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CAPITOLO

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TESSUTO OSSEO E SUE PROPRIET MECCANICHE

1.1 Classificazione delle ossa



Le ossa sono costituite da tessuto osseo, un tipo di tessuto connettivo mineralizzato le cui
funzioni principali sono:

sostenere i tessuti molli;


proteggere gli organi interni (cuore, polmoni, cervello, ecc.);
fornire luoghi di attacco per i muscoli;
consentire e facilitare lazione dei muscoli e i movimenti del corpo mediante i giunti
articolari che le connettono.
In sintesi, quindi, possiamo dire che la solida composizione delle ossa permette a queste ultime di
svolgere le due importanti funzioni di sostegno (es. femore) e protezione (es. scatola cranica,
cassa toracica). Molte ossa, tra laltro, svolgono entrambe le funzioni in egual misura (es.
vertebre).
Quello osseo uno dei tessuti del corpo pi attivi, sia dinamicamente che metabolicamente, e
rimane attivo tutta la vita.


Fig.1 Diverse tipologie di ossa

Lapparato scheletrico composto da circa 200 ossa suddivise nelle seguenti categorie (Fig.1):

Ossa lunghe. Hanno la dimensione longitudinale maggiore delle due trasversali. La maggior
parte delle ossa degli arti sono ossa lunghe come per esempio femore, tibia e omero.
Ossa corte. Hanno una forma piuttosto tozza quindi approssimativamente le tre
dimensioni spaziali sono paragonabili. Appartengono a questa famiglia le ossa carpali del
polso e quelle tarsali della caviglia.
Ossa piatte. Hanno una forma relativamente sottile e appiattita. Ne sono esempio alcune
ossa del cranio, le costole e le scapole.

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Ossa irregolari. Sono quelle la cui forma non rientra nelle categorie elencate
precedentemente, come ad esempio le vertebre e le ossa facciali.
In Fig. 2 sono evidenziate le parti componenti principali di un osso lungo.


Fig. 2 Parti componenti principali di un osso lungo

Un osso lungo consiste in una zona cilindrica diafisi dotata di espansioni metafisi ad ognuna delle
estremit. Durante la crescita, ad ogni metafisi sovrapposta una epifisi (di forma vagamente
tondeggiante) che unita alla metafisi stessa da un piano di crescita cartilagineo. Allestremit di
ogni epifisi giace un rivestimento specializzato di cartilagine articolare che costituisce la superficie
di scorrimento delle articolazioni. Il piano di crescita il piano in cui presente durante lo sviluppo
dello scheletro uno strato di cartilagine, detta cartilagine di coniugazione o disco epifisario.
Finch questa cartilagine non viene mineralizzata e ossificata, possibile l'allungamento dell'osso.
Alla cessazione della crescita scompare detto piano di crescita ed epifisi e metafisi si fondono in
una struttura unica.
L'osso totalmente rivestito da una membrana di tessuto connettivo denso ed elastico, detta
periostio, che nutre e vascolarizza losso. La porzione interna del periostio contiene cellule
(osteoblasti) particolarmente attive che producono lallargamento circonferenziale e il
modellamento dellosso durante la crescita. Per questi motivi questa porzione del periostio
chiamata strato osteogenico. L'interno della cavit diafisaria e quello delle epifisi, invece
rivestito da uno strato di cellule pavimentose detto endostio.









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1.2 Struttura ossea

STRUTTURA OSSEA A LIVELLO MICROSCOPICO
A livello microscopico, lunit strutturale di base dellosso losteone o Sistema di Havers.
Losteone costituito da un sistema di lamelle concentriche indipendenti tra loro e inserite luna
dentro laltra in modo da formare una struttura cilindrica.
Al centro di ogni osteone presente un piccolo canale, detto Canale di Havers, che contiene
principalmente vasi sanguigni (arteriosi o venosi) e nervi.


Fig. 3 - Osteone

Le lamelle concentriche sono costituite da fibrille di collagene disposte lungo direzioni diverse e il
loro numero varia generalmente da 8 a 20. Esse sono collegate attraverso canali perpendicolari al
canale di Havers, detti Canali di Volkmann, che trasferiscono il contenuto del canale di Havers
alle varie lamelle.
Lungo il contorno di ciascuna lamella sono presenti piccole cavit, dette lacune, ognuna
contenente un osteocita (cellula fondamentale dellosso, detta anche cellula stellata per la sua
forma caratteristica).


Gli osteociti hanno la forma delle lacune ossee in cui sono accolti. Il corpo cellulare appiattito,
dovendosi adattare alla forma lenticolare della cavit che lo contiene ed provvisto di numerosi e
sottili prolungamenti alloggiati in appositi canalicoli ossei, che connettono tra loro le lacune
adiacenti e si diramano in direzione radiale dal canale di Havers verso la periferia dellosteone.
Questi piccoli canali servono sia a scambiare informazioni sia a recuperare i nutrienti dai canali di
Havers.

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Losteone delimitato da una linea di cementazione, che impedisce il passaggio dei vari canali tra
un osteone ed il contiguo.



La linea di cementazione costituita in prevalenza da proteoglicani e costituisce il punto pi
debole della struttura esterna dellosso (osso corticale) quando questultimo viene sollecitato a
trazione. Si osserva infatti come in corrispondenza della linea di cementazione si possa generare
uno sforzo di taglio che determina lo scollamento dellosteone dallosso circostante causando lo
sfilamento dellosteone stesso.
Gli spazi vuoti tra un osteone e laltro sono riempiti da lamelle interstiziali che non hanno un
preciso orientamento ma solo una funzione riempitiva. Molte delle lacune presenti sulle lamelle
interstiziali non sono abitate dagli osteociti, questo perch queste lamelle tendono a diventare
aree di osso morto.
Vicino alle zone periferiche, quindi a contatto con le fasce esterne, ed interne, si trovano le
lamelle circonferenziali.









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STRUTTURA OSSEA A LIVELLO MACROSCOPICO
Tutte le ossa sono composte da due tipi di tessuto:

Tessuto corticale o compatto;
Tessuto spongioso o trabecolare.

Losso compatto forma la porzione pi superficiale delle ossa brevi, delle ossa piatte e delle ossa
lunghe, nonch la diafisi di queste ultime. Ha una struttura dura, solida, compatta, appunto,
perch privo di cavit macroscopicamente evidenti. Il tessuto osseo compatto costituisce circa
l80% della massa scheletrica. La superficie esterna dellosso ha bisogno di una struttura densa e
compatta perch deve resistere a sollecitazioni quali:

compressione;
trazione;
taglio;
torsione;
flessione.



In particolare vanno analizzate le sollecitazioni di torsione e flessione, essendo le pi pericolose.



La parte pi resistente dellosso deve dunque essere quella esterna, la quale non deve rompersi e
deve rimanere integra.
Losso trabecolare si ritrova principalmente a livello delle ossa brevi, delle ossa piatte e delle
epifisi delle ossa lunghe, questo perch si devono realizzare condizioni di minimo peso e massima
resistenza, ed necessaria una maggiore distribuzione del carico (deformazioni plastiche pi
elevate).

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Losso trabecolare appare conformato come una spugna, con travature ossee, dette trabecole,
variamente orientate e intersecate tra loro e delimitanti cavit, dette cavit midollari. Tali travi
sono orientate secondo le linee di forza che agiscono nei movimenti corporei.
Nellosso trabecolare non ci sono canali di Havers e lalimentazione arriva per via indotta
dallesterno.
In generale possiamo dire che lenergia assorbibile dai due tipi di tessuto (spongioso e corticale)
la stessa, ma si ha un diverso andamento delle curve - perch losso spongioso in grado di
subire deformazioni plastiche pi elevate.




1.3 Composizione dellosso

La composizione del tessuto osseo deve essere tale da garantirgli:
elevata resistenza meccanica;
elasticit;
elevata resilienza;
capacit di trasporto dei fluidi allinterno del tessuto;
capacit di trasporto di molecole per la ricostruzione.
Tuttavia, in generale, i materiali con alta resistenza meccanica hanno bassa resilienza: sono fragili
e non riescono ad immagazzinare energia.
Le componenti fondamentali del tessuto osseo sono:

sali minerali, che forniscono maggiore resistenza meccanica;


fibre, che forniscono lelasticit necessaria.

In percentuale si ha che la matrice di un osso corticale maturo composta approssimativamente
dal 28.1% in peso di sostanza organica (matrice extracellulare), dal 59.9% di sostanza inorganica
(idrossiapatite) ed il rimanente 12% di acqua (in volume 38.4% sostanza organica, 37.7% sostanza
inorganica e 23.9% acqua). La parte organica rappresenta la componente tenace e cedevole,
quella inorganica invece rigida e fragile.

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La matrice inorganica costituita principalmente di fosfato di calcio riassemblato nella forma di
piccoli cristalli sintetici di idrossiapatite. Questo composto si forma per deposizione, i cristalli che
si formano (una sorta di aghi) si orientano a seconda della direzione delle fibre.



