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BIBLIOTHECA

Sebastiano Timpanaro

Classicismo e illuminismo
nell’Ottocento italiano
Testo critico con aggiunta di saggi e annotazioni autografe

a cura di
Corrado Pestelli

saggio introduttivo di
Gino Tellini
In copertina: Thédore Rousseau, Landa delle ginestre, 1860 circa.
Montepellier, Musée Fabre.

Copyright © 2011 by Casa Editrice Le Lettere – Firenze


ISBN 978 88 6087 416 0
www.lelettere.it
Indice

vii Introduzione di Gino Tellini


xxxvii Nota del curatore e criteri della presente edizione

lxxv Copertine 1973 e 1984


lxxvi Bandelle 1984
lxxvii Prefazione
lxxxi Prefazione alla seconda edizione
ci Nota alla ristampa 1988 della seconda edizione
ciii Avvertenze sulle citazioni, sulle postille e sulle aggiunte biblio-
grafiche
cv Avvertenza sulle citazioni da «Aspetti e figure della cultura otto-
centesca»
cvii Avvertenza sulle citazioni da «Nuovi studi sul nostro Ottocento»

Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano

3 Introduzione
37 I. Le idee di Pietro Giordani
97 II. Giordani, Carducci e Chiarini
108 III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi
148 IV. Il Leopardi e i filosofi antichi
184 V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani
1. Gli «appunti» dell’abate Cozza-Luzi e la controversia Cugnoni-
Tacchi, 184 2. Le recenti vicende degli «inediti» del Cozza-
Luzi, 190 3. I Pensieri vaticani, 193 4. I primi due abbozzi
di Idilli, 197 5. Le due suppliche a Pio VII e la lettera del car-
dinale Mattei, 207 6. Gli altri abbozzi dell’«Infinito», 215
7. I «Discorsi Sacri», 221 8. Conclusione, 224
227 VI. Natura, dèi e fato nel Leopardi
250 VII. Note leopardiane
1. «Strigne più la camicia che la sottana», 250 2. «Il Giordani, il
Montani, il Vieusseux vi risalutano caramente», 251 3. «Gli sguar-
di innamorati e schivi» (A Silvia, 46), 253 4. «Al romorio / de’ cre-
pitanti pasticcini» (Palinodia, 14-15), 259 5. «Le magnifiche sorti
e progressive» (La Ginestra, 51), 261
266 VIII. Epicuro, Lucrezio e Leopardi
315 IX. Il Leopardi e la Rivoluzione francese
328 X. Carlo Cattaneo e Graziadio Ascoli
I. Le idee linguistiche ed etnografiche di Carlo Cattaneo, 328 II. L’in-
flusso del Cattaneo sulla formazione culturale e sulla linguistica asco-
liana, 369
428 XI. Theodor Gomperz

Appendici
475 Appendice I
I. Postilla su Maffei e Muratori, 475 II. A proposito di un inedito
del Cattaneo sulla poesia dialettale, 483
489 Appendice II
Classicismo e «neoguelfismo» negli studi di antichità del-
l’Ottocento italiano

503 Annotazioni autografe

531 Indice dei nomi


Introduzione di Gino Tellini
Un libro necessario

Testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe,


testo epigrafe, testo epigrafe.
Nome Cognome

1. Non è senza significato che Classicismo e illuminismo nell’Otto-


cento italiano abbia nel 1965 visto la luce (al pari poi di altri tre volu-
mi di Sebastiano Timpanaro)1 nei «Saggi di varia umanità» diretti, per
i tipi pisani di Nistri-Lischi, da Lanfranco Caretti: una collezione d’o-
rientamento italianistico, e di taglio accademico, ma fruttuosamente
1
Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano, Nistri-Lischi, Pisa 1965, 19692; Sul mate-
rialismo, Nistri-Lischi, Pisa 1970, 19752 (Unicopli, Milano 19973); Aspetti e figure della cultura
ottocentesca, Nistri-Lischi, Pisa 1980, con dedica «ad Augusto Campana»; Nuovi studi sul nostro
Ottocento, Nistri-Lischi, Pisa 1995, con dedica «a Lanfranco Caretti». Va da sé che Timpana-
ro è l’unico autore presente nei «Saggi di varia umanità» con quattro titoli. Sui tenaci rapporti
di amicizia e di stima che lo hanno legato a Caretti informano la Prefazione a Classicismo e illu-
minismo («Esprimo la più viva riconoscenza a Lanfranco Caretti, che ha accolto questo lavoro
nella collana da lui diretta; alla sua acuta sensibilità filologica e critica, al suo spirito pasqualiano
sono debitore di preziosi suggerimenti»), nonché la Prefazione alla seconda edizione, la Prefazione
a Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana, Ets, Pisa 1982 («Nemmeno nella riflessio-
ne sugli argomenti qui trattati [...] mi è venuto meno il prezioso consiglio di Lanfranco Caretti,
a cui mi lega una comunanza non solo di idee filologiche e critiche, ma di visione della vita, pes-
simista non rinunciataria»), la Prefazione a Nuovi studi sul nostro Ottocento («Dedicare a Lan-
franco Caretti un libro che si pubblica in una collana diretta da Lanfranco Caretti? È adulazio-
ne, è servilismo! Non mi meraviglierei di udire o di leggere commenti di questo genere. Ma chi
conosce Caretti sa bene che le adulazioni non gli sono mai andate a genio; e chi, sia pure alla
lontana, conosce me, sa che, tra i vari luoghi dell’inferno in cui potrò andare a finire, uno è esclu-
so: la seconda bolgia dell’ottavo cerchio, quella, appunto, degli adulatori») e la nuova introdu-
zione (dal titolo Venti anni dopo) alla terza edizione di Sul materialismo («un maestro e amico
indimenticabile, della cui scomparsa [avvenuta a Firenze il 4 novembre 1995] non riesco e non
riuscirò a consolarmi»). Più in particolare (oltre ai frequenti riconoscimenti disseminati in molti
altri luoghi), si veda la Premessa di Timpanaro alla Bibliografia degli scritti di Lanfranco Caretti, a
cura di R. Bruscagli e G. Tellini, Bulzoni, Roma 1996, pp. 14-24. Cfr. anche l’articolato pano-
rama, in prospettiva storica, tracciato da A. Rotondò, Sebastiano Timpanaro e la cultura univer-
sitaria fiorentina della seconda metà del Novecento, nell’opera collettiva Sebastiano Timpanaro e la
cultura del secondo Novecento, a cura di E. Ghidetti e A. Pagnini, Edizioni di Storia e Lettera-
tura, Roma 2005, pp. 3-88 (su Caretti e Timpanaro, pp. 72-77).
viii Introduzione di Gino Tellini

aperta ai contributi di non italianisti e di non accademici, perché chi


ne aveva la responsabilità della direzione era sollecitato non tanto da
inquietudini metodologiche (le quali lasciano spesso il tempo che tro-
vano), quanto piuttosto dal robusto e salutare innesto, nel domestico
terreno delle nostre lettere, di energie e competenze professionali
maturate in differenti campi del sapere.
La tempra del classicista, del critico testuale, del linguista, del filo-
logo, il vigore del pensatore e dello storico, la risolutezza etica e civi-
le del militante politico, come del polemista, hanno cooperato a ren-
dere Classicismo e illuminismo un testo capitale della storiografia sulla
civiltà letteraria del xix secolo. Un libro necessario, eterodosso e pro-
blematico, che scompagina equilibri consolidati. Nella presente edi-
zione compare integrato con altri scritti dell’autore, nonché con postil-
le e aggiunte bibliografiche, come è chiarito in dettaglio nella Nota del
curatore.
Quando si pensa ai tanti meriti intellettuali di Timpanaro viene
naturale passare da un settore scientifico all’altro, in una costellazio-
ne multipla di ambiti specialistici tra loro a prima vista non comuni-
canti (anzi spesso incomunicanti nella parcellizzata prassi universita-
ria). E si può correre il rischio di non tenere nel debito conto un dato
ovvio eppure eccezionale: che un così poliedrico intreccio d’interessi,
di dottrina, d’esperienze pratiche e conoscitive è salda espressione di
un’unica, unitaria personalità.2 Definirla versatile e complessa non
basta, perché l’arduo connubio di scientificità e passione, di magiste-
ro non cattedratico e intransigente moralità, di fiducia nella cultura e
abnegazione personale che nutre la vita e la scrittura di Timpanaro
(lui, studioso di prestigio internazionale, che ha scelto di esercitare il
mestiere del correttore di bozze) non ha eguali nel panorama contem-
poraneo. Può valere nel caso quanto Montale osservava nel 1943 a
proposito di Giorgio Pasquali: «è certo che questo creduto specialista
ha ben distrutto le barriere della sua specialità».3 Tale particolarissi-
ma trama di convergenze disciplinari – peraltro mai esibita – credo

2
Su «l’originalità e l’unità dell’opera di Timpanaro», cfr. S. Settis, Presentazione del volume
«Il filologo materialista. Studi per Sebastiano Timpanaro», in «Atti della Accademia Nazionale dei
Lincei. Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche», s. IX, vol. XV, 2004, pp. 597-601.
3
E. Montale, Il «filologo soprano»: Giorgio Pasquali, in «Tempo», Milano, VII, 189, 7 gen-
naio 1943, pp. 33-35, ora in Il secondo mestiere. Prose 1920-1979, a cura di G. Zampa, Monda-
dori, Milano 1996, 2 voll., I, p. 599.
Introduzione di Gino Tellini ix

che si avverta tra le righe in tante pagine di Timpanaro. Però è certo che
nei suoi contributi di italianistica siffatta tastiera pluriprospettica
mette in moto una magistrale macchina interpretativa, che all’acribia
della perlustrazione tecnica affianca la solidità della guardatura stori-
ca e della riflessione concettuale, abbinando filologia e critica lettera-
ria sul fronte anti-intuizionistico, fino a proporre – non per via di rilu-
centi escogitazioni, ma sul fondamento di accertamenti empirici, di
scavi lenti e pazienti – la rilettura originale di opere e di autori, come
anche di interi (e quanto intricati) movimenti culturali. Il che non
vuol dire che le soluzioni prospettate siano tutte, volta per volta, indu-
bitabili (Sebastiano per primo era lieto di sottoporle alla verifica del
confronto e della discussione):4 vuol dire però che la strada percorsa
per giungere alla loro formulazione è in ogni caso illuminante e lascia
ammirati,5 perché sempre tesa a interrogare e a capire le ragioni dei
fatti accaduti, sempre orientata non a isolare il singolo evento, per
contemplarlo nella sua assolutezza, ma a correlare e distinguere, a va-
gliare e investigare con intrepido rigore la contraddittoria complessità
della realtà storica e di chi vi si trova coinvolto.
Con ciò si tocca un tratto distintivo dell’habitus mentale di Timpa-
naro, del suo comportamento mai snobistico, sempre invece paritetico
e democratico, ovvero l’attenzione esclusiva rivolta all’oggetto dell’in-
dagine, senza nulla concedere al risalto della prima persona, al lustro
del soggetto che indaga, all’ostentazione di sé. In effetti l’io dell’in-

4
Per talune riserve di fondo sul «disegno storiografico di Classicismo e illuminismo», cfr.
ora E. Ghidetti, L’Ottocento di Timpanaro tra Illuminismo e Classicismo, nell’opera collettiva
Sebastiano Timpanaro e la cultura del secondo Novecento cit., pp. 245-56, che tuttavia riconosce,
all’«energica maieutica culturale» di Timpanaro, «risultati che hanno significativamente modi-
ficato le tavole storiografiche del primo Ottocento italiano, aprendo la strada a nuovi studi che
hanno rimesso in discussione non solo le nozioni di Classicismo e Romanticismo, ma il proble-
ma stesso delle radici culturali dell’Italia moderna» (p. 256).
5
È quanto apertamente dichiara Cesare Cases a Timpanaro, da Torino, il 3 febbraio 1979,
in C. Cases e S. Timpanaro, Un lapsus di Marx. Carteggio 1956-1990, a cura di L. Baranelli, Edi-
zioni della Normale, Pisa 2004, pp. 282-84: «È vero che i miei itinerari ideologici non si sono
mai incontrati con i tuoi, che ero hegeliano e lukácsiano quando tu difendevi il materialismo
più o meno volgare e civettavo con Freud quando tu demolivi il lapsus freudiano. [...] Tu hai
scritto dei libri che si leggono volentieri, pieni di dimostrazioni persuasive, di collegamenti rive-
latori, di riferimenti inediti e illuminanti. Che importa se uno poi non è d’accordo con il q.e.d.
[quod erat demonstrandum] conclusivo? [...] Dopo tutto, quello che so dell’800 italiano l’ho desun-
to dai tuoi libri, che mettono sempre in evidenza figure e problemi interessanti [...]. Anche
recentemente ho tenuto a un convegno italo-tedesco di germanisti, a Bonn, una conferenza sul
mito della cultura tedesca in Italia che ha avuto un successo incredibile [...] e che per 3/4 era
costituita da reminiscenze spesso neanche controllate del Timpanaro scritto e orale».
x Introduzione di Gino Tellini

terprete non si annulla mai nel silenzio delle cose da dimostrare (come
Contini diceva di Santorre Debenedetti), né mai rinuncia al proprio
ruolo, anzi se ne sente sempre attiva la presenza, ma in qualità di re-
gista energico e partecipe, coinvolto nella collettiva avventura della
conoscenza, non come primattore o vocalista sulla ribalta della scena
(l’io «collo-ritto», secondo l’immagine di Gadda). Basta anche poca
consuetudine con la scrittura saggistica contemporanea – specie quel-
la dei letterati – per avvedersi della distanza. Si parli pure di radicale
modestia, esercitata per culto severo della verità, per un bisogno di
integrale immersione e immedesimazione nella ricerca. Il fatto non è
accessorio, perché discende dal carattere schivo della persona (ma gli
amici sanno quanta intensità d’affetti e quanta forza di idee si cela-
vano dietro quella ritrosa riservatezza) e connota con coerenza lo sti-
le dello studioso, che qui più importa. La limpidezza e la sobrietà del
dettato ne sono le doti subito evidenti, unite alla schiettezza antiac-
cademica e al rifiuto di raffinati virtuosismi. Nelle Considerazioni pre-
liminari che aprono Il lapsus freudiano, l’epiteto «professorale» è con-
giunto, come sempre, all’idea della «grettezza» e, poco oltre, ecco
biasimato, nei procedimenti interpretativi di Freud, il «brillante fuo-
co d’artificio» che può sedurre la fantasia di chi legge.6 Né toni pro-
fessorali, né giochi di fioretto, né acrobazie dell’ingegno e del lin-
guaggio, né alambiccamenti o narcisismi. L’aggettivo «brillante» ha
sempre per Sebastiano un’accezione non positiva. La sua prosa è reto-
ricamente spoglia, trasparente e spedita nella dizione, discorsiva e tan-
gibile, attratta dall’area semantica dell’esperienza quotidiana, quindi
poco incline ai voli metaforici7 e meno ancora agli ammiccamenti allu-
sivi, perché intende non persuadere ma convincere, con il peso delle
rilevazioni documentarie, con gli strumenti verificabili dell’argomen-
tazione logica e della disciplina ragionativa. Alla scioltezza dell’elo-
quio risponde la sostenuta fluidità dell’impianto sintattico, al solo
fine, beninteso, della chiarezza, della perspicuità, dell’efficacia comu-
nicativa.8 Il destinatario effettivo coincide con un pubblico colto, ma
6
S. Timpanaro, Il lapsus freudiano. Psicanalisi e critica testuale, La Nuova Italia, Firenze 1974,
ora nuova edizione, a cura di F. Stok, Bollati Boringhieri, Torino 2002, rispettivamente, pp. 3 e 31.
7
S. Timpanaro, Venti anni dopo, in Sul materialismo, Unicopli, Milano 19973, p. xii: «è sem-
pre un brutto segno quando si è costretti a ricorrere a metafore».
8
Cases, da Roma, il 14 ottobre 1960, confida a Timpanaro di invidiare il suo «stile magro
e vigoroso come le salsicce di Siena» (C. Cases e S. Timpanaro, Un lapsus di Marx. Carteggio
1956-1990 cit., p. 56).
Introduzione di Gino Tellini xi

il destinatario implicito e ideale va oltre l’esigua cerchia degli addetti


ai lavori. Perciò questo modo di scrivere ignora la separatezza tra i pia-
ni nobili e i mezzanini, onde se rifiuta gli abiti inamidati, rifiuta anche
la facilità divulgativa e s’indirizza, con il medesimo timbro di una luci-
da sobrietà, agli intendenti e ai profani. Il «dire pane al pane e vino
al vino»9 si coniuga, sul piano della dispositio, a una vivacissima tec-
nica dialogica che ottiene l’effetto di movimentare e animare gli argo-
menti dibattuti, chiamando in causa altri studiosi e consentendo di
scrutare in controluce le loro prospettive di giudizio, sì da ricostruire
– senza esclusioni preventive – la genesi delle valutazioni contrastanti
che sono prese in esame e messe a confronto, con l’intento di valoriz-
zare volentieri anche il lavoro altrui per una migliore chiarificazione e
un ulteriore approfondimento delle questioni. Non conta chiudere la
partita, ma mettere a punto la posta in gioco e questa – nei temi che a
Timpanaro più stanno a cuore – non è mai sterile o pedantesca, ma sot-
tratta alla rigidità della mera speculazione erudita e immersa, come
materia compromettente e vibrante, nel flusso della storia civile. Al let-
tore accade allora, passo dietro passo, di trovarsi nel vivo di un labo-
ratorio in fermento, in un’officina alacre e operativa, dinamicamente
aperta, che trasforma l’inerzia dei dati di laboratorio in un drammati-
co (direbbe Montale) «fatto di vita»: «come un fiume perenne che può
raggelarsi nella “fissità” delle schede ma non respira se non ritorna dal-
le schede alla vita».10 Ciò che preme infine è l’accertamento del vero,
non la palma dell’originalità, che rimane variabile indipendente, spes-
so raggiunta ma non programmata e virtualmente irrilevante:
Eh, lo so, questa mia interpretazione è trita e del tutto priva di originalità; ma che
ci posso fare se la verità, in questo e in molti altri casi, è banale!

In questi termini Timpanaro si rivolge a Cesare Cases,11 dopo un


istruttivo scambio di opinioni sulla teoria della tragedia. Coraggio del-
9
Così T. De Mauro, Premessa a Per Sebastiano Timpanaro. Il linguaggio, le passioni, la storia,
a cura di F. Gallo, G. Iorio Giannoli, P. Quintili, Unicopli, Milano 2003, p. 8.
10
La frase montaliana è sempre riferita a Pasquali: cfr. E. Montale, Un filologo stravagante,
in «Corriere della Sera», 7 dicembre 1951, ora in Il secondo mestiere. Prose 1920-1979 cit., I,
p. 1307. Rilevante, in proposito, un’osservazione giocosa di Cases a Timpanaro, Torino, 1 apri-
le 1973, in C. Cases e S. Timpanaro, Un lapsus di Marx. Carteggio 1956-1990 cit., p. 214: «tu
sei sempre un eccellente storico delle idee e riesci a cavar sangue anche dalle rape filologiche».
11
S. Timpanaro a C. Cases, Pisa, 2 marzo [1963], ivi, p. 74. Cfr. almeno anche S. Timpa-
naro, De Amicis di fronte a Manzoni e a Leopardi, in Nuovi studi sul nostro Ottocento cit., p. 211:
«ma la verità non è necessariamente complicata».
xii Introduzione di Gino Tellini

la chiarezza vuol dire anche anticonformistico coraggio della sempli-


cità (che per Leopardi, si sa, è una conquista faticosa): originalità,
dunque, come approdo involontario, al pari della modernità nell’im-
piego della strumentazione critica, conseguita proprio in virtù di un
pervicace desiderio di inattualità, di leopardiana avversione per le
mode del giorno, siano le «fumosità psicanalitico-sociologiche»,12 sia-
no le primizie di grido importate da terra francese con il patrocinio dei
«Grandi Saltimbanchi di Parigi».13 C’è il provincialismo strapaesano
e c’è anche, oggi più insidioso, il provincialismo come passivo vezzo
esterofilo.14 Contro le infatuazioni, la franchezza del «dire pane al
pane e vino al vino» si rivela arma appuntita e anche ironicamente irri-
dente «per “rompere l’incantesimo” e far vedere che l’imperatore di
anderseniana memoria, da tutti elogiato per i suoi bei vestiti nuovi,
in realtà è in mutande».15 Chi ha consuetudine con gli scritti di Tim-
panaro, ne incontra molti non solo di incantesimi rotti, ma di impe-
ratori in mutande.
Si dice da più parti, e giustamente, che siffatto metodo di lavoro si
attiene con fermezza a uno statuto scientifico e razionalistico, ma
occorre aggiungere che peculiare gli è anzitutto una dote rara che si
chiama «vera umiltà scientifica», la quale nulla ha a che vedere – cosa
mai sottolineata abbastanza – con l’esibizione scientistica, che è inve-
ce merce molto più corrente. Sempre l’amico Cases, assecondando la
polemica antistrutturalistica del suo animoso interlocutore, distingue
tra i «vecchi positivisti» e gli «strutturalisti»:
12
S. Timpanaro a C. Cases, Firenze, 9 gennaio 1968, in C. Cases e S. Timpanaro, Un lapsus
di Marx. Carteggio 1956-1990 cit., p. 122.
13
«La sociologia di Horkheimer e Adorno [...] mi sembra una propaggine dell’anticapitali-
smo romantico, con gli indubbi meriti ma anche con le insufficienze di quell’indirizzo. Direi che
lo è già nel linguaggio fumoso e insopportabile. Almeno una cosa andrebbe imparata dall’il-
luminismo: il gusto dell’esprimersi e del pensare chiaramente. E questo è uno dei motivi [...]
dell’antipatia che provo, da un lato per i francofortesi, dall’altro (ancora maggiore) per i Grandi
Saltimbanchi di Parigi: per la banda Lévi-Strauss – Foucault – Lacan – Althusser» (S. Timpa-
naro a C. Cases, Firenze, 5 febbraio 1970, ivi, p. 146). Riguardo al «ristupidimento conformi-
stico per cui tutti obbediscono alle mode e credono di essere liberi», cfr. S. Timpanaro, Prefazione
a La «fobia romana» e altri scritti su Freud e Meringer, Ets, Pisa 1992, pp. 13-14.
14
«Com’è o dovrebbe essere noto, il provincialismo può assumere due forme, solo apparen-
temente opposte. Una è la forma strapaesana e autarchica [...]. L’altra è la forma dell’ammira-
zione acritica per qualsiasi sottoprodotto proveniente dai paesi “evoluti” [...]. In Italia c’è una
periodica oscillazione fra le due forme di provincialismo» (S. Timpanaro, Un «parnassiano atlan-
tico», in «Belfagor», XXVII, 1, 1972, p. 100).
15
S. Timpanaro a C. Cases, Firenze, 26 marzo 1971, in C. Cases e S. Timpanaro, Un lapsus
di Marx. Carteggio 1956-1990 cit., p. 190.
Introduzione di Gino Tellini xiii

Quello che più dà ai nervi in questi strutturalisti (a cominciare dai fondatori, Tru-
betzkoy e Lévi-Strauss) è la loro sterminata presunzione. I vecchi positivisti, ben-
ché andassero anche loro in cerca di sistemi rigorosi come quelli delle scienze esat-
te, avevano sempre la modestia di chi da una parte si inchina di fronte alla legge,
dall’altra si aspetta che altri possa chiarirla e definirla meglio. Invece costoro, veden-
do il mondo come un sistema di strutture che si rivelano solo al loro occhio d’aqui-
la, alla loro prestigiosa capacità di accostare il cotto al crudo, la virgola al verso 2 con
la virgola al verso 8, mancano di ogni vera umiltà scientifica [...].16

E Sebastiano, a giro di posta, sigilla lapidario: «Sono d’accordissi-


mo con te quanto agli strutturalisti».17 L’entusiastico «d’accordissi-
mo» aiuta a capire la funzione etica che Timpanaro non dissocia dal
proprio lavoro e anche l’antispecialismo che ha sempre coltivato (in
accordo con le insofferenze del suo maestro Pasquali contro la «male-
detta specializzazione»),18 fermamente deciso nel praticare una cultu-
ra che si riconosce il compito non solo di leggere ma di modificare l’as-
setto della realtà sociale. Di qui la perseveranza del «militante di
base», ansioso di un mondo migliore, più giusto e quindi più libero,
che è il fulcro delle sue coraggiose scelte politiche.19
Come sullo statuto scientifico, tanto più meditato quanto lontano
dalla boria dell’infallibile certezza, anche sulla nozione di «verità»
occorre intendersi. Per Timpanaro essa non staziona nel regno meta-
fisico dei massimi sistemi, non si colora di tinte intellettualistiche,20 né
di falsa e fredda «ragione vuota»,21 ma assume sempre fattezze laiche
e terrene, in quanto ricondotta sul campo sperimentabile della storia e
degli accadimenti umani, riferita a determinate coordinate di luogo e di
ambiente geografico, commisurata a concreti eventi politici, a contra-

16
C. Cases a S. Timpanaro, Cagliari, 8 marzo 1966, ivi, p. 97.
17
S. Timpanaro a C. Cases, Pisa, 20 marzo 1966, ivi, p. 100.
18
Cfr. S. Timpanaro, Storicismo di Pasquali, nell’opera collettiva Per Giorgio Pasquali. Studi
e testimonianze, a cura di L. Caretti, Nistri-Lischi, Pisa 1972, p. 127. La citazione di Pasquali
in Storia della tradizione e critica del testo, Le Monnier, Firenze 1934, 19522, p. 8.
19
La «mia militanza politica [...] è stata almeno immune dai trasformismi e dai voltafaccia
di tanti pseudorivoluzionari, e d’altra parte non è stata contrassegnata soltanto dalla “fedeltà”
a certi ideali, ma anche da uno sforzo di unire alla fedeltà la lucidità e la volontà di capire»
(S. Timpanaro, Il Congresso del Partito. Scherzo filologico-politico dedicato all’amico Antonio La
Penna, in «Il Ponte», XXXVIII, 1, 31 gennaio 1981, p. 69). Cfr. anche E. Narducci, Sebastiano
Timpanaro, in «Belfagor», XL, 3, 1985, pp. 283-311.
20
«Devo fare per la Nuova Italia un manuale di critica del testo (di critica del testo chiara,
“spiegata al popolo”: non di “ecdotica” alla Avalle)» (S. Timpanaro a C. Cases, Firenze, 9 gen-
naio 1968, in C. Cases e S. Timpanaro, Un lapsus di Marx. Carteggio 1956-1990 cit., p. 123).
21
S. Timpanaro, Venti anni dopo cit., pp. ix-x.
xiv Introduzione di Gino Tellini

sti di mentalità, di sentimenti, di schieramenti, di istituzioni, ma prin-


cipalmente a esperienze di individui, visti in relazione tra loro e in
rapporto con la natura, come cives appartenenti a distinte classi socia-
li e, al tempo stesso, come creature fisiche, quindi vulnerabili e depe-
ribili, perché in tutte le «fasi della vita umana la socialità ha un peso
rilevantissimo, ma non tale da annullarne il sostrato biologico».22 Il
materialismo, in questa chiave, significa conoscenza disincantata delle
antinomie e dei conflitti che scandiscono la storia politico-culturale,
ma significa anche acutissima attenzione ai mali che tormentano – per
usare le parole della Ginestra e della Palinodia – «il basso stato e fra-
le» dell’«umana specie».23

2. Appare chiaro allora come due tra i nuclei portanti di Classicismo


e illuminismo, cioè la polemica classico-romantica in Italia e il pensie-
ro di Leopardi, al di là della loro centralità nella letteratura ottocen-
tesca, siano questioni che toccano tasti nevralgici per l’orientamento
umano e intellettuale di Timpanaro. Quanto al primo versante, basti
dire che le indagini proposte hanno incrinato la complessiva fisionomia
fino allora consolidata della cultura italiana nel periodo della Restau-
razione. La storiografia tradizionale aveva infatti, come di solito av-
viene, sposato la causa del vincitore e, in merito alla querelle avviata-
si a Milano nel 1816, tendeva a riconoscere ai romantici il brevetto
quasi esclusivo della spinta innovativa e del progresso, specie in nome
del liberalismo, del patriottismo, del diritto all’indipendenza dei po-
poli, nonché, nell’ambito artistico, per la battaglia contro il principio
dell’imitazione, contro la mitologia, contro le cosiddette unità pseu-
doaristoteliche e l’aulicismo linguistico. Non tuttavia in questa dire-

22
Ivi, p. x.
23
Al rapporto individuo-natura (ovvero alla condizione «dell’uomo vivente in un cosmo non
fatto certamente per il suo bene, alle prese con una natura [...] che lo condiziona per tutta la
sua breve esistenza, dalla nascita che non è dovuta ad una sua libera scelta, alla necessità di sod-
disfare certi bisogni primari, allo stato di salute, alla vecchiezza che tante volte è causa di deca-
denza anche psichica e intellettuale, fino alla morte»: ibidem), che ha evidenti implicazioni poli-
tiche e sociali ma non si risolve interamente in esse, spetta forse il primato nella riflessione di
Timpanaro. Curiosamente eloquente, pur nel tono scherzoso, forse anzi tanto più eloquente pro-
prio perché travestito in forma di scherzo, il seguente passo di una lettera del 30 giugno 1970,
inviata a Grazia Cherchi (riportato in C. Cases e S. Timpanaro, Un lapsus di Marx. Carteggio
1956-1990 cit., p. 174, n. 2): «Il dente, finalmente estratto, non mi dà più noia. E quindi sono
di nuovo disposto a riconoscere che il male principale è la divisione della società in classi e non
il mal di denti».
Introduzione di Gino Tellini xv

zione, già ampiamente sondata, indugia Timpanaro, bensì, attento alle


ragioni dei vinti, si addentra nell’area degli oppositori, i classicisti, cui
è toccata la mesta sorte dei perdenti. A costoro era di solito ricono-
sciuto, quando andava bene, il merito di avere indirettamente, con la
loro resistenza, esercitata un’azione di stimolo per l’elaborazione del-
le teorie romantiche. Oppure, per una sorta di fatale attrazione del
polo vincente, poteva avvenire non di rado che gli stessi classicisti
convinti, e perciò antiromantici (è il caso clamoroso di Leopardi), si
trovassero forzatamente assimilati nell’alveo degli avversari, quasi se
ne differenziassero non altro che per motivi contingenti e occasiona-
li. Invece il discrimine sostanziale, a parte multiformi intersezioni e
alleanze trasversali sempre possibili e sempre cangianti, è netto.24
Consapevole della complessa situazione, Timpanaro intende veder-
ci il più possibile chiaro, assestare i contorni e i colori, distinguere e
capire, ricomporre senza fretta (vi si riconosce il passo lento del filo-
logo) la composita scacchiera delle forze in campo, le tensioni e i con-
trasti di idee, di sensibilità, d’espressione artistica che dividono intel-
lettuali e scrittori schierati su opposti fronti. Gente seria, nell’un caso
come nell’altro, che sa cosa vuole, pronta a pagare di persona e quin-
di degna del massimo rispetto, per quanto non vi sia certo penuria, di
qua e di là, né di faccendieri pasticcioni né di buoni a nulla capaci
di tutto. Da un lato, con i romantici più aperti al nuovo, si afferma
– in risposta alla crisi della cultura post-napoleonica – un cristianesi-
mo democratico deciso a conciliare passato e presente, tradizione e
rivoluzione, attraverso il recupero di esigenze riformatrici già poste
dall’illuminismo, ma sul fondamento di una moderna spiritualità reli-
giosa: di qui la celebrazione del Medioevo teocratico e delle libertà
comunali, quali esempio di energia vitale e di virtù patria, nonché
l’impegno per una letteratura orientata in senso pedagogico e realisti-
co, di un’arte eteronoma al servizio della società contemporanea. Dal-
l’altro lato, l’avanguardia dei classicisti – in risposta a quella medesi-
ma crisi – si richiama in modo non mediato ma diretto all’illuminismo
settecentesco, su basi sensistiche e smitizzate, secondo una concezio-

24
«Al Manzoni io glie ne riconosco moltissima, di legittimità. Ma il Manzoni ha stravinto
già ai suoi tempi, e ancor oggi ha valentissimi campioni. I poveri classicisti progressisti, invece,
o sono ignorati (come il Giordani), o vengono aggregati di forza al romanticismo (come il Leopar-
di e il Cattaneo). E io cerco di difenderli come posso» (S. Timpanaro a C. Cases, Pisa, 3 marzo
1962, ivi, p. 64).
xvi Introduzione di Gino Tellini

ne materialistica della civiltà umana: non dunque filomedievalismo,


ma difesa di Atene e di Roma repubblicana, come simboli laici di
libertà politica; non le istanze realistiche di un’estetica eteronoma, ma
i diritti di un’arte autonoma e la priorità della fantasia creatrice (con
l’apporto funzionale, non decorativo, della mitologia). Determinante
per taluni classicisti s’impone la necessità (già settecentesca) del
«ritorno alla natura», ovvero della riconquista di un’autentica spon-
taneità spoglia di sofisticazioni, onde l’imitazione dei classici greco-
latini e dei trecentisti italiani – di contro al dettato romantico esempla-
to sull’uso attuale – si giustifica non come ossequio a modelli defunti,
ma come riappropriazione di una perduta naturalezza. Si pone in ter-
mini differenziati la vertenza sui rapporti tra Italia e Europa, tra let-
teratura e filosofia, tra nuovo spiritualismo ed eredità rivoluzionaria.
Anche così scarnificate e ridotte all’osso, le antitesi tra i due schiera-
menti risultano cruciali, tali da investire, ben oltre le chiacchiere di
accademia, il fulcro stesso dell’arte e della vita associata, i modi e i
procedimenti della convivenza civile.
Timpanaro insiste nel rifiutare l’accezione estensiva del termine
«romantico», assunto come astratta «categoria dello spirito»,25 perché

25
Prima di trattarne in Classicismo e illuminismo (e nella Prefazione alla seconda edizione),
ne discorre ampiamente in Classicismo e «neoguelfismo» negli studi di antichità dell’Ottocento ita-
liano, in Aspetti e figure della cultura ottocentesca cit., pp. 371-86, recensione a Lo studio dell’an-
tichità classica nell’Ottocento, a cura di P. Treves, Milano-Napoli, Ricciardi 1962, apparsa dap-
prima in «Critica storica», III, 1963, pp. 603-11 (la rivista di Armando Saitta, della quale
Sebastiano è stato fedele collaboratore). Timpanaro, pur con il dovuto rispetto per la «straor-
dinaria dottrina» di Treves, non può condividere l’impostazione della sua ricerca, che ruota per
intero sulla preminenza della cultura romantica e neoguelfa (lasciando in ombra l’opposizione
classicista), sulla base di un’invalsa accezione onnicomprensiva della nozione di «romanticismo»:
«La mancanza di filologi e storici dell’antichità specificamente romantici e neoguelfi in Italia,
d’altra parte, ha costituito per il Treves un incentivo ad allargare oltre ogni limite le categorie
di romanticismo e di neoguelfismo, fino a includervi studiosi di tutt’altro orientamento. Per quel
che riguarda il romanticismo, come è noto, questo procedimento è stato già messo in atto da
molti studiosi: si è finito col fare di “romanticismo” un sinonimo di “civiltà liberale-democrati-
ca dell’Ottocento”, o addirittura di tutto ciò che nell’arte e nella cultura ottocentesca non è acca-
demismo frigido: così Goethe, Foscolo, Leopardi, Heine, Cattaneo – tutta gente che col roman-
ticismo polemizzò con asprezza – sono stati annessi, loro malgrado, alla schiera romantica. [...]
Tutto il libro [di Treves], perciò è pieno di romantici inconsapevoli [...] e di neoguelfi inconsa-
pevoli» (S. Timpanaro, Classicismo e «neoguelfismo» negli studi di antichità dell’Ottocento italia-
no cit., p. 377). Superfluo aggiungere che il dissenso non comporta disistima intellettuale («nes-
suno, in questo campo, ha letto quanto il Treves!»: ivi, p. 372), né tanto meno inimicizia. Infatti
proprio «a Piero Treves» è dedicato Il socialismo di Edmondo De Amicis. Lettura del «Primo mag-
gio», Bertani, Verona 1984.
Introduzione di Gino Tellini xvii

non vuole discutere di generalità tipologiche, che annebbiano la vista


e alterano le tinte del paesaggio, bensì desidera affondare lo sguardo
in una trama di relazioni concrete, magari discontinue, fluttuanti e
sconnesse, ma storicamente determinate, per valutarne al tatto l’or-
dito dei fili, la qualità, gli intrecci, i limiti e i pregi, nella contingenza
immediata di quella particolare epoca e delle sue aspettative, ma anche
con l’occhio che guarda lontano, alla realtà dell’oggi. Ecco allora che
antiromantici come Giordani, Leopardi, Cattaneo (anche Monti – de-
dicatario delle prime canzoni patriottiche leopardiane – per quanto
riguarda la questione della lingua),26 distanti dall’oscurantismo dei
classicisti pedanti e reazionari, rivelano esigenze e aspirazioni di radi-
cale rinnovamento democratico, antispiritualista e laico, controcor-
rente rispetto al vento che soffia in casa nostra e oltralpe. E dire che
il fronte classicista era tradizionalmente penalizzato anche da un’in-
differenziata accusa di antipatriottismo.
«Del Fortleben di un autore o di un movimento culturale – avverte
Timpanaro – facciamo parte anche noi, e non abbiamo alcun motivo
di rinunciare a esprimere anche noi il nostro giudizio, pur con la con-
sapevolezza del margine di soggettività che esso comporta». E il giu-
dizio suo è risoluto: i classicisti illuministi sono non solo gli esponen-
ti di punta in un conflitto ideologico che li ha visti sconfitti, ma sono
«gli ingegni più avanzati, più liberi da miti e da pregiudizi, del nostro
primo Ottocento». Bisogna riconoscere come metodologicamente
ineccepibile la discrezione dello storico-filologo che non confonde l’in-
ventario dei reperti scrutinati e il giudizio di valore (che è poi, nelle
inevitabili proiezioni sul presente, esplicito, fermo e persuaso giudizio
anche politico).27 Importa l’una cosa e l’altra: la soggettiva valutazione,

26
L’antiromantico Foscolo, per Timpanaro, fa parte a sé, perché il suo classicismo, che con-
serva forti attributi di aristocraticismo alfieriano, resta estraneo a una precisa connotazione libe-
rale e democratica.
27
Questa equità storiografica non è stata tenuta in giusta considerazione e infatti Classici-
smo e illuminismo, destinato a turbare la pacifica sopravvivenza di parametri convenuti, non ha
mancato di suscitare anche reazioni aspre e spigolose, tanto da indurre l’autore dopo molti anni,
nella Prefazione a Aspetti e figure della cultura ottocentesca, a pazientemente sperare che il «nuo-
vo libro» aiuti a meglio comprendere il «vecchio»: «Vorrei sperare che il nuovo libro contri-
buisse ad una più equa comprensione del libro vecchio, e specialmente a sfatare l’idea che io
abbia identificato il romanticismo (concepito come un blocco politico-culturale indifferenziato)
con la reazione e il bigottismo, il classicismo (visto, ugualmente, come un’entità monolitica) con
un generico spirito “progressista”, e abbia stabilito un’analoga, sbrigativa equazione tra mate-
rialismo e “progresso”, spiritualismo e tendenze retrograde anche sul piano della storia politico-
xviii Introduzione di Gino Tellini

inerente all’appassionata personalità dello studioso e alle sue scelte di


campo, e l’oggettivo accrescimento di conoscenza dovuto alla rileva-
zione di dati nuovi, dai quali molto ha da apprendere anche chi si tro-
vi a non condividere la soggettività del giudizio, perché la rilevazione
acuminata e tenace punta diritta sempre al bersaglio dei fatti e dei
testi (da cui spreme non impressioni o giochi verbali, ma idee). Sulle
cause che hanno favorito l’esito di quel conflitto ideologico, Timpa-
naro s’interroga lungamente e la vertenza resta aperta. Determinante
è tuttavia il ruolo ch’egli riconosce, nel processo di svalutazione del
classicismo, all’influsso esercitato da De Sanctis, che nessuna indul-
genza concede al medievalismo teocratico, ma che alla rinascita reli-
giosa dei romantici tributa nondimeno una parte importante per l’a-
vanzamento e la decisiva conquista del xix secolo rispetto al xviii,
ovvero «il senso della storia e del reale». La scuola liberale di Manzoni
e la scuola democratica di Mazzini discendono entrambe da questo cli-
ma antimaterialistico, onde la componente classicistica rimane tagliata
fuori, come residuo inattuale e libresco. E difatti De Sanctis si arrovel-
la per trovare un posto, entro il proprio sistema interpretativo, all’a-
matissimo poeta dei Canti, che male si colloca nella linea di sviluppo
della poetica realistico-romantica e dello storicismo provvidenzialista
ottocentesco. La stagione di Carducci e della sua cerchia, nell’inquie-
ta Italia postunitaria delusa dall’impresa risorgimentale, comporta una
coscienza più vigile e attenta verso il classicismo illuminista (come
mostra l’episodio eccentrico e perciò sintomatico della calda ammira-
zione giordaniana nel cenacolo degli «Amici Pedanti»), ma ne segna
anche il ripiegamento verso sponde nazionaliste e antidemocratiche,
all’ombra della politica crispina. Il secolo delle «magnifiche sorti e
progressive», giusto l’amaro disincanto della Ginestra, si chiude – alle
soglie dell’imminente rivincita estetizzante e idealistica, nonché nei
paraggi di altrettanto imminenti euforie irrazionalistiche – con l’in-

sociale. Sarebbe bastata anche soltanto una lettura non troppo distratta dell’introduzione a Clas-
sicismo e illuminismo, per accorgersi come io sia sempre stato del tutto alieno da “equazioni” così
rozze ed erronee, e come mi abbia mosso sempre, al contrario, un’esigenza di distinguere le varie
posizioni politiche, ideologiche, letterarie, tenendomi lontano sia da caratterizzazioni “epoca-
li” che tutto abbracciano e nulla stringono (il romanticismo come categoria che include in sé
tutta l’intelligencija europea del primo Ottocento), sia da concezioni storiografiche esasperata-
mente individualizzanti e altrettanto astratte (ciascun autore da considerarsi assolutamente come
un “caso a sé”, al di fuori di affinità di idee, di correnti ideologiche e culturali, di condiziona-
menti sociali e politici)» (S. Timpanaro, Aspetti e figure della cultura ottocentesca cit., pp. x-xi).
Introduzione di Gino Tellini xix

voluzione e la deriva rovinosa di quel coté arditamente progressivo


sostenuto in primis da Giordani e da Leopardi. Sull’epilogo della vi-
cenda e sullo scacco patito dagli antagonisti dello spiritualismo roman-
tico, Timpanaro non spende parole di emotiva pietas storica, perché
non è nelle corde del suo stile e più perché gli importa il riscatto di
quella lezione nella realtà culturale del presente.

3. Il saggio che s’intitola Le idee di Pietro Giordani (uscito dappri-


ma in «Società» nel 1954) vale, non solo cronologicamente, da ante-
fatto dell’intero volume e assegna un volto inatteso allo scrittore pia-
centino, assurto in fama ai tempi suoi e acclamato come autorità, poi
avvilito da De Sanctis in un impari e anche un po’ tendenzioso con-
fronto con Leopardi,28 quindi per lungo tempo castigato ai margini dei
manuali letterari. L’inedito ritratto qui tracciato di questo ex mona-
co, dal carattere difficile e sdegnoso, divenuto ateo e libero pensato-
re (tuttavia dai contemporanei stimato, suo malgrado, quale impecca-
bile modello di retorica anche in ambienti clericali e confessionali), si
distingue come «rivoluzionariamente novatore»29 e ha di fatto segnato
una «svolta decisiva nella ricerca».30 Sgombrata la strada dalle foglie
secche dei residui più caduchi di una personalità controversa e con-
traddittoria, ne emerge il mordente di un vigoroso intellettuale mili-
tante: un letterato che ha in uggia il frastuono dei «sonettanti» per-
digiorno e che nella letteratura cerca l’educazione della mente e una
seria «sostanza nutritiva» (come confida, da Piacenza, il 20 febbraio
1823, a Giuseppe Montani); che s’entusiasma, sì, per le qualità espres-
sive dei «tre grandi gesuiti» del Seicento (Segneri, Bartoli e Pallavi-
cino), ma esalta, con cognizione di causa, anche la «sostanza» di Gali-
leo e rivendica a quel secolo il merito di aver creato la prosa scientifica
italiana; un classicista che sostiene, in clima di culto antiquario verso
il passato, la necessità per i ragazzi di studiare, prima dell’antica, la
storia moderna (contro i molti – commenta Timpanaro – «che l’a-
vrebbero volentieri abolita non solo dall’insegnamento, ma dalla co-
scienza dell’umanità»), non certo per illuministico discredito del mon-

28
«Veggo il giovane sulla cima della piramide, e Giordani strisciare tra la moltitudine»
(F. De Sanctis, Giacomo Leopardi, a cura di W. Binni, Laterza, Bari 1953, p. 61).
29
Lo studio dell’antichità classica nell’Ottocento cit., p. 416.
30
C. Dionisotti, Pietro Giordani (1974), in Appunti sui moderni. Foscolo, Leopardi, Manzoni
e altri, Il Mulino, Bologna 1988, pp. 81-82.
xx Introduzione di Gino Tellini

do classico, ma perché, almeno in uno stadio educativo iniziale, ritie-


ne «stolto – così nell’articolo Dello Sgricci e degl’improvvisatori in Ita-
lia, sulla “Biblioteca Italiana” nel 1816 – di voler sapere ciò che nel
mondo si facesse duemil’anni sono, prima di sapere ciò che accadde
l’altro ieri, e ne’ giorni del padre e dell’avolo». Considera i giovani,
che a lui si rivolgono per consigli e suggerimenti, non discepoli ma
compagni di viaggio, onde rifugge dal paternalismo gerarchico e rifiu-
ta l’appellativo di «maestro», parola che gli «fa nausea ed ira» (a Leo-
pardi, da Milano, il 16 maggio 1817); come rifiuta il credito d’infalli-
bilità che gli è fiorito intorno: «È vero che è di molti il voler quasi
parere infallibili [...]. Ma quello parmi errore goffissimo. Non è l’er-
rare, cioè il pensar male, che disonori; ma il non aver forza di pensa-
re» (sempre a Leopardi, da Milano, il 17 dicembre 1817). Nell’Istru-
zione a un giovane italiano per l’arte di scrivere (1821) premette che
«l’arte di scrivere è l’arte di ben pensare, e ben esprimere i nostri pen-
sieri». Però, sempre nei riguardi dei giovani, prima di una giudiziosa
educazione, pretende il doveroso rispetto umano: non per nulla nel
1819 denuncia al podestà di Piacenza e al governo di Parma, con let-
tere fiere e arroventate che poi pubblica sotto il titolo Causa dei ragaz-
zi di Piacenza, l’«infame ed esecrabile abuso di battere crudelmente i
ragazzi nelle scuole». L’ostilità che ha manifestato contro la poesia
dialettale – sì da tirarsi addosso le frecciate appuntite di Carlo Porta
e le malevolenze dei tanti milanesi meneghini – non va presa per quel-
lo che non è, ossia per una polemica di matrice puristica o per una cen-
sura di tipo estetico, bensì muove da motivazioni antimunicipalistiche
e antipopulistiche, perché cerca di scoraggiare (senza escludere l’inte-
resse filologico e storico per i dialetti) la separatezza dei ceti umili, per
integrarli sul piano alto della cultura e della lingua nazionale. Analoga
genesi civile e antiprovinciale ha d’altronde l’antipatia spesso dichia-
rata da Giordani per i latinomani, specie per i verseggiatori in latino,
raffinati cultori di un umanesimo deteriore, che si baloccano con flo-
rilegi verbali destituiti di vita, come fatui collezionisti di ninnoli, e si
dilettano nel rifare il verso ai grandi del passato, dei quali dimostrano
di non intendere né il significato né il valore.
Il suo orientamento politico lo porta a schierarsi dalla parte del-
l’assolutismo illuminato settecentesco, piuttosto che dalla parte dei
liberali o dei democratici: giudica inutili le «sètte», diffida delle socie-
tà segrete e delle cospirazioni, come resta insensibile all’esigenza costi-
Introduzione di Gino Tellini xxi

tuzionale; confida in un sovrano che favorisca ogni iniziativa di pro-


gresso, che tuteli le classi più disagiate, che riconosca ai sudditi il dirit-
to e il dovere di denunciare liberamente le ingiustizie; allo scrittore
assegna il ruolo di osservatore critico e di portavoce delle legittime
richieste dell’opinione pubblica. In linea teorica, sono posizioni arre-
trate. Eppure Giordani – malgrado la non partecipazione a moti rivo-
luzionari – è stato vessato dai governi assolutisti, più di quanto non
sia accaduto a tanti liberali: privato dell’impiego all’Accademia di bel-
le arti di Bologna nel 1815, esiliato dal ducato di Parma nel 1824,
quindi dalla Toscana nel 1830, incarcerato per tre mesi a Parma nel
1834 e messo al bando dal Lombardo-Veneto, nonché sempre spiato
dalla polizia austriaca. Simili trattamenti non gli sono riservati per
sbaglio, né sono dovuti al caso. Di tali «persecuzioni egli aveva pie-
namente meritato l’onore», osserva Timpanaro, che non si accontenta
dei princìpi teorici, ma ricostruisce dal vivo le «idee audaci» di que-
st’uomo che non con l’azione ma esclusivamente con la penna (per di
più con scritti volanti, brevi e d’occasione) riesce a turbare i sonni
di inquisitori, magistrati, prelati, ministri, governanti. Vulnerabile,
nevrotico, sempre scontento di sé, malmesso di salute, ma fermo come
una roccia: «I ministri sono sministrati; i duchi possono essere sduca-
ti. Io per me rido, sapendo che, se anche fossi impiccato, non sarò mai
sgiordanato. Voi dovete sapere (quel che i ciuchi bardati né sanno, né
possono intendere) che io sono di quelli che neppur la morte fa tace-
re» (così al barone Mistrali, ministro delle finanze di Maria Luigia, il
4 giugno 1833). Il fatto è che Giordani non prende parte attiva alle
lotte risorgimentali (che segue con fervore) e può nutrire sfiducia nel
successo della rivoluzione, ma – diversamente dai moderati toscani,
suoi amici negli anni fiorentini – non ha alcuna paura della rivoluzio-
ne e dei suoi effetti.31 Parlano chiaro, in proposito, le convinzioni da
lui sostenute in campo sociale. Nelle pagine Se debbano impedirsi gli
studi ai poveri, apostrofa come «bestiale demenza» quell’impedimento

31
Di altro avviso sui moderati toscani e su Giordani sono, com’è noto, gli studi di Umber-
to Carpi (Letteratura e società nella Toscana del Risorgimento. Gli intellettuali dell’«Antologia»,
De Donato, Bari 1974; Giordani, Leopardi e i liberali toscani del gruppo Vieusseux, nell’opera col-
lettiva Pietro Giordani nel II centenario della nascita, Atti del Convegno di studi, Piacenza, 16-18
marzo 1974, Cassa di Risparmio, Piacenza 1974, pp. 93-110; Egemonia moderata e intellettuali
nel Risorgimento, nell’opera collettiva Storia d’Italia, Annali, IV [Intellettuali e potere], Einaudi,
Torino 1981, pp. 429-71), a cui Timpanaro replica in Antileopardiani e neomoderati nella sinistra
italiana cit., pp. 49 sgg.
xxii Introduzione di Gino Tellini

caldeggiato da più parti. E di fronte ai «poveri» non assume atteggia-


menti caritatevoli o filantropici. «Mi credo obligato – comunica a
Antonio Gussalli, il 5 gennaio 1846 – di riverire quelli che lavorando
guadagnano il vivere; superiori a me e a tutti quelli che non faticando
e nulla producendo mangiano le fatiche e i prodotti altrui». Nell’elo-
gio lasciato incompiuto (1817) del forlivese Domenico Manzoni, si
legge che «i danni della perfetta uguaglianza non sono mai da teme-
re, perch’ella è impossibile: laddove i mali della somma disuguaglian-
za gravissimi sono da temere, perch’ella è facilissima». Nell’Italia del-
la Restaurazione (ma non solo in quella lontana Italia) sono in pochi
– avverte Timpanaro – a definire irreale il pericolo dell’eccessivo egua-
litarismo, ovvero della «perfetta uguaglianza».
Ma gli accenti polemici più accesi, il laico e sensista Giordani li
indirizza contro il clericalismo e i suoi fautori, bollati come «conden-
satori di tenebre», e in questa mai placata battaglia antigesuitica la
scrittura s’inarca di vividi scatti, come nei travestimenti onomastici
che sbeffeggiano gli avversari: Tommaseo diventa «fra Nicolò»; il
padre Cesari, «Sant’Antonio Cesari»; il papa, «Vicedio o Vicecristo»
(dal Vice-Dieu di Voltaire); Francesco Cocchi, ministro dell’interno di
Maria Luigia, «Sua Maialità Fra Coccone»; il conte di Bombelles,
«l’onagro», cioè asino selvatico. Esemplare, in tema di «tenebre» e
di «intenebratori», è l’eccezionale e sulfureo frammento Il peccato
impossibile, composto nel 1838 e pubblicato postumo a Londra nel
1862 da Antonio Gussalli (senza nome del curatore), il quale tuttavia
non lo include – per timore della censura anche nel clima liberale del
neonato Regno d’Italia – nelle Opere giordaniane da lui curate a Mila-
no tra il 1854 e il 1862: «bellissima satira sulla credenza del concubi-
to diabolico», afferma Timpanaro, che ricorda anche il giudizio a cal-
do di Carducci, trasmesso in via privata a Giuseppe Chiarini, il 4
maggio 1863: «che meraviglia di stupenda scrittura quella del Pecca-
to impossibile! Ben poche pagine di Voltaire son degne di starle a fron-
te: ma solo di lui. E che grande e splendido e terribile nemico di tut-
ti i vili nemici del genere umano era quel Giordani: il solo veramente
libero degli scrittori italiani moderni».32
32
La segnalazione di Timpanaro ha stimolato la riproposta editoriale (con introduzione e
eccellente commento) di William Spaggiari: Il peccato impossibile, Zara, Parma 1985 (poi Ali-
berti, Reggio Emilia 2002), su cui cfr. la recensione di Timpanaro (unitamente alle Avventure
letterarie di un giorno di Pietro Borsieri, a cura dello stesso Spaggiari, Mucchi, Modena 1986),
Introduzione di Gino Tellini xxiii

Tuttavia anche per Giordani (come per Timpanaro), al di là delle


petizioni di principio, contano le persone e i loro comportamenti,
onde si entusiasma (invano) nel 1846 per il «miracoloso» Pio IX e
mantiene nondimeno con parecchi ecclesiastici stretti rapporti di ami-
cizia. Ma più importa l’alta stima con cui saluta – lui purista, antiro-
mantico, antispiritualista, anticattolico – l’uscita dei Promessi sposi:
«Oh lasciatelo lodare [il romanzo di Manzoni]: gl’impostori e gli
oppressori se ne accorgeranno poi (ma tardi) che profonda testa, che
potente leva è chi ha posto tanta cura in apparir semplice, e quasi min-
chione: ma minchione a chi? agl’impostori e agli oppressori che sem-
pre furono e saranno minchionissimi: Oh perché non ha Italia venti
libri simili!». E nei Pensieri per uno scritto sui «Promessi sposi», elabo-
rati in vista di un articolo destinato all’«Antologia» ma non portato a
termine, mette bene in risalto taluni essenziali motivi dell’opera di
Manzoni e sono motivi non quietistici, né edificanti, né innocenti. Se
li confrontiamo con l’accoglienza cauta e prudentissima che ai Promes-
si sposi è tributata nell’ambiente fiorentino di palazzo Buondelmonti
(da Montani a Capponi, da Vieusseux a Lapo de’ Ricci a Lambru-
schini), se li misuriamo con la recensione del cosiddetto manzoniano
Tommaseo (sull’«Antologia», ottobre 1827), impastata di toni enco-
miastici e di censure secche, i Pensieri dell’antimanzoniano Giordani
mandano davvero un suono diverso, più schietto, più spregiudicato,
più lungimirante, che resta per allora senza equivalenti e poi senza eco
nella Firenze granducale.33
Bastano i tratti qui riassunti per sentire il polso del Giordani rivi-
sitato da Timpanaro:34 un personaggio che si rivela di altro tenore

in «Critica storica», XXIV, 3, 1987, pp. 508-21, poi, con il titolo Un’operetta di Pietro Borsieri
ed una di Pietro Giordani, in Nuovi studi sul nostro Ottocento cit., pp. 31-54.
33
Rinvio, in merito, al mio saggio (che molto deve al ritratto di Giordani disegnato da Tim-
panaro) Manzoni al Vieusseux, nell’opera collettiva Manzoni a Firenze, Atti delle due giornate di
studio, Firenze, 23-24 novembre 1985, a cura di G. Tellini, Gabinetto G.P. Vieusseux, Firen-
ze 1986, poi, con il titolo Manzoni 1827: Milano e Firenze, in G. Tellini, Letteratura e storia. Da
Manzoni a Pasolini, Bulzoni, Roma 1988, pp. 11-37.
34
Dopo i due saggi giordaniani (del 1954 e del 1961) compresi in Classicismo e illuminismo,
che hanno aperto la strada a un intenso e rigoglioso sviluppo di nuovi studi e di nuove indagini
archivistiche, Timpanaro è tornato sull’argomento in più occasioni (oltre che nella ricordata
recensione a Il peccato impossibile, edito da William Spaggiari), per cui cfr. almeno: Noterelle su
Domizio Calderini e Pietro Giordani, nell’opera collettiva Tra latino e volgare. Per Carlo Dionisot-
ti, Antenore, Padova 1974, 2 voll., II, pp. 709-16; Il Giordani e la questione della lingua (1974),
in Aspetti e figure della cultura ottocentesca cit., pp. 147-223; Pietro Giordani e Lucano, nell’ope-
xxiv Introduzione di Gino Tellini

rispetto al profilo vulgato dello squisito stilista assorto in umbratili


fatiche di restaurazione formale. Ma non si tratta soltanto dell’ina-
spettato riconoscimento reso a un autore indebitamente mortificato
negli annali delle patrie lettere (a far data nientemeno che dalla Storia
di De Sanctis). È anche una lezione di metodo, dalla quale si ricava
che non vale la pena dare troppo peso alle appartenenze di scuola, ai
manifesti, ai programmi, alle dichiarazioni di poetica, agli schemati-
smi sovrapposti ai fatti. Dietro le bandiere e le etichette, conviene (ma
ci vuole tenacia e penetrazione) guardare in faccia gli individui e valu-
tarli per ciò che hanno fatto, per la personale responsabilità etica e
civile delle scelte da loro compiute. Se a qualcuno l’insegnamento può
sembrare facile o di poco conto, rammenti (con Timpanaro) che la
«verità» spesso è «banale» e che Giordani, sia come sia, ha dovuto
aspettare quasi un secolo prima di vedere rimosse molte nebbie che ne
offuscavano l’effettiva identità.

4. Diradate le nebbie, meglio risalta anche il legame profondo che


ha unito Giordani a Leopardi, che è notoriamente l’auctor decisivo
nell’orizzonte speculativo di Timpanaro, insieme leopardista e leo-
pardiano.35 Prima tuttavia dell’indagine sul «pensiero» del poeta dei
Canti, si colloca il compendioso lavoro su Le idee linguistiche ed etno-
grafiche di Carlo Cattaneo e L’influsso del Cattaneo sulla formazione cul-
turale e sulla linguistica ascoliana (già in «Rivista storica italiana» nel
1961-1962, quindi integrato, fino dalla prima edizione di Classicismo
e illuminismo, con la Postilla su Maffei e Muratori e con A proposito di
un inedito del Cattaneo sulla poesia dialettale), che offre un esempio
luminoso di storicizzazione critica degli strumenti analitici e dei para-
metri teorici della linguistica (un campo di ricerca poi da Timpanaro

ra collettiva Cultura piacentina tra Sette e Novecento. Studi in onore di Giovanni Forlini, Comita-
to per la promozione degli studi piacentini-Cassa di Risparmio di Piacenza, Piacenza 1978, pp.
149-70, poi parzialmente confluito nel § 7 di Aspetti della fortuna di Lucano tra Sette e Ottocen-
to, in Aspetti e figure della cultura ottocentesca cit., pp. 1-79; Ancora su Pietro Giordani (1976) e
relativa Postilla, in Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana cit., pp. 103-44; Le lette-
re di Pietro Giordani ad Antonio Papadopoli (1990), Pietro Gioia, Pietro Giordani e i tumulti pia-
centini del 1846 (1981), Due cospiratori che negarono di aver cospirato (forse Giordani, certamente
Bini), in Nuovi studi sul nostro Ottocento cit., rispettivamente, pp. 55-67, 67-101, 103-25.
35
Per il duplice aspetto di Timpanaro, leopardista e leopardiano, cfr. L. Blasucci, Gli studi
leopardiani di Timpanaro, nell’opera collettiva Il filologo materialista. Studi per Sebastiano Timpa-
naro, a cura di R. Di Donato, Scuola Normale Superiore, Pisa 2003, pp. 105-30.
Introduzione di Gino Tellini xxv

a più riprese ampliato e approfondito),36 proprio in un periodo nel


quale studi di questo tipo risultano propriamente eccezionali in Italia
e fuori. Vi appare palese l’intreccio tra la storia della linguistica e la
storia culturale della società ottocentesca, in prospettiva materialisti-
ca, cioè con particolare attenzione alle radici biologiche e alogiche del
linguaggio, alla larga però in pari tempo dalle secche del riduzionismo
scientistico. Accanto dunque a Cattaneo – che si rivela grande mae-
stro nel «reagire al misticismo e allo schematismo della linguistica ro-
mantica», come nel prospettare una visione dinamica dei rapporti «tra
aggregati linguistici e aggregati etnici» – si profila, sia per quanto at-
tiene alla questione della lingua, sia per la teoria del sostrato, l’animo-
sa figura di Graziadio Ascoli che, con l’autorità di una dottrina più
vasta e più esatta, si colloca in un rapporto di continuità con l’orienta-
mento antimetafisico e democratico della linea classicista-illuminista.
L’anno successivo alle ricerche su Cattaneo-Ascoli appare (su «Cri-
tica storica» nel 1963, poi in Aspetti e figure della cultura ottocentesca
del 1980) lo studio sui Pensatori greci (1896-1909, versione italiana
1933-1962) del filologo e storico dell’antichità Theodor Gomperz,
ebreo austriaco nutrito di empirismo e illuminismo inglese. Che cosa
significhi antispecialismo, in quanto capacità di connessione tra cam-
pi culturali diversi e attitudine a interpretare la civiltà come rete di
influssi e di scambi, come – direbbe Cattaneo – commercio economi-
co, intellettuale e sociale tra i popoli, lo dimostrano le considerazioni
di Timpanaro su questa storia della filosofia greca – punteggiata di
figure vive, non di teorie spersonalizzate – «che dà un grande risalto
al pensiero scientifico, ed è pervasa da un forte afflato antimetafisi-
co, e non perde mai di vista il nesso tra storia del pensiero e storia poli-
tico-culturale». Ma i Pensatori greci – visti in un’ampia prospettiva di

36
Tra i molti interventi, rammento almeno i due saggi schlegeliani (Friedrich Schlegel e gli ini-
zi della linguistica indoeuropea in Germania, in «Critica storica», IX, 1972, pp. 72-105 e Il con-
trasto tra i fratelli Schlegel e Franz Bopp sulla struttura e la genesi delle lingue indoeuropee, ivi, X,
1973, pp. 553-90), oltre a Giacomo Lignana e i rapporti tra filologia, filosofia, linguistica e darwi-
nismo nell’Italia del secondo Ottocento, ivi, XVI, 1979, pp. 406-503. Queste pagine – insieme a
Graziadio Ascoli, in «Belfagor», XXVII, 2, 1972, pp. 149-76 (già, in forma più condensata, nel-
l’opera collettiva Letteratura Italiana. I Critici, a cura di G. Grana, Milano, Marzorati, 1969, I,
pp. 303-21) e Il primo cinquantennio della «Rivista di Filologia e di Istruzione Classica», in «Rivi-
sta di Filologia e di Istruzione Classica», C, 1972, pp. 387-441 – sono ora raccolte in volume:
S. Timpanaro, Sulla linguistica dell’Ottocento, presentazione di G.C. Lepschy, Il Mulino, Bolo-
gna 2005.
xxvi Introduzione di Gino Tellini

storia della storiografia filosofica – si tengono lontani, oltre che dagli


sbocchi idealistici di fine secolo, anche dalla «coloritura razzistica»
che assume nel secondo Ottocento «il concetto romantico di nazione»
e Gomperz si compiace «di considerare come un elemento favorevole
al progresso della civiltà, accanto ai contatti culturali tra i Greci e gli
altri popoli, anche la mescolanza razziale» e «all’esaltazione dei puro-
sangue» contrappone polemicamente «l’esaltazione dei mixobárbaroi:
Talete, Tucidide, Antistene ...». A quest’opera, che rifiuta la conce-
zione «platonocentrica» della speculazione greca, per rivalutare l’in-
vestigazione della natura dei presocratici, gli atomisti, i sofisti, l’edo-
nismo di Aristippo e di Epicuro, la medicina ippocratea, è necessario
ricorrere – sostiene Timpanaro – per «riacquistare la consapevolezza
che la grande originalità del pensiero greco sta nell’aver compiuto un
passo decisivo verso la laicità e la scienza».
Storia della linguistica in prospettiva materialistica, diffidenza ver-
so il «misticismo» della svolta romantica, «afflato antimetafisico»,
filosofia della natura come conquista di una visione laica della realtà,
attaccamento a una morale che non escluda il piacere: l’orizzonte è
disseminato di indicatori segnaletici che sono antefatti eloquenti alla
rivisitazione del «pensiero» leopardiano. E ancora: «Il sangue che noi
infondiamo nelle ombre del passato affinché esse ci parlino, è tratto
dalle nostre vene». Sono parole di Gomperz, che Timpanaro cita e alle
quali aggiunge: «Se non fosse stato egli stesso un illuminista [...], ben
difficilmente il Gomperz avrebbe potuto scoprire e apprezzare nel
loro giusto valore i momenti illuministici della cultura greca». Il che
è buon viatico al nuovo Leopardi presentato in Classicismo e illumini-
smo. Non solo unità del sapere, non solo ricerca del vero criticamente
accertato, ma anche saldatura di rigore e passione, di tensione etica e
coinvolgimento autobiografico. È così che le idee perdono la loro
astrattezza e si trasformano in sostanza umana. Davvero quel «san-
gue», che rivitalizza le ombre del passato, è «tratto dalle nostre vene».

5. Il saggio Alcune osservazioni sul pensiero di Leopardi (già in «Cri-


tica storica» nel 1964, a dieci anni da Le idee di Pietro Giordani) ha alle
spalle – nell’iter del leopardismo novecentesco – la svolta segnata nel
1947 dagli studi di Cesare Luporini (Leopardi progressivo) e di Walter
Binni (La nuova poetica leopardiana), ma più ancora – nell’iter perso-
nale dell’interprete – l’aurea e celebre a buon diritto (cosa che non
Introduzione di Gino Tellini xxvii

sempre avviene) indagine su La filologia di Giacomo Leopardi del 1955


(oltre agli Appunti per il futuro editore dello «Zibaldone» e dell’episto-
lario leopardiano, sul «Giornale storico della letteratura italiana» nel
1958), che è in assoluto il primo libro del trentaduenne Timpanaro,
edito nella collana lemonnieriana «Quaderni di letteratura e d’arte»,
diretta da Giuseppe De Robertis, suo maestro all’Università di Firenze
e leopardista insigne. Il Leopardi filologo razionalista, caratterizzato
nel 1955, non congetturatore-artista ma congetturatore-scienziato,
non dotato d’intuizione divinatoria (quale dal suo genio lirico ci si
aspetterebbe) ma di razionale lucidità e sistematicità, prelude a Alcune
osservazioni sul pensiero di Leopardi, lungo un percorso che saldamente
congiunge inchiesta filologica e pessimismo materialistico.
Quando era alle porte l’offensiva del neoscientismo strutturalisti-
co, che avrebbe assiderato anche il poeta dell’Infinito in gelide e vitree
formalizzazioni del significante, Timpanaro ha avuto il merito di por-
tare in primo piano la sostanza concettuale e il «pensiero» dell’auto-
re dei Canti, nel fermo convincimento – ribadito anche dopo molti
anni – che «il Leopardi, poeta musicalissimo, non ha mai sacrificato
il significato al significante, non è stato mai poeta di pure immagini o
di puri suoni, non ha mai rinunciato a fare della sua poesia o prosa
d’arte uno strumento conoscitivo».37 Le acquisizioni nuove nel saggio
del 1964 sono molte e determinanti. In primo luogo, la correlazione
stabilita tra l’antiromanticismo di Leopardi (in contrasto con l’ideo-
logia cattolica della Restaurazione, poi con il cattolicesimo liberale,
quindi con le varie correnti spiritualistiche contemporanee) e l’ala illu-
ministica del classicismo italiano, onde il particolare risalto del rap-
porto con il laicismo sensistico di Giordani e con le sue istanze di
riforma culturale. Ma questa non è che la premessa. Infatti l’eccezio-
nalità nel contesto europeo della posizione leopardiana risiede per
Timpanaro nell’oltranza di un pessimismo (non solo storico-sociale ma
assoluto e sistematico, cioè inerente a dati immodificabili della con-
dizione umana) che non si limita a respingere qualsiasi ipotesi provvi-
denzialistica o compensazione ultraterrena, ma che anzi rinsalda l’ol-
tranza progressista di un «pensiero» che non si ripiega in se stesso,
bensì tende a un rinnovamento radicale dell’etica, dell’educazione, dei
costumi. La «filosofia dolorosa, ma vera» del Dialogo di Tristano e di
37
S. Timpanaro, Prefazione a Nuovi studi sul nostro Ottocento cit., p. xvii.
xxviii Introduzione di Gino Tellini

un amico non costituisce un freno alla progettazione storico-politica


o all’affrancamento dagli idola, ma aziona invece – con la forza di un
disincantato razionalismo laico – una carica liberatoria che distrugge
dogmi, miti, false illusioni, «conforti stolti» (Amore e Morte, v. 119).
«Nel suo pensiero – sintetizza lo studioso – le esigenze progressiste
non sopraffanno mai il pessimismo; anzi nell’ultima fase progressismo
e pessimismo si esaltano e si potenziano entrambi, e l’originale tenta-
tivo di conciliazione tra i due termini, che egli [Leopardi] compie, non
significa in nessun modo vanificazione o attenuazione di uno dei due».
L’approdo al pessimismo assoluto, materialistico, non avviene in
virtù di uno sviluppo esclusivamente logico. La nuova concezione del-
la natura malefica – che demolisce ogni umanistica e pertinace prete-
sa antropocentrica – discende dall’urto di esperienze contingenti,
come la malattia e l’infelicità connessa alla deformità fisica. Il punto
è delicatissimo, perché dapprima i contemporanei (come Tommaseo),
poi i positivisti (come Giuseppe Sergi), quindi Croce (il teorico della
«vita strozzata») hanno ritenuto di potersi sottrarre alla confutazio-
ne razionale di questo «pensiero» interpretandolo come semplice
riflesso di una condizione patologica, sì da neutralizzarlo come mero
accidente biografico. Timpanaro rifiuta una simile, equivoca banaliz-
zazione. Ma non rifiuta l’incidenza della malattia e della deformità
nella genesi del pessimismo leopardiano, che non va circoscritto entro
un ambito puramente concettuale, né puramente politico-sociale. «Il
torto – egli sostiene – dei cattolici alla Tommaseo, dei positivisti alla
Sergi, degli idealisti alla Croce non sta nell’aver affermato l’esistenza
di un rapporto tra “vita strozzata” e pessimismo, ma nel non aver rico-
nosciuto che l’esperienza della deformità e della malattia non rimase
affatto nel Leopardi un motivo di lamento individuale, un fatto pri-
vato e meramente biografico, e nemmeno un puro tema di poesia inti-
mistica, ma divenne un formidabile strumento conoscitivo. Partendo
da quell’esperienza soggettiva il Leopardi arrivò a una rappresenta-
zione del rapporto uomo-natura che esclude ogni scappatoia religiosa
(sia nel senso delle religioni tradizionali, sia in quello dei miti umani-
stici) e che, per il fatto di essere personalmente sofferta e artistica-
mente trasfigurata, non perde nulla della sua “scientificità”». Con
buona pace di chi presume (e spesso se ne vanta) di capire un artista
prescindendo dalla biografia. La sacrosanta difesa della biologicità, di
contro alla pretesa di una sua sostanziale riduzione al piano politico-
Introduzione di Gino Tellini xxix

sociale, è la chiave di volta dell’interpretazione di Timpanaro, che ret-


tamente vede nell’umana infelicità della quale parla il Leopardi mate-
rialista – in cui potente è la spinta edonistica – non un romantico mal
du siècle, né un’angoscia esistenziale, ma un’afflizione anzitutto fisi-
ca, dovuta alla malattia, alla vecchiezza, alla fragilità organica dell’in-
dividuo come essere naturale. Dal saggio del 1964 emerge il ritratto di
un pessimista integrale che non cerca vie di uscita, né rifugi, né rimedi
al suo pessimismo, ma lo trasforma, convinto dell’inevitabile doloro-
sità del vero, in disperata e strenua strategia conoscitiva.
Il Leopardi e i filosofi antichi (che risale al 1965 e subito segue Alcu-
ne osservazioni sul pensiero di Leopardi) dà la misura dell’eccezionale
compresenza nell’interprete del leopardista e del classicista, segnata-
mente del grecista. Soprattutto rilevante è l’effetto della graduale
cognizione del pessimismo degli antichi, come uno dei motivi che coo-
perano allo sviluppo del pensiero leopardiano. L’idea della natura sal-
vifica si sbiadisce anche alla luce delle sconsolate sentenze pronuncia-
te in tempi insospettabili. La lettura in Diogene Laerzio, nel
novembre 1820, delle ultime parole di Teofrasto ai discepoli sulla va-
nità della gloria e delle illusioni (da cui muove poi nel marzo 1822 la
Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto vicini a mor-
te), quindi la lettura (intrapresa nel febbraio 1823, durante il soggiorno
romano) del Voyage du jeune Anacharsis di Jean-Jacques Barthélemy,
opera fitta di citazioni dirette da testi greci, rendono conto di una
visione tragica della vita comune ai maggiori autori della Grecia clas-
sica ed ellenistica. La tesi dell’allontanamento dalla natura come cau-
sa dell’infelicità s’incrina dinanzi alla teorizzazione in epoca antica ed
eroica dell’infelicità come attributo necessario e perpetuo dei viven-
ti, sì che le Operette morali del 1824 possono già in più luoghi pren-
dere atto di quanto poi è palesato apertamente nel Dialogo di Tristano
e di un amico, ovvero che la «filosofia dolorosa, ma vera» è «tanto nuo-
va, quanto Salomone e quanto Omero, e i poeti e i filosofi più antichi
che si conoscano; i quali tutti sono pieni pienissimi di figure, di favole,
di sentenze significanti l’estrema infelicità umana».
Del pari importante è la messa a punto della vertenza spinosa rela-
tiva ai rapporti di Leopardi con Platone e con la visione «platonocen-
trica» del pensiero greco (rifiutata da Gomperz) proposta nel clima
dello spiritualismo romantico europeo. Via via che si precisa il mate-
rialismo leopardiano, la polemica ideologica antiplatonica si orienta in
xxx Introduzione di Gino Tellini

termini sempre più radicali che investono il sistema delle idee su cui
si fondano valori estetici e morali assoluti. Nondimeno – puntualizza
Timpanaro – l’«esperienza culturale» dello studio di Platone, inizia-
to nel 1823, è «di grande rilievo», perché, oltre a fornire l’occasione
per preziosi contributi filologici, comunica un’indubitabile suggestio-
ne artistica, offrendo (come risulta dallo Zibaldone 3421, 12 settem-
bre 1823) un «sommo e perfetto esempio di bellissima prosa, elegan-
tissima bensì e soavissima (non meno che gravissima [...]), amenissima
ec., ma pur verissima prosa». Rifiuto ideologico e speculativo, ma in
pari tempo lezione di stile e di tono, come mostra, appunto nel 1823,
la canzone Alla sua donna e come confermano, poco appresso, talune
delle Operette «più ariose e placate», quali la Storia del genere umano
e i Detti memorabili di Filippo Ottonieri.
L’applicazione su Platone è sopraffatta – e siamo per Timpanaro al
secondo contatto determinante di Leopardi con il pensiero greco,
dopo la scoperta del pessimismo antico – dall’interesse per la filosofia
pratica dell’ellenismo, attivo dal 1823-24 e accentuato nel biennio suc-
cessivo, con la traduzione (nel 1825) del Manuale di Epitteto e dell’I-
socrate moralista, cui si associano le letture della Tavola di Cebete, dei
Caratteri di Teofrasto, dei dialoghi del cosiddetto Eschine socratico e
(nel 1826) di Fozio. Che l’approdo allo statuto materialistico, clamo-
rosamente certificato nel 1824 dal Dialogo della Natura e di un Islan-
dese, comporti sul piano psicologico-pratico la ricerca di un distacco e
di un’imperturbabilità atarassica (attestati nel 1825 dal preambolo alla
traduzione di Epitteto) si spiega e anche si spiega di conseguenza la fase
di disimpegno politico che Leopardi attraversa tra il 1824 e il 1827,
ma senza che si manifesti in lui – puntualizza Timpanaro – una piena
adesione alla morale stoica, a causa dell’istanza agonistica del suo pes-
simismo, attenuata e smorzata, però non annullata neanche in questo
periodo in cui prevalgono quella placata saggezza e quella disincanta-
ta rassegnazione che in modi originalissimi si riverberano nella prosa
ironico-fantastica delle Operette morali.

6. Il nucleo leopardiano della prima edizione di Classicismo e illu-


minismo non va oltre i due saggi succintamente considerati, ma già in
essi s’avverte una materia in fermento che mobilita le risorse di una
strumentazione operativa di lungo respiro. La seconda edizione del
libro, che segue dopo quattro anni – insieme alla stampa, presso Le
Introduzione di Gino Tellini xxxi

Monnier, degli Scritti filologici (1817-1832) di Leopardi, editi critica-


mente con la collaborazione di Giuseppe Pacella –, s’incrementa di un
nuovo contributo (Natura, dèi e fato nel Leopardi), ma nell’intervallo
appare Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani (sul «Giornale sto-
rico della letteratura italiana» nel 1966, poi nel 1980 in Aspetti e figu-
re della cultura ottocentesca, volume che include anche le puntuali delu-
cidazioni testuali delle Note leopardiane), dove il connubio tra filologia
e critica, tra ideologia e stile, per ricorrere a due endiadi care a Lan-
franco Caretti, si dispiega con un apporto magistrale di acume storio-
grafico e di perizia tecnica: il più memorabile – nonostante sia talvol-
ta dimenticato – studio di Timpanaro sul poeta di Recanati. Vi si
dimostrano falsi gli inediti testi, dal titolo Appunti leopardiani, pub-
blicati a Roma nel 1898 dal settimanale cattolico «La Palestra del Cle-
ro» per cura dell’abate Giuseppe Cozza-Luzi, vice bibliotecario di
Santa Romana Chiesa e allievo di Angelo Mai (il che non depone a
favore della sua attendibilità scientifica). Tali Appunti, nell’anno cen-
tenario 1898 (che è anche l’anno in cui esce la princeps dello Zibaldo-
ne) rivelano un giovane e giovanissimo Leopardi ancora religioso e
legittimista, ben al di qua della sua persuasione atea e materialistica,
la quale – a parere dell’abate – sarebbe poi, ahimè, sopraggiunta come
perniciosa deviazione, come orgoglioso traviamento dalla retta via:
una sorta, dunque, di subdola controffensiva cattolica (o meglio par-
rocchiale) nei riguardi del Leopardi «patriota e profeta di un laicismo
e umanitarismo – avverte Timpanaro – di tinta massonica, a cui era-
no improntate, nel complesso, le celebrazioni ufficiali del ’98». Spic-
cano, tra gli Appunti, tre abbozzi dell’Infinito (due in prosa, uno in
versi) e uno (in versi) di un Idillio alla Natura, prossimo nei vv. 1-2
all’Infinito e nei successivi all’Ultimo canto di Saffo. Mentre gli altri
documenti resi noti dal Cozza-Luzi sono caduti dopo le prime pole-
miche nell’oblio (come due «discorsi sacri» del Leopardi fanciullo,
nonché nove Pensieri di filosofia varia e diciassette Pensieri varii), i
quattro abbozzi di idilli, parzialmente riesumati nel 1924 da Alessan-
dro Donati nell’edizione dei Puerili e abbozzi vari per i laterziani
«Scrittori d’Italia», hanno poi – ormai dimenticate le discussioni su-
scitate al loro apparire – trovato credito di ufficialità in sillogi cano-
niche, sì da essere unanimemente tenuti per autentici. L’acribia di
Timpanaro investe senza remissione la grafia, il contenuto, lo stile,
l’assetto metrico di queste scritture (specie l’Idillio alla Natura) e
xxxii Introduzione di Gino Tellini

accerta la falsità di simili «imposture», sulle quali si è peraltro disin-


voltamente esercitata nel tempo, senza sospetto veruno, la sottigliezza
ermeneutica di tanti e anche valenti esegeti, impegnati nel ricostruire
la variantistica genetica dell’Infinito. La quale aveva appassionato
anche un celebre filologo come Angelo Monteverdi, che vi s’era dedi-
cato – prendendo per buoni gli abbozzi suddetti – in una lezione tenu-
ta all’Università di Monaco. La ricerca sarebbe uscita a stampa se non
fosse, proprio allora, apparsa la confutazione di Timpanaro, onde le
pagine di Monteverdi hanno cambiato abito e sono diventate La fal-
sa e la vera storia de «L’infinito» (inclusa nella seconda edizione dei
Frammenti critici leopardiani), dove in apertura è dichiarato, con la
franca schiettezza che è prerogativa dei grandi ingegni: «L’inchiesta
del Timpanaro è ora venuta a [...] disingannarci. E dobbiamo ricono-
scere i nostri errori».38
Se il notevolissimo supplemento Natura, dèi e fato nel Leopardi (1969)
integra Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi, ricostruendo con
scansione diacronica il rapporto tra le due concezioni della natura (in
rispettoso disaccordo con Le due «ideologie» di Leopardi di Sergio Sol-
mi),39 il più tardo contributo Epicuro, Lucrezio e Leopardi (già in «Cri-
tica storica» nel 1988, quindi in Nuovi studi sul nostro Ottocento, dove
anche figura Il Leopardi e la Rivoluzione francese del 1989) integra a
distanza di parecchi anni, e in parte corregge, Il Leopardi e i filosofi
antichi. Ritornare sui propri passi, non per invertire la rotta, ma per

38
A. Monteverdi, La falsa e la vera storia de «L’infinito» (1966), in Frammenti critici leopar-
diani, Esi, Napoli 1959, 19672, p. 141.
39
Il saggio di Solmi, già in «Prisma» nel 1968, si legge ora in S. Solmi, Opere, II (Studi leo-
pardiani e Note su autori classici italiani e stranieri), a cura di G. Pacchiano, Adelphi, Milano 1987,
pp. 99-110. Così Timpanaro, nella Prefazione a Nuovi studi sul nostro Ottocento cit., pp. xv-xvi:
«per ciò che riguarda le due concezioni della Natura (“benefica” e inconsciamente ostile all’uo-
mo), Solmi ha affermato con piena ragione che esse hanno avuto nella mente del Leopardi due
diverse genesi, ma ha creduto di poter dimostrare che non vi sia stato nessun passaggio (sia pur
tormentato e non unilineo) dall’una all’altra, che esse siano convissute nel Leopardi fino alla
fine, designate, benché diametralmente opposte, col medesimo termine di “Natura”. Questa tesi
ha avuto più fautori che oppositori; a me è sempre sembrata del tutto inverosimile, e credo tut-
tora di averlo dimostrato in quel saggio su Natura, dèi e fato nel Leopardi che aggiunsi alla secon-
da edizione di Classicismo e illuminismo: se dovessi ora ripubblicare quel saggio, vi apporterei
qualche modifica del tutto marginale, e non nel senso di un avvicinamento alla tesi di Solmi».
Da parte del poeta di Levania, da vedere doverosamente la Postilla (1974), in Opere, II cit.,
pp. 118-19. Il dissenso ha dato luogo a uno scambio epistolare (Dal carteggio Solmi-Timpanaro),
parzialmente riprodotto ivi, pp. 207-28. Su questo carteggio, cfr. i rilievi di Timpanaro nella
citata Prefazione, p. xvi.
Introduzione di Gino Tellini xxxiii

andare avanti in vista di ulteriori e sempre possibili appressamenti a


giudizi più motivati e più ponderati, rientra nel procedimento tipico
di uno studioso che si preoccupa soprattutto di risolvere i problemi,
non di difendere posizioni acquisite. In merito all’atteggiamento leo-
pardiano di fronte all’epicureismo e a Lucrezio, Timpanaro riconosce,
anche sulla scorta di indicazioni fornite da altri ricercatori, di avere in
qualche punto mutato parere rispetto al saggio del 1965, specie per
quanto riguarda la conoscenza diretta che Leopardi poteva avere di
Epicuro – attraverso Diogene Laerzio – e di Lucrezio, quindi procede
alla messa a punto d’una multipla e complessa costellazione di con-
fronti testuali e tematici, dai quali emergono più marcate le diver-
genze che le consonanze. Proprio il dissenso nei confronti dell’ideo-
logia sottesa al De rerum natura spiega la scarsezza (non la latitanza)
di echi lucreziani nell’opera leopardiana: il che lascia nondimeno – com-
menta Timpanaro – «una certa meraviglia», perché «Lucrezio è un
poeta eccelso» e Leopardi «avrebbe potuto trarre più motivi d’ispira-
zione [...] da quei brani “tragici” isolati, ma di eccezionale potenza,
che pur vi sono nel suo poema».
Non stupisca l’appello, infine, alla poesia. Timpanaro, filologo e
storico, certo non si professa critico di poesia. Il ventaglio degli argo-
menti affrontati in Classicismo e illuminismo investe questioni filolo-
giche, linguistiche, ideologiche, non estetiche. Tanto è vero che, pro-
prio su Leopardi, alcuni critici hanno rimproverato la settorialità di
una lettura tanto orientata sul «pensiero» e sulle idee da dare l’im-
pressione di lasciare fuori la poesia. Impressione sbagliata. Timpana-
ro, convinto dell’indissolubilità di pensiero e poesia in Leopardi, si è
posto il problema per primo e ne discorre nella Prefazione alla seconda
edizione:
Occupandomi quasi esclusivamente del pensiero e della cultura leopardiana, e non
della poesia, sono stato fin dall’inizio ben consapevole di svolgere una ricerca set-
toriale, non autosufficiente; per questo ho spesso rinviato ai lavori di quei critici
che, pur senza nulla concedere alla concezione profondamente falsa e sviante di un
Leopardi «poeta puro», hanno posto la poesia leopardiana al centro della loro atten-
zione [...].

Detto con cristallina onestà. Ma anche con un eccesso di discrezio-


ne e di modestia. Infatti non basta dire che questi studi sul pensiero
e sulla cultura presuppongono lavori di altri che hanno posto la poe-
xxxiv Introduzione di Gino Tellini

sia al centro della loro attenzione. Occorre aggiungere che l’autore di


questi studi – allievo di Pasquali, ma insieme di Giuseppe De Rober-
tis e anche perciò intrinseco di Lanfranco Caretti – è tutt’altro che
insensibile alla voce della poesia, al timbro, allo spessore, alla qualità
letteraria dei testi che indaga. E profonda si rivela la sua capacità di
ascolto della poesia. L’aspetto estetico non è mai per lui l’oggetto pri-
mo dell’inchiesta, ma è sempre canone implicito. Anche per questo è
riuscito quel filologo che tutti ammiriamo. Anche per questo i suoi
studi sul pensiero e sulla cultura di Leopardi hanno raggiunto il risul-
tato fondamentale di promuovere una nuova interpretazione della
poesia leopardiana, proprio alla luce di quel pensiero e di quella cul-
tura. Si rileggano, per toccare con mano la sensibilità letteraria del-
l’interprete, le Note leopardiane, specie la terza, sugli «sguardi in-
namorati» di Silvia. Il participio passato ha senso attivo, ribadisce
Timpanaro («sguardi che innamorano»), come in due luoghi petrar-
cheschi (Canzoniere xlii 13 e lxxiii 69, l’uno e l’altro annotati da Leo-
pardi: «Innamorato. Amoroso. Che innamora») e soprattutto in accor-
do con le molte e diffuse riflessioni linguistiche dello Zibaldone sul
valore dei participi passati latini e romanzi (Zib. 4140, settembre 1825:
«Innamorato p. che innamora», con rinvio ai due luoghi di Petrarca).
Nel laboratorio del poeta convergono memoria letteraria e competen-
za erudita. Ma l’espressione «sguardi innamorati» – aggiunge Timpa-
naro – ha anche un’altra provenienza. In apertura dello Zibaldone, tra
le «Canzonette popolari che si cantavano al mio tempo a Recanati»
(Zib. 29), compare questa, con la data del maggio 1819: «Io benedico
chi t’ha fatto l’occhi / Chi te l’ha fatti tanto ’nnamorati». «Innamo-
rati» in senso attivo e riferito agli «occhi», come in A Silvia: sugge-
stiva confluenza di classicità, erudizione e popolare colloquialità,
ovvero, leopardianamente, di «familiare» e di «peregrino». «La “can-
zonetta” recanatese è, come le altre che il Leopardi cita in quella stes-
sa pagina dello Zibaldone, una serenata popolare: una di quelle “dolci
lodi”, appunto, che i giovani di Recanati cantavano alle fanciulle, e
di cui Silvia non arrivò a sentire la lusinga. Mi pare indubitabile che
all’origine di quei versi di A Silvia ci sia (profondamente trasfigurato,
certo, spogliato di ogni colore “folcloristico”) il ricordo del canto
popolare udito tanti anni prima». Con l’indicazione della fonte, Tim-
panaro non si limita a un mero accertamento di fatto, che arricchisce
la multipla stratigrafia dei riferimenti inerenti all’epiteto «innamora-
Introduzione di Gino Tellini xxxv

ti», ma se ne serve per meglio connotare la specifica liricità del passo.


La morte di Silvia sopraggiunge intempestiva, prima che la giovinez-
za fiorisca, e le lodi della propria bellezza, che la fanciulla non ha potu-
to ascoltare, ne definiscono i tratti somatici non dal punto di vista
esterno del poeta, ma dalla prospettiva interna (e pertanto più inti-
mamente dolce e confidente) dei giovani del villaggio, affascinati da
questi verecondi occhi «che innamorano». L’esempio è minimo. Uno
dei tanti.40 Timpanaro filologo, storico, ideologo, militante politico si
trattiene dal toccare il terreno del critico di poesia. Per scelta delibe-
rata, non perché manchino frecce al suo arco.

40
Un altro, e ragguardevole, sempre in tema leopardiano, si riferisce (cfr. S. Timpanaro, Leo-
pardi e la sinistra italiana degli anni settanta, in Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana
cit., pp. 182-83) alla Palinodia e al significato non ironico della dedica a Gino Capponi: non iro-
nico il «candido» del v. 1 – che non allude al Candide di Voltaire, «ma deriva in linea retta dal-
l’Albi, sermonum nostrorum candide iudex con cui s’inizia una famosa epistola di Orazio» e vuol
dire «capace di retto e imparziale (e piuttosto benevolo che malevolo) giudizio» – e non irrive-
rente il petrarchesco «o spirto gentil» del v. 182, dove invece Dionisotti ha notato una punta
di velenosa malizia (cfr. C. Dionisotti, Leopardi e Bologna, in Appunti sui moderni. Foscolo, Leo-
pardi, Manzoni e altri cit., p. 137). Il rilievo – di pertinenza insieme ideologica e letteraria – è
essenziale per l’interpretazione dell’intero componimento, come ho sostenuto nel mio Leopar-
di, Salerno Editrice, Roma 2001, pp. 256-76.
Nota del curatore e criteri della presente edizione

Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano è stato un libro, ma


non un “oggetto”-libro; è stato un nucleo (e sia pure grande nucleo)
trasversale e aggiornabile della saggistica timpanariana d’argomento
ottocentesco, sul piano della concezione ideologica, linguistica, lette-
raria: non ha sofferto di “tagli”, bensì di tagli postumi. Ha sofferto,
insomma, dell’impossibilità, da parte di quei saggi e di quei contribu-
ti che hanno in séguito precisato ed integrato i nativi capitoli riuniti-
si in volume nella seconda metà degli anni ’60 (dopo la prima edizio-
ne del 1965), d’accedere alla coabitazione e alla convivenza editoriali,
e quindi alla concettuale contiguità con i saggi di precedente stesura,
ai quali molta della seriore scrittura timpanariana, soprattutto, com’è
ovvio, quella d’impronta ottocentistica, italianistica, leopardistica,
manifestamente si richiama, in un legame e secondo un criterio di per-
tinenza, o almeno d’attinenza, tutt’altro che blandi ed allentati, ma
anzi, e in modo reiteratamente probatorio e dimostrabile, identifica-
tivi dello stesso tema, della coincidenza con lo stesso oggetto cultura-
le, e insieme offerti ai lettori alla luce d’ulteriori acquisizioni realiz-
zate nel tempo dall’autore. Dopo la seconda edizione aggiornata ed
ampliata del 1969, l’opera, non più modificata, ha in effetti potuto
fruire soltanto di ristampe, tanto che le revisioni, le correzioni, i par-
ziali aggiustamenti e le rettifiche nel giudizio e nel “tiro” della visio-
ne critica, che sono intervenuti nel frattempo, hanno avuto in sorte,
nella forma e nelle sostanza, di rimanere estranei al rettangolo di pagi-
na Nistri-Lischi del 1969, a quel libro che, dalla sua prima uscita, ha
rappresentato un importante e originalmente peculiare punto di rife-
rimento per gli studi leopardiani e per il recupero del pensiero illumi-
xxxviii Nota del curatore e criteri della presente edizione

nistico e della linea di riflessione e d’espressione del classicismo ita-


liano, e per un’angolazione davvero laico-materialistica nella defini-
zione ideologica delle dottrine della sinistra marxiana.
Se ogni libro ha una sua storia, questo è un libro che non può esse-
re dimensionato nei limiti e nella centimetratura della propria res
extensa di prima uscita, d’una pur nobile brossura cartonata, storica-
mente oggettuale e materialmente identificata una volta per tutte in
un singolo, unico, irripetibile hic et nunc cronologico. E il concetto che
di sé esso suggerisce è quello d’un laboratorio in continuo aggiorna-
mento, come il tavolo e come la figura stessa del suo autore, se è vero
che Timpanaro in persona ha convalidato di sé l’idea d’avere scritto
saggi minori in una produzione che per parte sua non comprendereb-
be saggi maggiori; a fortiori, nell’elettivo àmbito della filologia classi-
ca, potrebbe sorprendere che non si sia mai confezionata a nome di
Timpanaro, dell’autore d’un testo che ancora non finisce di sorpren-
dere come La genesi del metodo del Lachmann, un’edizione critica
come tradizione intende (il progetto, dilatato a tempo biografico,
d’un’edizione di Ennio, ipotizzato fin dai tardi anni Quaranta sulla
scia delle sollecitazioni seminariali pasqualiane, non si realizza e non
può realizzarsi, data l’estrema cautela e altresì l’estrema ritrosia dello
studioso a una diretta esposizione sul piano della dichiarata edizione
critica). Oserei dire che questa è una fortuna per l’autore e per noi,
dato che la serie di apporti filologici e critici, storici e metrici, che l’a-
cribia di Timpanaro ha recato nel tempo, lungo tutto l’arco della sua
carriera di studioso, alla testualità e all’interpretazione di passi, di
centrali snodi di concetto, di addipanate situazioni di difficoltà docu-
mentaria e ideologica nello studio dei testi dell’antichità greca e lati-
na, ha a nostro avviso grandemente profittato di questa specifica
modestia programmatica e “soggettiva”, che, così diremo, è e si risol-
ve in valentia oggettiva nel perlustratore d’opere letterarie e di scolii
esegetici. Latita, nel suo curriculum d’eccezione, l’edizione critica una
e autosufficiente, con eponima copertina di protocollare e istituzio-
nale richiamo al “genere” scientifico: ma vi è, in compenso, e in linea
di leopardiana tradizione (Leopardi nella sua prevalente connotazione
di filologo, non solo giovanile, è conquista critica eminentemente tim-
panariana), una nutritissima serie d’adversaria, d’annotazioni puntua-
li, precise, di motivate ripartenze contro assetti linguistici non per-
suasivi (si tratta spesso d’adversaria di sontuosa consistenza qualita-
Nota del curatore e criteri della presente edizione xxxix

tiva, oltre che quantitativa), vòlte appunto all’emendazione testuale,


alla concretezza del luogo critico e alla fondatezza della congettura.
Proprio in questa tipologia d’intervento filologico, a preferenza che in
altre, s’esprimono massimamente la competenza e la capacità di Tim-
panaro. Non penso che oggi avremmo ereditato certi severi gioielli di
profondità, di specillarità ecdotica implacabilmente pertinace e razio-
nalista, se la curva di destino (espressione cara a Giacomo Debene-
detti) dell’attività filologica timpanariana fosse risultata convessa sul
pretto opus confectum di compiuta definizione testuale e editoriale:
ipotetico esempio, Ennio, o Virgilio, edizione critica proposta come
definitiva nel tale anno, sulla base dei dati documentari e codicologi-
ci a quella data disponibili. È, questa, una notevole differenza (fra
tante predominanti affinità) che separa la ratio filologica timpanaria-
na da quella dell’altrettanto pasqualiano Lanfranco Caretti, per mol-
ti anni direttore della benemerita collana dei «Saggi di varia umanità»
di Nistri-Lischi (sede di pubblicazione ’65 e ’69 del volume), e come
Timpanaro operante nell’àmbito della cultura fiorentina. Un labora-
torio ininterrotto di studi testuali e di focalizzazioni contestuali, per
sua natura dinamico e instancabilmente flessibile, com’era il costume
umano e colloquiale di Timpanaro, un’officina d’indagini e di ricerca
in fieri vissuta non quale fattore di contraddizione o d’interna incoe-
renza, ma come genesi di vera e propria congruenza e rigore di pen-
siero: questa la caratterizzazione qualificante dell’“edizione” timpa-
nariana, non solo di Classicismo e illuminismo, ma anche, a ben vedere,
di tutte le altre sue opere. Ed è esattamente per questo motivo che
risulta quasi impossibile concepire un volume di Timpanaro in unica
edizione: dal citato La genesi del metodo del Lachmann a La filologia
di Giacomo Leopardi, da Sul materialismo ad Il lapsus freudiano, alla
stessa, incompiuta ventura della volontà di rieditare Classicismo e illu-
minismo, non vi è testo che non abbia incontrato una revisione alme-
no ufficiosa (e non è poco dire), spesso importante e non esigua, fino
alla possibilità d’un autentico rinnovamento, ovvero d’una ripresa
ampliata e modificata (talora persino una smentita) dei precedenti
approdi di riflessione.
Chiariamo ulteriormente il concetto di «tagli postumi». Le ristam-
pe successive alla seconda edizione (1973, 1977, 1984, 1988), si è det-
to, sono realmente e solo ristampe, in un procedimento “anastatico
interno” alle originarie strutture editoriali; né lo studioso manca di
xl Nota del curatore e criteri della presente edizione

segnalarlo nelle note alle stesse singole ristampe, l’unica sede nella
quale egli può dare indicazioni nuove; nel 1977 (p. XXXVI) l’autore
usa, due volte nello spazio di due righe, l’espressione «senza muta-
menti», rifiutando per assoluta insufficienza allo scopo le «aggiunte
e modifiche» e la «bibliografia ragionata», modo d’aggiornamento già
utilizzato nel passaggio prima-seconda edizione; ma nella stessa nota
il «punto di vista» enunciato in Classicismo e illuminismo inizia a tra-
cimare (in chiave di “difesa”, di “sviluppo”, di “correzione”) da un
lato, a livello ideologico-politico in attualizzante “presa diretta” sulla
realtà del pieno decennio 1970, nei numeri belfagoriani che conduco-
no ad Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana, e, dall’altro
lato, in nuove realtà-libro, in oggetti brossurati forzatamente diversi
dal sinolo-matrice (e loro origine), attivate e per certi aspetti quasi rie-
sumate dal medesimo fermento intellettuale ispiratore di quella rac-
colta del 1965 che rimette in moto anche contributi e stadi di rifles-
sione del prossimo passato, un “passato” che in verità già c’era, e
insisteva urgente fin dal criterio che aveva presieduto alla fortunata
prima silloge Nistri-Lischi: «altri saggi, vecchi e nuovi, riguardanti in
parte anch’essi il Giordani, il Leopardi e altri personaggi e ambienti
trattati o accennati in questo libro usciranno l’anno prossimo in un
volume di questa stessa collana. Alcuni degli scritti teorico-polemici
a cui alludevo qui sopra (p. XXXIII) {nella «Prefazione alla seconda
edizione» - N. d. c.} sono stati raccolti insieme ad altri nel volume Sul
materialismo, pubblicato anch’esso in questa collana (seconda edizio-
ne riveduta e ampliata, 1975)». Com’è qui ben visibile, si delineano,
quasi direi inevitabilmente, le tre fondamentali direttive dell’otto-
centistica timpanariana posteriore non tanto a Classicismo e illumini-
smo, bensì all’uscita editoriale del volume: la direttiva di Antileopar-
diani, il volume uscito dalle Ets di Pisa, certo ben lontano dalla sigla
in prevalenza pamphlettaria che qua e là è parso attribuirgli, ma
indubbiamente attestato su un battagliero movimento di pedine idea-
li esposte al vivo confronto critico con la contemporaneità d’allora,
con la prospettiva che si chiamò del «compromesso storico», con il
manzonismo come ipotesi d’unione di progressismo laico e di pro-
gressismo cattolico, con l’adesione all’acceso dibattito interno a una
sinistra divisa, con i “chiarimenti” avvertiti necessari sul concetto di
aristocraticismo del Giordani e sulla figura, oggi più studiata, di Car-
lo Bini; in secondo luogo, gli «altri saggi, vecchi e nuovi» (quindi
Nota del curatore e criteri della presente edizione xli

anche antecedenti allo stesso Classicismo e illuminismo come libro del


’65) tracciano un ampio ma non impreciso e non vago perimetro di
studi comprendente i contributi che si dovranno incanalare in Aspet-
ti e figure della cultura ottocentesca (volume che uscirà, però, solo nel
1980); in terzo luogo, gli «scritti teorico-polemici» improntati alla
riflessione sulle peculiari valenze filosofiche del materialismo s’indi-
rizzano al volume che allo stesso materialismo s’intitola. Non appare
illecito individuare negli «altri saggi, vecchi e nuovi» l’area di più
appropriata e di più ravvicinata pertinenza agli studi specificamente
letterari (indagini giordaniane, esplorazioni leopardiane, analisi da
varie e mirate angolazioni del rapporto fra classicismo e romanticismo,
affondi di genere biografico-culturale su personalità che hanno rive-
stito un ruolo nel classicismo italiano). Insieme agli studi su Lucano,
su Cassi, su Foscolo, su Giordani, che appartengono agli anni ’70, vi
sono in Aspetti e figure i contributi sul Mai (che risale al 1956), le
recensioni al Treves de Lo studio dell’antichità classica nell’Ottocento
e all’epistolario del Di Breme, il saggio su Gomperz, che risalgono agli
anni ’60. Per parte loro, Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani
(uscito nel «Giornale storico della letteratura italiana», 1966) e le
Note leopardiane (inedite nell’ ’80, tranne la terza, che risaliva al ’61)
formano quel focus di leopardistica professa che è qui sembrato dove-
roso riprodurre, riallineato alla cronologia compositiva degli altri capi-
toli a ricostituzione del nucleo di studi sul Recanatese nella saggistica
letteraria di Timpanaro: nella saggistica, per intendersi, di timbro non
tout court filologico (com’è eponimo caso, appunto, de La filologia di
Giacomo Leopardi e degli Scritti filologici curati nel ’69 per Le Mon-
nier) e, insieme, non scopertamente cifrata sullo specificum ideologi-
co o filosofico.
La successione di capitoli che forma la presente edizione annovera
Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani e Note leopardiane al quin-
to ed al settimo posto (i primi quattro capitoli sono sempre quelli del-
l’edizione ’65, compreso Il Leopardi e i filosofi antichi, contributo usci-
to nel 1965, per la prima volta, proprio in Classicismo e illuminismo).
Il VI capitolo è costituito da Natura, déi e fato nel Leopardi, Addendum
del 1969 insieme alle Postille e aggiunte bibliografiche. Il riallineamen-
to nell’indice “curricolare” di Natura, déi e fato si è posto come obbli-
gatorio, oltre ad essersi reso particolarmente necessario grazie alla sin-
golare importanza del capitolo nella connessione tra la prima e la
xlii Nota del curatore e criteri della presente edizione

seconda edizione di Classicismo e illuminismo (si tratta dell’aggiunta


più compiuta e corposa fra il ’65 ed il ’69), nella precisazione forte-
mente limitativa della presenza di Rousseau anche nel primo Leopar-
di (il «ritorno alla natura» perderà definitivamente il riferimento a
Jean-Jacques), nella serrata e in certi punti perfino lessicale corri-
spondenza con la “copertina” (e quindi con il succinto accesso con-
cettuale al libro, scritto dallo stesso autore) nell’enunciazione della
difesa della tradizione classicista dalle critiche e dalle imputazioni eti-
co-estetiche dei romantici (per un esame più ravvicinato della funzio-
ne dell’Addendum del ’69 rimandiamo alle Annotazioni autografe, in
specie alle annotazioni alle bandelle). Natura, dèi e fato nel Leopardi è,
in un’opera in cui tutti i saggi appaiono avere la medesima rilevanza,
il capitolo chiave dell’architettura del volume, la giuntura strutturale
che salda la prima redazione a quelli che sarebbero stati, nell’autore,
gli incrementi e le evoluzioni della leopardistica e degli studi sul laici-
smo materialistico e sull’antiprovvidenzialismo: studi che, se fosse sta-
to possibile, sarebbero dovuti entrare in una nuova versione del libro.
Del resto, l’autore si esprime chiaramente fin dal primo capoverso di
quello che è qui il sesto capitolo:
Il passaggio dalla concezione della natura benefica a quella della natura nemica del-
l’uomo ha sempre rappresentato uno dei punti più delicati nello studio dello svolgi-
mento del pensiero leopardiano. Ciò che qui sopra ho scritto a questo proposito (pp.
153-159) {nel capitolo III, «Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi», «Cl. ill.»
1969 - N. d. c.} rimane, credo, valido nelle linee principali, ma ha bisogno di alcu-
ne precisazioni e correzioni.

