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Premessa

Ad introdurre questa breve storia della Letteratura occita- nica moderna sarà innanzi tutto da chiarire un problema di ter-

minologia. Si suole infatti impropriamente definire la lettera-

tura in lingua d'oc come

ambiguo indifferentemente applicato al complesso dei dia- letti di tutta la Francia meridionale, ai dialetti della Provenza, d'antica lingua dei trovatori o alla lingua letteraria dei poeti d'oc moderni (la cui produzione si indica appunto come let- teratura neo-provenzale). A dissipare tale equivoco si usa qui il termine Occitania, e conseguentemente letteratura d'oc o occi- tanica, per l'insieme del territorio di lingua d'm, definendo letteratura provenzale unicamente quella sviluppatasi nella Provenza propriamente detta.

La lingua d'm, come è noto, è una delle due grandi lin-

gue romanze (lingua d'oil o francese, lingua d'oc o provenzale, secondo la terminologia corrente) formatesi, dopo il processo

di dissoluzione del latino, sul territorio dell'attuale nazione

francese (si aggiunga il gruppo non letterariamente illustre dei dialetti cosiddetti francc+provenzali, intorno a Lione e nella

Savoia, che costituiscono in qualche sorta la transizione fra

oc e oil). Il limite linguistico che separa in Francia le due

zone, situato d'origine piii a nord, presso la Loira, corre attualmente lungo una linea trasversale che va da oriente a occidente e che, iniziando sull'Atlantico, alla confluenza della Garonna e della Dordogna, segue il corso della Gironda, risale fino ad Angouleme, circonda a nord il Massiccio Cen- trale e, costeggiando la zona franco-provenzale, scende a taglia-

re il Rodano sopra Valenza e passa a sud di Grenoble fino a

raggiungere il confine italiano. L'Occitania copre cosi circa un teno del territorio metropolitano della Repubblica fran- cese, comprendendo le antiche regioni storiche di Limosino, Alvernia, Guienna, Guascogna, Linguadoca, Provenza e Delfi- nato meridionale. Corrispondenti grossomodo de province

letteratura

<< provenzale », termine

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La letteratura

occitanica moderna

suddette, i dialetti in cui si usa suddividere l'odierna lingua d'oc presentano una sdciente omogeneith (seppur minore che nell'antica lingua, per la quale la suddivisione è alquanto piu problematica, essendo il processo di frantumazione dia- lettale appena abkzato). Fa eccezione il guascone, entità linguistica piu nettamente differenziata e che presenta nume- rosi tratti propri anche a dialetti deila penisola iberica, come l'aragonese e il castigliano. Abbiamo intenzionalmente omesso dalla lista deile provincie d'oc il Rossigiione, in quanto inglo- bato in una regione linguistica, quella catalana, che, pur stret- tamente collegata aii'occitanica, è caratterizzata da una propria storia e tradizione culturale e letteraria. Che in lingua d'oc si sia espressa, nel Medioevo, la grande poesia trobadorica, da cui muove tutta la tradizione letteraria dell'Europa moderna, è cosa risaputa; e pochi non sono al corrente del movimento di ripristino deila lingua e della lette- ratura del Mezzogiorno di Francia avviato nel secolo scorso dal felibrismo e dal suo massimo esmnente. Mistral. Ma che una letteratura in lingua d'oc si sia svolta su una linea di tra- dizione ininterrotta, pur attraverso evidenti regressi e bru- schi soprassalti, dalla splendida fioritura dei trovatori fino ai felibri, raggiungendo talvolta risultati di luminosa emergenza, e che il seme gettato da Mistral seguiti a fruttifìcare ai nostri giorni è fatto assai poco noto al di fuori degli ambienti specia- lizzati. La critica parigina ignora generalmente le letterature periferiche; d'altra parte il felibrismo, catalizzando l'attenzione sulla rinascita del secolo XIX, ha finito per rigettare nell'ombra altri periodi certo non meno validi o comunque altrettanto si~nificativi.auali la rinascenza del XVI - XVII secolo o l'età prefelibristica, che prepara appunto il C< miracolo » mistraliano. La ragione prima del silenzio che circonda questa lette- ratura sarà da ricercarsi innanzi tutto neila concezione lingui- stica francese, rigorosamente unitaria; si ha di fatto in Francia un processo di unifìcazione linguistica che, conseguendo alla centralizzazione politica e culturale, non trova il suo simile negli altri territori romanzi. La lingua della capitale, divenuta lingua letteraria francese, soppianta nel Nord, già nel XV secolo, tutti gli altri dialetti d'oil che, abbandonati dai circoli colti e parlati solo negli strati inferiori della società, scadono al rango di a patois D e vengono irrimediabilmente respinti dalla tradizione parigina, accademica e unidimensionale. I1 dramma dei C( patois D si svolge ovviamente con maggiore len- tezza nel Sud del paese, politicamente indipendente e dove

"

,

*

.

Premessa

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l'insieme dei dialetti d'oc aveva raggiunto sul piano letterario un'artificiale ma splendida unità: quelia della koinè » tro- badorica, lingua poetica che, adottata da trovatori italiani e catalani, si difEonde come tale in gran parte del Meridione

d'Europa. Ma con la crociata contro gli albigesi e la decadenza dell'intera civiltà sorta neli'arco del Mediterraneo occidentale, si spezza di fatto l'unità culturale dell'insieme occitanico-ca- talano, e si ha una bipartizione su due direttrici, francese ed iberica; di qui la deformazione prosptittica delia creazione let- teraria d'm che, cessata l'indipendenza politica dei territori occitanici, sottoposti d'ora in poi all'autorità parigina, si fa provinciale francese, e meridionale rispetto a Parigi. La penc- trazione del francese nel Sud, accompagnandosi da frantu- mazione della <( koinè » trobadorica, affretta, quasi precipita la decadenza della norma linguistica autoctona. Nel XV secolo

il processo di dialettizzazione può considerarsi compiuto: non

esiste piu un'unità occitanica superdialettale, ma solo un in- sieme di dialetti che corsistono accanto al francese, divenuto ormai lingua ufficiale, e che, sottoposti ad un progressivo pro- cesso di corruzione, verranno equiparati ai « patois ». La rigida concezione linguistica francese, che tende ad escludere gli idiomi eccentrici, influenza poi gli stessi ambienti d'm: si perde gradualmente in provincia la coscienza di appartenere ad un centro attivo di cultura autonoma e si accetta consape- volmente la superiorità della lingua e della cultura d'oil; sicché lo stesso Mistral, nell'intento di fornire autorevoli credenziali al proprio tentativo di recupero, si richiamerà ai trovatori

ignorando

pa-

toisante ». Svoltasi dunque quasi in sordina, al margine della grande letteratura francese, e nell'incoscienza culturale dei paesi d'oc, la letteratura occitanica offre ancor oggi per buona parte un terreno assolutamente vergine. Se la lirica medievale è oggetto della sollecitudine dei romanisti, se sul felibrismo e in parti- colare su Mistral la bibliografia è abbondante (anche se non di rado parziale), sugli altri periodi si trovano scarsissimi studi; ad alcuni autori non è stato dedicato nemmeno un articolo serio,

e davvero esiguo è il numero delle opere edite in maniera sod- disfacente (quando addirittura non si tratti di testi ancora ma- noscritti o non più ristampati da due o tre secoli). Di qui le difficoltà incontrate da chi si accinga a tentare una sintesi, senz'altro prematura (tanto piu che quelle finora tracciate in ambiente occitanico finiscono spesso a panorami indifferenziati,

la produzione

intermedia,

disprezzata come

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La

letteratura

occitanica

moderna

dove l'inventario quasi esaustivo - allo stato attuale delle conoscenze - degli autori e delle opere non si accompagna al necessario scandaglio critico e cede anzi a precccupazioni apo- logetiche, nella malintesa intenzione di dimostrare la ricchezza

e

la validità d'una letteratura negletta). Senza la necessaria base

di

precedenti lavori di scavo ogni sistemazione, oltre che som-

maria, può essere pericolosa; ma in attesa di ricerche mono- grafiche che offrano nuovo materiale di documentazione e di critica, non ci sembra comunque inutile affrontare un quadro d'insieme, suggerendo un disegno a grandi linee che valga

come ipotesi, come progetto arrischiato e suscettibile poi di revisione e approfondimenti particolari. Merito del nostro ten- tativo sarà quindi d'aver proposto un itinerario esplorativo

in una terra in parte ancora sconosciuta e di cui si ignorano

forse molti tesori nascosti; e di aver cercato d'inquadrare criti- camente quello che del patrimonio letterario occitanico è a tutt'oggi accessibile. Siamo debitori di utilissimi suggerimenti

a Robert Lafont, dell'università di Montpellier, e di preziose

indicazioni bibliografiche a Christian Anatole, dell'università

di Friburgo (Svizzera); ad essi va il nostro vivo ringraziamento.

Capitolo primo

Dall'antica

alla nuova letteratura

LA

SCLEROSI

DELLA

LETTERATURA

TROBADORICA

I1 libro d'oro dei trovatori si chiude praticamente alla metà del XIII secolo. La grande poesia d'oc, matrice della tradizione lirica dell'Europa moderna, sempre pi6 si mortifica, e agonizza alle soglie del 1300, ripetendo stancamente le for- mule dei suoi sommi artefici: la perizia tecnica compensa il difetto dell'arte. La ragione della morte della grande lette- ratura e, pi6 generalmente, della civiltà occitanica, è stata spesso individuata nel dramma della crociata contro gli albi- gesi, da cui i paesi d'oc non seppero piu risollevarsi. Indubbia- mente le conseguenze di tale conquista, che dal 1208 al 1229 portò la desolazione nel Sud della Francia, furono immediate sulla struttura sociale del paese e quindi sulla sua situazione

' culturale. Va iiconosciuto peraltro che, se la crmiata fu causa determinante per l'avvilimento di quella peculiare civiltà lette- raria, non fu certo l'unica: tanto pi6 che la monarchia cape- tingia non intraprese alcuna campagna contro la lingua che di quella letteratura era supporto. Se la cancelleria reale comincia in quest'epoca a redigere le lettere in francese, si continua d redigerle in latino per i paesi d'oc, dove d'altra parte vengono diffuse in traduzione mitanica. la Chiesa ostacola la lin- gua d'oc, sospettato veicolo del catarismo: almeno i due terzi della produzione letteraria del << Midi nel XIV e XV secolo consistono in opere edificanti. Le cause esterne agiscono insomma su una letteratura che in parte si va svuotando dall'interno. I limiti raggiunti dalla poesia trobadorica non erano mantenibili, anche quando le condizioni storiche e ambientali fossero state più propizie di quanto non furono. Quella 6 fragilità d'apici D che scivola nel gioco intellettuale si trasmise alla scuola siciliana, ai poeti gal- leghi e ai Minnesanger. Ma, passate le consegne a mani varia- mente capaci, la tarda poesia trobadorica subisce un'involuzione in senso accademico e. si fossilizza irrimediabilmente. Certo numerose sono le voci che ancora si levano a mantenere,

l O

uI letteratura occitanica moderna

almeno nominalmente, l'eredità dei grandi predecessori: l'ul- tima scuola trobadorica si riunisce intorno da corte del conte Henri de Rodez, morto nei 1302, ed è suila base d'una produ- zione ancor viva, da Bernard de Panassac a Raimon de Cornet ad Arnaut Vidal, che si costituisce, nel 1323, il << Consistori del Gai Saber )> (Concistoro della Gaia Scienza): non quindi tardivo e postumo soprassalto, ma concraione in scuola am- ministrativamente costituita d'un'attività letteraria ancor pre- sente. Tuttavia la stessa istituzione d'un'accademia, e l'orga- nizzazione di concorsi di poesia d'ora innanzi succedentisi anno per anno, è indice dello scadimento a mestiere di quella che era stata e doveva continuare ad essere un'arte: conservatorio d'una cultura poetica, obbedendo all'intento archeologico di regolarizzare la sopravvivenza d'una poesia autoctona, il (< Gai Saber )> non potrà ottenere altro resultato che quello di svuotarla d'ogni succo originale, e di affrettarne, se non addi- rittura di sancirne la sclerosi. L'estremo atto di questo pro- cesso si avrà nei .1350, quando la compagnia incarica il cancel- liere Guilhem Molinier di redigere il codice dell'arte del tro- vare, le Leys d'amor, che song di fatto promulgate sei anni dopo: rigorosa sistemazione della lingua e della poetica dei trovatori, metro alla valutazione delle opere presentate ai con- corsi ed esauriente manuale per i concorrenti. Ma la raccolta delle poesie coronate dal << Gai Saber » dal 1324 al 1484 offre

la piu desolante testimonianza dell'insuccesso dell'impresa nor-

malizzatrice: lumzhe schiere di candidati di estrazione auasi esclusivamente tolosana, esercitantisi in composizioni accade- miche, dove si sgretola la norma linguistica e il lessico si riem- pie di francesismi. Tolosa, di cui già si configura il ruolo di capitale dei paesi d'oc, come sede dei << parlements (creati da Filippo il Bello)

e dell'università, filiale della Sorbona (istituita fin dal 1229)' fallisce cosi nel tentativo di porsi come capitale della lingua, ad onta del concistoro e della sua opera di fissazione delle re- . gole dell'esercizio poetico e della norma linguistica. All'antico

dominio feudale indipendente si sostituisce di fatto una pro- vincia francese: la << Lingua d'oc » che, secondo la definizione

geograficamente vaga dei documenti del tempo e delle stesse Leys d'amor, comprende grosso modo il territorio fra il Rodano e la Garonna; ne è esclusa la Guascogna, sull'argo- mento della bizzarria del linguaggio e della distinzione politica,

e la Provenza, su cui non si spingono le rivendicazioni cape-

.,

tinge. Si spezza cosi la grande unità occitanica del Medioevo,

Dall'antica alla nuova letteratura

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e il nuovo taglio politico sarà grave di conseguenze: la rina-

scenza della letteratura si svilupperà alle frange laterali dei paesi d'oc, in Guascogna, appunto, e in Provenza, dove il sen- timento occitanico potrà far leva su un'effettiva autonomia. La Langue d'oc >> e Tolosa sono francesi; si dovrà attendere il XVII secolo per vedere Tolosa farsi ganglio d'una recuperata coscienza occitanica, e centro d'una produzione in lingua d'oc tutt'altro che trascurabile. Fino a quel momento la produ- zione tolosana assumerà, come vedremo, tutt'altro carattere. Parlare d'una « rinascenza » prodottasi nel XVI secolo equivale a denunciare implicitamente la decadenza dell'età pre- cedente. In realtà la letteratura occitanica del XIV-XV secolo è tuttora da indagare; è certo comunque che, a parte la scle- rosi della lirica aii'interno del << Gai Saber », il resto della pro- duzione di questo periodo non si discosta da modelli medie- vali o tardo-medievali.