La matrice organica dellosso un composto di fibre di collagene (90-96%) immerse in un insieme
amorfo di proteine e polisaccaridi chiamato sostanza fondamentale (GAG + glicoproteine, 10-4%).
Il collagene la proteina pi abbondante nel corpo e la sua unit strutturale di base
rappresentata da una catena , una proteina base che si avvolge su unelica sinistrorsa; tre di
queste catene si avvolgono a formare una tripla elica destrorsa che prende il nome di
tropocollagene; le molecole di tropocollagene si dispongono in file parallele a formare fibrille. Le
fibrille infine possono disporsi in fasci ondulati o paralleli per formare fibre e le fibre possono
formare fasci di fibre.



I filamenti di tropocollagene sono tenuti insieme da legami idrogeno, che sono possibili grazie alla
presenza di due enzimi:

Lisina;
Prolina.

La regione di sostanza che circonda le fibre di collagene consiste principalmente in proteine di
polisaccaridi, o glicos-ammino-glicani (GAG), nella forma di molecole complesse chiamate

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proteoglicani (PG). Il GAG serve a cementificare la sostanza tra le lamelle di fibre di collagene
(linea di cementazione).
In base alla dimensione ed alla disposizione del collagene, si distinguono due tipologie di tessuto
osseo:

Tessuto osseo fibroso (o primario): considerato la parte di osso immaturo, esso si forma
durante la fase di crescita, a seguito di una frattura o durante lo sviluppo. Le fibre di
collagene non si organizzano in lamelle stratificate ma decorrono in spessi fasci intrecciati.
A distanza di mesi questo tessuto diventer lamellare.
Tessuto osseo lamellare (o secondario): losso maturo ed costituito da strati di lamelle
parallele sovrapposte l'una all'altra. Le fibre di collagene sono orientate nella stessa
direzione in uno stesso strato osseo e in direzioni differenti rispetto alle lamelle vicine.




1.4 Cellule del tessuto osseo

La presenza di cellule e la circolazione sanguigna allinterno del tessuto osseo evidenziano il fatto
che losso un tessuto vivente.

Fig. - Le cellule dellosso

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Le cellule proprie del tessuto osseo sono morfologicamente distinguibili in quattro variet:

Cellule Osteoprogenitrici o preosteoblasti: si collocano sulle superfici libere delle ossa e
sono dotate di capacit proliferativa. Esse hanno i caratteri di cellule staminali, di elementi
cio dotati della capacit di dare origine a cellule destinate a differenziarsi nonch ad altre
cellule osteoprogenitrici. Durante laccrescimento dellosso le cellule osteoprogenitrici
proliferano attivamente e si trasformano in osteoblasti.

Osteoblasti: sono le cellule primariamente responsabili della sintesi della sostanza
intercellulare dellosso e della sua mineralizzazione. Tali cellule, piuttosto grandi, dopo aver
prodotto la sostanza intercellulare, rimangono imprigionate nella matrice mineralizzata
allinterno delle lacune ossee e diventano pertanto osteociti.

Osteociti: sono le cellule tipiche dellosso maturo, responsabili del suo mantenimento e
anche capaci di avviarne il rimodellamento. Si tratta di cellule stellate, con un corpo
cellulare a forma di lente biconvessa e numerosi prolungamenti citoplasmatici. Il corpo
dellosteocita rimane racchiuso in una nicchia scavata tra le lamelle, detta lacuna ossea,
mentre i prolungamenti corrono allinterno dei canalicoli (canali che collegano due lacune
adiacenti e che si diramano in direzione radiale dal canale di Havers verso la periferia
dellosteone).

Osteoclasti: si tratta di una tipologia di cellule deputata a produrre e secernere enzimi che
agiscono degradando la matrice calcificata, permettendo il riassorbimento dell'osso. Questi
enzimi entrano in gioco sia nei processi di crescita, durante i quali necessaria la
sostituzione del tessuto osseo immaturo (non lamellare) in tessuto osseo lamellare adulto,
sia per permettere le successive rimodellazioni dell'osso.

La presenza di abbondanti microfibrille di collagene, rende ragione di una particolarit del tessuto
osseo lamellare, ossia la sua rifrangenza: quando osservato al microscopio a luce polarizzata si
notano lamelle luminose (birifrangenti) che si alternano a lamelle oscure (monorifrangenti).



Nei primi studi si suppose che le lamelle luminose contenessero miofibrille disposte
parallelamente al piano sella sezione (e perpendicolarmente al fascio di luce polarizzata) e che,

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viceversa, le lamelle oscure contenessero miofibrille disposte perpendicolarmente al piano della
sezione.
Recenti studi spiegano che in ogni lamella le microfibrille di collagene formano un feltro pi o
meno fitto intrecciandosi in ogni direzione dello spazio.
A lamelle sottili (3 m) ricche di miofibrille e povere di hapatite si alternano lamelle pi spesse ( 7
m) povere di microfibrille e ricche di hapatite. Solo le lamelle ricche di microfibrille originano
birifrangenza.


1.5 Propriet meccaniche dellosso
Le notevoli propriet meccaniche del tessuto osseo lamellare sono essenzialmente dovute alla sua
architettura: le lamelle pi ricche in microfibrille sono pi elastiche ed adeguate ad assorbire urti e
sollecitazioni meccaniche di tensione e torsione, mentre quelle pi ricche di minerali
(idrossiapatite) sono pi rigide e adatte a sopportare, senza deformarsi, le forze di pressione
applicate sul segmento osseo.
Sovrapponendosi a strati, i due tipi di lamelle uniscono le loro propriet meccaniche realizzando
un sistema leggero e straordinariamente resistente.



Volendo essere pi precisi, si pu dire che il tessuto osseo, per via della sua architettura, ha un
comportamento assimilabile ad un materiale composito.
In generale, un materiale composito un sistema di materiali composto da una combinazione di
due o pi micro o macrocostituenti che differiscono nella forma e nella composizione chimica e
che essenzialmente sono insolubili luno nellaltro. I singoli materiali che formano i compositi sono
detti costituenti e a seconda della loro funzione si distinguono in matrice ed inclusioni (rinforzo),
linsieme delle due parti costituisce un prodotto con elevate propriet meccaniche.
La matrice costituita da una fase continua omogenea, che ha il compito di:
racchiudere il rinforzo, garantendo la coesione del materiale composito;
garantire che le particelle o le fibre di rinforzo presentino la giusta dispersione all'interno
del composito.

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Il rinforzo rappresentato dalla fase dispersa in varie modalit all'interno della matrice e ha il
compito di assicurare rigidezza e resistenza meccanica, assumendo su di s la maggior parte del
carico esterno.



Sia il tessuto osseo compatto, sia quello spugnoso, dal punto di vista meccanico sono dunque
classificabili come materiali compositi, i cui costituenti di base risultano essere collagene (matrice)
e microcristalli di idrossiapatite (rinforzo).
Come per tutti i materiali compositi le propriet meccaniche del tessuto osseo sono funzione delle
caratteristiche meccaniche dei diversi costituenti nonch della loro disposizione spaziale e
organizzazione strutturale. Ad esempio, la rigidezza di un campione di osso compatto funzione
della sua organizzazione interna, ossia della disposizione spaziale degli osteoni, della rigidezza e
del grado di mineralizzazione del singolo osteone. Analogamente la rigidezza di un campione di
osso spugnoso, osservato nella sua totalit, funzione della sua organizzazione interna, ovvero
della disposizione spaziale delle trabecole, delle propriet meccaniche della singola trabecola, e
della sua composizione interna.
Inoltre, proprio come un materiale composito, il tessuto osseo presenta propriet dipendenti dalla
direzione delle sollecitazioni, cio un materiale anisotropo. Nel caso di osso spongioso
lanisotropia dipende dalla disposizione e dallorientamento delle trabecole ossee, mentre nel caso
corticale legata allorientamento ed alla architettura degli osteoni. Se tutti gli osteoni fossero
disposti casualmente, come potrebbe apparentemente sembrare, preso un campione di materiale
sufficientemente grande esso risulterebbe isotropo, in quanto, secondo la legge statistica, gli
osteoni si disporrebbero in quantit allincirca uguali in tutte le direzioni. Questo non ci che in
realt si verifica; stato infatti osservato che gli osteoni si dispongono maggiormente secondo una
certa direzione piuttosto che in altre, tesi suffragata anche dal fatto che in generale, per losso
corticale, il modulo di Young longitudinale risulta essere decisamente superiore rispetto a quello
trasversale (per un osso lungo 17,4 GPa in direzione longitudinale, 9,6GPa in direzione
trasversale).

ATN!!!
Un materiale sottoposto a sollecitazione esterna si dice:
ISOTROPO se ha la stessa risposta meccanica in tutte le direzioni;
ORTOTROPO se ha la stessa risposta meccanica lungo tre direzioni perpendicolari tra di
loro (i tre assi del sistema di riferimento);
ANISOTROPO se ha una risposta meccanica diversa in ogni direzione.

Altri fattori che possono influenzare le propriet meccaniche dellosso sono:
la velocit di applicazione del carico;
la disomogeneit delle propriet stesse in funzione del sito di estrazione del campione
osseo in analisi;

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let e il sesso del soggetto da cui proviene losso;
le condizioni di prova (umidit e temperatura).
1.5.1 Propriet meccaniche del Collagene

Nella tabella 1 sono riportati i valori del modulo di elasticit, lo sforzo a rottura, l'allungamento a
rottura ed il limite elastico del collagene.