Soprattutto le «correzioni» legittimerebbero, se s’intendesse estre-


mizzare il processo di focalizzazione editoriale dell’opera di Timpana-
ro, addirittura un accorpamento paragrafato di Natura, dèi e fato ad
Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi; qui prevale, beninteso, il
rispetto della concezione ispirativa e scrittoria autonoma del capitolo
aggiunto, che viene, come si è detto, semplicemente incorporato nel-
l’indice; ma valga questa potenziale indicazione di tendenzialità nel
recupero d’un reticolato di studi coeso, collegato e organico, tanto più
nelle integrazioni e precisazioni, nelle modifiche e nelle sconfessioni
(pur rare, queste ultime) che diacronicamente emergono nell’itinerario
d’uno dei più grandi studiosi italiani del Novecento (a esempio di scon-
fessione, si può ricordare il riscatto filosofico-civile della figura di
Nota del curatore e criteri della presente edizione xliii

Cicerone, al quale, in Il Leopardi e i filosofi antichi, è attribuito un


«superficiale stoicismo», espressione poi direttamente smentita in
Epicuro, Lucrezio e Leopardi, qui ottavo capitolo, nota 24, e più anco-
ra smentita, al di fuori di Classicismo e illuminismo, negli studi cicero-
niani che si convogliano nell’edizione garzantiana del De divinatione).
Sorte analoga incontrano le Postille e aggiunte bibliografiche, secon-
do Addendum del ’69, qui incorporate in calce al testo, ciascuna acco-
stata con richiamo al passo al quale si riferisce e per il quale è stata
concepita; anche questo Addendum, insomma, viene completamente
sottratto alla destinazione di fine testo, ed è invece scisso e fatto
rifluire, come si è accennato, in contiguità con i luoghi, con i passag-
gi, con le singole parole del testo stesso o delle note piè pagina che
Timpanaro aveva ritenuto provvedere d’un’ulteriore spiegazione o
d’un aggiornamento. La lettura e la fruizione culturale di Classicismo
e illuminismo risulteranno, a nostro avviso, avvantaggiate e nel con-
tempo facilitate dalla materiale attiguità del testo ’65 con le integra-
zioni ’69; ne risulta eliminato, infatti, l’obbligo, per il lettore, d’un
doppio scorrimento di pagine: quelle del testo, e, contemporanea-
mente, a fine volume, quelle dell’Addendum, ogni volta che l’autore
ha effettuato un’integrazione. Si aggiunga il fatto che nell’edizione
del 1969 le postille non erano segnalate, nel testo, da alcun rinvio, ed
il lettore era dunque costretto a tenere continuamente presente il
gruppo di pagine degli Addenda in fondo al volume per attendere la
pagina postillata, o a procedere ad una lettura successiva e separata
delle aggiunte, con faticoso ritorno ai passi del testo ed alla ratio con-
testuale cui le postille s’intendevano correlate. In questa edizione,
come sinteticamente riepilogheremo più sotto, la postilla è segnalata,
con ripresa al piede di pagina, da singolo asterisco.
In una rinnovata situazione di contiguità dei saggi qui raccolti, la
lettura del libro gode concettualmente d’un percorso d’evoluzione e
di modifica, e fruisce, direi, di un’entità nuova come opera in sé, non
nel senso d’un reale cambiamento che da qui si possa ricavare nel giu-
dizio critico sull’autore, ma nel senso d’un rinforzo e d’un incremen-
to, che ben si potrà constatare, dell’oggettiva ossatura leopardiana
degli studi ottocentistici di Timpanaro, e, altresì, d’un incremento di
chiarificazione (e di sostegno) della visione filosofica e generalmente
culturale della linguistica e del classicismo che, dopo gli studi sul Cat-
taneo e sull’Ascoli (con una ripresa cattaneiana nell’Appendice I), com-
xliv Nota del curatore e criteri della presente edizione

prende i contributi sul Gomperz (qui undicesimo capitolo) e l’Appen-


dice II, costituita dal citato Treves degli studi di antichità classica
(Classicismo e «neoguelfismo» negli studi di antichità dell’Ottocento ita-
liano, dapprima in «Critica storica», II, 1963, pp. 603-611, poi in
Aspetti e figure della cultura ottocentesca, pp. 371-386; «ivi», III, pp.
1-31, la prima uscita del saggio intitolato a Theodor Gomperz, poi in
Aspetti e figure, pp. 387-443). Si tratta, com’è evidente in quest’ulti-
mo caso, di due contributi antecedenti all’opera che qui si presenta, e
per di più di uscita quasi contemporanea nella stessa rivista. Sono gli
anni decisivi per la nascita di Classicismo e illuminismo, e questi due
saggi appartengono più che mai alla sua genesi culturale e cronologica,
ma soprattutto appartengono agli argomenti e alle tematiche propri e
pertinenti al valore ed alla risonanza degli studi classici nell’Ottocen-
to, e (nel caso della recensione al Treves) all’esistenza ed al confronto
polemico tra la corrente storiografica del classicismo e quella della sto-
riografia romantico-neoguelfa, ed altresì all’importanza, alla centralità
ed alla propulsività della figura di Foscolo e di quella di Leopardi: l’ec-
cesso di simpatia foscoliana e di centralità nella considerazione che si
ha dell’autore, secondo Timpanaro, caratterizzerebbe la ricostruzione
del Treves, mentre il contributo foscoliano in Aspetti e figure (Sul
Foscolo filologo) mostra a sua volta a noi lettori la posizione timpana-
riana, complessivamente critica riguardo a molte componenti della
personalità del poeta di Zante. Soffermandosi un momento sull’Ap-
pendice II, basti ricordarne due brani per rintracciare sùbito gli stret-
ti legami con i tragitti tematici di fondo di Classicismo e illuminismo:
Certo, i «partiti culturali» sono sempre più fluidi dei partiti politici, e gli stessi
partiti politici erano nel secolo scorso ben lontani dalla rigida struttura di quelli
odierni; ma tale fluidità non dev’essere esagerata a proprio piacimento dallo stori-
co, fino a trasformare i classicisti in romantici, i giacobini in neoguelfi. / Una volta
ristabilite queste distinzioni, si vedrà, credo, che il meglio degli studi classici nel-
l’Italia preunitaria non è dovuto ai neoguelfi o ai romantici, ma ai classicisti-illumi-
nisti: Monti, Giordani, Peyron (solo dopo il ’48 passato da posizioni illuministiche
e riformatrici a posizioni clericali e reazionarie), Leopardi, Cattaneo. L’influsso di
questa corrente perdura anche nel secondo Ottocento: al Cattaneo si ricollega l’A-
scoli (la cui impostazione della questione della lingua è nettamente antimanzoniana
e antiromantica); lo stesso Comparetti potè, sì, essere definito «romantico» dal
Pasquali per il suo interesse per le tradizioni popolari, ma non si deve dimenticare
l’ispirazione profondamente illuministica e laica del Virgilio nel medio evo, che cul-
mina nell’esaltazione di Dante come primo umanista (molto bene su questo punto
il Treves, p. 1054). E se è giusto indicare nelle tendenze razziste e colonialiste, nel-
Nota del curatore e criteri della presente edizione xlv

la propensione alle generalizzazioni affrettate o, viceversa, nell’angustia erudita i


lati negativi di molto positivismo, non è giusto svalutare quegli aspetti per cui il
positivismo prosegue e sviluppa l’illuminismo: l’antimetafisica, la storicizzazione
della natura, l’interesse per il rapporto uomo-natura. Questi aspetti non furono pri-
vi di ripercussioni nemmeno nel campo degli studi greco-latini: è un riflesso del posi-
tivismo il rinnovato interesse per Epicuro e Lucrezio, che in Italia trovò espressio-
ne in Gaetano Trezza e, con maggiore distacco storico, nel Comparetti e soprattutto
nello splendido commento a Lucrezio di Carlo Giussani.

La mancanza di filologi e storici dell’antichità specificamente romantici e neoguel-


fi in Italia, d’altra parte, ha costituito per il Treves un incentivo ad allargare oltre
ogni limite le categorie di romanticismo e di neoguelfismo, fino a includervi studiosi
di tutt’altro orientamento. Per quel che riguarda il romanticismo, come è noto, que-
sto procedimento è stato già messo in atto da molti studiosi: si è finito col fare di
«romanticismo» un sinonimo di «civiltà liberale-democratica dell’Ottocento», o
addirittura di tutto ciò che nell’arte e nella cultura ottocentesca non è accademismo
frigido: così Goethe, Foscolo, Leopardi, Heine, Cattaneo – tutta gente che col
romanticismo polemizzò con asprezza – sono stati annessi, loro malgrado, alla schie-
ra romantica. Anche per il Treves romantica è «tutta la migliore intelligentsia euro-
pea» (p. 592), romantico ogni storicismo; e un analogo ampliamento subisce per ope-
ra sua il neoguelfismo [...].

Nella prefazione ad Aspetti e figure (pp. X-XI), che accoglie in volu-


me la recensione al Treves, Timpanaro spiega le ragioni della nuova
pubblicazione del contributo, fortemente legate, ancora una volta,
all’impatto-ricezione, anche presso il pubblico più cólto, di Classicismo
e illuminismo:
Sarebbe bastata anche soltanto una lettura non troppo distratta dell’introduzione a
Classicismo e illuminismo, per accorgersi come io sia sempre stato del tutto alieno
da «equazioni» così rozze ed erronee, e come mi abbia mosso sempre, al contrario,
un’esigenza di d i s t i n g u e r e le varie posizioni politiche, ideologiche, letterarie,
tenendomi lontano sia da caratterizzazioni «epocali» che tutto abbracciano e nulla
stringono [...], sia da concezioni storiografiche esasperatamente individualizzanti e
altrettanto astratte [...]. La lettura della recensione all’opera di Piero Treves, ripub-
blicata nel presente volume (p. 371 sgg.) {«Aspetti e figure»} ma anteriore a Classi-
cismo e illuminismo, dovrebbe far comprendere ancor meglio perché io abbia senti-
to questa esigenza.

La necessità di “chiarimento”, fortemente avvertita dall’autore e


adempiuta da questo “pezzo” su classicismo e neoguelfismo, induce a
collocare la stessa recensione nel luogo distinto, e perspicuamente
separato, dell’Appendice. Ritorneremo fra poco su quella che, a sua
volta, è la particolare importanza dello studio su Theodor Gomperz,
xlvi Nota del curatore e criteri della presente edizione

con il quale si conclude la successione dei veri e propri capitoli di que-


sta edizione; seguiranno, appunto, le appendici.
Il concetto principale che qui ci sembra acquisito è quello rappre-
sentato dal “canone aperto” che è necessario per uno studio e un’edi-
zione di questo volume centrale nell’opera timpanariana; Classicismo
e illuminismo è un’opera che non è solo se stessa, ma è un incrocio di
motivazioni e di sollecitazioni interculturali e interdisciplinari (non
banalmente “pluridisciplinari”), pur mantenute fra loro insieme dalla
rigorosa dottrina dello studioso-autore. In un’opera che è anche altre
opere, non v’è meraviglia se i semi degli interessi culturali, letterari,
linguistici, s’irradiano in varie direzioni, s’insediano in altri libri qua-
si apposta nati e creati per costituire non un’appendice, o una prosecu-
zione di Classicismo e illuminismo, ma Classicismo e illuminismo stesso,
in questo senso ineluttabilmente suddiviso e scaglionato, nel tempo,
in vari tomi, a scansione scientifica d’una ricerca multiforme ma
nient’affatto dispersiva, ed anzi metodologicamente coerentissima. Su
questo punto determinante ci permettiamo ancora rinviare alle Anno-
tazioni autografe (pp. 522-525), alla quinta annotazione al sesto capi-
tolo, nella quale, con il conforto del necessario e immediato e, confi-
diamo, persuasivo rincalzo testuale (sia del testo a stampa, sia del testo
inedito a mano) si affronta in modo più partito e analitico il proble-
ma del canone aperto e della non unicità di questo volume, capace di
rappresentare e veicolare una molteplicità di componenti degli inte-
ressi dello studioso (un caso simile potrebbero essere, ma è solo esem-
pio, i due volumi di Poeti e filosofi di Grecia di Manara Valgimigli).
Qui, a testo d’autore non ancora aperto o iniziato, ci è sufficiente
riprendere il cenno sul valore di passaggio, quasi di varco di Natura,
dèi e fato sul “futuro” di Classicismo e illuminismo. In un’annotazione
al saggio, presente in una copia del 1984 della seconda edizione, si tro-
vano allineati, in ragionata serialità, innanzi tutto Aspetti e figure, libro
assolutamente non disgiunto da Classicismo e illuminismo, quindi i
nomi di Carlo Dionisotti, in evidente relazione con il saggio Il Gior-
dani e la questione della lingua (presente appunto in Aspetti e figure), di
Maurizio Vitale (di cui nel capitolo giordaniano si ricordano gli inte-
ressi e la personale, già allora ricca bibliografia sul padre Cesari), di
Francesco Tateo, ricordato nei Nuovi studi sul nostro Ottocento del
1994 per un saggio antoniocesariano, lo stesso articolo timpanariano
sul Cesari nel Dizionario biografico degli italiani (1980), poi incluso nei
Nota del curatore e criteri della presente edizione xlvii

citati Nuovi studi, la figura del barone danese Herman Schubart, ricor-
dato ancora nei Nuovi studi sulla scorta d’un saggio di Maria Augusta
Morelli. L’annotazione manoscritta crea un collegamento delle pagine
de Il Giordani e la questione della lingua in Aspetti e figure alle pagine
dei Nuovi studi; e i riferimenti s’infittiscono, dato che la prima uscita
dell’articolo sul Cesari è coeva, nel 1980, alla nuova uscita dell’arti-
colo su Giordani (dal 1974 ad Aspetti e figure); tutto il trend cronolo-
gico mira, o comunque ha la propria naturale meta nei Nuovi studi del
1994, che iniziano esattamente con il contributo sul Cesari ed anno-
verano la citazione del barone di Schubart come amico e non astratto
sostenitore dell’abate linguista; il contributo antoniocesariano nei
Nuovi studi, inoltre, termina con i nomi di Vitale, di Dionisotti, di
Tateo, oltre a quelli di Tissoni e dello stesso Timpanaro: Vitale, Dio-
nisotti e Tateo sono i nomi della citata annotazione manoscritta. Poco
sotto, nella copia del 1984, la citazione a mano di Claudio Marazzini
(come meglio si vedrà nelle Annotazioni) appare rivolta senza ambi-
guità ai Nuovi studi usciti da Nistri-Lischi, in particolare ad una nota
sul De Amicis linguista che si riferirà anche a L’oro nella lingua di
Maurizio Vitale, a Vincenzo Monti, a Graziadio Isaia Ascoli, allo stes-
so abate Cesari. Si tratta, quindi, di un’indubitabile correlazione di
nomi e di elementi culturali, di “compagni bibliografici” che confer-
mano e che dimostrano il concetto di reticolato unitario di ricerca e
d’indagine in tutta la saggistica nistri-lischiana di Timpanaro. Molti
contributi, e molti nuclei bibliografici tutt’altro che informi, che han-
no fatto ufficialmente parte di Aspetti e figure o che faranno parte dei
Nuovi studi, si trovano già annotati in Classicismo e illuminismo, a
riprova della loro concorde cittadinanza scientifica e qualitativa e del-
la loro mutua corrispondenza cronologica. Esempio fra tanti possibi-
li, come si vedrà, il “filo rosso” costituito dall’interesse per il purismo
leopardiano, dal citato Natura, dèi e fato allo studio su Cesari, amplia-
to, quest’ultimo, rispetto alla primitiva “voce” di dizionario dell’ ’80,
ma parzialmente anticipato in Il Giordani e la questione della lingua.
Certe annotazioni, si può dire, sono già in sé componenti costitutive
di questa edizione di Classicismo e illuminismo, ed entrano legittima-
mente a formarne la realtà di libro. Il concetto di canone aperto va
dunque sostenuto come il più proponibile per un’edizione come que-
sta. Ed è un canone aperto che si applica correttamente alla saggisti-
ca più disponibile all’incrocio dell’accertamento filologico e della rico-
xlviii Nota del curatore e criteri della presente edizione

struzione storica (non storicistica), della dimensione analitico-testua-


le (si vedano i due contributi leopardiani qui immessi da Aspetti e figu-
re - capitoli quinto e settimo -, come anche l’ottavo capitolo, Epicuro,
Lucrezio e Leopardi, immesso dai Nuovi studi) e della scelta critica fon-
data, ma anche esposta alla responsabilità del dichiarato giudizio
interpretativo. Ben più difficile, a nostro parere, sarebbe l’applica-
zione del canone editorialmente aperto ai lavori d’istituzionale proto-
collo filologico (che ammettono piuttosto la riedizione modificata,
ampliata, riveduta di se stessi, della propria realtà scientifica); e diffi-
cile sarebbe anche l’applicazione di tale criterio agli articoli belfago-
riani confluiti, insieme ad altri contributi, in un volume programma-
ticamente diverso da quelli della saggistica Nistri-Lischi, com’è il caso
di Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana; né si potrebbe,
a meno d’un passo di violazione delle demarcazioni disciplinari, alte-
rare, se non dal suo interno - come avviene nelle vere e proprie riedi-
zioni d’una singola entità-libro -, il volume Sul materialismo, anch’es-
so nistri-lischiano, anch’esso significativamente pisano nella sua uscita
editoriale, ma non certo a caso concepito come distillata astrazione
d’alcuni lieviti «teorico-polemici» sottesi a Classicismo e illuminismo,
che reclamavano espressione in sede scientifica e ideologica in tal sen-
so miratamente deputata. Sul materialismo, peraltro, ha già goduto nel
1997 d’una sua terza edizione riveduta e ampliata (Milano, Unicopli),
con nuova prefazione, e (oltre alla versione spagnola 1973 della pri-
ma edizione) di tre edizioni inglesi (London, Verso, 1975, 1980 e
1996); ed è quindi volume che, organicissimo alla ricerca di Timpa-
naro, naviga però secondo rotte editoriali autonome (e non per que-
sto indipendenti dagli altri studi dell’autore).
Vi è un periodo (non si dice una data precisa) nel quale “nasce” la
riflessione, nel quale insomma prendono forma lo spirito e la ratio cul-
turale di Classicismo e illuminismo? Molto giustamente, Vincenzo Di
Benedetto (La filologia di Sebastiano Timpanaro, nell’opera collettiva
Il filologo materialista. Studi per Sebastiano Timpanaro, editi da Riccar-
do Di Donato, Pisa, Scuola Normale Superiore, 2003, pp. 1-89, qui
pp. 75-77) individua lo «snodo» decisivo che, già contenendone in sé
i germi intellettuali, prelude alla realizzazione del volume del 1965;
nella recensione in «Critica storica», III (1964), pp. 791-796, al La
Penna di Orazio e l’ideologia del principato (il ben noto, fondamentale
volume sul poeta, ma anche sulla cultura letteraria e ideologica dell’età
Nota del curatore e criteri della presente edizione xlix

augustea, uscito nel 1963 - Torino, Einaudi [«Saggi», n. 332]), Tim-


panaro infatti esprime, appena un anno prima dall’uscita di Classici-
smo e illuminismo, quel nesso tra i due termini del suo titolo editoria-
le che, lontano dall’essere mero richiamo o anticipo lessicale, si
qualifica piuttosto come una concreta prospettiva d’indagine che
coniughi l’analisi del fenomeno letterario con l’analisi delle reali coor-
dinate ideologiche, di singolo pensiero e di singola cultura, degli auto-
ri emblematici d’un certo periodo, o, per intendersi, d’una certa “cor-
rente”, con i suoi caratteri estetici ed espressivi, ma anche con i suoi
precisi valori semantici. Si legga la parte finale di quell’importante
recensione:
Il classicismo dell’età augustea salvò, accanto alla raffinatezza stilistica, quella che
era la più importante conquista dei neoteroi: la capacità di esprimere l’individua-
lità passionale, ma seppe depurarla da morbosità e sottigliezze (pp. 166-170); det-
te, con la dottrina del miscere utile dulci, una spinta verso il realismo (pp. 170-175);
non rovesciò la tendenza antiscientifica, antiepicurea, che si era ormai affermata
nella cultura greco-latina, e tuttavia, riaffermando l’ideale aristotelico di un’arte
equilibrata e razionale, costituì un argine contro concezioni irrazionalistiche della
poesia (pp. 175-178). Tutte queste considerazioni - e altre non meno interessanti che
siamo costretti a tralasciare - non solo permettono di valutare molto meglio di quan-
to si sia fatto finora il classicismo augusteo, ma contribuiscono anche a spiegare la
funzione progressista che il classicismo ha avuto in molti momenti della storia del-
la cultura europea, e specialmente quel nesso tra classicismo e illuminismo che appa-
re con particolare evidenza nella letteratura del Settecento e del primo Ottocento,
e che è stato oggetto di interesse e di discussioni in questi ultimi anni (vedi a que-
sto proposito anche le appendici del libro del La Penna, p. 231 sgg.). Perfino il càno-
ne dell’imitazione dei classici, accanto agli influssi negativi che ognuno conosce, ha
avuto talvolta una sua fecondità in quanto è stato interpretato, per esempio dal Leo-
pardi, come una forma di «ritorno alla natura» (p. 181 sgg.). Tuttora, l’esigenza del-
l’unità della cultura contro il settorialismo tecnicistico e contro nuove forme d’ir-
razionalismo ha, storicamente, un suo debito con la tradizione di quel classicismo
che trovò la sua prima espressione compiuta nell’età augustea. / Credo che questo
resoconto, necessariamente sommario, possa almeno dare una prima idea del valo-
re e della ricchezza di un libro che non si rivolge solo agli studiosi dell’antichità, ma
anche a italianisti (specialmente per le pagine su Parini e Carducci), a francesisti
(vedi l’appendice su Agrippa d’Aubigné, p. 229 sg.), a uomini di cultura militante.

Non è questa la sede per discutere, com’è stato fatto (ad esempio,
nel citato saggio di Vincenzo Di Benedetto) sulla persuasività o meno
del concetto di classicismo progressista, sulla sua reale estensibilità
agli ultimi decenni del Settecento ed ai primi decenni del successivo
secolo, sulla proponibilità del nesso classicismo-illuminismo in un’e-
l Nota del curatore e criteri della presente edizione

poca in cui tutti i letterati erano improntati da una formazione classi-


cistica che non poteva in tal senso costituire qualificante segno di dif-
ferenziazione rispetto ad altri scrittori. Basti cogliere, oltre alla con-
clamata occorrenza terminologica, i cenni al «realismo», al valore del
barrage estetico aristotelico contro riemersioni irrazionalistiche anti-
che e moderne, all’equilibrata e consapevole difesa d’un cànone d’i-
mitazione che nella decodifica leopardiana si ribalta in «ritorno alla
natura». Sulla base di tali premesse, si può rammentare che in signi-
ficativa simultaneità cronologica con l’uscita di Orazio e l’ideologia del
principato, e con la recensione timpanariana nell’anno successivo, ven-
gono pubblicati dal prossimo autore di Classicismo e illuminismo (oltre
a La genesi del metodo del Lachmann, Firenze, Le Monnier, 1963,
espressione in quegli anni della sua riflessione sulla metodologia filo-
logica, e a un contributo su Vitelli) la citata recensione, del 1963, all’o-
pera di Piero Treves uscita nel 1962, il saggio dedicato a Theodor
Gomperz («Critica storica», III, 1963, pp. 1-31) ed un contributo qua-
le Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi («ivi», III, 1964, pp.
397-431); nel 1961 era uscito da Sansoni Giordani, Carducci e Chiari-
ni, presentazione della ristampa a cura dello stesso Chiarini degli Scrit-
ti giordaniani (pubblicati sempre da Sansoni nel 1890; diversa nella
scelta e nella classificazione era l’edizione chiariniana di Livorno,
Vigo, 1876; ristt.: ivi, 1884 e ancora Firenze, Sansoni, 1936); nel
1961-1962 (si noti l’insistere di quegli anni) era uscito Carlo Cattaneo
e Graziadio Ascoli («Rivista storica italiana», LXXIII, 1961, pp. 739-
771 e LXXIV, 1962, pp. 757-802). E fin dalla prima Prefazione al
volume si manifesta, da parte dell’autore, l’influenza esercitata sul suo
lavoro dalle conversazioni avute con Luigi Blasucci, con lo stesso
Antonio La Penna, con Mario Mirri, e dagli scritti di questi studiosi
(di Mario Mirri si ricordi a questo proposito F. De Sanctis politico e sto-
rico dell’età moderna, Messina-Firenze, D’Anna, 1961), né si manca di
citare (nota 51 dell’Introduzione) lo studioso che traccerà nel primo
fascicolo 2001 della «Nuova Antologia» un acuto profilo, post mor-
tem, di Timpanaro: il Sergio Landucci di Cultura e ideologia in Fran-
cesco De Sanctis, Milano, Feltrinelli, 1963. Sono, come si vede e si
ricorda, anni fervidi di riflessione, d’elaborazione ideologica e cultu-
rale, e d’intensa produzione saggistica, anche in prospettiva degli svi-
luppi di ricerca che ciascuno di questi importanti studiosi intrapren-
derà o se già incominciati proseguirà in modo articolato e insieme
Nota del curatore e criteri della presente edizione li

coerente sulla base di quegli inizi. Una stagione di ragioni e di passio-


ni profonde e non prive d’una complessiva e pur vigile fiducia, in quel-
la temperie d’anni che si sarebbe in séguito dimostrata d’impossibile
duplicazione. Una stagione pisana, o prevalentemente pisana, densa
di contatti di studio e di rapporti umani; la sorte editoriale di Classi-
cismo e illuminismo, nato in quegli anni, corrisponde in forma del tut-
to giusta a questa origine culturale, all’orbita cittadina e insieme intel-
lettualmente e geograficamente cosmopolitica dell’Università e della
Scuola Normale. Né meno giusta è l’espressione di gratitudine, ma
anche di deferente amicizia, tributata da Timpanaro a Lanfranco
Caretti, che dopo L’introduzione allo studio di Dante di Francesco
Maggini, accoglie con coraggio e lungimiranza Classicismo e illumini-
smo come secondo dei «Saggi di varia umanità», la collana un tempo
diretta da Francesco Flora. Più tardi, grande sarà il merito di Carlo
Alberto Madrignani nell’accogliere (1982; rist.: 1985) Antileopardia-
ni e neomoderati nella sinistra italiana nelle pisane Ets, terzo volume
della collana «Università», sezione «Letteratura italiana» diretta dal-
lo stesso Madrignani.
L’importanza del concetto di classicismo studiato da La Penna è
d’altronde confermata dal prosieguo delle indagini oraziane dello stu-
dioso; in Orazio e la morale mondana europea, introduzione a ORA-
ZIO, Tutte le opere, Firenze, Sansoni, 1993 (I ed.: ivi, 1968, a pochi
anni di distanza da Orazio e l’ideologia del principato e quasi interpo-
sto fra le due edizioni di Classicismo e illuminismo) si sottolinea, ad
esempio, il generale movimento antiscientista della cultura augustea
(p. LXXXVIII: «l’epicureismo nell’età augustea perde sempre più l’ar-
dore speculativo e la spinta ‘illuministica’ dell’epicureismo lucrezia-
no e sempre più facilmente si adatta a credenze e a sentimenti tradi-
zionali»); ma si ricorda anche (p. CXXXIII), ad articolazione e a ben
più complessa analisi d’una generale immagine di decus letterario,
attraversato, a ben guardare, da scie espressive problematiche e con-
traddittorie, la parzialità d’una visione composta e classicamente
drappeggiata della letteratura latina post-arcaica, in realtà percorsa da
una persistente e non rinunciataria componente espressionistica, che
per converso avvalora l’innovatività di Orazio («Se l’importanza di
tale componente viene ristabilita, la classicità di Orazio apparirà più
come l’eccezione che come la regola: in un certo senso Virgilio è meno
eccezionale di Orazio. Se quell’opinione comune si è affermata, si
lii Nota del curatore e criteri della presente edizione

deve in gran parte proprio al fatto che Orazio apre una via nuova,
inaugura un’esperienza stilistica fondamentale per la cultura euro-
pea»); e si ricorda soprattutto il paragone Orazio - Virgilio, il con-
fronto fra la poesia “pittorico-disegnativa”, l’ut pictura poësis, precisa
nei dettagli, tersamente perspicua nelle immagini, e la poesia aperta
allo spazio infinito, allo sfumato, al vago, alla vibratilità musicale
quanto più indistintamente arpeggiata tanto più fascinosa (pp.
CXXXV-CXXXVI): proprio qui (p. CXXXVI, nota 1) si dice che
«Questo carattere fondamentale dell’arte di Orazio [la ricerca del
«cesello», della «pittura», del «disegno», del «volume»] sarà stato una
delle cause dell’avversione del Leopardi, che lo qualifica di ‘basso
ingegno’; si capisce, invece, come l’indefinito di Virgilio facesse sen-
tire su di lui il suo fascino». E questo rilievo, giustissimo, procura più
d’una difficoltà ad una visione timpanariana del rapporto identifica-
tivo di Leopardi con il classicismo; il notturno virgiliano, come quel-
lo omerico, è certo giocato da Leopardi in funzione antiromantica (i
classici erano già capaci di quelle suggestioni letterarie): ma resta sem-
pre da chiedersi, al lettore di Timpanaro, quanto realmente a Leopar-
di fosse dato di conoscere del romanticismo. E non può sfuggire che,
fino ad Epicuro, Lucrezio e Leopardi compreso, Timpanaro non ha
potuto a meno d’interrogarsi sulla scarsa presenza in Leopardi d’au-
tori e filosofi come appunto Epicuro e Lucrezio, e di Orazio come
corifeo-innovatore del classicismo, di autori che una lettura soltanto
ideologica, e in gran parte fondata su esplicite dichiarazioni “referen-
ziali”, dell’autocoscienza poetica leopardiana, autorizzerebbe a pen-
sare prevalenti, e di frequente e dominante presenza. Avviene l’esat-
to contrario: la scommessa risulta perduta, con netta minorità del
“classicista genetico” Orazio, del ricreatore dello spirito estetico ari-
stotelico, dell’autore particolarmente amato nel Settecento razionali-
sta, a tutto vantaggio dell’epicureismo “sentimentale” di Virgilio, e
non in nome dell’epicureismo. La scelta di Leopardi ha innegabili ele-
menti in comune con quella dei romantici; al ferrato sostenitore del
classicismo leopardiano rimane da dimostrare, con la nota, impareg-
giabile profondità di scandaglio filologico e ideologico, la serie, note-
volissima, di differenze che separano Leopardi dal pensiero e dai testi
di Epicuro e di Lucrezio (conosciuti, beninteso, ma non privilegiati
rispetto ad altri scrittori), a spiegazione di come, chiamiamola ancora
così, la scommessa previsionale non avesse base e vera ragion d’esse-
Nota del curatore e criteri della presente edizione liii

re: l’epicureismo in Leopardi va studiato come “fenomeno” autono-


mo, non prevalente, segnato come anche altri riferimenti letterari da
una sua storia. Semmai, ad attirare l’ammirazione di Leopardi è l’O-
razio degli «ardiri», delle associazioni a distanza di sostantivi ed
aggettivi, dei viaggi strofici a ritrovare le concordanze attraverso il
materiale verbale interposto, serie di diamanti poetici che illumina
partenza e arrivo, attributo e nome. Un Orazio di sospetta ricezione
romantica (neanche il primo Ottocento ha in realtà messo in disparte
Orazio), come ha ricordato, riconducendovi l’attenzione, il convegno
recanatese intitolato Lingua e stile di Giacomo Leopardi (gli Atti sono
usciti da Olschki nel 1994). Risulta, in ogni caso, molto perspicuo,
nelle pagine di La Penna, il contributo (dato da Orazio alla futura
civiltà europea) alla fondazione d’una morale laica, ad un’autàrkeia cri-
ticamente vissuta, ad una visione della natura d’essenziale impronta
immanente, tutta interna ai suoi laici e secolari circuiti. Il dialogo tra
La Penna e Timpanaro, insomma, questo intendiamo sottolineare, è
continuato nel tempo.
Il contributo su Gomperz è nato nel 1962 (e pubblicato nel 1963);
grazie a questa collocazione “storica” nella produzione di Timpana-
ro, esso è contemporaneo ad Orazio e l’ideologia del principato, alla
recensione all’Orazio lapenniano in «Critica storica» e alla recensio-
ne al Treves; e in tal senso è assolutamente coevo anche all’elabora-
zione dei citati saggi che compongono Classicismo e illuminismo: Gior-
dani, Carducci e Chiarini, il Cattaneo, il saggio sul pensiero di Leopardi.
È lì che nasce Classicismo e illuminismo, ovvero da quel giro di riviste
in cui il saggio sullo storico austriaco s’inserisce, in totale identità di
tempo e di spazio editoriale con gli altri lavori che approderanno alla
silloge del ’65. Il Gomperz fa parte di Classicismo e illuminismo, della
genesi elaborativa dell’oggetto-libro come inizia a prender corpo ed a
configurarsi allora, e pertiene insomma a “quel” nucleo ispirativo, cul-
turale e ideologico; né tale appartenenza e tale contiguità si pongono
solamente sul piano cronologico, pur già in sé estremamente parlan-
te. È, scriviamolo apertamente, la tematica, sono i contenuti, è la
vivacissima semantica culturale del saggio, è il suo significato di rilan-
cio storiografico-culturale e di dotta polemica nei riguardi di tutta
un’impostazione tardo-ottocentesca e poi novecentesca, idealistica,
antipositivistica, antiscientista, ad acquisire il contributo all’opera-
zione culturale denominabile Classicismo e illuminismo, perché lì il
liv Nota del curatore e criteri della presente edizione

contributo è già acclimatato. In massima sintesi, rammentiamo l’im-


postazione mentale di Gomperz, aperta alla considerazione della
scienza ed all’assunzione dell’attualità, dove possibile, del pensiero
greco, senza che per questo si legittimi un’accusa di scientismo; ma si
ricordi soprattutto il sostegno, la valorizzazione culturale d’una visio-
ne laica, contraria alle concezioni metafisiche, che, pur fra contraddi-
zioni e qualche inevitabile incongruenza, permea la sua opera di stu-
dioso del pensiero filosofico e storiografico greco (benché Timpanaro,
in quello che è un vero e proprio profilo, non si limiti certo all’opera
più corposa e più nota, i Pensatori greci). Decisiva in questo senso la
sua connotazione culturale di moravo-austriaco non affatto nutrito
della sola cultura nazionale, o comunque germanofona o austro-unga-
rica, e, anzi, di studioso ebreo, laico nelle visioni filosofiche e cosmo-
politico nel decodificare le sollecitazioni intellettuali, e personalmen-
te propenso alla cultura inglese, in specie quella illuministica, in un
periodo nel quale, pur con differenza di singole ricadute nazionali,
prevale nella maggior parte dell’Europa la reazione nazionalistico-irra-
zionalista al materialismo positivistico. Studioso che si colloca in pie-
na e insieme compassata e borghese controtendenza rispetto all’o-
rientamento generale degli ultimi decenni ottocenteschi, il Gomperz
è stato per precisa scelta storiografica accantonato, e apertamente sva-
lutato, da Jaeger e dalla tradizione di studi classici che da lui è deri-
vata, e in generale dalla filologia classica del Novecento e dalla visio-
ne storica che vi si è avuta dell’antichità; l’operazione rivalutativa,
condotta, lo si ricordi, sempre sulla rivista «Critica storica», con un
Gomperz stretto compagno sulla scrivania timpanariana (pur non ita-
liano e nelle proprie peculiari competenze) del Leopardi, del Cattaneo,
dell’Ascoli, non si limita affatto a rappresentare un recupero di figura
ingiustamente dimenticata, o sottovalutata dalle nuove tendenze cul-
turali della disciplina; tale operazione intende invece offrire, a chi vuo-
le approfondire gli studi secondo criteri di qualità e di scelta ideologi-
co-culturale e non di conformismo cronologico, una sorta di pregresso
antidoto allo jaegerismo, e, sotto altri profili, una misura di preven-
zione, si dica pure di vaccinazione antiidealistica, antispiritualistica,
antiplatonica, e in buona parte antinovecentesca, come il Lenin di
Materialismo ed empiriocriticismo lo è rispetto a quella che per l’autore
di Sul materialismo è sempre stata l’involuzione psicologistica, menta-
listica, metodologista del XX secolo. Gomperz è uno storico tutt’altro
Nota del curatore e criteri della presente edizione lv

che chiuso al pensiero materialistico, uno studioso che non andava


affatto liquidato, e le cui troppo rare ristampe vanno accolte con favo-
re e con disponibilità a recepirne più d’una sollecitazione correttiva
delle filiazioni jaegeriane novecentesche. Dedicato a studioso non ita-
liano, il saggio è entrato in séguito nel libro che annovera alcuni “pro-
fili” (Mai, Comparetti; ne rimasero fuori Ascoli, Pasquali e Terzaghi,
e per poco ne esulò il Cesari): Aspetti e figure della cultura ottocentesca.
Ma già nella prefazione allo stesso volume dell’’80 (p. X) Timpanaro,
oltre a ribadire il legame inestricabile che unisce Aspetti e figure a Clas-
sicismo e illuminismo («i saggi che compongono il presente volume [...]
hanno, spero, pur nella varietà degli argomenti e del «taglio» ora più
erudito ora più storico-culturale, una omogeneità di fondo, sia tra loro,
sia rispetto ad altri miei precedenti libri, ad uno specialmente, Classi-
cismo e illuminismo nell’Ottocento italiano, apparso in questa stessa col-
lana [...]. Vorrei sperare che il nuovo libro contribuisse ad una più equa
comprensione del libro vecchio [...]»), supera con limpidezza, e signi-
ficativamente senza sfoggio né bisogno d’enfasi argomentativa, il “pro-
blema” della non italianità del Gomperz, una figura che condivide
come ed anche più di alcune delle presenze italiane del libro i valori vei-
colanti costituiti dall’illuminismo, dalla fiducia nella ragione, dalla tol-
leranza cosmopolitica, dall’antiidealismo:
Nel titolo del libro mi sono riferito alla cultura ottocentesca, senza aggiungere italia-
na, perché, sebbene il più sia dedicato ad autori italiani, mi è accaduto spesso di
sconfinare (nello scritto iniziale sul lucanismo, nella trattazione sui precursori di
Angelo Mai), e l’ultimo saggio riguarda per intero un autore non italiano, Theodor
Gomperz; ma mi è sembrato che questo storico del pensiero antico così ricco di fer-
menti illuministici (assorbiti dalla cultura inglese e trapiantati nell’Austria di fine
Ottocento, per molti aspetti così diversa ideologicamente e culturalmente dalla Ger-
mania della stessa epoca) potesse rientrare nell’ambito del presente volume senza
apparire come un «corpo estraneo». Anche il Gomperz, in un’Europa dominata -
nel bene e nel male - dalla cultura tedesca per ciò che riguardava gli studi sull’anti-
chità classica, fu un isolato, e ancor più isolata e disconosciuta è stata poi la sua ope-
ra nel clima idealistico novecentesco. Una rivalutazione, pur lontana da qualsiasi
apologia, è a mio avviso necessaria.

A proposito del Gomperz di Timpanaro, si legga quanto, a caldo,


all’uscita d’Aspetti e figure, scrive in fine d’articolo Ettore Paratore
(Leopardi protagonista in un volume sulla cultura dell’Ottocento, in «Il
tempo», Roma, XXXVII, 295, 4 novembre 1980, p. 3):
lvi Nota del curatore e criteri della presente edizione

Chiude inaspettatamente il libro un saggio sopra un grande studioso straniero che


appare quindi un po’ fuori campo nel tessuto ideologico e storico del volume: Teo-
doro Gomperz. Chi scrive, parlando su queste colonne dell’edizione italiana del
volume aristotelico della grande opera del Gomperz sui pensatori greci, aveva già
espresso le sue perplessità sul punto di vista e sul metodo di quello che pure è stato
uno dei più grandi storici della filosofia greca. Il Timpanaro invece non esita ad
additarlo come lo storico e il pensatore che avrebbe meritato, ben più dello Zeller
o di tanti altri, di costituire il punto focale dell’indagine sul pensiero greco; ciò natu-
ralmente perché egli rappresenta la trasposizione del nascente positivismo entro
l’ambito della valutazione della filosofia ellenica. A pagina 434 il Timpanaro lo cele-
bra come colui al quale bisogna ritornare per riscattare la nostra cultura dal plato-
nocentrismo cui l’avrebbero oggi condannata le posizioni dello Jaeger e di quasi tut-
ti gli attuali indagatori della speculazione greca. / Quanto ho fatto osservare sui
limiti che il Gomperz ha posti al suo ripensamento di una figura come quella di Ari-
stotele, che poteva agevolmente servirgli da riscatto da tutte le configurazioni pla-
tonocentriche, e quanto tutti, a cominciare dallo stesso Timpanaro, non possono
fare a meno di registrare con stupore sul fatto che proprio il Gomperz interruppe
l’opera sua prima di occuparsi dell’epicureismo contribuisce a gettare acqua sul fuo-
co dell’entusiasmo con cui il Timpanaro considera la figura dello studioso tedesco.
Ma ciò non toglie che questo capitolo finale, facendoci entrare in ambito di molto
maggiore respiro [...], conclude degnamente un’opera importante, per la sua qualità
indagatrice, nell’ambito degli studi storico-letterari.

Si può aggiungere un accenno a Gomperz in Storicismo di Pasquali


(nell’opera collettiva Per Giorgio Pasquali, a cura di Lanfranco Caret-
ti, Pisa, Nistri-Lischi, 1972, p. 128 e n. 7), contributo che rielabora a
fondo il profilo che Timpanaro aveva redatto nel 1969 per i Critici
Marzorati; nel processo di parziale affrancamento (pur nel solco d’un
magistero che sarà sempre riconosciuto) dal pensiero di Pasquali, lo
studioso recupera la lezione della storiografia positivistica:
Questi giudizi {si tratta di concetti antipositivistici a più riprese espressi da Pasquali}
colgono senza alcun dubbio alcuni aspetti negativi della mentalità positivistica, negli
studi classici e altrove: non rendono pienamente giustizia, secondo me, alla storio-
grafia dell’età positivistica, nella quale apparvero pure potenti opere di sintesi,
tutt’altro che prive del concetto di valore, come i grandi capolavori del Mommsen,
o il Virgilio nel Medio Evo del Comparetti, o i saggi di storia della religione antica
dell’Usener, o i Pensatori greci del Gomperz, per limitarci a qualche esempio nel cam-
po greco-latino.

Nella citata nota 7, relativa a questo passo, Timpanaro aggiunge:


«Naturalmente Pasquali ammirava altamente questi grandi studiosi
[...]; su Comparetti e su Mommsen egli ha scritto pagine indimentica-
bili; forse soltanto il Gomperz, per quel che ricordo di ciò che talvolta
Nota del curatore e criteri della presente edizione lvii

ne disse, era da lui alquanto sottovalutato»; peraltro, poche pagine


dopo (pp. 143-144), non manca l’affermazione della sostanziale indi-
pendenza di Pasquali da Jaeger: «Di Jaeger in quanto filologo e stori-
co della cultura, Pasquali fu amico e collaboratore; ma dal suo neo-uma-
nesimo si è tenuto lontano [...]. Tranne questo sporadico accenno {al
valore paradigmatico, universale della cultura greca: cfr. «Medioevo bizan-
tino», in «Stravaganze quarte e supreme»: Pagine stravaganti 2, a c. di Gio-
vanni Pugliese Carratelli, Firenze, Sansoni, 1968, pp. 340-371}, la sua
estraneità al neo-umanesimo di Jaeger è totale, ed è dichiarata esplici-
tamente nell’ultimo libro, Storia dello spirito tedesco nelle memorie d’un
contemporaneo (p. 123 sg.): qui Pasquali mette giustamente in rilievo la
debolezza delle basi filosofiche del jaegerismo». Ritengo, sul fonda-
mento di queste premesse, che lo storico del pensiero antico Gomperz,
non italiano, cittadino austriaco non nazionalista ed anzi antirazzista
di cultura illuministica inglese, ebreo nell’impero cattolico asburgico,
materialista e positivista “critico” e classicista in lingua tedesca di pre-
gressa valenza terapeutica antijaegeriana, possa non solamente “figu-
rare” (o non soltanto «degnamente concludere» l’opera, secondo il
concetto di Paratore), ma apertamente risiedere in un libro intitolato
al classicismo e all’illuminismo italiani, per evidenza di comuni tratti di
pensiero con alcune delle figure più importanti e con molti fondamen-
tali percorsi tematici, culturali e linguistico-letterari affrontati nel volu-
me, idealmente saldandosi, anche nella contiguità di capitolo (X-XI), al
suo grande correligionario goriziano Graziadio Isaia Ascoli, intellet-
tuale diverso, sì, ma da lui non dissimile nell’attivare il concetto di
patria esattamente in funzione antinazionalistica e antipatriottarda, e
fautore d’una funzione non “selettiva”, ma ben al contrario accomu-
nante del linguaggio della cultura, al di là dei confini fatti e disfatti dal-
le guerre e al di là della dissennatezza delle potestà politiche.
Quattro saggi, dunque, compresa l’Appendice trevesiana, vengono
qui inseriti da Aspetti e figure; due saggi (Epicuro, Lucrezio e Leopardi,
cap. VIII, ed Il Leopardi e la Rivoluzione francese, cap. IX) vengono inse-
riti da Nuovi studi sul nostro Ottocento. L’Epicuro dichiara sùbito la pro-
pria appartenenza a Classicismo e illuminismo, come si legge nella Nota
alla ristampa 1988 della seconda edizione (qui riprodotta nel volume):
Avrei voluto aggiungere un breve postscriptum, un saggio su Epicuro, Lucrezio e
Leopardi (a parziale modifica e integrazione di quanto avevo scritto a pp. 221-224)
e poche brevi postille. Ma avrei bisogno ancora di un certo tempo – più di quanto
lviii Nota del curatore e criteri della presente edizione

avevo previsto –, e intanto questo libro ormai annoso, con mia meraviglia, viene
ancora richiesto, e l’amico editore, del tutto giustamente, ha fretta. Se anche que-
sta ristampa si esaurirà, spero di poter pubblicare, la prossima volta, l’edizione
accresciuta. Per ora avverto soltanto che altri saggi, riguardanti anch’essi in gran
parte il Leopardi, il Giordani e altri personaggi e ambienti di cui si tratta in questo
libro, sono usciti nei due volumi Aspetti e figure della cultura ottocentesca (Pisa,
Nistri-Lischi, 1980) e Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana (Pisa, Ets,
1982) [...]. Vorrei, con un po’ di sfrontatezza, pregare i lettori di questo libro di
tener presente anche quei successivi volumi meno fortunati, poiché su vari punti essi
contengono aggiunte e correzioni di un certo rilievo a quanto avevo scritto nel pre-
sente volume.

La Nota è già in sé eloquente, sia sulla vicenda di Epicuro, Lucrezio


e Leopardi, pubblicato in «Critica storica», XXV, 1988, pp. 359-409
e poi appunto nei Nuovi studi, sia nel richiamo ai «meno fortunati»
volumi, non sufficientemente presenti alla critica, in un processo di
“sfortuna” lettoriale legato a doppio filo alla “fortuna” di Classicismo
e illuminismo, la cui fruizione sembra aver esonerato alcuni studiosi,
per “appagata” curiosità, dalla lettura d’altre opere ottocentistiche di
Timpanaro; la «parziale modifica e integrazione» (pp. 221-224 Nistri-
Lischi; qui pp. 177-180) si riferisce al IV capitolo, Il Leopardi e i filo-
sofi antichi. Fra questo capitolo, e in particolare quelle pagine, ed Epi-
curo, Lucrezio e Leopardi, il lettore della presente edizione, tenendo
conto anche delle postille al saggio presenti nelle Annotazioni finali,
potrà condurre utili confronti e trarre spunti di riflessione. Da parte
sua, anche il contributo su Leopardi e la Rivoluzione francese rientra
nell’area cronologica della fine degli anni ’80: pubblicato nel volume
collettivo La storia della storiografia europea sulla Rivoluzione francese
(Relazioni tenute al Congresso dell’Associazione degli storici europei,
maggio 1989), Roma, 1990, pp. 367-381, quindi nei Nuovi studi, esso
è in tutto contiguo all’Epicuro dell’ ’88 e conclude la serie di saggi leo-
pardiani della “triade” Nistri-Lischi Classicismo-Aspetti-Nuovi studi.
In questa edizione è infatti prevalso il criterio di riunione del “cen-
tro”, del cuore leopardiano della saggistica letteraria Nistri-Lischi;
non propriamente ed elettivamente leopardiano appare porsi De Ami-
cis di fronte a Manzoni e a Leopardi, nei Nuovi studi, in cui, a differen-
za che in Epicuro, Lucrezio e Leopardi, solo gli ultimi paragrafi, i nn.
8-13, sono indirettamente dedicati al Recanatese, grazie alla sua for-
tuna linguistica e letteraria presso lo scrittore d’Oneglia.
Infine, si consideri che l’eventuale ricostituzione in uno stesso volu-
Nota del curatore e criteri della presente edizione lix

me d’un nucleo giordaniano prima di quello leopardiano, oltre a pro-


durre, in sé, ipertrofici effetti editoriali non consueti nella volontà di
Timpanaro, non sarebbe realmente giustificata dal comportamento e
dalle dichiarazioni dello stesso autore, che nella citata premessa dell’
’88 si limita a indicare in modo esplicito il solo Epicuro, Lucrezio e
Leopardi (e si ricordi che due dei quattro contributi giordaniani dei
Nuovi studi, Pietro Gioia, Pietro Giordani e i tumulti piacentini del 1846
e Un’operetta di Pietro Borsieri ed una di Pietro Giordani, rispettiva-
mente del 1981 e del 1987, erano appunto già usciti all’epoca di quel-
la Nota, ed un terzo, Le lettere di Pietro Giordani ad Antonio Papado-
poli, poi uscito nel 1990, era con tutta probabilità già in via di
conclusione; di nessuno di questi saggi Timpanaro mostra di deside-
rare, come invece avviene per l’Epicuro, l’inclusione in Classicismo e
illuminismo). In ogni caso, in un’ipotetica raccolta di scritti giorda-
niani, a Le idee di Pietro Giordani e a Giordani, Carducci e Chiarini
dovrebbero far séguito Il Giordani e la questione della lingua (1974) da
Aspetti e figure ed i quattro contributi giordaniani dei Nuovi studi: i
citati Un’operetta di Pietro Borsieri ed una di Pietro Giordani, Le lette-
re di Pietro Giordani ad Antonio Papadopoli, Pietro Gioia, Pietro Gior-
dani e i tumulti piacentini del 1846, e infine, uscito come inedito nella
silloge del 1995, Due cospiratori che negarono di aver cospirato (forse
Giordani, certamente Bini). Quanto al contributo giordaniano presen-
te in Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana, Ancora su Pie-
tro Giordani (pp. 103-144), vale la stessa considerazione di “autono-
mia bibliografica” di quel volume che ha qui condotto ad escluderne
anche i contributi leopardiani, un’ “autonomia” di cui nella citata pre-
fazione (p. XII) ad Aspetti e figure si mostra ben conscio lo stesso Tim-
panaro:
Non ho incluso in questo volume un lungo saggio pubblicato in «Belfagor» 1975-76,
in quattro puntate, col titolo Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana [...].
[...] il tono molto vivacemente polemico di quelle pagine, l’estensione della polemi-
ca anche a temi di politica attuale, avrebbero suscitato un’impressione di scarsa
omogeneità rispetto al carattere più «distaccato» (e talvolta, forse, fin troppo filo-
logicamente minuto) dei saggi che compongono questo già troppo grosso volume
{«Aspetti e figure»}.

Sulla vicenda di Epicuro, Lucrezio e Leopardi gioverà riprodurre due


lettere, a tutt’oggi inedite, scritte da Timpanaro al filologo classico, e
lx Nota del curatore e criteri della presente edizione

leopardista, Sergio Sconocchia, studioso più volte citato nel saggio per
i suoi importanti e preziosi contributi. Ambedue le lettere sono indi-
rizzate da Firenze ad Ancona. Nella prima, del 21 novembre 1988,
Timpanaro si riferisce alla relazione di Sconocchia intitolata Ancora
su Leopardi e Lucrezio, destinata al convegno nazionale su Leopardi e
noi in prospettiva 2000, organizzato dall’Accademia Marchigiana di
Scienze, Lettere ed Arti e tenutosi ad Ancona dal 23 al 25 ottobre
1987; tale relazione viene inviata in anteprima a Timpanaro, ancora
nello stato di dattiloscritto, nel luglio 1988, quando è quasi finita la
stesura di Epicuro, Lucrezio e Leopardi, che dovrà uscire nello stesso
anno in «Critica storica» (Timpanaro è comunque in tempo a fruire
del lavoro inviatogli da Sconocchia); poi il saggio di Sconocchia esce
autonomamente in volumetto, e in anticipo sugli atti del convegno
(Ancona, La Lucerna, ottobre 1988), e vi è un nuovo invio a Timpa-
naro, che, ringraziando l’amico studioso con questa prima lettera, gli
comunica che non potrà segnalare il volumetto, perché ha appena
licenziato le ultime bozze dell’articolo per «Critica storica», non anco-
ra uscito; il volumetto sarà citato nella redazione pubblicata nei Nuo-
vi studi, mentre il fascicolo del 1988 di «Critica storica» (prima reda-
zione del saggio di Timpanaro) sarà successivamente inviato ad
Ancona: sulla copertina, la dedica autografa: «Con amicizia e gratitu-
dine (e in attesa di critiche!) / S. T.» (la copertina reca la seguente
intestazione: «estratto da / CRITICA STORICA / BOLLETTINO
A.S.E. / Rivista trimestrale diretta da ARMANDO SAITTA / Anno
XXV - 1988 - 4»; a fondo pagina: «ROMA / NELLA SEDE DEL-
L’ASSOCIAZIONE DEGLI STORICI EUROPEI»). Il contributo
di Sconocchia uscirà, quindi, con lo stesso titolo, nel volume di atti del
convegno Leopardi e noi. La vertigine cosmica, a cura di Alberto Frat-
tini, Giancarlo Galeazzi e dello stesso Sergio Sconocchia, Roma, Edi-
zioni Studium («La cultura», n. 39), 1990, pp. 87-147; alle pp. 146-
147 vi è il Postscriptum dello studioso, che può a sua volta citare (p.
146) l’ormai pubblicato Epicuro di Timpanaro e registrare anch’egli
con piacere la possibile coesistenza dei due lavori, che pur partono da
diversa impostazione. Più sotto, sono discussi contributi di Fornaro
e di Giancotti, sempre su argomenti lucreziano-leopardiani. Nella
seconda lettera, del 5 agosto 1994, Timpanaro ringrazia dell’invio
d’un estratto di fascicolo di «Orpheus» (Rivista di umanità classica e
cristiana, N. S., 5, XV - 1994 - fasc. 1, pp. 1-12; pubblicato a cura del
Nota del curatore e criteri della presente edizione lxi

Centro studi sull’antico cristianesimo dell’Università di Catania), con-


tenente l’articolo Citazioni e appunti lucreziani in Leopardi, appunto di
Sconocchia, e ringrazia altresì dell’invio di altri studi, riguardanti la
medicina antica. Sia pure sinteticamente, Timpanaro potrà anche in
questo caso fruire del lavoro pervenutogli, citandolo nell’aggiornata
redazione del suo Epicuro che, proprio nel ’94, è d’imminente uscita
nei Nuovi studi; del saggio e della sua nuova pubblicazione, come
anche dello stesso volume in corso di stampa da Nistri-Lischi e della
fresca uscita dei Nuovi contributi di filologia e storia della lingua latina,
Timpanaro dà regolare e amichevole notizia a Sconocchia.

I. Due facciate
50123 Firenze,
Via Ginori, 38,
21. XI.1988
Caro Sconocchia,
grazie del tuo saggio leopardiano-lucreziano, che già così gentilmente mi avevi fat-
to leggere in anteprima. Hai fatto benissimo a pubblicarlo a parte, senza aspettare gli
Atti del Convegno. Il mio articolo non è ancora uscito in «Critica storica»: dovreb-
be uscire presto, ho già licenziato le ultime bozze. Non faccio più in tempo, perciò,
a segnalare questa tua pubblicazione ‘separata’: ho citato gli Atti marchigiani in un
Post-scriptum e ho esplicitamente menzionato la ‘scoperta’ della derivazione delle
citazioni lucreziane dalla Collectio Pisaurensis; quanto al resto, ho accennato nel P.
S. che i nostri due studi, anche se in notevole misura divergenti, possono essere con-
siderati complementari.
i lettori giudicheranno; e, naturalmente, appena sarà uscito il mio articolo tu avrai
il pieno diritto di discutere quei punti che ti sembreranno errati o inadeguati.
Grazie ancora, un saluto affettuoso dal tuo
Sebastiano Timpanaro

II. Due facciate


50123 Firenze, v. Ginori 38,
5. VIII. 1994

Carissimo Sconocchia,
molte grazie per tutto ciò che mi hai mandato: sei un lavoratore instancabile, e ti
muovi con eguale sicurezza nel campo leopardiano e in quello della medicina antica!
Proprio in questi giorni torridi (sto per andare in ferie, ma per poco tempo) correg-
go le seconde bozze di un ultimo volumetto di cose otto-novecentesche, alcune nuo-
ve, altre rivedute e corrette.* {richiamo con asterisco a fine pagina} * Uscirà a Pisa
presso Nistri-Lischi. Tra queste, ripubblico anche, con varie aggiunte e modifiche,
quel mio articolo del 1988 su Epicuro, Lucrezio e Leopardi. Mi fosse arrivato pri-
ma il tuo articolo! Avrei potuto menzionare e utilizzare più ampiamente i risultati
lxii Nota del curatore e criteri della presente edizione

a cui sei giunto. Ora devo limitarmi a un accenno un po’ troppo sintetico, perché
ho già fatto sulle prime bozze tante correzioni straordinarie che, se butto all’aria
anche le seconde, l’editore mi fucila! il volumetto {canc.: «arriv», cioè «arriverà»}
uscirà poi in autunno.
Anche le tue cose di storia della medicina mi hanno molto interessato
Vorrei farti avere un mio volume, Nuovi contributi di filol. e storia della lingua lati-
na, in cui mi è accaduto (col prezioso aiuto di Boscherini) di occuparmi {canc.:
«di»}, en passant, di tonsillae e cose del genere. Ma la casa Pàtron è stata avarissima
di copie in omaggio; anche a me ne ha mandato un numero irrisorio, e sono sparite
sùbito. Vedrò, comunque, di fartene avere una copia. Grazie ancora di tutto e buo-
na estate (qui a Firenze 40 gradi!). Tuo
Sebastiano Timpanaro.
P.S. Rallegramenti vivissimi per la vittoria nel concorso! {prima facciata in alto a
sinistra, graficamente isolato e segnalato}.

Si riassumono, a questo punto, a beneficio del lettore, gli esiti di


materiale allestimento prodotti dai criteri di questa rinnovata edizio-
ne. Si sono innanzi tutto ricondotti i due Addenda della seconda edi-
zione nel corpus dell’indice “curricolare”, riallineando date alla mano
Natura, dèi e fato agli altri saggi e rendendo le postille a stampa del ’69,
con richiamo d’asterisco nella stessa pagina, contigue alle parti di testo
cui si riferiscono. Si sono quindi inseriti nell’indice (sempre rispettan-
do la successione cronologica degli autori trattati e, nell’àmbito d’o-
gni autore, la cronologia di composizione di Timpanaro) sei contribu-
ti, di cui quattro da Aspetti e figure della cultura ottocentesca (a formare
rispettivamente i capp. V, VII, XI e l’Appendice II) e due da Nuovi stu-
di sul nostro Ottocento (a formare i capp. VIII e IX); totale undici capi-
toli più due Appendici, rispetto ai cinque con Appendice della prima
edizione, e rispetto ai cinque con Appendice e Addenda della seconda.
La vecchia Appendice, mantenuta nella sua istituzionale collocazione
ma concettualmente accorpabile fin dal ’65 al capitolo cattaneiano-
ascoliano (qui il X), si ordina come I rispetto a quella trevesiana (II), già
ripubblicata, quest’ultima, nel 1980, con l’espresso fine d’un chiari-
mento generale non tanto sui suoi specifici e peculiari argomenti,
quanto, ed esattamente, su tutta l’operazione culturale rappresentata
da Classicismo e illuminismo; essa può quindi essere vantaggiosamente
fruita a conclusione della lettura del libro, in un “a posteriori” fonda-
tamente ricco di concrete acquisizioni di testi e di documenti. Si è così
ricreato il nucleo leopardistico timpanariano di edizione Nistri-Lischi,
non a caso il nucleo di più perspicuo ed esperito incrocio, di più sco-
Nota del curatore e criteri della presente edizione lxiii

perto amalgama fra il “certo” filologico-testuale e il “vero” della rifles-


sione storica e interpretante. Il lettore potrà constatare che l’entità del
blocco leopardiano è, qui, di sette capitoli (non più di due, come ine-
vitabilmente era nella prima edizione, o di tre, come nella seconda):
dal III al IX è tutto Leopardi. Benché Leopardi, in realtà, insistendo
costantemente nella saggistica di Timpanaro, sia molto spesso presen-
te al di là dei contributi che ufficialmente gli si richiamano.
Questo testo critico, come si è cercato di chiarire dall’inizio di que-
sta Nota, si distacca dall’“oggetto” brossurato e comprabile qual è
uscito allora, e certamente non è più il Classicismo e illuminismo di
Nistri-Lischi (beninteso, volume altamente meritorio e sotto molti
aspetti storicamente insostituibile), ma è la realtà del Classicismo e
illuminismo “di Timpanaro”. La realtà, ripetiamo, non la verità, che
altro sarebbe dire e pretendere, di Classicismo e illuminismo; ma siamo
convinti che questa edizione costituisca, appunto, la quintessenza
metodologica “reale” di quello che l’autore avrebbe voluto fare.

* * *

Quanto finora detto riguarda l’allestimento del volume sotto il pro-


filo dei testi già stampati, sia di quelli che appartenevano alle origina-
rie due edizioni degli anni ’60, sia di quelli inclusi dagli altri due libri,
a questo omogenei per argomenti e per protocollo editoriale. Le Anno-
tazioni autografe che concludono l’edizione accolgono le integrazioni,
le modifiche, le revisioni di giudizio, le correzioni terminologiche, e
in qualche caso gli interventi di rimedio a singoli refusi da parte del-
l’autore: dopo il 1969, come ampiamente chiariscono le successive
Note alle ristampe, non v’è più stata alcuna possibilità per Timpana-
ro di operare sul testo, o sui testi. Lasciamo per intero alla fruizione
del lettore il giudizio critico-interpretativo, la valutazione, la consi-
derazione qualitativa e quantitativa del materiale d’annotazione
manoscritta (a biro o a lapis) che abbiamo qui riportato e riprodotto,
avendo per parte nostra come criterio la restituzione della realtà gra-
fica degli originali timpanariani, dove è possibile, fino al singolo trat-
to di penna, o al segno orizzontale o verticale di richiamo, o alla sin-
gola sottolineatura senza ulteriore parola esplicita dell’autore; le
sottolineature di parola o parole, o d’intere frasi, che non costituisca-
no titolo di opera, anziché essere riprodotte con il corsivo sono ripro-
lxiv Nota del curatore e criteri della presente edizione

dotte con il carattere sottolineato: esattamente come nell’originale;


altrettanto si è fatto per le parole cancellate, riprodotte con lo stile
barrato. E così si è proceduto per ogni aspetto d’una serie d’annota-
zioni fitta e ricca di significati culturali, segno d’un processo d’ine-
sauribile riflessione, di continuo ripensamento, di costante aggiorna-
mento bibliografico, di assidua ricerca di riferimenti e di rinforzi, di
conferme e di aggiunte sul piano della visione critica, dell’esegesi di
qualunque testo trattato, e anche dell’autoesegesi; e segno, altresì, di
disponibilità “autovariantistica”, in un’incessante revisione che rivi-
talizza, attualizzandoli nella coscienza dell’autore, anche testi scritti
da tempo, nel nome d’una meditazione razionale e lucida che dimo-
stra, sulla base del volume Nistri-Lischi, il carattere strutturale e dura-
turo degli interessi coltivati in questo libro in tutta la riflessione del-
l’autore, il valore fondante e quindi aggiornabile di tali interessi in
una figura intellettuale che ha “corretto” Classicismo e illuminismo
fino agli estremi tempi della propria, personale vicenda di studioso.
Non minore accuratezza merita l’avviso della correzione dei refusi
[cr]; in uno studioso nel quale la limpidezza “illuministica” dello stile
passa dalla precisione massima d’ogni restituzione espressiva di con-
cetto, e nei cui testi, insieme fluidi e coesi, ogni variazione nella cor-
rettezza formale può implicare un depistaggio di senso culturale o sto-
rico, i “refusi” percorrono, in più d’un caso, una loro non banale e
tutt’altro che innocente vicenda. Ne adduciamo qualche esempio di
palese visibilità (oltre a quello, già in altro senso trattato, della «dife-
sa della civiltà illuministica» nella bandella 1984); nel III capitolo del
volume (ed. Nistri-Lischi, p. 162), il Leopardi «critico spietato di t u t-
t i i miti dell’immortalità, anche dell’immortalità delle opere» (corsi-
vo nostro) della prima redazione in rivista diviene «critico spietato di
t u t t i i miti dell’immortalità delle opere»; tale “salto” accompagna
il testo fino all’ultima ristampa del 1988, e induce l’autore a ripristi-
nare, almeno a mano, nella copia del 1973 e in quella del 1984, la ver-
sione esatta apparsa in «Critica storica» (cfr., qui, p. 130); ancora nel-
l’Epicuro dell’ ’88 in rivista (e poi nei Nuovi studi), n. 52, lo studioso,
citando il suo passo di Classicismo e illuminismo, richiama la «p. 162
r. 1» Nistri-Lischi e segnala esplicitamente e per esteso, in questo caso
a stampa, l’errore tipografico, con l’indicazione della versione corret-
ta: dunque la storia di questo errore, mai “tecnicamente” dimentica-
to, oltre a protrarsi nel tempo, coinvolge due diversi saggi e due diver-
Nota del curatore e criteri della presente edizione lxv

si volumi, e non permette, vivente l’autore, il recupero della versione


esatta. In un caso diverso, nel primo capitolo, Timpanaro parte da un
«Pogiamo» di Giordani per «Pognamo» (poniamo), errore di stampa
della «Biblioteca italiana», I, 1816, p. 175; da lì, un approfondimen-
to bibliografico che conduce a «Pogniamo» come corretta grafia e alla
scelta della lezione lemonnieriana anziché di quella dell’edizione Gus-
salli. Alle pp. 45-46 e relative note di questa edizione si può seguire
la serie d’acquisizioni su «Pogniamo» in un crescendo d’interventi,
anche manoscritti, che si risolve, graficamente, in una vera e formale
correzione di refuso: «ia», o «ia». Ma in questa e in altre correzioni
di refuso timpanariane occorre, come si è visto, saper leggere attenta-
mente, poiché non certo di rado esse conglutinano un’autentica
avventura diacronica d’acquisizioni conoscitive, da quelle rimarcate
dalla precisione puntuale a quelle dilatabili a un più vasto significato
culturale; tali correzioni, a nostro avviso, non possono, così e sempli-
cemente, essere, tutte, ascritte tout court alle “varianti formali”, in
una livellata uniformità di trattamento.
Rinviamo all’allestimento testuale e alle Annotazioni autografe per
la documentazione dettagliata di questi percorsi tipografici. Inutile
negare che anche i refusi o i refusi “importati” hanno, se “pesanti”,
la loro storia, sebbene un’ideale storia dei refusi potrebbe spesso chia-
mare a corresponsabilità l’autore non meno che l’editore. Appare per-
ciò soluzione coerente restituire la realtà manoscritta di tutte le cor-
rezioni di refuso, peraltro non numerose, ancorché importanti, e
d’agilissima segnalazione in questa nuova proposta del libro del ’65-
’69 (si fa eccezione per i refusi che appaiono già corretti nella ristam-
pa ’88). Risulterebbe sorprendente una legittimazione del lusso di sor-
volare sull’opera correttiva dei propri testi qui svolta da un correttore
di bozze leggendario, il correttore di bozze della Nuova Italia; tanto
leggendario da guadagnarsi, nolente, l’accesso a una romanzata per-
sonificazione del suo mestiere. Un mestiere ben distinto dall’attività
di studioso, ma a sua volta mestiere per lui importante, non omologa-
bile alla spinoziana modanatura di lenti.
Qui di séguito si dà partitamente nota dei quattro testimoni di Clas-
sicismo e illuminismo e, per i contributi da noi inclusi (per i quali vi
sono varianti rispetto al testo a stampa), si dà nota dell’unico testimo-
ne di Aspetti e figure e dei due testimoni dei Nuovi studi (anche gli altri
due volumi hanno infatti copie densamente postillate, da noi ripro-
lxvi Nota del curatore e criteri della presente edizione

dotte per i saggi in questione); di un contributo di Aspetti e figure, Di


alcune falsificazioni di scritti leopardiani (qui cap. V) si ha pure la copia
d’un estratto del «Giornale storico della letteratura italiana» (sede di
prima pubblicazione del saggio nel 1966) a sua volta annotato con
numerose postille, tutte da noi restituite nelle finali Annotazioni; ma in
questo caso si sono trascritte anche tutte le varianti a stampa, indica-
tive della redazione precedente a quella del volume del 1980.

Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano

Questa edizione si fonda sull’ultima ristampa del volume (1988),


regolarmente rivista dall’autore, e su quattro copie delle edizioni
Nistri-Lischi di Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano appar-
tenute a Timpanaro, ed ora acquisite, come anche gli altri volumi che
qui fanno da riferimento, alla Biblioteca della Normale di Pisa: una
copia della prima edizione 1965, siglata dallo stesso autore con «C» e
con l’indicazione di data, entrambe cerchiate, e tre copie della secon-
da edizione (1969), di cui due rispettivamente contrassegnate con
«A» (e relativa data, 1969) e con «B» (ristampa del 1973), ed una pri-
va d’indicazione di contrassegno e con il solo richiamo alla data della
ristampa, «1984» (la designeremo con «d» - delta). D’ora in avanti:
A, B, C, d (si sono seguite, dove presenti, le sigle date dall’autore); la
copia «d» è stata così denominata perché mancante di sigla d’autore:
in successione con A, B e C, ma indicata con lettera greca, vista la par-
ticolare funzione che essa sembra adempiere rispetto alle altre tre. In
effetti la copia del 1984, come ripetutamente mostreranno le Anno-
tazioni, sarà in più d’un caso il bacino collettore, cronologicamente
recente, d’annotazioni e di varianti presenti nelle altre copie (le cui
sigle saranno riprese in d, accompagnate da un’indicazione, in genere
sintetica, che rinvia alla citazione o al riferimento dettagliato-analiti-
co in una singola copia A, B o C); ma sarà una funzione esercitata in
modo tutt’altro che sistematico; anzi, talvolta s’attuerà il procedi-
mento inverso, per cui in d si depositerà lo scioglimento in chiaro (o
un’ulteriore approfondimento sulla base di nuova acquisizione biblio-
grafica) d’un’annotazione o anche d’un concetto compendiosamente
espressi in una delle altre copie. S’aggiunga che, tranne nel caso in cui
vi siano indicazioni bibliografiche post quem, ad esempio dell’anno
Nota del curatore e criteri della presente edizione lxvii

1987 (quindi sicuramente posteriori anche a d), non si ha reale possi-


bilità di distinguere la cronologia d’apposizione delle postille a mano,
del tormento autografo dello studioso (l’uso d’un’altra copia, magari
precedente, appare spesso come una conquista di spazio, ad evitare
sovrapposizioni di scrittura a mano). È dunque prevalso, nella con-
creta attuazione del lavoro d’allestimento e di riproduzione delle note
manoscritte, il criterio di registrare tutte le varianti, anche in quei
casi, d’occorrenza statistica tutt’altro che prevaricante, in cui esse si
siano ripetute: nelle Annotazioni la variante compare una sola volta,
e accanto sono poste le sigle dei testimoni (ad esempio: A, d). Ma si
tratta di casi non frequenti. Ciò che si pone come sicuro è che ogni
testimone è dotato d’una propria autonomia, ed ogni annotazione
manoscritta tratta dai testimoni può quindi essere tranquillamente
registrata seguendo la lineare scansione del testo del volume. Data la
natura non univoca (anzi, dimidiata fra rango d’archetipo e rango
d’ultima volontà d’autore) di d, incrocio, appunto, d’una funzione di
raccolta di note precedenti e d’una funzione d’origine di nuove postil-
le con singole ricadute in A, B o C (molto ha influito su questa com-
plessa realtà manoscritta la mole del materiale sedimentatosi negli
anni in vista d’una terza edizione mai realizzata), abbiamo mantenu-
to carattere minuscolo alla lettera greca.
Ci si è riferiti, fin qui, alle annotazioni non sintatticamente incor-
porabili nel testo “in alto”: parole, frasi, citazioni che non potevano
entrare nel discorso per mancanza di reale e formale legame linguisti-
co con il dettato della pagina. Le annotazioni sintatticamente incor-
porabili, invece, sono state, fin dove possibile, direttamente aggiun-
te, racchiuse in parentesi quadra, nello stesso testo “in alto”. L’uno e
l’altro tipo d’annotazione è stato registrato, con gli stessi criteri,
anche quando applicato alle note e alle postille a stampa del 1969
(postille che sono state anch’esse sottoposte a revisione, e che sono
infatti, a loro volta, dense d’ulteriori precisazioni e focalizzazioni con-
cettuali e bibliografiche). Le annotazioni sintatticamente non incor-
porabili saranno segnalate, al punto di testo voluto da Timpanaro, con
doppio asterisco di rinvio alle Annotazioni autografe, dove il rinvio
sarà ripreso ancora da doppio asterisco, con numero di pagina inte-
ressato e con sigla del testimone.
Si sintetizza, qui, a mo’ di legenda, lo schema d’associazione sigle-
date:
lxviii Nota del curatore e criteri della presente edizione

C (I ed., 1965);
A (II ed., prima uscita, 1969);
B (II ed., rist. del 1973);
d (II ed., rist. del 1984).

Si fa presente che esiste nella biblioteca di Timpanaro una sesta


copia del volume (si tratta della prima edizione, 1965), siglata con la
lettera «D», maiuscola e in alfabeto latino come le lettere che con-
trassegnano i testimoni A, B e C; tale copia è assolutamente intatta
da interventi a mano, a differenza della stessa copia della ristampa
1988, che, sia pure in un solo caso, annovera una correzione. La
copia D, potenziale approdo di correzioni a mano (come dimostra
l’assegnazione di lettera- indicatore di testimone, secondo una pro-
gressione che parte dalla seconda edizione - A si riferisce al 1969 - per
poi ricercare materiale spazio cartaceo con il recupero di copie pre-
cedenti, quindi di copie della prima edizione - C e D si riferiscono al
primo Classicismo e illuminismo, del 1965 -), si pone, di fatto, come
copia vergine del volume, e non può dunque assurgere al ruolo di
copia-testimone. Rimane peraltro da sottolineare la disponibilità di
materiale che tuttora offre la biblioteca di Timpanaro; all’interno dei
suoi volumi è infatti possibile il ritrovamento di foglietti, o di veri e
proprî fogli, contenenti annotazioni che possono fornire dati o ele-
menti utili a chi si occupa dei testi dello studioso o di autori di cui
egli si è a sua volta occupato. Un solo esempio, a proposito di Angio-
la Ferraris, studiosa che appare due volte citata nelle Annotazioni
autografe (cfr. terza annotazione all’Introduzione e, altresì, terza
annotazione al III capitolo, Alcune osservazioni sul pensiero del Leo-
pardi, sempre a proposito del volume Letteratura e impegno civile nel-
l’«Antologia», Padova, Liviana, 1978): il suo nome ha ulteriore
occorrenza in un foglietto autografo inserito fra le pp. XXXII e
XXXIII del primo dei tre volumi, presenti appunto nella biblioteca
di Timpanaro, del garzantiano Zibaldone di pensieri di Leopardi, a
cura di Giuseppe Pacella, 1991. Diamo il testo dell’annotazione:
«Zib. 9 mag. 1821, 1026; 9 sett. 1821, 1656-58 per il materialismo
rigoroso (citati dalla Ferraris)»; il rinvio al pensiero del 9 settembre
1821 (p. 1657), senza citazione della Ferraris, sostanzia, come indi-
spensabile antecedente, la nota 58, che qui riproduciamo, dello stes-
so III capitolo di Classicismo e illuminismo sul pensiero di Leopardi;
Nota del curatore e criteri della presente edizione lxix

la nota supporta un brano del testo “in alto” centrato sulla negazio-
ne del concetto di spirito in un Leopardi che ha compiutamente
maturato la propria concezione materialistica («Senziente e pensan-
te è, nell’uomo, la materia stessa: il cervello, non l’anima58»); n. 58:
«Zib., 4251-53 (9 marzo 1827), 4288 sg. (18 settembre 1827). Ma
vedi già il pensiero del 9 settembre 1821 (p. 1657) che comincia:
“Tutto è materiale nella nostra mente e facoltà”. Una chiara esposi-
zione del materialismo leopardiano è data dal TILGHER, La filoso-
fia del Leopardi cit., p. 88 sgg.».

Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani

Il fascicolo reca scritto, sul frontespizio: «ESTRATTO DEL


GIORNALE STORICO DELLA LETTERATURA ITALIANA /
Vol. CXLIII - Fasc. 441 / 1966» (il saggio è alle pp. 88-119); a mano:
«Falsi leopardiani (copia con alcune correzioni)»; sigla: «FLGS»
(«FALSI LEOPARDIANI GIORNALE STORICO»).

Aspetti e figure della cultura ottocentesca

La copia da noi consultata nella biblioteca di Timpanaro contiene


ritagli di recensioni al volume (fra cui quella di Ettore Paratore da noi
citata). Nell’occhiello si trova scritto, a sinistra dell’intestazione di
pagina, a matita e in verde: «COPIA MIA»; vi è, inoltre, a lapis, a
destra dell’intestazione, ora in colore verde ora in colore grigio, una
serie di numeri che corrispondono (ad eccezione della 371, rimasta
indenne da rettifiche) alle pagine alle quali apportare correzioni; tale
serie deriva evidentemente da un esame “panoramico” che l’autore ha
effettuato del libro appena stampato; le correzioni poi recate sono più
numerose di quelle indicate da questa serie, scritta in ordine sparso;
ne riordiniamo la successione numerica: 34, 35, 36, 231, 233, 260,
261, 371, 392, 393, 397, 446. Le correzioni apportate alla copia di
Aspetti e figure saranno riferite, nelle Annotazioni, alla sigla «AF».
lxx Nota del curatore e criteri della presente edizione

Nuovi studi sul nostro Ottocento

Due sono le copie che recano annotazioni; una risulta material-


mente più usata e contiene indicazioni bibliografiche e di recensioni
al volume scritte a lapis sul frontespizio; l’altra, materialmente meno
usata, contiene solo annotazioni; contrassegnamo le due copie (c) con
la sigla (NS) dei Nuovi studi, rispettivamente NS c1 e NS c2. Il fron-
tespizio di c1 reca il seguente scritto, di mano di Timpanaro: «rec. di
F. Arato, GSLI 173, 1996, 302-307, di Corrado Pestelli, Studi italia-
ni 15, 1996, 148-168; possibili influssi di Bini sul Leopardi: Barbara
Silvia Anglani, Sul ‘Manoscritto’ di Carlo Bini, Studi italiani 15, 1996,
19-33. / Sul Bini G. Nicoletti, Lettere dal carcere in Letter. ital.: Storia
e Geogr., dir. Asor Rosa, Torino 1988, II 820.».

In questa edizione si è resa necessaria, data la nuova numerazione di


pagine e l’inclusione di nuovi saggi, una serie d’interventi formali del
curatore: abbiamo adottato la parentesi graffa e il corsivo «{...}».
Ogni intervento è perspicuamente segnalato; quando vi è stato bisogno
(per obbligo logico, per particolare entità o indole qualitativa dello stes-
so intervento, o per ulteriore chiarificazione di rinvio interno) d’un’ul-
teriore precisazione, abbiamo aggiunto la scritta { - N. d. c.} = Nota
del curatore (sempre in graffa e in corsivo); es.: Prefazione alla seconda
edizione, in calce alla prima pagina > ° {Si veda ora la nuova collocazione
di «Natura, dèi e fato nel Leopardi», VI capitolo di questa edizione, e l’as-
sorbimento delle postille in calce alle pagine, o alle singole sezioni di testo,
alle quali originariamente esse si riferivano - N. d. c. -}. Non abbiamo
apposto la precisazione «{ - N. d. c.}» quando ci si è limitati a pura
conversione aritmetica, o formale, dell’indicazione di rinvio, o quan-
do la stessa indicazione appare già in sé perspicua.
L’inclusione di saggi nuovi comporta infatti, oltre a un aumento di
mole complessiva in rinnovata impaginazione, un’altra serie di pro-
blemi. Già la seconda edizione conteneva una fittissima trama di rin-
vii interni a stampa dell’autore da saggio a saggio, da questo libro ad
altri suoi libri, dal testo alle postille a fine volume, dalle stesse postil-
le al testo; ora, la nuova collocazione di Natura, dèi e fato e l’assorbi-
mento delle postille rivoluziona non soltanto la numerazione lineare,
ma l’ordine stesso dei contributi: spesso, quello che era un rinvio «cfr.
più sopra» diviene un rinvio «cfr. più sotto», e viceversa, ed è quin-
Nota del curatore e criteri della presente edizione lxxi

di necessario l’intervento formale del curatore, a scongiurare sovrap-


posizioni o rinvii errati nella nuova struttura del libro. Più che mai si è
reso necessario un intervento nella razionalizzazione delle nuove immis-
sioni, con i rinvii interni dei saggi inclusi da Aspetti e figure e dai Nuo-
vi studi fra di loro, e con i rinvii degli stessi saggi ad altri contributi nei
volumi d’originaria appartenenza, contributi che qui non sono ricom-
presi (si rende obbligatorio, in quel caso, non un rinvio “interno”, ma
una citazione del volume d’origine; es: cfr. Aspetti e figure). Vi sono poi
i casi di rinvii da volume a volume - da Classicismo ad Aspetti e vice-
versa, dai Nuovi studi a Classicismo e ad Aspetti - di contributi qui coa-
bitanti; in questo caso l’indicazione si converte in rinvio “interno”
(«cfr. Classicismo e illuminismo» > «cfr. qui sopra, titolo, n. pagina»).
Si avverte che all’inizio del IX capitolo (Il Leopardi e la Rivoluzio-
ne francese), due parentesi che si trovavano nel testo in alto con la fun-
zione di rinvii interni a precedenti saggi dei Nuovi studi, essendo sta-
to ora inserito il testo in Classicismo e illuminismo, sono divenute note
a piè pagina, nelle quali ci si è limitati a sciogliere in dizione chiara la
compendiosità del rinvio (una compendiosità che non sarebbe più
risultata attendibilmente comunicativa in questa nuova edizione). Si
avverte, inoltre, che nel cap. X e nell’Appendice I si è resa continuati-
va, da paragrafo a paragrafo, la numerazione delle note, e che nel cap.
XI le Postille, che costituiscono paragrafo in testo continuativo a
immediato e lineare ridosso della trattazione, sono state uniformate al
corpo testo standard.

Si riassume, infine, la serie di accorgimenti grafico-formali neces-


sari per “leggere” l’edizione:
il singolo asterisco - * - significa postilla a stampa del 1969 incor-
porata a fondo pagina (in relazione alla parola o al concetto di riferi-
mento), con ripresa dell’asterisco stesso a facilitazione e a immediato
appoggio dell’occhio del lettore;
doppio asterisco - ** - significa rinvio, anche in questo caso con
ripresa, alle finali Annotazioni autografe non sintatticamente incorpo-
rabili (n. pagina di questa edizione, sigla del testimone, testo dell’an-
notazione fra virgolette; es.: ** p. ... B: «testo dell’annotazione auto-
grafa»);
la parentesi quadra - […] - significa assorbimento, nel testo, d’an-
notazione autografa sintatticamente incorporabile;
lxxii Nota del curatore e criteri della presente edizione

l’ex parentesi quadra a stampa dell’autore che includa integrazioni


rispetto a redazione precedente (ad esempio, in Epicuro, Lucrezio e
Leopardi, p. 291, n. 31: «[e adesso, meglio ancora, Religio, natura,
voluptas, Bologna 1989; cfr. p. 123 sg., dove il Giancotti constata
...]»), diviene il seguente segno: |...|.
l’ex parentesi quadra a stampa dell’autore contenente una spiega-
zione, con il corsivo, per il lettore, e presente fin dalla prima redazio-
ne – ad esempio, in Il Leopardi e la Rivoluzione francese, p. 324: «gli
“errori semifilosofici possono esser vitali, massime [cioè “soprattutto
se”] sostituiti ad altri errori ...”» –, diviene parentesi tonda: «massi-
me (cioè “soprattutto se”)»; si evita, in tal modo, la sovrapposizione
con la parentesi quadra che accoglie nel testo (vedi sopra) le annota-
zioni autografe incorporabili;
[cr] significa «correzione refuso»;
La precisazione bibliografica dell’autore, al di fuori delle note, in
calce alla prima pagina d’un contributo (ad esempio: «*dapprima in
“Critica storica” ... »), si converte da * a ∼; si evita, in questo modo,
la confusione con il singolo asterisco delle Postille e aggiunte bibliogra-
fiche ’69 trasferite a piè pagina; il richiamo del curatore a fondo pagi-
na è segnalato da °, o da °°, in caso di duplice precisazione.
Fra i vari gradi di lettura che il sistema aperto del libro permette,
il più coerente con l’assetto qui raggiunto rimane quello della “lettu-
ra logica” sul filo dei richiami alle postille a stampa e delle annota-
zioni autografe, il cui meccanismo si confida risulti massimamente
facilitato. Lettura logica significa, è ovvio, fruizione immediata (non
separata) delle note e delle postille a sostegno del testo, nel loro ordi-
ne. Per portare un esempio di pagina “ricca” (peraltro, non certo fre-
quente in questa edizione), valgano le pp. 45-46, n. 21, del cap. I, Le
idee di Pietro Giordani; nella nota 21, al primo rigo di p. 46, l’asteri-
sco rinvia a fondo pagina alla relativa postilla a stampa; questa postil-
la reca a sua volta, distanziati fra loro, due rinvii alle annotazioni
degli autografi, che andranno dunque sùbito consultate; quindi (e a
rigore solo in quel momento), può iniziare la lettura del testo in alto
(«Ma l’ostilità ...»), che alla fine del primo capoverso incontra la nota
22; questa nota reca alla fine un rinvio agli autografi, nella cui sede
l’annotazione verrà (né può essere altrimenti) dopo le due citate anno-
tazioni alla postilla a stampa, che infatti dovrà essere già stata letta.
Si tratta, lo ripetiamo, d’un esempio raro, ma l’ordine logico di let-
Nota del curatore e criteri della presente edizione lxxiii

tura (comprese note e postille) permette uno scorrimento del tutto


lineare.
Si ricorda, ancora, che i contributi di Aspetti e figure della cultura
ottocentesca e di Nuovi studi sul nostro Ottocento che non sono entrati
nella nostra edizione, e che sono comunque stati da noi attentamente
consultati, sono anch’essi postillati con numerose, importanti e spes-
so qualificanti annotazioni autografe. La fruizione di quei saggi andrà
integrata con la conoscenza di tali annotazioni, di cui occorrerà, in
altra sede, dare segnalazione, anche in semplice chiave elencativa. Ma
la presente sede non ci sembra inidonea a un’oggettiva segnalazione
di continuità nel laboratorio timpanariano.

Nel congedarmi dall’impegno di curatela, desidero rivolgere un


vivo ringraziamento alla Dottoressa Maria Augusta Morelli Timpana-
ro, che ha reso disponibili i materiali necessari alla presente edizione,
e che con attenta sollecitudine, nel costante ricordo del marito, mi ha
incoraggiato nelle varie fasi del cammino editoriale; esprimo, qui, la
mia profonda gratitudine al Professor Gino Tellini, che con impor-
tanti consigli e con vigile premura ha seguito il corso del mio lavoro,
nel pieno rispetto dell’autonomia di scelte la cui responsabilità appar-
tiene interamente al curatore; un particolare ringraziamento, sul pia-
no umano non meno che culturale, va da parte mia al Professor Enri-
co Ghidetti, per i suoi preziosi suggerimenti e per il lungo impegno
profuso nella generosa opera di promozione editoriale del volume.
Esprimo, altresì, la mia gratitudine alla Casa Editrice Le Lettere, in
specie alla Dottoressa Nicoletta Gentile Pescarolo, per avere, altret-
tanto generosamente, accolto e pubblicato nella propria collana un
volume di non facile allestimento tipografico; tanto più significativo,
il nome di Nicoletta Gentile Pescarolo, ove si ricordi il rapporto di
amicizia, di reciproca stima, di alta considerazione culturale che inter-
corse fra Giovanni Gentile e la famiglia Timpanaro, nelle persone di
Sebastiano Timpanaro senior, direttore della Domus Galilaeana di Pisa
su invito dello stesso Gentile, nel 1942, e di Maria Timpanaro Cardi-
ni, prima traduttrice in italiano del Sidereus Nuncius, nel 1943-’44 (il
volume uscì presso Sansoni nel 1948; ora ve n’è una nuova edizione a
cura di Andrea Battistini, Venezia, Marsilio, 1993).

Corrado Pestelli
Copertine 1973 e 1984

Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano**


Bandelle 1984

I saggi raccolti in questo volume mirano a illustrare le ragioni


dell’antiromanticismo di alcuni tra i maggiori rappresentanti della
cultura italiana dell’Ottocento (Giordani, Leopardi, Cattaneo), i
quali militarono nel fronte classicista non per spirito retrivo o per
tradizionalismo letterario, ma per avversione alla restaurazione reli-
giosa propugnata dai romantici e alle sue implicazioni culturali e
politiche. Il classicismo di questi scrittori e pensatori fu dunque,
essenzialmente, una battaglia per la difesa e la rifondazione della
civiltà illuministica contro il vagheggiamento ** della civiltà del
Medioevo e contro un populismo in cui i motivi progressisti e quelli
retrivi erano pericolosamente intrecciati e confusi. La fedeltà stessa
ai classici latini e greci (e, per quel che riguarda la «questione della
lingua», ai trecentisti) era intesa dal Giordani, dal Leopardi e da
altri classicisti-illuministi minori non come scolastico ossequio a
modelli precostituiti, ma come un «ritorno alla Natura» **.
Da questa educazione, classicista e illuminista ad un tempo, trag-
gono origine il pessimismo leopardiano (la cui forza ed originalità
consiste appunto nella rigorosa fedeltà alle premesse materialistiche
ed edonistiche) e le teorie etnografiche e linguistiche di Carlo
Cattaneo, che si oppongono all’identificazione romantica di lingua e
stirpe: esse vengono poi proseguite e sviluppate nel secondo Otto-
cento dal nostro maggiore linguista, Graziadio Ascoli, la cui posizio-
ne antimanzoniana nella questione della lingua si riattacca consape-
volmente al classicismo lombardo del primo Ottocento. A tale forma-
zione deve molto anche il repubblicanesimo e il laicismo del Carducci
e degli «Amici pedanti». In questo quadro riacquista importanza la
personalità di Pietro Giordani, così a lungo disconosciuta.
Questa [terza] edizione reca in più, rispetto alla [seconda], una
[Postfazione e numerose aggiunte e rettifiche] **.
** ** ** ** Prefazione

Testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe,


testo epigrafe, testo epigrafe.
Nome Cognome

I saggi raccolti nel presente volume sono stati scritti in tempi diversi,
come è indicato nella nota in fondo a questa prefazione. Quelli già pub-
blicati riappaiono qui con numerose aggiunte e modifiche. Non ho preteso
tuttavia di trasformarli in capitoli di un’unica opera organica e non mi sono
quindi proposto di eliminare a tutti i costi qualche leggera ripetizione.
L’introduzione ha lo scopo di enunciare i temi comuni all’intera rac-
colta e, nello stesso tempo, di soffermarsi, sia pure brevemente, su alcune
figure e alcuni aspetti del classicismo ottocentesco italiano che non sono
stati oggetto di apposita trattazione nei singoli saggi. Una storia completa
del classicismo illuminista del nostro Ottocento dovrebbe dedicare interi
capitoli al Monti, al Settembrini, al Carducci giovane, e dovrebbe, anche
per gli autori da me presi particolarmente in esame, dare più spazio a osser-
vazioni stilistiche. Ma se questo volume contribuisse intanto a richiamare
l’attenzione sulla necessità di studiare più a fondo la formazione classici-
sta del Leopardi e del Cattaneo, se servisse a suscitare nuovi studi sul Gior-
dani e a far meglio intendere (sulla via indicata da un fondamentale sag-
gio del Luporini) il valore del materialismo e del pessimismo leopardiano,
considererei raggiunto il mio scopo.
In altra sede vorrei cercar di giustificare in modo più esplicito certi pre-
supposti ideologici di questi saggi, specialmente di quello sul pensiero del
Leopardi. Qui accennerò soltanto che la concezione generale a cui queste
pagine si ispirano (una concezione, spero, non aprioristicamente sovrap-
posta alla ricerca storica) è una specie di marxismo-leopardismo che, men-
tre accetta l’analisi marxista della società e gli obiettivi di lotta politico-
sociale e culturale che sono con essa congiunti, per ciò che riguarda invece
il rapporto uomo-natura si richiama soprattutto al materialismo vero e
lxxviii Prefazione

proprio (adialettico, «volgare», se così piace chiamarlo) del Settecento e


dell’Ottocento, all’edonismo che gli è organicamente connesso e alle con-
seguenze pessimistiche che, con maggiore coerenza e lucidità di chiunque
altro, ne ha tratto il Leopardi. Sarà anche chiaro al lettore che l’illumini-
smo di cui si rivendica in questi scritti il valore non ha niente a che vede-
re con quel terzaforzismo europeistico che caratterizza tutto un settore del-
la vita politica e culturale italiana, né implica alcuna propensione per
riforme «dall’alto», ma è tutt’uno con quel materialismo conseguente a
cui ora accennavo.
** Questo volume era già tutto scritto quando è uscito il libro di Alber-
to Asor Rosa Scrittori e popolo, che ha suscitato e ancora susciterà acce-
se discussioni. Per quel che riguarda la specifica forma di populismo che è
propria del movimento romantico dell’Ottocento, parecchie mie osserva-
zioni coincidono con osservazioni di Asor Rosa; così pure sono sostan-
zialmente d’accordo con la battaglia che Asor Rosa conduce contro il
mediocre populismo della nostra attuale letteratura e contro la politica
culturale che lo ha incoraggiato. Ma inaccettabili mi sembrano sia l’esten-
sione del concetto di populismo a tutto ciò che nell’Ottocento è giacobi-
no, democratico-rivoluzionario, comunista-agrario (il che porta, fra l’altro,
al fraintendimento del pensiero di Carlo Pisacane), sia la liquidazione
sommaria dell’interpretazione gramsciana del Risorgimento; soprattutto
credo che una discussione seria di tale interpretazione debba far centro non
sul Gioberti, il cui influsso su Gramsci è da Asor Rosa grandemente esa-
gerato, ma sul De Sanctis, che nel libro di Asor Rosa è quasi del tutto
assente.
Esprimo la più viva riconoscenza a Lanfranco Caretti, che ha accolto
questo lavoro nella collana da lui diretta; alla sua acuta sensibilità filolo-
gica e critica, al suo spirito pasqualiano sono debitore di preziosi suggeri-
menti. Dei problemi trattati nel presente volume ho molto spesso parlato
con Luigi Blasucci, Antonio La Penna, Mario Mirri: da quelle conversa-
zioni – e così pure dagli articoli leopardiani di Blasucci, dal libro desanc-
tisiano di Mirri, dalle pagine di La Penna sul significato culturale e sociale
del classicismo nel libro su Orazio e l’ideologia del principato – ho trat-
to grande profitto per la rielaborazione dei saggi più vecchi e la stesura dei
più recenti. Il testo esatto di alcuni passi dello Zibaldone mi è stato chia-
rito da Giuseppe Pacella, la cui prossima edizione segnerà un notevolissi-
mo progresso sulle precedenti e permetterà di seguire con molto maggior
sicurezza (grazie alla distinzione tra stesura primitiva e aggiunte posterio-
Prefazione lxxix

ri) lo svolgersi del pensiero leopardiano. Su Cattaneo e Ascoli sono debi-


tore di importanti indicazioni al prof. Arnaldo Momigliano e all’amico
Guido Manzini, direttore della Biblioteca governativa di Gorizia. Altri
contributi saranno da me citati di volta in volta.
s. t.

L’introduzione, il saggio su Leopardi e i filosofi antichi e l’appendice si pubblicano


ora per la prima volta. Il saggio su Le idee di Pietro Giordani apparve in «Società»
X, 1954, pp. 23-44, 224-254; si ripresenta qui molto rielaborato. Giordani, Carduc-
ci e Chiarini fu pubblicato come presentazione della ristampa degli Scritti del Gior-
dani a cura di Giuseppe Chiarini («Biblioteca Carducciana», Firenze, Sansoni,
1961). Infine Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi e Carlo Cattaneo e Gra-
ziadio Ascoli sono apparsi, in forma non molto diversa dall’attuale, rispettivamente
in «Critica storica» III, 1964, pp. 397-431 e nella «Rivista storica italiana» LXXIII,
1961, pp. 739-771 e LXXIV, 1962, pp. 757-802.
Prefazione alla seconda edizione

Testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe,


testo epigrafe, testo epigrafe.
Nome Cognome

In questa seconda edizione, che si pubblica a poco più di tre anni dal-
la precedente, il testo è rimasto invariato, tranne la correzione di alcuni
errori di stampa. Ma in fondo al volume ho aggiunto un altro breve sag-
gio, che vorrebbe contribuire ad una ulteriore precisazione del rapporto tra
le due concezioni leopardiane della natura, e una serie di postille suggeri-
te da obiezioni di recensori, da lavori di altri studiosi, da miei ripensamenti
su singoli punti.°
Qui, in questa nuova prefazione, vorrei ritornare su alcuni problemi più
generali che sono stati oggetto di discussione. Prima di tutto, sull’esten-
sione da dare al termine e al concetto di romanticismo. Nel presente volu-
me si propone di intendere il romanticismo non come caratteristica glo-
bale di tutte le manifestazioni di pensiero, d’arte e di «sensibilità» del
primo Ottocento, e tanto meno come un «momento dello spirito» presente
in ogni tempo e luogo, ma come un determinato movimento culturale, che
raccolse nelle sue file la maggioranza, non la totalità degli intellettuali
europei dell’età della Restaurazione: che ebbe perciò al di fuori e contro
di sé altri orientamenti, altri gruppi di minoranza che si dissero e furono
antiromantici, e che tentarono di dare altre risposte alla crisi della società
europea post-rivoluzionaria.
A Giuseppe Paolo Samonà (in «Giovane Critica», n. 14, inverno 1967,
pp. 10-18) sembra che da ciò risulti una contrapposizione schematica tra
un partito romantico e un partito classicista, per cui ciascun rappresentan-

°i{Si veda ora la nuova collocazione di «Natura, dèi e fato nel Leopardi», VI capitolo di questa edi-
zione, e l’assorbimento delle postille a fine volume – si parla di quelle già a suo tempo stampate – in
calce alle pagine o alle singole sezioni di testo alle quali originariamente esse si riferivano – N. d. C. –}.
lxxxii Prefazione alla seconda edizione

te della cultura del primo Ottocento verrebbe a tutti i costi incasellato nel-
l’uno o nell’altro schieramento, e qualsiasi ammissione dell’esistenza di
personalità intermedie, qualsiasi riconoscimento di un’eredità illuministi-
ca nei grandi romantici europei equivarrebbe ad una confessione del falli-
mento di quello schema. Nel silenzio quasi completo di questo libro sul
Porta e completo sul Belli, nella constatazione (qui sotto, p. 7) che Stendhal
aderì al romanticismo in quanto rottura dell’accademismo letterario sen-
za con ciò rinnegare la propria formazione ideologica illuminista e sensi-
sta, nella scarsa apertura «europea» di tutto il libro, Samonà scorge altret-
tante prove dell’imbarazzo dell’autore di fronte a una materia riluttante ad
essere costretta entro una classificazione rigidamente dicotomica. Un’ana-
loga insoddisfazione, sia pure partendo da premesse non identiche, è stata
espressa da Margarete Steinhoff in «Deutsche Literaturzeitung» 1967, col.
1084, da Elvio Guagnini in «Problemi» 1967, p. 237, da Bruno Biral in
un lungo scambio di lettere che ho avuto con lui su questo e su altri argo-
menti affini.
Ora, a me pare che, proprio perché le contrapposizioni tra romantici-
smo e classicismo, tra romanticismo e illuminismo alle quali mi riferisco
non sono contrapposizioni «categoriali», ma schiettamente storico-empi-
riche, non esista alcun problema di classificazione rigida. Quando si par-
la di «partiti culturali», si sa bene – se per un momento vogliamo rima-
nere entro la metafora – che all’interno di ciascun partito ci sono, palesi o
nascoste, le correnti e le sotto-correnti, e infine le singole individualità; si
sa che i partiti non si contrappongono soltanto, ma spesso anche si influen-
zano a vicenda; e si sa che sono sempre esistiti coloro che non riescono a
trovare stabile collocazione in nessun partito. È poi anche chiaro (vedi qui
sotto, p. 33, e la recensione a Piero Treves in «Critica storica» II, 1963,
p. 607 sg. { qui «Appendice II»}) che l’analogia coi partiti politici, utile
per mettere in evidenza la determinatezza storico-empirica dei movimen-
ti culturali, non può essere spinta oltre un certo limite: nei movimenti cul-
turali, e più che mai in uno così proteiforme come il romanticismo, la
compattezza è di gran lunga minore. Questa esigenza di distinguere, all’in-
terno del movimento romantico e del movimento classicista, gruppi diver-
samente atteggiati e personalità complesse e contraddittorie, non è esibita
qui come implicita ammenda di un precedente «schematismo»: è già pre-
sente nell’introduzione e in tutto il corso del volume (vedi per esempio pp.
5 sg., 7-10, 19 sg., 57-59, 332-334 ecc.; e, per gli influssi scambievoli tra
romantici e classicisti, pp. 17-20, 33 sg.).
Prefazione alla seconda edizione lxxxiii

Non costituisce perciò alcuna difficoltà, a mio avviso, l’esistenza di un


«caso Stendhal», sul quale ritornerò brevissimamente più sotto. Né c’è dif-
ficoltà a riconoscere che per i due grandi poeti dialettali italiani dell’Ot-
tocento, il Porta e il Belli, l’adesione al romanticismo (molto più esplici-
ta, del resto, nel primo che nel secondo) significò soprattutto, con una
priorità molto più assoluta che per gli scrittori «in lingua», rivendicazio-
ne di piena dignità letteraria del loro strumento espressivo, il dialetto. Il
loro romanticismo si configurò quindi, in modo molto più netto ed esclu-
sivo, come anti-accademismo e come esigenza di letteratura «popolare»,
lasciando impregiudicato, almeno in certa misura, il problema dei conte-
nuti ideologici, il quale invece pesò molto di più nell’adesione al roman-
ticismo di un Manzoni o di un Tommaseo.
Riconosciuto tutto ciò, si tratta però di vedere se sia lecito valersi di
questi indubbi caratteri di fluidità del movimento romantico per inglobare
in esso tutti gli orientamenti culturali del primo Ottocento, anche quelli
più nettamente antagonistici al romanticismo. Questa è l’operazione che
è stata condotta da molti studiosi recenti. E sebbene forse nessuno di que-
sti studiosi aderisca pienamente all’idealismo crociano o gentiliano, e
qualcuno sia anzi vigorosamente antiidealista, tuttavia quel procedimen-
to, per cui i concetti empirici vengono «dissolti» o «ridotti» a più vaste
categorie che si presumerebbero non empiriche (e resi, così, inutilizzabili
ai fini della caratterizzazione storica), reca ben chiara l’impronta di quel-
la sofistica nella quale il peggior Croce, il peggior Gentile e molti loro
seguaci hanno consumato tesori di falso acume.
A una simile sofistica Samonà è ben contrario: proprio all’inizio del suo
articolo, con felice ironia, la definisce «ignoranza sintetica a priori». La
sua opposizione all’accezione ristretta del termine di romanticismo nasce,
come già abbiamo visto, da moventi molto più concreti, e prima di tutto
dal bisogno di non sacrificare niente nella caratterizzazione di personalità
da lui particolarmente studiate e amate, come Puškin e come Belli. Non
mi sembra, però, che egli consideri a sufficienza gli inconvenienti – sostan-
ziali e non meramente terminologici – causati dall’uso onnicomprensivo
di quella categoria.
A tali inconvenienti (che si configurano diversamente, per esempio, nel-
le caratterizzazioni che del romanticismo danno il Sapegno e il Petronio)
ho accennato a pp. 32-35 dell’introduzione; vorrei qui ribadirli molto
brevemente. O, per assorbire nel romanticismo gli antiromantici del primo
Ottocento, si insiste unilateralmente sulla continuità fra illuminismo e
lxxxiv Prefazione alla seconda edizione

romanticismo, e va allora perduta la consapevolezza della svolta dall’uno


all’altro, la quale non fu prodotta da semplici mutamenti di gusto, ma dal-
la grande crisi storica della rivoluzione francese, dell’avvento e del crollo
del regime napoleonico. Oppure si concepiscono l’età dell’illuminismo da
un lato, l’età del romanticismo dall’altro come blocchi monolitici (per cui
esisterebbe uno «spirito dell’epoca» che darebbe la sua impronta unica a
tutte le espressioni culturali dell’epoca stessa, un po’ come il famigerato
Volksgeist la darebbe a tutte le manifestazioni della vita di un popolo), e
allora si finisce con l’appiattire i motivi di contrasto che, in una stessa epo-
ca, divisero l’uno dall’altro i diversi gruppi e individui, e con l’assimilare
forzatamente le minoranze alla maggioranza. Nel caso del primo Otto-
cento, ne risulta quasi inevitabilmente un’interpretazione svalutativa o
limitativa di tutti i sensisti e i materialisti, i quali appaiono come degli
«attardati», tranne nei momenti in cui la loro anima romantica prorom-
perebbe, «per se stessa mossa», a smentire le loro puntigliose tesi antiro-
mantiche. Si sa quanta fortuna una simile interpretazione abbia avuto e
abbia tuttora nel caso del Leopardi.
Si è anche obiettato che la distinzione tra i romantici e i loro avversari
verrebbe condotta solo in base alle dichiarazioni degli interessati, ai «pro-
grammi» e non alla realtà effettiva. È un’obiezione speciosa, che, mentre
sembra contrapporre marxisticamente l’«essere» alla «coscienza» e riba-
dire che classi sociali e individui non devono essere giudicati sulla base del-
l’idea che hanno di se stessi, in realtà riapre le porte ad una concezione
irrazionalistica del fatto letterario: per cui anche i più ostinati antispiri-
tualisti sarebbero, inconsciamente, enfants du siècle, e il materialismo,
freddamente esibito nei «programmi», si scioglierebbe al calore della poe-
sia. Certo i programmi sono, nella storia letteraria come nella politica, solo
punti di partenza; e il periodo che c’interessa è ricco di contrasti fra dichia-
razioni e realizzazioni, nonché di contraddizioni insite nelle ideologie stes-
se, nelle poetiche stesse (cfr. per esempio pp. 9 sg., 58 sg., 83-84). Ma la
totale trascuranza, non tanto dei semplici programmi quanto delle idee
degli scrittori qui presi in esame, ha avuto per conseguenza ** non già uno
spostarsi dell’attenzione degli studiosi dalle ideologie ai contrasti reali di
forze sociali e politiche, bensì un allontanamento in direzione opposta,
dalle idee verso la «sensibilità», verso una generica atmosfera psicologica
che deve, senza dubbio, esser tenuta presente anch’essa dallo storico, ma
che, se diviene oggetto di attenzione esclusiva, porta a un impressionismo
storiografico in cui tutto sfuma.
Prefazione alla seconda edizione lxxxv

A un altro rischio più specifico è esposta la caratterizzazione dell’età


romantica in termini di «sensibilità»: a quello di confondere un antira-
zionalismo sensista (basato sulla rivalutazione dell’entusiasmo e della pas-
sione come primitività naturale, come legame trasformabile ma non
annullabile con le origini «ferine» dell’umanità) con un irrazionalismo
religioso (basato sull’attribuzione al «sentimento» di un potere conosciti-
vo superiore a quello dell’intelletto, e quindi sull’affermazione del prima-
to dell’esperienza mistica). È una confusione non imputabile tutta agli sto-
rici, ma in parte, come è noto, già presente in alcuni grandi rappresentanti
del pensiero settecentesco, da Vico a Herder a Rousseau, nei quali i moti-
vi epicurei e sensisti sono reinterpretati e trasportati su un piano religioso.
Non è, quindi, del tutto assurda l’utilizzazione che di Vico o di Rousseau
fecero i romantici: purché si abbia chiaro che si trattò appunto di un’uti-
lizzazione, cioè di un’interpretazione fortemente parziale e tendenziosa,
che amputò quanto di potenzialmente rivoluzionario (sul piano politico-
sociale come su quello ideologico) c’era nel loro pensiero.
Quando d’altra parte si mette in rilievo, seguendo il De Sanctis, la
cospicua eredità di razionalismo illuministico che si ritrova nel migliore
romanticismo, si dice certo una cosa giusta. Nulla di più errato (e l’errore
non è compiuto in questo libro: cfr. p. 5) che identificare tutto il movi-
mento romantico con l’oscurantismo della sua ala destra. Lukács ** ha
sostenuto con ragione il carattere fondamentalmente borghese, e non feu-
dale, del movimento: in ciò trova la sua spiegazione la continuità tra illu-
minismo e romanticismo. Ma – ecco il punto – la novità del romanticismo
rispetto alla fase precedente consiste soltanto, come apparirebbe dalla
caratterizzazione del Sapegno, in un di più di maturità e di consapevolez-
za storico-realistica, in una liberazione dal «razionalismo astratto» che
ancora viziava il pensiero del Settecento? oppure in questa stessa polemi-
ca contro l’antistoricismo settecentesco, e nel ritorno di spiritualismo che
ne consegue, c’è anche qualcosa di meno rispetto ai risultati più avanzati
della cultura settecentesca, una perdita ** di spinta innovatrice, dovuta
alle nuove necessità di consolidamento delle posizioni conquistate e di
«difesa a sinistra» che ora la borghesia sentiva? Se, come credo, la secon-
da alternativa è la vera, allora bisogna capire le ragioni di quegli antiro-
mantici i quali trovarono insufficiente quel tanto di illuminismo che il
romanticismo aveva assorbito, e ricercarono un contatto più diretto col
pensiero e con la cultura del Settecento: anche se proprio in questa nostal-
gia di una borghesia illuministica che non poteva più esserci va ricercata
lxxxvi Prefazione alla seconda edizione

una delle principali ragioni della loro sconfitta immediata. Questo punto
è stato riaffermato con efficacia da Gilbert Moget in un articolo che, mal-
grado una certa sommarietà e provvisorietà di risultati, rappresenta a mio
avviso uno dei più intelligenti contributi sulla polemica classico-roman-
tica in Italia (En marge du bi-centenaire de M.me de Staël: «Classi-
ques» et «Romantiques» à Milan en 1816, «La Pensée», février 1967,
p. 40 sgg.).