LA

FRANCESIZZAZIONE

DEI

PAESI

D'OC

Cattolica e monarchica, orientata aila piu stretta orto- dossia dalla doppia istituzione del Tribunale del Sant'Uffizio e dell'università, Tolosa è focolaio di francesizzazione. I registri del parlamento si tengono in francese, con un anticipo di circa un secolo sul Béarn e sulle terre dell'Est, e l'università porta un'invasione di gente di lingua d'oil. Aii'altro' capo della valle della Garonna, Bordeaux subisce la stessa evoluzione, france- sizzandosi non solo amministrativamente, ma culturalmente:

il collegio di Guiema creato nel 1533 ospita maestri del Nord,

da Buchanan a Jacques Feletier du Mma; C aftivc amQ lc

stamperie, massime quella di Simon Millanges, da cui usci- ranno nel 1580 la prima edizione degli Essais di Montaigne e i Commentaires di Monluc. Numerosi sono i guasconi che pub- blicheranno in francese, nella seconda metà del XVI secolo, da Francois de Bdeforest a Francois de Poulheure a Joseph du Chesne; la <( Pléiade >> dà i suoi frutti anche in terra d'oc, ma in lingua d'oil, e in francese scrivono i tolosani Etienne Forcadel, Pierre le Loyer, Jean Alary, Gabriel de Trellon, Jean Galant. L'atteggiamento degli uomini colti del tempo nei confronti della lingua d'oc è peraltro chiaro: patente è, a questo pro- posito, la testimonianza del piu volte citato Ronsard: << Aujour- d'huy, por ce que nostre France n'obéist qu'à un seul roy,

12

La

letteratura

occitanica moderna

nous sommes contraints, si nous voulons parvenir h quelque

honneur, de parler son langage; autrement nostre labeur, tant fust-il honorable et patfaict, seroit estimé peu de chose ou peut estre totalement mesprisé » l; o queila del guascone G.-M. Imbert: a Le jeune homme, la vierge et la vieille ma-

trone,

tent ardemment le langage gaulois; / Et si semble aujourd'hui

qu'il n'est fils de bon père / Et qu'il n'est pus aussi conceu de

/ Qui voulant composer ne compose en fran-

cois D '. Nessuno piu in Francia rivendica il diritto al prwin- cialismo, e coloro che hanno conservato qualche traccia del loro luogo d'origine se ne scusano come d'un vizio involon- tario, nell'universale consenso ai modi della capitale. È la scomparsa, nel a Midi D, d'una élite occitanica - in quanto coscienza del popolo d'cc neila sua originalità di cultura -, ovvero la sua graduale trasformazione in aristocrazia provin- ciale francese, a far svanire il ricordo dell'avventura troba- dorica e della superiore giustificazione culturale da essa fornita alla lingua.

bonne mère

/ Le vigneron rustique et plus basse personne / Affec-

Nel 1513 anche il

Gai Saber D cede all'appello dei tempi:

assunto il nome di a Collège de la Science et Art de la Rhéto- rique D, premierà nei concorsi annuali poesie francesi nelle quali i candidati, dimentichi dei trovatori, imitano i a rhéto- riqueurs D deila scuola borgognona, e alla tradizionale bailata sostituiscono il chant royal D, per una preoccupazione di mo- dernità peraltro già in ritardo sulla Pléiade ». Tolosa, vittima del complesso provinciale, si fa succursale di Parigi. I1 man- tenimento della lingua del paese è &dato alla Chiesa, e solo a

ragioni pratiche di generale comprensione (perché non tutti intendono il francese) risponde la pubblicazione di opere a ca- rattere religioso in idioma tolosano, cui le stamperie lmali provvedono fin dai primi anni del '500.

Cit. da K. Vossler, Frankreichs Kultur und Sprache. Geschichte der franzosischen Schriftsprache uon den Anfangen bis zur Gegenwart,

Heidelberg 1929, trad. it. Ciuiltà e lingua di Francia, Bari 1948, p. 429.

2 Cit. da M. Lanusse, De I'infiuence du dialecte gascon sur la langue

du XVe siècle à la seconde moitié da XVIIe, Gre-

francaise de la fin

noble 1893, p. 135.

Dall'antica alla nuova letteratura

Questo è tuttavia il terreno su cui si prepara un'edizione letteraria occitanica a Tolosa: in una ventina d'anni, dal 1555 al 1578, vediamo infatti succedere alle pubblicazioni di propa- ganda religiosa opere in lingua d'oc probabilmente uscite dal vivace ambiente studentesco. Tre testi vedono la luce nel 1555:

Las Ordenansas et Cousturnas del Libre Blanc, observadas de tota ancianetat, cornpausadas per las sabias fernnas de Tolosn

(Le ordinanze e usanze del libro bianco, osservate fìn dall'an- tichitd, composte dalle sagge donne di Tolosa); Las Nompa-

reilhas Receptas per fa las Fernnas tindentas, rizentas, plasen-

tu, polidas, et bellas (Le impareggiabili ricette per rendere le donne garrule, ridenti, piacenti, graziose e belle) l; la Requeste

des darnes de Tolose aux Messieurs rnestres et mainteneurs

(Richiesta delle dame di

de la Gaye Science de Rhetorique

Tolosa ai Signori maestri e conservatori della Gaia Scienza di Retorica). A questi andranno aggiunte le loyeuses Recherches de la Langue Tolosaine (Piacevoli ricerche della lingua to- losana), uscite a Tolosa nel 1578 e firmate da uno straniero, Claude Odde de Triors, del Dehato. Percorre queste opere un tono comune di realismo salace, che esplode nel .linguaggio, non solo per la pressione dei con- tenuti: i quali sono peraltro abbastanza tipici dell'immagina- zione goliardica, in quel femminismo di cui gli uomini si fanno per gioco campioni, sia nelle Ordenansas (le comari dei vari quartieri, riunite, emettono le loro ordinanze, caricatura del Livre blanc, che conteneva le franchigie e consuetudini della città di Tolosa) sia nelle Nornpareilhas Receptas (dove le donne trattano dei mezzi per conservare le proprie attrattive), sia

infine nella Requesta delle donne di Tolosa per essere ammes-

se ai concorsi poetici del N Gai Saber », dove si fa luce un pit- toresco sciovinismo linguistico. È comprensibile quindi che,

di fronte a simile letteratura, lo straniero Odde de Triors indi-

vidui le vere risorse dell'occitanico nella verve truculenta. identificando il proprio tolosano con la verdezza della lingua del popolo: non per nulla il suo libro abbonda di tipi pitto- reschi, trabocca di motti e proverbi, dove è evidente il com- piacimento del contatto linguistico con la linfa popolare. Spec-

Noulet

segnala, per questo testo, l'esistenza d'un'eàizione anteriore,

e

il

1546.

.

da situarsi fra il 1541

14

Lo letteratura

occitanica

moderna

chi0 e conferma di tutta una mentalità linguistica concepita e

ricevuta nell'ambiente in cui vive, Odde de Triors intende il tolosano come lingua di piacevolezze e facezie, e giudicandolo corrotto e barbaro rispetto al francese, come tale lo ama e pit- torescamente lo utilizza. L'influsso francese e soDrattutto la- tino, ovvero la mescolanza burlesca dei registri linguistici ti- pica del macaronico, sta dietro a queste opere, e pesa l'ombra del pi6 illustre predecessore nell'intarsio linguistico: Rabelais. Si elabora insomma a Tolosa una letteratura dialettale non popolare, prodotto di uomini che si volgono al popolo senza farne parte e ne sfruttano le risorse linguistiche nel senso del- l'espressivo e del pittoresco. Una situazione non diversa troviamo d'altro polo delle terre d'oc, riflessa in quattro canzoni anonime composte ad Aix verso il 1550 e raggruppate sotto il titolo di Cansons dau Carrateyron (Canzoni del carrettiere), cui tema comune è l'op- posizione al mondo della giustizia e del clero e a tutta l'orga- nizzazione amministrativa in generale, che schiaccia il popolo sotto il peso delle imposte e fa regnare il malgoverno. Troppo difficile attribuire tali canzoni ad un autentico carrettiere:

sarà forse da accettare l'ipotesi dell'editore ottocentesco di questi testi, che vede in << carrateyron >> un termine designante

i

<< basochiens >> l, che prendevano parte, issati su di un carro,

ai

giochi in occasione del Corpus Domini. Siamo con ciò ricon-

dotti ad un ambiente studentesco non lontano da auello tolo- sano, e che abbiamo visto produrre, circa nello stesso momento, una letteratura emialmente satirica in linmia d'oc. A quest'ambikte sarà da collegarsi Gche Antonius Arena, nato a Soliers intorno al 1500. studente di diritto ad Avi- gnone, in seguito soldato nelle berre d'Italia e poi nella resi- stenza della Provenza all'invasione di Carlo V nel 1536. Ap- punto questa spedizione forma l'argomento della Meygra En-

trepriza Catoliqui Imperatoris (Magra impresa dell'imp'eratore cattolico, 1537) che fa seguito alla sua prima opera De bra- gardissima villa de Soleriis (Dell'elegantissima città di Soliers, 1533), e che sarà da considerarsi soprattutto nel suo aspetto linguistico: un bizzarro coacervo dove il volgare che corrompe

e sostanzia il latino scolastico di base è in minima Darte il fran-

cese e in massima parte il provenzale, tin provenzale in acce- zione paesana e che volentieri piega verso il triviale e lo scato-

Personale addetto aii'amministrazione della giustizia e, per estensione, tutti gli uomini di legge.

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Capitolo secondo

La rinascenza del XVI secolo

IL

RISVEGLIO DELLA

COSCIENZA

LETTERARIA

OCCITANICA

Si suo1 parlare, in ambito di letteratura occitanica, di due rinascenze, di cui la prima sarebbe quella prodottasi nell'ul-

timo scorcio del XVI secolo e agli inizi del XVII, e che rina- scenza si può effettivamente chiamare, dove con questo ter- mine s'intenda la riconquista della dignith letteraria d'una lin-

gua. Non dunaue soltanto il

d'una sostanza espressiva racchiusa nel linguaggio del popolo, ma il tentativo wiii o meno cosciente di ademare l'autoctona materia linguistica ai temi e ai toni d'una grande letteratura:

nella fattispecie, la letteratura francese, e piti particolarmente

il movimento della <( Pléiade », che non per nulla autorizza e

sancisce la difesa e l'illustrazione delle lingue giovani. Cessata l'aristocraticissima poesia dei trovatori, la letteratura d'oc non

fa appello quindi a una sostanza popolare (che rimane circ*

scritta nel genere burlesco e neil'ambiente universitario), ma agli esempi latini e italiani rilanciati dalla <( Pléiade » e ai mo-

delli francesi da essa proposti; sicché seguendo la traccia pari- gina nel rifiuto del Medioevo e nell'orientamento all'antichith,

ci si wreclude la via al reniwero del wassato trotdorico e con

esso della lingua classica. una nu'ova Occitania che nasce, senza alcun legame con l'antica (superficiali e del tutto esterni sono i richiami ai trovatori, che in realtà non si conoscono), e una nuova norma linguistica basata, in assenza di opere lette- rarie, unicamente sulla lingua amministrativa (familiare, que- sta, agli scrittori che, quasi tutti, hanno fatto studi di diritto). Non esiste, in questa nuova Occitania, un sentimento nazie nale come motivazione evidente della scelta linguistica o della volontà d'illustrazione letteraria della lingua: e, a rigore, di Occitania non si potrebbe neppur parlare. Siamo di fronte a una letteratura che ha perduto il senso della propria unita nello spazio e nel tempo: la coscienza linguistica rinascente varia secondo gli scrittori, che differentemente reagiscono alla costante frizione con la lingua e la letteratura maggiore: sia

"

recuwero. in chiave dialettale.

A,

"

La rinascenm del XVI

secolo

17

cedendo, sotto l'influsso del francese, alla deteriorizzazione or- tografica e lessicale e confessando il proprio sentimento d'infe- riorith col confinarsi nei generi minori »; sia reagendo pole- micamente alla letteratura francese e tentando, in gara con essa, i generi piu alti, in un complesso gioco d'interferenze in cui costantemente le due tendenze s'intrecciano e si sovrap- pongono. Ma è soprattutto in certi luoghi e in certi ambienti che la coscienza linguistica si condensa e si concretizza, e massime ai due poli del territorio occitanico: Guascogna e Provenza. In questo momento in cui la lingua del re tende a diventare, e diventa di fatto abbastanza presto, la lingua scritta di quella parte del regno dov'era dapprima straniera; in cui l'editto di Villers-Cotterets sancisce nel 1539 la francesizzazione ammi- nistrativa, non è senza significato che la letteratura d'oc entri in rinascenza neila cornice di due partiti politici nemici e ambedue opposti al potere centrale: l'ambiente protestante aquitano e gli ambienti u ligueurs » in Provenza. Nella regionz aquitana si aggiunge la presenza di uno Stato indipendente, il regno di Navarra, e si crea la possibilità d'un duplice naziona- lismo linguistico. L'ascesa al trono di Enrico IV e la sua poli- tica di centralizzazione francese cambieranno totalmente i ter mini del problema; ma in questo momento il doppio patriot- tismo occitanico è continuamente sokcitato, ed è nelle terre di Navarra che s'inaugura la rinascenza d'oc del XVI secolo.

IL MOMENTO GUASCONE

Nel 1527 Margherita d'Angouleme, vedova del duca d'Alen- con e come tale erede deile terre d'Armagnac, sposa in seconde nozze Henri d'Albret, re di Navarra: gli antichi domini delle case d'Armagnac e d'Albret si trovano cosi riuniti sotto la corona di Navarra, la cui influenza si estende anche sul Béarn dove, per l'antico spirito d'indipendenza vigoroso nel paese, il decreto di annessione alla corona di Francia ( 1510) resta pra- ticamente senza detto. Suggellerà questa situazione l'opera di Jeanne d'Albret, intesa a far del suo regno un regno prote- stante, rafforzando l'unità politica con l'unità religiosa e for- giando la nazionalità bearnese-guascone sulla base d'un senti- mento d'opposizione all'uso della lingua del Nord, che la diffe- renza di fede sostiene e conforta. È Jeanne d'Albret che ordina a Amaud de Salette la traduzione in bearnese dei Salmi,che

18

La

letteratura occitanica moderna

si cantavano nella versione francese di Marot l; e non è del

tutto escludibile che anche la traduzione in guascone sia stata affidata a Pey de Garros dai sovrani di Navarra. Alla morte del- l'animosa regina siamo dunque in presenza d'un paese che ha

una fede, una lingua, e un sovrano: Enrico di Navarra, capo militare del partito protestante, governatore della Guie~a per conto del re di Francia, è agli occhi del suo pepolo il grande re nazionale. La coscienza guascone rinascente si con- figura cosi nella cornice d'una ben precisa situazione politica e religiosa, stimolo e base a un patriottismo non tanto locale o provinciale quanto nazionale, nel senso appunto d'una nazione guascone, di cui Pey de Garros è il massimo e pih significa- tivo interprete.

