Dispensa Fisiologia Unito
Dispensa Fisiologia Unito
Il sistema nervoso comprende i neuroni e le cellule della glia: cellule accessorie più piccole con
funzione di supporto(cellule di Schwann, astrociti, cellule della microglia con funzioni
immunitarie).
I neuroni sono 100-125 miliardi, divisi in 10.000 sottotipi.
La loro funzione consiste nella ricezione,nell’integrazione di informazioni e nell’emissione di un
segnale di risposta.
La struttura di base di tutti i neuroni è simile,comprende:
− i dendriti: brevi prolungamenti molto ramificati che partono dal corpo cellulare, finalizzati alla
ricezione dei segnali.
− il corpo cellulare (o soma): contiene un grande nucleo e molti organelli che consentono la sintesi di
proteine.
In esso il segnale viene elaborato: il neurone decide se dare origine o meno a una risposta cellulare.
−l’assone(o neurite): origina dal cono assonico: una porzione del corpo cellulare.E’ più lungo e
sottile dei dendriti, ve n’è uno per ogni neurone e su di esso scorre il segnale di risposta elaborato
dal soma. Esso in prossimità dei bersagli può ramificarsi (arborizzazione terminale), in questo
modo viene a contatto con altri neuroni o con altri tipi di cellule alle quali comunica la risposta
elaborata. Le giunzioni intercellulari formatesi sono le sinapsi. L’assone può contrarre sinapsi con:
−il dendrite di un altro neurone,in punti diversi del dendrite: nella porzione liscia o nelle spine
dendritiche.
−il corpo cellulare di un altro neurone
−i bottoni terminali di un altro neurone
Questi tipi di sinapsi hanno significati funzionali diversi: le sinapsi asso-dendritiche servono a
trasmettere informazioni, le sinapsi asso-somatiche e asso-assoniche servono a mantenere sotto
controllo l’attività dei neuroni. Le ampie ramificazioni dei dendriti
consentono al neurone di espandere l’area di ricezione sinaptica mantenendo ridotto il volume del
corpo cellulare.
I neuroni possono essere classificati anche in base alla presenza o meno di un rivestimento
mielinico.
Nel sistema nervoso centrale la mielina è costituita da oligodendrociti, nel sistema nervoso periferico
da cellule di Schwann.
Il rapporto fra cellule di Schwann e assoni è 1:1, una singola cellula avvolge un singolo assone, gli
oligodendrociti invece emettono prolungamenti che vanno ad avvolgere un certo numero di assoni
(circa 10-12).
La funzione di queste cellule gliali tuttavia è la stessa: la mielina serve a evitare una propagazione
non controllata del segnale e a velocizzare la propagazione del segnale lungo l’assone.
Il mantenimento dell’asimmetria dei neuroni è garantito dalla presenza del citoscheletro, formato
da neurofilamenti (actina, tubulina..). Il citoscheletro non è una struttura statica, immobile, ma
dinamica, i suoi riarrangiamenti permettono continue modificazioni morfologiche,anche
microscopiche,tutti i fenomeni di plasticità del sistema [Link] il citoscheletro inoltre è
fondamentale mantenere i contatti fra il corpo cellulare e le estremità dei prolungamenti dei
neuroni. Il corpo infatti sintetizza proteine che devono essere recapitate in punti lontanissimi
dell’assone.
Ci sono due tipi di trasporto fra corpo cellulare e estremità: uno veloce e uno lento. I meccanismi di
trasporto sono stati studiati marcando alcuni amminoacidi inglobati in proteine a livello del corpo
cellulare e seguendo il loro percorso lungo l’assone.
Una parte delle sostanze marcate raggiunge le terminazioni sinaptiche in tempi brevi, circa 24 ore,
una parte impiega molto più tempo, addirittura un anno. Nel neurone il corpo cellulare mantiene i
contatti con le estremità terminali attraverso:
−un trasporto attivo assonale: rapido,basato su meccanismi attivi che usano energia. Si svolge dal
corpo ai terminali sinaptici:senso anterogrado, e dai terminali sinaptici al corpo:senso retrogrado.
La velocità nelle due direzioni è differente: nel primo caso è di 300-400 mm al giorno, nel secondo
caso è più lento:125 mm.
−un trasporto passivo: è più lento:1 mm al giorno, si basa su flussi passivi e avviene solo in senso
anterogrado.
Esso sfrutta la produzione di nuove proteine, ad esempio nuovi monomeri di tubulina che
vengono inglobati in microtubuli, che spingono in avanti proteine sintetizzate precedentemente.
I segnali che vengono ricevuti e trasmessi nei neuroni sono di natura elettrica. Quando si pensa a
segnali di natura elettrica si pensa a delle correnti, quindi si può immaginare una somiglianza con
un flusso di elettroni che scorre lungo un cavo Per capire come i neuroni possano essere dei
conduttori elettrici semplifichiamo la loro struttura e esaminiamo ciò che succede in un loro
prolungamento. Attraverso una semplificazione esso può essere paragonato a un cavo, più
precisamente a un cavo coassiale: in cui la corrente scorre sia all’interno che all’esterno, nel
neurone infatti scorre sia nel citoplasma che nell’ambiente extra-cellulare. E’ vero che i neuroni
per scambiarsi e per produrre segnali utilizzano delle correnti che scorrono all’interno dei
prolungamenti neuronali? Se possiamo paragonare gli assoni a dei cavi elettrici,dal momento che
nei cavi la corrente scorre in questo modo, è ragionevole immaginare che lo stesso principio possa
valere per gli assoni. In realtà la questione è più complicata perché gli assoni sono dei cattivi
conduttori. Infatti:
−hanno un diametro molto piccolo che offre un’alta resistenza al flusso di cariche
−le loro membrane contengono proteine canale aperte,quindi parte della corrente che fluisce
all’interno, nel citoplasma del neurone, si disperde in un corto circuito, nell’ambiente extra-
cellulare
−poiché i neuroni sono piccoli e la loro membrana è vicina al centro del lume dell’assone, le cariche
che confluiscono si spingono le une con le altre e tendono ad accumularsi sotto la membrana
invece di procedere diritte al centro dell’assone.
Per spiegare meglio come mai gli assoni non sono dei buoni conduttori si può paragonare l’assone
a un tubo in cui si pone dell’[Link] si applica una pressione nel punto A ,si genera un gradiente
di pressione fra A e B e l’acqua scorre dal punto a maggiore pressione al punto a minore pressione.
Nell’assone le cariche scorrono perché esiste una differenza di potenziale; se in un punto si forma
un accumulo di cariche positive esse tendono a respingersi e cercano una via di fuga verso
l’estremità distale dell’assone, provocando un moto di cariche, quindi una corrente.
−In un tubo il flusso di acqua è tanto più veloce quanto più è grande il diametro del tubo: la
portata aumenta. Stesso principio vale per le correnti di cariche all’interno degli assoni. Quindi per
trasportare molta corrente nell’unità di tempo sarebbe necessario avere degli assoni con un
diametro molto grosso. Ma poiché il diametro medio dei prolungamenti degli assoni è molto
piccolo: circa 8 μm la quantità di corrente che può scorrere all’interno degli assoni è troppo piccola
per poter assolvere bene le funzioni di segnalazione dei neuroni.
−Un’altra caratteristica sfavorevole alla conduzione di corrente nei prolungamenti neuronali è la
presenza nelle membrane di [Link] un tubo che deve portare acqua fosse bucato non
riuscirebbe a funzionare,allo stesso modo il trasporto delle cariche nell’assone non può funzionare
perché esse si disperderebbero in un corto circuito: anche se applicassimo una grande differenza di
potenziale alle estremità alla fine troveremmo ben poca della corrente generata alle estremità.
−Inoltre gli assoni si comportano come se le loro membrane fossero elastiche.
Se le pareti di un tubo sono rigide la differenza di pressione applicata è in grado di spingere
l’acqua all’estremità distale.
Se le pareti del tubo sono elastiche la differenza di pressione applicata avrà l’effetto di dilatare le
pareti del tubo, non di spostare l’acqua. Le membrane dei neuroni sono elastiche:tendono a
favorire l’accumulo di cariche sulla faccia citoplasmatica. Infatti le cariche invece di procedere al
centro dell’assone, il che le renderebbe in grado di percorrere lunghe distanze, tendono in parte ad
accumularsi al di sotto della membrana, e restando li inutilizzate, causano la dispersione di una
parte della corrente. Questa proprietà delle membrane neuronali le fa funzionare come dei
condensatori, essa si chiama capacità.
Inoltre nei prolungamenti dei neuroni alle correnti interne si oppongono delle resistenze.
−La resistenza interna è l’ostacolo rappresentato dal citoplasma allo scorrimento delle cariche, essa
è in funzione del diametro dell’assone. Avendo un diametro molto piccolo gli assoni presentano
una struttura molto densa all’interno, formata dal citoscheletro, da vescicole che si spostano verso i
terminali sinaptici..perciò le cariche fanno molta fatica a scorrere.
−Oltre a questa resistenza legata al flusso di cariche lungo il citoplasma o all’esterno, nell’ambiente
extra-cellulare,esiste una resistenza fornita dalla membrana [Link]é i neuroni possano far
scorrere le correnti al loro interno la resistenza di membrana dovrebbe essere molto alta. In realtà
essa è bassa, infatti le membrane sono permeabili e quindi lasciano passare corrente da dentro a
fuori la cellula e viceversa; in questo modo la corrente forma un corto circuito.
Abbiamo quindi dimostrato che i neuroni non possono funzionare con un flusso di corrente
all’interno dei loro prolungamenti, hanno troppi difetti per funzionare come dei cavi. In realtà i
neuroni hanno saputo adottare dei meccanismi di compensazione per i loro difetti, per cui sono in
grado di svolgere la loro funzione di segnalatori generando segnali di natura elettrica. Per farlo
però non fanno scorrere i flussi di ioni (le correnti) all’interno del loro citoplasma, ma generano
correnti ioniche che entrano ed escono dalla loro membrana cellulare.
(3 grafici)
Esiste un modo per rappresentare i segnali. Queste tre onde rappresentano la misurazione delle
correnti che vengono assorbite dalle membrane dei neuroni o trasmesse lungo le membrane.
−Primo grafico indica uno stimolo di natura elettrica applicato sul neurone o nelle vicinanze.
Sull’ordinata di questo grafico cartesiano ideale vi è la corrente che è stata applicata, sull’ascisse c’è
il tempo.
All’inizio non viene applicato nessun segnale, poi viene applica una corrente sul neurone e viene
registrata la risposta.
Il neurone genera due tipi di moti di ioni:
−secondo grafico: una corrente capacitativa, dovuta alla proprietà della membrana chiamata
elasticità, le membrane assorbono un po’ delle cariche in movimento e poi le rilasciano al termine
della stimolazione.
−terzo grafico: il secondo tipo di corrente passa attraverso la membrana; si può misurare con un
elettrodo inserito nel neurone. Essa comincia a salire quando viene applicata la stimolazione, si
mantiene costante per tutta la durata della stimolazione e poi, quando viene interrotta la
stimolazione, si annulla.
[Link] Buffo Fisiologia 3ottobre
Abbiamo visto che le correnti prodotte da movimenti di cariche lungo gli assoni hanno una vita
breve e non portano segnali di sufficiente intensità per garantire un funzionamento corretto dei
neuroni.
L’aspetto cruciale del funzionamento dei neuroni è la possibilità di integrare segnali diversi ed
emettere delle risposte. Esse vengono generate nel corpo cellulare e in seguito percorrono tutto
l’assone, durante questa percorrenza devono mantenersi identiche, senza essere modificate. I
neuroni sono quindi segnalatori affidabili.
La seconda esigenza dei neuroni è trasmettere i segnali più velocemente possibile ma l’alta
resistenza interna del citoplasma non facilita il trasferimento ad alta velocità del segnale dal corpo
cellulare ai bottoni terminali.
La produzione di segnali affidabili, riproducibili in modo adeguato e trasmissibili ad alta velocità
sfrutta la possibilità di creare delle correnti di membrana che si integrano con correnti che vengono
ad instaurarsi lungo il citoplasma. Le correnti attraverso la membrana possono essere generate
perché esiste una differente distribuzione di ioni diversi(Na,Cl,K..) sulla faccia interna e su quella
esterna della membrana che crea una differenza di potenziale fra l’interno e l’esterno del neurone.
Tuttavia la concentrazione diversa di ioni non pregiudica la neutralità elettrica della cellula.
La diversa distribuzione di cariche può essere misurata con un voltmetro o voltametro: si inserisce
in un neurone un elettrodo collegato con un voltmetro e con un secondo elettrodo che funziona
come tara (elettrodo indifferente) e si mette il neurone in una soluzione salina. Misurando cosi la
differenza di potenziale che esiste fra l’interno del neurone e la soluzione salina in cui è inserito il
neurone e che è il parametro di riferimento, si trova che il voltmetro segna –20,dice cioè che
l’interno del neurone è più negativo della soluzione salina di –70 millivolt.
Premesse generali:
unità di misura: le differenze di potenziale si misurano in volt, le correnti in ampere.
Seconda legge di Ohm, V = R⋅I I = V/R R = V/I
Descrive la relazione fra voltaggio e corrente: la corrente generata da una certa differenza di
potenziale fra due punti di un neurone è direttamente proporzionale alla differenza di potenziale e
inversamente proporzionale alla resistenza.
Se si registra la diversa distribuzione di cariche durante il funzionamento del neurone si trova che
la differenza di potenziale di –70 mV non è costante, può essere modificata:
−ipopolarizzazione della membrana: la differenza di potenziale fra l’interno e l’esterno diventa più
negativa, si sposta da –70 a − 90 mV
−depolarizzazione della membrana : la differenza di potenziale diventa più positiva, si sposta a – 50
mV
−potenziale d’azione : la differenza di potenziale cambia di segno, il potenziale di membrana si
sposta velocemente verso un valore positivo: +30 mV , questa variazione corrisponde a una
risposta elaborata dal neurone.
Questi tre tipi di variazioni di membrana interessano differenti compartimenti del
neurone:l’iperpolarizzazione e la depolarizzazione avvengono a carico dei dendriti e del corpo
cellulare, il potenziale d’azione è specifico del compartimento assonale.
Perché esiste una diversa distribuzione di cariche fra l’interno e l’esterno della cellula?
I parametri che entrano in gioco nella generazione e nel mantenimento del potenziale di riposo
sono:
−una diversa concentrazione di alcuni ioni sulle due facce della membrana
−la diversa permeabilità della membrana a ioni diversi a causa della presenza , a riposo,di canali
aperti attraverso i quali solo alcuni ioni possono passare
−la natura elettrica degli ioni. La carica degli ioni infatti influenza il loro moto: gli ioni caricati
positivamente tendono a muoversi verso ioni a carica negativa e vengono respinti dalle zone in cui
le cariche positive prevalgono, viceversa per gli ioni a carica negativa.
Per capire come funzionano le membrane immaginiamo una soluzione divisa in due
compartimenti separati da una membrana semipermeabile. Gli ioni coinvolti sono: sodio, potassio
e cloro.
Immaginiamo che la concentrazione di cloro sia uguale nei due compartimenti, quella di sodio sia
maggiore nel compartimento di sinistra e quella di potassio in quello di [Link] primo fattore
secondo il quale si muovono gli ioni è il gradiente di concentrazione; gli ioni potassio tendono a
muoversi per diffusione verso le zone a minore concentrazione di potassio, il potassio si muoverà
quindi verso il compartimento del sodio e il sodio verso quello del potassio.
La membrana ha permeabilità diversa per i due ioni: è maggiore la permeabilità al potassio poiché
vi sono tre canali aperti per il potassio e uno per il [Link] membrana favorisce quindi i
movimenti del potassio, nel tempo in cui tre ioni potassio attraversano la membrana, passa un
unico ione sodio. Se si potesse fotografare la differenza di potenziale dei due compartimenti, si
vedrebbe che non sono più elettricamente neutri: le cariche infatti, dislocandosi secondo il proprio
gradiente di concentrazione, hanno dato origine a una diversa distribuzione di cariche, creando
una differenza di potenziale, chiamata potenziale di diffusione . Esso viene generato e mantenuto
continuamente sulle membrane dei neuroni. Questo potenziale tenderebbe ad annullarsi: il moto
degli ioni secondo il loro gradiente di concentrazione riporterebbe la membrana ,dopo un po’ di
tempo, a una situazione di neutralità elettrica. Nei neuroni ciò non avviene mai perché esistono dei
meccanismi attivi che si contrappongono all’annullamento della differenza di potenziale delle
diverse concentrazioni all’interno e all’esterno della membrana. Questi meccanismi sono pompe
che spendono energia per riportare gli ioni sodio e potassio alla loro concentrazione iniziale, esse
non scambiano uguali quantità di sodio e di potassio: portano all’esterno tre ioni sodio, e
all’interno due ioni potassio. Anche la pompa contribuisce alla differenza di potenziale che esiste
fra le due parti della membrana, essa comunque dà un contributo considerato marginale rispetto al
contributo dato dai flussi di ioni.
Un altro fattore che influenza il movimento di ioni attraverso i due lati della membrana è dato dal
gradiente elettrico.
Cosa intendo: si è instaurato un potenziale di diffusione, il compartimento di sinistra, dominato
dal sodio, è più conduttivo del compartimento dominato dal potassio, gli ioni potassio continuano
a muoversi secondo il proprio gradiente di concentrazione che li porta verso il compartimento
dominato dal sodio. Questo moto è ostacolato poiché il compartimento di sinistra non è più
neutro: è positivo, le cariche positive respingono gli ioni potassio, il gradiente elettrico si oppone
quindi al gradiente di concentrazione e gli ioni potassio vengono rallentati nel loro moto. Il
gradiente elettrico perciò condiziona il flusso di ioni attraverso la membrana e contribuisce al
potenziale di diffusione.
Abbiamo detto che le concentrazioni ioniche intracellulari ed extracellulari sono diverse. Fuori
dalla cellula prevale il sodio (concentrazione:117 millimolare), la concentrazione del potassio è
bassa, quella del cloro è alta e non vi sono ioni inorganici: gruppi carichi appartenenti
prevalentemente a proteine. Sul versante intracellulare vi è poco sodio, molto potassio, poco cloro
e molti ioni inorganici. Se si bilanciano le cariche positive e negative dentro e fuori la cellula si
arriva alla neutralità.