Tab.1 Propriet meccaniche del collagene

Nella figura 4 raffigurato il comportamento meccanico a trazione delle fibre di collagene:


Fig.4 - Comportamento meccanico a trazione delle fibre di Collagene

La particolare struttura delle fibre di collagene responsabile del comportamento meccanico
dellosso. Nella prima parte dellallungamento a trazione (regione 1) larrangiamento elicoidale
delle catene proteiche ed i legami intramolecolari fanno si che le fibre di collagene abbiano una
modesta capacit di sopportare i carichi. Le fibre ruotano e si flettono modificando la loro
geometria spaziale dalla forma elicoidale a quella lineare. Pertanto, la regione 1 caratterizzata da
comportamento elastico con basso valore del Modulo di Young (E). Quando le catene proteiche
sono distese le propriet meccaniche aumentano diventando dipendenti dai legami intra e
intermolecolari. Pertanto, la regione 2 caratterizzata da comportamento elastico con elevate
propriet meccaniche. Sebbene forti a trazione, le fibrille di collagene offrono scarsa resistenza a
compressione poich il loro grande rapporto tra lunghezza e diametro (snellezza) le rende facile
preda del fenomeno dellinstabilit a compressione.

1.5.2 Propriet meccaniche dellidrossiapatite
In tabella 2 sono riportati i valori del modulo di Young, resistenza a compressione, resistenza a
flessione e densit riferiti all'idrossiapatite:

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Tab.2 Propriet meccaniche dellidrossiapatite

1.6 Modelli di approssimazione


In riferimento ai materiali elastici lineari, possiamo individuare due strutture idealizzate che
definiscono il comportamento limite di un materiale composito:

1. Modello di Voigt (strutture in parallelo);
2. Modello di Reuss (strutture in serie)


1. Modello di Voigt (parallelo)
Denominati i due materiali costituenti (Fig.5) rispettivamente matrice (m) e inclusioni (i), nel
modello di Voigt lallungamento imposto al materiale composito lc coincide con lallungamento
subito dalle inclusioni li e dalla matrice lm.


Fig.5 Disposizione di matrice ed inclusioni, Modello di Voigt

La forza Fc che agisce sul blocco bilanciata dalla somma delle forze reattive della matrice e delle
inclusioni:
F# = F% + F' (1)

ossia:
# A# = % A% + ' A' (1)

dove Ac, Ai e Am sono rispettivamente le aree totali del composito, delle inclusioni e della matrice
misurate nel piano perpendicolare alla direzione di applicazione del carico. Nellipotesi di materiali
elastici lineari, possibile applicare la legge di Hooke (=E). Pertanto lequazione 2 pu essere
riscritta come segue:
# E # A # = % E % A % + ' E ' A ' (2)

Poich le deformazioni uguali, ossia:

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# = % = '

si possono elidere:
E# A # = E% A % + E' A '

Dividiamo ambo i membri per Ac e moltiplichiamo numeratore e denominatore del secondo
membro per l:

0 2 04 2 51 54
E# = E% 0 1 2 + E' 03 2
= E%
53
+ E'
53
(4)
3

dove Vc, Vi e Vm sono i volumi rispettivamente del composito (volume complessivo), delle
inclusioni e della matrice.
Essendo:

51
= V%7 : percentuale di volume delle inclusioni rispetto a quello del composito (volume specifico);
53
54 7
= V' : percentuale di volume della matrice rispetto a quello del composito (volume specifico);
53

Possiamo scrivere:
E# = E% V%7 + E' V'
7
(5)


2. Modello di Reuss (serie)

Il modulo elastico del modello di Reuss si ottiene in maniera similare.


Fig.5 Disposizione di matrice ed inclusioni, Modello di Reuss

In questo caso la forza agente sulla matrice e la forza agente sulle inclusioni, coincidono con la
forza agente sul composito (blocco) mentre lallungamento del composito sar dato dalla somma
degli allungamenti dei costituenti:

l# = l' + l% l#; l#% = l'; l'% + (l%; l%% )



Moltiplicando e dividendo ogni singolo termine per il corrispettivo volume (V = l A) si ottiene:

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23 53 24 54 21 5
= + 1
23 03 24 04 21 01
2 =
Essendo = = si ha:
2 >
# V# ' V' % V%
= +
E# A # E' A ' E% A %
Poich aree e sforzi coincidono, ossia:
# = ' = %

A# = A' = A%

semplificando si ottiene:
V# V' V% 1 V' V%
= + = +
E# E' E% E# E' V# E% V#

e ricordando le seguenti espressioni:

51
= V%7 : percentuale di volume delle inclusioni rispetto a quello del composito (volume specifico);
53
54

53
7
= V' : percentuale di volume della matrice rispetto a quello del composito (volume specifico);

si ottiene:

?@
1 7
V' V%7 7
V' V%7
= + E# = +
E# E' E% E' E%

Analogo ragionamento pu essere fatto per il modulo di elasticit tangenziale.
I modelli di Voigt e Reuss rappresentano i comportamenti limite superiore ed inferiore di rigidit di
un materiale composito di composizione e geometria arbitraria.



1.6.1 Osso corticale come materiale composito

La teoria dei materiali compositi un utile strumento per cogliere il contributo meccanico di
collagene e minerale. Si consideri un femore (f) costituito da un materiale composito di tipo Voigt
fibroso con matrice di collagene (c) e inclusione di idrossiapatite (i) e che sia caricato a
compressione con un carico Ff . Il modulo di Young per i due materiali pu essere assunto pari a
2GPa per la fibrilla di collagene e 140 GPa per lidrossiapatite. Si assume inoltre che per un femore
umido lidrossiapatite costituisce circa il 45% del volume totale ed il collagene il 40%.
Per il modello di Voigt valgono le relazioni:

F; = F# + F% (12)
ed
# = % = ; (13)

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F
Utilizzando la legge di Hooke ( = ) e la relazione = si ottiene:
E A

A3 A1
= (14)
03 >3 01 >1

CD
moltiplicando ambo i membri per si ottiene:
E

F# FG F% FG F# FG F% FG F# F% V#7 E#
= = 7 = 7 F# = F% 7 (15)
A # E# H A % E% H V# E# V% E% V# E# V% E% V% E%

sostituendo la (15) nella (12):
V#7 E# F;
F; = F# + F% F; = F% 1+ 7 F% = 5J >

V% E% 1 + 3J 3
51 >1
ossia:
F;
F% = K,MN F% = 0.987F;
1+
K,MO@MK

Lidrossiapatite come si nota sopporta il 98,7% del carico totale e questo sottolinea la completa
inutilit del collagene come elemento resistente dellosso. Come osservato in precedenza, per, il
collagene ha un altro compito molto importante, quello di aumentare la flessibilit dellosso ed
aumentare la capacit di assorbire gli urti senza giungere a rottura.


1.7 Prove meccaniche
Per calcolare il modulo di elasticit E dellosso necessario prendere campioni estremamente
piccoli a forma di osso di cane, ma si hanno delle grosse difficolt a causa delle dimensioni ridotte.



Il provino classico viene di norma sagomato tramite una fresa a disco e questo trattamento
determina un aumento della temperatura, che, nel caso dellosso, produrrebbe delle bruciature
sulla massa organica. Per questo in biomeccanica si usano lavorazioni a freddo, oppure si effettua
il carotaggio.
Occorre per utilizzare provini ricavati in direzioni e posizioni differenti per poter valutare in
maniera completa tutte le possibili sollecitazioni.

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Le tecniche utilizzate per il calcolo dei moduli elastici dell'osso sono principalmente due: emissioni
acustiche e nanoindentazione.
L'emissione acustica una tecnica "integrale" poich il modulo da essa ricavato un valore medio.
Invece la nanoindentazione una tecnica puntuale che consente di calcolare dei valori "puntuali"
del modulo di elasticit.

Prove ad ultrasuoni (emissioni acustiche)
La tecnica ad ultrasuoni utilizza un trasduttore piezoelettrico (dispositivo elettronico che
trasforma l'energia elettrica in energia meccanica vibrazionale) applicato direttamente al
campione di osso per trasmettere e ricevere unonda elastica.