Una caratterizzazione del romanticismo come quella qui sostenuta è le-


gata ad una prospettiva troppo esclusivamente italiana? L’obiezione è for-
mulata da Samonà nell’articolo già citato e da Claudio Colaiacomo in
«Belfagor» XXII, 1967, p. 733 sgg., e s’inquadra in quella più vasta pole-
mica contro il «nazionale-popolare» che si è sviluppata da alcuni anni
nella cultura di estrema sinistra. Nel presente volume le divergenze dalla
tipica interpretazione nazionale-popolare del Risorgimento sono facil-
mente riconoscibili: vedi ad esempio la valutazione restrittiva del populi-
smo romantico e della letteratura dialettale, la discussione del giudizio
desanctisiano sulla letteratura del nostro Ottocento, ecc. Tuttavia i critici
ora ricordati ritengono che il libro nel suo complesso rimanga ancora trop-
po vincolato a quella problematica; la sopravvalutazione del Giordani e
del Carducci sarebbe un indizio di questo perdurante nazionalismo o pro-
vincialismo.
Ora, per quanto riguarda il Giordani, non è in questione la statura
«minore» della sua personalità, e nemmeno le forti contraddizioni che in
lui si riscontrano fra una componente illuministica in senso stretto e una
componente russoiana, tra un combattivo laicismo e una vecchia educa-
zione retorica, tra nostalgie di assolutismo illuminato e punte di libertari-
smo e utopismo sociale. Ma proprio queste contraddizioni ne fanno un
personaggio ben diverso dai romantici italiani suoi contemporanei: per un
verso più passatista, per un altro più avanzato di quanto fosse richiesto dal-
la borghesia italiana in quella fase di sviluppo, come ha messo bene in
rilievo anche il Moget nell’articolo ora citato. E senza lo studio di queste
contraddizioni non si comprende appieno il Leopardi. Quello che, piutto-
sto, scarseggia nel saggio sul Giordani – lo ha notato giustamente Gennaro
Barbarisi in «Critica storica» VI, 1967, p. 431, e adesso nell’Ottocento,
vol. VII della Storia della letteratura italiana Garzanti, p. 88 n. 1 – è una
più precisa scansione cronologica dell’evolversi della sua personalità. Nel
mio saggio le idee del Giordani sono piuttosto raggruppate per nuclei di
Prefazione alla seconda edizione lxxxvii

argomenti che inserite in una linea di svolgimento: quel saggio reca anco-
ra troppo il carattere d’una rivendicazione di tutto ciò che negli scritti gior-
daniani si trova di interessante e di imprevisto rispetto alla smorta presen-
tazione che ne danno le nostre storie letterarie; assolto questo compito, è
ora necessario tracciare una storia dell’attività culturale del Giordani,
avendo riguardo alle diverse situazioni in cui essa si esplicò (Parma il-
luministica prima della rivoluzione; la Cisalpina e il Regno italico; la
Restaurazione; l’alternarsi di tentativi rivoluzionari e di illusioni rifor-
mistiche dal ’20 fino al ’48) e soprattutto ai due momenti cruciali rap-
presentati dalla partecipazione alla «Biblioteca Italiana» e dalla carcera-
zione del 1834.
Quanto al preteso filocarduccianesimo, credo che il giudizio che a pp. 28-
29, 102 sg., 138 sg. è dato sull’involuzione politica del Carducci e sulle
sue conseguenze culturali sia, nella sua brevità, sufficientemente esplici-
to. Rimane fuori dal tema di questo libro la valutazione dei rari momen-
ti poetici che, pur nell’involuzione politica, è dato di cogliere nell’ultimo
Carducci. Per quel che riguarda, invece, il Carducci dei Giambi ed epo-
di e ancora del Ça ira – che è pur esistito, con tutti i suoi limiti ben noti –,
io ho solo voluto mostrare come già nella formazione giovanile classicista
degli Amici Pedanti vi fossero, entro uno scolasticismo stantío, motivi
illuministi che favorirono il successivo evolversi del Carducci «giacobino»
e dettero anche alla critica letteraria carducciana, pur tanto più debole di
quella desanctisiana, qualche punto di vantaggio sul De Sanctis nel giudi-
zio sul classicismo ottocentesco.
Ma, a parte i giudizi su Giordani e Carducci, la richiesta di una mag-
giore apertura «europea» assume, se non mi inganno, in Samonà e in
Colaiacomo due aspetti alquanto diversi. Samonà ritiene che una consi-
derazione globale del movimento romantico lo libererebbe da quella con-
notazione religiosa e conservatrice che sembra spettargli finché si prende in
esame il solo romanticismo italiano. È lecito dubitare di questa opinio-
ne, che rischia di confondere l’arretratezza e la perifericità della cultura
italiana in generale con l’arretratezza ideologica del romanticismo italia-
no. E stato anzi più volte rilevato che in Italia, per un complesso di ragio-
ni (tra cui la parziale identificazione, presto instauratasi, tra romanticismo
e movimento antiaustriaco e antiassolutista, e il fatto che la difesa delle
tradizioni locali spettò ai classicisti più che ai romantici), il romanticismo
assunse fin dall’inizio una fisionomia molto meno conservatrice che altro-
ve. Grossi rappresentanti del romanticismo reazionario come Chateau-
lxxxviii Prefazione alla seconda edizione

briand o l’ultimo Friedrich Schlegel o Novalis non ci furono in Italia. La


destra reazionaria, tranne eccezioni poco significative, non fu costituita in
Italia da romantici, ma da classicisti retrivi: col risultato paradossale che
l’eterogeneo fronte classicista, ben presto disgregatosi, comprendeva all’i-
nizio forze che combattevano il romanticismo da destra e altre che lo com-
battevano da sinistra. Samonà, parlando di romanticismo europeo, pensa
a Stendhal e a Pus#kin; ma, almeno per Stendhal, alla sua grandezza non è
pari la sua rappresentatività del movimento romantico, come è conferma-
to dal suo isolamento e dall’incomprensione di cui fu oggetto: vorrei a
questo proposito ricordare soltanto lo scritto di Lukács su La polemica tra
Balzac e Stendhal (nei Saggi sul realismo, trad. it., Torino 1950, p. 91
sgg.), nel quale la profonda estraneità di Stendhal all’ideologia romantica
è dimostrata con straordinaria acutezza; e molte delle osservazioni di
Lukács sono illuminanti anche per capire la posizione, pur diversa, del
Leopardi.1
Se si considera il romanticismo europeo nel suo complesso, la religio-
sità (non necessariamente una religiosità confessionale, beninteso) rimane
una sua caratteristica da cui non si può prescindere. Essa è intimamente
legata con quel concetto ** di «popolo» e con quel senso della tradizione
storica, in funzione antigiacobina, che i romantici stessi considerarono
come i contrassegni della nuova civiltà post-rivoluzionaria. La contrap-
posizione tra «epoche critiche» ed «epoche organiche» (il linguaggio è san-
simoniano, ma i concetti sono nati e maturati col romanticismo) implica
la convinzione che non c’è epoca organica che non sia basata su un prin-
cipio religioso, l’unico capace di superare l’individualismo del secolo
xviii. Sarebbe certo del tutto errato sottoporre queste idee a una somma-
ria svalutazione da un punto di vista angustamente laicistico, disconosce-
re i motivi di critica dell’individualismo borghese che esse racchiudevano;
ma rimane un fatto che il pensiero illuministico aveva raggiunto una visio-
ne ben altrimenti lucida e smitizzata della realtà naturale e umana.
Meno esplicito di quello di Samonà è il discorso di Colaiacomo; la
rinuncia a fare «proposte alternative» finisce col rendere non del tutto
chiari nemmeno i suoi rilievi critici. Sembra tuttavia profilarsi nella recen-

1
iSui rapporti tra Stendhal e gli idéologues vedi ora Sergio Moravia, Il tramonto dell’Illumi-
nismo, Bari 1968, pp. 26 sgg., 366 sgg. e altrove. Si noti anche che Stendhal, in Racine et Shake-
speare e negli altri scritti con questo collegati, aderì al romanticismo letterario nella sua forma
milanese, non in quella francese, proprio perché la prima era molto più ricca di eredità illumi-
nistica.
Prefazione alla seconda edizione lxxxix

sione di Colaiacomo quell’itinerario per cui, partiti da una critica in par-


te giusta del provincialismo della visione nazionale-popolare del nostro
Ottocento, si finisce coll’approdare non alla proposta di una linea politi-
co-culturale e storiografica più avanzata (cioè più internazionalista e più
rivoluzionaria), ma ad un totale distacco tra politica e letteratura; e da un
lato si ritiene possibile un’azione rivoluzionaria non accompagnata da
alcun rinnovamento culturale, dall’altro, se cultura e letteratura ha anco-
ra da esserci, ci si compiace unicamente della letteratura «grande-borghe-
se», ossia del decadentismo. In una simile prospettiva, la critica al pro-
vincialismo assume un carattere bifronte: provinciale è, per un verso, tutto
ciò che vuol rinchiudere in un àmbito meramente nazionale la lotta del
proletariato contro la borghesia (e questo è giusto, anche se occorrerà cau-
tela nell’applicare retroattivamente questo giudizio in sede storica); per un
altro verso, tutto ciò che non è «grande-borghese» o «grande-europeo»;
** come se questo eurocentrismo di alto livello, nella sua illusione di non
aver nulla da imparare dai «sottosviluppati», non fosse esso stesso som-
mamente provinciale. Il compito del critico operaio-decadente consiste-
rebbe allora, per quel che riguarda l’Ottocento italiano, nel ritrovare in
tutti i suoi rappresentanti – nel Di Breme come nel Giordani, e, quel che
è molto peggio, nel Leopardi come nel Pisacane: cfr. Colaiacomo, rec. cit.,
pp. 736 sg., 739 – i prodotti di un’educazione cattolico-paesana: s’inten-
de che anche il materialismo leopardiano rivelerebbe, rovesciata ma non
superata, la «dimensione intellettuale» cattolica, e che anche il Pisacane
non andrebbe al di là di una visione «nazionale» e «populistica». Un’e-
ventuale prosecuzione della discussione con Colaiacomo permetterà di
chiarire se il dissenso si pone precisamente in questi termini.2
Ciò non esclude affatto che il classicismo illuminista italiano presenti,
anche a mio parere, dei limiti «nazionali». Uno, al quale ho accennato nel
corso del libro (pp. 16-17, 62 sg.; cfr. Colaiacomo, p. 734 sg.), ma che
merita maggior risalto, è la carenza di giacobinismo. Alcuni classicisti, pur
passati attraverso un’esperienza giacobina (basti ricordare il Foscolo),
mutano orientamento già prima della Restaurazione: su questa parabola,

2
iPer quel che riguarda le posizioni di Asor Rosa, che stanno alla base del discorso di Colaia-
como, e che certo hanno grandemente contribuito a rinnovare il dibattito politico-culturale
all’interno della sinistra italiana, condivido le osservazioni di C. A. Madrignani in «Giovane cri-
tica» 15-16, primavera-estate 1967, p. 83 sgg. e in «Nuovo impegno» 12-13, maggio-ottobre
1968, p. 134 sg., e di G. P. Samonà nell’introduzione agli Scritti letterari di Trotskij, Roma 1968,
pp. 12-16.
xc Prefazione alla seconda edizione

studiata in alcune figure particolarmente significative, si veda ora il libro


di Marco Cerruti, Neoclassici e giacobini, Milano 1969. Altri non
mostrano neppure una chiara coscienza della rottura che la Rivoluzione
aveva compiuto nei riguardi del dispotismo illuminato; la loro nostalgia
del Settecento è in sostanza, sul piano politico, nostalgia di un riformismo
prerivoluzionario idealizzato, che essi vedono continuato dal riformismo
napoleonico (malgrado la loro ostilità verso l’aspetto militarista del bona-
partismo) e interrotto soltanto dalla Restaurazione: è il caso del Giordani
e perfino del Cattaneo fino alla vigilia delle Cinque giornate. In questa
aspirazione al riformismo si affacciano ogni tanto – non nell’antisociali-
sta Cattaneo, ma per esempio nel Giordani – pensieri di ardita riforma
sociale; ma come del resto accade perfino nei grandi socialisti utopisti fran-
cesi e inglesi, in un Fourier o in un Owen, l’audacia dei programmi non è
collegata col problema della forza politica capace di attuarli: e, per di più,
a causa dell’arretratezza della situazione politica e sociale italiana, la cri-
tica dei programmi e della retorica liberale-moderata si trasferisce facil-
mente su un piano meta-politico: è il caso del Leopardi. Non mancano
certo le eccezioni: c’è l’Angeloni (cfr. p. 11 sg.) e c’è soprattutto il Pisaca-
ne, sul quale vorrei una volta ritornare, pur dopo le pagine particolarmente
acute di Giuseppe Berti (I democratici e l’iniziativa meridionale, capp.
II sgg.), sia per indagare più a fondo il legame da lui stabilito tra materia-
lismo e rivoluzione, sia per inserire, anche sul piano letterario, la prosa del
Pisacane in una corrente stilistica che chiamerei provvisoriamente «demo-
cratico-militare» e che, nata negli anni del giacobinismo, ha un suo svi-
luppo per tutto il primo e il medio Ottocento.
Un altro limite è stato messo giustamente in rilievo da Lanfranco Caret-
ti (nell’«Approdo letterario» n. 34, aprile-giugno 1966, p. 121 sg.). La cri-
si della cultura positivistica in Italia alla fine del secolo scorso, la facilità
con cui il positivismo fu battuto da «correnti spiritualistiche e idealisti-
che di chiara ascendenza romantica» (a differenza di altri paesi, dove la
stessa crisi si svolse in parte nell’ambito stesso della cultura scientifica e
non contro la scienza), pone retrospettivamente, come osserva Caretti, il
problema «della non salda impostazione ideologica del classicismo e poi
del positivismo, insomma della intrinseca debolezza filosofica delle posi-
zioni materialistiche nell’Italia dell’Ottocento». In effetti, vi sono nella
cultura italiana del primo Ottocento spunti materialistici di pregnante
verità, ma essi sono dovuti a letterati (oltre al Giordani e al Leopardi si può
ricordare Carlo Bini** nel Manoscritto d’un prigioniero, così distac-
Prefazione alla seconda edizione xci

cato, ideologicamente e stilisticamente, dall’ambiente mazziniano e guer-


razziano da cui sorse) o a politici (Angeloni, Pisacane); questi spunti sono
già filosofia, e non pura letteratura o pura politica; ma è evidente che una
filosofia, per affermarsi, ha bisogno anche di un’elaborazione concettua-
le, specificamente e professionalmente filosofica; e questa mancò, come
del resto era quasi del tutto mancata, in Italia, già nel Settecento. Si
aggiunga che lo Zibaldone, nel quale il Leopardi aveva più distesamente
argomentato la propria filosofia, rimase ignoto fino alla fine del secolo
scorso. E anche correnti di pensiero non rigorosamente materialistico, ma
laico-illuministico ebbero scarsissima elaborazione filosofica nell’Italia
del primo Ottocento: un fenomeno, questo, che è certamente connesso col
ritardato sviluppo industriale dell’Italia; per cui, anche quando si parla,
in questo libro, della «scientificità» della visione del mondo leopardiana,
si intende evidentemente parlare di una smitizzazione che sgombrava il ter-
reno da ogni pregiudizio e illusione antiscientifica, non di una saldatura
effettivamente avvenuta allora in Italia tra questa visione generale e una
cultura scientifica moderna.

Il campo in cui l’eredità del classicismo illuminista meglio si sviluppa


e meglio si distingue dal generale clima positivistico del secondo Ottocen-
to è la linguistica, grazie al legame che unisce il Cattaneo linguista al clas-
sicismo del primo Ottocento (e, risalendo più addietro, a Scipione Maffei)
e l’Ascoli al Cattaneo. Sulla posizione dell’Ascoli nella questione della
lingua molto di importante e di nuovo è contenuto nei saggi di Dionisot-
ti e di Raicich citati nelle { postille a stampa} al presente volume; sui rap-
porti tra purismo e classicismo ha continuato fruttuosamente a indagare,
anche in questi ultimi anni, Maurizio Vitale, la cui Storia del purismo,
di prossima pubblicazione, permetterà una più esatta visione dell’intrec-
ciarsi di tendenze diverse nei dibattiti sul problema della lingua nel primo
Ottocento.
Non mi semba di poter consentire altrettanto incondizionatamente con
la relazione di Maria Corti sul Problema della lingua nel romanticismo
italiano, tenuta al congresso di Budapest nel 1967 e pubblicata ora nel
volume Metodi e fantasmi (Milano 1969, p. 163 sgg.). Il discorso della
Corti è vivace e persuasivo finché rievoca le polemiche sulla lingua svol-
tesi a Milano negli ultimi anni napoleonici e nei primi della Restaurazio-
ne e finché mette in risalto alcune acute osservazioni di Giovanni Ghe-
rardini, a proposito delle koinai regionali e della loro funzione mediatrice
xcii Prefazione alla seconda edizione

tra dialetti e lingua nazionale. Diviene, invece, sfocato e poco convincen-


te quando vuol negare, con una perentorietà a cui non fa riscontro un suf-
ficiente approfondimento, l’esistenza di una linea di sviluppo Monti-Cat-
taneo-Ascoli (p. 167 sgg.). Che nella posizione del Monti sul problema
della lingua ci sia un contrasto fra esigenza di modernità ed esigenza di de-
coro aulico, che il Monti sia, per questo rispetto, meno avanzato di quan-
to era stato una trentina d’anni prima il Cesarotti o di quanto sarà di lì a
poco l’ex montiano Francesco Torti, è cosa risaputa: la si trova molto esat-
tamente esposta, per esempio, nella Questione della lingua di Maurizio
Vitale (pp. 181, 191 sg.), ed è accennata, come ovvia, anche nel presente
libro (pp. 12, 334 n. 16, 392). Non si vede, perciò, come a questo propo-
sito si possa parlare di «contraddizioni non ancora messe in luce». Che il
Monti, nel suo programma di unità linguistica, si riferisca alla «lingua let-
teraria», è vero, purché si intenda, però, questa espressione nel senso ampio
di lingua di cultura, incluso perciò il linguaggio scientifico e tecnico: è
questo uno dei punti sui quali la Proposta più insiste, a cominciare della
lettera dedicatoria al Trivulzio. Quando il Monti si scaglia contro la lin-
gua «plebea», appresa «dalla balia», sarebbe erroneo vedere in queste
parole soltanto un segno di disprezzo per il volgo: esse esprimono anche la
consapevolezza che non è mimando le parlate popolari in ciò che hanno di
gergale e di macchiettistico, che si può formare la lingua di una nazione
moderna: la nascita di tale lingua è un fatto di cultura e non di folclore.
La formula montiana dell’«uso sanzionato dalla ragione» attribuisce
alla ragione una funzione selezionatrice, normalizzatrice, analogistica, di
contro al gusto della Crusca di andare in cerca di «fiori di lingua», di ribo-
boli, di forme rare e gergali. Su questo punto, cioè sul non volersi abban-
donare alle anomalie dell’uso e sul rifarsi alla «grammatica generale»
(identificata con la logica) in funzione normalizzatrice, sono perfettamen-
te d’accordo col Monti anche gli scrittori del «Conciliatore», primo fra
tutti il Di Breme, ma anche il Borsieri.3 Certo, il Monti si richiama anche

3
iPer il Di Breme cfr. «Belfagor», XXII, 1967, p. 240 sg. Per il Borsieri si veda ora l’intro-
duzione alla «Biblioteca italiana» (rimasta allora inedita) nell’edizione delle Avventure letterarie
di un giorno e altri scritti a cura di G. Alessandrini, Roma 1967, p. 131 sg. ** Bisogna, dice il
Borsieri, regolare la lingua «secondo le leggi della logica e dell’analogia»; c’è chi è nemico di ogni
innovazione e c’è chi «s’arroga di mutare d’inventare d’aggiugnere e s’usurpa quel diritto che
appartiene unicamente ad un intelletto cresciuto nella meditazione». Come si vede, se il Monti
compie un passo indietro rispetto al Settecento in quanto ammette soltanto l’«innovazione con-
dizionata» (così la Corti, p. 168), lo stesso passo indietro è compiuto anche dai romantici lom-
bardi, e più tardi dal Cattaneo. E per tutti costoro l’innovazione, si badi, non è condizionata
Prefazione alla seconda edizione xciii

all’autorità degli scrittori; ma rompe il canone chiuso degli scrittori appro-


vati dal purismo – non solo dal purismo trecentista, ma anche da quello
cinquecentista – e insiste sul fatto che bisogna dischiudere il vocabolario
alle parole usate dagli scrittori di scienze, compresi quelli del Settecento
(vedi ancora la lettera-prefazione al Trivulzio e i molti vocaboli scientifici
trattati nella Proposta).
Linea di sviluppo non vuol dire, ovviamente, ripetizione delle stesse
idee in situazioni mutate. Avevo avuto cura di avvertire (p. 392) che la
continuità Monti-Cattaneo-Ascoli è «una continuità non statica»; più di
recente, in una recensione all’edizione del Proemio ascoliano curata da
Corrado Grassi (in «Critica storica» VII, 1968, p. 400 sg.), sono ritorna-
to, con maggiori particolari, sulla differenza tra la tesi del Cattaneo e quel-
la del Perticari sulla formazione della lingua italiana. Ma proprio quell’e-
sigenza a cui poco sopra accennavamo, che l’unificazione linguistica
avvenga al livello della cultura nazionale (di una cultura anche scientifi-
ca e non solo letteraria), e non cercando di adeguarsi a un’anacronistica
«ingenuità» popolaresca, rappresenta l’elemento comune al classicismo
montiano, al Cattaneo, e all’Ascoli. Comune a tutti e tre è anche il peri-
colo correlativo, di un certo eccesso di compostezza aulica: né la prosa stu-
penda del Cattaneo, né quella, più faticosa, dell’Ascoli si distinguono per
quella spigliatezza e quel brio – giornalistico nel senso buono del termine
– a cui avevano mirato gli scrittori del «Caffè» e quelli del «Conciliato-
re», ma per una voluta austerità, che si manifesta perfino nell’ortografia
alquanto latineggiante. E non manca affatto negli scritti linguistici del
Cattaneo la nota «antiplebea» che la Corti isola e stigmatizza nel Monti:
vedi gli accenni contro gli scritti «pezzati di riboboli da piazza» (SL, I, p.
109) e l’accusa alla Crusca di «conformarsi servilmente a tutti i capricci e
li errori della plebe» e di trascrivere fedelmente «ciò che cicalavano le
comari» (SL, I, p. 261) e il passo che citiamo alle pp. 486-487 n. 16. Non
manca la diffidenza contro l’appello incondizionato all’uso in fatto di lin-
gua: «Ma tali erano i nuovi decreti dell’uso; il quale è sempre giusto, e
sempre venerabile, a chi è schiavo dell’autorità e incapace della ragione»
(SL, I, p. 260). E addirittura, sia pure in una momentanea impennata
polemica, si può trovare un aspro veto alle innovazioni di origine popola-

solo dall’autorità degli scrittori, ma dalla «ragione», che esercita una funzione analogistica; anzi,
gli scrittori hanno autorità non tanto in virtù della loro efficacia artistica, ma in quanto si iden-
tificano con le esigenze della logica.
xciv Prefazione alla seconda edizione

re: «Queste parole vostre (...) se sono nate ieri, oggi, come i funghi e le
muffe, lasciatele dove stanno; che la nostra lingua è cosa fatta, grazie a
Dio, non cosa da fare» (SL, I, p. 116).
D’altra parte, mentre l’adesione del Cattaneo alle idee e all’ambiente
del Monti è ben documentata anche al di fuori delle questioni linguistiche,
mancano, che io sappia, le prove di un particolare influsso esercitato su di
lui dal Gherardini. Non pare, soprattutto, che il Cattaneo abbia avuto
chiara consapevolezza di una «critica da sinistra» del Gherardini nei
riguardi delle idee linguistiche del Monti. L’unica lode, per quel che mi
risulta, che il Cattaneo rivolga al Gherardini è per aver rifiutato alcune
voci ribobolesche della Crusca (SL, I, p. 262 sg.); e la lode è accompagnata
da parole che sembrano avere un senso limitativo: «Onde anche quelli che
non consentiranno punto per punto a tutte le opinioni dell’egregio nostro
Gherardini, non potranno negargli un tributo di gratitudine per ciò ch’e-
gli fece a liberare il dizionario nazionale da codesti disonorevoli imbrat-
ti». Poco oltre, nello stesso scritto (p. 264), il Gherardini è citato fra gli
emendatori e integratori della Crusca, ma insieme al Monti e al Perticari,
non in contrapposizione ad essi. E questo è tutto, poiché la commemora-
zione del Gherardini (in SL, II, p. 171 sgg.), che la Corti (p. 178) attri-
buisce al Cattaneo, appartiene invece a Giovanni De Castro, come già da
tempo è stato messo in chiaro (vedi l’avvertenza iniziale alla ristampa del
1948 di SL, II).
Nell’ambito della questione della lingua, su un solo punto il Cattaneo
si distaccò qualche volta dai classicisti: nella valutazione della letteratura
dialettale. Ma anche qui, l’appendice che ho dedicato a questo problema
(p. 483 sgg.) mostra quanto sia erroneo assimilare senz’altro la posizione
del Cattaneo e quella dei romantici, quanto sia contraddittorio il suo
atteggiamento di fronte ai dialetti, e come tale contraddittorietà derivi non
da banale incoerenza, ma dalla difficoltà di conciliare i diritti delle «pic-
cole patrie» locali con l’esigenza cosmopolita.
La posizione antidialettale del Giordani, condivisa anche dal Monti,4
non si può liquidare con un richiamo alla sua idea che il perfetto scritto-
re italiano dovesse essere nobile. Prima di tutto, la rivendicazione pole-

4
iIl Dialogo di Matteo giornalista, Taddeo suo compare ecc., che la Corti (p. 175, n. 25) sem-
bra ritenere del Giordani o di autore ignoto, è del Monti: esso compare già nell’edizione dei Dia-
loghi del Cav. V. Monti (Milano 1827) e di nuovo nell’edizione Resnati delle Opere (V, Milano
1841, p. 534 sgg.); e contiene, a sostegno degli argomenti portati dal Giordani, altri argomenti
tutt’altro che trascurabili.
Prefazione alla seconda edizione xcv

mica della condizione di nobile come possibilità di indipendenza dello


scrittore, in funzione antitirannica e (più o meno chiaramente) antibor-
ghese, conta fra i suoi sostenitori, oltre al Giordani, un Alfieri e un Leo-
pardi: è un mito libertario di cui è facile scorgere i limiti e i condiziona-
menti sociali, ma che non può essere confuso con una banale posizione
conservatrice. Poi, le opinioni del Giordani sulla nobiltà ebbero un’evo-
luzione che non può essere ignorata, e che, in realtà, era già implicita in
quell’iniziale vagheggiamento di una nobiltà ideale e astratta (vedi qui sot-
to, p. 68 sgg. e aggiunta a p. 68).
Ma soprattutto sarebbe tempo di chiedersi se l’azione di diffusione del-
la cultura tra il popolo, che il Borsieri e il Cherubini assegnavano alla let-
teratura dialettale («diffondere più facilmente una certa cultura nel vol-
go», «dirozzare i men colti» ecc.), o l’azione di «rottura delle pertinaci
tradizioni domestiche» e d’incentivo al progresso che le assegnava il Cat-
taneo, abbiano avuto un’effettiva attuazione. Mi sembra chiaro che non
l’hanno avuta, e che c’è un abisso tra il reale significato e valore della poe-
sia di un Porta o di un Belli e le «giustificazioni» di quei difensori della
letteratura in dialetto. Basti riflettere un momento sul fatto che quelle giu-
stificazioni avrebbero richiesto uno sviluppo della letteratura dialettale i n
p r o s a (con una congiunta azione di insegnamento elementare della let-
tura e scrittura in dialetto), che mancò quasi del tutto, e che certamente né
un Porta né un Belli si proposero mai. Né, d’altra parte, Borsieri o Catta-
neo intendevano valorizzare la letteratura dialettale come espressione di
una cultura di classi subalterne in antagonismo alla cultura borghese, o di un
programma giacobino di alleanza fra borghesia avanzata, contadini e arti-
giani: ciò avrebbe implicato un far causa comune non col «popolo» nel
senso del Berchet, ma con quelli che Berchet stesso chiamava gli «otten-
toti»; e una prospettiva di questo tipo, mentre era stata lucidamente teo-
rizzata alla fine del Settecento in ambienti giacobini e aveva ispirato le
poesie in dialetto piemontese di Edoardo Calvo,5 esorbitava (è questa una
semplice constatazione, non una deplorazione antistorica) dai programmi
dei romantici come da quelli dello stesso Cattaneo. Vi è, certo, nel Bor-
sieri il giusto richiamo all’esigenza di studiare i dialetti come documenti di

5
iVedi M. Cerruti, Neoclassici e giacobini cit., cap. III e specialmente, pp. 191, 192-94. In
questo quadro andrebbe anche ripreso in esame, per esempio, quel Lorenzo Cardone, autore del
Te Deum dei calabresi, sul quale aveva già richiamato l’attenzione il Settembrini (Lezioni di let-
teratura italiana a cura di G. Innamorati, vol. II, pp. 1034 sg.; |cfr. ora A. Barbuto, La protesta
l’utopia lo scacco: il Te Deum de’ Calabresi di G. L. Cardone, Roma 1975|).
xcvi Prefazione alla seconda edizione

tradizioni e di psicologia popolare; ma, si badi, questa esigenza (che del


resto il Giordani stesso non negava, cfr. p. 46) rimane non coordinata con
l’altro intento, di far servire la poesia dialettale a un fine pedagogico. Il
romantico milanese accoglie dal romanticismo europeo, oltre che dal Pari-
ni, la consegna di promuovere la letteratura in dialetto; ma sente troppo
l’eredità illuministica per far sua un’esaltazione populistico-reazionaria
dei dialetti, quale si trova in alcuni romantici tedeschi; è troppo ottimi-
sticamente fiducioso nel progresso per riconoscere alla poesia dialettale un
ruolo di rappresentazione veristica, «senza lacrime», di un’eterna miseria
popolare; è troppo antigiacobino per dare alla rivendicazione del dialetto
un significato classista. Da uno studio di queste contraddizioni – alle qua-
li si aggiunge il «patriottismo milanese» coi suoi non infondati orgogli e
coi suoi grossi equivoci – deve partire un riesame delle idee del romanti-
cismo lombardo sui dialetti e sulla poesia popolare.
Vorrei ancora accennare ad un’obiezione che, sebbene non formulata
esplicitamente da alcun recensore (se non forse, di scorcio, dal Colaiacomo),
è però implicita nelle discussioni di prospettiva politico-culturale che han-
no impegnato l’estrema sinistra in questi ultimi anni. La rivalutazione del-
l’illuminismo contro il romanticismo non significherà esaltazione del «pro-
gresso» borghese, e quindi, implicitamente, della disumanizzazione e dello
sfruttamento razionalizzato che questo cosiddetto progresso reca necessa-
riamente in sé? Non dovrebbe dunque la polemica, invece che contro l’o-
biettivo ormai arretrato del romanticismo, essere rivolta proprio contro l’il-
luminismo, a cui oggi si richiamano (con tutte le ideologie neopositiviste,
strutturaliste ecc.) le correnti culturali più moderne e più agguerrite della
borghesia mondiale? Non ci sarà, viceversa, qualcosa da rivalutare nell’an-
ticapitalismo, sia pure antistorico, di certe correnti romantiche di destra?
Nelle forme più note che questa posizione ha assunto, e che sono rap-
presentate dalla Dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno e, più
di recente, da L’illuminismo e la società moderna di Goldmann, essa è del
tutto insoddisfacente, perché, come già è stato osservato, coinvolge nella
critica del capitalismo non solo l’uso capitalistico della scienza, ma la
scienza stessa: il fatto che la distinzione sia spesso ardua non può indurre a
rinunziarvi, a meno di non cadere (e vi cadono infatti Horkheimer e Ador-
no) in un vero e proprio oscurantismo romantico-esistenzialisteggiante.6

6
iVedi Cesare Pianciola in «Quaderni piacentini», 29, gennaio 1967, p. 68 sgg.; Lucio Col-
letti, Il marxismo e Hegel, Bari 1969, p. 332 sgg.
Prefazione alla seconda edizione xcvii

Serve anche a poco, tanto più in sede storiografica, contrapporre a un illu-


minismo definito molto genericamente come «individualismo» un altret-
tanto generico «pensiero dialettico», che comprenderebbe tutti insieme
Hegel, Marx, Lukács e Heidegger, come fa con molta disinvoltura Gold-
mann (op. cit., trad. it., Torino 1967, p. 39 e altrove).
** Ha tuttavia una innegabile valore l’ammonimento ad evitare, anche
in sede storiografica, un uso indiscriminato e, per così dire, aclassista del
concetto di progresso. Se riscrivessi ora daccapo tutto il libro, cercherei di
eliminare alcuni residui di tale ambiguità, che si trovano specialmente nei
due saggi più vecchi (sul Giordani e su Cattaneo ed Ascoli). Credo però che
nell’insieme il presente libro tenga già conto di quell’esigenza: già nella
prefazione alla prima edizione (qui sopra, p. LXXVIII) si cerca di preci-
sare in che senso si parli qui di illuminismo, e a proposito del Cattaneo –
un autore che esercita sui suoi lettori e studiosi una suggestione partico-
larmente forte verso quel progressismo aclassista a cui accennavamo – si
sottolineano i limiti politico-sociali del suo pensiero forse più di quanto
facciano di solito gli storici (p. 368 sg.); e soprattutto si cerca di mettere in
rilievo come il Leopardi sottoponga alla critica più radicale i miti «uma-
nistici» non meno di quelli religioso-tradizionali, e superi quindi – ma in
una direzione opposta a quel romanticismo di cui Horkheimer e Adorno
rappresentano una tarda propaggine – il facile ottimismo di certo pensiero
razionalistico settecentesco o ottocentesco.
Credo anche indispensabile mantenere la distinzione, che ho ripreso da
Antonio La Penna, tra progressismo politico-sociale e progressismo come
conquista di una visione laica e materialistica della realtà (p. 134 sg.): una
distinzione che certamente ha ancora bisogno di precisazioni e ap-
profondimenti,7 ma che ad ogni modo serve già ad escludere che si possa-
no mettere sullo stesso piano fasi di pensiero borghese laico-materialista,
come l’illuminismo e come il darwinismo, e fasi di involuzione spiritua-
listica, come il romanticismo e la «rinascita idealistica» del primo Nove-
cento. Va anche notato che tale distinzione non coincide con quella, più
comunemente adoperata, fra progresso sociale e progresso tecnico: spesso,
anche nell’epoca attuale, il progresso tecnico coesiste con concezioni gene-
rali della realtà agnostiche o spiritualistiche; e proprio contro un connubio

7
iCfr. per ora «Quaderni piacentini» 32, ottobre 1967, p. 125 sg.; Paolo Cristofolini in
«Nuovo impegno» 9-10, 1967-68, p. 47, n. 5; Ersilia Alessandrone in «Annali della Scuola Nor-
male», 1966, p. 329.
xcviii Prefazione alla seconda edizione

di questa sorta si rivolge la polemica leopardiana del Tristano, della Pali-


nodia e della Ginestra.
Nella prefazione alla prima edizione accennavo che avrei cercato di giu-
stificare altrove con maggiore ampiezza quella specie di marxismo-leopar-
dismo che costituisce il sottofondo ideologico di questi saggi. ** Quel pro-
posito ha avuto un primo inizio di attuazione con le Considerazioni sul
materialismo («Quaderni piacentini» 28, settembre 1966, p. 76 sgg.) e
con la discussione, che ne è seguita (nei numeri 29, 30 e 32 della stessa
rivista e in «Problemi» I, gennaio-febbraio 1967, p. 42 sg.; 2, marzo-apri-
le 1967, p. 93 sg.; vedi anche Luciano Della Mea in «Mondo nuovo» 19
febbraio 1967 e in «Nuovo impegno» 12-13, maggio-ottobre 1968, p.
104 sg.). La discussione, spero, proseguirà. Ma il «leopardismo» non deve,
come è ovvio, far perdere di vista il Leopardi, e in particolar modo il Leo-
pardi poeta. Occupandomi quasi esclusivamente del pensiero e della cul-
tura leopardiana, e non della poesia, sono stato fin dall’inizio ben consa-
pevole di svolgere una ricerca settoriale, non autosufficiente; per questo ho
spesso rinviato ai lavori di quei critici che, pur senza nulla concedere alla
concezione profondamente falsa e sviante di un Leopardi «poeta puro»,
hanno posto la poesia leopardiana al centro della loro attenzione; per que-
sto, anche, ho cercato di mostrare come la filosofia stessa del Leopardi
tragga origine, in notevole misura, dal classicismo italiano, cioè da una
tradizione letteraria (nel senso molto largo e complesso che la nozione di
letteratura aveva nel Sette-Ottocento) piuttosto che filosofica.
Si può, tuttavia, contestare una simile «divisione del lavoro» tra studio-
si del pensiero e studiosi della poesia leopardiana, e ritenere che ogni studio
che non integri direttamente la filosofia del Leopardi nella sua poesia fini-
sca col dare della prima un’immagine deformata. È ciò che, da punti di vista
diversi, obiettano Franco Fortini in una nota pubblicata nei «Quaderni pia-
centini» 30 (aprile 1967), p. 91 sgg. e Giulio Bollati nell’introduzione alla
Crestomazia leopardiana della prosa (Torino 1968, p. LXXIII).
I due diversi modi con cui Fortini da un lato, Bollati dall’altro accen-
nano a operare la saldatura tra i due aspetti della personalità leopardiana
mi lasciano qualche dubbio. Fortini, pur rendendosi chiaramente conto
della necessità di non ripetere la vecchia formula della contraddizione tra
«ragione» e «cuore» in Leopardi, è irresistibilmente attratto, mi sembra,
verso una concezione mistica della poesia. Si tratta, certo, di un mistici-
smo tutt’altro che soddisfatto di sé, anzi convinto del dovere di negarsi nel-
l’azione rivoluzionaria, ma convinto anche che tale negazione sia in un cer-
Prefazione alla seconda edizione xcix

to senso, necessariamente, negazione della poesia, perché essenziale alla


poesia, e a quella moderna in particolare, sarebbe una sorta di alto narci-
sismo e di gioia della propria sofferenza. Mi chiedo se alla «poesia lirica
dell’età moderna» intesa così appartenga veramente il Leopardi, o se que-
sto modo di leggere Leopardi non lo renda troppo simile a un Baudelaire,
a un Rimbaud, a tutta una stagione poetica europea di cui Fortini sente
in sé l’eredità (assieme al bisogno di rinnegarla), ma a cui Leopardi è ante-
riore e sostanzialmente estraneo.
Bollati sviluppa, con finezza straordinaria, un discorso che parte dalla
Crestomazia (e di quest’opera ci fa comprendere per la prima volta l’im-
portanza, in quanto rivelatrice del gusto letterario leopardiano e del con-
cetto stesso leopardiano di letteratura), ma si estende poi all’intera perso-
nalità del Leopardi. Egli non vede in Leopardi contraddizione tra pensiero
e poesia, ma ritiene che il Leopardi scrittore contenga e risolva in sé tutti
gli altri aspetti: «Leopardi filosofo, Leopardi politico sono impliciti nella
nozione di letteratura che presiede alla sua formazione». Ciò è pienamen-
te giusto (vedi quanto abbiamo osservato poco fa sui rapporti del pensiero
leopardiano con la tradizione classicista); e ogni volta che Bollati insiste
sull’avversione del Leopardi ad ogni specializzazione e ad ogni settoriali-
smo, sull’esigenza di totalità che per lui, e per tutta una tradizione ante-
riore a lui, lo scrittore ha appunto il compito di attuare, riesce del tutto
convincente.8 Senonché troppe altre volte, nel precisare il concetto leo-
pardiano di letteratura, Bollati lo fa consistere in una specie di raffina-
tissima civetteria, di gusto del «travestimento», della simulazione, dell’a-
libi (vedi specialmente p. LXXV sg.). Da una letteratura così intesa
rimangono fuori i risultati più alti del pensiero e della poesia leopardiana:
il «titanismo» e la «pietà», il Leopardi «idillico» e il Leopardi eroico.
L’aver preso la Crestomazia come punto di partenza di un’interpretazio-
ne di tutto Leopardi, se da un lato, come abbiamo detto, si è rivelato estre-
mamente fecondo, dall’altro ha facilitato una certa sopravvalutazione di
aspetti che nella personalità umana e letteraria del Leopardi, certo, ci sono,
ma che tutto sommato sono marginali.
Rimane, comunque, ben viva l’esigenza additata da Bollati e da Forti-
ni. Ma per soddisfarla compiutamente occorrerebbe, credo, se non una

8
iVedi specialmente, pp. LXXIV, XC sg., XCVI. Una parziale eccezione credo si deva fare
per l’attività filologica del Leopardi, che da un certo momento in poi si sviluppò anche come atti-
vità «tecnica», non soltanto in relazione ai suoi interessi letterari e umani per il mondo antico.
c Prefazione alla seconda edizione

nuova estetica nel senso tradizionale del termine, una nuova giustificazio-
ne della sopravvivenza dell’arte nella cultura moderna e una nuova dimo-
strazione della possibilità di giudizi estetici non puramente soggettivi. Per
chi neghi a qualsiasi specie di esperienza «intuitiva» o mistica un valore
conoscitivo superiore o complementare a quello della conoscenza scienti-
fica, e d’altra parte si renda conto dell’insufficienza di una critica pura-
mente ideologica e contenutistica, la soluzione dovrà essere ricercata, cre-
do, su quel terreno sensistico-edonistico sul quale era stata già ricercata nel
Settecento e sul quale continuò sempre a ricercarla, nei pensieri estetici
dello Zibaldone, il Leopardi. Ma questo è un problema che va molto al di
là dell’argomento di questo libro e delle capacità dell’autore.
s. t.
maggio 1969 **
Nota alla ristampa 1988 della seconda edizione **

Testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe,


testo epigrafe, testo epigrafe.
Nome Cognome

Questa seconda edizione del 1969, notevolmente accresciuta rispet-


to alla prima del 1965, venne ristampata senza mutamenti nel 1973,
nel 1977, nel 1984. Viene ora nuovamente ristampata, anche questa
volta senza mutamenti. Avrei voluto aggiungere un breve postscrip-
tum, un saggio su Epicuro, Lucrezio e Leopardi (a parziale modifica
e integrazione di quanto avevo scritto a pp. 221-224) {ed. ’69; qui pp.
177-180} e poche brevi postille. Ma avrei bisogno ancora di un certo
tempo – più di quanto avevo previsto –, e intanto questo libro ormai
annoso, con mia meraviglia, viene ancora richiesto, e l’amico editore,
del tutto giustamente, ha fretta. Se anche questa ristampa si esaurirà,
spero di poter pubblicare, la prossima volta, l’edizione accresciuta.
Per ora avverto soltanto che altri saggi, riguardanti anch’essi in gran
parte il Leopardi, il Giordani e altri personaggi e ambienti di cui si
tratta in questo libro, sono usciti nei due volumi Aspetti e figure della
cultura ottocentesca (Nistri-Lischi, Pisa 1980) e Antileopardiani e neo-
moderati nella sinistra italiana (ETS, Pisa 1982); e che alcuni degli
scritti teorico-polemici a cui alludevo qui sopra (p. XCVIII) sono sta-
ti raccolti, insieme ad altri, nel volume Sul materialismo (Nistri-Lischi,
seconda ed. riveduta e ampliata, Pisa 1975). Vorrei, con un po’ di
sfrontatezza, pregare i lettori di questo libro di tener presente anche
quei successivi volumi meno fortunati, poiché su vari punti essi con-
tengono aggiunte e correzioni di un certo rilievo a quanto avevo scrit-
to nel presente volume.
S. T.
febbraio 1988
Avvertenze sulle citazioni, sulle postille
e sulle aggiunte bibliografiche

Avvertenza sulle citazioni

giordani: col solo numero romano (del tomo) e arabico (della pagi-
na) è indicata l’edizione delle Opere a cura di Antonio Gussalli, Milano
1854-62. Con Lett. è indicata l’edizione delle Lettere a cura di Giovan-
ni Ferretti, Bari 1937.

leopardi: con PP è indicata l’edizione di Tutte le opere: Le poesie e


le prose, a cura di Francesco Flora, Milano 1940 (e successive ristam-
pe). Dello Zibaldone (abbreviato Zib.) sono citate sempre le pagine del-
l’autografo, riportate ** sia nella vecchia edizione Le Monnier in sette
volumi, sia nell’edizione Mondadori a cura di Francesco Flora [sia nel
vol. II di Tutte le opere (Sansoni) a cura di Walter Binni ed Enrico
Ghidetti. Aspettiamo ancora con desiderio la nuova edizione critica
e commentata a cura di Giuseppe Pacella].

cattaneo: Epist. = Epistolario a cura di R. Caddeo, Firenze 1949-56;


SF = Scritti filosofici a cura di N. Bobbio, Firenze 1960; ** SL = Scrit-
ti letterari a cura di A. Bertani, ristampa con aggiunte, Firenze 1948;
SSG = Scritti storici e geografici a cura di G. Salvemini e E. Sestan,
Firenze 1957.

[Nel saggio su Cattaneo ed Ascoli] **, con la sola parola Silloge è


indicata la Silloge linguistica dedicata alla memoria di G. I. Ascoli nel
primo centenario della nascita, Torino 1939 (= «Archivio glottologico
italiano» XXII-XXIII).
civ Avvertenze sulle citazioni, sulle postille e sulle aggiunte bibliografiche

[Per altre abbreviazioni, che compaiono solo nelle aggiunte a que-


sta terza edizione, vedi sotto, p. 000.] **

Avvertenza sulle Postille e aggiunte bibliografiche

Non si cercherà in queste aggiunte un repertorio bibliografico di


tutto ciò che è uscito sugli argomenti trattati nel presente volume
dopo la pubblicazione della prima edizione, ma solo la citazione di
opere e di contributi che mi sembrano di particolare importanza per
integrare, correggere, ampliare ciò che è stato detto nelle pagine {se-
guenti}. Si tenga anche presente, per la discussione di alcuni proble-
mi più generali, la prefazione {alla} seconda edizione.
Avvertenza sulle citazioni da «Aspetti e figure della cultura
ottocentesca»

giordani: col solo numero romano (del tomo) e arabico (della pagina)
è indicata l’edizione delle Opere a cura di Antonio Gussalli, Milano
1854-62. Con Lett. è indicata l’edizione delle Lettere a cura di Gio-
vanni Ferretti, Bari 1937.

leopardi: con PP è indicata l’edizione di Le poesie e le prose a cura


di Francesco Flora, Milano 1940 (e successive ristampe). Con TO è
indicata l’edizione di Tutte le opere a cura di Walter Binni con la col-
laborazione di Enrico Ghidetti, Firenze 1969. Dello Zibaldone (abbre-
viato Zib.) sono citate sempre le pagine dell’autografo, riportate sia
nella vecchia edizione Le Monnier in sette volumi, sia nell’edizione
Mondadori a cura del Flora, sia nel vol. II dell’edizione già citata di
Tutte le opere a cura di Binni-Ghidetti, sia nella nuova edizione criti-
ca, di prossima pubblicazione, a cura di Giuseppe Pacella.

Class. illum. = S. Timpanaro, Classicismo e illuminismo nell’Otto-


cento italiano, 2a ed. accresciuta, Pisa 1969.

Treves, Studio ant. class. = Piero Treves, Lo studio dell’antichità clas-


sica nell’Ottocento, Milano-Napoli 1962.

Altre abbreviazioni, che compaiono soltanto in singoli saggi del


volume,° sono indicate all’inizio dei saggi stessi.

°i{L’autore si riferisce, qui, ad «Aspetti e figure» quale singolo e autonomo volume, uscito nel
1980; il libro reca una dedica ad Augusto Campana – N. d. C. –}.
Avvertenza sulle citazioni da «Nuovi studi sul nostro Ottocento»

giordani: col solo numero romano (del tomo) e arabico (della pagina)
è indicata l’edizione delle Opere a cura di Antonio Gussalli, Milano
1854-62. Con Lett. è indicata l’edizione delle Lettere a cura di Gio-
vanni Ferretti, Bari 1937.

leopardi : con T.O. è indicata l’edizione di Tutte le opere a cura di


Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, Firenze 1969
(e successive ristampe). Dello Zibaldone (abbreviato Zib.) sono citate
sempre le pagine dell’autografo, riportate in tutte le edizioni, fino a
quella curata da Giuseppe Pacella, Milano 1991, la prima veramente
critica.

Class. illum. = S. Timpanaro, Classicismo e illuminismo nell’Ottocen-


to italiano, 2a ed. accresciuta, Pisa 1969 (e ristampe invariate). Aspetti
e figure = S. T., Aspetti e figure della cultura ottocentesca, Pisa 1980;
Antileopardiani = S. T., Antileopardiani e neomoderati nella Sinistra ita-
liana, Pisa 1982, rist. 1985.

Altre abbreviazioni, che compaiono soltanto in singoli saggi del


volume,° sono indicate all’inizio dei saggi stessi.

°i{L’autore si riferisce, qui, ai «Nuovi studi» quale singolo e autonomo volume, uscito nel 1994;
il libro reca una dedica a Lanfranco Caretti – N. d. C. –}.
Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano

Testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe, testo epi-


grafe, testo epigrafe, testo epigrafe.
Nome Cognome
Introduzione*

Testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe,


testo epigrafe, testo epigrafe.
Nome Cognome

La polemica classico-romantica iniziatasi a Milano nel 1816 è stata


studiata in questi ultimi venti anni con ricchezza e originalità di risul-
tati. Ha dato impulso a questi studi la raccolta di testi curata dal Bel-
*iIn questi ultimi anni è stata molto ampliata la conoscenza degli scritti dei primi romanti-
ci italiani. Sono specialmente da segnalare le edizioni seguenti: L. Di Breme, Lettere a cura di
P. Camporesi, Torino 1966 (cfr. le recensioni del Fubini in «Giorn. stor. lett. ital.» CXLIV,
1967, p. 447 sgg., del sottoscritto in «Belfagor» XXII, 1967, p. 240 sgg. e di Roberto Cardini
in «Rassegna lett. ital.» LXXII, 1968, p. 447 sg.; altre lettere inedite, meno interessanti, sono
state pubblicate da M.-H. Laurent in «Giorn. stor. lett. ital.» CXLIV, 1967, p. 99 sgg.); S. Pel-
lico, Lettere milanesi a cura di M. Scotti, Torino 1963 (Supplemento XXVIII del «Giorn. stor.
lett. ital.»: edizione particolarmente accurata e intelligente); P. Borsieri **, Avventure lettera-
rie di un giorno e altri scritti editi e inediti a cura di G. Alessandrini, con prefazione di C. Muscet-
ta (tra gli inediti ha particolare interesse l’introduzione che il Borsieri aveva steso per la «Biblio-
teca Italiana», e che fu poi sostituita da quella del Giordani; l’edizione è condotta in modo
alquanto frettoloso e inesatto, cfr. M. Scotti in «Giorn. stor. lett. ital.» CXLV, 1968, p. 137
sgg. e P. Camporesi in «Lettere italiane» XX, 1968, p. 423 sgg.). **
Fra i contributi recenti sul romanticismo italiano e sulla polemica classico-romantica, oltre
agli articoli di G. Moget e di altri studiosi già citati nella prefazione a questa seconda edizione,
si veda il vol. VII (L’Ottocento) della Storia della letteratura italiana di vari autori (Milano, Gar-
zanti 1969). Gli studiosi che in quel volume si occupano più specificamente del romanticismo e
delle discussioni tra romantici e classicisti-illuministi (Giovanni Macchia, Giovanni Orioli e, per
l’aspetto politico-ideologico, Ettore Passerin d’Entrèves) muovono da una concezione e da una
valutazione del romanticismo diverse da quelle sostenute nel presente libro. Molto pregevole è,
comunque, soprattutto il saggio del Passerin. Nella stessa opera va anche segnalato il saggio di
Vittorio Spinazzola su La poesia romantico-risorgimentale, ricco di osservazioni felici sul rappor-
to autore-pubblico nell’Ottocento italiano. Ad altri saggi contenuti nello stesso volume accen-
neremo in seguito.
Del tutto inutile, a mio parere, è l’ambizioso tentativo di caratterizzazione del romanticismo
compiuto da Northrop Frye, Il mito romantico, in «Lettere italiane» XIX, 1967, p. 409 sgg.
(vedi la giusta recensione, forse ancora troppo benevola, di P. Fasano in «Rassegna letter. ital.»
LXXXII, 1968, p. 441 sgg.).
Per quel che riguarda, in particolare, i romantici lombardi, è importante il saggio di Marino
Berengo, Le lettere milanesi di Silvio Pellico, in «Riv. storica ital.» LXXVII, 1965, p. 159 sgg.:
4 Introduzione

lorini, a cui sono seguite quelle del Calcaterra e del Mazzali e l’edi-
zione di tutto il «Conciliatore» a cura del Branca.1
I temi su cui si è più insistito, soprattutto per opera di Mario Fubi-
ni,2 sono la continuità tra illuminismo e romanticismo lombardo, l’a-
spirazione dei romantici italiani ad annodare più stretti rapporti con
la cultura europea, il patriottismo liberale di un Berchet o di un Di
Breme, ben diverso dal patriottismo puramente letterario dei classi-
cisti retrivi. Anche di certi aspetti più propriamente romantici della
cultura italiana della Restaurazione sono stati rintracciati, special-
mente dal Binni,3 i precedenti settecenteschi. Più recentemente Giu-
seppe Petronio, prendendo le mosse da alcuni concetti storiografici di
Lukács e sviluppandoli originalmente in rapporto alla letteratura ita-
liana, ha battuto l’accento piuttosto sulla distinzione tra il cosiddetto
preromanticismo e il vero romanticismo, sorto in una ben diversa si-
tuazione storica.4
In tutti questi studi si parla, come è naturale, anche degli avversari
dei romantici, i classicisti; se ne parla spesso con acutezza e con com-
prensione. Proprio il Fubini ha caratterizzato efficacemente il pathos
che anima il classicismo patriottico di Carlo Botta e ha richiamato bre-

benché ispirato da calda simpatia per il gruppo del «Conciliatore», l’articolo mette bene in luce
(p. 170) la prospettiva più strettamente letteraria di questa rivista in confronto al «Caffè». Sul-
le differenze di idee e di temperamento fra il Di Breme, il Pellico e il Berchet vedi M. Puppo,
Atteggiamenti e problemi dei primi romantici italiani, in «Studium» LXIV, 1968, p. 92 sgg. **
(alcune giuste riserve di P. Fasano in «Rassegna letter. ital.» LXXII, 1968, p. 445).
1
iDiscussioni e polemiche sul romanticismo, a cura di E. Bellorini, Bari 1943; I manifesti ro-
mantici del 1816 e gli scritti principali del «Conciliatore» sul romanticismo, a cura di C. Calcaterra,
Torino 1951; Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica di G. Leopardi con una antolo-
gia di testimonianze sul romanticismo e un saggio introduttivo di F. Flora, a cura di E. Mazzali,
Bologna 1957; Il «Conciliatore», a cura di V. Branca, Firenze 1948-54, tre volumi.
2
iM. Fubini, Romanticismo italiano, 2ª ed., Bari 1960 (si vedano in particolare i saggi «Moti-
vi e figure della polemica romantica», del 1947, e «Giordani, Madame de Staël, Leopardi», del
1952).
3
iLa battaglia romantica in Italia (1947), ristampato in Critici e poeti del Cinquecento al Nove-
cento, Firenze 1951, p. 77 sg.
4
iVedi, del Petronio, l’articolo del 1957 Illuminismo, preromanticismo, romanticismo e Lessing
(ora nel volume Dall’illuminismo al verismo, Palermo 1963, p. 41 sgg.) e poi Il romanticismo (sto-
ria della critica), Palermo 1969, e ancor più recentemente le Proposte e ipotesi di lavoro per uno
studio del romanticismo (in Dall’illuminismo al verismo cit., p. 201 sgg.) e il volume L’attività let-
teraria in Italia, Palermo 1964, pp. 602 sgg., 637 sgg. Sugli equivoci a cui ha dato luogo il con-
cetto di «preromanticismo» nella storia della letteratura tedesca cfr. G. Lukács, Breve storia del-
la letteratura tedesca, trad. di C. Cases, Torino 1956, p. 67 sg.; C. Cases in «Società» X, 1954,
p. 493 sgg.
Introduzione 5

vemente l’attenzione, alla fine del suo saggio principale, sullo stimolo
che i classicisti con la loro stessa resistenza dettero all’elaborazione e
alla precisazione delle teorie romantiche. E tuttavia l’opposizione clas-
sicista è stata considerata finora, in complesso, o come il momento
negativo di un conflitto in cui il progresso e la ragione storica stava-
no dalla parte dei romantici, o come parte, essa stessa, del grande
movimento romantico, da cui l’avrebbero divisa soltanto episodici
malintesi, non ragioni profonde.
Ciò non è avvenuto a caso. Il movimento di idee che riuscì a pre-
valere nella cultura del primo Ottocento, in Italia come nelle altre
nazioni europee, fu il romanticismo. Esso esprimeva le esigenze di una
borghesia che intendeva affermarsi come forza preminente nel cam-
po politico e culturale senza però correre di nuovo il rischio di una
radicalizzazione giacobina della lotta. L’ideologia più confacente a
questo scopo era un cristianesimo illuminato, che conciliasse la tradi-
zione col progresso. Il movimento romantico ebbe certo, specialmen-
te in Germania, un’ala oscurantista, che mirava a un impossibile ritor-
no al Medioevo feudale e teocratico. Ma, come vide già il De Sanctis,
questo non fu, tranne un breve periodo iniziale, l’aspetto preminente
del romanticismo europeo; meno che mai di quello italiano, che fin
dall’inizio assorbì molti valori della civiltà illuministica e sul piano
politico si schierò contro l’assolutismo e contro l’Austria.
E neppure sarebbe giusto considerare semplicemente il romanticismo
come un illuminismo attenuato e privato della sua carica rivoluziona-
ria. Bisogna riconoscere che per certi lati il romanticismo – proprio
perché riflette un’esperienza post-rivoluzionaria, sia pure di avversari
della rivoluzione – è più avanzato di certo illuminismo. Gli aspetti ari-
stocratici, cortigiani, «galanti» della civiltà settecentesca erano stati
ormai spazzati via dalla rivoluzione. Un senso di appassionata serietà
e interiorità – rievocato con efficacia, anche se con evidente parzialità
ideologica, dall’Omodeo nelle prime pagine della Cultura francese nel-
l’età della Restaurazione – era comune a rivoluzionari e antirivoluzio-
nari. ** Importante è anche il fatto che i gruppi di intellettuali che
in tutta Europa dettero vita al movimento romantico si erano forma-
ti in una lotta non semplicemente e direttamente antigiacobina, ma
antinapoleonica. Il fatto che la Staël, Chateaubriand, i romantici tede-
schi, anche i primi romantici italiani fossero in sostanza degli opposi-
tori di destra del regime napoleonico, i quali odiavano nel Bonaparte
6 Introduzione

piuttosto il continuatore che il negatore della rivoluzione francese,


non toglie che essi agitassero contro di lui (e non per puro strumenta-
lismo) anche motivi polemici intrinsecamente tutt’altro che reaziona-
ri: il diritto dei popoli all’indipendenza, l’esigenza di non vedersi
imposte le riforme dall’alto e dall’estero[cr], l’aspirazione alla pace, la
svalutazione della gloria militare. Così pure nel campo artistico non
c’è dubbio che la polemica contro il principio classicistico dell’imita-
zione, contro la mitologia e le «tre unità» aristoteliche, contro lo sti-
le aulico, fosse una polemica progressista, che sviluppava esigenze già
poste dall’illuminismo.
Infine, è ben noto che il movimento romantico, come fin dall’inizio
fu assai diversamente intonato da nazione a nazione e da gruppo a
gruppo, così si svolse in diverse ondate successive le quali, a seconda
delle varie situazioni politico-sociali, ebbero significati ideologici ed
espressioni artistiche ben diverse. Il romanticismo tedesco del grup-
po di Heidelberg accentuò talmente certi aspetti misticheggianti, irra-
zionalisti e sciovinisti, che in confronto il gruppo di Jena può appari-
re ancora una propaggine dell’illuminismo (e tra i romantici stessi di
Jena vi furono involuzioni ed evoluzioni assai varie: basti pensare alla
netta separazione di responsabilità che a un certo momento August
Wilhelm Schlegel sentì il dovere di fare con la Berichtigung einiger Mis-
sdeutungen, di fronte al cattolicesimo retrivo e bigotto del fratello
Friedrich, il quale un tempo era stato invece il più intelligente e pro-
gressista dei due). Il romanticismo di cui si fece banditore Victor
Hugo con Cromwell e con Hernani, nell’imminenza della rivoluzione
di luglio, ebbe tutt’altra intonazione dal primo romanticismo france-
se della Restaurazione: anzi, segnò proprio il definitivo distacco di
Victor Hugo dal conservatorismo e dalla giovanile ammirazione per
Chateaubriand. Il romanticismo di Mazzini ebbe un’apertura demo-
cratica sconosciuta ai liberali del «Conciliatore» e, tanto più, ai mode-
rati dell’«Antologia».

Ma proprio un’espressione di sinistra del romanticismo, come la


democrazia religiosa di Mazzini (e come quella, in parte analoga, del-
l’ultimo Lamennais), fa vedere con chiarezza i due vizi d’origine che
il movimento romantico non giunse mai a superare: la religiosità – che,
per quanto aperta e non confessionale, significava pur sempre rinun-
cia a una visione del mondo veramente realista e scientifica – e l’am-
Introduzione 7

biguità insita nel concetto romantico di «popolo».5 Le critiche che il


Cattaneo e, più radicalmente ancora, il Pisacane muovono al mistici-
smo democratico mazziniano, traggono la loro forza proprio dal fatto
che Cattaneo e Pisacane si rifanno direttamente all’illuminismo set-
tecentesco, sviluppandolo, certo, ma in una direzione tutta laica e smi-
tizzata, senza compiere quel riaccostamento alla religione e alla tradi-
zione che alla maggioranza degli intellettuali europei era parso il
carattere specifico del secolo xix, il suo motivo di superiorità in con-
fronto al secolo precedente. E questo ripudio del «secolo religioso»
era stato compiuto già prima, in Italia, dal Giordani e dal Leopardi; in
Germania, da Goethe e dal modesto ma limpido ingegno di Johann
Heinrich Voss, e più tardi da Heine.
Uno solo tra i grandi rappresentanti della cultura europea poté di-
chiararsi romantico solo in quanto rivendicava l’attualità e la popola-
rità della letteratura, senza con ciò incrinare la propria fedeltà ai suoi
prediletti idéologues, senza rinunciare alla lucidità razionale e al sen-
sismo: Stendhal. Anch’egli, è vero, vagheggiò il Medioevo, ma il suo
Medioevo, come è noto, era l’epoca dell’«energia», delle forti passio-
ni sensisticamente intese, non della religione: mentre il movimento
romantico nel suo complesso fu una reazione non soltanto al razio-
nalismo, ma anche all’«epicureismo» settecentesco, cioè a tutte le
morali e le estetiche edonistiche e a tutte le teorie sull’origine ferina
dell’umanità, le quali (anche se frammischiate, come in Vico o in
Rousseau, a motivi religiosizzanti) ** contenevano una formidabile
spinta verso una concezione materialistica della civiltà umana. Su que-
sto punto, che è essenziale proprio per segnare la distinzione tra il
«preromanticismo» e il vero romanticismo, nemmeno Lukács, mi pare,
ha insistito abbastanza.
Bisogna dunque sceverare attentamente, come tra i romantici così
anche tra i loro avversari, i vari gruppi e le varie posizioni. Limitan-
doci all’Italia, possiamo distinguere diverse linee di polemica antiro-
mantica: una più retriva, di classicismo tradizionale e accademico, che
difendeva contro le dottrine e i gusti stranieri un’«italianità» mera-
mente retorica e quindi perfettamente conciliabile con la suddivisio-
ne dell’Italia in staterelli e coll’asservimento all’Austria (è stato già
osservato che la riesumazione delle «tradizioni patrie», che in Ger-
mania era un caposaldo del programma romantico, in Italia toccava
5
iSu questo secondo punto, a cui qui accenniamo appena, vedi più oltre, pp. 98 sg., 335, 393.
8 Introduzione

per l’appunto ai classicisti); un’altra, di difesa della poesia pura contro


«l’arido vero che de’ vati è tomba», cioè contro la richiesta da parte
dei romantici di una letteratura orientata in senso realistico, espres-
sione della società contemporanea; una terza, che proclamava la neces-
sità di un «ritorno alla natura» (con tutte le implicazioni e le risonanze
che questo motivo aveva avuto nel Settecento) e giustificava l’imi-
tazione dei classici greci e latini, e dei trecentisti italiani, proprio in
quanto essi rispecchiavano più direttamente la natura nella sua vergi-
ne semplicità; una quarta, che rivendicava l’eredità dell’illuminismo
e all’esaltazione del cristianesimo e del Medioevo, fatta dai romanti-
ci, contrapponeva l’esaltazione di Atene e di Roma repubblicana come
simboli di libertà politica e di laicismo.
Che queste quattro linee, pur nell’antiromanticismo che le acco-
munava, fossero in forte contrasto fra loro, è fin troppo facile dimo-
strare. Intrinsecamente reazionaria era soltanto la prima, la quale si
manifestò allo stato puro soltanto in zone di cultura particolarmente
stagnante. A Roma il «Giornale Arcadico», fondato da un uomo
tutt’altro che retrivo come Giulio Perticari, ma diretto poi dal medio-
cre Salvatore Betti, fu il centro di questo classicismo inerte.6 Ma in un
ambiente culturale molto più vivo come Milano, anche i classicisti più
legati all’Austria (tranne alcuni volgari provocatori come Trussardo
Caleppio, il direttore dell’«Accattabrighe») ** non poterono fare a
meno di utilizzare, per combattere il liberalismo romantico, argomenti
di colore progressista. Ciò corrispondeva alle direttive stesse del go-
verno austriaco, che, pur avendo ormai perduto ogni vera fiducia in
una politica riformatrice quale era stata condotta prima della rivolu-
zione da Maria Teresa e da Giuseppe II, non rinunziava tuttavia a
presentarsi propagandisticamente come il continuatore di quella poli-
tica e a contrapporre più o meno velatamente il buon governo austria-
co all’ottuso oscurantismo papalino, borbonico e piemontese, sebbene
quegli stati satelliti si reggessero solo grazie all’appoggio dell’Austria.7
Ecco quindi l’austriacante direttore della «Biblioteca Italiana»,
Giuseppe Acerbi, accusare i romantici di medievaleria e di oscuranti-

6
iDel Betti è da vedere specialmente il dialogo Il Tambroni, ossia de’ classici e de’ romantici,
nel «Giornale Arcadico» XXXI, 1826, p. 281 sgg. (di cui il Bellorini, Discussioni cit., II, p. 494,
dà solo un riassunto).
7
iVedi per esempio «Biblioteca Italiana» XXI, 1821, p. 31, e in generale i Proemi dell’A-
cerbi alle singole annate della rivista.
Introduzione 9

smo; ** ecco l’inquisitore austriaco Paride Zajotti difendere, con


argomenti in sé non spregevoli, i diritti della fantasia creatrice e l’au-
tonomia dell’arte, e perfino farsi esaltatore (lui che, fra l’altro, era cat-
tolico osservante) del tirannicidio di Bruto e Cassio come estrema pro-
testa libertaria.8 La polemica classico-romantica si svolse prevalen-
temente, fin dall’inizio, a base di ritorsioni polemiche: i classicisti,
anche i più reazionari, avevano buon giuoco nel denunciare la con-
traddizione tra il vantato progressismo dei romantici e il loro filome-
dievalismo.
Ma quello che nei classicisti reazionari era un espediente polemico,
nei classicisti progressisti fu il vero motivo per cui non aderirono al
romanticismo. Certo, non è sempre facile – e non lo fu nemmeno allo-
ra – distinguere i «pretesti illuministici» degli uni dall’illuminismo
sostanziale degli altri: così come non sarà sempre facile agli storici
futuri distinguere la vera rivendicazione della democrazia operaia da
certo libertarismo puramente strumentale di taluni anticomunisti.
Ludovico di Breme credette di ravvisare un’insincera ritorsione pole-
mica nell’anticlericalismo di Carlo Giuseppe Londonio, e con tutta
probabilità si ingannò, anche se il Londonio non fu certo un illu-
minista di punta né un patriota militante.9 Anche là dove non è mi-
nimamente in questione la sincerità, sussiste spesso, negli scritti dei
classicisti, la mescolanza di vecchi pregiudizi scolastici con idee di rin-
novamento culturale. Perfino nell’antiromanticismo di un Leopardi e
di un Cattaneo vi sono elementi negativi, di patriottismo letterario un
po’ chiuso, di diffidenza aprioristica verso le letterature e le filosofie
straniere contemporanee; si tratta solo di capire che questa loro xeno-

8
iCfr. Discussioni cit., ed. Bellorini, II, p. 5 sgg. (p. 17 su Bruto e Cassio). Alcuni anni più
tardi, nel ’24, quando il romanticismo non rappresentava più un pericolo per il governo austria-
co, lo Zajotti si mostrò meno ostile alle dottrine romantiche (ibid., II, p. 200 sgg.).
9
iL. Di Breme in Discussioni cit., I, pp. 349 sg. Sul Londonio vedi anche più oltre, p. 18 n.
30. La figura di questo letterato, nota generalmente solo per la sua partecipazione alla polemi-
ca classico-romantica, andrebbe riesaminata tenendo conto anche di altri suoi scritti, a comin-
ciare dal giovanile discorso Dei danni derivanti dalle ricchezze (Milano, Destefanis, 1809, senza
nome d’autore; prefazione firmata con le iniziali C. G. L.). Questo discorso è, per la maggior par-
te, una stracca ripetizione di motivi oraziano-pariniani sulla felicità di chi sa contentarsi del
poco. Tuttavia, in contrasto con questo motivo scolastico predominante, compaiono qua e là
spunti interessanti di polemica sociale (ingiustizia delle disuguaglianze economiche, eccessivo
sfruttamento a cui sono sottoposti i contadini e gli artigiani, carattere parassitario della grande
proprietà terriera: vedi pp. 53 sg., 59, 64 sg., 68, 75; cfr. anche, a p. 30 sgg., il forte attacco con-
tro le ricchezze della Chiesa).
10 Introduzione

fobia era, al tempo stesso, ostilità verso le mode spiritualistiche che


venivano di Francia e di Germania.
Analoghe ambivalenze presentano altri concetti-base del classici-
smo ottocentesco. Come a Rousseau si richiamarono da un lato, con
qualche parziale giustificazione, i romantici moderati del circolo di
Coppet,10 ** dall’altro, con piena legittimità, i rivoluzionari più ardi-
ti, così la parola d’ordine del ritorno al Trecento significò per il Gior-
dani e il Leopardi ben altro che per il padre Cesari (o per un romanti-
co sui generis come il Tommaseo, ibrido miscuglio di moda francese e
di vecchia pedanteria linguaiola). Purismo e classicismo, per Giorda-
ni e Leopardi, coincidevano in quanto entrambi erano intesi come un
«ritorno alla natura» in senso «russoiano»;11 ma d’altra parte il pathos
libertario e antitirannico, ereditato dalla tradizione alfieriana e dal
giacobinismo, sottintendeva un gusto letterario ben diverso da quello
del purismo, il quale voleva uno stile candido e piano, tutto ingenuità
e freschezza nativa. I divergenti giudizi del Giordani e del Leopardi
su Lucano e su Frontone12 indicano la difficoltà di conciliare piena-
mente queste due poetiche. Il Leopardi giovane alterna allo stile pia-
no degli idilli lo stile concitato e teso delle canzoni; il Giordani rac-
comanda la cristallina limpidezza di Erodoto e di Domenico Cavalca,
ma poi si lascia trasportare (e spesso con effetti molto felici) dall’ir-
ruenza alfieriana e dal sarcasmo.
E tuttavia questa profonda differenza fra il loro classicismo e il clas-
sicismo dei vecchi retori non fu tale da spingere né il Giordani né il
Leopardi in braccio ai romantici. Essi mirarono, invece, a una rivalu-
tazione e rigiustificazione del classicismo in termini nuovi. La «con-
versione letteraria» del Leopardi è un processo di avvicinamento alla
cultura militante e, nello stesso tempo, di rifiuto dell’ideologia e del-
la poetica del romanticismo, che costituivano il tipo di cultura mili-
tante in voga in quel momento. L’amore stesso per il «primitivo» e il
«naturale» non porta il Leopardi a salvare della poesia antica soltan-
to il periodo da Omero a Sofocle,* e a svalutare come poesia troppo

10
iVedi il saggio, tuttora fondamentale, di Giuseppe Berti, Origini politiche del romanticismo,
in «Società» III, 1947, p. 444 sgg.
11
iVedi più oltre, pp. 58, 117.
12
iVedi pp. 121-22, n. 39.
*iSul rapporto tra «omerismo» e alessandrinismo nel Leopardi vedi ora Gilberto Lonardi,
Classicismo e utopia nella lirica leopardiana, Firenze 1969.
Introduzione 11

colta e di imitazione la poesia ellenistica e la latina, come farà tutta


una corrente della critica romantica tedesca, seguendo spunti herde-
riani. Il suo interesse per la ferocia e l’immediatezza passionale degli
eroi omerici – su cui ha recentemente insistito il Treves –13 non gli
impedisce di apprezzare altamente e di sentire come parti integranti
della «naturalezza» antica anche il pathos virgiliano (vedi la sua pre-
messa alla traduzione del secondo libro dell’Eneide), anche l’arte raf-
finata e un po’ sdolcinata di Mosco e perfino delle anacreontèe. Pate-
ticità e idillicità sono, insomma, elementi del suo concetto di
«natura», che può quindi vivere all’interno di un classicismo inteso
senza angustie, ma pur sempre classicismo.14

In questo quadro culturale trova la sua spiegazione anche un caso a


prima vista sconcertante come quello di Luigi Angeloni, indomito gia-
cobino e materialista e altrettanto indomito purista, che dall’esilio
incita gli italiani alla rivoluzione e alla repubblica democratica in uno
stile tutto intessuto di riboboli trecenteschi, e addirittura si ostina a
difendere il purismo di stretta osservanza del padre Cesari contro il
classicismo aperto alle esigenze moderne del Monti, e prova un vivo
dolore nel vedersi escluso dall’accademia della Crusca per motivi poli-
tici.15 Non si tratta di una semplice bizzarria individuale: si tratta di
una manifestazione estrema di una contraddizione che, in forma più
attenuata, è in tutto il classicismo progressista italiano. ** Nel dare
notizia all’ex governatore austriaco Saurau dell’opera Dell’Italia, pub-
blicata dall’Angeloni a Parigi, e del suo contenuto rivoluzionario, l’A-
cerbi soggiungeva: «Sfortunatamente per le intenzioni dell’autore, la
sua opera è scritta nella lingua de’ trecentisti, e con uno stile che fa
dormire alle prime pagine, di modo che il lettore difficilmente può

13
iLo studio dell’antichità classica nell’Ottocento, a cura di Piero Treves, Milano-Napoli 1962,
p. 473 sg.
14
iContribuì certo a mantenere il gusto leopardiano entro questo ambito settecentesco la
mancanza dei grandi classici greci del v e iv secolo nella biblioteca di Monaldo Leopardi a Reca-
nati; ma bisogna tener conto anche di motivi più generali, inerenti a tutto l’ambiente classicista
nel quale il Leopardi si formò. Cfr. La filologia di G. Leopardi, Firenze 1955, pp. 29-33, 39, n. 3;
e «Atene e Roma» 1959, p. 91.
15
iSull’Angeloni purista cfr. R. De Felice in Diz. biogr. degli Italiani, III (1961), p. 247 e la
bibliografia da lui citata a p. 249. Ma uno studio soddisfacente manca tuttora. Per la sua difesa
del Cesari contro il Monti vedi soprattutto l’opera Dell’Italia, uscente il settembre del 1818, Parigi
1818, II, p. 203 sgg.
12 Introduzione

arrivare alle sue conclusioni».16 L’ironica osservazione coglieva nel


segno: il linguaggio arcaico fu per l’Angeloni, come per il Giordani, un
ostacolo alla diffusione di idee innovatrici. La forma piana, facile e
«popolare» rimase per lo più un appannaggio dei moderati, che se ne
giovarono per dirigere il popolo paternalisticamente.
Nella questione della lingua, certo, la Proposta del Monti* (a cui col-
laborarono alcuni tra i migliori ingegni del classicismo italiano, dal
Perticari al Giordani ad Amedeo Peyron) indicava una soluzione mol-
to più giusta e feconda di sviluppi che il purismo fanatico dell’Angelo-
ni. Nel {decimo} saggio del presente volume° ho cercato di mostrare
come la linea Monti-Cattaneo-Ascoli fosse per molti aspetti (malgra-
do certi pericoli di aulicità e di distacco dalla lingua colloquiale) ade-
guata alla cultura di una nazione moderna più che la stessa soluzione
manzoniana. Una rivalutazione del Monti deve prendere le mosse dal-
la Proposta, e in generale dall’importanza culturale, non strettamente
poetica, dell’opera sua. Sarà allora possibile correggere il giudizio,
troppo legato a passioni risorgimentali, che sul Monti pronunciò il De
Sanctis;17 e si vedrà che il saggio stesso del Croce in Poesia e non poe-
sia non rende ancora giustizia al Monti, proprio perché si limita a
un’indulgente riabilitazione della «bella letteratura» montiana, senza

16
iLettera del 27 dicembre 1818, pubblicata da A. Luzio in «Riv. stor. del Risorgim. ital.» I,
1895-96, p. 680, n. 1.
17
iLa condanna desanctisiana coinvolge anche la Proposta, considerata come un diversivo dal-
la politica: «I governi lasciavan fare, contenti che le guerricciole letterarie distraessero le men-
ti dalla cosa pubblica. In Italia ricomparivano i soliti fenomeni della servitù: battaglie in favore
e contro la Crusca, quistioni di lingua (...). La Proposta e il Sermone all’Antonietta Costa erano i
grandi avvenimenti che succedevano alla battaglia di Waterloo» (Storia di lett. it., ed. N. Gallo,
Torino 1958, II, p. 957). Il De Sanctis qui ripete, attenuandone appena la forma, un giudizio
dell’Emiliani-Giudici (Storia delle belle lettere in Italia, Firenze 1844, p. 1203): «Gl’ingegni per-
sero di vista le idee politiche (...). I despoti trionfavano e ridevano, e ci schernivano, e ci chia-
mavano vili e dementi (...). Monumento di questa vergognosa eunucomachia è la Proposta di cor-
rezioni al vocabolario della Crusca». Il significato nazionale e illuministico di quella polemica fu
compreso, invece, dal Settembrini (Lezioni di letter. ital., a cura di G. Innamorati, Firenze 1964,
II, p. 1005 sg.; tutto il capitolo sul Monti è esemplare per equilibrio e acutezza) ed era stato già
apprezzato dal Di Breme (vedi più oltre, p. 339, n. 33). Una buona caratterizzazione della Propo-
sta è stata data recentemente da M. Vitale, La questione della lingua, Palermo 1960, p. 178 sgg.
*iSul Monti abbiamo adesso il saggio di cui indicavo la mancanza: G. Barbarisi, V. Monti e
la cultura neoclassica, nell’Ottocento garzantiano cit. sopra. Il Barbarisi ne sta preparando una
più ampia redazione in volume autonomo.
°i{«Carlo Cattaneo e Graziadio Ascoli», qui decimo e penultimo capitolo, ma ultimo capitolo
nell’edizione 1965, e così nell’edizione 1969 e successive ristampe, nelle quali è seguìto dal-
l’«Appendice» e dagli «Addenda» – N. d. C.}.
Introduzione 13

mettere in luce quello che il Monti significò nella cultura del suo tem-
po.18 In realtà, nonostante tutte le ben note giravolte politiche, il
Monti non fu privo di una sua coerenza ideologica: fu un illuminista
moderato, nemico del municipalismo gretto, fautore di un dispotismo
riformatore che proteggesse le lettere e le scienze e diffondesse la cul-
tura dall’alto. Nel «piccolo rinascimento» romano di Pio VI, nel
Regno Italico, nel restaurato dominio absburgico il Monti esaltò sem-
pre questo suo ideale (solo dinanzi a un’esperienza storica come la
rivoluzione francese, che andava troppo al di là del suo orizzonte ideo-
logico, ebbe veri sbandamenti). La frase del De Sanctis: «Le massime
eran sempre quelle, applicate a tutt’i casi dal duttile ingegno», non
vale solo nel significato ironico che il De Sanctis intendeva darle: le
«massime» furono realmente assai più ferme dei contingenti atteg-
giamenti politici, e non si trattava di massime puramente retoriche.
La scissione del gruppo dirigente della «Biblioteca Italiana», che
ebbe per protagonisti l’Acerbi dalla parte dei reazionari, il Giordani
dalla parte dei progressisti – e che segnò il tramonto definitivo della
speranza in un’Austria riformatrice –19 vide il Monti a fianco del Gior-
dani, estromesso dalla direzione della rivista. Il fatto che egli non sia
diventato un cospiratore, che sia rimasto estraneo al nuovo spirito
risorgimentale, che abbia continuato a godere di sussidi (avaramente
concessi, del resto) da parte del governo austriaco, non toglie che da
allora in poi egli sia stato, culturalmente, all’opposizione. Le sue pur
caute amicizie col gruppo del «Conciliatore», la dignitosa solidarietà

18
i** L’introduzione di Carlo Muscetta alle Opere del Monti nella collana dei classici Ric-
ciardi (Milano-Napoli 1953) è ricca di penetranti osservazioni storico-culturali sul Monti e sul
suo ambiente (basti ricordare la caratterizzazione della Roma di Pio VI); ma, per una giusta rea-
zione al puro gusto della bella letteratura che ispira il saggio del Croce, finisce col riaccostarsi
forse un po’ troppo alla condanna etico-politica desanctisiana.
19
iSu questo episodio vedi più oltre, p. 54 sg. ** Un’interpretazione del tutto erronea e rea-
zionaria del dissidio tra Acerbi e Giordani (e tra Acerbi e Leopardi) è data da Alessandro Luzio,
Studi e bozzetti di storia letteraria e politica, Milano 1910, I, p. 1 sgg. Migliori gli studi di Euge-
nia Montanari, Per la storia della «Bibl. Ital.», in Miscell. di studi crit. pubbl. in onore di G. Maz-
zoni, Firenze 1904, II, p. 361 sgg. (dove però l’episodio Giordani-Acerbi è trattato assai breve-
mente) e di G. P. Clerici, P. Giordani, G. Acerbi e la «Bibl. Ital.», in «Riv. d’Italia» XI, 1908,
vol. I, p. 924 sgg. (dove si polemizza giustamente contro il reazionarismo del Luzio, ma il con-
trasto fra Acerbi e Giordani è interpretato in chiave soltanto psicologica e non politico-cultura-
le). Il libro di K. R. Greenfield, Economia e liberalismo nel Risorgimento (2ª ed. ital., Bari 1964,
p. 219 sgg.) dà un buon quadro generale dei periodici lombardi nell’età della Restaurazione, ma
sulla «Biblioteca Italiana» è troppo frettoloso e generico. **
14 Introduzione

col Giordani perseguitato ed esule,20 il compiacimento con cui accol-


se la dedica delle prime canzoni patriottiche del Leopardi, l’ardore con
cui si dedicò alla polemica illuministica e antimunicipalistica sulla lin-
gua italiana, meritano un maggiore riconoscimento di quanto abbia-
no avuto finora. Soprattutto non è giusto ** identificare l’attività cul-
turale del Monti nell’età della Restaurazione con lo stanco Sermone
sulla mitologia, e trascurare invece la Proposta.

Tanto superiore al classicismo del Monti sul piano artistico, il clas-


sicismo dell’ultimo Foscolo* è, però, più distaccato dai problemi poli-
tico-culturali del suo tempo. Esso dà un’espressione altissima al «mito
della poesia consolatrice, in un mondo storico considerato ormai irre-
cuperabile alla bellezza e alla magnanimità», come ben dice Lanfran-
co Caretti.21 Non classicismo freddo e accademico, certamente, ma
nemmeno classicismo illuminista, malgrado le intenzioni didascaliche
e allegorizzanti delle Grazie. E anche il suo antiromanticismo consi-
ste fondamentalmente in una rivendicazione della poesia pura; riven-
dicazione legittima nei riguardi di certe angustie moralistiche e peda-
gogiche del Manzoni e di altri romantici lombardi, ma estranea al
dibattito ideologico allora in corso. Ha visto bene, anche qui, il Caret-
ti: «La polemica foscoliana verso i romantici italiani, Manzoni com-
preso, può senza dubbio giustificare l’eccezionale avventura persona-
le di un grande artista (...); ma si mostra anche, per un altro verso,
ormai eccentrica rispetto alla reale situazione italiana, agli effettivi
problemi che essa poneva ai nostri scrittori». Paradossalmente si può
dire che all’antiromanticismo del Foscolo si accosta più quello dello
Zajotti – a parte, s’intende, la ben diversa profondità e coerenza inte-
riore – che quello del Giordani e del Leopardi, i quali non fecero mai

20
iVedi la ben nota lettera al Giordani dell’ottobre 1824 nell’Epistolario del Monti, ed. A.
Bertoldi, VI, p. 53.
21
iNell’introduzione alle Opere del Manzoni, Milano 1962, p. XVIII sg.
*iSull’ultimo Foscolo il Caretti ha ora sviluppato la sua posizione nell’Ottocento garzantia-
no cit., p. 99 sgg., specialmente p. 188. Vedi anche G. Luti, Foscolo, nei «Protagonisti della sto-
ria universale», Roma-Milano 1966 (specialmente il secondo e il penultimo paragrafo), e, ades-
so, V. Masiello, Il mito e la storia: analisi delle strutture dialettiche delle «Grazie» foscoliane, in
«Angelus novus» 12-13, 1969, p. 130 sgg.: un saggio di grande interesse, che meriterebbe più
ampia discussione, anche per i problemi generali che esso investe. Notevole anche A. Lepre, Per
una storia degli intellettuali italiani: i giacobini e Foscolo, in «Movimento operaio e socialista»
XIV, 1968, p. 219 sgg.
Introduzione 15

questione di poesia pura, ma combatterono l’ideologia romantica in


nome di un’altra ideologia.
D’altra parte il tratto più originale del Foscolo politico, cioè lo sfor-
zo da lui compiuto di superare l’astrattezza del libertarismo alfieriano
nutrendolo di succhi machiavellici, hobbesiani e vichiani, non fu dal
Foscolo stesso messo al servizio di un preciso orientamento liberale, e
tanto meno democratico. La sua esigenza di Realpolitik rimase (dopo il
breve periodo giacobino) crucciosamente chiusa in se stessa; nei riguar-
di della plebe il Foscolo mantenne in definitiva lo stesso distacco e
disprezzo dell’Alfieri. Lo riconobbe francamente il Cattaneo in un arti-
colo che è, tuttavia, un’appassionata difesa del Foscolo contro le calun-
nie dei clericali e una ricostruzione del processo attraverso il quale la tra-
dizione alfieriana e foscoliana divenne, nel Risorgimento, suscitatrice di
energie democratiche.22 Ma questo recupero del Foscolo al pensiero e
all’ethos risorgimentale avvenne tramite il Mazzini: i classicisti illumi-
nisti rimasero, fino a quel tardivo articolo del Cattaneo, antifoscoliani.23

Le ragioni per cui i classicisti illuministi non riuscirono a prevalere


nella cultura italiana dell’Ottocento risultano, a questo punto, abba-
stanza chiare. Essi non arrivarono mai a costituire un gruppo relativa-
mente omogeneo e organizzato, come i romantici lombardi del «Con-
ciliatore» e i moderati toscani dell’«Antologia». Dopo la scissione, già
ricordata, del gruppo dirigente della «Biblioteca Italiana» e dopo il fal-
limento del tentativo di metter su una rivista classicista dissidente,24
mancò loro un periodico mediante il quale potessero diffondere e svi-
22
iCattaneo, SL, I, p. 275 sgg., specialmente pp. 315-319.
23
iBasti pensare all’antifoscolismo del Giordani (cfr. p. 63) e allo scarso influsso esercitato
dal Foscolo sul Leopardi (vedi tuttavia E. Bigi in «Giorn. stor. lett. it.» CXLI, 1964, p. 204
sgg.).* L’articolo del Cattaneo, scritto a Napoli nell’ottobre del ’60, si chiudeva appunto con
un richiamo all’influsso del Foscolo sul Mazzini, che, al tempo stesso, sanzionava la riconcilia-
zione tra Cattaneo e Mazzini, divisi nel passato da aspri dissensi (SL, I, 319). Incondizionata-
mente favorevole al Foscolo era stato invece, fin dal ’44, Giuseppe Ferrari (La rivoluzione e i
rivoluzionari in Italia, a cura di F. Della Peruta, Milano 1952, p. 63-75): in complesso, la visio-
ne che il Ferrari ha della letteratura italiana ottocentesca è influenzata dal Mazzini assai più che
dal Cattaneo (vedi anche il suo giudizio sul «Conciliatore» e sulla polemica classico-romantica,
ibid., p. 75 sg.). Sulla fortuna del Foscolo nella critica risorgimentale vedi il saggio di W. Binni
ne I classici italiani nella storia della critica, II2, Firenze 1961, p. 285 sgg. (dove un accenno al Fer-
rari è una delle poche aggiunte che si desiderano).
24
iG. Ferretti, P. Giordani sino ai quaranta anni, Roma 1952, p. 189 sg.
*iL’articolo del Bigi è ora ripubblicato nel volume La genesi del «Canto notturno» e altri studi
sul Leopardi, Palermo 1967, p. 9 sgg. (in particolare, p. 37 sgg.).
16 Introduzione

luppare organicamente le proprie ideee. Soltanto il «Politecnico» del


Cattaneo rappresentò molti anni dopo, in certo senso, una realizzazio-
ne di quel progetto, ma in un clima culturale già mutato e con un più
accentuato interesse per l’economia, la sociologia e le scienze della
natura; il «Politecnico» stesso, del resto, rimase un fenomeno abba-
stanza isolato nella nostra cultura.
Con un termine gramsciano, si può dire che i classicisti illuministi
non furono, a differenza dei romantici, gli «intellettuali organici» di
una classe. Le loro posizioni politiche oscillarono tra nostalgie di asso-
lutismo illuminato (perduranti anche nel Cattaneo fino alla vigilia del-
le Cinque giornate) e punte di democrazia avanzata; e spesso si trattò
di posizioni meta-politiche, importantissime a lunga scadenza, ma pri-
ve di immediata presa sulla realtà.
Al problema del rapporto tra autore e pubblico il Giordani e il Leo-
pardi non furono affatto insensibili: si resero conto che i vecchi, chiu-
si ambienti delle accademie letterarie avevano fatto il loro tempo, e che
la cultura italiana poteva vivere solo allargando la cerchia dei suoi uten-
ti.25 Ma i romantici lombardi e i moderati toscani seppero individuare
con chiarezza la classe a cui intendevano rivolgersi e le sue esigenze cul-
turali: non c’è bisogno di ricordare il famoso passo della Lettera semi-
seria del Berchet in cui è delimitato socialmente, con tanta acutezza, il
pubblico della letteratura romantica (né «parigini» né «ottentoti», ma
quella classe media a cui il Berchet dà il nome di «popolo»); né c’è biso-
gno di ricordare la pronta e sicura sensibilità che per le richieste del
pubblico ebbe il Vieusseux. Lo scopo dei classicisti illuministi era più
ambizioso: non adeguarsi a un movimento culturale già esistente e limi-
tarsi a esprimerlo e ad assecondarlo, ma criticare e combattere tutto ciò
che in tale movimento vi era di non realmente progressista, di arretra-
to in confronto a quella cultura illuministica che per essi rimaneva la
pietra di paragone di ogni cultura. Contro la concezione del Vieusseux,
di una rivista composta prevalentemente di recensioni (che era poi
la concezione predominante in Italia e fuori), il Leopardi sostenne la
necessità di una rivista di articoli originali, che dessero un indirizzo
nuovo invece di limitarsi a informare su ciò che via via si pubblicava;
la stessa cosa, con parole molto simili, aveva scritto una decina d’anni
prima il Giordani, attirandosi le derisioni dei romantici lombardi.26 Ma

25
iVedi pp. 41 sgg., 93 sg.
iGiordani, nella «Biblioteca Italiana», anno I, tomo II (aprile-giugno 1816), p. 186 ( = Opere,
26
Introduzione 17

**, assente ancora dalla scena politico-culturale un movimento prole-


tario, assente o troppo esigua anche una borghesia illuministica decisa
a rompere ogni legame col passato feudale e clericale, come l’avrebbe
voluta il Cattaneo, quel tentativo era destinato all’insuccesso. E certo
nello stile aulico dei classicisti illuministi, negli elementi di aristocrati-
cismo intellettuale che in essi contrastavano col contenuto progressi-
sta delle loro idee, dobbiamo vedere al tempo stesso una conseguenza
del mancato contatto con un largo pubblico e una causa, se non deter-
minante, aggravante di tale distacco.
Nocque anche ai classicisti illuministi l’appartenenza stessa a uno
schieramento così eterogeneo come quello classicista. Malgrado gli
aspri dissidii che li separarono dai classicisti reazionari (basti ricorda-
re l’inimicizia tra Giordani e Acerbi e quella, altrettanto profonda
anche se non accompagnata da disistima intellettuale, tra Giordani e
Zajotti, e il sistematico boicottaggio dell’Acerbi verso i primi lavori
del Leopardi),27 essi continuarono ad apparire a gran parte dell’intel-
lettualità italiana come dei classicisti tout court, e ad essere perciò
misconosciuti da uomini di idee affini e a riscuotere, invece, scomo-
de lodi da parte di reazionari che li ammiravano per il loro stile impec-
cabile e la loro fedeltà ai grandi modelli. Il Giordani, in particolar
modo, fu per tutta la vita perseguitato da tale ammirazione mal ripo-
sta, la quale contribuì a mettere in ombra le sue doti più genuine.28

Con tutto ciò, l’influsso anche immediato del classicismo illuminista


sulla cultura italiana della Restaurazione fu maggiore di quanto gene-
X, p. 55 sg.): «L’Italia (bisogna non dissimulare il vero) è scarsa molto di opere degne; abbon-
dante solo d’inezie, o peggio (...). Io credo che un giornale utile in Italia non possa restringer in
poco molti libri buoni; ché non gli abbiamo; ma piuttosto debba insegnare a far buoni libri, e a
leggerli». L’opinione del Giordani, schernita da Pietro Borsieri nelle Avventure letterarie di un
giorno (in Discussioni cit., ed. Bellorini, I, p. 106 sg.), fu ripresa quasi con le stesse parole dal
Leopardi nella lettera al Vieusseux del 2 febbraio 1824: «Le dirò liberamente che a me parreb-
be che un Giornale italiano dovesse piuttosto insegnare quello che debba farsi, che annunziare
quel che si fa (...). I libri che oggi si pubblicano in Italia non sono che sciocchezze, barbarie, e
soprattutto rancidumi, copie e ripetizioni». Sia nell’uno che nell’altro compare la contrapposi-
zione fra l’Italia (dove questo compito formativo, e non informativo, è particolarmente urgen-
te) e le altre nazioni. Si tenga presente che gli articoli del Giordani nella «Biblioteca Italiana»
erano particolarmente ammirati dal Leopardi (vedi più oltre, p. 91).
27
iSu tutto ciò vedi il primo saggio giordaniano del presente volume, e qui sopra, p. 13, n.
19. Il classicista austriacante Trussardo Caleppio giungeva fino a sospettare nel Giordani un
romantico che si fingeva classicista per meglio compiere, senza suscitare sospetti, la sua opera
corrosiva contro le tradizioni patrie (cfr. Discussioni cit., ed. Bellorini, I, p. 58).
28
iVedi più oltre, pp. 39 sgg., 61.
18 Introduzione

ralmente si crede. Il contributo positivo dato dai migliori classicisti


– e specialmente dal Londonio – alla polemica classico-romantica non
consisté semplicemente in un generico effetto moderatore di afferma-
zioni troppo polemiche e paradossali dei loro avversari, ma in qualco-
sa di più preciso. Leggendo il «Conciliatore», si ha chiara la sensazio-
ne di un progressivo radicalizzarsi delle idee dei suoi collaboratori, i
quali mettono sempre più in ombra le iniziali simpatie per il Medioe-
vo e per i temi lugubri, e sempre più tengono a presentarsi come gli ere-
di dell’illuminismo lombardo.29 Tale radicalizzazione dipende certo in
primo luogo dal maturarsi di una situazione politica di crescente ten-
sione fra la borghesia-aristocrazia «italica» e il governo austriaco, che
avrà il suo drammatico epilogo negli arresti e nelle persecuzioni del ’21;
ma è innegabile che a chiarire le posizioni contribuì la polemica dei
classicisti, che mise a nudo la contraddizione tra amore per il Medioe-
vo ed esigenza di modernità, in cui i romantici lombardi si trovavano
all’inizio.30 La scelta, compiuta dal Berchet, di quelle due famose bal-
late del Bürger (la Leonora e il Cacciatore feroce) come prototipi di poe-
sia romantica, si rivelò imbarazzante:* non già perché il Bürger era sta-
to un poeta cronologicamente e ideologicamente anteriore al vero e
proprio romanticismo – un poeta populista di orizzonte limitato, ma
non reazionario come lo saranno i veri romantici tedeschi –, ma pro-
prio per la ragione opposta, cioè perché quelle due poesie indulgevano
troppo al gusto della cupa superstizione medievale, e di una supersti-
zione troppo tipicamente tedesca. Ecco quindi il Di Breme,* e poi il
29
iVedi nel fascicolo del 15 luglio 1819 (vol. III, p. 65, ed. Branca) l’esplicita dichiarazione
che il «Conciliatore» aspira a continuare la battaglia culturale sostenuta dal «Caffè»; e più oltre
(III, p. 241) il fervido elogio di Pietro Verri scritto dal Borsieri: «sentì ed espresse quanto le nuo-
ve istituzioni e la luce della filosofia, che altri chiamano corruzione, abbiano mansuefatta la san-
guinaria e superstiziosa selvatichezza del buon tempo antico».
30
iQuesto chiarimento fu avviato, prima ancora della fondazione del «Conciliatore», dalla
polemica antiromantica del Londonio (vedi per esempio Discussioni cit., I, p. 232: «Quei tem-
pi di barbarie, d’ignoranza, di depravazione che ora da taluni, nell’esaltazione della poetica loro
immaginazione, ci si dipingono come l’età dell’oro»; p. 316: «Quelli che col prestigio della poe-
sia cercano di rimettere in onore i pregiudizi e la superstizione, non possono certamente vantarsi
di promuovere la civilizzazione e il perfezionamento dell’umano intelletto»). Da allora in poi tut-
ti i romantici lombardi, dal Berchet al Visconti al Pellico, ebbero cura di dichiarare che il loro
interesse per il Medioevo non significava superstizione né gusto del lugubre.
*iSu quello che del romanticismo tedesco conobbero effettivamente i romantici italiani vedi
ora M. Puppo, La «scoperta» del romanticismo tedesco, in «Lettere italiane» XX, 1968, p. 307 sgg.
*iSul Di Breme e sulla posizione da lui occupata nel romanticismo lombardo qualche preci-
sazione in «Belfagor» XXII, 1967, p. 240 sgg. (in dissenso da C. Colaiacomo, «Angelus novus»,
dicembre 1967, p. 80 sgg.).
Introduzione 19

Visconti e più radicalmente infine il Montani, rinnegare quella scelta,31


ed ecco il Berchet pronunziarsi nettamente contro l’ostentata medie-
valeria della Narcisa del Tedaldi-Fores.32 Certo l’identificazione di
«civiltà moderna» con «civiltà cristiana», il ripudio delle soluzioni
antispiritualistiche a cui era arrivato il pensiero francese del secolo
xviii, continuarono a contraddistinguere tutti i romantici lombardi, dal
Di Breme (così drammaticamente combattutto fra sensismo e religio-
sità) fino al Manzoni;33 ma è pur notevole che essi – fatta eccezione di
un’ala destra rappresentata dal Grossi e specialmente dal Cantú – chia-
rissero sempre meglio il proprio distacco del romanticismo reazionario.
Così pure, è in parte un risultato della polemica milanese del 1816-19
– e in parte anche della presenza in Toscana di classicisti non retrivi,
come Giovan Battista Niccolini e Francesco Forti –34 il fatto che l’«An-
tologia», pur continuando per molti aspetti il «Conciliatore», ripu-
diasse nettamente (con la sola eccezione del Tommaseo) le nostalgie
medievali, e mettesse addirittura da parte, perché troppo carico di
equivoci, il termine di «romanticismo».35 Senza dubbio questa posi-
31
iL. Di Breme, Grand commentaire sur un petit article, Genève-Paris 1817, p. 146; Ermes
Visconti, Idee elementari ecc., nel «Conciliatore», vol. I, p. 396, ed. Branca; G. Montani, in
Discussioni cit., ed. Bellorini, II, p. 306. Vedi, invece, la goffa difesa «pedagogica» che della scel-
ta di quelle due poesie tentò il Tommaseo, ibid., p. 404.
32
iG. Berchet, Opere, a cura di E. Bellorini, II, Bari 1912, p. 133 sgg.
33
iIn particolare sul problema della periodizzazione della storia umana vedi più oltre, pp. 118
sg., 337-340.
34
iIl Forti, nipote del Sismondi, discusse il romanticismo da un punto di vista illuministico
in una recensione al Voyage en Italie del Simond (nell’«Antologia» XXIV, luglio-settembre 1829,
p. 124 sgg.). Il Mazzini menzionò questo scritto come uno dei pochi in cui la polemica anti-
romantica fosse condotta in nome del patriottismo e del progresso (vedi Scritti letterari di un
Italiano vivente, Lugano 1847, 1, p. 105 sg.). Gli stessi motivi polemici, ma molto attenuati,
ritornano in uno scritto posteriore del Forti, Dubbi ai Romantici, nell’«Antologia» XLIV, apri-
le-giugno 1832, p. 36 sgg.
35
iL’esigenza di abbandonare questo termine si fece strada dopo il ’21 anche nell’ambiente
lombardo. Il Maroncelli sostituì a «classico» e «romantico» i termini «profilare» e «cor-menta-
le» da lui coniati (Addizioni alle Mie Prigioni, Lugano 1833, p. 46 sgg.): la mostruosità di quelle
due parole non deve far trascurare l’importanza di questo scritto del Maroncelli nel processo di
ripensamento dell’esperienza romantica milanese. Più tardi il Tenca (Prose e poesie scelte, a cura
di T. Massarani, I, p. 361 sgg.) preferì parlare di «vecchia» e «nuova scuola» *. Il De Sanctis,
che più tardi avrebbe introdotto la nuova distinzione fra «scuola liberale» e «democratica», già
nelle giovanili lezioni napoletane osservava: «Niente di più incerto ed arbitrario vi era dell’uso
di queste parole ...» (Teoria e storia della letteratura, a cura di B. Croce, I, p. 104). Per l’atteg-
giamento dell’«Antologia» nella polemica classico-romantica, vedi, oltre le ben note opere del
Prunas e del Ciampini, G. A. Borgese, Storia della critica romantica in Italia, Firenze 19202 (nuo-
va ed., Milano 1949, p. 61 sgg.).
*iLa posizione di Carlo Tenca di fronte al classicismo illuminista e alla polemica tra classi-
20 Introduzione

zione meno ostile al classicismo era dovuta anche a preoccupazioni


tipicamente «moderate»: attraverso il superamento delle dispute tra
classicisti e romantici, il Capponi e il Vieusseux miravano a creare una
cultura juste-milieu, aperta ai contatti con l’Europa ma rispettosa del-
le tradizioni italiane e toscane, nettamente contraria (dopo le amare
esperienze napoletane, piemontesi e lombarde) a entrare in conflitto
diretto col potere politico. In questo senso l’anticlassicismo dei ro-
mantici milanesi, pur con tutte le contraddizioni a cui abbiamo accen-
nato, era più ricco di fermenti innovatori che il moderatismo ecletti-
co dei toscani. Tuttavia per un certo periodo questo ambiente poté
offrire alle migliori forze del classicismo italiano (al Giordani e, in
misura molto minore, al Leopardi) una certa possibilità di dialogo e
di collaborazione; e uno degli scrittori dell’«Antologia», Giuseppe
Montani, superstite del gruppo del «Conciliatore», poté sviluppare il
proprio romanticismo in senso sempre più illuministico, fino a simpa-
tizzare profondamente per il Leopardi.
Il Risorgimento ebbe infine una soluzione moderata, liberale e non
democratica, ma tuttavia laica, non neoguelfa. Questo fu il risultato
in primo luogo di un reale conflitto di interessi tra borghesia e Chie-
sa cattolica, in secondo luogo di nuovi influssi culturali (hegeliani e poi
positivistici) che si fecero sentire anche in Italia nel secondo Otto-
cento. Tuttavia nella formazione del laicismo ottocentesco il classici-
smo illuminista ha avuto una parte che non va sottovalutata. Si pensi
(per accennare appena a un argomento che meriterebbe studi ap-
profonditi) al noviziato giordaniano di uomini come Marco Minghet-
ti, Pietro Gioia, Cesare Cabella, i quali fecero poi parte del persona-
le politico della Destra storica i primi due, della Sinistra costituzionale
il terzo; si pensi al legame ancor più stretto ed esplicito che col classi-
cismo illuminista ebbero da un lato il Cattaneo e i suoi seguaci, dal-
l’altro il Carducci;36 si pensi ancora a Luigi Settembrini che, anche
quando in politica abbandonò le sue giovanili posizioni di sinistra,
mantenne della storia culturale italiana una visione radicalmente lai-
ca e, in complesso, filo-classicista.

cisti e romantici è ora, meglio che da ogni altro, definita da Gianluigi Berardi nell’introduzione
a C. Tenca, Saggi critici, Firenze 1969. Fra i numerosi studi sul Tenca apparsi poco prima del sag-
gio del Berardi va ricordato specialmente quello di G. Pirodda, Mazzini e Tenca: per una storia
della critica romantica, Padova 1968, p. 101 sgg. {Cfr. successiva nota 43 – N. d. C.}.
36
iPer il Cattaneo vedi p. 332 sgg.; per il Carducci, pp. 28 sg., 100 sgg.
Introduzione 21

Un altro campo in cui il classicismo illuminista ebbe in Italia una


parte preponderante, almeno fino al ’48, fu lo studio dell’antichità.
Mentre in Germania la nuova filologia e la nuova linguistica furono
per la maggior parte, nel bene e nel male, opera dei romantici, in Ita-
lia i propugnatori di una seria e moderna filologia, gli avversari del-
l’umanesimo stantio dei versificatori latini appartennero quasi tutti
al classicismo illuminista. Mentre il Tommaseo si inorgogliva dei pro-
pri imparaticci latini, il Giordani conduceva non solo contro lo scriver
latino, ma anche contro l’insegnamento del latino generalizzato e con-
siderato come base di tutta l’istruzione una battaglia che non ha per-
duto ancora la sua attualità;37 e Giacomo Leopardi e Amedeo Peyron
(passato solo dopo il ’48 da posizioni illuministiche e riformatrici a
posizioni reazionarie) furono gli unici veri filologi italiani dell’età del-
la Restaurazione, e il Cattaneo fu il fondatore di una linguistica sto-
rica spiccatamente antiromantica, che trovò il suo continuatore nel
più grande linguista italiano, Graziadio Ascoli.38

Una valutazione del classicismo illuminista italiano, tuttavia, non


può limitarsi a un rendiconto degli influssi che esso esercitò a più o
meno breve scadenza: non è davvero il caso di estendere alla storia let-
teraria e culturale quel giustificazionismo storico che già abbastanza
ha inceppato, dal 1956 in poi, i nostri studi di storia del Risorgimen-
to, e che, con l’apparenza di opporsi alle deformazioni «pratico-poli-
tiche» della storiografia, ha in realtà obbedito a una ben precisa visio-
ne «pratico-politica» della realtà presente. Del Fortleben di un autore
o di un movimento culturale facciamo parte anche noi, e non abbiamo
alcun motivo di rinunciare a esprimere anche noi il nostro giudizio,
pur con la consapevolezza del margine di soggettività che esso com-
37
iVedi più oltre, p. 46 sgg.
38
iSu Cattaneo e Ascoli vedi {il decimo} saggio del presente volume. Sulla parte che spetta
ai classicisti illuministi nella filologia classica del primo Ottocento mi sia permesso di rimanda-
re al mio lavoro su La filologia di Giacomo Leopardi, Firenze 1955. Una diversa impostazione,
che fa pernio sui romantici e i neo-guelfi, è stata sostenuta con grande dottrina, ma in modo, a
mio parere, non del tutto convincente, da Piero Treves ** nei due libri L’idea di Roma e la cul-
tura italiana del sec. xix e Lo studio dell’antichità classica nell’Ottocento (tutt’e due Milano-Napo-
li 1962); cfr. «Critica storica» II, 1963, p. 603 sgg. Tuttavia un capitolo del primo di questi due
libri, «L’ambivalenza del classicismo» (p. 36 sgg.), è di importanza fondamentale per intendere
gli effetti libertari e democratici che un’educazione classicistica, anche di tipo arretrato, poté
produrre; e nel secondo libro, se il Leopardi è trattato con scarsa simpatia e con sostanziale
incomprensione, il profilo del Giordani è vivo e vero.
22 Introduzione

porta, e che è maggiore per quel che riguarda i valori propriamente


artistici (più legati a giudizi di gusto, cioè, in ultima analisi, a giudizi
edonistici), minore per le posizioni ideologico-politiche, minore anco-
ra per i risultati «scientifici» (di obiettiva conoscenza della realtà) rag-
giunti nel corso della storia.39
Classicisti illuministi furono gli ingegni più avanzati, più liberi da
miti e da pregiudizi, del nostro primo Ottocento. Nel terzo saggio del
presente volume ho cercato di mostrare come il pensiero leopardiano,
pur oltrepassando di molto le posizioni del classicismo illuminista e
dello stesso illuminismo settecentesco francese, tragga di lì la sua ori-
gine. Ebbene, si dica pure che i romantici e i moderati italiani rispon-
devano meglio a certe esigenze di sviluppo della società italiana; resta
il fatto che il materialismo leopardiano (comprese, a mio parere, le sue
conseguenze pessimistiche per ciò che riguarda il rapporto uomo-natu-
ra) aveva ed ha un valore conoscitivo incomparabilmente superiore
alle varie forme di spiritualismo del primo Ottocento e ai nuovi spiri-
tualismi di epoca più vicina a noi. Si riconosca in pieno, non solo il
grande valore artistico dei Promessi sposi, ma il valore di rottura che
l’introduzione del genere letterario del romanzo ha avuto rispetto a
una vecchia tradizione di lirica e di prosa aulica, e l’importanza fon-
damentale, anche se non esclusiva, della riforma linguistica manzo-
niana per la costituzione dell’italiano moderno. Non si dimentichi,
però, che un Giordani, un Cattaneo, e più che mai un Leopardi, dice-
vano in uno stile più arcaico, e nell’ambito di generi letterari meno
«popolari», cose ben più ardite sul piano ideologico.
Anche questo contrasto fra novità di contenuto e arcaicità di forma
può e deve essere criticato finché ci riferiamo al linguaggio come co-
municazione: è evidente che se Giordani, Leopardi e Cattaneo stesso
avessero avuto la scioltezza e la modernità stilistica di un Pietro Ver-
ri, se fossero stati, in una parola, soltanto illuministi e non classicisti
o puristi, la diffusione delle loro idee (pur trovando sempre un limite
obiettivo nella situazione politico-sociale sfavorevole) sarebbe stata
maggiore. Ma se ci riferiamo al linguaggio come espressione, diventa
assai più difficile deplorare l’arcaismo di quei classicisti. Viene spon-

39
iS’intende che i tre ordini di giudizi non sono affatto indipendenti tra loro, come ricono-
sce anche Giuseppe Petronio alla fine della sua Introduzione a una storia dell’attività letteraria in
Italia («Il Contemporaneo» VII, n. 78, novembre 1964, p. 7 sgg.).
Introduzione 23

taneo il confronto con Lucrezio, il poeta più avanzato ideologicamen-


te di tutta la letteratura latina, e insieme uno dei più arcaizzanti.
Sarebbe certo molto semplicistico rimpiangere che Lucrezio non abbia
divulgato in stile «popolare» la filosofia epicurea, poiché l’arcaismo ha
in Lucrezio (e così nel Leopardi, e nel miglior Giordani) una forza sde-
gnosa e polemica che non va minimamente confusa con la leziosaggine
arcaistica di Frontone o del padre Cesari.

