aggiunta dell'autore
989-1001 Le armi di Dario G, II, 494-544, con spiegazione delle allusioni bibliche di G e
inserimento di dettagli originali.
997 e 998ab: dettagli originali se non derivanti da uno scolio a
G.
998cd: G, II, 530-539
1002-1083 Battaglia di Isos (morte di Negusar; gesta di Dario; morte di G, III, 1-257.
Zoroas; fuga di Dario e rotta persiana; divisione del bottino) 1035cd: orazione originale.
1045-1046: apporto originale.
1063-1064: particolare del parricidio, cfr. B e J2.
1079: viene eliminata la moralizzazione di G rispetto alla forza
corruttrice del potere rispetto al futuro comportamento di
Alessandro.
1084-1089 Presa di Damasco e orazione di Dario G, III, 258-273 con aggiunte circa la morte del satrapo di
Damasco, anche con elementi da Curzio, III, 13, 17.
1087-1089: cristianizzazione originale dell’autore.
1090-1091 Presa di Sidone G, III, 275-277 amplificato
1092-1119 Distruzione di Tiro G, III, 277-341 amplificato-
1092: lo stratagemma figura in Curzio, IV, 2, 7.
1113a: secondo Willis l’abbreviazione elimina il Fuerre de
Gadres presente in B e in J3.
1117 e 1119ac: aggiunte del poeta
1120-1130 Presa di Gaza. Ferimento di Alessandro G, III, 342-369
1131-1147 Alessandro a Gerusalemme Probabilmente J2, 26-28. Lida de Malkiel la fa risalire
direttamente a Flavio.
1148-1163 Visione di Alessandro G, I, 499-538 e J2, 27-28.
1160d: particolare assente in G e J2, ma presente in Flavio.
1164-1165 Presa di Samaria La fonte ultima è Flavio, XI, 8, 6 secondo Willis e Lida de

293
Malkiel; ma la risposta di Alessandro agli abitanti non coincide e
secondo Rigall il modello diretto deve essere Comestore, libri di
Esther, IV, 1497.
1166-1183 Conquista dell’Egitto. Il tempio di Ammone G, III, 370-403, ma il riferimento all’oasi e al tempio sono stati
tratti da uno scolio a G, probabilmente analogo alla glossa V di
Colker.
1184-1186 Dall’Egitto alla Mesopotamia. Notizie di Dario G, III, 404-412, ma il dettaglio concreto della ricezione del
messaggio è probabilmente reminescenza di J2, 70
1187-1194 Congregazione dell’esercito persiano Rispetto a quanto affermato da Morel-Fatio e Willis, accettato da
Michael, Curzio (IV, 9) è, antes che fonte base, un modello
ulteriore confluente con G, III, 413-427; J2, 69-70; Etimologie,
XIV, 3.
1191-1192: il riferimento a Poro è probabilmente indotto da J2,
69-70.
1195-1198 Arenga di Alessandro G, III, 433-435, dove però l’evocazione di Ercole è del narratore
e non di Alessandro; inoltre si avverte un tono sarcastico assente
in G.
1199-1232 Eclisse di luna G, III, 436-537 con aggiunte.
1233-1238 Proseguimento della campagna. Morte di Estatira G, III, 538-543 e IV, 1-23 e 176-178.
1239-1249 Sepolcro di Estatira G, IV, 179-274.
1241c e 1244b: aggiunte originali.
1242a: spiegazione di G, IV, 204
1250-1258 Arrivo della notizia della morte in Persia e orazione di Dario G, IV, 24-67 notevolmente sintetizzato.
1256-1258: corrispondono a un’originaria orazione a Jupiter.
1259-1267 Offerta persiana di pace G, IV, 68-108 ma con alterazione in direzione di superbia del
discorso dell’ambasciatore.
1268-1291 Risposta negativa di Alessandro G, IV, 109-175 con aggiunte originali soprattutto in 1270 e 1291
1292-1337 L’alba del combattimento G, IV, 282-499 seguito molto liberamente, con omissione dei
riferimenti mitologici e allusione al timore di Alessandro prima
della battaglia. Cambi nell’ordine degli episodi.
1338-1344 Gli eserciti schierati. Arenga di Alessandro G, V, 1-10 e IV, 526-531, seguito molto liberamente e con
alterazione dell’ordine dei passaggi.
1345-1347 Un disertore persiano avverte Alessandto G, IV, 532-546, abbreviato e scambiato nell’ordine

Battaglia di Gaugamela
1348-1372 Gesta di Alessandro G, V, 11-75, seguito fedelmente ma con alterazioni nell’ordine
1373-1381 Gesta di Clito G, V, 76-122
1382-1400 Gesta di Nicanor G, V, 123-182
1401-1413 Fine della battaglia G, V, 183-280 con eliminazione di un passaggio mitologico.
1403cd: G, VIII, 174-176.