Le propriet elastiche possono essere dedotte da misure di velocit delle onde trasversali e
longitudinali che si propagano in particolari direzioni del campione. Con questa tecnica, infatti,
viene misurata la velocit di propagazione dellonda ultrasonora nel tessuto osseo al variare della
lunghezza donda. Lapparecchio, durante i movimenti di unapposita sonda, memorizza almeno
150-200 differenti velocit ultrasonografiche e la velocit che ne risulta rappresenta la media delle
cinque velocit pi elevate memorizzate.
Il modulo elastico E ha una semplice relazione con la velocit del suono:

E= 2

dove la densit del materiale e la velocit del suono.
Perch questa formula abbia senso la lunghezza donda deve essere maggiore sia della dimensione
trasversale del campione, che della caratteristica dimensionale della struttura (il diametro di un
osteone per esempio per il tessuto osseo corticale). Un pregio di questo metodo la possibilit di
determinare le propriet anisotrope del tessuto osseo di uno stesso campione propagando onde
supersoniche (Ma > 1) in diverse direzioni del campione.
La tecnica ad ultrasuoni pu essere applicata anche per misurare il modulo elastico del tessuto
osseo spugnoso prendendo un campione che rappresenta la struttura (dimensioni di alcuni mm) o
microcampioni (singola trabecola). Negli esperimenti che utilizzano cubi di osso spugnoso la
densit del tessuto di ogni cubo misurata e usata nei calcoli mentre per le prove con le
microstrutture viene utilizzata una densit media del tessuto. La limitazione dellutilizzo della

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tecnica ad ultrasuoni ai cubi di osso spugnoso deriva dal fatto che la reale lunghezza dellonda
supersonica sconosciuta per lo smorzamento dovuto allattraversamento del campione. Inoltre il
valore del modulo una misura media di tutto il provino trascurando la natura eterogenea
dellosso spugnoso.
Unaltra difficolt di applicazione di questa tecnica a microcampioni sta nel fatto che difficile
misurare accuratamente la densit del campione stesso.
Prove di durezza (nanoindentazione)
La nanodurezza H determinata dalla misura della dimensione dellimpronta A lasciata da un
penetratore di diamante. Il penetratore viene spinto nel campione di tessuto osseo
perpendicolarmente alla superficie per un tempo prefissato con un carico noto Pmax. La durezza H
data dal seguente rapporto:

P'WX
H=
A

Le variazioni prodotte dallingresso del penetratore nel materiale dipendono principalmente dalle
propriet elasto-plastiche del materiale stesso. Altri fattori determinanti sono rappresentati dalla
tensione interna, dalle propriet di trazione e compressione, dalla coesione, dalla fragilit ecc., ed
anche il processo produttivo gioca un ruolo importante.
Poich le propriet elastiche e di snervamento contribuiscono alle misure di durezza, difficile
dedurre soltanto propriet elastiche come il modulo elastico E da queste misure. Misure del
modulo elastico in prove di nanoindentazione sono tuttavia possibili se durante la prova si misura
la curva carico-profondit (spostamento). Il modulo di elasticit sar infatti dato dallinclinazione
della cirva:



La durezza dellosso e il modulo elastico sono direttamente collegati alla microstruttura e alla
composizione del materiale nella zona di impronta.
La nanoindentazione stata usata per trovare la durezza e il modulo elastico dellosso e di altri
tessuti duri come la dentina e lo smalto dei denti.


Prove di compressione
La prova a compressione anchessa molto usata per caratterizzare meccanicamente le propriet
del tessuto osseo, sia corticale che spugnoso. Keller nel 1994 (T.S. Keller Predicting the
compressive mechanical behaviour of bone, Journal of Biomechanics) us ad esempio tale prova

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per ricavare le principali propriet del tessuto osseo testando campioni di vertebre e di femori
umani.




Prova di trazione monoassiale
La prova di trazione stata raramente utilizzata dai ricercatori sia perch richiede provini con
estremit adatte a permettere il montaggio sulla macchina di prova, con conseguente difficolt
nella lavorazione del provino, sia perch in alcuni distretti anatomici impossibile prelevare questi
campioni.
Nel caso di prove su singole trabecole le difficolt per questa tecnica sono associate alle prove a
trazione su piccoli provini: per garantire lo stato mono-assiale necessario assicurare il corretto
allineamento che per difficile da effettuare per lirregolarit della geometria della trabecola e le
piccole dimensioni. Inoltre lirregolarit della geometria dellosso spugnoso rende impossibile la
misura precisa delle dimensioni del campione.


Prova a flessione
La prova a flessione stata spesso utilizzata per caratterizzare il tessuto osseo corticale in quanto
facile ricavare i campioni su cui eseguire le prove.
In alcuni studi la prova stata eseguita anche sulla singola trabecola. In questi casi lanisotropia e
leterogeneit del tessuto osseo causa delle complesse distribuzioni non lineari delle tensioni che
si traducono in errori nei risultati se viene applicata una formula per la semplice flessione elastica.
Inoltre la concentrazione dei carichi nei punti di applicazione determina picchi locali di tensione,
che possono essere aumentati dai difetti presenti sulla superficie del tessuto. Lirregolarit della
geometria della trabecola stata presa in considerazione con due approcci. Lewis e Goldsmith
hanno confrontato nel 1975 prove su un campione assimilabile ad una trave a sbalzo con calcoli
agli elementi finiti per stimare errori derivanti dal calcolo semplificato; Kuhn et al. hanno invece
eseguito microlavorazioni sulla trabecola per ottenere campioni rettangolari, per riprodurre
sperimentalmente la condizione teorica.


Propriet a fatica
Oltre alle propriet meccaniche statiche, alcuni ricercatori hanno studiato le propriet a fatica
dellosso corticale e spugnoso per comprenderne meglio il comportamento meccanico alle
sollecitazioni fisiologiche che generano sollecitazioni dinamiche. Utilizzando prove a flessione a
quattro punti su microstrutture Choi and Goldstein hanno dimostrato che il tessuto osseo
spugnoso ha una resistenza a fatica significativamente pi bassa rispetto al tessuto osseo corticale.
Questa differenza pu essere dovuta alla diversit della loro microstruttura: infatti i campioni di
osso corticale sono formati da un insieme di lamelle parallele allasse longitudinale del segmento
osseo (direzione in cui stato ricavato il provino), invece il campione di osso spugnoso contiene

19

diverse linee cementate e un mosaico di microstrutture con lamelle inclinate rispetto allasse del
provino.





1.7.1 Principali fattori che influenzano le propriet meccaniche dellosso
Le propriet meccaniche dellosso sono molto variabili in virt della loro dipendenza da due
fattori:

fattori composizionali
fattori organizzativi

I principali fattori composizionali sono il grado di mineralizzazione e la porosit. intuitivo che la
resistenza e la rigidit aumentano al crescere del contenuto di fase minerale nellosso e
diminuiscono allaumentare della porosit del materiale. Tra i fattori organizzativi, invece, ha un
peso notevole la disposizione delle fibrille di collagene, nonch lorganizzazione spaziale delle
trabecole. Ci che rende in realt complessa la valutazione globale delle propriet meccaniche
dellosso il fatto che tali variabili sono fortemente anisotrope.
Le propriet meccaniche dellosso dipendono anche da molteplici altri fattori che di seguito
vengono riportati.

1) Dipendenza densit apparente
Le propriet meccaniche dellosso dipendono dalla densit apparente e in particolare nel caso
dellosso spongioso tale dipendenza risulta essere maggiore rispetto allosso corticale.

2) Dipendenza dalla velocit di deformazione
Losso esprime un comportamento tipico di un materiale visco-elastico in quanto le sue propriet
dipendono anche dalla velocit di deformazione, definita come rapporto tra allungamento
percentuale e tempo ed quindi dimensionalmente linverso di un tempo.

20


La figura 9 (riferita allosso compatto) illustra il fatto che un osso, sollecitato ad elevate velocit di
deformazione, caratterizzato da unampia zona di elasticit lineare, con una ridotta tendenza
allo snervamento e carico di rottura superiore ai 300 MPa; quando invece sottoposto alle
sollecitazioni in tempi molto pi lunghi, losso riesce a raggiungere allungamenti pi che doppi,
dopo aver subito unimportante deformazione plastica e aver ridotto lo sforzo di rottura ad un
terzo.

3) Dipendenza dal sito anatomico
Nel caso dellosso corticale, le propriet meccaniche risultano tendenzialmente indipendenti dal
sito anatomico da cui viene estratto il provino da analizzare. Differente il discorso per losso
spongioso dove, questo comportamento legato particolarmente allarchitettura delle trabecole.

4) Dipendenza dallidratazione
Le caratteristiche di resistenza delle ossa dipendono fortemente dalla presenza di acqua
allinterno delle stesse.
In condizioni biologiche losso imbevuto di acqua ricca di sale, il che facilta gli adattamenti della
struttura di collagene e permette di realizzare unottimale distribuzione degli sforzi. Lacqua
contenuta nellosso in una percentuale compresa tra il 10-20 % in peso, in funzione dellet
dellindividuo. Lacqua intrappolata nel tessuto spugnoso e allinterno della struttura del
collagene.
Losso fresco idratato ha dunque un comportamento elasto-plastico, con una certa duttilit,
subisce creep (deformazione crescente a carico costante) marcato ed ha una buona tenacit.
Diversamente losso disidratato fragile, ha un modulo di elasticit maggiore, meno tenace ed
ha un comportamento viscoso meno marcato.


Fig.10 Differenti curve tensione-deformazione per osso secco ed idratato

Losso in condizioni fisiologiche presenta un modulo elastico pi basso in quanto la maggiore
adattabilit delle strutture interne lo rende pi cedevole nei confronti degli sforzi applicati.
Lacqua e le proteine rendono losso pi elastico e in particolare lacqua si comporta da gel
ammortizzante. Losso umido in condizioni biologiche maggiormente in grado di sostenere urti o

21

eccessi di sollecitazione senza giungere alla rottura in quanto lenergia assorbibile da un osso
umido almeno pari a cinque volte quella assorbibile da un osso secco. La presenza dellumidit
altera non solo e non tanto il valore assoluto dello sforzo, ma anche e soprattutto lintero regime
di deformazione che passa da un comportamento decisamente elastico lineare per losso secco ad
uno stato di deformazione plastica non reversibile generata dalla presenza delle molecole dacqua
che rende possibile scorrimenti viscosi nella rigida struttura dellosso.