** A far disconoscere i motivi validi del classicismo ottocentesco ha


certamente contribuito, col potente influsso esercitato dalla sua Sto-
ria e dalle sue lezioni, il De Sanctis. Come ha dimostrato Mario Mirri
nel suo recente libro desanctisiano,40 il grande critico non ebbe davve-
ro tenerezze per la fase spiccatamente reazionaria e medievaleggiante
del romanticismo europeo.41 Vide con piena lucidità il suo carattere
retrivo («noi uomini del secolo xix siamo figli di una delle più violen-
te, delle più radicali reazioni che si trovino nella storia, il cui lievito
dura ancora, a cui non ancora sono state mozzate le unghia»), e anche
se talvolta inclinò a giustificarlo storicamente come risposta agli
«eccessi» giacobini («il terrore bianco successe al rosso ... l’una esa-
gerazione chiamava l’altra»), mise bene in chiaro la propria ostilità
agli ideali teocratici e oscurantisti dei suoi promotori. Il genuino spi-
rito del secolo xix, quale si era manifestato dopo la fine di quel breve
e utopistico tentativo di ritorno al Medioevo, appariva al De Sanctis

40
iM. Mirri, F. De Sanctis politico e storico della civiltà moderna, Messina-Firenze 1961: vedi
specialmente il cap. VII («Continuità e originalità del secolo xix»).
41
iBisogna tener presente che il De Sanctis poneva l’inizio del romanticismo tedesco molto
presto, addirittura con Klopstock: includeva, dunque, nel romanticismo Herder e lo Sturm und
Drang, cosicché i veri e propri romantici reazionari tedeschi gli apparivano come la manifesta-
zione terminale di un movimento complessivamente sano e davvero popolare: una manifesta-
zione, d’altronde, di breve durata, perché ben presto superata dallo «spiritualismo panteistico»
dell’ultimo Goethe e dalla robusta costruzione filosofica hegeliana (cfr. F. De Sanctis, A. Man-
zoni, a cura di L. Blasucci, 2ª ed., Bari 1962, p. 99 sgg.; Storia della letter. ital. a cura di N. Gal-
lo, Torino 1958, II, p. 959-61). Egli inglobava, dunque, nel romanticismo anche il cosiddetto
preromanticismo tedesco; ma mentre gli storici tedeschi contro i quali giustamente polemizza
Lukács mirano a interpretare Herder e lo Sturm und Drang in chiave reazionaria e a valorizzare
già nella cultura settecentesca il massimo possibile di irrazionalismo, il De Sanctis, al contrario,
voleva dimostrare che i più veri romantici tedeschi erano stati gli scrittori populisti ma non rea-
zionari del Settecento, e che il romanticismo degli Schlegel aveva rappresentato solo una paren-
tesi involutiva. Del resto, per il De Sanctis, il paese in cui il romanticismo aveva assunto un tipi-
co carattere di «strumento politico» in funzione antilluministica era stata la Francia della
Restaurazione (Manzoni cit., p. 102 e altrove).
24 Introduzione

non come negazione, ma come proseguimento dell’illuminismo sette-


centesco: un proseguimento, però, che aveva eliminato tutto ciò che
di eccessivo, astratto, antistorico c’era stato nel pensiero del secolo
precedente; il «senso della storia e del reale» era la preziosa conqui-
sta del secolo xix rispetto al xviii.
Nella formazione di questo nuovo ethos (per cui l’eroe alfieriano e
giacobino era sceso dal suo piedistallo, si era riconciliato con la realtà,
aveva imparato a parlare un linguaggio accessibile al popolo) una parte
essenziale l’aveva avuta la rinascita dello spirito religioso, che, se nei
primi anni della Restaurazione aveva assunto aspetti paurosamente
reazionari, rappresentava però per il De Sanctis, nella sua forma più
aperta e progressista, un carattere comune a tutta la cultura viva della
prima metà dell’Ottocento. La scuola liberale, capeggiata dal Manzoni,
e la scuola democratica, capeggiata dal Mazzini, erano sorte entrambe
in questo clima di religiosità; erano due propaggini, se non del roman-
ticismo nel senso che gli dava il De Sanctis, certo di quello che noi a
buon diritto chiamiamo romanticismo, cioè del movimento culturale
religioso-populista, antimaterialistico e antigiacobino, venuto su nel-
l’età della Restaurazione. Il De Sanctis riteneva che nel secondo Otto-
cento non fosse più tempo di religione, bensì di scienza, di positivi-
smo; ma nella religiosità del primo Ottocento vedeva, per così dire, un
passaggio obbligato, l’unica via per la quale lo spirito europeo si era
liberato dalle astrattezze ideologiche (razionalismo) e stilistiche (clas-
sicismo) del secolo xviii.
Da questa prospettiva – ammirevole certo per la sua complessità, e
molto superiore per questo rispetto agli schemi ghibellineggianti del-
l’Emiliani Giudici e del Settembrini – i classicisti illuministi dell’Ot-
tocento rimanevano esclusi. Al classicismo del Settecento (Alfieri,
Parini), e ancora a quel momento di crisi del classicismo e del sensismo
rappresentato, ai primi dell’Ottocento, dal Foscolo dell’Ortis e dei Se-
polcri, il De Sanctis riconosceva una funzione positiva, e fin dal 1855
la rivendicò appassionatamente contro il Gervinus.42 Ma in quello
stesso saggio egli dichiarava che il classicismo «muore romorosamen-
te ne’ sonanti versi del Monti», e concordava ** col Gervinus (pur
nella diversità delle prospettive politico-culturali) sull’inattualità del
classicismo e del giacobinismo insieme: «Ora la situazione è mutata;

42
iSaggi critici, a cura di L. Russo, I, p. 187 sgg.
Introduzione 25

... non è più questione di principii, ma di esecuzione; non è più il tem-


po di Alfieri, ma di Balbo, di Gioberti, di Rosmini. Verissimo ...».
Classicismo e illuminismo posteriori al 1815 gli apparivano dunque
come un residuo di «astrattezza» settecentesca, qualcosa di ritarda-
tario e di utopistico insieme.43 Al Giordani soltanto pochi accenni sva-
lutativi sono dedicati nella Storia e nelle Lezioni.44 Dalla «scuola demo-
cratica» quale il De Sanctis la delinea sono assenti, come è già stato
osservato, Cattaneo, Ferrari, Pisacane, tutti coloro che non potevano
rientrare nel quadro della democrazia religiosa mazziniana. Senza
dubbio bisogna tener conto anche di gravi ostacoli obiettivi, cioè del-
la lentezza e difficoltà con cui la conoscenza di questi autori si fece
strada nella cultura italiana;45 tuttavia questa è solo una faccia della
questione: l’altra è costituita dalla chiusura ideologica del De Sanctis
stesso a tutto quel settore del pensiero democratico ottocentesco.
Unico rappresentante del classicismo anticlericale rimaneva nelle
Lezioni desanctisiane Giovan Battista Niccolini. Il ridimensionamen-
to dell’ammirazione tributata al Niccolini dai contemporanei è una
prova del gusto sicuro del De Sanctis, anche se, come ha convincen-
temente dimostrato Luigi Baldacci, il giudizio desanctisiano va a sua
volta in parte riveduto;46 ma è interessante notare che nell’accademi-
43
iIl De Sanctis, perciò, rifiuta in complesso anche quell’impostazione (sostenuta da Carlo
Tenca* e, con accentuate simpatie per il classicismo, dal Settembrini) secondo cui romanticismo
e classicismo avrebbero avuto pregi e difetti complementari: forma nuova e contenuto vecchio
il primo, forma vecchia e contenuto nuovo il secondo. Qualche volta, è vero, egli sembra accet-
tarla (Storia lett. ital., ed. cit., II, p. 958: «Il romanticismo era il razionalismo o il libero pensie-
ro applicato alla letteratura da uomini che in religione predicavano fede e autorità. I classici, al
contrario, miscredenti e scettici nelle cose della religione, erano qualificati superstiziosi in fat-
to di letteratura»); ma in realtà egli era convinto che la nuova scuola religiosa, malgrado certe
passeggere nostalgie reazionarie, recasse essa sola in sé l’avvenire, e che i classicisti, dopo Alfie-
ri e Foscolo, non avessero più nessuna esigenza viva da difendere: «Erano di quella scuola (la
scuola di Goldoni, di Parini, dell’illuminismo settecentesco) più i romantici, i quali avevano l’aria
di combatterla, che i classici, suoi eredi di nome, ma eredi degeneri, appo i quali la sua vitalità
si mostrava esaurita nella pomposa vacuità di Monti e nel purismo rettorico di Pietro Giordani
...» (ibid., p. 962 sg.). Su questo problema cfr. anche M. Mirri, op. cit., p. 202 sgg.
44
iCfr. più sotto, p. 81 e n. 142.
45
iVedi anche la giusta osservazione del Muscetta (introduzione a De Sanctis, La scuola
democratica, Torino 1951, p. XXXI): «Se la scuola cattolico-liberale si presenta (nel De Sanctis)
con maggior compattezza, ciò corrisponde a un fatto storico, cioè alla più organica direzione cul-
turale che riuscirono a realizzare i moderati».
46
iL. Baldacci, Nel centenario di G. B. Niccolini, in «Rassegna letter. ital.» LXVI, 1962,
p. 39 sgg. Molto di ciò che il Baldacci osserva ** sulla formazione ideologica del Niccolini si
può estendere al classicismo illuminista italiano nel suo complesso.
*i{Cfr. la postilla alla n. 35 – N. d. C.}.
26 Introduzione

smo del Niccolini il De Sanctis vedeva la conferma della sua tesi, che
la religiosità è un carattere essenziale della cultura ottocentesca: l’an-
ticlericalismo sia del Manzoni che del Mazzini deriva dal fatto che essi
hanno «un’idea più alta e più pura della religione», quello del Nicco-
lini è «sentimento antireligioso», è «negazione come nel secolo xviii»,
e quindi non può essere che puramente astratto e libresco.47
Si sa come il De Sanctis incontrasse difficoltà nel collocare il Leo-
pardi in una delle due scuole, liberale e democratica, e come infine si
rassegnasse a considerarlo (analogamente al Guerrazzi e al Giusti, ma
ancor più di loro) come un «fuori posto», un «eccentrico». L’isola-
mento del Leopardi nella cultura del suo tempo fu un fatto reale, e il
Leopardi stesso fu il primo ad averne lucida coscienza. Tuttavia al De
Sanctis il Leopardi appariva ancor più isolato di quanto in realtà non
fosse, proprio perché il De Sanctis, misconoscendo il classicismo illu-
minista dell’Ottocento, e in particolare il Giordani, contribuiva, per
così dire, a fargli il vuoto attorno. Il Sapegno ha messo molto bene in
rilievo il carattere tormentato e problematico dell’ammirazione de-
sanctisiana per il Leopardi: un’ammirazione immediata, ardente per il
«poeta della sua giovinezza», che tuttavia non si inseriva facilmente
nella poetica realistica del De Sanctis maturo. Questa difficoltà di in-
serimento dipendeva, osserva ancora il Sapegno, dall’«apparente rifiu-
to della popolarità della forma» da parte del Leopardi, nonché dal suo
pessimismo e materialismo.48
Ora, per quel che riguarda il «rifiuto della popolarità della forma»,
è significativo che il De Sanctis scorga nel Leopardi quella stessa con-
traddizione tra forma antica e contenuto nuovo che aveva notato nel
classicismo settecentesco, e in particolare nell’Alfieri. «Questa forma,
entro cui apparisce un contenuto così interessante, non è ancora ugua-
le al suo contenuto, e non ha freschezza di vita comune. Sembra l’o-
belisco egiziano in piazza Montecitorio. Nessuna meraviglia dunque
che egli sia stato così poco inteso e poco apprezzato (...). Mirava a
un’Italia avvenire, come Alfieri. Ma l’avvenire non si trova quando
si smarrisce il presente».49 Ecco risorgere, anche a proposito dell’a-
47
iAl Niccolini sono dedicate le ultime due lezioni su La scuola democratica. Si noti che il De
Sanctis tiene a ribadire la superiorità del Niccolini sugli altri classicisti, e specialmente sul Gior-
dani (p. 576 dell’edizione commentata a cura di F. Catalano, Bari 1954): in tal modo la valuta-
zione negativa del Niccolini veniva a colpire, a fortiori, gli altri.
48
iN. Sapegno, De Sanctis e Leopardi, in Ritratto di Manzoni e altri saggi, Bari 1961, p. 164 sg.
49
iDe Sanctis, Studio sul Leopardi, cap. XX in fine.
Introduzione 27

mato Leopardi, quell’accusa di passatismo e avvenirismo insieme, di


scarsa aderenza alla realtà presente, che il De Sanctis muoveva a tut-
te le correnti culturali dell’Ottocento che erano rimaste estranee all’e-
sperienza romantica. È vero che secondo il De Sanctis questa scon-
cordanza tra contenuto e forma viene a comporsi in armonia in quelli
che egli chiamò i «nuovi idilli» del 1828-29, e che a lui apparivano una
specie di momento «manzoniano», realistico, «bonario» nella carrie-
ra poetica del Leopardi. Ma è anche vero che questo tentativo di recu-
perare a una poetica di realismo antieroico un poeta che ad essa total-
mente ripugnava si è ormai rivelato un tentativo fallito, assai dannoso
al posteriore sviluppo della critica leopardiana.50
E non solo la forma classicheggiante, ma anche il contenuto pessi-
mistico e antireligioso dell’opera leopardiana costituì sempre per il De
Sanctis un tormentoso problema. Nel dialogo Schopenhauer e Leopar-
di egli fece risaltare con estrema vivezza rappresentativa la parados-
sale efficacia energetica di questo pessimismo che «non crede al pro-
gresso, e te lo fa desiderare; non crede alla libertà, e te la fa amare»;
intuì anche che questo carattere non decadente e non reazionario del
pessimismo leopardiano era in qualche modo connesso con le sue ori-
gini materialistiche.51 Nella Storia della letteratura italiana assegnò al
Leopardi la funzione di distruttore delle illusioni teologico-metafisi-
che del primo Ottocento e di inauguratore del «regno del reale»: qui
il Leopardi sembrava veramente aver raggiunto la sua collocazione
nella storia del secolo xix.52 Ma anche questa immagine di un Leopardi
primo positivista e realista, che pure conteneva un elemento di verità,
dovette lasciare insoddisfatto il De Sanctis, sia perché non si accor-
dava col classicismo leopardiano (che il De Sanctis era portato sem-
pre più a giudicare negativamente, come abbiamo visto), sia perché il

50
iMeglio di tutti, mi sembra, ha colto questo limite dell’interpretazione desanctisiana Emi-
lio Bigi, ne I classici italiani nella storia della critica a cura di W. Binni, II, 2ª ed., Firenze 1961,
pp. 366 sg.* Il De Sanctis giungeva a supporre un influsso diretto del Manzoni sul Leopardi
dei «nuovi idilli»: «Giovarono forse anche i lunghi colloqui col Manzoni, che dovettero stor-
narlo da quelle forme solenni e clamorose, le quali egli aveva ereditato dall’uso de’ latini, da
Monti e da Foscolo» (Studio sul Leopardi, cap. XXXVI). Sugli equivoci a cui ha dato luogo il ter-
mine non leopardiano di «nuovi» o «grandi idilli», vedi più oltre, p. 112, n. 9.
51
iCiò è stato giustamente osservato da Sergio Landucci, Cultura e ideologia in F. De Sanctis,
Milano 1963, p. 171.
52
iSull’importanza della pagina dedicata al Leopardi nella Storia desanctisiana ha richiamato
l’attenzione il Sapegno, in Ritratto di Manzoni cit., p. 170 sg.
*iVedi ora, dello stesso Bigi, anche La genesi del «Canto notturno» cit., p. 116 sg.
28 Introduzione

pessimismo leopardiano mirava al di là delle stesse posizioni cattoli-


co-moderate, contrastava con tutto lo storicismo provvidenzialista del-
l’Ottocento. Perciò nello Studio sul Leopardi quella collocazione sto-
rica è abbandonata, e ciò non può dipendere solo dall’incompiutezza
di quest’ultima opera del De Sanctis.
Rimane comunque al De Sanctis il grande merito di aver posto il
problema, tuttora aperto, del «Leopardi progressivo».53 Bisogna anche
aggiungere che il De Sanctis, uomo immune da ogni rigida conse-
quenziarietà dottrinaria, conservò sempre in sé una vena di pessimi-
smo e un certo distacco ironico-amaro da quello storicismo che pur
professava: si pensi alla bellissima divagazione sul fumo del sigaro nel
capitolo quarto del Viaggio elettorale, o anche, nello Studio sul Leopar-
di, a certi accenni al problema del male, «problema agitato molto e
poco ancora risolto, non sapendosi spiegare l’esistenza del male nella
vita».54 Ciò gli concedeva nei riguardi del pessimismo leopardiano una
simpatia e una comprensione molto maggiore di quella che avranno
più tardi i neo-idealisti.
Quello che il Carducci, come critico della letteratura ottocentesca,
ha in meglio nei confronti del De Sanctis, deriva appunto dalla sua for-
mazione più legata al classicismo illuminista. Fu quella formazione che
gli consentì da un lato una maggiore attenzione ai problemi di tecnica
letteraria e di magistero formale con cui si erano cimentati i classicisti
del primo Ottocento, dall’altro una valutazione più positiva della com-
ponente libertaria e anticlericale del classicismo. Di questa tradizione
classico-repubblicana Bologna e la Romagna hanno continuato, si può
dire fino ai nostri giorni, ad essere le depositarie, e il Carducci se ne
nutrì e a sua volta contribuì a darle forza. Ma da questa affinità spiri-
tuale col classicismo ottocentesco il Carducci non riuscì, come è noto,
a trarre una visione organica della storia culturale italiana che potesse
stare a fronte di quella del De Sanctis: un po’ per la sua molto più debo-
le tempra di storico e di pensatore, un po’ perché l’involuzione reazio-
naria e nazionalistica della Sinistra repubblicana (di cui Carducci fu il
protagonista culturale, come Crispi fu il protagonista politico) portò
con sé anche un’involuzione del classicismo illuminista, che sempre più
divenne retorica della romanità, sciovinismo, fraseologia demagogica

53
iA questo problema è dedicato il terzo saggio del presente volume.
54
iStudio sul Leopardi, cap. XXIV (a cura di W. Binni, Bari 1953, p. 199).
Introduzione 29

al servizio di obiettivi antipopolari: divenne, insomma, una nuova for-


ma di classicismo reazionario, anche se di un genere ben diverso dal
vecchio classicismo austriacante e cruschevole.55

Nel Novecento non sono mancate, accanto a questo filone princi-


pale di classicismo sciovinista, correnti classicistiche minori, che han-
no avuto i loro riflessi anche sulla storia letteraria. Basti pensare alla
Storia della critica romantica del Borgese (la cui intenzione program-
matica è chiarita dall’autore stesso nella premessa alla seconda edizio-
ne), al leopardismo della «Ronda», ai Saggi sulla forma poetica italiana
dell’Ottocento di Cesare de Lollis. Ma questi classicismi estetizzanti e
aristocratici erano ben lontani da quell’unione di classicismo e illumi-
nismo che aveva contraddistinto gli scrittori del primo Ottocento da
noi presi in esame. Occorre tuttavia dire che mentre il de Lollis, pren-
dendo come criterio fondamentale di giudizio l’esteriore «decoro»
dello stile, finiva col salvare dalla sua ironia un po’ troppo facile, tra
tutti i romantici minori, soltanto il Tommaseo proprio per quel che ha
di più dignitosamente scolastico, il Borgese non mancò, invece, di al-
cune giuste intuizioni storico-culturali, pur tra le disuguaglianze di
quel libro giovanile.56
E ancora, non va confuso né col classicismo rondista né con quello
di de Lollis il particolare tipo di critica stilistica di Giuseppe De Ro-
bertis, estraneo, sì, a un interesse diretto per la storia delle idee e della
società, ma capace di intendere più a fondo di tutti i critici preceden-
ti, al di fuori di ogni classicismo puramente decorativo,57 l’essenzialità
del linguaggio poetico leopardiano nei suoi momenti più alti. Anche
chi (come noi in questi saggi) studi il classicismo ottocentesco da un
diverso punto di vista, non può trascurare l’insegnamento di De Ro-
bertis, che ha avuto un particolare significato in un periodo in cui tan-
ta critica leopardiana (e foscoliana) era viziata dallo psicologismo, e
in cui Croce pronunziava la sua irosa scomunica che dal Leopardi
ideologo si estendeva a quasi tutto il Leopardi poeta.

55
iSull’involuzione del classicismo carducciano vedi A. La Penna, Orazio e l’ideologia del prin-
cipato, Torino 1963, p. 242 sgg.
56
iParticolarmente felici mi sembrano le pagine sull’«Antologia» (cap. III) e sul Tommaseo
(capp. IX e XII).
57
iFu proprio De Robertis (Saggi, Firenze 1939, p. 197 sgg.) a scrivere la critica più acuta
del classicismo del de Lollis.
30 Introduzione

Nemico del romanticismo in quanto significasse squilibrio e amore


dell’irrazionale, il Croce era però altrettanto e più ostile alla filosofia
prerivoluzionaria e materialista del secolo decimottavo. Dal De Sanc-
tis egli ereditò, in un certo senso, la distinzione tra romanticismo come
fenomeno psicologico-morale e movimento spiritualistico del secolo
xix, il primo condannato come malattia della volontà (e qui all’influs-
so desanctisiano si univa quello del Carducci), il secondo magnificato
come «religione della libertà».58 Ma nel De Sanctis il giudizio positivo
sullo spiritualismo ottocentesco era basato essenzialmente sulla conti-
nuità rispetto all’illuminismo; il Croce invece esaltava lo spiritualismo
liberal-moderato in netta antitesi alla rivoluzione e alla democrazia. In
un simile quadro il classicismo illuminista dell’Ottocento difficilmen-
te poteva trovar posto. Una sola opera del Croce, mi sembra, dimostra
una maggiore comprensione di certe correnti di illuminismo ottocen-
tesco: la Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono, che è, del
resto, l’opera del Croce più ricca di senso storico concreto, più immu-
ne dai cattivi schemi della filosofia crociana. Anche qui il posto d’o-
nore è dato alla «scuola cattolico-liberale», ma il Croce sa valutare
abbastanza equamente anche un Cattaneo ** e giunge a riconoscere,
per esempio, alla linguistica cattaneiana un valore che difficilmente le
spetterebbe a norma dell’Estetica come linguistica generale.*
Molto meno ricco di curiosità culturale e di versatilità, Giovanni
Gentile aveva però, assai più di Croce, il senso dell’unità della cultu-
ra e la capacità di ricostruzione di tutto un ambiente intellettuale. Dal
giovanile Rosmini e Gioberti fino a Gino Capponi e la cultura toscana
nel secolo decimonono, la sua simpatia per i moderati cattolici è costan-
te: egli non accetta il dualismo che è alla base del cattolicesimo, ma tra
cattolicesimo e materialismo non ha esitazioni nel preferire il primo,
che ha agli occhi suoi il merito di salvare comunque il concetto di spi-
rito e che egli sente più consono alla propria mentalità paternalista e
conservatrice. Tuttavia – con un criterio valutativo opposto a quello

58
iVedi il cap. I della Storia d’Europa. Sulla distinzione tra romanticismo morale, estetico,
filosofico – in correlazione con le categorie del suo sistema – il Croce aveva già insistito in un arti-
colo su Le definizioni del romanticismo (in Problemi di estetica, 3ª ed., Bari 1940, p. 292 sgg.).
Sulla valutazione crociana del romanticismo ottime pagine ha scritto G. Petronio, Il romantici-
smo, Palermo 1960, p. 64-68.
*iSulla posizione di Croce nei confronti del Cattaneo cfr. F. Focher in «Riv. di studi cro-
ciani» V, 1968, p. 261 sgg.
Introduzione 31

del presente volume – in Rosmini e Gioberti è indicata con molta acu-


tezza l’associazione del classicismo ottocentesco col sensismo: «I clas-
sicisti furono sensisti, i romantici, in generale idealisti, o, almeno, spi-
ritualisti ... Classicismo in arte e sensismo o lockismo in filosofia pare
non si potessero scompagnare».59
Il dopoguerra ha visto, accanto a quel rinnovato fervore di studi sul
romanticismo italiano a cui abbiamo accennato all’inizio (fervore di
studi che aveva anch’esso una sua motivazione etico-politica: avver-
sione alla retorica romana del fascismo, bisogno di riannodare i rap-
porti culturali fra Italia ed Europa), anche una nuova e approfondita
valutazione del Leopardi e del Cattaneo. Sembrerebbe adesso che
anche il Giordani sia finalmente arrivato a rompere l’indifferenza e
l’incomprensione che hanno gravato su di lui per più di un secolo. Ma
l’esatta collocazione ideologica e culturale di questi scrittori è rimasta,
a mio parere, alquanto impedita dall’uso estensivo e indiscriminato
che si è fatto del termine di «romanticismo».*
Sull’opportunità di non fare del romanticismo una «categoria eter-
na», un atteggiamento dello spirito umano ricorrente nelle epoche più
diverse, e di non interpretare quindi «romanticamente» poeti antichi
o medievali, si è già molto insistito (basti ricordare la prefazione a La
carne, la morte e il diavolo di Mario Praz). Direi, anzi, che si è troppo
insistito, poiché – se è lecito azzardare un’impressione ad un incom-
petente – certe recenti interpretazioni dantesche mi sembrano pensa-
te e scritte addirittura sotto l’ossessione di non cadere in una lettura

59
iG. Gentile, Rosmini e Gioberti, 3ª ed., Firenze 1958, pp. 9, 17, e vedi tutto il cap. I della
parte I.
*iIl legame tra classicismo e illuminismo del primo Ottocento è indicato da Umberto Bosco,
Preromanticismo e romanticismo, in «Questioni e correnti di storia letteraria», Milano 1949,
ripubbl. in Realismo romantico, Caltanissetta 1959, p. 15: «Se vogliamo restare sul terreno sto-
rico, dovremo (...) vedere chi fossero propriamente i “classici” ai quali i romantici vollero oppor-
si. Essi erano, in sostanza, gli illuministi». Su un piano diverso, va anche ricordato l’appassio-
nato libro postumo di Raffaello Giolli, La disfatta dell’Ottocento, Torino 1961 (scritto attorno
al 1940-43). La polemica di Giolli contro il romanticismo italiano ed europeo (vedi specialmen-
te la parte intitolata «Romanticismo: una finzione», p. 85 sgg.) non è, né vuole essere, ispirata
ad un scrupolosa equità storiografica; nemmeno sembra accettabile l’immediata identificazione
tra avanguardia artistica e posizioni politico-sociali rivoluzionarie, che a Giolli, critico d’arte
antifascista e nemico del provincialismo culturale, apparivano due aspetti di un’unica battaglia
anticonformistica (vedi l’introduzione di Claudio Pavone, p. XXII). Eppure, l’avere indicato
in Leopardi e in Pisacane i due veri eroi dell’Ottocento italiano dimostra come la tensione poli-
tico-morale, se faceva trascurare all’autore la minuta imparzialità dei singoli giudizi, gli faceva però
vedere lucidamente i punti essenziali.
32 Introduzione

«romantica» della Divina Commedia. Ma mentre si è rigorosamente


proibito di parlare di romanticismo per atteggiamenti psicologici, cul-
turali e artistici anteriori all’Ottocento, si sono poi riunite sotto l’eti-
chetta di romanticismo tutte le correnti culturali vive della prima metà
dell’Ottocento, anche quelle dichiaratamente antiromantiche. Si è fi-
nito col fare di «romanticismo» un sinonimo di «civiltà liberale-demo-
cratica del secolo xix», o addirittura di tutto ciò che nell’arte e nella
cultura ottocentesca non è fredda accademia e imitazione inerte del
passato. Così Goethe, Foscolo, Leopardi, Heine, Cattaneo – per cita-
re soltanto alcuni nomi di avversari espliciti del romanticismo – sono
stati aggregati, loro malgrado, alla schiera romantica.60
Il culmine di questa tendenza storiografica si riscontra nel Sapegno,
il quale giunge fino a considerare come un romantico Marx.61 Ma
anche uno studioso molto più attento alle distinzioni storico-cultura-
li come Walter Binni, che è tra i pochi che abbiano compreso il valo-
re dell’illuminismo e del materialismo leopardiano, non ha mai rinun-
ciato, parlando del Leopardi, a un uso vago e sfocato del termine
«romantico» o ad espressioni-bisticcio come «romantico-illuminista»,
«classico-romantico».62 E anche Giuseppe Petronio – un critico a cui
molto devono, per quel poco che possono avere di buono, questi miei
studi ottocenteschi –, mentre ha con piena ragione polemizzato con-
tro l’equivoca categoria del «preromanticismo»,63 ha poi, nella sua
recente storia letteraria, inglobato nel romanticismo tutta la cultura
della Restaurazione, compresi Leopardi e Cattaneo.64 La distinzione

60
iGli storici della musica – cioè di un’arte in cui le posizioni ideologiche si riflettono meno
immediatamente e chiaramente che nella letteratura – mostrano tuttavia più chiarezza su que-
sto problema. Essi fanno cominciare giustamente il romanticismo tedesco da Schubert e da
Schumann, non da Beethoven; eppure, basandosi solo su certi caratteri psicologico-estetici (tita-
nismo, senso tragico della vita, reazione alla grazia e alla compostezza settecentesca, e via dicen-
do) sarebbe molto facile fare di Beethoven un romantico.
61
iN. Sapegno, Compendio di storia della letter. ital., III, Firenze 1964, p. 68 sgg. Già il Cro-
ce (Problemi di estetica cit., p. 296) aveva aggregato Marx al «romanticismo politico», in quan-
to storicista, contrapponendogli «l’ideologo e politicamente classicista Mazzini»: chiaro esem-
pio della confusione a cui porta l’identificare lo storicismo tout court col romanticismo. Fra
l’altro, il Croce dimenticava che la polemica contro la rivoluzione francese, considerata come
manifestazione di «astratto» spirito ideologico **, distruttivo e non creativo, è proprio tipica
di Mazzini, e non di Marx.
62
iCfr. per esempio La nuova poetica leopardiana, 2ª ed., Firenze 1962, pp. 7, 92, 123, 153,
n. 1, 168 e altrove; Classicismo e neoclassicismo nella letter. del Settecento, Firenze 1963, p. 413
e passim.
63
iVedi sopra, p. 4 sg.
64
iG. Petronio, L’attività letteraria in Italia, Palermo 1964, pp. 637 sgg., 698, 712.
Introduzione 33

che egli fa tra «romanticismo» e «scuola romantica» (includendo in


quest’ultima soltanto coloro che si autodefinirono romantici) è certo
metodologicamente opportuna, in quanto permette di riconoscere la
diffusione delle idee romantiche anche tra coloro che non apparten-
nero alla «scuola» in senso stretto. Abbiamo visto, del resto, che un’a-
naloga distinzione, anche se con diversa terminologia, era stata fatta
dal De Sanctis. Ma se, come fa il Petronio, si intende per romantici-
smo il «denominatore comune di tutte le manifestazioni di sentimen-
to, di cultura e di poetica che caratterizzarono il primo Ottocento»,
il complesso delle «risposte che, pur diverse, nascevano da una mede-
sima situazione storica e si sforzavano di rispondere agli stessi pro-
blemi», si finisce, mi sembra, col fare dell’età della Restaurazione un
blocco compatto, negando o almeno sottovalutando i contrasti delle
forze politico-sociali e culturali, a cui corrispondeva una diversità non
solo di «risposte», ma, a guardar bene, anche di «domande». O vor-
remo, altrimenti, definire come «socialismo» tutte le manifestazioni
politiche e culturali della nostra epoca, anche le più tipicamente rea-
zionarie o le più tipicamente neocapitalistiche, solo perché sono tutte
«risposte» alla medesima situazione politica (ma non ai medesimi inte-
ressi, non alle medesime aspirazioni pratiche e ideali)?

Se quindi, nei saggi che formano il presente volume, abbiamo riser-


vato il termine di romantici solo a coloro che si dissero esplicitamente
tali o che almeno dettero una valutazione complessivamente positiva
del romanticismo e ne furono influenzati in maniera preponderante,
e se abbiamo chiamato classicista chi al fronte classicista appartenne,
non lo abbiamo fatto per un gusto ozioso di pedanteria terminologi-
ca, ma per un’esigenza di chiarezza storico-culturale che ci è parsa
inderogabile. S’intende che, anche così circoscritte, le categorie di
classicismo e romanticismo valgono solo come prime approssimazioni.
Si tratta, per così dire, di «partiti culturali»; e se a definire la perso-
nalità e l’azione di un uomo politico non basta certo l’indicazione del
partito in cui militò, tanto meno un’indicazione del genere è suffi-
ciente per i movimenti di cultura, molto più fluidi dei partiti politici.
Ma nemmeno la storia culturale può prescindere dai raggruppamenti
di forze e dalle alleanze (più o meno durature, più o meno omogenee)
che si formano nella battaglia delle idee.
Rimane, certo, il problema degli influssi che un movimento di così
vasta portata come il romanticismo esercitò anche sui suoi avversari.
34 Introduzione

Occorrerà, io credo, distinguere, meglio di quanto non si sia fatto


finora, tre tipi di influssi. Vi sono innanzitutto elementi del cosid-
detto «preromanticismo» settecentesco, che erano già parte integran-
te della tradizione illuministica, e che i classicisti illuministi dell’Ot-
tocento ereditarono da quella tradizione, sviluppandoli in senso ben
diverso dai romantici loro contemporanei: è questo il caso degli influs-
si di Rousseau su Leopardi, o di Vico su Cattaneo, o anche degli aspet-
ti «preromantici» del purismo. Vi sono, poi, motivi appartenenti alla
medesima tradizione di pensiero, che si diffusero nell’Ottocento at-
traverso la mediazione dei primi romantici: Madame de Staël,* per
esempio, fu una grande divulgatrice di Rousseau e di Herder, e il Leo-
pardi accolse da lei (come anche da Chateaubriand) molti elementi
russoiani e herderiani, senza per questo lasciarsi attrarre dalla sostan-
za religioso-moderata del suo pensiero.65 Vi sono, infine, i veri e pro-
pri influssi romantici. Quando si abbiano presenti queste distinzioni
(anche se, come è ovvio, non sempre sarà possibile applicarle con as-
soluta esattezza), si vedrà, ad esempio, che il Leopardi, mentre non
accolse nessun motivo propriamente romantico nella sua ideologia,
subì due fugaci suggestioni del romanticismo sul piano psicologico-let-
terario: la prima nella primavera del ’19, quando compose la canzone
Nella morte di una donna fatta trucidare col suo portato dal corruttore per
mano ed arte di un chirurgo, poi rifiutata dall’autore stesso: canzone di
stile e di metrica classicheggiante (quanto allo stile poetico, del resto,
classicheggianti erano anche i romantici italiani), ma romantica per il
contenuto, derivato da un fatto lagrimevole di «cronaca nera» **; la
seconda in un momento del tormentato amore per la Targioni, quan-
do scrisse il Consalvo. Non c’è bisogno di aggiungere che questi due
momenti romantici non furono momenti poeticamente felici. All’e-
sangue classicismo del Niccolini, invece, giovò l’influsso della dram-

65
iQuanto a Chateaubriand, vedi anche p. 119 e n. 33. Quanto a Madame de Staël, cfr. Sofia
Ravasi, Leopardi et M.me de Staël, Milano 1910 (dove la distinzione che facciamo sopra nel testo
non è chiaramente avvertita); A. Frattini nel volume collettivo Leopardi e il Settecento, Firenze
1964, pp. 269 sg. (dove si osserva giustamente che «il L. si richiama più volte alla Staël proprio
per i presupposti di una filosofia sensistica e vitalistica sottesi alle sue opere»).
*iSulla Staël vedi l’ottimo paragrafo dell’art. di G. Moget, En marge du bi-centenaire ecc.,
nella «Pensée», febbraio 1967, pp. 48-53: «Le rôle de Madame de Staël». Fra i molti altri scrit-
ti pubblicati in occasione del centenario staëliano è specialmente notevole (anche per i rappoti
con Rousseau) quello di Roland Mortier, Philosophie et religion dans la pensée de M.me de Staël,
in «Riv. di letterature moderne e comparate» XX, 1967, p. 165 sgg.
Introduzione 35

maturgia romantica, e in particolare dell’Adelchi, da cui nacque l’Ar-


naldo da Brescia.
Se, invece, si qualifica genericamente come romantico il pessimi-
smo del Leopardi, si finisce col disconoscere la base materialistico-
edonistica da cui esso si sviluppa, o col considerarla un residuo di
astratta ideologia settecentesca, o magari col valutarla positivamente,
sì, ma più per il suo valore di eroico anticonformismo che per la sua
obiettiva verità. Se si considera romantico l’interesse del Cattaneo per
l’etnografia e la linguistica, si rischia di fraintendere il carattere spe-
cifico della sua etnografia e della sua linguistica, che si svolgono tutte
in polemica coi romantici europei. Di qui la necessità di mantenere
certe distinzioni che aiutino a ricostruire, in tutta la sua complessità,
la storia culturale del nostro Ottocento.
I.
Le idee di Pietro Giordani* **

Testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe,


testo epigrafe, testo epigrafe.
Nome Cognome

1. Il libro su Pietro Giordani sino ai quarant’anni,1 terminato da Gio-


vanni Ferretti poco prima di morire, rimane una delle opere più vali-
de e più caratteristiche di questo studioso, che impersonava un tipo
raro di erudito con schiette doti di narratore e simpatia umana per i
propri personaggi. Egli stesso definì benissimo nella prefazione il
carattere di quest’ultimo suo libro e un po’ di tutta la sua produzio-
ne, dicendo che il suo proposito era stato di narrare la giovinezza del
Giordani «con una simpatia che voleva conseguir come risultato la
comprensione senza però giungere all’apologia, con una linearità che
rischiava di farmi cader nella cronaca ma che non voleva esser mai
pura cronaca».
Questo difficile equilibrio il Ferretti seppe mantenerlo di fronte al
Giordani assai meglio che di fronte al Leopardi, del quale anche ave-
va, parecchi anni prima, scritto una biografia. Anche al Leopardi egli
si era accostato con amore e con «comprensione», oltre che con otti-
ma preparazione documentaria; ma con un amore e una comprensio-
ne troppo meramente psicologici, che, mentre miravano a seguire in
tutte le sue oscillazioni e contraddizioni contingenti il «cuore» del
Leopardi, si lasciavano sfuggire la profonda coerenza e l’altezza eroica
della sua personalità. Troppo spesso, in quella biografia, il Leopardi è
chiamato il «povero» Leopardi, un epiteto che, a chi del Leopardi non
soltanto poeta ma uomo abbia inteso davvero la grandezza, non può
non destare somma irritazione. Troppo spesso la «comprensione» del
1
iEdizioni di storia e letteratura, Roma 1952.
*iVedi la prefazione {alla} seconda edizione, p. LXXXI.
38 I. Le idee di Pietro Giordani

biografo si fa bonaria e indulgente là dove di nessuna indulgenza c’è


bisogno. E soprattutto, gli sforzi del Ferretti, come di molti altri leo-
pardisti, sono rivolti a smorzare i contrasti tra il Leopardi e l’ambien-
te che lo circondò e lo oppresse, a mostrare che si trattò soltanto di
malintesi, a riconciliarlo col padre e con la madre, col Capponi e col
Tommaseo, con Recanati, con la natura e con Dio: mentre un vero
conoscitore del Leopardi deve ben intendere la necessità e l’irriduci-
bilità di quei contrasti **.
Molto meglio, invece, si prestava a un simile tipo di biografia il
Giordani. Nel Giordani l’uomo fu più ricco dello scrittore, e parec-
chi dei suoi scritti, per ridestare interesse, devono essere ricondotti
alle loro scaturigini biografiche. Le qualità di narratore e d’indagato-
re psicologico del Ferretti trovano quindi il terreno migliore per mani-
festarsi; e anche quel tono di affettuoso moralismo che, come ho det-
to, irrita quando si tratta del Leopardi, non è del tutto fuor di luogo
col Giordani. Nelle polemiche, nelle inimicizie, nelle altrettanto furio-
se amicizie del Giordani – specialmente nel primo periodo della sua
vita, a cui il Ferretti si limita – ebbe effettivamente larga parte, accan-
to ai motivi ideali, il difficile carattere dell’uomo, sebbene sulla sua
nevrastenia e ombrosità si sia molto esagerato. Il racconto del Ferret-
ti s’interrompe al punto in cui il Giordani, raggiunta l’indipendenza
economica, poté darsi tutto alla sua attività di studioso e di animato-
re d’iniziative culturali. Ma le ultime pagine, le più belle di tutto il
libro, danno un orientamento anche per capire l’ulteriore svolgimen-
to della sua personalità, e mettono in luce le qualità più belle del Gior-
dani maturo: il senso profondo dell’amicizia, la dedizione ai giovani,
la severa e serena valutazione di sé.
Naturalmente, come tutti i libri vivi, anche questo del Ferretti su-
scita nel lettore il desiderio di andare oltre, non solo cronologicamen-
te (cioè di seguire il Giordani dopo i quarant’anni), ma anche nel senso
di un maggiore approfondimento. Che cosa ha significato il Giordani
nella vita culturale dell’Italia del primo Ottocento? La biografia del
Giordani non va certo perduta di vista; ma si sente il bisogno di una
biografia un po’ meno aneddotica e psicologistica, che metta l’accen-
to sulle i d e e e non solamente sul c a r a t t e r e : poiché il Giordani fu
qualcosa di più che un carattere interessante.
Da questo punto di vista, anche gli altri studi d’insieme sul Giorda-
ni, o i capitoli a lui dedicati nelle storie letterarie, non dicono molto.
I. Le idee di Pietro Giordani 39

Essi insistono quasi esclusivamente sui suoi precetti in fatto di lingua


e di stile, sul suo classicismo e purismo, sull’artificiosità della sua pro-
sa. Aggiungono, ad attenuare un giudizio troppo severo, che il purismo
del Giordani non era così pedantesco come quello del padre Cesari.
Ricordano infine, come principale benemerenza, la sua ammirazione
per il Leopardi e (felice contraddizione al suo classicismo) per i Pro-
messi Sposi.
Certamente furono le sue qualità retoriche quelle che più gli dette-
ro fama tra i contemporanei e che più glie l’hanno diminuita tra i
posteri. A imporlo per la prima volta all’attenzione del mondo lette-
rario cisalpino – lui che fin allora aveva trascorso un’oscura e incerta
vita di impiegato – fu il Panegirico a Napoleone, un’insopportabile de-
clamazione nello stile di Plinio e dei tardi panegiristi latini.2 A quello
seguirono, come è noto, molti altri panegirici, necrologi, elogi di arti-
sti e di opere d’arte. Questa produzione retorica era ammirata anche da
chi lo avversava per le sue idee politiche e religiose: lo zio del Leopar-
di, il reazionario Carlo Antici, andava in estasi davanti al Panegirico a
Napoleone e metteva il liberale ed ateo Giordani «fra i primi classici
d’Italia».3 Oggi per noi quegli scritti non presentano alcun interesse,
e non possiamo non dar ragione a Stendhal, che in Rome Naples et Flo-
rence4 citava con ironia alcuni dei più macchinosi e vuoti periodi del
Panegirico e considerava l’ammirazione degli italiani per questa prosa
come una manifestazione della loro provincialità culturale.
Gli scritti su opere d’arte, a parte la smisurata infatuazione per il
«divino» Canova – condivisa tuttavia da tutta quell’epoca, anche dal
Foscolo, dal Cattaneo, dagli stessi romantici –,5 sono produzioni qua-
si esclusivamente oratorie: descrizioni in cui il descrittore gareggia con
l’artista figurativo, come nelle ekphraseis della tarda antichità. Anch’es-
2
iScrive Francesco Flora (Storia della letteratura italiana, 7ª ed., vol. IV, Milano 1953, p. 127)
a proposito di quest’opera: «... ove la parola panegirico, che i moderni usarono per le lodi dei san-
ti, ha già in quella unzione di origine ecclasiastica un suo odore d’incenso rappreso». No: il Gior-
dani voleva riconnettersi alla tradizione del Panegirico di Traiano di Plinio il giovane e dei pane-
girici dei tardi imperatori romani composti dai retori della Gallia. Li rilesse apposta mentre
rielaborava il suo panegirico per la stampa, ma li conosceva già prima: cfr. XIV, 276, 279, 296.
3
iEpistolario del Leopardi, ed. Moroncini, II, p. 116.
4
iCito dall’edizione di Parigi, Calmann-Lévy, 1927, p. 183 sg.
5
iÈ noto che Ermes Visconti, in quelle Idee elementari sulla poesia romantica che costituiro-
no il breviario del romanticismo lombardo, ammetteva il classicismo e i soggetti mitologici nel-
le arti figurative, e citava con onore, a questo proposito, il Canova (cfr. «Il Conciliatore», ed.
Branca, I, p. 438). Quanto a Cattaneo, cfr. SL, I, p. 7.
40 I. Le idee di Pietro Giordani

se non si possono leggere senza tedio,6 pur riconoscendo che il Gior-


dani aveva in questo campo una buona preparazione erudita, di cui si
giovò il suo amico Leopoldo Cicognara per la Storia della scultura.
Non meno superate sono, e in gran parte erano già allora, certe idee
su lingua e letteratura, sulle quali, appunto perché costituiscono l’a-
spetto più noto e insieme più caduco del Giordani, non voglio soffer-
marmi: l’ammirazione per i «tre grandi gesuiti» del Seicento, Segneri
Bartoli e Pallavicino **; la persuasione che la lingua italiana si tro-
vasse già tutta nei trecentisti; l’ostilità per la lingua «infranciosata»
(cioè moderna) e per le tendenze antiretoriche del Settecento. Di Vin-
cenzo Cuoco, che aveva negato l’esistenza di un’«arte di scrivere» in
senso retorico, pronunciò un aspro giudizio: «Ma dovette credersi più
savio ed esperto di Cicerone quel Vincenzo Cuoco che scrisse non dar-
si arte di scrivere: e quello che in poche parole affermò, ben con troppe
carte, quanto a sé, confermò».7 In Giordano Bruno, in Campanella,
in Vico vedeva esempi di barbarie stilistica e di incapacità ad espri-
mere le verità che forse avevano confusamente intravisto. Rispettava
i primi due come vittime dell’oscurantismo clericale, ma il loro sacri-
ficio, a differenza di quello di Galileo, gli appariva sterile: «Di tante
vostre fatiche niun pro a voi, niun profitto a tempi venturi. Appena
gli eruditissimi sanno il numero e il nome de’ vostri libri molti: sareb-
be spenta la vostra fama, se lo sdegno giusto de’ buoni non avesse con-
servata ad infamia la memoria de’ vostri crudeli persecutori»:8 giudi-
zio questo che, per quanto riguarda Giordano Bruno, fu riecheggiato
dal Carducci,9 e che è caratteristico dell’incomprensione dell’Italia let-
teraria centro-settentrionale nei riguardi dell’Italia filosofica meridio-
nale. Né si può negare che a tale incomprensione abbia contribuito il
carattere oracolare e misteriosofico di tutta una tradizione di pensie-
ro meridionale, che dal Bruno giunge al Vico e ancora ai vichiani pita-
goreggianti del primo Ottocento.

6
iFanno eccezione quei casi in cui la descrizione dell’opera d’arte è occasione per qualche
excursus di polemica politica o culturale: vedi qui sotto, pp. 62 n. 64, 106. Una scelta di Scritti
d’arte del Giordani con un utile commento fu pubblicata da P. Papa, «La voce», Firenze 1924.
7
iVIII, 187 sg. Il Giordani forse pensava a certe sciatterie stilitiche del Cuoco, come: «Qual
altra può, a l p a r i d e l l a n o s t r a , presentare un numero m a g g i o r e o a n c h e e g u a l e di
persone che solo amavano l’ordine e la patria?» (Saggio storico sulla rivol. napoletana, § xvii, nel-
le due edizioni del 1801 e del 1806).
8
iXIII, 97; sul Vico, XI, 170.
9
iConfessioni e battaglie, serie II (in Opere, ed. nazionale, XXV, pp. 234 sg., 291 sg.).
I. Le idee di Pietro Giordani 41

2. Ma in contrasto con questi pregiudizi retorici fervevano nella sua


mente idee nuove, di riforma culturale, che lo pongono su un piano
ben diverso dagli altri puristi. Innanzitutto, questo letterato non ave-
va alcun esclusivismo letterario: sapeva anzi che il male della cultura
italiana era la troppa e sola letteratura, triste conseguenza dell’educa-
zione controriformistica, e che occorreva educare la nuova generazio-
ne alla storia politica e culturale, all’economia, alla matematica, alle
scienze naturali, alla tecnica. In questo senso avrebbe voluto orienta-
ta la scuola italiana, come vedremo; ed egli stesso ricordava che la sua
prima vocazione era stata di studiare matematica, e già avanti negli
anni cercava di migliorare la sua cultura scientifica.10 Soprattutto
deplorava che il tempo che si sarebbe potuto impiegare in tali studi,
col risultato d’innalzare il tono culturale di tutta la nazione, fosse
sprecato nella vana ambizione di scriver poesie, cioè in un’attività che
dovrebbe essere riservata ai pochissimi che ne hanno vocazione; e in
ciò consentiva pienamente, lui antiromantico, con Madame de Staël,
perché su questo punto la Staël e i romantici lombardi non facevano
che proseguire una battaglia illuministica, divenuta tanto più neces-
saria nell’atmosfera stagnante della Restaurazione:
Infelicissima fecondità che questi cantori ci nascano come le rane! ... In Italia la
metà almeno di quelli che sanno leggere, presumono di far versi. Non sapranno altro
al mondo; ma si credono poeti. E questa vana e matta credenza è gran cagione che
in tutta la vita non imparino mai cosa buona. Ogni città, ogni borgo, ogni terric-
ciuola d’Italia tiene accademie: per far che? Per esercitarsi nella lettura e nell’in-
tendimento de’ classici? Per studiare la storia naturale o la civile del proprio paese?
Per trovar modi a migliorarne l’agricoltura o le arti? Per fare esperienze di fisica o
di chimica? ... No no, queste sarebbero miserie, non degne a begli spiriti. Per reci-
tare sonetti, odi, madrigali, elegie. Ma soprattutto sonetti: questi sono il pane coti-
diano, e la delizia degl’intelletti. Ma, per tutti gli dei, che farà mai al mondo un
popolo di sonettanti? oh liberiamoci una volta da questa follia. Se tra noi è alcuno
che la natura propriamente abbia destinato poeta ... non si ribelli alla natura: faccia
sé immortale, e gloriosa la sua nazione. Ma quei cinquecento o seicentomila facito-
ri di righe rimate o non rimate, si traggano d’inganno; siano capaci che un mezzo
milione di poeti nol può la natura produrre, nol può patire la nazione: cessino di per-
dere il tempo, d’essere noiosi e ridicoli; occupino l’ingegno in cose utili: studino
e imparino ciò che alla patria giovi sapersi; ci lascino riposare da tanto fastidioso e
vergognoso frastuono.11

10
iXIII, 334 e 338.
11
iIX, 343 sg.; cfr., tra i moltissimi altri passi che si potrebbero citare, XI, 107; Lett., II, 177 sg.
42 I. Le idee di Pietro Giordani

Ai tanti giovani che gli mandavano le loro produzioni poetiche e gli


chiedevano giudizi (queste noie gli procurava la fama, da lui non cer-
cata, di giudice infallibile) cercava di consigliare – con dolcezza, per-
ché sapeva di ferire il loro amor proprio – studi più modesti e più con-
creti.12 Anche al Leopardi, in una delle prime lettere, consigliò di
tentar la poesia più tardi, e intanto leggere e comporre in prosa: la let-
tura dell’Appressamento della morte (una cantica ancora così piena di
rimasticature scolastiche) gli aveva fatto temere che anche quel pro-
digioso ingegno si perdesse nell’accademismo versificatorio. Ma quan-
do capì, dalla lettera di risposta del Leopardi, che la vocazione poeti-
ca era in lui profonda e irresistibile, subito cedette;13 e tanti anni più
tardi, rievocando quel suo consiglio non seguìto, osservava: «ed era
mio il torto; poiché non comportava la natura che patisse le ordinarie
leggi un tanto straordinario e trascendente capo. Né però un esempio
singolare (o certamente rarissimo) sarà senza danno di molti che voles-
sero temerarii imitarlo».14
Questa condanna della letteratura oziosa ritorna ad ogni passo nei
suoi scritti, non solo come argomento di polemica attuale, ma anche
come base di giudizi storici. Dopo aver consigliato a un giovane vaste
letture di classici greci, soggiungeva con una brusca impennata: «Da
quel seccatore d’Isocrate, comunque tanto lodato, ti dispenso».15 Fron-
tone, il principe dei puristi latini, tanto esaltato dal suo scopritore
Angelo Mai e dal Leopardi giovinetto, ricevé dal Giordani un giudizio
duro e sostanzialmente esatto: «meschino retore».16 Anche di Cicero-
ne, a cui pressoché tutta l’Italia letteraria del primo Ottocento si in-
chinava, il Giordani vide con acutezza i limiti, costituiti proprio dalle
sue eccessive preoccupazioni retoriche: «Cicerone scrittore è un dio:
Cicerone autore è un bell’uomo; non più. Anzi egli a guardarlo den-
tro mi s’infemminisce ... Egli è sempre in mezzo a un mondo di bel-
lezze, di grazie, create da lui. Ma tre righe d’Aristotile, sei righe di
Tucidide, dirò più, un paragrafo d’Hobbes, una pagina di Rousseau

12
iVedi specialmente Lett., I, 58 (a Giuseppe Ligi).
13
iLeopardi, Epistolario, ed. Moroncini, I, pp. 73 sg., 84-86, 93.
14
iXI, 155; cfr. XI, 120.
15
iXI, 19. Un giudizio più favorevole sullo stile di Isocrate dava il Leopardi, Zib., 848 sg. e
altrove.
16
iXI, 239 **: il passo appartiene, si noti, a una difesa di Lucano contro le obiezioni pedan-
tesche di Frontone. Cfr. qui sotto p. 121 sg. e n. 39, e l’introduzione, p. 10.
I. Le idee di Pietro Giordani 43

contengono più sostanza nutritiva, che un volume fioritissimo di que-


sto amabilissimo Cicerone. Egli in filosofia e in politica prende qua e
là de’ concetti; non ha un sistema suo; non è fermo in nessuna massi-
ma: la migliore è per lui quella che nella data occasione può far miglior
vista col mezzo dell’eloquenza».17
In un abbozzo di dissertazione Degli studi degl’italiani nel secolo
xviii rivendicava al Seicento, contro le accuse del secolo seguente, il
merito di aver creato la prosa scientifica italiana, e osservava: «Gli
scrittori meno purgati nel 600 (anche tra i buoni) furono appunto
quelli che trattarono per professione le lettere. Meglio scrissero gli
autori di scienze». E dopo avere esaltato la prosa di Galileo, aggiun-
geva in polemica con l’Alfieri: «– Ma i Poeti delirarono! – Oh che rile-
va? E qual parte sono di un popolo i Poeti? E quando Alfieri disse “il
seicento sproposita”, mostra ch’egli avesse veduto solamente i poeti,
non i filosofi naturali, e i civili che sono gli storici» (VIII, 186). Qui,
in contrasto con altri passi dello stesso Giordani, il Seicento non è il
secolo dei «tre grandi gesuiti» ** da lui ammirati per le sole qualità
stilistiche,18 ma il secolo della storiografia e della scienza, il secolo di
Sarpi e di Galileo.

La stessa esigenza di lottare contro la scioperataggine letteraria e


la provincialità culturale italiana era alla base delle sue polemiche con-
tro i poeti estemporanei e contro la poesia dialettale. Contro i primi,
– che in quell’epoca suscitavano grandi entusiasmi, anche fra lettera-
ti seri come Giulio Perticari – egli scrisse nella «Biblioteca Italiana»
un articolo stringente e pieno di fine ironia, che suscitò feroci prote-
ste e offrì all’austriacante direttore della rivista, Giuseppe Acerbi,
l’atteso pretesto per estrometterlo dalla redazione. ** Notevole è spe-
cialmente la chiusa dell’articolo: a chi domandava se le qualità degli

17
iLettera al Montani, pubblicata da A. D’Ancona nella «Nuova Antologia», 16 marzo 1905,
e in Memorie e documenti di storia italiana, Firenze 1914, pp. 478 sgg. L’importanza di questa
lettera è stata messa in risalto da Piero Treves («Rendic. Istit. Lombardo» XCII, 1958, p. 414
sgg.), che l’ha ripubblicata in forma più corretta e con commento nel volume Lo studio dell’an-
tichità classica nell’Ottocento, Milano-Napoli 1962, p. 435 sgg.
18
iFino a che punto l’ammirazione del Giordani per il Pallavicino possa essere derivata anche
dalla tendenza eudemonistica e antiascetica della sua morale (cfr. E. Garin, La filosofia, nella
«Storia dei generi letterari», Vallardi, Milano 1947, II, p. 235 sg.), è difficile precisare **. Vedi
ad ogni modo più oltre, pp. 97-98 n. 1.
44 I. Le idee di Pietro Giordani

improvvisatori non si potessero in qualche modo utilizzare per uno


scopo serio, il Giordani rispondeva: «Voglion pane dai versi? Non
diremo che fu negato al Tasso: che fu misero al Parini: concederemo
che vivano di poesie; ma per dio non delle loro. Divengano simili agli
antichi Rapsòdi, o ad alquanti dei Trovatori della mezzana età. Impa-
rino a mente del Dante, dell’Ariosto, del Tasso, del Metastasio ... In
tutta Italia il popolo appena legge di buone poesie; le intenda recita-
re da loro, e divenga conoscente e familiare de’ suoi veri e grandi poe-
ti».19 Così dei virtuosi vanesii avrebbero potuto diventare diffusori
di poesia e cultura popolare.
Ancor più importante è la sua presa di posizione, di poco anterio-
re, contro la poesia dialettale,20 che gli tirò addosso le ire di quasi tut-
ti i milanesi, attaccatissimi al loro meneghinismo. Nella narrazione
che di questa polemica fa il Ferretti (p. 166 sg.) si nota, forse più che
altrove, la tendenza a presentare le idee del Giordani come una mani-
festazione del suo «caratteraccio», da guardare con la solita affettuo-
sa indulgenza. Dopo aver ricordato i famosi sonetti satirici scritti con-
tro di lui, in difesa della poesia in dialetto, da Carlo Porta, il Ferretti
conclude: «Se una risposta da parte del Giordani mancò addirittura,
fu perché il poveretto si sentì colpito nel vivo». In realtà la posizione
del Giordani era molto seria, ed egli non rispose non certo per man-
canza d’argomenti, ma probabilmente perché gli mancò la solidarietà
dell’Acerbi, desideroso di non alienarsi i letterati milanesi e preoccu-
pato del significato nazionale che era implicito nella polemica contro
il dialetto. Certo, un Carlo Porta aveva tutto il diritto di esprimersi in
milanese, cioè nell’unica forma adeguata al suo mondo poetico. Ma il
Giordani non voleva enunciare una l e g g e e s t e t i c a («la poesia dia-
lettale non può mai essere vera poesia»), ma assumere un atteggia-
mento politico-culturale, valevole per l’Italia di quel tempo: la poesia
dialettale – come fenomeno culturale d’insieme, prescindendo dal-
l’apparizione di singoli artisti – non va incoraggiata perché è manife-
stazione di chiusura provinciale, di regionalismo angusto, e, invece di

19
iX, 112. Cfr. IV, 8 (a Gaetano Dodici): «Vedi dunque che gl’improvvisatori fan bene,
quando sono rapsodi. Ma cose tutte loro, tutte improvvise e buone, non credo che la natura le
comporti». E molto più tardi, al Vieusseux (lettera pubbl. in «Rassegna storica del Risorgi-
mento», 1928, p. 276): «L’improvvisare è una gran bricconata».
20
iIX, 370 sgg. (è una recensione alle Poesie dialettali del Balestrieri, pubblicata nella «Biblio-
teca Italiana»).
I. Le idee di Pietro Giordani 45

esercitare una funzione p o p o l a r e in senso progressivo, tende a


confinare il popolo in un piano di cultura inferiore. «Il popolo in Italia
purtroppo manca di tempo e di comodità, manca di abilità e fino di
curiosità per leggere: ma quel pochissimo che ei legge, o ascolta legger-
si, dovrà anch’egli servire a perpetuarlo nella sua grossezza?». E il carat-
tere burlesco e macchiettistico della maggior parte della poesia in dia-
letto gli pareva quasi un oppio dato al popolo per lasciarlo nella miseria
e nell’ignoranza: «** Pogn[i]amo ** che il ridere faccia per un momen-
to dimenticare alla plebe le sue miserie: ma i buoni insegnamenti le gio-
verebbero a saperne gran parte rimediare, gran parte prevenire». Que-
sta fiducia nei «buoni insegnamenti» oggi a noi sa troppo di università
popolare, ma il carattere sostanzialmente reazionario della poesia dia-
lettale era visto giustamente; e io credo che anche nell’odierna esigen-
za di un «folclore progressivo» ci siano molti equivoci, e che l’unico
modo di rendere veramente progressivo il folclore sia di aiutarlo a mori-
re,21 trasferendo le sue esigenze sul piano della cultura più avanzata.

21
iCosì scrivevo nel 1953, riferendomi a prese di posizione «filopopulistiche» frequenti, allo-
ra, nella cultura italiana di sinistra. Negli anni successivi, la polemica sull’uso del dialetto nella
letteratura e nel cinema si è molto sviluppata e ha messo in chiaro il carattere in prevalenza rea-
zionario che oggi ha questo populismo artistico. Non in modo identico, naturalmente, si pone-
va la questione nel primo Ottocento **: il ricorso al dialetto poteva apparire allora come l’u-
nica via d’uscita per non rimanere imprigionati in una tradizione di linguaggio aulico e
magniloquente. E tuttavia la posizione illuministica e antimunicipalistica del Giordani conti-
nua a sembrarmi, anche in rapporto alla situazione di allora, più giusta e feconda di quella dei
suoi avversari. Anche l’analogia che il Giordani stabiliva (IX, 374) fra l’unificazione linguistica
dell’Italia e l’unità «di leggi, di pesi, di misure, di moneta ... che sarebbe tanto comoda, e cui sí
facilmente potrebbe darci il consenso de’ principi i quali dividono l’Italia» ** non era un sem-
plice paragone retorico, ma un’intelligente e coraggiosa affermazione del significato politico del-
la questione della lingua. La tesi del Giordani era stata valutata positivamente, già prima di me,
da M. Sansone nel volume di vari autori Letterature comparate, Milano 1948, p. 313 sg. I limiti
del dialettalismo del Porta sono stati messi in luce, meglio che da ogni altro, dal Caretti nell’in-
troduzione alle Opere del Manzoni, Milano 1962, p. XXVI. Più favorevole ai romantici difen-
sori dei dialetti, e specialmente al Borsieri, è il Fubini, Romanticismo italiano, 2ª ed. cit., pp.
25-28. La validità della polemica del Porta contro il Giordani è sostenuta, in amichevole discus-
sione con me, da G. Barbarisi nella ricca e acuta introduzione al Porta, Le poesie, Milano 1964,
I, p. XI sg. A me sembra che il sistema seguito dal Porta, il commentare in ciascuno dei suoi
sonetti una frase isolata dell’articolo del Giordani, mentre giova ad ottenere felici effetti burle-
schi mediante la contrapposizione tra l’aulico stile giordaniano e il colorito commento dialetta-
le, sia però anche un modo di eludere una discussione impegnativa. Fra l’altro, nell’ottavo sonet-
to, il Porta giuoca su uno strano significato che il Giordani avrebbe attribuito al verbo
«poggiare»; ma nell’articolo della «Biblioteca Italiana» (I, 1816, p. 175), «Pogiamo» (sic) non
era che un errore di stampa per «Pogn[i]amo» **, cioè supponiamo, ammettiamo (vedi il pas-
so cit. sopra nel testo; la lezione giusta è nell’ed. [Le Monnier del 1846, I, 305] **): in questo
46 I. Le idee di Pietro Giordani

Ma l’ostilità programmatica alla letteratura dialettale non esclude-


va, per il Giordani, l’interesse filologico e storico per i dialetti. Se
quindi molti anni più tardi, nel 1839, egli scriveva a Giuseppe Rober-
ti: «È vero che alcuni cronisti del Muratori scrissero in dialetto; ma
non pertanto è buono e utile leggerli; e d è b e n e a n c h e c o n o -
s c e r e i d i a l e t t i », non si dovrà vedere in questa dichiarazione una
palinodía, ma piuttosto una precisazione del suo pensiero, che rischia-
va di essere frainteso da un seguace troppo zelante.22
L’aberrazione uguale e contraria, se così si può dire, alla letteratu-
ra in dialetto è la letteratura in latino: là un eccesso di immediatezza,
qui un eccesso di aulicità, ma in fondo la stessa arretratezza provin-
ciale, lo stesso mettersi al margine della cultura viva e servirsi di stru-
menti inadeguati a esprimere il pensiero moderno. A quel tempo, i
facitori di versi e di prosa latina imperversavano in Italia; continua-
rono a imperversare anche più tardi, col Vallauri e col Vitrioli, e sono
vane le speranze che cessi del tutto questo spreco di carta. Tuttora i
concorsi per l’insegnamento nelle scuole medie – che dovrebbero esse-
re prove d’idoneità culturale, non di perizia pseudoartistica – si basa-
no su una composizione in latino, e se qualcuno propone di sostituirla
con qualcosa di più serio, subito si levano illustri studiosi a proclamare
il grande valore «formativo» di un simile esercizio.
Se ad avversare l’uso del dialetto il Giordani era spinto anche dal pro-
prio classicismo, il medesimo classicismo lo avrebbe invece potuto por-
tare a favorire lo scrivere in latino. Ma anche su questo punto egli era
un uomo moderno: contrario, quindi, non solo allo scrivere in latino, ma
anche a quell’altro esercizio (entro certi limiti utile, ma da molti ridico-
lamente sopravvalutato) del tradurre dall’italiano in latino. «Reputo

senso va corretta la nota di Carla Guarisco nell’ed. cit. del Porta, I, p. 368.* [Lezione ancor
più giusta, come mi fa osservare G. Forlini, è «pogniamo» nell’ed. Le Monnier del 1846 (I, p.
305), seguìta dal Giordani stesso («pogniamo» è anche in un altro passo dell’ed. Gussalli: XI,
101, riga 14)].
22
iLett., II, 136 e, già con maggiori riserve, VI, 396. Il «troppo zelo» del Roberti (un giovane
abate veneto, pieno di ardenti e ingenui propositi di riforma etico-religiosa, caldissimo ammirato-
re del Giordani) risulta da un po’ tutte le lettere del Giordani a lui dirette: cfr. per esempio VI,
379, 380 sg., 387. [Cfr., specialmente per la sua azione e le sue traversìe in anni posteriori, G. A.
Cisotto, L’abate Giuseppe Roberti ecc., in «Rassegna stor. del Risorgim.» 61 (1974), 266 sgg.]. **
*iNello stesso senso va corretta la nota di Dante Isella a Carlo Porta, Le poesie, Milano-
Napoli 1959, p. 299 (al v. 1 del sonetto 688). La forma pogn[i]amo ** si trova nel Giordani
anche altrove, per esempio in IX, 111 n. 1. Sulle discussioni tra il Giordani e i fautori della let-
teratura dialettale vedi anche qui sopra, prefazione alla seconda edizione, p. XCIV sg. **
I. Le idee di Pietro Giordani 47

stoltissima e dannosissima (e in molti maligna) pedanteria il far com-


porre o tradurre in latino; che è proprio un rovesciamento di cervello.
E per Iddio tutti questi compositori e traduttori in latino son quelli che
meno intendono il valor vero dei classici latini ... L’importante è l’in-
tenderli bene, i classici: e questo è oggi rarissimo, e soprattutto raro nei
maestri». Così scriveva nel ’41 a uno scolopio d’Urbino, Alessandro
Checcucci, che gli aveva chiesto consigli sull’insegnamento; e già molti
anni prima, a proposito dell’uso di pronunziare discorsi in latino: «Oh
legislatori, i quali non intendevano che voler parlare familiarmente una
lingua morta non è meno stolto che voler parlare ai morti!»23
Anche qui, come già abbiamo notato per la poesia dialettale, poco
varrebbe obbiettare che al principio del nostro secolo l’Italia ha avu-
to, dopo tanti versificatori latini di nessun valore, un poeta latino
vero, Giovanni Pascoli. Era una direttiva didattica e culturale che il
Giordani voleva stabilire, contro l’umanesimo deteriore della scuola
gesuitica. Ed era, ed è tuttora verissima quell’osservazione che i vir-
tuosi dello scriver latino sono quelli che meno capiscono i classici lati-
ni, appunto perché cercano in essi soltanto dei loci communes da imi-
tare. «In Italia, crediatemi, con tanto nuvolo di Preti (tutti gran
maestri come si vede di latinità) quasi niuno intende latino o sa che
farne».24 Nelle scuole dei gesuiti c’era anche chi, non contento delle
solite composizioni in latino, escogitava particolari raffinatezze: «Qui
(a Piacenza) obligano i poveri ragazzi alla mostruosa bestialità di tra-
durre le odi di Orazio in esametri latini e Virgilio in elegiaci».25 Que-
sta tradizione «umanistica» era così forte in Italia che perdurò, sia
pure un po’ attenuata, nella scuola statale organizzata dopo il ’60: qui
l’insegnamento del greco, fin allora pressoché inesistente, fu istituito
su basi scientifiche, sul modello della scuola tedesca, mentre per il lati-
no non si osò romperla nettamente col passato; e questa, come più vol-
te ha notato Giorgio Pasquali **, è stata la ragione principale del più
basso livello della filologia latina in Italia rispetto alla greca, fino a
pochi decenni fa.

23
iIX, 383, Lett., II, pp. 152 sg.
24
iVI, 21 (a Pietro Brighenti); cfr. XIII, 148 e altrove.
25
iAlcune lettere inedite di P. G., Genova 1852, p. 179 (a G. F. Baruffi, 8 luglio 1839). Nel-
la sua risposta il Baruffi lo informava che tali esercizi si facevano anche nelle scuole gesuitiche
del Piemonte (lettera del 15 luglio 1839: Firenze, Biblioteca Laurenziana, Carte Giordani,
XXII, 10).
48 I. Le idee di Pietro Giordani

Il Giordani, del resto, era convinto che il latino si dovesse studia-


re in un secondo tempo, e solo da quelli che sentissero particolare atti-
tudine agli studi classici; ma per i ragazzi di quella che oggi chiamia-
mo scuola media inferiore gli pareva un inutile tormento, e proprio a
questo voler insegnare il latino troppo presto (oltre che con metodi
arretrati) attribuiva i cattivi risultati di questi studi. «Per leggere que-
sto poeta (Lucano) bisognerebbe intendere molto più che mediocre-
mente il latino: e questo è oggi di pochissimi: ed è e sarà sempre così
e peggio, perocché si ostinano di volerlo insegnare quelli che nol san-
no a quelli che nol possono imparare» (XI, 238). Parole simili a que-
ste aveva già scritto nel ’26, in un articolo destinato all’«Antologia»
del Vieusseux; e la mite censura granducale le aveva soppresse, e la
soppressione era stata ribadita dal ministro dell’interno! «Anche i
pedanti e la grammatica – commentava in una lettera a Pietro Bri-
ghenti – sono inviolabili, e protetti dalla Santa Alleanza».26
Ma la prima enunciazione di queste idee risale, anche stavolta, a un
articolo nella «Biblioteca Italiana» del ’16.27 Lì rievocava, in un bra-
no pieno di forza polemica, la propria esperienza di ragazzo: «Avendo
passato non pochi anni miseramente in quelle tristissime carceri, dove
si fa ogni pruova di impedire alle primizie del genere umano il diven-
tare mai uomini, uscii dalle barbare mani dei pedanti, sapendo di lati-
no appunto quanto essi. Dopo avere studiato e matematica e fisica, e
letto assai delle moderne istorie, fui curioso di conoscere gli antichi,
volli intendere i latini; gli studiai, non più spinto da sferza, ma da
interno affetto; e mi divennero i più cari amici e consigli».
Prima del latino, pensava che si dovesse studiare l’italiano (che nel-
la scuola dei gesuiti era sacrificato al latino), qualche altra lingua
moderna, la storia: la storia moderna, e specialmente la più recente,
dalla rivoluzione americana in giù, prima che l’antica e la medievale:
anche su questo insisté molto, in polemica sia col classicismo pura-
mente esteriore della scuola gesuitica, sia col medievalismo romanti-
co. «Quando avverrà che appresso noi gli uomini siano educati secon-
do la ragione, s’intenderà (ciò che le altre nazioni già intendono)
dovere necessariamente alla storia antica precedere la moderna; e cia-

26
iV, 425; cfr. XI, 238.
27
iIX, 382 sgg. Vedi anche la lettera a G. Roverella in Venti lettere inedite di P. G. con un
discorso di A. Bertoldi, Reggio Emilia 1895, p. 36.
I. Le idee di Pietro Giordani 49

scuno si conoscerà stolto di voler sapere ciò che nel mondo si facesse
duemil’anni sono, prima di sapere ciò che accadde l’altro ieri, e ne’
giorni del padre e dell’avolo».28
Anche questa idea – di provenienza illuministica; e infatti egli stes-
so citava fra i suoi predecessori il d’Alembert – suscitò tra i reazionari
proteste e derisioni: la storia recente essi l’avrebbero volentieri abolita
non solo dall’insegnamento, ma dalla coscienza dell’umanità. Il Gior-
dani si preparava a replicare anche su questo punto in quella Lettera
al Conte Saurau che poi lasciò incompiuta. Dagli appunti che ne riman-
gono si vede che egli non voleva svalutare illuministicamente il mon-
do antico ma insistere sulla sua diversità dal moderno, e quindi sulla
minore comprensibilità e meno immediata efficacia educativa (almeno
in un primo stadio dell’educazione) della storia antica:29 al contrario
dei vari neoumanesimi che vogliono fare dell’antichità classica qual-
cosa di paradigmatico, di eternamente, insostituibilmente educativo.
Un genere letterario che ancora nel primo Ottocento pareva esclu-
sivo dominio della lingua latina era l’epigrafe **. Il Giordani fu spinto
a comporre epigrafi (e ne compose, come si sa, centinaia) dal deside-
rio di mostrare che si poteva anche qui usare con non minore effica-
cia la lingua italiana.30 L’epigrafe doveva cessare di essere un monu-
mento di sapienza recondita, una specie di crittografia intelligibile
solo ai dotti, e tornare, come già nell’antichità, a parlare al viandan-
te. Non si può credere quante opposizioni incontrassero le sue epigrafi
italiane da parte dei gelosi sostenitori della latinità. «Farei ridere
Monsignore – scriveva a un prelato di spirito aperto, Carlo Emanuele

28
iX, 104 (è una digressione nell’articolo sugli improvvisatori, di cui abbiamo già parlato).
29
iX, 271: «La storia antica è d’uomini e di fatti che perirono dal mondo, ... ma rimango-
no come esempi di fatti e di uomini o m i g l i o r i o p e g g i o r i , m a s e m p r e d i v e r s i s s i m i
d a i p r e s e n t i ». Vedi anche le osservazioni del Giordani sullo stesso argomento pubblicate da
L. Scarabelli in «Arch. stor. ital.», Append. VI, 1848, p. 441 sgg. Contro queste idee giorda-
niane e a favore della storiografia neoguelfa si pronunzia il Croce, Storia della storiogr. ital. nel
sec. xix, 3ª ed., I, p. 116 sg.
30
iNon si vuol dire, con ciò, che egli sia stato il primo a scrivere epigrafi in volgare; anzi, fu
certamente preceduto da Paolo Giovio, dal Fantoni e probabilmente da altri. Sulla questione di
priorità e su tutte le polemiche a cui dette luogo cfr. C. Guasti, Giuseppe Silvestri, I, Prato 1874,
pp. 207-60; Carducci, Opere, ed. nazionale, XVIII, p. 88 sgg.; XXV, p. 196 sgg. Molto altro
materiale è stato raccolto da Piero Treves, dalla cui dottrina attendiamo una trattazione com-
pleta di questo curioso capitolo di storia culturale ottocentesca. Un accenno a Luigi Muzzi (che
si proclamava, ma a torto, inventore dell’epigrafia in volgare) si trova in una lettera del Gior-
dani al Papadopoli (V, 431). **
50 I. Le idee di Pietro Giordani

Muzzarelli – se le contassi una opposizione stranissima fatta alle Iscri-


zioni italiane da un ecclesiastico dotto, che le aborrisce e condanna
fieramente come contrarie alla religione, giansenistiche, e tendenti a
condurci alla messa in volgare» (XIII, 385). A Bologna alcune sue epi-
grafi non furono accettate nel cimitero perché italiane, e un’altra, col-
locata nell’Accademia di belle arti in età napoleonica, fu fatta sosti-
tuire con una latina dal governo papale dopo la Restaurazione.31 Per
lo stesso motivo il governo parmense gli rifiutò la leggenda d’una
medaglia commemorativa: «Le parole italiane furono intollerabili ai
nostri latinissimi. Oh non immaginereste mai qual furore di latinità
sia in quelli che mai non seppero, né potranno sapere che sia latino»
(XII, 101). Così scriveva in una lettera aperta a Carlo Boucheron, il
quale però anch’egli era piuttosto dalla parte dei latinomani (dalla sua
scuola uscì il peggiore rappresentante della latinità retorica e reazio-
naria, Tommaso Vallauri). Perfino sua sorella Livia, umilmente affe-
zionata a lui ma succube delle idee dei preti, cercava di persuaderlo a
scrivere in latino un’iscrizione per una famiglia amica: lo racconta egli
stesso in una lettera, bellissima come tutte quelle che parlano della
sorella.32

Si potrebbe pensare che questa ostilità allo scriver latino derivasse


da poca familiarità con gli studi classici e, più in generale, da un con-
cetto un po’ troppo utilitaristico della cultura, quale fu proprio di alcu-
ni illuministi. Ma invece uno dei lati per cui il Giordani più si distac-
ca dagli altri letterati suoi contemporanei è la conoscenza sicura del
latino, e cosa rarissima nell’Italia di allora, del greco. Quando, in una
lettera del 1802 (Lett., I, 10), si dichiarava capace d’insegnare «1. elo-
quenza e lingua greca; 2. logica e metafisica; 3. elementi di matema-
tica; 4. istituto civile; 5. filosofia morale; 6. istituto criminale», sareb-
be stato certo difficile garantire la sua perfetta preparazione in tutte
queste materie così disparate, ma quanto al greco non diceva il falso.
E, ripetiamo, il greco aveva una parte assai scarsa nella cultura italia-
na del primo Ottocento, imbevuta di classicismo, ma di un classicismo
in grande prevalenza latino: il caso di Vincenzo Monti, tanto famoso
a causa dell’epigramma foscoliano, non aveva in realtà nulla di ecce-

31
iCfr. XIII, 182 e 184.
32
iVI, 310: su Livia anche V, 286; VI, 261; VII, 61 sg.
I. Le idee di Pietro Giordani 51

zionale.33 Il Giordani invece, pur non pretendendo mai di esser filo-


logo, mostrò, nella Lettera a G. B. Canova sopra il Dionigi del Mai,34 di
sapersi orientare bene anche in questioni di filologia greca. La difesa
che egli faceva della tesi del Mai contro le obiezioni di Sebastiano
Ciampi era vera solo per metà, come dimostrò Giacomo Leopardi; ma
le correzioni singole che apportò alla traduzione e al testo del Mai era-
no quasi tutte giuste, e a lui va riconosciuta la priorità di una conget-
tura (prosavdousan per prosaudou'san in Dionigi XIX 8, 1) che nel-
le edizioni moderne è attribuita allo Struve. E parecchi accenni
contenuti in lettere o in altri scritti dimostrano che conosceva a fon-
do Erodoto, Tucidide, gli oratori, Platone, Aristotele, storici e retori
dell’età ellenistica.35
Egli era dunque in grado, contrariamente a quanto si suol ripetere,
di giudicare il valore degli studi filologici di Giacomo Leopardi, e l’e-
saltazione che ne fece non deriva da entusiasmo indiscriminato per
ogni aspetto della personalità leopardiana, ma da piena consapevolez-
za critica. Piuttosto, dove davvero gli fece velo l’amicizia fu nelle iper-
boliche lodi ad Angelo Mai.36 Giusta era invece la sua ammirazione
per Amedeo Peyron – l’unico insieme al Leopardi, tra gli italiani del-
la prima metà dell’Ottocento, che meritasse il nome di filologo –37 e
33
iLatino e greco non erano allora in Italia in binomio consueto, come divennero più tardi,
dal ’59 in poi, con l’istituzione del liceo classico secondo la legge Casati. C’era invece, general-
mente, da un lato il «letterato», che sapeva il latino e il francese ma non il greco; dall’altro l’e-
rudito orientalista (per lo più un ecclesiastico), che oltre al greco sapeva anche l’ebraico. Il Leo-
pardi, difatti, studiò il greco e l’ebraico press’a poco contemporaneamente, in anni in cui era
ancora destinato alla carriera ecclesiastica. Il caso del semi-greco Foscolo è naturalmente ecce-
zionale. Gli «antiquari» (studiosi o curiosi di archeologia, epigrafia, numismatica) spessissimo
ignoravano anch’essi il greco o ne avevano solo una minima infarinatura. Un po’ più diffusa
anche tra i letterati era la conoscenza del greco nell’Italia settentrionale e a Firenze.
34
iMilano 1817, ristampata in X, 147 sgg. Cfr. La filologia di G. Leopardi, Firenze 1955;
pp. 54-66.
35
iVedi per esempio VI, 141, 147; XI, 19 sg. Particolarmente significativo, nel secondo di
questi passi, il giudizio su Tucidide: «Che uomo di stato! (ora non ci son più che fanciulli, anzi
scimie, anzi burattini), che fabro di stile! che stile gravido di cose, e cose grandiose e vere! oh
leggilo e rileggilo. Ma quando leggerai il giudizio d’Alicarnasso (cioè di Dionigi), ti parrà retore,
o anzi sofista: dico il giudicante, non già il figlio d’Oloro».
36
iLe quali furono oggetto di scherno da parte del Borsieri (cfr. Discussioni e polemiche sul
Romanticismo, ed. Bellorini, I, p. 103 sg.). Tuttavia il Giordani si rese conto che il Mai era più
ammirevole per l’energia e l’intuito di scopritore che per doti propriamente filologiche: cfr.
X, 150, e «Atene e Roma» 1956, p. 11. Sui rapporti fra il Giordani e il Mai vedi l’ottimo arti-
colo di G. Gervasoni in «Bergomum» XXVII, 1933, num. 1, p. 28 sgg.
37
iLeopardi e Peyron nominati insieme come i maggiori grecisti d’Italia in Lett., II, 48. Sul
Peyron vedi anche X, 383.
52 I. Le idee di Pietro Giordani

giusto il suo riserbo verso alcune critiche un po’ avventate rivolte al


Peyron dal Leopardi giovinetto.38 Anche in una questione apparente-
mente secondaria ma in realtà rivelatrice, allora, di tutto un orienta-
mento mentale, la questione della pronunzia del greco, egli ebbe una
posizione di avanguardia, cioè fu uno dei primi in Italia a sostenere
la pronunzia erasmiana.39 **
L’idea che il rimedio per snellire la prosa italiana fosse l’imitazione
dello stile greco, era certamente un pregiudizio. Il vantaggio dello sti-
le greco (cioè della sintassi della prosa attica) rispetto al latino era di
avvicinarsi di più alle movenze sciolte del parlato; ma perché, allora,
non attingere direttamente al parlato italiano, sia pure rielaborandolo
e innalzandolo a dignità letteraria? Tuttavia quell’idea influí grande-
mente sul Leopardi, da un lato sulla formazione della sua prosa, dal-
l’altro sui suoi studi filologici: nello Zibaldone e nei manoscritti fio-
rentini il Leopardi si valse dell’analogia tra sintassi greca e italiana per
spiegare in modo convincente alcuni passi di autori greci, e applicò lo
stesso procedimento al latino volgare e ai volgarismi che s’incontrano
in autori latini di epoca classica; e anche qui certe osservazioni del
Giordani sullo stile di Celso dovettero contribuire a orientarlo in que-
sta direzione.40
Anche i trecentisti italiani, del resto, il Giordani li aveva letti con
spirito non solo di purista, ma di filologo. Contraffazioni come la

38
iLeopardi, Epistolario, ed. Moroncini, I, pp. 168-69.
39
iXI, 20. Cfr. «Atene e Roma» 1953, pp. 100 sgg. **
40
iSull’affinità tra italiano e greco vedi le lettere che il Giordani e il Leopardi si scambiaro-
no nel ’17 (Epistolario del Leopardi, ed. Moroncini, I, pp. 73, 98 sg.). Quanto a Celso, si noti
che già nel ’17 (in uno scritto rimasto incompiuto, X, 233 sg.) il Giordani scriveva: «I più famo-
si tra i Romani ... ebbero veramente assai pregi, e apparvero ingegnosi e adorni; ma si scostaro-
no da quell’ammirabile e invidiabile purità e semplicità de’ più antichi ... Alla quale o non pote-
rono o non vollero de’ Latini salire se non tre, il grande animo di Cesare, e quei candidi ingegni
di Varrone e di Celso». Nello stesso anno il Giordani consigliò la lettura di Celso al giovane
Pompeo Dal-Toso (IV, 21: «Gli autori che prenderei (contro la più comune usanza) sarebbero
Aulo Gellio, Cornelio Celso, e le Pandette. Ivi la latinità è buona (...), lo stile semplice, e non
figurato e pomposo»). Dunque, se il 12 febbraio del ’19 il Leopardi scriveva al Giordani «Que-
sti ultimi giorni ho voluto leggere la Medicina di Celso, che m’è piaciuta assai per quella chia-
rezza e sprezzatura elegante», è probabile che il consiglio di leggerla gli fosse stato dato proprio
dal Giordani, quando si videro a Recanati, nel settembre 1818 (cfr. la risposta del Giordani nel-
l’Epistolario cit. del Leopardi, I, p. 240: «Trovo il vostro finissimo e sicurissimo giudizio anche
nell’esservi piaciuto il candidissimo Celso»). E al giudizio del Giordani si riferirà anche l’inizio
del lungo pensiero dello Zibaldone, 32: «... Celso nel quale è singolarmente notata (e lodata) la
semplicità e facilità dello stile ...». Cfr. ancora Giordani, XI, 21 (1821).
I. Le idee di Pietro Giordani 53

Guerra di Semifonte attribuita a Pace di Certaldo o come il Martirio


de’ Santi Padri del Leopardi ingannarono il padre Cesari, ma non l’e-
sperto senso stilistico del Giordani.41 È noto che egli non cessò mai
di esortare studiosi ed editori di buona volontà alla pubblicazione di
testi inediti o rari; e i consigli che dava, ovvi per noi, non lo erano allo-
ra, in quell’estrema barbarie in cui si trovava la filologia italiana. Rac-
comandava, nel pubblicare volgarizzamenti trecenteschi di classici
latini, di tenere ben distinti gli errori dei copisti (che vanno corretti)
da quelli del volgarizzatore o del testo latino che il volgarizzatore ave-
va dinanzi («questi non gli vorrei emendati nel testo, ma notati in fine
nella pagina: perché l’opera dev’essere conservata quale l’autore la-
sciolla»); voleva che, in caso di correzione congetturale, si riportasse
sempre la lezione tramandata a pie’ di pagina; era contrario – e qui il
suo consiglio non è superfluo neppur oggi ** – a ingombrare l’appara-
to critico di lezioni insignificanti.42 Queste preoccupazioni filologiche,
in rapporto a testi italiani, le aveva in quel tempo un altro letterato,
Giulio Perticari: non altri.
Fu proprio la sua seria preparazione filologica e storica che lo fece
sempre insorgere contro le imprese culturali facilone. Nella «Biblio-
teca Italiana» del luglio 1816 (X, 44), dopo aver notato una partico-
larità lessicale in un verso di Empedocle,43 aggiungeva: «Questa è ben
piccola cosa: ma così piccola basta a mostrare quanto grande, o sover-
chia, fiducia di sé debbano avere certi facili e franchi promettitori di
darci tradotti tutti i poeti greci; e quante cose (non certamente da
disprezzare) mancheranno necessariamente a quelle troppo affrettare
traduzioni». Queste parole, che non sarebbero certo piaciute a Etto-
re Romagnoli, prendevano di mira Bernardo Bellini, che aveva appun-
to annunziato la traduzione in versi di tutti i poeti greci. Poco prima
che uscisse l’articolo del Giordani, una lettera di protesta per lo stes-
so motivo era stata inviata alla «Biblioteca Italiana» da Giacomo Leo-

41
iX, 366-68; V, 283 sg.; V, 403 [; XIII, 130 sg.]. Sulla Guerra di Semifonte, ** falsificata
da un Della Rena, cfr. S. Morpurgo, Il Libro di buoni costumi di Paolo di messer Pace da Certaldo,
Firenze 1921, p. IV.
42
iXI, 272 sg.; XIII, 386. [Cfr. Lettere a O. Gigli a c. di Forlini].
43
iIn realtà l’aggettivo ργφεος, che Empedocle riferisce all’acqua, non c’entra, a quanto
pare, con φανειν «tessere»; ma quella derivazione, che del resto risale all’antichità (cfr. Eusta-
zio ad Iliad. XXIV, 621), era allora comunemente accettata.
54 I. Le idee di Pietro Giordani

pardi, che col Giordani non era ancora entrato in corrispondenza.44


Ma Giuseppe Acerbi, senza nemmeno farla vedere agli altri redattori
della rivista, l’aveva cestinata, come cestinò sempre tutti gli scritti del
Leopardi (e ciò dà la misura della sua equanimità, tanto esaltata da
moderni storici reazionari). Molti anni dopo, nel ’46 (XIII, 169), il
Giordani si pronunciò altrettanto sfavorevolmente su un’altra impre-
sa poco seria e ispirata a idee retrive: la Storia universale di Cesare
Cantù, che proprio allora era giunta a termine.

Tale fu dunque, al di sotto degli aspetti retorici, la sostanza di quel-


la che con termine poco felice è stata chiamata la «dittatura lettera-
ria» di Pietro Giordani: un’azione per sprovincializzare la cultura ita-
liana mantenendola tuttavia nel solco dell’illuminismo, per svecchiare
e liberalizzare l’educazione, per diffondere la cultura nel popolo. Que-
sta ultima esigenza era da lui sentita non meno vivamente delle altre
due, in una forma, certo, che a noi deve necessariamente apparire un
po’ paternalistica, ma che nel clima di oscurantismo della Restaura-
zione aveva il suo pieno valore. Entrando a far parte della redazione
della «Biblioteca Italiana», aveva sperato di farne uno strumento di
diffusione delle sue idee innovatrici. Per questo avrebbe voluto che
la rivista contenesse più articoli originali che recensioni,45 e per que-
sto avrebbe voluto indirizzarla non ai soli intellettuali, ma a un pub-
blico più largo: «Né credo – scriveva in uno degli ultimi articoli che
poté pubblicarvi – che un giornale si debba indirizzare ai dotti, che l’I-
talia ha pochi e grandissimi; ma ai molti uomini che ha dotati d’inge-
gno e non troppo esercitati a studiare. Quanto a me i lettori ch’io desi-
dero e quelli cui scrivo, sono quelli che non professano dottrina
profonda, e non amano l’ignoranza; che tra i venti e i trent’anni sono
capaci di ricevere il vero, e non radicati cosí nelle opinioni loro, che
ricusino di mutarle se ne trovino di più probabili. A questi io intendo
di scrivere».46 Questa illusione non era senza qualche fondamento,
perché in un primo tempo il governo austriaco parve, e in certa misu-

44
iLettera ai compilatori della Biblioteca Italiana, in PP, II, p. 590 sgg.
45
iVedi l’introduzione al presente volume, pp. 16-17, n. 26.
46
iX, 56. In un senso ancor più «popolare» (pur con quel limite a cui abbiamo accennato) IX,
395: «E questa reputo la utilità di un Giornale (del quale già i dotti han pochissimo bisogno) se
il popolo vi trovi rimedio ai più comuni e più dannosi errori».
I. Le idee di Pietro Giordani 55

ra fu, indirizzato verso un’azione di cauto riformismo, in contrasto


con lo spirito stupidamente retrivo degli staterelli italiani. Ma in realtà
gli articoli del Giordani erano in contrasto con tutto il tono della rivi-
sta, che sempre più si avviava ad assumere, per opera dell’Acerbi, una
funzione prevalentemente reazionaria e antinazionale; ed era quindi
fatale che il dissidio tra l’Acerbi e il Giordani scoppiasse (per que-
stioni di principio, non per la nevrastenia e l’impulsività del Giorda-
ni, come, cedendo al solito difetto d’impostazione, tende a far appa-
rire il Ferretti),47 e si concludesse con l’estromissione del Giordani. **
Da allora, mancò a lui una tribuna dalla quale potesse efficacemen-
te diffondere le proprie idee: anche nell’«Antologia» del Vieusseux
poco poté pubblicare. La sua influenza si esercitò piuttosto attraver-
so la conversazione – nella quale esercitava un grande fascino, –48
attraverso lettere private – molte delle quali furono pubblicate lui
ancora vivente e nolente – e piccole pubblicazioni occasionali. Ma
oltre questi impedimenti esterni, era di ostacolo all’efficacia della sua
opera di riformatore culturale la forma puristica e arcaizzante in cui,
quando si metteva a scrivere lavori d’impegno, irrigidiva le sue idee
vive: finché egli stesso si annoiava di quel faticoso esercizio di tradu-
zione in una lingua morta (un esercizio non dissimile da quello, che
aveva così efficacemente biasimato, dello scrivere o tradurre in lati-
no), e lasciava tutto in tronco; la sua produzione è infatti formata per
la maggior parte da scritti non finiti.

3. ** Di questa contraddizione che era in lui tra l’abito retorico e


le idee nuove era conscio, e più volte, come appare dall’epistolario,
cercò in qualche modo di giustificarla. In una lettera del 1824 a Giu-
seppe Bianchetti, dava del purismo, e quindi implicitamente del suo
purismo, un’interpretazione patriottica: «V. S. avrà notata una cosa.
Gl’Italiani avevano abbandonata e disprezzata affatto la lor lingua:

47
iCiò è stato giustamente osservato da G. Forlini (autore di molti e pregevolissimi studi sul
Giordani) in «Lettere italiane» V, 1953, p. 49 sg. Vedi anche qui sopra, p. 13 n. 19.
48
iVarie testimonianze di contemporanei sono raccolte da O. Masnovo, Il pensiero politico e
il patriottismo di P. G. («Società nazionale per la storia del Risorgimento», XX congresso, Roma
1933), p. 355. Cfr. anche L. Scarabelli (cit. qui sopra, nota 29), p. 440. Tra gli entusiasti della
conversazione del Giordani vi fu, come è noto, Byron: vedi IV, 203; V, 257; VI, 200, e la testi-
monianza di Byron stesso nei Mémoires de Lord Byron publiés par Th. Moore, trad. franc., V,
Bruxelles 1831, p. 318.
56 I. Le idee di Pietro Giordani

vengono i Francesi, e, con quella loro insolenza, vogliono proibire alla


maggior parte d’Italia l’uso della lingua nativa. Per tutta Italia sorge
uno sdegno generoso: si pone fatica e studio a ricuperare questo patri-
monio trascurato, di che il tiranno insolente e stolto voleva rapire gli
ultimi avanzi; e dall’808 ognuno s’impegna di scrivere più che può ita-
liano, e meno che può francese. Oh come io mi rido di questi asini che
credon possibile intedescare l’Italia, e buon mezzo a ciò il bastone!»49
Questa funzione patriottica del purismo fu più tardi messa in rilievo
anche dal De Sanctis a proposito della scuola di Basilio Puoti, e tut-
tora è comunemente addotta nei manuali quasi come circostanza atte-
nuante: erano pedanti, sì, ma italianissimi. C’è senza dubbio del vero
in ciò: bisogna tuttavia stare attenti a non cadere in equivoci su que-
sto «patriottismo». Già nel secolo scorso vi fu in Italia, di fronte al
patriottismo progressista, antiassolutista e antiaustriaco, un patriot-
tismo reazionario, tradizionalista e antifrancese, il «patriottismo de’
retrogradi», come lo definì Giuseppe Ferrari.50 E l’accusa di antipa-
triottismo non era solo lanciata dai liberali e dai democratici ai rea-
zionari, ma era da questi ritorta contro i primi: non erano tutte que-
ste ideologie liberali e democratiche merce d’importazione francese?
Non erano di provenienza straniera anche i principii letterari e filo-
sofici di questi sediziosi, per lo più romantici? Non difendevano inve-
ce i legittimisti le più pure tradizioni italiche? Anche nel campo degli
studi classici, conservatori angusti come Tommaso Vallauri si atteg-
giavano a difensori della tradizione italiana contro le aberrazioni del-
la filologia straniera.
Ora, il «patriottismo» del movimento purista era appunto il pa-
triottismo dei retrogradi, tant’è vero che agiva in direzione antifran-
cese e difendeva un’arcaica italianità contro l’illuminismo e contro
il romanticismo nello stesso tempo. Bisogna tuttavia aggiungere che
la confusione tra i due patriottismi non è solo un errore in cui ri-
schiamo di cadere noi oggi facendo la storia di quel periodo, ma in
certa misura esisteva già allora nelle coscienze, e non soltanto in Ita-

49
iLett., I, 210. Anche in V, 306 l’inizio della riscossa puristica è fissato dal Giordani al 1808.
Fu quello l’anno in cui l’Accademia della Crusca, già soppressa, risorse come sezione dell’Acca-
demia fiorentina.
50
iLa rivoluzione e i rivoluzionari in Italia (1844), parte II, cap. II (ed. a cura di F. Della Peru-
ta, Milano 1952, p. 83).
I. Le idee di Pietro Giordani 57

lia.51 E la confusione poté in alcuni casi essere anche (direbbero cer-


ti storicisti) «provvidenziale», in quanto molti giovani, partiti da
un’educazione «patriottica reazionaria», si trovarono a un certo pun-
to quasi inconsapevolmente scivolati in una posizione «patriottica
progressista». Il caso del Leopardi è significativo, e le sue due prime
canzoni sono una manifestazione tipica di questo patriottismo anco-
ra legato all’educazione legittimista, ancora imprecante alla Francia
«scellerata e nera», e tuttavia già contenente una carica rivoluziona-
ria che fa «pelare per la paura» il sanfedista Monaldo. In questo sen-
so si può ammettere che il purismo, reazionario, abbia esercitato
un’azione involontariamente maieutica in senso liberale.
Ma il Giordani aveva, come già abbiamo cominciato a vedere, idee
davvero innovatrici, progressiste in senso ben altrimenti diretto ed
esplicito che quelle degli altri puristi. E ciò poneva il suo purismo in
una situazione assai più contraddittoria. Per un Cesari o un Michele
Colombo il «ritorno al Trecento», anche se riguardava in modo pre-
minente la lingua, s’inseriva però in una visione generale coerente.
C’era nel loro trecentismo, sia pure in forma più angusta e provincia-
le, quella stessa esigenza di restaurazione religiosa e di populismo rea-
zionario che ispirava le fantasie medievaleggianti dei romantici tede-
schi (da loro tanto odiati solo perché non appartenenti alla tradizione
letteraria italiana) e dei pittori «nazareni», a loro ancor più affini.
Nelle Vite dei Padri del Cavalca o nello Specchio di vera penitenza del
Passavanti essi ammiravano, insieme alla forma schietta e popolare, il
contenuto pio. Il Giordani, invece, si sentiva attratto dalla freschez-
za e popolarità di quello stile, ma avrebbe voluto dissociarlo da un
contenuto a lui antipatico: «Le opere francesi (volgarizzate dai trecen-
tisti italiani) furono la maggior parte devote; e però di materia gradita
a quel secolo, intolerabile al nostro. Io non esigerò che per imparare la
lingua ti annoi nelle divozioni troppo semplici e goffe di quel secolo ...
Se l’opera di San Gregorio non fosse veramente uno dei limiti della
demenza umana, quanto volentieri si leggerebbe quella traduzione;
che è della bellissima prosa italiana» (XI, 16 sg.). Perciò, con tutta la

51
iIn tutta Europa, tranne in Francia, il patriottismo ottocentesco ebbe, come è noto, una
natura bifronte, in quanto era figlio della rivoluzione francese, ma fin dall’inizio aveva dovuto
rivendicare i propri diritti contro l’oppressione francese, facendo appello perciò a tradizioni
nazionali prerivoluzionarie.
58 I. Le idee di Pietro Giordani

sua ammirazione per i Fioretti di San Francesco e per il Cavalca, ama-


va soprattutto di consigliare la lettura dei cronisti e dei novellieri, rap-
presentanti di un Trecento più laico.52 Rifuggiva, però, dal Boccaccio,
perché nei suoi periodoni latineggianti vedeva, non del tutto a torto,
l’inizio della corruzione della prosa italiana.53

Al fondo del suo purismo c’era un’esigenza che ben potremmo dire
russoiana. Come il Leopardi nei classici greci e latini, così il Giordani
nei trecentisti cercava la voce della natura vergine e incorrotta; e
anche in lui l’esortazione ad imitare quei modelli si accompagnava alla
nostalgica consapevolezza della loro irraggiungibilità: «Che si possa
ritornare alla dicitura del trecento, ripeto che mi pare impossibile.
Hanno le belle arti (e le pittoriche e le poetiche) per ogni nazione una
età di bellezza vergine e adolescente, che non è ricuperabile»54 [cr]. Al
Monti, troppo amante dell’elocuzione fastosa e sonora, rimproverava
di aver trascurato questo Trecento più ingenuo e segreto: «Di que’
poveri trecentisti, coi quali dài vista di perdere spesso la pazienza, cre-
do ne abbi letti meno di me: certo, o caso o scelta che sia stato, vede-
sti i più deboli, non prendesti dimestichezza colla tanta moltitudine
de’ migliori, che ti avrebbero fatto meno severo, anzi amicissimo a
quest’amabile secolo» (X [cr] **, 367).
Ma questo amore del primitivo, che pure apparteneva anch’esso
all’ideologia e alla sensibilità illuministica, si conciliava difficilmente
con l’altra esigenza illuministica di un linguaggio come strumento di
comunicazione chiaro e adeguato al pensiero moderno. Molto più
profondamente illuminista del Monti quanto al complesso delle idee
politico-culturali e alla concezione stessa della letteratura,55 il Gior-
dani rimase però più legato a pregiudizi antisettecenteschi e antifran-
cesi nella questione della lingua; e quindi, come dal Leopardi, così da

52
iVI, 362, 364. Vedi anche il giudizio limitativo sul Paradiso dantesco in confronto alle altre
due cantiche, XIV, 188: «Quei beati sono perpetui disputatori d’inconcepibili sottigliezze ...
Noi siam uomini; e le cose umane solo possono piacerne: chi ci vuol trasumanare ci sforza, ci
affatica, ci noia»; e il bellissimo passo sull’umana dolcezza e poeticità del Purgatorio, XIV, 190.
53
iV, 234; X, 367 e altrove.
54
iX, 367 (nello scritto Monti e la Crusca, del 1819). Cfr. Lett. inedite a cura di E. Costa, Par-
ma 1884, pp. 4 e 21.
55
iGià assai prima della polemica romantica, per esempio, il Giordani condannava l’uso della
mitologia greco-romana nella poesia contemporanea (XIV, 177, 267, 288, in lettere del 1807-08).
Cfr. G. Forlini in «Convivium» 1952, p. 712 **.
I. Le idee di Pietro Giordani 59

lui il Settecento e la Francia erano nello stesso tempo amati come rap-
presentanti dell’illuminismo e avversati come corruttori del gusto.56
L’esigenza di dare una motivazione progressista al proprio purismo
lo condusse anche ad osservare con grande acutezza il diverso rap-
porto tra intellettuali e popolo nel Trecento e nel Quattrocento: i tre-
centisti «avevano mostrato amorevol cura del popolo; ed operato di
farlo partecipare quanto fosse possibile ai diletti e agli utili della dot-
trina»; mentre i quattrocentisti «fecero veramente grandi benefizi agli
studi eleganti: ma in essi cercando soltanto a sé medesimi piacere ed
onore, allontanarono dal godimento di quelle nobili ricchezze e deli-
cate consolazioni, quasi profana e indegna, la moltitudine» (XI, 271).
Certo al padre Cesari non sarebbe mai venuto in mente di motivare
così la sua predilezione per l’«aureo secolo». Ma come si sarebbe potu-
to, nell’Ottocento, creare una nuova letteratura popolare con lingua
trecentesca?
Del purismo stesso, del resto, il Giordani finì col dare un giudizio
molto severo, come di un movimento che aveva mancato allo scopo di
ricostituire una vera letteratura nazionale: «Il principio dell’età cor-
rente – scriveva nel ’38 – mostrò un paralitico desiderio di rifarsi ita-
liano; come se dal belletto e non dal sangue venisse l’aspetto di sanità:
tutto finì prestamente in miserabil pedanteria di pochi».57 Sarebbe

56
iIn una nota di letture consigliate, arrivato al Settecento, il Giordani scriveva: «Oimè, oimè,
oimè!», e salvava soltanto, riguardo allo stile, due o tre minori.* ** Analogamente il Leopardi,
nella prefazione alla Crestomazia poetica, ammoniva i giovani a non cercare negli autori del secon-
do Settecento «esempi di buona lingua né anche di buono stile» (cfr. W. Binni, nel volume di vari
autori Leopardi e il Settecento, Firenze 1964, p. 77). Eppure, anche per i precetti stilistici, il Gior-
dani si era nutrito di ideologia francese settecentesca, e prediligeva l’Art d’écrire del Condillac ed
esortava l’Ambrosoli a tradurla in italiano (VII, 13 sg.; XI, 11 sg., dove accanto al Condillac sono
consigliati gli articoli di Du Marsais e di Beauzeé nell’Encyclopédie méthodique; XI, 97 sg.). Ma
quanto al principio condillachiano della plus grande liaison des idées, a cui pure teneva molto, osser-
vava: «Vero è che quel legame delle idee non deve sempre esser logico; ma secondo la materia
che si tratta dev’esser pittorico o affettuoso» (XI, 12).
57
iXII, 149. Cfr. già X, 366 (nel 1819): «... alcuni viventi, che si danno per trecentisti, e
sono mirabilmente deformi e spiacevoli; e prima di tutto infinitamente lontani da quella schiet-
tezza e molle facilità che fu maravigliosa e primaria dote di quel beato secolo»; e ancora VI, 392,
397, contro il purismo pedantesco del Cesari.
*iLa condanna della prosa del Settecento è in Opere, ed. Gussalli, XIV, 372: il Giordani
eccettua soltanto Francesco e Giampietro Zanotti, Eustachio Manfredi e Gasparo Gozzi. Come
il gusto leopardiano si sia più tardi evoluto dal trecentismo al cinquecentismo, ha dimostrato
convincentemente Giulio Bollati nell’introduzione alla Crestomazia della prosa (cit. qui sopra,
p. XCVIII). Ma già nel Giordani c’era, in contrasto con la sua dichiarata ammirazione per il Tre-
cento, una tendenza al cinquecentismo (cfr. pp. 83-84).
60 I. Le idee di Pietro Giordani

difficile trovare negli scritti degli antipuristi più accesi una condanna
così incisiva come questa (che meriterebbe di essere citata anche nei
manuali scolastici). Eppure anche in quello scritto egli non giungeva
a un vero rinnegamento e superamento del purismo: accusava piutto-
sto i puristi di non aver saputo reagire con efficacia alle sciatterie dei
settecentisti e al torbido sentimentalismo dei romantici («scimie» del-
la letteratura tedesca e francese) e continuava a vagheggiare il ritorno
a una tradizione di prosa schiettamente italiana, di cui gli ultimi rap-
presentanti, pur con tutti i loro difetti, gli parevano gli scrittori del
Seicento.
Un’altra volta, in una lettera a Pietro Brighenti, attribuì il proprio
formalismo stilistico alla reticenza a cui lo aveva costretto l’oppres-
sione politica: «Le mie cose appena meritano qualche attenzione dal-
la parte dello stile; e ciò unicamente dagl’italiani. Uno straniero non
può guardare che alle cose: e quelle sono miserissime. Se avessi potu-
to stampare tutto quello che penso, forse anche un Inglese potrebbe
badarmi: ma quelle miserie son tutta paglia» (Lett., I, 190). E ricono-
scendo di non aver saputo raggiungere quella «limpidezza e trasparen-
za di concetto» che ammirava nella prosa del Leopardi, aggiungeva:
«Eppure io non l’ho solamente desiderata e cercata, ma penso che for-
se l’avrei anche conseguita, se per iscappare come Ulisse investito in
pecora dalle branche di Polifemo Censore non fossi stato obligato a
studiar di coprire anziché d’illuminare il pensiero. E con tutto ciò non
ho cessato di essere odiatissimo per i pensieri; ed ho guastato lo stile;
che avrei potuto fare abbastanza buono».58 Era un motivo affine a
quello alfieriano e foscoliano dell’uomo nato ad agire e costretto, per
l’iniquità dei tempi, a sfogarsi solo nello scrivere: qui c’è invece lo
scrittore che vorrebbe essere scrittore etico-politico e che la tirannia
costringe al vuoto formalismo, oppure all’ermetismo tacitiano.
È comunque caratteristica del Giordani questa scontentezza di sé,
quest’amaro rimpianto di ciò che non era riuscito a realizzare, unito
alla consapevolezza di aver voluto, tuttavia, realizzare qualcosa di
nuovo e di nobile.
Io non voglio – scriveva a Luisa Kiriaki Minelli –59 comparire meglio di quel che
sono: ma per la verità non amerei ch’ella mi giudicasse dalle mie carte stampate.