La possibilità d'una letteratura nazionale:

Pey de Garros e Salluste du Bartas

Figlio di un ricco mercante, Pey de Garros, nato a Lectoure fra il 1525 e il 1530, compie studi di diritto a Tolosa, e"dive- nuto uno dei notabili della città natale, entra in rapporto con

la corte di Navarra, ricoprendo diversi incarichi: nel 1557 è

nominato consigliere alla corte del Siniscalco d'Armagnac, poi, dal 1571 alla morte. soDravvenuta nel 1583. è avvocato alla

corte sovrana del ~éarn.Prodotto tipico della' società borghese

di Guascogna, che va integrandosi alla cultura francese, que-

sto magistrato nutrito di letture dei poeti dell'antichità colti.

va nell'animo due passioni: la religione riformata e l'attacca-

mento al proprio paese e alla propria lingua. Di ambedue troviamo testimonianza nella sua prima opera in lingua ~'oc,la

viratz en rhytme

traduzione dei Salmi

(Psaumes de David,

gascon, 1565), opera militante che innesta sul servizio della fede riformata la professione di fede linguistica guascone. I Salmi sono dedicati alla regina di Navarra, fautrice della tra-

duzione in bearnese affidata a Arnaud de Salette: ma mancano

La traduzione ufKciale dei Salmi voluta da Jeanne d'Albret e appar-

sa a Ortha nel 1583 (Los Psalmes de David metutz en rima bernesa)

andrà qui ricordata come la prima opera letteraria in bearnese. Anche se Arnaud de Salette non oltrepassa i limiti del compito che gli è affidato, .sarà suo merito la creazione d'una norma di scrittura lette- raria, basata sulla scrittura amministrativa, dove il sistema grafiw è abbastanza solido e il lessiw abbastanza puro, con gallicismi poco nu- merosi.

La rinascenza del XVI

secolo

19

le prove che anche la traduzione di Garros fosse il frutto d'un

incarico ufficiale; e del resto è facile pensare, sulla falsariga dell'evidente intenzione di rivaleggiare con Marot, che spin- gesse Garros unicamente una personale volontà di sostituire al testo francese, subito adottato dagli ugonotti, ma incom- prensibile alla maggior parte dei riformati guasconi, un testo loro accessibile. Garros si pone di fatto come poeta ufficioso, se non ufficiale, della corte di Navarra, aspirando aila funzione d'un Ronsard, e l'avviso al lettore, in cui risuonano echi della De8ense, è rivelatore del suo sentimento di nazionalismo lin- guistico: ai celti sono opposti i guasconi, la cui lingua, supe- riore agli altri idiomi del <( Midi » come l'attico ai dialetti greci, non sarebbe inferiore alla celtica se fosse stata suf- ficientemente coltivata. Padre d'una nascita piti che d'una rina- scita gu'ascone, Garros difende e illustra la sua lingua nelle Poesias Gasconas (Poesie guasconi, 1567), contenenti un altro testo non meno illuminante: un'epistola ad un amico non iden- tificato che il poeta, con parole di cui si ricorderà Mistral, esorta

A prene la causa damnada

De

nosta lenga mesprezada '

e a redimere la lingua in nome del patriottismo guascone,

Per l'hono deu pays sostengue E par sa dignitat mantegue l.

La causa della lingua si sposa cosi a quella dell'esaltazione nazionale: è tempo che agli allori militari i guasconi aggiun- gano i fasti delle lettere, restaurando un'antica letteratura che il culto delle armi ha fatto loro dimenticare. Ma non si cela dietro questa rivendicazione il ricordo dei trovatori, che Gar- ros, come i suoi conterranei, ha completamente perduto: sia- mo bensi di fronte ad un'abile invenzione dettata da un infiam- mato patriottismo. Quel che occorreva. aila lingua guascone era una promozione etimologica che ne facesse agli occhi dei contemporanei lo strumento d'una letteratura antica e gloriosa al pari della francese: e nell'impossibilità di rifarsi (come piti tardi i felibri) al luminoso Medioevo occitanico, Garros « in- venta » una letteratura guascone, di cui si sarebbero perduti

u A

difendere la causa

condannata -

disprez-

e mantenere la sua dignità. »

della

nostra lingua

zata. P 2'u Per sostenere l'onore del paese -

20

Lo letteratura occitanica moderna

i manoscritti. Cosi promosso al rango di lingua nazionale, che ha alle spalle il patrimonio d'una grande creazione letteraria, il guascone ha le carte in regola per produrre un'alta poesia:

quella appunto creata da Garros nel suo volume comprendente otto egloghe, i Vers eroi'cs (Versi eroici), quattro epistole, un canto nuziale, una canzone, un'elegia; risultato, certo, d'una lunga attività poetica, iniziata ben avanti la traduzione dei Salmi. I Versi eroici, dedicati al giovane principe che sarà poi Enrico IV, mettendo in scena i grandi eroi dell'antichità, costituiscono una sorta di laione di morale storica per il fu- turo re, dove il talento del guascone, raggiungendo notevoli temperature epic~lirichesempre sostenute da un severo razio- nalismo, ha ben poco da invidiare al Ronsard dei Discours. Ma è nelle Egloghe che si realizza poeticamente il programma d'il- lustrazione della lingua che Garrm si è proposto: ed è sulla base reale della situazione contemporanea, politica, religiosa

e linguistica, che si costituisce il monumento della nuova let- teratura guascone. Qui la gente del paese, vessata dalle guerre civili, riversa la propria triste epopea, in una lingua popolare, vigorosa, naturale, che restituisce intatti credenze e proverbi e raggiunge accenti di crudo quanto sublime realismo, senza alcuna ombra d'inflessione di tono, senza, insomma, che alcun diaframma intervenga a distanziare il poeta dalla materia lin- guistica impiegata. Agli antipodi della poesia magniloquente

e mitoloeizzante della u Pléiade D. la tastiera di Garros oscilla fra le nGe severe del testo biblico e il cromatismo del linguag- gio guascone còlto suile labbra del popolo; come n4 triste monologo del soldato che le guerre hanno lasciato povero e distrutto nel fisico:

Aras esclossit, escassit, Ahumat, ahamat, lassit, Desanat, desagat, dolent, Cargat d'escdta, e rnagolent, Gauta-cozut, mus aguzat, Clotut deus oeilhs, espeluzbt, Plen de breguent e d'aygarola, Deu rnonde son la parriola l.

«Ora consunto, rovinato, - athmicato, &amato, estenuato, - di-

strutto, disfatto, dolente, - coperto di squame e malato, - le guance

piene di cicatrici,

pieno di

il muso dato, - gli occhi scavati, spelacchiato, -

croste e di vesciche, -

sono il rifiuto del mondo. *

La rinascenza del XVI secolo

21

Non si avranno per il momento in Guascogna esempi con- simili; anche se un'analoga posizione linguistica, dal punto di vista teorico, si trova in Guillaume de Saliuste du Bartas che, prima di raggiungere nelle lettere francesi una gloria tale da oscurare, agli occhi dei contemporanei, quella dello stesso Ron- sard, cede per un momento al patriottismo pascone. Inca- ricato di comporre un poema *auguralein occasione delle feste solenni per l'ingresso a Nérac dei sovrani ( 1578), du Bartas mette in scena, nel suo Dialogue des Nymphes, una ninfa la- tina, una francese, una guascone che, Wuna nella propria lin- gua, si disputano l'onore di arringare la coppia reale; e !a ninfa indigena proclama arditamente la propria superiorità:

Toute boste beutat n'es are que pinture, Que maignes, qu'affiquets, que retourtils, que fard:

E ma beutat n'a punt aute mai que nature. La nature toustem es més bere que 1'art1.

È per lo meno curioso trovar cosl affermata la superiorità del guascone sul francese e della natura sull'arte in un poeta che doveva segnalarsi nelle lettere francesi soprattutto per la liissu- reggianza barocca del proprio talento verbale.

Un poeta

popolare N:

Auger

Gaillard

Ma a parte il soprassalto patriottico di du Bartas, del restc presto dimenticato, Garros non ha seguaci. E ben diverso è il caso di un caudatario di du Bartas, d'un rimatore uscito dal popolo e malauguratamente afflitto dalia malattia letteraria, in perpetua situazione di insostenibile e non sostenuto disagio fra le proprie ambizioni estremamente alte e un'ispirazione e una materia linguistica che non lo soccorrono adeguatamente. I1 poco che si sa della vita di Auger Gaillard è ricavabile dai suoi scritti: nato Rabastens fra il 1530 e il 1540 da un padre carradore, fa parte, in gioventu, d'una banda di calvini- sti che guerreggia nel Nord della Francia. Rientrato al paese natale, eredita i; mestiere paterno, e la qualifica di u roudié » (carradore) accompagnerà sempre il suo nome sui frontespizi

«Ora tutta la vostra bellezza è soltanto vernice, -

alterigia, fron-

zoli, artificio e belletto: -

mentre la mia bellezza non ha altra madre

22

La

letteratura occitanica moderna

delle opere; di fatto il suo t+lento versitìcatorio gli mette pre-

sto fra le mani un altro mestiere. ché non diversamente DUÒ essere definita la sua attività letteraria, al servizio d'una poesia

di circostanza che gli guadagna la benevolenza della nobiltà

locale, di cui si fa cliente e parassita. Dal 1579, anno in cui appaiono le Obros (Opere), proibite per ragioni non ben note, il carradore-poeta pubblica molto: le Recoumandatious al Rey

per estre mer en Cabal per la sio magestat (Raccomandazioni

al re per ottenere un sussidio da Sua Maestà; senza data), Lou Libre Gras (I1 libro grasso) nel 1581, proibito per oscenità e

di cui non ci è giunto alcun esemplare, e poi a Parigi, nel

1583 e 1584, Lou Banquet (I1 banchetto). A queste opere si aggiungono una traduzione in francese dell'Apocalisse ( 1589, riscoperta nel 1874), Les Amours piodigieuses ( 1592) , che riuniscono poemi in francese e in lingua d'oc, la Descrip- tion du Chdteau de Pau, di cui si conosce solo il titolo, e in- fine. Le Cinquiesme liure (1593, ritrovato nel 1875), parzial- inente riedito e in seguito perduto. Un'estrema facondia, dunque, originata non tanto da ambi- zioni poetiche quanto da preoccupazioni sociali o almeno eco- nomiche, apertamente dichiarate. Quello che resta di valido di tale logorrea versificatoria è assai poco. Contrariamente a Cam-

proux (Histoire de la Littérature occitane), che difende l'ori-

ginalità della sua ispirazione, siamo piuttosto d'accordo con Jean Séguy e con Robert Lafont nel considerare Gaillard uni- camente come esempio interessante del tipico scrittore di estra- zione popolare che capta i dati d'una cultura che lo sovrasta, restituendoli spavaldamente deteriorati. Nessun legame fra l'au- iore e quel popolo dal quale è uscito, ma piuttosto una pedis- sequa adesione alla cultura dei suoi protettori, nelle cui biblio- teche è da supporre che egli abbia attinto, con l'ardore del neofita, l'infarinatura umanistica che appesantisce troppo spesso i suoi scritti: Cicerone, Plinio, Platone e soprattutto I'aneddotica di Plutarco, attraverso la traduzione di Amyot, di cui sono perfino riprodotti i gallicismi. Si aggiungano prestiti

dai Quatrains di Pibrac (1574), dal Thédtre du monde di

Pierre de Launay (1588), dalle Recherches de la France di

che Gaillard

segue piu o *meno' pedantescamente è 'la *moda francese del momento: contraddicendo ad ogni passo l'affermazione d'un sonettc (in francese) a se stesso dove, dichiarandosi con sicu-

mera l'eguale di Desportes e di Ronsard (che egli accusa di imitare Petrarca), sostiene la propria causa con un argomento

Etienne Pasauier ( 1560-65). Insomma. auella

La rinascenza del XVI

secolo

23

fornitogli evidentemente, Bartas :

]e trouve tes escrits provenir de toy-rnesrne Sans leur céder en rien, car la rnuse qui t'airne Faict plus paraistre en toy la nature que l'art.

L'interesse .di quest'opera sta tutt'al pi6 nel suo valore di documento d'un tempo e d'un ambiente e, dal punto di vista linguistico, nella resa dell'idioma di Rabastens: naturalmente deformato dalla erafia francese (non soccorrendo Gaillard alcun esempio di norma scritta per la lingua locale) e deteriorato dall'intrcduzione di gallicismi, particolarmente in rima. Nes- sun accenno di patriottismo o di attaccamento sentimentale alla lingua: se Gaillard scrive nell'idioma di Rabastens è uni- camente perché questo gli è pi6 facile e familiare; salvo poi ad abbandonare, col passare degli anni, il suo occitanico fran- cesizzato per un francese occitanizzato. I1 solo Garros, dunque, aprirebbe la via ad una vera e pro- pria rinascenza della letteratura d'oc in terra guascone: ma mentre Gaillard, tipico esemplare dell'alienazione culturale del- la società autoctona per l'invasione del francese, sarà pi6 volt? ristampato, Garros verrà invece dimenticato fino al XIX se- colo. In realtà, la situazione non è favorevole perché que- st'unico vero poeta possa trovare udienza: se, divenuto re di Francia, Enrico IV salva l'autonomia del Béarn e della Bassa Navarra, nessuna costruzione politica è pdssibile a sud della Loira. La creazione d'un patriottismo locale che fa leva sulla lingua non può aver seguito, e il nazionalismo guascone con- fluirà nel piu vasto nazionalismo francese, o meglio nell'esal- tazione, sconfinante nel mito, della figura del re guascone, tema comune ai poeti della generazione seguente.

del

e

tutto

esternamente,

da

du

"

IL MOMENTO PROVENZALE

All'altro capo dei paesi d'oc, in Provenza, si mette in moto analogamente, con qualche anno di ritardo, un meccanismo di rinascita culturale, che tuttavia fa leva su molle e congegni diversi. In un paese, come questo, indipendente fino al 1486, e che ancora non ha perduto il senso della propria nazionalità, il sentimento d'autonomia rimane solido e l'aristocrazia intel- lettuale resta legata alle strutture di un vero Stato. Queste tuttavia cominciano ad essere minate nei primi anni del XVI

24

La

letteratura

occitanica

moderna

secolo, con l'istituzione del parlamento nel 1501-02: francese, latino e provenzale concorrono dapprima nei registri parla- mentari, ma nel corso del decennio 1320-30 il francese ha il sopravvento; e nel 1536 il sentimento di fedeltà al re fran- cese si esprime nella resistenza del paese all'invasione di Carlo V, di cui troviamo traccia nella Meygra Entreprira di Anto- nius Arena. D'altra parte la cultura francese penetra nelle terre pro- venzali, e lungo la grande via di commercio della valle del Rodano l'eco ronsardiana si ripercuote vigorosamente dalla capitale fino ai paesi al di qua della Loira; se questi soffrono dapprima d'un ritardo culturale, verso la metà del XVI secolo Aix si risveglia all'attività umanistica. Nel 1538 esce a Parigi la traduzione francese dei Trionfi, ad opera di Jean Meynier, barone d'oppède; fatto significativo da un doppio punto di vista, in quanto testimonianza ad un tempo d'un petrarchismo provenzale direttamente derivato dail'Italia, senza bisogno d'un tramite parigino, e che tuttavia si esprime non in lingua d'oc, ma in francese. Nel 1555 segue la traduzione del Canzo- niere ad opera di Vasquin Philieul di Carpentras. Infine, con l'arrivo in Provenza, nel 1577, del governatore Henri d'An- gouleme, animo di mecenate, si apre il grande momento per la vita culturale di Aix. Si ha qui una situazione totalmente diversa da quella della Guascogna: il petrarchismo e la vicinanza dell'Italia, dove fioriscono gli studi provenzali (da Mario Equicola al Bembo al Varchi al Castelvetro), portano con sé il ricordo dei trovatori, ed è su queste indicazioni che nasce, e al tempo stesso si fuorvia, una coscienza provenzale; e meglio sarebbe dire un iperprovenzalismo, che trova la sua massima espressione nelle Vies di Nostredame.