294
1414-1433 Seconda fuga di Dario. Ultime scaramucce Dopo ave adattato G, V, 214 il passaggio salta a 350-375
1434-1454 Reazione persiana e arenga di Dario G, V, 319-329 e 376-430.
1446cd: dettagli probabilmente da una glossa.
1455-1457 Divisione del bottino

Descrizione di Babilonia B 7759-8048 molto liberamente seguito con confluenza di


elementi da G, Etimologie, Epistola, forse Floire
1458-1459 Alessandro a Babilonia G, V, 439-443
1460-1467 La regione 1462d: a partire da qui alcuni dati possono derivare dalla
Epistola
1463: forse da Floire, forse da una glossa o da una citazione a
memoria
1468-1492 Lapidario Etimologie XVI, 4 e 7-13, ma con frequenti contrasti con il
modello circa le proprietà magiche
1493-1503 La città 1493c e 1496b: Epistola
1496-1499: Floire
1504-1522 La fortezza: epoca di di Babel e Semiramide 1505-1517: G, V, 435-438; B, 7779-7844
1523-1533 La fortezza: epoca di Alessandro 1523-1533: B, 7845-7873 e 7766-7778
1528 e 1530: Epistola
1529: dettagli simili in Floire (vv. 1656-1669)

1534-1548 Accoglienza trionfale G, V, 444-486


1549-1560 Riorganizzazione legale e militare G, VI, 16-62 con eliminazioe delle critiche di G

Da Babilonia a Persepolis
1561-1562 Presa di Susa G, VI, 63-65
1563-1593 Conquista della fortezza degli uxios G, VI, 66-144
1594-1598 Contro le tribù montane G, VI, 161-296
1607-1639 Incontro con i prigionieri torturati

Congiura contro Dario


1640-1645 Movimenti di Alessandro e Dario G, VI, 297-310.
1463b: aggiunta originale
1646-1650 Apostrofe a Dario Sequenza originale
1651-1679 Consiglio persiano G, VI, 311-342
1652-1665 Discorso di Dario
1666-1679 Discussione
1680-1683 Piano del tradimento G, VI, 444-467 notevolmente riassunto
1684-1698 Padron avverte Dario G, VI, 469527 amplificato

295
1699-1719 Dario incatenato G, VI, 531-532 e VII, 1-90
1720-1738 Alessandro viene a sapere del tradimento G, VII, 91-154
1739-1746 Morte di Dario G, VII, 162-209. 1744: originale
1747-1750 Reazione di Alessandro Non ha una chiara corrispondenza in G
1751-1761 Contro le truppe fedeli a Dario G, VII, 210-234
1762-1771 Ritrovamento del cadavere di Dario G, VII, 235-306 notevolmente abbreviato
1772-1804 Esequie di Dario (pianto di Alessandro; sepolcro di Dario) G, VII, 348-430 amplificato.
1780 e 1794b: aggiunte originali.
1801: glossa tratta da Daniele (8, 20) o da uno scolio a G
analogo a glossa V.
1805-1830 Contemptus mundi Ispirato a G, VII, 306-347, con amplificazione dei tipi sociali
1805ab: precedente quasi letterale in 999ab
1826-1827: sviluppo originale
1831-1858 Attraverso le satrapie nordorientali. Discorso di Alessandro G, VII, 431-458
1859-1862 Presa di Hircania e impiccagione di Nabarzanes G, VIII, 1-7 amplificato
1862: aggiunta originale
1863-1888 L’amazzone Talestris G, VII, 8-48 completato con J2, 83 e una glossa simile a V, oltre
a elementi originali. Secondo Càtedra il modello è il ritratto di
Philomena
1889-1899 Movimenti di Beso e Alessandro G, VIII, 49-74
1900-1907 Congiura contro Alessandro. Esecuzione di Filotas e G, VIII, 75-334 abbreviato per eliminare l’allusione a una
Parmenione colpevolezza dubbia del generale
1908-1911 Cattura e esecuzione di Beso G, VIII, 335-357
1912-1942 Contro gli Sciti. Ambasciata scita. G, VIII, 358-495
1943-1944 Pacificazione della Persia G, VIII, 496-513
1945-1949 Conquista dell’India Originale

Le nozze di Alessandro J2, 76 con elementi originali.