5) Dipendenza dalla composizione dellosso
Il tessuto osseo, come accennato prima, pu essere considerato come un materiale composito
dove i contributi al comportamento meccanico della matrice organica e del componente minerale
sono differenti. I cristalli di apatite sono molto robusti e rigidi; questi valori possono essere
confrontati con quelli dellacciaio (200 GPa) e dellalluminio (70 GPa). Le fibrille di collagene hanno
un modulo elastico intermedio tra quelle delle molecole di collagene (2-3 GPa) e quello delle fibre
di collagene (0.5-1 GPa). Il modulo elastico complessivo dellosso (rilevato in prove di trazione e
compressione su campioni femorali umani prelevati nella direzione dellasse del femore) pari a
10-20 GPa, valori intermedi tra quello della apatite e del collagene, assai elevato per una struttura
biologica in quanto non di molto inferiore a quello dellalluminio. La struttura di collagene
preserva la rigida struttura di apatite dalla possibilit di rottura fragile intervenendo con la sua
parziale cedevolezza a distribuire gli sforzi applicati in modo ottimale. La rigidit strutturale fornita
dallapatite impedisce allosso di deformarsi e di cedere sotto carico, come esso farebbe se
dovesse fare conto soltanto del collagene quale elemento di resistenza.
La tabella 13 mostra linfluenza del contenuto di sostanza minerale sulle propriet meccaniche
dellosso. Si nota come laumento di sostanza minerale aumenti la densit, diminuisca il lavoro
necessario per rompere losso e la sua resistenza a flessione e aumenti in modulo di Young E.



6) Dipendenza dallet fisiologica
Un osso giovane ha una maggiore capacit di deformarsi rispetto ad un osso anziano.
In figura 11 riportato il differente comportamento alla tensione dellosso tibiale di un giovane
rispetto ad un anziano.

22


Fig.11

7) Dipendenza dalle condizioni funzionali
I materiali biologici sono materiali vivi e quindi in condizioni funzionali sono reattivi ai cambi di
condizioni di carico.
In figura 12 riportata la differrente resistenza dellosso vertebrale lombare di scimmia attiva e
immobilizzata.


Fig.12

8) Dipendenza dalla modalit di trattamento
Le propriet del tessuto osseo sono influenzate dalle modalit di conservazione e trattamento dei
campioni.
Innanzi tutto ricordiamo che la presenza di acqua nel tessuto influisce sulle propriet meccaniche
(come descritto in precedenza).
Vi sono stati studi che hanno evidenziato una diminuzione del 10% sulla rigidezza dellosso
trabecolare dopo averlo congelato (ipotizzando un danneggiamento dovuto allespansione dei
fluidi interstiziali durante il congelamento) ed altri studi che invece hanno evidenziato un piccolo
incremento sulla rigidezza a causa del congelamento. Tali differenze sono da attribuire alle diverse
condizioni di congelamento e conservazione dei provini.

9) Dipendenza dalla geometria e dimensioni del provino
Nel corso degli anni 90 stato dimostrato che sia il modulo elastico che la tensione di rottura
dipendono dalla geometria e dalle dimensioni del provino e aumentano allaumentare della
snellezza (rapporto altezza/diametro in provini cilindrici o altezza/base in provini di forma
parallelepipeda).

23

1.8 Confronto tra le propriet meccaniche dellosso corticale e spongioso

In generale possiamo affermare che il materiale che costituisce il tessuto osseo spongioso e il
tessuto osseo corticale lo stesso. Questa affermazione confermata dal fatto che il modulo
elastico dellosso spongioso confrontabile ai valori caratteristici dellosso corticale in direzione
longitudinale, mentre risulta essere superiore in direzione trasversale.

OSSO COMPATTO
Al livello macroscopico losso corticale pu essere modellizzato come materiale omogeneo, e,
utilizzando tale modellizzazione, possibile misurare le sue propriet meccaniche, ad esempio il
modulo di Young, mediante i test meccanici visti in precedenza. Il materiale, in realt, se osservato
ad un livello microscopico si rivela non omogeneo, ovvero le sue caratteristiche variano a seconda
del punto considerato, e anisotropo, cio le sue propriet variano a seconda della direzione in cui
esso viene sollecitato. La non omogeneit dovuta al fatto che esso costituito da unit
strutturali non omogenee che si distribuiscono nella spazio in maniera non uniforme. Lanisotropia
invece, dovuta allorientazione degli osteoni.
Se si considera il comportamento a rottura possibile notare nellosso corticale umano una
differenza significativa tra il comportamento a trazione e a compressione, in particolare a
compressione lo sforzo a rottura risulta pi elevato (200 MPa rispetto ai 135 MPa della trazione)
rispetto a trazione. La capacit di assorbire energia (cio laria sottesa alla curva sforzo
deformazione del materiale) a trazione e a compressione, risulta confrontabile in direzione
longitudinale, mentre nel caso trasversale questa capacit maggiore a compressione.


Diagramma sforzo-deformazione in trazione per osso umano compatto caricato in direzione longitudinale


Propriet meccaniche, modalit e direzioni di carico per osso compatto di femore umano

24

OSSO SPUGNOSO
Come per il compatto, anche per il tessuto spugnoso le propriet meccaniche possono essere
riferite ad un modello continuo e pertanto ricavate sperimentalmente mediante gli stessi test
meccanici utilizzati per lanalisi a livello macroscopico del tessuto compatto effettuati su campioni
cubici di tessuto spugnoso di dimensioni tra gli 8 mm e 1 cm, ovvero sufficientemente grandi da
poter considerare il materiale omogeneo. Tuttavia, in realt, il modulo elastico che si ricava con le
suddette tecniche altro non che un modulo elastico apparente, in quanto la struttura interna del
tessuto spugnoso ben lontana dalle caratteristiche di un modello continuo. Il materiale deve
essere considerato di tipo composito, anisotropo e non omogeneo, costituito da una matrice (la
struttura trabecolare) e da un materiale di riempimento (il midollo) ospitato nelle cavit ossee.
stato dimostrato, mediante modelli e studi sperimentali, che il contributo del midollo alla
sollecitazioni quasi statiche risulta non significativo. La disposizione delle trabecole in alcune
regioni pi densa, in altre molto meno, a seconda del tipo di osso, del sito anatomico, dello stato
di salute del donatore.
Se si considera il comportamento a rottura possibile notare che losso spongioso si frattura
bruscamente sotto forze di trazione, mostrando un comportamento fragile. Losso spongioso
circa 25-30% pi denso, 5-10% pi rigido e 500% pi duttile a compressione rispetto allosso
compatto. La capacit di assorbimento di energia dellosso spongioso sensibilmente pi alta
sotto carichi di compressione piuttosto che sottocarichi di trazione.


Curva sforzo-deformazione in trazione di osso trabecolare


1.9 Osso vs. Acciaio


Losso un materiale che combina elevata resistenza, alto modulo elastico, grande leggerezza e
deformabilit.
La resistenza a trazione dellosso meno del 10% di quella dellacciaio.
La rigidezza dellosso circa il 5% della rigidezza dellacciaio.
Per campioni delle stesse dimensioni e sotto il medesimo carico di trazione, un campione dosso si
deforma 20 volte di pi di uno dacciaio.
Nelle due tabelle che seguono sono riportati, rispettivamente, il confronto tra le caratteristiche
meccaniche dellosso e dellacciaio inossidabile ed il confronto tra le caratteristiche meccaniche
dellosso, dei metalli, dei ceramici e dei polimeri.

25



Confronto caratteristiche meccaniche tra osso, metalli, ceramiche e polimeri



1.10 Rigidezza dell'osso
La rigidezza la capacit che ha un corpo di opporsi alla deformazione elastica provocata da una
forza applicata. La rigidezza k di un corpo che si deforma a distanza sotto una forza applicata P
definita secondo la relazione:



Un corpo elastico pu subire anche deformazioni di flessione ed opporre resistenza a tali
deformazioni; si pu quindi misurare la rigidezza k per una rotazione , sotto un momento
applicato M:



Ulteriori misure di rigidezza sono ricavate per analogia, come:
rigidezza a taglio - rapporto fra la forza applicata e la deformazione di taglio prodotta;
rigidezza torsionale - rapporto fra il momento di torsione applicato e l'angolo di rotazione.