La membrana non è ugualmente permeabile a tutti gli ioni: a riposo la permeabilità per il potassio
è circa trenta volte superiore a quella del sodio: ciò significa che nelle membrane dei neuroni a
riposo sono trenta volte di più i canali aperti del potassio rispetto a quelli del sodio .
Esaminiamo i moti degli ioni. Immaginate una cellula , un neurone, in cui la membrana è solo
permeabile al potassio.
Poiché il potassio è più concentrato all’interno della cellula, esso comincerà ad uscire secondo il
gradiente di concentrazione finché all’esterno aumenta la sua concentrazione e quella delle cariche
positive. Man mano che aumentano le cariche positive all’esterno della cellula, diminuisce la
libertà del potassio a uscire dalla cellula, poiché aumenta la quantità di potassio che viene respinta
all’interno della cellula. Il flusso di ioni potassio verso l’esterno e verso l’interno della cellula
prosegue finché non viene raggiunto un equilibrio: fin quando i moti verso l’interno e verso
l’esterno sono identici, questo punto di equilibrio corrisponde al potenziale di membrana specifico
chiamato potenziale di equilibrio per il potassio. Questo valore corrisponde al potenziale di
membrana nel quale le forze che spingono potassio all’esterno della cellula sono equilibrate dalle
forze che spingono potassio all’interno. Le prime forze sono di natura chimica, le seconde
corrispondono a un gradiente elettrico. Questo valore di equilibrio per il potassio è di –90 millivolt
e si può calcolare a priori conoscendo le concentrazioni fuori e dentro la cellula con la legge di
Nerst.
Essa mette in relazione le concentrazioni di ioni fuori e dentro la cellula e definisce questo valore
di potenziale:
E ione= 2,303 * RT/ZF *Lg [ione esterno] / [ione interno]
F = costante di Faraday R = costante T =temperatura Z = valenza dello ione
Questo valore vale –90 mV.
Questa legge serve per calcolare a priori, conoscendo la concentrazione interna e esterna di uno
ione, a quale potenziale di membrana i flussi di ingresso e di uscita si annullano fra di loro.
Descrive quindi la possibilità che un neurone ha di variare il suo potenziale di membrana, essa
dipende dalla concentrazione di neuroni fuori e dentro la cellula.
Il sodio entra nella cellula finché il suo movimento sarà ostacolato dal gradiente elettrico, si può
individuare il potenziale di equilibrio: è pari a +50 millivolt .
Il potenziale di equilibrio del cloro invece è di –70 millivolt. I moti del cloro sono regolati in modo
curato e servono a stabilizzare il potenziale di membrana sui valori di riposo. L’apertura dei canali
per il cloro serve a mantenere, in presenza di altri tipi di stimolazione, costante il potenziale di
riposo.
I canali coinvolti nella generazione del potenziale di azione sono chiusi a riposo e si aprono in
seguito a una stimolo elettrico, cioè in seguito a una depolarizzazione.
Immaginate di infondere nel neurone delle cariche positive , se dentro la cellula ci sono più cariche
positive rispetto al potenziale di riposo anche la membrana diventerà più positiva , quindi sarà
depolarizzata. Se la membrana cambia il proprio valore di potenziale spostandosi verso valori
positivi, i canali a porta elettrica per il sodio e per il potassio si attivano. Per primi si attivano i
canali del sodio, cambiano conformazione, si aprono e quindi il sodio comincia a entrare nella
cellula seguendo il gradiente di concentrazione. In seguito, dopo un intervallo di tempo,
cominciano ad aprirsi i canali per il potassio, quindi il potassio esce dalla cellula. I canali per il
sodio sono speciali: si aprono con un meccanismo a catena: lo stimolo che ha provocato una
depolarizzazione e che induce l’apertura dei canali a porta elettrica agisce con un effetto a catena
su altri canali per il sodio, anch’essi a porta elettrica, presenti sulle membrane dei neuroni. La
depolarizzazione originaria provoca, con l’ingresso del sodio, un’ ulteriore depolarizzazione che
recluta altri canali del sodio, fino al raggiungimento di un potenziale di membrana di +30 mV ,
picco massimo raggiunto durante il potenziale di azione. Poi questo potenziale decresce, perché?
I canali del sodio dopo essersi aperti, cominciano lentamente a inattivarsi, non si chiudono ancora,
sono inattivi e l’inattivazione blocca il passaggio del sodio. Parallelamente a questo fenomeno
avviene l’apertura ritardata dei canali potassio voltaggio dipendenti o a porta elettrica, il potassio
esce e fuoriuscendo dalla cellula porta fuori delle cariche positive, dunque il potenziale di
membrana scende verso il potenziale di riposo. I canali per il potassio rimangono aperti a lungo,
addirittura spingono il potenziale di membrana verso il potenziale di equilibrio del potassio.
Successivamente si chiudono quindi il potenziale di membrana torna al potenziale di riposo.
Riassumendo: durante il potenziale di azione a causa di uno stimolo depolarizzante la membrana
comincia ad aumentare la permeabilità per il sodio, fino al picco del potenziale di membrana, dal
picco la permeabilità per il sodio decresce, mentre aumenta e si stabilizza quella del potassio, poi
quella del potassio decresce e si riporta sui valori del sodio. L’aumento della permeabilità per il
sodio è immediato, quello del potassio è ritardato, è ritardata anche la diminuzione della
permeabilità del potassio rispetto al sodio. Il potenziale d’azione dura qualche minuto.
I canali per il sodio si aprono e poi vengono inattivati, inattivazione non significa chiusura, si
chiudono, cioè tornano nella conformazione originaria, soltanto quando il potenziale di membrana
ritorna a valori vicini a quelli di riposo. Mentre i canali per il potassio voltaggio dipendenti o si
aprono o si chiudono, i canali per il sodio all’inizio del potenziale d’azione si aprono, poi si
inattivano per bloccare il flusso di sodio e si chiudono solo alla fine del potenziale d’azione.
Esiste un periodo refrattario durante il quale la membrana è refrattaria a dare origine a nuovi
potenziali d’azione.
Questo periodo è suddiviso in periodo refrattario assoluto e relativo.
Il periodo refrattario assoluto è quel momento in cui i canali per il potassio sono aperti, entra
potassio ma i canali per il sodio sono inattivati, non si possono aprire neanche per
depolarizzazioni molto consistenti.
Il periodo refrattario relativo è quel periodo in cui i canali per il potassio sono ancora aperti ma i
canali per il sodio sono già tornati nella loro conformazione di chiusura e possono essere aperti con
stimoli adeguati.
Durante il periodo relativo il potenziale di membrana non è ai valori di riposo ma è più negativo: -
90 o -80 mV , quindi lo stimolo che dobbiamo applicare perché si aprano di nuovo i canali
voltaggio dipendenti per il sodio è maggiore rispetto allo stimolo dato inizialmente quando siamo
partiti da un potenziale di riposo di –70 mV . Questo fatto è molto importante perché determina la
frequenza alla quale i neuroni possono generare il potenziale d’azione e determina la possibilità
per i neuroni di codificare l’intensità degli stimoli, quindi è anche un codice di frequenza. I neuroni
infatti non rispondono con un potenziale d’azione a tutti gli stimoli depolarizzanti che vengono
applicati su di loro,la depolarizzazione deve essere sufficientemente intensa, deve cioè riuscire a
portare il potenziale di membrana verso un certo valore positivo, circa –70 mV . Dai –70 mV in su i
canali per il sodio voltaggio dipendenti si modificano e si aprono. Dal momento che esiste, per
scatenare un potenziale d’azione, una soglia di depolarizzazione che la membrana del neurone
deve raggiungere in modo che si aprano i canali voltaggio dipendenti, come fa un neurone a
discriminare o a trasmettere l’informazione relativa ad un pugno o a una carezza? Quale codice
può utilizzare? Entrambi gli stimoli superano una soglia, come si fa a discriminare fra questi due
stimoli di intensità diversa? Come fa un neurone della corteccia che deve comandare un
movimento a prevedere o codificare una velocità diversa per i movimenti dei muscoli? I neuroni
trasformano un’informazione relativa all’intensità di uno stimolo o alla velocità di un movimento
o alla forza che deve essere generata dalla contrazione in un codice di frequenza, ben definito, che
varia secondo i parametri fisiologici fra i 500 e i 1000 potenziali d’azione al secondo e che ha il suo
presupposto fisiologico funzionale, nell’esistenza di un periodo refrattario assoluto o relativo. La
durata del periodo refrattario assoluto, durante il quale non si possono generare su un dato
segmento di membrana nuovi potenziali d’azione e che è diverso per tutti i neuronali diversi,
serve a stabilire la frequenza massima che ogni tipo neuronale può produrre.
Uno stimolo, con una certa durata e una certa intensità, provoca un potenziale d’azione, se io
applico uno stimolo della stessa intensità ma che dura più a lungo, il neurone è in grado di
codificare la durata dello stimolo generando due potenziali d’azione, uno dopo l’altro; la
lunghezza di questi due potenziali d’azione dipende dalla lunghezza del periodo refrattario
assoluto.
A uno stimolo con un’intensità maggiore rispetto a quella esaminata finora, il neurone risponde
con un codice di potenziale d’azione a frequenza ancora maggiore. Lo stimolo che ho dato, per la
durata che ho scelto, è in grado di vincere le resistenze di membrana del neurone di un altro
periodo refrattario relativo, e scatenare un nuovo potenziale d’azione non appena il primo ha
terminato la sua fase di periodo refrattario assoluto. A stimoli molto intensi cioè, vengono sfruttati
appieno le potenzialità delle membrane neuronali di generare un potenziale d’azione, vengono
attivati dei potenziali d’azione che sono separati fra loro per via dell’esistenza di un periodo
refrattario [Link] stimoli a bassa intensità invece più frequentemente devono aspettare che la
membrana torni ai valori di riposo per scatenare un nuovo potenziale d’azione, perché la
depolarizzazione che inducono non è sufficiente per spostare il potenziale di membrana dalla
soglia del potenziale d’azione durante un periodo refrattario relativo.
Fisiologia – Lezione 6/10/2003
La fisiologia è la fisica della materia vivente. Si divide in due grandi parti:la fisiologia della vita
vegetativa e la fisiologia della vita di relazione. La prima riguarda il come l’organismo si mantiene in
vita, la fisiologia della vita di relazione studia come l’organismo reagisce ed interagisce con l’ambiente
che ha intorno.
Vediamo la fisiologia della vita vegetativa. Questo programma che stiamo svolgendo sarà oggetto di
quel colloquio per quella famosa idoneità di cui abbiamo parlato.
La singola cellula per vivere ha bisogno di interagire con il mondo esterno, ha bisogno per esempio di
ossigeno e di liberare anidride carbonica, ha bisogno degli aminoacidi e di eliminare l’urea, quindi ha
bisogno di SCAMBIARE con l’ambiente. Se si tratta di un essere unicellulare, la fisiologia cellulare
spiega bene questi meccanismi. Quando l’organismo diventa più complesso, un aggregato di cellule,
insorge il problema che la cellula più interna scambi più difficilmente con l’esterno, perché ne ha tante
altre intorno. Si forma così un sistema di comunicazione, una specie di ferrovia, che carica i rifiuti dalla
cellula e li porta verso l’esterno. Ecco così che il “servizio postale” non è nient’altro che un vero e
proprio circolo, il sistema cardiovascolare, un sistema di vasi che fanno scorrere un liquido, il sangue, il
quale fa proprio da servizio postale per trasportare molecole da una parte all’altra dell’organismo.
Naturalmente ci sarà un motore, il cuore. Non abbiamo però ancora spiegato tutto. Questo sistema
postale deve ancora scambiare con l’esterno, in pratica lo può fare con 3 finestre: il polmone, e qui nasce
la fisiologia dell’apparato respiratorio. Un’altra finestra è l’intestino, che serve sia per produrre molecole
che per eliminarle, perché assorbe ed elimina. Ecco la fisiologia dell’apparato gastroenterico. In fine la
terza finestra è il rene, che è un organo di eliminazione di sostanze ma anche, come vedremo nel 2°
semestre, è un organo di equilibrio omeostatico. Ecco la fisiologia dell’apparato renale ed urinario.
Questa è la fisiologia della vita vegetativa, tutta la fisiologia che ci spiega come fa la cellula a
sopravvivere per avere nutrimento, energia, ossigeno e per eliminare.
Cos’è la vita di relazione? L’organismo interagisce. Quindi ecco che nasce la fisiologia di come noi
riceviamo segnali dall’esterno, soprattutto attraverso il sistema nervoso. Nasce la maniera di flettere un
arto per allontanarci, di scappare... C’è poi una serie di ghiandole endocrine che sono in parte una
funzione della vita vegetativa, ovvero regolano i meccanismi di omeostasi, in parte però le ghiandole
endocrine hanno però anche una serie di funzioni del comportamento.
Per ultima, poi, abbiamo la fisiologia della riproduzione.
Noi facciamo per prima la fisiologia del sistema nervoso.
Devo introdurre innanzi tutto il concetto di mezzo interno e di omeostasi. Il mezzo interno non è altro
che il liquido che bagna, copre e con cui sono a contatto le cellule. E’ il liquido extracellulare e si chiama
“mezzo interno” perché è il mezzo interno che è a contatto con qualunque cellula. Questo liquido è
importante per gli scambi: permette di dare ossigeno, quindi tutti gli apparati devono fare in modo di
mantenere costante la sua composizione. Sistemi di controllo fanno sì che il liquido extracellulare
rimanga rigorosamente costante. La composizione non è soltanto chimica, c’è anche l’aspetto fisico: ad
esempio la temperatura, rigorosamente costante... Tutti questi meccanismi di mantenere costante la
composizione fisico-chimica del mezzo interno, ovvero del liquido extracellulare, si chiamano
OMEOSTASI DEL MEZZO INTERNO. “Omeostasi” vuol dire mantenere costante.
Adesso spiego una parte che dovrebbe essere spiegata nei corsi preliminari, ma devo dire che agli esami
fate molta fatica. Io penso che sia meglio ripassarla, e chi vuole se la approfondisce.
Ecco una lista di cose che dovete sapere.
Il titolo di questa lezione potrebbe essere “movimenti di molecole e ioni nell’organismo”.
Il flusso (litri/secondo) è il volume di liquido che passa attraverso una sezione del condotto nel tempo.
Se voglio sapere qual’è l’entità di sangue che passa attraverso l’aorta, dico il flusso, ovvero quanti ml
passano nella sezione aortica nell’unità di tempo. Si può anche parlare di flusso di molecole, flusso di
persone...
Abbiamo due modi di spostare le molecole. Uno è il FLUSSO DI VOLUME o FLUSSO MASSIVO (ad
esempio l’aria che entra nei nostri polmoni).
Qui abbiamo un tubo e dentro un liquido, che si muove solo quando applico agli estremi del tubo una
differenza di pressione. In una siringa, se io spingo lo stantuffo si crea un gradiente di pressione: dove
c’è l’ago la pressione è quella atmosferica, mentre dove lo stantuffo spinge c’è una pressione maggiore,
ed il liquido cammina: questo è il flusso di volume. Voi sapete che osservando pressioni atmosferiche,
vedete zone di alta pressione e zone di bassa pressione - l’aria, da una zona di pressione alta, va ad una
di pressione bassa. Potremmo anche parlare in termini di elettroni che si muovono. La differenza di
pressione diventa la differenza di potenziale.
Il flusso massivo è indicato nella figura come Fm, ed è proporzionale, secondo una costante di
proporzionalità, alla differenza di pressione.
Per esempio, per trasportare l’aria dal mondo esterno al mondo interno basta che io crei un gradiente
che si inverta ciclicamente. Vedremo che durante l’inspirazione la cassa toracica si dilata, l’aumento di
volume provoca una diminuzione della pressione a livello del polmone, quindi l’aria entra. Viceversa,
durante l’espirazione, la cassa toracica si restringe, la pressione nel polmone diventa maggiore e l’aria
esce.
Cos’è questo Km? E’ il coefficiente di proporzionalità che dipende da che cosa? Basta che io prenda due
tubi di diverso diametro, applicando la stessa differenza di pressione vedo che i due tubi avranno flussi
diversi. Se prendo una siringa con ago molto sottile e spingo sullo stantuffo uscirà una certa quantità di
liquido, ma se l’ago ha un diametro molto grande il flusso è più alto, con la stessa differenza di
pressione. Il coefficiente di proporzionalità dipende dunque dal diametro. Poi, dalla resistenza: se l’ago
è sottile la resistenza è alta, se l’ago è largo la resistenza diminuisce. Non è solo il diametro dell’ago a
determinare la resistenza, è anche la lunghezza: con due aghi di uguale diametro, uno lungo 2 cm, l’altro
lungo 2 m, nell’ago di 2 m con la stessa spinta esce meno acqua. Quindi Km dipende dalla geometria:
sia dal diametro che dalla lunghezza. C’è poi un altro fattore: in una siringa con due aghi uguali, se
metto dell’acqua esce una certa quantità di liquido, se metto dell’olio, ne esce meno. Quindi vedete che
quel Km è funzione anche delle caratteristiche fisiche del liquido, del tipo di fluido. Io ho concluso il
concetto di flusso massivo o di volume, che è quello che ci permette di portare le molecole a grandi
distanze, dove per grandi si intendono le dimensioni dell’organismo senza problemi, grazie alla
differenza di pressione.
Per trasportare però le molecole nell’ambito di una cellula, nell’ambito del liquido extracellulare, e
quindi per percorsi brevi, non c’è bisogno di utilizzare il meccanismo dei gradienti di pressione e si
ricorre ad altri principi, al FLUSSO PER DIFFUSIONE. Uno ione, dopo aver compiuto svariati tragitti,
alla fine, statisticamente, si ritrova grosso modo al punto di partenza. Una molecola di acqua, alla
temperatura di 38 gradi, che è la temperatura interna del corpo umano (la temperatura influenza la
velocità a cui uno ione si muove), si muove ad una velocità di 2400 Km/h, che è tre volte la velocità di
un aereo di linea. La molecola del glucosio, essendo grande, cammina un pochino più lentamente e
viaggia come un aereo di linea.
