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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI GENOVA

FACOLTÀ DI INGEGNERIA

Tesi di Laurea in

INGEGNERIA MECCANICA

Instabilità termoacustiche in
un condotto
Relatore Candidato
Chiar.mo Prof. Alessandro Bottaro Matteo Bargiacchi

Correlatore
Dott. Ezio Cosatto

Anno Accademico 2007/2008


Indice

Introduzione 4

1 L’Humming 5
1.1 Il criterio di Rayleigh . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8
1.1.1 Recenti sviluppi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11

I Fiamma concentrata e sezione costante 14

2 Calcolo 15
2.1 Caso stazionario in assenza di rilascio termico . . . . . . . . . 15
2.2 Presenza di moto base in assenza di rilascio termico . . . . . 18
2.3 Presenza di moto base e di rilascio termico . . . . . . . . . . 18
2.4 L’effetto dell’attrito . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23

3 Risultati 24
3.1 Fiamma concentrata . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24
3.2 Autofunzioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33
3.2.1 Portata . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 34
3.2.2 Quantità di moto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 38
3.2.3 Energia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 42
3.2.4 Pressione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 46
3.2.5 Velocità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 50
3.2.6 Densità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 54
3.2.7 Temperatura . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 58

II Fiamma concentrata e sezione variabile 63

4 Calcolo 64

2
4.1 Il modello . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 65
4.2 Risoluzione del moto base . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 67

5 Risultati 72
5.1 Sezione variabile . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 72
5.2 Autofunzioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 79
5.2.1 Pressione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 80
5.2.2 Portata . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 85

III Cenni sulla fiamma distribuita e conclusioni 90

6 Fiamma distribuita 91
6.1 Calcolo del moto base . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 93

7 Conclusioni e sviluppi futuri 95

A Onde stazionarie 97

B Turbogas 101

C Equazioni a disposizione 106

D Codice 107
D.1 Fiamma concentrata e sezione costante . . . . . . . . . . . . . 107
D.2 Fiamma concentrata e sezione variabile . . . . . . . . . . . . 112

Bibliografia 117

3
Introduzione

Le instabilità termoacustiche sono diventate uno dei maggiori argomenti


di studio nella progettazione di turbine a gas. I nuovi regolamenti sulle emis-
sioni di ossidi di azoto hanno portato allo sviluppo di nuovi metodi di com-
bustione come i sistemi Low-N OX Lean Premix che sono andati a sostituire
le tradizionali fiamme a diffusione. Purtroppo i sistemi LPP (Lean Premix
Prevaporized) tendono maggiormente a generare situazioni di instabilità con
forti vibrazioni che possono sia danneggiare l’impianto che limitarne le con-
dizioni operative. In questo tipo di impianti, aria e gas vengono miscelati
prima dell’ingresso in camera di combustione dove la miscela cosı̀ ottenuta
viene innescata mediante una fiamma pilota. La premiscelazione permette
di operare la combustione a temperature inferiori a quelle che consentono la
formazione di N OX termici. Se la relazione tra le fasi delle perturbazioni
generate, sia acustiche che di rilascio termico, soddisfa determinati crite-
ri, le oscillazioni possono auto-eccitarsi crescendo in ampiezza e causando
instabilità.

Svariate sono le grandezze in gioco che possono influenzare in maniera


più o meno determinante il fenomeno: geometria, processo di combustione,
parametri termochimici del combustibile, velocità del flusso nel combustore.

La tesi si propone nel Capitolo 2 di analizzare numericamente l’influenza


di questi parametri sull’instaurarsi di instabilità termoacustiche prestando
particolare attenzione alle velocità e alle temperature in gioco. Questa ana-
lisi verrà in primo luogo effettuata su un modello semplificato sia dal punto
di vista della geometria che del rilascio termico per il quale saranno discus-
si due particolari modelli di combustione mettendo in evidenza quanto essi
possano essere determinanti nello studio di tale fenomeno. Discussi questi
risultati si passerà nel capitolo successivo ad un’affinazione dello studio con-
siderando una geometria più complicata e un modello di fiamma più vicino
alla realtà.

4
Capitolo 1

L’Humming

L’Humming è un’instabilità termoacustica. È un fenomeno caratterizzato


da un’oscillazione di fiamma che provoca un’onda di pressione. Tale onda
si riflette sulle pareti della camera di combustione, chiamata per l’occasione
risonatore, e torna ad influenzare la fiamma in un processo di retroazio-
ne. Questo fenomeno avviene in primo luogo a causa del modificarsi del
rapporto stechiometrico delle portate dei reagenti. Tale disturbo provoca
un’immissione irregolare del calore formando cosı̀ un ciclo chiuso.

Figura 1.1: Processo di feedback dell’humming

A seconda di molti parametri, fra i quali quelli caratteristici del fluido


ma anche altri come la posizione della fiamma e la geometria del risonatore,
queste perturbazioni possono crescere instabilmente oppure essere stabili e

5
attenuarsi spontaneamente. Le più pericolose sono ovviamente quelle insta-
bili che presentano il tasso di crescita più elevato. Esse possono avere due
evoluzioni: la prima, la più comune, è quella di essere limitate e poi arre-
state nella loro crescita da fenomeni di dissipazione non lineari che portano
il disturbo ad un ciclo limite; la seconda, quella più catastrofica, è il caso in
cui nessun fenomeno è abbastanza dissipativo da smorzare sufficientemente
la crescita senza la rottura di un qualche componente.

Se quest ultimo fenomeno è per sua natura chiaramente da evitare, i pri-


mi non sono comunque da sottovalutare. Il persistere più o meno stabile di
queste onde acustiche stazionarie a basse frequenze, ma dotate di ampiezze
non trascurabili, provoca l’instaurarsi di vibrazioni che a lungo andare pos-
sono danneggiare irrimediabilmente qualche componente, sia esso la stessa
camera di combustione oppure un qualsiasi altro elemento ad essa connesso
fino anche agli strumenti di misura e controllo irrimediabilmente influenzati
da questi disturbi. Si può osservare in figura (1.2) un danno provocato da
fenomeni di instabilità termoacustica.

Figura 1.2: Danno ad una tubazione

6
Le condizioni che rendono suscettibile l’instaurarsi di instabilità sono
quindi:

• grandi oscillazioni di rilascio termico causate da piccole oscillazioni del


rapporto stechiometrico dei reagenti

• elevata velocità nel condotto, prevista in genere per evitare fenomeni


di ritorno di fiamma nel premiscelatore

• elevata densità di rilascio termico

• ridotto smorzamento acustico delle pareti della camera di combustione

Le conseguenze risultano invece:

• sovrasollecitazioni della struttura e ulteriore sollecitazione a fatica non


prevista in fase di progettazione che riduce sensibilmente la vita media
dei componenti

• propagazione di vibrazioni anche sugli strumenti di controllo con la


possibilità quindi di innescare un ulteriore ciclo di retroazione

• innesco di fenomeni di ritorno di fiamma a causa di picchi di pressioni


elevate in corrispondenza dell’ingresso in camera di combustione

• aumento degli N OX a causa di picchi di temperatura indesiderati

• obbligo ad operare a regimi più bassi di quelli previsti con conseguen-


te riduzione sia del rendimento globale che della potenza massima
generabile

7
1.1 Il criterio di Rayleigh
Le instabilità termoacustiche sono state osservate per la prima volta da
Higgins, che nel 1777 si accorse che una fiamma intubata cantava. Rijke
studiò il fenomeno nel 1850, in un oscillatore acustico autoeccitato, costituito
da un tubo cilindrico (aperto da entrambi i lati), e una sorgente di energia
termica.

Quando la sorgente è posizionata nella metà inferiore del tubo, insor-


ge un’oscillazione acustica auto eccitata, mentre, spostandola nella metà
superiore il fenomeno si attenua.

Figura 1.3: Tubo di Rijke

La prima spiegazione del fenomeno fu fornita da Rijke stesso, il quale


suggerı̀ che la sorgente calda trasferisse calore al volume d’aria contenuto
nel tubo e nei pressi della fiamma, il quale quindi, diventando meno denso,
cominciasse a risalire il tubo stesso. In realtà il suono prodotto dal tubo
è il risultato di un’onda di pressione (acustica) stazionaria che si instaura
all’interno. Il fluido in ogni punto del tubo subisce alternativamente una
compressione e un’espansione (contrariamente a quanto detto da Rijke, se-
condo il quale la parte di fluido in basso subisce sempre un’espansione, e
quella in alto una compressione) e tutto il fluido nel tubo oscilla in fase.
Quindi, il ruolo della fonte di energia in un tubo di Rijke non è soltanto
quello di eccitare le onde acustiche nel tubo, ma anche di sostenere le onde
già eccitate, che altrimenti si smorzerebbero per l’attrito con le pareti.

8
Rayleigh nel 1878 fu il primo a definire un criterio per la spiegazione delle
instabilità:

”Se il calore viene periodicamente fornito e tolto da una massa d’aria ri-
suonante, in un cilindro, l’effetto prodotto dipenderà dalla fase dell’oscilla-
zione a cui avviene il trasferimento di calore. Se il calore viene dato all’aria
nel momento di maggiore condesazione o preso nel momento di maggiore
rarefazione, la vibrazione è incoraggiata.”

Si divide quindi formalmente ogni grandezza generica G in una parte


costante Ḡ e una parte oscillante nel tempo e nello spazio G0 . Secondo il
criterio di Rayleigh, quindi, si hanno instabilità se la seguente diseguaglianza
è verificata:
Z Z T Z Z T
0 0
p (x, t)q (x, t)dtdV > Φ(x, t)dtdV
V 0 V 0

dove p0 e q 0 sono le oscillazioni di pressione e di rilascio termico, T è il


periodo di oscillazione, V il volume del combustore e Φ è la dissipazione di
energia.

Il lato sinistro e destro della diseguaglianza descrivono, rispettivamente,


l’energia meccanica totale aggiunta alle oscillazioni dall’apporto termico e
l’energia totale dissipata nel periodo dalle oscillazioni, il tutto nell’arco di un
periodo di oscillazione. In prima approssimazione la dissipazione acustica nei
combustori può essere assunta molto piccola; quindi il criterio di Rayleigh
comunemente riportato risulta:
Z Z T
p0 (x, t)q 0 (x, t)dtdV > 0
V 0

Per soddisfare il criterio di Rayleigh deve quindi esistere una specifica


relazione tra p0 e q 0 . Definito l’Indice di Rayleigh R come
Z T
1
R= p0 q 0 dt
T 0

sia θpq l’angolo fra l’oscillazione di pressione e quella di rilascio termico; si


ha che:

• se 0◦ < θpq < 90◦ allora R < 0 e l’oscillazione viene attenuata (è come
se il calore aggiunto aumentasse lo smorzamento al sistema)

9
• se 90◦ < θpq < 180◦ allora R > 0 e l’oscillazione viene amplificata.
Se in questa semplificazione lo smorzamento del sistema non è troppo
elevato si può avere instabilità.

Figura 1.4: Angolo di sfasamento fra le perturbazioni di pressione e rilascio


termico

Quindi, se la fiamma presente in un combustore è collocata in un pun-


to dove le onde acustiche si combinano dando luogo ad un valore positivo
di R, sarà possibile avere un’instabilità termoacustica in caso contrario l’o-
scillazione che si può instaurare è per forza di cose destinata ad attenuarsi
spontaneamente senza che sia necessaria la presenza di termini diffusivi.

In particolare è interessante valutare dove il prodotto q 0 p0 nell’integrale di


Rayleigh sia massimo.

Il valor medio del rilascio termico può essere considerato come responsabile
per il flusso convettivo medio verso l’alto con velocità media nel tubo posto
in verticale, mentre q 0 guida l’onda acustica con velocità v 0 .

10
Figura 1.5: Prima armonica delle perturbazioni di pressione e velocità nel
condotto di lunghezza L = π

Analizzando la pressione e la velocità nel tubo, per tutte le armoniche i


nodi dell’onda di pressione si trovano all’inizio e alla fine del condotto mentre
il massimo si trova al centro (coseno fra 0 e π). Considerando l’equazione
di Eulero monodimensionale1 si giunge a scrivere
∂v ∂p
ρ = ρiωv −
∂t ∂x
che integrando su t risulta
i ∂p
v=
ρω ∂x
una volta che si sia assunto il disturbo nella forma eiωt , con ω pulsazione
dell’onda; da questa relazione si può desumere come velocità e pressione
siano sfasate di 90◦ e quindi dove la pressione ha dei nodi ivi la velocità ha
la massima perturbazione (seno fra 0 e π).

Quindi dalle deduzioni precedenti il prodotto fra seno e coseno è massimo


in π/4 ovvero nella scala proposta dove L = π proprio in x = L/4, cioè al
centro della prima metà del tubo come notato sperimentalmente da Rijke.

1.1.1 Recenti sviluppi


Il termine sorgente p0 q 0 è però soltanto uno dei termini che compaiono
nell’espressione dell’energia acustica. Ricavando quindi l’equazione della
quantità di moto comprensiva di termini viscosi
1
Si veda l’appendice C

11
D~u
ρ = −∇P + ∇ · ~τ
Dt
dove si è indicato con ~τ il tensore degli sforzi viscosi e inserendo l’equazione di
continuità, dei gas perfetti, la definizione di velocità del suono e l’equazione
dell’energia sensibile
Des ~u
ρ = −P ∇ · ~u + q + ∇ · (λ∇T ) + ~τ · ∇~
Dt
si giunge a scrivere l’espressione esatta e non lineare riportata in [7]

D~u2 /2 1 DP 2 /2
ρ + 2 + ∇ · (P ~u) =
Dt ρc Dt
γ−1 ~ u + ~u · (∇ · ~τ ))
(q + ∇ · (λ∇T ) + ~τ · ∇~ (1.1)
γ
Linearizzando, trascurando i termini viscosi e definendo l’energia acusti-
ca come
2
ρ̄u~0 p02
e0 = +
2 2ρ̄c2
si scrive
∂e0 γ−1 0 0
+ ∇ · (p0 ~u0 ) = pq
∂t P̄ γ
che integrata nel volume di controllo e avendo posto la condizione di insta-
0
bilità ∂e
∂t > 0 porta ad un’estensione del criterio di Rayleigh

γ−1 0 0
Z Z Z Z Z
p q dΩ > p0 ~u0 · ~ndΣ
Ω P̄ γ Σ

nella quale compare il termine sorgente proposto da Rayleigh ma è anche


presente un termine assimilabile ad un flusso acustico perso attraverso la
superficie Σ del volume di controllo Ω.

12
Il criterio è tutt’ora in via di sviluppo dal momento che la definizione
di energia acustica utilizzata può risultare inconsistente. Infatti trattando
alcuni casi semplici intuitivi il criterio deve essere rispettato senza particolari
condizioni. Si consideri quindi un caso con moto base e rilascio termico nullo;
se è evidente come le perturbazioni debbano per forza di cose decrescere nel
tempo si può dimostrare come il criterio non porti alla stabilità per ogni
situazione, il che non è chiaramente accettabile [7]. Quindi si è introdotta
una definizione di energia che tenga conto anche delle fluttuazioni entropiche
[8].
2
ρ̄u~0 p02 P̄ s02
e0tot = + +
2 2ρ̄c2 2Rcp

Linearizzando nuovamente la (1.1) si scrive

T 0q0 P̄ 0 0
Z Z Z Z Z
( − s ~u · ∇s̄)dΩ > p0 ~u0 · ~ndΣ
Ω T̄ Rcp Σ

nella quale non è più presente il termine sorgente di Rayleigh p0 q 0 ma un


nuovo termine T 0 q 0 a cui si sottrae un’altro termine entropico s0 ~u0 . È impor-
tante notare come il termine entropico per il suo ordine di grandezza possa
giocare un ruolo importante e quindi non sembra possibile trascurarlo.

Le ultime evoluzioni si sono quindi spinte verso un’ analisi per mezzo di
principi variazionali [10] che forniscono criteri basati sul secondo principio
della termodinamica.