58
iLett., II, 158; cfr. VII, 103.
59
iXIII, 397 sg. (5 luglio 1833).
I. Le idee di Pietro Giordani 61

Non è certo in quelle che si possa vedere quello che veramente io sono, cioè i miei
continui pensieri, i miei desiderii, i miei disegni ... Ho sempre stampato sotto revi-
sione di censori (sempre o frati o preti, o sotto qualunque veste servili strumenti alla
dogana de’ pensieri): così non è potuto venire in pubblico se non cose e parole che
si conformassero alla volgarità del pensar comune. Certo nel mio cervello e nel mio
cuore è riposto pur qualcosa di non volgare: ma le porte sono sbarrate ad ogni uscita.
Io porterò meco sotterra quel che mi ha fatto sì profondamente e dolorosamente
sentire che il mondo è stolido, e tristo, e misero assai.

E in un’altra lettera:
Certo nella mia povera testa è una gran massa di pensieri; e, che peggio è, battaglia
di pensieri; i quali andranno sotto la terra, col cranio che gli racchiude, ugualmen-
te ignorati.60

Dopo essersi visto negare, nella giovinezza, anche un modesto posto


d’insegnante o di bibliotecario, ora si trovava al centro del mondo let-
terario italiano, ammirato da tutti e considerato un’autorità infallibi-
le; ma quell’ammirazione andava al rètore, allo stilista, cioè alla parte
di lui che egli sentiva più caduca. La sua vera personalità rimaneva
ignorata e inespressa:
Se vorranno mettere una pietra sulla terra che coprirà queste povere ossa, racco-
manderò che vi si scrivano queste sole parole: Non fu conosciuto Pietro Giordani.61

4. Quali erano le idee audaci che il Giordani aveva dovuto rinun-


ziare ad esprimere, o esprimere soltanto per oscure allusioni?* La
generazione del Risorgimento, pur non condividendo in molta parte
gli ideali letterali del Giordani, vide in lui un maestro di patriottismo:
come tale le onorò nel ’48, pochi mesi prima della morte, il governo
provvisorio parmense. Più tardi il gruppo toscano degli «amici pedan-
ti», intraprendendo nel nome del Giordani la sua battaglia antiro-
mantica, esaltava insieme allo scrittore il precursore del Risorgimen-
to.62 E in realtà, malgrado la sua non partecipazione a congiure e a

60
iXIII, 400 (alla stessa, 6 gennaio 1834).
61
iVI, 259; cfr. VII, 260.
62
iVedi il saggio seguente, p. 100 sgg.
*iSulle idee politiche del Giordani ** cfr. ora E. Passerin d’Entrèves nell’Ottocento gar-
zantiano cit., pp. 353 sg., 401 sg., 404. Il Passerin tende a mettere in maggior rilievo gli aspet-
ti «passatisti» del pensiero politico giordaniano, che egli giudica da un punto di vista liberale-
cattolico. Vedi anche qui sopra, p. XXXVI, e l’art. del Moget lì citato.
62 I. Le idee di Pietro Giordani

moti rivoluzionari, il Giordani subì, più di molti altri scrittori risor-


gimentali, le persecuzioni dei governi assolutisti: privato dell’impie-
go dal governo papale a Bologna appena avvenuta la Restaurazione,
esiliato dal ducato di Parma nel ’24, poi dalla Toscana nel ’30, impri-
gionato per alcuni mesi dal governo parmense nel ’34, messo al ban-
do dal Lombardo-Veneto, spiato sempre dalla polizia austriaca che
intercettava le sue lettere.63
Eppure, per i suoi principii politici egli apparteneva piuttosto ai
fautori del dispotismo illuminato settecentesco che ai liberali o ai de-
mocratici. Non solo fu sempre contrario alle «sètte» e alle cospirazio-
ni, che giudicava inutili; ma anche all’esigenza costituzionale rimase,
in fondo, estraneo. La Rivoluzione francese non lasciò in lui, a diffe-
renza che in tanti suoi contemporanei, nessun sedimento di paura,
anzi non mancano nelle sue lettere, anche in piena Restaurazione,
dichiarazioni di simpatia per i rivoluzionari;64 e tuttavia una medita-
zione approfondita su ciò che di nuovo aveva portato quel grande fat-
to storico, sui contrasti di classi che vi si erano manifestati, sulle solu-
zioni e sui compromessi a cui aveva dato luogo, mancò, in complesso,
da parte sua, come da parte del Cattaneo. Il suo ideale rimase un
sovrano illuminato o assistito da consiglieri illuminati, che fugasse l’o-
scurantismo clericale, favorisse ogni iniziativa di progresso e difen-
desse il popolo più umile. Credette dapprima di averlo trovato in

63
iSulle persecuzioni subìte dal Giordani e sulla sua azione «risorgimentale» le pagine miglio-
ri, per la loro simpatica vivacità e per la preziosa documentazione, rimangono quelle di Ales-
sandro D’Ancona, Memorie e documenti di storia italiana, Firenze (1914), pp. 331 sgg., 457 sg.
Pregevoli contributi particolari sono stati recati da Stefano Fermi e da altri studiosi. Il lavoro
del Masnovo già cit. alla nota 48, utilissimo per i riferimenti bibliografici, non fornisce, però,
una ricostruzione persuasiva delle idee politiche del Giordani. Assai meno buono l’altro studio
del Masnovo, Il patriottismo di P. G. in «Archivio storico per le province parmensi», serie 3ª, I,
1936, p. 151 sgg. Il breve articolo di giornale che Luigi Salvatorelli scrisse nel 1937 a proposi-
to dell’edizione delle Lettere curata dal Ferretti (articolo ora ristampato in Spiriti e figure del
Risorgimento, 3ª ed., Firenze 1962, p. 183 sgg.) avrebbe potuto servire, allora, a richiamare l’at-
tenzione sulla necessità di studiar meglio il Giordani politico ed educatore.
64
iVedi per esempio la lettera dell’8 settembre 1821 al Montani (Lett., I, 201), con le impres-
sioni sul monumento del Thorvaldsen in memoria «degli uffiziali e de’ soldati che nell’agosto e
nel settembre del 1992 ammazzarono, e si fecero ammazzare, difendendo la corte Parigina con-
tro il popolo». Commenta il Giordani: «Ma a che un monumento per un valore venduto? e spe-
so per una tal causa? Un monumento vorrei ai fondatori della libertà Elvetica, non agl’impu-
gnatori della Francese». Questa lettera, una delle più belle del Giordani, è stata giustamente
messa in evidenza dal compianto Francesco Tropeano, che nel vol. III, p. 75 sgg. dell’antologia
Civiltà letteraria, composta in collaborazione con L. Malagoli ed E. Bruni (Milano 1960), ha scrit-
to un intelligente e sensibile profilo del Giordani.
I. Le idee di Pietro Giordani 63

Napoleone, e con entusiasmo sincero, anche se espresso in forma let-


teraria artificiosa, lo celebrò nel famoso Panegirico non come capo
militare, ma come riformatore (un riformatore più energico e geniale,
ma, agli occhi suoi, non sostanzialmente dissimile dai monarchi illu-
minati prerivoluzionari). Più tardi, tra il ’18 e il ’21, sperò in Carlo
Alberto, infine in Pio IX.65 Ognuno di questi entusiasmi fu seguito da
delusioni,66 le quali però, tranne forse l’ultima, non mutarono la so-
stanza delle sue idee. La monarchia (la monarchia assoluta) gli pareva
un male necessario: nelle piccole città della Grecia antica poteva esser
utile nutrire l’odio contro i re, «ma ora che la civiltà o piuttosto mor-
bidezza accresciuta e diffusa ha fatto più pazienti e più timidi i popoli,
... è importunissimo l’inquietare gli uomini con questo aborrimento
alla monarchia, che ora è divenuta inevitabile, e più lieve a compor-
tare».67 Così scriveva in regime napoleonico; e se dopo il 1815 le
monarchie gli apparvero sempre meno «lievi a comportare», continuò
tuttavia a ritenerle inevitabili. Anacronistiche quindi gli parevano le
declamazioni alfieriane contro i tiranni; dannoso, e dettato più da esi-
bizionismo che da ragioni ideali, l’indocile servire del Foscolo, verso
il quale, dopo un famoso scambio di lettere a proposito del Panegirico
a Napoleone, il Giordani serbò fino all’ultimo un’invincibile antipatia,
che dall’uomo si estese al poeta e allo scrittore.68 Soltanto, egli rite-
neva che, accettata lealmente la monarchia assoluta, fosse diritto e
dovere del suddito di denunciare liberamente tutte le ingiustizie e le

65
iNapoleone e Pio IX, l’entusiasmo giovanile e quello senile, sono contrapposti spesso nel-
le ultime lettere: per esempio Lett., II, 223: «In gioventù mi scaldai la testa per i p r i n c i p i i
di Napoleone: ora, vecchio, e parendomi conoscere di più questo mondaccio porco, ammiro di
più questo prete ...»; Alcune lettere inedite (Genova 1852), p. 100: «Gli avrei secondo le mie for-
ze fatto (a Pio IX) un panegirico meglio che a Napoleone».
66
iSu Napoleone vedi per esempio i passi cit. più oltre, p. 73 e nota 98 (e anche Lett., I, 93,
dove però il Giordani, retrospettivamente, esagera alquanto il suo antinapoleonismo). Su Carlo
Alberto, V, 224, e la lettera pubblicata da S. Fermi e F. Picco nel «Bollett. storico piacentino»
VI, 1911, pp. 213 sg. Su Pio IX, Lett., II, 254 (13 maggio ’48, al Gussalli): «Tu dici bene; era
un delirio voler fondare l’Italia sul papa, il quale quel che ha fatto non l’ha fatto da sé, ma spin-
to e portato dal popolo, che è veramente bravo e assennato» (in VII, 217 questo passo è ripor-
tato soltanto in parte).
67
iVIII, 189 (si noti tuttavia, in quella stessa pagina, l’amara constatazione del disprezzo che
i potenti hanno verso la volontà popolare). Cfr. X, 21, dove il Giordani, in polemica con lo
Scinà, riafferma che nell’evo antico il regime repubblicano era preferibile al monarchico.
68
iVIII, 317 sg. (con la nota del Gussalli, ispirata alle idee del Giordani); IX, 111, n. 1;
Lett., I, 303, e II, 22, 175. Cfr. G. Ferretti, P. Giordani sino ai quaranta anni cit., pp. 116 e 119;
W. Binni, I classici italiani nella storia della critica, II, 2ª ed., Firenze 1961, p. 287 sg. ** Vedi
anche l’introduzione al presente volume, p. 15.
64 I. Le idee di Pietro Giordani

mancanze che in essa si commettessero; e riteneva che soprattutto lo


scrittore dovesse assumere questa parte di libero ammonitore, di por-
tavoce dell’opinione pubblica offesa presso il sovrano troppo spesso
tenuto all’oscuro di tutto dai suoi ministri. Attaccare e rendere
responsabile direttamente il sovrano gli pareva dannoso; lecito inve-
ce criticare anche aspramente i ministri. In un frammento per un elo-
gio funebre di suo cugino Luigi Uberto Giordani (X, 280), tracciava
questa linea di condotta: «Rispettare i príncipi, e parlare liberamente
de’ ministri: non perché i príncipi siano dèi; essendo uomini come noi,
e alzati sopra gli altri o dal consenso libero o almeno dalla pazienza
degli uomini: ma perché il mutare i príncipi reca grandi e pericolosi
turbamenti: mutare i ministri (da’ quali dipende il governo) facilmen-
te si opera senza danno e rischio publico». Queste parole sono del
1818; ma ancora nel ’46, in una lettera a Giacomo Giovanetti (il
romagnosiano consigliere di Carlo Alberto) ribadiva la stessa idea:
«Ed è bene il confermare e diffondere questa opinione; che è merito
del re il bene che si fa nel suo stato; e non è sua colpa il male di che
molti si lamentano» (Lett., II, 210).
Non era dunque dettata da astuzia per sfuggire alla condanna, ma
da convinzione sincera la linea di difesa che egli tenne durante la sua
carcerazione nel ’34, come risulta dai suoi memoriali al governo par-
mense e dai verbali degli interrogatorii pubblicati dal Gussalli.69 La
causa del suo arresto era stata una lettera privata, intercettata dalla
polizia, nella quale manifestava con forti espressioni la sua gioia per
l’uccisione del ministro dell’interno Sartorio. Il Giordani sostenne che
l’oggetto della sua avversione era stato soltanto un ministro indegno,
non la sua sovrana Maria Luigia. «Io non ho mosso mai, non moverò
mai un dito contro i troni; i quali sempre tengo raccomandati alla
provvidenza divina e alla umana pazienza ... E se io offesi qualche
principe, se volli pur levare una scheggia da qualsiasi trono; precipiti-
no tutti i troni sopra di me; o a soddisfare gli sdegni loro mi punisca
Sua Maestà. Ma dov’è il principe offeso da me? In nessuno degli
Almanacchi reali, in nessuna delle case regnatrici ho mai trovato un
Serenissimo Sartorio» (XI, 329). E il Gussalli (XI, 288), stampando
questi scritti in Milano austriaca nel 1857, poteva con qualche appa-

69
iXI, 287 sgg.; XIV, 9 sgg. Su un primo interrogatorio non pubblicato dal Gussalli cfr.
D’Ancona (cit. alla nota 63), p. 419 sgg.
I. Le idee di Pietro Giordani 65

renza di verità sostenere che essi, distinguendo tra principe e ministro


e facendo il primo non responsabile degli errori del secondo, serviva-
no a rafforzare lo spirito di obbedienza al principe.

Senonché la veemenza con cui rivolgeva le sue critiche ai ministri


reazionari e alle classi sociali di cui quelli erano l’espressione, lo por-
tava ben oltre le sue posizioni teoriche, gli faceva praticamente supe-
rare i suoi principii settecenteschi: così che le persecuzioni da lui subi-
te non furono, come potrebbe sembrare e come egli stesso credette
almeno in parte, causate da equivoci: di quelle persecuzioni egli ave-
va pienamente meritato l’onore. Basta leggere i liberi ammonimenti al
restaurato governo papale ** nell’Orazione per il riacquisto delle tre
Legazioni (IX, 313 sgg.) e ancor più nella lettera aperta al cardinale
Consalvi (IX, 310 sgg., cfr. 323 sgg.), e l’aspra polemica col governo
parmense a proposito della Causa dei ragazzi,70 e i tanti accenni politici
sparsi non soltanto nelle sue lettere private, ma anche in scritti pub-
blicati o destinati alla pubblicazione,71 per convincersi che egli esorbi-
tava di gran lunga dalla parte che si era assunta di critico entro il siste-
ma assolutista, per divenire critico del sistema stesso; e critico assai più
deciso e coraggioso di molti liberali che, guardando solo ai principi teo-
rici, avrebbero potuto sembrare più avanti di lui. Si capisce quindi
come i governi reazionari dovessero vedere in quella distinzione fra
principe e ministro soltanto un’astuzia per combattere l’assolutismo
senza esporsi a condanne. E il Giordani stesso, pur senza abbandona-
re mai del tutto le sue posizioni iniziali, andò via via comprendendo
che, dopo la grande paura della Rivoluzione francese e delle guerre
napoleoniche, le monarchie avevano ormai rinunciato ad ogni inizia-
tiva progressista, e che anche nel campo culturale la scissione tra le
forze vive della nazione e i governi assoluti era ormai compiuta.
Nota una cosa – scriveva a un suo amico piacentino –. Quel Zaiotti, vero scrittore,
il solo vero ingegno italiano che siasi venduto agli Austriaci, pure non vuol passare
per vile né per coglione, e in quello stesso articolo osa maledire le tirannidi. Quando
parlò della passione amorosa de’ Tirolesi per Francesco, e maledisse chi non l’ado-
ra, pagò un tributo inevitabile alla sua laida fortuna; ma molte altre volte ha voluto

70
iVedi più oltre, pp. 87-88.
71
iVedi in particolare i coraggiosissimi scritti da lui indirizzati a Vincenzo Mistrali e alla con-
tessa Scarampi (XI, 289-316; D’Ancona cit. alla nota 63, p. 382 sgg.). Quanto al carattere di
«lettere aperte» che assumevano molte sue lettere private, vedi più oltre, pp. 105-106 n. 32.
66 I. Le idee di Pietro Giordani

pagare il debito alla riputazione e al secolo. Tale è il secolo! Il re di Napoli ad un


Toscano che andò a domandargli de’ suoi onori di corte, e gli ottenne, disse: – È
trista la condizione dei re in questi tempi: gl’ingegni son tutti alienati da noi; e ci si
mostrano affezionati solo gli sciocchi –. E quel buon uomo ebbe la semplicità di rife-
rir queste parole, che fanno onore al re, ma non a lui.72

Nella ferocia repressiva dei governi vedeva la prova che essi, non
più sorretti dal consenso dell’opinione pubblica, erano destinati a
cadere: «Che bozare di Carbonari? Il carbone è nelle scellerate corti;
ed elle pur si consumeranno nel fuoco, in che stolte e crudeli vanno
soffiando»73. Specialmente dopo la carcerazione del ’34 (che, come
egli scrisse, era servita a compiere la sua educazione politica)74 si fece-
ro più frequenti nelle sue lettere gli attacchi rivolti direttamente ai
principi; solo per Maria Luigia conservò, nonostante tutto, un certo
affetto misto a commiserazione.75 Se continuò a considerare la monar-
chia come un male necessario, fu per la sua sfiducia nelle società segre-
te; ma se la realtà lo avesse smentito, sarebbe stato il primo a gioirne.
E infatti già nel marzo 1821 aveva scritto pieno di entusiasmo a un
amico: «Italiae venere dies. Mio caro: siate di qual filosofia volete: que-
sto momento è grande, straordinario, unico per l’Italia. Fosse pur
pericoloso (a me non pare), fossero pur fallacissime le speranze; un
gran bene è già posto in sicuro. E cancellata la lunga ignominia d’Ita-
lia. In magnis [et] voluisse sat est [cr] **. ** Non c’è più ragion, né pre-
testo alle altre nazioni d’insultarci. Potremo essere incatenati come
Leoni; non venduti come porci. Io morirò contento d’aver veduto
nascere le speranze del bene; e qualunque sia la fortuna, è gran cosa

72
iLett., I, 240 sg. (giugno 1825). L’aneddoto sul re di Napoli anche in XI, 193. Sui rappor-
ti Giordani-Zajotti – improntati a reciproca stima in fatto di letteratura, ad aspra inimicizia nel
campo politico – cfr. XI, 311; XII, 50 sgg.; D’Ancona, op. cit., p. 457 sgg.; e la lettera dello
Zajotti all’Acerbi pubblicata da A. Luzio in «Riv. stor. del Risorgim. ital.» I, 1895-96, p. 708.
Lo scritto adulatorio dello Zajotti a cui allude il Giordani è contenuto, anonimo, nell’opuscolo
Francesco I in Trento nelle feste di Natale del 1822, Trento 1823, p. 5 sgg. Per l’attribuzione allo
Zajotti cfr. F. Ambrosi, Commentari della storia trentina, Rovereto 1887, p. 161 (segnalatomi
gentilmente dalla Dott. Annamaria Schlechter, direttrice della Biblioteca comunale di Trento).
73
iAlcune lettere inedite (Genova 1852), p. 70. «Bozàre» ** (chiacchiere, frottole) è una
parola del dialetto piacentino cara al Giordani.*
74
iCfr. VIII, 311.
75
iCfr. Alcune lettere inedite cit., pp. 69 sg.; D’Ancona, op. cit., p. 393 sg.
*iNon «bozàre», ma «bózare» (cioè «bùggere»), come mi fa osservare giustamente Bruno
Migliorini: il Vocabolario piacentino-italiano di Lorenzo Foresti (3ª ed., Piacenza 1883, p. 80) regi-
stra bôzra (al plurale bôzar: la desinenza -e che vi appone il Giordani è un’italianizzazione). **
I. Le idee di Pietro Giordani 67

averla meritata buona» (Lett., I, 196). Più riservato fu di fronte ai


moti del ’31, che si svolsero sotto i suoi occhi in Emilia, perché fin dal
principio vide chiara l’impreparazione e l’incapacità politica dei gover-
ni provvisori;76 ma di nuovo si entusiasmò senza riserve nel ’48. A
Cornelia Fabris, alla quale due anni prima aveva scritto una lettera sfi-
duciata,77 ora scriveva: «Io benché vecchio e caduco sono affatto del
suo parere nel desiderare pronta liberazione d’Italia dai ferocissimi
barbari, e nell’ammirare la Sicilia, e specialmente Palermo, la Lom-
bardia, e massimamente l’Eroica Milano».78 Ed espresse la sua ammi-
razione a Carlo Cattaneo per il suo proclama agli ungheresi, «una del-
le poche e più belle cose che siensi pubblicate in Europa».79 *
Tra sé e i combattenti della nuova generazione sentiva un distacco
di età e di formazione spirituale, che gli impediva di partecipare alle
loro lotte, ma non di seguirle con animo appassionato. «La mia età e
le mie circostanze mi tolgono dal numero de’ valorosi e combattenti;
ma non sono freddo spettatore dell’altrui virtù: e desidero, e vorrei
sperare, degni successi alle generose intenzioni». «Avrei pur recitato
volentieri qualche parte nel dramma della vita; almeno di suggeritore.
Ma la Natura mi vuole ozioso, e nondimeno ansioso, aspettatore. Voi
combatterete e (per Dio spero) vincerete: io applaudirò. Io triumphe».
Queste due citazioni80 non si riferiscono specificamente a fatti politi-
ci, ma non è arbitrario usarle per definire l’atteggiamento del Gior-
dani di fronte alle lotte risorgimentali. Questo atteggiamento lo stac-

76
iCfr. O. Masnovo, Il patriottismo ecc. (cit. all anota 63), p. 162; e tieni presente ciò che
osserviamo più oltre, pp. 132-133. Anche verso il Mazzini non mancano nelle lettere del Gior-
dani accenni ostili (cfr. O. Masnovo, art. cit. alla nota 48, p. 337): in questo caso, all’antipatia
per le «sette» si univa l’antiromanticismo.
77
iCitata da G. Gambarin, «Giorn. stor. letter. ital.» LXXVII, 1926, p. 320.
78
iLett., II, 243 (incolpiuta in VII, 207).
79
iLett., II, 248; vedi anche la lettera seguente al Gussalli. Il proclama agli Ungheresi nel-
l’Epistolario del Cattaneo a cura di R. Caddeo, I, Firenze 1949, p. 448; la risposta del Cattaneo
al Giordani, ibid., p. 247. Come risulta dalle lettere al Gussalli – il quale faceva in un certo sen-
so da trait d’union fra lui e il Cattaneo –, il Giordani fu contrario all’immediata annessione al
Piemonte, voluta dai piacentini (cfr. anche G. P. Clerici in «Riv. d’Italia» XVIII, 1915, vol. I,
p. 109 sgg.). Sulla prospettiva politica generale rimase incerto, perché da un lato tendeva a sim-
patizzare per il repubblicanesimo e l’antipiemontesismo del Cattaneo, dall’altro non aveva fidu-
cia nella realizzabilità di una soluzione rivoluzionaria.
80
iXIII, 105; Lett., I, 284. Cfr. Lettere al padre A. Fania, a cura di F. Sarri, Firenze 1933,
p. 120.
*iSui rapporti Giordani-Cattaneo vedi lo studio di Giovanni Forlini, Giordani e Cattaneo,
di prossima pubblicazione ** nel «Bollett. storico piacentino» LXIV, 1969, fasc. 1.
68 I. Le idee di Pietro Giordani

ca in modo ben deciso dai moderati, per esempio da Gino Capponi e


dagli altri toscani di cui fu amico negli anni di Firenze. In quelli è dif-
ficile dire fin dove arrivasse la sfiducia nel successo della rivoluzione
e dove cominciasse la paura della rivoluzione stessa; mentre nel Gior-
dani c’era il senso virilmente pessimistico di essere lui ormai vecchio
e fuori del suo tempo, ma non c’era alcun timore e alcuna riserva ver-
so le nuove idee. Più vicina alla sua, nonostante sensibili differenze,
era la posizione politica del suo Giacomo Leopardi.

5. ** Un analogo contrasto fra le premesse arretrate e le conseguen-


ze progressiste troviamo nelle idee sociali. Il Giordani, non nobile,
molto aspettava dalla nobiltà italiana, più che nel campo strettamen-
te politico, in quello civico e culturale. Tra le qualità che desiderava
nel «perfetto scrittore italiano» (di cui avrebbe voluto tracciare un
ritratto ideale, a somiglianza dell’Orator di Cicerone) c’era l’esser nato
nobile: gli pareva che così avrebbe potuto con più autorità e minor
pericolo dire la verità: «Molto è creduto dal volgo al nobile; molto è
comportato dai potenti al ricco. Quis bene dicentem Basilum ferat?
Disprezzati e bistrattati Torquato e Giangiacopo; riveriti e temuti il
signor di Voltaire, il conte Alfieri ed il barone di Zach».81 La sua Istru-
zione a un giovane italiano per l’arte di scrivere (XI, 8 sgg.) è diretta a un
immaginario Eugenio, nome parlante («il bennato»). Esultava ogni
volta che trovava un giovane di famiglia nobile appassionato agli stu-
di: il conte Pompeo Dal-Toso, il marchese Felice Carrone di San Tom-
maso, entrambi morti giovanissimi con suo grande dolore. Per la stes-
sa ragione si rallegrò che fosse nobile Giacomo Leopardi.82 Anche il
Leopardi, del resto, la pensava così, e fino all’ultimo mantenne un pic-
colo e innocuo orgoglio del suo titolo di conte, che non gli impedì tut-
tavia di superare, nei suoi rapporti concreti con altri uomini, ogni pre-
giudizio sociale.*
Né il Giordani né il Leopardi vedevano che tra Alfieri o Voltaire e
la realtà loro contemporanea c’era stata la Rivoluzione francese e che
ormai la nobiltà, presa nel suo insieme come classe, era esausta anche

81
iXI, 95. Quis ... ferat: Giovenale, VII, 147.
82
iEpistolario del Leopardi, ed. Moroncini, I, p. 59.
*iSulla coscienza «nobiliare» del Leopardi vedi ora (con molta finezza di indagine psicolo-
gica e sociologica, anche se, a mio parere, con insistenza eccessiva) G. Bollati, op. cit. nella pre-
fazione, p. LXXXVII sgg. Cfr anche G. Moget, art. cit., p. 58 sgg. **
I. Le idee di Pietro Giordani 69

dal lato culturale. O meglio, il Giordani lo vedeva suo malgrado, e lo


spettacolo della nobiltà dei suoi tempi, così contrastante con la fun-
zione che egli le assegnava, lo spingeva a feroci invettive. «La nobiltà
ha perduto i feudi; non ha rinunciato alle massime feudali. Massima
feudalissima, che ogni inferiore è c o s a del superiore, ogni debole è
c o s a del più forte» (X, 299). A proposito delle esequie di un medico
benefattore dei poveri, che erano state seguite da tutto il popolo di
Piacenza, diceva: «Esequie trionfali, lutto glorioso; quale non otterrà
mai l’insolente avarizia degli straricchi, vilissimi successori di rapa-
cissimi antenati; che non osano redimere dall’abominazione universa-
le, con qualche atto benigno di sociale virtù, almeno una porzione di
tanto odiosa eredità di antichi delitti». E se i nobili verranno meno
al loro compito, «noi, popolo mal disprezzato, ci sforzeremo di dare
alla nazione la nobiltà vera dell’uomo, la nobiltà dell’animo; rimar-
ranno ignobili, vera plebe, gl’ignoranti e gli oziosi».83 Qui il popolo
sono tutti i non nobili: ma la sua sollecitudine andava anche al popolo
più umile. Già abbiamo visto come si ponesse il problema dell’istru-
zione popolare. Un suo scritto non finito s’intitola Se debbano impe-
dirsi gli studi ai poveri (XII, 208 sgg.), e l’idea, sostenuta specialmente
dai gesuiti, che i poveri non debbano studiare è bollata come «bestia-
le demenza». Tra il popolo piacentino e parmigiano egli doveva esse-
re molto popolare, specialmente in seguito all’azione da lui svolta per
l’istituzione di asili d’infanzia e contro l’uso di picchiare i ragazzi nel-
le scuole; e ne ebbe prova specialmente quando fu incarcerato.
Non doveva essermi discaro quando i Signori han voluto riconoscere in me l’amor
del vero e del buono: ma più mi concilia a me stesso la benevolenza portatami dal
popolo. Povero popolo, che per voi altri signori è nulla; e senza il quale sareste voi
nulla! Più volte ho saputo quanto mi voglia bene quella moltitudine faticante e mise-
ra di popolo, che i superbi dicon plebe; alla quale certo non può importare ch’io sia
letterato o filosofo; né debbo parere superbo o egoista, se mi ama. Quanto mi com-
pensa de’ vostri inetti disdegni questo amore! dappoiché la mano degli iniqui fu ardi-
ta di toccarmi ne ho avuto più chiaro segno; venendo a mia notizia che alcune pove-
re donne le quali non conobbi mai di presenza né di nome, fanno dire ogni sera delle
Avemarie a’ loro poveri bambini, perché Dio mi liberi dalle vostre mani. Oh buon
popolo parmigiano, sì indegnamente maltrattato! Oh consolazione, oh gloria del mio
carcere!84.

83
iX, 402; XI, 101-03.
84
iXI, 342. Questo brano fa parte di un memoriale che il Giordani incarcerato nel ’34 inviò
al conte di Bombelles, ministro di Maria Luigia.
70 I. Le idee di Pietro Giordani

Né si dava, di fronte al popolo, arie untuosamente caritatevoli:


iscrivendosi come «socio benefattore» [cr] a una società di mutuo soc-
corso, ci teneva a dichiarare che poco gli piaceva questa espressione;85
e aggiungeva: «Mi credo obligato di riverire quelli che lavorando gua-
dagnano il vivere; superiori a me e a tutti quelli che non faticando e
nulla producendo mangiano le fatiche e i prodotti altrui».
Quando morì assassinato Domenico Manzoni, un forlivese di umi-
le origine che sotto Napoleone aveva accumulato in pochi anni, con
fortunate speculazioni, un’immensa ricchezza, il Giordani, pregato
dalla vedova, ne abbozzò un elogio che poi non condusse a termine.86
Sarebbe stato, a quanto risulta dai frammenti, un elogio alquanto am-
biguo: il Giordani lodava la sollecitudine del Manzoni per i suoi con-
tadini («Cura di fabricar case salubri ai contadini. ** Barbarie di
tutti i possidenti d’Italia, che hanno più cura di buone stalle alle
bestie: e alloggiano orribilmente chi si consuma per dar loro pane, e
delizie, e fasto»),87 ma nello stesso tempo s’inoltrava in considerazio-
ni sulla disuguaglianza delle ricchezze che sarebbero state quasi un’im-
plicita critica al morto. E fra l’altro notava: «È un difetto pericoloso
delle attuali società la gran disuguaglianza delle ricchezze ... È derisa
la cura d’introdurre l’uguaglianza; e nondimeno è adorato, e riverito
come più che umano il legislatore88 che unico pose incredibili cure ad
introdurla e mantenerla nel suo popolo. E tanto più ragionevolmente,
quanto che i danni della perfetta uguaglianza non sono mai da teme-
re, perch’ella è impossibile: laddove i mali della somma disuguaglian-
za gravissimi sono da temere, perch’ella è facilissima. Fu dunque
sapientissimo quel legislatore ** che si allontanò con tutte le cure da
quell’estremo, nel quale è più facile e più rovinoso il cadere».89

85
iVII, 128 (al Gussalli, 5 gennaio 1846).
86
iX, 276 sgg. (1817). Cfr. G. Gambarin, «Giorn. stor. letter. ital.» LXXXVII, 1926,
p. 282 sgg.
87
iX, 278. A questo passo [o piuttosto all’iscrizione per Francesco Soprani in Gussalli XIII
192, nr. 34] **, probabilmente, allude Edmondo De Amicis **, Sull’Oceano, 3ª ed., Milano
1889 (anche la 1ª ed. è di quell’anno), p. 51: «Mio malgrado, mi risonavano in mente, come un
ritornello, quelle parole del Giordani: il nostro paese sarà benedetto quando si ricorderà che
anche i contadini sono uomini»: singolare testimonianza dell’influsso delle idee sociali del Gior-
dani su uno scrittore di formazione letteraria nettamente diversa, manzoniana.
88
i** Mosè. **
89
iX, 276. Vedi anche X [cr], 277: «Uso buono che si poteva fare de’ beni nazionali: invece
abbandonati alla cupida ingordigia di pochi»; e la discussione del problema perché il popolo «invi-
dii tanto e odii le ricchezze recenti; e riverisca le antiche, benché ugualmente ingiuste e superbe».
I. Le idee di Pietro Giordani 71

Il ragionamento è, se si vuole, semplicistico, e non sarebbe certo


sufficiente a tranquillizzare chi è affetto dalla paura del comunismo!,
ma è interessante per il corollario pratico che suggerisce. Dei due
estremi, l’unico realmente minaccioso, anzi già in atto, e quindi l’uni-
co da combattere è la somma disuguaglianza: l’altro, l’eccessivo egua-
litarismo, è un pericolo inattuale e astratto: e dunque, pas d’ennemis à
gauche.90 Qui meglio ancora si vede la differenza tra il Giordani e i
moderati toscani; i quali ebbero anch’essi, qualche tempo dopo,
«paterne» sollecitudini per i contadini e deplorazioni per le eccessive
ricchezze; ma sempre a scopo conservatore, per impedire cioè che l’e-
strema miseria suscitasse esasperati moti di ribellione. Che il pericolo
della «somma uguaglianza» fosse irreale, non lo avrebbero certamen-
te mai detto né il Capponi né il Ricasoli; non lo avrebbero detto nep-
pure illuministi come Romagnosi, Melchiorre Gioia, Cattaneo, dota-
ti di una visione dei problemi economico-sociali molto più organica
che il Giordani, ma in senso nettamente liberista, ostile a qualsiasi for-
ma di socialismo. Il Giordani non fu certo propugnatore o precursore
di moti sociali; ma era libero da pregiudizi e da paure anche di fronte
a questi problemi. E gli accenni che qua e là ricorrono nei suoi scritti
al «paventoso intervallo onde fortuna ruppe e separò la natura comu-
ne», gli ammonimenti a fare un uso socialmente benefico delle ric-
chezze perché questo solo può far «perdonare il peccato della origin
loro»,91 benché inseriti in contesti non rivoluzionari, rivelano che il
discorso di Rousseau sull’origine dell’ineguaglianza, o altri testi set-
tecenteschi di analoga ispirazione, costituirono per il Giordani una
lezione non mai dimenticata.
Alle agitazioni sociali, nella sua Piacenza come in Inghilterra e in
Francia, continuò sempre a interessarsi.92 Un interesse non meramen-
90
iConsapevole dell’audacia di queste idee, il Giordani pensava di pubblicare l’elogio di
Domenico Manzoni all’estero: V, 30 (lettera al Brighenti).
91
iIX, 273 (cfr. ibid.: «Ecco a’ poveri agricoltori, senza i quali pur non si vivrebbe, come
duramente si comanda! e come ingratamente la vita de’ ricchi si fa aiutare dalla turba de’ mec-
canici artieri!»; lo scritto è del 1812); X, 391 (1820). Vedi anche le trasparenti allusioni conte-
nute in un bell’elogio dell’Utopia di Tommaso Moro (XI, 5-7); e l’abbozzo di lettera aperta al
Vieusseux (XI, 228-230), in cui il Giordani mostra di ritenere utile l’ereditarietà delle ricchez-
ze, ma con molte riserve e molti ironici sottintesi.
92
i** Cfr. VII, 140, e le due lettere inviate al Giordani da Pietro Gioia (Biblioteca Lau-
renziana di Firenze, Carte Giordani, XXII, 81 e 83, pubblicate senza nome d’autore dal Gus-
salli, VII, 140 n. 1, 146 n. 1) a proposito dei tumulti piacentini del 1846, causati dalla crisi eco-
nomica. Pietro Gioia, divenuto più tardi filo-sabaudo e cavurriano, nel ’46 aveva ancora idee
sociali assai avanzate. **
72 I. Le idee di Pietro Giordani

te letterario lo spinse a tradurre nel 1842 la storia della «sollevazione


degli straccioni» dal latino di Bartolomeo Beverini, e a comporre l’an-
no dopo un discorso introduttivo all’orazione di Giovanni Guidiccio-
ni sullo stesso tema.93 Il Giordani metteva in luce le analogie tra quel-
l’episodio di lotta di classe nella Lucca cinquecentesca e «i tumulti di
Manchester e di Lione», e il tono di tutte quelle pagine è di solidarietà
coi proletari oppressi e di dolore per la loro sconfitta.94
Certo in lui, più ancora che esigenze strettamente politiche o socia-
li, erano esigenze di progresso educativo e, in senso lato, culturale: esi-
genze a n t i o s c u r a n t i s t e, ma sentite con larga umanità e sen-
za alcun razionalismo arido. E quindi, più ancora che contro
l’assolutismo monarchico e i ceti economicamente privilegiati, la sua
polemica doveva rivolgersi contro il clericalismo, il più immediato
responsabile dell’arretratezza dell’Italia. Contro l’ignoranza e l’oscu-
rantismo dei preti e dei frati vi sono in tutti i suoi scritti punte pole-
miche efficacissime; e anche le sue prese di posizione su singoli pro-
blemi culturali che abbiamo già esaminato (contro lo scriver latino;
contro l’esclusivismo letterario nella scuola, ecc.) rientrano nel quadro
generale della battaglia laica. In Galileo e in Sarpi venerava due com-
battenti per la verità, vittime dei «condensatori di tenebre» che ave-
vano spento ogni vita intellettuale e morale in Italia. Uno dei motivi
che gli suscitarono le contumelie dei reazionari e che dettero all’A-
cerbi l’occasione per estrometterlo dalla «Biblioteca Italiana» fu
appunto un suo accenno alla tortura a cui fu sottoposto Galileo duran-
te il processo.95 Vedeva bene che la questione galileiana era ancora
viva, le forze che avevano oppresso Galileo tuttora operanti: «Ora i
perpetui nemici d’ogni vero tornano ad impugnare anche questo (cioè

93
iXII, 304 sgg., 361 sgg. La pubblicazione dell’orazione del Guidiccioni e del preambolo del
Giordani fu vietata dalla censura (cfr. la nota del Gussalli a XII, 360). Il Giordani tradusse poi
dagli Annali del Beverini anche la narrazione della congiura del Burlamacchi (XII, 423 sgg.) e
pensò di raccogliere in un volume, con l’aiuto del Gussalli, tutti questi testi di storia politico-
sociale lucchese del Cinquecento. Ma nemmeno questo progetto poté essere attuato. Gli abboz-
zi della prefazione a questo volume e di un’altra lettera-prefazione al Minghetti sulla Solleva-
zione degli straccioni furono pubblicati dal Gussalli, XII, 430 sgg.
94
iXII, 435; cfr. 433.
95
iX, 22. Il Giordani avrebbe voluto svolgere con maggiore ampiezza questo argomento
(cfr. X, 273 sgg.), sostenendo che il «rigoroso esame» di cui parla la sentenza è un termine tec-
nico per indicare la tortura. Ma non riuscì mai a procurarsi il Manuale inquisitorum (cfr. Gussalli,
nelle Opere del Giordani, I, p. 63 sg.). Vedi anche il progetto per un’edizione di scritti scelti di
Galileo (Firenze, Biblioteca Laurenziana, Carte Giordani, XXIV, 51).
I. Le idee di Pietro Giordani 73

il sistema copernicano), e presumono di scacciarlo dalle menti uma-


ne».96 Quasi certamente c’è qui una allusione a Monaldo Leopardi, il
quale pochi anni prima aveva augurato la venuta di un anti-Galileo
che «restituisse alla terra l’antico onore, mettendola nel centro del-
l’universo, e liberandola dal fastidio di tanti moti».97
In un altro scritto abbozzato e non finito, Della religione in Italia
(XI, 26 sgg.), poneva il problema, discusso poi fino alla sazietà, della
mancanza di una riforma religiosa in Italia e del conseguente scettici-
smo degli italiani. Ai prìncipi, italiani e stranieri, che si erano susse-
guiti nel nostro paese da Carlo V in poi, rimproverava soprattutto di
non aver colpito la potenza del clero e incoraggiato una riforma reli-
giosa. Anche Napoleone aveva finito col seguire le vecchie vie del
compromesso e del concordato: «A’ nostri giorni abbiamo veduto
Bonaparte incredulo, odiatore e sprezzatore de’ preti, cavarli dal nien-
te ov’erano caduti, alzarli a sua possanza che fosse perniciosissima ai
popoli, e finalmente dannosa a lui stesso».98 Ancora dopo la Restau-
razione ammoniva i prìncipi a staccarsi dall’alleanza clericale: «Male
i prìncipi si associano a’ preti, quest’associazione li rovinerà» (X, 275).
Ammonimento vano, perché di fronte al pericolo della rivoluzione i
prìncipi avevano abbandonato ogni velleità riformatrice e giuseppista
e vedevano nell’oscurantismo clericale l’unica difesa possibile dei loro
troni. Ma nell’atto stesso in cui si mostrava ancora legato a speranze
anacronistiche, il Giordani ci teneva ad avvertire che quell’appello ai
prìncipi egli lo rivolgeva non nell’interesse delle monarchie, ma dei
popoli: «Se volessi sostenere le ragioni dei re, la vita e il fine di Pie-
tro Giannone mi avvisa qual mercede dovrei aspettarne. Muovemi
l’interesse de’ popoli, ai quali importa che i principi non siano dal pre-
te impediti di fare il bene» (X, 274).
Allo stesso modo sperava ancora qualche volta di poter staccare dai
preti i nobili: «Molti beni potrebbe l’Italia ricevere dai Nobili: e infi-
niti danni ha ricevuti e riceve dai Preti. Come quei beni si possano

96
iXII, 208 (1839).
97
iCfr. G. Piergili, Notizia della vita e degli scritti del conte M. Leopardi, Firenze 1890, p. 43.
Lo scritto di Monaldo (Considerazioni sulla Storia d’Italia di Carlo Botta) apparve nella «Voce del-
la Ragione» e poi separatamente (Pesaro 1834) **.
98
iXI, 28; cfr. VII, 109: «Bisognava confessare che la rifabbricazione del potere pretesco fu
opera di Napoleone. Oh lì ebbe la vista corta!». Ammonimenti a Napoleone perché combattes-
se il clero erano contenuti nella prima redazione del Panegirico: cfr. XIV, 253 sgg., 283.
74 I. Le idee di Pietro Giordani

procurare, e questi danni rimediare intendo discorrere nel presente


ragionamento». Così doveva cominciare un suo opuscolo De’ nobili e
de’ preti in Italia (XI, 31); ma non andò oltre questo esordio. E in fon-
do egli stesso vedeva bene che nobili e preti, preti e prìncipi costitui-
vano ormai un unico blocco reazionario e oscurantista: «In Italia (col-
pa della tirannia de’ preti e de’ principi) è sempre stato piccolo il
numero di chi sappia e possa leggere» (XI, 29). Più oscurantisti di tut-
ti – non saprei dire se con ragione o soltanto perché ne aveva più diret-
ta esperienza – gli parevano i preti e i nobili della sua Piacenza. «La
nostra Società di Lettura – scriveva all’amico Leopoldo Cicognara –
può ben guardarsi come cosa misera e quasi ridicola: ma è l’unico rag-
gio di luce in quel paese bujo; è l’unica particella di civiltà di quel pae-
se scitico o africano: e ci è costata non poco travaglio per la guerra per-
fida di que’ nobilacci, e di que’ pretacci; ivi anche più che altrove
barbari e maligni; i quali non vogliono assolutamente che l’uom legga
né sappia leggere (hanno ragione)».99 E i nobili e ancor più i preti pia-
centini lo ricambiavano d’un odio feroce, e andavano dicendo che
bisognava bruciarlo vivo o chiuderlo in una gabbia di ferro!100

6. Si comprende bene perciò la sua ostilità al rifiorente cattolicismo


della Restaurazione, ostilità che appare per esempio in un accenno
sprezzante a Chateaubriand, «idolo degli sciocchi e degli ipocriti di
Francia».101 Anche il cattolicismo liberale che si andava diffondendo
dopo il 1830 gli sembrava un insidioso ritorno del vecchio oscuranti-
smo: erano «i nuovi apostoli del cristianesimo decrepito».102 Al suo
amico Giuseppe Bianchetti – come lui purista e patriota, ma simpa-
tizzante per le nuove tendenze spiritualiste – raccomandava: «Abbia-
te cura che del vostro nobil filosofare non possano presumere di cavar
armi difensive i preti, veri e incorreggibili e perpetui avversari di ogni
bene, flagelli veri e grande ignominia del genere umano».103 E lo stuz-

99
iLett., I, 279; cfr. Lett., I, 109.
100
iCfr. per esempio V, 267 e 272; XI, 207; XIII, 413.
101
iXII, 60; cfr. XI, 198; XII, 32, 168 sgg.; VII, 75 sgg.
102
iAlcune lettere inedite, Genova 1852, p. 158. Così pure a Giuseppe Ricciardi (pubbl. in «Riv.
d’Italia» 1911, vol. II, p. 973): «Cotesto furore di catolicesimo in Francia (scimiottescamente con-
trafatto dagl’Italiani) è vanità di moda? è ipocrisia? e allora con quale intendimento? persuasione
di ragionevoli non può essere». Cfr. ibid., pp. 977 (sul Mamiani), 980 (sul Lamennais).
103
iLettera del 7 luglio 1832, pubblicata da G. Gambarin, «Giorn. stor. letter. ital.» XCIII,
1929, p. 280. **
I. Le idee di Pietro Giordani 75

zicava chiedendogli: «Che pensate ** della filosofia del prete Rosmini,


che taluno chiama il primo pensatore d’Europa? E con tanti pensieri,
pensa a fondare nuova fraterìa! Al dì d’oggi!».104
Dal punto di vista della specifica preparazione filosofica, certo, era
lui poco aggiornato: lui che era rimasto fermo a Voltaire e al sensi-
smo,105 parlava di Kant con disprezzo senza conoscerlo direttamente,
e, quando voleva citare un’opera filosofica italiana che stesse alla pari
con le straniere più celebrate, ricorreva immancabilmente all’Etica di
Jacopo Stellini.106 Non diversamente Giacomo Leopardi condannava
in blocco, sulla base di vaghe notizie di seconda o di terza mano, tut-
ta la filosofia tedesca, e affermava che si può essere filosofi «senz’a-
ver letto o inteso Kant»;107 e il Romagnosi, come ricorderà più tardi
Giuseppe Mazzini, «giudicava, quasi maestro, la filosofia d’Hegel o di
tutt’altro tedesco su di un estratto francese di due pagine, cadutogli
sott’occhi»;108 e il Cattaneo stesso, benché assai più nutrito di cultura
europea, in fatto di filosofia contemporanea non si curò mai di colma-
re certe sue grosse lacune. Eppure, in quanto respingevano ogni ricor-
so al trascendente e al metafisico e propugnavano una visione del mon-
do e una cultura integralmente laiche, questi classicisti illuministi
erano davvero più avanti, anche filosoficamente, non solo di Rosmini
e di Gioberti, ma di gran parte del pensiero europeo del loro tempo. **
L’ammirazione stessa del Giordani per lo Stellini, esageratissima in
sé, diviene comprensibile quando si pensi che lo Stellini assegnava alla
morale un fondamente eudemonistico e indagava – con molto minore
originalità di Vico, ma con più chiarezza espositiva – il problema
del passaggio dallo stato ferino alla società civile.109 Lo stellinismo del
Giordani era qualcosa di analogo al romagnosismo del Cattaneo: in
tutti e due i casi, l’opera di un pensatore non grande veniva assunta
come simbolo e rappresentanza di tutto un indirizzo di pensiero pro-

104
iIbid., p. 261, n. 1 (30 settembre 1837). La «nuova fraterìa» è la congregazione dei Rosmi-
niani (Istituto della carità), fondata dal Rosmini nel 1828 e approvata poi dal papa nel ’39.
105
iSu Voltaire vedi per esempio XI, 57 sgg.; VII, 160. Quanto al sensismo, vedi la pagina
seguente, e inoltre, per Condillac, p. 79 n. 116.
106
iSu Kant vedi VI, 83. Sullo Stellini, per scegliere un solo passo tra gli innumerevoli che
si potrebbero citare, cfr. VI, 376: «Tutto quello che l’antica e la moderna filosofia può dir di
vero e di utile l’ho trovato in quella divina opera».
107
iZib., 1857 e 4304.
108
iScritti letterari di un Italiano vivente, Lugano 1847, III, p. 312.
109
iCfr. E. Garin (cit. alla nota 18), II, p. 443 sgg.
76 I. Le idee di Pietro Giordani

gressista, in polemica con le tendenze retrive che avevano ripreso il


sopravvento. Gli stessi Romagnosi e Cattaneo, pur essendosi accosta-
ti (a differenza del Giordani) direttamente a Vico, continuarono a
considerare lo Stellini come un maestro.110
Senza dubbio la prima formazione illuministica del Giordani va
ricondotta all’ambiente parmense, che nel secondo Settecento era sta-
to un tipico ambiente illuminista e classicista ad un tempo.* Là ave-
va dimorato per un decennio (1758-67), precettore del figlio del duca
di Parma, il Condillac, e là il Rezzonico aveva esposto la dottrina sen-
sista in versi classicheggianti.111 Studente a Parma dal 1788 al ’93, e
poi di nuovo nel ’95, il Giordani non poté avere rapporti diretti coi
più tipici rappresentanti della cultura parmense settecentesca; ma l’at-
mosfera intellettuale da essi creata non doveva ancora essersi dissolta.
Le lettere di argomento filosofico che tra il 1795 e il ’97, poco più che
ventenne, egli scrisse al suo ex professore Domenico Santi – di cui
ben presto era divenuto amico e addirittura consulente filosofico e
didattico – mostrano un Giordani già sensista convinto, seguace di
Charles Bonnet nel campo fisio-psicologico e gnoseologico, dello Stel-
lini nell’etica sociale; mostrano anche che l’edonismo su cui egli basa-
va la teoria delle passioni si colorava di tinte pessimistiche, che fanno
pensare a Maupertuis e a Pietro Verri.112 Tali idee non ebbero più tar-
di da parte del Giordani uno sviluppo filosofico originale; ma l’im-
portante è che egli non le abbandonò durante la Restaurazione, anzi

110
iDel Romagnosi vedi soprattutto L’antica morale filosofia ..., aggiuntavi la delineazione di
quella di J. Stellini, Milano 1831, p. v sg. e passim, e numerose menzioni dello Stellini in altre
opere (cfr. F. Luzzatto, Contributo agli studi stelliniani, Udine 1989, p. 104 sgg.). Del Cattaneo
vedi SF, I, 78, 136 sg., 260, e altrove.
111
iVedi la ben nota opera di H. Bédarida, Parme et la France de 1748 à 1789, Parigi 1928;
e, per il Rezzonico e altri letterati a Parma nel Settecento, W. Binni, Classicismo e neoclassici-
smo nella letteratura del Settecento, Firenze 1963, pp. 164 sgg.
112
iIl microfilm di queste nove lettere filosofiche, conservate tra le Carte Giordani della Pala-
tina di Parma, mi è stato gentilmente inviato dal direttore di quella biblioteca, Dott. R. A. Cia-
varella. La lettera più interessante è stata pubblicata da Anita Marradi nel «Nuovo giornale»,
Firenze 27 ottobre 1913. Ma anche le altre meriterebbero di essere rese note. Il Ferretti (P. G.
sino ai quaranta anni cit., p. 16 sgg. e passim) delinea molto bene i rapporti umani tra il Giorda-
ni e il Santi, ma quasi nulla ci dice sulla formazione ideologica del Giordani.
*iSull’ambiente illuministico parmense e sulle idee filosofiche del Giordani vedi la grossa
opera di Giuseppe Berti (diverso dal noto storico), Atteggiamenti del pensiero italiano nei Ducati
di Parma e Piacenza dal 1750 al 1850, Padova 1858-62: al Giordani è dedicato un capitolo nel
vol. II, pp. 361-88. Si tratta di un lavoro molto ingenuo e goffo, utile tutt’al più come raccolta
di materiali.
I. Le idee di Pietro Giordani 77

le accentuò sempre più in senso anticattolico e tendenzialmente mate-


rialistico; e poté quindi costituire una guida per i giovani che non si
appagavano delle varie forme di spiritualismo venute di moda.

La sua polemica anticattolica, tuttavia, era rivolta contro l’aspetto


culturalmente e socialmente retrivo del cattolicesimo più ancora che
contro l’aspetto propriamente religioso. Anzi, nonostante la sua anti-
patia per il cattolicesimo liberale e il suo scetticismo di fronte alla
democrazia religiosa dell’ultimo Lamennais,113 egli stesso non era del
tutto privo di speranza in una riforma della chiesa. Già abbiamo
accennato al suo entusiasmo per Pio IX nel ’46; ma ogni volta che
s’imbatteva in un ecclesiastico non intrigante e non nemico del pro-
gresso, non risparmiava le espressioni di giubilo: si veda per esempio
la prefazione ad un opuscolo collettivo in onore del nuovo vescovo di
Piacenza, Lodovico Loschi (XI, 36). Parecchi furono i preti con cui
mantenne ottimi rapporti di amicizia, da Giovan Battista Canova ad
Angelo Mai, ad Alessandro Checcucci, ad Antonio Cesari (con que-
st’ultimo a un certo punto si guastò, ma per motivi che non avevano
a che fare direttamente con la religione).114
E ammirò i Promessi Sposi appunto come espressione di una reli-
giosità immune da oscurantismo, aperta alle esigenze dello spirito
moderno, esercitante una benefica azione educativa sul popolo. «Se
lo guardate come libro letterario, ci sarà forse un poco da dire; secon-
do la varietà de’ gusti e delle abitudini. Ma come libro del popolo,
come catechismo (elementare; bisognava cominciare dal poco) messo
in dramma; mi pare stupendo, divino. Oh lasciatelo lodare: gl’impo-
stori e gli oppressori se ne accorgeranno poi (ma tardi) che profonda
testa, che potente leva è chi ha posto tanta cura in apparir semplice,
e quasi minchione: ma minchione a chi? Agl’impostori e agli oppres-
sori che sempre furono e saranno minchionissimi. Oh perché non ha
Italia venti libri simili!»115 E lo lodava di «aver espresso una religio-
ne che nessuno incredulo può deridere; una filosofia che nessun devo-
to può calunniare». Avrebbe tuttavia desiderato (ed era un deside-
rio evidentemente inappagabile da parte del Manzoni, la cui

113
iVedi sopra, nota 102; sul Lamennais anche VI, 175; VII, 34.
114
iCfr. A. Bertoldi, Prose critiche di storia e d’arte, Firenze 1900, p. 177 sgg.
115
iVI, 15. Cfr. VI, 14 e i Pensieri per uno scritto sui Promessi Sposi (XI, 132 sgg.).
78 I. Le idee di Pietro Giordani

individualità umana e artistica sta tutta in quel sapientissimamente


ambiguo equilibrio tra il cattolicesimo tradizionale e le esigenze inno-
vatrici e rigoriste, ma molto interessante per capire il Giordani) una
maggiore accentuazione polemica contro la falsa religione: «Poiché
tutti danno consigli a Manzoni io direi che avesse rappresentato Ren-
zo e Lucia perseguitati dalla Inquisizione: male che allora infieriva;
che noi credevamo spento per sempre, e che ora tenta di risorgere»
(XI, 134).
La sua fama di ateo (con questo epiteto lo designavano costante-
mente alcuni suoi avversari) avvalorò la leggenda che egli avesse indot-
to all’ateismo il Leopardi. Fu Monaldo Leopardi il primo a convincersi
che l’incredulità religiosa e il liberalismo politico del figlio fossero
dovuti alle nocive suggestioni di Pietro Giordani. È nota la smentita
che il Leopardi, nella lettera del 13 agosto 1819 al conte Broglio
d’Ajano, diede alle induzioni del padre, rivendicando giustamente a
sé solo la responsabilità delle proprie idee. Ma, molti anni dopo, l’ac-
cusa al Giordani fu rinnovata da Vincenzo Gioberti, che nella famosa
nota 32 alla Teorica del sovranaturale (Bruxelles 1838), dopo aver de-
plorato che uno spirito nobile e alto come il Leopardi non avesse tro-
vato pace nella fede cristiana, aggiungeva: «Un personaggio a cui l’in-
gegno, gli scritti ed il nome davano allora un’autorità grande, lo vide
e prese l’assunto di renderlo incredulo: né penò a riuscirvi per la sua
eloquenza, che doveva aver molta forza sull’immaginazione di un gio-
vane, il quale d’altra parte, dottissimo in letteratura, non era egual-
mente versato nelle materie, che spettano alla religione e alla filoso-
fia»; e asseriva di aver udito ciò direttamente dal Leopardi.
Il Giordani, appena seppe di questa insinuazione calunniosa, reagì
con sdegno; e il Gioberti, invece di confermare la sua accusa o di con-
fessare di aver detto il falso, scelse una terza gesuitica via: scrisse al
Giordani (e ad un amico di lui, Gian Francesco Baruffi) che egli ave-
va per lui un’altissima stima; che ammirava ugualmente il Leopardi;
che era capace di stimare anche chi avesse opinioni filosofiche diver-
se dalle sue: senza minimamente accennare all’unico punto in que-
stione, cioè se il Leopardi gli avesse detto o no di essere stato conver-
tito all’ateismo dal Giordani. E intanto scriveva ad altri esprimendo
ironicamente la speranza che il Giordani si risentisse contro di lui pub-
blicamente, perché «le collere del Giordani sono così eleganti, ed
anche quando sono ingiuste mi vanno talmente al sangue, che per
I. Le idee di Pietro Giordani 79

vederne qualcuna sosterrei volentieri di esserne il bersaglio»; e deri-


deva la sua fedeltà al Settecento laico e antispiritualista: «Il Giordani
che nel Panegirico a Napoleone tocca il modo con cui il celabro distilla
il pensiero, e altrove chiama magistrale un libercoletto del Condillac,116
il povero Giordani materialista, e furioso contro la dottrina cristiana,
secondo la moda che correva cinquant’anni fa, dee essersi avveduto
che in Francia, in Italia e altrove la miscredenza rabbiosa non è più
in corso, e i santi padri del secolo diciottesimo sono scaduti da quel-
l’imperio che avevan sull’opinione, il che dee renderlo di mala voglia
contro di noi».117
Negli anni successivi, la pubblicazione del Primato e le polemiche tra
Gioberti e i gesuiti ebbero il costante contrappunto dei commenti gior-
daniani, che sottolineavano l’intrinseca debolezza e ambiguità della
posizione del Gioberti e l’ipocrisia che ne era la necessaria conseguen-
za: «È veramente curiosa la goffaggine e l’impudenza di questi signori
Neocatolici, e l’audace ipocrisia colla quale vorrebbero a modo loro
rifare il mondo»;118 e a proposito dell’Apologia di Francesco Pellico
contro il Gesuita moderno: «i frati ... nella loro tanta ignoranza sono
ben più astuti del povero Prete Vincenzo. Niente mi piacque la sua
troppo lunga e vacua declamazione; che non toccò nessuno de’ punti
importanti» (VII, 136). E infine, con quella profonda limpidezza intel-
lettuale e morale che egli serbava anche nelle polemiche più aspre: «Il
povero Gioberti (se pur è di buona fede) è in perpetua e misera con-

116
iIl passo del Panegirico (VIII, 229) aveva già scandalizzato il Padre Cesari, a cui il Gior-
dani rispondeva (Lett., I, 95): «Quanto al pensiero, intendo solamente che l’abitudine della com-
plessione, o lo stato attuale del corpo possa moltissimo sulla mente, o aiutandola, o impedendo-
la nel suo operare. Il mio qualunque intelletto, se mi entra in corpo un bicchierino di rhum, è
ito». Quanto al «libercoletto del Condillac», cioè all’Art d’écrire, vedi sopra, nota 56; il Gior-
dani l’aveva chiamato «magistrale» in XI, 97.
117
iLettera del 25 maggio 1841 al Massari. La migliore esposizione della polemica Gioberti-
Giordani è quella di G. Forlini nella «Strenna dell’anno XVI dell’Ist. naz. di cultura fascista di
Piacenza» (1938). Il punto fondamentale, che dimostra la malafede del Gioberti, è questo, nota-
to dal Giordani in una sua lettera al Baruffi (Lett., II, 156): «Notate che in sì lunga lettera il pre-
te Vincenzo sfugge qualunque cenno della calunnia datami, come se questa non fosse l’unica e
vera cagione de’ miei rimproveri». Può sembrare strano che il Giordani, in quella stessa lettera,
neghi che il Leopardi «abbia fatto mai professione d’incredulità»; ma egli temeva che l’accusa di
ateismo potesse nuocere, come difatti avvenne, alla diffusione degli scritti leopardiani. **
118
iLettera a Michele Amari, 26 agosto 1843, pubbl. da A. D’Ancona, Carteggio di M. Ama-
ri raccolto ecc., I, Torino 1896, p. 121. Questa lettera all’Amari e l’altra che citiamo alla nota
seguente sono da aggiungere alla documentazione raccolta dal Forlini, alla quale rimandiamo in
generale il lettore.
80 I. Le idee di Pietro Giordani

traddizione con se stesso, come tanti altri; ma io benché abborrisca


estremamente i mezzi termini, non dirò mai Viva sant’Ignazio».119
Negli entusiasmi patriottici ancora un po’ indifferenziati del ’48,
il Giordani e il Gioberti, in occasione di una visita di quest’ultimo a
Parma, si riconciliarono. Ma soltanto dopo la morte del Giordani,
quando ebbe ripudiato il neoguelfismo, e dato al proprio cristianesi-
mo un’impronta assai più eterodossa, e assorbito (sia pure in modo
incoerente) fermenti socialisteggianti dall’ambiente francese, il Gio-
berti mutò sostanzialmente il suo giudizio sull’antico avversario: nel
Rinnovamento civile d’Italia il Giordani è spessissimo citato, non sol-
tanto come maestro di stile e di eloquenza (per questo rispetto il Gio-
berti, cattolico ma filoclassicista, lo aveva sempre ammirato), ma come
educatore e riformatore culturale, e l’amicizia tra Giordani e Leopardi
è esaltata in termini che costituiscono un’implicita ritrattazione della
vecchia accusa.120 E tuttavia è caratteristico della tortuosità giober-
tiana il fatto che nella seconda edizione della Teorica del sovranatura-
le il Gioberti tolse, sì, l’accenno esplicito al Giordani maestro di incre-
dulità al Leopardi, ma ribadì che l’incredulità non fu per il Leopardi
«un parto spontaneo della sua mente, né un frutto immediato dei suoi
studi», ma gli fu «instillata» da altri.121

In realtà (e questa è un’ulteriore prova dell’inattendibilità della pre-


tesa testimonianza giobertiana) l’ateismo del Leopardi aveva un’into-
nazione notevolmente diversa da quello del Giordani. Nel Giordani,
come abbiamo visto, l’esigenza predominante era quella a n t i c l e-
r i c a l e, mentre ad una religione moralmente pura e non nemica del

119
iCarteggio di M. Amari cit., I, p. 176.
120
iVedi specialmente – nell’edizione del Rinnovamento a cura di F. Nicolini (Bari 1911-12),
vol. II, pp. 189-191 (sull’istruzione del popolo più umile); III, pp. 81 (dove è citata con lode
un’interpretazione marcatamente laica che il Giordani aveva dato della Divina Commedia), 139
sg. (su Giordani e Leopardi; il passo si conclude così: «Dolce è il contemplare in questo gretto
e invidioso secolo la coppia generosa e unica di quei grandi intelletti, i quali, come vissero uni-
ti d’indissolubile amore, così saranno indivisi nella memoria de’ posteri»). S’intende che questa
esaltazione del Giordani e del Leopardi non si inserisce, nemmeno nel Rinnovamento, in una coe-
rente prospettiva democratica e illuminista. Il Gioberti mantiene, anche se in forma più sfuma-
ta, le proprie riserve sul materialismo e l’ateismo dei due scrittori (ibid.), e, nell’atto stesso in cui
loda le idee del Giordani in fatto di istruzione popolare, le altera e le sforza alquanto in senso
paternalistico.
121
iTeorica del sovranaturale, 2ª ed., Capolago 1850, II, p. 352. Cfr. Forlini, art. cit., p. 14
dell’estratto.
I. Le idee di Pietro Giordani 81

progresso egli, pur rimanendo personalmente ateo, non sarebbe stato


ostile. Nel Leopardi invece il motivo anticlericale era meno forte-
mente sentito (in quanto era attutito dalla sfiducia pregiudiziale ver-
so qualsiasi ordinamento sociale e politico), ma molto più fortemente
quello a n t i r e l i g i o s o. Per lui anche una religione purificata e
conciliata col progresso, anche la più nobile forma di deismo era pur
sempre da combattere, perché anch’essa mirava a illudere l’uomo e a
fargli chinare vilmente il capo dinanzi all’oppressione dell’empia natu-
ra. La sua polemica perciò si rivolgeva non tanto contro l’organismo
sociale e politico della Chiesa cattolica (pessimo, sì, ma in fondo for-
mato anch’esso di infelici e di vittime della natura), quanto contro il
concetto stesso di divinità, la quale se esistesse, sotto qualunque for-
ma, non potrebb’essere che malvagia e direttamente responsabile del
male del mondo.
Qua e là anche negli scritti del Giordani risuonano accenti di pes-
simismo, certe volte si direbbe di leopardismo; e certo la sua vita, tra-
vagliata da infermità fisiche, da ristrettezze economiche e da perse-
cuzioni, soprattutto da profonda scontentezza di sé, fu nell’insieme
una vita infelice. Ma al sentimento della propria infelicità individua-
le si accompagnava in lui una contrastata e pur tenace fiducia nell’av-
venire dell’umanità. «Io non so temperare le mie tante malinconie, se
non coll’imaginarmi futuro dopo me un mondo meno stolto e meno
misero del presente» (Lett., II, 211). In una lettera a Michele Amari
diceva che la vita è guerra continua, «della quale vedo tre stadii. Il pri-
mo è stato lungamente guerra di forza contro la forza. A noi tocca di
vivere nel secondo, di guerra della ragione contro la forza; vorrei pos-
sibile il terzo, che sarebbe il bello e buono e nobile, di contrasti di
ragione con ragione. Ma chi lo vedrà[?] [cr] ** Ella Intanto è uno degli
(oggidì sì rari) Ercoli od Ettori della povera ragione. Macte animo,
generose!»122 E nell’ardore della lotta per la ragione dimenticava tal-
volta le miserie che lo affliggevano, si sentiva trascinato da una specie
di senso religioso della laicità e del progresso: «Io vi voglio sempre un
gran bene, mio caro Baruffi; e ne ho molte cagioni: ma specialmente
vi adoro perché siete così innamorato della luce, e sì bene la predica-
te né vi lasciate smagare dai tanti intenebratori. Fiat lux, gridiamo,

122
iLett., II, 204. Cfr. XI, 330.
82 I. Le idee di Pietro Giordani

gridiamo sempre, fiat lux, fiat lux. Secondo Cristo, filii lucis voleva
dire Cristiani: come diavolo vogliono ora farlo Dio dello scuro? Fiat
lux. – Vi abbraccio di tutto cuore e prego molto che non dimentichiate
il vostro Giordani, detto l’Empio perché non ama lo scuro».123
Nell’ampio articolo sulle Operette morali del Leopardi, scritto nel
’26 per l’«Antologia» del Vieusseux ma dal Vieusseux non pubblica-
to,124 a un certo punto sembrava condividesse la visione pessimistica
dell’amico; anzi dichiarava che anche lui era «da gran tempo» arriva-
to per contro proprio alla stessa visione, e non l’aveva manifestata solo
per timore dell’incomprensione o dell’odio altrui.125 Ma subito dopo
sentiva risorgere in sé motivi di fiducia e di impegno nella vita:
** Pur nondimeno ... considero che per quanto sia minima cosa l’uomo e il suo pote-
re; ciò non ostante qualche cosa di non circoscritto, o almanco di non misurabile, si
sente nella forza e nella durata del pensiero: vedo che agl’inumerabili ed inevitabi-
li dolori ai quali fu abbandonata tutta la materia senziente, sottoponendola (per qua-
le mistero?) alle medesime ferree leggi della sorda materia inorganica; ** troppi altri
supplizi, che levare si potrebbero, ne aggiunge agli uomini o l’ignoranza, o più spes-
so l’errore: sento che il pensiero è una potenza ineffabile; e ogni potenza vuol guer-
ra, cioè incontro e rovesciamento di ostacoli: e il pensiero, combattendo colla mor-
ta e colla vivente natura, la quale se gli mostra tanto inimica, ne ha debellato pure
non poca parte, e sottomessa agli umani servigi. Reputo in fine che il supremo del
vivere si sente negli sforzi di un combattimento, o nel fuoco di un grande amore. A
questa guerra, a questa vita, a questo amore, a questo impeto (comunque ci debba
succedere) di conquistare alla povera famiglia umana qualche vero e qualche bene,
cioè qualche alleviamento di tanti guai, qualche aumento di consolazioni, vogliamo
invitare e pregare Giacomo Leopardi, e tutti gli altri ingegni che nol potendo ugua-
gliare sperino di somigliarlo.

E terminava indicando, tra i mali contro cui era possibile e dove-

123
iAlcune lettere inedite, Genova 1852, p. 189. Lo stesso motivo ritorna in una lettera cita-
ta dal Della Giovanna, P. G. e la sua dittatura letteraria, Milano 1882, p. 164, n. 1: «Tutta la gran
lite del mondo è manifesta: chi ama l o s c u r o e chi i l c h i a r o ». **
124
iXI, 149 sgg., cfr. 179. Più tardi, nel ’45, l’articolo fu in parte rimaneggiato dal Giordani
(cfr. Gussalli in I, 110), e tale appare nell’edizione del Gussalli: vi sono difatti alcuni accenni a
poesie leopardiane posteriori al ’26 (Canto notturno, A se stesso).
125
iXI, 175 sg. Abbiamo già visto (p. 76) che fin dagli anni giovanili compaiono nel Giorda-
ni non solo espressioni di malinconia, ma anche accenni di teorizzazioni pessimistiche. Ancor
più chiaramente «pre-leopardiano» sarebbe il passo sulla natura nemica dell’uomo che si trova
all’inizio del Panegirico a Canova (IX, 17 sg.), se davvero fosse stato scritto nel 1810. Ma i pri-
mi quattro capitoli di quello scritto furono rimaneggiati nel ’36 (cfr. la nota del Gussalli a IX,
16), e quindi quel passo, almeno nella forma precisa in cui lo leggiamo, sarà influenzato a sua vol-
ta dalla lettura delle Operette morali. **
I. Le idee di Pietro Giordani 83

roso lottare, quelli «de’ cattivi governi, della pessima educazione», e


il ritorno di atrocità che parevano scomparse per sempre, come la tor-
tura e l’Inquisizione.
Come si vede da questa bella pagina, il Giordani sentiva anch’egli
a fondo il motivo pessimistico del suo amico (** efficacemente espres-
so è soprattutto quell’accenno alla materia senziente sottoposta alle
ferree leggi della sorda materia inorganica); perciò la sua esortazione
al Leopardi perché partecipasse alla lotta per il progresso umano e
sociale ha un tono del tutto diverso dalle esortazioni apparentemente
simili che gli rivolgevano i vari Tommasei e Capponi. I quali in realtà
erano avversi al Leopardi perché vedevano dissolte dalla spietata luci-
dità del suo intelletto le credenze religiose in cui piaceva loro di ada-
giarsi; mentre il Giordani temeva solo che il pessimismo dell’amico
potesse tradursi in rinunzia a lottare contro l’oppressione politica e
l’oscurantismo. Questo pericolo c’era: il pessimismo del Leopardi,
progressivo, per così dire, a lunga scadenza, rischiava di avere un
effetto immediatamente reazionario. La consapevolezza che, anche
eliminati i mali derivati dall’ignoranza, dalla superstizione e dall’ar-
retrata struttura sociale, l’umanità sarebbe stata pur sempre infelice,
poteva paralizzare le lotte che l’umanità progressista sosteneva per eli-
minare intanto quei mali. Del resto, l’ultima fase del pessimismo leo-
pardiano, quella espressa nella Ginestra, fa proprie in un certo senso le
esigenze del Giordani, pur trasferendole su un piano di eroismo dispe-
rato che non può costituire una base di azione per larghe masse di
popolo. Il Giordani a sua volta, nella lettera già citata del 1845 all’A-
mari (Lett., II, 204), riprendeva il programma della Ginestra, ma con
un’intonazione meno radicalmente pessimistica: la «guerra continua
immensa» con la Natura – scriveva – «non si può mai vincere del tut-
to»; ma se ne possono «menomare le offese, mediante unione intensa
e perseverante di tutte le forze della razza umana».

7. Chi per caso abbia avuto la resistenza necessaria per arrivare a que-
sto punto del nostro saggio, dopo aver letto tutte le citazioni che vi
abbiamo inserito, si sarà già accorto che il Giordani, rètore quando vole-
va dare esempi di bello scrivere, è invece uno scrittore pieno di forza
quando ha cose da dire. Il suo ideale stilistico, come abbiamo visto, era
quello di una prosa lucida e piana, che avesse l’ingenua semplicità di
84 I. Le idee di Pietro Giordani

Erodoto e dei primi trecentisti. Questo ideale riconosceva egli stesso,


già prima dei suoi critici, di non averlo realizzato, e si rammaricava di
esser riuscito, invece che grecizzante e trecentista, latineggiante e cin-
quecentista.126 Ma, in contrasto con questa sua poetica, il suo tempera-
mento non era di scrittore candido e cristallino, ma di vivido e imma-
ginoso polemista. La sua vera musa era quel sentimento che abbiamo
visto essere al centro di tutta la sua personalità: lo sdegno contro l’o-
scurantismo e l’ipocrisia, la consapevolezza di essere dalla parte dell’in-
telligenza e della giustizia.127 Facit indignatio versus: sotto l’impulso di
questo energico sentimento, il suo periodare spesso troppo esteriora-
mente euritmico acquistava scioltezza e calore, e anche quel certo arcai-
smo e quei modi latineggianti contribuivano ottimamente a raggiunge-
re effetti di ironica magniloquenza. Si veda, per esempio, in aggiunta
al molto che abbiamo già avuto occasione di citare, questo passo di una
lettera al Cicognara, a proposito della rozzezza delle sculture dell’arco
di Augusto a Susa; e si noti come l’ironia allusiva del Giordani con-
trapponga prima la grettezza della monarchia sabauda all’alto tono del-
le monarchie più potenti, per poi rivolgersi anche contro queste:
Credo proprio che fosse la grande ignoranza e la grande miseria di sua Maestà pie-
montese Cotti, che non aveva mezzi da invitare famosi (e però buoni) artisti; e abba-
stanza buoni gli doveano parere i suoi grossi e goffi scarpellini. Ma Augusto, per
Dio, doveva dar del coglione a quella Sacra Maestà asinina; e fargli buttar giù l’ar-
co; e dirgli: non voglio esser vituperato io e il mio secolo dalle vostre goffaggini. Ma
Augusto era un principe; non asino veramente come gli altri; ma a lui come agli altri
perveniva difficilmente la verità dei fatti e la verità delle massime. Lasciamo andare
tutta questa canaglia.128

O, tra le innumerevoli variazioni che gli suggeriva la passione anti-


clericale, si legga questa classificazione zoologica dei preti: «... sicco-
me voi nella natura vegetante siete del regno animale, di Classe Ver-

126
iXIII, 356 e altrove.
127
iCiò è stato giustamente osservato dal Ferretti nell’«Enciclopedia italiana», XVII, p. 169.
Aveva mostrato, del resto, di rendersene conto già il Gioberti, pur nella malevola ironia di quel-
l’accenno all’«eleganza» delle «collere del Giordani» (vedi qui sopra, pp. 78-79).
128
iV, 206. «Cotti» è, per così dire, la trasformazione in cognome (di tipo italiano) del nome
del re Cottius. Per altri esempi di queste «modernizzazioni» ironico-allusive cfr. P. Treves, Lo
studio dell’antichità classica cit., pp. 442 n. 4, 453 n. 1; e vedi ancora VII, 65 e 67: «il teologo
Algerino» (S. Agostino) e «il biliosissimo Schiavone Girolamo» (dove, forse, c’è anche un’indi-
retta allusione al dalmata Tommaseo). **
I. Le idee di Pietro Giordani 85

tebrali, di Ordine Mammali, di Genere Umani, di Specie Preti; che è


degenerazione d’uomo».129
A dispetto del suo principio che la lingua italiana si dovesse trova-
re tutta nei trecentisti, la foga polemica gli faceva creare nuovi voca-
boli di conio alfieriano: «I ministri sono sministrati; i duchi possono
essere sducati. Io per me rido, sapendo che, se anche fossi impiccato,
non sarò mai sgiordanato» (XI, 291). E i nomi dei suoi avversari era-
no assoggettati a curiosi travestimenti, che mettevano in rilievo la loro
stupidità o la loro falsa santità. Il Tommaseo (il «vilissimo briccone»
che aveva oltraggiato Giacomo Leopardi) diventava fra Nicolò; il pa-
dre Cesari, dopo la rottura dell’amicizia, Sant’Antonio Cesari; il papa,
il Vicedio o Vicecristo (secondo il modello del Vice-Dieu di Voltaire)
**; il ministro dell’interno di Maria Luigia, Francesco Cocchi, Sua
Maialità Fra Coccone; il conte di Bombelles, «l’onagro» **.
Anche ad altri motivi, beninteso, seppe dare efficace espressione
stilistica: per esempio a quello, già accennato, della scontentezza di sé.
Negli ultimi anni la scontentezza si era mutata in rassegnato distac-
co, rotto tuttavia ogni tanto da un ritorno dell’antico spirito polemi-
co. Al pittore Nicola Monti, che dopo aver invano insistito per fargli
il ritratto lo aveva esortato a scrivere lui stesso un proprio «ritratto
interiore», rispondeva:
Che mai ti viene in mente, o mio caro, ch’io faccia un ritratto o una descrizione del
mio interno! io non ne avrei abilità, e molto meno pazienza. Io non penso a me: figu-
rati se vorrei pensarci per proporre ad altri quello che abbiano a pensare di me. Ti
basti che io riverisco ed amo cordialmente i buoni. E che io ti sono amico vera-
mente. Tutto il resto che importa? E a dir vero, o mio caro, io stesso non so bene
che diamin mi sia; e se mi mettessi a pensarci, mi confonderei. Addio, caro. Dipin-
gi lietamente; vivi lietamente: carezza il tuo buon cane. Anch’io preferisco di mol-
to i cani agli uomini. Bisognerebbe adorarli i cani per tutte le ragioni che dici e per
tante altre: sono un po’ femminieri, un po’ collerici: ma non sono impostori, non
traditori, non egoisti. Se ci fosse un paese senza preti e con monarca un cane, andrei
subito a farmi suo suddito. Oh per dio non sarebbe meglio aver padroni de’ cani che
degli Onagri?130

129
iÈ un brano del Peccato impossibile, bellissima satira sulla credenza nel concubito diaboli-
co, pubblicata dal Gussalli a Londra nel 1862. Sull’ammirazione del Carducci per questo scritto
vedi il saggio seguente, p. 101.
130
iXIV, 361. «Onagri» (non «uomini» come stampa il Gussalli) reca l’apografo nella Biblio-
teca Laurenziana, Carte Giordani, XVIII, 274 (l’autografo non risulta conservato); così anche
un altro apografo di lettere giordaniane a Nicola Monti, donatomi gentilmente dal prof. Delio
Cantimori. L’allusione è rivolta al conte di Bombelles (vedi {in questa pagina}). Dagli stessi apo-
86 I. Le idee di Pietro Giordani

Le lettere a donne – quando non trattano problemi di educazione


dell’infanzia, come quelle, particolarmente notevoli, a Caterina Fran-
ceschi Ferrucci – sono molto spesso fredde esercitazioni di galanteria,
da cui il miglior Giordani è assente. Ma i «Frammenti di copioso car-
teggio» che il Gussalli pubblicò in fondo al settimo volume dell’Epi-
stolario (e dai quali, fedele alla volontà del Giordani, espunse ogni
accenno che potesse far identificare la donna amata),131 contengono
squarci bellissimi, esprimenti un’amicizia di uomo maturo tenera e
profonda, priva di gelosia, serenamente consapevole della propria bre-
ve durata. Accanto a questi brani, il Gussalli pubblicò pensieri sull’a-
more e le donne diretti a un giovane amico (forse il Gussalli stesso?),
improntati anch’essi a una virile mestizia, in cui sembra di cogliere
un’eco di quell’esperienza sentimentale già conclusa. Basterebbero
questi frammenti, a quanto pare ben poco letti finora, a dimostrare
con quanta avventatezza si sia voluto dipingere il Giordani come
uomo incapace di passione profonda.132

8. Un uomo così ricco di idee e di umanità doveva necessariamen-


te riuscire un maestro. Quando Giacomo Leopardi gli scrisse di aver
sentito dire dal giovane Benedetto Mosca «che avea avuto maestro il
Giordani», rispose: «Né di Benedetto Mosca, né di niun altro sono
mai stato, né mai vorrò essere maestro: parola, che mi fa nausea ed
ira».133 Questa è la prova che rifuggiva da ogni paternalismo e sapeva
vedere nei giovani soltanto dei compagni nella ricerca della verità. Da
essi, anzi, sollecitava critiche, e faceva di tutto per sfatare quella fama
d’infallibilità letteraria che gli si era creata attorno. «È vero che è di
molti il voler quasi parere infallibili ... Ma quello parmi errore goffis-
simo. Non è l’errare, cioè il pensar male, che disonori; ma il non aver for-

grafi ho tratto qualche altra piccola correzione al testo dato dal Gussalli, dove, fra l’altro, man-
ca l’inciso «vivi lietamente».
131
iIl Gussalli, come è noto, mentre in certi casi si limitò a sopprimere nomi e riferimenti nel-
l’edizione, in altri, come qui, mutilò addirittura gli autografi. Tale procedimento non può non
suscitare il nostro rammarico, e tuttavia si deve ammettere che esso corrispose – tranne, forse,
qualche eccesso di zelo – alla volontà del Giordani.
132
iNon è qui il caso di passare in rassegna le amenità scritte a questo proposito dal Ridella,
dal Clerici e da altri studiosi più o meno influenzati dalla scuola lombrosiana. **
133
iEpistolario del Leopardi, ed. Moroncini, I, p. 93; cfr. ibid., p. 73, e Opere del Giordani,
VI, 379 (a Giuseppe Roberti): «Non si dica mio discepolo, ch’io non voglio esser maestro di nes-
suno».
I. Le idee di Pietro Giordani 87

za di pensare». Così scriveva al Leopardi che esitava a comunicargli


certe obiezioni ai suoi scritti.134
Ad alcuni aspetti della sua polemica contro le scuole della Contro-
riforma abbiamo già accennato. Quelle scuole le aveva sperimentate
lui stesso da ragazzo; le sperimentò una seconda volta a ventitré anni,
durante l’episodio più bizzarro e sconcertante della sua giovinezza: il
suo ritiro nel monastero di San Sisto presso Piacenza come novizio
benedettino.135 A farsi frate non era stato spinto da alcun sentimento
religioso: già allora, nel 1797, era incredulo e anticlericale, seppure
con meno decisione e chiarezza di come divenne più tardi. Si era de-
ciso a quel passo in un accesso di misantropia: tormentato da dissen-
si coi genitori e dallo strano amore per Rosa Milesi, aveva pensato che
un monastero potesse essere un luogo adatto anche a un ateo per estra-
niarsi dalle noie del mondo e meditare e studiare in solitudine. «Tu
dici – Che farai tra quegli uomini che son sì cattivi? Che potrai go-
dere? – Del mondo non godrò nulla; e poco me ne cale. Godrò la
libertà e la quiete dell’animo. Io sarò in mezzo a loro senz’aver nulla
di comune con loro».136 Ma questi propositi di isolamento e di vita
puramente contemplativa furono ben presto sconvolti dallo spettaco-
lo dei maltrattamenti che il padre Soprani, maestro dei novizi più gio-
vani, infliggeva loro. Subito il Giordani prese le difese di quei ragaz-
zi, li incitò alla ribellione, riuscì perfino in un primo tempo a far
allontanare il Soprani dal monastero. Poi naturalmente ebbe la peggio,
e dopo altre burrascose vicende lasciò il convento e rientrò nella vita
civile. Ma quell’appassionata difesa dei novizi riscatta in un certo sen-
so l’ingenua doppiezza della sua parentesi monastica e illumina di luce
simpatica anche l’unico episodio discutibile della sua vita.
Molti anni più tardi, nel ’19, intraprese la famosa azione perché
cessasse l’«infame ed esecrabile abuso di battere crudelmente i ragaz-
zi nelle scuole», con scritti veementissimi rivolti al podestà di Pia-
cenza e al governo parmense, scritti che poi pubblicò sotto il titolo,
bello per il suo antipaternalismo, di Causa dei ragazzi di Piacenza (X,
285 sgg.). Ancor più tardi riuscì, destando con lettere e opuscoli un
moto di opinione pubblica, a impedire che i gesuiti ottenessero nel

134
iEpistolario del Leopardi cit., I, p. 147.
135
iSui particolari di questo episodio vedi Ferretti, P. G. sino ai quaranta anni cit., p. 49 sgg.
136
iBrano di lettera riportato dal Ferretti, op. cit., p. 50 n. 31.
88 I. Le idee di Pietro Giordani

ducato di Parma il monopolio dell’istruzione.137 Fu anche uno dei pri-


mi a promuovere l’istituzione di asili d’infanzia. Rispondendo ad ami-
ci che gli chiedevano consigli sull’educazione dei loro figli, raccoman-
dava che l’educazione mirasse non a «predestinare», ma a lasciar
sviluppare liberamente le attitudini naturali; era contrario all’inse-
gnamento cattedratico e al far imparare cose a memoria; insisteva sul-
l’opportunità che tutti i ragazzi, anche quelli che poi avrebbero pro-
seguito gli studi, imparassero un mestiere manuale. Erano in buona
parte idee non proprie del solo Giordani, ma circolanti tra gli spiriti
più aperti di quel tempo. Le possiamo ritrovare nell’Aporti, nel Lam-
bruschini, nel Capponi. Il tono generale di questo indirizzo educati-
vo è espresso dalla bella epigrafe che il Giordani compose per una
scuola di mutuo insegnamento (XIII, 212):
Entrate lietamente o fanciulli
qui s’insegna non si tormenta
non faticherete per bugie o vanità
apprenderete cose utili per tutta la vita.

Oggi queste idee, che complessivamente possiamo chiamare rus-


soiane, sono diventate stucchevoli per il troppo ripeterle da parte di
epigoni inintelligenti; e si sente il bisogno di ricordare che il proble-
ma dell’insegnamento è meno semplicistico e meno ottimisticamente
risolubile di quanto credono i predicatori della «scuola attiva», e che
il momento della coercizione è ineliminabile dall’educazione (soltan-
to, esso va sentito come una dolorosa necessità provvisoria, da supe-
rare il più presto possibile). Ma al tempo del Giordani uno era il nemi-
co da battere: la scuola della Controriforma, e perciò in quel momento
occorreva essere unilaterali per essere concreti.
Anche sul problema educativo, del resto, non è difficile scorgere,
tra le idee comuni a tutto lo schieramento dei riformatori, alcuni trat-
ti caratteristici del Giordani. ** Innanzitutto, egli era l’unico del tut-
to libero da concezioni religiose, e quindi deciso a spingere a fondo la
battaglia per l’educazione laica, mentre un Capponi o un Lambru-
schini miravano soltanto a rigenerare l’educazione cristiana. Poi, i

137
iXIV, 90 sgg., 341 sgg., 356; Alcune lettere inedite, Genova 1852, p. 177 sgg. Cfr. S. Fer-
mi, Per la storia del movimento antigesuitico in Piacenza, in «Bollettino storico piacentino» XII,
1917, p. 13 sgg.
I. Le idee di Pietro Giordani 89

moderati toscani portavano anche nella pedagogia le loro preoccupa-


zioni sociali conservatrici; scriveva il Vieusseux al Tommaseo a pro-
posito degli asili d’infanzia: «Ma quanto ci vorrà ancora perché gli ita-
liani si persuadano dell’urgenza di simili istituti p e r l ’ e d u c a-
z i o n e m o r a l e d e l l e m a s s e c h e c i m i n a c c i a n o ?»138
Il Giordani invece capì bene che alla prima fase, in cui i retrivi e i cle-
ricali si erano opposti tout court all’istituzione di asili e ad ogni altra
forma di educazione popolare, ne era sottentrata ben presto un’altra,
in cui tali istituzioni erano fatte proprie dagli avversari di ieri, svuo-
tate del loro contenuto innovatore, utilizzate per dare alle classi infe-
riori un tipo di educazione che le mantenesse in posizione subalterna:
«Quelli che fecero contrasto al nascere degli Asili ... ora brigano di
levarli di mano a chi verso il primitivo fine li conduce; e vogliono tirar-
li a sé, e recarli a fine tutto contrario di quello per cui furono propo-
sti. Volevano privata di ogni educazione la povera plebe: adesso
vogliono che sia educata non alla società ma alla schiavitù ... Voleva-
no abbandonata a sé stessa la plebe (ed era insolente disprezzo):
vogliono rimpastarla a modo loro; maligna provvidenza di paura stol-
ta» (XIII, 58 sg.). Diagnosi che colpisce per la sua precocità e verità,
e che assegna al Giordani nella storia dell’educazione un posto parti-
colare, non ancora riconosciutogli.
Esperienza diretta d’insegnamento il Giordani ne ebbe poca, e sol-
tanto nella giovinezza. Nel periodo del monastero gli fu affidata per
breve tempo una classe di ragazzi, che (in contrasto con le solite la-
gnanze sull’indisciplina degli scolari) gli parvero troppo supinamente
ubbidienti, e quasi intontiti dalla disciplina fratesca: «Avrebbero in
verità più bisogno di un Prometeo che d’un pedante».139 Più tardi, in re-
gime napoleonico, fu per qualche mese incaricato di eloquenza all’u-
niversità di Bologna e per un anno insegnante di matematica, fisica e
giurisprudenza al ginnasio di Cesena; ma gli incarichi burocratici a cui
dovette contemporaneamente badare, le ristrettezze finanziarie e l’in-
certezza del futuro gli impedirono, a quanto appare dalle lettere di
quel periodo, di trovar gioia nell’insegnamento. Un progetto interes-
sante era quello, che concepì nel 1815, di raccogliere una decina di

138
iN. Tommaseo-G. P. Vieusseux, Carteggio inedito, a cura di R. Ciampini e P. Ciureanu,
I, Roma 1956, p. 225 (lettera del 28 ottobre 1834).
139
iLettera a Domenico Santi cit. da G. Ferretti, op. cit., p. 56.
90 I. Le idee di Pietro Giordani

giovani «che volessero far meco un corso di filosofia e di lettere ... per
avere da me in cinque anni quell’assistenza a fare un buon corso di
studi che non potrebbero nelle pubbliche scuole».140 Sarebbe stato
qualcosa di simile alla scuola di Basilio Puoti che ancora vive nelle
pagine del De Sanctis; ma con un’apertura culturale e umana tanto
maggiore. Il progetto non si realizzò perché il Giordani fu chiamato
alla redazione della «Biblioteca Italiana»; un paio d’anni più tardi,
raggiunta l’indipendenza economica, non pensò più a cattedre. Ma
attraverso le riunioni della Società di lettura di Piacenza, i colloqui,
la corrispondenza epistolare con tanti giovani che gli chiedevano con-
sigli negli studi e conforto nelle loro crisi di sfiducia e di pessimi-
smo,141 egli esercitò ugualmente una parte di maestro.
Quella sua stessa incapacità di dare compiuta espressione alle idee
che gli si agitavano nella mente, quel suo non pubblicare quasi nulla e
lasciar tutto a mezzo, rendevano forse la sua opera di maestro più
feconda. Nei giovani il Giordani vedeva i futuri realizzatori di ciò che
egli, «impedito forse più da una grande malignità di fortuna che da na-
tura», non aveva compiuto: «sicché a consolarmi cercai se forse potes-
si altrui agevolare l’altezza della quale non avevo speranza» (XI, 94).
Avrebbe voluto essere per loro quella guida negli studi che egli aveva
invano cercato da giovane.
Oh se potessimo vivere insieme – scriveva ad Antonio Gussalli (VI, 341) – non ti
sarebbe forse inutile ricevere tutti i miei pensieri; i quali compressi mi soffocano, e
moriranno con me. Oh sarei pur divenuto qualche cosa, se cominciando da ragazzo
mi avesse avviato un simile a me! Sarei pur divenuto uno scrittore, se dai principii
di gioventù avessi creduto poterlo divenire! Avrei pure speso meglio la vita, se da
principio avessi potuto vedere la strada, o avessi trovato chi me la mostrasse! Io non
ho studiato, perché in tempo non mi credetti buono ad imparare. Ho i mali dell’in-
tendere, e non ho i compensi.

9. Come egli entrasse in corrispondenza col Leopardi nel 1817, con


che confidente abbandono il Leopardi gli aprisse il suo animo nelle

140
iIII, 221 (cfr. Ferretti, op. cit., p. 154).
141
iSotto l’aspetto umano sono particolarmente belle, nonostante alcune intemperanze affet-
tive e disuguaglianze di stile, le lettere a Cesare Cabella (oltre quelle edite dal Gussalli e dal Fer-
retti, altre furono segnalate e pubblicate da G. P. Clerici in «Nuova Antologia», 16 giugno 1916,
p. 399 sgg. e 16 febbraio 1917, p. 434 sgg. e da F. Ridella, La vita e i tempi di C. Cabella, Geno-
va 1923). Ma vedi anche quelle a Pompeo Dal-Toso, Antonio Papadopoli, Giuseppe Roberti,
Antonio Gussalli.
I. Le idee di Pietro Giordani 91

prime lettere, è ben noto. Ma il significato di questa amicizia nella for-


mazione del Leopardi non è ancora del tutto chiaro, proprio per l’in-
sufficiente valutazione che dell’ingegno e della personalità del Gior-
dani hanno fatto in genere gli studiosi del Leopardi, a cominciare dal
più grande di tutti, Francesco De Sanctis. Il De Sanctis ha ceduto al
compiacimento di mettere a contrasto da un lato il grande Leopardi,
dall’altro un rètore, brav’uomo ma limitato, che ammira il suo giova-
ne amico ma in fondo non lo capisce. «L’uomo risponde al retore ...
Veggo il giovane sulla cima della piramide, e Giordani strisciare tra la
moltitudine»: così egli conclude enfaticamente un esame assai poco
obbiettivo delle prime lettere.142
In realtà il Leopardi vide fin dal principio nel Giordani non un puro
e semplice maestro di bello scrivere, ma di cultura e di umanità. A
desiderarne l’amicizia era stato spinto – lo raccontò egli stesso al Gior-
dani in una delle prime lettere –143 dalla lettura degli articoli della
«Biblioteca Italiana». Li aveva «letti e riletti una diecina di volte»,
aveva notato uno stacco assoluto tra essi e tutti gli altri articoli della
«Biblioteca»: «ora che non ci son più mi vien voglia di gittar via i qua-
derni di quel Giornale». Uno stacco di sola forma letteraria? Ma qual-
che anno dopo, quando ormai era passato il periodo del suo infervo-
ramento puristico, scriveva a Pietro Brighenti di avere riletto da poco
quegli articoli con rinnovata ammirazione: «Io penso che se molti de’
nostri sapessero scrivere in quella maniera, n o n d i c o s o l a m e n t e

142
iF. De Sanctis, G. Leopardi, cap. VIII (ed. Binni, Bari 1953, p. 60 sg.). Nelle lezioni del-
la prima scuola napoletana il De Sanctis aveva espresso sul Giordani un giudizio ammirativo, in
perfetto acccordo col suo maestro Basilio Puoti: «Il Giordani si può dire il primo oratore d’Ita-
lia ... E se l’orazione funebre è il più alto genere di prosa, bene le si conviene quella stupenda
perfezione che il Giordani ha data al suo stile. Niuno ha saputo essere tanto artificiato, e non-
dimeno parer tanto spontaneo e naturale» (Teoria e storia della letteratura, ed. Croce, I, p. 97;
per il giudizio del Puoti cfr. la testimonianza dello stesso De Sanctis, Saggi critici, ed. Russo, II,
p. 233). Quando il suo gusto letterario mutò profondamente, e al culto per la prosa aulica (e per
quella «spontaneità» raggiunta attraverso lungo e sapiente artificio) subentrò l’esigenza di uno
stile realistico e moderno, quelli che gli erano sembrati i pregi della prosa giordaniana diventa-
rono per lui gravi difetti. Ecco quindi, nelle opere desanctiane della maturità, un susseguirsi di
accenni sfavorevoli al Giordani, fino al giudizio perentorio: «Pietro Giordani, che fa tanti ritrat-
ti ed orazioni ed epigrafi, non è mai riscaldato da un soffio di vita» (Scuola democratica, cap.
VII). Mancò, da parte del De Sanctis maturo, una rilettura del Giordani, che puntasse non sugli
scritti di circostanza tanto ammirati dal Puoti, ma sugli scritti di polemica culturale e ideologi-
ca e sull’epistolario. E, del resto, se anche quella rilettura vi fosse stata, troppo forti erano ormai
le preoccupazioni «realistiche» del De Sanctis (nel duplice senso stilistico e politico-ideologico)
perché egli potesse apprezzare il Giordani. Vedi l’introduzione al presente volume, pp. 24-27.
143
iEpistolario, ed. Moroncini, I, p. 84.
92 I. Le idee di Pietro Giordani

q u a n t o a l l e p a r o l e , m a q u a n t o a l l e c o s e , la letteratura ita-
liana seguiterebbe ad essere la prima d’Europa»;144 e si compiaceva che
nell’edizione bolognese delle sue opere il Giordani non li avesse trala-
sciati, come dapprima sembrava volesse fare. In realtà, come abbiamo
visto sopra, gli articoli della «Biblioteca» sono tra i meno «letterari»
del Giordani, tra i più ricchi di idee innovatrici nel campo culturale.
Dello stile estremamente arcaizzante e artificioso che il Leopardi
predilesse nei primi scritti della conversione letteraria (e di cui è esem-
pio specialmente la traduzione dei frammenti di Dionigi, che il Leo-
pardi stesso in seguito ripudiò come scritta con ridicola affettazio-
ne)145 il Giordani non è responsabile. Quando cominciò la loro
corrispondenza, il Leopardi si era già formato quello stile da più di un
anno, ed era giunto a eccessi di purismo e di trecentismo a cui il Gior-
dani non arrivò mai. Si confronti la traduzione leopardiana di Fron-
tone e di Dionigi con quella che degli stessi frammenti di Dionigi e di
altri testi greci e latini fece il Giordani:146 si vedrà quanto più artifi-
cioso sia il Leopardi giovane: «più vicino all’abate Cesari che a Pie-
tro Giordani», dice giustamente il De Sanctis.147
La conversione letteraria del Leopardi cominciò come un fatto
strettamente, un po’ angustamente letterario: solo in un secondo
tempo si andò approfondendo, e investì non la sola forma stilistica,
ma tutta la personalità. L’amicizia col Giordani fu appunto la prima
grande esperienza, umana e culturale, che approfondì la conversione.
In questo senso vanno intese le parole del Leopardi, nella lettera cita-
ta, che gli articoli della «Biblioteca Italiana» «diedero stabilità e for-
za alla sua conversione che era appena sul cominciare», e in questo
senso non aveva del tutto torto Monaldo, dal suo punto di vista rea-
zionario, di gridare contro il Giordani che gli aveva fatto uscire dal-
la retta via politica e religiosa il figlio; sebbene, come abbiamo visto,

144
iIbid., II, p. 130 (11 maggio 1821).
145
iVedi la lettera del 27 luglio 1818 a G. B. Sonzogno.
146
iDalla sua Lettera a G. B. Canova sul Dionigi del Mai il Giordani estrasse la traduzione dei
nuovi frammenti di Dionigi, che vi aveva inserito, e la pubblicò a parte nell’edizione bolognese
delle sue opere, stampata dal Brighenti. Il Gussalli ripubblicò di nuovo tutta la lettera. Vedi qui
sopra, p. 51.
147
iG. Leopardi, ed. cit., p. 36. Strettamente «linguaiole» sono alcune osservazioni del Leo-
pardi giovane agli scritti del Giordani (lettera del 30 maggio 1817) sull’uso di «non per tanto»
e sui cognomi senza l’articolo. Questa seconda obiezione gli era stata già fatta dal Padre Cesari
(cfr. XIII, 333) e gli fu di nuovo mossa più tardi da Lazzaro Papi (XIII, 376).
I. Le idee di Pietro Giordani 93

il Giordani non avesse svolto nessuna azione diretta a tale scopo.


