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Progetto Libri digitali dell'Istituto 16 Valpantena – Verona

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Dante Alighieri
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La Divina Commedia
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Dante Alighieri
La Divina Commedia

Dante iniziò la composizione della Commedia durante l’esilio, probabilmente intorno


al 1307 (oggi è scartata l’ipotesi secondo cui avrebbe scritto i primi sette canti
dell’Inferno quando era ancora a Firenze). La cronologia dell’opera è incerta, ma si
ritiene che l’Inferno sia stato concluso intorno al 1308, il Purgatorio intorno al 1313,
mentre il Paradiso sarebbe stato portato a termine pochi mesi prima della morte,
nel 1321.
Il titolo originale è Commedia, o meglio Comedìa, secondo la definizione dello stesso
Dante. L’aggettivo “Divina” fu aggiunto dal letterato Ludovico Dolce, vissuto nel XVI
secolo, che trasse ispirazione da un entusiastico commento di Giovanni Boccaccio
all’opera di Dante nel Trattatello in laude di Dante.

È un poema didattico-allegorico, scritto in endecasillabi e in terza rima. Racconta il


viaggio di Dante nei tre regni dell’Oltretomba, guidato dapprima dal poeta Virgilio
(che lo conduce attraverso Inferno e Purgatorio) e poi da Beatrice (che lo guida nel
Paradiso). L’opera si propone anzitutto di descrivere la condizione delle anime dopo
la morte, ma è anche allegoria del percorso di purificazione che ogni uomo deve
compiere in questa vita per ottenere la salvezza eterna e scampare alla dannazione.
È infine un atto di denuncia coraggioso e sentito contro i mali del tempo di Dante,
soprattutto contro la corruzione ecclesiastica e gli abusi del potere politico, in nome
della giustizia.

La struttura
La Commedia è divisa in 3 Cantiche (Inferno, Purgatorio, Paradiso), ognuna delle
quali divisa in canti: il numero è di 34 canti per l’Inferno (il primo è di introduzione
generale al poema), 33 per Purgatorio e Paradiso, quindi 100 in totale. Ogni canto è
composto di versi endecasillabi raggruppati in terzine a rima concatenata (con
schema ABA, BCB, CDC…), di lunghezza variabile (da un minimo di 115 a un massimo
di 160 versi). In totale il poema conta 14.233 versi endecasillabi.
Nell’opera ci sono alcuni parallelismi, che rientrano nel gusto tipicamente medievale
per le simmetrie: il canto VI di ogni Cantica è di argomento politico, (Firenze
nell’Inferno, l’Italia nel Purgatorio, l’Impero nel Paradiso). Ogni Cantica termina con
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la parola «stelle» («e quindi uscimmo a riveder le stelle», Inf., XXXIV 139; «puro e
disposto a salire a le stelle», Purg., XXXIII, 145; «l’amor che move il sole e l’altre
stelle», Par.,XXXIII, 145) e su tutto domina il numero 3, simbolo della Trinità.

Lo stile e la lingua
Il titolo Commedia si rifà alla teoria medievale degli stili e allude al fatto che il
poema comincia male, con lo smarrimento angoscioso nella selva, e finisce bene,
con l’ascesa all’Empireo e la visione di Dio (al contrario la tragedia inizia bene e
finisce male).
Quanto alla lingua, Dante si serve del volgare fiorentino già usato nelle precedenti
opere, benché ricorra anche a latinismi, francesismi, provenzalismi e prestiti da varie
altre lingue, come ad esempio l’arabo. Dante ricorre talvolta a linguaggi strani e
incomprensibili (le parole di Pluto, quelle di Nembrod nell’Inferno), mentre altrove
conia degli arditi neologismi (specialmente nel Paradiso). Questo ha portato gli
studiosi a parlare di plurilinguismo e pluristilismo della Commedia, il che differenzia
Dante da Petrarca e dai poeti dell’Umanesimo e del Rinascimento, che preferiranno
alla sua una lingua più "pura" e regolare.

Dante Alighieri e il viaggio immaginario


Nella sera del Giovedì Santo del 7 aprile del 1300 (è l’anno del primo Giubileo
indetto da papa Bonifacio VIII) Dante, senza sapere come, si perde in una “selva
oscura” (simboleggia il peccato): ha inizio il suo viaggio immaginario narrato nella
Commedia.
Durante questo viaggio, della durata di circa una settimana, Dante attraverserà i tre
regni ultraterreni dell’Inferno, del Purgatorio, del Paradiso.
Dante Alighieri tenta di uscire dalla selva per salire su un colle illuminato dal sole
(allegoria della vita virtuosa illuminata dalla Grazia), ma al suo cammino si
frappongono prima una lonza (allegoria del peccato di lussuria), poi un leone
(allegoria del peccato di superbia), infine una lupa famelica (allegoria del peccato di
avidità).
Spaventato, Dante indietreggia, ma improvvisamente appare un’ombra: è l’anima
del poeta latino Virgilio (simbolo della ragione umana) autore dell’Eneide che Dante
ha sempre ammirato come proprio maestro e di cui ora invoca l’aiuto. Virgilio spiega
che per vincere la lupa (l’avidità è il peccato particolarmente detestato da Dante in
quanto è causa essenziale della corruzione ecclesiastica e dell’allontanamento della
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Chiesa dalla sua pura missione spirituale e dalla povertà evangelica) occorrerà un
veltro, e cioè un cane da caccia ben addestrato e veloce (il veltro allude all’avvento
sperato di un riformatore, che rinnoverà gli istituti ecclesiastici e civili e ristabilirà fra
gli uomini la purezza dei costumi evangelici, la giustizia e la pace).
Ma ora Virgilio condurrà attraverso l’Inferno e il Purgatorio, per affidarlo poi a
Beatrice, la giovane donna amata e celebrata da Dante in gioventù e ora simbolo
della Grazia divina. Beatrice lo guiderà attraverso i Cieli fino all’Empireo, sede di Dio.
Sarà, infine, san Bernardo di Chiaravalle ad accompagnare Dante dinanzi alla
contemplazione di Dio.

Allegoria
Rappresentazione di un concetto astratto per mezzo di immagini concrete.
Per esempio:

Immagine Significato allegorico


Selva oscura Smarrimento nel peccato
Colle illuminato dal sole Vita virtuosa illuminata dalla Grazie di Dio
Le tre belve I tre peccati principali
Virgilio La ragione umana
Il difficile viaggio Il cammino dalla perdizione alla salvezza

Contrappasso
Corrispondenza della pena alla colpa; consistente nell'infliggere a chi offende la
stessa lesione provocata all'offeso. Nella Divina Commedia la pena alla quale sono
sottoposti i peccatori nell'oltretomba riproduce i caratteri essenziali della colpa o
alcuni di essi, per analogia o per contrasto:
• se è per analogia, la pena è uguale al peccato; quindi, per esempio, gli ingordi
sarebbero costretti a rotolarsi nel cibo e a mangiare, abbuffarsi fino a
scoppiare, per l'eternità;
• se è per contrasto, la pena è diversa dal peccato; per esempio, gli ingordi
vedrebbero mangiare ed abbuffarsi gli altri mentre loro restano digiuni o
costituiscono loro stessi il pasto degli altri per l'eternità.

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