Per esempio se il ciclo limite si verifica in un sistema isolato dove sia


l’energia che il volume sono costanti allora il ciclo limite deve coincidere con
l’equilibrio termodinamico che massimizza l’entropia presente nel sistema.
Al contrario se l’ambiente esterno mantiene sia il volume che il flusso termico
costante, con l’ausilio di determinate condizioni al contorno allora il ciclo
limite corrisponde sia al minimo di entropia prodotto dal trasferimento di
calore che al massimo di entropia scambiato per mezzo della convezione.

13
Parte I

Fiamma concentrata e
sezione costante

14
Capitolo 2

Calcolo

Il propagarsi delle perturbazioni è in tutto e per tutto equivalente a quello


di un’onda acustica descrivibile, nel caso statico privo di immissione di ca-
lore, dall’equazione fondamentale dell’acustica di D’Alambert. Nel caso più
vicino alla realtà si deve tener conto invece della presenza di una fiamma, e
quindi di un rilascio termico, e dei termini convettivi dovuti al moto base.
Inoltre molti sistemi di immissione del calore delle odierne turbine provoca-
no una significativa perdita di carico dovuta all’attrito che certi componenti
esercitano sul fluido. Infine di particolare interesse è la modellazione del
rilascio termico che sarà trattata più ampiamente nel successivo capitolo.

Ipotesi: Si suppone che ogni grandezza sia composta da una parte costante
e da una parte variabile di ordine di grandezza inferiore, cioè ogni grandezza
generica G si può scrivere come Ḡ+G0 dove Ḡ è la parte costante che descrive
le caratteristiche del flusso base non perturbato e G0 la parte variabile, ovvero
la perturbazione.
Si ipotizza che si possano trascurare, nell’equazione di conservazione della
quantità di moto, i termini di volume ρ~g e si possano considerare nulli tutti
i termini diffusivi1 .

2.1 Caso stazionario in assenza di rilascio termico


Nel caso in cui non esista rilascio termico e moto base del fluido ricerca-
re un’equazione che descriva il propagarsi del disturbo si riduce a ricavare
1
Si veda l’appendice C per le equazioni complete.

15
l’equazione fondamentale dell’acustica di D’Alambert 2 . Nell’ipotesi quindi
che v̄ sia nulla riscriviamo le equazioni a nostra disposizione. Ricordando
che la derivata di una costante è nulla e trascurando infinitesimi di ordi-
ne superiore a quello del disturbo si perviene alle tre equazioni dove per
chiarezza si è sottinteso il segno di vettore per le velocità:

Continuità
∂(ρ̄ + ρ0 ) ~
+ ∇ · ((ρ̄ + ρ0 )v 0 ) = 0
∂t
∂ρ0 ~
+ ∇ · (ρ̄v 0 ) + ∇~ · (ρ0 v 0 ) = 0
∂t
∂ρ0 ~ · v0) = 0
+ ρ̄(∇ (2.1)
∂t

Quantità di moto

∂v 0
 
0
(ρ̄ + ρ ) ~ · v 0 = −∇(p̄
+ v0∇ ~ + p0 )
∂t

∂v 0 ~ 0
ρ̄ = −∇p (2.2)
∂t

Energia

 
0
(T̄ + T ) (s̄ + s0 ) + v 0 · ∇(s̄
~ + s0 ) = 0
∂t

∂s0
=0 (2.3)
∂t
La variabile termodinamica ρ essendo funzione di pressione ed entropia
risulta
∂ρ ∂ρ
   
dρ = dp + ds
∂p s ∂s p
Ricordando la definizione di velocità del suono e notando che dall’equazione
dell’ energia ∂s0 /∂t è nullo si ottiene

ρ0 = c−2
s p
0

2
Si veda l’Appendice A per maggiori approfondimenti sulla propagazione delle onde
acustiche.

16
Derivando rispetto al tempo e inserendo l’equazione di continuità
c−2
s ∂p
0
~ · v0 = 0
+∇ (2.4)
ρ̄ ∂t
~
Premoltiplicando l’equazione di quantità di moto per ∇·
∂ ~ 0
ρ̄ ∇ · v = −∇2 p0
∂t
Sostituendo nella (2.4) si giunge infine a scrivere
∂ 2 p0
= c2s ∇2 p0
∂t2
che è appunto l’equazione fondamentale dell’acustica di D’Alambert.

Questa è un’equazione iperbolica secondo cui le perturbazioni si propaga-


no solo su linee caratteristiche. Supponiamo quindi per semplicità il feno-
meno monodimensionale sulla coordinata x ipotizzando quindi che le per-
turbazioni, cosı̀ come il moto base, abbiano componenti non nulle solo sulle
x, ovvero ~v = (u, 0, 0), scrivendo cosı̀
∂ 2 p0 2 0
2∂ p
= cs (2.5)
∂t2 ∂x2
La soluzione generale sarà del tipo p0 (x, t) = f (x − cs t) + g(x + cs t) = f (ξ) +
g(η) dove le funzioni f e g dipendono dalle condizioni iniziali e rappresentano
rispettivamente le perturbazioni che si propagano verso x positive e verso x
negative.
2 2 2 2
∂ 2 p0 ∂ ∂p0 ∂ 2 p0 ∂ξ ∂ 2 p0 ∂η ∂ξ ∂η
     
00 00
2
= = + =f +g =
∂t ∂t ∂t ∂ξ 2 ∂t ∂η 2 ∂t ∂t ∂t
∂ 2 p0
= c2s (f 00 + g 00 ) = c2s
∂x2
Nel caso semplice di onde monocromatiche la soluzione dell’equazione è

p0 = Aei(kx−ωt) + Bei(kx+ωt)

dove k = 2π/λ detto numero d’onda determina nella relazione ω = ±kcs il


fatto che l’onda sia non dispersiva, ovvero che nel propagarsi mantenga la
sua forma. È chiaro come una forma d’onda arbitraria possa essere generata
dalla sovrapposizione di onde monocromatiche. In quest’ultima relazione k
è il numero d’onda e ω è la frequenza.

17
2.2 Presenza di moto base in assenza di rilascio
termico
Inserendo ora un moto medio verso le x positive (ū 6= 0) si deve tener
conto dei termini convettivi presenti nelle equazioni di Eulero e in quella
dell’energia che risultano quindi essere

Dρ0 ~ · v0 = 0
+ ρ̄∇
Dt
Dv 0 ~ 0
ρ̄ = −∇p
Dt
Ds0 D ∂ ∂
=0 dove = + v̄
Dt Dt ∂t ∂x

Calcolando la derivata parziale di ρ0 su pressione ed entropia e attraverso


alcuni passaggi si giunge a scrivere l’equazione che descrive il propagarsi del
disturbo:
D2 p0
= c2s ∇2 p0
Dt2

Si può notare l’analogia con quella trovata precedentemente in assenza


di moto base: l’equazione è sostanzialmente equivalente a meno dei termini
convettivi contenuti nella derivata materiale che si annullano nel caso in cui
ū = 0, risultando quindi coerente con il precedente caso semplificato.

2.3 Presenza di moto base e di rilascio termico


Si analizza ora un caso, ancora semplificato, ma tuttavia vicino alla realtà
dove sono presenti sia un moto base non nullo sia un rilascio termico. Si
modella la fiamma come una discontinuità localizzata in una singola sezione
x = b del condotto attraverso la quale la temperatura varia bruscamente da
una temperatura T1 a monte della fiamma ad una temperatura T2 a valle.

La fluttuazione di rilascio termico si scrive come:

q 0 (x, t) = Q0 (t)δ(x − b)

dove δ indica la funzione di Dirac e Q0 la perturbazione temporale rappre-


sentabile nel caso di disturbo monofrequenziale con Q0 = Q̂eiωt .

18
Esistono diversi modi per accoppiare il rilascio termico con il moto ba-
se. La fiamma sarà inevitabilmente influenzata dall’oscillare della portata
massica nella sezione considerata. Si deve ora capire quanto sia influente
tale perturbazione. Si possono considerare due casi limite. Il primo è quello
per cui si ritiene il rilascio termico indipendente dal variare nel tempo della
portata massica, qualsiasi portata attraversi la sezione la fiamma rilascia
sempre lo stesso quantitativo di calore. In termini matematici si considera
quindi un tempo di risposta infinito del sistema portata massica-fiamma. Il
secondo caso limite è invece quello per cui si ritiene tale tempo di rispo-
sta nullo, ovvero un sistema infinitamente pronto dove si considera quindi
la perturbazione del rilascio termico direttamente proporzionale al variare
della portata massica.

Si ricavano nuovamente le equazioni di Eulero e dell’energia notando che


le prime non vengono influenzate dalla presenza del rilascio termico mentre
l’ultima risulta essere
Ds0 q0
=
Dt T̄

Attraverso semplici passaggi si giunge a scrivere l’equazione che accoppia


il propagarsi del disturbo con l’instabilità di rilascio termico

D 2 p0 2 2 0 Dq 0
− cs ∇ p = ρ̄(γ − 1)
Dt2 Dt

Si denotano d’ora in poi con pedice 1 i valori relativi a x compresi fra


l’ingresso e la fiamma, ovvero per 0 < x < b, e i termini con pedice 2 i valori
per b < x < L dove L è la lunghezza del condotto in considerazione(2.1. Si
può quindi risolvere il sistema di equazioni ricavato ottenendo espressioni
per i valori di pressione, velocità, densità e temperatura, a monte e a valle
della fiamma.

Figura 2.1: Modello del condotto

19
Per 0 < x < b

p01 (x, t) = eiωt (Ae−iωx/c1 (1+M1 ) + Be−iωx/c1 (1−M1 ) ) (2.6)


u01 (x, t) =e iωt
(Ae −iωx/c1 (1+M1 )
− Be −iωx/c1 (1−M1 )
)/ρ¯1 c1 (2.7)
0 0
ρ1 (x, t) = p1 (x, t)/c21 (2.8)
cp T10 (x, t) = p01 (x, t)/ρ¯1 (2.9)

Per b < x < L

p02 (x, t) = eiωt (Ce−iωx/c2 (1+M2 ) + De−iωx/c2 (1−M2 ) ) (2.10)


u02 (x, t) iωt
=e −iωx/c2 (1+M2 )
(Ce − De −iωx/c2 (1−M2 )
)/ρ¯2 c2 (2.11)
0
p (x, t) S ρ¯2 iω(t−x/u¯2 )
ρ02 (x, t) = 2 2 − e (2.12)
c2 cp
p0 (x, t) Sc22
cp T20 (x, t) = 2 + eiω(t−x/u¯2 ) (2.13)
ρ¯2 (γ − 1)cp

dove si è indicato con M il numero di Mach, rapporto fra ū e c valori medi


rispettivamente a monte o a valle della velocità del fluido e della celerità nel
mezzo.

Le costanti di integrazioneA, B, C e D hanno le dimensioni di una pres-


sione [Pa] e infatti rappresentano l’ampiezza delle onde acustiche, invece S
ha le dimensioni di un’entropia per unità di massa [J/kg·k], e rappresenta
l’ampiezza delle onde di entropia, comunemente dette Hot Spots.

Condizioni al contorno e all’interfaccia: Le costanti di integrazione


A, B, C, D ed S sono ricavabili dalle condizioni al contorno in x = 0 e
x = L e da quelle all’interfaccia in x = b. Si può supporre che all’ingresso
il condotto sia bloccato ovvero che la portata massica sia costante in x = 0
(choked inlet). Da questo si ricava la prima equazione

ρ01 u01
+ =0 in x = 0 (2.14)
ρ¯1 u¯1
Visto che si considera il condotto concludersi in un plenum la condizione al
contorno in x = L può essere specificata come

p02 = 0 in x = L (2.15)

20
anche se, in presenza di un moto base non nullo, tale condizione non è effet-
tivamente verificata in x = L ma in un’ascissa sempre più a valle all’aumen-
tare del numero di Mach. Ciononostante è da ritenersi un’approssimazione
comunque accettabile. Le condizioni all’interfaccia sono tutte basate su
principi di conservazione, quindi sia la portata che la quantità di moto che
l’energia si conservano nell’attraversamento della discontinuità. Si dovranno
quindi impostare tre equazioni valide in x = b:

Portata ρ1 u1 = ρ2 u2

Quantità di moto p1 + ṁ1 u1 = p2 + ṁ1 u2

1 1
Energia ρ1 cp T1 u1 + ρ1 u31 + Q0 = ρ2 cp T2 u2 + ρ2 u32
2 2

Dalle quali si ricavano

ρ¯1 u01 + ρ01 u¯1 = ρ¯2 u02 + ρ02 u¯2 (2.16)

p01 + ρ01 ū21 + 2ρ¯1 u¯1 u01 = p02 + ρ02 ū22 + 2ρ¯2 u¯2 u02 (2.17)

cp T̄01 (ρ¯1 u01 + ρ01 u¯1 ) + ρ¯1 u¯1 (cp T10 + u¯1 u01 ) + Q0
= cp T̄02 (ρ¯2 u02 + ρ02 u¯2 ) + ρ¯2 u¯2 (cp T20 + u¯2 u02 ) (2.18)

tutte valide in x = b e dove T̄0 = T̄ + ū2 /2cp è la temperatura totale o


temperatura al ristagno.
Per chiudere il problema è ora necessario scrivere un modello per la
fiamma che accoppi il rilascio termico con il moto base in modo da trovare
anche i valori di Q̂. Come si è visto due sono i casi limite possibili.
Nel primo caso il tempo di risposta è infinito e il rilascio termico indipendente
dalla portata massica. Si può quindi scrivere

Q0 (t) = 0 Caso I (2.19)

21
Nel secondo caso invece il tempo di risposta è nullo e il rilascio termico
direttamente proporzionale alla portata. L’equazione di chiusura quindi
risulta

Q0 (t) = cp (T̄02 − T̄01 )(ρ¯1 u01 + ρ01 u¯1 ) Caso II (2.20)

Sostituendo quindi le equazioni dalla (2.6) alla (2.13) nelle condizioni


al contorno (2.14), (2.15), in quelle all’interfaccia (2.16), (2.17), (2.18) e
alternativamente nella (2.19) o nella (2.20) si giunge a scrivere un sistema
omogeneo di sei equazioni nelle sei incognite A, B, C, D, S e Q̂ che attraverso
alcuni passaggi può essere scritto nella forma

A
 

 B 

 C 
X =0 (2.21)
 
 D 
S(ρ2 c22 /cp )e−iωb/ū2
 
 
Q/c1

dove X è una matrice 6 × 6 che nel caso Q̂ = 0 risulta


1 + M1 −(1 − M1 ) 0 0 0 0
 
(1 + M1 )e1 −(1 − M1 )e2 −(1 + M2 )e3 c1 /c2 (1 − M2 )e4 c1 /c2 M2 c1 /c2 0
(1 + M1 )2 e1 (1 − M1 )2 e2 −(1 + M2 )2 e3 −(1 − M2 )2 e4 M22
 
0
X=
 
1 3 c /c
 (1 + M1 )a1 e1 −(1 − M1 )a2 e2 −(1 + M2 )a3 e3 c1 /c2 (1 − M2 )a4 e4 c1 /c2 2
M 2 1 2 1 

0 0 e5 e6 0 0
0 0 0 0 0 1

dove
e1 = e−iωb/c1 (1+M1 ) e2 = eiωb/c1 (1−M1 ) e3 = e−iωb/c2 (1+M2 )
iωb/c2 (1−M2 ) −iωL/c2 (1+M2 )
e4 = e e5 = e e6 = eiωL/c2 (1−M2 )
1 2 1 1 1
a1 = M1 + M1 + a2 = M1 − M12 −
2 γ−1 2 γ−1
1 1 1 1
a3 = M2 + M22 + a4 = M2 − M22 −
2 γ−1 2 γ−1

Nel caso invece in cui l’instabilità di rilascio termico sia proporzionale alla
portata massica l’ultima riga sarà da sostituire con
−cp (T̄02 − T̄01 )(1 + M1 )e1 /c21 cp (T̄02 − T̄01 )(1 − M1 )e2 /c21 0 0 0 1

L’equazione (2.21) ha un’unica soluzione banale A = B = C = D = S =


Q̂ = 0 a meno che il determinante di X sia nullo. Questo significa che

22
solo le perturbazioni con determinati valori della parte reale di ω (Re(ω))
sono fisicamente accettabili, ovvero, solo disturbi con particolari frequenze
di oscillazione possono dare origine a onde che possono amplificarsi soltanto
se Im(ω) < 0.