Su alcuni punti il Leopardi fin dall’inizio dissentì dal Giordani con
ragione: per esempio sul principio neoclassicista che l’artista non deb-
ba mai rappresentare il brutto. Questo era davvero il Giordani dete-
riore, il Giordani canoviano, che per di più appoggiava il suo gusto
neoclassico ad argomenti moralistici.148 Altre idee, invece, furono da
lui accolte e assorbite. Della formula «lingua del Trecento e stile gre-
co» abbiamo già parlato. Ancor più importa vedere come le esigenze
di un rinnovamento culturale illuministico, di una letteratura popola-
re (ma non populista in senso romantico), espresse tante volte dal
Giordani a cominciare dagli articoli della «Biblioteca Italiana», fos-
sero riprese dal Leopardi, specialmente nella lettera a Giuseppe Mon-
tani del 21 maggio 1819. Qui, anzi, sembra che il Leopardi abbia del
tutto superato quelle remore puristiche e classicheggianti che impedi-
vano di fatto al Giordani di essere uno scrittore popolare, e sia sul
punto di aderire ad un romanticismo alla Di Breme: «Per corona de’
nostri mali, dal seicento in poi s’è levato un muro fra i letterati ed il
popolo che sempre più s’alza, ed è cosa sconosciuta appresso le altre
nazioni. E mentre amiamo tanto i classici, non vogliamo vedere che
tutti i classici greci tutti i classici latini tutti gl’italiani antichi hanno
scritto pel tempo loro ... E com’essi non sarebbero stati classici facen-
do altrimenti, così né anche noi saremo tali mai, se non gl’imiteremo
in questo ch’è sostanziale e necessario, molto più che in cento altre
minuzie nelle quali poniamo lo studio principale».
Ma in realtà nemmeno il Leopardi fu mai così antitradizionalista e
anti-aulico come apparirebbe da questa lettera. Oggi certo, dopo De
Robertis, nessuno ripeterebbe il giudizio che della prosa leopardiana
(attraverso un implicito confronto con la prosa manzoniana) dava il
De Sanctis: «frutto d’ingegno solingo, e sente di biblioteca, e non esce
di popolo». E tuttavia è innegabile che questo giudizio, se riferito solo
ai momenti meno felici delle Operette, contiene una piccola parte di
vero, e che anche sulla prosa leopardiana, sebbene in misura tanto

148
iEpistolario del Leopardi, ed. Moroncini, I, p. 99 sg.; cfr. la risposta del Giordani a p.
106 sg. Che tuttavia la posizione del Leopardi non si discostasse troppo da quella del Giordani,
si vede dall’abbozzo di recensione all’Innocenzo Francucci (PP, II, 685 sgg.): il Leopardi ammet-
te che si possa rappresentare il «brutto», ma non lo «sconcio» (per esempio non la scorticazio-
ne di Marsia). Siamo sempre entro il concetto del decorum, dell’επρεπς.
94 I. Le idee di Pietro Giordani

minore che su quella del Giordani, la formazione troppo letteraria


continuò talvolta a pesare negativamente. In questo il Giordani era, si
potrebbe dire, troppo generoso col suo amico, quando diceva che nel-
le scritture del Leopardi, a differenza che nelle sue, non si sentiva
affatto lo sforzo e l’elaborazione.149 Non per questo deploreremo che
il Giordani e il Leopardi non siano passati decisamente dalla parte dei
romantici, né li accuseremo semplicisticamente di incoerenza. Il rifiu-
to del romanticismo rappresentò, da parte loro, il rifiuto di vecchi miti
che, solo parzialmente ammodernati, si ridiffondevano nell’Europa
della Restaurazione; e sul piano stilistico, quello che nei punti meno
felici della prosa leopardiana si sente come contrasto fra novità di ispi-
razione e forma aulica, nelle pagine felici, che sono le più, è miraco-
loso equilibrio, e allora il Leopardi è più grande di tutti i romantici; e
anche il Giordani, come abbiamo visto, riuscì, sebbene più frammen-
tariamente, a fare del suo stile classicheggiante una forza artistica-
mente positiva.
Questa somiglianza di formazione fece sì che il Giordani capisse per
primo la grandezza del Leopardi e continuasse a proclamarla e a difen-
derla per tutta la vita, contro l’indifferenza e l’ostilità dei più. «Cre-
diatemi», scriveva a Pietro Brighenti nel ’19, in risposta ai giudizi sfa-
vorevoli che questi aveva raccolto sulle prime due canzoni leopardiane
«che Monti, Perticari, Mai (e se credeste che il Signor Giordani fos-
se qualche cosa), riuniti tutti insieme non fanno la metà dell’ingegno
e del sapere di questo giovane di ventun anni». E tanti anni dopo,
quando il Leopardi era già morto e la sua fama incontrava tuttavia
ostacoli: «Così è: quel povero Giacomo è indigesto a tutti gli ambi-
ziosi letterati. Urit enim fulgore suo. Oh incomoda a molti questa
nostra insistenza di proclamarlo: e tanto più insisteremo».150 Si è det-
to che la sua ammirazione per il Leopardi era troppo generica e priva
di motivazioni critiche; ma le sue osservazioni sul passaggio dai primi
canti alle Operette, sul Canto notturno, sulla Ginestra dimostrano una
comprensione della prosa leopardiana e del Leopardi eroico, non orga-
nizzata, certo, in un compiuto discorso critico, ma, nella sua fram-

149
iPer esempio (tra i numerosi passi che si potrebbero citare) Lett., II, 171: «È mirabile Gia-
como in ciò; ed è poco meno che l’unico e solo, che, essendo letto, appena pochissimi e rarissimi
possano accorgersi ch’egli scriva. In me si sente; e troppo si sente».
150
iV, 26; VII, 155. Urit ecc.: Orazio, Epist. II, 1, 13.
I. Le idee di Pietro Giordani 95

mentarietà, più vera e congeniale [che l’] **interpretazione idillico-


realistica ** dell’ultimo De Sanctis.151 Si è detto che egli ebbe torto di
proclamare il Leopardi «sommo poeta, sommo filosofo, sommo filo-
logo», mentre veramente sommo era soltanto il poeta. Ma per filoso-
fia il Giordani non intendeva la filosofia in senso professionale, alla
quale, come abbiamo visto, era estraneo: intendeva una visione del
mondo coerente e libera da vecchie e nuove mitologie, e in questo sen-
so il nome di filosofo spetta al Leopardi. Quanto alla filologia, ho cer-
cato di mostrare altrove che il giudizio del Giordani era fondato e che
il Leopardi fu, se non sommo filologo, uno dei pochissimi veri filolo-
gi che l’Italia abbia avuto in quel primo Ottocento.
Questa costanza nell’ammirare il Leopardi e nel difenderne la
memoria è tanto più bella, in quanto il Giordani ebbe da un certo tem-
po in poi la sensazione che l’affetto del Leopardi verso di lui si fosse
intiepidito, e nei dieci anni che ancora visse dopo la morte del Leo-
pardi non cessò di ripensare con amarezza alla fine prematura di quel-
la grande amicizia. Finì col convincersi, assai probabilmente a torto,
che al Leopardi avesse dato fastidio di vedere gli scritti del Giordani
preferiti ingiustamente ai propri dal pubblico.
«Egli conosceva me, e conosceva se stesso: conosceva di essermi superiore, e di non
poco: e doveva ben sapere che io conoscevo me stesso e lui; e che lo sapevo e lo pre-
dicavo (come ancora fo) superiore a me ... L’ho esaltato quando nessuno lo conosce-
va; l’ho predicato quando si voleva negare o diminuire la sua innegabile e immensa
grandezza. Ma ho sempre creduto (benché non l’ho detto mai a nessuno) che gli dava
molto fastidio il parlarsi un poco più di me che di lui. Ed aveva ragione: ma io nes-
suna colpa ... E per lui che potevo fare di più, che antiporlo sempre a me e a qualun-
que? ... E non doveva capire che appunto la sua troppa grandezza lo sottraeva alla
fama, perché lo sottraeva alla misura? ... Egli mi ha invidiato e disamato; e certo non
per mia colpa. Io non l’ho mai invidiato; e sempre mi sono affaticato perché egli aves-
se sopra me e sopra tutti il suo posto nella fama. S’egli avesse più conosciuto gli uomi-
ni avrebbe veduto come non ve n’era un altro generoso e cordiale più di me ... Io non
sono più che uom mediocre; ma più conseguente e più sincero degli altri e di lui».152

Non fu certo questo il motivo principale per cui il Leopardi, che


ancora nel ’28 gli scriveva «Tu non devi scemarmi la tua benevolen-

151
iCfr. E. Bigi ne I classici italiani nella storia della critica a cura di W. Binni, II, 2ª ed.,
Firenze 1961, pp. 353 sg., 402; e le prime pagine dell’introduzione di Carlo Muscetta al Leo-
pardi del De Sanctis, Torino 1960.
152
iLett., II, 140 (11 ottobre 1839) e 162 (13 ottobre 1841).
96 I. Le idee di Pietro Giordani

za, la quale è fondata sulle qualità del mio cuore, e su quell’amore anti-
co e tenero che io ti giurai nel primo fiore de’ miei poveri anni, e che
ti ho serbato poi sempre e ti serberò fino alla morte», e ancora nel ’32
ripeteva «Io penso a te sempre, e ti adoro come il maggiore spirito
ch’io conosca, e come il più caro ch’io abbia», negli ultimi tempi smi-
se di scrivergli e parve lo avesse dimenticato. Ed è vano andare in trac-
cia di altri motivi più o meno episodici, come hanno fatto tanti stu-
diosi. Furono nuove esperienze a far passare in penombra nell’animo
del Leopardi l’amicizia per il Giordani, pur senza fargliela mai rinne-
gare; l’amore per Aspasia, la nuova amicizia per Antonio Ranieri (un
uomo di così desolante mediocrità intellettuale, ma ricco di quelle qua-
lità di successo mondano di cui il Leopardi si sentiva dolorosamente
privo). Quello che importa, è che l’amicizia tra il Leopardi e il Gior-
dani fu un momento essenziale nella vita di entrambi.
II.
Giordani, Carducci e Chiarini

Testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe,


testo epigrafe, testo epigrafe.
Nome Cognome

Nell’Italia della Restaurazione Pietro Giordani lottò assiduamente


per la laicidità e il progresso. Non si limitò a condividere le aspirazio-
ni riformatrici comuni a tutti gli spiriti aperti dell’epoca (aspirazioni a
un’educazione anticonformistica, che aiutasse l’allievo a formare libe-
ramente la propria personalità; a una cultura storica e scientifica seria,
che ponesse fine al vaniloquio delle accademie): andò oltre. Alle varie
forme di cattolicismo più o meno ammodernato che fiorivano in Euro-
pa dopo il ’15 contrappose il proprio laicismo, prosecuzione e svilup-
po dell’eredità illuministica. All’interesse dei romantici per il folclore
e la poesia dialettale (un interesse in cui elementi retrivi e progressisti
erano pericolosamente intrecciati e confusi) contrappose l’esigenza di
dare a tutto il popolo una cultura moderna. Avversò la latinomania
imperversante nelle scuole e nelle accademie italiane, ma non per que-
sto cadde in una concezione puramente utilitaristica della cultura; anzi
sostenne la necessità di studiare i classici latini – e i greci, allora tra-
scuratissimi in Italia – con rigore filologico. E animò queste idee con
la sua umanità, col suo senso profondo dell’amicizia, e fu sempre pron-
to a sostenere la causa degli oppressi con fieri scritti polemici.
E questo medesimo uomo fu un purista, anche se meno angusto di
altri. Si illuse che idee innovatrici, figlie dell’illuminismo, potessero
essere espresse in «lingua del Trecento e stile greco»; peggio ancora,
raccomandò come esempi di bello scrivere un Bartoli, un Pallavicino,
un Segneri, e l’ammirazione per il loro stile lo rese talvolta indulgente
anche per le loro idee tanto diverse dalle sue.1 Scrisse, specialmente
1
iVedi in X, 407 sgg. l’elogio del Pallavicino: lì il Giordani, dimenticando quasi la propria
ammirazione per il Sarpi (la quale risulta per esempio da XII, 171 sg.; XIII, 97 sg. **), com-
98 II. Giordani, Carducci e Chiarini

nel primo periodo della sua attività, prolissi discorsi di circostanza, in


cui dovette adattarsi a rivestire di bella forma i pensieri altrui, e solo
di tratto in tratto poté far brillare qualche frase ardita, contrastante
col tono generale. Guardò le letterature e le filosofie straniere con-
temporanee con un’ostilità che in parte, sì, dipendeva dal loro carat-
tere cristianeggiante o spiritualista, ma che in sostanza contribuiva a
perpetuare l’isolamento provinciale della cultura italiana.
Questa contraddizione, di cui egli ebbe dolorosa coscienza, ma che
non riuscì a superare, non era di lui solo, ma della parte migliore del clas-
sicismo italiano (la ritroviamo, pur su un piano tanto più alto, in Leo-
pardi); ed era, diciamo così, correlativa alla contraddizione del roman-
ticismo. I romantici avevano proclamato la necessità di una letteratura
che non avesse origini libresche, ma attingesse alla vita; i romantici ita-
liani, in particolare, avevano accentuato, in confronto ai tedeschi, que-
sta esigenza di a t t u a l i t à , di rottura con la tradizione, tanto da dare
al «Conciliatore» un’intonazione assai più illuministica che romantica
nel senso originario. E tuttavia le origini antigiacobine e spiritualisti-
che della loro ideologia impedivan loro di percorrere fino in fondo que-
sta strada, ed ecco che anch’essi, come i loro capi-scuola tedeschi, face-
vano cominciare la civiltà moderna europea non dal rinascimento o
dall’illuminismo, ma dal Medioevo, e identificavano «moderno» con
«cristiano», e il concetto di letteratura «popolare» anche nei loro scrit-
ti si caricava di tutta la pericolosa ambiguità a cui accennavamo: popo-
lo come classe rivendicante il proprio diritto a governarsi da sé e ad
avanzare sulla via del progresso, o come primitività, attaccamento alle
vecchie e buone usanze, insomma ultimo rifugio del Medioevo?
E così a sua volta il classicismo rappresentò, certo, l’attaccamento
a una tradizione letteraria fossilizzata, ma rappresentò anche, in alcu-
ni, una protesta contro le tendenze filomedievali dei romantici, una
fedeltà alla Ragione contro il sentimento mistico, un’affermazione di
laicismo: si ricordi, del resto, quanto classicheggianti erano stati, anche
in certe manifestazioni esteriori, gli uomini della rivoluzione france-
pie ogni sforzo per far apparire il suo personaggio sotto una luce simpatica anche dal punto di
vista umano e ideologico (sebbene neppure in questo scritto manchino allusioni anticlericali e
antiassolutiste). E vedi in XIII, 128 sg. una delle tante iperboliche esaltazioni del Bartoli («Il
Bartoli è unico ... non rassomigliato mai, né possibile a rassomigliare, nella qualità dell’inge-
gno»), la quale coesiste con la consapevolezza della sua sostanziale vacuità («Di lui terrete a men-
te innumerabili frasi smaglianti, niuna sentenza ripeterete: il mirabile è nel vestito non nella per-
sona. Poi niuno affetto mai in quelle tante migliaia di pagine ...»).
II. Giordani, Carducci e Chiarini 99

se. Ma naturalmente anche su questi classicisti progressisti pesavano,


specialmente in Italia dov’erano così forti, gli elementi deteriori del-
la tradizione classicista, a cominciare da una lingua aulica, troppo
distaccata dall’uso popolare e dalle esigenze del pensiero moderno.
Questi aspetti contrastanti del classicismo si ritrovano appunto negli
scritti di Pietro Giordani, e fanno sì che egli appaia ora più arcaico,
ora molto più avanzato rispetto ai tanti cattolici liberali o spiritualisti
democratici che davano il tono alla cultura europea di allora. Anche
nel campo politico e sociale egli da un lato non abbandonò mai del tut-
to certi pregiudizi assolutisti-illuminati, ricordo della sua educazione
settecentesca e della sua adesione al dispotismo riformatore napoleo-
nico: dall’altro combatté, in pratica, contro l’oscurantismo di nobili e
preti e contro le stesse monarchie assolute con decisione molto mag-
giore di tanti liberali, e assai più apertamente di loro denunciò le ini-
quità sociali e le sofferenze del popolo più umile.
Il meglio dell’insegnamento del Giordani fu assimilato e rivissuto
originalmente, per vie ben diverse, da due uomini in dissidio col loro
ambiente: Leopardi e Cattaneo.2 Molti, invece, ammirarono soltanto
il Giordani purista: uomini come Carlo Antíci, lo zio del Leopardi,
come Salvatore Betti, autore dell’Illustre Italia **, e gli altri della
«scuola romana», imitarono i lati meno felici del suo stile ma rimase-
ro impermeabili alle sue idee. D’altra parte molti progressisti, tediati
dall’oratoria di alcuni tra i suoi più celebri scritti di circostanza, but-
tarono via le sue opere senza accorgersi di quanto c’era in esse di inno-
vatore: basti ricordare il giudizio sommario del Mazzini.3 E ai più,
moderati in politica e manzoniani in letteratura, dette noia nello stes-
so tempo il classicismo e l’anticlericalismo del Giordani, la sua prosa
troppo paludata e le sue idee troppo ardite: per loro, che cosa di peg-
gio che un purista ateo?
Quest’ultima posizione, l’antigiordanismo dei moderati, era parti-
colarmente forte in Toscana dopo il ’49. A Firenze invecchiava, sem-
pre più misoneista, Gino Capponi, un tempo amico del Giordani, ma
poi l’amicizia si era interrotta e la divergenza di idee, esistente in

2
iSui rapporti Giordani-Leopardi vedi il saggio precedente, pp. 51 sgg., 90 sgg. Il Cattaneo
affermò il proprio filoclassicismo nella prefazione ad Alcuni scritti (= Sl, I, p. 3 sgg.), con accen-
ti che ricordano molto da vicino il Giordani, benché senza nominarlo. Vedi sopra, p. 67, e {il
penultimo} saggio del presente volume.
3
iScritti letterari di un Italiano vivente, Lugano 1847, III, p. 301 n. 1.
100 II. Giordani, Carducci e Chiarini

realtà fin dall’inizio tra il Giordani e tutto il gruppo dei moderati fio-
rentini, si era fatta più chiara.4 Si capisce quindi come l’«Archivio sto-
rico italiano», pur mantenendo un tono rispettoso per lo scrittore
morto da pochi anni, facesse delle riserve sul valore di alcuni suoi
scritti e sull’opportunità di pubblicarne l’epistolario, come aveva co-
minciato a fare dal ’54 Antonio Gussalli.5 In un altro periodico fio-
rentino, lo «Spettatore», Ruggiero Bonghi pubblicò per la prima vol-
ta quelle Lettere critiche (Perché la letteratura italiana non sia popolare in
Italia) in cui tutti i difetti dello stile giordaniano sono individuati con
grande chiarezza, e giustamente è criticata l’ammirazione del Giorda-
ni per Daniello Bartoli, ma nessun accenno si fa al valore delle sue idee
di riforma culturale.6
In questa atmosfera il gruppo degli «amici pedanti» (Carducci,
Chiarini, Gargàni, Targioni-Tozzetti)* iniziò a Firenze la battaglia
contro i tardi romantici proclamando sommi modelli, l’uno per la poe-
sia, l’altro per la prosa, il Leopardi e il Giordani. Fu precisamente
Giuseppe Chiarini il primo ad ammirare il Giordani e a farlo conosce-
re agli amici.7 Nei loro primi scritti, gli omaggi ad Antonio Gussalli,
depositario dell’eredità giordaniana, si alternavano ad aspre invettive
contro i detrattori del Giordani. Di tali scritti, e di tutte le polemi-
che che ne seguirono, dà precise notizie Stefano Fermi nel suo saggio
su Pietro Giordani e gli «amici pedanti».8 Del Carducci sono special-
4
i** La rottura col Capponi nel 1830 ebbe origine da un malumore forse ingiustificato del
Giordani (vedi G. Forlini, Il soggiorno fiorentino di P. Giordani, ne «L’Arca», luglio 1954, p. 4
sgg.) **; ma la divergenza di idee preesisteva. Sull’ostilità del Capponi verso i filogiordaniani
«amici pedanti» vedi M. Tabarrini, G. Capponi, Firenze 1879, p. 352.
5
i«Archivio storico italiano», nuova serie, I, 1855, parte I, pp. 185 sgg. Cfr. anche «Il pas-
satempo», I, 1856, p. 127 sg. In parecchi punti della sua edizione giordaniana il Gussalli sfogò
la sua amarezza per le accoglienze sfavorevoli che essa aveva ricevuto (per esempio tomo VIII,
p. IX sgg.; XIV, pp. 138, 532). **
6
iR. Bonghi, Lettere critiche, Milano 1856, pp. 7 sg., 14, 18, 43 sg., 45, 107 sg., 123 sgg.
7
iG. Chiarini, Memorie della vita di G. Carducci, 2ª ed., p. 59: «Il Giordani, del quale a poco
a poco inoculai l’ammirazione anche agli altri».
*iAccanto all’influsso del Giordani e del Leopardi sugli «Amici pedanti», va tenuto presente
l’influsso, in parte (ma solo in parte) concomitante, del Tenca: vedi U. Bosco, Giusti, Tenca, Car-
ducci, in Realismo romantico, Caltanissetta 1959, p. 111 sgg.; in questo saggio sono anche ben
distinte le varie fasi dell’atteggiamento del Carducci nei riguardi del romanticismo. ** Vedi ora
anche l’accurato studio complessivo di E. Circeo, Carducci e Leopardi, in «Giorn. stor. lett. ital.»
CXLV, 1968, pp. 573 sgg. **
8
iS. Fermi, Saggi giordaniani, Piacenza 1915, p. 1 sgg., con aggiunte a p. 159 sg. Vedi anche,
per il carteggio tra Chiarini e Gussalli, A. Pellizzari, G. Chiarini, Napoli 1912, pp. 20 sgg., 58 sgg.
e, per tutto l’ambiente degli «amici pedanti», l’ampio e ben documentato studio di Piero Tre-
II. Giordani, Carducci e Chiarini 101

mente da ricordare il sonetto «Qual tra le ingiurie di Fortuna e i dan-


ni», poi incluso negli Iuvenilia, e la raccolta, da lui compiuta per il
volume XIV dell’edizione Gussalli, dei giudizi critici sparsi nell’epi-
stolario giordaniano; del Chiarini, due scritti dedicati al Gussalli9 e
due articoli sulle opere del Giordani.10 Paragonando la prosa del Gior-
dani a quella del Leopardi, il Chiarini manifestava, sia pure con una
certa cautela, la sua preferenza per la prima: «Io, quando non debbo
dare il primo luogo al piacentino, li dirò almeno eguali. Ché se è uni-
ca quella perfetta esattezza e semplicità lucidissima del Leopardi, con-
veniente alla esattezza del filosofico ragionare, io sento più calda più
splendida più varia la prosa del Giordani».11
Il giordanismo degli amici pedanti era certamente ben diverso da
quello della scuola romana; la loro ammirazione non andava solo al
Giordani stilista, ma anche al suo patriottismo e al suo odio per «pre-
ti e tiranni». «Imparammo da lui – scriveva il Chiarini – come si può
stare al mondo non vili, come si può spendere in degne cagioni la vita,
come giovare ai lumi e contendere coi tristi e debellarli; e come in que-
sta guerra a pro’ della umana famiglia han loro ufficio le lettere». E il
Carducci, letto il Peccato impossibile, esclamava: «Che grande e splen-
dido e terribile nemico di tutti i vili nemici del genere umano era quel
Giordani: il solo veramente libero di tutti gli scrittori italiani moder-
ni».12 ** Nel discorso Di un migliore avviamento delle lettere moderne
al proprio loro fine,13 che più tardi, rifatto nel ’76, s’intitolò Di alcune
condizioni della presente letteratura, il Carducci faceva propri i giudizi
del Giordani sul carattere popolare della letteratura trecentesca, sul-
l’estraniarsi della classe dotta dal popolo nel Rinascimento, sulla ne-
cessità che la nuova letteratura parlasse di nuovo a tutta la nazione.
Tuttavia anche nel Chiarini e nel Carducci giovani – per non par-
lare del Gargani, il più chiuso e arcaizzante – i pensieri del Giordani

ves, L’abate Giuseppe Tigri e la cultura toscana, ne L’idea di Roma e la cultura italiana del sec.xix,
Milano-Napoli 1962, p. 145 sgg.
9
iRiportati da Guido Mazzoni in G. Chiarini, La vita di U. Foscolo, Firenze 1910, p. XIV sgg.
10
iDegli scritti editi e postumi di P. Giordani, nel «Poliziano», I, 1859, p. 96 sgg.; recensione
al vol. XIV delle Opere, nella «Rivista ital., di scienze, lettere ed arti colle effemeridi della Pubbl.
Istr.», IV, 1863, pp. 273 sgg., 305 sgg.
11
iNel «Poliziano» cit. alla nota precedente, p. 106.
12
iLettere, ed. nazionale, III, p. 333 (al Chiarini, 4 maggio 1863); cfr. Chiarini in «Rivista
italiana» cit., IV, p. 274.
13
i«Il Poliziano», I, 1859, pp. 10 sgg., 65 sgg.; vedi specialmente p. 67 (ora in Opere, ed.
nazionale, V, p. 265 sgg.).
102 II. Giordani, Carducci e Chiarini

rivivevano in una forma più angusta: il patriottismo, l’anticlericali-


smo, che il Giordani aveva concepito in funzione di un rinnovamen-
to culturale illuministico, tendevano a restare fine a sé stessi, oggetto
di declamazioni e di «sparate» truculente. Né essi cercavano di libe-
rare i motivi vitali del Giordani dalle scorie puristiche, anzi le aggra-
vavano. «Modificare la sostanza di una letteratura si può senza dan-
no, quando un vero progredimento della civiltà lo comandi; mutare la
forma, cioè la maniera di esprimersi, non si può», sentenziava il Chia-
rini, con una recisione che il Giordani non avrebbe certamente con-
diviso.14 E il purismo, il classicismo, il nazionalismo culturale – uniti
a quella mancanza di spirito filosofico che costituiva la più grave tara
della cultura toscana – stonavano, naturalmente, nel ’59 assai più che
venti o trent’anni prima, e mettevano il gruppetto dei «pedanti» in
una situazione di svantaggio di fronte alla nuova cultura di De Sanc-
tis e Spaventa, nutrita di filosofia europea, o al gruppo milanese di
Cattaneo e Ferrari, che sviluppava anch’esso, come abbiamo accen-
nato, ma su un piano assai più alto, certe esigenze giordaniane.
Anche l’interesse per la storia di alcune forme stilistiche e metriche,
che il Carducci, come è stato osservato recentemente da Gianfranco
Folena,15 derivò in parte dal Giordani, e che costituiva un’indubbia
originalità rispetto al De Sanctis, rimase sempre un interesse filologi-
co-retorico, non divenne mai vera e moderna filologia,16 e questo fu un
grave danno per l’ulteriore sviluppo della filologia italiana.
Ma pur con tutte queste riserve, bisogna riconoscere che l’avere
scelto a maestri il Giordani e il Leopardi significò per il Carducci e il
Chiarini la rottura coi pregiudizi religiosi e con un certo moderatismo
buonsensaio, e facilitò grandemente la loro evoluzione democratica.
Più tardi, come è noto, altre esperienze culturali (specialmente il con-
tatto coi poeti e gli storici della rivoluzione francese, e con Goethe e
con Heine) vennero ad affrettare tale evoluzione. Il Chiarini, pur così
inferiore artisticamente al Carducci, e di statura modesta anche come
critico, fu però più pronto ad assimilare certi nuovi indirizzi culturali,

14
i«Il Poliziano» cit., p. 105. Vedi quanto più articolata e ricca di distinzioni fosse la posizione
del Giordani, per esempio in XI, 10 sgg., o, ancora più, nell’abbozzo di Storia dello spirito pub-
blico d’Italia considerato nelle vicende della lingua (IX, 105 sgg.).
15
iNella presentazione alle Orazioni scelte del sec. xvi a cura di G. Lisio, Firenze 1957,
p. VIII sg.
16
i«Una filologia nata in ipso sinu rhetoricae», dice giustamente il Folena.
II. Giordani, Carducci e Chiarini 103

che poi trasmise all’amico. E noto che dal ’70 in poi, ripudiando le sue
giovanili tirate contro i poeti francesi, egli dedicò molta parte della sua
attività allo studio delle letterature straniere. Meno noto è che fin dal
’65 recensì entusiasticamente Forza e materia di Büchner – e anche qui
il materialismo del Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco, e l’an-
tioscurantismo di molte pagine del Giordani, sono alla base di tale
entusiasmo –.17 E non solo fu, come il Carducci, repubblicano, ma
assai più di lui sentì le ingiustizie sociali che accompagnavano anche
in Italia lo sviluppo del capitalismo; e si rifiutò, nonostante la grande
ammirazione per il Carducci, di seguirlo nella triste involuzione filo-
monarchica e cortigianesca dal ’78 in poi.18 La riforma scolastica che
egli progettò negli anni in cui fu direttore generale della pubblica
istruzione mirava a ridurre l’insegnamento del latino e del greco, a svi-
luppare l’istruzione scientifica: suscitata da necessità attuali, era, nel-
lo stesso tempo, d’accordo con quanto aveva sostenuto tanti anni pri-
ma il Giordani negli articoli della «Biblioteca italiana» e in altri
scritti.
Dalla prosa aulica dei primi anni il Chiarini, a differenza del Car-
ducci, finì col distaccarsi completamente; anche in poesia predilesse
un umile e patetico, e spesso sciatto, verismo. È quindi naturale che il
suo entusiasmo per il Giordani prosatore andasse diminuendo dopo
il ’70,19 finché, in un saggio del 1885,20 egli dette sullo stile giordania-
no un giudizio abbastanza limitativo. «A me – scriveva fra l’altro –
pare di scorgere nel Giordani una contradizione singolare fra il giu-
dizio ed il gusto; come scrittore, egli mi fa l’effetto di un uomo che
ragionando si persuade che i cibi semplici sono i migliori, e che quan-
do si mette a tavola preferisce gl’intingoli. Guidato dal giudizio, loda
ed ammira in altri la naturalezza, e la semplicità dello scrivere, e bia-
sima in sé l’assenza di queste qualità e la presenza delle contrarie;21 si

17
i«Rivista ital. di scienze, lett. ed arti», VI, p. 39. Lo Stratone di Lampsaco è esplicitamente
ricordato dal Chiarini.
18
iG. Mazzoni, in G. Chiarini, La vita di U. Foscolo, Firenze 1910, p. XXIV sgg., e nella pre-
fazione alla 5ª ed. delle Memorie della vita di G. Carducci, Firenze 1935, p. XI sgg.
19
iVedi le testimonianze nell’articolo cit. di S. Fermi, p. 19 sgg.
20
iG. Chiarini, P. Giordani: i primi anni e i primi scritti, nella «Nuova Antologia», 16 set-
tembre 1885, p. 226 sgg. (il passo da noi riportato è a p. 241). Quest’articolo doveva essere il
primo capitolo di una biografia del Giordani, che il Chiarini non condusse a termine.
21
iIl Chiarini allude per esempio a XIII, 356; Lett. II, 171. Cfr. qui sopra, pp. 60 sg., 83-
84, 93-94 n. 149.
104 II. Giordani, Carducci e Chiarini

mette a scrivere, e il gusto lo porta a seguitare nella mala via. Non dico
che non sia sincero quando accenna le cagioni che gl’impedirono di
correggersi; ma dico che la volontà di correggersi non dové mai esse-
re molto forte, e che seguitò a scrivere artificioso e raffinato, perché in
fondo lo scrivere artificioso e raffinato gli piaceva. Non è ammissibile
che s’egli avesse voluto assolutamente correggersi, non gli fosse, alme-
no in parte, riuscito; ma si capisce come la volontà, se non fu mai for-
te, dovette divenire anche più debole, quando quel suo modo di scri-
vere gli acquistò nome di primo prosatore italiano. Anzi allora la
volontà dovette cessare affatto; e giudicando da’ suoi scritti, si vede
ch’egli non ebbe d’allora in poi altra cura che di perfezionare e, qua-
si direi, cesellare e brunire quella sua maniera di prosa».
L’osservazione, nel suo buon senso, contiene qualcosa di vero; si
deve però aggiungere che in molte prose polemiche, in molte espres-
sioni di scontentezza di sé e dei suoi tempi, il Giordani riesce a tra-
sformare in forza positiva gli stessi aulicismi e arcaismi, a fonderli in
un impasto stilistico tutto suo: perciò egli non avrebbe potuto seguire
il semplicistico consiglio di buttar via senz’altro il proprio stile aulico
e mettersi a scrivere terra terra.22
Fino all’ultimo, invece, rimase nel Chiarini l’ammirazione per il
Giordani educatore, patriota e difensore degli oppressi. Anche in que-
sta ammirazione si potrebbe notare una certa genericità, un porsi da
un punto di vista più morale in senso stretto che storico-culturale e
politico, e quindi un mancato approfondimento di ciò che il Giorda-
ni significò per la cultura italiana. Ma su questa facile osservazione
non sarebbe giusto insistere con professorale sussiego: l’amore del
Chiarini per il Leopardi e il Giordani rimane uno dei più bei tratti del-
la sua personalità così schietta e simpatica: quest’amore gli ispirò,
alcuni anni dopo, la Vita di Giacomo Leopardi, che è ancor oggi la sola
biografia leopardiana che si legga volentieri, la sola che simpatizzi
decisamente per il protagonista e non per Monaldo, per Adelaide
Antici, per i moderati toscani. In quella biografia anche la figura del
Giordani, in rapporto al Leopardi, è delineata assai bene.
La scelta di scritti del Giordani curata dal Chiarini fu pubblicata
per la prima volta nel 1876 presso l’editore Vigo di Livorno;23 fu

22
iCfr. qui sopra, pp. 22.23, 83-84.
23
iProse scelte di P. Giordani proposte come libro di lettura alle scuole liceali, p. 526.
II. Giordani, Carducci e Chiarini 105

ristampata nell’80; riapparve notevolmente modificata nell’89 presso


Sansoni.24
Già la prefazione all’edizione del ’76 rivela che il distacco del Chia-
rini dall’ideale aulico degli anni giovanili era bell’e avvenuto. «Anche
nell’arte di scrivere – osservava il Chiarini –25 ... prevalgono oggi fra
noi certe dottrine, che non sono interamente quelle che ai tempi del
Giordani si avevan per buone: e tutti, un po’ più un po’ meno, siamo
intinti nella pece di queste dottrine, che, a dir vero, hanno molta appa-
renza di essere ragionevoli». E proseguiva (e il seguito fu da lui ripro-
dotto anche nella prefazione all’edizione sansoniana) dicendo che non
solo la prosa del Giordani, ma anche quella del Leopardi è troppo
discosta dall’uso popolare (p. VII); c’era tuttavia adesso, secondo lui,
il pericolo di un manzonismo troppo esclusivo, di un oblio troppo tota-
le della grande tradizione classica: perciò, come antidoto, egli propo-
neva la lettura del Giordani nelle scuole secondarie.
Questa destinazione scolastica del libro influì inevitabilmente sul
criterio della scelta. Pur affermando di aver voluto che gli scritti pre-
scelti «rappresentassero, nel suo meglio, non solamente lo scrittore,
ma anche l’uomo, che è nel Giordani non meno rispettabile dello scrit-
tore, ed è una sola cosa con esso» (p. XI), il Chiarini non poté fare a
meno di escludere gli scritti più aspramente anticlericali, come le sati-
re sul Procerismo e sul Peccato impossibile,26 l’opuscolo Per le legazio-
ni,27 gli abbozzi dei discorsi Al Saurau, Della religione in Italia e Se deb-
bano impedirsi gli studi ai poveri,28 i Discorsi alla società di lettura di
Piacenza,29 la Lettera a G. Vicini,30 gli scritti contro i gesuiti31 e mol-
tissime delle più belle lettere private, parecchie delle quali, copiate e
diffuse più o meno clandestinamente, assumevano il carattere e l’ef-
ficacia di lettere aperte.32 Certe espressioni contenute in questi scrit-

24
iCfr. M. Parenti, G. C. Sansoni, Firenze 1955, pp. 93, 99, 102 sg.
25
iEd. di Livorno cit., p. VI.
26
iIl Procerismo in XII, 105 sgg.; sul Peccato impossibile vedi qui sopra, pp. 84-85, 101.
27
iIX, p. 310 sg.
28
iX, 248 sgg.; XI, 26 sgg.; XII, 208 sgg. (sulla questione del non impedire lo studio ai poveri
vedi anche XIII, 57 sg. e qui sopra, p. 69).
29
iX, 391 sgg.; XI, 34 sgg., 40 sgg., 180 sgg., 209 sgg.
30
iXI, 205 sgg.
31
iXIV, 83 sgg.; cfr. le lettere del medesimo periodo (1839-40), e gli altri scritti citati dal
Gussalli, XIV, 84. Su tutti gli scritti qui rapidamente menzionati si veda il saggio precedente.
32
iCiò fu messo giustamente in rilievo da G. Tribolati, Saggi critici e biografici, Pisa 1891,
p. 330, e già prima da L. Scarabelli in «Archivio storico ital.» app. VI, 1848, p. 435. Un gesuita
106 II. Giordani, Carducci e Chiarini

ti dell’«empio Giordani» sarebbero apparse troppo forti anche nella


scuola italiana di fine Ottocento, pur molto più laica dell’attuale: tan-
to più che in molti di essi vi sono spunti di polemica sociale espressi
in un linguaggio veemente. Così pure il Chiarini dovette ritenere trop-
po polemici gli articoli contro lo Zajotti33 e contro le calunnie del
Tommaseo al Leopardi;34 troppo difficili per una scuola secondaria gli
scritti di riforma culturale pubblicati nella «Biblioteca Italiana».35 Un
notevole miglioramento rispetto alla prima edizione livornese fu l’in-
clusione di una quarantina di lettere; un peggioramento, l’esclusione
della Causa dei ragazzi di Piacenza,36 che è uno degli scritti più belli del
Giordani e, io credo, dei più adatti alla scuola.
** Molto del migliore Giordani è dunque assente da quella raccol-
ta, proprio perché il migliore Giordani è quello degli scritti polemici.
E tuttavia già lì c’è materia bastante per cominciare almeno a capire
che il Giordani non è quale lo presentano le odierne storie letterarie.
Si leggano soprattutto le sezioni seconda e quarta: «Scritti varii» e
«Lettere», e alcune iscrizioni. Non ci si lasci spaventare dalla prolis-
sità dei «Discorsi ed elogi» coi quali l’edizione chiariniana si apre. In
questi il Giordani è, come abbiamo accennato, portavoce di idee e
sentimenti in parte non suoi. I più di questi discorsi, inoltre, appar-
tengono all’epoca napoleonica, in cui il Giordani non aveva ancora
raggiunto l’indipendenza di giudizio che mostrò in seguito, dal ’14 e
specialmente dal ’34 in poi;37 molti trattano di arti figurative, un cam-
po in cui il Giordani soprattutto ci appare invecchiato, per il suo gusto
rigidamente neoclassico che oggi nessuno può condividere. Eppure
anche in essi troviamo qualche preannuncio del Giordani migliore:
vedi quelle puntate contro i monarchi, i preti, i ricchi che qua e là
interrompono la cerimoniosità dei discorsi ufficiali;38 vedi nell’Inno-
cenzo Francucci (IX, 180 sgg.) quell’interpretazione allegorica di leg-

o filogesuita che si firmava Filarete gli scriveva: «Voi, singolare in tutto, solete non pure, come
praticano gli altri uomini, mandare le vostre lettere a cui sono indirizzate, ma anche qua e colà
in processione da essere ammirate dai vostri divoti» (Firenze, bibl. Laurenziana, carte Giorda-
ni, XXII, 57).
33
iXII, 50 sgg.
34
iXII, 199 sgg.
35
iSi trovano nei tomi IX e X delle Opere. Uno solo, quello sugli improvvisatori, fu ristam-
pato dal Chiarini (p. 133 sgg. dell’edizione del 1889).
36
iX, 285 sgg.
37
iIl 1834 è l’anno della sua carcerazione (vedi qui sopra, p. 66).
38
iVedi qui sopra, pp. 71-72.
II. Giordani, Carducci e Chiarini 107

gende antiche, mantenuta su un tono di sorridente empietà e miso-


ginìa, di un’eleganza settecentesca inconsueta nel Giordani, rotta però
a un certo punto dall’invettiva contro Apollo persecutore di Marsia (p.
193 sg.), in cui esplode lo «sdegno giusto» contro i persecutori moder-
ni, condannati dalla «coscienza libera del genere umano».
Uno dei compiti che oggi si pongono agli storici della cultura ita-
liana dell’Ottocento è uno studio più approfondito della corrente clas-
sicista: non per rivalutare il classicismo in quanto tale, che è definiti-
vamente morto, ma per individuare meglio i motivi progressisti che
vi erano in quel movimento, e che si contrapponevano ad alcuni aspet-
ti retrivi del romanticismo: per capire sempre più a fondo come da
un’educazione classicista, non mai rinnegata sostanzialmente, sia
venuto su un uomo più grande e più moderno di tutti i romantici, Gia-
como Leopardi. In una prospettiva di questo genere acquisterà un par-
ticolare interesse e rilievo la figura di Pietro Giordani; e anche il gior-
danismo minore di Giuseppe Chiarini avrà la sua giusta collocazione.39

39
iTra gli studiosi del Giordani posteriori al Chiarini vanno ricordati soprattutto Stefano Fer-
mi, Giovanni Ferretti e Giovanni Forlini. È quasi esclusivamente merito loro se si è mantenuta
una tradizione di studi giordaniani. Del Fermi vedi specialmente i Saggi giordaniani (Piacenza
1915) e lo studio su P. Giordani e G. D. Romagnosi nella polemica tra classici e romantici («Arch.
stor. per le province parmensi», 1949-50, p. 247 sgg.): una bibliografia completa dei suoi scritti
è nel «Bollettino storico piacentino», XLVII, 1952, fasc. 3-4. Sui meriti e su alcuni limiti del Fer-
retti come studioso del Giordani vedi sopra pp. 37 sgg., 44. Del Forlini si veda lo studio Orien-
tamenti culturali e atteggiamenti critici nella prima metà del secolo xix (in «Convivium», 1952, p.
707 sgg.) e molti preziosi articoli sui rapporti tra il Giordani e altre personalità dell’Ottocento
(Gioberti, Manzoni, Colletta ecc.) pubblicati in varie riviste. Il Forlini sta ora preparando una
bibliografia giordaniana che costituirà un indispensabile strumento di studio.
III.
** Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi

Testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe,


testo epigrafe, testo epigrafe.
Nome Cognome

1. Il fatto nuovo degli studi leopardiani nel secondo dopoguerra


consiste, come è noto, nell’attenzione che si è rivolta al pensiero e alla
cultura del Leopardi. Il ripudio di una critica letteraria troppo rin-
chiusa in una considerazione puramente estetica dell’opera d’arte,
troppo preoccupata soltanto di sceverare poesia da non poesia, è sta-
to certamente un fenomeno generale di quest’ultimo ventennio; ma ha
assunto un particolare valore nel caso del Leopardi, poeta-pensatore
avversato per il suo materialismo e pessimismo dai moderati toscani e
da Benedetto Croce, e proprio in odio a tali sue idee ridotto a poeta
«idillico»: poeta, cioè, solo nei fugaci momenti in cui dimentichereb-
be la propria amara filosofia.
Il merito di aver distrutto questo cliché (che, nella forma brutale in
cui era stato presentato da Croce in un famigerato saggio, aveva susci-
tato perfino tra i critici più crociani perplessità e resistenze) spetta a
due saggi usciti nello stesso anno 1947: il Leopardi progressivo di Cesare
Luporini e la Nuova poetica leopardiana di Walter Binni.1
Nel saggio del Luporini lo studio del pensiero leopardiano era per la
prima volta condotto al di là dell’onesta ricostruzione erudita (Losac-
co, Zumbini, Tocco, Porena) e dell’adesione sentimentale, immedia-
ta e astorica (Graf, Amelotti, Tilgher).2 Non sono mancati al Lupori-

1
iC. Luporini, Leopardi progressivo, in Filosofi vecchi e nuovi, Firenze 1947, p. 183 sgg.; W.
Binni, La nuova poetica leopardiana, Firenze 1947, 2ª ed. 1962.
2
iNaturalmente ciò non implica alcuna disconoscimento dei contributi di codesti studiosi.
In particolare il volumetto del Tilgher (La filosofia del Leopardi, Roma 1940) contiene, accanto
a forzature facilmente riconoscibili e isolabili, un’espressione lucidissima di alcuni concetti fon-
damentali del pensiero leopardiano: distinzione fra primitività e barbarie, materialismo, critica
III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi 109

ni rimproveri di unilateralità e di forzatura ideologico-politica. In che


senso si possa, anche a nostro parere, parlare di unilateralità, cerche-
remo di precisare in seguito. Ma intanto dobbiamo dire che, nella for-
ma in cui viene espresso talvolta (di avere, cioè, presentato un Leopar-
di «precursore del marxismo»), quel rimprovero non è accettabile. I
punti di riferimento adottati da Luporini per valutare il «progressi-
smo» del Leopardi sono l’illuminismo e il romanticismo, il concetto di
Natura hobbesiano e russoiano, la «delusione storica» suscitata dalla
fine dell’esperienza rivoluzionaria e napoleonica. Le acquisizioni più
importanti del saggio luporiniano sono la valutazione del Leopardi
come «moralista», il chiarimento del valore essenziale che il concetto
di «vitalità» ha nella prima fase del pensiero leopardiano, la netta
distinzione tra il pessimismo materialistico del Leopardi e i pessimi-
smi romantico-esistenzialistici di cui è ricco l’Ottocento europeo. Nes-
suna forzatura antistorica vi è in tutto ciò, a meno che non si voglia
considerare antistorico il possesso stesso di un criterio valutativo, di
un impegno critico-pratico da parte dello studioso. Bisogna, anzi, dire
che il Luporini ha sottratto per primo lo studio del pensiero leopar-
diano alle analogie brillanti ma fallaci con tutti gli «spiriti tormenta-
ti» del passato, da Sant’Agostino a Pascal ai romantici e ai decadenti
del secolo scorso; e ha fatto, con ciò, opera di storico rigoroso.
Una forzatura nell’interpretazione del pensiero politico leopardia-
no c’era stata, più che da parte del marxista Luporini, da parte del
democratico Salvatorelli, che aveva visto nell’ultimo Leopardi «il pre-
sentimento del socialismo, della Società delle nazioni», dello «stato
scientifico»; e ancor prima, alla fine dell’Ottocento, da parte del
Romano-Catania (lo studioso di Filippo Buonarroti) e del Carducci,
con quel suo curioso «Diciamocelo in un orecchio: s’accostava al socia-
lismo».3 Il Luporini, è vero, nella conclusione del suo saggio citava con

dell’antropocentrismo. Tra gli studi su singole questioni, merita un particolare risalto quello di
F. Neri, Il pensiero del Rousseau nelle prime chiose dello Zibaldone, «Giorn. stor. letter. ital.»
LXX, 1917, p. 131 sgg. (poi in Letteratura e leggende, Torino 1951, p. 257 sgg.).
3
iG. Romano-Catania, L’etica sociale nelle opere di G. Leopardi, «Il pensiero italiano», mag-
gio 1893, p. 74 sgg. Il Carducci (Degli spiriti e delle forme nella poesia di G. Leopardi, ora in Ope-
re, ed. nazionale, vol. XX, Bologna 1937, p. 94 e n. 1) ignora il Romano-Catania, e si richiama
invece a un accenno, assai più generico, di G. Martinozzi, Per la continuità nella vita nazionale,
Bologna 1897, pp. 18-25. Contro il Romano-Catania polemizzò M. Losacco in uno scritto del
1896 (rist. in Indagini leopardiane, Lanciano 1937, p. 69 sgg.): egli ebbe buon giuoco nel negare
l’esplicito «socialismo» del Leopardi, ma non rese giustizia ad alcuni spunti felici del proprio
110 III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi

assenso il giudizio del Salvatorelli – e forse avrebbe dovuto accompa-


gnare l’assenso con una più esplicita riserva –; ma veniva a temperar-
ne la crudezza in quanto ricostruiva t u t t o lo svolgimento del pen-
siero politico leopardiano e storicizzava, così, quella posizione di
punta dell’ultimo Leopardi.4
Su un’altra cosa finora non osservata conviene, piuttosto, richia-
mare l’attenzione. Il saggio del Luporini rappresentava, all’interno
della storiografia marxista, una posizione teoretico-storiografica par-
ticolare. A differenza della grande maggioranza dei marxisti italiani,
che erano degli ex-idealisti, Luporini proveniva dall’esistenzialismo; e
già da esistenzialista si era interessato al pensiero leopardiano e gli
aveva dedicato un saggio.5 Rispetto a quel saggio, il Leopardi progres-
sivo è cosa del tutto nuova e inconfrontabile: abbiamo già accennato
che uno dei suoi meriti principali consiste proprio nella separazione
netta fra il pessimismo del Leopardi e il pessimismo di un Kierke-
gaard. Ma quella precedente esperienza non idealistica, non storici-
stica, aiutò certamente il Luporini a comprendere un pensatore non
professionale, antisistematico, formatosi al di fuori della «via mae-
stra» dello storicismo e dalla dialettica, quale è il Leopardi. Il saggio
del Luporini, pur considerando l’assenza della dialettica come una
condizione d’inferiorità del pensiero leopardiano (su ciò ritorneremo),
tuttavia sottintendeva un marxismo che non si riducesse a uno stori-
cismo più corposo e concreto, che non facesse di Marx soltanto il
migliore scolaro del professor Hegel, ma che sapesse rifarsi, al di fuo-
ri del passaggio obbligato hegeliano, direttamente al materialismo e
all’epicureismo settecentesco, alle esperienze democratico-rivoluzio-
narie francesi, all’empirismo inglese. In confronto al Luporini del Leo-
pardi progressivo, il Luporini delle ultime discussioni su «Rinascita»,
che si schiera senz’altro coi marx-hegeliani e considera come nemico
numero uno il materialismo volgare, mi sembra assai meno originale
e meno rivoluzionario. E mi sembra che nelle recenti discussioni sul
rapporto uomo-natura il Luporini abbia semplicemente trascurato la
problematica leopardiana, piuttosto che cercare di metterla a un serio

avversario. ** Del Salvatorelli vedi Il pensiero politico italiano, 5ª ed., Torino 1949, p. 210 (la
1ª ed. è del 1935). Pur nel suo schematismo, la formulazione del Salvatorelli ebbe allora il meri-
to di contrapporsi all’infelice tesi crociana dell’affinità di idee tra Monaldo e Giacomo Leopardi.
4
iVedi l’appendice II del saggio luporiniano (Discussione col Salvatorelli, p. 277 sgg.).
5
iIl pensiero di Leopardi, in Studi sul Leopardi di vari autori, Livorno 1938, p. 41 sgg.
III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi 111

confronto col marxismo.6 * Ci scusi il lettore della digressione, che


non si allontana, poi, dal nostro tema quanto può a prima vista sem-
brare.
Se l’ostilità al Leopardi pensatore, alle sue asprezze antispirituali-
stiche, aveva portato anche in sede propriamente estetica alla svalu-
tazione degli ultimi Canti e dei Paralipomeni,7 il libro del Binni rea-
giva a questo giudizio, proprio in nome di una considerazione più
unitaria della personalità leopardiana; e mostrava come l’illuminismo,
il materialismo, la polemica apertamente anticristiana dell’ultimo Leo-
pardi non fossero stati elementi perturbatori di un’ispirazione esclu-
sivamente idillica, ma anzi generatori di una nuova, non meno alta
poesia. Anche il libro del Binni aveva le sue durezze e unilateralità
– più tardi temperate, anche se non del tutto risolte, dal Binni stesso
in successivi saggi –:8 un eccessivo stacco tra il Leopardi idillico e il
Leopardi eroico,* tra l’ispirazione eroica delle Canzoni giovanili

6
iCfr. specialmente L’uomo e la natura, in «Atti del XII congr. internaz. di filosofia (Vene-
zia 12-18 settembre 1958)», vol. II, Firenze 1960, p. 273 sgg. La discussione su «Rinascita» a
cui accenniamo sopra si svolse dal 23 giugno al 3 novembre 1962.
7
iMa non si dimentichi il giudizio di Giuseppe De Robertis sulla Ginestra, nel commento ai
Canti, Firenze 1925, p. 330, e in Studi, Firenze 1944, p. 12.
8
iTre liriche del Leopardi, Lucca 1950; La poesia eroica di G. Leopardi, «Il Ponte» XVI, 1960,
p. 1729 sgg.
*iDiversa è, oggi, la posizione di Luporini nei riguardi del rapporto Hegel-Marx, e molto
cambiato è tutto il panorama del marxismo contemporaneo: nel quale, tuttavia, perdura la caren-
za di materialismo. ** Vedi gli articoli citati nella prefazione a questa edizione, p. XCVIII.
Un nuovo tentativo di interpretazione del Leopardi da un punto di vista marxista (in realtà
piuttosto adorniano-marcusiano, con qualche civetteria verbale strutturalistica) è stato compiuto
da Enzo Schiavina, La crisi della coscienza borghese nell’ideologia leopardiana, in «Rendiconti» 1967,
fasc. 14, pp. 157 sgg. Non mi sembra che esso segni alcun vero progresso sul saggio di Lupori-
ni. Una convincente interpretazione dell’Infinito in chiave sensistica è data da G. Pirodda in
«Problemi» 4-5, 1967, p. 166 sgg. Ricca di acute osservazioni è l’introduzione di Mario Pazza-
glia alle Operette morali, Bologna 1966 (giustamente il Pazzaglia mette in guardia, a pp. XIV-
XVIII, contro gli equivoci a cui può dar luogo la definizione del Leopardi come «moralista»).
Accenni importanti su Leopardi e Rousseau e sul rapporto tra letteratura e vita nel pensiero leo-
pardiano si trovano in G. Lonardi, Classicismo e utopia cit., pp. 42-45.
*iL’esigenza di non separare nettamente il Leopardi «idillico» dal Leopardi «eroico» è ora
affermata giustamente anche dal Sapegno, Giacomo Leopardi (nell’Ottocento garzantiano già
citato, p. 820). Ma il saggio di Sapegno ricalca troppo le orme di quella critica leopardiana che,
pur rifiutando il giudizio irosamente svalutativo di Croce, ammira tuttavia il Leopardi m a l-
g r a d o la sua ideologia: rappresenta quindi, tutto sommato, un passo indietro rispetto a Binni.
Bisogna d’altra parte osservare che né Luporini né il sottoscritto, negando il «romanticismo» del
Leopardi, hanno mai sostenuto un suo «meccanico ritorno ai moduli razionali e alle soluzioni let-
terarie settecentesche» (Sapegno, ibid.). Hanno piuttosto sostenuto che il Leopardi vive in pie-
no la crisi del suo tempo, ma dà ad essa una risposta radicalmente diversa da quella dei roman-
112 III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi

(soprattutto del Bruto minore) e quella dei canti post-1830, e una trop-
po frettolosa aggregazione del Leopardi alla schiera dei romantici.9 Ma
le osservazioni sul nuovo impegno polemico e «missionario» del Leo-
pardi dal 1830 in poi, sulla forza del lucido e spietato materialismo dei
Paralipomeni, rimangono punti fermi per lo studio del pensiero leo-
pardiano, anche a prescindere dal grande valore specificatamente cri-
tico-letterario del saggio.
Dopo Luporini e Binni non sono certo scomparse d’un tratto le vec-
chie posizioni di sottovalutazione del pensiero leopardiano e di ridu-
zione del Leopardi a poeta puro e frammentario. Proprio ora uno stu-
dioso del valore di Piero Treves, prendendo lo spunto da un riesame
del Leopardi filologo ma estendendo il suo giudizio all’intera perso-
nalità leopardiana, ha ripresentato l’immagine crociana di un Leopar-
di «monaldesco», ostile al progresso, incapace di comprensione sere-
na del mondo che lo circondava.10 Ma nonostante queste resistenze
l’impulso principale è ormai nell’altra direzione. I saggi di Martino
Capucci sui Paralipomeni,11 di Carlo Muscetta sulla canzone Nelle noz-
ze della sorella Paolina e sull’Ultimo canto di Saffo,12 l’introduzione del
Muscetta stesso al Leopardi di De Sanctis, l’articolo di Luigi Blasucci
sulle due canzoni patriottiche e alcune sue recensioni, specialmente
quella agli scritti leopardiani di Giovanni Gentile,13 hanno rappre-
tici (anche se poi, nella definizione e valutazione di questa risposta, vi sono tra Luporini e me alcu-
ni punti di dissenso).
Molto importante mi sembra invece, per un superamento della troppo recisa contrapposizio-
ne tra idillico ed eroico, lo studio di E. Bigi, La genesi del «Canto notturno» (nel vol. omonimo cit.,
p. 113 sgg.). **
9
iSu quest’ultimo punto vedi l’introduzione al presente volume, p. 31 sg., e più oltre,
p. 116 sg. Al rischio di una contrapposizione troppo recisa tra «idillico» ed «eroico» ha contri-
buito, penso, l’appellativo non leopardiano di «nuovi» o «grandi idilli», dato dal De Sanctis e
dal Carducci ai canti pisano-recanatesi del 1828-30, e derivante, in sostanza, dal grosso frain-
tendimento in senso «manzoniano-realistico» che di tali canti compì il De Sanctis. Molto giu-
stamente, perciò, nel nuovo commento di Fubini e Bigi ai Canti (Torino 1964) si propone di chia-
mare «idilli» soltanto quelli che il Leopardi chiamò così, le brevi liriche in endecasillabi sciolti
del 1819-21.
10
iP. Treves, Lo studio dell’antichità classica nell’Ottocento, Milano-Napoli 1962, p. 471 sgg.
e altrove. Cfr. «Critica storica» II, 1963, p. 609 sg.
11
iM. Capucci, I «Paralipomeni» e la poetica leopardiana, «Convivium» 1954, p. 581 sgg.; La
poesia dei «Paralipomeni» leopardiani, id., p. 695 sgg.
12
iIn Ritratti e letture, Milano 1961, pp. 215 sgg., 230 sgg.
13
iL. Blasucci, Sulle prime due canzoni leopardiane, «Giorn. stor. letter. ital.» CXXXVIII,
1961, p. 39 sgg. (particolarmente importante, per il tema del nostro presente studio, la nota a
p. 70); e le recensioni agli scritti leopardiani di Bacchelli (id., p. 478 sgg.), Gentile (id.,
CXXXIX, 1962, p. 560 sgg.), Bigongiari (id., CXL, 1963, p. 289 sgg.).
III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi 113

sentato sempre maggiori approfondimenti in questo senso. Perfino un


critico tanto elegante ed eloquente quanto eclettico come Natalino
Sapegno, oscillante fra il settarismo dei saggi su Alfieri, Giusti, Car-
ducci e il moderatismo del Ritratto di Manzoni e della recente intro-
duzione ai Promessi Sposi, non si è sottratto all’influsso dell’imposta-
zione Luporini-Binni, anzi ha dato in quella direzione un contributo
di prim’ordine col saggio su De Sanctis e Leopardi, anche se, in altri
scritti leopardiani, è rimasto legato alla visione di un Leopardi gene-
ricamente «romantico», il cui dissidio col proprio secolo sarebbe solo
frutto di malumori o di malintesi.14
Ancor più di recente, il problema del Leopardi ideologo e moralista
è stato riaffrontato da due studiosi che hanno il dono di una forma
espositiva particolarmente limpida ed efficace: Bruno Biral e Gian-
luigi Berardi.15 L’influsso del Luporini sull’uno e sull’altro è eviden-
te, e specialmente il Biral avrebbe dovuto riconoscerlo in modo più
esplicito. Non si tratta, tuttavia, di pure e semplici volgarizzazioni del
saggio di Luporini (a parte il fatto che il Berardi non si occupa soltanto
del pensiero leopardiano, ma dei rapporti tra pensiero e stile; e sotto
questo aspetto il suo articolo meriterebbe un esame che esula dal no-
stro tema). L’attenzione che il Biral dedica al Discorso sopra lo stato
presente dei costumi degl’italiani, e il Berardi alla Comparazione delle
sentenze di Bruto minore e di Teofrasto, apportano al quadro generale
elementi nuovi non trascurabili. L’alfierismo giovanile del Leopardi,
che culmina nel Bruto minore, riacquista l’importanza che gli compe-
te come antecedente della fase conclusiva del pensiero e della poesia
leopardiana.16 Le Operette morali, che troppo sbrigativamente erano
14
iAlludiamo soprattutto alla Noterella leopardiana (in Ritratto di Manzoni e altri saggi, Bari
1961, p. 154 sgg.: ivi, a p. 162 sgg., è anche ripubblicato De Sanctis e Leopardi) e al volumetto su
Leopardi edito dalla RAI, Torino 1961.
15
iB. Biral, Il significato di «natura» nel pensiero di Leopardi, «Il Ponte» XV, 1959, p. 1264
sgg.; La «posizione storica» di G. Leopardi, Venezia, Stamperia di Venezia, 1962; G. Berardi,
Ragione e stile in Leopardi, «Belfagor» XVIII, 1963, pp. 425 sgg., 512 sgg., 666 sgg.
16
iG. Berardi, art. cit., pp. 512-15. Sull’alfierismo del Leopardi cfr. C. G. Ferrero, Alfieri-
smo leopardiano, «Giorn. stor. letter. ital.» CIX, 1937, p. 211 sgg. Il Binni nella Nuova poetica
leopardiana (cap. III) aveva segnato una contrapposizione troppo netta, e troppo esclusivamen-
te basata su considerazioni stilistiche, tra le canzoni del ’21-’22 («impostazione genericamente
energica», «residuo alfieriano», «vigore ... più letterario che poetico») e gli ultimi canti. Assai
meglio ora il rapporto Alfieri-Leopardi è trattato dal Binni nel saggio su Leopardi e la poesia del
secondo Settecento («Rassegna letter. ital.» LXVI, 1962, p. 405 sgg. = Leopardi e il Settecento (cit.
più sotto), p. 91 sgg.), sebbene anche qui, forse, il nesso tra il titanismo alfieriano e quello leo-
pardiano non abbia un risalto sufficiente. Vedi qui sotto, p. 120 sg.
114 III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi

state considerate dal Luporini come un momento di cristallizzazione


letteraria e di regresso ideologico rispetto ai pensieri dello Zibaldone,
si reinseriscono di pieno diritto nel discorso sul Leopardi pensatore.17
C’è anche una certa diversità di prospettiva teoretica tra il Lupori-
ni e i due studiosi di cui parliamo. Il punto di vista marxista (e marxi-
sta di quel particolare tipo a cui accennavamo) del saggio di Luporini
si stempera, nel Biral e nel Berardi, in un più generico progressismo
laico-illuminista: col vantaggio di smussare certe durezze della rico-
struzione luporiniana e di valutare con più equilibrio gli aspetti non
politico-sociali del pessimismo leopardiano, ma d’altra parte con lo
svantaggio di perdere un poco di quella penetrante forza di analisi che
il Luporini attingeva proprio dalla sua posizione di punta e di rottura
sul piano politico-culturale.
All’estremo opposto del Biral e del Berardi si colloca, tra le inter-
pretazioni del «progressismo» leopardiano, quella di Gian Franco
Vené **, nel recente libro su Letteratura e capitalismo in Italia dal ’700
ad oggi.18 Qui ci troviamo di fronte ad un marxismo puramente inten-
zionale, a una visione estremamente schematizzata, condotta su una
scarsissima conoscenza di testi, che nel dramma del Leopardi vede
tout court il dramma dell’alienazione dello scrittore nella società indu-
striale. Ed è significativo che il Vené, mentre ignora del tutto il sag-
gio del Luporini, aderisca invece pienamente a quel semplicistico giu-
dizio del Salvatorelli sul Leopardi precursore del socialismo e della
Società delle Nazioni.19
Il convegno recanatese su Leopardi e il Settecento, di cui ora sono
usciti gli atti,20 ha contribuito più allo studio della formazione lette-
raria e culturale del Leopardi che all’indagine specifica sui motivi ispi-

17
iIl giudizio di Luporini sulle Operette morali (espresso a pp. 221 n. 1, 237, 246) fu sin dal-
l’inizio considerato come uno dei punti più discutibili del suo saggio. In realtà l’osservazione
luporiniana che il Leopardi nelle Operette, «presentandosi al pubblico, si tiene come un passo
indietro (qualche volta più di un passo indietro)» rispetto allo Zibaldone, «e maniera e stilizza
non poco, letterariamente, la sua posizione», ha una parte di vero. Ma essa riguarda esclusiva-
mente l’aspetto politico-sociale del pensiero leopardiano. Per ciò che concerne la critica di ogni
spiritualismo e antropocentrismo e l’affermazione di un materialismo conseguente, le Operette
sono, nella sostanza, altrettanto audaci ed esplicite quanto lo Zibaldone.
18
iMilano 1963, p. 135 sgg.
19
iOp. cit., p. 151 sg., cfr. p. 483.
20
iLeopardi e il Settecento, Atti del I convegno internaz. di studi leopardiani, Firenze 1964:
gli scritti del Sansone e del Frattini sono rispettivamente a pp. 133 sgg., 253 sgg.; la frase del
Binni che cito nel testo è a p. 78.
III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi 115

ratori della sua filosofia: la relazione di Mario Sansone su Leopardi e


la filosofia del Settecento contiene singole osservazioni felici, ma è trop-
po ortodossamente idealistica per accostarsi con vera comprensione
all’illuminismo e al pessimismo leopardiano. Walter Binni, proprio
all’inizio della sua relazione su Leopardi e la poesia del secondo Sette-
cento, osservando con piena ragione che l’illuminismo «non fu “car-
cere” ma forza per il Leopardi», ha implicitamente denunciato l’erro-
re di prospettiva che vizia un po’ tutto il discorso del Sansone. Più
utile, in quel medesimo convegno, la relazione di Alberto Frattini su
Leopardi e gli ideologi francesi del Settecento; ma soprattutto hanno
indirettamente giovato allo studio del pensiero leopardiano alcuni
contributi singoli, riguardanti vari aspetti del rapporto tra il Leopar-
di e la cultura settecentesca.

2. A chi volesse ora proseguire e approfondire lo studio del pensie-


ro leopardiano, si porrebbe innanzitutto, credo, l’esigenza di indaga-
re con più cura i rapporti tra il Leopardi e gli ambienti culturali con
cui egli entrò in contatto e in polemica.21 Abbiamo già sopra ricono-
sciuto al Luporini il gran merito di avere sgombrato il terreno dai
numerosi accostamenti antistorici fra il Leopardi e altri pensatori il cui
pessimismo nasce da situazioni ben diverse e ha sbocchi ben diversi,
e di aver fissato come punti di riferimento (per analogia o per contra-
sto) autori di cui il Leopardi ebbe effettiva conoscenza, o coi quali,
almeno, esiste una seria possibilità di raffronto, dovuta a certe affinità
di situazioni storico-culturali. Tuttavia si tratta pur sempre, nel sag-
gio luporiniano, di g r a n d i n o m i della storia del pensiero (Hobbes,
Rousseau, Voltaire, i grandi romantici ...). Questi termini di riferi-
mento sono necessari, ma non sufficienti. Il Leopardi dialogò ideal-
mente, sì, con questi grandi autori, ma visse a contatto diretto (perso-
nale o epistolare) con ambienti italiani, che furono dapprima lo Stato
pontificio (Recanati, cioè Monaldo col suo enciclopedismo illuministi-
co-reazionario e le sue pose da ultra; il classicismo marchigiano-roma-
gnolo, cioè Francesco Cassi e Giulio Perticari; Roma, cioè il poligrafo
arruffone Francesco Cancellieri e lo zio Carlo Antici, reazionario ma

21
iQuesta esigenza fu giustamente affermata da Giampiero Carocci in un’importante recen-
sione al Leopardi progressivo («Belfagor» III, 1948, p. 261 sg.), anche se, poi, il Carocci soprav-
valutava l’influenza del Foscolo sul pensiero leopardiano.
116 III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi

non così grettamente municipalista come Monaldo: reazionario che


sapeva il tedesco e voleva fare del nipote un campione della Restau-
razione al livello europeo);22 poi Milano (cioè le scoperte del Mai che
dettero impulso alla filologia leopardiana, e la battaglia tra classicisti
e romantici, e l’amicizia col maggiore rappresentante del classicismo
illuminista, Pietro Giordani, mentre il classicista reazionario Giuseppe
Acerbi aveva sùbito osteggiato il Leopardi);23 poi ancora, nel 1822-23,
l’«antiquaria» romana, veduta questa volta da vicino nella sua meschi-
nità; poi l’ambiente bolognese, di tranquille amicizie letterarie, che
contribuirono a creare nello spirito del Leopardi un periodo di relati-
va distensione e adattamento alla realtà della vita; fino alle ultime
esperienze, aspramente polemiche, del cattolicesimo liberale fiorenti-
no e napoletano.
Una narrazione dei contatti, degli influssi, degli scontri fra il Leo-
pardi e i suoi contemporanei – un Leopardi e gli altri, se vogliamo dar-
gli un titolo provvisorio;24 ma tutto tenuto su un piano culturale, non
di biografia aneddotica alla Moroncini o alla Ferretti – è ancora da
scrivere, e permetterebbe di approfondire notevolmente la compren-
sione del pensiero leopardiano.
Il Luporini ha accennato molto bene ai motivi di fondo che divide-
vano il Leopardi dai «nuovi credenti», e all’antiromanticismo leopar-
diano:25 molto meglio di pur insigni italianisti, i quali non vogliono
decidersi a togliere al Leopardi la qualifica di «romantico» usata in
un’accezione bonne à tout faire che la priva di ogni preciso valore carat-

22
iMentre i vari precettori di casa Leopardi non esercitarono sulla formazione della perso-
nalità leopardiana nessun influsso importante, e mentre l’influsso di Monaldo sul figlio è stato
spesso sopravvalutato, Carlo Antici deve essere più attentamente studiato a questo riguardo. **
Vedi, provvisoriamente, un mio accenno ne La filologia di G. Leopardi, Firenze 1955, p. 146. La
corrispondenza tra l’Antici e Monaldo è stata in parte pubblicata da A. Avòli (in Autobiografia
di Monaldo Leopardi, Roma 1883, pp. 278-81, 285 n. 1) e da F. Moroncini (Monaldo Leopardi
e Carlo Antici, nel «Casanostra», 1932, p. 3 sgg.; Epistolario del Leopardi, vol. I, pp. 13 n., 37
n. 2, 206 n. 1 e altrove).
23
iLa «conversione letteraria» coincide, non casualmente, con uno spostamento della corri-
spondenza epistolare e degli interessi culturali del Leopardi da Roma a Milano. L’importanza
di questo spostamento e il valore che i rapporti con la cultura milanese ebbero per il Leopardi
furono intuiti acutamente dal De Sanctis (Studio sul Leopardi, cap. V), anche se la scarsa cono-
scenza e comprensione del classicismo illuminista, e soprattutto del Giordani, impedirono al De
Sanctis di sviluppare questo spunto.
24
iVedo ora che Leopardi e gli altri è il titolo d’un paragrafo del capitolo dedicato al Leopardi
ne L’attività letteraria in Italia di G. Petronio, Palermo 1964, p. 705.
25
iLeopardi progressivo cit., pp. 188 sg., 263.
III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi 117

terizzante.26 Ma la giusta qualificazione di Leopardi come antiroman-


tico – e quindi contrario all’ideologia cattolica della Restaurazione e,
più tardi, allo stesso cattolicesimo liberale degli anni trenta – va pre-
cisata e integrata con lo studio dei rapporti tra il Leopardi e l’ala illu-
ministica del classicismo italiano. È vero, il Leopardi portò già nella
polemica classico-romantica milanese, con la Lettera ai compilatori del-
la «Biblioteca Italiana» e col Discorso di un Italiano intorno alla poesia
romantica, una sua nota personale: una nostalgia dell’antichità in
quanto più vicina di noi alla natura vergine e incorrotta (dell’antichità
in quanto giovinezza del genere umano), che bruciava le scorie del
classicismo scolastico e che era in verità assai più russoiana che classi-
cistica nel senso tradizionale.27 Ma, in primo luogo, questa posizione,
pur così originalmente e intensamente vissuta dal Leopardi, si ricon-
netteva al gusto del purismo, che, anche se degenerato ben presto in
mera pedanteria, esprimeva tuttavia un’esigenza di ritorno alla natu-
ra, di esaltazione della freschezza nativa (Erodoto e Domenico Caval-
ca!) contro la magniloquenza retorica da un lato e l’aridità razionali-
stica dall’altro: in questo senso era stato purista il Giordani, che della
rapida degenerazione del purismo fu poi critico severo.28 In secondo
luogo, la scelta antiromantica che il Leopardi compì nel ’16 lo portò
ad accostarsi sempre più al Giordani e ad assorbirne non tanto il puri-
smo (nel quale, del resto, il Leopardi giovanissimo si era spinto molto
più in là del Giordani stesso), quanto le esigenze di riforma culturale,
il laicismo, il sensismo, di cui il Giordani, formatosi a Parma dov’era
stato così forte l’influsso del Condillac, rimase sempre assertore anche
nel clima mutato della Restaurazione.
Anche il sensismo e il materialismo leopardiano, dunque, non van-
no ricondotti solo alla lettura diretta dei grandi illuministi francesi del
Settecento (e anche qui sarebbe necessaria una ricerca che determi-
nasse con più esattezza quali, tra gli illuministi settecenteschi più deci-
samente materialistici, furono noti al Leopardi),29 ma anche ai contatti
26
iVedi l’introduzione al presente volume, p. 31 sgg.
27
iCfr. M. Fubini, Romanticismo italiano2, Bari 1960, p. 81 sgg.; e, per la consonanza tra la
nostalgia dell’antichità e il rimpianto per la fine della giovinezza, le penetranti osservazioni di
G. De Robertis, Studi, Firenze 1944, p. 10 sg., [152-54] **.
28
iVedi qui sopra, p. 58 sgg.
29
iI lavori del Losacco (nel vol. cit. alla nota 3) sono ricchi di materiale, ma male organizzati
e in buona parte anteriori alla pubblicazione dello Zibaldone. Il volumone del Serban su Leopardi
et la France, nonostante i suoi indubbi meriti, è da usarsi con molta cautela, come dimostrò il
118 III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi

fra il Leopardi e il classicismo illuminista dell’Ottocento, in cui la tra-


dizione sensistica permaneva ben salda.
Si deve in parte a questa formazione se la nostalgia dello stato di
natura, la polemica contro l’eccesso di razionalismo che conduce all’in-
felicità, così forti nel Leopardi, non lo condussero a pseudo-soluzioni
religiose, ma anzi a una condanna sempre più energica di tutte le cor-
renti spiritualistiche contemporanee. Un punto fondamentale del
pensiero leopardiano, su cui si sono già soffermati gli studiosi a co-
minciare dal Tilgher, è la recisa distinzione tra «stato di natura» e
Neri nell’art. cit. alla nota 2. Molte indicazioni utili si trovano nella comunicazione di A. Frat-
tini cit. a p. 115. Do qui alcuni brevi cenni che non pretendono certo di sostituirsi a una ricer-
ca sistematica. La lettura di Holbach risulta da un passo dello Zibaldone (p. 183, 23 luglio 1820)
e da un elenco di progetti letterari posteriori al 1827 (PP, I, p. 705: «Frammenti alla Cousin, o
al modo delle Idee naturali opposte alle soprannaturali di Holbach»; cfr. l’indice delle letture
compilato dal Leopardi stesso e pubblicato dal Porena, Scritti leopardiani, p. 427, num. 307, mag-
gio 1825). Un altro testo materialistico importante, letto dal Leopardi nello stesso mese di maggio
del 1825, è la Lettre de Thrasyboule [cr] à Leucippe di Nicolas Fréret (indice cit., ibid., num. 306;
cfr. p. 430 num. 411), che conteneva una vigorosa polemica antiteistica e antiprovvidenzialisti-
ca (questo testo era stato pubblicato postumo da Holbach nel 1765; l’attribuzione a Fréret,
comunque, sembra fondata, cfr. da ultimo F. Diaz, Filosofia e politica nel Settecento francese,
Torino 1962, pp. 302 sgg., 303 n. 5). È anche documentabile la lettura e l’influsso delle Ruines
di Volney (Zibaldone, pp. 4127 sg.). Non risulta, invece, che il Leopardi abbia letto direttamente
La Mettrie, e neppure Condillac e Diderot. Gli accenni a Helvétius ** contenuti in un Dialo-
go filosofico del 1812 (PP, II, pp. 1083, 1096) saranno attinti probabilmente a qualche libello
polemico reazionario (le opere di Helvétius mancavano nella Biblioteca Leopardi); tuttavia l’i-
dea di un’affinità tra intelletto umano e istinto animale, respinta con orrore dal Leopardi fan-
ciullo in questo dialogo e già l’anno precedente in una ** Dissertazione sopra l’anima delle bestie
(inedita, a Recanati), riemergerà con forza nei Paralipomeni. In generale bisogna tener presen-
te, più di quanto non si sia fatto finora, che le prime notizie sul materialismo settecentesco giun-
sero al Leopardi indirettamente, attraverso opere di apologisti cattolici: vedi il nostro saggio
seguente, pp. 149-50. Il Binni (Leopardi e la poesia del secondo Settecento cit., p. 433 n. 184) osser-
va che «oltre alle letture giovanili (condizionate dai limiti della biblioteca paterna) è legittimo sup-
porre nuove letture leopardiane della filosofia settecentesca più ardita, nell’epoca fiorentina e
napoletana». Ma questa giusta osservazione riguarda, naturalmente, gli ultimi sviluppi del mate-
rialismo leopardiano, non la sua genesi e la sua sistemazione, già compiute tra il 1823 e il 1826.*
*iSulle letture di materialisti e sensisti francesi ** compiute dal Leopardi molto di nuovo,
adesso, nel Saggio sui «Paralipomeni» di G. Leopardi di Gennaro Savarese, Firenze 1967, cap. IV.
La Dissertazione ** sopra l’anima delle bestie (1811) è stata pubblicata da M. A. Morelli in «Cri-
tica storica» VI, 1967, p. 532 sgg. In essa il Leopardi non nega, in verità, ogni analogia tra intel-
letto umano e istinto animale; anzi, per confutare la teoria cartesiana dell’animale-macchina (che
con troppa facilità conduceva all’uomo-macchina di La Mettrie), ammette che le bestie siano
dotate «di senso, di libertà, e di un qualche lieve barlume di ragione». Invece nel Dialogo filoso-
fico, scritto l’anno seguente, insisterà sulla differenza tra l’uomo e gli animali. Tutt’e due le tesi
presentavano in realtà seri pericoli per l’ortodossia cattolica: di qui l’oscillazione del Leopardi
giovinetto e, prima di lui, degli apologisti cattolici settecenteschi ai quali egli attingeva.
Una derivazione da Helvétius per la teoria del piacere è stata messa in luce da A. Parronchi
nella «Nazione» del 12 luglio 1969.
III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi 119

«barbarie», tra la sana primitività degli antichi, dominati da illusioni


magnanime, e la corruzione del Medioevo: le superstizioni cristiane
sono, per il Leopardi, contrarie alla natura non meno che alla ragio-
ne.30 Per i romantici, invece, l’epoca ideale non era lo stato di natura,
ma la «barbarie ritornata» ... e battezzata, il Medioevo; e anche quel-
li tra loro che vagheggiavano un’epoca antichissima, la ponevano sot-
to il segno di una «Rivelazione originaria», le davano cioè un crisma
religioso che ne faceva qualcosa di ben diverso dall’età dei bestioni
vichiani e anche dallo stato di natura russoiano.31 Perfino i romantici
lombardi, molto più progressisti dei loro confratelli d’oltralpe, insi-
stevano, sì, sull’esigenza di creare una letteratura rispondente alle idee
e ai sentimenti dell’età moderna, ma identificavano modernità con cri-
stianesimo e facevano cominciare l’età moderna, appunto, dalla caduta
dell’Impero romano e dalla morte del paganesimo, non già dal rinasci-
mento o dall’illuminismo. Ora, proprio questo problema della perio-
dizzazione della storia umana, che era stato oggetto di discussione fra
il Romagnosi e i romantici del «Conciliatore»,32 viene ripreso dal Leo-
pardi nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani; e la
soluzione che il Leopardi ne dà, in polemica con Chateaubriand, è net-
tamente antiromantica: «È un falsissimo modo di vedere quello di
considerare la civiltà moderna come liberatrice dell’Europa dallo sta-
to antico. Questo falso concetto guasta generalissimamente il giudizio
e il vero modo di pensare sulla storia e le vicende del genere umano e
delle nazioni, ed è un errore o una svista sostanzialissima che turba
e falsifica tutta l’idea che un filosofo può concepire in grande sulla
detta storia e sui progressi o andamenti dello spirito umano. Il risor-
gimento è stato dalla barbarie de’ tempi bassi non dallo stato antico;
la civiltà, le scienze, le arti, i lumi, rinascendo, avanzando e propa-
gandosi non ci hanno liberato dall’antico, ma anzi dalla totale e orri-
bile corruzione dell’antico. In somma la civiltà non nacque nel quat-
trocento in Europa, ma rinacque».33 E in tutto l’appassionato brano

30
iA. Tilgher, op. cit., pp. 105 sg., 120-123. Cfr. Luporini, p. 208.
31
iVedi l’introduzione al presente volume, p. 7.
32
iVedi più oltre, p. 337 sgg.
33
iPP, II, p. 577 sg. È interessantissimo vedere come il Leopardi sa assorbire da Chateau-
briand spunti di esaltazione della vita primitiva (la chiusa dell’Inno ai Patriarchi!) e respingerne
invece il falso primitivismo consistente nella rivalutazione del Medioevo cattolico. Questo atteg-
giamento, complesso ma coerente, non è stato ben colto da Ferdinando Neri (Il Leopardi ed un
120 III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi

che segue l’avversione illuministica per la barbarie e l’ignoranza me-


dievale si unisce alla nostalgia per l’antichità, che rimane un termine
di confronto irraggiungibile per la civiltà moderna: anche qui il sostra-
to del pensiero leopardiano non va cercato soltanto in Rousseau o nel-
la «delusione storica» del fallimento della Rivoluzione, vissuta con
particolare intensità dal Leopardi, ma nel classicismo illuminista del-
l’Ottocento italiano, che mentre lottava contro il mito del Medioevo,
non rinunciava a contrapporgli il mito dell’antichità classica, a esaltare
Atene e Roma in funzione laica e libertaria.34
Un altro motivo che il Leopardi desunse dalla sua educazione clas-
sicistica – pur sviluppandolo, poi, in modo originalissimo – è il titani-
smo. Qui bisogna rifarsi, prima ancora e più ancora che al Giordani,
all’Alfieri, che fu per il Leopardi giovinetto il principale modello non
soltanto letterario, ma umano, il personaggio ideale a cui egli si studiò
di agguagliarsi. Come l’atteggiamento antitirannico di derivazione
alfieriana si sia andato svolgendo nel Leopardi fino a diventare lotta
disperata contro l’intero ordine del mondo, è stato mostrato lucida-
mente da Umberto Bosco.35 Come si parla da tempo di un passaggio
del pensiero leopardiano da un «pessimismo storico» a un «pessimi-
smo cosmico», così si potrebbe parlare di un «titanismo storico», più
vicino alla matrice alfieriana, e di un «titanismo cosmico», che trova
la sua prima espressione compiuta nel Bruto minore, e poi, dopo la pa-
rentesi «rassegnata» degli anni 1824-27, ha un nuovo slancio e un nuo-
vo arricchimento nell’ultimo Leopardi. Il Bosco chiama «romantica»
la seconda forma del titanismo leopardiano, in cui il nemico è «la stes-
sa necessità naturale, invincibile per definizione».36 E, per intender-
si, si chiami pure romantica; ma, in sede storico-culturale, non si deve
dimenticare che lo spunto per questo sviluppo del titanismo non ven-
ne al Leopardi dai grandi romantici europei, bensì dalla stessa tradi-
zione alfieriana. Già nell’Alfieri la lotta fra eroe e tiranno è portata
su un piano che non è più semplicemente politico, e in particolar modo

«mauvais maître», in Letteratura e leggende cit., p. 276 sgg.), al quale i giudizi leopardiani su Cha-
teaubriand sembrano mutevoli e contraddittorii. Simile – ma con un tono generale di maggiore
simpatia – è l’atteggiamento del Leopardi verso Madame de Staël, come ho accennato nell’in-
troduzione, p. 34.
34
iCfr. P. Treves, L’idea di Roma e la cultura ital. del sec. xix, Milano-Napoli 1962, p. 36 sgg.;
A. La Penna, Orazio e l’ideologia del principato, Torino 1963, p. 163 sgg.
35
iU. Bosco, Titanismo e pietà in G. Leopardi, Firenze 1957, cap. I.
36
iOp. cit., pp. 11-13. Cfr. Binni, La nuova poetica cit., 2ª ed., p. 89.
III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi 121

il Saul rappresenta uno sviluppo antiteistico del tema antitirannico.


«Come un tiranno ci ha da essere, Dio è il tiranno, e tutto l’interesse
(cioè la simpatia dell’autore) è per Saul» osservò giustamente il De
Sanctis.37
A sua volta questo atteggiamento alfieriano di rivolta contro la divi-
nità e il fato si nutriva di tutta una tradizione classica, che aveva avu-
to il suo massimo rappresentante in Lucano. Nella Farsaglia la lotta dei
difensori della repubblica contro Cesare assume dimensioni cosmiche,
diventa lotta dei buoni contro gli dèi protettori dell’empietà. L’an-
titeodicèa di Lucano – come tanti secoli prima quella di Teognide –
nasce da una «delusione storica» che si ripercuote sulla visione gene-
rale della condizione umana. L’epigrafe finale del Misogallo alfieriano
(«Tenea ’l Ciel dai Ribaldi, Alfier dai Buoni») riecheggia consapevol-
mente il lucanèo Victrix causa deis placuit, sed victa Catoni; e ciò che ha
di più dichiaratamente antiteistico deriva da altri passi dello stesso
Lucano.38 Nel primo Ottocento il Giordani e Francesco Cassi, cugino
del Leopardi e traduttore della Farsaglia, tennero viva questa tradi-
zione lucanèa, la quale agì, forse più per tramite loro che per lettura
diretta, sul Leopardi.39 «Dunque degli empi / siedi, Giove, a tutela?»

37
iStoria della letteratura italiana, cap. XX (ed. N. Gallo, Torino 19622, II, p. 918).
38
iPer esempio III, 448 sg. (servat multos fortuna nocentes et tantum miseris irasci numina pos-
sunt); VI, 443 sg. ecc. Cfr. J. E. Millard, Lucani sententia de deis et fato, Utrecht 1891, p. 12 sgg.
39
iCfr. L. Paoletti, La fortuna di Lucano dal Medioevo al Romanticismo, «Atene e Roma»
1962, p. 155 sg.; P. Treves, Lo studio dell’antichità classica (cit. alla nota 10), p. 444 sgg. Fino a
che punto il poemetto Catone in Affrica, scritto dal Leopardi a 12 anni e tuttora in massima par-
te inedito (cfr. H. L. Scheel, Leopardi und die Antike, München 1959, p. 19 sgg.) attesti una let-
tura diretta della Farsaglia in latino, è ancora da precisare. Riferimenti a Lucano mancano, pare,
nel Pompeo in Egitto (1812). Un accenno alla descrizione lucanèa della selva di Marsiglia (Phars.
III, 399 sgg.) è in un progetto di «poema di forma didascalica sulle selve e le foreste» (Poesie e
prose, ed. Flora, I, p. 697), da cui poi nacquero, ma senza più l’allusione a Lucano, la canzone
Alla primavera e l’Inno ai Patriarchi. Sulla scarsezza di espliciti riferimenti a Lucano nello Zibal-
done e nelle opere del Leopardi dalla «conversione letteraria» in poi, cfr. La filologia di G. Leo-
pardi, p. 158, n. 1 (dove, tuttavia, mi ero espresso in forma troppo recisa). Bisogna tener conto,
in generale, del contrasto fra il gusto letterario del purismo (che era ostilissimo allo stile enfati-
co e alla violenza espressionistica di Lucano) e il repubblicanesimo di molti di quegli stessi puri-
sti-classicisti, che li portava a simpatizzare per il poeta anticesariano, interpretato naturalmen-
te non come difensore della vecchia oligarchia senatoriale, ma come banditore di libertarismo.
Nel Giordani prevalse il secondo elemento, la simpatia «contenutistica» per Lucano: nel Leo-
pardi rimasero più forti le prevenzioni stilistiche. Un contrasto analogo si produsse per Fronto-
ne, esaltato dal Leopardi giovane in quanto precursore del purismo, severamente giudicato dal
Giordani per la mancanza di un serio contenuto etico-politico. – Alle testimonianze sul filo-luca-
nismo della cultura italiana del primo Ottocento, raccolte dal Treves e dal Paoletti, vorrei
aggiungere quella di Pietro Borsieri ** (Avventure letterarie di un giorno, in Discussioni e pole-
122 III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi

è un tipico motivo lucanèo, e tutto immerso in quest’atmosfera è il


Bruto minore.

3. Rimane tuttavia il fatto che, anche all’interno del classicismo


illuminista italiano e della tradizione alfieriana – come nel più vasto
ambito della cultura europea – il Leopardi occupa una posizione di
punta. In lui giunge al massimo grado quella tensione tra «progressi-
smo» e pessimismo che era implicita in gran parte del pensiero e del-
la letteratura di cui egli si era nutrito. Già nei grandi illuministi fran-
cesi del Settecento, pur così fiduciosi nella possibilità di riformare la
società e di rendere felice l’uomo, affiorano spunti di pessimismo non
soltanto storico-sociale, ma anche «cosmico», relativo cioè al rappor-
to uomo-natura e a certi dati immodificabili della condizione umana.*
La polemica contro la religione tradizionale, intrapresa con la profon-
da convinzione di contribuire non solo a un acquisto di verità ma
anche di felicità, finiva per coinvolgere qualsiasi concezione provvi-
denzialistica, anche l’idea di una provvidenza immanente alla storia,
di un progresso costante e necessario realizzato dall’umanità con le
proprie forze. Gli argomenti usati per demolire la teodicèa si rivela-
vano efficaci anche contro la fiducia nella possibilità d’instaurare un
regnum hominis. Il Poème sur le désastre de Lisbonne di Voltaire è l’e-
sempio più celebre, ma tutt’altro che unico, di questo insorgere di
motivi pessimistici all’interno dell’illuminismo; ed è noto che il Leo-
pardi lo lesse e ne risentì l’influsso, specialmente per ciò che riguarda
l’antinomia tra infelicità dei singoli e (presunta) felicità collettiva.40
Ancor più evidente è, come già abbiamo accennato, il pessimismo
implicito nel titanismo alfieriano. E anche nel Giordani la fede nella

miche sul Romanticismo, ed. Bellorini, I, pp. 143 sg.), un romantico antipurista che su questo
punto veniva a concordare col suo avversario Giordani.
40
iZib., 4175. Per gli spunti pessimistici che il Leopardi poté trarre da Bayle, Fontenelle, Vol-
taire, Holbach, vedi M. Losacco, Indagini leopardiane cit., pp. 121 sg., 123 sgg., 135 sgg.; Binni,
Leopardi e la poesia del secondo Settecento cit., p. 433, nn. 186-188; A. Frattini, art. cit. alla nota
20. Anche l’idea dell’inno ad Arimane abbozzato dal Leopardi nei suoi ultimi anni (PP, I, p. 434)
deriverà probabilmente dal Poème sur le désastre de Lisbonne («Est-ce le noir Typhon, le barba-
re Arimane, / dont la loi tyrannique à souffrir nous condamne?»), come suppose già l’Antogno-
ni, piuttosto che dal Manfredo di Byron come vorrebbe l’Allodoli.
*iSugli spunti pessimistici nel pensiero settecentesco, e sulle ragioni per cui essi non danno
ancora luogo a una visione del mondo radicalmente pessimista, vedi alcune interessanti osser-
vazioni nel libro di Giuseppe Paolo Samonà sul Belli, di prossima pubblicazione (Firenze 1969).
Cfr. anche «Quaderni piacentini» 32, ottobre 1967 **, p. 123.
III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi 123

felicità dell’umanità futura, liberata da pregiudizi e da oppressioni, si


alternò a una visione desolata dell’uomo ineluttabilmente infelice.41
Tuttavia né gli illuministi del Settecento, né Alfieri, né Giordani
portarono a fondo la presa di coscienza di questo contrasto. Il Poème
sur le désastre de Lisbonne si conclude con un ripiegamento fideistico
che, se può essere in parte dettato da cautela «diplomatica», corri-
sponde però sostanzialmente al deismo a cui Voltaire rimase fermo.42
Nell’ultimo Alfieri, anche per effetto dell’involuzione politica di fron-
te all’esperienza rivoluzionaria, il titanismo cede spesso a vaghe no-
stalgie religiosizzanti. Il Giordani non concede nulla allo spiritualismo
e alla trascendenza, ma in lui prevale la tendenza a dimenticare, nella
lotta per il progresso sociale e culturale dell’umanità, il fondo pessi-
mistico della propria Weltanschauung: anzi egli indica esplicitamente
al Leopardi l’impegno nella lotta come l’unico mezzo per superare,
pragmaticamente se non in linea teorica, il pessimismo.43
Nel Leopardi ciò non accade. Nel suo pensiero le esigenze progres-
siste non sopraffanno mai il pessimismo; anzi, nell’ultima fase pro-
gressismo e pessimismo si esaltano e si potenziano entrambi, e l’origi-
nale tentativo di conciliazione tra i due termini, che egli compie, non
significa in nessun modo vanificazione o attenuazione di uno dei due.
Le caratteristiche specifiche della posizione leopardiana appaiono
più chiare se ripercorriamo, sia pure in modo necessariamente som-
mario, l’evoluzione che il rapporto pessimismo-progressismo subisce
nel suo pensiero. Nel periodo che va, a un dipresso, dall’inizio della
«conversione letteraria» fino alla grande crisi pessimistica della pri-
mavera del ’19 – ma che per più aspetti si prolunga anche dopo quel-
la crisi, fin verso il ’22 – il Leopardi sembra orientarsi verso una mis-
sione di poeta civile quale lo auspicava il Giordani: poeta patriottico,
classicista, tendenzialmente repubblicano-russoiano: di un patriotti-
smo, quindi, per un verso più libresco, più legato al passato, più pro-
vinciale, per un altro più avanzato e democratico del patriottismo
riformatore-cristiano dei romantici lombardi.
Il cosiddetto «pessimismo storico» di questa prima fase non è, a
rigore, ancora pessimismo, cioè non si è ancora assolutizzato ed eret-

41
iVedi sopra, p. 81 sgg.
42
iCfr. Luporini, op. cit., p. 269.
43
iVedi sopra, p. 82 sg.
124 III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi

to a sistema. È piuttosto vivissima insofferenza dell’atmosfera sta-


gnante dell’Italia e dell’Europa della Restaurazione, vagheggiamento
di una società repubblicana, libera da superstizioni mortificanti e da
ascetismo ma anche da eccessi di razionalismo e di raffinatezza, capa-
ce di vivere una vita intensa sotto l’impulso di energiche e magnani-
me illusioni. La propria infelicità individuale è considerata, almeno
prevalentemente, dal Leopardi come un caso-limite dell’infelicità del-
la società italiana del suo tempo, condannata all’inattività e alla noia
(nella Canzone al Mai il motivo della noia ha una forte intonazione
politica), fisicamente decaduta per colpa di un’educazione ascetica che
tende a comprimere ogni impulso vitale. Recanati – e, in Recanati,
casa Leopardi – è il luogo in cui i mali comuni a tutta l’Europa della
Restaurazione si soffrono in modo particolarmente intenso e paradig-
matico. Ancora nella lettera dedicatoria della Canzone al Mai (1820,
ristampata con poche varianti nel ’24) il Leopardi dà un’interpre-
tazione politica del proprio atteggiamento pessimistico: «Ricordatevi
– scrive al conte Leonardo Trissino – ch’ai disgraziati si conviene ve-
stire a lutto, ed è forza che le nostre canzoni rassomiglino ai versi
funebri. Diceva il Petrarca, ed io son un di quei che ’l pianger giova. Io
non posso dir questo, perché il piangere non è inclinazione mia pro-
pria, ma necessità de’ tempi e volere della fortuna».44
Ma già in questa fase – e specialmente dalla primavera del ’19 in
poi – comincia a manifestarsi, in forma ancora sporadica, quello che
con espressione poco felice è stato chiamato il pessimismo cosmico,
cioè la tesi della radicale e insanabile infelicità dell’uomo. Alla con-
cezione di una Natura benefica, da cui gli uomini si sarebbero allon-
tanati causando la propria infelicità, subentra talvolta la visione
opposta, di una Natura matrigna che è essa la causa dell’infelicità
umana. Questi accenni sono da ricercare non tanto nello Zibaldone,
quanto in poesie o in abbozzi di poesie. «Natura / n’ha fatti a la
sciaura / tutti quanti siam nati» leggiamo nella canzone Per una don-
na inferma di malattia lunga e mortale (scritta nella primavera del ’19
e poi non pubblicata); e poco sotto: «E chi diritto guata, / nostra
famiglia (cioè il genere umano) a la natura è gioco».45 E in un abboz-

44
iPP, I, p. 183.
45
iIbid., pp. 298-299.
III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi 125

zo di idillio Alla Natura:46 «Sempre adorata mia solinga sponda / Deh


perché agli occhi miei furi la vista / Dell’incantevole e magico effetto
/ Che Natura concede alle creature. / Alle creature sì, ma non a tutte
... / Ahi a me madrigna, spietata madre! / Dimmi il perché di tal misu-
ra e peso. / Qual sfregio mai ti feci, il perché dimmi? / Da l’alveo
materno me traesti / Forse a scherno e ludibrio de’ mortali? / Mortal
pur io, non a lor secondo,47 / Né merto pena tal. Benedicesti / Pure la
terra di cui me plasmasti ... / (...) Opra delle tue man son dunque io,
/ Né disdegnar me puoi, qual belva i nati». C’è alla fine di questo
abbozzo, dopo una punta «blasfema», un ripiegamento: «Tu ridesti
forse della mia sorte. / Ridi pur, n’hai ben d’onde: oh gran prodezza!
/ Ridi dell’opra tua! Perdona o Matre; / È il dolore che parla, non par-
lo io ... / Son opra tua pur io: né mi fa credere / Che me tu lascierai
fra tante pene». Ma nell’Ultimo canto di Saffo, che è la compiuta rea-
lizzazione artistica di questo abbozzo informe, la nota «fiduciosa»
finale è, ovviamente, sparita; il canto è tutto una protesta contro l’in-
giustizia della disuguaglianza fisica, non sociale: la natura idillica del
paesaggio ha per contrapposto non la civiltà corrotta, ma la bruttezza
di Saffo, cioè una manifestazione abnorme della natura stessa, che è
motivo di infelicità insanabile per chi ne è soggetto e vittima.
È dunque senz’altro auspicabile una ricerca approfondita sulla ge-
nesi del pessimismo cosmico, come quella che preannuncia il Berar-
di.48 Essa permetterà di confutare sia quegli studiosi che hanno negato
ogni distinzione tra le due fasi del pessimismo leopardiano, sia quelli
che hanno asserito che il passaggio avviene in modo repentino e con-
cettualmente immotivato, col Dialogo della Natura e di un Islandese.
L’una e l’altra tesi, nella loro apparente opposizione, nascevano in
realtà da un identico desiderio: negare coerenza e organicità di svi-
luppo al pensiero leopardiano, dimostrare che le idee del Leopardi

46
iIbid., p. 375 sg. Cfr. C. Muscetta, Ritratti e letture, Milano 1961, pp. 244 sg. | Ma sul-
l’autenticità di questo abbozzo, pubblicato da fonte sospetta, ho adesso forti dubbi. Ritornerò
tra breve sull’argomento |.*
47
iIn margine a questo verso, secondo il primo editore, l’autografo recherebbe un «son». Ma
anche altri versi zoppicano.
48
iRagione e stile in Leopardi cit., p. 527 n. 57.
*iLa non-autenticità dell’abbozzo di Idillio alla Natura si può ormai considerare certa; **
e su tutto il problema del passaggio dalla prima alla seconda concezione della natura vedi quan-
to ho aggiunto qui {sotto}, p. 227 sgg.
126 III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi

hanno l’immediatezza passionale e fantastica, la mancanza di valore


autonomo che è caratteristica delle idee dei poeti puri.
Nel controbattere queste tesi, bisognerà, tuttavia, stare attenti a
non presentare il passaggio dal primo al secondo pessimismo come
frutto di uno sviluppo puramente concettuale. E giusto, sì, ricordare
che ogni «puro vitalismo» ha in sé una «contraddizione intrinseca»
che lo porta a convertirsi in pessimismo.49 È giusto analizzare le ambi-
valenze insite fin dall’inizio nel concetto leopardiano di «natura», e
osservare che il Leopardi doveva necessariamente, prima o poi, ren-
dersi conto che quella stessa Natura che aveva dato all’uomo le beati-
ficanti illusioni gli aveva però anche dato la ragione destinata a dis-
solverle (né era facile incolpare soltanto l’uomo, e non in ultima analisi
la Natura stessa, dell’«abuso» della ragione e dell’allontanamento dal-
lo stato primitivo).50 Si può anche aggiungere che nella prima fase del
pensiero leopardiano la Natura era concepita come una madre pieto-
sa che aveva velato all’uomo, mediante le illusioni, l’amara verità del-
la sua condizione: dunque nemmeno lo stato originario dell’umanità
era uno stato di felicità obiettiva, ma piuttosto di infelicità velata:51
facile, dunque, da questa esaltazione della Natura madre pietosa, pas-
sare alla denuncia della Natura matrigna, proprio in quanto essa non
aveva dato agli esseri viventi la felicità obiettiva, non li aveva resi
esenti da malattie, vecchiezza, morte. E infine, come cercherò di
mostrare nel saggio seguente (p. 163 sgg.), la scoperta del pessimismo
antico, compiuta dal Leopardi nel 1823, contribuì a convincerlo che
l’infelicità non era una conseguenza dell’eccessivo razionalismo dei
tempi moderni, ma un dato costante dell’esistenza umana.
Tutto questo è giusto, ma non bisogna dimenticare che la nuova
concezione della Natura malefica nasce nel Leopardi, primariamente,
non sul filo logico di tali argomentazioni, ma per l’urgere di nuove
esperienze pratiche, non sistemabili nel quadro del «pessimismo sto-
rico». ** Queste esperienze pratiche consistono nell’aggravarsi delle
sue condizioni di salute (primavera del ’19) e, già prima, nell’accen-
tuato senso di infelicità per la sua deformità fisica.
49
iLuporini, p. 246. Il Luporini ricorda Nietzsche, e si potrebbe ricordare il cirenaico Ege-
sia,  πεισινατος, al quale il Leopardi pensò come a protagonista di un’operetta morale (PP,
I, p. 700; Egesia è rammentato anche nel Dialogo di Plotino e di Porfirio).
50
iVedi i lavori del Biral cit. alla nota 15, e già M. Porena, Il pessimismo di G. Leopardi, 1923,
rist. in Scritti leopardiani, Bologna 1959, p. 151 sg.
51
iCfr. A. L. De Castris in «Convivium» 1959, p. 437 n. 1.
III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi 127

È questo un punto che può prestarsi con estrema facilità a grosso-


lanissimi equivoci, ma che proprio per ciò va affrontato, non eluso o
negato. Il Leopardi ha sempre protestato con piena ragione contro
quegli avversari che credevano di potersi esimere dalla confutazione
razionale del suo pessimismo presentandolo come il mero riflesso di una
condizione patologica (pessimista perché gobbo!), privo quindi di ogni
validità generale.52 Che questa tesi, nata dal livore clericale di Niccolò
Tommaseo, ripresa poi dai positivisti alla Sergi e infine riutilizzata da
Benedetto Croce,53 sia da respingere, non c’è dubbio. Ma il vero modo
di respingerla non consiste nel negare, come pure si è fatto, ogni inci-
denza della malattia e della deformità fisica nella genesi della Weltan-
schauung leopardiana, di fare, quindi, del pessimismo leopardiano un
fatto puramente «spirituale» o, seguendo un altro indirizzo, pura-
mente politico-sociale. Bisogna invece riconoscere che la malattia det-
te al Leopardi una coscienza particolarmente precoce ed acuta del
pesante condizionamento che la natura esercita sull’uomo, dell’infeli-
cità dell’uomo come essere fisico. Come certe esperienze personali di
rapporti di lavoro sviluppano nel proletario una consapevolezza par-
ticolarmente intensa del carattere classista della società capitalistica
(quel «senso di classe» così difficile ad acquisire per l’uomo di sini-
stra di origine non proletaria), così la malattia contribuì potentemen-
te a richiamare l’attenzione del Leopardi sul rapporto uomo-natura.
Il torto dei cattolici alla Tommaseo, dei positivisti alla Sergi, degli
idealisti alla Croce non sta nell’aver affermato l’esistenza di un rap-
porto tra «vita strozzata» e pessimismo, ma nel non aver riconosciu-
to che l’esperienza della deformità e della malattia non rimase affatto
nel Leopardi un motivo di lamento individuale, un fatto privato e
meramente biografico, e nemmeno un puro tema di poesia intimisti-
ca, ma divenne un formidabile strumento conoscitivo. Partendo da
quell’esperienza soggettiva il Leopardi arrivò a una rappresentazione

52
iVedi in particolare il Dialogo di Tristano e di un amico e la lettera al de Sinner del 24 mag-
gio 1832 (il passo in francese).
53
iUna caratteristica saliente del saggio di Croce sul Leopardi (in Poesia e non poesia) è la spre-
giudicatezza con cui egli utilizza, pur di combattere il pessimismo leopardiano, argomenti posi-
tivistici offertigli dalla scuola lombrosiana. Con analoga spregiudicatezza Croce si servì di argo-
menti empiriocriticisti e pragmatisti per negare il valore conoscitivo delle scienze fisiche, usò
strumentalmente il marxismo per combattere (da destra!) le ideologie democratico-umanitarie,
e via dicendo. Le esigenze politico-culturali (talvolta politico-culturali in senso deteriore) sopraf-
facevano in lui di gran lunga le esigenze scientifiche.
128 III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi

del rapporto uomo-natura che esclude ogni scappatoia religiosa (sia nel
senso delle religioni tradizionali, sia in quello dei miti umanistici) e
che, per il fatto di essere personalmente sofferta e artisticamente tra-
sfigurata, non perde nulla della sua «scientificità».
Anche nei riguardi del «male fisico», beninteso, il Leopardi non
trascurò mai di attribuire la sua parte di colpa alla società sua con-
temporanea, a quell’educazione tutta «spirituale» e malsana di cui egli
e tutta la sua generazione avevano così gravemente sofferto. Nell’im-
portanza che greci e romani avevano dato all’educazione fisica vide
sempre uno dei punti di superiorità degli antichi sui moderni.54 Anco-
ra nel Tristano – cioè in pieno «pessimismo cosmico» – ribadirà con
gran forza questo punto: «... tra noi già da lunghissimo tempo l’edu-
cazione non si degna di pensare al corpo, cosa troppo bassa e abbietta:
pensa allo spirito: e appunto volendo coltivare lo spirito, rovina il cor-
po: senza avvedersi che rovinando questo, rovina a vicenda anche lo
spirito»; e chiarirà che questo difetto dell’educazione moderna non è
eliminabile con semplici riforme di istituzioni scolastiche – come pen-
savano i pedagogisti cattolico-liberali –, ma implica tutta una nuova
etica, antiascetica e anticristiana, e quindi una riforma radicale della
società: «E dato che si potesse rimediare in ciò all’educazione, non si
potrebbe mai senza mutare radicalmente lo stato moderno della società,
trovare rimedio che valesse in ordine alle altre parti della vita privata e
pubblica, che tutte, di proprietà loro, cospirarono anticamente a perfe-
zionare o a conservare il corpo, e oggi cospirano a depravarlo».55
Ma era pur evidente che la migliore società di questo mondo, men-
tre avrebbe potuto eliminare le ingiustizie di origine politico-sociale (e
anche su questo punto rimasero nel pensiero del Leopardi forti riser-
ve), avrebbe potuto soltanto esercitare un’azione palliativa nei riguar-
di nell’oppressione esercitata dalla natura sull’uomo. E quindi l’ap-
profondimento di questo tema doveva prevalentemente orientare il
pessimismo del Leopardi in senso «cosmico». Il che accade, come
abbiamo visto, in modo ancora episodico nel ’19, e poi sistematica-
mente a partire dal ’23-’24.

54
iCfr. per esempio Zib., 115, 207, 223, 1631 sg., 4289, e la canzone A un vincitore nel pallone.
55
iSull’utilità della ginnastica aveva insistito per esempio Gino Capponi nelle sue Considera-
zioni pedagogiche sugli Istituti di Hofwyl («Antologia» del Vieusseux, gennaio-marzo 1822; ora
in A. Gambaro, La critica pedagogica di G. Capponi, Bari 1956, p. 231), ma nel quadro di un’e-
ducazione cristiana, che asseriva pur sempre il primato dello spirito sul corpo.
III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi 129

Con piena ragione il Luporini considera come una scelta decisiva per
l’ulteriore sviluppo del pensiero leopardiano l’avere, a questo punto,
rifiutato il ricorso a Dio, il rifugio nel mistero e nella trascendenza, l’a-
vere, anzi, imboccato la strada opposta, di un ateismo e materialismo
sempre più conseguente.56 È qui, in effetti, che si misura tutta la gran-
dezza umana e intellettuale del Leopardi, in confronto ai tanti «spiri-
ti inquieti» del suo e del nostro secolo, per i quali il pessimismo è sta-
to solo l’anticamera della conversione religiosa. La constatazione della
fragilità dell’uomo di fronte alla natura non porta il Leopardi a fab-
bricarsi un mitico «regno dello Spirito», un altro mondo (comunque
inteso) in cui l’uomo prenderebbe la sua rivincita. Egli porta avanti,
invece, un’analisi del rapporto uomo-natura in termini totalmente
demistificati. Dal Dialogo di un folletto e di uno gnomo fino al Coperni-
co e oltre, ogni antropocentrismo e teleologismo viene radicalmente
criticato e deriso. L’uomo è «una menomissima parte dell’universo»,
e la natura segue un suo ritmo di produzione-distruzione del tutto indi-
pendente da ogni fine o interesse del singolo uomo o dell’umanità nel
suo complesso. La nozione di spirito, come qualcosa di essenzialmente
diverso e contrapposto alla materia, si rivela illusoria.57 Senziente e
pensante è, nell’uomo, la materia stessa: il cervello, non l’anima.58
Al tempo stesso, il Leopardi continua a svolgere, raccordandola col
pieno materialismo ora da lui raggiunto, quella «teoria del piacere»
che era sorta nel suo pensiero alquanto prima, come estrema conse-
guenza nichilistica del suo iniziale vitalismo.59 Più di uno studioso ha

56
iLuporini, op. cit., p. 246 sgg. Oltre che da una pseudo-soluzione religiosa, il materialismo
ha salvato il Leopardi anche da quella tendenza al «misantropismo» che si era espressa attorno
al ’20 negli abbozzi di operette Galantuomo e Mondo e Senofonte e Machiavello, e che costitui-
va un rischio insito nell’isolamento stesso del Leopardi. Il memorabile pensiero del 2 gennaio
1829 (Zibaldone, p. 4428: «La mia filosofia, non solo non è conducente alla misantropia, come
può parere a chi la guarda superficialmente, e come molti l’accusano; ma di sua natura esclude
la misantropia ... La mia filosofia fa rea d’ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini total-
mente, rivolge l’odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all’origine vera de’ mali de’
viventi»), la cui importanza è ben messa in rilievo dal Luporini, non rappresenta solo una pole-
mica verso gli avversari, ma un chiarimento con se stesso, lo scongiuramento di una possibile
deviazione del pessimismo. Nello stesso senso è significativo, e si potrebbe dire simbolico, il
mutamento del nome del personaggio autobiografico leopardiano da «Misenore» in «Eleandro».
57
iCfr. soprattutto Zib., 4111 (11 luglio 1824) e 4206-08 (26 settembre 1826).
58
iZib., 4251-53 (9 marzo 1827), 4288 sg. (18 settembre 1827). Ma vedi già il pensiero del
9 settembre 1821 (p. 1657) che comincia: «Tutto è materiale nella nostra mente e facoltà». Una
chiara esposizione del materialismo leopardiano è data dal Tilgher, La filosofia del Leopardi cit.,
p. 88 sgg.
130 III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi

visto, a questo punto, una contraddizione fra «pessimismo cosmico»


e materialismo. Il materialismo avrebbe dovuto produrre nel Leopar-
di, si dice, l’imperturbabilità di uno Spinoza o di ** un Holbach:60 il
pessimismo leopardiano costituirebbe un residuo di antropocentri-
smo, o addirittura sarebbe la spia di un’esigenza religiosa,61 o rivele-
rebbe l’impossibilità di trovare nel poeta Leopardi una coerenza filo-
sofica. In realtà il collegamento tra materialismo e pessimismo è dato
proprio dalla teoria del piacere, da quell’edonismo che è un elemento
essenziale del pensiero leopardiano. Non contrasta con un materiali-
smo conseguente la constatazione che l’uomo ha una costituzione fisi-
co-psichica tale da procurargli molto più sofferenza che godimento.
L’infelicità umana di cui parla il Leopardi non è il mal du siècle roman-
tico né una fumosa angoscia esistenziale: è (e il Leopardi se ne è reso
conto man mano che diventava materialista) anzitutto un’infelicità
f i s i c a , basata su dati ben concreti: malattie, vecchiezza, fugacità del
piacere. Il Leopardi naturalmente sa bene che dalla base edonistica si
sviluppano nell’uomo esigenze di ordine superiore (sentimentale, mo-
rale, culturale ecc.). Ma anche su questo piano più elevato ha ragion
d’essere il pessimismo, poiché i valori elaborati dalla civiltà umana
sono estremamente caduchi, e la natura li annienta non meno di quan-
to annienti gli organismi biologici. Il Leopardi è critico spietato di
t u t t i i miti dell’immortalità [, anche dell’immortalità] [cr] ** delle
opere.62 La morte stessa dell’individuo, che sul piano meramente edo-
nistico-individuale si può considerare, ed è considerata dal Leopardi,
come un non-male, un oggetto di timore infondato (di un timore, tut-

59
iSull’anteriorità della «teoria del piacere» rispetto al materialismo hanno giustamente insi-
stito il Tilgher (op. cit., p. 88) e il Luporini (pp. 245 sg., 251 sgg.), anche se l’analisi luporiniana
della «crisi del vitalismo» leopardiano rischia di essere, in certi passaggi, troppo sottile e tecnici-
stica.
60
iVedi per esempio F. Tocco, Il carattere della filosofia leopardiana, nel vol. miscellaneo Dai
tempi antichi ai tempi moderni: da Dante al Leopardi, Milano s.d. (1904), p. 571 sg.; G. Gentile,
Manzoni e Leopardi, Milano 1928, p. 102 sgg.; B. Biral, nel «Ponte» XV, 1959, p. 1272 sgg.; e
molti altri.
61
iÈ questa l’interpretazione del pessimismo leopardiano instaurata dal de Sinner e dal Gio-
berti, ripresa più recentemente da Giulio Augusto Levi e da altri studiosi cattolici.
62
iÈ superfluo ricordare quanto spesso ricorra nel Leopardi il tema dell’inanità e caducità del-
la gloria. In ogni caso, qualsiasi mito dell’immortalità delle opere trova, per il Leopardi, la sua
confutazione nella sicura previsione di una catastrofe cosmica che annienterà il nostro mondo:
vedi la chiusa del Cantico del gallo silvestre e il Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco; e la
Ginestra, specialmente vv. 41-51.
III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi 131

tavia, difficile a eliminarsi, e che dunque contribuisce all’infelicità del-


la maggioranza degli uomini), ridiviene un male al livello dei rapporti
affettivi tra le persone, per la lacerazione dell’«amante compagnia» **
che essa produce.63
Ciò che dall’esposizione di Luporini non risulta, mi sembra, con
sufficiente evidenza, è che questo passaggio al materialismo conse-
guente non coincide con una spinta in senso più democratico, ma si ac-
compagna per tutto un periodo (all’ingrosso dal ’23 al ’29) ad una for-
te diminuzione dell’interesse politico, a un disimpegno da quella
missione di poeta civile a cui il Leopardi non aveva rinunciato fino a
tutto il ’21. Sono gli anni in cui il Leopardi si sente particolarmente
vicino, dapprima, a Luciano (e per un breve periodo anche a Platone,
non sul piano metafisico, ma ironico-lirico), e poi soprattutto alla filo-
sofia ellenistica.64 La conversione alla prosa ha precisamente questo
significato, di rinuncia all’eroica disperazione e alle magnanime illu-
sioni, di adozione di un atteggiamento rassegnato-ironico di fronte
alla realtà.65
Il Luporini ha tutte le ragioni di polemizzare con chi, a cominciare
dal De Sanctis, considera la morale epittetèa come l’unica coerente col
pessimismo leopardiano, e l’altra, la morale eroica, come «tirata co’
denti, non dedotta bene, anzi in contraddizione con le premesse».66

63
iCosì si risolve, mi pare, l’apparente contraddizione tra le diverse affermazioni del Leopar-
di riguardo alla morte (cfr. M. Porena, Scritti leopardiani cit., p. 159 sg.) Di tale ambivalenza del-
la morte le due più compiute rappresentazioni leopardiane, lirico-affettive e ragionative insieme,
sono le due poesie «sepolcrali» (Sopra un basso rilievo ... e Sopra il ritratto di una bella donna ...).
64
iVedi il saggio seguente, in particolare pp. 168 sgg. (Platone), 174 sgg. (Epitteto e altri filo-
sofi ellenistici).
65
iSu questo periodo, dopo il De Sanctis (Giacomo Leopardi, capp. XXI sgg.), è ritornato con
finezza di analisi e novità di risultati E. Bigi, Dalle «Operette morali» ai «Grandi idilli», in «Bel-
fagor» XVIII, 1963, p. 129 sgg.* **
66
iLuporini, p. 259 sgg. (cfr. De Sanctis, Giacomo Leopardi, cap. XXV).
*iIl saggio del Bigi è ora ripubblicato nella Genesi del «Canto notturno» cit., p. 83 sgg.; i
passi a cui particolarmente mi richiamavo sono a pp. 92-94, 108 sgg. Con la lettera al Vieusseux
del 4 marzo 1826 (qui {sotto}, p. 133) è da confrontare il pensiero dello Zibaldone (4138 sg.,
12 maggio 1825) in cui il Leopardi distingue il «metafisico» (il cui interesse è rivolto soprattutto
ai rapporti tra l’uomo e la natura) dal «filosofo di società»: cfr. Savarese, op. cit., p. 109 e n. 61.
Sul periodo di relativa «apoliticità» leopardiana ({qui}, pp. 131-134) vedi Ersilia Alessandrone
in «Annali della Scuola Normale», cl. di Lettere, 1966, p. 331, n. 11: la Alessandrone sostiene
una persistenza di interessi, se non politici in senso stretto, politico-culturali, e di una conce-
zione militante della letteratura, ancora nel 1823-24 {La postilla vale anche per le successive note
68 e 70 – N. d. C.}.
132 III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi

Ha anche ragione di notare che nell’adesione alla morale epittetèa vi


è nel Leopardi molto pudore ironico e una non mai sopita nostalgia
della morale eroica. Il Leopardi, certo, non si acquetò mai in una
morale tardo-antica dell’atarassìa, che sarebbe stata un’evasione dal
pessimismo lucido e razionale, in un certo senso analoga all’evasione
«buddistica» di Schopenhauer. Per di più, Epitteto fu, per così dire,
controbilanciato da Teofrasto, cioè da un moralista empirico e mon-
dano, il quale insegnava, seguendo l’Etica Nicomachea, che non basta-
no virtù e saggezza a dare la felicità, ma che è indispensabile anche il
concorso di circostanze esteriori favorevoli.67 Ma quello che mi sem-
bra vada riaffermato, è che la suggestione della morale epittetèa – o,
più in generale, ellenistica – non fu sentita dal Leopardi sporadica-
mente per tutto l’arco della sua vita, nei momenti di stanchezza e di
pausa della tensione eroica, ma improntò di sé sostanzialmente u n a
f a s e della vita e del pensiero leopardiano, quella degli anni di Bolo-
gna e del primo soggiorno fiorentino (1825-’27); e che essa segnò il
culmine di un periodo di fondamentale apoliticità.
Di tale apoliticità non è difficile indicare i motivi. Intanto, bisogna
ricordare che al movimento di rivolta politico-culturale contro la
Restaurazione, culminato nei moti del ’20-’21, era succeduto in tutta
Italia, dopo la sconfitta di quei moti, un periodo di ripiegamento e di
stasi. Tutta una generazione di intellettuali abbandonò allora la pro-
spettiva rivoluzionaria e passò ad una prospettiva «riformistica». Lo
spostamento dell’epicentro della cultura progressista da Milano a
Firenze, dal «Conciliatore» all’«Antologia», coincide appunto con
questa svolta. La nuova ondata rivoluzionaria del ’31 troverà quasi
tutti questi intellettuali su posizioni di sfiducia e di estraneità alle
«sette»: perfino il Giordani, che aveva esultato per i moti del ’20 e
che ideologicamente e umanamente non si amalgamò mai con l’am-
biente del Vieusseux e del Capponi, si mantenne freddo e sfiduciato
dinanzi ai moti emiliani e romagnoli del ’31 – mentre poi di nuovo
parteciperà agli entusiasmi del ’48 –. L’abbandono della prospettiva
risorgimentale da parte del Leopardi, se era già implicito nel nuovo
corso impresso al suo pensiero dalla crisi personale del ’19, ricevette
certo un forte impulso dalla crisi politica del ’21. Accanto alla più

67
iVedi il saggio seguente, p. 163 sg.
III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi 133

vasta «delusione storica» per la sconfitta della rivoluzione francese,


a cui si riferisce costantemente il Luporini (e che forse andrebbe essa
stessa meglio circostanziata e distinta nei suoi vari motivi), non biso-
gna trascurare questa nuova delusione prodotta dal fallimento dei
moti di Napoli e di Torino, la quale si farà ancora sentire chiara-
mente nei Paralipomeni, sommata all’esperienza dell’ulteriore falli-
mento del ’31. Il cupo pessimismo etico-politico del Bruto minore
(dicembre del ’21) è a n c h e un riflesso di quella delusione. È ben
naturale che, in un’atmosfera ormai priva di tensione rivoluzionaria,
a quell’estrema protesta titanistica seguisse una fase più rassegnata
e diseroicizzata.
Le Operette morali, progettate dal Leopardi ancora nel luglio del ’21
come una prosecuzione, su altro piano, del suo impegno di educazio-
ne politica e civile («le armi del ridicolo» usate «a scuotere la mia
povera patria, e secolo»: Zibaldone, p. 1393 sg.), segnarono di fatto,
tre anni dopo, il temporaneo abbandono di quell’impegno. Al Leopar-
di «questo ridicolissimo e freddissimo tempo» appariva ormai refrat-
tario non solo alla lirica politica appassionata, ma anche alla satira
politica.
Ma oltre a ciò bisogna tener conto del fatto che il passaggio del Leo-
pardi a un materialismo coerente, che avviene appunto dal ’23 in poi,
costituì, almeno in un primo tempo, un incentivo al disimpegno poli-
tico. Mentre il pessimismo «storico», democratico-russoiano degli anni
precedenti era, per così dire, spontaneamente progressista sul piano
politico-sociale, molto meno facile e immediato era il compito di coor-
dinare il nuovo pessimismo materialistico con un atteggiamento poli-
tico-sociale progressista. La persuasione dell’infelicità radicale di tut-
ti gli esseri viventi, a cui il Leopardi era giunto, poteva far apparire
come trascurabili gli sforzi per conquistare migliori istituzioni. A que-
sta conclusione il Leopardi effettivamente giunse, per esempio in quel-
la lettera al Vieusseux del 4 marzo 1826 su cui giustamente hanno
richiamato l’attenzione il Bigi e il Biral: «gli uomini sono a’ miei occhi
quello che sono in natura, cioè una menomissima parte dell’universo,
e i miei rapporti con loro e i loro rapporti scambievoli non m’interes-
sano punto, e non interessandomi, non gli osservo se non superficia-
lissimamente. Però siate certo che nella filosofia sociale io sono per
ogni parte un vero ignorante. Bensì sono assuefatto ad osservar di con-
134 III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi

tinuo me stesso, cioè l’uomo in se, e similmente i suoi rapporti col


resto della natura ...».68 **
Il Leopardi progressivo di Luporini soffre un po’ di un’indetermina-
tezza del concetto di progressismo, che non è un fatto isolato nella sto-
riografia marxista. La lotta per la liberazione dell’uomo dai pregiudizi
religiosi e metafisici e per la conquista di una visione del mondo inte-
gralmente laica è logicamente – ed è stata anche storicamente, ed è tut-
tora – connessa con la lotta contro ogni sorta di oppressione politico-
sociale. Tuttavia connessione non significa identità immediata, ed è
facile citare molti casi di sfasatura, o addirittura di temporaneo con-
trasto tra progressismo politico-sociale e progressismo «scientifico»,
tra democraticità e razionalismo laico. Questo punto è stato messo
bene a fuoco da Antonio La Penna in un recente articolo su Lucrezio.69
Il problema (del progressismo di Lucrezio) è tutt’uno con quello dell’atteggiamento da
prendere verso il razionalismo e il materialismo del passato, anche quando essi sia-
no stati politicamente agnostici o addirittura reazionari. Orbene razionalismo e
materialismo reazionario, quando hanno portato ad una conoscenza più esatta del-
la natura e della storia, quando hanno segnato un progresso scientifico, hanno pur
sempre accresciuto le condizioni per una liberazione totale dell’uomo, per una libe-
razione, cioè, sia dall’errore sia dalla soggezione sociale e politica: appunto perché
la liberazione totale, a cui aspira il marxismo, è fondata sulla conoscenza scientifi-
ca della realtà naturale e storica. Credo di non errare affermando che Machiavelli fu
meno democratico di Savonarola: eppure Machiavelli conta per il marxista molto più
di Savonarola come base della sua visione storica e politica. Illuminismo e marxismo
sono, a gradi diversi, due sintesi della chiarezza razionale e della spinta liberatrice
che prima trovava espressione in utopie e in miti religiosi.

