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EPIGRAFIA

MEDIEVALE GRECA E LATINA.


IDEOLOGIA E FUNZIONE
Atti del seminario di Erice
(12-18 settembre 1991)

a cura di

GUGLIELMO CAVALLO e CYRIL MANGO

SPOLETO
CENTRO ITALIANO DI STUDI SULL'ALTO MEDIOEVO
INDICE

GUGLIELMO CAVALLO - CYRIL MANGO, Prefazione Pago VII

ANNA AVRAMÉA, Mort loin de la patrie. L'apport des inscrip-


tions paléochrétiennes . » 1

DENIS FEISSEL, Épigraphie et constitutions impériales:


aspects de la publication du droit à Byzance » 67

CYRIL M ANGO, Sépultures et épitaphes aristocratiques à By-


zance » 99

ANDRÉ GUILLOU, Inscriptions byzantines importées en Italie » 119

NICOLAS OIKONOMIDES, L'épigraphie des bulles de plomb


byzantines » 153

JEAN DURLIAT, Épigraphie et société. Problèmes de méthode »169

CARLO CARLETTI, Viatores ad martyres. Testimonianze scrit-


te alto-medievali nelle catacombe romane » 197

JEAN DURLIAT, Épigraphie chrétienne de langue latine ........ »227

WALTER KOCH, Spezialfragen der Inschriitenpalaographie ,i. »267

GUGLIELMO C AVALLO - FRANCESCO MAGISTRALE , Mezzogiorno


normanno e scritture esposte » 293
Prefazione

Tra le innumerevoli riunioni e tavole rotonde dedicate a tutti gli


aspetti del medioevo non vi è mai stato un incontro di studio sull'e-
pigrafia allo stesso tempo greca e latina. L'idea di un'iniziativa in tal
senso si è potuta realizzare - nell'àmbito della Intemational School
for the Study of Written Records - grazie al Centro di Cultura Scien-
tifica Ettore Majorana di Erice e al suo direttore, prof. Antonino Zi-
chichi, sempre più aperti alle esperienze e al dibattito delle discipline
umanistiche.
L'unità dell'epigrafia nelle due lingue per l'antichità è ammessa
da molto tempo, ed esiste un Comitato internazionale che ha il com-
pito di promuoverla. Grecisti e latinisti si riuniscono ogni cinque
anni per discutere insieme i loro problemi, considerati a giusto titolo
complementari. Ma non appena si scende fino a un'epoca che non è
mai ben precisata - diciamo il V o il VI secolo - le strade si divido-
no. Gli occidentalisti fanno il loro lavoro, i bizantinisti fanno, o non
fanno, il proprio. Non ci si preoccupa di sapere in quale misura la
materia della loro ricerca sia simile o dissimile. Come spiegare que-
sta carenza di comunicazione e di comparativismo, che pure potreb-
bero dimostrarsi proiicui?
Per rispondere a questa domanda occorre risalire un po' nella
storia della disciplina. L'epigrafia in quanto scienza ausiliaria della
storia antica fu la grande scoperta, la nuova arma del XIX secolo,
forgiata non senza suscitare le proteste dei filologi tradizionali. Fu
allora infatti che si costituirono le grandi raccolte sistematiche che
raggruppavano le migliaia di testi rinvenuti e copiati alla meno peg-
gio dai viaggiatori eruditi, da Ciriaco d'Ancona in poi. Fu allora che
ci si rese conto che l'epigrafia, prima considerata un passatempo da
antiquari o un'antologia di testi da imitare per realizzare monumenti
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eretti in onore dei principi, forniva uno strumento serio per raggiun-
gere direttamente l'antichità e completare la documentazione offerta
dalla letteratura, il cui primato non era messo in discussione. Le
esplorazioni sempre più approfondite dei paesi «classici» e i primi
scavi archeologici, del resto, avevano da poco ampliato enormemen-
te il campo della nuova disciplina. Già dalla fine del XIX secolo l'e-
pigrafia entrava a far parte del programma scolastico.
Teniamo dunque a mente questa prima constatazione. L'epigrafia
è stata inventata per illuminare lo studio dell'antichità: innanzi tutto
quello della storia politica, poi quello delle istituzioni civili e militari,
della lingua, della geografia storica, della religione e della vita sporti-
va, e più tardi della società, dell'economia, della cultura e dell'ono-
mastica. Non si trattava di contestare il primato della filologia: al
contrario, lo studio degli autori, soprattutto dei grandi autori, resta-
va alla base dell'Altertumswissenschaft. Ora, l'antichità ha avuto un
inizio, un'epoca d'oro e una fine che segnavano anche i limiti dell'e-
pigrafia in quanto scienza ausiliaria. La fine dell'antichità, tuttavia,
è una nozione imprecisa, diversa per i grecisti e i latinisti. Se è con-
sentito citare l'esperienza inglese, il primo manuale di epigrafia greca
ad usum scholarum, quello di E. L. Hicks (1882), giungeva fino alla
conquista romana, ossia alla presa di Corinto, che segnava la fine
della Grecia come paese autonomo. Nei successivi rifacimenti di
questo manuale il limite inferiore fu fatto dapprima retrocedere al-
l'avvento al trono di Alessandro, e poi, nell'ultima edizione, alla fine
del V secolo avanti Cristo, escludendo in tal modo dal campo degli
studi universitari tutta l'epoca ellenistica, per non parlare del seguito.
Per i latinisti, ovviamente, la situazione è diversa. La fine dell'anti-
chità coincide con i disordini del III secolo o con la Tetrarchia op-
pure, se si vuole andare fino in fondo, con il crollo dell'impero d'Oc-
cidente. Queste divisioni tradizionali lasciano, soprattutto per le pro-
vince orientali, un terreno abbandonato, una no man's land che non
si sa come suddividere. Si parla di iscrizioni cristiane o di iscrizioni
bizantine, oppure di entrambe contemporaneamente. Tuttavia le
iscrizioni cristiane, soprattutto gli epitaffi, iniziano verso l'anno 200
e difficilmente si possono separare dalle iscrizioni pagane della stessa
epoca. Si è giunti dunque, per il periodo precedente a Costantino, al-
l'accordo di annoverare come cristiane soltanto le iscrizioni che con-
tengono un segnale esplicito del cristianesimo, mentre per l'epoca
successiva a Costantino si fa il contrario: si considerano cristiane
PREFAZIONE IX