2.4 L’effetto dell’attrito


Si modellizza l’effetto dell’attrito mediante il rapporto di bloccaggio r
variabile fra 0 e 0.5. L’equazione della quantità di moto diventa
1
p01 + ρ01 ū21 + 2ρ¯1 u¯1 u01 = p02 + ρ02 ū22 + 2ρ¯2 u¯2 u02 + CD ρ01 u¯1 2 + CD ρ¯1 u¯1 u01
2
dove CD = (1 − (1 − r)−1 )2 .

La terza riga di X diventa quindi


(1+2M1 s+M12 s)e1 (1−2M1 s+M12 s)e2 −(1+M2 )2 e3 (1−M2 )2 e4 M22 0

dove s = 1 − 12 CD .

23
Capitolo 3

Risultati

3.1 Fiamma concentrata


Per generalizzare il problema si rendono adimensionali alcune grandezze
di interesse in gioco:
x
• x → xa = L
ωL
• ω → ωa = c1 π

Si ricava poi un’espressione di M2 in funzione di M1 avvalendosi delle equa-


zioni di conservazione della quantità di moto e della portata, della definizione
di numero del Mach e del rapporto fra le temperature totali prima e dopo
la fiamma che sarà un parametro dei risultati. Si ottiene infine:
!2  γ−1
!
2 2
T̄02 1 + γM12 M2 1+ 2 M2
=
T̄01 1 + γM22 M1 1+ γ−1 2
2 M1

dalla quale si può ricavare direttamente M2 = f (M1 ).

Supponendo infine la fiamma posta a metà del condotto in xa = 1/2 si


va a risolvere l’equazione detX = 0 con un metodo di Newton-Raphson im-
plementato con MatLab. I valori di ω che soddisfano tale equazioni saranno
infiniti per la presenza di esponenziali complessi come si può osservare sulle
figure (3.1) e (3.3).

Da questi risultati si può notare come tutti i modi trovati siano stabili e
come il tasso di crescita abbia un trend che tende verso l’instabilità all’au-
mentare della frequenza. Questo non deve però preoccupare oltremodo visto

24
che le frequenze di oscillazione tipiche dell’humming realmente in gioco non
superano i 500Hz che nell’adimensionalizzazione proposta, considerando il
condotto di lunghezza pari a 1m, corrispondono a valori di ωa inferiori al-
l’unità. Si possono quindi trascurare le alte frequenze andando ad indagare
solo quelle interessanti ed in particolar modo la più bassa e quella avente, a
basse frequenze, il tasso di crescita più instabile. Dalle figure (3.5) e (3.7)
si può notare come il tasso di crescita per bassi valori di Mach sia sostan-
zialmente uguale per ogni modo; ciò non avviene quando Mach è diverso da
zero, situazione in cui sussistono tassi di crescita ben distinguibili.

Vengono qui mostrati diversi risultati per diversi valori di Mach, rapporti
di temperature e modelli di fiamma. Si può già osservare quanto siano
differenti i primi risultati a pagina 30 per due modelli diversi di fiamma
calcolati nel caso di moto base nullo. Nel prossimo capitolo si andrà ad
indagare più a fondo questo problema.

Per convalida, i risultati ottenuti vengono confrontati con quelli pubblicati


da Dowling [1]. Nel caso stazionario, ovvero per M1 = 0, si può apprezzare la
loro piena concordanza in figura (3.9) e (3.10). Non ci si deve far ingannare
dalle differenti denominazioni degli assi sia delle ordinate che delle ascisse:
Dowling intende sempre e comunque il modo della perturbazione, cioè la
sua parte reale che nel grafico riprodotto è stata esplicitata per chiarezza;
inoltre le ascisse hanno in realtà gli stessi valori in quanto si sta trattando
il caso di flusso base assente dove quindi T̄ = T̄0 .

Si osservi ora l’importanza del moto base nelle figure (3.11) e (3.12) :
se la tentazione di trascurarlo è forte, dal momento che i numeri di Mach
in gioco sono relativamente bassi, dell’ordine di un decimo, questi risultati
dovrebbero convincere del contrario. Già per numeri di Mach a monte della
fiamma di 0.15 si nota una diminuzione da circa 0.85 a 0.6 di ωa .

25
Figura 3.1: Tasso di crescita in funzione della frequenza per M1 → 0 e
T02 /T01 = 6 per il caso I

Figura 3.2: Tasso di crescita in funzione della frequenza per M1 → 0 e


T02 /T01 = 6 per il caso II

26
Figura 3.3: Tasso di crescita in funzione della frequenza per M1 = 0.15 e
T02 /T01 = 6 per il caso I

Figura 3.4: Tasso di crescita in funzione della frequenza per M1 = 0.15 e


T02 /T01 = 6 per il caso II

27
Figura 3.5: Tasso di crescita in funzione della frequenza per M1 → 0 e
T02 /T01 = 6 per il caso I a basse frequenze

Figura 3.6: Tasso di crescita in funzione della frequenza per M1 → 0 e


T02 /T01 = 6 per il caso II a basse frequenze

28
Figura 3.7: Tasso di crescita in funzione della frequenza per M1 = 0.15 e
T02 /T01 = 6 per il caso I a basse frequenze

Figura 3.8: Tasso di crescita in funzione della frequenza per M1 = 0.15 e


T02 /T01 = 6 per il caso II a basse frequenze

29
Figura 3.9: Minima frequenza di oscillazione per M1 → 0. Linea continua:
caso I. Linea tratteggiata: caso II. Dowling [1]

Figura 3.10: Minima frequenza di oscillazione per M1 → 0. Blu: caso I.


Rosso: caso II.

30
Figura 3.11: Minima frequenza di oscillazione per T̄02 /T̄01 = 6. Dowling [1]

Figura 3.12: Minima frequenza di oscillazione per T̄02 /T̄01 = 6. Blu:caso I.


Rosso: caso II. Cerchio: r=0. Croce: r=0.5.

31
La dipendenza del tasso di crescita dai termini diffusivi è rappresentata
in figura (3.13) per i modi a basse frequenze e si può notare come il tasso di
crescita sia attenuato dalla presenza di attrito, come si può intuitivamente
supporre.

Figura 3.13: Tasso di crescita a basse frequenze per T̄02 /T̄01 = 6. Blu:caso
I. Rosso: caso II. Cerchio: r=0. Croce: r=0.5.

La dipendenza dal numero di Mach è rilevante solo per le più basse fre-
quenze di oscillazione riscontrabili; quando infatti si va ad analizzare tale
dipendenza per il modo avente tasso di crescita più instabile si nota come
essa sia molto più contenuta soprattutto per il modello di fiamma del Caso
II (figura (3.14)).

Figura 3.14: Modi più instabili a basse frequenze per T̄02 /T̄01 = 6. Blu:caso
I. Rosso: caso II.

32
3.2 Autofunzioni
Noti quindi i valori di ωa che soddisfano detX = 0 si può risolvere il
sistema (2.21). Essendo il determinante di X nullo esistono quindi infinite
soluzioni per ogni valore di ω. È necessario quindi fissare una delle incognite
per trovare una soluzione numerica attraverso una scomposizione LU della
matrice ed una sostituzione all’indietro [5]. Fissato quindi arbitrariamente
Q̂ = 1 si trovano i valori di A, B, C, D, ed S. Note allora le costanti
di integrazione è possibile disegnare la perturbazione di tutte le grandezze
coinvolte nel fenomeno: portata, quantità di moto, energia, pressione, ve-
locità, densità e temperatura per diversi valori di Mach, diversi rapporti di
temperatura e modelli di fiamma. Ogni grafico è stato calcolato sia per le
ω con i modi a frequenza più bassa che per quelle aventi, a basse frequenze,
tasso di crescita più alto.

Si confrontano quindi pagina per pagina i risultati ottenuti per i due


casi limite di modellazione del rilascio termico, proponendo in ogni figura
numeri di Mach a monte della fiamma variabili fra 0.001 e 0.15. Si mostrano
inoltre risultati per rapporti fra le temperature totali (T̄02 /T̄01 = 2) e più
elevati (T̄02 /T̄01 = 6). Infine vengono mostrati i risultati derivanti dal calcolo
non per la più bassa frequenza di oscillazione (fondamentale) ma per quella
avente, a basse frequenze (inferiori ai 500Hz), il tasso di crescita più elevato.

Se i risultati per portata, quantità di moto ed energia sono continui nell’at-


traversamento della fiamma in quanto era stata imposta questa condizione
per trovare i valori delle costanti di integrazioni, lo stesso non si può dire
per i valori di pressione, velocità, densità e temperatura che quindi nume-
ricamente potranno avere un salto in x = b. Unico caso in cui invece tale
discontinuità non deve sussistere è per il disturbo di pressione nel caso di
assenza di moto base, ovvero per M1 = 0, come si può facilmente dedur-
re dalla condizione di conservazione della quantità di moto attraverso la
fiamma. Inoltre ulteriore verifica sarà la necessaria convergenza a zero del
disturbo di pressione in x = L.

Per facilitare la lettura i risultati ottenuti per valori di Mach prossimi allo
zero sono stati indicati nelle figure con una linea sempre nera mentre per
altri valori di Mach le perturbazioni sono disegnate con tratto colorato.

33
3.2.1 Portata

Figura 3.15: Perturbazione della portata per il caso I, T̄02 /T̄01 = 6, minima
frequenza

Figura 3.16: Perturbazione della portata per il caso II, T̄02 /T̄01 = 6, minima
frequenza

34
Figura 3.17: Perturbazione della portata per il caso I, T̄02 /T̄01 = 2, minima
frequenza

Figura 3.18: Perturbazione della portata per il caso II, T̄02 /T̄01 = 2, minima
frequenza

35
Figura 3.19: Perturbazione della portata per il caso I, T̄02 /T̄01 = 6, modo
meno stabile a basse frequenze

Figura 3.20: Perturbazione della portata per il caso II, T̄02 /T̄01 = 6, modo
meno stabile a basse frequenze

36
Figura 3.21: Perturbazione della portata per il caso I, T̄02 /T̄01 = 2, modo
meno stabile a basse frequenze

Figura 3.22: Perturbazione della portata per il caso II, T̄02 /T̄01 = 2, modo
meno stabile a basse frequenze

37
3.2.2 Quantità di moto

Figura 3.23: Perturbazione della quantità di moto per il caso I, T̄02 /T̄01 = 6,
minima frequenza

Figura 3.24: Perturbazione della quantità di moto per il caso II, T̄02 /T̄01 = 6,
minima frequenza

38
Figura 3.25: Perturbazione della quantità di moto per il caso I, T̄02 /T̄01 = 2,
minima frequenza

Figura 3.26: Perturbazione della quantità di moto per il caso II, T̄02 /T̄01 = 2,
minima frequenza

39
Figura 3.27: Perturbazione della quantità di moto per il caso I, T̄02 /T̄01 = 6,
modo meno stabile a basse frequenze

Figura 3.28: Perturbazione della quantità di moto per il caso II, T̄02 /T̄01 = 6,
modo meno stabile a basse frequenze

40
Figura 3.29: Perturbazione della quantità di moto per il caso I, T̄02 /T̄01 = 2,
modo meno stabile a basse frequenze

Figura 3.30: Perturbazione della quantità di moto per il caso II, T̄02 /T̄01 = 2,
modo meno stabile a basse frequenze

41
3.2.3 Energia

Figura 3.31: Perturbazione dell’energia per il caso I, T̄02 /T̄01 = 6, minima


frequenza

Figura 3.32: Perturbazione dell’energia per il caso II, T̄02 /T̄01 = 6, minima
frequenza

42
Figura 3.33: Perturbazione dell’energia per il caso I, T̄02 /T̄01 = 2, minima
frequenza

Figura 3.34: Perturbazione dell’energia per il caso II, T̄02 /T̄01 = 2, minima
frequenza

43
Figura 3.35: Perturbazione dell’energia per il caso I, T̄02 /T̄01 = 6, modo
meno stabile a basse frequenze

Figura 3.36: Perturbazione dell’energia per il caso II, T̄02 /T̄01 = 6, modo
meno stabile a basse frequenze

44
Figura 3.37: Perturbazione dell’energia per il caso I, T̄02 /T̄01 = 2, modo
meno stabile a basse frequenze

Figura 3.38: Perturbazione dell’energia per il caso II, T̄02 /T̄01 = 2, modo
meno stabile a basse frequenze

45
3.2.4 Pressione

Figura 3.39: Perturbazione della pressione per il caso I, T̄02 /T̄01 = 6, minima
frequenza

Figura 3.40: Perturbazione della pressione per il caso II, T̄02 /T̄01 = 6,
minima frequenza

46
Figura 3.41: Perturbazione della pressione per il caso I, T̄02 /T̄01 = 2, minima
frequenza

Figura 3.42: Perturbazione della pressione per il caso II, T̄02 /T̄01 = 2,
minima frequenza

47
Figura 3.43: Perturbazione della pressione per il caso I, T̄02 /T̄01 = 6, modo
meno stabile a basse frequenze

Figura 3.44: Perturbazione della pressione per il caso II, T̄02 /T̄01 = 6, modo
meno stabile a basse frequenze

48
Figura 3.45: Perturbazione della pressione per il caso I, T̄02 /T̄01 = 2, modo
meno stabile a basse frequenze

Figura 3.46: Perturbazione della pressione per il caso II, T̄02 /T̄01 = 2, modo
meno stabile a basse frequenze

49
3.2.5 Velocità

Figura 3.47: Perturbazione della velocità per il caso I, T̄02 /T̄01 = 6, minima
frequenza

Figura 3.48: Perturbazione della velocità per il caso II, T̄02 /T̄01 = 6, minima
frequenza

50
Figura 3.49: Perturbazione della velocità per il caso I, T̄02 /T̄01 = 2, minima
frequenza

Figura 3.50: Perturbazione della velocità per il caso II, T̄02 /T̄01 = 2, minima
frequenza

51
Figura 3.51: Perturbazione della velocità per il caso I, T̄02 /T̄01 = 6, modo
meno stabile a basse frequenze

Figura 3.52: Perturbazione della velocità per il caso II, T̄02 /T̄01 = 6, modo
meno stabile a basse frequenze

52
Figura 3.53: Perturbazione della velocità per il caso I, T̄02 /T̄01 = 2, modo
meno stabile a basse frequenze

Figura 3.54: Perturbazione della velocità per il caso II, T̄02 /T̄01 = 2, modo
meno stabile a basse frequenze

53
3.2.6 Densità

Figura 3.55: Perturbazione della densità per il caso I, T̄02 /T̄01 = 6, minima
frequenza

Figura 3.56: Perturbazione della densità per il caso II, T̄02 /T̄01 = 6, minima
frequenza

54
Figura 3.57: Perturbazione della densità per il caso I, T̄02 /T̄01 = 2, minima
frequenza

Figura 3.58: Perturbazione della densità per il caso II, T̄02 /T̄01 = 2, minima
frequenza

55
Figura 3.59: Perturbazione della densità per il caso I, T̄02 /T̄01 = 6, modo
meno stabile a basse frequenze

Figura 3.60: Perturbazione della densità per il caso II, T̄02 /T̄01 = 6, modo
meno stabile a basse frequenze

56
Figura 3.61: Perturbazione della densità per il caso I, T̄02 /T̄01 = 2, modo
meno stabile a basse frequenze

Figura 3.62: Perturbazione della densità per il caso II, T̄02 /T̄01 = 2, modo
meno stabile a basse frequenze

57
3.2.7 Temperatura

Figura 3.63: Perturbazione della temperatura per il caso I, T̄02 /T̄01 = 6,


minima frequenza

Figura 3.64: Perturbazione della temperatura per il caso II, T̄02 /T̄01 = 6,
minima frequenza

58
Figura 3.65: Perturbazione della temperatura per il caso I, T̄02 /T̄01 = 2,
minima frequenza

Figura 3.66: Perturbazione della temperatura per il caso II, T̄02 /T̄01 = 2,
minima frequenza

59
Figura 3.67: Perturbazione della temperatura per il caso I, T̄02 /T̄01 = 6,
modo meno stabile a basse frequenze

Figura 3.68: Perturbazione della temperatura per il caso II, T̄02 /T̄01 = 6,
modo meno stabile a basse frequenze

60
Figura 3.69: Perturbazione della temperatura per il caso I, T̄02 /T̄01 = 2,
modo meno stabile a basse frequenze

Figura 3.70: Perturbazione della temperatura per il caso II, T̄02 /T̄01 = 2,
modo meno stabile a basse frequenze

61
Confrontando pagina per pagina i risultati ottenuti si nota subito quanto
sia influente la scelta del modello di rilascio termico. Per esempio drastica
è la differenza nei grafici delle portate (3.15) e (3.16) a pagina 34 dove per
Q̂ nullo si nota un’apprezzabile dipendenza da Mach mentre per Q̂ propor-
zionale a ṁ si osserva che inevitabilmente questa dipendenza viene meno
in particolar modo in prossimità della fiamma. Infatti il modello con Q̂
nullo esalta la dipendenza dalle velocità medie del flusso; al contrario la
modellazione che pone Q̂ proporzionale alla portata massica provoca una
minor dipendenza delle grandezze in gioco dalla velocità media del moto
base schiacciando cosı̀ i grafici l’uno sull’altro.