La Provenza mitica di Nostredame

Figlio di un notaio di Saint-Rémy, minor fratello del cele- bre astrologo, Jean de Nostredame pubblica a Lione, nel 1575,

célèbres et anciens poètes

le Vies des plus

ont fEeury

prouengaux, qui

du temps des Comtes de Prouence: un tessuto di

fantasiose ricostmzioni e invenzioni, la cui funesta influenza si estenderà lontano, attraverso le traduzioni italiane (la prima, del Giudici, uscita contemporaneamente all'edizione francese, la seconda, del Crescimbeni, stampata a Venezia nel 1730). In

Lo rinascenza del XVI secolo

25

questo momento quest'opera stravagante e nefasta interessa in quanto riscopre agli occhi dei contemporanei lo splendore della Provenza medievale, offuscato da una patina ormai seco- lare, e i titoli di nobiltà d'una lingua che le classi colte abban-

donano a favore del francese. Ma interessa altresi per il mec- canismo di falsificazione messo in opera dall'autore, che sem- bra aver lavorato di concerto con l'amico Raymond de Soliers, erudito locale autore di una Chorografia provincialis: nella li- sta dei trovatori da questi fornita si ritrovano di fatto le stesse falsificazioni operate da Nostredame, in particolare il suo ricon- durre a origini e famiglie specificamente provenzali gli antichi trovatori di tutte le terre d'oc, e addirittura l'invenzione di personalità immaginarie, fra cui l'ormai celebre Moine des Iles d'Or, nel quale Anglade ha riconosciuto nient'altro che un anagramma di Reimond de Soliés. D'altra parte Nostredame trae dal lavoro di Soliers dettagli riguardanti le antichità pro- venzali, che riversa nella sua Chronique de Prouence, in fran- cese, rimasta manoscritta, e che fruttificherà nelle mani del nipote César, autore d'una monumentale Histoire et Chronique de Prouence. Si configura cosi un nodo di coscienza proven- zale, nel progetto patriottico di due uomini che lavorano in- sieme per la gloria del paese. Ma se Jean de Nostredame offre un esempio di coscienza unico in quest'epoca, ciò che lo interessa non è la rinascenza

linguistica o letteraria:

non guarda al futuro, in funzione d'un tisorgere dell'espres- sione poetica provenzale, ma si arresta aila costruzione del mito meraviglioso d'una Provenza di leggenda, in cui sovrani illustri e generosi, da Raymond Bérenger al bon roi René », facevano regnare giustizia e bontà; e dietro il quale non è di&- cile riconoscere un proposito di lusinga delle nobili famiglie

contemporanee, chiamate per via di genealogia a entrare in questo gioco, in cui l'abile falsario si diverte ad inserire gli amici (Raymond de Soliers) e infine lo stesso fratello (Ancelme de Mostiers altri non è che Miche1 de Nostredame). Sarebbe facile, su questi dati, e sulla confluenza delle due

correnti -

letterarie, daii'altra il recupero d'un non meno illustre e autoc-

tono passato - veder nelle opere di coloro che si esprimono ora in provenzale non tanto il prodotto accidentale d'isolati talenti poetici, quanto il tentativo di fecondar di nuovi succhi una produzione letteraria da tempo labente, ma di cui si risco- prono le luminwe radici. In realtà tale seducente interpreta-

la s\ua esaltazione dell'antica letteratura

da una parte l'adesione aiie recenti e illustri mode

26

Ld

letteratura

occibnica

moderna

zione sarebbe frutto d'una classificazione a posteriori; non sembra, di fatto, che Louis Beliaud de La Bellaudière, la mas-

sima voce provenzale di questo momento, e nel quale troppo generosamente quanti gli sopravvissero videro l'erede dei gran-

di trovatori

bia mai conosciuto Nostredame, né aderito, magari incmsape- volmente, al suo splendido mito.

<< redorant de sa main la provensale gloire » ', ab-

Un poeta moderno: Bellaud

Poco si sa della vita di Bellaud. Sicuro è il luoeo della

nascita, Grasse, ma non la data. L'elogio d'un anonimo con- temporaneo che funge da introduzione alle Obros (Opere) lo

fa morire nel 1588, nel cinquantaseiesimo anno d'età, fissan-

done quindi la nascita nel 1533; ma sul ritratto che guarnisce l'edizione, la dicitura << aetatis 40-1583 D indurrebbe a ritar- dar d'un decennio questa data. Alla morte del padre, uomo di legge, la madre lascia Grasse per stabilirsi ad Aix. Nel 1572 troviamo Louis nell'esercito del re in lotta contro gli ugo- notti, e in seguito in prigione a Moulins, per motivi ignoti. Liberato nel 1574, il resto della sua vita trascorre in Provenza, dapprima in compagnia di amici buontemponi e squattrinati, compagni di baldoria (i << bons arquins ovvero arcieri, come

Bellaud designa i suoi compagni), poi, dal 1577, sotto la pre tezione del governatore Henri d'Angoul2me: estre en Court,

"

ou en autres endroicts parmy ses amis [ estoit la cresme et la quinte essence de tous ses plaisirs D, secondo il biografo

contemporaneo. Altre due volte Bellaud assaggia la prigione. Infine, alla morte del protettore, è accolto dapprima a Marsi- glia, da Pierre Paul. zio d'acquisto e suo futuro editore, in seguito a Grasse. da un nipote, il capitano Masin, dove termina i suoi giorni. Pierre Paul, depositario dei suoi manoscritti, ne curò l'edi- zione postuma, raccogliendo altresi i testi rimasti in possesso del capitano Masin o di antichi compagni di bisboccia del de-

funto poeta. Le Obros et rimos prouvenssalos de Loys de la Bellaudièro, Gentilhomme Prouvenssau (Opere e rime proven-

zali di L. de la B., gentiluomo provenzale), stampate a Marsi- glia nel 1595, costituiscono una rarità bibliografica, essendo il primo libro uscito dalla prima stamperia marsigliese: quella

l

l Che con le sue mani di nuovo indorava la gloria provenzale. »

La rinascenza del XVI .secolo

27

di Pierre Mascaron, fondata per iniziativa di Charles de Ca- saulx, che tentò in quegli anni di stabilire nella città un governo autonomo, sottratto d'autorità del re Enrico IV. Le parti in cui è diviso il volume rispettano l'ordine cro- nologico della ' composizione. I centosettan tatré sonetti (pi 6 alcune pièces diverses W) del Premier livre de la prison co- stituiscono una sorta di diario di prigionia, un insieme orga- nico che rispecchia la storia psicologica del detenuto durante

i

diciannove mesi di cattività a Moulins (novembre 1572 - giu- gno 1574). È dunque in prigione che Bellaud comincia a scri- vere. servendosi della lingua che certo era la sua. nelle riu- nioni dei <( bons arquins », e alle invettive contro i carcerieri, agli sconforti e alle disperazioni, si alternano di fatto gli alle- gri ricordi del recente passato di amichevoli baldorie, di pranzi luculliani e scappate galanti, sul filo d'una nostalgia che a volte tocca note semplici eacute:

Aquel és ben-huroux Qui pouot passar sa vido Luench de tallos doulours, Vivent à la bastido En touto libertat, Quand n'aurié que de I'at. Amariou mays cent fes Y vioure de sallados, De sebos, ou d'aillets, Que de perdrix lardados Estent dins la preson Luench de mon Avignon l.

I richiami a Marot, facili, data la somiglianza del tema, sono frequentissimi, ed è sull'eco dell'epistola Au Roi, pour le

"

déliurer de la prison Sur mes deux bras ils ont la main

pus

posée,

/

Et

m'ont

mené ainsi qu'une

épousée, /

Non

ainsi, mais plus roide un petit W), che Bellaud, con un po' me-

no di humour, narra come fu portato in prigione:

Jirstament noirs tenian lou vintiesme nouvembre Et dau millesme, mi1 cinq cens septante dous,

Felice colui - che può passare la vita - lontano da tdi dolo- ri, - vivendo in campagna, - in piena libertà, - anche se avesse soltanto del latte. - Preferirei cento volte - vivere là nutrendomi d'in- salata, - di cipolle o di agli, - piuttosto che di pernici lardella- te, - nel carcere lontano - dalla mia Avignone. »

28

La

letteratura occitanica moderna

Qu'ariberan eicy, non pus

coumo d'espoux,

Mais coumo vous dirias gens que lous menon pendrel;

cosl come deriva da Marot il protedimento ricorrente che,

pudent enfert P ( putido inferno) della pri-

gione

e ribat-

tezza i carcerieri coi nomi dei personaggi infernali. Dall'imita- zione si passa alla traduzione, e troppo facilmente riconosci-

bili sono i

dell'epistola marotiana a Léon Jamet nel sonetto XXIX del nostro Bellaud:

Ben uous jury ma fe, qu'en mens d'uno semano Cascun veira plus leou catz, catos et catons Amar et vouler ben h ratz, rattos, ratons,

« chats, chattes et chatons / rats, rates et ratons »

accomunando il u

dice in

di Moulins all'« Enfer del Chfitelet, trasforma il giu-

u ung fier

lairon /

Luoctenent de Minos »

Que you perdi l'amour de Margot

et de Juano 3,

che termina in bellezza con una tenina dove altrettanto evi- dentemente echeggia la voce di Ronsard. Ancora a traduzioni si prestano Desportes e Olivier de Magny, tanto da indurre a considerare Bellaud come un (non sempre) qualificato arte- fice di travestimenti otcitanici. Non gli andrà tuttavia misco- nosciuto un certo umor sanguigno e pittoresco che, pur restan-

do lontano dalia verve

esplode talvolta in curiose figurazioni, come quella a propo- sito del trattamento inflitto ai prigionieri dalle genti di Minosse (ovvero gli ufficiali di giustizia):

e dali'elegante « badinage » di

Marot,

Et dirias qu'an troubat un ferre d'aiguilleto

Quand fan

d'un presounier

lou douez d'as tarotz4;

o l'altra

concernente

la

sospirata

lettera

di

scarcerazione

(e un pergarnin

de negre grafignat, / Auqual cordurat un un

1 «Eravamo appunto al venti di novembre - del mille cinquecento settantadue - quando arrivammo qui, non come sposi - ma, si potreb- be dire, come uomini condotti da forca. »

2 e Un sacrosanto lazzarone, - luogotenente di Minosse. »

3 «Vi giuro in fede mia che in meno di una settimana - si vedranno più facilmente gatti, gatte e gattini - amare e voler bene a topi,' tope e topini, - che io perda l'amore di Margherita e di Giovanna. »

La rinascenza del XVI secolo

29

frornajon de ciero » l). E ancora immaginoso è Bellaud nel-

l'uso del

matopeica che imita il trotto del cavallo), lo stomaco

l'« entonnoir (imbuto), l'« estuch » (astuccio) il ventre; o

nella fabbricazione di epiteti quali << lou gent Meno-detz » (il gentile Muovi-dita, Apoilo), « lou diou Cabro-peds » (i1

garnby-touort » (il gamba-

torta. Vulcano) e cosi via. 11 tema ala prigionia ritorna nel Don-don infernal (ov-

vero le infernali campane della prigione

conobbe a due riprese).

al 1583 o 1584) che Bellaud pubblicò questo che potrebbe anche chiamarsi << il secondo libro della prigione », ristam-

pato poi nel 1588 e piu volte riprodotto, prima di confluire nell'edizione di Pierre Paul: un seguito di novantun sestine (piu tre sonetti) fitte di allusioni locali (certo determinanti per il suo successo, comprovato daile numerose edizioni, ma oggi in- comprensibili), dove alla satira dei giudici e dei carcerieri si accompagna il lamento sulla triste sorte delle vittime. Fatto tipico della poesia d'imitazione, anche qui l'esperienza di Bel- laud viene inserita in schemi riproducenti esperienze analoghe

di pti che lo hanno preceduto: in prima linea Marot. Ne

esce un discorso cronachistico in cui si agita una,materia vio- lenta e non di rado torbida, ma spesso diluita nell'umore un

È dopo la prima detenzione (databile

dio dai piedi di capra, Pan) << lou

lessico: il messaggero è il << Patatan » (parola ono-

di Aix, che il poeta

po' superficiale del protagonista: sicché il rancore contro la << gent plutonniero » (gente di Plutone) non tanto s'indurisce

in drammatico sarcasmo quanto si stempera nell'insistenza su

luoghi ormai comuni:

Tout soun proufiech naiz de la pauro bando Das criminaux que son mes d I'abando, Coumo lebriers que son plen de farqin; Diou scau comment aqui ferron la mullo, Et n'an beson d'atto, ny de cedullo Per attirar l'aigo dins son moulin.

Luench de prison, si cauque mau I'atrapo Trop mies qu'eicy de son malhour escapo, Si n'a d'argent va drech d l'espitau. May dins prison, senso de la clicquaillo

1 Una pergamena scarabocchiata di nero - formaggino di cera. *

a cui hanno attaccato un

30

La letteratura occitanica moderna

Mourex de fan, coum'un chin sur la paillo, Car de Pluton n'aurias un grun de sau l;

oppure si compiace di modesti giochi parodistici, sempre chio- sati da morali sentenziose:

Y a dau plaxer de veyre taux Bartollos

Davant Minos inventar de babollos;

L'un per

Dirias qu'alins dau ber si vouolon bastre, Puis au sortir d taullo van combattre:

lamais un Loup non manjo un autre Loup!

Una letteratura, insomma, talvolta gustosa: ma che per superare la banalità di temi già trattati e le << défaillances », necessiterebbero d'una presa di tragico ardore ( si pensi ad Agrip- pa d'Aubigné). Assurdo, peraltro, chiedere a Bellaud tonalità del tutto aliene dalla sua natura, sostanzialmente incapace di lirismo, e che realizza i suoi esiti migliori giocando piuttosto sulle corde delia giovialità e del buonumore. I1 titolo di Passa-temps (Passatempi), dato da Pierre Paul alle postume poesie d'occasione da lui raccolte senza alcun ordine, neppur cronologico, è di per sé indicativo: è la vita del poeta negli anni fra il 1578 e il 1588 che si riflette qui, nelia cornice d'una Aix fitta di personaggi, da comparse oggi malamente identificabili fino alle persone prime della vita di corte: Malherbe, César de Nostredame, Louis de Chasteuil. Da questo coacervo andranno estratti, innanzi tutto, i debiti pa- gati ai petrarchisti, in sonetti, dialogati e no, svarianti sul tema del cuore fatto prigioniero dalla belia amante, o sul nome del- l'amica Claro (Chiara), che naturalmente riluce come stella

lou grip et l'autre per

lou grup:

« Tutto il loro guadagno proviene dalla povera truppa - dei criminali che son messi al bando, - come levrieri che abbiano la rogna; - Dio

- e non hanno bisogno di atti né di

cedole - per tirar l'acqua al loro mulino. [ Fuori della prigione, se lo coglie qualche malattia, - sfugge alla sua disgrazia troppo me- glio che qui: - se non ha denaro, va dritto all'ospedale. - Ma dentro

la prigione, senza denaro - si muore di fame, come un cane sulla pa-

glia, - perché da Plutone non si ha neppure un granello di sale. » <( È un piacere vedere questa specie di Bartoli - inventar frottole davanti a Minosse, - uno arrappa l'altro arraffa; - sembra che vo- gliano battersi a colpi di becco, - poi, uscendo, vanno a combattere

a tavola: - un lupo non mangia mai- un altro lupo! » [Difficile ren-

dere il gioco di parole del provenzale. Bartolo, famoso giureconsulto

italiano del

XIV secolo, è preso qui a simbolo degli awocati e degli

uomini di legge in generale].

sa come maggiorano il prezzo,

l

ala:(« @Ieyaeuarr[nrizuP)uog'snoluouc(ma09uoqrnolvtuamop

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aJauru

32

Ln letteratura occitanica moderna

Au grand jamin jamais uous n'aurez, lou miou beou, Plus de my ni rymets, ni rimons, ni rimettos l.