tutte le iscrizioni, a meno che non racchiudano una formula paga-


na. Nonostante questo controsenso, da cent'anni veniamo invitati a
costituire un corpus delle iscrizioni greche cristiane. Uno dopo l'al-
tro, i congressi hanno formulato in tal senso mozioni e auspici. Ma
ahimè, nessuno ha avuto il coraggio di impegnarsi seriamente in
questo compito.
Agli impedimenti artificiosi, perché imposti dallo stato della disci-
plina e dalle abitudini degli eruditi, è opportuno aggiungere una con-
siderazione oggettiva. Al contrario della filologia, l'epigrafia è stretta-
mente legata al territorio. Le pietre per lo più non viaggiano. Le epi-
grafi iscritte su di esse; prodotti di una città o di un villaggio che
non avevano mai lasciato, sono raccolte sul posto e pubblicate regio-
ne per regione prima di essere ripartite per categorie e sistemate defi-
nitivamente nei diversi corpora. L'origine topografica prevale sulle
divisioni arbitrarie che ci si ostina ad applicare. È per questo che, in
occasione del II Congresso di epigrafia svoltosi a Parigi nel 1952,
Louis Robert ha proposto di eliminare il problema delle iscrizioni
cristiane facendole pubblicare nelle stesse raccolte di tutte le altre
iscrizioni: soluzione logica, che offre il grande vantaggio di presentar-
ci attraverso i secoli il profilo epigrafico di ogni regione; ma allo
stesso tempo soluzione scomoda, che disperde le iscrizioni cristiane e
bizantine in una miriade di pubblicazioni nelle quali spesso abbiamo
molto poco da spigolare. In effetti, questa è la situazione che prevale
ancor oggi: il bizantinista in cerca di iscrizioni deve fare lo spoglio
di tutte le raccolte. Di qui, forse, la mancanza di un progresso nella
nostra disciplina; perché nemmeno i bizantinisti dispongono di tem-
po illimitato.
L'obbligo di sfogliare tutti i corpora ci insegna però qualche im-
portante verità che ci sarebbe sfuggita se non fossimo stati costretti
a spingere lo sguardo al di là dei confini della nostra epoca. Innanzi
tutto, per l'impero d'Oriente il cristianesimo non costituisce una frat-
tura. Anche se il numero di iscrizioni cala progressivamente a partire
dall'alto impero - e ciò non dovunque - i cristiani si inseriscono
agevolmente nella tradizione epigrafica, che sfruttano a loro vantag-
gio. La vera frattura si colloca verso l'anno 600, un po ' prima nei
Balcani, un po ' più tardi in Siria e in Palestina. Essa è improvvisa e
definitiva, e provoca non soltanto una diminuzione drastica del nu-
mero di iscrizioni, ma anche u n cambiamento nel loro carattere. Si
può sostenere quest'affermazione con qualche esempio, avvertendo
x GUGLIELMO CAVALLO E CYRIL MANGO