Nell’illuminismo stesso i due momenti della sintesi di cui parla il La


Penna sono presenti, nei vari pensatori, in molto varia misura; e pro-
prio l’illuminismo fornisce, per la distinzione tra progressismo scien-
tifico e progressismo politico-sociale, esempi anche più pertinenti di
quelli di Machiavelli e Savonarola. Basti pensare a Rousseau demo-
cratico avanzatissimo, eppure molto meno laico e razionalista di La
Mettrie, Holbach, Helvétius, materialisti conseguenti ma molto mo-
deratamente progressisti in politica.

68
iCfr. Biral, La «posizione storica» cit., p. 17 sg.; Bigi, Dalle «Operette morali» ai «Grandi
idilli» cit., p. 135 sg.*
69
iNe «L’Unità» del 3 novembre 1963.
*i{Cfr. la precedente postilla alla nota 65; per il riferimento alla lettera al Vieusseux del 4 mar-
zo 1826, valga: «qui sopra» – N. d. C.}.
III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi 135

La confusione tra i due piani può condurre a forzature opposte: a


presentare come democratico ogni laico e materialista, oppure a liqui-
dare senz’altro come reazionario in senso globale il materialista anti-
democratico. Il primo caso si è verificato con Epicuro e Lucrezio; il
secondo, col positivismo del secondo Ottocento, che tuttora non tro-
va nella storiografia democratica e marxista un’equa valutazione.
Nel caso del Leopardi, non si tratta minimamente di limitare il suo
progressismo al piano razionalista-laico. Progressista il Leopardi fu
anche sul piano politico-sociale: questa conquista del saggio di Luporini
non si cancella. Ma la distinzione tra i due piani serve, per il Leopardi,
a raggiungere una visione più articolata del suo pensiero, a riconoscere
che in diversi periodi della sua vita ora l’uno ora l’altro progressismo
furono predominanti, a rendersi conto, infine, che tra l’uno e l’altro vi
furono delle collisioni e che l’ultimo Leopardi è caratterizzato appunto
dallo sforzo di armonizzare questi due aspetti del proprio pensiero. Nel
saggio luporiniano, invece, il materialismo è preso in esame – e valuta-
to positivamente – quasi soltanto in funzione del progressismo politico-
sociale (pp. 251-254): il momento materialistico viene ad assumere
importanza non in sé, ma come raccordo tra il primo e l’ultimo Leo-
pardi, come ancoraggio contro il rischio di esser travolto dai flutti del-
l’irrazionalismo prima di aver elaborato la nuova morale laica e com-
battiva. Di qui quella sottovalutazione delle Operette morali a cui già
abbiamo accennato; di qui, anche, il fatto che, fra gli ispiratori del pen-
siero leopardiano, sono sempre presenti a Luporini i «filosofi politici»
Hobbes, Rousseau e Voltaire, ma non è nemmeno una volta ricordato
il «materialista volgare» Holbach, a cui pure, come abbiamo accenna-
to (p. 122 n. 40), il Leopardi deve alcuni spunti importanti. **

4. Il nuovo vigore che il motivo della fraternità umana assume a


partire dal Dialogo di Plotino e di Porfirio (1827),70 la nuova grande fio-
ritura lirica dei canti pisano-recanatesi del ’28-’29, segnano l’abban-
dono definitivo della morale dell’atarassìa, ma non ancora un deciso
ritorno all’interesse politico. Fu il contatto polemico con l’ambiente
cattolico-liberale, specialmente nel secondo soggiorno fiorentino e poi
nel napoletano, a porre dinanzi al Leopardi il problema di ristabilire,

iCfr. l’art. cit. del Bigi, p. 146 sgg.*


70

*i{Cfr. la precedente postilla alla nota 65; per il riferimento alla lettera al Vieusseux del 4 mar-
zo 1826, valga: «qui sopra» – N. d. C.}.
136 III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi

su basi necessariamente diverse che nel ’18-’21, un nesso tra il proprio


pessimismo e un atteggiamento politico progressista.
Il cattolicesimo liberale rappresentava qualcosa di particolarmente
avverso a tutto il pensiero del Leopardi. Era il mito del progresso, pri-
vato della carica di lucido razionalismo che aveva avuto nel Settecen-
to francese e riconciliato coi vecchi miti cattolici. Era l’esaltazione
delle conquiste tecnico-scientifiche (il vapore, la diffusione rapida del-
le notizie: si pensi alla satira della Palinodia) accompagnata però dalla
rinuncia ad una visione veramente scientifica, cioè laica, della realtà.
Era il cattolicesimo ottimista – mentre il Leopardi, finché aveva cre-
duto di poter conciliare in qualche modo il proprio pessimismo col cri-
stianesimo, aveva puntato proprio sulla rappresentazione pessimisti-
ca che il cristianesimo fa di questo mondo –.71
A un tale ambiente gli scritti del Leopardi, e in particolar modo le
Operette morali, erano apparsi come l’espressione di un ateismo che
negava insieme la religione e il progresso; che si opponeva, quindi,
totalmente allo «spirito del secolo».72 Né questi nuovi detrattori era-
71
iIl progressivo distacco del Leopardi dal cristianesimo è analizzato con minuta documenta-
zione dal Porena, Scritti leopardiani cit., pp. 161-169. Sul perdurare fin verso il ’22 di motivi cri-
stiano-pessimistici nel Leopardi si soffermò il Carducci (Degli spiriti e delle forme ecc., in Opere,
ed. nazionale, XX, pp. 72-80), con un certo compiacimento a cui non dovettero essere estranee
le vaghe nostalgie religiose dei suoi ultimi anni (quel saggio è del ’98, l’anno dopo della Chiesa di
Polenta). Nello stesso tempo, l’antimanzoniano Carducci pensava agli Inni cristiani progettati dal
Leopardi nel ’19 come a una fusione di religiosità popolare, deismo rivestito di forme classiche e
patriottismo, da contrapporre agli Inni sacri del Manzoni «tutti evangelo e cristianesimo illumi-
nato» (ivi, p. 75), e deplorava che il Leopardi non avesse portato a termine quel disegno.
72
iManca tuttora uno studio soddisfacente sulle reazioni suscitate dagli scritti del Leopardi
nei suoi contemporanei, non solo dal punto di vista critico-letterario, ma anche da quello ideo-
logico.* I lavori di Bianca Stirpe (G. L. nella critica italiana dei suoi tempi, «Riv. di cultura»,
Roma, IV, 1923, pp. 189 sgg., 254 sgg., 302 sgg., 399 sgg.) e di M. Marti (La fortuna del L. nel-
la critica predesanctisiana, «Antico e Nuovo», genn.-febbr. 1946, p. 13 sgg.; genn.-marzo 1947,
p. 31 sgg.) possono provvisoriamente servire come raccolte di materiali tutt’altro che complete
**; cfr. anche il proemio del Moroncini all’edizione delle Operette, Bologna 1929, I, pp. XVIII-
XXVI, e le relazioni dei giudizi per il premio della Crusca pubbl. da G. Ferretti, «Giorn. stor.
lett. ital.» LXII, 1918, p. 49 sgg. Nulla di nuovo reca Maria Grazia Biovi, I recensori di Leopardi,
«Paragone» Letteratura, XII, 1961, fasc. 134, p. 12 sgg. Un profilo molto felice – ma, confor-
me al suo assunto, incentrato più sulle valutazioni della poesia che del pensiero leopardiano – è
nel cap. I della storia della critica leopardiana di E. Bigi (I classici italiani nella storia della criti-
ca a cura di W. Binni, II, Firenze 19612, p. 353 sgg.). Sulle diverse linee interpretative del pen-
siero leopardiano nell’Ottocento, meglio di tutti, nella sua brevità, L. Blasucci, «Giorn. stor.
letter. ital.» CXXXIX, 1962, p. 562 sg.
*iSulla critica leopardiana nell’Ottocento vedi la relazione tenuta da Mario Fubini al con-
vegno recanatese dell’ottobre 1967, di prossima pubblicazione negli Atti di quel convegno (Leo-
pardi e l’Ottocento). ** Lì apparirà anche un notevole intervento di A. Leone De Castris.
III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi 137

no puri e semplici reazionari che il Leopardi pote[sse] ** trascurare.


Stavolta le critiche venivano da un’opinione pubblica, a suo modo,
illuminata e progressista; e l’accusa di irreligione era (ben diversa-
mente dalle critiche che il Leopardi aveva ricevuto in occasione delle
prime canzoni patriottiche) congiunta strettamente a quella di scarso
patriottismo e di sfiducia nell’umanità. Che, del resto, una parte di
quelle accuse trovasse risonanza anche fuori dell’ambiente liberale-
cattolico, anche tra l’opinione pubblica risorgimentale in senso largo,
lo dimostra il saggio di Pietro Giordani sulle Operette morali, destina-
to all’«Antologia» del Vieusseux ma poi non pubblicato: il Giordani,
come già accennammo, dichiarava di condividere il pessimismo leo-
pardiano e lo difendeva dalle critiche dei moderati toscani, ma espri-
meva anch’egli il desiderio di un maggiore impegno politico da parte
del Leopardi.73
Il bisogno di rispondere a queste accuse di apoliticità e di egocen-
trismo («il proprio petto / esplorar che ti val? Materia al canto / non cer-
car dentro te», sono le parole che il Leopardi mette in bocca ad uno dei
suoi oppositori nella Palinodia) costituì certamente la spinta decisiva
per la ripresa polemica e combattiva, per il nuovo titanismo dell’ultimo
Leopardi. Questo movente in qualche misura «esterno» dell’ultima
fase del pensiero leopardiano non toglie nulla (diversamente da come
è parso a qualche critico) alla sua profonda sincerità e coerenza: dimo-
stra piuttosto la capacità del Leopardi di reagire al nuovo clima politi-
co-culturale, allargando il respiro umano e sociale del proprio pessimi-
smo, fondando una morale integralmente laica e smitizzata.
Al compromesso ideologico attuato dai cattolici liberali il Leopardi
contrappone, in quest’ultima fase, una grande ripresa di temi illumi-
nistici e materialistici.* Non c’è libertà politica, egli afferma, senza
73
iVedi sopra, pp. 82 sg., 123. In questo clima di distacco e d’incomprensione tra il Leopar-
di e i liberali del suo tempo vanno inquadrati due episodi che ferirono particolarmente il suo ani-
mo e suscitarono la sua aspra reazione: la diceria, alla quale credette per un momento anche il
Giordani **, che egli fosse andato a Roma nell’autunno del ’31 per entrare nella carriera eccle-
siastica (cfr. Epistolario ed. Moroncini, VI, pp. 102 e n. 2, 107, 108), e l’attribuzione a lui dei
Dialoghetti reazionari di Monaldo (cfr. lettera al Vieusseux del 12 maggio 1832 e lettere seguen-
ti).
*iSui rapporti polemici tra il Leopardi e il cattolicesimo liberale fiorentino e napoletano lo
studio più esauriente è ora quello di G. Savarese, Saggio sui «Paralipomeni» cit. ** Il Savarese
tende a rivalutare anche quel momento di esasperazione patriottica e xenofoba che è testimo-
niato dal canto I dei Paralipomeni (qui {sotto}, p. 138); la rivalutazione è probabilmente un po’
eccessiva, anche se è ben riuscita l’ambientazione storica di quella fase passeggera di risentito
138 III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi

libertà dal dogma e dal mito («Libertà vai sognando, e servo a un tem-
po / vuoi di nuovo il pensiero»). È proprio questa esigenza di sma-
scheramento degli «errori barbari» del cattolicismo che fa superare al
Leopardi ogni residuo di dubbio sull’opportunità o meno di rivelare
agli uomini il male della condizione umana in tutta la sua crudezza:
alla convinzione del «valore sociale del vero» (per usare una felice
espressione del Berardi)74 il Leopardi giunge perché l’esperienza gli ha
dimostrato che nell’epoca attuale il vuoto dell’ignoranza non è riem-
pito dalle gagliarde e magnanime illusioni dei primitivi, ma da un ibri-
do connubio delle deprimenti superstizioni medievali con un progres-
sismo superficiale e falso, incapace di dare la felicità all’uomo: meglio,
allora, quella «fiera compiacenza» che è prodotta da una lucida dispe-
razione, e che costituisce, in un mondo in cui l’azione eroica è ormai
preclusa, l’ultima e paradossale forma di «virtù» classicheggiante. I
Paralipomeni, con la negazione di ogni differenza qualitativa insupe-
rabile tra uomo e animali, con la rivendicazione del Settecento empi-
rista e antimetafisico contro l’Ottocento cristianeggiante, sono la pun-
ta estrema del progressismo ideologico leopardiano.
Sul piano politico, assistiamo (accanto a un rinvigorimento dell’av-
versione ad ogni posizione reazionaria e assolutista, testimoniato dai
Paralipomeni e dall’epistolario) a due successivi momenti della pole-
mica contro i moderati cattolici. Dapprima, nei primi canti dei Para-
lipomeni, un recupero di motivi patriottici di stampo classicheggiante,
con punte di xenofobia settaria e di esaltazione retorica della romanità
(fino alla protesta perché in Italia non si mettono ai bambini nomi di
antichi romani, ma di eroi barbari come Annibale o Arminio!).75 È
questo, indubbiamente, il momento più debole della polemica leopar-
diana, quello che ha più il carattere di mera ritorsione e che più fa
risaltare i limiti provinciali del patriottismo classicista in confronto
all’apertura europea del riformismo cattolico-liberale: limiti che più
tardi inficieranno il repubblicanesimo del Carducci e lo predisporran-

nazionalismo leopardiano (cfr. la mia recensione in «Belfagor» XXIII, 1968, p. 251 sg.). Sui
Paralipomeni, oltre i sempre validi saggi del Capucci cit. a p. 112, vedi anche Attilio Brilli, Satira
e mito nei «Paralipomeni» leopardiani, Urbino 1968.
74
iRagione e stile in Leopardi (cit. sopra, nota 15), p. 437 sgg.
75
iParalipomeni, I, st. 22-31; III, st. 31. Cfr. Binni, La nuova poetica cit., 2ª ed., p. 139 sg.
Per quel che riguarda l’invettiva contro certi linguisti tedeschi – non attribuibile tutta a mero
nazionalismo – cfr. La filologia di G. Leopardi, Firenze 1955, p. 225 sgg.
III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi 139

no alla finale involuzione reazionaria.76 Tuttavia non bisogna dimen-


ticare che, sia pure in forma inadeguata, questa posizione leopardia-
na esprime pur sempre l’esigenza di un ritorno a quelle prospettive di
soluzione rivoluzionaria del problema nazionale che l’intellettualità
italiana aveva fatte proprie nel ’20-’21 e aveva abbandonate dopo il
fallimento di quell’esperienza.77
Un secondo momento è rappresentato dal ben noto passo della Gi-
nestra in cui il Leopardi fa appello alla solidarietà di tutti gli uomini
nella lotta contro la natura.
Nessun dubbio sulla grande potenzialità democratica di questo
appello. Soltanto, bisogna parlare appunto di potenzialità, per sotto-
lineare, accanto all’estrema apertura e spregiudicatezza del discorso
leopardiano, anche la sua indeterminatezza. Non vi è traccia in esso
di preclusioni di classe, di cautele da «liberale», anzi vi è l’esplicita
esigenza di far partecipe della nuova morale laica tutto il popolo;78 ma
non c’è nemmeno alcun accenno a una lotta contro l’oppressione poli-
tico-sociale, come condizione preliminare per raggiungere la «confe-
derazione» dell’intera umanità. Il Leopardi pensa che i contrasti tra
gruppi umani siano secondari, e perciò da mettersi a tacere, di fronte
all’esigenza di far blocco contro il nemico numero uno, l’empia Natu-
ra.79 Quando il Pascoli trovava preannunciato nella Ginestra il proprio

76
iPer l’uso nazionalistico di questi passi dei Paralipomeni da parte del Carducci vedi l’arti-
colo su Giacomo Leopardi deputato (in Opere, ed. nazionale, vol. XX, Bologna 1937, p. 193 sg.)
e la chiusa del discorso Allo scoprimento del busto di G. Leopardi (ibid., p. 204). Per l’entusia-
smo giovanile degli «Amici pedanti» per i Paralipomeni vedi la prefazione di Giuseppe Chiarini
all’edizioncina delle Poesie di G. Leopardi, Firenze, Sansoni, 1885, p. vi sg.
77
iVedi qui sopra, p. 132 sg.
78
iGinestra, v. 145 sg.: «Così fatti pensieri / quando fien, come fur, palesi al volgo / ...».
79
iGinestra, v. 119 sgg.: «... né gli odii e l’ire / fraterne, ancor più gravi / d’ogni altro danno,
accresce / alle miserie sue, l’uomo incolpando / del suo dolor, ma dà la colpa a quella / che vera-
mente è rea, che de’ mortali / madre è di parto e di voler matrigna»; v. 135 sgg.: «ed alle offe-
se / dell’uom armar la destra, e laccio porre / al vicino ed inciampo, / stolto crede così qual fora
in campo / cinto d’oste contraria, in sul più vivo / incalzar degli assalti, / gl’inimici obbliando,
acerbe gare / imprender con gli amici, / e sparger fuga e fulminar col brando / infra i propri guer-
rieri». In quel rifiuto della misantropia a cui abbiamo accennato sopra (nota 56) è implicito, per
il Leopardi, non solo il rifiuto degli odii privati e delle guerre tra popoli, ma anche dei contrasti
di politica interna. Vedi il pensiero dello Zibaldone, pp. 4070-72 (17 aprile 1824) in cui si dichia-
ra che gli uomini addossano ingiustamente ai propri governanti la colpa della loro infelicità, la
quale deriva da cause naturali ed è quindi destinata a rimanere identica sotto qualsiasi governo.
Una formulazione così recisa è senza dubbio legata a quella fase transitoria di apoliticità che il
Leopardi, come abbiamo detto, attraversò dal ’24 al ’27; tuttavia tra questo pensiero, quello
cit. alla nota 56 e la Ginestra vi è un’innegabile concatenazione.
140 III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi

solidarismo,80 trascurava certamente l’ispirazione illuministica e l’af-


flato eroico che sono essenziali alla posizione leopardiana, e che man-
cano all’ideologia pascoliana; rimane però il fatto che anche il Leo-
pardi propugna un solidarismo, cioè un appello alla cessazione della
lotta «fratricida», per dirigere tutti i colpi non contro un avversario
umano, ma contro la Natura. ** Rifacendoci ancora una volta alla di-
stinzione tra progressismo politico-sociale e progressismo «scientifi-
co», possiamo dire che il Leopardi assorbe il primo nel secondo. Sol-
tanto, in quest’ultima fase del suo pensiero, egli toglie al proprio
materialismo pessimistico quel carattere alquanto solitario e umbrati-
le che aveva assunto negli anni di Bologna, così come, riprendendo il
titanismo del Bruto minore, ne elimina quella coloritura aristocratica
che il titanismo aveva sempre avuto fin allora. Non c’è più alcuna con-
trapposizione di principio tra l’eroe e il volgo, anzi il pessimismo ago-
nistico è destinato a divenire un atteggiamento comune a tutta l’u-
manità, una filosofia popolare. In questo senso si può dire che il
progressismo politico non si dissolve semplicemente nel progressismo
scientifico, ma gli infonde la propria esigenza democratica.
Inoltre, non bisogna dimenticare che la lotta contro la natura a cui
il Leopardi chiama l’umanità è e rimarrà sempre una lotta d i s p e-
r a t a , per ciò che riguarda gli obiettivi di fondo. Certo il Leopardi
non nega la possibilità di raggiungere successi parziali di notevole rilie-
vo (di qui la sua rivendicazione della «civiltà, che sola in meglio / gui-
da i pubblici fati»: Ginestra, v. 76 sg.). Ma che la vittoria definitiva
spetti alla natura, tutta la Ginestra lo riafferma, come lo riafferma il
Tramonto della luna, che appartiene allo stesso periodo finale della vita

80
iG. Pascoli, Pensieri e discorsi, Bologna 1907, p. 117: «E io so che, per grande poeta che
tu sia, il tuo tempo non è ancora venuto. Tu non sei il vate delle ardenti rivoluzioni nazionali;
tu non sei il profeta delle cupe secessioni sociali. Riconquistati i confini delle patrie, ricostitui-
ti i diritti delle classi, verrà il tuo evo. Perché in vero tu contempli il genere umano da così subli-
me vetta di pensiero e dolore, che non puoi scoprire, da così lungi e da così alto, tra gli uomini,
differenza di condizioni, di parti, di popolo, di razza. È un formicolìo di piccoli esseri uguali: e
se n’alza un murmure confuso di pianto»; p. 126: «Ora egli dice: ... E io vi dico che dovete avan-
zare, dovete gettare le illusioni, dovete acquistare la coscienza della vostra piccolezza, della
vostra solitudine, della vostra miseria, del vostro essere fortuito ed effimero. Perché da cotesta
coscienza verrà in voi lo appaciamento degli odi e delle ire fraterne ...». E vedi anche il succes-
sivo paragrafo 13 del medesimo saggio, che dimostra come i vv. 158-201 della Ginestra siano
tra le «fonti» del motivo, tipicamente pascoliano, dello sgomento dell’uomo dinanzi all’immen-
sità dell’universo.
III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi 141

e del pensiero leopardiano.81 Qui è la differenza tra il materialismo


leopardiano e il credo scientista del secondo Ottocento (quantunque si
debba aggiungere che all’ottimismo scientista il secondo Ottocento
alternò un senso cosmico desolato che, quando non finì in un agno-
sticismo vagamente religiosizzante, si richiamò a buon diritto a Lucre-
zio e a Leopardi).82*
L’illuminismo che il Leopardi, nella Ginestra e nel canto IV dei
Paralipomeni, rivendica contro lo spiritualismo cattolico dell’Otto-
cento, è un illuminismo interpretato pur sempre come filosofia dolo-
rosa, che non dà all’uomo, insieme con la verità, la felicità. Il riflusso
spiritualistico della Restaurazione non è spiegato dal Leopardi con
motivi in primo luogo politici (antigiacobinismo), ma come un arre-
tramento dinanzi alle conseguenze pessimistiche dell’analisi del rap-
porto uomo-natura intrapresa dal materialismo settecentesco: «In
quell’età, d’un’aspra guerra in onta, / altra filosofia regnar fu vista, /
a cui dinanzi valorosa e pronta / l’età nostra arretrossi appena avvista
/ di ciò che più le spiace e che più monta, / esser quella in sostanza ama-

81
iUno dei pochi punti deboli del libro del Binni è, a mio parere, la svalutazione del Tramonto
della luna (La nuova poetica cit., 2ª ed., p. 185 sg.), la quale mi sembra che nasca, assai più che
da una lettura «disinteressata», dal preconcetto secondo cui ogni ripresa di motivi «idillici» nel-
l’ultimo Leopardi costituirebbe un passo indietro. Ma alternanza di «idillico» e di «eroico», sia
pure in varia misura, vi è in tutta la poesia leopardiana (basti pensare alla chiusa aspra e sarca-
stica de La quiete dopo la tempesta); e quella «dolcezza d’un mesto coro», che il De Robertis rico-
nosceva soltanto all’ultima strofe, è il tono predominante di tutta la poesia, che davvero richia-
ma alla mente, per la perfetta compenetrazione di lirica e gnomica, alcuni dei più bei cori di
Euripide; d’altra parte la polemica antiteistica della terza strofe, che disturba chi nel Leopardi
cerca solo i toni idillici, avrebbe dovuto trovare proprio nel Binni un difensore e un interprete
adeguato. Ad ogni modo, anche a prescindere dalla valutazione del Tramonto della luna come
opera d’arte, non si può ignorarlo come testimonianza del pessimismo leopardiano, perdurante
fino all’ultimo.
82
iIl libro di Spartaco Borra, Spiriti e forme affini in Lucrezio e Leopardi (Bologna 1911, 2ª ed.
1934), è, con un certo ritardo, un frutto di questo clima culturale-psicologico, di cui per esem-
pio Arturo Graf fu un cospicuo rappresentante, e a cui va ricondotta anche la formazione gio-
vanile di Concetto Marchesi.
*iUna interessante professione di leopardismo in epoca positivistica ** è il saggio di Gia-
como Pighini, Il pessimismo nella scienza e G. Leopardi, «L’idea liberale» 30 nov. 1898-15 feb-
br. 1899, ristampato in Scritti di carattere letterario ed artistico, Parma 1964. L’autore sosteneva,
contro i positivisti alla Lombroso e alla Sergi, l’oggettiva validità scientifica del pessimismo leo-
pardiano. L’enfasi eccessiva dello stile e alcune ingenuità non debbono far disconoscere il valo-
re di questa presa di posizione, anche in rapporto a ciò che io (senza ancora conoscere lo scritto
del Pighini) osservavo sopra, pp. 126-28. I successivi scritti di vario argomento raccolti nel volu-
me del Pighini mostrano, invece, una rapida involuzione ideologica, dovuta anche alla totale ine-
sperienza politica di questo valente medico e storico della scienza.
142 III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi

ra e trista» (Paralip. IV, st. 16). Non si possono isolare i due primi bel-
lissimi versi di quest’ottava dai seguenti, senza dare dell’illuminismo
leopardiano un’immagine alterata. E nella Ginestra di nuovo il Leo-
pardi dirà, rivolto al proprio secolo: «Così ti spiacque il vero / dell’a-
spra sorte e del depresso loco / che natura ci diè. Per questo il tergo /
vigliaccamente rivolgesti al lume / che il fe palese». Tale interpreta-
zione leopardiana dell’illuminismo settecentesco non è, lo abbiamo già
visto, così arbitraria come spesso si è sostenuto; ma, senza dubbio,
costituisce una forte accentuazione di un motivo che nei grandi illu-
ministi francesi era rimasto in secondo piano.
Per quel che riguarda le prospettive della lotta tra uomo e natura,
la Ginestra non annulla, anzi conferma, proiettandoli su un più vasto
sfondo cosmico, questi versi della Palinodia (154-197):
Quale un fanciullo, con assidua cura,
di fogliolini e di fuscelli, in forma
o di tempio o di torre o di palazzo,
un edificio innalza; e come prima
fornito il mira, ad atterrarlo è volto,
perché gli stessi a lui fuscelli e fogli
per novo lavorio son di mestieri;
così natura ogni opra sua, quantunque
d’alto artificio a contemplar, non prima
vede perfetta, ch’a disfarla imprende,
le parti sciolte dispensando altrove.
E indarno a preservar se stesso ed altro
dal gioco reo, la cui ragion gli è chiusa
eternamente, il mortal seme accorre
mille virtudi oprando in mille guise
con dotta man: che, d’ogni sforzo in onta,
la natura crudel, fanciullo invitto,
il suo capriccio adempie, e senza posa
distruggendo e formando si trastulla.
Indi varia, infinita una famiglia
di mali immedicabili e di pene
preme il fragil mortale, a perir fatto
irreparabilmente: indi una forza
ostil, distruggitrice e dentro il fere
e di fuor da ogni lato, assidua, intenta
dal dì che nacque; e l’affatica e stanca,
essa indefatigata; insin ch’ei giace
alfin dall’empia madre oppresso e spento.
III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi 143

Queste, o spirto gentil, miserie estreme


dello stato mortal; vecchiezza e morte,
ch’han principio d’allor che il labbro infante
preme il tenero sen che vita instilla;
emendar, mi cred’io, non può la lieta
nonadecima età più che potesse
la decima o la nona, e non potranno
più di questa giammai l’età future.
Però, se nominar lice talvolta
con proprio nome il ver, non altro in somma
fuor che infelice, in qualsivoglia tempo
e non pur ne’ civili ordini e modi,
ma della vita in tutte l’altre parti,
per essenza insanabile, e per legge
universal, che terra e cielo abbraccia,
ogni nato sarà.

In questi versi l’infelicità è affermata, con spietata chiarezza, come


essenziale non a un determinato uomo storico, ma all’«uomo in gene-
rale». Le interpretazioni «progressive» dell’ultimo Leopardi devono
fare i conti con questo e coi molti altri passi in cui il Leopardi ribadi-
sce la stessa tesi. Si tratta, in sostanza, di vedere se il pessimismo co-
smico leopardiano sia da considerare soltanto come un’estrapolazione
del suo pessimismo storico-sociale. Per Lukács il pessimismo reazio-
nario di Schopenhauer è un’«apologetica indiretta» della società bor-
ghese;83 si può considerare il pessimismo cosmico leopardiano come
una «requisitoria indiretta» contro la medesima società? Né il Lupo-
rini, né il Biral né il Berardi traggono questa esplicita conclusione; **
eppure tutti e tre tendono a far apparire la tesi dell’infelicità perpe-
tua e insanabile dell’uomo come un aspetto in certo senso non essen-
ziale del pensiero leopardiano: l’«onda più lunga» su cui secondo il
Luporini si troverebbe il Leopardi rispetto ai liberali e ai democratici
del Risorgimento, il regnum hominis di cui, secondo il Biral, la Gine-
stra sarebbe il preannuncio, l’illuminismo della fase finale del pensiero
leopardiano su cui insiste il Berardi, costituirebbero un superamento,
o almeno un inizio di superamento del pessimismo; e il pessimismo
sarebbe tutto relativo al determinato ambiente storico in cui si trovò
inserito il Leopardi.84 È, in fondo, l’interpretazione «risorgimentale»

83
iG. Lukács, La distruzione della ragione, trad. ital., Torino 1959, p. 205 sgg.
84
iLuporini, p. 274 (cfr. anche p. 269: «Pessimismo e razionalismo si congiungono così per-
144 III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi

del Leopardi (Poerio, De Sanctis) che, allargata a interpretazione


sociale o illuministica, conserva tuttavia la convinzione della non defi-
nitività del pessimismo leopardiano. Affermazioni come quella della
Palinodia che abbiamo ora citato rappresenterebbero dunque piutto-
sto un irrigidimento «metafisico» che la sostanza viva e positiva del
pensiero del Leopardi.
I motivi per cui questa tesi non ci sembra accettabile risultano abba-
stanza chiaramente, crediamo, da quanto siamo venuti osservando sul
materialismo-pessimismo leopardiano. La polemica storicistica contro
l’«uomo in generale» è giusta e necessaria nei riguardi delle arbitrarie
generalizzazioni di caratteristiche economico-sociali, culturali, psico-
logiche che sono in realtà peculiari di una data epoca. Non è certo pro-
pria dell’umanità in generale la divisione in sfruttati e sfruttatori, né
la proprietà privata, né la fede in una divinità, per non parlare di isti-
tuzioni e di abiti mentali e affettivi ancor più ristretti nel tempo e nel-
lo spazio. Ma per ciò che riguarda l’uomo come essere naturale, biolo-
gico, il discorso è ben diverso.85 Ora il pessimismo del Leopardi, nella
sua seconda e più matura fase, trae origine appunto dalla constatazio-
ne di certi dati fondamentali della vita fisica dell’uomo («vecchiezza e
morte») che sono in contrasto con quell’aspirazione alla felicità che è,
anch’essa, una tendenza «naturale» dell’uomo. Il Leopardi non ignora
affatto che anche la natura ha la sua storicità (l’autore degli ultimi due
audacissimi canti dei Paralipomeni non sarebbe certo rimasto sconcer-

fettamente in Leopardi in questa costruttiva spinta verso il futuro, e ciò mostra quanto relative
siano queste accentuazioni assiologiche che si chiamano appunto pessimismo e ottimismo: come
esse cioè siano accentuazioni assiologiche che non vanno mai giudicate in se stesse, ma relativa-
mente alle concrete situazioni storiche in rapporto alle quali si sono prodotte»). Biral, La «posi-
zione storica» cit., p. 34: «Nella Ginestra riuscì a fissare un nuovo principio, e lasciò intuire che
quel bene che potrà esservi nella vita non sarà mai un dono elargito dalla natura o dalla sorte,
ma conquista faticosa della buona volontà degli uomini solidali in uno sforzo (...) per fare della
società un regnum hominis» (anche nelle pagine precedenti il Biral sostiene che il pessimismo leo-
pardiano rappresenta la crisi di una vecchia civiltà «fondata sull’idea dei doveri verso Dio, ver-
so il sovrano, verso le gerarchie costituite» e l’esigenza «di una moderna civiltà fondata sul vero
e sulla scienza»: un accenno in questo senso già in Gramsci, Lettere dal carcere, nuova ediz., Tori-
no 1965, p. 670). ** Più sfumata la posizione del Berardi; ma anch’egli tende a risolvere (p. 431
sgg.) il pessimismo leopardiano in illuminismo.
85
iMi sia lecito rimandare, per adesso, a un breve accenno in «Belfagor» XVIII, 1963, p. 10,
n. 30.*
*iVedi ora gli scritti citati nella prefazione alla seconda edizione, qui sopra, p. XXXVIII;
e, per la persistenza dell’«uomo naturale» nell’«uomo storico», già un accenno di C. Muscetta,
Cultura e poesia di G. G. Belli, Milano 1961, p. 264. **
III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi 145

tato dinanzi al darwinismo), ma sa che è una storicità di ritmo incom-


parabilmente più lento, di carattere meccanico e inconsapevole, a cui
non si può attribuire alcun teleologismo o provvidenzialismo.86 Egli
non ignora nemmeno la possibilità di f o r z a r e la natura stessa (basti
ricordare quel pensiero, giustamente ammirato dal Luporini, sulla
«futura civilizzazione dei bruti e massime di qualche specie, come del-
le scimmie, da operarsi dagli uomini a lungo andare», in modo da poter
associare anche questi animali «alla grande alleanza degli esseri intelli-
genti contro alla natura, e contro alle cose non intelligenti»);87 ma ritie-
ne che tale intervento dell’uomo sulla natura non potrà mai giungere a
modificare quei dati fondamentali a cui accennavamo sopra, dai quali
inevitabilmente scaturisce l’infelicità.
In questo senso schiettamente materialistico si può, a mio parere,
parlare di un valore p e r m a n e n t e del pessimismo leopardiano,
senza nulla concedere a interpretazioni metafisiche ed esistenzialisti-
che del pensiero del Leopardi e senza affatto rinunciare a indagare le
esperienze concrete – individuali e storico-sociali – da cui quel pessi-
mismo nacque.
A più riprese, nel suo saggio, il Luporini osserva che ciò che impedì
al Leopardi di sviluppare fino in fondo il nucleo progressista del suo
pensiero fu (oltre alla mancanza di contatto con un movimento popo-
lare rivoluzionario) la mancanza della dialettica, il nuovo «strumento
mentale» che si andava elaborando in quegli anni nella filosofia tede-
sca.88 Il Leopardi, anzi, arriverebbe alle soglie del concetto dialettico
in quel gruppo di pensieri dello Zibaldone in cui nota che le «con-
traddizioni palpabili che sono in natura» (aspirazione naturale dei
viventi alla felicità e impossibilità naturale di conseguirla; perpetua-
zione della vita della specie che si attua solo attraverso la distruzione
degli individui) sembrerebbero infirmare la validità del principio stes-
so che «non può una cosa insieme essere e non essere», su cui si basa
la nostra ragione.89 Ora, è indubbio che qui il Leopardi constata una

86
i«Così, dell’uomo ignara e dell’etadi / ch’ei chiama antiche (...), / sta natura ognor verde,
anzi procede / per sì lungo cammino / che sembra star» (Ginestra, vv. 289-294). Una critica del
teleologismo che anticipa il concetto darwiniano di «selezione naturale» è nello Zibaldone (p.
4510), come notò G. A. Levi, Storia del pensiero di G. L., Torino 1911, p. 136.
87
iZib., 4279 sg. (13 aprile 1827); cfr. Luporini, p. 273 sg.
88
iLuporini, pp. 235, 241, 247-51, 253.
89
iZib., 4099 sg. (3 giugno 1824), 4127-32 (5-6 aprile 1825), e già p. 4087 (11 maggio 1824).
146 III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi

difficoltà l o g i c a che gli appare, giustamente, insolubile col vecchio


strumento della logica aristotelica. Ma supporre che l’acquisizione di
un nuovo strumento teoretico (la logica dialettica) avrebbe indicato
al Leopardi, o possa indicare a un leopardiano del secolo ventesimo, la
via per superare il pessimismo, significa disconoscere il carattere tut-
to pratico, sensistico-edonistico, del pessimismo leopardiano. Per un
pensatore così profondamente antiteoreticista, antimetafisico come
Leopardi, l’infelicità non si supera «dialettizzandola» sul piano logi-
co, ma soltanto (ove ciò fosse possibile) eliminandola di fatto. Dopo
aver messo in risalto l’incomprensibilità – dal punto di vista della logi-
ca formale – della contraddizione tra vitalità e infelicità, il Leopardi
soggiunge, quasi a mettere in guardia contro ogni attenuazione del
secondo termine: «Intanto l’infelicità necessaria de’ viventi è certa»
(Zibaldone, p. 4100).
Né c’è bisogno, a guardar bene, di far la storia con un «se» («se
Leopardi avesse conosciuto la logica dialettica ...»). La tesi provvi-
denzialistica secondo la quale Dio o la natura consegue, pur attraver-
so l’infelicità dei singoli individui, la felicità generale dell’umanità, o
la variante della stessa tesi, secondo cui la civiltà moderna assicure-
rebbe, se non la felicità degli individui, la felicità delle masse, erano,
a loro modo, tentativi di superamento «dialettico» del pessimismo.
Non si vuole certo, con ciò, equipararli alla logica hegeliana sul piano
teoretico: si vuol dire soltanto che esercitarono una funzione analoga
in rapporto al problema dell’infelicità umana. Il pessimismo sarebbe
effetto di una considerazione frammentaria e statica della realtà, di
un’incapacità di vedere il singolo fenomeno nella sua relazione col tut-
to. Ebbene, il Leopardi, seguendo Voltaire e andando molto oltre Vol-
taire, non si è mai stancato di respingere e di deridere tale soluzione
«dialettica», proprio perché essa è una soluzione illusoria, una «nega-
zione ideale» che maschera la reale incapacità di liberare l’uomo dal-
l’oppressione che su di esso esercita la natura.90

90
iZib., 4175 (col richiamo di Voltaire, per cui vedi sopra, p. 122 e n. 40); Palinodia, v. 197
sgg.: «ma novo e quasi / divin consiglio ritrovàr gli eccelsi / spirti del secol mio: che, non poten-
do / felice in terra far persona alcuna, / l’uomo obbliando, a ricercar si diero / una comun felici-
tade; e quella / trovata agevolmente, essi di molti / tristi e miseri tutti, un popol fanno / lieto e
felice». Si noti ancora che le catastrofi naturali che, come il Leopardi più volte sottolinea, han-
no annientato estesi gruppi umani e annienteranno alla fine l’umanità stessa (vedi sopra, nota
62), costituiscono tipici casi di «negazione adialettica», non di negazione-conservazione.
III. Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi 147

Sotto questo aspetto, la polemica leopardiana contro gli apologeti


della divinità o della natura presenta una reale analogia con la pole-
mica marxista contro la pretesa degli hegeliani (e di tutta una mille-
naria tradizione filosofica) di sopprimere l’alienazione umana «nel
pensiero» e non, prima di tutto, «nella realtà»: di giustificare il mon-
do e non di cambiarlo. Soltanto, per il pensiero marxista la realtà che
è causa dell’infelicità umana è essenzialmente una realtà economico-
sociale; per il Leopardi, è essenzialmente una realtà fisico-biologica.
Per il marxista, la forza condizionatrice della natura sull’uomo si è
esercitata soprattutto ai primordi dell’umanità, in una specie di pro-
logo o di antefatto preistorico: da quando l’uomo ha cominciato a
lavorare e a produrre, la natura avrebbe cominciato a ridursi (e sem-
pre più si ridurrebbe in futuro) a mero oggetto di attività umana:
l’«uomo storico» metterebbe sempre più in ombra, e alla fine assor-
birebbe e supererebbe del tutto l’«uomo naturale». Per il Leopardi,
la natura conserva anche di fronte all’uomo civilizzato tutta la sua for-
midabile forza logoratrice e distruttrice: perciò la lotta dell’uomo con-
tro la natura si configura nel pensiero leopardiano come una lotta
disperata, e la distruzione di tutti i miti non dà luogo a una visione
ottimistica della realtà, ma ad un pessimismo lucido e combattivo.
** IV.
Il Leopardi e i filosofi antichi*

Testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe,


testo epigrafe, testo epigrafe.
Nome Cognome

1. All’insegnamento di filosofia ricevuto da fanciullo il Leopardi


ripensò in seguito con scarsa stima. Ci tenne a notare nello Zibaldone
che a certi risultati della filosofia moderna (la critica lockiana delle
idee innate; «l’ottimismo del Leibnizio», o quello che egli credeva
tale) era giunto da sé, «non avendo mai letto scrittori metafisici, e
occupandomi di tutt’altri studi, e null’avendo imparato di queste
materie alle scuole (che non ho mai vedute)».1
In realtà le lezioni di logica e metafisica impartitegli nel 1810-12 dal
suo precettore, don Sebastiano Sanchini, costituiscono soltanto una

1
iZib., 1347 (20 luglio 1821). Quanto all’idea che il Leopardi si era fatta dell’ottimismo leib-
niziano come di una negazione del concetto di «bene assoluto», cfr. Zib., 391 sg.
*iSu questo stesso argomento un importante saggio è stato scritto da Vincenzo Di Benedet-
to, G. Leopardi e i filosofi antichi, in «Critica storica» VI, 1967, p. 289 sgg. (cfr. anche la recen-
sione dello stesso studioso al presente volume, in «Riv. di filologia» XCVII, 1969, p. 114 sgg.).
I principali risultati del saggio del Di Benedetto sono: 1) la dimostrazione di un influsso dello
scetticismo antico (conosciuto specialmente attraverso Luciano e il libro IX di Diogene Laerzio)
sul pensiero leopardiano, dal Saggio sopra gli errori popolari fino ai pensieri del 1821; 2) la preci-
sazione dell’atteggiamento (fondamentalmente, ma non esclusivamente polemico) del Leopardi
di fronte a un aspetto particolare del platonismo, cioè alla concezione dell’amore esposta nel Sim-
posio; 3) l’analisi di ciò che è specificamente leopardiano nelle libere traduzioni da lirici e comi-
ci greci, specialmente da Simonide; 4) alcune precisazioni sull’interpretazione che il Leopardi dà
della figura di Socrate nello Zibaldone e nell’Ottonieri; 5) lo studio della forma nuova che nel-
l’ultimo Leopardi assume la contrapposizione fra antichi e moderni: la superiorità degli antichi
viene affermata in modo più reciso e globale, ed estesa alla filosofia; gli antichi sono considera-
ti ora come i depositari di una desolata sapienza pessimistica, che i moderni avrebbero cercato
di mascherare e di eludere con vani sofismi; ne risulta una visione del pensiero antico più asto-
rica [cr] ** e indifferenziata (almeno in alcune affermazioni), ma d’altra parte la rivendicazione
della maggiore umanità degli antichi costituisce uno dei motivi che confluiranno nell’umanitari-
smo polemico della Ginestra. Su questo saggio vedi anche qui {sotto}, pp. 234, 248 sg. **
IV. Il Leopardi e i filosofi antichi 149

preparazione agli studi teologici, a quella carriera ecclesiastica a cui era


stato destinato alla famiglia. Il testo prescelto per l’insegnamento del-
la metafisica fu quello del padre François Jacquier, che recava il tito-
lo significativo di Institutiones philosophicae ad studia theologica potis-
simum accommodatae; il Leopardi ne fece dei riassunti, oggi perduti.2
Alla lettura del Jacquier venne ben presto ad affiancarsi quella di
altre opere di filosofia cattolica e di polemica antimaterialista e anti-
sensista, di cui la biblioteca di Monaldo era molto largamente forni-
ta.3 I cinque quaderni di Dissertazioni filosofiche di Giacomo Leopardi
(1811-12), che si conservano tuttora inediti a Recanati,4 rappresentano
un tentativo di sintesi di quelle letture.
Tra le opere che il Leopardi cita, e da cui appare più influenzato,
possiamo ricordare gli Elementi di Metafisica, ovvero Preservativo con-
tro il Materialismo, contro l’Ateismo e contro il Deismo dell’abate Sauri
(edizione italiana, Venezia 1777), Il buon uso della Logica in materia
di Religione del conte Alfonso Muzzarelli (Foligno 1787), il Diction-
naire de Physique di Aimé-Henri Paulian (8a edizione, Nîmes 1781).
Erano, queste e altre che il Leopardi possedeva e in gran parte lesse,
opere del tardo Settecento, che combattevano l’illuminismo con brio
e scioltezza illuministica, in uno stile per nulla paludato o arcaico. Di
tale cultura illuministico-reazionaria si era nutrito Monaldo e si nutrì
inizialmente Giacomo Leopardi. **
Tutti questi libri contenevano fitte citazioni degli illuministi fran-
cesi e dei filosofi greci. Fu per questa via indiretta che il Leopardi
ebbe una prima conoscenza delle dottrine di Voltaire, Diderot, La
Mettrie, Helvétius, Holbach, e del filosofo inglese che era considera-

2
iCfr. Indice delle produzioni di me Giacomo Leopardi dall’anno 1809 in poi, num. 27 e 28
(pubbl. da A. Donati nell’edizione dei Puerili e abbozzi vari, Bari 1924, p. 270, con l’avverten-
za che quei riassunti «mancano nelle carte leopardiane di Recanati», e poi di nuovo dal Flora,
PP, II, p. 1108). Dell’opera del Jacquier la biblioteca Leopardi possedeva l’edizione di Venezia
1785: nel vol. II era esposta la metafisica, che il Jacquier suddivideva in «Ontologia» e «Pneu-
matica» (cioè dottrina delle sostanze spirituali).
3
iTali opere si trovano tuttora specialmente nella sala I, sezioni XI-XIII («Philosophia») e
nella sala II, sezioni XII-XIV («Polemica»).
4
iNel pubblicare alcuni scritti del Leopardi fanciullo, gli studiosi hanno dato la preferenza a
quelli in versi. L’unica prosa di argomento filosofico finora pubblicata (e senza le note di cui il
Leopardi stesso la corredò) è il Dialogo filosofico sopra un moderno libro intitolato «Analisi delle
idee ad uso della gioventù» (Donati, ed. cit., p. 119 sgg.; Flora, PP, II, p. 1082 sgg.). Eppure la
conoscenza di quei componimenti scolastici è indispensabile per avere un quadro completo di ciò
che il Leopardi lesse. Spero di darne io prossimamente un’edizione.
150 IV. Il Leopardi e i filosofi antichi

to il progenitore di questa funesta setta di liberi pensatori: John


Locke. E fu per questa stessa via che imparò a conoscere per sommi
capi il pensiero dei principali filosofi antichi, prima ancora di poterli
leggere direttamente.
Due atteggiamenti, entrambi tradizionali nell’apologetica cristiana,
si alternavano in quei libri rispetto alla filosofia antica.* Un atteggia-
mento di condanna sommaria di tutti i filosofi pagani, di cui si met-
teva in risalto la discordia e la stravaganza delle opinioni;5 e una posi-
zione meno radicale, che distingueva i filosofi spiritualisti, precursori
del cristianesimo (Socrate, Platone, Aristotele inteso nel senso della
Scolastica), dai materialisti (Democrito, Epicuro, Lucrezio), precur-
sori dell’empia filosofia del secolo decimottavo.6
Queste idee sono fedelmente riecheggiate nei primi lavori scolastici
del Leopardi. Una poesia del 1810 in martelliani, con la quale il fan-
ciullo dodicenne presentava al padre il sunto della «Pneumatica» di
Jacquier,7 cita con onore Socrate e Platone, e li oppone ai falsi sapienti
che «con empie inique massime corromper sanno il mondo». Una Dis-
sertazione sopra la Felicità, contenuta nel quarto quaderno di Disserta-
zioni filosofiche (1812), reca una condanna sprezzante dell’epicureismo:
«Epicuro Filosofo, il di cui solo nome è bastante per iscreditare qual-
sivoglia ipotesi afferma, che la felicità non consiste che nel piacere».8
5
iScriveva per esempio il già citato Muzzarelli (Il buon uso ecc., I, p. 262): «Basta scorrere i
secoli Gentileschi, e penetrar nelle scuole de’ Filosofi per udire i clamori delle varie Sette, che qui-
stionavano inutilmente su la natura dell’anima, e sul governo dell’universo (...). I Platonici sosten-
gono un Dio spirituale, gli Stoici lo aggravano tutto all’intorno di un corpo. I primi professano la
provvidenza, la spiritualità, e l’immortalità dell’anima; gli Epicurei negano tutti questi dogmi. E
intanto, mentre essi si mordono rabbiosamente, gli Scettici e i Pirronisti rovescian dal fondo tut-
ti i sistemi. Que’ medesimi, che insegnano il vero, parlano in modo oscuro, si appoggiano a debo-
li conghietture, e contraddicono senza pena a se medesimi (...). Così i Licei della Grecia, e di Roma
occupati da un popolo di Filosofi echeggiano di molte grida, e di poche verità». **
6
iTirate contro l’epicureismo si trovano per esempio in Jacquier, Institutiones cit. (ho sott’oc-
chio l’ed. di Venezia 1767), II, p. 331 sg.; VI, pp. 18, 30 sg.; Sauri, Elem. di Metafisica cit., I,
p. 48 sg. (Epicuro accostato a La Mettrie), 60 sg. (Lucrezio accostato a Voltaire); Paulian, Dic-
tionn. cit., IV, p. 33 s.v. Matérialisme; A. Valsecchi, La Religion vincitrice, Genova 1776, p. 57
sgg. (Holbach seguace di Lucrezio).
7
iPP, I, p. 727 sg. (già in Donati, ed. cit., p. 24); cfr. l’Indice cit. qui sopra (p. 149, n. 2),
num. 29.
8
iTesto ancora inedito, p. 7 dell’autografo conservato a Recanati.
*iLa pubblicazione integrale delle dissertazioni filosofiche giovanili (nel vol. II delle «Ope-
re di G. Leopardi inedite o rare» edite dal Centro nazionale di studi leopardiani) permetterà di
precisare quanto si accenna qui sulla prima formazione filosofica del Leopardi. Per la Disserta-
zione sopra l’anima delle bestie vedi intanto qui sopra, {postilla a p. 118} n. 29. **
IV. Il Leopardi e i filosofi antichi 151

Fra Platone e Aristotele il Leopardi fanciullo, fedele anche qui ai


suoi testi e – si può esserne sicuri – all’insegnamento del Sanchini, dà
la palma ad Aristotele, specialmente per ciò che riguarda la filosofia
morale.9 In Germania cominciava proprio in quegli anni una rinasci-
ta platonica: il cristianesimo dei romantici, che puntava sul senti-
mento contro la ragione, trovava naturalmente in Platone (e più anco-
ra nei neoplatonici) un appoggio molto più sicuro che in Aristotele; e
quei tedeschi erano troppo buoni filologi per non sapere che il v e r o
Aristotele escludeva l’immortalità dell’anima individuale e, pur con
tutti i suoi residui di platonismo, era un pensatore fortemente orien-
tato in senso immanentistico. Anche in Italia, specialmente nel mez-
zogiorno vichianeggiante, c’erano correnti di pensiero che si richia-
mavano a Platone e al pitagorismo della Magna Grecia: il Platone in
Italia del Cuoco era apparso proprio nei primi anni del secolo. Ma il
cattolicesimo tardosettecentesco che ancora si respirava in casa Leo-
pardi guardava con molto più simpatia ad Aristotele, sia perché que-
sto era rimasto il filosofo per eccellenza delle scuole cattoliche, sia per
quell’aspirazione ad un cattolicesimo razionale che, come abbiamo
detto, caratterizzava quell’ambiente, e che lo teneva lontano dai «so-
gni» e dagli slanci mistici del platonismo. Il Leopardi, che più tardi
porrà tra religione e ragione un contrasto insuperabile, nell’epoca a cui
ci riferiamo è ancora convinto che la sana ragione conduce immanca-
bilmente ad accettare il cattolicesimo. A questa convinzione sono ispi-
rati i martelliani del 1810: i filosofi empi sono scacciati dalla Ragione,
e la poesia culmina nell’augurio:
Così potesse alfine filosofia scacciare
L’empie seguaci turbe, e i chiari rai vibrare:
Per cui Ragion nel trono sublime un dì si assida,
La Religion si avvivi, giubili il mondo e rida.

L’apprendimento del greco, iniziato dal Leopardi nel 1813 e por-


tato avanti con straordinaria rapidità, rappresenta la prima iniziativa
di studio autonoma rispetto al precettore e al padre, che di greco era-

9
iVedi soprattutto il quarto quaderno delle Dissertazioni filosofiche, p. 13 sgg. dell’autografo:
il Leopardi ammette che la dottrina morale platonica «è certamente consentanea in gran parte,
a quanto insegnato ci viene dalla Cattolica Fede»; ma dichiara che la verità piena è stata rag-
giunta – per quanto era possibile col solo aiuto della ragione – da Aristotele, e di lì in poi si limi-
ta a esporre i principii etici aristotelici.
152 IV. Il Leopardi e i filosofi antichi

no ignari.10 Ora anche ai filosofi greci egli può accostarsi direttamen-


te, non più attraverso lo schermo dei mediocri apologeti e trattatisti
cattolici sui quali aveva iniziato i suoi studi. Uno dei primissimi lavo-
ri eruditi del Leopardi è la traduzione con commento della Vita Ploti-
ni di Porfirio, compiuta nel 1814. La Bibliotheca Graeca del Fabricius,
miniera di notizie bio-bibliografiche su tutti gli autori greci, compre-
si i filosofi, gli diviene familiare. Per il Porfirio, come già pochi mesi
prima per l’Esichio Milesio, egli ha frequenti occasioni di consultare
Diogene Laerzio nella bella edizione del Meibomius (Amsterdam
1692) con note del Casaubonus e di altri con le osservazioni del Mena-
gius.11 Anche in seguito quell’edizione non cessò mai di essere da lui
letta e riletta, come testimonia lo Zibaldone; essa offriva, nelle note,
una raccolta di quasi tutte le fonti dossografiche allora accessibili.
Da questi studi di erudizione, iniziati ancora nella prospettiva di
una carriera ecclesiastica, nasce ben presto la filologia leopardiana,
come critica testuale ed esegesi di singoli passi. Non c’è da meravi-
gliarsi, invece, che la visione leopardiana del pensiero antico, benché
molto arricchita di notizie, rimanga per il momento invariata nelle sue
linee fondamentali. Il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, com-
posto all’inizio del ’15, rappresenta il risultato ultimo e, a suo modo,
perfetto di quel tipo di divulgazione illuministico-cattolica verso cui,
come abbiamo visto, il Leopardi era stato orientato inizialmente dai
libri della biblioteca paterna (s’intende che, in certi passi già notati
dagli studiosi, il Leopardi è fin da ora scrittore ben più originale ed
efficace dei suoi modelli).* Appare ancora ben salda in quest’opera la
convinzione che religione cattolica e conoscenza razionale coincidono,
che gli «errori popolari» sono contrari al dogma cristiano non meno
che alla sana filosofia. Quindi i filosofi antichi a volte sono biasimati

10
iCfr. sopra, p. 51 n. 33.
11
iVedi per esempio i riferimenti a questa edizione nell’Esichio Milesio, pp. 171 n. 7, 175 n.
8 ecc. dell’ed. Cugnoni (G. L., Opere inedite, I, Halle 1878), e nel Porfirio, pp. 34 n. 284, 35 n.
87, 37 n. 312, 50 n. 462 ecc. dell’autografo (Biblioteca Nazionale di Firenze, Banco rari 342,
num. 5). **
*iErsilia Alessandrone (rec. cit., p. 330 n. 9) ritiene che già le letture di opere di divulga-
zione scientifica orientate in senso razionalistico (Fontenelle, Algarotti, Thomas Brown, Bailly),
compiute dal Leopardi negli anni 1813-15 per la compilazione della Storia dell’astronomia e del
Saggio sopra gli errori popolari **, lo abbiano condotto «a discostarsi notevolmente dai giudizi
correnti presso gli apologeti cattolici (...), allontanandosi dal concetto che la saggezza fosse
appannaggio esclusivo dei partecipi della Rivelazione».
IV. Il Leopardi e i filosofi antichi 153

per esser rimasti essi stessi vittime dei pregiudizi popolari, o addirit-
tura per essersene fatti promotori (e allora il Leopardi, come già nella
Storia dell’astronomia, si abbandona a tirate sulla discordia e l’assur-
dità delle loro teorie che ricordano quella, già citata, del Muzzarelli);12
a volte, invece, appaiono come savi che cercarono di opporsi alle
superstizioni del volgo.
Questo secondo punto di vista, direi, predomina nel Saggio: quasi
in ogni capitolo l’esposizione degli errori antichi è accompagnata dal-
la menzione dei pochi eletti (non solo filosofi e scienziati, ma spesso
anche poeti) che ne rimasero immuni. Nel calore della sua polemica
anti-superstiziosa, il Leopardi elargisce riconoscimenti non solo ai fi-
losofi greci e romani spiritualisti (da Pitagora a Platone a Cicerone e
Seneca), ma, qua e là, anche a un Democrito, a un Epicuro;13 e osa ter-
minare il quarto capitolo con la citazione enfatica del verso di Lucrezio
(conosciuto con tutta probabilità di seconda mano, come la maggior
parte degli autori citati nel Saggio): O miseras hominum mentes, o pec-
tora caeca!
Si tratta, naturalmente, di audacie occasionali e ancora un po’ for-
tuite. La religiosità del Leopardi, prima di dileguarsi definitivamente,
conosce ancora periodi di travaglio e di meditazione dolorosa, ritorni
di ascetismo: anzi, prima di respingere il cristianesimo, egli si sforzerà
abbastanza a lungo, come è noto, di interpretare in chiave cristiana il
proprio nascente pessimismo. L’Appressamento della morte (novembre-
dicembre 1816) ci mostra quest’altra faccia del cristianesimo giovani-
le leopardiano, opposta a quella, fiduciosamente razionalistica, delle
Dissertazioni fanciullesche e degli Errori popolari. E qui, in uno dei
brani più scolasticamente ricalcati su Dante e sui Trionfi (canto III,
vv. 31-108), ritorna la contrapposizione fra i tre grandi filosofi spiri-
tualisti – Socrate Platone Aristotele – e gli altri, con punte polemiche

12
iVedi per esempio il cap. IX (PP, II, p. 310 sg.): «Accorsero i filosofi in aiuto del popolo,
ma Anassagora fece del sole un ferro infocato, Alcmeone lo credé una lastra, Eraclito un battello
(...). Il numero degli errori si accrebbe, e i filosofi continuarono a dire (...). La filosofia degli anti-
chi era la scienza delle contese; le scuole pubbliche che essi aveano, erano le sedi della confu-
sione e del disordine. Aristotele condannava ciò che Platone gli aveva insegnato. Socrate si ridea
di Antistene, e Zenone si scandolezzava di Epicuro. Pitagorici, Platonici, Peripatetici, Stoici,
Cinici, Epicurei, Scettici, Cirenaici, Megarici, Eclettici, si accapigliavano, si faceano beffe gli
uni degli altri, mentre qualche vero saggio si rideva di tutti». Così a pp. 312-314, 318 sgg., 324,
e già nella Storia dell’Astronomia (1813) in tutto il cap. II, specialmente p. 809 ed. Flora.
13
iPP, II, pp. 270, 131.
154 IV. Il Leopardi e i filosofi antichi

aspre contro la dottrina pitagorica della metempsicosi, contro Demo-


crito e, ancor più, contro Epicuro, il «lercio duce de la mandra im-
pura».14

2. La «conversione letteraria», dopo una prima fase di purismo un


po’ angusto (vedi sopra, p. 92), segnò il vero nascere della personalità
leopardiana in netta antitesi, ormai, all’ambiente familiare e al più
vasto ambiente della Restaurazione. Essa rappresentò anche il primo
contatto non più meramente erudito, ma appassionato e impegnato,
con l’antichità. Ma l’antichità, adesso, per il Leopardi significava con-
tatto con la natura, vita ancora libera dal razionalismo disgregatore e
dall’ascetismo mortificante. Le manifestazioni tipiche dell’antichità
così russoianamente concepita erano dunque l’azione pratica (le
repubbliche classiche, tutte patriottismo, eroismo e magnanime illu-
sioni) e la poesia: non la filosofia, che era invece il triste contrassegno
della civiltà moderna, ammalata di razionalismo.
Collocare e giustificare la filosofia antica in questa concezione gene-
rale dell’antichità diventava un compito difficile. Nello Zibaldone, dal
1818 al ’22, assistiamo a una serie di tentativi. Innanzitutto, un ten-
tativo di minimizzare l’importanza della filosofia antica in confronto
al posto centrale che la filosofia occupa nella cultura moderna. «Il
gusto presente per la filosofia – scrive il Leopardi in un pensiero del-
la fine del ’18 o dei primi del ’19 –15 non si dee stimare passeggero né
casuale, come fu varie volte anticamente, per esempio appresso i Gre-
ci al tempo di Platone dopo Socrate, e appresso i Romani in altri tem-
pi ancora, ma fra i nobili e gli scioli come presentemente al tempo di
Luciano, quando mantenevano il filosofo come ingrediente di corte e
di famiglia illustre, e si trattenevano benché scioccamente con lui ecc.
Vedi Luciano fra le altre opere nel trattato De mercede conductis. In
questi tali tempi era effetto di moda, e non avendo il suo principio
radicale nello stato dei popoli poteva passare e passava come ogni altra
moda, sicch’era cosa accidentale che sopravvenisse questo gusto piut-

14
iChe l’allusione sia rivolta ad Epicuro (non a Diogene cinico o ad Antistene, come è stato
supposto) ha sostenuto giustamente H. L. Scheel, Leopardi und die Antike, München 1959, p.
149. Una conferma in «Gnomon» 1960, p. 583. Il Leopardi giovinetto riecheggia, ma in tono
di sdegno moralistico, [cr] la sorridente espressione di Orazio Epicuri de grege porcum.
15
iZib., 31. Per la datazione cfr. gli indizi raccolti da G. A. Levi in «Giorn. stor. letter. ital.»
XCII, 1928, p. 216.
IV. Il Leopardi e i filosofi antichi 155

tosto che un altro. Ma presentemente il commercio scambievole dei


popoli, la stampa ecc. e tutto quello che ha tanto avanzato l’incivili-
mento cagiona questo amore dei lumi e per conseguenza della filoso-
fia (...): onde questo gusto avendo la sua ferma radice nella condizio-
ne presente dei popoli si dee stimare durevole e non casuale né
passeggero e molto differente da una moda».
Ma un giudizio così sommario, che liquidava come «effetto di
moda» un’attività che aveva tanto pesato nella cultura, nella politica
e nel costume antico, non poteva evidentemente accontentare il Leo-
pardi, che aveva già una conoscenza abbastanza larga, anche se disor-
ganica e in massima parte di seconda mano, del pensiero greco e lati-
no. Direi che l’insoddisfazione si nota già nella forma intricata con cui
è espresso il pensiero che abbiamo ora riferito: il Leopardi, mentre
contrappone l’«accidentalità» della filosofia antica all’essenzialità del-
la moderna, sente il bisogno di distinguere tra il gusto filosofico dei
tempi di Platone e quello, del tutto frivolo e superficiale, dei tempi di
Luciano, e di ammettere, d’altra parte, che la filosofia come moda di
nobili e di saputelli si trova anche «presentemente».
Una soluzione meno sforzata poteva consistere nel presentare la
filosofia antica come un sintomo della decadenza della civiltà antica,
del suo allontanarsi dalla natura. Il Leopardi si impegnò a dimostrare
questa tesi specialmente per il mondo romano. Che l’introduzione in
Roma della filosofia greca fosse stata (accanto alle eccessive ricchezze
e alla cessazione del metus hostilis) una causa della decadenza civile e
morale dei romani dopo le guerre puniche, era una vecchia idea risa-
lente a Catone il censore.16 La lettura della Grandeur et décadence di
Montesquieu, compiuta nel ’20, rafforzò nel Leopardi questa convin-
zione. Era questo un periodo in cui la fine della repubblica romana
costituiva oggetto di appassionata meditazione per il giovane alfieriano,
che già tendeva a dare, più dello stesso Alfieri, uno sbocco disperato
al proprio libertarismo.
Già in una delle prime pagine dello Zibaldone,17 a proposito del-
l’impossibilità di ristabilire la repubblica dopo l’uccisione di Cesare,
aveva osservato: «Cicerone predicava indarno, non c’erano più le illu-

16
iCome ricorda lo stesso Leopardi, Zib., 274, 331.
17
iZib., 22 sg. (databile tra il febbraio e il settembre 1818, cfr. Levi, art. cit., p. 216). Le
sottolineature sono mie.
156 IV. Il Leopardi e i filosofi antichi

sioni d’una volta, era venuta la ragione, non importava un fico la patria
la gloria il vantaggio degli altri dei posteri ecc. (...); così perderono la
libertà, non si arrivò a conservare e difendere quello che pur Bruto per
un avanzo d’illusioni aveva fatto, vennero gl’imperatori, crebbe la lus-
suria e l’ignavia, e poco dopo con tanto più filosofia, libri scienza espe-
rienza storia, erano barbari».18
Ribadì questo concetto nel giugno del ’20, durante la lettura del
Montesquieu: «I romani non furono mai così filosofi come quando
inclinarono alla barbarie, cioè a tempo della tirannia. E parimente
negli anni che la precedettero, i romani aveano fatti infiniti progressi
nella filosofia e nella cognizione delle cose, ch’era nuova per loro».19
E ancora: «Vedete che cosa avvenne ai romani quando s’introdusse
fra loro la filosofia e l’egoismo, in luogo del patriotismo. Il qual egoi-
smo è così forte che dopo la morte di Cesare, quando parea naturalis-
simo, che le idee antiche si risvegliassero ne’ romani, fa pietà il veder-
li così torpidi, così indifferenti, così tartarughe, così marmorei verso
le cose pubbliche».20
Soprattutto da quest’ultimo pensiero nasce, uno o due anni dopo,
quel gioiello di prosa satirica che è il dialogo Filosofo greco, Murco
senatore romano, Popolo romano, Congiurati.21 Qui il Filosofo greco è
il teorizzatore di quella viltà – dovuta al prepotere della ragione e alla
morte delle illusioni – di cui il senatore romano Murco è l’incarnazio-
ne. Quando Murco afferma che «questo non è il secolo della virtù ma
della verità» e che l’incivilimento ha distrutto ogni passione magna-

18
iQuesto scorcio cronologico, per cui la caduta della repubblica romana è vista come l’im-
mediato antecedente della «barbarie», ritorna nella prima stanza del Bruto minore, vv. 3-9.
19
iZib., 114 sg.
20
iZib., 161 (8 luglio 1820).
21
iPP, I, p. 1057 sgg. (dalle carte napoletane). I primi editori (Scritti vari inediti, Firenze
2
1910 , p. 306) assegnarono il dialogo al 1822, senza addurne i motivi. Lo Scarpa (G. L., Opere
a cura di R. Bacchelli e G. Scarpa, Milano 1935, p. 1292) lo riferisce all’agosto del ’20, suppo-
nendo – ma è ipotesi labile – che ad esso alluda il Leopardi nella lettera al Giordani del 4 set-
tembre 1820: «In questi giorni, quasi per vendicarmi del mondo, e quasi anche della virtù, ho
immaginato e abbozzato certe prosette satiriche». I riferimenti al libro II di Velleio Patercolo,
che si trovano annotati all’inizio del dialogo, indicherebbero come terminus post quem il gennaio
del ’21, quando il Leopardi lesse quel libro (cfr. Zib., 465-81). Tuttavia l’esame dell’autografo
dimostra che tali riferimenti furono aggiunti dal Leopardi in un secondo tempo. Certo è, ad ogni
modo, che il germe del dialogo si trova già nel pensiero del luglio 1820 da noi citato sopra. Si
osservi, oltre la concordanza generale di contenuto, il ritornare dell’immagine della tartaruga:
nello Zibaldone: «fa pietà il vederli così torpidi (...), così tartarughe»; nel dialogo, p. 1058: «la
ragione è pigra come una tartaruga».
IV. Il Leopardi e i filosofi antichi 157

nima, il Filosofo greco soggiunge: «Sto22 a vedere che costui mi vuol


fare il maestro di filosofia. Murco mio caro, questi insegnamenti noi
gli abbiamo su per le dita. La filosofia non è altro che la scienza della
viltà d’animo e di corpo, del badare a se stesso, procacciare i propri
comodi in qualunque maniera, non curarsi degli altri, e burlarsi della
virtù e di altre tali larve e immaginazioni degli uomini (...). Oh filo-
sofia filosofia! Verrà tempo che tutti i mortali usciti di tutti gl’ingan-
ni che li tengono svegli e forti, cadranno svenuti e dormiranno perpe-
tuamente fra le tue braccia». L’atto eroico e feroce di Bruto non può
ridestare un popolo così profondamente corrotto dalla ragione.
Come la filosofia aveva portato la Repubblica alla rovina, così a loro
volta i filosofi dell’età neroniana e flaviana, malgrado il loro persona-
le amore per la libertà, contribuirono a ribadire la servitù: «Conside-
ra la gran contrarietà di Catone ai progressi dello studio presso i
Romani, i quali sono un vivissimo esempio di quello ch’io dico, cioè
dell’esser gli studi, tanto ameni quanto seri e filosofici, favorevolissi-
mi alla tirannia. Vedi anche Montesquieu, Grandeur ecc., ch. 10, prin-
cipio. Certo la profonda filosofia di Seneca, di Lucano, di Trasea Peto,
di Erennio Senecione, di Elvidio Prisco, di Aruleno Rustico, di Tacito
ecc. non impedì la tirannia, anzi laddove i Romani erano stati liberi
senza filosofi, quando n’ebbero in buon numero, e così profondi come
questi, e come non ne avevano avuti mai, furono schiavi».23
Nell’Essai sur l’indifférence en matière de religion del Lamennais il
Leopardi trovò, di lì a poco, una nuova conferma a queste idee:24 la
filosofia era stata «la distruttrice di Roma» e la storia romana dimo-
strava quanto fosse vero che «la religione si ritrova presso la culla di
tutti i popoli, a quella guisa che la filosofia si è trovata sempre vicina
alla lor tomba». Tuttavia, di fronte all’uso apologetico, filocattolico
che il Lamennais della prima maniera faceva delle osservazioni del
Montesquieu, si ribellava la profonda onestà e chiarezza intellettuale
del Leopardi, convinto della dolorosità del vero, ma non per questo
disposto a gabellare il falso per vero e a credere nella obiettiva verità

22
i«Sta» legge il Donati, e parrebbe più giusto; ma l’autografo, ha chiaramente «Sto», e così
gli altri editori. ** [Sto è confermato definitivamente da Zib. 976.]
23
iZib., 274 (14 ottobre 1820). Il Montesquieu, nel passo a cui si riferisce il Leopardi, opi-
nava che «la secte d’Epicure (...) contribua beaucoup à gâter le coeur et l’esprit des Romains»:
cfr. Zib., 331.
24
iZib., 331 sg. (16 novembre 1820).
158 IV. Il Leopardi e i filosofi antichi

delle illusioni religiose: «laddove gli apologisti della religione ne dedu-


cono che gli stati sono stabiliti e conservati dalla verità, e distrutti dal-
l’errore, io dico che sono stabiliti e conservati dall’errore, e distrutti
dalla verità. La verità non si è mai trovata nel principio, ma nel fine
di tutte le cose umane; e il tempo e l’esperienza non sono mai stati
distruttori del vero, e introduttori del falso, ma distruttori del falso e
insegnatori del vero. E chi considera le cose al rovescio, va contro la
conosciuta natura delle cose umane. Questo è il controsenso fonda-
mentale in cui è caduto l’autore sopracitato. Egli avrebbe difesa mol-
to meglio la Religione se l’avesse difesa non come dettame dell’intel-
ligenza, ma come dettame del cuore». L’accordo religione-ragione, in
cui il Leopardi aveva ancora così fermamente creduto al tempo del
Saggio sopra gli errori popolari, era definitivamente rotto.
L’avvento del cristianesimo appariva ora al Leopardi come una rea-
zione irrazionalistica a uno stato di profonda disperazione, causato
dalla troppa filosofia: il momento in cui il cristianesimo aveva preso
piede era quello «a cui forse si dee riferire il maggior progresso della
setta scettica o Pirroniana» (Zib., p. 427), e in cui d’altra parte il biso-
gno di abbandonarsi al misticismo aveva pervaso gli stessi intellettua-
li, stanchi di tanto raziocinare: «E quel tempo appunto per li suoi lumi
inclinava al metafisico, all’astratto, al mistico, e quindi Platone trion-
fava in quei tempi. Vedi Plotino, Porfirio, Giamblico e i seguaci di
Pitagora, anch’esso astratto e metafisico» (p. 336).
Ma proprio per questo suo carattere di restaurazione (di «ideale di
ritorno», avrebbe detto il De Sanctis), non di fede integra e primige-
nia, il cristianesimo non poteva non riuscire assai meno beatificante
delle religioni antiche: non poteva non rappresentare un elemento di
«barbarie» anziché di «primitività».25 Gran parte dei pensieri leopar-
diani del 1820-22 rivelano questa oscillazione tra il tentativo di met-
ter d’accordo il cristianesimo col suo «sistema»26 e la ripugnanza, che

25
iVedi specialmente Zib., 337: «Del resto è vero che il Cristianesimo ravvivò il mondo illan-
guidito dal sapere, ma siccome, anche considerandolo com’errore, era appunto un errore nato dai
lumi e non dall’ignoranza e dalla natura, perciò la vita e forza ch’ei diede al mondo, fu come la
forza che un corpo debole e malato riceve da’ liquori spiritosi, forza non solamente effimera, ma
nociva, e produttrice di maggiore debolezza» (tutto il resto di questo pensiero è da leggere). Cfr.
Zib., 421 e, per la distinzione leopardiana fra «primitivo» e «barbaro», qui sopra, pp. 118-119.
26
iVedi in particolare il lungo pensiero del 9-15 dicembre 1820, Zib., 393-420; e qui sopra,
p. 136 n. 71.
IV. Il Leopardi e i filosofi antichi 159

infine prevalse, ad accettare quel tipo di illusioni negatrici della vita


attiva, della felicità terrena, del patriottismo, che erano le illusioni cri-
stiane, ben diverse da quelle dei Greci e Romani antichi.
Contro questi «errori per loro particolar natura mortificanti, come
quelli derivati da un’ignoranza barbarica e diversa dalla naturale»,
diventava necessario ricorrere a una «mezza filosofia», che ridestasse
l’umanità dal torpore senza perciò riprecipitarla nell’eccessivo razio-
nalismo.27 Ora, proprio questo concetto di «mezza filosofia» permise
al Leopardi, dai primi del ’21 in poi, di non coinvolgere più tutto il
pensiero filosofico antico in una condanna sommaria. Gli stoici del-
l’ultima Repubblica romana e dell’Impero, che si erano opposti al dispo-
tismo – e che nel pensiero già citato dell’ottobre del ’20 erano stati
senz’altro giudicati complici, sia pure involontari, del dispotismo stes-
so, in quanto distruttori delle illusioni – ora gli apparivano già in luce
diversa: «Del resto la mezza filosofia, non già la perfetta filosofia, ca-
gionava o lasciava sussistere l’amor patrio e le azioni che ne derivano,
in Catone, in Cicerone, in Tacito, Lucano, Trasea Peto, Elvidio Pri-
sco, e negli altri antichi filosofi e patrioti allo stesso tempo» (Zib., 522).
Di qui in avanti, pur senza abbandonare del tutto la tesi dell’ec-
cesso di filosofia come causa della decadenza del mondo antico, il Leo-
pardi viene riscoprendo la positività della filosofia antica in quanto
«mezza filosofia», non interamente razionalistica, ma commista di
fantasia e di sentimento.
Il fatto che i filosofi greci tenessero a distinguersi anche esterior-
mente (nel vestire, nel modo di vivere) assai più che i moderni, così da
formare «una classe e una professione formalmente distinta dalle
altre, ed anche dalle altre sette di filosofi», gli appare adesso una
«conseguenza necessaria del predominio della natura fra gli antichi, e
della sua nessuna influenza sui moderni. Dalla qual natura deriva il
fare: e il dare una vita, una realtà, un corpo visibile, una forma sensi-
bile, un’azione allo stesso pensiero, alla stessa ragione»: per cui «l’ap-
parenza e la sostanza erano assai meno discordi fra gli antichi i più
istruiti, e per conseguenza allontanati dalla natura; di quello che sia
fra i moderni i più ignoranti e inesperti, o i più naturali» (Zib., 1018 sg.,
6 maggio 1821).

27
iZib., 520 sgg. (17 gennaio 1821); cfr. gli altri passi elencati dal Leopardi stesso nell’Indi-
ce del mio Zibaldone alla voce «Filosofia perfetta, e mezza Filosofia» (vol. II, p. 1388 Flora).
160 IV. Il Leopardi e i filosofi antichi

È noto come il rapporto poesia-filosofia, che ancora ai primi del ’21


era visto dal Leopardi come assoluta e inconciliabile opposizione, a
poco a poco gli si andò configurando come una concordia discors, e infi-
ne come stretta affinità.28 Ora, il genere di filosofia che più presto
venne riconosciuto dal Leopardi come non incompatibile con la poe-
sia fu appunto la «mezza filosofia» degli antichi: «La filosofia di
Socrate poteva e potrà sempre non solo compatire, ma infinitamente
servire alla letteratura e poesia, e gioverà pur sempre agli uomini più
dell’odierna (...). Ma la filosofia di Locke, di Leibnizio ecc. non potrà
mai stare colla letteratura né colla vera poesia. La filosofia di Socrate
partecipava assai della natura, ma questa nulla ne partecipa, ed è tut-
ta ragione. Perciò né essa né la sua lingua è compatibile colla lettera-
tura, a differenza della filosofia di Socrate, e della di lei lingua. La
qual filosofia è tale che tutti gli uomini un poco savi ne hanno sempre
partecipato più o meno in tutti i tempi e nazioni, anche avanti Socra-
te. È una filosofia poco lontana da quello che la natura stessa insegna
all’uomo sociale».29 Socrate non era dunque visto dal Leopardi come
il distruttore dell’etica della polis (quale apparirà a Nietzsche, e già a
Hegel), ma come il rappresentante di una filosofia popolare che era
quasi una trascrizione dei precetti della natura. Per questo i filosofi
antichi avevano potuto governare stati, godere di larga autorità pres-
so il popolo, non essere insomma ridotti alla parte di intellettuali
umbratili.30
E tuttavia l’elemento fantasioso, irrazionale, di questa «mezza filo-
sofia» antica, se giovava a tener vive le illusioni, costituiva un osta-
colo obiettivo al raggiungimento della verità. Per un verso le filosofie
degli antichi avevano serbato una funzione sociale, di stimolo alla
virtù, che mancava alle aride filosofie moderne; per un altro verso,
giudicate da un punto di vista strettamente scientifico, esse erano «le
pazze filosofie degli antichi», inferiori alle moderne proprio perché
avevano preteso di «insegnare e fabbricare», mentre oggi la ragione

28
iVedi – per citare soltanto due punti estremi di questa evoluzione – da un lato Zib., 1228 sg.,
1231 (26-27 giugno 1821: «Dove regna la filosofia, quivi non è vera poesia ... Tra questa e quella
esiste una barriera insormontabile, una nemicizia giurata e mortale»), dall’altro 3382 sg. (8 set-
tembre 1823) e il cap. VII del Parini.
29
iZib., 1359 sg. (20 luglio 1821). Più tardi, nel capitolo del Parini cit. alla nota precedente,
riconoscerà anche a Leibniz (e, nella prima stesura, anche a Locke) attitudine artistica.
30
iZib., 3386 (8 settembre 1823).
IV. Il Leopardi e i filosofi antichi 161

umana aveva acquistato coscienza del proprio compito esclusivamen-


te negativo.31 Risorgeva sempre nel Leopardi quel profondo rigore
intellettuale che (come abbiamo visto nella sua polemica col Lamen-
nais) gli vietava di credere alla verità del mitico e dell’irrazionale pur
mentre era persuaso del loro effetto consolatore.

In questo quadro che egli si era fatto della filosofia antica spiccava
però una vistosa eccezione. Già nel novembre del 1820 aveva letto in
Diogene Laerzio le ultime parole di Teofrasto ai discepoli, in cui si
affermava la vanità della gloria e delle illusioni.32 C’era dunque stato
già nell’antichità un filosofo pessimista! Il Leopardi non aveva anco-
ra notizia, a quell’epoca, dei molti altri pensatori greci che, ben più
propriamente di Teofrasto, si possono dire pessimisti. Quelle parole
di Teofrasto gli apparvero perciò una voce isolata di pessimismo ragio-
nato (non puramente momentaneo e passionale) in un mondo ancora
rigoglioso di illusioni: «Io credo di essere il primo a notare che Teo-
frasto, essendo filosofo e maestro di scuola (...), anteriore oltracciò ad
Epicuro, e certamente non Epicureo né per vita né per massime, si
accostò forse più di qualunque altro alla cognizione di quelle triste
verità che solamente gli ultimi secoli hanno veramente distinte e poste
in chiaro, e della falsità di quelle illusioni che solamente a’ dì nostri
hanno perduto il loro splendore e vigor naturale» (Zib., 317).

31
iZib., 1352 (20 luglio 1821): 1465 (7 agosto 1821), dove tuttavia il Leopardi riconosce acu-
tamente alla metafisica antica (e alle sue propaggini cristiane) la funzione positiva di aver dato
impulso alla creazione del linguaggio astratto; 2709 sg.; 2711 sg. (21 maggio 1823): «I filosofi
antichi seguivano la speculazione, l’immaginazione e il raziocinio. I moderni l’osservazione e l’e-
sperienza. (E questa è la gran diversità fra la filosofia antica e la moderna)»; 3321 (1-2 settem-
bre 1823). In tutti questi pensieri si svolge una specie di querelle des anciens et des modernes, in
cui la nostalgia delle illusioni antiche è contrastata dall’orgoglio illuministico per le conquiste del
pensiero moderno.
32
iDiogene Laerzio V 40 sg. Il passo è tradotto dal Leopardi in Zib., 316 e, con poche modi-
fiche formali, nella Comparazione delle sentenze ecc. (PP, I, p. 1038). Per l’interpretazione di
καταλαζονε)εται («disprezza») il Leopardi seguì, credo giustamente, l’edizione di Amsterdam
(cit. qui sopra, p. 152), nella quale era anche riportata, a conferma, una nota dello Stefano. Le
altre interpretazioni («Multa dulcia gloriae obtentu vita mentitur», Ambrogio Traversari, ripor-
tato nell’ed. di Amsterdam; «La vita rivela che molte gioie sono mera parvenza», M. Gigante,
Bari 1962) mi sembrano incapaci di render ragione di δι τν δ(ξαν. Sulle difficoltà che pre-
senta la concatenazione delle idee in questa parlata di Teofrasto quale è riferita da Diogene Laer-
zio vedi F. Tocco, Leopardi e Teofrasto, in «Atene e Roma» 1899, col. 242 sgg. Le difficoltà
sono, tuttavia, meno gravi di quanto apparissero al Tocco; non bisogna dimenticare che una cer-
ta discontinuità logica è frequentissima in testi greci.
162 IV. Il Leopardi e i filosofi antichi

Le altre testimonianze, specialmente ciceroniane, su Teofrasto, che


ricavò dalle note dell’edizione olandese di Diogene Laerzio e dal
Fabricius, lo condussero sempre più a formarsi di Teofrasto un ritrat-
to ideale, fortemente colorito di autobiografismo. Teofrasto, proprio
perché aveva riconosciuto meglio di ogni altro la vanità delle illusio-
ni, «non però le fuggiva o le proscriveva come i nostri pazzi filosofi,
ma le cercava e le amava». Aveva studiato a fondo i caratteri degli
uomini, e la scienza del cuore umano porta naturalmente alla malin-
conia, «tanto più che la base di questa scienza è la sensibilità e suscet-
tibilità del proprio cuore, nel quale principalmente si esamina la natu-
ra dell’uomo e delle cose». Aveva – come il Leopardi giovane – un
«sapere enciclopedico», che «influisce necessariamente sulla profon-
dità dell’intelletto, e il disinganno del cuore». Aveva liberato due vol-
te la patria dalla tirannide:33 il pessimismo non aveva spento in lui,
come nemmeno nel Leopardi, la fiamma patriottica e libertaria!
Questi pensieri ritornano, un anno e mezzo dopo (marzo 1822),
nella Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto vicini
a morte. Qui il paragone con Bruto dà maggiore risalto al carattere par-
ticolare del pessimismo teofrasteo, non esploso in un momento di con-
citata disperazione, ma maturato nel corso di tutta una vita lunghissi-
ma, agiata, esteriormente felice.34 Bruto e Teofrasto rappresentano due
diverse facce del pessimismo leopardiano, quella alfieriana e agonisti-
ca, quale si era espressa nelle Canzoni, e quella ragionativa e filosofica,
a cui il Leopardi avrebbe di lì a poco dato espressione nelle Operette.
Ma la prima appariva al Leopardi normale anche nell’antichità: Niobe,
Giobbe, Giuliano l’Apostata erano esempi tipici di questo atteggia-
mento di ribellione contro il destino, che giungeva fino alla bestemmia
(vedi l’importante pensiero del 15 gennaio 1821, Zib., 503-507). Ec-
cezionale gli sembrava invece la dolorosa e pacata saggezza teofrastea.
Eppure, se dall’ovvia constatazione della tinta autobiografica di
questo ritratto di Teofrasto si volesse concludere, con Felice Tocco,35
che il Teofrasto leopardiano è «un Teofrasto di fantasia», del tutto

33
iSu questa notizia, riferita da Plutarco Mor. 1126 F e 1097 B, cfr. O. Regenbogen in Pauly-
Wissowa, Suppl. VII (1940), col. 1359.
34
iPP, I, p. 1040. Sulla Comparazione vedi l’interessante analisi di G. Berardi in «Belfagor»
XVIII, 1963, pp. 433-438.
35
iArt. cit. qui sopra, nota 32. Per analoghi giudizi del Tocco su altri scritti leopardiani cfr.
pp. 172 n. 65, 180 n. 87.
IV. Il Leopardi e i filosofi antichi 163

diverso da quello storico, si cadrebbe in errore. Certo, noi oggi sap-


piamo che le ultime parole di Teofrasto, dato e non concesso che sia-
no almeno in parte autentiche, non autorizzano a fare un pessimista
di un pensatore così pieno di aristotelico equilibrio e di lieta curiosità
empirica come egli fu; e non dobbiamo dimenticare che a quell’epoca
il Leopardi non aveva ancora letto i Caratteri36 né alcun altro degli
scritti teofrastei a noi giunti. Ma c’è un punto che il Leopardi ha visto
con perfetta esattezza storica: l’importanza della polemica teofrastea
(in parte già aristotelica) contro la tesi, tanto cara al pensiero greco,
dell’indipendenza della felicità del savio dagli eventi esterni. «Del
rimanente mi pare che Teofrasto (...) sentisse (...) soprattutto l’impe-
ro della fortuna, e la sua preponderanza sopra la virtù relativamente
alla felicità dell’uomo e anche del saggio, al contrario degli altri filo-
sofi tanto meno profondi, quanto più superbi, i quali ordinariamente
si compiacevano di credere il filosofo felice per se, e la virtù sola o la
sapienza, bastanti per se medesime alla felicità»: ** così aveva scrit-
to già nel pensiero dell’11 novembre 1820, polemizzando col superfi-
ciale stoicismo di Cicerone.37 E nella Comparazione aggiunse: «Della
qual fantasia non pare che i filosofi sieno ancora guariti, anzi pare che
sieno peggiorati non poco, volendo che ci debba menare alla felicità
questa filosofia presente, la quale in somma non dice e non può dir
altro, se non che tutto il bello, il piacevole e il grande è falsità e nul-
la». Effettivamente la profonda verità dell’etica aristotelico-teofrastea
– che la distacca da tutte le altre etiche antiche e da gran parte delle
moderne – è la consapevolezza dell’insufficienza della «libertà inte-
riore». E che in questa consapevolezza vi sia – una volta negata una
provvidenza trascendente – un germe di pessimismo, il Leopardi ave-
va ragione di rilevare.