Situazioni analoghe si ripetono inevitabilmente in tutti i risultati ottenuti:


si vedano per i casi più estremi per esempio le figure (3.25) e (3.26) per la
quantità di moto oppure le (3.31) e (3.32) per l’energia.

Si deve notare inoltre come per diversi modelli di fiamma alle volte il
comportamento in dipendenza da Mach sia totalmente antitetico come si
osserva per esempio nelle figure (3.19) e (3.20) e (3.27) e (3.28).

Infine se ci si poteva aspettare discontinuità di alcune grandezze in gio-


co in corrispondenza della fiamma queste non sono ovviamente rispondenti
alla realtà delle cose nè tantomeno fisicamente accettabili. Nasce quindi l’e-
vidente necessità, per un’analisi più attenta del fenomeno, di generare un
modello di rilascio termico più elaborato e vicino alla realtà.

62
Parte II

Fiamma concentrata e
sezione variabile

63
Capitolo 4

Calcolo

Figura 4.1: Camera di combustione

Si esamina ora un caso più realistico dove la sezione del condotto è va-
riabile in funzione della coordinata x. Si tratta ancora di un caso monodi-
mensionale anche se si può dimostrare che tale semplificazione può cadere
in difetto nel caso in cui la misura più lunga del condotto non sia quella lon-
gitudinale ma quella circonferenziale. Infatti se cosı̀ accadesse la più bassa
frequenza di risonanza sarebbe quella associata ai modi che si propagano in
direzione azimutale e non longitudinale. Questo avviene in particolar modo
nei combustori anulari per i quali è quindi indispensabile una trattazione che

64
comprenda anche onde convettive di vorticità e dove si deve tenere conto
della variazione azimutale delle perturbazioni (il disturbo di pressione risul-
terà ad esempio p0 = Aeiωt+inϑ+iωx ). Se lo spessore radiale del condotto
anulare non è trascurabile sarà infine necessario trattare il problema per
mezzo di funzioni di Bessel per rappresentare adeguatamente la variazione
radiale delle componenti del disturbo.

4.1 Il modello
I combustori delle attuali turbine a gas presentano geometrie molto com-
plicate, come quella in figura (4.1), semplificata in figura (4.2): il flusso ad
alta velocità uscente dal compressore viene rallentato in un diffusore (ple-
num) per renderlo più uniforme in previsione dell’iniezione di carburante e
della combustione. Alla fine del plenum il flusso viene riaccelerato attraver-
so un condotto di premiscelazione (premixer ) dove si inietta il combustibile.
Infine la miscela cosı̀ generata attraversa un allargamento di sezione per
entrare nella camera di combustione.

Figura 4.2: Tipica geometria di un turbogas

65
Se la sezione del premixer è piccola abbastanza per consentire la propa-
gazione delle sole onde longitudinali ciò non è accettabile nel plenum e nel
combustore generalmente anulari o cilindrici. Si esamina comunque il caso
monodimensionale che considera solo la propagazione di onde longitudinali
(figura (4.3)).

Figura 4.3: Semplice combustore quasi unidimensionale

66
4.2 Risoluzione del moto base
Si schematizza la figura (4.3) considerando brusche le variazioni di sezione
come in figura (4.4).

Figura 4.4: Modello plenum-premixer-combustore

Condizioni alle interfacce: Nota quindi la geometria del risonatore, la


portata massica e le caratteristiche termofisiche del fluido si può iniziare
ad impostare le equazioni di conservazione della portata, della quantità di
moto e dell’energia alle interfacce 1-2 e 2-3 considerate in corrispondenza
rispettivamente dell’allargamento e del restringimento di sezione. Se la con-
servazione della portata e dell’energia devono essere sempre e comunque
verificate, particolare attenzione merita la conservazione della quantità di
moto. Infatti le variazioni di sezione impediscono di impostare canonica-
mente le equazioni. Nel caso del restringimento si dovrà ricorrere quindi ad
un approssimazione: si può considerare infatti che la trasformazione che il
fluido subisce nel passaggio dal plenum al premixer sia isoentropica. Nel
caso dell’allargamento si deve invece tenere conto della forza di pressione
assiale che il fluido esercita sulle pareti perpendicolari all’asse delle ascisse
in x = L2 (approssimazione di Borda). Si giunge quindi a scrivere:

Per x = L1
Portata A1 ρ1 u1 = A2 ρ2 u2 (4.1)
u2 u2
Energia cp T1 + 1 = cp T2 + 2 (4.2)
2 2
p1 p2
Isoentropica = γ (4.3)
ργ1 ρ2

67
Per x = L2

Portata A2 ρ2 u2 = A3 ρ3 u3 (4.4)
u22 u2
Energia cp T2 + + Q = cp T3 + 3 (4.5)
2 2
Coanda A3 (p3 − p2 ) + A3 ρ3 u3 = A2 ρ2 u22
2
(4.6)

Nota la geometria del condotto si può banalmente calcolare il tempo di


volo, ovvero il tempo che una perturbazione sull’iniezione di combustibile
in x = L1 impiega a raggiungere la fiamma in x = L2 . Si vedrà in seguito
quanto questo parametro abbia un’importanza cruciale nella risoluzione del
problema.
L2 − L1
τ= (4.7)
U2

Note quindi le temperature all’ingresso e all’uscita (T1 e T3 ) e la pres-


sione all’uscita (P3 ) per chiudere il problema è necessario conoscere la por-
tata massica che attraversa il condotto, costante qualunque sia la sezione
(m = Ai ρi ui ) e impostare l’equazione dei gas perfetti per il plenum, il pre-
mixer e il combustore (Pi = ρi RTi ). Si ha un sistema non lineare risolvibile
rapidamente con metodi numerici. Calcolate quindi le temperature in ogni
condotto anche le velocità del suono ci sono determinate. In tabella (4.1) si
mostrano i valori calcolati secondo i dati di partenza proposti da Dowling e
Stow [3].

1 2 3
P 10210 P a 10160 P a 10100 P a
U 3.269 m · s−1 29.809 m · s−1 73.8177 m · s−1
ρ 1.186 kg · m−3 1.181 kg · m−3 0.1759 kg · m−3
T 300 K 299.563 K 2000 K
c 347.213 m · s−1 346.96 m · s−1 896.5 m · s−1
A 0.0129 m2 0.00142 m2 0.00385 m2
L 1.7 m 1.7345 m 2.7345 m

Tabella 4.1: Dati

68
Equazioni del disturbo: Inserendo il disturbo, sviluppando i calcoli e
linearizzando si ottengono le equazioni:

Per x = L1

A1 (ρ¯1 u01 + ρ01 u¯1 ) = A2 (ρ¯2 u02 + ρ02 u¯2 ) (4.8)


cp T10 + ū1 u01 = cp T20 + ū2 u02 (4.9)
ρ01 p01 ρ02 p02
γ − =γ − (4.10)
ρ̄1 p̄1 ρ̄2 p̄2

Per x = L2

A1 (ρ¯1 u01 + ρ01 u¯1 ) = A2 (ρ¯2 u02 + ρ02 u¯2 ) (4.11)


A3 (p03 − +p02 ρ03 ū23+ 2ρ̄3 ū3 u03 ) = A2 (ρ02 ū22 + 2ρ̄2 ū2 u02 ) (4.12)
cp T̄03 (ρ¯3 u03 + ρ03 u¯3 ) + ρ¯3 u¯3 (cp T30 + u¯3 u03 ) =
cp T̄02 (ρ¯2 u02 + ρ02 u¯2 ) + ρ¯2 u¯2 (cp T20 + u¯2 u02 ) + Q0 (4.13)

Si devono inoltre impostare tre equazioni al contorno. Si può supporre


che all’inizio del plenum la perturbazione della portata massica sia nulla cosı̀
come le onde di entropia, e che il combustore sia aperto in x = L3 , ovvero
che ivi la perturbazione di pressione sia nulla:

ρ01 u01
+ =0 in x = 0 (4.14)
ρ̄1 ū1
p01 u0
+ (γ − 1)M a1 1 = 0 in x = 0 (4.15)
p̄1 ū1
p03 = 0 in x = L3 (4.16)

È infine necessario definire un modello di rilascio termico (transfer func-


tion), ed è usuale utilizzare la seguente espressione:

m02 −iωτ
Q0a = −k Q̄a e (4.17)
m̄2
dove k rappresenta la ’prontezza’ del sistema, τ il tempo di volo e Q̄a e Q0a
sono flussi termici [W · m−2 ]. In pratica k è un paramentro che permette
di variare con continuità il modello di fiamma da un sistema dove il rilascio

69
termico è indipendente dalla variazione di portata massica (in particolar
modo nullo) e un modello dove esso vi dipende in maniera direttamente
proporzionale. Il disturbo della portata massica viene valutato dove si inietta
il combustibile, ovvero all’inizio del premixer. Si vedrà in seguito come
questa equazione rivesta un ruolo cruciale nella risoluzione del problema.

Le perturbazioni si esprimono come segue:

p0i (x, t) = eiωt (ψi e−iωx/ci (1+Mi ) + ζi e−iωx/ci (1−Mi ) ) (4.18)


u0i (x, t) =e iωt −iωx/ci (1+Mi )
(ψi e − ζi e −iωx/ci (1−Mi )
)/ρ̄i ci (4.19)
0
p (x, t) σi ρ̄i iω(t−x/u¯i )
ρ0i (x, t) = i 2 − e (4.20)
ci cp
p0 (x, t) σi c2i
cp Ti0 (x, t) = i + eiω(t−x/u¯i ) (4.21)
ρ̄i (γ − 1)cp

dove si è indicato con ψ, ζ e σ rispettivamente l’ampiezza dei disturbi di


pressione che si propagano in verso concorde e contrario al moto base e l’am-
piezza delle onde di entropia. Sostituendo quindi nelle equazioni dalla (4.9)
alla (4.17) i valori delle perturbazioni si giunge a scrivere un sistema omo-
geneo di 10 equazioni lineari in 10 incognite. Come discusso in precedenza
il sistema ha soluzioni non banali solo se il determinante della matrice dei
coefficienti è nullo, ovvero solo per determinati valori di ω. Essendo quindi

Mi+ = (Mi + 1) Mi− = (Mi − 1)

a+ 2
i = (Mi + Mi /2 + (γ − 1))

a− 2
i = (Mi − Mi /2 − (γ − 1))

eid = e−(iωLi )/(ci (1+Mi )) ;


eiu = e(iωLi )/(ci (1−Mi )) ;
eis = e−(iωLi )/Ui ;
et = e−iωτ
χ = kQa A3

70
Si può infine scrivere la matrice dei coefficienti X che risulterà quindi di
dimensioni 10 × 10.
A1 M1+ A1 M1−
 
c1
e1d c1
e1u − A1 cU1 ρ1 e1s
p
A2 M2+ A2 M2−
 
A2 U2 ρ2
 − c e2d − c e2u cp
e2s 
 2 2 

 0 0 0 0 

 
 
0 0 0
 
 
A2 M2+ A2 M2−
− A2 cU2 ρ2 e3s
 
 c2
e3d c2
e3u 
p
A3 M3−
 
A3 M3+ A3 U3 ρ3
− c − c
 
 e4d e4u cp
e4s 0 
 3 3 
 
 
A1 ρ1 U13
A1 M1+ a+ A1 M1− a−
 
 1 e1d c1 1 e1u c1 2cp
e1s 
A2 ρ2 U23
 
 + +
−A2 M2 a2 e2d c2 −A2 M2− a−
2 e2u c2 − 2c e2s 
 p 

 0 0 0 A2 

 
 
( ρ γc2 − P1 )e1d ( ρ γc2 − 1
)e − cγ e1s
 
 1 1 1 1 1 P1 1u p

γ
(γ/(ρ2 c22 ) − 1/P2 )e2d (γ/(ρ2 c22 ) − 1/P2 )e2u −
 
 e s
cp 2

 
 0 0 0 0 
 
 
 
 0 0 0 
 A2 ρ2 U22 
 (−A3 − A2 (M22 + 2M2 ))e3d (−A3 − A2 (M22 − 2M2 ))e3u cp
e3s 
 
A3 ρ3 U33
−A3 M3+ a+ A3 M2− a− − 2c
 
 3 e4d c3 3 e4u c3 p
e4s 0 
 
 
 
 0 0 0 
A2 ρ2 U23
 


+ +
A2 M2 a2 e3d c2 A2 M2− a−
2 e3u c2 2cp
e3s 

A3 ρ3 U33
A3 M3− a−
 
 −A3 M3+ a+ 3 e4d c3 3 e4u c3 − 2c e4s A3 
 p 
 
 
M1+ M1− − ρ1cM1
 
 p

 
 0 0 0 

 0 0 0 0 

 
 
1
+ ργ−2 1
− γ 1
 
P1 2 P1 ρ1 c2 cp
1 c1
 1

 
 0 0 0 

 0 0 0 0 

 
 

 0 0 0 

 0 0 0 
e5d e5u 0 0
 
 
 
 
0 0 0
 
 
−χU2 ρ2 c2 et e2s
 χM2+ et e2d χM2− et e2u cp

0 0 0 ρ 2 U2 c 2

71
Capitolo 5

Risultati

5.1 Sezione variabile


La risoluzione dell’equazione detX = 0 non è più eseguibile con il metodo
di Newton-Raphson usato in precedenza a causa di un pessimo condiziona-
mento della matrice. Per questo motivo si è scelto di sostituire all’appros-
simazione di trasformazione isoentropica (ottava riga) una condizione più
semplice, ovvero considerare nulle le onde di entropia nel plenum. Questa
si traduce in termini matematici in σ1 = 0. Cosı̀ facendo l’ottava riga è
banalmente rimpiazzata da

0 0 1 0 0 0 0 0 0 0

Si è scelto di risolvere il sistema mediante una risoluzione grafica che


disegni in funzione di ωr e ωi le linee per cui la parte reale e immaginaria del
determinante sono nulle. Cosı̀ facendo si vanno a visualizzare le soluzioni
nei punti ove tali linee si intersecano. Se questo sistema risulta più affidabile
e meno dispendioso in quanto non è necessaria una continua ricalibrazione
dei parametri del codice numerico per l’analisi di differenti casi è altresı̀
vero che i risultati ottenuti hanno un’approssimazione maggiore. Infatti i
risultati possono essere letti solo graficamente e necessitano quindi di un
operatore se devono essere utilizzati per altri calcoli come per esempio la
rappresentazione dei mode shape.

Si confrontano i risultati ottenuti con quelli proposti da Dowling e Stow


[3] in figura (5.1). Le linee rappresentano la variazione dei modi che provo-
cano risonanza al variare del parametro di fiamma k da zero all’unità. Si

72
può osservare come per k = 0 tre modi sono particolarmente stabili (non
compaiono in figura) e come all’aumentare di k questi subiscano un forte
aumento del loro tasso di crescita mentre la frequenza rimane pressochè in-
variata. Altri modi invece, come quelli a circa 100, 200, 400, 500 Hz, sono
sostanzialmente indipendenti dal variare del modello di fiamma. Si può no-
tare, nonostante le difficoltà di risoluzione numerica, la buona concordanza
dei risultati ottenuti.