però che ciascun caso è particolare, che le datazioni proposte dagli


editori sono spesso false e che, insomma, non si possono addiziona-
re le iscrizioni come se avessero tutte uno stesso peso. Detto questo,
prendiamo il caso di Afrodisias, in Caria, dove per vari anni si sono
protratti scavi importanti. Vi sono state segnalate circa 1500 iscrizio-
ni dell'alto impero, 223 del basso impero, cioè dalla metà del III se-
colo fino al VI, e 7 per tutta l'epoca bizantina, che in questa parte
dell'Asia Minore termina nellXlo nel XlI secolo. Senza volersi soffer-
mare sulle circostanze peculiari di questa città, la cui importanza de-
clinò nel medioevo, si può passare a un altro esempio, quello di
Laodicea, detta Combusta, cittadina della Frigia orientale non esplo-
rata approfonditamente. Vi sono state segnalate circa 300 iscrizioni,
per la gran parte funerarie, delle quali 130 - quasi la metà - sono
classificate come cristiane. Di queste 130 soltanto 10 sono bizantine,
vale a dire posteriori al VI secolo, e si ripartiscono come segue: una
sola è funeraria, 5 sono invocazioni pie, 2 si riferiscono alla costru-
zione di chiese, una a un edificio indeterminato e una al restauro di
muraglie. Come parallelo si prenda il caso di Tessalonica, grande cit-
tà che, secondo le notizie a noi giunte, non conobbe un forte declino
durante il periodo bizantino e che in ogni caso rimase una città im-
portante, la seconda, pare, dell'impero. Data la sua prolungata occu-
pazione e la progressiva riutilizzazione delle vecchie pietre, ci si
aspetterebbe che le iscrizioni antiche vi fossero meno numerose ri-
spetto a quelle delle epoche posteriori. Invece accade proprio il con-
trario. La raccolta di Charles Edson contiene 1020 pezzi in massima
parte antichi, mentre l'eccellente catalogo delle iscrizioni cristiane co-
stituito da Denis Feissel, che comprende iscrizioni fino al VI secolo,
arriva appena a contarne circa 130. Per l'epoca bizantina non ho
una cifra complessiva da citare, eccetto l'inventario delle iscrizioni
dette storiche, redatto da Jean-Michel Spieser, che contiene appena
28 pezzi; per iscrizioni storiche Spieser intende quelle concernenti
un'opera o un personaggio di una qualche importanza.
Il cambiamento di carattere è evidente quanto la diminuzione nu-
merica. Se è consentito classificare le iscrizioni bizantine suddividen-
dole in iscrizioni pubbliche e iscrizioni private, si constata che la sfe-
ra pubblica si limita alla costruzione o al rifacimento di muraglie di-
fensive e di chiese. Non vi sono più né editti né epigrammi onorifici.
Quanto alla sfera privata, anch'essa concerne la costruzione e la de-
PREFAZIONE XI