E finisce per rimaner prigioniero di schemi ancora una volta desunti dall'onnipresente Marot. Insomma, Bellaud vive ad Aix in perfetta ingenuità cultu- rale per quanto riguarda la Provenza (nessuna allusione ai tro- vatori nei suoi scritti); e, scrivendo alla francese per un pub- blico formato alla poesia francese, citando devotamente Ron- sard, Du Bellay e Marot, e confessando talvolta i suoi prestiti, si configura come un poeta moderno che saporosamente me- scola l'espressività popolare a slanci di grande stile perfetta- mente aderenti alle correnti del momento. Punge qua e là il sentimento dell'inferiorità della sua musa rispetto alla fran- cese; e, d'altra parte, nelle lettere in prosa mescolate di latino, francese e provenzale che il poeta indirizza a Pierre Paul, si chiariscono i ruoli rispettivi dei diversi idiomi: il francese costituisce la base media del discorso, il latino interviene come lingua del diritto, di formule e adagi, mentre al provenzale è riservata la trivialità e l'oscenità gratuita; con un procedi- mento non lontano da quello di Arena. Il francese distrugge la lingua d'oc permeandola di gallicismi e relegandola a un tono minore. Per l'awenire della letteratura provenzale sarebbe neces- saria l'addizione dei due momenti che fin qui coesistono senza interferenze: il mito patriottico e sostenuto dalla cultura di Jean de Nostredame, e un temperamento poetico fedele alla propria lingua quale Beilaud.

Fra Marsiglia e Salon: Rufi, Paul, Tronc

Tale coincidenza si produce di fatto negli anni che seguono la morte del poeta, e che vedono un ultimo soprassalto del- l'indipendenza provenzale, localizzato a Marsiglia dove, con tentativo disperato e anacronistico, Charles de Casaulx riesce

a tenere, dal 1591 'fino al 1596 quando viene assassinato, una sorta di tirannia repubblicana, appoggiandosi sulla propria popolarità e sul sentimento d'autonomia della città. Ed è ap-

<< Ma quando penso poi che con le vostre tavolette -

schiato, raspato, grattato, -

mio, -

mai

e

poi

né rime n6 rimucce rimette. »

mai

mi avete ra-

avrete da me, belio

La rinascenza del XVI

secolo

33

punto a Marsiglia che compare ufficialmente la letteratura pro- venzale, con l'edizione delle opere di Bellaud, uscite dalla stam- peria << ufficiale voluta da Casaulx come strumento di sostegno al suo tentativo autonomista. In quest'unico libro composto coi tipi di Pierre Mascaron convergono la voce di Bellaud, i temi delle Vies di Nostredame che il ni~oteCésar ri~rende nella prefazione, e l'attualità politica, kdla litania di adu- lazioni indirizzate a Charles de Casaulx da Pierre Paul, autore della Barbouillado (Guazzabuglio) che chiude il volume. La lode del poeta s'innesta cosi su di un tema che questi non ha mai espresso: la rinascita della poesia provenzale degli antichi trovatori, di cui egli sarebbe il restauratore. E su questo tema si forma uno spirito di scuola provenzale, presente nel libro, coi poemi in lode di Bellaud di vari letterati contemporanei. Fra questi, sarà da ritenere il nome di Robert Ruffi, mar- sigliese, figlio di giureconsulto, nato nel 1542, notaio egli stesso e successivamente seeretario del Consielio e archivista della città, cui è affidata la traduzione in francese di una parte degli archivi. La lezione della storia marsigliese, presente e passata, ispira quest'uomo di legge, che nel 1580 prende la penna per descrivere il tormento della città colpita dalla peste

(Chanson ,sur la Grande Peste de l'un 1580) e, al ritorno del

contagio (Au retour de la contagion), individua nell'epidemia una punizione del cielo per il peccato politico dei marsigliesi, esortanddi a tornare all'antico ordine:

"

"

Sus tournen d l'antiquitat E meten-nous en unitat Senso querelo ny desordre, Obeissen d Diou, au Rey, Tenguen toujou la bonne ley E dins la villu ouren bon ordre l.

L'antica virtfi locale è lungamente evocata nel poema Lous plarers de la uido rustiquo (I piaceri della vita rustica), inno all'amenità della campagna circostante, di cui sono descritti i pregi in stile gmrgico. I1 patriottismo marsigliese, nutrito cosi di ricordi di ordine civico e di amene visioni campestri, fa poi appello all'antica gloria provenzale nell'Ode a Pierre Paul, dov'è rivendicato il primato della letteratura trobadorica:

La

letteratura occitanica moderna

Lou prouvencau, baudoment, A lou drech de premier agi D'aver tant antiquoment Rimat en vulgar ramagi; Apres venguet lo tuscan, Coumo dion Danto e Petrarquo; Puis pron d'autres, I'on remarquo, An seguit de man en man l;

fino all'incitarnento

da restaurazione di essa, nella presenta-

zione deli'uso della propria lingua come dovere civico:

Qui non escrieu son saber En sa lengo naturalo Va dementent lo dever De sa patri maternalo

2

E per adempiere in proprio a tale restaurazione, Ruffi ri- corre ai Plaisirs de la vie rustique di Pibrac, suo modello anche in un seguito di centoventisei quartine di tono morale; senza peraltro dimenticare la lezione degli italiani in una serie di sonetti contrapposti, Les Contradictious d'Amour (Le con- traddizioni d'amore). Poeta impegnato, Rufii è l'ultima voce d'una città libera che, morto Casaulx, si sottomette a Enrico IV: l'enorme

Histoire et Chronique de Provence di César de Nostredame è

un tempio in lode deli'idea monarchica, dove Enrico è pre- sentato come successore legittimo al trono; mentre Pierre Paul, nel Repenti de la Barbouillado (Pentimento del Guazzabuglio), professa un'accesa e immutata fedeltà al re, che in passato sa- rebbe stato costretto a nascondere. Ma al di là della caduta di Marsiglia il sentimento etnico seguita a vivere e l'antico pa- triottismo si pone al servizio della nuova causa, che è ormai quella di tutta la Provenza. César, nella sua Histoire, consacra varie pagine al passato trobadorico e, da parte sua, Pierre Paul dedica al nuovo governatore, il duca di Guisa, un poema in lode dei trovatori dove ritorna l'idea del primato della poesia pro- venzale sulle altre poesie europee.

'

« I1 prwenzale, gagliardarnente, - ha il diritto di primogenitu- ra - poiché tanto anticamente - ha rimato in lingua volgare; - dopo venne il toscano, - come hanno detto Dante e Petrarca; - poi molti

altri, si nota,

* « Chi

meno al dovere - verso la oatria sua madre. »

non scrive ciò che sa - nella propria lingua naturale - viene

- hanno seguito man mano. »

lp'pne11agaua!d'pia6o1auauopgossa11P~GTa-!pqe~s

!so~e$e~ouno~odura~slpelapolouyuau18leurleaurou

epmuro33a~al@?qla~sodonpay3amo3olollapalo1lpaauap

a~uamn~nbIaponso%a!duryp!axouasaaIIap'a~sodur!uou1s

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azuasumpoaaq-p-O~!SI!~~Saluessaxa1Tlade1euo~sauap

Islaaaloure,pa'e!zp~ure,p11oumezueweqqeoapern!sso~ddaa

?iuaw!uodwo3p!ezue1so3~13nezzyqpu!e188euosladn313!e1'!

e3plp'aq8!ssa~pe!seppp~ouosaopapuauryuaaaa'!IEXI

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'esnjup0110s11111010opvunornv)ouunlnv('!uun01q~3soueur

a1ap)aa!~eur!ssoddae~ppans'(a~~ours!oueao~~a1pnylap

ajonom?umya~ody,uap38101?Up!1ay31~q'3~01~

lp'pne11agv'a~anbmdopueulmoupm1'!auelodrna~uo~uou

p!aa~a'unalomslp!$ad'~pzuaao~da~uapuadlpu!pp0ddru8

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aaua8ola~ap!'p~auos'ay8a1a'!uozm3'aupsenb'aupsas-urosuy

opnbay3oure!ddeslp1n'!e?eqoma~aIIapans'aladoauopnI.1

'uo5ue?olnpsal3euopsaaopelquraslaae!olnss!aao11n1

aria8alIV)(a~ona~10exp~o1euT'azuaao~do1ezza11eqa

ayxvnsourp1nI1sanbvoyzuaI!s.ola~durme?eysaodno

elado,nealpo~sanbe~aodns!n3e1e!io~s!so3eleaep!

lppsanbe!a!Iornlp~~!IFSO.e3pqod

aslojuouolella'a~!nq!~neaurmejuaqox'moje?!Is!Iauz!o

aluamuaus'aaurnodura~uo~'anbunpeepnbp!fpna11aga

ealelep1aense~~ap~ee!lelanaIodopem!qe,Ip!muu~:AI

arp'~~qe~n3sa.naa1uarnasy3aidai1'asiajlpaiopa.a~an%aTas

'assa~a~u!ouualpuea!aanwylaasa!umIapo!dura3ol1p,nn1

'ayzpouaay3uouelquraseeurude~syaa~e~uasa~do!y313laaos

36

La

letteratura

occitanica

moderna

la terza si esaurisce in uno scherzo di dubbio gusto a due petso-

naggi, e la seconda non vale che per l'argomento di attualità (due soldati che corrono il paese si presentano ad un contadino, nella cui casa devono prendere alloggio), la prima è senz'altro curiosa. Si hanno qui due soggetti intrecciati e indipendenti, dei quali l'uno (schermaglie amorose fra una fanciulla e i suoi cor- teggiatori) sembra non aver altra funzione che quella d'inter- calare l'altro, di gran lunga piu interessante, e assolutamente nuovo: la cronaca dei progressi d'un neonato, dapprima in- fante nelle braccia della balia che eli canta la ninna-nanna (<( pazo » d'interesse folcloristico), poi quando comincia a balbettare <( papa, mama P e a riprodurre i versi degli animali, finché arriva ad esprimersi compiutamente. Intorno al perso- naggio bambino si organizza cosi una piccola commedia di co- stume, specchio della vita familiare in Provenza nel XVI se- colo, riflessa con precisione di particolari concreti. La stessa capacità di evocazione e descrizione, che fissa un quadro di costume assorto nel tempo, troviamo nel Meinagy d'lsabeu (Le faccende d'Isabella). restituzione della eiornata d'una mas-

"

;aia in un <( mas

' dda Crau, che avrebbg incantato Mistral.

A questi due prodotti si affida quindi il valore della voce di Michel Tronc, e soprattutto al primo che, salvo ulteriori sco- perte, lo qualifica come il piti antico autore di teatro di questa

letteratura, e come tale precursore di Brueys.

Uno scrittore <( sociale »: Brueys

La tardiva edizione (1628) del Jardin deys Musos Prou- vensalos (Giardino delle muse provenzali) di Claude Brueys raccoglie, secondo quanto Brueys stesso afferma in prefazione, un'opera anteriore di venticinque o trent'anni: situabile, cioè, intorno al 1600. Opera muta intorno al suo autore, sul quale non abbiamo alcuna notizia biografica: i contemporanei lo danno come un bello spirito, uomo dalla conversazione piace- vole e divertente, ed è tutto ciò che sappiamo di lui. Buona parte delle poesie qui raccolte, << pièces di circo- stanza dedicate ad amici o protettori, riflettono peraltro la so- cietà del tempo, o meglio il gioco della società elegante del tempo, per cui la poesia diventa un divertimento mondano, sci- volando spesso nell'oscenità; quanto ai componimenti amo-

Casa colonica provenzale.

La rinascenza del XVI

secolo

37

rosi, il tono varia dalla convenzionalità alla volgarità dichiarata,

a seconda che Brueys si rivolga a una dama, la bella Ortensia, o a Catau, la ragazza facile. Lasciate da parte queste poe- sie per la maggior parte piatte e banali, gli accenti piu

interessanti saranno da ricercare nel resto della produzione qui riunita, nella prima e seconda parte del Jardin che, pur nella sua diversità, sembrerebbe tutta riconducibile al ciclo delle celebrazioni folcloriche del carnevale, o Cararnantran (a Careme-entrant D, quaresima entrante). Abbiamo, di fatto,

sorta di

quattro Discours

de Cararnantran à baston-rornput,

filastrocche di proverbi o motti volontariamente scuciti, sulla scia del coq-à-l';ne D, genere illustrato, se non inventato, da Marot; ma, a differenza di quelli di Marot e dei suoi imitatori,

i discorsi a à bitons rompus di Brueys non presentano alcun criptico riferimento ad avvenimenti del tempo: il loro inte- resse sta quindi tutto nella sfrenata immaginazione verbale dell'autore che procede per distici, neli'enurnerazione torren- ziale di verità lapalissiane miste a scurrilità, il cui unico legame

è il gioco delle rime, senza altro filo logico:

L'ouseou que cant'au més d'Abriou N'en fa souspirar mays de quatre. Bell'és la faqon de si battre Mascl' e femeou dintre d'un liech. Tout co que si fa per despiech, Non fa que rouynar un meinagi. N'y a tau que prestar sus bouon gagi, Fousso ben sus un matalas. Si trob'enca das coutelas De la Bataillo de I'Espanto. Uno fremo qu'és trop meissanto, Passo per diable dins l'houstau l.