Immaginiamo di avere un cubetto dove ci siano molecole che mancano dall’ambiente circostante.
Immaginiamo che il cubo abbia cinque pareti e la sesta non abbia parete, oppure immaginiamo che in
questa aula ci siano delle palline da ping-pong che rimbalzano. Se c’è una finestra aperta, alcune palline
escono. Fuori scontrano palline diverse -non di glucosio ma ad esempio di acqua...- scontrandosi,
dovrebbero in teoria tornare in dietro, però, statisticamente, non è detto che quella pallina che è uscita
sia la stessa che rientra, magari ne entra un’altra. Noi possiamo parlare di flusso di molecole come
numero di molecole nell’unità di tempo che attraversano quella finestra aperta, con una determinata
concentrazione. Quando ci sono 100 molecole di glucosio nell’unità di tempo ne escono 10, quando ne
metto 200 ne escono 20... più aumenta la concentrazione di molecole all’interno di quel cubetto,
maggiore è il numero di molecole che attraversano la finestra. Il flusso di diffusione è uguale al
coefficiente di diffusione che moltiplica la concentrazione all’interno di quel cubetto. Ora immaginiamo
di avere un altro cubetto con un finestra rivolta a quella del cubetto precedente, e con la stessa
concentrazione. Il cubetto di sinistra manda molecole a quello di destra e viceversa. Se le concentrazioni
sono uguali, il numero di molecole che vanno a destra è uguale a quello di molecole che vanno a sinistra.
Se invece le concentrazioni sono diverse, è maggiore il numero di molecole che va verso il cubetto con
concentrazione minore. C’è dunque un FLUSSO NETTO verso il cubetto con concentrazione minore,
che è proporzionale al coefficiente di diffusione ed alla concentrazione.
Come il coefficiente di proporzionalità per il flusso massivo, il coefficiente di diffusione dipende dalla
lunghezza del tubo, dal diametro del tubo e dalla viscosità. In questo caso, a parità di concentrazione,
passa più ossigeno rispetto al glucosio, quindi il coefficiente per l’ossigeno è maggiore che il coefficiente
per il glucosio. La prossima volta vediamo meglio quali sono i fattori che influenzano i coefficienti di
diffusione.
Fisiologia – Lezione 7.10.2003
Abbiamo i due cubetti visti ieri. Il cubetto di sinistra ha un certo numero di molecole di glucosio, il
cubetto di destra non ne ha. C’è un flusso di glucosio da sinistra verso destra finché dura questa
differenza di concentrazione. Ad un certo momento si arriva ad una situazione in cui nei due cubetti si
ha la stessa concentrazione. Se c’erano 100 molecole a sinistra e zero a destra, si arriva ad un punto in
cui ce ne saranno 50 e 50, ovvero la metà. Se i volumi sono diversi, il numero di molecole sarà diverso
ma la concentrazione sarà uguale. Questo si chiama EQUILIBRIO DI DIFFUSIONE. Quando le due
concentrazioni sono uguali il flusso netto è zero perché il numero di molecole che va a destra è uguale a
quello delle molecole che vanno a sinistra. Siamo all’equilibrio di diffusione. Quanto tempo ci
impiegano queste molecole a camminare, data una certa concentrazione? Quanto lontano possono
andare? Posso trasportare queste molecole rapidamente per esempio dal cuore verso il fegato? Questo
metodo di trasporto è valido solo per distanze dell’ordine dei micron, perché per distanze notevoli i
tempi sono notevolmente lunghi. Qui abbiamo degli esempi: a sinistra c’è un capillare con due file di
cellule di un tessuto qualsiasi dalle quali dista supponiamo 10 micron. Se nel capillare c’è una
concentrazione x , quanto tempo ci voule per ottenere nel tessuto una concentrazione non dico uguale
(perché non c’è mai, dato che le cellule consumano le sostanze), ma ottenere il 90%? Dipende dalla
sostanza. Nel caso del glucosio, con una distanza di 10 cm ci vogliono 11 anni, quindi questo sistema
non va bene. Invece a distanza di 10 micron ci vogliono 3,5 secondi, un tempo ragionevole. Questo per
ricordare che la diffusione è buona per trasportare molecole a distanze dell’ordine di grandezza della
cellula. Ecco perché per grandi distanze abbiamo il flusso massivo.
Qui abbiamo una cellula di 20 micron di diametro immersa nell’ossigeno. L’ossigeno, a differenza del
glucosio, ha un coefficiente di diffusione altissimo, passa molto bene, molto meglio del glucosio.
L’ossigeno impiega solo 15 millisecondi per attraversare la cellula (ci vogliono tempi dell’ordine dei
millisecondi), mentre invece se la distanza fosse di 15 cm ci vorrebbero 9 mesi. Vi deve rimanere
impresso questa differenza fondamentale tra flusso massivo, che serve per trasportare per lunghe
distanze con dei gradienti di pressione, e flusso per diffusione, dove il movimento casuale delle
molecole consente alle molecole di camminare e mettersi in equilibrio, ma solo a distanze più brevi.
Adesso dobbiamo vedere il concetto di permeabilità. Quello che abbiamo detto finora è valido per
molecole o ioni che si trovino in un compartimento, ma se adesso andiamo a vedere com’è il movimento
attraverso la membrana cellulare vediamo che la membrana ha delle sue regole. Nel momento in cui si è
creata la membrana i meccenismi di funzionamento della cellula si sono rafforzati, questa membrana è
stata creata come mezzo di selezione. Vediamo allora in pratica questa selezione. Immaginiamo di
avere una cellula dentro un recipiente. Il liquido extracellulare nei confronti della cellula è un mare, nel
senso che il suo volume è sproporzionatamente grande. Quando ragioniamo in termini di cellula,
liquido extracellulare ed intracellulare, dobbiamo immaginare che questa cellula non sta in uno spazio
ristretto, è come se la cellula fosse in un grosso recipiente. Nel liquido extracellulare ho una certa
concentrazione x di glucosio, nel grafico la linea a tratteggio Ce (concentrazione extracellulare). Cosa
succede alla concentrazione dentro la cellula? All’inizio la concentrazione all’interno della cellula è zero.
C’è una diffusione, inizialmente più rapida, poi più lenta, di quella molecola all’interno della cellula.
Voi direste che la concentrazione all’interno aumenti, mentre quella all’esterno diminuisca. Invece, la
riga Ce non si vede diminuire, perché è talmente grande il numero di molecole nell’ambiente esterno,
che il numero che da qui passa all’interno della cellula è privo di significato. La concentrazione
intracellulare aumenta fino a diventare uguale a quella extracellulare, che , di fatto, non è cambiata in
maniera significativa, quindi la riteniamo costante. Vedo che ci sono delle molecole per cui il tempo per
raggiungere la concentrazione esterna è più rapido, altre per cui è più lento, oppure altre per cui la
concentrazione non cambia. Voul dire che la permeabilità è zero, queste molecole non passano attraverso
la membrana. Queste linee dimostrano quattro comportamenti di molecole che hanno coefficienti di
diffusione diversi, che partono da zero per la linea piatta. Il flusso netto è uguale al coefficiente di
proporzionalità e la differenza delle concentrazioni. Quando questa è zero, il flusso netto è zero: il
numero di molecole che entrano è uguale a quello delle molecole che escono. È la stessa legge che
abbiamo studiato prima, soltanto la differenza è che attraverso la membrana il comportamento è diverso
in funzione del coefficiente di permeabilità. Prima il coefficiente di diffusione dipendeva dal solvente,
dal soluto, etc. In questo caso invece dipende da come è fatta la membrana: dallo spessore della
membrana, dalla composizione chimica della membrana e dal tipo di molecola diffusibile. Ossigeno ed
anidride carbonica passano bene attraverso la membrana, quindi hanno un coefficiente di permeabilità
alto, perché la membrana è fatta di lipidi e l’anidride carbonica si scioglie bene nei lipidi, essendo molto
liposolubile. Vediamo bene questo concetto di liposolubilità e di idrosolubilità. Ogni molecola ha un
grado di ambedue, qualche volta è quasi totalmente o altissimamente liposolubile e scarsamente
idrosolubile, o viceversa. Per fare questo esperimento e studiare il coefficiente di permeabilità
riportiamo il coefficiente di permeabilità sull’ordinata di questi due grafici. Si prende un po’ d’acqua, ci
mettiamo dentro un pochino d’olio d’oliva, sbattiamo e si ha un emulsione: la goccia d’olio si è
trasformata in una miriade di goccioline piccolissime. Aggiungo ossigeno e sbatto, questo si legherà
all’acqua ed all’olio. Vado a separare olio e acqua e vedere quanto di questo ossigeno è rimasto
nell’acqua e quanto nell’olio. Magari 50% e 50% : c’è un coefficiente di ripartizione. Oppure quasi tutto
nell’olio e quasi niente nell’acqua... Faccio un grafico, sull’ascissa c’è in scala logaritmica il coefficiente
di ripartizione. C’è tutta una categoria di molecole in cui il comportamento è indicato da quella retta, che
indica l’aumento del coefficiente di permeabilità, ovvero indica la liposolubilità. Con il coefficiente di
ripartizione io stabilisco il grado di liposolubilità e quindi questo si riflette nel coefficiente di
permeabilità. Poi vedo che ci sono però delle molecole con coefficiente di ripartizione bassissimo (più
nell’acqua che nell’olio), scarsamente liposolubili, ma che, nonostante ciò hanno un coefficiente di
permeabilità alto. Riescono però a passare, come si può spiegare? Nella membrana ci sono dei canali
acquosi e queste molecole possono così passare. Idrosolubile è per esempio il sale da cucina. Le
molecole altamente liposolubili, alla destra della curva - ossigeno, anidride carbonica, etc - passano bene.
Anche l’alcol passa bene! Ci sono sostanze altamente liposolubili che passano rapidamente in circolo.
Quindi, esistono nella membrana dei pori in modo che le sostanze idrosolubili possano passare.
Poi, se andiamo a guardare il diametro sull’ascissa e il coefficiente di permeabilità, vediamo una serie di
molecole per cui, effettivamente, più il diametro aumenta più la permeabilità diminuisce. Parlando di
questi canali nel sistema nervoso centrale vedremo meccanismi che, a prescindere dalle dimensioni,
permetteranno di far passare solo determinate sostanze. Altre, anche se il loro diametro è piccolo, non
passano lo stesso. A questo punto abbiamo finito con questa parte sul coefficiente di permeabilità.
Adesso dobbiamo distinguere tra la diffusione semplice e la diffusione facilitata. La diffusione è il
meccanismo per cui le palline escono dalla finestra aperta. Ora però c’è un problema: alcune molecole
non possono passare perché magari sono idrosolubili, sono troppo grandi e non hanno il canale.
Possono però passare lo stesso: come fa il glucosio che è altamente idrosolubile, e quindi si scioglie
meglio nell’acqua che nell’olio, a passare attraverso spazi piccoli mentre so che lui è grande? È dovuto al
fatto che in quella finestra c’è qualcuno che lo lega, il trasportatore o vettore, in modo tale che lui riesca a
passare la membrana. Alla fine, ritornando all’esperimento della cellula nel recipiente, vediamo che il
glucosio riesce ad entrare benissimo, però ha bisogno del trasportatore. La legge che regola il passaggio
è uguale, la curva è la stessa di prima, l’unica cosa che cambia nel caso della permeabilità è che il
coefficiente di diffusione attraverso la membrana è molto più basso di quello della diffusione senza
membrana, perché la membrana rappresenta un ostacolo che rallenta il tutto e si ha un crollo del
coefficiente di diffusione. Però noi vediamo che ci sono delle molecole, lo stesso glucosio per esempio,
per cui, partendo dall’interno della cellula dove la concentrazione era zero, invece di arrivare ad
equilibrare la concentrazione extracellulare, vediamo addirittura che la superano. Si crea un gradiente.
Finora abbiamo visto tutto in termini statistici passivi, adesso qui abbiamo un fenomeno nuovo: abbiamo
delle membrane al di là delle quali abbiamo creato un gradiente. Cosa vuol dire aver creato un
gradiente? Vuol dire spendere energia, è come andare in salita, vuol dire spendere ATP, la benzina delle
nostra vita. Invece, tutto quello che avevamo visto finora era in discesa. Allora nella membrana ci sono
delle proteine capaci, a spesa di energia, di trasportare le molecole e ioni dall’altra parte. Questo si
chiama quindi TRASPORTO ATTIVO, Ci diventa maggiore di Ce.
Vorei ancora fare un riferimento alla pinocitosi ed alla fagocitosi, che sono trasporti di molecole. Quando
la membrana ha una particella solida o liquida davanti, la ingloba, la vescicola si internalizza e viene
trasportata dentro la cellula.
Nella esocitosi, viceversa, qualcosa che è contenuto in una vescicola si fonde con la membrana, si apre
ed esce. Di questo basta una definizione.
Voglio fare un riferimento alla OSMOSI. Anche per l’osmosi c’è il solito principio di molecole che si
muovono a caso nell’ambiente, sbattono tra di loro e migrano da un compartimento dove sono a
maggiore concentrazione verso quello dove sono a minore concentrazione. Abbiamo due recipienti: a
sinistra ci sono in rosso 8 molecole, in blu 2. A destra, viceversa, ce ne sono 6 rosse e 4 blu. Quindi c’è un
gradiente 8:6 per le palline rosse e 2:4 per le palline blu. Le palline rosse andranno a destra, le palline
blu a sinistra. Questo fenomeno dura finchè le concentazioni a destra ed a sinistra siano diventate
uguali. Infatti vedete che in fine arriveremo a 7:7 per le rosse, 3:3 per le blu - erano 6 e si sono ripartite
in 3 e 3. Adesso immaginiamo che nel recipiente con la solita situazione 8:2, 6:4 la membrana abbia una
particolare caratteristica, che sia semi permeabile, che faccia passare qualcosa e non dell’altro- magari
una molecola è piccola e l’altra grande... La membrana fa passare il rosso ma non il blu. È chiaro che il
rosso migra verso destra, il blu non può tornare in dietro. Anche l’acqua ha una concentrazione, questo è
il punto fondamentale. Molto spesso non si considera che l’acqua è una molecola come le altre, che sia
soluto o che sia sovente il comportamento è sempre lo stesso. È chiaro che qui la concentrazione di acqua
è uguale a sinistra ed a destra, perché ci sono 10 di soluto in ambedue i compartimenti, quindi anche la
quantità di acqua è uguale. Anche l’acqua si può spostare, quando le palline rosse vanno a destra la
concentrazione di acqua a sinistra aumenta, perché avendo tolto delle palline, al posto della pallina rossa
ci sarà una molecola d’acqua. Quindi, quando avviene lo spostamento a destra del glucosio, a sinistra la
concentrazione di acqua aumenta e si crea un gradiente di acqua per cui l’acqua va a destra. Quindi
l’acqua segue il glucosio a destra. Arriviamo a questo punto all’equilibrio dove il volume è diverso, il
numero di palline non è più uguale, non sono più sempre 7, però è uguale la concentrazione. Il dislivello
creato dal passaggio di acqua crea una pressione idrostatica che ci dà il valore della pressione osmotica.
Anche la pressione osmotica deve avere un’unità di misura. L’unità di misura della pressione osmotica è
l’osmole. Si ha un’osmole quando in un liquido c’è un numero di particelle
uguale al numero di Avogadro, che sono il numero di molecole che ci sono in una mole, con la
differenza però che una mole di glucosio è pari al numero di Avogadro, quando metto il glucosio
nell’acqua ci sono ancora il numero di Avogadro di molecole, ma quando metto il cloruro di sodio
nell’acqua ho un numero di particelle doppio. Se metto una mole di glucosio in un liquido ho un’osmole,
ma se metto una mole di bicarbonato di sodio che ha un indice di dissociazione di 1,qualcosa avrò
un’osmolarità di 1,qualcosa. Questo è spesso un punto debole all’esame. L’osmolarità fisiologica delle
cellule è dell’ordine della milliosmole. Quella del sangue corrisponde a circa 288-290 milliosmoli.
Affrontiamo solo più il cotrasporto. Spesso una molecola può essere trasportata da un trasportatore solo
se vi si lega un’altra molecola. Per esempio, il glucosio viene cotrasportato con il sodio. Il cotrasporto
può avvenire in due modi: un cotrasporto in direzione contraria, uno a destra e l’altro a sinistra,
l’antiporto, ad esempio la pompa sodio potassio; oppure può avvenire nella stessa direzione, e si ha un
simporto.
Fisiologia – Lezione 08/10/2003
Fig. “La differenza fondamentale tre una pietra e l’atomo sta nel fatto che l’atomo è altamente
organizzato, mentre la pietra è semplicemente disordine. La vita prende gli atomi, ma, anziché
ammucchiarli (come nella pietra), li combina a formare dei modelli….”