26


Variazione della rigidezza in funzione del modulo di elasticit


Variazione della rigidezza in funzione del diametro










27

1.11 Modelli analitici per il calcolo delle sollecitazioni nellosso
Di seguito viene presentato un approccio per il calcolo delle sollecitazioni del tessuto osseo basato
sullutilizzo di modelli semplificati di strutture osee (es. travi). Si tratta di un Metodo analitico per
il calcolo delle azioni interne e degli sforzi agenti sullosso.
Si prender come riferimento losso del femore e la sua articolazione, superiormente con lanca e
inferiormente con losso tibiale. Si considerer lappoggio bipodalico e lappoggio monopodalico.
Nel caso di appoggio bipodalico le articolazioni possono essere schematizzate con un quadrato
articolato come illustrato in figura 13, sotto lipotesi che il soggetto sia in equilibrio statico e che i
muscoli siano in riposo.
Le articolazioni dellanca e della caviglia si comportano come cerniere, mentre il ginocchio si
comporta come un incastro. Si ha un solo g.d.l. e la struttura in equilibrio solo in configurazione
simmetrica.
Studiamo il caso bipodalico con cerniere allineate.


Fig.13 Appoggio bipodalico

In figura 14 mostrato uno stato di equilibrio pure simmetrico ma in cui la congiungente delle
cerniere ha direzione obliqua. Come conseguenza esiste per lequilibrio una forza in direzione
orizzontale (G/2 tan) tale che lasta virtuale congiungente le due cerniere lavori sempre in
compressione ed il carico risulta quindi maggiore.


Fig.14 Appoggio bipodalico con gambe divaricate




28

Analizziamo ora il caso di appoggio monopodalico riferendoci al caso di posizione statica come in
figura 15.


Fig.15 Aappoggio monopodalico

Complessivamente il corpo risulta in equilibrio se il baricentro (G) in verticale sulla cerniera che
rappresenta larticolazione della caviglia. In assenza di altre forze il corpo si affloscia quindi
necessario bloccare larticolazione dellanca. Questa azione viene svolta dai muscoli del gluteo
(rappresentata in figura dalla forza M che agisce tra il trocantere e lanca).



Fig. 16

Le forze che agiscono sono:
la forza di reazione del terreno pari al peso corporeo (W);
lazione (M) dei muscoli del gluteo, di cui sono noti il punto di applicazione e la direzione
(60) mentre incognita la sua entit;
la forza trasmessa dal corpo alla testa del femore (R) di cui tutto incognito tranne il fatto
che la sua retta di applicazione, a causa della geometria sferica dellaccoppiamento anca-
femore, passa per il centro dellarticolazione.
La forza peso della gamba viene trascurata.

29

Per la soluzione dei carichi applicati lequilibrio in direzione orizzontale e verticale (figura 16 al
centro) permette di scrivere le seguenti relazioni:

FY = 0 M X R X = 0 M X = R X

F5 = 0 M\ + W R \ = 0 R \ = M\ + W

Sono due equazioni in tre incognite in quanto le due componenti di M sono legate da una
relazione trigonometrica. La terza equazione necessaria lequilibrio del momento rispetto alla
cerniera dellarticolazione dellanca che risulta particolarmente semplice se riferita al resto del
corpo (figura 16 a destra) piuttosto che alla gamba:

Wb
M=0 Wb Mc =0M=
c

Da esami radiografici possibile stabilire dei valori per b e c:

c = 50 mm b = 125 mm

da cui si riva il valore di M
125 W
M= M = 2,5 W
50

e, grazie alle altre due equazione di R:

MX = M cos 60 MX = 1,25 W

M\ = M sen 60 M\ = 2,16 W

R X = MX = 1,25 W

R \ = M\ + W R \ = 3,16 W

Si ha dunque che, nonostante la staticit, le reazioni muscolari che devono entrare in gioco sono
molto elevate.
Le forze in gioco sono ben pi elevate del peso del corpo, quindi, per esempio, se siamo in
posizione seduta le forze agenti sulla spina dorsale sono molto elevate, circa 3 volte il peso
corporeo.
Per quanto riguarda la determinazione degli sforzi, per un calcolo di prima approssimazione si
possono utilizzare le formule di De Saint Venant per il calcolo degli sforzi nelle travi.
Nellipotesi che la sezione dellosso sia costante, ad esempio possibile calcolare gli sforzi di
compressione e di trazione sul femore e sulla tibia dovuti alle azioni interne assiali ed ai momenti
flettenti. Si trascurano invece gli sforzi tangenziali dovuti a compressione e momento flettente.

30

Lo sforzo dovuto allazione assiale (compressione) pu essere considerato uniforme sulla sezione e
pari a:
N
i =
A

Lo sforzo dovuto al momento flettente pari a:

M; x
k l =
J

dove Mf il momento flettente, J il momento dinerzia e x la distanza dallasse neutro del punto
della sezione di cui si vuole calcolare lo sforzo (sezione cilindrica cava, asse neutro diametrale ed
orientato a 90 rispetto allasse di azione del momento flettente).
Come noto, lo sforzo dovuto al momento flettente non uniformemente distribuito ma tende
ad aumentare, in valore assoluto, allontanandosi dallasse neutro; inoltre ci sar una met della
sezione sottoposta a sforzi di compressione ed una met sottoposta a sforzi di trazione.
Per il principio di sovrapposizione degli effetti, lo sforzo totale dato dalla somma degli sforzi
dovuti allazione di compressione e al momento flettente.


Fig. 17

In presenza del muscolo ileotibiale si genera una forza (FM) che agisce tra il grande trocantere e il
condilo femorale (ossia fino al ginocchio). Questo tipo di reazioni muscolari producono un tiro per
far diminuire la tensione di flessione. Lazione dei muscoli quindi determinante per limitare il
rischio di rottura delle ossa e sollecitare le ossa con muscoli affaticati pu essere pericoloso.
I diagrammi riportati in figura 18 mostrano come in corrispondenza dellarticolazione del ginocchio
non vi sia sforzo dovuto al momento (in quanto lequilibrio della cerniera richiede assenza di
momenti flettenti) ed aumenti lo sforzo dovuto allazione assiale. Linclusione del muscolo nel
femore provoca dunque un aumento dello sforzo dovuto a compressione (si avr unulteriore

31

compressione FM/A) e una diminuzione dello sforzo dovuto al momento flettente e, in particolare,
si ha circa il raddoppio del primo mentre il secondo si dimezza.


Fig. 18

In un osso lungo leffetto della compressione relativamente blando rispetto alla flessione.

32

1.12 Metodi numerici
Un metodo pi raffinato per il calcolo delle sollecitazioni nellosso certamente il metodo agli
elementi finiti (FEM).
Il metodo degli elementi finiti (FEM, dall'inglese Finite Element Method) una tecnica numerica
atta a cercare soluzioni approssimate di problemi descritti da equazioni differenziali alle derivate
parziali riducendo queste ultime ad un sistema di equazioni algebriche.
Il Metodo F.E.M. si applica a corpi fisici suscettibili di essere suddivisi in un certo numero, anche
molto grande, di elementi di forma definita e dimensioni contenute.
Nel continuum, ogni singolo elemento finito viene considerato un campo di integrazione numerica
di caratteristiche omogenee.
La caratteristica principale del metodo degli elementi finiti dunque la discretizzazione attraverso
la creazione di una griglia (mesh) composta da primitive (elementi finiti) di forma codificata.
Su ciascun elemento caratterizzato da questa forma elementare, la soluzione del problema
assunta essere espressa dalla combinazione lineare di funzioni dette funzioni di base o funzioni di
forma (shape functions), che correlano in campo degli spostamenti per ogni punto dellelemento
al campo degli spostamenti nodali.



1.13 Fenomeni viscoelastici

Un materiale sottoposto a carichi caratterizzati da velocit di applicazione differenti reagisce in


modi diversi, in altre parole, la risposta di un materiale sottoposto ad un carico lento
completamente diversa dalla risposta che lo stesso materiale avrebbe nel caso di carico veloce.
Con un carico rapido (urto) la fase plastica diminuisce e aumenta la resistenza del materiale (ossia
aumenta il modulo di Young), mentre con un carico lento aumenta la fase plastica ma diminuisce
la sua resistenza (ossia diminuisce il modulo di Young).
Ogni materiale, quindi, ha le sue caratteristiche viscose (che sono funzioni del tempo) ed elastiche
(che sono istantanee).
Nei materiali biologici esiste un grande smorzamento dovuto alla presenza del collagene che un
elastomero molto resistente con una capacit smorzante elevata.


Diversa risposta di uno stesso materiale a seconda della velocit del carico applicato

In generale le macchine di prova sono lente, impongono una bassa velocit di deformazione o
tensione per la rottura dei provini.

33

Se le prove vengono eseguite applicando una forza o tensione ed il sistema risponde con una
deformazione, le prove prendono il nome di prove di Creep, se invece vengono eseguite
applicando delle deformazioni e il sistema risponde con delle tensioni, le prove prendono il nome
di prove di Rilassamento.
Dal punto di vista matematico esistono due tipi di risposte:
1) effetto molla;
2) effetto smorzatore.


Fig. 23 a) Modello matematico di tipo molla


Fig. 23 b) Modello matematico di tipo smorzatore

34

PROVE DI CREEP
Se si applica una forza e si ha un modello matematico di tipo molla (Fig. 23a), istantaneamente la
molla si deforma sottoposta al carico applicato secondo la legge di Hooke

F = kL = E

All interruzione di tale forza, la risposta torna a zero senza alcuna deformazione residua (Fig.24):
qrst = u.