E via di questo passo. Da questo tono non si discostano molto i tre balletti, ognuno seguito da una canzone, il cui tema comune è la denuncia dell'ipocrisia morale e delle vere passioni che agitano, nel fondo, una società di vernice benpensante. In

l u L'uccello che canta al mese d'aprile - ne fa sospirar pifi di quat- tro. - E bella la lotta - di maschio e femmina in un letto. - Tutto quello che si fa per dispetto - non fa che rovinare una casa. - Non c'è niente come prestare contro un buon pegno, - fosse pure contro un materasso. - Si trovano ancora dei coltelli - della battaglia di Lepanto. - Una donna che è troppo cattiva - passa per diavolo in casa. >P

38

La

letteratura

occitanica

moderna

tempo di feste carnevalesche, di tripudio e licenza, ogni sfogo è permesso, sotto gli auspici di Re Caramantran, per il quale Brueys scrive di fatto le Ordonnan~osde Caramantran (Ordi- nanze di Carnevale), gioco drammatico a quattro personaggi, che riflette la visione di un mondo di amore libero in cui tutti mangiano, bevono, si dànno al buon tempo, bandendo qual- siasi residuo di ipocrisia sessuale. Gli stessi temi ritornano neiie commedie (quelle che fanno si che Brueys sia comune- mente catalogato come autore di teatro, senza che si faccia menzione del rimanente della sua produzione): La Rencontre de Chambrieros (L'incontro delle cameriere), che a malapena può aspirare alla qualifica di commedia, esaurendosi nei pet- tegolezzi che le cameriere, incontrandosi per strada, si scam- biano sulla condotta delle rispettive padrone; e le tre <( piè- ces » in cinque atti che portano come unico titolo, la prima Comedie a onze personnagis (Commedia a undici personaggi), e le altre due, Comedie a sept personnagis (Commedia a sette personaggi). Un andirivieni di coppie che si legano, si sciol- gono, si riannodano, culminando in un generale lieto fine. La tessitura drammatica è ingenua, e i procedimenti elementari; i caratteri sono queiii tradizionali, e assai meno variati che nella commedia italiana, il dialogo si risolve in una giustappo- sizione di monologhi; ma non si può negare a Brueys una certa <( vis comica e una notevole abbondanza di linguaggic tripudiante nell'oscenità, in festoso carosello. Si tratta insm- ma di alcuni campioni di quei divertimenti confezionati per l'an- nuale festa di carnevale, e che dovevano essere a quel tempo frequentissimi. E il ciclo si chiude, naturalmente, con la Haren-

go funebro sur la mouort de Caramantran (Arringa funebre per

la morte di Carnevale). Brueys si presenta cosi come uno scrittore << sociale », fornitore di balletti e canzoni e gran sa- cerdote deiia burlesca cerimonia annuale; senza qualità parti- colari, specchio della società in cui vive, è insomma il tipico esempio di un amatore come la Provenza ne produrrà in abbon- danza, pubblicati e no. Ma si tratta di un amatore dalla penna facile e dotato di non comune vivacità, che si rivela soprat- tutto nella lingua. È per la lingua che queste commedie, pur del tutto prive di colore locale e senza alcuna allusione agli affari del tempo e del paese, sono prettamente provenzali; finché il gusto deii'espressione arriva all'enumerazione gratuita, come nelle varie strofe sui piatti, sui vini, e in questa sulle danze alla moda, che estraiamo dalla Harengo funebro:

Lo rinascenza del XVI secolo

La Pavano, la Bergamasquo, La hiourisquo, danco fantasquo, La Couranto, las Canaries La Gaillardo, lous passo-pies, Lou grand Brandon de la Rouchello, Salabandro, la Fougnarello, L'arrotto, I'a dancet et tou, Pueis tous leys Brandous de Poitou, Vouto, boureyo, I'Estandaro, La Tiranteino, la Fanfaro, Martegallo, lous Cascaveous, Et tous leis valets plus nouveous l.

La vivaza delia lingua popolare s'incontra ad ogni passo, in proverbi e detti di cui Mistral farà tesoro per il suo dizio- nario. Ma tutta la produzione di Brueys, indice del recupero deli'espressività popolare, testimonia altresi d'un fenomeno di non secondaria importanza, che caratterizzerà il destino della letteratura provenzale nel suo insieme: della dicotomia, cioè, che findai tempi di Bellaud, e addirittura di Arena, appare nel- l'uso linguistico. Nel momento in cui il francese guadagna la società di Aix, l'idioma locale, ormai sprovvisto di prestigio, è relegato nel giocoso, nella poesia realistica, insomma nel divertimento; ed è ormai irreversibile il processo di dialettiz- zazione, verso una letteratura che tende al popolare, ma è opera di uomini di cultura umanistica, che fanno della lingua d'oc lo strumento di piu o meno saporosi-passatempi, a se- conda che soccorra una coscienza linguistica piu o meno ap- profondita e un piu o meno vivace gusto espressivo. Numero- sissime sono, anche in Brueys, le allusioni mitologiche volte al burlesco: alla letteratura e seria >> la lingua d'oc offre il risvolto del comico e, inconscia ormai della propria autonomia lessicale di fronte al francese e d'una propria tradizione gra- fica. mescola alla rinfusa ~erlelocali e mostruosi ~allicismi. Nel frattempo la letteratura francese allarga il suo domi- nio: César de Nostredame, Jean de La Cepède, Scipion Dupé-

"

1 Traduciamo il traducibile di questo elenco di danze d'ogni tipo che

non hanno, a volte, il corrispondente

gamasca, - la Moresca, danza bizzarra, - la Corrente, le Canaries, - la

passe-pieds [antica danza bretonel, - il gran Brando di

La Rocheile, - la Sarabanda, la Boudeuse, - l'Annette, danzò anche

questa,

za

la Martégale, i Cascaveous, - e tutti i balletti piu nuovi ».

campagnola d'Alvemia], I'Estandare, - la Tarantella, la Fanfara, -

- poi tutti i Brandi del Poitou, - la Volta, la Bourrée [dan-

in italiano: La Favana, la Ber-

Gagliarda, i

40

L

letteratura

occitanica

moderna

rier (figlio del famoso Fran~ois,amico di Malherbe) scrivono

in francese. I1 solo terreno di resistenza per la lingua d'oc è il

teatro che, fino in pieno XVII secolo (e con notevole ritardo

sul

Nord della Francia), offre rappresentazioni di << mystères »

e

miracles » di tradizione medievale. Affatto marginale è la

raccolta bilingue di Honoré Meynier, Le Bouquet bigarré (I1 mazzolino variopinto, 1608); e il poema Au Rey, Elegio Prou- vensalo sur la Pas (Al re, elegia provenzale sulla pace) di Barthélemy Deborna, stampato a Parigi nel 1609, ditirambico elogio dei meriti guerrieri di Enrico IV, si pone su di un piano dichiaratamente francese. La letteratura provenzale è ormai condannata a vivere al margine della grande letteratura nazionale.

IL MOMENTO TOLOSANO

Nel XVI secolo si assiste all'ingresso nella letteratura fran- cese d'una pleiade di grandi scrittori guasconi, che scelgono la lingua di Parigi: Montaigne, Monluc, Salluste du Bartas, Bran- teme, La Boétie. Se negli ultimi tre è impossibile reperire, sia

dal

punto di vista tematico sia dal punto di vista linguistico,

la

traccia dell'origine meridionale, è indubitabile che con i

primi due tutta una linfa guascone penetra nelia lingua fran-

cese. Con i Commentaires di Monluc acquista diritto di citta- dinanza nelie lettere francesi lo << stile giascone », ovvero uno stile soldatesco, inframezzato di guasconismi; e se buona parte

dei cosiddetti guasconismi di Montaigne sono in realtà parole

comuni alla maggioranza dei dialetti d'oc, è il guascone che Montaigne ammira (non il perigordino, suo dialetto naturale),

e in particolare quelio localizzabile verso le montagne, nell'Ar- magnac, il dialetto cioè di du Bartas'e soprattutto del suo

amico Monluc (cfr. Essais, 11, XVII). Non è insomma a un dialetto locale privo di credenziali che Montaigne si rivolge, quanto a un idioma letterariamente illustre, che già ha dato buona prova nelie opere di Pey de Garros, ed esaltato con pittoresco sciovinismo dai suoi utenti. La Guascogna si tra- duce cosi nella cornice d'una nazione francese composta di Francia e di Navarra, su cui regna Enrico IV: è il breve mo- mento guascone delle lettere francesi. Ma Malherbe, arrivato

a corte nel 1605, si

adopererà a << dégasconniser » la lingua.

Se

fino a quest'epoca si era resa possibile la ricchezza verbale

di

Rabelais (e, per quanto con un orizzonte linguistico del suo

La rinascenza del XVI

secolo

41

meno vasto, di altri scrittori come Des Périers), col gusto pit- toresco dell'annotazione delle espressioni regionali dei perso- naggi, la comparsa di Malherbe segna l'epoca del divorzio fra

la lingua di Parigi e la lingua altra da quella di Parigi, sicché

questa finisce per essere relegata nel burlesco. Ed è estrema- mente significativa la comparsa, nella letteratura francese, di un'opera quale Les aventures du Baron de Foeneste, di Agrip- pa d'Aubigné: un intero romanzo scritto in una sorta dì fran- cese guasconizzato e che, precorrendo Daudet, mette per la prima volta in scena il personaggio del meridionale ridicolo. Non si ha qui il riflesso d'un'obiettiva situazione linguistica, un <( pastiche », un nuovo macaronico in cui il guascone

sta al francese come nell'opera di Antonius Arena il proven- zale (o il francese) stavano al latino. L'idea stravagante di scri- vere un libro intero in un simile u pot-pourri W è tuttavia estre- mamente indicativa dell'atteggiamento parigino nei confronti delie terre meridionali, e della Guascogna in particolare: co- mincia per gli occitanici la necessità di reagire alla ridicolizza- zione, mentre Malherbe, l'antico amico di Bellaud, si fa cam- pione del purismo, accogliendo fra i suoi discepoli il tolosano Mainard. La reazione della letteratura guascone si produce difatti

a Tolosa, dalle cui stamperie escono, negli anni dal 1604 al

1611, le opere di Bertrand Larade, Guillaume Ader, Jean de Garros e le Stances di Godolin: una fioritura che ha indotto gli storici della letteratura a parlare d'una rinascenza <( tolo- sana B, poiché tutti questi poeti vivono a Tolosa, o manten- gono comunque legami con la città dove sono stati studenti. Vive, nella capitale deila Langue d'oc B, una nobiltà batta- gliera e arrogante che conosciamo attraverso la deformazione

parigina della gasconnade B, ma che si esprime qui senza maschera di burlesco, trovando il proprio modello nella per- sona del re: nasce il mito di « Noste Enric » (il nostro En- rico), principe dei cavalieri guasconi, e tale mito sostanzia tutta

la letteratura autoctona di questo periodo, che risente peraltro,

con caratteristico ritardo, dell'infìuenza ronsardiana, in un mo- mento in cui il ronsardismo è già passato di moda nella Fran-

cia d'oil.

ma

42

La

letteratura

occitanica

moderna

Ronsard in Guascogna: Bertrand Larade, André du Pré

I1 primo autore, in ordine cronologico, di questa scuola tolosana, Bertrand Larade, nacque a Montréjeau nel 1581, da

una famiglia della buona borghesia, e dovette compiere i pri-

mi studi nella cittadina natale, per terminarli poi a Tolosa.

Quale fosse la sua vita nella capitale linguadociana non sap- piamo esattamente: è certo che fu amico di Godolin, e in ogni caso è a Tolosa che riceve consacrazione la sua precoce vocazione poetica. Quattro raccolte si succedono in pochi anni:

La Margalide Gascoue (La margherita guascone, 1604), seguito di sonetti, odi, stanze e canzoni che cantano il mal d'amore; Meslanges de diberses poesies (Raccolta di diverse poesie, 1604), dove figurano numerosi sonetti e poesie convenzionali, alcuni poemi erotici ben lontani dal tono doloroso della pre- cedente raccolta. e odi e canzoni su arie alla moda che costi- tuiscono forse, nella loro spontaneità di tono popolaresco, la parte migliore di questo secondo prodotto; La Muse piranese

(La musa dei ~irenei,1607), insieme eterogeneo di-sonetti, di, poesie di circostanza, dove traspare la volontà di farsi strada neila società e nella letteratura, ma che si chiude su una raccolta di centottantatré proverbi guasconi messi in distici

di cui sono apprezzabili il sapore popolare e la lingua solida e

succosa; i&e La Muse Gascoune (La musa guascone, 1607), contenente pastorali dialogate, stanze, << chants royaux D, ispi- rati da un evidente desiderio di volgersi a generi piu nobili.

La gloria di Larade fu grande, come provano le numerose

testimonianze di ammirazione indirizzategli dai compatrioti, e il premio assegnatogli nel 1610 dai 4< Jeux Floraux D l. Tutta-

via

dopo tale data si perdono le sue tracce: questo poeta che

ha

cominciato a scrivere verso i diciott'anni. termina verisi-

milmente la sua carriera verso la trentina. L'ispirazione ronsardiana traspare chiara nella Margalide:

se i poeti provenzali, ad esempio Bellaud, possono aver rice-

vuto direttamente, senza il tramite della u Pléiadea, le sug- gestioni petrarcheggianti, questa generazione guascone è indub-

biamente succuba della gloria di Ronsard. L'intento di Larade

l L'antico collegio del Gai Saber n fu chiamato « Académie des Jeux Floraux » a causa dei fiori (violetta, eglantina, amaranto) in oro e ar- gento con cui venivano premiati i vincitori dei concorsi poetici.

Lo rinascenza del XVI secolo

43

è esplicito:

strazione della propria lingua affermato fieramente:

Gascoun moun Pay ey nascut et ma mere E Gascoun jou per tau sey resoulut l;

essere il Ronsard guascone, in uno sforzo d'illu-

e pertanto, nato guascone, è la lingua guascone che Larade deve usare:

Birgille à bon dreit Lutin pousquoc parla, Homere sous bers grecs per tout basse coula, Per so quPt ere Grec, son grec et rendouc leste, E jou lejau Gascoun nou haussary mon bec? Com eris jom direy en mon lengatge meste, Que Gascon soy nascut, nou pus Lutin ny Grec2.

La Guascogna letteraria insorge velleitariamente contro la francesizzazione, riprendendo in proprio le teorie della a Pléia- de P, ma con un sottinteso sentimento di disagio, di colpevo- lezza, che fa si che Larade nasconda deliberatamente tutto ciò che deve agli autori francesi. I prestiti sono evidenti, e in so- stanza nella Margdide la tematica ronsardiana è trasposta nella ristrettezza dei confini provinciali (l'amore per una Cassandra locale scade spesso nella piattezza quotidiana o addirittura nella grossolanità); l'imitazione va dalla traduzione pura e sem- plice alla ripresa di temi e soprattutto di modi, nell'uso pre- ponderante dell'alessandrino. Ma prima di liquidare sbriga- tivamente Larade come un sottoprodotto occitanico del ronsar- dismo, andrà osservato, come fa giustamente Pierre Bec, il carattere per cosi dire endemico dell'imitazione poetica nel rinascimento: temi e strutture metriche costituiscono un fondo comune a cui tutti possono attingere, e quando l'imitazione è regola anche per poeti di tanto maggiori, sarà scusabile un poeta minore su cui pesa la condanna dell'ambiente provin- ciale e del particolarismo linguistico. Si dovrà peraltro rico- noscere che alcune trasposizioni sono indubbiamente riuscite. Cosi la costruzione impeccabile dei quattro chants royaux »

1 u Mio padre è nato guascone e cosl mia madre, - e pertanto sono deciso ad essere guascone. »

2 a Virgilio a buon diritto poté parlare latino, - e Omero far correre dappertutto i suoi versi greci; - poiché era greco, rese agile il suo greco, - ed io, leale guascone, non alzerò la mia voce? - Come loro parlerò nella mia lingua madre, - ché guascone sono nato, non latino né greco. »

44

La letteratura

occitanica

moderna

che figurano nella Muse Piranese e nella Muse Gascoune (tati- monianti del pari il tentativo di travestire in guascone il ge- nere poetico piu nobile, anche se già invecchiato agli occhi dei nuovi poeti francesi), li rende dopo tutto non indegni dei corrispondenti prodotti in lingua d'oil. Oltre al loro signifi- cato di sottintesa polemica contro la politica linguistica del << Collegio dei Jeux Floraux », sempre piu orientato al francese. A questo movimento di rinascita tolosana saranno da ricol- legare Les Feuilles Sibyllines (I fogli sibillini) di André Du Pré, un libretto stampato a Lectoure nel 1620, e di cui si era persa la traccia ho al 1929, quando ne fu rinvenuto un esem- plare presso un libraio bordolese. Dell'autore si sa pochissimo:

era figlio di un giureconsulto di Lectoure, e agli inizi del XVII secolo riveste la carica di consigliere del re nella città natale. Appartiene quindi, con ogni probabilità, alla generazione di Larade; e, come lui, subisce l'influenza petrarcheggiante della << Pléiade » riscontrabile di fatto anche nei sedici sonetti e nel- le due canzoni in guasme che, fra versi francesi e latini, figu- rano nelle Feuilles. Tema dominante è il mal d'amore, spesso con l'appoggio del << topos » primaverile, e la descrizione del- l'oggetto amoroso che si serve di luoghi comuni tradizio- nali, con la ricerca un po' insistita della <( pointe D. Ma dai contemmranei italiani e francesi lo discosta un certo rea- lismo, ovvero un uso della parola espressiva guascone senza riserve, e al tempo stesso senza grossolanità, che lo fa clas- sificare come una voce specificamente guascone del petrarchi- smo francese e, piu generalmente, europeo.