1950-1954 Esordio primaverile 1950-1954: locus amoenus, paralleli in 1338ab, 1792d, 2559.
Hernando segnala parallelismi con la descrizione della
primavera nel Secretum. Such ricorda la tradizione degli esercizi
scolastici di descrizione della primavera, come il poema Maio
mense dum per pratum dei Carmina Rivipullensia.
1955-1963 Le celebrazioni
1964-1967 Lettere spedite in Grecia

Inizio della campagna


1968-1972 Esecuzione di Clito e Ardofilo G, IX, 1-8
1973-1982 Movimenti di Poro G, IX, 35-42

296
1976-1980 Gli elefanti Physiologus
1981-1983 L’esercito di Poro J2, 80

Prima battaglia G, IX, 48-282


1983-1992 Alessandro nell’Hidaspe
1993-2022 Nicanor e Simaco G, IX, 77-147. Secondo Franchini echi virgiliani diretti relativi
all’epidosio di Eurialo e Niso, tesi contestata da Rigall.
2013: originale.
2023-2039 I Greci attraversano l’Hidaspe
2040-2053 Battaglia campale
2054-2066 Nuova giornata 2053: originale
2067-2072 Trappola per gli elefanti 2067-69: J2, 80
2070: J2, 93 e Epistola Alexandri
2073-2087 Vittoria greca 2073: J2, 80
2088-2097 Morte di Bucefalo e fuga di Dario G, IX, 263-269
2098-2100 Ricorso a fonti complementari
2101-2116 Castigo de los inclusi J2, 77 combinato con Comestore (Esther, V, 1498a-1498b)
2115: originale; ma “de suzia mantenençia” deriva da J2

Il palazzo di Poro J2, 81 amplificato


2117-2125 L’edificio La maggior parte dei dettagli sono probabilmente originali
212-2130 Vigna d’oro e pietre preziose
2131-2142 Albero d’oro con uccelli automatici Amplificazione originale dell’autore

2143-2155 All’inseguimento di Poro J2, 85 con aggiunte originali


2155-2183 Fauna prodigiosa e l’odontetirano J2, 86-87
2156-2163: aggiunta originale
2156: Epistola, Physiologus e la tentazione adamitica
2184-2216 Secondo incontro con Poro e duello con Alessandro J2, 89 fino a 2207, con amplificazioni; G, IX, 283-325
2206-2207: strofe originali di transizione
2216d: il poeta rifiuta la vesione di J2 e di B della morte di Poro
per mano di Alessandro

2217-2264 Conquista dei sudracas e ferita di Alessandro G, IX, 501-580

Avventure sovrumane
2265-2295 Esposizione del progetto e risposta del consiglio G, IX, 501-580
2289: aggiunta originale forse da una glossa
2296-2323 Spedizione marittima G, X, 1-5 per le st. 2296-2297 con amplificazione della mateia

297
fino a st. 2304.
J2, ma più prossima J3, 116 e B 856-867 e 7725-7736 per le st.
2305-2323, ma senza che si possano instaurare stretti
parallelismi.
2312-2313: B 7730-7734
2317-2321: aggiunte originali
2324-2333 Condanna divina G, X, 6-15

Descrizione dell’inferno G, X, 31-74 e 109-120 con notevoli amolificazioni


2334-2344 Las comarcas
2345 El arrabal dei peccati capitali
2346-2349 Avarizia e codicia
2350-2355 Invidia
2356-2370 Exemplum dell’invidios e del codicioso
2371-2377 Lussuria
2378-2386 Gola
2387-2394 Accidia
2395-2405 Vanagloria
2406-2411 La regina superbia
2412-2423 Il real