Figura 5.1: Modi di risonanza. ×: modi per k = 1; ◦: modi per k = 0.

73
Figura 5.2: Modi di risonanza, metodo grafico per k → 0

Figura 5.3: Modi di risonanza, metodo grafico per k = 1

74
Per rendere i grafici più leggibili si rappresentano in un unico grafico i
risultati calcolati al variare del parametro k da zero a quattro, sovrapposti
a quelli proposti da Dowling e Stow. Si nota una buona concordanza dei
comportamenti dei modi, malgrado l’approssimazione diversa nei due casi
della geometria del sistema.

Figura 5.4: × rosso: modi per k = 1, Dowling e Stow. ◦ blu: modi per
k = 0, Dowling e Stow. + azzurro: modi per k = 1, metodo grafico. ◦
verde: modi perk = 0, metodo grafico. % tendenza all’instabilità per k
crescente

Nei calcoli non è stato utilizzato il tempo di volo τ calcolato, pari a circa
0.0012, ma quello proposto in [3] pari a 0.006. Questa scelta ha un’influen-
za determinante nei risultati. Infatti si può notare come i tre modi a 164,
340 e 500 Hz sono fortemente influenzati dal variare di questo parametro
caratteristico della geometria del premixer. Si veda in figura (5.5) il calcolo
eseguito solo per queste tre frequenze al variare di τ . Un’attenta analisi
rivela che tali frequenze sono approssimativamente pari a 1/τ , 2/τ e 3/τ .
Nell’approssimazione fatta la fiamma è concentrata in x = L2 e quindi il
tempo di volo è presto calcolato in maniera esatta come mostrato in pre-
cedenza. Ma questa è, appunto, un approssimazione: infatti la fiamma è
effettivamente distribuita longitudinalmente e quindi τ non può essere valu-
tato in corrispondenza del solo inizio della fiamma ma deve essere valutato
per tutta la sua estensione. Oltretutto la fiamma potrà oscillare nel tempo

75
quindi anche i valori di τ diversificati per ogni x dovranno dipendere dal
tempo secondo la generica forma τ (x, t) = τ (x)eiωt . Si intravede subito da
queste figure quanto sia determinante il valore di τ che praticamente coman-
da i tre modi relativi alla fiamma. Si osserva inoltre in figura (5.6) come al
diminuire del tempo di volo le frequenze tendono verso l’instabilità. Visto
che τ compare solo insieme a k, se quest ultimo fosse nullo sarebbe inin-
fluente sui risultati. Nonostante tutto si deve notare che Qa assume valori
molto grandi dell’ordine di 107 e quindi anche piccoli valori di k (10−2 ) ri-
sultano essere determinanti per quanto riguarda l’influenza di τ sui modi di
fiamma. È quindi ovvio quanto il modello di fiamma, e in particolar modo
i suoi parametri k e τ siano critici nella risoluzione del problema.

Figura 5.5: Frequenza in funzione del tempo di volo τ delle tre frequenze di
fiamma (cerchi verdi, rossi e blu) sovrapposte a quelle teoriche (1/τ , 2/τ ,
3/τ )

76
Figura 5.6: Variazione del modo a più bassa frequenza relativo alla fiamma
al variare di τ per k piccolo (0.03)

Nonostante tutto, le variazioni di τ non influenzano criticamente i valori


degli altri modi che non siano quelli appena descritti. Infatti si può di-
mostrare che è possibile calcolare le frequenze caratteristiche del plenum in
maniera analitica secondo la formula
cs 1 3
f =n con n = , 1, , ...
L1 2 2
In tabella si può apprezzare la concordanza fra tali frequenze calcolate ana-
liticamente e numericamente per k → 0. Queste sono un buon banco di
prova per la validità del codice e il fatto che il modello di fiamma scelto non
le influenzi significativamente è un’ulteriore punto a favore.

Soluzione analitica Soluzione numerica


102.12 112.70
204.24 206.35
306.36 323.75
408.48 419.97
510.61 517.38

Tabella 5.1: Frequenze naturali del plenum [Hz]

77
Nonostante tutto i limiti del codice scritto sono evidenti per diverse
ragioni:

• Il modello di fiamma è determinante e non si ha uno strumento anali-


tico efficace per valutarne i parametri k e τ che, come si è visto, sono
critici; si deve quindi ricorrere in ogni caso a dati sperimentali o a
simulazioni di larga scala (Large Eddy Simulations).

• Il determinante della matrice dei coefficienti è per qualsiasi valore di ω


molto piccolo (dell’ordine di 10−20 ) quindi il rischio di trovare soluzioni
spurie è molto elevato.

• Confrontando i risultati con codici più raffinati, nonostante le frequen-


ze siano in buona concordanza, i tassi di crescita non sono caratteriz-
zati dalla stessa precisione. Il motivo può essere ricercato nel fatto che
le isolinee del determinante sono nel grafico frequenza-tasso di crescita
pressochè verticali e quindi il tasso di crescita può essere facilmente
affetto da errori.

78
5.2 Autofunzioni
Si mostrano ora alcuni grafici di mode shape calcolati per k = 1 per i
10 modi di risonanza trovati. Vengono confrontati con i risultati ottenuti
da Dowling e Stow [3] mostrati in figura (5.7). L’accordo è accettabile
soprattutto viste le differenze geometriche tra le due configurazioni.

Figura 5.7: Mode shape della pressione per k = 1. a) 30-Hz. b) 104-Hz. c)


168-Hz. d) 203-Hz. e) 300-Hz. f) 312-Hz. g) 396-Hz. h) 415-Hz. i) 495-Hz.
j) 514-Hz.

79
5.2.1 Pressione

Figura 5.8: Autofunzione della pressione per il modo a frequenza 62-Hz.

Figura 5.9: Autofunzione della pressione per il modo a frequenza 110-Hz.

80
Figura 5.10: Autofunzione della pressione per il modo a frequenza 195-Hz.

Figura 5.11: Autofunzione della pressione per il modo a frequenza 205-Hz.

81
Figura 5.12: Autofunzione della pressione per il modo a frequenza 267-Hz.

Figura 5.13: Autofunzione della pressione per il modo a frequenza 311-Hz.

82
Figura 5.14: Autofunzione della pressione per il modo a frequenza 384-Hz.

Figura 5.15: Autofunzione della pressione per il modo a frequenza 420-Hz.

83
Figura 5.16: Autofunzione della pressione per il modo a frequenza 515-Hz.

Figura 5.17: Autofunzione della pressione per il modo a frequenza 544-Hz.

84
5.2.2 Portata

Figura 5.18: Autofunzione della portata per il modo a frequenza 62-Hz.

Figura 5.19: Autofunzione della portata per il modo a frequenza 110-Hz.

85
Figura 5.20: Autofunzione della portata per il modo a frequenza 195-Hz.

Figura 5.21: Autofunzione della portata per il modo a frequenza 205-Hz.

86
Figura 5.22: Autofunzione della portata per il modo a frequenza 267-Hz.

Figura 5.23: Autofunzione della portata per il modo a frequenza 311-Hz.

87
Figura 5.24: Autofunzione della portata per il modo a frequenza 384-Hz.

Figura 5.25: Autofunzione della portata per il modo a frequenza 420-Hz.

88
Figura 5.26: Autofunzione della portata per il modo a frequenza 515-Hz.

Figura 5.27: Autofunzione della portata per il modo a frequenza 544-Hz.

89
Parte III

Cenni sulla fiamma


distribuita e conclusioni

90
Capitolo 6

Fiamma distribuita

Figura 6.1: Forma lobata di una fiamma

Il trasferimento di calore è stato fin’ora considerato concentrato in una


singola sezione del combustore. È evidente come questo non sia generalmen-
te vero, soprattutto, in via del tutto intuitiva, all’aumentare della velocità
del moto base che attraversa la fiamma. È quindi evidente come un’ana-
lisi più attenta debba tener conto di un rilascio termico distribuito su una
lunghezza significativa del bruciatore. Per esempio nell’ultimo caso tratta-
to, banalmente, la miscela inizia a bruciare in corrispondenza dell’inizio del
combustore dove è posizionata la fiamma pilota e continua a bruciare a val-
le. Si può affermare che, in particolare in assenza di moto base, un rilascio
termico che si estende assialmente per una lunghezza d può essere trattato
come concentrato se tale estensione è piccola in confronto alla lunghezza
d’onda acustica (più precisamente d << 2πc̄/ω). Nonostante tutto, questa
è un’approssimazione troppo grossolana se il fluido attraversa la fiamma an-
che con velocità non troppo elevate. Inoltre è presente un’onda di entropia

91
che, propagandosi per convezione a valle, ha una lunghezza d’onda di qual-
che ordine di grandezza più piccola (equazione (4.21) per esempio) di ordine
2πū/ω.

Esistono metodi teorici e sperimentali che riescono a misurare o a predire


la forma della fiamma. Questi metodi portano alla conclusione che questa
ha in sostanza una forma lobata come in figura (6.1). La distribuzione
della fiamma all’interno del condotto può essere in prima approssimazione
assunta uniforme, ovvero un rilascio termico per unità di volume costante
fra due sezioni di inizio e fine combustione. In realtà il modello di fiamma
potrebbe essere affinato considerando una geometria dove il rilascio termico
ha una distribuzione triangolare, ovvero dove la maggior parte delle reazioni
avvengono nel centro della fiamma. Ciononostante è da valutare quanto
queste approssimazioni monodimensionali siano accettabili quando invece la
fiamma ha forme tridimensionali molto complesse.

I metodi sperimentali si basano sul fatto che nella combustione in realtà


avvengono molte reazioni in contemporanea e fra queste alcune che produ-
cono ioni ossidrile OH − si concentrano sul bordo della fiamma. Andando
quindi a valutare solo lo spettro di questi ultimi si può ottenere una stima
del volume entro cui avviene la combustione come si osserva in figura (6.2).
Questo non è per ragioni di forza maggiore un metodo sul quale si può fa-
re affidamento per sviluppare codici in funzione di un’ottimizzazione della
progettazione ma è un ottimo banco di prova per validare i calcoli eseguiti
numericamente con tecniche CFD.

Figura 6.2: Immagini dei radicali nell’arco di un periodo di oscillazione della


fiamma [2]

92
6.1 Calcolo del moto base

Figura 6.3: Modello del bruciatore [2]

Definito il tempo di volo τ come il tempo che impiega una perturbazione


sulla portata massica in un punto di riferimento (spesso il punto di iniezione
del combustibile) a raggiungere la fiamma. Assumendo quindi la forma della
fiamma distribuita secondo una forma triangolare come in figura (6.4) si può
procedere ad una stima di τ sia in funzione delle coordinate spaziali che del
tempo, in modo da tener conto anche dell’oscillare della fiamma. Inoltre sarà
determinata anche q̄(x), funzione che descrive come la fiamma è distribuita
nel condotto.

Figura 6.4: Modello della distribuzione spaziale del rilascio termico [2]

93
Si mostra di seguito un semplice esempio di risoluzione del moto base per
la semplice geometria considerata nella figura (6.3) eseguita con integrazione
diretta nel condotto. Nota la portata massica, le condizioni all’ingresso e
la pressione all’uscita e la sezione in funzione delle ascisse A(x) si possono
integrare le equazioni dalla sezione di ingresso ad una coordinata generica x
d
(ρuA) = 0
dx

d h i
(p + ρu2 )A
dx

" #
d u2
ρuA(cp T + ) = q(x)
dx 2

ottenendo espressioni analitiche per pressione p̄(x), velocità ū(x), densità


ρ̄(x) e temperatura T̄ (x) medi dove Q̄(x) = xx q̄(x)dx. Si trova quindi:
R

r
A0 (p0 +ρ0 u20 ) 2 u20 A0 (p0 +ρ0 u20 )
     
1 γ Q̄(x)
ṁA(x) −4 2 − γ−1 cp T0 + 2 + ṁ − ṁA(x)
ū(x) =  
1 γ
2 2 − γ−1

m
ρ̄(x) =
A(x)ū(x)

(p0 + ρ1 u21 )A1


p̄(x) = − ρ̄(x)ū2 (x)
A(x)

p̄(x)
T̄ (x) =
Rρ̄(x)

La risoluzione del moto perturbato non è invece eseguibile analiticamente


ma deve avvalersi di una discretizzazione delle equazioni nel condotto vista
l’inomogeneità longitudinale del moto base. Per valori generici di ω le con-
dizioni all’uscita non saranno soddisfatte e cosı̀ nel codice si dovrà prevedere
un’iterazione su ω che ricalcoli il moto nel condotto fino alla convergenza.

94
Capitolo 7

Conclusioni e sviluppi futuri

I risultati ottenuti nella parte I hanno avuto in primo luogo il fine di esplo-
rare l’influenza delle velocità in gioco nell’instaurarsi di fenomeni di insta-
bilità termoacustica. Nel verificare tale influenza si era già notato quanto i
risultati ottenuti per i due modelli di fiamma proposti fossero dissimili. Sono
state osservate discrepanze significative sia nella frequenza che nella stabilità
dei modi e soprattutto nelle autofunzioni ricavate, sempre inevitabilmente
affette dalla scelta della transfer function della fiamma.

È stata valutata infine, nella Parte I, l’influenza che hanno molti metodi
di introdurre calore nel flusso (griglie) i quali comportano una perdita di
carico che stabilizza i modi di risonanza e ne attenua la frequenza.

Avendo confrontato quindi modelli di rilascio termico diversi, si è deciso di


analizzarne uno più complesso e vicino alla realtà che variasse con continuità
la prontezza k del sistema iniettore-fiamma e che tenesse conto del suo tempo
di ritardo τ . Questa analisi più attenta è stata la riprova che i timori della
prima parte non erano infondati. La transfer function risulta ricoprire un
ruolo critico nella risoluzione del problema, anzi, per molti modi lo guida
in maniera inaccettabile. Infatti si è notato che i modi di fiamma possono
essere stabili o meno a seconda del valore della prontezza k che viene scelto
e la frequenza di questi ultimi è palesemente guidata dal tempo di ritardo τ
impostato. Il problema fondamentale è che non si hanno spesso strumenti
adeguati per valutare a priori questi due parametri conducendo quindi il
codice a trovare soluzioni poco significative.

95
Avendo quindi notato come una trattazione più realistica non possa pre-
scindere dal considerare la fiamma distribuita su una lunghezza significativa
del condotto, gli immediati sviluppi futuri potranno essere sicuramente l’a-
nalisi di una transfer function più complessa. È indubbiamente questa la
strada da intraprendere dal momento che le altre condizioni e approssimazio-
ni che si sono imposte non sembrano essere cosı̀ rilevanti come quest’ultima.
Cosı̀ si potrà analizzare un sistema che consideri un tempo τ variabile nel
tempo e nello spazio tridimensionale τ (~x, t), cosı̀ come elaborare un modello
che possa valutare il valore di k mediante il calcolo del disturbo sul rapporto
m /m
di equivalenza (equivalence ratio) definito come φ = m̄ff /m̄aa .

Altri sviluppi futuri potranno analizzare l’influenza di questi parametri


determinati su geometrie effettivamente esistenti, tenendo conto quindi della
presenza di più bruciatori in parallelo, di modi azimutali ed eventualmente
radiali e delle non linearità che comportano uno scambio di energia fra i
vari modi e possono quindi portare alla formazione di cicli limite oppure
all’accentuarsi di modi già instabili.

Nell’analizzare questi casi potrà essere infine utile implementare un codice


di ricerca degli autovalori e delle autofunzioni più agile ed affidabile che possa
lavorare in automatico senza la necessità di leggere ogni dato da un grafico
o di tarare spesso alcuni dei parametri di calcolo.

96
Appendice A

Onde stazionarie

Le perturbazioni che si vengono a creare si propagano come onde. Queste


sono confinate all’interno delle pareti della camera di combustione. È quindi
interessante analizzare cosa accade ad un’onda che viene limitata entro un
certo spazio.

Riflessione e sovrapposizione Prima di tutto le onde che si propagano


a monte e a valle della fiamma sono, appena generate, semplici onde che han-
no un’intrinseca direzione caratteristica di propagazione (travelling waves).
Queste, raggiunte le pareti del risonatore, saranno riflesse nel verso opposto
al moto precedente andando a sovrapporsi a quelle in arrivo. In figura (A.1)
è mostrata la sequenza di immagini di una riflessione di un singolo fronte
d’onda.