Il mito di <( Noste Enric » e la nazione guascone:

Jean de Garros, Guillaume Ader

Significato piu preciso assume la voce di Jean de Garros, fratello minore di Pey, studente di diritto a Tolosa, consigliere

alla corte del Siniscako d'Armagnac dal - 1576

seguito console a Lectoure. Nella sua Pastourade Gascoue (Pa- storale guascone, 1611) traspare l'imitazione delle egloghe vir- giliane, e la riuscita è tutto sommato mediocre, sotto il peso del- le memorie umanistiche; la lingua tuttavia è pura e quest'opera dimostra, se non altro, la possibilità del guascone di raggiun- gere quello che il francese raggiunge normalmente: una certa

facilità e sco&volezza di scrittura alimentata dal19eleganzadei ricordi classici. C'è tuttavia qualcosa d'altro, che assume note-

al 1615 e in

La rinascenza del XVI secolo

45

vole rilevanza. se non Der la storia delle lettere d'oc. almeno per la storia della coscienza guascone di questo periodo: il dia- logo fra due ~astorisulla morte di Enrico IV arriva in ultima analisi a presentare il defunto sovrano come il re-pastore che proteggeva il proprio gregge dal saccheggio dei soldati e dal ne- mico spagnolo; un nuovo re sconosciuto, parigino, lontano dal popolo guascone, prenderà ora.il suo posto. Ma quest'atto di amorosa fedeltà, scritto « a caldo » sotto l'impressione dell'as sassinio di Enrico (fra la morte del re e la dedica dd'opera corre poco pi6 di un mese), finirà poi nel pi6 ugciale omaggio

a Maria dei Medici e al piccolo Luigi XIII. Ben pi6 chiara la visione di ~iillaumeAder, studente di medicina a Tolosa dove poi eserciterà la professione, e autore, in latino, di un saggio sul modo di prevedere e curare la peste (De Pestis cognitione, provisione et remediis) e d'un tenta- tivo di dimostrazione dell'incurabilità delle malattie guarite da Cristo secondo i Vangeli, e quindi deil'autenticità del mira- colo (Enarrationes de aegrotis et morbis in Evangelio). La sua epopea in quattro canti, Lou Gentilome Gascoun (I1 genti- luomo mascone). è stata scritta in vita del re. nell'entusia- smo deBa pace 'htrovata dopo le guerre civili,'e pubblicata dopo la sua morte (1610). Non quindi un poema di circo- stanza, ma un'opera militante e meditata che assimila il paese

alla nobiltà guerriera e lo sintetizza in un tipo umano, il cavalie- re guascone. Anzi, come una Ciropedia del perfetto cavaliere guascone si presenta quest'opera, seguendo' il personaggio dap- prima nell'infanzia, in cui apprende il mestiere delle armi e :j esercita alla caccia, poi in guerra, da soldato coraggioso a capi- tano delle truppe, fino all'apogeo del quarto libro in cui l'intra- prendente guerriero, divenuto capo dell'esercito, si rivela come Enric Gascoun P (Enrico Guascone), il re in cui la nazione s'incarna. Una simile creazione ideologica è l'esatta contropar- tita della caricatura di d'Aubimé. e chiaramente si contra0 pone allo sforzo dei francesi per legittimare Enrico di ~avarra; presentandolo come discendente dei Valois e quindi erede a buon diritto del trono di Francia. Ai guasconi è di fatto fornita un'ongine leggendaria: discendenti di Ercole, essi sono cugini dei francesi, a loro volta discesi da Dardano, fratello di Ercole

e capostipite della razza troiana che, attraverso Francion, si è

resa padrona del paese. Un complicato e oscuro meccanismo di allegorie porta alla conclusione che la Francia nuova, nata dopo la morte di Enrico 111. è un'o~eraeuascone. il cui massimo

eroe è appunto Enrico IV, campione sanguinario ma al tempo

"

"

3

"

46

La letteratura occitanica moderna

stesso protettore degli oppressi e capitano d'una guerra con- dotta secondo le regole dell'antica cortesia e i principi del- l'etica feudale. I1 nazionalismo di Ader utilizza cosi le stesse armi del nazionalismo francese contemporaneo, e si esprime in una lingua ormai matura per l'argomento trattato (le guerre di religione in Aquitania si sono espresse in guascone, come Mon- luc testimonia a sufficienza); e della propria materia linguistica l'autore si compiace, con godimento tutto vocale, in campioni d'una furia verbale dove il fonosimbolismo tocca spesso punte estreme:

D'aquet pus bous augits tambouris é troumpetes, E novi ya ni canoun, arquabouse, escoupetes, Pistoles, pedrinals, mosqueteres, mosquets, Estocs ni coutelas, espasas é mandrets, Halabardes, bourdons, piques é pertusanes, Houchines, armedast, bastous e bigatanes Que nou dressen lou cap coume jouens garrigats; N'ei d'arren mes question que de trucs é patacs. Doune, doune, labets, are, are, donc, turare, Toque lou tan quan dan, cops de canous, é gare, Contre-escarpe à la part, barriquade à l'estrem, A cops, pousses é pics, qui da, qui tourne é pren; Doune, doune à capsus, e bire d'arrouquades, Miugranes, cercle à houec, grosses arquabousades, Tire bales, baloun, bras birat à gran cops De piques, d'armedast, houec de lanses é pots; Doune, doune deguens, passe la faschinade, Saoute lou qui pouira la poste claouerade. A trucs, truque au tric-trac, pare pic, pare cop,

A

I'espase, au puignau, au coutét, à ,l'estoc,

Passe, enseigne, sus touts, pousse la compagnie l.

1 Da quella parte sentite tamburi e trombette, -

- pistole, pettorali, moschetti grandi e pic-

.stacchi e coltelli, spade e puntali, - alabarde, bordoni, picche

e partigiane, - forche, lance, bastoni e giavellotti - che non rizzino il capo come giovani querce; - non 8 questione d'altro che di ferite e colpi. - Dài, dài, ora, andiamo, andiamo, orsu, tarara, - picchialo

e non ci sono can-

noni, archibugi, schioppi,

coli,

quanto ti picchia, colpi di cannone e attenti, - contrascarpa di fian- co, barricata in fondo, - a colpi, urti e picchi, chi dà, chi rende e

riceve; - dài, dài in alto, ed evita pietre, - granate, cerchi di fuoco, grosse archibugiate, - tira palle, pallottole, braccia che dàn gran col-

pi - di picche e d'aste, fuochi e lance e mortaretti: - dài, dài den-

tro, passa le fascine, - salti chi può il trave ferrato. - A colpi, batti

al

tric-trac, para punte, para colpi

- di spada, di pugnale, di coltello,

di

stocco. - Passa, portinsegna, davanti a tutti, spingi la compagnia. >p

LA rinascenza del XVI

secolo

47

Siamo qui di fronte alla piu qualificata manifestazione del barocco occitanico, in questa fanfara verbale che procede per

accumulazione asindetica dei termini: e che si avvale di tutti gli artifici di stile riscontrabili nella 'coeva letteratura barocca francese ed europea, dove spesso la moda (ad esempio quella delle parole composte) incontra il genio stilistico popolare. Trovarsi di fronte a siffatta agitazione linguistica in questo momento, in Francia, è estremamente significativo: il costrut- tivo irrigidimento << classico » delle lettere francesi non si è ancora del tutto definito, sicché la tendenza di Ader, come del contemporaneo Godolin, non si qualifica soltanto per reazione o complementarità ad una situazione culturale, ma risponde ad istanze che possiamo definire non tanto francesi quanto europee: se Larade è figlio di Ronsard, Ader e Godolin sono non figli ma fratelli di Régnier e di Théophile, nella comune paternità dell'Italia di Marino. Non mancano poi, nel poema,

efficaci descrizioni della miseria dei contadini,

vittime dell'avi-

dità e della crudeltà dei saccheggiatori (vv. 915-1009) o gu- stosi quadretti di genere (ad esempio quando i malcapitati vil- lici, terrorizzati dall'arrivo dei soldati, si danno da fare per

nascondere le loro povere masserizie, vv. 1845-62); e, sparsi un po' dovunque, numerosissimi paragoni e metafore pittore- sche, che alleggeriscono la monotonia delle troppo frequenti e uniformi descrizioni di battaglie. Minor interesse presenta ?altra opera di Ader, Lou Catou- net Gascoun (1605), cento quartine in 'decasillabi, allangia- mento dei distici medievali dello Pseudo Catone, con in piu il richiamo ai Quatrains di Pibrac: una sorta di breviario di saggezza guascone, da mettersi sul conto del patriottismo del- l'autore, e che vale soprattutto per i proverbi e le locuzioni popolari ivi incastonati.

Un poeta cittadino: GodoGin

Ancora al tema del patriottismo riconducono le Stances a

l'hurouso rnernorio d'Henric le Gran, Inbincible rey de Fran~o

et de Nabarro (Stanze alla felice memoria di Enrico il Grande, Invincibile re di Francia e di Navarra, 1610) di Pierre Godo- lin, che sembra seguire la traccia di Ader e Jean de Garros. In realtà, il suo re non è piu Enrico guascone, bensi il re di Francia Enrico IV, alla cui politica nazionale Godolin total- mente aderisce, celebrando il sovrano che ha ristabilito la pace

18

La

letteratura

occitanica

moderna

la giustizia nel paese dopo i torbidi delle guerre civili. I1 scstrato ideologico della rinascenza guascone è cosi abolito, e la letteratura d'oc s'inserisce in una prospettiva del tutto fran- cese. Compito di Godolin sarà illustrare la propria lingua nel so- lo quadro politico ormai esistente, la nazione francese, dove Tolosa fa figura di capitale regionale: << Nouirigat de Toulouso, me play de manteni soun lengatge bèl, et capable de derram- bulha touto sorto de concepcious; et per aco digne de se carra

dambe un

al lettore. E non per nulla la lingua di questo poeta, essen- zialmente cittadino, sarà il tolosano, da lui stesso sempre desi- gnato come << moundi 2. Nato nel 1580 da una famiglia della buona borghesia cit- tadina, figlio di un medico di fama, Godolin frequentò il col- legio dei Gesuiti e, terminati in seguito gli studi di diritto, fu ammesso come avvocato al parlamento; ma non esercitò la professione, e visse dedicandosi alla propria opera poetica, tutta in lingua d'g, dopo i primi saggi in francese che gli valse- ro nel 1609 il riconoscimento dei << Jeux Floraux ».Diminuite negli ultimi anni le sue rendite, la città gli accordò una pen- sione, di cui usufrui fino alla morte (1649). Nelle successive edizioni, via via aumentate, del Ramelet moundi (Mazzolino tolosano, 1617, 1621, 1637-38, 1647) Go- dolin coltiva un gran numero di generi: sonetti, canzoni, pasto- relle, odi, stanze, << noels », epigrammi. Le allusioni mitolo- giche sono frequenti, come pure i richiami a Ronsard e a Malherbe, e il tono costante è quello d'un nobile epicureismo, che non scade mai nella volgarità, e che riflette una vita senza drammi: nessuna traccia di passioni amorose, né d'intime lott:

per una fede cattolica che sembra tranquilla e serenamente acquisita. Ma la sua arte risiede soprattutto in.una conoscenza

della lingua completa e profonda: della lingua contempora- nea, senza akuna allusione ai trovatori, evidentemente igno- rati. La poesia è per Godolin soprattutto un esercizio di stile,

se l'inseenamento è auello della << Pléiade >>.lo strumento linguistico è ricco e pittoresco (gli stessi contemporanei non

e

~lumachoude brèts et d'estimo '. suona l'awiso

e

"

<C Nato a Tolosa, mi piace mantenere il suo 1inguaggio.bello e capace di trattare ogni sorta di concetti; e per questo degno di ergersi con un pennacchio di pregio e di stima. »

2 Abbreviazione di « Ramoundi »,

da « Ramondus »: « Ramondinus »

è il soprannome dato ai tolosani a causa dei loro ultimi conti, Raymond

azuaaaa~~au!(aeuruquou.aunuros

!uo!z!palaplalaiuoiaasp~adpp8~9~aoia!88auauruo~-od

aqs!p'ollajollepasppzlspn!8'lalnoaau8durose1n11aal

!uasoIoi'ouaha~opsad'o~sapuasdurosasassos!saun.o!sassot8

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50

La

letteratura occitanica moderna

Douncos, en preferan le naturèl à l'art, Talèau qu'en coumpagnio la bezi sense fard, Yeu bouldrio cap et cap la beze sense fardo l.

O in divertimenti che celano un gusto saporoso della lin- gua (di cui si ricorderà Mistral, elecando a sua volta gli abita- tori delle profondità marine), in una lista di nomi che si rin- corrono sul gioco delle rime o delle assonanze:

Aro-ba, ca coumencèc un,

Se le Careme es impourtun

A Paris tant courno à Toulouso

A qui la Garono aboundouso

Fournis le gros et gras Barbèau, Estatjan des locs sense apèau, Le Grouignaut ple, la grosso Corpo Oun fa boun pausa touto l'arpo, La Sièjo, le Cabede bèl, La Pèrcho, le Coula noubèl, Dan la Troueto deliciuso Et la Lumpreso carestiuso:

Nou counti pus so que souben De la mar de Narbouno ben, Coumo le Turbot, la Daurado, La Solo, le Loup, la Rajado; Ali SO qu'abèn à tout perpaus:

Le coumpanatge des Pousclaus2.