Natura a Satana G, X, 75-167


2424-2436 Visita di Natura
2437-2444 Consiglio infernale
2445-2457 Tradimento e Antipater

2458-2468 Nuovi piani di conquista G, X, 168-215

Altri prodigi orientali


2469-2474 Uomini selvaggi J2, 106 e 119 e 95, 103.4 per gli uomini montani
2475-2476 L’araba fenice J2, 106; Etimologie XII, 7, 22; Physiologus
2477-2494 Tempio di Febo e Diana. Alberi profetici
2495 Uomini acefali

La tenda di Alessandro
2567-2575 Secondo panno: storie dell’Antichità B, 3457-3478. L’autore le fonde ma è più dettagliato; tutti gli
episodi sono già stati trattati: Ercole e i serpenti (27), Ercole e
Anteo (1198) che non figura in questo punto in B, Ercole in
Iberia (256)

298
2576-2587 Terzo panno: mapamundi (ruta de clerecìa) B, 3441-3456.
2581b: Rigall inclina per la lettura Soria
2588-2594 Quarto panno: gesta di Alessandro Originale

Morte di Alessandro Fino a st. 2609: G, X, 330-341 e 375-383


St. 2610-2622: J2, 125-127
St. 2623-2635c: G, X, 398-424
St. 2635d-2644: J2, 127
St. 2645-2647: G, X, 425-432
St. 2648-2663: J2, 129
St. 2664-2667: modello difficile da stabilire ma la base sembra
essere B, 10187-10218
2602-2604 Segni e prodigi
2605 L’avvelenamento
2632-2633 2631: cristializzazione di G, X, 405-417
2632-33: Ooriginale
2634-2644 Testamento 2636-2644: molto simile a J1, 121 e 127
2642: originale
2642: probabilmente originale
2635d: in contrasto con G, X, 423-424
2645-2647 Agonia e morte
2648-2663 Compianti G, X, 428-430 con J2, 127 (st. 2659-2660) e 129 (st. 2657ab), e
B, 9540-10184 per la molteplicità dei compianti, e dettagli
originali
B, 9542, 10181-10182, 9643-9644 per st. 2649a, 2650acd
2664-2668 Scisma dei diadochi. Seportura e traslazione di Alessandro B, 10187-10217 per i diadochi
G, X, 451-454 per il particolare della sepoltura provvisoria a
Babilonia