La prima strategia che serviva al sistema nervoso nella medusa (per fare un esempio semplice) è
quello che la medusa ha un comportamento che obbedisce ad una regola molto semplice: “mi
avvicino a qualcosa che è utile… mi allontano da qualcosa che è dannoso”. E’ una specie di
macchinetta che se fa caldo va verso il caldo, ma se fa troppo caldo va verso il fresco. Quindi una
strategia comportamentale in un animale con sistema nervoso agli inizi della sua evoluzione,
risponde a questa filosofia. Questo è importante perché permette una migliore sopravvivenza. Poi
nell’evoluzione siamo arrivati fino ai vertebrati, soprattutto poi nei mammiferi, ove si sono
sviluppate vere strutture nervose che, assieme a questi circuiti che davano questo comportamento
UTILE/DANNOSO che sono rimasti (la lucertola è lì; se vede caldo va di là… e ha dei
comportamenti che si chiamano “STEREOTIPI”, che possono cambiare, ma sono circuiti
relativamente rigidi e stabili)…
Poi compare, invece, un fenomeno nuovo: non è una cosa che compare tutto lì eh, questa
evoluzione che.. già c’è qualcosa di elementare che si perfeziona fino ad arrivare a quello che
nell’uomo è il mondo delle EMOZIONI. Ma le emozioni ce l’ha anche il gatto, un barlume di
emozione ce l’ha anche la tartaruga… probabilmente non ce l’ha la formica. E allora ecco che ogni
sensazione… quando io misuro la temperatura, non metto in moto una macchinetta che la
temperatura mi fa muovere il muscolo (1° livello), ma la temperatura acquista un ruolo
AFFETTIVO. Cosa vuol dire affettivo? Vuol dire che mi piace o non mi piace, mi piace di più/mi
piace di meno. E’ chiaro che questa è stata una grossa conquista perché allora io mi muovo in base
al piacere o al dispiacere, e quindi rafforzo il comportamento, il mio intelletto per sopravvivere
meglio. PIACEVOLE/NON PIACEVOLE si associa ad uno sviluppo dei processi di
memorizzazione di questa esperienza per cui il piacevole viene ricordato, per cui io posso anche
essere stato aggredito da un labrador ed aver avuto un’esperienza spiacevole, la memorizzo, la
prossima volta che vedo quel pericolo scappo ancor prima di… Quindi ecco che las la la… il
comportamento di questo secondo cervello ci consente di rispondere ad una filosofia non più
utile/dannoso, ma piacevole/spiacevole. Io vado alla ricerca di ciò che mi piace. Questa è la
filosofia di base del comportamento e che guida anche diciamo gran parte del comportamento
umano. Naturalmente poi sviluppandosi nell’uomo, compaiono delle proprietà di poter andare
anche verso un comportamento spiacevole, ma in vista poi di un piacere. Questo… sono i lobi
frontali che consentono di prevedere il futuro, cosa che un animale non può fare. Cioè noi
possiamo anche dire: “io ora mi sacrifico, studio, non mi piace, però poi quando ho dato l’esame…
(non si capisce… pare faccia una battuta “refrigerante”). Nell’uomo, si può anche dominare il
piacere e il dispiacere in vista di un piacere futuro. Quello che poi nasce come terzo stadio, come
terzo cervello, è la comparsa della neocorteccia che ha consentito all’uomo soprattutto di usare la
RAZIONALITA’. Il concetto ci permette di indicare non solo se una cosa è piacevole o spiacevole,
ma anche se è bella o brutta. Quindi con la neocorteccia, la nostra filosofia di comportamento viene
anche influenzata dal bello e dal brutto ed è in grado di stabilire una legge morale che ci permette
di distinguere fra quello che noi chiamiamo il BENE e il MALE, che sono categorie che sono innate
nel nostro cervello perché, a meno di casi patologici, nessuno di noi è capace di ammazzare un
altro.
Ecco, questa è un po’ l’evoluzione del cervello… Naturalmente la distinzione tra razionalità ed
emozioni non è sempre facile da definire. Es. delle persone sul carrello su rotaie…
LA CIRCOLAZIONE CEREBRALE
Presenta delle caratteristiche diverse dagli altri organi. Ieri abbiamo detto che delle cellule che
sono al centro sono bagnate da un liquido che abbiamo chiamato mezzo interno. Il contatto diretto
tra circolo e cellula ha i suoi vantaggi, come la comunicazione diretta, ma gli svantaggi che se nel
circolo c’è qualcosa che non va… (nn si capisce). Nel sistema nervoso centrale abbiamo un circolo e
certe cellule nervose che formano quella che si chiama BARRIERA EMATO-CEFALICA. Tra la
cellula nervosa ed il capillare ci sono dei dispositivi di barriera. Ci sono tra il circolo cerebrale e gli
altri circoli dell’organismo quattro differenze fondamentali che nella fig. sono segnati con quattro
numeri: 1, 2, 3, e 4.
Prima differenza sta nei capillari: i capillari, che normalmente sono permeabili, ma la permeabilità
delle sostanze attraverso i capillari, è molto variabile a seconda degli organi: ad es. nel fegato i
capillari sono molto permeabili, nel rene sono molto (?). Invece nel cervello il capillare possiede dei
pori che si chiamano giunzioni serrate (tight junctions). Nel capillare non c’è nemmeno lo spazio
per poter far passare il glucosio. D’altra parte il glucosio è di fondamentale importanza. Nei
capillari cerebrali c’è una pompa che trasporta il glucosio attraverso le membrane senza che ci sia
(?). La quarta differenza è che tra il capillare e la cellula (normalmente c’è del liquido
intercellulare) vedete che c’è una cellula gialla che si chiama ASTROCITA, che è una cellula della
glia. Gli astrociti sono messi a palizzata, pigiati l’uno contro l’altro come delle tavole incastrate, per
cui lo spazio tra una cellula e l’altra è talmente sottile che la diffusione delle sostanze tra una
cellula e l’altra è resa molto difficoltosa. Dentro il cervello ci sono delle cavità riempite di un
liquido secreto dai cosiddetti PLESSI COROIDEI. I capillari sono di struttura di tipo renale e c’è
un’infiltrazione di liquido che va in questi contenitori. Poi abbiamo le pareti rivestite da cellule
ependimali che costituiscono una barriera fra l’interno e l’esterno dei ventricoli cerebrali. Quindi il
liquido extracellulare, in questo caso, non dipende molto dal capillare che ha giunzioni strette
dove non si può scambiare, ma da una parte c’è una barriera che rende difficili gli scambi coi
capillari, dall’altra un serbatoio da cui attinge il liquidi extracellulare che ha una composizione
fisico-chimica diversa da quella dei normali liquidi extracellulari. Questo liquido si chiama
LIQUOR O LIQUIDO CEFALO-RACHIDIANO.
Schematizzazione dei ventricoli cerebrali: immaginate di avere una pesca. Immaginate di togliere il
nocciolo e rimane una cavità. Questa contiene il liquido cefalo-rachidiano, ma comunica con
l’esterno attraverso il picciolo della pesca (alias il CANALE DI MONROE) con cui il liquido che è
dentro la pesca esce; e dove va? Va a rivestire tutta la pesca, per cui la pesca si ritrova immersa nel
liquido che viene prodotto all’interno. Il punto di comunicazione fra l’interno e l’esterno è proprio
questo forellino, il canale di Monroe. I ventricoli cerebrali sono quattro: due laterali, che si trovano
entro i due emisferi cerebrali, poi abbiamo il terzo ventricolo nel tronco dell’encefalo, e infine,
caudalmente, a livello del bulbo, c’è il quarto ventricolo che collega bulbo, ponte e cervelletto. I
quattro ventricolo cerebrali sono comunicanti e vanno a finire in un tubicino sottilissimo
all’interno del midollo spinale e che lo percorre per tutta la sua lunghezza.
I plessi coroidei sono localizzati in ciascuno dei quattro ventricoli. Il liquido qui prodotto va a
circondare l’encefalo e anche l’esterno del midollo spinale (entro la dura-madre, una membrana
del cervello che contiene il liquor). Ci sono delle valvole dove il liquido va a finire dentro le vene e
che permettono ad esso di entrare e di uscire. Il liquido passa attraverso le valvole e finisce nelle
granulazioni aracnoidali, che lo smaltiscono. Se tutto va bene, la stessa quantità di liquido che
viene prodotta al giorno viene inviata nelle granulazioni aracnoidali. Ci sono delle condizioni
patologiche congenite o dovute a traumi in cui queste valvole si occludono, e allora lì abbiamo
questa malattia che si chiama IDROCEFALO, dove la quantità di liquido si accumula, e allora il
cervello viene compresso e si hanno danni irreversibili.
Il cervello rappresenta il 2% del peso corporeo, però ha un’esigenza di ossigeno e di glucosio molto
alte (consuma il 15% dell’ossigeno totale). Il cervello ha bisogno di un apporto continuo di
ossigeno, perché, mentre nel muscolo si può anche avere una glicolisi anaerobica in assenza di
ossigeno e con produzione di acido lattico, questa non è possibile nel cervello. Di conseguenza
l’anossia cerebrale porta a morte.
La barriera emato-cefalica è molto utile per proteggere il cervello dall’arrivo di sostanze
idrosolubili, ma non dalle sostanze liposolubili.
Il SN contiene circa 100 miliardi di cellule nervose. La morfologia di questi neuroni varia, ma tutti
sono riconducibili ad un unico modello, quello che ha intuito un certo(?): ogni neurone aveva un
centro trofico che è il corpo cellulare (soma) e poi aveva due tipi di prolungamenti: i dendriti, che
ricevono il segnale da un’altra cellula, e l’assone che lo porta a distanza. Le caratteristiche che
differenziano queste cellule nervose dalla altre è che tutte le cellule sono isomorfe, mentre queste
hanno un’asimmetria enorme, con l’assone che può coprire distanze enormi. Se noi prendiamo un
neurone e lo rapportiamo ad un pallone da calcio, il suo assone potrebbe arrivare ad una distanza
di circa 70 Km. Ci sono neuroni lunghi fino ad un metro. Il corpo cellulare è 50 micron.
Il canale si è sviluppato in questo doppio strato fosfolipidico per aggregazione di unità proteiche. I
monomeri si aggregano e formano covalentemente un tunnel che passa da una parte all’altra di
questo strato lipidico.
Per studiare il funzionamento di un canale ionico vi è stata un’innovazione tecnologica descritta da
due tedeschi che volevano registrare la corrente che passava in ogni singolo canale.
Si prende una micropipetta di vetro e la si appoggia sulla membrana di una cellula in cultura.
Questa pipetta deve essere molata per far sì che il bordo non sia tagliente. La micropipetta deve
essere collegata con un tubicino di plastica ed essere portata alla bocca dello sperimentatore che
risucchia un lembo di membrana cellulare. E’ sufficiente per fare in modo che la membrana si
deformi. Nella micropipetta finisce soltanto la corrente che passa per il canale che è rimasto
incorporato nella pipetta stessa (sempre se è stata ben sigillata). In questo modo posso registrare la
corrente del canale collegando la pipetta ad un amplificatore e poi ad un voltmetro.
Il canale ha una corrente zero: non passa corrente ed il canale si dice CHIUSO.
Se nel canale passa corrente si dice che si APRE, questa apertura avviene in un microsecondo. Poi
il canale sta aperto per un poco così la corrente fluisce e poi si chiude di nuovo. Questo è il
comportamento di questi canali. L’apertura del canale è di tipo TUTTO o NULLA. Il canale si apre
con una certa frequenza, e ciascuna apertura ha una certa durata. Può variare sia la durata che la
frequenza d’apertura. Un’altra proprietà del canale è la SELETTIVITA’: il canale fa passare
soltanto un tipo di ione (qualche volta due). Questa selettività restringe l’azione a pochissimi ioni.
Come fa a passare uno ione? C’è un profilo energetico nel canale che è congruente con la carica e le
dimensioni dello ione (caratteristiche cinetiche dello ione). Il canale è un tubo pieno di gruppi
proteici che sporgono, caricati positivamente e negativamente, e queste cariche compongono un
codice (come la serratura di una chiave). Lo ione che deve entrare deve avere delle caratteristiche
tali da riuscire a sorpassare questo canale avendo delle caratteristiche cinetiche e di idratazione
affini a quelle del canale. Lo ione idratato, perde l’acqua che lo circonda, e si localizza nella nicchia
del canale, la quale ha pari dimensioni, ed è caricata in una certa maniera affine allo ione. Ogni
canale possiede quattro nicchie analoghe disposte una in fila all’altra. Lo ione passa da una nicchia
all’altra in successione, potendo entrare solo in una nicchia per volta. Può entrare solo uno ione per
volta nel canale perché ogni ione utilizza una nuvoletta di cariche che mimano le cariche
dell’acqua.
Basta che un gruppo polare cambi di posizione ed il canale perde affinità per lo ione e si dice che è
chiuso.
L’altro problema è: chi è che fa aprire questi anali? Ci sono quattro tipi di attivazione dei canali,
quindi quattro tipi di canali ATTIVI:
1) A controllo di ligando o ligando dipendenti: in questo complesso proteico c’è una zona in
cui si lega una molecola che fa aprire il canale (ad es. acetilcolina)
2) Canali Operati dall’interno: canali aperti da molecole intercellulari, che dipendono dalle
proteine G. Si può avere una fosforilazione del canale tramite processi enzimatici. Vengono
attivati parecchi canali contemporaneamente.
3) Canali Voltaggio dipendenti: i canali sentono un campo elettrico circostante e cambiano
conformazione.
4) Canali Meccano dipendenti: basta una deformazione meccanica del canale o di un
dispositivo collegato ad esso che il canale si apre (cambia conformazione in seguito ad un
insulto meccanico).
[Link] Strata
Abbiamo illustrato come il canale del K+ faceva passare selettivamente il K+ e ho detto che questo
canale è quello meglio studiato, quello più antico, con dati recentissimi, che ha studiato un
ricercatore americano Malkinnon (N.B. il nome si sente malissimo- non so se e’ giusto) e uscendo
da lezione ho sentito al telegiornale che ha preso il Nobel a conferma dell’importanza di queste
cose e che la ricerca sui canali del K+ che ha fatto arrivare al premio Nobel assieme ad un altro
ricercatore americano Del Qua che ha studiato un altro tipo di canale che fino a pochi anni fa era
sconosciuto e che sui libri non esiste e che ha sempre rappresentato un problema per la fisiologia
che era il canale attraverso il quale passa l’acqua. Ecco perché questi due signori hanno preso il
Premio Nobel per aver illustrato i meccanismi atomici e la struttura cristallina del canale da cui si è
potuto capire quelle proprietà che hanno permesso di spiegare perché la molecola dell’acqua ha
quelle proprietà e quella del K+ ha quelle proprietà e riesce a passare con quel meccanismo che ieri
vi avevo spiegato .
Questa è la figura di queste 2 grosse scoperte; a sinistra il canale dell’acqua dove c’è l’acqua che ha
due pallini bianchi che sono le cariche positive dell’ H e un pallino rosso che è la carica negativa
dell’ O e l’acqua passa attraverso il suo canale; naturalmente l’acqua può passare anche attraverso i
pori di 2 cellule che non sono ben assottigliati però ci sono dei canali che fanno passare l’acqua e
che non si era mai capito come poteva l’acqua attraverso lo strato lipidico passare però si sapeva
che l’acqua passava .In questi canali non propri ,come quello del K+ , l’acqua passa ma passa male:
dove ci passa il K+ l’acqua ci dovrebbe passare ancora meglio invece non è vero. Quindi grande
importanza per le scoperte dei 2 Nobel e per questo grande merito .
--Diapositive Canale acqua e K+-- lo ione K+ con la nuvoletta di acqua intorno ;quando lo ione
passa nel proprio canale perde la nuvoletta ,disidratandosi, poi la riacquista in un’altra zona del
canale poi la riperde e così via .
--Struttura proteina che forma il canale K+-- l’apertura e la chiusura del canale sono dovute a
modificazioni della struttura tridimensionali della proteina . N.B. non tutta la proteina si modifica
:ci sono dei punti critici (evidenziati in giallo rosso e verde) .
Ciò che si scopre per un canale posto in un punto del corpo vale per tutti i canali dello stesso tipo
posti in altri punti nel corpo .
Si sente male in più punti e talvolta non si sente per niente.. lo stesso rappresentante esprime il suo
disappunto..”Non si sente un cazzo..”
--Altra figura del passaggio ione K+ nel canale omonimo—si vede uno ione K+ e intorno la sua
nuvoletta formata da 4 molecole d’acqua quando è lontano dal canale; quando si avvicina al canale
perde 2 molecole d’acqua perché le altre 2 sono cariche che si trovano nel canale naturalmente.
Quindi K+ ha sempre le sue 4 cariche.
A riposo il Na+ è praticamente chiuso cioè i canali del Na+ aperti a riposo sono statisticamente
pochi (più o meno su 100:90 chiusi e 10 aperti). I canali del Na+ hanno 1 porta di in attivazione che
si chiude subito per cui c’è un meccanismo che fa entrare il Na+ per un tempuscolo breve perché
queste 2 porte hanno 2 cinetiche diverse: sono sempre quelle conformazioni che cambiano ma una
delle due è più lenta; in quel momento in cui una si è aperta e l’altra non si è ancora chiusa passa
Na+. E quindi questo consente un meccanismo rapido di far passare il Na+ per un tempuscolo
minimo; dopodiché naturalmente il Na+ viene richiuso ma la fase di ripolarizzazione qui è dovuta
al fatto che più lentamente si apre il K+. (N.B. anche per i canali del K+ vale stesso discorso
statistico fatto prima ) .
Il P.A. cardiaco ha delle caratteristiche che ubbidiscono sempre alle stesse leggi della permeabilità,
ma è stato fatto in maniera diversa da quella del muscolo scheletrico e della fibra nervosa: in
quest’ultima il P.A. dura circa 1 millisecondo (msec) poi il tutto deve finire per poter cominciare un
altro P.A. .Nel cuore invece vedremo poi che nello studiare il muscolo questi P.A. che si possono
produrre a frequenze anche di 500 al secondo è importante perché se al muscolo gli arrivano molti
potenziali d’azione in sequenza il muscolo si contrarrebbe in via permanente e si ha quella che si
chiama una Contrazione Continua a livello tetano muscolare, che studieremo più avanti .
Per quanto riguarda il cuore si è dovuto evitare che ci fosse un tetano nel cuore perché siccome il
cuore è una pompa e si contrae deve obbligatoriamente rilasciarsi altrimenti se sta contratto il
sangue non circola e questo fenomeno, quando succede è un fenomeno patologico, si chiama
fibrillazione e se questo fenomeno è a livello del ventricolo si muore nel giro di pochi minuti
perché il sangue non circola più .
Per evitare questa contrazione continua, questa fibrillazione si è sviluppato un diverso P.A. a
livello meccanico. La 1ª differenza è che il P.A. cardiaco è lunghissimo: dura 200-300-400 msec
quindi quasi mezzo secondo di fronte ad 1 ms di prima. Per produrre un potenziale d’azione così
lungo si è agito sulle permeabilità. Qui abbiamo un aumento di permeabilità al Na+ come nella
fibra nervosa quindi qui questo canale è stato conservato; poi quando però questo potenziale
d’azione si sviluppa, quindi questa salita depolarizza la membrana, ci sono dei canali del Ca2+
voltaggio-dipendenti per cui la depolarizzazione del Na+ produce nella fibra costituisce un
segnale elettrico e fa aprire i canali del Ca2+, che nella fibra nervosa non ci sono .questi canali del
Ca2+ sono lenti e si inattivano molto lentamente e allora questo aumento del Ca2+ fa entrare Ca2+
nella fibra muscolare e produce una depolarizzazione primaria. Poi lentamente si inattiva e quindi
qui abbiamo la ripolarizzazione. Di diverso troviamo anche la permeabilità per K+: anziché
aumentare diminuisce grazie ad un meccanismo che blocca il canale del K+ e non lo fa così aprire.