Figura A.1: Riflessione di una singola onda

Essendo le perturbazioni in questione formate da più fronti d’onda, di fon-


damentale importanza sarà la distanza della sorgente acustica dalla parete e

97
la frequenza della perturbazione per determinare come le onde ancora non ri-
flesse si sovrapporranno a quelle già riflesse. Se le onde che si sovrappongono
hanno la stessa forma e ampiezza si possono formare delle onde staziona-
rie (standing waves). Si considerino ad esempio due onde momocromatiche
viaggianti in verso opposto e di uguale ampiezza a:

A = a sin(ωt − kx) ; B = a sin(ωt + kx)

Sommando le due onde e sviluppando i seni con le formule di duplicazione


si perviene alla forma:

A + B = 2a sin(ωt) cos(kx).

Si nota come l’onda risultante sia formata da una parte fissa nel tempo
dipendente da x e da una parte tempovariante. Infatti le onde stazionarie
sono un particolare tipo di onda in cui non vi è trasporto netto di energia:
esse ’rimangono sul posto’, ovvero hanno dei nodi fissi nello spazio e nel
tempo in kx = π/2 + nπ (si veda l’esempio in figura (A.2)).

Figura A.2: Esempi di onde stazionarie

È quindi evidente come solo determinate perturbazioni aventi le giuste fre-


quenze possano instaurarsi come onde stazionarie all’interno di un condotto
di una data geometria. Si spiega quindi, anche dal punto di vista fisico, il
perchè nel calcolo delle oscillazioni termoacustiche si sia posto detX = 0. In
effetti tutti i valori di ω possono soddisfare il sistema di equazioni omogeneo

98
ricavato, ma solo alcuni non richiedono che le costanti di integrazione siano
tutte nulle. Ciò significa che perturbazioni con frequenze diverse da quelle
trovate possono effettivamente crearsi ma non possono formare nel condotto
onde stazionarie che sono alla base del fenomeno dell’humming.

Assorbimento Analizziamo ora il fenomeno dissipativo che limita l’incre-


mento delle perturbazioni instabili: l’assorbimento. Si è assunto sin ora che
l’energia contenuta in un’onda non venga dissipata e quindi che l’onda stessa
permanga indefinitamente nel tempo e nello spazio. In realtà il propagar-
si delle onde non è totalmente isoentropico e privo di dissipazione. Esiste
comunque un mezzo attraverso il quale l’onda si propaga il quale vibrando
dissipa calore ed energia sottraendola all’onda stessa che quindi si attenua col
tempo. Questo fenomeno è appunto denominato assorbimento. L’onda subi-
sce quindi una diminuzione della sua ampiezza all’aumentare della distanza
percorsa di natura esponenziale. Questa affermazione è verificabile con il
principio di sovrapposizione: si ipotizza che un’onda di ampiezza unitaria,
attraversando un determinato mezzo per una lunghezza L, vede dimezzarsi
la sua ampiezza. Allora supponendo l’onda formata dalla sovrapposizione
di due onde di ampiezza 1/2 questo principio deve valere anche per queste
due onde che quindi nella stessa distanza L si ridurranno entrambe ad 1/4 .
Se questo deve valere anche per la successiva distanza L che l’onda percorre
si può subito intuire che l’unica funzione che soddisfa questi prerequisiti è
proprio l’esponenziale negativa dove f (a) · f (b) = f (a + b).

Figura A.3: Decremento esponenziale dell’ampiezza d’onda dovuta al


fenomeno dell’assorbimento

Ovviamente altri parametri d’onda come velocità e frequenza rimangono


invariati. In molti casi, questo effetto è molto debole. Infatti le onde sonore

99
che si propagano in aria possono viaggiare per chilometri prima che l’am-
piezza diminuisca fino a rendere l’onda impercettibile all’orecchio umano.
Questo fenomeno insieme ad importanti fenomeni dissipativi che avvengo-
no nella riflessione, consente la limitazione della crescita delle perturbazioni.
Queste dissipazioni contribuiscono con le non linearità, che provocano scam-
bi di energia fra i modi a diversa frequenza, alla formazione di un ciclo limite
avente tasso di crescita nullo.

100
Appendice B

Turbogas

Figura B.1: Esempio di turbogas

I turbogas sono impianti a combustibile fossile per la produzione di ener-


gia molto più leggeri e meno ingombranti degli impianti a vapore. Essi per il
loro buon rapporto peso-potenza si prestano bene anche per la propulsione
aeronautica. Come per qualunque macchina termica, un’alta temperatura
di combustione produce un’alta efficienza, come dimostrato dal ciclo ideale

101
di Carnot. Il fattore limitante è la capacità dei materiali che costituisco-
no la macchina (acciaio, super leghe a base di nichel o cobalto e materiali
ceramici) a resistere a temperature elevate sotto sforzo. Le palette delle
turbine sono infatti uno degli esempi più lampanti del fenomeno dello scor-
rimento a caldo (creep). La ricerca si è perciò concentrata verso le tecniche
rivolte al raffreddamento dei componenti e verso nuovi materiali che consen-
tono alle palette più sollecitate di resistere continuativamente, a temperature
superiori a 1500◦ C, alle sollecitazioni richieste.

Figura B.2: Fabbisogno energetico italiano in funzione delle ore del giorno
(giornata lavorativa estiva). Verde: preventivo. Rosso: consuntivo.

Come visto in precedenza il problema della resistenza dei materiali non è


il solo che si presenta per forti sollecitazioni termiche: ad alte temperature è
anche favorito il formarsi di molecole di N OX fortemente inquinanti. È per-
ciò necessario contenere per vari motivi le temperature in gioco, diminuendo
in maniera sensibile il rendimento dell’impianto. Infatti gli impianti a gas
hanno forti cadute di rendimento se non vengono fatti operare al massimo
della potenza; e anche al massimo il loro rendimento globale non supera
quello dei più ingombranti impianti a vapore. Infatti se un impianto a va-
pore può avere un rendimento globale indicativamente di poco superiore al
40% quello di un turbogas non supera il 35%. Questi motivi, unitamente
al fatto che il loro avviamento è molto più rapido dei sistemi di generazio-
ne a vapore, sono alla base delle loro modalità di utilizzo: essi infatti sono
impiegati prevalentemente come impianti di punta, ovvero vengono accesi
solo nelle ore del giorno in cui il fabbisogno energetico è massimo. Come si
vede in figura (B.2) le ore in cui devono essere avviati gli impianti di punta
si trovano in mattinata e nel tardo pomeriggio mentre nelle restanti ore del
giorno il fabbisogno energetico è garantito dagli impianti di base come quelli
a vapore, di miglior rendimento ma con un avviamento più difficile.

102
Visto il rendimento inferiore del ciclo Joule a causa soprattutto di tempe-
rature di scarico molto elevate dell’ordine di 600◦ C in molte applicazioni si
cerca anche di recuperare questo calore allo scarico, altrimenti dissipato. I
rigeneratori sono scambiatori di calore che trasferiscono il calore dei gas di
scarico all’aria compressa, prima della combustione nella caldaia a vapore.
Questi sono detti impianti combinati. Nella configurazione del ciclo combi-
nato, la caldaia a recupero trasferisce il calore ad un sistema che alimenta
una turbina a vapore che opera generalmente in un ciclo Rankine, cioè senza
surriscaldamento del vapore. L’obbiettivo è quello di ottenere combinando i
due cicli un ciclo complessivo il più vicino a quello ideale di Carnot. Si sfrut-
tano le alte temperature allo scarico del ciclo Joule del turbogas (Topping
Cycle) che, scambiando calore con il ciclo sottoposto a vapore (Bottoming
Cycle), opera un recupero di energia che altrimenti andrebbe perduta. Il
trasferimento di calore dal Topping al Bottoming avviene nella caldaia a
recupero. Se si considera idealmente che non vi sia calore non utilizzato,
ovvero calore che non si riesce a trasferire al ciclo sottoposto, allora si può
dimostrare come il rendimento del ciclo combinato sia:

ηc = ηt + ηb − ηt ηb

Presi valori di ηt = 0.3 e ηb = 0.4, non particolarmente elevati, si nota come


il rendimento del ciclo combinato sia nel complesso molto alto e pari a 0.58.
Quindi per tenere il rendimento totale il più elevato possibile si dovrà fare
in modo di minimizzare la dispersione di calore allo scarico del turbogas
rendendo il più piccola possibile il ∆T di Pinch Point dato dalla differenza
fra le temperature lato fumi e lato vapore all’inizio della vaporizzazione del-
l’acqua. In figura (B.3) si vede come, a causa dell’andamento obbligato della
temperatura nel lato dell’impianto a vapore, sia effettivamente impossibile
annullare tale calore non utilizzato.

103
Figura B.3: Andamento delle temperature in funzione della potenza termica

In figura (B.4) vi è invece una rappresentazione qualitativa della sovrappo-


sizione di un ciclo Joule per il gas e di un ciclo Hirn per il vapore. Si osserva
come il ciclo Topping ceda il calore da 4 a 1 non all’ambiente esterno ma al
ciclo Bottoming da A a C.

Figura B.4: Diagramma T-s

104
Infine in figura (B.5) si nota come il calore dei fumi esausti scaricati dal
turbogas raggiunga mediante una grande tubazione la caldaia dell’impianto
a vapore sulla destra.

Figura B.5: Impianto a ciclo combinato

Un’ulteriore modalità di recupero del calore rilasciato allo scarico di una


turbina a gas è la cogenerazione. In questo caso il calore recuperato serve
proprio come calore e non per essere trasformato in un’altro tipo di energia,
per esempio per la produzione di acqua calda.

Figura B.6: Schema di un processo cogenerativo

105
Appendice C

Equazioni a disposizione

Continuità
∂ρ ~
+ ∇ · (ρ~v ) = 0
∂t

Quantità di moto In assenza di fenomeni dissipativi


D~v
 
ρ ~ + ρ~g
= −∇p
Dt

Energia
Ds
ρT = q̇
Dt

Definizione di velocità del suono


∂p γp
 
c2s = = = γRT
∂ρ s ρ

Gas perfetti
p = ρRT
cp
γ=
cv

R = cp − cv

Gibbs
dp
T ds = cp dT − se gas perfetto
ρ

106
Appendice D

Codice

D.1 Fiamma concentrata e sezione costante


detA.m: definisce la matrice dei coefficienti di X
function d e t A=d e t ( oma , M1, T)

format long
k =1.4; R=287;
cp =1004; r =0; s =1/2+1/(1− r ) −(1/(2∗(1 − r ) ˆ 2 ) ) ; %r= b l o c k a g e r a t i o =[0 0 . 2 5 0.5]
T01 =288; T02=T∗T01 ; p2 = 1 0 1 3 2 5 ; % T= [ 1 : 1 0 ]

H=M1. ˆ 2 ∗ ( 1 + ( k − 1 ) . ∗M1ˆ 2 / 2 ) / ( 1 + k . ∗M1ˆ 2 ) ˆ 2 ;


M2=s q r t (((1 −2∗ k∗T∗H)
−s q r t ((1 −2∗ k∗T∗H)ˆ2 −4∗T∗H∗ (T∗H∗kˆ2−(k − 1 ) / 2 ) ) ) / ( 2 ∗T∗H∗kˆ2−k + 1 ) ) ;

T1=T01 /(1+( k −1)∗M1ˆ 2 / 2 ) ; T2=T02 /(1+( k −1)∗M2ˆ 2 / 2 ) ;


c 1=s q r t ( k∗R∗T1 ) ; c 2=s q r t ( k∗R∗T2 ) ;

e 1=exp(− i ∗oma∗ p i /(2∗(1+M1 ) ) ) ;


e 2=exp ( i ∗oma∗ p i /(2∗(1 −M1 ) ) ) ;
e 3=exp(− i ∗oma∗ p i ∗ c 1 / ( 2 ∗ c 2 ∗(1+M2 ) ) ) ;
e 4=exp ( i ∗oma∗ p i ∗ c 1 / ( 2 ∗ c 2 ∗(1−M2 ) ) ) ;
e 5=exp(− i ∗oma∗ p i ∗ c 1 / ( c 2 ∗(1+M2 ) ) ) ;
e 6=exp ( i ∗oma∗ p i ∗ c 1 / ( c 2 ∗(1−M2 ) ) ) ;

a1=M1+M1ˆ2/2+( k −1)ˆ( −1);


a2=M1−M1ˆ2/2 −(k −1)ˆ( −1);
a3=M2+M2ˆ2/2+( k −1)ˆ( −1);
a4=M2−M2ˆ2/2 −(k −1)ˆ( −1);

X=[ (1+M1) −(1−M1) 0 0 0 0;


(1+M1) ∗ e 1 −(1−M1) ∗ e 2 −(1+M2) ∗ ( c 1 / c 2 ) ∗ e 3 . . .
(1−M2) ∗ ( c 1 / c 2 ) ∗ e 4 M2∗ c 1 / c 2 0 ;
(1+2∗M1∗ s+M1ˆ2∗ s ) ∗ e 1 (1 −2∗M1∗ s+M1ˆ2∗ s ) ∗ e 2 . . .
−(1+M2) ˆ 2 ∗ e 3 −(1−M2) ˆ 2 ∗ e 4 M2ˆ2 0 ;
(1+M1) ∗ a1 ∗ e 1 (1−M1) ∗ a2 ∗ e 2 −(1+M2) ∗ a3 ∗ e 3 ∗ c 2 / c 1 . . .
−(1−M2) ∗ a4 ∗ e 4 ∗ c 2 / c 1 M2ˆ3∗ c 2 / ( 2 ∗ c 1 ) 1 ;
0 0 e5 e6 0 0;
−cp ∗ ( T02−T01 )∗(1+M1) ∗ e 1 / ( c 1 ˆ 2 ) . . .
cp ∗ ( T02−T01)∗(1 −M1) ∗ e 2 / ( c 1 ˆ 2 ) 0 0 0 1 ] ;

d e t A= d e t (X ) ;

% Q indipendet t o mass f l o w rate l a s t row


%
% 0 0 0 0 0 1];
%

107
% Q p r o p o r t i o n a l t o mass f l o w r a t e l a s t row
%
% −cp ∗ ( T02−T01 )∗(1+M1) ∗ e 1 / ( c 1 ˆ 2 ) cp ∗ ( T02−T01)∗(1 −M1) ∗ e 2 / ( c 1 ˆ 2 ) 0 0 0 1 ] ;
%
% no d r a g f o r c e t h i r d row
%
% (1+M1) ˆ 2 ∗ e 1 (1−M1) ˆ 2 ∗ e 2 −(1+M2) ˆ 2 ∗ e 3 −(1−M2) ˆ 2 ∗ e 4 M2ˆ2 0 ;
%
% drag f o r c e t h i r d row
%
% (1+2∗M1∗ s+M1ˆ2∗ s ) ∗ e 1 (1 −2∗M1∗ s+M1ˆ2∗ s ) ∗ e 2 −(1+M2) ˆ 2 ∗ e 3 −(1−M2) ˆ 2 ∗ e 4 M2ˆ2 0 ;
%
%
%

dispersion.m: calcola gli autovalori di X

% T h i s program s o l v e s t h e problem :
% F(X) = 0 ; w i t h X complex ,
% u s i n g a Newton−Raphson method .