corazione di chiese, nonché gli epitaffi, che sono orma i limitati ai


personaggi importanti, civili o ecclesiastici.
Come spiegare, in una società conservatrice come quella di Bi-
sanzio, l'abbandono di una tradizione millenaria? La risposta mi
sembra evidente. Nell'antichità, compreso il basso impero, l'attività
epigrafica si svolgeva nel contesto della città. Era la città, o piuttosto
il suo consiglio, a custodire gli archivi, a ricevere i rescritti emanati
da un'autorità superiore, a votare mozioni, ad onorare i benefattori.
I più importanti tra questi documenti erano incisi su pietra, affinché
i cittadini potessero leggerli. L'epigrafia all'antica durò quanto la cit-
tà: entrambe scomparvero contemporaneamente.
Certo, ciò non spiega tutti i problemi. Gli organi che mantennero
il loro ruolo, ossia il governo centrale e la Chiesa, dovevano comun-
que trovare dei mezzi di comunicazione con i sudditi o con i fedeli.
Vi erano da diffondere nuove leggi e regolamenti vari, nonché la pro-
paganda, politica e religiosa insieme. Ci si può chiedere in quale mi-
sura la propaganda sia stata affidata all'immagine piuttosto che all'i-
scrizione. Quanto alle leggi, non trovo alcuna informazione riguardo
al mezzo della loro pubblicazione dopo il VI secolo. Ciò che soprat-
tutto mi sembra strano è che all'epoca del rinnovamento detto « ma-
cedone », cioè nei secoli IX e X, quando il governo imperiale si sfor-
zò di riannodare i legami con il passato preiconoclasta, non si pensò
a risuscitare la tradizione dell'editto lapidario, fosse anche solo nella
[orma. L'unico esempio che io conosca, posteriore di molto, è il
grande editto di Manuele Comneno, che inizia con un formulario de-
sueto, all'antica, e che in realtà non è altro che una defini zione
teologica.
Vi è poi la sfera privata, soprattutto quella degli epitaffi, che in
origine non era stata toccata dal crollo delle città. n suo restringi-
mento è evidente: come ho appena detto, dopo il VI o il VII secolo
non si trovano più epitaffi di persone di condizione media o bassa.
Furono commemorati in questa maniera solo i grandi funzionari, gli
aristocratici e gli ecclesiastici. Questo può forse essere un indizio del-
l'analfabetismo delle masse popolari? Tuttavia persone di umili con-
dizioni, per esempio muratori, talvolta iscrivevano graffiti in forma
di invocazioni pie.
È auspicabile che il confronto dell'epigrafia bizantina con quella,
meglio conosciuta, dell'Occidente aiuti a risolvere alcune delle que-
stioni menzionate. Ciò che è evidente, comunque, è che dopo il VI
XII GUGLIELMO CAVALLO E CYRIL MANGO

secolo l'epigrafia a Bisan zio non svolge più lo stesso ruolo che aveva
ricoperto nell'antichità: tra i due periodi si frappone un mutamento
di cultura. Il nuovo ruolo dell'epigrafia illustra bene la storia degli
edifici, ma non la storia cronachistica, né quella delle istituzioni, a
parte il campo sigillografico. Essa abbandona di buon grado la pie-
tra per invadere gli oggetti di lusso, gli avori, i rivestimenti di icone,
le croci processionali. Al contrario che per l'antichità, si potrà sem-
pre scrivere la storia di Bisanzio senza ricorrere all'epigrafia.
Nella prospettiva di un confronto tra l'Oriente e l'Occidente negli
usi epigrafici, si possono indicare, a questo punto, almeno alcune
delle linee di identità o di demarcazione? E quali? Tra antichità tar-
da e alto medioevo le scritture esposte nell'Europa occidentale segui-
rono le sorti di ogni altra manifestazione della cultura grafica: esse
vennero a rarefarsi e a rinchiudersi all'interno degli spazi del sacro,
le chiese, tanto più se urbane e sedi vescovili, e le abbazie (si pensi a
S. Vincenzo al Volturno). Anche i graffiti - la manifestazione grafica
nel mondo antico offerta forse più d'ogni altra alla lettura di molti
perché semplice e immediata - si rinchiudono prima nelle catacombe
e poi, più in generale, nei luoghi di culto , trasformandosi da messag-
gio in invocazione pia. Ed anche in Occidente è il crollo della vita
urbana antica, la riconversione della.città da 'spazio da vivere' a op-
pidum, fortificazione, che determina nell'alto medioevo la drastica ri-
duzione dei luoghi aperti di esposizione dello scritto fino alla quasi
totale scomparsa. Ugualmente, nel suo adattarsi a nuovi e ristretti
spazi espositivi, viene a ridursi il repertorio d'uso delle epigrafi, limi-
tato alle iscrizioni funerarie, a quelle per la consacrazione di chiese o
di altari, a scritte con varia funzione esplicativa o esornativa deco-
ranti immagini, a tituli votivi, rivolti ai fedeli tutti, che proponevano
negli edifici di culto la tradizione scritturale come testo esposto, pa-
gina in pariete reserata Del resto, l'alfabetismo stesso - la possibili-
tà di leggere iscrizioni - resta sempre più circoscritto in Occidente
agli uomini di preghiera, gli oratores, concentrato perciò negli spazi
del sacro.
E tuttavia, quando tra XI e XII secolo, con la rinascita delle cit-
tà, intenso si fa nell'Europa medievale il confronto con la civiltà di
Roma antica, anche l'epigrafia riconquista spazi aperti, superfici
esterne, maniere concettuali che rimandano ad usi antichi e propri
della romanitas, come quelli di illustrare la memoria cronachistica o
la storia delle istituzioni. Si prendano, per esempio, le lastre monu-
PREFAZIONE XIII