Questo meccanismo di chiusura però è da blocco; ci sono due tipi di chiusura per i canali: chiusura
per variazione sterica (1° tipo) e canali che rimangono aperti ma si infila qualcosa che fa da tappo,
da blocco e ciò impedisce allo ione specifico (in questo caso K+) di passare (2°tipo). Il blocco è dato
dallo ione Mg2+ che si infila nel canale del K+; lo ione Mg2+ è molto simile a quello del Ca2+ non
passa attraverso quello del K+, passerebbe attraverso quello del Ca2+ se non fosse che si disidrata
molto lentamente. Se lo ione Mg2+ si infila nel canale del K+ allora statisticamente (1 volta passa e
10 no) questo è chiuso. Aumentando la permeabilità del Ca2+ e bloccando quella del K+ il Pot. Az.
Cardiaco rimane più a lungo (?) .D’altra parte anche nel nervo se blocco permeabilità al K+ come
nel cuore la ripolarizzazione è molto lenta. Inoltre nel cuore ci sono dei canali ATP sensibili per il
K+ (scoperti pochi anni fa – presenti sul sito web dato dal prof). Sono canali K+ sensibili all’ATP
quindi all’Anossia. Quindi quando uno lavora un po’ di più e comincia un po’ di crisi di ossigeno
si attivano i canali del K+ in modo da iperpolarizzare il cuore in modo da ridurre l’eccitazione
cardiaca. Quindi il significato è che quando manca Ossigeno questi canali anziché bloccare il K+ lo
fanno entrare .
Ora, con altra diapositiva, vediamo: l’ ipereccitabilità Neuro-muscolare .ci sono delle patologie
dove il Sistema Nervoso e Muscolare sono particolarmente eccitati per es. malattie della
Paratiroide –se c’è troppo Ca2+ o poco Ca2+ l’eccitabilità cambia- .
Quindi il Ca 2+ regola l’eccitabilità regolando la funzione del canale del Na+ .Siccome è il Na+ il
responsabile delle insorgenze dei Pot. Az. se io faccio in modo che il Pot. Az. nasca più facilmente
ho ipereccitabilità oppure se rendo più difficile far nascere il Pot. Az. ho ipoeccitabilità .Questa
situazione quindi si ha nella carenza di Ca 2+ e nella carenza di Mg 2+ .Nella patologia è più facile
la carenza di Ca 2+ perché il Ca 2+ interferisce per gran parte ,due terzi e più ,rispetto all’ambiente
(?) ,ma la funzione del Ca 2+ e del Mg 2+ è identica .Si è scoperto che il Mg 2+ regola il traffico di
almeno una dozzina di canali ionici .
Ora azione del Ca 2+ e del Mg 2+ sul canale del Na + quello che provoca il Pot. Az. che è
responsabile degli stati di ipereccitabilità della fibra muscolare .
--Diapositiva—si vede al centro Canale Na + con membrana in stato di riposo a –70 mV .Il canale
contiene delle cariche fisse ,cioè dei gruppi proteici ,negative all’imboccatura .Quindi c’è un anello
di negatività intorno all’imboccatura esterna .Il che significa che se la membrana è –70 quelle
cariche negative sono in realtà una depolarizzazione perché il campo elettrico lì è minore di –70
.Quindi diciamo che in assenza di nient’altro il canale è in realtà a –60 mV cioè è già un po’
depolarizzato per via di queste cariche negative ;questa è la situazione di partenza .Il Ca 2+ e il Mg
2+ sono fuori dalla cellula ;quindi la nuvoletta di cariche + tende ad andare vicino alle cariche – del
canale per andare a neutralizzare queste ultime ;quindi la presenza del Mg 2+ riporta il canale ad
un livello vicino al Pot. di Riposo .Ripeto : --70 la membrana ,le cariche negative fisse fanno sì che il
canale sia –50 ; quindi siamo vicini alla soglia e potrebbero nascere dei Pot. Az. ;la presenza di Mg
2+ o del Ca 2+ neutralizzano le cariche negative e quindi più c’è Ca 2+ e più c’è Mg 2+ e meno
cariche negative ci sono e quindi il canale invece di –50 viene iperpolarizzato a –60 quindi il Ca 2+
ed il Mg 2+ servono da sedativi e quindi la membrana diventa meno eccitabile ;se ho ipocalcemia o
ipomagnesemia c’è lo scoperchiamento di queste cariche negative e quindi il canale è molto più
depolarizzato : --40 quindi siamo alla soglia per far nascere il Pot. Az. quindi in mancanza di Ca 2+
e di Mg 2+ possono insorgere spontaneamente dei Pot. Az. nelle fibre nervose e muscolari .(ora fa
esempio :faccia di un paziente ipereccitabile basta toccare meccanicamente un nervo che è
collegato ad un muscolo per far partire dei pot. az. e quindi contrazioni che normalmente non ci
sono – questo è il caso dell’ipocalcemia e spesso anche dell’ipomagnesemia --) .
N.B. il Pot. Az. è un fenomeno passivo ma ci sono pompe necessarie per creare il gradiente che
funzionano un po’ come gli accumulatori delle auto :noi carichiamo la batteria e questa sta sempre
carica perché la pompa crea il gradiente così l’accumulatore non deve separare mai ;poi quando
accendiamo la macchina la corrente passa .
Le pompe non sono solo Na+/K+ (3 Na+ escono e 2 K+ entrano) ;troviamo Ca 2+/Na+ (esce 1 Ca
2+ ed entrano 3 Na+) , Cl-/K+ (trasporto accoppiato-entrambi vanno fuori esce 1 Cl- e 1 K+) , e poi
una pompa che porta all’interno 1 Na+ 1 K+ e 2 Cl- .Queste pompe metaboliche sono
importantissime per tenere in equilibrio le concentrazioni ioniche .Più si va avanti e più si
scoprano nuove pompe .
--Diapositiva-- : i canali possono essere chiuso/aperto e c’è la possibilità di una porta di attivazione
ed una di inattivazione quindi il canale può essere aperto o chiuso e in questo caso in 2 modalità
diverse :chiuso attivabile e chiuso inattivabile .
--Diapositiva-- : somma totale della corrente di tutto un insieme di canali del Na+ e del K+ .Per
quest’ultimo la differenza è che non si inattiva quando la corrente passa e la latenza è maggiore
.Dalla diapositiva :Interferenza del canale del K+ con il Mg 2+ , quindi l’apertura del canale del K+
è controllata dal Mg 2+ che può interferire e costituire questa oscillazione .
Tutto quello che Strata ha detto finora è la prima parte della fisiologia nervosa :
--Diapositiva fibra nervosa-- (il calamaro gigante con il suo assone gigante ha dato un contributo
enorme per dare le leggi fatte negli anni 40 e 50. N.B. la legge generale del Pot. Az. del calamaro
vale per tutte le cell. viventi) .
Vogliamo studiare che cosa succede se applichiamo su un assone della corrente ;corrente significa
applicare 2 poli uno + (anodo) e l’altro – (catodo) ;se noi mettiamo un anodo e un catodo sulla
superficie della membrana vediamo che cariche + vanno dall’anodo entrano nella membrana ed
escono in corrispondenza del catodo .(N.B. per convenzione parlo di migrazione di cariche + ma in
realtà migrano gli elettroni !). Ogni stimolo ha una polarità una certa ampiezza ed una durata .
--Diapositiva-- possiamo stimolare la cell anche con Elettrodi intracellulari cioè mettiamo il catodo
dentro e l’anodo fuori o viceversa e ho lo stesso flusso di cariche .Nonostante che lo stimolo sia
rapido la membrana impega un po’ a raggiungere il max valore .Domanda :perché la membrana ci
mette così tanto a salire e quando togliamo lo stimolo impiega un po’ a scendere (ha fatto vedere
un grafico mV su ordinate e tempo sulle ascisse) ? Perché la membrana si comporta come un
condensatore .La membrana fa da isolante tra i due conduttori .Quando non passa più corrente
,l’abbiamo chiusa , quelle cariche piano piano vengono restituite . Quanto è il tempo di salita ?
varia a seconda delle dimensioni del neurone .Come si misura il tempo di salita :con la Costante di
Tempo o TAU (il simbolo è Pi-greco) .Per definizione TAU è il tempo in cui il Pot. arriva al 63% del
massimo ;il tempo TAU indica sia il tempo di salita da 0% al 63% e il tempo di discesa dal 100% al
37% che sono uguali .Ampiezza stimolo :prendo un neurone applico stimoli iperpolarizzanti di
intensità crescente e vedo che c’è una iperpolarizzazione parallela fino ad arrivare ad un certo
valore max. .Se invece vado a depolarizzare le cose cambiano :uno stimolo fino ad una certa
intensità mi produce una depolarizzazione proporzionata (ciò che avviene anche per
l’iperpolarizz.) ma ad un certo valore molto grande la membrana perde il controllo e dice ora
faccio da sola cioè fa un Pot. Az. perché la membrana è fatta di Resistenze e Condensatori e quindi
quando gli do poca corrente si comporta come un circuito passivo ,un conduttore passivo ;quando
gli do troppa corrente metto in moto i meccanismi dell’elettrofisiologia attiva cioè apro dei canali e
allora i canali che si aprono per il mio stimolo sono la risposta della cellula che dice ora gli do la
mia corrente .Ecco un incrocio tra la l’elettrofisiologia passiva e attiva .Il Pot. Az. non è più la
corrente mia cioè che fornisco ma la corrente sua cioè della cellula. Allora PRINCIPIO GENERALE
DA RICORDARE BENE :i tessuti che sviluppano questa loro risposta cioè che il Pot. Az. che sono
in grado di produrre in seguito alla nostra manipolazione si chiamano tessuti eccitabili .Questo
succede nel cervello ,nel cuore ,nei muscoli ,nella musc. Liscia ;il fegato invece ha un potenziale di
riposo quindi noi lo possiamo depolarizzare ed iperpolarizzare ma si comporta in maniera del
tutto passiva quindi non è un tessuto eccitabile ;ci sono poi dei tessuti come le cell. del Pancreas
che in teoria non sono eccitabili ma in realtà loro sono in grado di produrre dei Pot. al Ca 2+ e
hanno dei Canali del K+ ATP sensibili che misurano quanto Glucosio c’è quanto ATP ,c’è e quindi
mettono in grado la produzione di insulina maggiore o minore ;sono quindi dei fenomeni ibridi
;comunque in senso classico i tessuti eccitabili sono quelli che rispondono a dei Pot. Az. con una
loro corrente ;gli altri tessuti si comportano in maniera passiva come se fossero resistenze e
condensatori .
Il Pot. Az. parte quando quella gradualità di stimoli vista prima arriva ad un livello che noi
chiamiamo SOGLIA .Quindi con uno stimolo soglia parte il pot. az. .Ora domanda :se do subito
dopo un altro stimolo uguale parte o no il pot. az.? No .Riprovo con un periodo maggiore e ce la
faccio .Quindi la membrana dopo un pot. az. impiega un po’ di tempo a ritornare normale ;questo
periodo si chiama PERIODO REFRATTARIO ,nel quale quindi anche se do uno stimolo soglia non
ho la produzione del pot. az. .Ma questo secondo stimolo è molto grande si può formare un pot.
az. ?Sì ,dopo un tempuscolo nasce un pot. az. ma la soglia è molto alta .Conclusione esperimento :il
Periodo Refrattario si divide in 2 parti :il primo periodo è detto ASSOLUTO e in questo nessuno
stimolo per quanto grande riesce ad eccitare il neurone e questo garantisce che non ci siano
sovrapposizioni di pot. az. ;passato un certo intervallo il Periodo Refrattario persiste ma è detto
RELATIVO nel senso che se io metto una maggior quantità di stimolo riesco a stimolarlo .
Importanza durata dello stimolo :io ho uno stimolo soglia di una certa ampiezza (disegna alla
lavagna e mostra diapositiva) ;se questo stimolo lo faccio più grande ma di minore durata è
sempre lo stimolo soglia :quindi quello che conta è l’area dato che posso compensare la durata con
l’ampiezza .Quindi disegno curva durata/intensità :più aumenta la durata più posso abbassare
l’ampiezza ;però questa curva mi dice che lo stimolo non può andare sotto un certo valore minimo
perché se è troppo basso non nasce la corrente .Questa minima intensità ,indicata con la lettera R
,che stimola il neurone è detta REOBASE (significa corrente di base) .
La corrente elettrica scalda passando attraverso i tessuti e questa proprietà è sfruttata in chirurgia
per le coagulazioni ,ad es. il bisturi elettrico è un bisturi dove ci sono tanti impulsi ma ciascun
impulso dura microsecondi quindi son talmente brevi che posso dargli dei voltaggi enormi da
scaldare il tessuto al punto da bruciare la cute umana (?) .Quindi il paziente non è stimolato perché
si è talmente lontani dal periodo minimo che non stimoliamo (in pratica :si è talmente a sin. della
curva circa 1 milioni di oscillazioni al sec. che non c’è lo stimolo) .
La durata minima per avere lo stimolo è la CRONASSIA .Si è arrivati in questo modo :prendiamo
la reobase e moltiplichiamola per due quindi abbiamo 2R :qual è la durata che corrisponde a 2R ?Il
punto che corrisponde a 2 volte la Reobase si chiama Cronassia. Sia la Reobase sia la Cronassia
sono convenzioni che abbiamo fatto noi. La cronassia cambia da tessuto a tessuto e se voglio
stimolare un tessuto conoscendo la cronassia metto la durata ottimale per stimolare meglio quella
fibra .
Altra proprietà della membrana sempre della corrente :la membrana cambia dopo che ha
sopportato per parecchi millisecondi lo stimolo .La soglia è il livello a cui la cellula dà il suo
contributo di eccitabilità e quindi se applico un catodo nella membrana nei millisecondi successivi
anche se non parte il pot. az. la membrana cambia le sue proprietà e l’eccitabilità aumenta subito
perché io la depolarizzo però poi questa eccitabilità diminuisce .Conclusione :se io applico un
catodo alla membrana si ha un aumento dell’eccitabilità immediato ,non nasce il pot. az. ma
aumenta l’eccitabilità se la vado a stimolare qui parte facilmente il pot. az. ,però se aspetto un po’
vedo che questa eccitabilità tende a diminuire ;questo fenomeno per cui l’eccitabilità aumentata
dal catodo tende a diminuire si chiama ACCOMODAZIONE della membrana ;accomodazione cioè
la membrana cambia le sue proprietà e risponde meno allo stimolo ;quindi l’eccitabilità aumenta
per il mio stimolo ma poi la membrana anche se io mantengo lo stimolo non rimane lei non rimane
eccitabile nel tempo .Ripeto : se io applico un catodo alla membrana ho una depolarizzazione cioè
diminuisce la soglia e quindi è più facile stimolare la membrana ,la vado a stimolare e vedo che il
pot. az. per la corrente è molto piccola ;l’aumento di eccitabilità quando la corrente passa al catodo
ci dice che è più facile che nasca il pot. az. però quest’aumento di eccitabilità non rimane costante
poiché anche se lo stimolo continua l’eccitabilità decresce ,e quando tolgo lo stimolo non c’è un
ritorno alla linea di base ma c’è una depressione di eccitabilità (o depressione post-catodica) .Stesse
considerazioni quando la corrente iperpolarizzante all’anodo :quando tolgo lo stimolo non c’è un
ritorno alla normalità ma si ha un periodo di ipereccitabilità detto ESALTAZIONE POST-
ANODICA .
Abbiamo concluso l’ELETTROFISIOLOGIA PASSIVA (forma dello stimolo quindi: polarità ,durata
,ampiezza) .
(Per farci capire ora considera un modellino fatto da un filo di rame ricoperto di polvere da sparo
;il filo è il nostro assone ;se scaldiamo un punto per es. a 100 gradi logicamente il calore si propaga
nei punti vicini quindi ho diminuzione esponenziale 100 90 40 gradi.. esattamente riproducibile col
fenomeno energico visto ;se al posto di 100 metto 200 gradi nasce la fiammella ,cioè ho l’eccitabilità
della fibra neuro-muscolare ;ora che succede:la mia corrente sale a 1000 gradi ma ci sarà un punto
in cui la temp. è talmente alta che si incendia la polvere quindi la fiammella si espande a dx perché
c’è la polvere che si incendia mentre a sin la fiammella non si espande ma anzi si spegne perché la
polvere è bruciata quindi Periodo Refrattario Assoluto. Il pot. az. non torna indietro perché basta
una piccola parte bruciata a sin.).
Fisiologia - Lezione del 10/10/2003
Ci sono 2 famiglie di assoni con diametri diversi e adesso vogliamo classificarli. Ci sono 2 sistemi
di classificazione. La classificazione di Herlanger e Gasser distingue le fibre in 3 tipi:A,B e C. Le C
sono amieliniche,le B e le A sono mieliniche,le A appartengono al sistema nervoso somatico e le B
al sistema autonomo. Naturalmente qui c’è il diametro medio,15 μm,ed il massimo nelle fibre più
grandi arriva a 20 μm di diametro.
Le fibre del gruppo A si dividono in 4 sottogruppi:α,β,γ,δ e qui abbiamo i valori medi di ciascun
sottogruppo,15,8,5,3, sono tutti valori che non dovete ricordare a memoria,ma dovete avere
un’idea dell’ordine di grandezza. Ecco per esempio ricordare che le fibre arrivano a un massimo di
20 μm di diametro. Moltiplicate per 6 di cui ho parlato la volta scorsa ci danno 120 m. 20μm per
6→120 m. 12μm→72m. Quello che voglio farvi vedere in queste classificazioni è che ogni famiglia
ha un correlato (?) funzionale cioè ci sono motoneuroni che innervano i muscoli e sono fibre
grandi. Abbiamo bisogno per governare i muscoli di fibre veloci per scappare,per correre via.