M1 = . . . ; T= . . . ;
%=============================================================================
% initialisation
%=============================================================================
tic ,
format long
lambda = . 9 ; %r e l a x a t i o n p a r a m e t e r
minRe = . . . ; maxRe = . . . ; Nr = . . . ;
minIm = . . . ; maxIm = . . . ; Ni = . . . ;
[ RE, IM]= m e s h g r i d ( l i n s p a c e ( minRe , maxRe , Nr ) , l i n s p a c e ( minIm , maxIm , Ni ) ) ;
RE=RE . ’ ; IM=IM . ’ ; omega = RE + i ∗IM ;
X= [ ] ;

%=============================================================================
% main l o o p
%=============================================================================
f o r n =1:Nr , f o r m=1: Ni ,

Fp ( n ,m) = detA ( omega ( n ,m) ,M1, T ) ;

X1 = omega ( n ,m) ;
X2 = X1+1e −1∗( ( rand −.5)+ i ∗ ( rand − . 5 ) ); % initial guess
F1 = detA ( X1 , M1, T ) ;
F2 = detA ( X2 , M1, T ) ;

e r r =1; w h i l e e r r >= 1 e −10 , %main l o o p


dF = ( F2 − F1 ) / ( X2 − X1 ) ;
Xn = X2 − lambda ∗F2/dF ;
X1=X2 ; F1=F2 ;
X2=Xn ; F2=detA (Xn , M1, T ) ;
e r r = max ( a b s ( r e a l ( F2 ) ) , a b s ( imag ( F2 ) ) );
end

%d i s p ( [ ’ e r r = ’ , num2str ( e r r ) , ’ X= ’ , num2str (Xn ) ] ) ;


XX( n ,m) = X2 ;
X = [ X ; Xn ] ;
end , end ,
c p u t i m e=t o c ;

d i s p ( [ ’ The c p u t i m e i s : ’ , num2str ( c p u t i m e ) ] ) ,

%=============================================================================
% POST PROCESS
%=============================================================================
om=0; f o r n =1: l e n g t h (X) ,
i f a b s (om−X( n ) ∗ o n e s ( s i z e (om ) ) ) > 1 e −2 , om=[om ; X( n ) ] ; end
end , om=om ( 2 : end ) ;
[ eimag , i s ]= s o r t ( imag (om ) ) ;
om = om( i s ) %SOLUZIONI ! !

108
c o n t o u r f (RE, IM , l o g 1 0 ( a b s ( f l i p u d ( Fp ) ) ) ) , colorbar , h o l d on
p l o t ( r e a l (om ) , imag (om ) , ’ wo ’ , ’ m a r k e r s i z e ’ , 8 , ’ l i n e w i d t h ’ , 2 )
s e t ( gca , ’ f o n t s i z e ’ , 1 8 , ’ l i n e w i d t h ’ , 1 )
x l a b e l ( ’ R e a l \omega L / ( c 1 \ p i ) ’ ) , y l a b e l ( ’ Imag \omega L / ( c 1 \ p i ) ’ )

over all.m: script atto alla scelta dei parametri M1 e T per la rappresen-
tazione delle autofunzioni. Nel codice sotto per esempio si rappresentano le
autofunzioni al variare di M1 per T = 6.

% T= [ 3 : 6 ]
T=6; n =1;
f o r M1 = [ 0 . 0 1 : 0 . 0 1 : 0 . 1 5 ]
%M1= 0 . 0 1 ;
n=n +1;
h o l d on
om=f i n d l o w e s t o m e g a (M1, T)
v e c t o m a ( 1 , n)=om ;
p l o t c o n d o t t o (om , M1, T ) ;

end

find lowest omega.m: rielaborazione come funzione del file ’disper-


sion’ per ottenere in output il valore di ω a più bassa frequenza

f u n c t i o n om = f i n d l o w e s t o m e g a (M1, T)
%=============================================================================
% initialisation
%=============================================================================
tic ,
format long
lambda = . 9 ; %r e l a x a t i o n p a r a m e t e r
minRe = . . . ; maxRe = . . . ; Nr = . . . ;
minIm = . . . ; maxIm = . . . ; Ni = . . . ;
[ RE, IM]= m e s h g r i d ( l i n s p a c e ( minRe , maxRe , Nr ) , l i n s p a c e ( minIm , maxIm , Ni ) ) ;
RE=RE . ’ ; IM=IM . ’ ; omega = RE + i ∗IM ;
X= [ ] ;

%=============================================================================
% main l o o p
%=============================================================================
f o r n =1:Nr , f o r m=1: Ni ,

Fp ( n ,m) = detA ( omega ( n ,m) ,M1, T ) ;

X1 = omega ( n ,m) ;
X2 = X1+1e −1∗( ( rand −.5)+ i ∗ ( rand − . 5 ) ); % initial guess
F1 = detA ( X1 , M1, T ) ;
F2 = detA ( X2 , M1, T ) ;

e r r =1; w h i l e e r r >= 1 e −10 , %main l o o p


dF = ( F2 − F1 ) / ( X2 − X1 ) ;
Xn = X2 − lambda ∗F2/dF ;
X1=X2 ; F1=F2 ;
X2=Xn ; F2=detA (Xn , M1, T ) ;
e r r = max ( a b s ( r e a l ( F2 ) ) , a b s ( imag ( F2 ) ) );
end

%d i s p ( [ ’ e r r = ’ , num2str ( e r r ) , ’ X= ’ , num2str (Xn ) ] ) ;


XX( n ,m) = X2 ;
X = [ X ; Xn ] ;
end , end ,
c p u t i m e=t o c ;

%d i s p ( [ ’ The c p u t i m e i s : ’ , num2str ( c p u t i m e ) ] ) ,

109
%=============================================================================
% POST PROCESS
%=============================================================================
om=0; f o r n =1: l e n g t h (X) ,
i f a b s (om−X( n ) ∗ o n e s ( s i z e (om ) ) ) > 1 e −2 , om=[om ; X( n ) ] ; end
end , om=om ( 2 : end ) ;
[ eimag , i s ]= s o r t ( imag (om ) ) ;
om = om( i s ) ;

plot condotto.m: rielaborazione come funzione del file ’detA’ per rap-
presentare alternativamente tutte le autofunzioni

f u n c t i o n C o e f f=p l o t c o n d o t t o ( oma , M1, T ) ;


format long
k =1.4; R=287; cp =1004; r =0; %r= b l o c k a g e r a t i o =[0 0 . 2 5 0 . 5 ]
s =1/2+1/(1− r ) −(1/(2∗(1 − r ) ˆ 2 ) ) ;
T01 =288; T02=T∗T01 ;
H=M1ˆ2∗(1+( k −1)∗M1ˆ 2 / 2 ) / ( 1 + k∗M1ˆ 2 ) ˆ 2 ;
M2=s q r t (((1 −2∗ k∗T∗H)
−s q r t ((1 −2∗ k∗T∗H)ˆ2 −4∗T∗H∗ (T∗H∗kˆ2−(k − 1 ) / 2 ) ) ) / ( 2 ∗T∗H∗kˆ2−k + 1 ) ) ;

PR2= 1 0 1 3 2 5 ; PR1=PR2∗(1+k∗M2ˆ2)/(1+ k∗M1ˆ 2 ) ;


TM1=T01 /(1+( k −1)∗M1ˆ 2 / 2 ) ; TM2=T02 /(1+( k −1)∗M2ˆ 2 / 2 ) ;
RHO1=PR1/ (R∗TM1 ) ; RHO2=PR2/ (R∗TM2 ) ;
c 1=s q r t ( k∗R∗TM1 ) ; c 2=s q r t ( k∗R∗TM2 ) ;

e 1=exp(− i ∗oma∗ p i /(2∗(1+M1 ) ) ) ;


e 2=exp ( i ∗oma∗ p i /(2∗(1 −M1 ) ) ) ;
e 3=exp(− i ∗oma∗ p i ∗ c 1 / ( 2 ∗ c 2 ∗(1+M2 ) ) ) ;
e 4=exp ( i ∗oma∗ p i ∗ c 1 / ( 2 ∗ c 2 ∗(1−M2 ) ) ) ;
e 5=exp(− i ∗oma∗ p i ∗ c 1 / ( c 2 ∗(1+M2 ) ) ) ;
e 6=exp ( i ∗oma∗ p i ∗ c 1 / ( c 2 ∗(1−M2 ) ) ) ;

a1=M1+M1ˆ2/2+( k −1)ˆ( −1);


a2=M1−M1ˆ2/2 −(k −1)ˆ( −1);
a3=M2+M2ˆ2/2+( k −1)ˆ( −1);
a4=M2−M2ˆ2/2 −(k −1)ˆ( −1);

X=[ (1+M1) −(1−M1) 0 0 0 0 ;


(1+M1) ∗ e 1 −(1−M1) ∗ e 2 −(1+M2) ∗ ( c 1 / c 2 ) ∗ e 3 (1−M2) ∗ ( c 1 / c 2 ) ∗ e 4 M2∗ c 1 / c 2 0 ;
(1+2∗M1∗ s+M1ˆ2∗ s ) ∗ e 1 (1 −2∗M1∗ s+M1ˆ2∗ s ) ∗ e 2 −(1+M2) ˆ 2 ∗ e 3 −(1−M2) ˆ 2 ∗ e 4 M2ˆ2 0 ;
(1+M1) ∗ a1 ∗ e 1 (1−M1) ∗ a2 ∗ e 2 −(1+M2) ∗ a3 ∗ e 3 ∗ c 2 / c 1 . . .
−(1−M2) ∗ a4 ∗ e 4 ∗ c 2 / c 1 M2ˆ3∗ c 2 / ( 2 ∗ c 1 ) 1 ;
0 0 e5 e6 0 0 ;
−cp ∗ ( T02−T01 )∗(1+M1) ∗ e 1 / ( c 1 ˆ 2 ) cp ∗ ( T02−T01)∗(1 −M1) ∗ e 2 / ( c 1 ˆ 2 ) 0 0 0 1 ] ;

% Q i n d e p e n d e n t t o mass f l o w rate l a s t row


%
% 0 0 0 0 0 1];
%
% Q proportional t o mass f l o w rate l a s t row
%
% −cp ∗ ( T02−T01 )∗(1+M1) ∗ e 1 / ( c 1 ˆ 2 ) cp ∗ ( T02−T01)∗(1 −M1) ∗ e 2 / ( c 1 ˆ 2 ) 0 0 0 1];

[ L , U]= l u (X ) ;
U n u l l o=U( 6 , 6 )
C o n d i z i o n a m e n t o=cond (U)

c f=s o l v e U (U ) ;

A=c f (1 ,1);
B=c f (2 ,1);
C=c f (3 ,1);
D=c f (4 ,1);
S=c f ( 5 , 1 ) / (RHO2∗ c 2 ˆ2∗ exp(− i ∗oma∗ p i ∗ c 1 / ( 2 ∗M2∗ c 2 ) ) / cp ) ;
Q=c f ( 6 , 1 ) ∗ c1 ;

S o l u z i o n e n u l l a=X∗ c f

110
x=[0:0.01:0.5];

p1=A∗ exp(− i ∗oma∗x . ∗ p i /(1+M1))+B∗ exp ( i ∗oma∗x . ∗ p i /(1−M1 ) ) ;


u1=(A∗ exp(− i ∗oma∗x . ∗ p i /(1+M1)) −B∗ exp ( i ∗oma∗x . ∗ p i /(1−M1 ) ) ) / ( RHO1∗ c 1 ) ;
r h 1=p1 / ( c 1 ˆ 2 ) ;
t 1=p1 / (RHO1∗ cp ) ;

p o r t a t a 1=RHO1. ∗ u1+r h 1 . ∗M1∗ c 1 ;


qm1=p1+r h 1 . ∗ ( M1∗ c 1 )ˆ2+2∗RHO1∗M1∗ c 1 . ∗ u1 ;
en1=cp ∗T01 ∗ (RHO1. ∗ u1+r h 1 . ∗ c 1 ∗M1)+RHO1∗ c 1 ∗M1∗ ( cp . ∗ t 1+M1∗ c 1 ∗ u1)+Q;
h o l d on

p l o t ( x , abs ( p o r t a t a 1 ) , ’ y ’ ) ;
%p l o t ( x , a b s ( qm1 ) , ’ r ’ ) ;
%p l o t ( x , a b s ( en1 ) , ’ g ’ ) ;

%p l o t ( x , a b s ( p1 ) , ’ b ’ ) ;
%p l o t ( x , a b s ( u1 ) , ’ r ’ ) ;
%p l o t ( x , a b s ( r h 1 ) , ’ k ’ ) ;
%p l o t ( x , a b s ( t 1 ) , ’m’ ) ;

x=[0.5:0.01:1];

p2=C∗ exp(− i ∗oma∗x . ∗ p i ∗ c 1 / ( c 2 ∗(1+M2) ) ) +D∗ exp ( i ∗oma∗x . ∗ p i ∗ c 1 / ( c 2 ∗(1−M2 ) ) ) ;


u2=(C∗ exp(− i ∗oma∗x . ∗ p i ∗ c 1 / ( c 2 ∗(1+M2 ) ) ) . . .
−D∗ exp ( i ∗oma∗x . ∗ p i ∗ c 1 / ( c 2 ∗(1−M2 ) ) ) ) / ( RHO2∗ c 2 ) ;
r h 2=p2 / ( c 2 ˆ2) −( S∗RHO2∗ exp(− i ∗oma∗x . ∗ p i ∗ c 1 / (M2∗ c 2 ) ) ) / cp ;
t 2=p2 / (RHO2∗ cp )+( S∗ c 2 ˆ2∗ exp(− i ∗oma∗x . ∗ p i ∗ c 1 / (M2∗ c 2 ) ) ) / ( ( k −1)∗ cp ˆ 2 ) ;

p o r t a t a 2=RHO2. ∗ u2+r h 2 . ∗M2∗ c 2 ;


qm2=p2+r h 2 . ∗ ( M2∗ c 2 )ˆ2+2∗RHO2∗M2∗ c 2 . ∗ u2 ;
en2=cp ∗T02 ∗ (RHO2. ∗ u2+r h 2 . ∗ c 2 ∗M2)+RHO2∗ c 2 ∗M2∗ ( cp . ∗ t 2+M2∗ c 2 ∗ u2 ) ;

p l o t ( x , abs ( p o r t a t a 2 ) , ’ y ’ )
%p l o t ( x , a b s ( qm2 ) , ’ r ’ ) ;
%p l o t ( x , a b s ( en2 ) , ’ g ’ ) ;

%p l o t ( x , a b s ( p2 ) , ’ b ’ ) ;
%p l o t ( x , a b s ( u2 ) , ’ r ’ ) ;
%p l o t ( x , a b s ( r h 2 ) , ’ k ’ ) ;
%p l o t ( x , a b s ( t 2 ) , ’m’ ) ;

solve U.m: risolve con una decomposizione LU e una sostituzione al-


l’indietro il sistema X · Cf = 0

function c f = s o l v e U (X)

%The program s o l v e s a l i n e a r s i s t e m X∗ c f =0 where X i s a s i n g u l a r u p p e r triangular


%m a t r i x f o u n d w i t h l u d e c o m p o s i t i o n
%The l a s t v a l u e o f t h e s o l u t i o n i s a r b i t r a r i l y c h o s e n t o be u n i t y

d=s i z e (X ) ;
r=d ( 1 , 2 ) ;
cf ( r ,1)=1;

f o r n=[( r −1): −1:1]


s =0;

f o r k =[n +1: r ]
s=s+X( n , k ) ∗ c f ( k , 1 ) ;
end

c f ( n ,1)=( − s ) / (X( n , n ) ) ;

end

111
D.2 Fiamma concentrata e sezione variabile
Base.m: Risoluzione del moto base.

% Make a s t a r t i n g guess at the s o l u t i o n


x0 = [ 1 0 ˆ 5 ; 1 0 ˆ 5 ; 3; 3; 3; 1; 1; 1; 300; 2∗10ˆ7];

% Option t o d i s p l a y o u t p u t
o p t i o n s=o p t i m s e t ( ’ D i s p l a y ’ , ’ i t e r ’ ) ;

% Call optimizer
[ x , f v a l ] = f s o l v e ( @myfun , x0 , o p t i o n s ) ;

m= 0 . 0 5 ;
T1=300;
A1 = 0 . 0 1 2 9 ;
L1 = 1 . 7 ;
A2 = 0 . 0 0 1 4 2 ;
L2 = 1 . 7 3 4 5 ;
A3 = 0 . 0 0 3 8 5 ;
L3 = 2 . 7 3 4 5 ;

tau =0.006;

T3=2000;
P3 = 1 0 1 0 0 0 ;

R=287;
cp =1004;
g =1.4;