Troppo poco per dare un'idea della verve di Godolin, che si esercita in divertenti epitaffi, succosi epigrammi, grotteschi ritratti (come quello del soldato mercenario e predone che si aggira nelle campagne), poesie bacchiche in occasione del car- nevale e filastrocche << a batons rompus D. Tanta vivacità è

((Dunque, preferendo la natura all'arte, - come in compagnia la vedo senza falsi ornamenti, - vorrei, da solo a sola, vederla senza vesti. » Resta da sapere, cosi cominciò uno, - se la quaresima è noiosa - a Parigi come a Tolosa, - a cui la doviziosa Garonna - fornisce il Bar- bo grande e grosso, - abitante dei luoghi dove non si tocca, - il Ghiozzo polputo, la grossa Carpa - che tutte le dita della mano non bastano a contenere, - la Lasca, il bel Cavedano, - il pesce Persico, I'Alosa novella, - con la deliziosa Trota. - e la Lampreda che costa cara: - non conto quello che spesso viene - dal mare di. Narbo- na, - come il Rcmbo, I'Orata, - la Sogliola, la Spigola, la Raz- za; - né quello che abbiamo quotidianamente: - il cornpanatico che si acquista dai pizzicagnoli della via dei Pouts-claus. »

Lo rinascenza del XVI

secolo

5 1

causa del suo incredibile successo (Noulet conta undici edizio- ni delle opere, dal 1600 fino a quella da lui stesso apprestata nel 1887). Ma, paradossalmente, la conseguenza di tanta popo- larità fu proprio il contrario di quanto Godolin si augurava per il destino dell'idioma tolosano: cioè la diffusione dell'idea che la lingua d'oc sia incapace di esprimere concetti nobili e profon- di, e suo terreno possa essere soltanto il divertimento, la poesia piacevole e scherzosa.

AI LIMITI DEL TERRITORIO D'OC

Se la rinascenza delle lettere d'oc in auesto m eri odo si manifesta sostanzialmente in tre punti del territorio occitanico, tre nodi o gangli di cultura e di coscienza linguistica, la Gua- scogna, la Provenza e Tolosa, non mancano nelle altre regioni espressioni, per quanto sporadiche, d'un risveglio della lette. ratura meridionale, e che si collocano sostanzialmente nel qua- dro degli echi provinciali della rinascenza francese. Vediamo, ad esempio, stampato a Parigi nel 1586 un opu- scolo dal titolo Larmes, regrets, et deplorations sur la mort de Jean Edouart du Monin, excellent poète grec, latin et fran- gois, composé par Frangois Granchier Marchois, son nepueu et escolier. nel auale. fra i versi indirizzati all'autore in latino. in greco, in francese, figurano due quartine nel <C patois >> della Haute-Marche. Data l'assenza di qualsiasi tradizione scritta in questa zona, l'idea di far intervenire il <( patois >> sullo stesso piano del greco, del latino e del francese, si spiega natural- mente con la curiosità per i dialetti derivanti dall'insegnamento della <C Pléiade D. Analogo discorso andrà fatto per una breve commedia anc- nima nel dialetto di Montelimar, la Comedie de Seigne Peyre et Seigne Jouan (Commedia di mastro Piero e di mastro Gio- vanni, 1576), dove, d'indomani della pace di Beaulieu, un contadino annuncia ad un altro la buona novella. Un'occhiata al territorio franca-provenzale frutta poi un Ballet foresien en dialecte de Saint-Etienne, stampato nel 1605, il cui maggior interesse sta nella ricchezza dei vocaboli espres- sivi e pittoreschi. Non per nulla questo balletto, edito in ap- ~endicealla Gazette frangoise di Marcellin Allard, appartiene probabilmente allo stesso autore, che, nella Gazette, si mostra entusiastico ammiratore di Rabelais. A Nizza invece la lingua locale è elevata alla dignità di

2,

52

Lo

letteratura

occitanica

moderna

un'opera scientifica, un trattato di matematica: Opera nova

d'Arismethica intitulada cisterna fulcronica

novellament com-

pausada (Opera nuova d'aritmetica intitolata cisterna fulcroni- ca nuovamente composta) stampata a Lione nel 1562, in un

corrotto '. Ma la lingua si

nizzardo tradizionale e lievemente

imbastardisce qui sotto un duplice influsso, del francese e del- l'italiano; e, in questi stessi anni ( 1560), il duca Emanuele Fili-

berto di Savoia ordina che la lingua dell'arnministrazione sia il volgare, cioè, per la contea di Nizza, l'italiano. Da questo mo- mento l'uso scritto del dialetto si riduce, fino a scomparire; una delle ultime testimonianze del nizzardo scritto ( già corrotto) è la cronaca di Jean Badat (conservata in un Goscritto del- l'Archivio di Stato di Torino), la cui stesura è probabilmente contemporanea agli eventi narrati (1516-1567). Fino al XIX secolo non si avranno piu documenti linguistici occitanici da questa zona.

I In u fulcronica

è forse da rawisarsi il nome deii'autore (Fulconis).

Capitolo terzo

L'età del classicismo francese

Si sottolinea espressamente, nel titolo di questo capitolo, la nozione di <( classicismo francese ». Di fatto, la produzione

letteraria originale del Sud della Francia che fin qui siamo ve- nuti esaminando, risultante insieme da sollecitazioni, piu che strettamente pàrigine, europee, e dde particolari condizioni politiche, si rende possibile in questo momento, in cui l'epoca

<i classica »

lingua d'cc non è ancora guardata come strumento espressivo

di limiti provinciali, e il dilemma del ricorso al francese op-

pure al tolosano si presenta come alternativa fra due mezzi in ultima analisi equivalenti, facilmente risolvibile nel bilingui- smo, a du Bartas, o anche a Godolin. Se questi preferi l'idio- ma cc moundi N, che poetasse notevolmente anche in francese dimostra il premio ottenuto nel 1609 al concorso dei a Jeux Floraux ». Di fronte da retorica rigida e atrofìzzata che regna

nel collegio, il tolosano è la lingua della.libertà: e si esprime

in una poesia che riflette a distanza, ma senza sfocature, la vita

letteraria francese, e cerca di tenere il passo con essa. La Fran-

cia del Sud offre il proprio patrimonio culturale all'unità fran- cese che si viene costruendo. Ma, innalzate nel corso del secolo XVII le barriere puri

stiche e classicistiche, elaborata una concezione monolitica del-

la letteratura, non vi

francesi. È dora che si perde, da periferia della nazione, la

coscienza di costituire un centro attivo di cultura capace di col- laborare vivacemente da produzione letteraria della capitale:

e la produzione lccale viene considerata, appunto, come <( lo- cale », avente cioè una sua efficacia nel ristretto orizzonte che

la genera, ma incapace d'inserirsi in pi6 vasti movimenti di

pensiero. La leggerezza degli intenti, la mancanza d'impegnc nai temi porta conseguentemente un non-impegno linguistico:

gli scrittori, nei quali era finora possibile reperire chiare affer-

mazioni o ,almeno tracce di notevole coscienza linguistica, non

delle lettere francesi non è ancor cominciata: la

è piu posto per la provincia nelle lettere

54

La letteratura

occitanica

moderna

s'interrogheranno piu sul mezzo espressivo impiegato, né lo li- meranno amorosamente come suo1fare l'autore consapevole del- l'importanza della propria opera. Per una poesia ridotta ormai a svago sciatto ed effimero, basterà l'idioma impoverito e me- scidato di gaiiicismi che si raccoglie sulla bocca dei parlanti; non piii, insomma, un dialetto, idioma particolare d'un paese, gerarchicamente equipollente alla lingua, ma un <( patois B: cioè, secondo la definizione dei dizionari coevi, il linguaggio delle persone incolte, distinto da quello della gente civile, e su cui pesa quindi un anatema sociale. La letteratura d'oc, velleitaria- mente nazionale da Pey de Garros a Guillaume Ader, pratica- mente dialettale da Bellaud a Brueys, rischia di farsi semplice- mente << patoisante D. Varia l'impostazione, e via via differi- scono le soluzioni daii'uno all'altro caso; a seconda della loro formazione o condizione e umore, gli scrittori d'm si volge- ranno, in linea di massima, a due atteggiamenti contrastanti nei resultati, ma originati da una stessa base di sostanziale di- sagio e di sentimento d'inferiorità nei confronti della lingua (e della letteratura) sentita piu alta nella gerarchia sociale: la pedissequa imitazione dei modelli classici forniti da Parigi, ov- vero, dove intervenga una volontà di reazione piu o meno consapevole, la deformazione burlesca. È viva, d'altra parte, una letteratura popolare, nel senso piii proprio del termine, fatta cioè dal popolo (di cui peral- tro anche i letterati assumeranno temi e generi) e che si espri- me soprattutto nel teatro e nei << n&ls D. Le rappresentazioni teatrali, spesso anonime o addirittura mai pubblicate, abbon- dano in ogni città o villaggio nel tempo di Pasqua, di Natale,

di carnevale, svariando dai temi della Passione o dei u my-

stères », retaggio del Medioevo, agii episodi burleschi del ciclo

di << Caramantran W, e gran voga prende anche il genere della

pastorale, assai coltivato nella Francia d'oil, e il cui tramite di diffusione è il gusto italianeggiante che guarda al Sannazaro e

al Guarini. Sullo stesso tema della pastorale si organizzano i G noels D: i pastori a cui gli angeli annunciano la nascita del divino fanciullo, e che risvegliano tutto il paese perché si rechi in pellegrinaggio alla stalla di Betlemme. A questo genere si possono poi ricollegare le opere religiose, estremamente ab- bondanti, destinate all'edificazione del popolo.

L'età del ciassicismo francese

PROVENZA

La nuova èra si apre, per la Provenza, su un'occasione mancata. Nicolas-Claude Fabri de Peiresc, nato nel 1580 a Bel- gentier, frequentatore delle piu note università europee, consi-

gliere al parlamento di Aix, e quivi ritiratosi dopo sette anni parigini durante i quali fu segretario di du Vair, poteva avere un'importanza estrema per la storia delle lettere d'm. Que- st'uomo che fu in relazione con tutti gli umanisti del suo tem- po, e la cui fitta corrispondenza con essi fu un vero veicolo del pensiero europeo nella prima metà del XVII secolo, aveva infatti concepito il progetto di un'edizione dei trovatori acqui- stando nel 1629, da Cdsar de Nostredame, i manoscritti dello zio

di questi, Jean; e numerose tracce di tale intenzione si riscon-

trano nelle lettere. Ma il progetto non fu realizzato, e lo stato delle conoscenze riguardo all'antica letteratura d'oc rimase fermo a Nostredarne, ovvero, da parte dei provenzali, a una pressoché totale ignoranza del proprio passato.

Sulla traccia di Brueys: una letteratura di costume

Gli scrittori locali si limitano quindi a seguire le tracce dei piu vicini predecessori: e non è escluso che d'influenza di Brueys si debba la vocazione di Gaspard Zerbin, nato nel 1590, avvocato al parlamento di Aix, e autore di una rac- colta intitolata La perlo dey rnusos et cournedies prouven- salos (La perla delle muse e commedie provenzali), che con- tiene cinque commedie: due in tre atti, due in cinque atti E una in quattro, i cui titoli anodini (Commedia provenzale a sei,

a sette, a cinque o a otto personaggi) celano le eterne storie

di matrimoni contrastati o d'intrighi condotti da abili mez- zane e da servitori interessati. La materia licenziosa è qui fine

a se stessa e non si fa dimenticare, come spesso in Brueys, nel

gusto vocale e sonoro della parola espressiva e pittoresca, di cui Zerbin è purtroppo totalmente sprovvisto. Non si esce, insomma, dai limiti d'una produzione destinata de feste del

carnevale e a un pubblico di borghesi che amava sfogarsi in scoppi di grossolana allegria; rispecchiante, quindi, piu un fatto

di costume che la scolorita personalità dell'autore, presentato

nella dedica come un a brave horné, grandarnent Letrut en tout, principalarnent à la Poesié, et ey rirnos Prouven~alos,fouert

56

ut letteratura

occitanica

moderna

agreablé et divertissent en toutos sas aciens, et dins seys

escrichs

costituiscono solo una parte, probabilmente, delie opere di Zerbin - è piatto, l'intreccio spesso confuso e male organiz- zato, lo spirito modesto, la lingua francesizzata.

n '. Di fatto l'andamento di queste commedie - che

Tale raccolta, rimasta inedita, fu pubblicata postuma nel

1655 da uno stampatore di Aix, Jean Roize, provenzale non

di nascita ma di adozione, amatore curioso che ha salvato dalla

scomparsa una parte della produzione manoscritta. Già nel 1649, infatti, aveva fatto uscire La Bugado prouventalo (I1 bucato provenzale), florilegio di proverbi, detti e divertimenti, e nel 1654 una specie di antologia che riunisce, sotto il titolo Lou Coucho-lagno prouventau ( Lo scacciapensieri provenzale ) , commsizioni di diversi autori fra cui lo stesso Roize. L'editoria provenzale sembra in questo momento piuttosto

attiva: nel 1665 e nel 1666 escono infatti due raccolte che Dar- tano lo stesso titolo di di Brueys, Lou Jardin deys ~isos ~rouvencalos:sostanzialmente vicini. ma differenziantisi nella scelta delie composizioni, questi due volumi riuniscono le voci

di diversi autori, fr? i quali Brueys, e composizioni anonime,

collegantisi tutte al tema del carnevale.

~

~~

È probabilmente que-

sto tema, e la sua diffusione, che giustifica la presenza, nella

prima raccolta, di una voce linguadociana, quella di Despuech- Sage, di cui parleremo fra poco. Si tratta, tutto sommato, d'una produzione che interessa

piii che altro come specchio della vita dell'epoca. Qui sta di fatto anche il maggior merito deli'Embarras de la Fieiro de Beaucaire ( La confusione della fiera di Beaucaire, 1657) , lun- ghissimo poema in ottosillabi di Jean Michel. Di lui non si sa quasi nulla, se non che fu, probabilmente, uomo d'affari, vis- suto a Nhes dove forse tra nato nel corso del XVII secolo,

e morto, pare, intorno al 1700. Testimone oculare della cele-'

bre fiera d'antichissima ori ine - e che aveva assunto in que-

st'epoca importanza straoriinaria

sotto la protezione non solo

delle autorità locali, ma dei governatori delle due province, Linguadoca e Provenza, che si riunivano sulle rive del Rodano -. Tean Michel ce ne offre una descrizione ~rolissa.ma a tratti vivace e pittoresca, ricca di particolari su; costumi e i carat-

teri dei contemporanei: un'eco occitanica, diminuita di varie

C

l «Brav'uomo, e grande letterato in ogni genere, soprattutto neiia poe- sia e nelle rime provenzali, assai amabile e divertente in tutte le sue azioni e nei suoi scritti. >P

L'età del classicismo francese

57

ottave e spogliata di mordente, degli Embarras de Paris del

coevo Boileau. Analogo il tono di una sorta di farsa di Pathe-

lin adattata agli usi del tempo, Lou Troumpo qu poou, ou leis

Fourbaries doou siècle (Inganni chi può, o le furberie del se-

colo,

1684) del provenzale Palamède Tronc de Codolet, di

Salon,

piu volte rappresentata, e stampata infine solo nel 1757.

I

<( noels » di Saboly

I1 successo editoriale arride invece al Recueil

de Noels