La legge matematica della deformazione del tipo: q = qvwxxy =
z
{


Fig.24 Andamento di tensioni e deformazioni con un modello matematico di tipo molla

Se si applica una forza e si ha un modello matematico di tipo smorzatore (fig.23 b), il sistema
tende ad allungarsi crescendo linearmente. Allinterruzione della forza sar presente una
deformazione residua (Fig. 25): qrst u.
z
La legge matematica della deformazione del tipo: q = ~
}

T0 T tempo
1
Fig.25 Andamento di tensioni e deformazioni con un modello matematico di tipo smorzatore








35

PROVE DI RILASSAMENTO
Se si applica una deformazione e si ha un modello matematico di tipo molla (Fig. 23a), la molla
reagisce istantaneamente con una tensione che col passare del tempo si affievolisce (perch per
mantenere la necessaria una minore). Quando la deformazione imposta viene interrotta si
interrompe istantaneamente anche tornando a zero (Fig.26).


Fig.26 Andamento della tensione in presenza e assenza di deformazione per modello matematico tipo molla

Se si applica una deformazione e si ha un modello matematico di tipo smorzatore (fig.23 b), lo
smorzatore risponde con un picco istantaneo di tensione (impulso) per poi tornare a zero (Fig.27).


Fig.27 Andamento della tensione in presenza e assenza di deformazione per modello matematico tipo smorzatore

I due parametri che descrivono i fenomeni appena descritti sono dunque:


la costante elastica k;
lo smorzamento (che potremmo definire come la velocit con cui cresce il carico).

La maggior parte dei tessuti biologici devono essere descritti considerando una combinazione
lineare dei suddetti fattori, non basta un modello base costituito solo da una molla o da uno
smorzatore.

36


I modelli cui generalmente si ricorre sono:

il modello di Maxwell;
il modello di Kelvin-Voigt;
un modello standard costituito da 3 elementi.


Modelli sottoposti creep

Modello di Maxwell
Il modello di Maxwell costituito da una molla e da uno smorzatore in serie (Fig.28)


Fig.28 Il modello di Maxwell

Si supponga di avere una forza che viene applicata allistante t0 ed interrotta all istante t1.
La parte del sistema costituita dalla sola molla subisce una deformazione istantanea
allapplicazione del carico di ampiezza pari a:

k =
E

La parte del sistema costituita dal solo smorzatore nell intervallo di tempo t0- t1 non riesce ad
espandersi istantaneamente ma subisce una deformazione graduale in maniera lineare:


k = t


Nellistante in cui il carico viene tolto, la deformazione relativa alla sola molla viene recuperata,
mentre la parte relativa allo smorzatore non viene recuperata e cos rimane una deformazione
residua q{ (Fig.28), che dipende dal tempo per cui il sistema ha subito il carico e dalla velocit di
deformazione .

La legge matematica della deformazione del tipo: = M + SMORZ = + t .
E


Fig.28 Andamento della tensione in presenza e assenza di deformazione per modello matematico di Maxwell

37

Modello di Kelvin-Voigt
Il modello di Kelvin-Voigt costituito da una molla e da uno smorzatore in parallelo (Fig.30).


Fig.30 Modello di Kelvin-Voigt

Si supponga di avere una forza che viene applicata allistante t0 ed interrotta all istante t1.
Allapplicazione del carico, la parte del sistema costituita dalla molla tende a deformarsi
istantaneamente, ma ci viene impedito dalla parte del sistema costituita dallo smorzatore che si
oppone alla velocit di deformazione. Si ha cos un andamento di crescita di deformazione di tipo
esponenziale. Quando il carico viene tolto la deformazione viene recuperata, ancora una volta non
istantaneamente ma seguendo un andamento esponenziale inverso al precedente e si ha una
deformazione residua nulla (Fig.31).

= ?
La legge matematica della deformazione del tipo: = 1e .
>
importante in questo sistema il tempo di risposta e la velocit dello smorzatore. Da questo
dipende la capacit del sistema di tornare alla posizione originaria.


Fig.30 Andamento della tensione in presenza e assenza di deformazione per modello matematico di Kelvin-Voigt









38

Modello standard (sistema a tre elementi)
Il modello standard costituito da tre elementi disposti come in Fig.32



Si supponga di avere una forza che viene applicata allistante t0 ed interrotta all istante t1.
Sottoposto alla forza F la deformazione istantanea K quella relativa alle molle (k0+k1);
l'andamento esponenziale (@ ) dato invece dallo smorzatore e dalla molla k1. Quando la forza F
smette di agire si ha il recupero istantaneo della deformazione relative alle molle k0 e
successivamente si ha il recupero esponenziale della deformazione data dallo smorzatore e
dalla molla k1 (fig.34). In questo sistema, dunque, non si ha deformazione residua.
La legge matematica della deformazione del tipo:


= K + @ = +
EK + E@
EK + E@ e


La molla k1 perde la sua funzione quando lo smorzatore si espande e subisce tutta la
deformazione.
=
Il valore massimo della deformazione in quanto il limite della deformazione legato proprio
>
allallungamento massimo della molla k0.


Fig.34 Andamento della tensione in presenza e assenza di deformazione per modello matematico del modello standard

39

DIMOSTRAZIONE Modello standard

40

Sistema combinato Maxwell Kelvin-Voigt in serie


Fig.36 Modello molla smorzatore serie parallelo

Si supponga di avere una forza che viene applicata allistante t0 ed interrotta all istante t1.
La deformazione cresce prima linearmente e poi esponenzialmente fino allistante in cui il carico
cessa di agire. Da questo istante in poi la deformazione inizia a decrescere, prima linearmente e
poi seguendo un andamento esponenziale inverso al precedente e si ha una deformazione residua
legata al solo smorzamento @ :

= t tK
@ @

?
La legge matematica della deformazione del tipo: = + + 1


Fig.37 Andamento della tensione in presenza e assenza di deformazione per modello matematico del modello standard


Elementi in serie Kelvin-Voigt


41

Modelli sottoposti a rilassamento

Sottoponendo i primi tre modelli visti in precedenza ad uno step di deformazione (rilassamento)
vediamo dalla Fig.40 che:


Fig.40 Step di deformazione per i principali modelli

nel modello di Maxwell un incremento di deformazione produce istantaneamente sulla
molla una forza e successivamente lo scorrimento dello smorzatore crea un rilassamento
con costante elastica (b/k);
nel modello di Kelvin-Voigt un incremento di deformazione produce istantaneamente sulla
molla una forza, mentre sullo smorzatore si viene a creare una velocit infinita e una forza
infinita (comportamento non realistico);
nel modello standard abbiamo una forza iniziale istantanea dovuta alla presenza sia di k1
che di k2, il successivo scorrimento dello smorzatore produce un rilassamento della forza
sulla molla k1. La forza finale dovuta alla molla k2.













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1.14 Rimodellamento osseo
Il rimodellamento osseo un processo che si realizza attraverso lequilibrio dinamico di due
meccanismi, uno di deposizione e laltro di riassorbimento, con i quali vengono rinforzate le
strutture l dove si concentrano i carichi applicati e vengono ridotte le strutture l dove questi
carichi sono modesti.
Ogni anno circa il 10% della nostra massa ossea complessiva viene rinnovata, ossia ogni 10 anni
circa si ha il completo rimodellamento del tessuto osseo umano.
Il rimodellamento osseo importante:
per la riparazione di microfratture dal normale sforzo fisico;
per rinforzare il tessuto osseo;
per regolare i livelli plasmatici di calcio e fosforo.

Con il termine atrofia si indica una riduzione del tessuto osseo (e in particolare dellidrossiapatite
in esso contenuta) causata dallassenza di applicazione di carichi. Il meccanismo di atrofia porta ad
una riduzione della capacit di sopportazione di carico da parte del tessuto osseo anche dopo solo
poche settimane. Ci avviene nel caso in cui, a causa di una frattura ad esempio, su di un osso non
siano applicati carichi, oppure se a causa di una malattia e alla conseguente permanenza in
posizione orizzontale un soggetto non solleciti adeguatamente la propria struttura ossea. Quello
dellatrofia un rischio concreto anche per gli astronauti in orbita a causa della prolungata
permanenza in ambiente a gravit nulla.
In tutte queste circostanze necessario prevedere un periodo di riadattamento in cui il
meccanismo di ipertrofia abbia modo di ricostruire la struttura resistente necessaria.


Il rimodellamento osseo porta a modificazioni morfofunzionali del tessuto osseo che non
comportano cambiamenti macroscopici della forma del segmento osseo coinvolto.