299
Il prologo

Libro de Alexandre Roman de Thèbes Roman de Troie1 Erec et Enide

1 Señores, si queredes mi serviçio prender, ms. S Qui sages est nel deit celer,/ Mais pur Salemons nos enseigne e dit, / E sil Li vilains dit en son respit/ que tel chose a
querríavos de grado servir de mi mester; ceo deit son sen monstrer/ Que, quant serra lit hon en son escrit,/ Que nus ne deit son l'en en despit,/ qui mout vaut mieuz que
debe de lo que sabe omne largo seer; del siecle alez,/ En seit puis toz jours sens celer;/ Ainz le deit hon si l'en ne cuide./ Por ce fait bien qui son
si non, podriá en culpa e en rieto caer. remembrez./ Si danz Homers et danz demonstrer/ Que l’on i ait preu et honor,/ estuide/ atorne a sens, quel que il l'ait;/ car
2 Mester traigo fermoso, non es de joglaría; Platon/ Et Virgiles et Citherons/ Lor Qu’ensi firent li ancessor./ Se cil qui qui son estude entrelait,/ tost i puet tel
mester es sin pecado, ca es de clereçía sapience celasant,/ Ja ne fust d’els parlé troverent les parz/ E les granz livres des chose taisir/ qui mout venroit puis a plesir./
fablar curso rimado por la quaderna vía, avant./ Por ce ne voil mon sen taisir,/ Ma set arz,/ Les philosophes, les traitiez/ Por ce dit Crestiens de Troies/ que raisons
a sílabas contadas, que es grant maestría. sapience retenir,/ Ainz me delite a conter/ Dont toz li monz est enseignez/ Se est que totes voies/ doit chascuns penser et
3 Qui oir lo quisier', a todo mio creer, Chose digne de remembrer./ Tout se taisent fussent teu, veirement/ Li siecles vesquist entendre/ a bien dire et a bien aprendre,/ et
avrá de mí solaz, en cabo grant plazer: cil del mestier/ Si ne sont clerc ou chivaler:/ folement:/ Come bestes eussons vie;/ Que trait d'un conte d'aventure/ une mout bele
aprendrá buenas gestas que sepa retraer; Ensement poent escouter/ Come li asnes a fust saveirs ne que folie/ Ne seust hon conjointure/ par qu'em puet prover et
averlo han por ello muchos a coñoçer. harper. fors esgarder,/ Ne l’un de l’autre savoir/ que cil ne fait mie savoir/ qui sa
4 Non vos quiero grant prólgo, nin ms. A Conter vous voel d’antive estore/ Que dessevrer./ Remembré seront a toz tens/ E science n'abandone/ tant con Dex la grace
grandes nuevas fer, li clerc tienent en memoire,/ Et conter d’une coneu par lur granz sens./ E science qui l'en done,/ d'Erec, le fil Lac, est li contes,/
luego a la materia me vos quier’acoger; fiere geste,/ Leu ou le list estiet grant feste./ est teue/ Est tost obliee e perdue:/ Qui que devant rois et devant contes/ depecier
el Crïador nos dexe bien apressos seer; De batailles et de grans plais/ - onques plus siet e n’enseigne ou ne dit,/ Ne puet estre et corrompre suelent/ cil qui de conter
si en algo pecaremos, El nos deñe valer. grans n’istes mais,/ De merveilleus ne s’entroblit;/ E science qu’ist bien oie,/ vivre vuelent/ Des or commencerai
5 Quiero leer un livro de un rey noble, confusions/ Conte li livres ke on fist;/ Or Germe, flurist e fructifie./ Qui vueut l'estoire/ que toz jors mais iert en memoire/
pagano escoutés ke il en dist/ Il le fist tout selonc la saveir e qui entent,/ Sachez, de mieuz tant con durra crestientez.
que fue de grant esfuerço, de coraçón letre/ Dont lai ne sevent entremetre/ Et por l’en est sovent./ De bien ne puet nus trop
loçano, chou fu li romans fais/ Que nel saroit hons oir/ Ne trop saveir ne retenir,/ Ne nus ne
conquiso tod’el mundo, metiolo so su qui fust lais. se deit atargier/ De bien faire ne
mano; d’enseigner;/ E qui plus siet, e plus deit
ternem', si lo cumpliere, por non mal faire;/ De ce ne se deit nus retraire./ E por
escribano ce me vuell travailler/ En une estoire

1 A proposito di questo prologo scrive Catherine CROIZY-NAQUET («Prologues cit.», p. 81): «Mise en forme des droits et devoirs du narrateur, comme un commentaire des
différents jalons de lecture du texte». Su questo testo si veda anche Emmanuèle BAUMGARTNER, «Ecrire, disent-ils. A propos de Wace et de Benoit de Sainte Maure», in
Figures de l’écrivain au Moyen Age. Actes du Colloque du centre d’Etudes Médiévales de l’université de Picardie (Amiens, 18-20 Mars 1988), Danielle BUSCHINGER (éd.),
Goppingen 1991, pp. 37-47.
Ricordo anche il prologo di Athis et Procelias: «Qui saiges est de sapïence/ bien doit espandre s'escïence/ que tex la puisse recoillir/ don boins essanples puise issir/
Oez del savoir Alixandre/ qui por ce fist ses vers espandre,/ quant il sera del siegle issuz,/ qu'as autres fust amenteuz./ Ne fu pas saiges de clergie/ mes des auctors oï la vie:/
molt retint bien en son memoire,/ ci nos reconte d'un estoire/ de .II. citez riches et granz/ qui molt par estoient puissanz».
. commencer/ Que, de latin ou je la truis,/
6 El prínçep’Alexandre, que fue rey de Se j’ai le sens e se ge puis,/ Le voudrai si
Greçia, en romanz metre/ Que cil qui
que fue franc’e ardit, e de grant sapïençia, n’entendront la letre/ Se puissent deduire
vençió Poro e Dario, reys de grant el romanz./ Mout est l’estoire riche e
tenençia; granz/ E de grant ovre e de grant fait./ En
nunca con avol omne ovo su atenençia. maint lué l’avra hon retrait,/ Saveir cum
Troie fu perie,/ Mes la vertez est poi oie.