Allora vedete qui che le Aα sono i motoneuroni delle fibre muscolari scheletriche ma sono anche le
fibre afferenti che dal muscolo vanno al midollo spinale per informare dello stato del
muscolo,quindi sono le più veloci che ci sono,Aα. Poi abbiamo le γ che sono anche questi
motoneuroni,vedremo che vanno a formare i fusi neuromuscolari. Poi abbiamo le β che sono fibre
sensitive cutanee da compressione e le δ che conducono il dolore e la temperatura. Poi ci sono
anche per la temperatura e il dolore anche le fibre lentissime come le fibre C che sono amieliniche.
Esiste una seconda classificazione delle fibre nervose che si chiama di Lloyd e Hund. Questa vale
solo per le fibre sensitive ,per le fibre afferenti e distingue le fibre in 4 gruppi,I,II,III,IV con i numeri
romani,e vedete anche che le I corrispondono alle α, le II alle Aβ, le III alle Aδ, le IV alle C. Le IV
sono amieliniche,le altre 3 sono mieliniche. Vedete che qui manca il gruppo γ perché il gruppo γ è
soltanto motorio. Abbiamo le stesse velocità di prima. Tutti quei numeri non sono da ricordare a
memoria. Quando abbiamo studiato la velocità di conduzione ,abbiamo detto che le fibre più
veloci vanno a 120 m/s…Queste velocità che sono scritte sui libri non trovano riscontri nei
pazienti. La velocità di conduzione dipende fortemente dalla temperatura. Questi valori che vi ho
detto valgono alla temperatura di 38°. Noi abbiamo nel corpo umano una serie di gusci concentrici.
C’è un nucleo centrale che si chiama nucleo centrale e la temperatura è di 38°,lo studieremo poi
nella termoregolazione. Poi ci sono tanti gusci più esterni dove la temperatura tende a diminuire e
siccome la velocità di conduzione si misura sulla superficie della cute,lì la temperatura è
notevolmente inferiore.
Come varia la velocità al variare della temperatura? Ad esempio a una temperatura di 40°,in una
fibra veloce,la velocità si avvicina a 120 m al secondo. Se la temperatura diminuisce per esempio a
30° (temperatura molto simile a quella che c’è nella cute),quando registriamo vedete che la velocità
si è dimezzata diventando 60 m al secondo. Addirittura i valori fisiologici son ancora più bassi
perché la temperatura è anche un po’ inferiore a 30°. Se poi vado a 20° addirittura è ancora più
piccola fino a che a 15° si ha il blocco da freddo. Quando andiamo a sciare in montagna e fa freddo
non abbiamo più la sensibilità per cui si può avere anche paralisi del movimento. Abbiamo blocco
da freddo anche quando facciamo l’anestesia locale spruzzando del cloruro di etile sulla
cute,questo evaporando raffredda e allora per qualche minuto possiamo anche fare qualche
piccolo intervento su quella parte di cute. Poi c’è un blocco da caldo che insorge rapidamente
sopra i 30° e a 50°…(?) non conduce più,d’altra parte non si arriva a 50° perché si muore prima.
Quindi questo è un dato teorico che non si raggiunge mai.
Come si fa a misurare la velocità di conduzione? Per misurare la velocità di conduzione riferiamoci
al nervo ideale,stimolato in un punto che è il punto di partenza di una corsa e poi sul traguardo
andiamo a misurare il tempo e la distanza,quindi spazio/tempo=velocità. Se io applico uno
stimolo per esempio qui e vado a registrare in corrispondenza del muscolo il potenziale locale,da
questa situazione dovrei da spazio e tempo ottenere un valore di velocità di conduzione. Ma
questo ci porta a degli errori notevoli. 1)perché la registrazione non avviene dal nervo ma dal
muscolocon dei potenziali molto più grandi e che nel nervo non si vedono equindi c’è in mezzo
una sinapsi dove perde tempo e quella non si deve contare nella velocità di conduzione. 2)gli
assoni che viaggiano verso il muscolo sono di quel diametro fino a in certo punto ma quando
arrivano vicino al muscolo cominciano a ridursi di diametro,a perdere la mielina e nella parte
finale la velocità di conduzione rallenta drasticamente per raggiungere le terminazioni. Poi c’è
anche altri piccoli errori,come il tempo di utilizzazione,quando stimolo il potenziale ci mette un
tempuscolo a nascere. Per evitare e cancellare tutti questi errori la tecnica è questa:si stimola in un
punto S1 e si registra qui il potenziale,si stimola in S2 e si registra il potenziale,si fa la differenza
della latenza dei 2. Questa differenza dà pulito pulito quello che succede tra questi 2 punti. Quindi
il ritardo sinaptico c’è nel 1° e nel 2° mase faccio il 1° meno il 2° mi cancello tutti questi difetti e mi
rimane solo il tempo che c’è tra il 1° e il 2°.
Abbiamo finito con la fisiologia del neurone e passiamo alla fisiologia dei recettori di senso,perché
i neuroni possono non sempre avere una parte specializzata che serve da recettore. Che non sono i
recettori di membrana,ma recettori di senso.
Che cosa sono i recettori di senso? Definizione:il recettore di senso è una struttura specializzata
sotto forma di cellula autonoma oppure di specializzazione di una parte del neurone.
Qual è il compito del recettore? E’ quello di trasformare uno stimolo fisico-chimico in un
potenziale bioelettrico. Stimolo fisico-chimico vuol dire temperatura,concentrazione di idrogenioni
del ph,concentrazione di ossigeno,rotazione della testa,onde elettromagnetiche,…Questo è lo
stimolo fisico-chimico il quale agendo sul recettore provoca uno stimolo bioelettrico che è una
variazione del potenziale di membrana,poi questo potenziale di membrana verrà condotto al
cervello e allora se l’onda che ha colpito il recettore è l’onda elettromagnetica come
nell’occhio,vedrò la luce.
Tornando al discorso dell’evoluzione del cervello,la luce non è fuori,è nel nostro cervello perché
fuori di noi esostono solo onde elettromagnetiche,e finchè non è nato il cervello il mondo era buio
e silenzioso,i temporali,i tuoni,non li sentiva nessuno,è il cervello che ha creato queste cose quindi
non possiamo dire che la luce arriva ai nostri occhi,al nostro occhio arrivano onde
elettromagnetiche che poi nel nostro cervello diventano luce.
Il recettore trasforma le onde elettromagnetiche in un potenziale il quale poi arrivato qui
all’interno della corteccia sensoriale in maniera misteriosissima è convertito in una sensazione
visiva. Ci sono delle cellule che quando ricevono un potenziale d’azione ci danno la luce,altre ci
danno il suono,altre ci danno un piacere,un dispiacere. Allora il recettore è una cellula o una parte
di neurone che ha questo compito,di trasformare lo stimolo in una risposta diretta. Esistono 3 tipi
di recettori:
1)il recettore di 1° ordine è rappresentato dal corpuscolo di Pacini il quale quando riceve le
vibrazioni meccaniche produce un segnale che verrà condotto nel neurone cosiddetto sensitivo
primario. E’ il 1° neurone di una catena che conduce gli impulsi al cervello. In questo caso è di 1°
ordine perchè il recettore è la parte specializzata del neurone sensitivo primario,la parte del
neurone sensitivo primario però in quella parte terminale non ha più la struttura del neurone ma
ha una struttura particolare.
2)il recettore di 2°ordine è quello …(?) al centro. Sono cellule autonome. Sono cellule non
nervose,non sono neuroni,per il semplice motivo che il neurone presenta eccitabilità. L’eccitabilità
è che quando io li stimolo loro invece di comportarsi passivamente si comportano attivamente
esprimendo una loro corrente che dà origine al potenziale d’azione. Queste cellule in nessun
animale dal più piccolo invertebrato fino all’uomo producono potenziale d’azione. Queste cellule
non hanno i canali sodio e potassio, quelli che agiscono separatamente con le modalità che
abbiamo visto,per cui si comportano passivamente e quindi anche fisiologicamente non sono
neuroni. Quindi sono cellule autonome che prendono contatto con la fibra dalla quale nascerà il
potenziale d’azione.
3)sono i recettori in cui tra la cellula recettrice non nervosa e il neurone sensitivo primario abbiamo
interposto un interneurone. Questa situazione accade solo nell’occhio.
Allora come funziona il recettore? Per dire come funziona un recettore dobbiamo studiarlo
sperimentalmente. Facciamo un esperimento. E qui ci ha dato un aiuto fondamentale il recettore
che si trova nei muscoli del gambero. Come l’assone gigante del calamaro è stato fondamentale per
capire le leggi del potenziale d’azione,che poi son valide per tutti i potenziali,così il recettore del
gambero aveva delle caratteristiche che ora vi faccio vedere che ci hanno permesso di studiare la
fisiologia dei recettori. Le leggi stabilite lì,anche qui sono universali. Le fibre muscolari che sono gli
equivalenti dei nostri fusi neuromuscolari…(?). Nel gambero il corpo cellulare del neurone
sensitivo primario è a ridosso del muscolo e i dendriti sono i recettori,essendo il corpo cellulare
vicino al muscolo e in periferia,è facile tagliare la zampina del gambero con un pezzetto del
muscolo,metterlo in vitro e fodelo con acqua,ossigeno,sali…Quindi abbiamo un preparato
eccezionale perché c’è un grosso neurone visto sotto il microscopio e si può mettere un
microelettrodo e registrare la risposta del neurone allo stimolo. E lo stimolo in questo caso è lo
stimolo di stiramento del muscolo. Io metto questo muscolo tra due pinzette con un
elettromagnete,provoco la distensione del muscolo e poi un rilasciamento. Noi possiamo quindi
stimolare,misurare lo stimolo e registrare la risposta con un microelettrodo extracellulare proprio
vicino ai recettori. Naturalmente il fenomeno elettrico sarà nella parte recettoriale dei dendriti ma
elettrotonicamente per pochi micron si propaga al corpo cellulare. Questo esperimento è stato fatto
mezzo secolo fa quando ancora di queste cose non si sapeva niente.
Il nostro fuso muscolare viene stimolato per vibrazione di poche decine di micron→stiro il
muscolo di 0,2 μm,nel neurone vedo che c’è una piaccola depolarizzazione che dura per tutta la
durata dello stimolo,anche se c’è un po’ di caduta. Questa depolarizzazione si chiama potenziale di
recettore perché è prodotta nel recettore,nella parte recettoriale. Allo stimolo,adesso non più di 0,2
ma di 0,4,la risposta è analoga a quella precedente che si chiama potenziale di recettore che però si
vede solo nella prima parte perché poi la membrana ha raggiunto la soglia ed è nato il potenziale
d’azione. Però io posso bloccare il potenziale d’azione con una sostanza chimica apposita e allora
vedo soltanto…(?) senza il potenziale d’azione. Quindi una volta che la risposta che ha il
potenziale di recettore sulla quale si sovrappongono i potenziali d’azione a una certa
frequenza…(?). Vale ancora per uno stimolo più grande, 0,6 ,e vedo lo stesso fenomeno,del
potenziale di recettore,vi è una frequenza maggiore di quella di prima.
Allora noi abbiamo due fenomeni:il recettore che è stato stimolato dallo stimolo meccanico di
stiramento ha prodotto due fenomeni:un potenziale di recettore ed il potenziale d’azione. Il
potenziale di recettore in questo caso siccome ha generato il potenziale d’azione si chiama anche
potenziale generatore. Quindi ha due nomi:potenziale di recettore e potenziale generatore.
Che relazione c’è tra l’intensità dello stimolo e l’intensità della risposta? Ma ho due risposte:una è
il potenziale di recettore,l’altra è il potenziale d’azione. Quando io vado a misurare la risposta,nel
potenziale di recettore misuro un’ampiezza che è graduale,a seconda dell’intensità dello stimolo
l’ampiezza varia in maniera continua. Mentre invece quando vado a studiare quantitativamente la
2°risposta cosa misuro? Non più le ampiezze ma misuro le frequenze. Il mio cervello apprezza lo
stimolo grande o piccolo a seconda della frequenza del potenziale d’azione che gli arriva. Quindi
funziona in modulazione di frequenza,quindi devo mettere in rapporto lo stimolo con l’ampiezza
nel caso del potenziale di recettore e con la frequanza nel caso del potenziale d’azione.
Che rapporto c’è tra stimolo e risposta? C’è un rapporto lineare y=kx. La frequenza è
proporzionale allo stimolo. Se siamo sottosoglia la frequanza è zero. Il punto in cui inizia la
frequenza lo chiamiamo S0,la frequanza di scarica è proporzionale a …(?) k moltiplicato non più
per S ma S meno S0. Questa è la formula che vale per il muscolo del gambero,per il recettore dello
stiramento del gambero. Questa stessa linearità,questo stesso rapporto c’è con le fibre da
stiramento dei fusi neuromuscolari che abbiamo nel nostro organismo. Dobbiamo vedere quanto
questo modello è valido per gli altri recettori. Intanto il gambero non ha solo questo recettore da
stiramento,ma ne ha uno che si comporta in maniera diversa:che allo stiramento ha una risposta
immediata e poi la risposta cessa anche se voi mantenete lo stimolo. Questo fenomeno si chiama
adattamento e anche nel muscolo umano abbiamo lo stesso fenomeno,allora in questo caso si
misura la risposta immediata,quella che c’è nei primi millisecondi ed è quella che ci interessa
perché poi la risposta viene cancellata e al nostro cervello non gliene importa più di quello che
succede dopo. Già nell’ambito dello stesso recettore ci sono due tipi di fibre ma vale la stessa
regolache se io riporto la frequenza che c’è nella prima parte della risposta,vale la stessa regola.
Volendo generalizzare,facciamo di nuovo un esperimento sull’occhio,sul vestibolare,sui corpuscoli
di Pacini,insomma,prendiamo tutti i recettori che conosciamo nell’organismo e vediamo che la
retta è comune a un gruppo di recettori che sono in minoranza ma nella maggior parte dei
recettorila linearità non c’è cioè ci sono delle curve esponenziali a sinistra e a destra (alcune con la
concavità a sinistra e altre a destra) →allora la formula è F=Kmoltiplicato S-S0,questo è per il
tessuto muscolare ma se voi ci mettete un coefficiente “n” questa legge vale per tutti i recettori ed è
l’equivalente di una legge della psicofisica in cui c’è una correlazione tra la frequenza di scarica e
quello che noi percepiamo e questa legge mette in relazione la frequenza,l’intensità della
concezione (?) del nostro cervello con la frequenza di scarica.
Che rapporto c’è tra l’intensità dello stimolo e quello che io percepisco? Vedremo più avanti
studiando gli organi di senso che è possibile misurare la percezione. Quando Cartesio aveva detto
che la mente e il corpo sono due identità separate,io studio il corpo ma la mente la lascio alla
religione,si era scaricato di questa grossa responsabilità di parlare in un periodo in cui si andava
facilmente al rogo…Fino all’ ‘800 il concetto era:noi possiamo studiare solo quello che
misuriamo,non possiamo misurare il nostro cervello. Poi la psicofisica ha dimostratoche questo
non è vero perché io posso misurare con test psicofisici,studiare anche quantitativamente se sento
di più,se sento di meno,qual è la soglia per esempio S0,io posso mettermi in una stanza buia e poi
darmi degli impulsi di luce e aumento l’intensità e quando vedo che vedo è S0. Questa legge di
Stevens che si applica è uguale e identica a questa che ci dà la scarica nei neuroni.
Conclusione:questo “n” ci dice che questa è una formula,una funzione esponenziale dove quando
n=1 è una retta,se invece n<1 siamo nel caso di destra,se n>1 siamo nel caso di sinistra.
Prendiamo il caso di destra:qui abbiamo una curva su cui posso segnalare dall’intensità
minima(che è questa soglia) fino all’intensità che arriva lì. Quindi ho un ampio ambito di stimoli.
Posso vedere quindi di notte in un bosco scarsamente illuminato con una luna che non è piena e
posso vedere anche su una spiaggia assolata,posso ancora vedere delle differenze. Quindi ho
un’ampia gamma,ma perdo naturalmente…(?). Invece nel caso di sinistra ,con una curva così,vuol
dire che quando insorge lo stimolo,di colpo si satura subito,quindi ho un ambito molto ristretto di
percezione di intensità,e questo caso estremo è quello del dolore. Mentre per la vista è importante
poter avere un’ampio spettro,per il dolore invece,quando insorge,non ha senso che io
discrimini,nell’occhio noi possiamo vedere 8-10-15 milioni di tonalità diverse,quindi piccole
differenze,abbiamo una capacità enorme di discriminazione,per il dolore non ci interessa avere un
milione di possibilità,vuol dire che arriva e che è sopportabile,poi può diventare insopportabile. Vi
ho fatto l’esempio della vista e del dolore per farvi capire perché l’Ingegnere ha dato a ciascun
recettore delle caratteristiche adatte allo scopo per cui deve funzionare.
Ora dobbiamo parlare dello stimolo adeguato e dell’adattamento del recettore. Ogni recettore ha
uno stimolo adeguato che è abbastanza banale,qual è lo stimolo adeguato per l’occhio? Sono le
onde elettromagnetiche. Però non sempre è così chiara la differenza. Allora perché il recettore
retinico può essere stimolato anche con un pugno in un occhio? Perché non viene chiamato stimolo
adeguato il pugno e invece la luce sì? Questa è una questione di buon senso. La scienza non è fatta
col buon senso,richiede delle leggi. Allora,siccome non è sempre così evidente,il rigore vuole che si
definisca come stimolo adeguato quello stimolo che provoca un potenziale nel recettore,con una
quantità di energia che è minima rispetto a tutti gli altri stimoli. E ce n’è uno che ha questi
requisiti. Per esempio nel caso dell’occhio un solo fotone è in grado già di innescare un potenziale
elettrico mentre nel caso del pugno la quantità di energia è di milioni o miliardi di volte superiore
a quella di un fotone.