P1=x ( 1 )
P2=x ( 2 )
P3
U1=x ( 3 )
U2=x ( 4 )
U3=x ( 5 )
Rh1=x ( 6 )
Rh2=x ( 7 )
Rh3=x ( 8 )
T1
T2=x ( 9 )
T3
Qa=(A3∗Rh3∗U3 ∗ ( cp ∗T3+U3ˆ2/2) −A2∗Rh2∗U2 ∗ ( cp ∗T2+U2 ˆ 2 / 2 ) ) / A3

c 1=s q r t ( g ∗R∗T1 )
c 2=s q r t ( g ∗R∗T2 )
c 3=s q r t ( g ∗R∗T3 )

myfun.m: Definizione della matrice del moto base.

f u n c t i o n F = myfun ( x )

m= 0 . 0 5 ;
T1=300;
A1 = 0 . 0 1 2 9 ;
L1 = 1 . 7 ;
A2 = 0 . 0 0 1 4 2 ;
L2 = 1 . 7 3 4 5 ;
A3 = 0 . 0 0 3 8 5 ;
L3 = 2 . 7 3 4 5 ;

tau =0.006;

T3=2000;
P3 = 1 0 1 0 0 0 ;

R=287;
cp =1004;
g =1.4;

112
F = [ x ( 6 ) ∗ x ( 3 ) ∗ A1 − x ( 7 ) ∗ x ( 4 ) ∗ A2 ; %mass 1−2
x ( 7 ) ∗ x ( 4 ) ∗ A2 − x ( 8 ) ∗ x ( 5 ) ∗ A3 ; %mass 2−3
m − A3∗x ( 8 ) ∗ x ( 5 ) ; %p o r t a t a i n 3
x ( 1 ) − x ( 6 ) ∗R∗T1 ; %PGE1
x ( 2 ) − x ( 7 ) ∗R∗x ( 9 ) ; %PGE2
P3 − x ( 8 ) ∗R∗T3 ; %PGE3
cp ∗T1−cp ∗x ( 9 ) + ( x ( 3 ) ) ˆ 2 / 2 − ( x ( 4 ) ) ˆ 2 / 2 ; %e n e r g y 1−2
x (10) −m∗ ( cp ∗T3−cp ∗x ( 9 ) + ( x ( 5 ) ) ˆ 2 / 2 − ( x ( 4 ) ) ˆ 2 / 2 ) / A3 ; %e n e r g y 2−3
x ( 2 ) ∗ ( x ( 6 ) ) ˆ g−x ( 1 ) ∗ ( x ( 7 ) ) ˆ g ; %i s o e n t r o p i c a
A3 ∗ ( P3−x ( 2 ) ) +A3∗x ( 8 ) ∗ ( x (5))ˆ2 −A2∗x ( 7 ) ∗ ( x ( 4 ) ) ˆ 2 ] ; %coanda

plot detVc.m risoluzione grafica del problema detX = 0

Nr = . . . ; %a t l e a s t 200
Ni = . . . ; %a t l e a s t 200
[ x1 , x2 ] = m e s h g r i d ( l i n s p a c e ( 0 ∗ p i , 1 2 0 0 ∗ p i , Nr ) , l i n s p a c e ( − 1 2 0 0 , 1 2 0 0 , Ni ) );
w a i t=w a i t b a r ( 0 , ’ C a l c u l a t i n g . . . . . . ’ ) ;
f o r i r e =1: s i z e ( x1 ) , w a i t b a r ( i r e /Nr ) , f o r i i m =1: s i z e ( x2 )
om=x1 ( i r e , i i m )+ i ∗ x2 ( i r e , i i m ) ;

m= 0 . 0 5 ; A1 = 0 . 0 1 2 9 ; L1 = 1 . 7 ; A2 = 0 . 0 0 1 4 2 ; L2 = 1 . 7 3 4 5 ; A3 = 0 . 0 0 3 8 5 ; L3 = 2 . 7 3 4 5 ;
R= 2 8 7 . 0 4 ; cp = 1 0 0 4 . 6 4 ; g = 1 . 4 ;

k=....; %

P1 =1.0209 e +005; P2 =1.0157 e +005; P3 = 1 0 1 0 0 0 ;


U1 = 3 . 2 6 8 9 ; U2 = 2 9 . 8 0 4 4 ; U3 = 7 3 . 8 0 7 4 ;
Rh1 = 1 . 1 8 5 7 ; Rh2 = 1 . 1 8 1 4 ; Rh3 = 0 . 1 7 6 0 ;
T1 =300;T2 = 2 9 9 . 5 6 2 9 ; T3 =2000;
Qa =2.2202 e +007;
c1 =347.1887; c2 =346.9357; c3 =896.4374;
M1=U1/ c 1 ; M2=U2/ c 2 ; M3=U3/ c 3 ;
t a u = 0 . 0 0 6 ; %may assume d i f f e r e n t v a l u e s

% x= L 1
e1d=exp ( −( i ∗om∗L1 ) / ( c 1 ∗(1+M1 ) ) ) ;
e1u=exp ( ( i ∗om∗L1 ) / ( c 1 ∗(1−M1 ) ) ) ;
e 1 s=exp ( −( i ∗om∗L1 ) / U1 ) ;

e2d=exp ( −( i ∗om∗L1 ) / ( c 2 ∗(1+M2 ) ) ) ;


e2u=exp ( ( i ∗om∗L1 ) / ( c 2 ∗(1−M2 ) ) ) ;
e 2 s=exp ( −( i ∗om∗L1 ) / U2 ) ;

%x= L 2

e3d=exp ( −( i ∗om∗L2 ) / ( c 2 ∗(1+M2 ) ) ) ;


e3u=exp ( ( i ∗om∗L2 ) / ( c 2 ∗(1−M2 ) ) ) ;
e 3 s=exp ( −( i ∗om∗L2 ) / U2 ) ;

e4d=exp ( −( i ∗om∗L2 ) / ( c 3 ∗(1+M3 ) ) ) ;


e4u=exp ( ( i ∗om∗L2 ) / ( c 3 ∗(1−M3 ) ) ) ;
e 4 s=exp ( −( i ∗om∗L2 ) / U3 ) ;

%x= L 3

e5d=exp ( −( i ∗om∗L3 ) / ( c 3 ∗(1+M3 ) ) ) ;


e5u=exp ( ( i ∗om∗L3 ) / ( c 3 ∗(1−M3 ) ) ) ;
e 5 s=exp ( −( i ∗om∗L3 ) / U3 ) ;

%d e l a y

e t=exp(− i ∗om∗ t a u ) ;

X=[ %mass f l o w r a t e 1−2


A1∗(1+M1) ∗ e1d / c 1 A1 ∗ (M1−1)∗ e1u / c 1 −A1∗U1∗Rh1∗ e 1 s / cp
−A2∗(1+M2) ∗ e2d / c 2 −A2 ∗ (M2−1)∗ e2u / c 2 A2∗U2∗Rh2∗ e 2 s / cp
0 0 0 0 ;
%mass f l o w r a t e 2−3
0 0 0
A2∗(1+M2) ∗ e3d / c 2 A2 ∗ (M2−1)∗ e3u / c 2 −A2∗U2∗Rh2∗ e 3 s / cp
−A3∗(1+M3) ∗ e4d / c 3 −A3 ∗ (M3−1)∗ e4u / c 3 A3∗U3∗Rh3∗ e 4 s / cp 0 ;
%e n e r g y 1−2

113
A1∗(1+M1) ∗ (M1+M1ˆ2/2+( g −1))∗ e1d ∗ c 1 A1∗(1−M1) ∗ (M1−M1ˆ2/2 −( g −1))∗ e1u ∗ c 1
A1∗Rh1∗U1ˆ3∗ e 1 s / ( 2 ∗ cp ) −A2∗(1+M2) ∗ (M2+M2ˆ2/2+( g −1))∗ e2d ∗ c 2
−A2∗(1−M2) ∗ (M2−M2ˆ2/2 −( g −1))∗ e2u ∗ c 2 −A2∗Rh2∗U2ˆ3∗ e 2 s / ( 2 ∗ cp )
0 0 0 A2 ;
%i s o e n t r 1−2
( g / ( Rh1∗ c 1 ˆ2) −1/P1 ) ∗ e1d ( g / ( Rh1∗ c 1 ˆ2) −1/P1 ) ∗ e1u −g ∗ e 1 s / cp
( g / ( Rh2∗ c 2 ˆ2) −1/P2 ) ∗ e2d ( g / ( Rh2∗ c 2 ˆ2) −1/P2 ) ∗ e2u −g ∗ e 2 s / cp
0 0 0 0;
%coanda 2−3
0 0 0
(−A3−A2 ∗ (M2ˆ2+2∗M2) ) ∗ e3d (−A3−A2 ∗ (M2ˆ2−2∗M2) ) ∗ e3u A2∗Rh2∗U2ˆ2∗ e 3 s / cp
A3∗(1+M3) ˆ 2 ∗ e4d A3∗(1−M3) ˆ 2 ∗ e4u −A3∗Rh3∗U3ˆ2∗ e 4 s / cp 0;
%e n e r g y 2−3
0 0 0
A2∗(1+M2) ∗ (M2+M2ˆ2/2+( g −1))∗ e3d ∗ c 2 A2∗(1−M2) ∗ (M2−M2ˆ2/2 −( g −1))∗ e3u ∗ c 2
A2∗Rh2∗U2ˆ3∗ e 3 s / ( 2 ∗ cp ) −A3∗(1+M3) ∗ (M3+M3ˆ2/2+( g −1))∗ e4d ∗ c 3
−A3∗(1−M3) ∗ (M3−M3ˆ2/2 −( g −1))∗ e4u ∗ c 3 −A3∗Rh3∗U3ˆ3∗ e 4 s / ( 2 ∗ cp ) A3 ;
%choked i n l e t
1+M1 −(1−M1) −(Rh1∗M1) / cp 0 0 0 0 0 0 0;
%no e n e r g y p e r t u r b
%1/P1+(g −2)/(Rh1∗ c 1 ˆ 2 ) 1/P1−g / ( Rh1∗ c 1 ˆ 2 ) 1/ cp 0 0 0 0 0 0 0;
0 0 1 0 0 0 0 0 0 0;
%no p r e s s u r e p e r t
0 0 0 0 0 0 e5d e5u 0 0 ;
%h e a t r e l e a s e
0 0 0 k∗Qa∗A3 ∗ (M2+1)∗ e t ∗ e2d
k∗Qa∗A3 ∗ (M2−1)∗ e t ∗ e2u −k∗Qa∗A3∗U2∗Rh2∗ c 2 ∗ e t ∗ e 2 s / cp
0 0 0 Rh2∗U2∗ c 2 ] ;
DET( i r e , i i m )= d e t (X ) ;
end
end
c l o s e ( wait )
p r e a l e=r e a l (DET ) ; pimag=imag (DET ) ;
x1Hz=x1 /2/ p i ; x 2 r e v=−x2 ;

figure (100); clf


[ Con , h ] =c o n t o u r ( x1Hz , x 2 r e v , p r e a l e , [ 0 , 0 ] , ’ C o l o r ’ , ’ r ’ ) ; c o l o r m a p c o o l ; h o l d on
[ Con1 , h1 ] =c o n t o u r ( x1Hz , x 2 r e v , pimag , [ 0 , 0 ] , ’ C o l o r ’ , ’ b ’ ) ; h o l d on

%Dowling e Stow
%K=1
om r = [ 3 0 . 5 9 8 8 6 4 2 2 3 0 2 5 3 1 0 1 . 6 7 4 7 5 4 7 7 5 4 2 5 9 1 6 4 . 2 5 9 1 6 3 6 5 5 1 3 7
201.739803820341 301.791430046464 308.915849251420 396.422302529685
420.893133711926 496.473928755808 514.130098089830];
om i =[21.2734157034675 −10.3886010362694 113.294141092069
−4.31446791550421 71.3969709047429 60.7313670785173 −136.893184535672
−41.2809884416102 −61.1817457154245 3 5 . 3 8 2 6 2 2 5 5 8 7 8 8 4 ] ;
p l o t ( om r , om i , ’ k + ’)
%K=0
om r = [ 2 3 . 6 6 5 5 6 4 4 7 8 0 3 5 0 1 0 6 . 2 8 2 4 7 5 2 0 0 7 5 6 1 7 0 . 3 3 5 3 8 0 2 5 5 0 7 8
201.741615493623 293.136513934813 340.609352857818 359.801606046292
420.424185167690 526.249409541804 512.778932451582];
om i =[ −102.144120320635 −19.6881249483514 −600.435418560450
−12.1353607139906 −51.0739608296835 −121.630113213784 −520.359804974795
−28.3155111147839 −491.169820675977 −11.2094868192711];
p l o t ( om r , om i , ’ ko ’ )

confronto.m: Confronta i risultati con [3].

om r = [ 2 2 . 7 1 1 1 2 . 7 1 8 1 . 9 1 2 0 6 . 3 5 2 9 4 . 9 6 3 2 3 . 7 5 3 5 4 . 8 6 4 1 9 . 9 7 5 1 7 . 3 8 5 2 9 . 4 9 ;
55.83 112.27 188.386 206.27 278.55 312.08 378.31 420.75 517.25 537.66;
61.31 110.52 192.29 206.07 270.27 311.72 382.4 420.84 516.45 541.3;
62.85 110.17 195.29 205.44 267.64 311.04 384.77 420.63 514.55 544.38;
66.66 108.12 201.56 204.14 261.92 309.98 389.98 417.64 511.7 550.16;
70.52 105.59 209.48 201.95 256.1 308.8 401.03 408.12 510.43 5 5 4 . 4 5 ] ;

o m i =[ −218.9 −51.5 −662.45 −33.97 −132.5 −201 −538.5 −43.15 −26.7 − 6 9 5 . 8 ;


−115.2 −33.5 −364.3 −35 −142.4 −95.3 −177.7 −29.45 −34.2 − 3 2 4 . 4 ;
−35.45 −22.4 −268.7 −36 −91.9 −62.81 −81.3 −7.8 −42.8 − 1 8 4 . 4 ;
6 . 3 8 −9.44 −230.27 −30.66 −58.04 −43.78 −42.61 1 2 . 9 7 −39.49 − 1 1 7 . 3 1 ;
8 0 . 5 7 3 . 2 8 −174 −33.5 5 . 6 3 −25.65 −21.65 −42.17 −32.6 − 1 7 . 0 7 ;
1 6 8 . 3 7 . 7 7 −145.55 −25.1 8 8 . 4 5 −13.7 1 1 4 . 6 4 5 . 2 3 −20.99 7 9 . 1 5 ] ;

114
for c =[1:10]
p l o t ( om r ( : , c ) , o m i ( : , c ) , ’ k : ’ )
h o l d on
p l o t ( om r ( 1 , c ) , o m i ( 1 , c ) , ’ go ’ )
p l o t ( om r ( 4 , c ) , o m i ( 4 , c ) , ’ c + ’)
end

om r = [ 2 3 . 6 6 5 5 6 4 4 7 8 0 3 5 0 1 0 6 . 2 8 2 4 7 5 2 0 0 7 5 6 1 7 0 . 3 3 5 3 8 0 2 5 5 0 7 8
201.741615493623 293.136513934813 340.609352857818 359.801606046292
420.424185167690 526.249409541804 512.778932451582;
30.5988642230253 101.6747547754259 164.259163655137
201.739803820341 301.791430046464 308.915849251420 396.422302529685
420.893133711926 496.473928755808 514.130098089830];
om i =[ −102.144120320635 −19.6881249483514 −600.435418560450
−12.1353607139906 −51.0739608296835 −121.630113213784 −520.359804974795
−28.3155111147839 −491.169820675977 −11.2094868192711;
21.2734157034675 −10.3886010362694 113.294141092069
−4.31446791550421 71.3969709047429 60.7313670785173 −136.893184535672
−41.2809884416102 −61.1817457154245 3 5 . 3 8 2 6 2 2 5 5 8 7 8 8 4 ] ;

for c =[1:10]
p l o t ( om r ( : , c ) , o m i ( : , c ) , ’ k . − ’ )

p l o t ( om r ( 1 , c ) , o m i ( 1 , c ) , ’ o ’ )
p l o t ( om r ( 2 , c ) , o m i ( 2 , c ) , ’ rx ’ )
end

xlabel ( ’ Frequency , Re ( \ omega /2\ p i ) [ Hz ] ’ )


ylabel ( ’ Growth Rate , −Im ( \ omega ) [ s ˆ { − 1 } ] ’ )

115
Bibliografia

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