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Come si pu osservare in Fig.24, il rimodellamento osseo un processo che si articola in 6 fasi:
stasi (o quiescenza): losso calcificato tappezzato da uno strato sottile di cellule di
rivestimento;
attivazione: i preosteoclasti, che vengono richiamati dal flusso circolatorio, vengono indotti
a differenziarsi in osteoclasti nelle sedi dove deve avvenire il riassorbimento di osso;
riassorbimento: gli osteoclasti attivati iniziano a disgregare e riassorbire la matrice ossea,
aprendo delle cavit di riassorbimento. Intanto le cellule osteoprogenitrici si differenziano
formando nuovi osteoblasti;
inversione: gli osteoclasti scompaiono dalla cavit di riassorbimento, la cui superficie viene
ripulita da cellule di tipo macrofagico;
deposizione (o formazione): gli osteoblasti attivi che continuano a formarsi aderiscono alle
pareti delle cavit di riassorbimento e depongono strati successivi di osso, che formeranno
le lamelle concentriche di un nuovo osteone. I residui delle precedenti generazioni di
osteoni non completamente riassorbiti costituiscono le lamelle interstiziali.
mineralizzazione: la matrice ossea viene mineralizzata fino a tornare alla condizione di
partenza. Il ciclo cos completato.

Nellindividuo giovane i processi di rimodellamento osseo sono molto accentuati e le ossa sono
piene di trabecole. Nelladulto, invece, prevale la presenza di osso maturo, compatto e la presenza
di trabecole minore. Nellindividuo anziano le ossa sono piene di lacune ed entrano in gioco
fenomeni di decadimento osseo (osteoporosi).



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Come gi osservato in precedenza, losso un tessuto in continua evoluzione la cui funzione
principale quella di sostenere lorganismo.
Il sistema scheletrico deve dunque avere una configurazione che gli consente di:
minimizzare gli sforzi interni e trasmettere le forze in punti assegnati;
ottimizzare la distribuzione del materiale;
resistere a sollecitazioni impreviste.

Legge di Wolff sul Rimodellamento
Legge Generale di Trasformazione: la struttura di un osso si adatta alla sua funzione,
trasformandosi al variare della stessa;
Legge delle Traiettorie dellOsso Trabecolare: le trabecole dellosso spongioso, nella loro
distribuzione ed orientazione, seguono le linee di carico, ossia la loro distribuzione si adatta
in funzione del massimo rendimento.


Legge di Roux di adattamento funzionale
Principio di Adattamento funzionale: ogni aumento di forza pressoria costituisce una
stimolazione per la formazione di nuovo tessuto osseo, mentre la diminuzione della forza applicata
causa un esaurimento della produzione di osso.
Principio del Progetto Minimax: ottenere la massima resistenza con luso di minimo
materiale.


MODELLI DI MECCANOTRASDUZIONE
Con il termine meccanotrasduzione ci si riferisce in generale a tutti quei meccanismi con cui le
cellule convertono stimoli meccanici in attivit chimica ed elettrica.
Tra i principali modelli di meccanotrasduzione si ricordano:
il modello piezoelettrico di Basset e Becker;
il modello di Piekarski e Munro;
il modello meccanostatico di Frost;
il modello di Salzstein (SGP);

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il modello di Pollack e Zeng;
il modello di Weinbaum.


Modello Piezoelettrico di Basset e Becker
Basset e Becker sperimentarono come trovare se la deformazione meccanica di un osso potesse
produrre nellosso potenziali misurabili in corrente diretta.
Nellosso si sviluppa un potenziale negativo nel caso di compressione, positivo nel caso di trazione
e le cellule ossee non rispondono direttamente alle alterazioni della carica elettrica.
Losso un sistema a due componenti, aventi cristalli di apatite (Positiva) e collagene (Negativa)
precisamente orientati in grado di formare una sorta di diodo a giunzione P.N.
Gli stati che inducono ad una mancanza di sforzo (assenza di correnti elettriche nellosso)
inducono a fenomeni come losteoporosi per il progressivo insediamento di osteoclasti (Teoria
Piezoelettrica di Basset).
La conclusione raggiunta fu che una corrente elettrica viene generata quando losso posto sotto
sforzo, a causa del suo essere sostanza piezoelettrica, ed anche che collagene ed apatite formano
una giunzione del tipo P.N. tipica dei semi-conduttori. Questa corrente elettrica stimola lattivit
dellosso formando cellule.
In sintesi, si osserv che lapplicazione di forze meccaniche nelle ossa secche genera correnti
elettriche che indirizzano gli osteoni in direzione del campo elettrico. Questo per non vale in
condizioni metaboliche (per cui il modello stato ben presto abbandonato).


Modello di Piekarski e Munro
Quando sullosso agiscono dei momenti flettenti, si generano degli sforzi di compressione e
trazione. In corrispondenza delle zone di compressione si verifica una riduzione della porosit della
struttura ossea, mentre nelle zone sollecitate a trazione si verifica un aumento della porosit e ci
porta alla nascita di un gradiente di pressione nel liquido interstiziale, a cui associato un flusso di
fluido che scorre nel sistema lacuno-canalicolare. Questo flusso aziona il meccanismo di consegna
dei nutrienti agli osteociti e la rimozione dei rifiuti da essi prodotti. Questa sorta di effetto
pompa che si determina, poich provoca un aumento di apporto di nutrienti agli osteociti, di
fatto facilita ed accelera eventuali processi di guarigione.
Questo modello, sebbene considerato da molti non del tutto affidabile, non mai stato smentito
da prove ufficiali.






Modello meccanostatico di Frost

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Frost ipotizz che le deformazioni di compressione e trazione statiche agissero sulle cellule e
fossero responsabili della meccanotrasduzione.
Frost evidenzi come, in funzione dello stimolo meccanico, vi siano livelli di crescita del tessuto
osseo diversi e forn anche dei valori quantitativi identificando un range di deformazioni (200-2500
) allinterno del quale i meccanismi di deposizione e riassorbimento dellosso si equilibrano.
Viceversa, se la deformazione locale minore o maggiore di questa soglia, si ha riassorbimento e
formazione di osso. Duncan e Turner identificarono una soglia (oltre i 5000 ) superata la quale si
entra in una zona di sovraccarico patologico col rischio di frattura.
Quello proposto da Frost un modello perfettamente funzionante e quindi valido.



Si possono quindi distinguere le seguenti zone:
Zona di Inutilizzo (< 200 ): non viene applicata nessuna forza sullosso, il quale perde
gradualmente la sua mineralizzazione e di conseguenza la sua resistenza;
Lazy zone (200 m < < 2.500 ): losso viene correttamente stimolato (rimodellamento
fisiologico), la velocit di crescita e di assorbimento sono sostanzialmente in equilibrio
(osteoblasti e osteoclasti lavorano alla stessa velocit);
Zona di Overload (2.500 m < < 5.000 ): se la forza applicata supera la zona di
adattamento, il tessuto osseo reagisce opponendosi allo stimolo esterno con attivazione
degli osteoblasti ed apposizione ossea;
Zona di Overload Patologico ( > 5.000 ): se il carico supera il range fisiologico si pu
inibire la funzione degli osteoblasti e quindi prevale la funzione osteoclastica. Ci pu
portare ad una deformazione permanente fino a rottura (Duncan e Turner).

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Modello di Salzstein (SGP)
Gli esperimenti condotti da Salzstein consistevano nel sottoporre un sottile campione di osso
corticale di forma parallelepipeda ad una prova ciclica di flessione su 4 punti. Come gi osservato,
losso attraversato da flussi di fluido e, quando esso viene compresso, il liquido viene forzato a
fluire nella direzione che va dal lato compresso al lato in tensione. Durante tale moto, gli anioni
sono trattenuti dalla superficie caricata positivamente della matrice ossea, fenomeno che genera
una rete di movimenti di cationi nel fluido, con conseguente differenza di potenziale.
In definitiva, in conseguenza a stress meccanici, viene generato un potenziale elettrico nellosso
(SGP = Stress Generated Potential).


Complessivamente, si hanno due differenti meccanismi che agiscono allo scopo di produrre un
potenziale elettrico nellosso:
Effetto piezoelettrico: genera il potenziale nel materiale a causa dello stress;
Potenziale di scorrimento: dovuto al passaggio forzato del fluido contenuto nellosso
attraverso i pori dellosso stesso.
Tra questi due meccanismi quello preponderante per la produzione del potenziale nellosso
quello del potenziale di scorrimento.

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Modello di Pollack e Zeng
Secondo il modello di Pollack e Zeng nei canalicoli presente il materiale utile alla ricostruzione
dellosso, la quale dipende dalle forze generate nel trasporto e dagli sforzi di taglio.

Modello di Weinbaum
Secondo il modello di Weinbaum le deformazioni indotte dallo stress meccanico nella matrice
ossea calcificata sono in qualche modo rivelate dagli osteociti attraverso piccole tensioni di taglio
(shear forces) indotte dal fluido intercellulare.


Per concludere si riporta di seguito una figura in cui sono schematizzate tutte le forze agenti su
una cellula ossea.



Tra tutte le forze agenti distinguiamo:
il carico esterno sullo scheletro che causa una deformazione del substrato cui si appoggia la
cellula trasmettendola alla stessa (strain);
le forze di pressione dovute all'ambiente interstiziale (pressure);
le forze di taglio superficiale (shear) dovute al passaggio del liquido canaliculare ;
piccoli campi elettrici (electric field) dovuti al fenomeno della piezoelettricit causata dal
liquido interstiziale che passa sfiorando per cos dire cristalli minerali ossei non
elettricamente neutri.






1.15 Guarigione di una frattura
Il processo di guarigione di una frattura comprende 5 fasi:

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