Adattamento del recettore. I recettori si dividono in 3 categorie:recettori che non si adattano allo
stimolo,che segnalano per tutta la durata dello stimolo,per esempio noi abbiamo dei recettori per il
ph che hanno bisogno di informarsi continuamente dello stato del ph. Equindi per tutto il tempo
segnalano. I recettori vestibolari che ci segnalano dov’è la gravità,e sono sulla testa,funzionano in
continuazione,non si adattano. Mentre invece ci sono dei recettori che si adattano
rapidissimamente perché sono recettori per gli eventi immediati,poi scompaiono subito,il più
rapido di tutti è il corpuscolo di Pacini che subito si scarica. Poi quando voi sentite il permanere
dello stimolo non è più Pacini ma sono altri recettori. Il corpuscolo di Pacni segnala l’inizio del
potenziale d’azione,poi si spegne. Quindi questi recettori di sicono a rapidissimo adattamento. E
poi ci sono dei recettori che invece hanno delle funzioni intermedie.
A cos’è dovuto questo adattamento? E’ dovuto al fatto che in parte il recettore è già fatto in modo
da attenuare lo stimolo. Per esempio il corpuscolo di Pacini che avete visto prima è elastico,è
molle. Quando lo stimolo lo deforma,per esempio se voi prendete una bacchettina e la appoggiate
sul corpuscolo di Pacini,lui si deforma e poi lui si rimodella sul recettore e non sente più lo
stimolo. Poi c’è un problema di accomodazione della membrana,i potenziali nascono al 1°nodo di
Ranvier,e quidi ci puù essere il fenomeno della depolarizzazione che abbiamo già studiato. Cosa
succede quando invece in un recettore di 1°ordine di cui abbiamo parlato fin’ora,siamo nel caso di
un recettore di 2°ordine? In questo caso lo stimolo provoca un potenziale di recettore nella cellula
recettrice. La quale poiliberando una sostanza chimica influenza la fibra nervosa. Allora in questo
caso abbiamo il potenziale di recettore nel recettore e la depolarizzazione della fibra nervose si
chiama potenziale generatore,mentre prima erano tutti e due nella stessa cellula adesso sono
ovviamente separati perché il potenziale d’azione nasce sempre e solo nella fibra,al 1°nodo di
Ranvier,dove ci sono i canali del potenziale d’azione.
Lezione del 14/10/2003
Il potenziale d’azione generato da una cellula nervosa serve per “informare” la cellula vicina che a
sua volta può essere una ghiandola,un altro neurone o una fibra muscolare. Il passaggio della
informazione da una cellula all’ altra avviene attraverso una struttura specializzata:la struttura
sinaptica.
Il problema riguardo la FISIOLOGIA delle sinapsi fu causa di dispute nell’800 e per parte del 900.
Le due teorie messe a confronto erano quella della CONTINUITA’ e della CONTIGUITA’
supportate rispettivamente da Golgi e Kaal. Golgi,fautore della teoria della
CONTINUITA’,sosteneva l’assenza di interruzioni tra la cellula nervosa e quella bersaglio
paragonando in questo modo la cellula ad un cavo elettrico attraverso cui fluiva la corrente
.Questa tesi fu supportata dalla scoperta della “reazione nera” che dimostrava come il sistema
nervoso potesse essere paragonato a una rete chiusa. Kaal,dall’altro lato sosteneva la teoria della
CONTIGUITA’in base alla quale le due cellule comunicano tra loro per mezzo di sostanze
chimiche. La disputa tra la teoria ELETTRICA (sostenuta da Golgi) e CHIMICA(sostenuta da Kaal)
giunse a una svolta all’inizio del 900 con la scoperta degli ormoni ,considerati
A metà degli anni ’70 fu confermata per la prima volta l’ esistenza dei MESSSAGGERI CHIMICI
ad opera di Otto Levi. L ‘esperimento fu eseguito prendendo in considerazione due cuori di
rana,ciascuno innervato dal nervo vago e immerso in una soluzione salina all’interno di un
contenitore( uno dei quali dotato di un forellino).La stimolazione del nervo vago( appartenete al
cuore posizionato nel contenitore forato) da parte di un potenziale d’azione provoca
BRACHICARDIA. La sostanza chimica responsabile della trasmissione del segnale dalla cellula
nervosa al muscolo cardiaco altro non è che l’ACETILCOLINA. Il neurotrasmettitore una volta
liberato dalle terminazioni sinaptiche perfonde attraverso la soluzione salina e tramite il foro
giunge nel secondo contenitore dove provocherà nuovamente [Link] stessa
dimostrazione fu eseguita prendendo in considerazione il sistema simpatico;qui il trasmettitore
coinvolto era però l’ADRENALINA .In questo modo venne dimostrata l’ esistenza delle SINAPSI
CHIMICHE all’interno del sistema nervoso.
CONCETTI FONDAMENTALI:
differenze tra il sistema nervoso centrale e muscolare:1)una fibra muscolare riceve 1 sola
terminazione nervosa mentre nel SNC un neurone riceve diverse fibre [Link] altre parole è
come se nel muscolo la cellula nervosa obbedisse a tanti padroni.
SINAPSI ELETTRICHE :l’impulso va da una cellula all’altra senza l’utilizzo di mediatori chimici
ma attraverso il collegamento tra la membrana pre e post sinaptica per mezzo di CONNESSORI.
SINAPSI NON DIREZIONALI:in questa tipologia di cellula non esistono membrane pre o post
[Link] un assone origina un enorme arborizzazione che contiene VARICOSITA in grado di
liberare sostanze chimiche quali :la noradrenalina, la dopamina,l’adrenalina…..Questi tipi di
sinapsi possono essere considerate come dei MODULATORI delle sinapsi vicine
Fisiologia Mercoledì 15 ottobre
Montarolo
Sistemi sensoriali
Il sistema nervoso centrale è un organo molto complesso che fondamentalmente come tutti gli altri
organi è il prodotto dell'evoluzione, come tale si è strutturato in milioni di anni e dotandosi sempre
di più di funzioni in grado di risolvere problemi permettendo l'adattamento dell'organismo
all'ambiente e questo è un pensiero fondamentale che non deve mai sfuggire.
Una delle proprietà, che è abbastanza intuitivo comprendere, che il sistema nervoso centrale ha
acquisito nel corso dell'evoluzione è stata la possibilità di rispondere ed elaborare informazioni che
ci provengono dall'esterno, questo in modo da acquisire sempre più efficaci poteri e si è dotato di
sistemi sensoriali.
Gli stimoli possibili che arrivano sarebbero infiniti, nel corso dell'evoluzione se ne sono scelti solo
alcuni, o meglio si sono sviluppati solo i sistemi per rispondere solo a una piccola parte degli infiniti
stimoli possibili, non era evolutivamente significativo un sistema in grado di rispondere ai raggi X e
così non c'è, mentre era significativo, ed offriva un grosso vantaggio, rispondere a degli stimoli
nocivi all'organismo stesso.
Tenendo presente che ci sono un certo numero molto limitato di sistemi sensoriali, noi affrontiamo
essenzialmente come sono fatti e grossolanamente come funzionano, in sostanza studiamo la
fisiologia sensoriale o meglio quello che viene detta estesiologia.
Questo problema, cioè lo studio delle funzioni sensoriali non è un problema nuovo ma un problema
che risale nella storia a parecchi millenni fa cerche investe una grossa domanda che l'uomo si pone:
” Da dove ci deriva la conoscenza?” “Come facciamo moi a conoscere?” Chi ha fatto filosofia ha
senti parlare, fin dall'inizio, del problema della conoscenza Inizialmente gli analizzatori di questo
problema della conoscenza, problema filosofico non risolto, erano dotati solamente del loro cervello
per poter speculare, man mano che si è andato avanti al cervello si è aggiunta tutta la tecnologia che
ha permesso di modificare e approfondire le possibili speculazioni. Per studiare la fisiologia
sensoriale, in ultima analisi, bisogna entrare in questo grosso filone del pensiero che studia l'origine
della conoscenza. Ci sono filosofi dell'antichità che hanno focalizzato l'importanza del senso
nell'elemento sensoriale e per citare alcune frasi dal: ”De rerum Natura“ di Lucrezio: ”A sensibus
esse creata notionam vera”, ”la conoscenza è creata dai sensi”, un altro filosofo San Tommaso
D'Aquino: ”Principium nostre conoscenza rei et intellectus”, “Il principio della nostra conoscenza è
la materia e l'intelletto:.
Ci sono fondamentalmente due modi per studiare la fisiologia sensoriale:
Via oggettiva: che studia le vie anatomiche che vanno a costruire i sistemi sensoriali, studiare dei
recettori, studiare le stazioni, le aree visive, acustiche, somato sensoriali primarie e vedere come
sono fatti.
Via soggettiva dove ci interessa come un soggetto intero, presupponendo o meno che sia dotato
di un sistema sensoriale, risponde ad uno stimolo preoccupandoci di sapere come il soggetto
l'organismo l'uomo, quanto lo percepisce dove lo percepisce, in sostanza la fisiologia oggettiva e
anche detta psico-fisica, queste due strane discipline accomunate apparentemente così diverse in
sostanza si preoccupano di sapere la reazione sensitiva lo stimolo e la risposta del soggetto.
Questa branca della fisiologia e di competenza soprattutto della psicologia dove il soggetto è
come un sistema e bisogna analizzarlo senza smantellare il sistema, considerando il sistema
come una scatola buia dove studiamo le cosiddette funzioni di trasferimento con uno stimolo e
un soggetto che dice quando lo sente come lo sente come lo descrivi e questa branca del
conoscere ci ha permesso di acquisire delle conoscenze che poi ci hanno aiutato a capire come
funziona il soggetto.
Parleremo delle caratteristiche comuni dei vari sistemi sensoriali perché c' è un piano di costruzione
comune, gli occhi l'udito il tatto c' è un modo di lavorare simile.
Lo studio della fisiologia soggettiva ci ha permesso di definire alcune modalità di risposta del
soggetto:
1- L'esperienza sensoriale: la risposta di un soggetto ad uno stimolo che non presuppone coscienza
da parte del soggetto. Per esempio un individuo addormentato con uno stato di coscienza
marcatamente alterato rispetto alla veglia lo tocchiamo e vediamo che risponde ma non ha coscienza
dello stimolo, ma può per esempio spostarsi e un rumore può senza svegliarlo modificare la sua
postura, questo è un classico esempio di esperienza sensoriale. Un individuo in coma leggero si
comporta nello stesso modo e legate a un'esperienza sensoriale vi sono elaborazioni molto semplici.
2- La sensazione è una esperienza sensoriale cosciente, presuppone la coscienza del soggetto senza
molti stadi di elaborazione.
3- La percezione è sempre una risposta ad uno stimolo che richiede coscienza da parte del soggetto
con un avanzato stato di elaborazione.
In questa immagine che è bidimensionale si vedono delle scodelle e delle palle che formano una X,
avete ricevuto uno stimolo e con un'avanzata elaborazione percepite scodelle e palle. In quest'altra
immagine le palle sono diventate scodelle e la X e formata con le scodelle, varia l'interpretazione.
L'interpretazione tiene conto del fatto che in natura esiste una sorgente luminosa che viene dall'alto,
il sole, mentre la lampadina inventata da Edison non ha ancora avuto il tempo di agire sul codice
genetico determinando un cambiamento nella macchina elaborativa e basandosi su questo ha
costruito un sistema interpretativo che tiene conto degli effetti della luce, le superfici appaiono
piane concave e convesse a seconda dell'ombreggiatura, un importante fatto di interpretazione
sensoriale.
Un altro esempio di interpretazione di percezione con un trucco è quello di non poter vedere due
cose contemporaneamente perché la nostra attenzione si pone soltanto su uno dei possibili soggetti
di attenzione: un possibile soggetto di interpretazione è il vaso al centro e tutto il resto è sfondo
oppure il soggetto sono i due profili e tutto il resto è sfondo.
Date queste definizioni possiamo dire che i sistemi sensoriali non sono tantissimi e l'interpretazione
di ciascuno con lo stimolo opportuno produce la sensazione che viene chiamata stimolo sensoriale.
L'interpretazione dello stimolo della luce sul nervo visivo ci da una sensazione visiva, una modalità
di sensazione visiva. Il sistema sensoriale è stato costruito in modo da rispondere in maniera
preferenziale ad un'unica categoria di stimoli: si chiama stimolo adeguato per un sistema sensoriale,
lo stimolo con la minor quantità di energia in grado di attivare un potenziale di azione.
Lo stimolo adeguato per il sistema visivo è la radiazione elettromagnetica, o meglio una banda
molto ristretta della radiazione elettromagnetica, la luce che attiva un sistema sensoriale con una
quantità di energia molto bassa, il limite minimo ad esempio è il lux quindi lo stimolo adeguato è
quello che con la minore quantità di energia è in grado di stimolare il sistema sensoriale. E'
possibile stimolare il sistema visivo anche con uno stimolo al di fuori della radiazione
elettromagnetica per esempio dandosi un pugno in un occhio. Dandoci un pugno su un occhio
abbiamo una sensazione visiva, anche premendo sull,occhio ma la quantità di energia è molto
elevata di gran lunga più elevata rispetto al fotone e lo steso vale per il tatto e il sistema acustico.
Quindi le modalità sensoriali ottenute sono quelle il cui risultato è l'attivazione del sistema. Ci sono
poche modalità sensoriali: visione udito equilibrio gusto olfatto tatto somatico rispetto a un infinito
numero di stimoli possibili.
Ogni sistema sensoriale inizia da un recettore, una struttura recettoriale in grado di trasdurre
l'energia di stimolo, un trasduttore biologico che trasforma lo stimolo in un energia.
Tutti i sistemi cominciano con dei recettori dopo di che le vie di comunicazione che possono essere
interrotte da diverse stazioni o nuclei di ritrasmissione. A ogni stazione lo stimolo viene elaborato
un po' di più e finalmente queste vie sensoriali arrivano a livello delle aree sensitive prima a livello
della corteccia e a livello delle aree sensitive primarie avvine un elevato grado di elaborazione che
non necessariamente si ferma lì, dalle aree sensoriali le informazioni possono addirittura unirsi in
aree di associazioni comuni ad esempio la confluenza di informazioni tattili visive e acustiche e
man mano che si va avanti l'elaborazione diventa sempre pic sofisticata così che se io tocco una
superficie riconosco che è legno perché sento la struttura del legno.
E una cosa comune del ambito dei vari sistemi sensoriali trasdurre vie di connessione e arre centrali
di elaborazione. Un'altra cosa comune ai sistemi sensoriali è la capacità di codificare l'intensità di
uno stimolo e di conoscere se uno stimolo è dotato di diversi livelli di energia, un conto è se siamo
toccati da una piuma o da una martellata, il sistema sensoriale riconosce l'intensità di uno stimolo, la
durata dello stimolo, da dove è venuto il segnale dello stimolo.
Nell'ambito delle diverse modalità sono riconoscibili diverse sub-modalità o qualità: una qualità del
gusto dolce amaro salato, nella visione bianco rosso o nero.
A rigor di logica ci sono dei sistemi recettoriali che monitorizzano continuamente lo stato interno
del corpo che non raggiungono mai coscienza, i recettori che monitorizzano la pressione del sangue,
non ci accorciamo se siamo ipertesi,non conosciamo lo stato della glicemia del liquido extra-
cellulare ma abbiamo dei recettori, il PH dello stomaco e del duodeno e questi recettori
importantissimi non sono inclusi nello studio della estesiologia.
C'è stato un ricercato Müller che ha detto che nell'ambito di un sistema sensoriale in qualunque
modo noi stimoliamo il sistema sensoriale, abbiamo sempre la stessa sensazione nel sistema
sensoriale visivo la stimolazione più usuale è la luce ma non necessariamente si può stimolare in un
altro modo: stimolare un neurone, con la stimolazione diretta e qualsiasi parte del sistema visivo noi
andiamo a stimolare abbiamo sempre una sensazione visiva mai una sensazione acustica questa è la
legge dell'energia specifica in pratica la sensazione dipende da quale dei sistemi sensoriali è
stimolato.
La relazione tra stimolo e risposta del soggetto ci danno due concetti molto importanti. Quello di
soglia: un livello al di sotto del quale non avviene il fenomeno e studiando la relazione tra stimolo e
risposta del soggetto noi possiamo determinare che se lo stimolo non può essere sentito da un
soggetto lo stimolo è sotto sogliare. Come si fa a determinare la soglia sensoriale? Ci sono molti tipi
di soglia, una soglia assoluta al di sotto del quale il soggetto i\dice di non sentire nulla, valutare la
soglia è semplice, si prende un soggetto so usano degli stimoli specifici per quel sistema sensoriale
e si chiede se sente lo stimolo, solo se lo sente, somministrando stimoli di diversa intensità in
maniera puramente casuale, senza partire dal più basso al più alto, ma mescolando si ottiene la
funzione di psico-metrica. In un grafico sull'asse delle ascisse c'è l'intensità di uno stimolo, sull'asse
delle ordinate la probabilità che il soggetto senta lo stimolo, esiste un'intensità di stimolo al di sotto
del quale il soggetto non risponde mai quindi una probabilità di risposta uguale a zero, esiste
un'intensità dove il soggetto ha il 100%di sentire la stimolazione, La soglia psico-metrica si
stabilisce quando nel 50% dei casi è sentita dal soggetto lo stimolo; dando più volte la stessa
intensità dello stimolo quando questo è sentito nel 50% delle volte e quando non è sentito nel 50%
delle volte. Questo è ben diverso dalla soglia del potenziale di azione che si riferisce solo alla
membrana dove in un neurone è sempre -60mV. Qui abbiamo un soggetto che a degli stimoli un po'
li sente e un po' non li sente. In più troviamo che la curva psico-metrica si sposta variando
ampiamente la sensibili ta di un soggetto secondo lo stato di coscienza e lo stato di vigilanza di un
soggetto che ha paura è ben diverso dallo stato di un soggetto rilassato sulla poltrona, uno stimolo
che nello stato di paura viene percepito molto nel 100% dei casi invece tranquillamente seduto non
viene percepito e viceversa, cala la responsibilità a uno stimolo. Le soglie del dolore non sono
uguali per tutti da una parte i pellerossa Apaci mentre dall'altra parte c'è la casalinga mediterranea.