mentali del tardo secolo XI poste sulla facciata della cattedrale di Pi-
sa - fondata nel 1064 - sulle quali si trova scritto in versi il ricordo
esaltante delle imprese vittoriose vissute dalla città in un momento
di forte espansione politica ed economica. O si consideri, ancora, l'i-
scrizione che commemora la rifondazione delle mura di Milano dopo
la distruzione del 1171. E quanto alla storia delle istituzioni, si pensi
al testo statutario comunale del 1173 inciso lungo le pareti del duo-
mo di Ferrara. La storia dell'Occidente europeo non si può scrivere
senza epigrafi come queste.
Su altro versante vi sono le chartae lapidariae - quelle che Wolf-
gang Mùller ha chiamato ({ Urkundeninschriiten » - le quali recano
bolle, decreti, diplomi di carattere pubblico o anche donazioni e te-
stamenti privati. Incise con l'intento sia di dare il massimo di pub-
blicità alla manifestazione di volontà dell'autore del documento, sia
di assicurare a questa una durevole resistenza nel tempo, queste
chartae hanno di regola a monte un originale scritto su altro mate-
riale (quasi sempre andato perduto), mostrando comunque che il filo
di quella tipologia epigrafica legata nella prassi di età romana alla
promulgazione di leggi e decreti o al diritto continuava ad avere nel
medioevo una sua tradizione, pur se adattata a nuove realtà storiche
e a diversi atteggiamenti mentali.
Sotto certi aspetti vi sono analogie negli itinerari medievali di
epigrafia greca ed epigrafia latina. Ma ciascuna mostra pur sempre
specificità sue proprie. Anche nel medioevo occidentale la scrittura
viene ad invadere gli oggetti, quali avori, smalti, tessuti e soprattutto
l'oreficeria, ma non abbandona la pietra. Quel che si può rilevare,
piuttosto, è che questa 'diffrazione' della scrittura sugli oggetti, nata
nelle arti minori, nel basso medioevo finisce con il determinare forti
innovazioni nella disposizione della scrittura su pietra o per iscrizio-
ni monumentali d'altra indole. Nell'epigrafia funeraria ne sono
espressione massima le lastre terragne, con lo scritto disposto in una
fascia esterna che incornicia lungo i quattro lati la figura del defun-
to. Ma ancor più evidente si mostra il fenomeno - complice la più
ampia diffusione dell'alfabetismo e di oggetti della cultura scritta
propria del basso medioevo - nella pittura, ove lo scritto non si col-
loca più in un unico e ordinato spazio proprio, come in precedenza,
ma si dispone, spesso frantumandosi, su cartigli, libri, tabulae, ri-
quadri, oggetti vari.
Infine, capitolo ancora da organizzare in un disegno sistematico,
XN GUGUELMO CAVALLO E CYRIL MANGO

pur se non mancano contributi parziali assai importanti, è quello re-


lativo alla ordinatio, alle tecniche di incisione, alle tipologie grafiche,
ai formati, ai modi di impaginazione delle iscrizioni greche e latine
medievali: capitolo che giunga fino ad una comparazione che ne re-
cuperi sia il rapporto d'uso e le influenze reciproche (o non-influen-
ze) ove coesistano iscrizioni nell'una e nell'altra lingua in uno stesso
àmbito geostorico, sia i percorsi di maniere e stilemi di scrittura nel-
la migrazione e ricezione di questi tra Oriente e Occidente.
Come ricordava Louis Robert, ogni iscrizione è storica, ogni iscri-
zione riflette un ambiente e una cultura, purché la si interroghi po-
nendole le opportune domande. Questo colloquio pretende almeno di
porre domande opportune, congiuntamente, all'epigrafia medievale
greca e latina. Si avranno anche risposte?

GUGUELMO CAVALLO e CYRlL MANGO