3. Il 1823 è un anno di grande importanza, come per gli studi filo-


logici del Leopardi, così per i suoi rapporti con la filosofia antica. In

36
iLi lesse poi nell’ottobre-novembre 1825: cfr. Zib., 4146-49 e l’indice delle letture pubbli-
cato dal Porena, Scritti leopardiani, p. 428, num. 341.
37
iZib., 316 sgg. I passi di Cicerone contro cui polemizza il Leopardi sono Tusc. V 25 (cfr.
III 21) e De fin. V 12. Nell’edizione del Flora, vol. I, p. 1594 le note 1 e 2 a p. 287 vanno scam-
biate di posto. Si noti ancora che, come mi conferma Giuseppe Pacella, nella citazione di Tusc.
V 25 il Leopardi scrisse effettivamente laudarit (che è la lezione giusta), non laudavit come stam-
pano gli editori fiorentini e il Flora.
164 IV. Il Leopardi e i filosofi antichi

febbraio, durante il soggiorno a Roma, intraprese la lettura del Voya-


ge du jeune Anacharsis,38 e ben presto fu attratto da ciò che il Barthé-
lemy riferiva sul pessimismo antico. Attraverso questa lettura giunse-
ro per la prima volta a lui – che non conosceva direttamente né
Teognide né Pindaro né Sofocle né Euripide –39 le famose sentenze:
meglio per l’uomo non esser mai nato e, una volta nato, morire al più
presto; giorno di lutto dovrebb’essere il giorno della nascita, come è
presso alcuni popoli barbari, non quello della morte. Press’a poco nel-
lo stesso tempo, analoghe testimonianze del pessimismo antico trovò
in alcuni opuscoli plutarchei (soprattutto nell’apocrifa Consolatio ad
Apollonium) che egli leggeva nella traduzione di Marcello Adriani.40
Tra queste testimonianze c’era la famosa risposta di Sileno a Mida nel-
l’Eudemo di Aristotele, e c’era il verso di Menandro che divenne poi
l’epigrafe di Amore e Morte: «Muor giovane colui ch’al cielo è caro».41
Il pessimismo antico non era dunque, come il Leopardi aveva fin
allora creduto, un fenomeno eccezionale, limitato al solo Teofrasto:
era una visione della vita comune ai maggiori poeti e savi della Grecia
classica ed ellenistica. «Ces plaintes effrayantes – scriveva il Barthé-
lemy – ne sont que trop conformes aux maximes des sages de la Grè-
ce».42 E non della Grecia soltanto: le stesse espressioni di dolore si
ritrovavano in Giobbe, nell’Ecclesiaste.43 Poco dopo, la lettura del

38
iCfr. Zib., 2669 sgg. (sul pessimismo antico specialmente 2671-2675, 2686) e l’elenco del-
le letture leopardiane a Roma pubblicato dal Porena, Scritti leopardiani, p. 444. **
39
iSui motivi di questa limitazione delle letture leopardiane di classici greci cfr. La filologia di
G. Leopardi, Firenze 1955, p. 29 sgg. (un’edizione cinquecentesca dell’Aiace, Antigone ed Elet-
tra di Sofocle c’era, tuttavia, nella biblioteca Leopardi, come risulta dal Catalogo in «Atti e mem.
Deput. storia patria Marche» 1899, p. 380); «Atene e Roma» 1959, p. 91; «Gnomon» 1960,
p. 583. Diversamente giudica Piero Treves, «Rendic. Istit. Lombardo» 1958, p. 420, n. 39. **
40
iZib., 2673; cfr. l’elenco cit. alla nota 38, ibid.
41
iCfr. Zib., ed. Flora, vol. II, p. 1340 (nota a p. 36). Il verso di Menandro (fr. 125 Kock)
nella versione dell’Adriani suonava così: «In giovinezza muor quel che ama Iddio». Il Leopar-
di, per quanto risulta, non ebbe poi occasione di leggere la Consolatio ad Apollonium in greco;
ma il testo originale del verso menandreo gli capitò sott’occhio qualche anno dopo, leggendo Sto-
beo IV 52, 27 (vol. V, p. 1081 Hense): cfr. la nota del Leopardi al Tristano (PP, I, p. 1033, ulti-
ma nota) e, per la lettura di Stobeo, qui sotto, p. 165 e n. 44.
42
iCit. in Zib., 2671. L’ignoranza del pessimismo greco, che Piero Treves (Lo studio dell’an-
tichità classica nell’Ottocento, Milano-Napoli 1962, p. 497, n. 1) attribuisce al Leopardi in gene-
rale, va dunque riferita soltanto al p r i m o Leopardi: cfr. M. Pavan, «La parola del passato»
1963, p. 472.
43
iGià un accenno in Zib., 507 (15 gennaio 1821), dove tuttavia la ribellione di Giobbe con-
tro la divinità appariva ancora al Leopardi consona al modo di pensare degli antichi (vedi qui
sopra, p. 162). Vedi ancora Zib., 1849 (7 ottobre 1821). Molto più tardi, nel Tristano, dirà che
IV. Il Leopardi e i filosofi antichi 165

Florilegio di Stobeo – alcuni capitoli del quale sono tutto un susse-


guirsi di massime dolorose – offriva al Leopardi, insieme al già noto,
nuovo materiale sul pessimismo dell’antichità.44
Queste letture non furono certo l a c a u s a del passaggio del Leo-
pardi dal pessimismo storico al pessimismo cosmico: abbiamo già cer-
cato di mostrare in un saggio precedente (cfr. p. 125 sgg.) la comples-
sità dei motivi di tale passaggio. E tuttavia esse hanno – cosa finora,
credo, non osservata – un posto non trascurabile in questa evoluzio-
ne del pensiero leopardiano. Un presupposto necessario del pessimi-
smo storico era la felicità degli antichi, o almeno il carattere mera-
mente passeggero ed episodico della loro infelicità. Ora il Leopardi
constatava che già la Grecia classica ed eroica, prima della decaden-
za, aveva non solo sentito, ma teorizzato l’infelicità necessaria e per-
petua dell’uomo. L’infelicità non era dunque la conseguenza d’un
distacco dalla natura, ma era insita nella natura stessa.
Nel dicembre del ’20, quando ancora la persuasione della felicità
degli antichi era in lui abbastanza salda (ma l’«eccezione» di Teofra-
sto vi aveva prodotto, come vedemmo, una prima incrinatura), il Leo-
pardi aveva ribadito la sua prediletta tesi dell’allontanamento dalla
natura come causa dell’infelicità (Zib., 446 sg.) e aveva poi aggiunto
in parentesi: «L’uomo può essere anche infelice accidentalmente per
forze esterne, che gl’impediscano di conformar le azioni alle creden-
ze, cioè di far quello ch’egli giudica buono per lui, o non far quello
ch’egli giudica e crede cattivo. Tali forze sono le malattie, le violenze
fattegli da altri individui, o da altre specie, o dagli elementi, ec. ec. ec.
Quest’infelicità non entra nel nostro discorso. Essa è appresso a poco
l’infelicità antica».
Qui l’oppressione che sull’uomo esercita la natura, e che anche l’uo-
mo antico subì, è ancora vista dal Leopardi come qualcosa di meno
grave e di «accidentale» in confronto all’infelicità derivante dalla

il pessimismo è antico «quanto Salomone e quanto Omero, e i poeti e i filosofi più antichi che
si conoscano»; e nei Nuovi credenti (vv. 2, 75) contrapporrà polemicamente il pessimismo di
Salomone e di Giobbe, da lui condiviso, al panglossismo dei moderni cattolici. Si veda anche il
breve frammento di versione in terzine del Libro di Giobbe (PP, I, p. 653), che non credo sia da
assegnare al ’19 con lo Scarpa e il Flora, e tanto meno al ’16 coi primi editori, ma almeno al ’21
o anche molto più tardi.
44
iCitazioni dirette da Stobeo vi sono nello Zibaldone a cominciare da p. 4019 (20 gennaio
1824): cfr. l’indice del Flora. Vedi anche le note del Leopardi alle Operette morali, in PP, I,
p. 1032 sg. (note 37 e 62). **
166 IV. Il Leopardi e i filosofi antichi

civiltà eccessiva, triste privilegio dei moderni. Nel corso degli anni
successivi il rapporto era destinato a invertirsi; e allora l’infelicità
degli antichi doveva apparire al Leopardi come sostanzialmente omo-
genea a quella dei moderni: come una caratteristica dell’«uomo in
generale».45
Le Operette morali (mi riferisco per ora a quelle composte nel ’24)
rispecchiano già in larga misura questa nuova visione del pessimismo
antico. C’è, sì, ancora in esse la contrapposizione antichi-moderni (alla
quale, del resto, il Leopardi non rinuncerà mai del tutto: il riconosci-
mento che l’umanità è stata sempre infelice non annulla per lui la con-
statazione che nel mondo moderno nuovi motivi di infelicità si sono
aggiunti agli originari). C’è anche, in più punti, la persistente convin-
zione che l’attivismo e l’ottimismo morale fossero ideologie adeguate
all’antichità e, all’inverso, il pessimismo e l’indifferentismo lo siano
all’età moderna. Filippo Ottonieri, nel professarsi scherzosamente
epicureo, «condannava Epicuro; dicendo che ai tempi e nella nazione
di colui, molto maggior diletto si poteva trarre dagli studi della virtù
e della gloria, che dall’ozio, dalla negligenza, e dall’uso delle voluttà
del corpo (...). Ed affermava che la dottrina epicurea, proporzionatis-
sima all’età moderna, fu del tutto aliena dall’antica».46 Ma per lo più
i filosofi e i poeti-filosofi della Grecia antica sono ricordati nelle Ope-
rette per mettere in risalto non la differenza, ma la sostanziale identità
della condizione umana nell’evo antico e nel moderno. Il Leopardi si
compiace di contrapporre polemicamente all’ottimismo moderno la
voce dei pensatori antichi che avevano già riconosciuto la vanità e l’in-
felicità della vita. Basta scorrere le note del Leopardi stesso alle Ope-
rette per ritrovarvi citate quelle testimonianze sul pessimismo greco
che egli aveva raccolto l’anno prima nello Zibaldone, e altre dello stesso
genere.47 Circola già, dunque, in queste Operette il motivo che diven-
terà poi del tutto esplicito nel Tristano: «Io diceva queste cose fra me,
quasi come se quella filosofia dolorosa fosse d’invenzione mia; veden-
dola così rifiutata da tutti, come si rifiutano le cose nuove e non più
sentite. Ma poi, ripensando, mi ricordai ch’ella era tanto nuova, quan-

45
iVedi il saggio precedente, pp. 143 sgg.
46
iDetti memorabili di Filippo Ottonieri, cap. I; cfr. cap. VI, terzo capoverso. Per l’atteggia-
mento del Leopardi verso l’epicureismo, vedi più oltre, p. 177 sg.
47
iVedi, in PP, I, pp. 1029-1033, le note 1, 22, 23, 31, 37, 48 e i passi relativi del testo.
IV. Il Leopardi e i filosofi antichi 167

to Salomone e quanto Omero,* e i poeti e i filosofi più antichi che si


conoscano; i quali tutti sono pieni pienissimi di figure, di favole, di
sentenze significanti l’estrema infelicità umana; e chi di loro dice che
l’uomo è il più miserabile degli animali; chi dice che il meglio è non
nascere, e per chi è nato, morire in cuna; altri, che uno che sia caro
agli Dei, muore in giovanezza, ed altri altre cose infinite su questo
andare».48
Ritorna anche nelle prime Operette, sviluppata adesso con piena
lucidità materialistica, la polemica di origine teofrastea (vedi qui
sopra, p. 163) contro quei filosofi che raffiguravano il savio come del
tutto indifferente ai colpi della sorte avversa. Nel capitolo II dell’Ot-
tonieri – e già in un pensiero dello Zibaldone49 forse ancor più effica-
ce nella sua polemica immediatezza – il Leopardi osserva che quella
stessa imperturbabilità del sapiente, anche ammesso che sia raggiun-
gibile in certi casi, è pur sempre uno stato fisiologico, che può essere
alterato dai riflessi psichici di una perturbazione patologica dell’orga-
nismo. C’è qui una profonda critica di ogni volontarismo, il quale sem-
pre presuppone un concetto metafisico e antiscientifico dello spirito.
Anche all’elaborazione delle Operette giovò la lettura – non inter-
rotta mai, come abbiamo accennato – delle Vite di Diogene Laerzio.
Di lì il Leopardi trasse spunti non solo di pessimismo in senso stret-
to, ma di materialismo e di osservazione disincantata della realtà;50 e
di lì, oltre che dai Memorabili senofontei e da altri modelli, derivò la
struttura esteriore dei Detti memorabili di Filippo Ottonieri.51 In Dio-
gene Laerzio (II, 86) egli trovò anche la menzione di Egesia, un vero
pessimista antico, anzi un edonista-pessimista: progettò un’operetta

48
iCfr. la nota del Leopardi a questo passo, e qui sopra, p. 164 sg. Di queste riprese di moti-
vi pessimistici antichi fanno parte anche le due libere versioni «dal greco di Simonide» che il
Leopardi incluse nei Canti (XL, XLI: un brano della prima anche nel Parini, cap. X) e le due ver-
sioni da Alessi Turio (PP, I, p. 459 sg.).
49
iZib., 2800-03 (21 giugno 1823).
50
iVedi per esempio Zib., 660 (sull’«insensibilità dell’atto della morte», pensiero sviluppato
poi nel Ruysch) e 661 («dell’influenza del corpo sull’animo»).
51
iSui Memorabili di Senofonte (la cui ispirazione è visibile fin nel titolo) e sulla Vita di
Demonatte di Luciano hanno già richiamato l’attenzione i commentatori. Ma vedi anche, in Dio-
gene Laerzio, le citazioni di detti memorabili quali I 26; I 59; I 69, e molti altri.
*iSu Omero come maestro di saggezza pessimistica, e in generale sul rapporto fra il Leopardi
e il pessimismo antico, vedi ora anche G. Lonardi, Classicismo e utopia cit., p. 91 sgg.; e qui {sot-
to}, p. 248.
168 IV. Il Leopardi e i filosofi antichi

Egesia pisitànato, e di Egesia si ricordò più tardi nel Dialogo di Ploti-


no e di Porfirio.52

4. Accanto alla conoscenza del pessimismo greco, un’altra esperien-


za culturale di grande rilievo fu iniziata dal Leopardi nel 1823: la let-
tura di Platone.53 Abbiamo già accennato al posto centrale che a Pla-
tone assegnava lo spiritualismo romantico europeo. La traduzione dello
Schleiermacher (1804-28), l’edizione con traduzione latina di Friedri-
ch Ast (1819-32), la traduzione francese di Victor Cousin (1822-40),
l’edizione di Gottfried Stallbaum (1821-25, seguita dal commento
dello stesso studioso, 1827-60), pur rappresentando notevolissimi con-
tributi allo studio filologico e storico di Platone, non nascevano da un
puro bisogno di conoscenza, ma da un intento ideologico e pratico:
sconfiggere l’ateismo e il materialismo del secolo xviii. Una visione
«platonocentrica» del pensiero greco – in polemica non solo con l’e-
picureismo, ma con lo stesso aristotelismo – ispirava gli studi platonici
di August Boeckh, che, pure, non apparteneva certo all’ala più retri-
va dello storicismo tedesco. Le tendenze più misticheggianti si riface-
vano, oltre che a Platone, al neoplatonismo: basti ricordare l’edizione
di Plotino del Creuzer.
Anche nella cultura cattolica italiana l’interesse per Platone non
poteva non ridestarsi, sia pure con qualche ritardo, man mano che si
avvertiva l’insufficienza del vecchio aristotelismo scolastico a costitui-
re un efficace baluardo contro la filosofia moderna. Un reazionario
«europeo» come Carlo Antici aveva già da alcuni anni sentito questa
52
i** PP, I, pp. 700 (scheda risalente forse al 1823, certo anteriore alla composizione del
primo gruppo di Operette morali), 1012 (con la nota 60 a p. 1033).
53
iCombinando i dati forniti dagli elenchi di letture compilati dal Leopardi stesso (Porena,
Scritti leopardiani, pp. 419 sgg., 439 sgg.) con le indicazioni dello Zibaldone, si ricostruisce que-
sta serie di letture platoniche: ** dal gennaio del ’23 (quando il Leopardi ricevette dal De
Romanis i primi volumi dell’edizione dell’Ast, cfr. lettera del 13 gennaio) alla fine di aprile, Pro-
tagora, Fedone, Ipparco, Menesseno, Minosse, Clitofonte, Anterastae, Gorgia, Fedro (Porena, p. 443,
e per il Gorgia anche Zib., 2672, 2674); nel maggio 1823, Teeteto (Porena, p. 441); luglio ’23,
Sofista e Convito (Porena, p. 419 sgg., num. 41 e 42); marzo ’24, nuova lettura del Fedro (id.,
num. 148); gennaio ’25, alcuni dialoghi pseudoplatonici (id., num. 283); ottobre ’25, Teagete,
Alcibiade secondo, Carmide e Lachete nella traduzione del Cousin (id., num. 334-337); dicem-
bre ’27, Repubblica e Ipparco (id., num. 420 e 421); maggio ’28, Cratilo (num. 430); gennaio ’32,
Apologia e Critone (Zib., 4524 sg.). Ma l’anno del grande interesse per Platone fu il 1823, come
è dimostrato anche dalle note filologiche (vedi qui sotto, nota 55). Il riferimento all’edizione pla-
tonica dell’Ast che si trova in Zib., 89 è un’aggiunta posteriore, come mi conferma Giuseppe
Pacella. **
IV. Il Leopardi e i filosofi antichi 169

esigenza e avrebbe voluto indirizzare l’ingegno filologico e letterario


di Giacomo Leopardi verso una traduzione completa dei dialoghi pla-
tonici, come arma contro il «vile materialismo».54 La proposta dell’e-
ditore Filippo De Romanis al Leopardi di tradurre tutto Platone sorse
appunto in questo clima e, pur non giungendo ad effetto, rappresentò
per il Leopardi l’occasione alla lettura dei dialoghi e a preziosi contri-
buti filologici.55
Che cosa significò questa lettura per la formazione ideologica del
Leopardi? Non credo che ci sia bisogno di soffermarsi a confutare la
tesi di un Leopardi platonico, basata solo su fraintendimenti o su sofi-
smi.56 Decisamente avverso al platonismo il Leopardi era già prima di
leggere Platone. La critica delle «idee preesistenti alle cose», che egli
aveva letto nell’Essai sur le goût del Montesquieu, gli era sembrata non
solo ovvia, ma ancora troppo timida: noi moderni non crediamo più
alle idee di Platone – argomentò fin dal luglio 1820 – ma continuiamo,
incoerentemente, a credere a valori estetici e morali assoluti.57 In que-
sta polemica antiplatonica e già tendenzialmente anticristiana – anche
se per un momento dette luogo a un singolare tentativo di interpreta-
zione totalmente irrazionalistica del cristianesimo –58 il Leopardi si

54
iCfr. F. Moroncini, proemio alle Opere minori approvate del Leopardi, Bologna 1931, I,
p. LXXXIV, n. 1; Leopardi, Epistolario ed. Moroncini, I, p. 37, n. 2.
55
iTali contributi, tuttora inediti, saranno pubblicati da G. Pacella e da me nell’edizione
degli scritti filologici leopardiani. Vedi per ora La filologia di G. Leopardi, pp. 147-152.*
56
iTale tesi (giustamente respinta dal Luporini, Filos. vecchi e nuovi cit., p. 241) fu sostenuta
per esempio da F. Tocco, Il carattere della filosofia leopardiana, nel vol. di vari autori Da Dante
al Leopardi (già cit. a p. 130 n. 60), p. 573 sg. Più equilibrato e veritiero è il giudizio di Giovanni
Setti, La Grecia letteraria nei «pensieri» di G. Leopardi, Livorno 1906, p. 180 sgg.; tuttavia il pas-
so dello Zibaldone, 1712 sg. (= vol. III, pp. 325 sg. dell’ed. Le Monnier) fu completamente frain-
teso dal Setti (p. 185), il quale, fermandosi alla prima frase, vi scorse un’adesione al platonismo:
il Leopardi, invece, intende dire che se si ammettono valori assoluti e metempirici, si deve neces-
sariamente ammettere la teoria platonica delle idee, e conclude (p. 1714): «Ora, trovate false e
insussistenti le idee di Platone, è certissimo che qualunque negazione e affermazione assoluta
rovina interamente da se, ed è maraviglioso come abbiamo distrutte quelle, senza punto dubi-
tar di queste». Su un nuovo tentativo di interpretazione platoneggiante del Leopardi, dovuto a
V. Cilento, vedi qui sotto, p. 171, n. 62.
57
iZib., 154 (6 luglio 1820, col riferimento a Montesquieu), 1340 (17 luglio 1821), 1461 sgg.
(7 agosto 1821), 1712 sgg. (16 settembre 1821 cit. alla nota precedente). Vedi anche i passi cit.
nelle due note seguenti.
58
iZib., 1638 sgg. (5-7 settembre 1821): «la morale dipende da Dio ... e Dio non dipende
punto dalla morale».
*iVedi ora G. Leopardi, Scritta filologici a cura di G. Pacella e S. Timpanaro, Firenze 1969,
p. 469 sgg.
170 IV. Il Leopardi e i filosofi antichi

appoggiò anche a filosofi antichi di indirizzo più o meno marcatamen-


te relativistico: Archelao, Aristippo, Diogene cinico, Sesto Empirico.59
E già nel ’20 contrapponeva alla filosofia scientifica di Aristotele e di
Teofrasto, rivolta a «discorrere delle cose sul fondamento del vero e
dell’esperienza», la filosofia artistica di Platone, mirante a «fabbrica-
re un sistema fondato sul brillante e sul fantastico» (Zib., 351).
La lettura diretta non modificò il giudizio sul filosofo, lo confermò
anzi pienamente. Leggendo il Gorgia, il Leopardi trova gli argomenti
di Callicle più forti di quelli di Socrate: «Tutta la vituperazione della
filosofia che Platone in quel Dialogo mette in bocca di Callicle (...) è
degna d’esser veduta. V’è anche insegnata (sebben Platone lo fa per
poi negarla e confutarla) la vera legge naturale, che ciascun uomo o
vivente faccia tutto per se, e il più forte sovrasti il più debole, e si goda
quel di costui».60 Via via che, dal ’23 in poi, si preciserà il materiali-
smo leopardiano, più radicale si farà la polemica contro Platone e con-
tro i neoplatonici.61 Essa trova la sua più chiara espressione in un pen-
siero del 17 ottobre 1826 (Zib., 4219-22). Dopo aver riferito alcuni
brani della Vita Isidori di Damascio, in cui si insisteva sul valore che
Isidoro attribuiva all’illuminazione mistica a scapito della ragione, il
Leopardi soggiunge: «Ridete? Or traducete queste che vi paiono stol-
tizie, dalla lingua antica filosofica nella moderna, e voi vedrete acca-
dere quello che dice il Dutens, cioè quante verità (qui però si tratterà
di errori) si troverebbero negli antichi, credute moderne, se si sapes-
sero tradurre i loro detti nella lingua modernamente adottata per la
filosofia. Queste scempiaggini del filosofo mistico Isidoro, comuni in
gran parte agli altri mistici di quello e dei vicini secoli, e dominanti in
quei tempi di sogni e di creuseries, che altro sono se non, con diverse
parole, le misticherie di quei moderni, che quando non ci possono pro-

59
iZib., 209, 223, 661 (citazioni tratte da Diogene Laerzio). Vedi, più tardi (Zib., 2660, 22
dicembre 1822) i richiami al discorso di Furio Filo sulla relatività del concetto di giustizia nel
De re publica di Cicerone, e ad altri passi citati dal Mai nella nota a questo passo ciceroniano.
60
iZib., 2672, 12 febbraio 1823. Cfr. la Palinodia, vv. 69-81.
61
iVerso i neoplatonici che aveva studiato da giovinetto (quando aveva lavorato attorno alla
Vita Plotini di Porfirio) il Leopardi assunse prestissimo un atteggiamento di insofferenza: vedi
il Discorso Della fama di Orazio presso gli antichi (1816), in cui egli deplora che siano andati per-
duti tanti capolavori dell’antichità classica, e si siano invece conservati i commenti dei neopla-
tonici ai dialoghi di Platone, «e gran parte di Filone, di Sesto Empirico, di Porfirio, dei misteri
di Plotino più eterni che l’argomento del settimo della terza Enneade», e così via (PP, II, p. 627).
Un accenno sprezzante a Porfirio si trova anche nella Lettera al Giordani sopra il Frontone del Mai,
del 1818 (PP, II, p. 657).
IV. Il Leopardi e i filosofi antichi 171

vare con ragioni quello che vogliono, quando sono obbligati a confes-
sare che argomenti per provarlo non vi sono, che anzi abbondano gli
argomenti in contrario, ricorrono alla gran prova del sentimento, e pre-
tendono che questo debba esser l’unica guida, canone, maestro della
verità nelle cose che più importano? E noi che ridiamo di questi passi
di Damascio, non ridiamo di queste sentenze moderne, anzi le ripe-
tiamo e magnifichiamo. Questo è proprio il caso del mutato nomine
(propriamente il nome e non altro) de te fabula (...). Del resto, ho det-
to che questi principii erano comuni e dominanti in quei secoli; ma
Damascio ha ragion di dire, ξα'ρετον δ’ ν ατ$ ec., e di fare Isi-
doro singolare dagli altri, perché pochi filosofi anteriori o contempo-
ranei (e così posteriori) avevano osato così sfacciatamente ripudiar la
ragione, o sottometterla al sentimento, all’entusiasmo, all’ispirazione
(...); deprimere e condannare Aristotele, appunto perché seguace το
ναγκα'ου, cioè dei metodi esatti di conoscere il vero, di ragionare,
di convincere, per principii incontrastabili, conseguenze necessaria-
mente dedotte; ed anteporgli Platone, Pitagora ec., perché non ragio-
natori, perché πιστε)οντας al libero sentimento e all’immaginario,
che Isidoro chiama divino ec.».
«Qui mira e qui ti specchia», verrebbe fatto di dire leopardiana-
mente a Vincenzo Cilento, che con sovrano disprezzo di ogni docu-
mentazione, con un puro lavoro di arbitrio e di fantasia, ha recente-
mente costruito un Leopardi non soltanto platonico, ma addirittura
neoplatonico!62
Nel Dialogo di Plotino e di Porfirio, scritto un anno dopo questo
pensiero dello Zibaldone, il divieto del suicidio è combattuto da Por-
firio con quella lunga e appassionata apostrofe a Platone che, se è
potuta sembrare una forzatura dell’equilibrio compositivo e lirico del-
l’operetta,63 rappresenta tuttavia un’ulteriore, importante espressione
dell’antiplatonismo leopardiano. Un antiplatonismo, certo, – questo e
quello del pensiero del ’26 –, sotto il quale traspare ben chiaro l’anti-
cristianesimo. Ma a chi tenga presente quel clima di spiritualismo pla-
toneggiante della Restaurazione a cui abbiamo poco fa accennato, la
62
iV. Cilento, Leopardi e l’antico, in «Studi di varia umanità in onore di F. Flora», Milano
1963, p. 601 sgg. Giuste riserve su questo saggio ha già espresso M. Capucci in «Convivium»
XXXII, 1964, p. 100 sg. Si veda anche la critica leopardiana dell’antiedonismo di «Pitagora»
(cioè del neoplatonico Giamblico) in Zib., 4431.
63
iMa vedi le osservazioni di Emilio Bigi (Dalle «Operette morali» ai «Grandi Idilli», in «Bel-
fagor» XVIII, 1963, pp. 146-148) che limitano molto questo giudizio corrente.
172 IV. Il Leopardi e i filosofi antichi

polemica antiplatonica del Leopardi non sembrerà affatto un mero


pretesto o un travestimento arbitrario. Era la risposta dovuta ai pla-
tonici italiani ed europei che identificavano, essi per primi, il loro cri-
stianesimo raffinato col platonismo (e l’identificazione non era del tut-
to illegittima). Era anche, su un piano più personale, una reazione ai
compromessi a cui il Leopardi stesso aveva per un momento accenna-
to a piegarsi per ottenere un impiego dal governo pontificio: di quei
compromessi faceva parte anche la traduzione di Platone, desiderata,
ad maioren Dei gloriam, da Carlo Antici e dal Bunsen.64 Questa vicen-
da personale spiega, se non mi inganno, lo scatto iniziale della parla-
ta di Porfirio, quel tono di chi dichiara finalmente un dissenso che ha
dovuto a lungo tener celato: «Altra cosa è lodare, comentare, difende-
re certe opinioni nelle scuole e nei libri; ed altra è seguitarle nell’uso
pratico. Alla scuola e nei libri, siami stato lecito approvare i sentimen-
ti di Platone e seguirli; poiché tale è l’usanza oggi: nella vita, non che
gli approvi, io piuttosto gli abbomino».
Dove la realtà storica è, volutamente, abbandonata, è nella raffi-
gurazione dei due personaggi del dialogo. Il Leopardi, conoscitore e
critico così severo del neoplatonismo, sapeva bene che la parlata con-
clusiva di Plotino è leopardiana e non plotiniana. E tuttavia la scelta
dei due personaggi non è arbitraria: serve a evocare attorno al dialo-
go l’atmosfera triste e pacata del paganesimo morente: per cui il tono
generale del colloquio, pur nella somiglianza di talune argomentazio-
ni, è così distante sia dal Bruto minore, sia dal Tristano.65

64
iVedi L. Blasucci, Su una lettera «insincera» di G. L., in «Giorn. stor. letter. ital.» CXLII,
1965, p. 88 sgg. Il Bunsen, pur diversissimo dall’Antici per le idee politiche e per la qualità del
suo cristianesimo, si illuse anch’egli, in base alla lettera del 3 agosto 1825 di cui ignorava il retro-
scena, che il Leopardi aderisse al platonismo allora di moda. Cfr. la sua lettera del 5 luglio 1835
(Epistolario del Leopardi, ed. Moroncini, VI, p. 291): «La lettura delle vostre opere filosofiche
m’aveva ispirate alcune idee che desidero comunicarvi. Per confessarvelo francamente, non vi
ritrovo in molte parti il mio antico platonico ...».**
65
iIl Tocco (Il dialogo leopardiano di Plotino e di Porfirio, in «Studi ital. di filol. classica» VIII,
1900, pp. 497 sgg. non va oltre l’ovvia constatazione della diversità tra gli interlocutori del dia-
logo e i personaggi storici reali. Sulla concezione leopardiana del neoplatonismo come fenome-
no di civiltà stanca e morente, vedi sopra, p. 158. È interessante osservare come anche il Gior-
dani, in una lettera all’Ambrosoli (VII, 89 n.), gli suggerisse di assumere i neoplatonici come
pretesto di una polemica antispiritualista **: «Se non credete bene di sferzare i tedeschi pre-
senti, e i loro immediati predecessori; se vi par di tacere dei nostri Gioberti, Rosmini, Roma-
gnosi, potete prendervela cogli Alessandrini neoplatonici, che tanto affrettarono lo smarrimen-
to d’ogni saper vero, e la rovina d’ogni ordine politico». (Al sensista e materialista Giordani
anche il Romagnosi pareva troppo metafisico e spiritualeggiante). **
IV. Il Leopardi e i filosofi antichi 173

Messo così in chiaro il radicale antiplatonismo ideologico del Leopar-


di, rimane però da aggiungere che di Platone il Leopardi sentì vivamen-
te la suggestione artistica: «sommo e perfetto esempio di bellissima pro-
sa, elegantissima bensì e soavissima (non meno che gravissima ...), ma
pur verissima prosa», aliena dai poeticismi artificiosi della «seconda
sofistica» e della patristica greca, e di molta prosa francese.66 In Pla-
tone il Leopardi vide la miglior conferma di un’idea della quale era
convinto da tempo: la prosa d’arte deve avere uno stile suo, semplice
e «sedato», nettamente distinto da quello della poesia:67 idea che sta
alla base delle Operette e che dimostra erroneo ogni tentativo di leg-
gerle come «liriche in prosa», prescindendo dal particolare genere let-
terario in cui il Leopardi volle inserirle.68
Ma da Platone egli non ricavò soltanto una lezione di stile in senso
stretto, bensì anche di «tono». Se Luciano è all’origine di certi toc-
chi ironici delle prime Operette, un po’ troppo voluti e letterariamen-
te compiaciuti, Platone è l’ispiratore di una più elevata fusione di iro-
nia e fantasia, la quale ha la sua prima espressione nella canzone Alla
sua donna (con l’esplicita allusione platonica «Se dell’eterne idee / l’u-
na sei tu ...») e ritorna poi in alcune delle più ariose e placate Operet-
te. Un mythos platonico è, nel ritmo narrativo e in alcune invenzioni
singole (Amore figlio di Venere Celeste), la Storia del genere umano:69
sebbene anche in essa i principii ideologici del Leopardi, tutt’altro che
platonici, siano espressamente enunciati. Platonico, anche se poi svi-
luppato in forma personalissima e con una nota chiaramente autobio-
grafica, è lo spunto da cui muove la raffigurazione di Socrate nel capi-
tolo primo dell’Ottonieri. In questo senso, artistico e non ideologico,
si può dunque parlare di una breve fase di platonismo leopardiano; e
in questo senso aveva perfettamente ragione Pietro Giordani di osser-
vare che nelle Operette «tutto lo spirito di Luciano, tutta l’arguzia di
Platone si muovono per entro gran copia di saper moderno, con tutta
la forza del singolare intelletto di lui».70
66
iZib., 3421 sg. (12 settembre 1823). Cfr. l’osservazione sullo stile, anzi sui diversi stili del
Fedro, in Zib., 2717 (23 maggio 1823).
67
iVedi già Zib., 373-75 (2 dicembre 1820).
68
iSulla necessità di una lettura non forzata in senso lirico-commosso, ma aderente al tono
peculiare delle Operette, insiste a ragione E. Bigi, Dal Petrarca al Leopardi, Milano-Napoli 1854,
p. 111 sgg.
69
iCfr. specialmente i passi (già citati dai commentatori) del Protagora, capp. 11-12 (320 D
sgg.) e del Convito, cap. 8 (180 C sgg.).
70
iOpere, ed. Gussalli, XI, p. 174.
174 IV. Il Leopardi e i filosofi antichi

Tuttavia, anche sul piano artistico, l’ammirazione del Leopardi per


Platone ha precisi confini. Intanto, il Leopardi considerava ormai irri-
mediabilmente invecchiata e priva d’interesse in Platone tutta la par-
te maieutica, a domande e risposte. Filippo Ottonieri «né anche ragio-
nava, al modo di Socrate, interrogando e argomentando di continuo;
perché diceva che, quantunque i moderni sieno più pazienti degli anti-
chi, non si troverebbe oggi chi sopportasse di rispondere a un migliaio
di domande continuate, e di ascoltare un centinaio di conclusioni. E
per verità non avea di Socrate altro che il parlare talvolta ironico e dis-
simulato» (cap. I). In una lettera a Carlo Antici del 5 marzo 1825 il
Leopardi precisa così il suo progetto di versione dei pensieri di Plato-
ne, sul quale aveva ripiegato dopo l’abbandono della proposta di tra-
duzione integrale: «Finalmente io voleva dare (...) i Pensieri di Plato-
ne, che io avrei raccolti e scelti e tradotti, opera simile a quella dei
Pensieri di Cicerone dell’Olivet, ma che avrebbe dovuto essere un
poco più ampia, e contenere tutto il bello e l’eloquente di Platone, sce-
verato da quella sua eterna dialettica, che ai tempi nostri è insoffribi-
le,71 e da’ suoi sogni fisici, che riuscirebbero parimente noiosi ai più
dei lettori moderni, massimamente per la loro oscurità».
Ecco dunque una seconda limitazione: non solo niente «dialettica»,
ma niente «sogni fisici», cioè quei miti in cui hanno ampio sviluppo
escogitazioni cosmologiche (come quelli della Repubblica, del Fedone,
del Timeo, del Crizia). Dallo Zibaldone sappiamo che anche il pensie-
ro politico di Platone appariva al Leopardi una mera fantasticheria
utopistica.72 Eseguiti tutti questi tagli, rimaneva un Platone ridot-
to alla misura dei filosofi pratici dell’ellenismo – o, se vogliamo, a una
misura «socratica», di un Socrate più cinico che platonico, in cui la
saggezza morale prevaleva sugli interessi speculativi.

5. È appunto l’interesse per la filosofia pratica dell’ellenismo quel-


lo che, già presente negli anni ’23-’24, si accentua nei due seguenti,
sopraffacendo l’interesse per Platone, e perdura in parte fino al ’29. È

71
iAl suo proposito di escludere le «spinosità dialettiche» accenna anche nella lettera al Bun-
sen del 3 agosto 1825. Cfr., tra i progetti di lavori in PP, I, p. 701 sg.: «Pensieri di Platone» e
«Saggi platonici».
72
iCfr. Zib., 3469, dove l’utopismo è considerato come un carattere generale del pensiero
politico antico – anche di quei pensatori antichi che, relativamente, furono meno utopisti, come
Aristotele e Teofrasto.
IV. Il Leopardi e i filosofi antichi 175

del ’25 la traduzione di Epitteto e dell’Isocrate moralista, a cui si


affiancano le letture (compiute anch’esse in vista di traduzioni) della
Tavola di Cebete, dei Caratteri di Teofrasto, dei dialoghi del cosid-
detto Eschine socratico.73 È del ’26 la lettura di Fozio – altra fonte di
aneddotica morale e di saggezza spicciola antica –, a lato della quale
continua la lettura di Stobeo.74 Anche alla fine del ’26 il Leopardi
acquista gli Opuscula Graecorum veterum sententiosa et moralia a cura di
Johann Conrad Orelli, che leggerà in parte nel ’29.75
Spesseggiano in questi anni i progetti di imitazioni dei moralisti
greci: «Antologia greca morale», «Manuale di filosofia pratica: cioè
un Epitteto a mio modo», «Massime morali sull’andare del manuale
di Epitteto», «Spoglio e traduzione di Stobeo», «A se stesso; ad imi-
tazione di M. Aurelio τν ες αυτν», «Galateo morale».76 Il risul-
tato più compiuto di questo interesse per la filosofia ellenistica è il
preambolo alla traduzione di Epitteto. In che misura esso testimoni
un’adesione da parte del Leopardi, ho cercato di precisare in un sag-
gio precedente (qui sopra, p. 131 sgg.). Qui voglio solo ricordare che
una piena adesione del Leopardi alla morale di Epitteto era impedita
non solo dalla componente agonistica del suo pessimismo (sopita, ma
non annullata in questo periodo), ma anche da precedenti esperienze
nel campo della stessa filosofia greca, a cominciare da Teofrasto. Alla
possibilità di raggiungere la perfetta atarassia il Leopardi, come già

73
iCfr. F. Moroncini, proemio alle Opere minori approvate, I, p. LXXXIV sgg. Una prima let-
tura di Epitteto era stata già compiuta dal Leopardi a Roma (cfr. Porena, Scritti leopardiani, p.
443). Sui frutti filologici di queste letture vedi La filologia di G. Leopardi, pp. 156-164; su una
congettura leopardiana alla Tavola di Cebete, vedi ora anche Antonio Carlini in «Studi classici
e orientali» XII, 1963, p. 181 sg.
74
iFozio: Zib., 4191 sgg., e l’indice delle letture pubblicato dal Porena, Scritti leop., p. 429,
num. 389. – Stobeo: vedi sopra, p. 165; nel ’25-’26, vedi per esempio Zib., 4156 (sulle espres-
sioni antiche del dolore) e 4226 (su un passo di Ierocle, cfr. qui sotto, p. 180).
75
iPer l’acquisto dell’opera, cfr. Epistolario, ed. Moroncini, IV, pp. 62, 211; per la lettura
di vari testi contenuti in questa silloge, cfr. l’indice pubbl. dal Porena, Scritti leop., p. 423, num.
452-470, e i passi dello Zibaldone registrati nell’indice del Flora alla voce «Orelli».
76
iVedi i progetti in PP, I, pp. 701, 702, 704, e gli indici dello Zibaldone compilati dal Leo-
pardi stesso, vol. II dell’ed. Flora, pp. 1389 («Galateo morale»), 1430 («Manuale di filosofia
pratica»). L’idea di un «Epitteto a mio modo» può essere stata in parte suggerita al Leopardi
dall’Encyclopédie méthodique (ediz. di Padova, posseduta dalla biblioteca Leopardi), dove, nel
vol. III della sezione Morale, alla voce Liberté (p. 509 sgg.), era inserito un «Nouveau Manuel
d’Epictète». Ma il suggerimento, in ogni caso, non sarebbe andato oltre il titolo, poiché lo scrit-
to dell’Encyclopèdie méthodique era di orientamento cristianeggiante.
176 IV. Il Leopardi e i filosofi antichi

sappiamo, non credette mai;77 e nella chiusa del preambolo («ridotto


quasi mal mio grado a praticare per abito il predetto insegnamento ...,
desidero e prego caldamente a tutti quelli che leggeranno queste car-
te, l a f a c o l t à di porlo medesimamente ad esecuzione») ritorna il
concetto, già svolto nell’Ottonieri, che l’imperturbabilità non dipende
solo dal nostro volere. E ancora: come ha già notato il Fubini, il Leo-
pardi applica anche ad Epitteto l’osservazione che aveva fatto nel-
l’Ottonieri a proposito di Epicuro: le filosofie della rassegnazione e
dell’indolenza sono adatte «agli uomini moderni ancora più che agli
antichi».78 Tipicamente antico rimane, per lui, l’atteggiamento di ri-
bellione al fato, che egli esemplifica nei Sette a Tebe di Eschilo.79
Ciò non toglie che l’interesse per Epitteto, e per la filosofia elleni-
stica in generale, si accordi realmente con una fase di disimpegno poli-
tico e di tentativo di adattamento alla realtà della vita, che il Leopar-
di attraversò all’incirca dal ’24 al ’27. Rimandando anche qui al saggio
precedente per il problema generale, voglio richiamare l’attenzione su
un pensiero del 1° agosto 1826 (Zib., 4190): «Concordanza delle anti-
che filosofie pratiche (anche discordi) nella mia; per esempio della
socratica primitiva, della cirenaica, della stoica, della cinica, oltre l’ac-
cademica e la scettica ec.».
Questo proposito di fondare una morale in cui le «antiche filosofie
pratiche» trovassero il loro punto d’incontro non nasceva da un’am-
bizione di «sintesi» in senso idealistico, di «inveramento» di tutto il
pensiero umano precedente (tutta la formazione adialettica del Leo-
pardi lo rendeva estraneo a simili ambizioni); era invece basata su una
acuta percezione del fondo di apoliticità e di rassegnazione che è real-

77
iVedi sopra, p. 167, e tieni presente che l’Ottonieri, con le altre Operette morali composte
nel ’24, fu pubblicato dal Leopardi nel ’27: egli non aveva dunque rinunciato alla critica dell’a-
tarassia, formulata nel cap. II di quell’operetta.
78
iVedi il commento del Fubini alle Operette, Firenze 1933, p. 202.
79
iIl Leopardi non lesse direttamente i Sette a Tebe, ma ne ebbe notizia dall’Anacharsis del
Barthélemy. Cfr. Zib., 222 (22 agosto 1820): ** «Ses héros aiment mieux être écrasés par la fou-
dre que de faire une bassesse, ET LEUR COURAGE EST PLUS INFLEXIBLE QUE LA LOI
FATALE DE LA NÉCESSITÉ. Barthélemy, dove discorre di Eschilo» (questa dev’essere, a sua
volta, una citazione di seconda mano, poiché il Leopardi nella sua biblioteca aveva del Barthé-
lemy soltanto una traduzione italiana, Venezia 1791, e non lesse il testo francese prima del ’23;
cfr. sopra, p. 164).*
*iIl Bollati (nell’introduzione cit. alla Crestomazia della prosa, p. XLIV) dimostra che la fonte
della citazione indiretta del Barthélemy è l’antologia francese di Noël e Delaplace.
IV. Il Leopardi e i filosofi antichi 177

mente comune a tutte quelle filosofie. Il problema dell’adesione o


meno del Leopardi alla morale ellenistica non deve far trascurare l’im-
portanza della valutazione storica che il Leopardi ne dà.
Il giudizio sulla morale stoica come morale degli spiriti forti era allo-
ra corrente:80 esso sottintendeva una contrapposizione fra la morale
stoica, non appoggiata a speranze ultraterrene, e la morale cristiana.
Il Leopardi, spingendo il suo sguardo più a fondo, vide ciò che la
morale stoica e le altre morali ellenistiche avevano in comune col cri-
stianesimo: la rinuncia a dominare il mondo esterno. Egli comprese
perfettamente che il concetto di libertà interiore, per quanto orgo-
gliosamente affermato e vissuto, nasceva pur sempre dalla consape-
volezza dell’impossibilità di conquistarsi la libertà esteriore, sia sul
piano politico, sia su quello del rapporto uomo-natura. In questo sen-
so anche lo stoicismo era una «morale dei deboli».
Che questa disincantata interpretazione della morale stoica non
abbia impedito al Leopardi di sentirne, nello stesso tempo, la magna-
nimità e la bellezza, lo dimostra la chiusa del Parini: «Ma il nostro
fato, dove che egli ci tragga, è da seguire con animo forte e grande»;
la quale riecheggia, come è noto, i versi di Cleante citati proprio alla
fine del Manuale di Epitteto. Ma per gli stoici questo amor fati impli-
cava una fede nella Provvidenza che il Leopardi, anche nel periodo di
maggior vicinanza alla morale ellenistica, rifiutò sempre: non c’è biso-
gno di ricordare la satira del provvidenzialismo antropocentrico di
Crisippo nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo. La sua simpatia andò
certamente assai più allo stoicismo di Epitteto, intinto di cinismo,
mirante alla difesa dal mondo esterno, che allo stoicismo originario,
il quale pretendeva di giustificare e glorificare il mondo esterno.
Fra le morali ellenistiche un posto di primaria importanza spetta
all’epicurea. Ma in quel pensiero dello Zibaldone sulla concordanza
delle antiche filosofie pratiche che abbiamo ora citato, proprio l’epi-
cureismo spicca per la sua assenza. Ciò concorda con un atteggiamento
generale di riserbo verso Epicuro, che si riscontra in tutto Leopardi.

80
iÈ superfluo accumulare citazioni; ricorderò solo che nella già citata Encyclopédie méthodique,
sezione Morale, IV, p. 808, in un paragrafo dedicato a Epitteto del Discours sur l’objet de la mora-
le, si insisteva su questo concetto: «Quelques autres plus sages et plus éclairés ont convenu que cet-
te Philosophie étoit trop forte et trop élevée pour convenir à nos siècles modernes» (cfr. al contra-
rio il Leopardi: «... più accomodata all’uomo, e specialmente agli animi di natura o d’abito non
eroici ..., e p e r ò a g l i u o m i n i m o d e r n i a n c o r a p i ù c h e a g l i a n t i c h i »).
178 IV. Il Leopardi e i filosofi antichi

Filippo Ottonieri, lo abbiamo già veduto (p. 166), «si professava epi-
cureo», ma abbiamo anche veduto come questa adesione sia accom-
pagnata e quasi sopraffatta da restrizioni. Nello Zibaldone, osservava
il Tocco, «Epicuro non è citato se non una volta sola e per un’osser-
vazione grammaticale, Democrito quattro volte e sempre alla sfuggi-
ta».81 Da ciò il Tocco credeva di poter ricavare un appoggio indiretto
alla sua tesi di un Leopardi filo-platonico. Ma anche dopo aver dimo-
strato l’inconsistenza di questa tesi (e dopo aver ricordato che tra i
progetti di Operette non realizzati c’è un Ippocrate e Democrito, di cui
non possiamo purtroppo congetturare l’argomento),82 rimane vero che
in un materialista-edonista come il Leopardi ci aspetteremmo più rife-
rimenti a Democrito e soprattutto ad Epicuro. Per tutto il pensiero
laico del Sei e Settecento, come già per un Valla, Epicuro era stato un
punto di riferimento costante: ogni teoria sulle origini ferine dell’u-
manità e del linguaggio, ogni morale terrena e antiascetica, ogni fisi-
ca e biologia libera da preconcetti scolastici si era rifatta a Epicuro e
a ciò che della dottrina di Democrito è accolto in Epicuro.83 Il Leo-
pardi, come sappiamo, si nutrì moltissimo di filosofia epicurea sette-
centesca, ma sentì, a quel che pare, scarsamente l’esigenza di risalire
direttamente a Epicuro e a Lucrezio. Pensò che tutto l’essenziale del-
l’atomismo e dell’edonismo antico fosse ormai incorporato nella filo-
sofia materialistica del Settecento? Fu trattenuto ** da una certa dif-
fidenza verso una filosofia che gli sembrava antitetica al concetto
classico di «virtù» civile, da lui pur sempre vagheggiato?84

81
iArt. cit. qui sopra (p. 130 n. 60), p. 574; cfr. G. Setti, La Grecia letteraria cit., p. 205. I
passi dello Zibaldone sono, per Epicuro, p. 4299 (oltre a un paio di menzioni puramente inci-
dentali); per Democrito, pp. 38, 961, 3965, n. 4436, 4437, 4466. Il fatto che le menzioni di
Democrito siano sei e non quattro (come risultava dall’incompleto indice dell’edizione Le Mon-
nier) non toglie validità all’osservazione del Tocco; il Leopardi non cita mai Democrito in quanto
materialista.
82
iPP, I, p. 701 (non registrato nell’indice del Flora alla voce «Democrito»). **
83
iVedi qui sopra, pp. 7, 150 n. 6. Anche un gesuita di larghe vedute come Giovanni Andres,
nella sua grande compilazione Dell’origine, progressi e stato attuale d’ogni letteratura (vol. V, Parma
1794, pp. 443-445, 580 sgg.), difendeva l’epicureismo dalle accuse volgari, anzi nel contrasto fra
la morale di Epicuro e la stoica vedeva, si direbbe, qualcosa di analogo al contrasto fra il lassi-
smo dei gesuiti e il rigorismo dei giansenisti, e pertanto si schierava a favore di Epicuro. Ma
mentre il Leopardi lesse ripetutamente la parte dell’opera dell’Andres dedicata alle lingue e alle
belle lettere (come è dimostrato dallo Zibaldone), non risulta che si sia soffermato con uguale
attenzione sulla parte dedicata alla filosofia.
84
iSi ricordi il giudizio del Montesquieu, accolto dal Leopardi, sull’epicureismo come causa
della decadenza politica e civile dei romani (qui sopra, p. 157 n. 23).
IV. Il Leopardi e i filosofi antichi 179

Nel caso di Lucrezio, all’interesse ideologico si sarebbe dovuta ag-


giungere una consonanza sentimentale e poetica: non possiamo leggere
la Ginestra senza pensare al De rerum natura; non possiamo non ricor-
dare che tra i più aspri negatori di ogni Provvidenza e accusatori della
Natura c’è appunto Lucrezio (nequaquam nobis divinitus esse paratam
naturam rerum: tanta stat praedita culpa!). Il tema «Lucrezio e Leopar-
di» fu svolto con appassionata enfasi da Spartaco Borra.85 Ma altro è
l’affinità spirituale, altro la lettura e la derivazione diretta: le citazio-
ni da Lucrezio spesseggiano nel Saggio sopra gli errori popolari degli
antichi (dove è molto difficile individuare le poche citazioni di prima
mano), poi cessano praticamente del tutto: i riferimenti a Lucrezio
nello Zibaldone consistono in notazioni lessicali attinte al Forcellini,
o in menzioni troppo generiche per dimostrare una lettura diretta.86
Se negli ultimi anni, quando non annotava più niente nello Zibaldone
e aveva cessato di elencare le proprie letture, il Leopardi abbia letto
Lucrezio, è impossibile stabilire.
Quando, nell’autunno del ’25, il Leopardi volle dare un’espressio-
ne freddamente esplicita ed esatta al proprio materialismo, scelse

85
iVedi sopra, p. 141 n. 82. Cfr. V. E. Alfieri in «Athenaeum» n.s. Xl, 1962, p. 185.
86
**iContro una presunta reminiscenza lucreziana nell’Appressamento della morte cfr. la mia
recensione a Leopardi und die Antike di H. L. Scheel in «Gnomon» 1960, p. 583, con una preci-
sazione, che credo giusta, di C. F. Goffis in «Rassegna letter. ital.» LXIV, 1960, p. 547. L’unico
passo dello Zibaldone che potrebbe far pensare a una lettura diretta è la nota (aggiunta in un secon-
do tempo) a p. 4037, dove l’esempio di alius in Lucr. II 9 non è attinto dal Forcellini. Ma si trat-
ta di un indizio abbastanza tenue. Napoleone Giotti, nella sua biografia del Leopardi («I contem-
poranei italiani» num. 52, Torino, Utet, 1862, p. 65), riferisce che il Leopardi avrebbe letto a
Francesco Puccinotti, il medico e fisiologo suo amico, alcuni frammenti di «un poema sulla natu-
ra sul genere di quello di Lucrezio, poema per altro rimasto affatto ignoto, e del quale nessuno dei
suoi biografi ha mai fin qui parlato, per quanto io mi sappia». È difficile dire se questa notizia meri-
ti qualche credito. Un indizio di lettura almeno parziale sembrerebbe rappresentato da un appun-
to che si trova in un elenco di opere di vari autori nelle carte napoletane (X, 12, 22): «Lucrezio,
dove parla dello stabilimento della società, libro 5». Ma in quell’elenco, ** che mi riprometto di
pubblicare, accanto ad opere che il Leopardi lesse sicuramente, ve ne sono altre (come la Scienza
della legislazione del Filangieri) non menzionate mai nello Zibaldone né in altri scritti. Rimane per-
ciò il dubbio che in parte si tratti di letture progettate e non eseguite. E sebbene i pochi indizi da
noi enumerati accennino a una certa probabilità, rimane abbastanza forte l’argomento in contra-
rio: ** se il Leopardi avesse letto un poeta-filosofo a lui così profondamente congeniale, come mai
non ne sarebbe rimasta traccia in lunghi ed espliciti appunti e in precise allusioni? *
*iChe, almeno negli ultimi anni, il Leopardi abbia letto o riletto Lucrezio è molto probabi-
le: certo i versi 111-114 della Ginestra («Nobil natura è quella / che a sollevar s’ardisce / gli occhi
mortali incontra / al comun fato») presentano, come già da tempo è stato osservato, ** una
somiglianza che non può essere fortuita con Lucrezio I 66 sg. (primum Graius homo mortalis tol-
lere contra / est oculos ausus).
180 IV. Il Leopardi e i filosofi antichi

come prestanome non uno dei materialisti più famosi dell’antichità,


ma Stratone da Lampsaco, il filosofo peripatetico che aveva accen-
tuato, ancor più di Teofrasto, la componente scientifica dell’aristote-
lismo, fino a ritornare, in sostanza, all’atomismo democriteo. Troppo
facile, anche qui, osservare che il Frammento apocrifo si discosta con-
sapevolmente da quel poco che su Stratone da Lampsaco ci traman-
dano Diogene Laerzio e Cicerone.87 Resta il fatto che la scelta di quel
prestanome era una professione di materialismo e di ateismo: Strato-
ne era colui che aveva negato ogni intervento degli dèi nell’origine del
mondo e che aveva trovato troppo fantasiosa e priva di rigore scienti-
fico perfino la fisica di Democrito.88

6. L’ultimo Leopardi, dal ’30 in poi, impegnato com’è in un ardente


polemica con la società sua contemporanea, assai meno si ripiega a
meditare sulla civiltà antica. Dalla saggezza ellenistica, come da ogni
altra forma di «saggezza», egli è ormai del tutto distaccato. Sono tut-
tavia riconoscibili, anche in quest’ultima fase, echi di precedenti let-
ture dei filosofi greci, che egli adesso utilizza per la sua battaglia con-
tro il cattolicesimo e il falso progressismo dei moderati. Abbiamo già
ricordato (p. 166 sg.) l’accenno al pessimismo greco nel Tristano;
vogliamo concludere citando due altre risonanze del pensiero antico,
l’una già nota, l’altra, a quanto sembra, sfuggita finora agli studiosi.
L’idea dell’unione di tutti gli uomini nella lotta contro la Natura
trae uno spunto, come è stato osservato,89 da un pensiero dello stoico
Ierocle, che il Leopardi annotò nello Zibaldone (4226 sg., novembre
1826): «Bellissima è l’osservazione di Ierocle nel libro de Amore fra-
terno, ap. Stob. serm. "τι κ!λλιστον  φιλαδελφ'α etc., 84 Grot., 82
Gesner., che essendo la vita umana come una continua guerra, nella
quale siamo combattuti dalle cose di fuori (dalla natura e dalla fortu-
na), i fratelli, i genitori, i parenti ci son dati come alleati e ausiliari
ec.».90 Allora, nel ’26, il Leopardi era stato indotto da questo pensie-

87
iCosì F. Tocco («Atene e Roma» 1903, col. 321 sgg.), seguendo uno schema a lui consue-
to, di cui abbiamo già notato l’insufficienza a proposito di Teofrasto e di Porfirio e Plotino (pp.
162-163, 172). Contro il Tocco cfr. G. Gentile, commento alle Operette, Bologna 19402, p. 256.
88
iCfr. Cicerone, Lucull. 121; De nat. deor. I 35.
89
iVedi specialmente U. Bosco, Titanismo e pietà in G. Leopardi, Firenze 1957, p. 64.
90
iNell’edizione di Stobeo a cura di Wachsmuth e Hense, che è oggi comunemente seguita,
il passo di Ierocle si trova in Flor. IV 27, 20 (vol. IV, pp. 663, 19 sgg.).
IV. Il Leopardi e i filosofi antichi 181

ro a riflettere sul proprio senso di smarrimento nel trovarsi lontano da


casa, sul proprio bisogno di rifugio; nella Ginestra invece* trasse dal-
lo stesso spunto sviluppi opposti, allargando il pensiero di Ierocle fino
a comprendere nell’alleanza contro la Natura l’intera umanità, e
accentuando, molto al di là di quello che l’antico stoico aveva inteso,
l’aspetto eroico e disperato di quella lotta.91
Nel canto IV dei Paralipomeni il Leopardi affronta uno dei temi su
cui più recisa era la contrapposizione fra il materialismo del Settecen-
to e lo spiritualismo romantico: l’origine dell’umanità e della civiltà. I
primordi del genere umano furono contrassegnati da una condizione
simile a quella degli animali, o da una civiltà perfetta, largita all’uomo
da una rivelazione divina? Lo stato selvaggio è da ritenersi primitivo
o, invece, frutto di corruzione? Per caratterizzare le due opposte tesi,
il Leopardi ricorre ad un’immagine singolare: gli spiritualisti sostengo-
no «che la città fu pria del cittadino» (st. 11); i materialisti, e più in
generale coloro il cui senso della realtà non è stato stravolto da un fidei-
smo assurdo, sanno bene «che il cittadin fu pria della cittade» (st. 13).
Lì per lì, questa immagine può sembrare non del tutto appropria-
ta. A guardar meglio, essa è particolarmente felice, ma colpisce un ber-
saglio più ampio di quello che è l’immediato oggetto della polemica
leopardiana. Essa infatti non è rivolta solo contro quei pensatori par-
ticolarmente retrivi che – come i «tradizionalisti» francesi, l’ultimo
F. Schlegel, l’ultimo Schelling – ponevano all’inizio della storia uma-
na una «rivelazione originaria», ma contro ogni sorta di aprioristi:92

91
iOccorre notare, infatti, che nel passo di Ierocle manca ogni concetto della Natura nemi-
ca dell’uomo, anzi la Natura è vista come una divinità provvidenziale che ci ha dato, essa, i
parenti per difenderci nella lotta contro le avversità esterne: "εν καλς  φ)σις, ς
ν φ’
γενν$ µ γνοοσα, παρ&γαγεν µν καστον τρ(πον τιν µετ συµµαχ'ας. È interessan-
te osservare come il Leopardi, parafrasando Ierocle, scriva «i parenti ci son dati come alleati e
ausiliari», senza aggiungere «dalla natura»; e come, viceversa, precisi che «le cose di fuori» da
cui siamo combattuti sono «la natura e la fortuna», mentre Ierocle si era riferito, più indeter-
minatamente, alle «cose stesse che hanno una natura (un carattere) ostile all’uomo» e agli
«improvvisi e inaspettati assalti della sorte», e aveva poi aggiunto, come terza e più importan-
te causa di pericolo per noi, la malvagità umana (πολ δ µ!λιστα δι’ατν τν κακ'αν οτε
β'ας τινς πεχοµ%νην οτε δ(λου κα κακν στρατηγηµ!των). Con queste varianti, a pri-
ma vista di non grande peso, il provvidenzialismo di Ierocle viene, già nel pensiero del ’26, qua-
si interamente rovesciato.
92
iGià nella stanza 10 il Leopardi ha scritto: «Questa conclusione (...) non d’altronde pro-
vien se non da quella / forma di ragionar diritta e sana / ch’a priori in iscola ancor s’appella».
*iTra i precedenti della Ginestra è importante anche Zibaldone 2679 sg. (4 marzo 1823), sul
quale cfr. Di Benedetto, art. cit., p. 320; Lonardi, op. cit., p. 144 sg.
182 IV. Il Leopardi e i filosofi antichi

anche contro quegli storicisti di formazione romantica che nella sto-


ria temporale, nell’effettivo succedersi degli avvenimenti, vedevano
l’estrinsecazione di un’altra storia ideale, in cui, per usare una famo-
sa espressione aristotelica, il «primo per natura» è ciò che appare ulti-
mo «rispetto a noi».
L’immagine leopardiana, inoltre, ha una particolare impronta set-
tecentesca, in quanto implica una concezione della società come som-
ma di singoli individui: una concezione contro cui lo storicismo del-
l’Ottocento ha polemizzato in parte con ragione, non riuscendo però
ad evitare di cadere in un misticismo dell’«ente collettivo» (lo Stato,
lo Spirito con la maiuscola). La polemica del Leopardi contro l’esalta-
zione della «felicità delle masse» a scapito di quella degli individui, nel
Tristano e nella Palinodia, indica quanto egli si sentisse irritato dalle
prime avvisaglie di tale misticismo, che avrebbe poi dominato gran
parte della cultura europea dell’Ottocento e del Novecento.
Abbiamo nominato Aristotele; da lui appunto deriva l’immagine
della «città pria del cittadino». Nel primo libro della Politica (1253 a
18 sgg.) Aristotele afferma la «priorità» della polis sulla famiglia e sui
singoli individui: κα πρ(τερον δ τ$ φ)σει π(λις οκ'α κα
καστος µν στιν τ γρ "λον πρ(τερον ναγκαον ε ναι το
µ%ρους ναιρουµ%νου γρ το "λου, οκ σται πο ς οδ χε'ρ ...
"τι µν ον  π(λις κα φ)σει κα πρ(τερον καστος, δλον.
Il Leopardi aveva letto la Politica di Aristotele nell’autunno del ’23:
fu questa l’unica opera aristotelica da lui letta per intero.93 Ad Ari-
stotele, come abbiamo visto, egli riconobbe sempre il merito di una
maggiore concretezza e scientificità in confronto a Platone.94 Ma nem-
meno Aristotele si era del tutto svincolato dall’apriorismo.95 Quel pas-
93
iCfr. l’indice pubblicato dal Porena, Scritti leop., p. 424, num. 91 e i passi dello Zibaldone
registrati nell’indice del Flora alla voce Aristotele (avvertendo, naturalmente, che Politica e
Repubblica sono la stessa opera). Il Leopardi lesse anche un paio di opere pseudo-aristoteliche:
De virtutibus et vitiis nel cod. Barberiniano 257, cfr. Porena, Scritti leop., p. 443 (sarebbe forse
questa l’«operetta greca sconosciutissima» che il Leopardi credette di avere scoperto a Roma?
Per questo problema vedi un resoconto delle precedenti discussioni in «Atene e Roma» 1959,
p. 92 sg.); e gli Oeconomica, ibid., p. 423, num. 45 e Zib., 2686.*
94
iVedi sopra, pp. 210, 212.
95
iZib., 3470: «Aristotele spianta le repubbliche degli altri, ma n é p i ù n é m e n o c h e
i n f i l o s o f i a, si crede in obbligo di sostituire, e ci dà la sua repubblica e il suo sistema»; e
in nota soggiunge: «Ed Aristotele era pur de’ più devoti all’osservazione, tra’ filosofi antichi».
*iSull’«operetta greca sconosciutissima» che il Leopardi credette di avere scoperto a Roma
vedi ora una nuova ipotesi, che credo più fondata, in un articolo di prossima pubblicazione negli
«Studi in memoria di Carlo Ascheri», Urbino 1969.
IV. Il Leopardi e i filosofi antichi 183

so della Politica dovette sembrare al Leopardi adatto a simboleggiare,


appunto, la mentalità aprioristica e il suo vedere le cose alla rovescia:
di qui l’utilizzazione polemica che ne fece nei Paralipomeni.

Non credo di aver sopravvalutato l’influsso della filosofia greca sul


pensiero leopardiano. I maestri prediletti di filosofia furono sempre
per il Leopardi i materialisti e i sensisti del secolo xviii, conosciuti pri-
ma attraverso i loro avversari cattolici, poi direttamente. Tuttavia
almeno due contatti col pensiero greco hanno avuto per l’evoluzione
ideologica del Leopardi un’importanza essenziale: la scoperta del pes-
simismo antico, che mise in crisi il mito dell’antichità felice, tutta
azione, illusioni e poesia; e la lettura dei filosofi ellenistici, che offrì
al Leopardi il modello di una saggezza rassegnata, di cui egli sentì la
suggestione specialmente negli anni dal ’23 al ’27 pur senza mai ade-
rirvi interamente. Ma anche esperienze meno profonde, come la let-
tura di Platone e quella – assai più limitata – di Aristotele, esercita-
rono sul pensiero del Leopardi, soprattutto in senso polemico,
un’influenza di cui bisogna tener conto.
V.**
Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani ∼

Testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe, testo epigrafe,


testo epigrafe, testo epigrafe.
Nome Cognome

1. Gli «appunti» dell’abate Cozza-Luzi e la controversia


Cugnoni-Tacchi

Nel 1898, centenario della nascita di Giacomo Leopardi, il setti-


manale cattolico «La palestra del Clero» pubblicò in varie puntate gli
Appunti leopardiani di Giuseppe Cozza-Luzi, vice-bibliotecario di San-
ta Romana Chiesa, già abate di Grottaferrata.1
Questi Appunti avevano tutto il carattere di una contro-commemo-
razione. Per il Cozza-Luzi, il Leopardi rappresentava il tipico esempio
di un grande ingegno traviato dall’orgoglio: i suoi dolori, «morali» assai
più che «fisici» **, erano la necessaria conseguenza della pretesa di at-
teggiarsi a «spirito forte», rinnegando l’educazione religiosa ricevuta
in famiglia. Non c’era nel Cozza-Luzi né la simpatia che per il Leopar-
di avevano provato cattolici intelligenti come il Gioberti e il Sinner,
né, d’altra parte, l’invido rancore di un Tommaseo: c’era piuttosto un

∼ «Giornale storico della letteratura italiana», CXLIII (1966), pp. 88-119; qui con modifi-
che e aggiunte.
1
i«La palestra del Clero», 20 gennaio, 17 febbraio, 3, 10, 17, 24 e 31 marzo, 14 e 21 apri-
le, 5, 12, 19 e 26 maggio, 2, 16 e 30 giugno, 21 luglio, 8 e 22 settembre, 13 ottobre 1898. II tito-
lo Appunti leopardiani e la firma del Cozza-Luzi mancano solo nelle puntate del 20 gennaio, 3 e
10 marzo, le quali però appartengono chiaramente alla stessa serie. Gli Appunti furono ristam-
pati a parte, con qualche variazione nell’ordine, in sei fascicoletti, senza nome di autore e col
titolo ampliato: Appunti leopardiani offerti alla studiosa gioventù nel centenario della nascita di Gia-
como Leopardi (la quale fu al 29 Giugno 1798), Roma, tip. Sociale, 1898. Io citerò con la sigla
AL questa edizione in fascicoli separati. Non è facile trovare nelle biblioteche tutti e sei i fasci-
coli; li possiede, per esempio, l’Alessandrina di Roma. La Bibliografia leopardiana di Mazzatin-
ti-Menghini-Natali, mentre cita più volte alcune puntate ** (cfr. vol. I, pp. 37, 63, 79, 198-
199, 231; vol. II, pp. 49 e 76), ne ignora altre **.
V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani 185

moralismo parrocchiale, a cui faceva perfetto riscontro la forma espo-


sitiva goffa e meschina. Il Cozza-Luzi era un assiduo studioso di paleo-
grafia e di erudizione ecclesiastica (per quanto anche in questi studi
portasse la mancanza di rigore e la frettolosità del suo maestro Ange-
lo Mai), ma per la formazione culturale complessiva apparteneva a un
mondo ormai chiuso e sorpassato.
L’unico periodo della vita e dell’attività del Leopardi che si salva-
va ai suoi occhi era il primissimo: quello in cui non era ancora avve-
nuto il distacco del poeta dalla religione e dall’ambiente monaldesco.
Gli Appunti leopardiani miravano proprio a rivalutare e amplificare
questo Leopardi ancora cattolico e legittimista, contro l’esaltazione **
(anch’essa, in senso diverso, riduttiva e aberrante, seppur meno assur-
da) di un Leopardi patriota e profeta di un laicismo e umanitarismo
di tinta massonica, a cui erano improntate, nel complesso, le celebra-
zioni ufficiali del ’98.2
Tra i documenti che il Cozza-Luzi riportava in appoggio alla sua
tesi, molti erano attinti a precedenti pubblicazioni, soprattutto alle
Opere inedite del Leopardi curate dal Cugnoni e all’Epistolario pub-
blicato dal Viani. Apparivano per la prima volta, invece, i seguenti
testi:
a) una supplica del 1819 al Papa Pio VII per ottenere la licenza di
leggere i libri proibiti («Pal. d. Clero» 17 febbraio 1898 = AL I,
pp. 1-2);
b) una supplica al Papa, dello stesso anno, per ottenere un impiego nel-
la Biblioteca Vaticana (ibid. = AL I, pp. 3-6);

2
iPer la rivalutazione polemica del primo Leopardi, compiuta dal Cozza-Luzi, vedi special-
mente AL I, p. 7: «Era Giacomo fin d’allora di precoce ingegno e vestiva l’abito clericale, che
anzi scriveva ed in pubblico recitava sacri discorsi con tanta profondità, pietà ed affetto (...). Gli
ebbe pur cari egli stesso questi discorsi primi ed ingenui (...). E se talora non giungono a quelle
eleganze, che un’età più matura ed uno stile esercitato avrebbero dato con impronta più eguale
ed elevata, sono però una bella rivelazione del suo sapere e più del suo sentire, non ancor per
altri e per sé traviato dall’alterigia e dalla smania di comparire indipendente e spirito forte: e
ciò con tanta iattura sua ed altrui. Si paragonino queste care pagine della sua giovane mente e
del cuore ancor giovane con le produzioni degli altri futuri quattro lustri di vita; le quali sono
compassionevoli per sostanza se non per forma. E si vegga come i bei fiori si cangiassero in spi-
ne sotto l’alito di non buone amicizie e di passioni indomate» (le «non buone amicizie» sono,
ovviamente, un’allusione al Giordani). E vedi ancora in AL II, pp. 17-19 l’esaltazione di Monal-
do in contrapposizione al figlio; V, p. 78 l’accenno ai «dolori non solo fisici, ma che più eran
morali»; IV, p. 60 la raffigurazione di un Leopardi politico «non chiaro», che «ambiva ad accat-
tarsi lodi ed approvazioni tanto da destra che da sinistra»!
186 V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani

c) una lettera del cardinale Alessandro Mattei al Leopardi a proposi-


to di tale richiesta d’impiego (ibid.);
d) due «discorsi sacri» del Leopardi fanciullo (Il portar della Croce da
N. S. Gesù Cristo al Calvario e Gesù innalzato in croce) e un Fram-
mento di un sermone intorno l’immacolato concepimento di Maria
(«Pal. d. Clero» 10 e 17 marzo e 21 aprile 1898 = AL II, pp. 20-27;
III, pp. 46-48), oltre due «discorsi sacri» già editi;
e) tre abbozzi (due in prosa, uno in versi) dell’Infinito e uno (in versi)
di un Idillio alla Natura («Pal. d. Clero» 24 e 31 marzo 1898 = AL
II, pp. 28-32; III, pp. 33-36);
f ) due serie di pensieri, cioè nove Pensieri di filosofia varia («Pal. d.
Clero» 2 giugno 1898 = AL VI, pp. 90-91) e diciassette Pensieri
varii («Pal. d. Clero» 30 giugno 1898 = AL V, pp. 65-68).
Il Cozza-Luzi asseriva di aver riprodotto tutti questi scritti da auto-
grafi, sulla cui provenienza però non dava alcuna precisa indicazione:
«Essendoci venuto alle mani qualche suo autografo ...» (AL I, p. 1);
«Anche più interessanti sono altri due autografi che abbiamo tra
mano ...» (I, p. 3); «Il seguente discorso ... fu estratto dai manoscrit-
ti leopardiani, come ci venne comunicato» (II, p. 24); e così via. Che
si trattasse di autografi conservati nella biblioteca di casa Leopardi,
egli lo escludeva implicitamente, poiché deplorava che il conte Giaco-
mo, nipote del poeta, non gli avesse concesso di attingere a quei teso-
ri (III, p. 48 n. 1). Piuttosto sembrava alludere ad autografi tuttora in
circolazione tra privati, come molti di quelli troppo generosamente
regalati da Paolina Leopardi.3 Di un solo testo, cioè dei tre foglietti
contenenti le due serie di pensieri, il Cozza-Luzi indicò, se non la
provenienza, almeno la sede: la Biblioteca Vaticana («Pal. d. Clero»
2 giugno 1898, p. 132).
Mentre la pubblicazione degli abbozzi dell’Infinito e degli altri do-
cumenti minori non suscitò sul momento una particolare risonanza
(anche per la scarsa diffusione della «Palestra del Clero» in ambienti
non ecclesiastici), i Pensieri riaccesero una vecchia polemica. Era acca-
duto nel 1884 che Giuseppe Cugnoni, professore di lessicografia lati-
na e italiana all’università di Roma, purista di vecchio stampo, bene-

3
iSu uno di questi autografi o pseudo-autografi si trovava infatti un’autenticazione – vera o
apocrifa – di Paolina: vedi più oltre, p. 216 sg.
V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani 187

merito studioso del Leopardi, pubblicasse incautamente come leopar-


diani alcuni «inediti» (una serie di pensieri, una lettera al Giordani e
una contraffazione trecentesca del genere del Martirio de’ Santi Padri)
comunicatigli da un certo Ilario Tacchi, il quale poco dopo se n’era
rivelato autore. L’intenzione del Tacchi – una patetica figura di ambi-
zioso provinciale in cerca di notorietà e di un impiego – era stata di
ripetere le burle fatte dal Leopardi stesso con l’Inno a Nettuno e col
Martirio e di dimostrare la sua bravura nell’imitare lo stile leopardiano.
Ma il Cugnoni, indispettito per esser caduto nel tranello, era ricorso
ad un partito «eroico»: si era ostinato a sostenere che quegli scritti
non potevano non essere del Leopardi, che il Tacchi li aveva effetti-
vamente tratti da autografi leopardiani come aveva detto all’inizio, e
che mentiva adesso, per farsi credere capace di una così perfetta con-
traffazione. Nessuno, però, gli aveva creduto.4
Ma ora, tra i Pensieri vaticani pubblicati dal Cozza-Luzi ce n’era-
no quattro che coincidevano quasi alla lettera con quelli pubblicati
nell’84 dal Cugnoni; e ce n’era un altro che, con lievi varianti di for-
ma, ricorreva nello Zibaldone, come si poté constatare quando, poche
settimane dopo la pubblicazione del Cozza-Luzi, il primo volume del-
lo Zibaldone, a cura della Commissione presieduta dal Carducci, com-
parve presso Le Monnier.5 La coincidenza con lo Zibaldone sembrava
garantire l’autenticità dei Pensieri vaticani; a sua volta la coincidenza
tra i Pensieri vaticani e quelli editi dal Cugnoni obbligava ad ammet-
tere l’autenticità di questi ultimi. La tesi del Cugnoni, che il Tacchi

4
iGli «inediti» furono pubblicati dal Cugnoni nella «Nuova Antologia» del 15 aprile 1884,
p. 569 sgg. Prima ancora che il Tacchi si rivelasse, la falsificazione fu intuita da Giuseppe Chia-
rini, il cui lucido articolo nella «Nuova Antologia» del 1° maggio 1884, p. 124 sgg., merita anco-
ra di esser letto (cfr. Carducci, Lettere, ed. nazionale, XIV, pp. 281, 282, 293). Altri documen-
ti di quella polemica sono indicati nella Bibliografia leopardiana di Mazzatinti e Menghini, vol.
I, p. IX sg. La controversia fu poi narrata dal Cugnoni nell’opuscolo Dopo quattordici anni (Roma
1898), e da D. Gnoli in «Rivista d’Italia» a. I, vol. II (1898), p. 525 sgg. II Tacchi – che si pre-
sentò la prima volta al Cugnoni sotto il falso nome di G. B. Ubaldini – aveva già cercato di far-
si una notorietà contraffacendo alcuni scritti di Gaspare Gozzi.
5
iSi tratta dell’ottavo dei Pensieri di filosofia varia («Caino, l’autore della colpa, fu il primo
fabbricatore di città; né è perciò meraviglia che li abitatori di esse siano degni figli di tanto
padre»), che trova riscontro nello Zibaldone, p. 191 dell’autografo (= vol. I, p. 296 ed. Le Mon-
nier): «II primo autore delle città, vale a dire della società, secondo la Scrittura, fu il primo ripro-
vato, cioè Caino, e questo dopo la colpa, la disperazione e la riprovazione. Ed è bello il credere
che la corruttrice della natura umana e la sorgente della massima parte de’ nostri vizi e scelle-
raggini sia stata in certo modo effetto e figlia e consolazione della colpa».
188 V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani

fosse stato un plagiario e non un falsario, risultava apparentemente


vittoriosa, a dispetto dell’incredulità con cui era stata accolta fin allo-
ra: tanto più quando il Cozza-Luzi, nella «Palestra del Clero» dell’8
settembre 1898, pubblicò il facsimile di una pagina del manoscritto
vaticano.6
Il Cugnoni passò ora al contrattacco: scrittore bizzoso e arguto, si
divertì a ritorcere contro i suoi derisori l’accusa di ignoranza e a svi-
luppare su questo tema tutte le variazioni ironiche di cui fu capace, nei
due opuscoli Dopo quattordici anni: commedia e contro-commedia e
Questione leopardiana, usciti entrambi a Roma nel ’98: finché il Tac-
chi, esasperato, gli intentò un processo per diffamazione.
Dal processo, che dopo molti rinvii si tenne a Roma dal 15 al 30
giugno del 1900, il Cugnoni uscì assolto.7 Tuttavia le discussioni che,
dentro e fuori della sede giudiziaria, si svolsero sui documenti pub-
blicati dal Cozza-Luzi, indebolirono gravemente, in complesso, la tesi
dell’autenticità. Le obiezioni sollevate dai periti calligrafi del Tacchi
non furono confutate dai periti del Cugnoni. Gli articoli di Domeni-
co Orano nel «Don Chisciotte di Roma», pur tra molte lungaggini e
divagazioni superflue **, misero alle strette il Cozza-Luzi quanto alla
provenienza degli «inediti»: risultò che almeno alcuni di essi erano
stati forniti al Cozza-Luzi dal prete Oliviero Jozzi, già noto per pre-
cedenti falsificazioni, e che i tre fogli contenenti i Pensieri non appar-
tenevano ad alcun fondo della Vaticana né provenivano da regolare
dono o acquisto documentabile, ma vi erano stati introdotti recentis-
simamente, con ogni probabilità dal Cozza-Luzi stesso.8 Il prefetto

6
iCfr. AL VI, p. 88 sg. Le riproduzioni fotografiche di tutti e tre i fogli vaticani furono poi
pubblicate nello stesso anno dal Cugnoni in fondo all’opuscolo Questione leopardiana (Roma, tip.
della Camera dei Deputati).
7
iTra i resoconti dei quotidiani di allora, vedi specialmente quelli della «Tribuna» (col tito-
lo Un’accademia leopardiana; favorevole al Tacchi) e del «Popolo romano» (col titolo Leopardi
redivivo; favorevole al Cugnoni). Vedi inoltre le due autodifese pubblicate dal Cugnoni (Per
Cugnoni prof. Giuseppe querelato contro Tacchi Ilario querelante ..., Querela I, Roma, tip. Agosti-
niana, 1899; Querela II, tip. Failli, Roma 1899) e la memoria legale Per le ragioni dello scrittore
Ilario Tacchi presentata dai suoi avvocati E. Pessina, E. Ferri, V. O. Gentiloni, tip. Pistolesi,
Roma 1900. Più tardi il processo, che aveva suscitato molto interesse anche per la presenza di
avvocati di grido come Pessina e Ferri, fu narrato, ma con eccessiva parzialità a favore del
Cugnoni, da E. Veo nel «Messaggero» del 12 settembre 1929 e da un certo «Sigma» nello stesso
giornale, 30 dicembre 1933.
8
iGli articoli di Domenico Orano, I manoscritti leopardiani: autografi o apocrifi?, non registra-
ti nella Bibliografia leopardiana di Mazzatinti-Menghini-Natali, comparvero nel «Don Chisciot-
V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani 189

della Vaticana, Franz Ehrle, uomo di tutt’altra formazione e scrupo-


losità scientifica, pur astenendosi necessariamente da un aperto con-
trasto col Cozza-Luzi che era suo superiore diretto, fece capire in
modo abbastanza chiaro che all’autenticità di quelle carte non crede-
va.9 Mentre il Cozza-Luzi si chiuse nel silenzio come se la controver-
sia non lo riguardasse, il Cugnoni dopo il processo sentì ancora il biso-
gno di tornare a difendere la sua tesi nel volumetto Alla ricerca di
Giacomo Leopardi;10 e lo fece, al solito, con brio e con calore, ma con
argomenti tutt’altro che probativi.
Del resto, l’interesse dei leopardisti era ormai attratto dallo Zibal-
done, a cui si aggiunse nel 1906 l’edizione degli Scritti vari dalle carte
napoletane. Di fronte a una mole così imponente di inediti, le poche
pagine pubblicate dal Cozza-Luzi passarono in secondo piano. Nelle
più notevoli opere sul Leopardi pubblicate in quegli anni (gli ultimi
volumetti delle Divagazioni leopardiane di Giovanni Negri, gli Studi sul
Leopardi dello Zumbini, la Vita del Chiarini) non si fa cenno di que-
gli scritti, neppure per negarne l’autenticità.

te di Roma» del 25, 27 e 29 maggio, 11, 12, 18, 20 e 25 luglio, 3, 9 e 19 agosto, 27 novembre
1899. Vedi inoltre la perizia grafica litografata, non firmata, contro l’autenticità dei Pensieri
vaticani (un esemplare se ne trova a Roma, Biblioteca Alessandrina, collezione leopardiana G.
44); e i resoconti del processo cit. alla nota precedente. Oliviero Jozzi aveva già pubblicato nel
1889 alcune lettere false di S. Luigi Gonzaga (cfr. Lettere ed altri scritti di S. Luigi Gonzaga a
cura di E. Rosa, Firenze 1926, p. V sg.) e nel 1898 un Supplemento alla «Roma sotterranea» di
G. B. De Rossi (Milano, Hoepli) in cui erano riportate molte iscrizioni false (vedi la testimo-
nianza di Giuseppe Gatti al processo Tacchi-Cugnoni ne «La Tribuna» del 21 giugno 1900).
Nell’istruttoria del Processo lo Jozzi ammise di aver regalato al Cozza-Luzi gli «autografi» del-
le due suppliche a Pio VII, e dichiarò di averli avuti, insieme ad altri documenti leopardiani, da
Florindo Cesari, segretario di Giovanni Rosini a Pisa; ma fu smentito dal Cesari (vedi la memo-
ria Per le ragioni dello scrittore I. Tacchi cit., p. 118 sg.). Il Cozza-Luzi ammise di aver avuto dal-
lo Jozzi soltanto la minuta in versi dell’Infinito (ibid., p. 115): cosa, oltre tutto, impossibile per-
ché sullo stesso foglio vi era anche una delle minute in prosa
9
iCfr. D. Orano nel «Don Chisciotte di Roma» del 29 maggio 1899. L’Ehrle si rifiutò di
testimoniare al processo Cugnoni-Tacchi (cfr. «La Tribuna» del 16 giugno 1900), certamente
per non smentire il Cozza-Luzi e il Cugnoni; ma aveva parlato chiaro all’Orano. Giova ricorda-
re che il prefetto della Vaticana si trova in posizione subordinata rispetto al Cardinale Biblio-
tecario e al Vice-bibliotecario (carica, quest’ultima, che è esistita solo in rari casi).
10
iRoma 1901. Nella Bibliografia leopardiana (II, p. 8) il Natali riassume così questo volu-
metto: «A proposito di asseriti autografi, dei quali si confessa autore». Tutt’altro: il Cugnoni
ribadisce anche qui la tesi dell’autenticità sia degli «inediti» del 1884, sia di quelli pubblicati dal
Cozza-Luzi.
190 V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani

2. Le recenti vicende degli «inediti» del Cozza-Luzi

I Pensieri vaticani e i Discorsi sacri pubblicati dal Cozza-Luzi non


sono stati inclusi in nessuna edizione delle opere leopardiane, e nes-
suno più oggi ne parla; la stessa sorte è toccata agli scritti che aveva
pubblicato nell’84 il Cugnoni. Invece gli abbozzi di idilli (vedi qui
sopra, ** p. 186, lettera e) furono riesumati nel 1924 da Alessandro
Donati, che li ripubblicò parzialmente nell’edizione dei Puerili e
abbozzi vari,11 indicando come fonte il Cozza-Luzi ma, a quanto pare,
ignorando i dubbi che erano sorti sulla loro autenticità. Di nuovo dal
Cozza-Luzi li trassero per le loro edizioni lo Scarpa e il Flora;12 oggi
questi abbozzi sono unanimemente tenuti per leopardiani, e su di essi
si ricostruisce la genesi dell’Infinito e – per quel che riguarda l’abboz-
zo di idillio Alla Natura – dell’Ultimo canto di Saffo.13
Quanto alle due suppliche al Papa e alla lettera del cardinale Mat-
tei (qui sopra, pp. 185-186, lettere a, b, c), il Moroncini le riportò nel-
le note alla sua edizione dell’Epistolario,14 e da allora in poi anche que-
sti documenti sono stati considerati autentici e utilizzati per la
biografia del Leopardi.15

11
iBari 1924, p. 197, cfr. p. 277. II Donati fuse arbitrariamente in uno i due abbozzi in pro-
sa e omise l’abbozzo in versi dell’Infinito (cfr. G. De Robertis, Saggio sul Leopardi, nuova ed.,
Firenze 1973, p. 150 sg. **).
12
iLeopardi, Opere a cura di R. Bacchelli e G. Scarpa, Milano 1935, p. 1103 sg., cfr. p. 1288
sg.; PP **, p. 375 sg., cfr. p. 1132. | Vedi ora anche l’edizione dei Canti a cura di C. Muscetta
e G. Savoca, Torino 1968, dove gli abbozzi sono di nuovo pubblicati come autentici; e TO, p.
73, cfr. 1430 sg., dove sono dati come «di discussa attribuzione»; e cfr. qui sotto, p. 226, n. 73 |.
Giovanni Ferretti, mentre non incluse i due abbozzi in versi nell’edizione Utet delle Poesie leo-
pardiane (Torino 1948), pubblicò invece i due abbozzi in prosa, fusi in uno come nel Donati, nel
volume delle Prose (Torino 1950, p. 440), con l’indicazione erronea: «L’autografo è conservato
nella Biblioteca nazionale di Napoli».
13
iAll’autenticità credetti anch’io in un primo tempo: cfr. ** Classicismo e illuminismo nel-
l’Ottocento italiano, Pisa 19651 **, pp. 154 sg. (dove feci ** in tempo soltanto ad aggiungere
in nota un’espressione di dubbio; ma cfr. la 2a ed., Pisa 1969, p. 379 {ovvero cfr., qui, l’«incipit»,
secondo capoverso, del VI cap.: «Natura, dèi e fato nel Leopardi» – N. d. C.}). Cfr. anche K. Mau-
rer, G. Leopardis «Canti» ecc., Frankfurt a. M. 1957, pp. 98, 103, 116 sgg.; ** e i saggi del
De Robertis e della Accame Bobbio che citeremo più oltre.
14
iVol. I, Firenze 1934, pp. 192, n. 3; 283, n. 2. Il Moroncini trasse i documenti dalle copie
che si conservano nella Biblioteca Comunale di Recanati (vedi qui sotto, p. 207 sg.) senza avver-
tire che si trattava di copie e non di autografi. I riferimenti alla pubblicazione del Cozza-Luzi
furono poi indicati dal Ferretti nelle note aggiunte all’edizione del Moroncini (vol. VII, pp.
45 e 48). Vedi anche Leopardi, Lettere a cura di F. Flora, Milano 1949, p. 1160.
15
iOltre gli studiosi citati alla nota precedente, cfr. G. Ferretti, Vita di G. Leopardi, Bologna
1940, pp. 79 sg., 86, con le note relative in fondo al volume.
V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani 191

Nel 1951 il noto libraio ed editore napoletano Gaspare Casella


acquistò, non si sa da chi, due degli abbozzi dell’Infinito, esattamen-
te corrispondenti alla descrizione e alla trascrizione del Cozza-Luzi:
ne dette notizia Giuseppe De Robertis,16 pubblicandone anche la
riproduzione fotografica. Nella sua edizione delle Opere leopardiane
per i Classici Rizzoli (1937), De Robertis non aveva accolto quegli
abbozzi né alcun altro inedito del Cozza-Luzi; e da qualche frase del
suo articolo si ritrae l’impressione che egli, conoscitore sensibilissimo
dello stile leopardiano, abbia avuto qualche dubbio sulla loro auten-
ticità. Ma quando vide che il foglio acquistato da Casella corrispon-
deva perfino nella filigrana e in altri dettagli al foglio descritto dal
Cozza-Luzi, finì col convincersi che quelli erano proprio gli abbozzi
dell’Infinito: l’ipotesi che già il Cozza-Luzi potesse aver propalato una
falsificazione era ormai lontana dalla mente di tutti i leopardisti, pro-
prio perché le polemiche del 1898-1900 erano del tutto dimenticate.
Due anni dopo, nel 1953, Sergio Antonielli pubblicava la fotografia di
un altro inedito del Cozza-Luzi, anch’esso ritrovato da Gaspare Casel-
la: la minuta della supplica per leggere i libri ** proibiti.17
Purtroppo questi manoscritti, venduti dal Casella nel 1954, sono
risultati per me irreperibili. L’ultimo possessore di cui io abbia avuto
notizia è il collezionista milanese Arnaldo Dell’Avalle; non so a chi
siano andati i manoscritti dopo la sua morte. Le riproduzioni foto-
grafiche pubblicate da De Robertis e da Antonielli costituiscono quin-
di, per ora, l’unica base a nostra disposizione per discutere l’autogra-
fia di quelle scritture. Quanto ai tre fogli contenenti i Pensieri, essi si
trovano tuttora alla Biblioteca Vaticana, dove sono entrati a far par-
te del codice Vaticano latino 12895 (ff. 43, 44, 45), composto di auto-
grafi di personaggi illustri, di varia provenienza.18 Degli altri testi pub-
blicati dal Cozza-Luzi – i «discorsi sacri», la supplica per l’impiego
alla Vaticana, il primo abbozzo dell’Infinito e l’abbozzo di idillio Alla
Natura – non sappiamo se i presunti autografi siano mai esistiti: anche
nel 1898-1900 nessuno, a quel che pare, riuscì a vederli.

16
iG. De Robertis, Ritrovati gli abbozzi autografi dell’«Infinito», in «Tempo», Milano, 3-10
marzo 1951, p. 20 sg.; e più ampiamente, ma senza le riproduzioni dei manoscritti, nel Saggio
sul Leopardi, ed. cit., p. 149 ** sgg.
17
iS. Antonielli, Leopardi e i «libri proibiti», in «Epoca» 25 aprile 1953, Supplemento «Epoca
lettere», p. 30.
18
iSono debitore di questa notizia all’amico Rino Avesani.
192 V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani

Da quanto abbiamo esposto appare chiara, crediamo, la necessità di


riesaminare nel suo insieme il problema degli inediti pubblicati dal
Cozza-Luzi. Non è più possibile continuare a considerare pacifica-
mente come autentici gli abbozzi di idilli e le suppliche al Papa, men-
tre si considerano altrettanto pacificamente come falsi i Pensieri va-
ticani. Con ciò non intendiamo affatto dire, naturalmente, che la
questione dell’autenticità debba avere per forza una soluzione unica
per tutti gli inediti del Cozza-Luzi: anche un falsario (o, a maggior
ragione, uno studioso onesto ma incauto) può pubblicare, insieme a

a)

b)
Tavola 1
a) Pseudo-Leopardi, Pensieri varii, fine del secondo foglio (Cod. Vat. lat. 12895).
b) Pseudo-Leopardi, supplica al Papa per leggere i libri proibiti (già nella collezione di
autografi di Gaspare Casella).
V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani 193

testi falsi, testi autentici. Vogliamo soltanto dire che nessuno di que-
gli inediti può essere accettato a occhi chiusi, senza una verifica del
contenuto, dello stile e – là dove possediamo i presunti autografi o le
loro riproduzioni – della scrittura. Tale verifica faremo nelle pagine
che seguono, tenendo presenti le discussioni del 1898-1900 e aggiun-
gendo nuove considerazioni.

3. I Pensieri vaticani

La non autenticità dei Pensieri vaticani fu subito sospettata da Do-


menico Gnoli e più ampiamente dimostrata da Domenico Orano e dai
periti calligrafi citati da Ilario Tacchi.19 Alle loro osservazioni c’è poco
da aggiungere; piuttosto bisogna sceverare gli argomenti veramente
importanti da quelli di scarso rilievo, i quali finirono per offuscare – in-
vece di rafforzarla – l’evidenza della dimostrazione. L’esame della
scrittura (vedi tavola I, a) rivela almeno tre sicuri elementi di falsità:
1) mentre l’r minuscola nella scrittura del Leopardi è sempre di tipo
«antico» (cioè di forma analoga a quella dei nostri caratteri di stam-
pa, con la biforcazione dei due tratti molto bassa, tanto che un ine-
sperto può quasi confonderla con un v), il falsario si è lasciato sfug-
gire alcune r di tipo «moderno» (cioè della forma, derivata dalla
scrittura gotica, che ha prevalso nell’odierna corsiva in Italia).20
2) Per dividere una parola in fin di riga il Leopardi usa sempre due
trattini orizzontali paralleli; il falsario ne usa spesso uno solo.

19
iD. Gnoli, art. cit.. alla nota 4; D. Orano nel «Don Chisciotte di Roma» dell’11, 12, 18,
20 e 25 luglio 1899; perizia grafica cit. alla nota 8 **. Delle tre prove di non autografia che arre-
chiamo, soltanto la terza non era stata finora notata, per quanto mi risulta. Fra le molte altre
prove che allora furono addotte, alcune si rivelano inconsistenti ad un più ampio esame delle
scritture genuine del Leopardi. Io ho preso, in generale, come termini di confronto i molti auto-
grafi riprodotti nelle edizioni dei Canti e delle Operette a cura del Moroncini; ho anche tenuto
presenti molti dei manoscritti filologici fiorentini e l’autografo dello Zibaldone, per il quale sono
ricorso spesso all’esperienza dell’amico Giuseppe Pacella. Varie particolarità della scrittura leo-
pardiana mutano a seconda dell’epoca o anche nel corso di uno stesso autografo; io ho preferi-
to attenermi a pochi elementi sicuri.
20
iVedi nei Pens. di filos. varia, 1, riga 3, la prima r di tradirsi; 7, accanto al numero d’ordine,
la prima r di rifarsi; nei Pens. varii, 16, r. 2, la prima r di propria; id., r. 5, l’iniziale di ricca. Cfr. la
Perizia grafica cit., p. 25 sg.
194 V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani

3) Le cifre arabiche che contrassegnano i singoli pensieri sono, nella


maggioranza, non seguite dal punto, mentre il Leopardi pone il
punto dopo la cifra ogni qual volta questa indichi un numero d’or-
dine. È questo uno degli usi grafici più costanti del Leopardi (e non
di lui solo, ma in generale dei manoscritti e delle stampe di quell’e-
poca): le carte filologiche fiorentine, ricchissime come sono di rinvii
a pagine, capitoli ecc., ne forniscono un’ottima prova.
L’aspetto generale della scrittura, inoltre, è considerevolmente di-
verso da quello dei veri autografi leopardiani, pur mostrando uno sfor-
zo di imitazione. E ancora un’osservazione di Domenico Orano meri-
ta di essere ricordata: ciascuno dei tre foglietti vaticani è scritto solo
sul recto, mentre il Leopardi, come ben sa chi ha pratica dei suoi auto-
grafi, soleva scrivere ** anche sul verso e faceva, negli abbozzi e nel-
le minute, un feroce risparmio di carta, probabilmente per un’abitu-
dine che si era sviluppata al di là ** delle necessità economiche.
Se dalla scrittura passiamo al contenuto, notiamo i seguenti «falsi
rimandi»:

Pensieri varii, 9: «vedi le polizzine al nome esperienza».


id., 11: «vedi polizzine alla voce amico».
Pensieri di filosofia varia, 5: «vedi la società indice 1°».
id., 9: «vedi polizzine alla parola pianto».

Si sa che il Leopardi stesso compilò a più riprese indici dello Zibal-


done e, per certi argomenti più importanti, segnò i richiami su sche-
dine a parte, da lui chiamate «polizzine». Nell’Indice del mio Zibal-
done compilato nel 1827 a Firenze (ed. Flora, II, p. 1377 sgg.; TO, II,
pp. 1241 sgg. **) si trovano numerosi rimandi alle «polizzine»: per
esempio alla voce «perfettibilità»: «Vedi polizzine a parte, intitolate
Perfettibilità o Perfezione umana»; alla voce «Romanticismo»: «Vedi
polizzine a parte, intitolate Romanticismo». Senonché, come osservò
già lo Gnoli, tra le «polizzine» non si trovano affatto le voci «espe-
rienza», «amico», «pianto», e l’«indice primo» (che dovrebb’essere il
primo dei due indici parziali, II, pp. 1413 sgg. Flora; TO, II, pp. 1263
sgg. **) non contiene la voce «società».21
21
iNon la contiene nemmeno il secondo indice parziale (pp. 1421-1423 Flora), mentre il più
ampio Indice del mio Zibaldone ha solo una voce «Società degli animali» che non c’entra affat-
to col quinto dei Pensieri di filosofia varia.
V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani 195

Per uscire in qualche modo da questa difficoltà, il Cugnoni (Que-


stione leopardiana, p. 10) non trovò di meglio che supporre l’esisten-
za di un altro zibaldone leopardiano, anteriore a quello che ci è giun-
to, munito anch’esso di indici e di «polizzine», e andato poi smarrito
o distrutto: a questo, non al nostro Zibaldone si riferirebbero i quat-
tro richiami dei Pensieri vaticani! L’assurdità di una simile ipotesi è
evidente: fra l’altro, si dovrebbe ammettere che già prima del ’17 il
Leopardi avesse messo su carta pensieri improntati a una cupa misan-
tropia, quale si trova solo in alcuni scritti posteriori al ’19; e si
dovrebbe credere che questo «proto-zibaldone» **, scomparso sen-
za lasciar traccia, fosse anch’esso tanto lungo da richiedere indici e
«polizzine». Del resto, un richiamo come «vedi polizzine alla parola
pianto», apposto al peregrino pensiero «L’uomo è nato per piangere»,
si rivela subito inconsistente, perché rimanda a una parola di valore
emotivo, non a un «argomento» quale può figurare in un indice per
materie.
Scartata l’ipotesi disperata del Cugnoni, non ne resta che un’altra:
che i Pensieri vaticani siano opera di un falsario il quale riuscì a dare
un’occhiata, prima della pubblicazione, o all’autografo dello Zibaldone
o all’apografo che servì per l’edizione Le Monnier o alle bozze dell’e-
dizione stessa. Il falsario trasse dallo Zibaldone il pensiero già citato su
Caino, che doveva appunto dare un’apparente garanzia di autenticità
alla sua contraffazione. Vide anche l’indice dello Zibaldone cosparso
qua e là di rimandi alle «polizzine», e pensò di accrescere l’attendibi-
lità dei suoi Pensieri mettendovi alcuni rimandi dello stesso genere;
ma non avendo avuto l’agio di controllare quali voci figuravano effet-
tivamente nell’indice e nelle «polizzine», foggiò dei rimandi insussi-
stenti e ** rivelò così la propria frode.
Bisogna ricordare che, quando uscirono nella «Palestra del Clero»
i Pensieri vaticani, il primo volume dello Zibaldone (che nell’edizione
Le Monnier contiene anche, all’inizio, gli indici del Leopardi e le
«polizzine») era già da tempo in bozze e stava per essere pubblicato.
Ma anche ammettendo che da studiosi e tipografi addetti alla pubbli-
cazione il Cozza-Luzi o i suoi amici non siano riusciti a cavar niente,
resta il fatto che in quel periodo l’autografo dello Zibaldone, in attesa
di essere definitivamente collocato alla Nazionale di Napoli, era depo-
sitato a Roma, nella Biblioteca Casanatense. Non è arrischiato imma-
196 V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani

ginare che il Cozza-Luzi, data l’alta carica che ricopriva nell’ambien-


te bibliotecario romano, abbia avuto alla Casanatense qualche anima
buona che gli comunicò alcuni passi dello Zibaldone. E se, infine, si
volesse scartare anche questa ipotesi, bisogna considerare che il lavoro
di copiatura per l’edizione fu eseguito da scrivani estranei alla Biblio-
teca, e che parecchia gente ebbe in quel periodo occasione di vedere,
sia pur fuggevolmente, l’autografo.22 Tra costoro può esservi stato il
falsario o il suo informatore.
Uno degli scopi, se non l’unico, per cui furono fabbricati i Pensie-
ri vaticani fu certamente il desiderio di dimostrare l’autenticità degli
inediti pubblicati un quindicennio prima dal Cugnoni. Per questo il
falsario ebbe cura di far coincidere quattro dei nuovi pensieri con
altrettanti dei vecchi (vedi sopra, ** p. 187). Smascherata la contraf-
fazione dei Pensieri vaticani, viene a cadere ogni plausibile motivo per
credere autentici i testi pubblicati dal Cugnoni e rivendicati a sé dal
povero Ilario Tacchi. E in realtà la tesi del Cugnoni, secondo cui il
Tacchi sarebbe stato un plagiario che si spacciava per falsario, è del
tutto inverosimile. Se il Tacchi avesse davvero trovato degli autogra-
fi leopardiani, li avrebbe pubblicati lui, preferendo la fama di scopri-
tore (assai giovevole a chi, come lui, voleva far carriera nelle bibliote-
che) a quella di abile imitatore. L’unico punto che può rimanere in
dubbio, e che del resto importa assai poco, è se il Tacchi abbia ese-
guito da sé la contraffazione del 1884 o si sia fatto aiutare da persone
più dotte **: in effetti, al processo del 1900 il Tacchi rimase incerto
sul significato di alcune parole trecentesche che ricorrevano negli
«inediti», e di ciò menarono grande scalpore il Cugnoni e i suoi soste-
nitori.23 Ma anche se quegli scritti sono troppo dotti per un Tacchi,

22
iVedi la testimonianza di Giuseppe Chiarini al processo Tacchi-Cugnoni, riferita dal
«Popolo romano» del 20 giugno 1900: la copia destinata alla tipografia fu fatta da «amanuensi,
i quali non erano persone di fiducia, ma gente pagata a giornata». Sulla possibilità che fu offer-
ta a molti di vedere l’autografo prima della pubblicazione, cfr. D. Orano nel «Don Chisciotte
di Roma» del 19 agosto 1899. Che il primo volume dello Zibaldone fosse già in bozze nella pri-
mavera del ’98, risulta per esempio dalla lettera del Carducci a Filippo Mariotti dell’aprile (in
Lettere, ed. nazionale, XX, p. 126). Anche il titolo Pensieri di filosofia varia ha tutta l’apparen-
za di una goffa modifica del titolo dello Zibaldone prescelto dai primi editori **: Pensieri di varia
filosofia e di bella letteratura.
23
iCfr. Cugnoni, Alla ricerca di G. Leopardi cit., p. 91 sg. **; e l’articolo di «Sigma» cit.
alla nota 7.
V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani 197

sono certamente, come si accorse il Chiarini, troppo vuoti e banali per


un Leopardi! E altrettanto vuoti, nonostante la diversità del contraf-
fattore, sono i Pensieri vaticani pubblicati dal Cozza-Luzi. Che il Leo-
pardi si sia abbandonato a una retorica di quart’ordine come questa:
«Quando mi trovo nel santuario dello studio (!) mi sento rapito fuor
de’ sensi e l’animo s’accende a sdegno o ad amore», è assurdo per
chiunque abbia un po’ in pratica lo stile e l’ethos 1eopardiano.

4. I primi due abbozzi di Idilli

Secondo il Cozza-Luzi, il Leopardi avrebbe scritto su uno stesso


foglio, uno di seguito all’altro, il primo abbozzo in prosa dell’Infinito
e l’abbozzo di idillio Alla Natura.
Su quale foglio? Le indicazioni del Cozza-Luzi sono contradditto-
rie: secondo due passi degli Appunti leopardiani (I, p. 3, n. 5; III, p. 33)
il foglio sarebbe quello su cui il Leopardi aveva scritto la minuta del-
la supplica al Papa per ottenere un impiego nella Vaticana; secondo un
terzo passo (II, p. 29) si tratterebbe invece dell’altra supplica, quella
per leggere i libri proibiti. Siccome l’«autografo» di questa seconda
supplica, ritrovato da Gaspare Casella e ora di nuovo irreperibile (vedi
sopra, paragrafo 2), non conteneva, a quel che pare, alcun abbozzo di
idillio, dovremmo ritenere che gli abbozzi si trovassero sulla minuta
della prima supplica, e che la indicazione di AL, II, p. 29 sia dovuta
a un lapsus del Cozza-Luzi.
Ma Domenico Orano testimoniò che nel novembre del 1897 don
Oliviero Jozzi (l’erudito-falsario che abbiamo già avuto occasione di
nominare) gli aveva mostrato i veri o presunti autografi di tutt’e
due le suppliche, e che su nessuno dei due fogli c’erano gli abbozzi di
idilli.24 E tuttora la Biblioteca Comunale di Recanati possiede, come

24
iCfr. «Don Chisciotte di Roma» 27 novembre 1899 **: «Non ricordo affatto – eppure ho
buona memoria – che nel retto e nel verso delle due lettere leopardiane, presentatemi dallo Joz-
zi, vi fossero contenuti altri scritti e tanto meno minute autografe dello stesso Leopardi. Se è
così (...), le minute sono false e furono vergate nei due documenti posteriormente alla presen-
tazione a me fattane. È mai possibile che se le due minute inedite fossero esistite nei due docu-
menti, lo Jozzi, che cercava di venderli, non me l’avrebbe fatto notare, per accrescere valore
alla sua offerta? Ed è mai possibile che io, che pur tenni per più giorni in casa mia la prima del-
le due lettere, non me ne sarei accorto?».
198 V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani

meglio diremo nel paragrafo seguente, copie manoscritte delle due


suppliche, e nemmeno in esse compaiono gli abbozzi, come non vi
compaiono certi «appunti di cose di famiglia» che, secondo il Cozza-
Luzi (AL, ** I, p. 3, n. 5), vi sarebbero pure stati su uno dei due fogli.
Le testimonianze esterne sono, dunque, già di per sé sfavorevolis-
sime all’autenticità: pare accertato che ancora nel ’97 esistessero le
due suppliche s e n z a g l i a b b o z z i d i i d i l l i : il che equi-
varrebbe a dire che gli abbozzi furono aggiunti ** da un falsario in
un secondo tempo, o addirittura che il falsario li propalò senza nep-
pure darsi la pena di contraffare la scrittura del Leopardi.
Passiamo, comunque, a esaminare i due abbozzi pubblicati negli
Appunti leopardiani. Il primo, in prosa, è brevissimo:
Idillio I. (1819) sopra l’Infinito
O quanto a me gioconda quanto cara fummi quest’erma plaga e questo roveto che
all’occhio copre l’ultimo orizzonte.

Il Cozza-Luzi avverte che «plaga» è una correzione di «spiaggia»,


che a sua volta è una correzione di «sponda»; prima di «copre», sem-
bra che il Leopardi abbia scritto e poi cancellato «apre»; tutto l’ab-
bozzo sarebbe stato poi cancellato.
Ciò che meraviglia in questo primo abbozzo è l’assoluta incertezza
non solo di espressione (che sarebbe naturale), ma di concezione. «Non
si esagera – osserva giustamente il De Robertis, Saggio cit., p. 152 ** –
dicendo che (...) il Leopardi non sentiva neppure alla lontana ciò che
dovesse riuscir poi L’Infinito». Addirittura egli sarebbe stato incerto
tra due parole di significato opposto come «apre» e «copre» (e sì che
il «coprire», cioè l’escludere la vista dell’orizzonte, è l’idea generatri-
ce di tutto l’idillio!); e avrebbe dapprima pensato d’ambientare la sua
contemplazione dell’infinito non su un colle, ma sulla sponda (spiag-
gia) di un fiume o del mare.25

25
iDifatti, se «plaga», o magari «piaggia», può ben alludere all’«ermo colle», «sponda» e
«spiaggia» devono riferirsi a tutt’altra collocazione (così intende anche il Flora in «Letterature
moderne» I – 1950 –, p. 103). Forse chi scrisse l’abbozzo ricordò La vita solitaria, vv. 23 sg.,
33. Quanto all’oscillazione fra «apre» e «copre», i numerosi tentativi di giustificarla che sono
stati compiuti (vedi per esempio Aurelia Accame Bobbio nel volume collettivo Leopardi e il Set-
tecento, Firenze 1964, pp. 197; 219, n. 78) mi sembrano troppo sottili.
V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani 199

Queste difficoltà, tuttavia, non sarebbero ancora insormontabili. Le


difficoltà davvero grosse vengono nel secondo abbozzo di idillio, che
avrebbe tenuto dietro immediatamente al primo sullo stesso foglio.
Qui bisogna prima di tutto mettere in chiaro un problema di testo.
Il Cozza-Luzi (AL, III, pp. 33-36) pubblicò l’abbozzo con una specie
di «apparato critico», nel quale non solo registrò le numerose varian-
ti e correzioni che vi sarebbero state nell’autografo, ma indicò anche
i punti in cui il testo leopardiano era stato corretto da lui, Cozza-Luzi,
per ragioni metriche. Il Donati, lo Scarpa, il Flora e Muscetta e Savo-
ca **, che ritenevano autentico l’abbozzo, avrebbero evidentemente
dovuto pubblicarlo nella forma genuina, liberandolo dalle rabbercia-
ture del Cozza-Luzi. Invece lo hanno pubblicato tutti ** nella forma
«emendata», e in questa forma esso viene tuttora studiato e citato dai
leopardisti | tranne, adesso, Binni e Ghidetti in TO cit. | . Comincia-
mo dunque col riprodurre la redazione «genuina», cioè quella che,
secondo l’Apparato critico del Cozza-Luzi, corrisponderebbe all’ulti-
mo intendimento del Leopardi. Indichiamo via via in nota alcune
incertezze, dovute al fatto che non sempre il Cozza-Luzzi distingue
chiaramente tra le correzioni del Leopardi e le proprie.26
05 Sempre adorata mia solinga sponda,
05 Deh perché agli occhi miei furi la vista
05 Dell’incantevole e magico effetto
50 Che natura concede alle creature.
05 Alle creature sì, ma non a tutte ...
05 Ahi a me madrigna, spietata madre!
05 Dimmi il perché di tal misura e peso.
50 Qual sfregio ti feci mai, dimmi il perché?
05 Da l’alveo materno me traesti
10 Forse a scherno e ludibrio de’ mortali?
30 Mortal pur io, non a lor secondo27
30 Né merto tal pena. Benedicesti
30 Pure la terra di cui me plasmasti ...
30 Forse de la tua diva luce un raggio

26
iLa distinzione è chiara quando egli usa per il Leopardi la terza persona («Scrisse», «can-
cellò» ecc.) e per sé la prima plurale; non è sempre chiara quando usa espressioni impersonali o
passive («Fu tralasciato ...», «Le parole furono posposte ...»).
27
iIn margine a questo verso il Leopardi avrebbe scritto un «son», che il Cozza-Luzi correg-
ge in «sono» e colloca prima di «a lor».
200 V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani

15 Non balenò ne la mia fronte per cui


30 Mi festi a te simile? E lo spirto28
30 Sentii in me: in me sentii esultar le ossa?
30 Opra delle tue mani son dunque io
30 Nè disdegnar me puoi, qual belva i nati.
20 È vero. Larga mi fosti di doni,29
30 Di quanti doni ingegno adunar puote.
30 Sitibondo corsi qual cervo all’onda30
30 Premei le tue vestigia, né m’arrestai ...
30 Perché poi maggiori beni negarmi
25 E dei mortali farmi, ahi spietata
30 Il più meschino, e dei mali spezzarmi
30 Sul capo di Pandora il fatal vaso!
30 Tu ridesti forse de la mia sorte
30 Ridi pur, che n’hai ben d’onde: oh prodezza!
30 Ridi dell’opra tua! Perdona o Matre,
30 È il dolore che parla, non parlo io ...
30 Son opra tua pur io: né mi fa creder
30 Che me lascerai in mezzo a31 tante pene.

Il componimento incomincerebbe in modo simile all’Infinito, ma


ben presto prenderebbe un’altra direzione, quella che porterà all’Ul-
timo canto di Saffo. Di per sé questo è plausibile: anche le due canzo-
ni All’Italia e Sopra il monumento di Dante hanno per matrice, come è
noto, un unico abbozzo. Il pensiero dell’infelicità fisica del poeta, del
suo sentirsi escluso dalla comunione con gli altri viventi e con la stes-
sa natura inanimata, si sarebbe sovrapposto all’iniziale mossa «idilli-
ca» e avrebbe mutato la contemplazione dell’infinito in lamento e
invettiva contro la Natura matrigna.
Osserviamo un poco, però, c o m e avviene il trapasso. Anzitutto,
l’impossibilità di vedere l’orizzonte, che nell’Infinito sarà motivo di
gioia per il poeta in quanto suscitatrice o agevolatrice della medita-
zione sugli «interminati spazi» (e in questo senso sembrava già orien-
28
iII Cozza-Luzi scrive nel testo «lo tuo spirto» e annota: «Sul fine mancando una sillaba fu
posto tuo»: fu posto, parrebbe, dal Cozza-Luzi, non dal Leopardi.
29
iIl Cozza-Luzi scrive «di (tuoi) doni», intendendo, pare, che «tuoi» sia stato scritto e poi
cancellato dal Leopardi stesso (cfr. AL II, p. 31 e n.).
30
iNota del Cozza-Luzi: «Avea cominciato una linea Risposi io qual che fu cancellata. E poi
Sitibondo ti seguii, ove fu cancellato ti seguii soprapposto. Posponemmo corsi a causa del verso».
Parrebbe dunque che «corsi» (correzione di «ti seguii») si trovasse nell’autografo dopo «Siti-
bondo». Ma non è ben chiaro ciò che il Cozza-Luzi ha voluto dire.
31
i«Prima di tante scrisse in mezzo che cangiasi in tra» (Cozza-Luzi).
V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani 201

tato il primo abbozzo in prosa), qui costituirebbe invece un motivo di


rammarico. La Natura avrebbe concesso, da quel luogo, il godimento
di un bel panorama, di un «incantevole e magico effetto» (si badi a
questa espressione, così banale e così poco degna ** del rigore stili-
stico di Giacomo Leopardi!): la siepe, o la «sponda», precluderebbe
quel godimento. Se lì per lì questo sembra, per qualche eco verbale, il
preannuncio dell’Infinito, in realtà è il suo contrario esatto. E se nel-
l’Infinito è perfettamente naturale che il colle e la siepe siano detti «ca-
ri», qui non si capisce perché la sponda, che rappresenta uno sgradito
ostacolo alla vista, sia addirittura «adorata». Il tono patetico-dolcia-
stro riesce male a nascondere la sconnessione delle idee.
A questo punto, ecco il verso di trapasso: «Alle creature sì, ma non
a tutte ...». Dal lamento contro la sponda che impedisce di vedere il
panorama, si passa al lamento contro la Natura che, anche se la spon-
da non ci fosse, escluderebbe ugualmente dal godimento del panorama
le creature brutte e deformi come il poeta. Questo motivo, della per-
sona deforme che si sente estraniata e respinta dalla natura stessa, lo
conosciamo bene dall’Ultimo canto di Saffo («A’ tuoi superbi regni /
Vile, o natura, e grave ospite addetta, / E dispregiata amante ...» ); ma
qui esso s’innesta sul motivo precedente in modo del tutto sforzato **,
svuotando di significato l’invocazione patetica iniziale.
Che anche i versi seguenti, fino in fondo al componimento, siano
di una bruttezza difficilmente concepibile nel Leopardi, non è certa-
mente sfuggito ai critici. «Endecasillabi abbandonati alla frenesia del-
la loro scomposta ingenuità e audacia», li chiama Carlo Muscetta;32
ma espressioni come «Dimmi il perché di tal misura e peso» (che sem-
bra un goffo travestimento poetico della banale locuzione «fare due
pesi e due misure»), o come «dei mali spezzarmi / Sul capo di Pando-
ra il fatal vaso» (!) meriterebbero senza dubbio un giudizio ancor più
negativo. E questo, si noti, non sarebbe un Leopardi principiante

32
iL’ultimo canto di Saffo **, ora in Leopardi, Bonacci, Roma 1976, p. 68 sg. Pur non ponen-
do la questione dell’autenticità | alla quale, come abbiamo detto, ha continuato a credere anche
dopo questo nostro studio |, il Muscetta mostra di rendersi conto della strana mancanza di
coscienza stilistica di questi versi. Dell’analisi della Accame Bobbio (in Leopardi e il Settecento
cit., p. 191 sg. e note) si salva, mi pare, soltanto l’individuazione delle reminiscenze bibliche pre-
senti nell’abbozzo. Ma tali reminiscenze, come non meraviglierebbero nel Leopardi, così sono
intonate alla mentalità e agli scopi «edificanti» del falsario: si confrontino le citazioni bibliche
nelle suppliche al Papa, certamente apocrife (qui sotto, paragr. 5 **).
202 V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani

(sebbene anche nei cosiddetti «Puerili» pubblicati dal Donati, dal Flo-
ra, dallo Scheel ** e più compiutamente dalla Corti non si trovi asso-
lutamente nulla di così maldestro): sarebbe il Leopardi del 1819, che
ha già scritto le versioni poetiche dal greco e dal latino e le prime due
Canzoni, e scriverà tra pochissimo l’Infinito e gli altri idilli. Prendia-
mo pure quella che è forse la prova meno felice di questo periodo, la
Telesilla: non vi troveremo niente di lontanamente paragonabile al cat-
tivo gusto e all’impaccio di codesti versi.
Ma più delle impressioni di gusto conta, per la questione dell’au-
tenticità, l’analisi tecnica. Se si può – fino ad un certo punto! – am-
mettere che il Leopardi anche nel ’19 abbia avuto una défaillance poe-
tica, non si può certo supporre che si sia improvvisamente scordato
come è fatto un endecasillabo. Ora si osservino i versi 6, 8, 12, 15, 16,
17, 18, 22, 23, 24, 25, 28, 29, 31, 33. In quasi tutti si possono conta-
re undici sillabe, ma endecasillabi non sono quanto agli accenti. Per
esempio ** «Qual sfregio ti feci mai, dimmi il perché» sarebbe un
endecasillabo solo se si leggesse «fecì» e «pèrche», e così al verso 15
bisognerebbe leggere «pèr cui», ** al verso 22 «corsì», al verso 23
«arrèstai», e via discorrendo. In altri la misura di undici sillabe si può
raggiungere solo a prezzo di elisioni e dieresi tali da far rabbrividire;
per esempio al verso 6 bisognerebbe fare di «Ahi a» un’unica sillaba e
poi allargare «spietata» con una dieresi; al verso 17 occorrerebbe leg-
gere «Sentii ° in me ° in mé sentii esultar le / ossa», con due durissime
sinalèfi consecutive e un iato. Al verso 32 **, dove pure sarebbe stato
possibile foggiare un brutto ma non errato endecasillabo sdrucciolo ter-
minante con «credere», il pregiudizio che non dovesse essere in alcun
caso superata la misura di undici sillabe ha persuaso il versificatore a
porre un «creder» troncato, impossibile in fine di verso. Soffermarsi
ancora a dimostrare che un simile scempio metrico e prosodico non può
essere opera del Leopardi, sarebbe un offendere il lettore.
Siccome molti abbozzi leopardiani sono misti di versi e prosa,33 si
potrebbe supporre che i versi che non tornano fossero, nell’intenzio-
ne del Leopardi, prosa, e che il Cozza-Luzi li abbia trascritti andando
arbitrariamente a capo. Ma che al Leopardi sia venuta scritta per caso
una prosa tutta divisibile in «pseudo-endecasillabi» (cioè in serie di

33
iVedi per esempio PP, I, pp. 377 sg. (Le fanciulle nella tempesta), 379, 382 sg., 385 sgg.,
427 (** = TO, I, pp. 336, 335 sg., 331, 332 sg., 337).
V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani 203

parole che, bene o più spesso male, sono raggruppabili in sequenze


di undici sillabe) non è assolutamente credibile. Del resto, quella pre-
sunta prosa è già troppo ricca di inversioni e di agghindamenti poetici:
ben diversa dalla prosa nervosa e rapida, tutta inframezzata di «ecce-
tera», degli altri abbozzi leopardiani! Dovremmo allora supporre che
il Cozza-Luzi abbia ritoccato lui la prosa leopardiana, in modo da
ridurla in versi o pseudoversi? Ma il Cozza-Luzi riportò come prosa
altri due abbozzi dell’Infinito (quello da noi già esaminato e un altro
che esamineremo più avanti): non era, dunque, allergico agli abbozzi
in prosa. Inoltre, come abbiamo detto, nelle note all’Idillio alla Natu-
ra indicò parecchie correzioni da lui apportate al testo leopardiano per
ragioni metriche: non c’è motivo di ritenere che abbia taciuto altre
correzioni.
Ma è proprio l’esame delle correzioni – quelle che il Cozza-Luzi
presenta come leopardiane e quelle che attribuisce a se stesso – a dar-
ci la definitiva conferma della falsificazione. Le prime ci mostrereb-
bero un Leopardi che a poco a poco trasforma la prosa in versi aggiun-
gendo qui una parola, togliendone là un’altra, ** contando le sillabe
come il più duro d’orecchio degli scolari ** ... e trascurando gli accen-
ti. Per esempio, al verso 1 ** («Sempre adorata mia solinga sponda»)
il «mia» sarebbe, secondo il Cozza-Luzi, un’aggiunta sopra il rigo, con
la quale il Leopardi avrebbe fatto tornare un verso che in un primo
tempo aveva una sillaba di meno. Al verso 24 il poeta avrebbe dappri-
ma scritto «Perché negarmi maggiori beni»; avrebbe quindi aggiunto
un «poi» dopo «perché»; avrebbe infine spostato «negarmi» in fon-
do al verso, e nemmeno così, dopo tanti sforzi, sarebbe riuscito a scri-
vere un endecasillabo con gli accenti giusti. Al verso 28 («Tu ridesti
forse de la mia sorte») leggiamo nella nota: «Cominciò con Ridesti, o
forse Deridesti ma fatta piccola la lettera r, scrisse prima il Tu innan-
zi, e poi soprappose forse»: anche qui il Leopardi avrebbe raggiunto
soltanto con due zeppe la sospirata misura di undici sillabe, con risul-
tati, peraltro, anche stavolta negativi quanto agli accenti. Al verso 31
[(questo è, forse, il caso più clamoroso)] il Cozza-Luzi c’informa che
il Leopardi aveva incominciato: «Al dolor ...»; poi, cancellate queste
parole, aveva avuto la bella idea di utilizzare pari pari (togliendo solo
un «che») un famoso verso dantesco: «Disperato dolor il cor mi pre-
me ...»; poi era passato a «È il dolor che parla, non parlo io»; e infi-
204 V. Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani

ne, accortosi che il verso era ancora troppo breve, aveva corretto
«dolor» in «dolore».
Che molti versi di questo abbozzo, anche nella forma raggiunta a
prezzo di tanti stenti, non tornassero, il Cozza-Luzi certo non lo igno-
rava. Per quanto le Muse non dovessero aver sorriso attorno alla sua
culla, tuttavia non è credibile che egli non sapesse riconoscere o anche
comporre un endecasillabo: aveva pur fatto