C'è gente che per appendicite perforata sindrome molto dolorosa non se ne accorge quasi ogni
individuo ha un diverso valore di soglia atleti che per rotture ai piedi continuano a correre secondo
lo stato emotivo, questo è lo studio tra stimolo e risposta del soggetto per valutare la soglia.
La relazione tra stimolo e risposta del soggetto è quella che ci permette di valutare la relazione che
esiste tra l'intensità non senti dello stimolo e risposta del soggetto cioè il fatto che il soggetto e in
grado di valutare le diverse intensità di uno stimolo, quando valutavamo la soglia chiediamo al
soggetto semplicemente senti o non senti, quando facciamo questa seconda analisi dobbiamo
chiedere al soggetto che ci faccia una scala lo senti molto o poco, dai un numero da 1 a 10, quindi
una relazione tra intensità dello stimolo e risposta del soggetto, e qui vi cito questo particolare
fenomeno perché la relazione che si instaura tra intensità dello stimolo e risposta del soggetto è
una legge che si è visto essere, oltre che universale per i sistemi sensoriali, addirittura valida anche
per il singolo recettore vale a dire la legge di Stevens:
n
Y K 0
Questa legge è stata scoperta da un psico-fisico e dice la sensazione è uguale a una costante che
moltiplica l'intensità dello stimolo meno lo stimo lo soglia, tutto elevato a un esponente.
Studiando il recettore si è trovata la stessa relazione con i stimoli cambiati, ovviamente aumentando
il potenziale dello stimolo aumenta il potenziale di azione.
Una grande influenza è giocata dal esponente perché in base ai sistemi sensoriali si differenzia a
seconda dell'esponente che nel caso specifico indica una soglia.
Ci sono dei sistemi sensoriali lavorano con esponente minore di 1, altri lavorano a esponente
maggiore di 1, un classico che lavora a esponente maggiore di 1 e il sistema tattile, vuol dire che il
sistema tattile lavora con un potenziale di azione esponenziale che subito si satura e se aumentiamo
l'intensità dello stimolo non sentiamo di più perché il sistema è saturo ed ha la caratteristica di
leggere l'intensità di uno stimolo molto piccolo oltre non lo percepisce più perché è saturo per
nell'ambito di questa intensità di gamma intensità abbastanza piccola è in grado di discriminare
molto bene piccolissime differenze di intensità, il sistema tattile lavora così, se voi schiacciate
contro un dito sentite forza e più schiacciate sentite sempre la stessa forza e funzione bene nel
sistema tattile che vi dice la quantità della superficie che è stata stimolata e basta toccare appena
appena, nel sistema uditivo è lo stesso oltre una certo valore c'è un esasperazione, saturate questa
soglia. La gamma di intensità di stimoli è ristretta però questa gamma viene percepita molto bene
cioè le differenze di piccole intensità vengono percepite diciamo che la soglia di discriminabilità è
molto elevata e del resto che senso ha andare oltre determinate intensità di stimolo che non ci
portano a niente se non dolorabilità.
Mentre invece sistemi sensoriali che hanno nell'equazione degli esponenti minori di 1 tendono a
leggere un ampia gamma emissiva di stimolazioni, dallo stimolo soglia fino a stimoli migliaia di
volte più della soglia e vengono percepiti e valutati a scapito della distriminabilità e un esempio
classico è il sistema visivo, il sistema visivo è fatto per lavorare per leggere per interpretare per
dare al soggetto sensazioni visive nell'ambito di un enorme ampiezza di intensità visive. Un
ambiente con pochissima luce dove si vede poco tipo una notte senza luna e stelle diamo
un'intensità di un lux mentre a quell'intensità al confine con l'abbagliamento tipo un ambiente molto
luminoso come un ghiacciaio d'estate daremo un valore di 1011 .
Lo stimolo adeguato al sistema visivo è una banda molto ristretta della radiazione elettromagnetica
compresa tra i 400nm e 700nm, noi i 400nm li leggiamo come violetto i 700nm come rosso.
L'occhio umano sia con i suoi apparati fibbro-oculari e stato costruito in modo da garantire
l'immagine dell'oggetto, che si trova fuori dell'occhio, a fuoco fermo su un punto retineo che si
chiama fovea perché se un immagine scivola sulla retina non si vede nulla non si ha visione distinta,
la possibilità di vedere una immagine fissa è una possibilità che è venuta tardi nell'evoluzione
perché è legata alla frontalità degli occhi, caratteristica presenti in pochi animali, altri animali
vedono solo se un oggetto si muove caso che succede alla rana, contribuiscono al mantenimento
dell'immagine fissa sulla retina i muscoli oculari e tendini oculari, c'è l'apparato diottrico dell'occhio
un sistema diottrico centrato cioè con tutti i centri di curvatura giacciono sullo stesso piano. Il
sistema diottrico dell'occhio è fatto da una serie di diottri semplici: il primo è la superficie esterna
della cornea quella a contatto con l'aria dove c'è la maggior differenza dei vari indici di riflessione
tra i due mezzi, aria 1,083, poi il secondo sistema diottrico è la superficie posteriore della cornea e
l'umor acqueo anteriore del cristallino il terzo tra l'umor acqueo e la superficie anteriore del
cristallino e il quarto superficie posteriore del cristallino e umor vitreo, ognuno di queste superficie
curve che delimitano due mezzi diversi ognuno con il suo potere diottrico, i centri di curvatura sono
tutti messi sulla stessi linea o asse ottico, l'asse ottico è leggermente dislocato rispetto all'asse
anatomico che divide in metà il bulbo oculare. Il potere diottrico di questo sistema rifrattivo,
nell'occhio emmetrope, cioè senza vizzi rifrattivi, l'occhio emmetrope di un soggetto giovane che
guarda all'infinito cioè distante oltre i 6 metri, prendiamo questo punto di riferimento perché i
raggi luminosi che provengono da un oggetto posto oltre i 6 metri si considerano paralleli tra loro,
in queste condizioni il fuoco principale posteriore è esattamente sulla retina, questo perché il
sistema diottrico dell' occhio in queste condizione cioè guardando all'infinito è di 58 diottrie, la
diottria è l'inverso della distanza focale espressa in metri, il che vuol dire che l'occhio dalla
superficie anteriore dell'occhio è lungo solo 17mm. I raggi arrivano paralleli incontrando una
superficie curva vanno a fuoco esattamente sulla retina. I raggi luminosi...
Due muscoli sono nell'iride un muscolo circolare e un muscolo radiale: nei muscolo circolare se lo
contraggo il buco si restringe, nei muscoli radiali se li contraggo il buco si allarga; i muscoli
circolari responsabili della chiusura miosi, i muscoli radiali responsabili dell'apertura che si chiama
midriasi.
In più il complesso pupillare è consensuale, vuol dire che se coprite un occhio e illuminate l'altro
occhio, l'occhio illuminato ovviamente risponderà con uno miosi contemporaneamente risponde
anche l'altro occhio con la stessa miosi, il che vuol dire che il riflesso oltre che diretto è anche
incrociato cioè l'informazione di un occhio non viene portata solo all'occhio stesso ma anche
all'altro occhio riflesso diretto e consensuale.
La pupilla serve a graduare l'intensità di luce che arriva quindi la retina è più o meno illuminata, non
è che limitiamo la l'area della retina illuminata, la retina illuminata è sempre tutta semplicemente
con minor quantità di luce, con maggior quantità di luce c'è una midriasi, va sottolineato che la
midriasi, le pupille belle aperte, vuole essere una risorsa del maggior concentramento particolari
paure provocano midriasi quali la risposta dell'organismo a essere più vigile per combattere e
rispondere a un nemico ovviamente droghe e farmaci possono modificare lo stato di allarmismo. Se
voi andate per la strada e vedete un soggetto e lo trovate con un trauma cranico e gli fate la prova
della miosi e della midriasi e non risponde è un segno molto molto negativo, vuol dire che
l'emoraggia provocata agisce sulle parti del cervello,
Il cristallino visto dentro l'occhio togliendo cornea e iride con un taglio trasverso e guardando dal
alto si vede una struttura trasparente praticamente sospesa in questa grossa apertura e sospesa da
processi ciliari che sono inseriti sulla circonferenza equatoriale del cristallino e lo tengono sospeso,
tendini che si attaccano a un muscolo circolare il muscolo ciliare, se noi chirurgicamente
sezionassimo questi mini tendini possiamo enucleare il cristallino che non cade di sotto perché c'è
l'umor vitreo. Visto con una sezione trasversa, guardandolo di lato, il cristallino ci appare come una
lente, una lente biconvessa con l'equatore del cristallino dove i tendini lo ancorano al muscolo
ciliare.
Quando un soggetto guarda all'infinito, il potere diottrico dell'intero sistema è di 58 diottrie, se
questo potere diottrico non aumentasse noi non potremmo vedere gli oggetti che si trovano entro i 6
metri, perché se un oggetto entra nei 6 metri si assumono i raggi che arrivano alla superficie
corneale in maniera divergenti quindi se rimanessero costanti le nostre 58 diottrie l'immagine a
fuoco si formerebbe dietro la retina sfocata. Madre natura ci ha donato la possibilità di cambiare
automaticamente il potere diottrico dell'occhio attivando il processo di accomodamento per la
visione da vicino che consiste nel cambiare la curvatura e quindi il raggio di curvatura di uno degli
elementi diottrici la superficie anteriore del cristallino ed è una risposta consensuale e riflessa. Il
cambiamento della forma di curvatura così che il raggio di curvatura del cristallino sempre più
piccolo fa cambiare il fuoco sulla retina. Tutto nasce dalle caratteristiche elastiche che ha il
cristallino. Il cristallino ha fibre e quindi il suo volume di riposo se non è perturbato è
fondamentalmente abbastanza sferico, quando ha forma sferica il potere diottrico dell'occhio
aumenta di 14 diottrie 58+14=72 diottrie che e il potere massimo di rifrazione che può raggiungere
l'occhio umano.
Normalmente quando noi guardiamo lontano il cristallino non ha questa forma sferoidale, ha una
forma più appiattita perché nel sistema del cristallino il muscolo cigliato quando guardiamo lontano
i tendini nella regione equatoriale sottesi ed ancorati nella regione equatoriale del cristallino lo
appiattiscono e così quando è stirato guardando l'infinito il cristallino è più piatto perché il muscolo
tira e il fatto che il muscolo è rilasciato ed essendo circolare il buco formato dal muscolo è grande
largo con un grosso diametro, il cristallino essendo messo nel centro e ancorato dai tendini, i tendini
lo appiattiscono lo stirano infatti quando guardiamo lontano non c'è lavoro muscolare il muscolo è
rilasciato.
Adesso l'oggetto entra nei 6 metri, parte una risposta riflessa che attiva il muscolo cigliato lo contrae
restringendo il buco nel quale è sospeso il cristallino quindi i tendini vengono de tesi e in cristallino
può assumere la sua forma di riposo cioè più sferico aumentando di 14 diottrie il potere di
rifrazione. Quando viene meno questa risposta elastica ecco che il cristallino rimane sempre piatto e
comunque non assume quella forma quasi sferica con la conseguenza che l'oggetto per essere visto
a fuoco non potrà essere avvicinato più di tanto questa perdita di elasticità del cristallino va sotto il
nome di presbiopia, che si ha nella persona anziana perché si ha progressiva perdita di elasticità, e
determina un allontanamento di quello che si legge cioè il punto prossimo che è la distanza più
vicina all'occhio alla quale un oggetto può essere messo a fuoco, nel giovane occhio emmetrope,
l'occhio normale, la distanza è grosso modo di 10 centimetri man mano che si diventa anziani
perdendo la capacità di accomodazione il punto prossimo deve essere spostato e l'occhio diventa
presbite.
Lezione di Fisiologia
16/10/2003
Abbiamo detto che quando guardo l’oggetto posto all’infinito, cioè oltre i 6 metri,
formo un’immagine rimpicciolita ed invertita a livello della retina. Questa immagine è
a fuoco grazie al sistema diottrico dell’occhio, che in queste condizioni ha una potenza
pari a 58 diottrie.
Abbiamo anche detto che quando l’oggetto si avvicina entro quei 6 m, affinché l’occhio
metti a fuoco, è necessario aumentare il potere di rifrazione; questo si ottiene perché
parte un riflesso che si chiama riflesso di accomodazione per la visione da vicino; la
conseguenza di questo riflesso è la modificazione geometrica del cristallino che viene
ristretto come conseguenza della costrizione del muscolo circolare del corpo ciliare che
detende in questa maniera i tendini della zonula dello Zinn; cosicché noi possiamo
vedere come c’è una distanza minima alla quale l’oggetto può essere messo a fuoco
sulla retina. Questa distanza minima si chiama punto prossimo.
Il punto remoto è ovviamente oltre i 6 m, cioè all’infinito.
Il riflesso di accomodazione così come il riflesso che modifica il calibro pupillare è
costituito da un arco riflesso abbastanza semplice.
Questa figura dimostra come varia con l’età la capacità di accomodazione per la
visione da vicino:
- da una parte c’è il potere diottrico che si aggiunge alle 58 diottrie
- dall’ altra parte, aumento di curvatura della superficie anteriore del cristallino e di
conseguenza la distanza del punto prossimo.
Dal grafico si evince che un individuo giovane,15 anni, emmetrope, ha il massimo della
visione da vicino, corrispondente ad un aumento di 14 diottrie del cristallino, e il punto
prossimo si aggira attorno a 0,07 m, ossia 7 cm. Se l’oggetto si avvicina ulteriormente,
es. a 3 cm o meno, ovviamente il sistema diottrico non è più attrezzato di conseguenza
l’oggetto diventa sfuocato.
Con l’aumentare dell’età, il potere elastico del cristallino si riduce, vale a dire il raggio
di curvatura non diventa così marcato come nei giovani e di conseguenza il potere
diottrico come il processo di accomodazione piano piano diminuisce. A 70 anni la
scarsa elasticità del cristallino fa sì che ci sia un aumento soltanto di 1 diottria, 58 + 1.
Di conseguenza il punto prossimo si allontana, non è più 7 cm diventa addirittura 1 m.
I più comuni difetti di rifrazione: miopia ed ipermetropia
Miopia
Nella figura vedete nella parte alta l’occhio emmetrope che guarda all’infinito, i raggi
arrivano all’occhio paralleli fra loro; l’occhio miope quando guarda all’infinito i raggi
formano una immagine rimpicciolita ed invertita non già sulla retina ma avanti, di
conseguenza l’immagine è sfuocata. Cosa dovrebbe fare il soggetto? Avvicinare,
avvicinare, avvicinare fino a quando l’immagine diventa a fuoco: quello è il punto
remoto del miope, che è molto più prossimo dell’infinito, molto più prossimo dei 6 m.
Ovviamente il miope ha un punto prossimo più vicino dell’emmetrope.
Il miope di solito corregge questo difetto aggiungendo un sistema diottrico in più, con
una lente divergente. La miopia offre un vantaggio nella senectus: non avere più
necessità di mettere gli occhiali che metterebbe l’emmetrope!
A rigor di logica dovremo dire che il difetto caratteristico della miopia che si
concretizza nel fatto che l’immagine, se l’oggetto è all’infinito, si forma davanti alla
retina, non è dovuto ad un aumento del potere visivo, ma all’allungamento del bulbo
oculare. In sostanza può capitare a chiunque! Per cui le nostre 58 D formano
un’immagine a fuoco davanti alla retina. Ci sono delle interessantissime ragioni del
perché il bulbo oculare si allunghi, non è il caso di analizzarli.
Ipermetropia
È il difetto opposto alla miopia; l’oggetto è all’infinito, i raggi sono paralleli,
l’immagine a fuoco si forma aldilà della retina. E’ un difetto difficile da vedere, perché
il soggetto non ha bisogno d’occhiali. Perché? Continuamente che cosa fa? Aumenta il
potere di rifrazione, cioè contrae il muscolo ciliare, quindi c’è una continua
accomodazione, il punto remoto non esiste, è oltre l’infinito. Questa continua
accomodazione per vedere oltre i 6 m può essere causa di cefalea, e solitamente è il
motivo per cui si ricorre all’oculista!
Il difetto è correggibile mediante uso di lenti convergenti. Ovviamente l’ipermetrope
ha un punto prossimo più lontano che non l’emmetrope, e, ovviamente a maggior
ragione che il miope.
A parte le lenti, uno dei modi, che sta prendendo piede, per correggere soprattutto la
miopia è la cosiddetta chirurgia rifrattiva, in cui il chirurgo modifica la curvatura
della cornea; ciò non lo fa a mano con il bisturi, ma lo esegue avvalendosi dalla guida
del computer e dell’uso del laser.
Soprattutto nelle miopie molto gravi questa chirurgia rifrattiva può essere un gran
toccasana! La tecnologia attuale, però, non esime dalla possibile insorgenza di un
problema non trascurabile legato alla cicatrizzazione della cornea, soprattutto nella
parti più periferiche; infatti cicatrizzandosi la cornea fa si che il profilo della cornea
non sia perfettamente lineare, ma presenti degli avvallamenti, e ciò, soprattutto nella
visione notturna, quando usiamo tutta quanta la periferia della retina, risulta essere
causa di fastidiosissime sensazioni visive (guardare attraverso il parabrezza dell’auto
rivestito di goccioline di acqua). Inconveniente di scarsa incidenza, infatti, su 100
interventi solo 2-3 risultano con questo inconveniente molto fastidioso.
Arco riflesso
Responsabile della:
• miosi, riduzione del diametro pupillare
• midriasi, aumento del diametro pupillare, e
• accomodazione.
Che cosa è un riflesso? Il riflesso è una risposta secretiva e/o motoria ad uno stimolo.
Esempio di riposta secretiva: soggetto mette un chewing-gum in bocca ed inizia a
masticare, quasi subito la bocca si riempie di saliva, perché? C’è un arco riflesso che a
partire dai recettori del cavo orale vanno a stimolare le 6 ghiandole salivari maggiori,
parotide, sottomascellare e sottolinguale ed aumenta la secrezione salivare.
Esempio di risposta motoria: la risposta motoria quando ci viene dato un pizzicotto,
oppure quando sbattiamo o urtiamo contro qualcosa.
Motoria è anche la risposta del muscolo liscio. I muscoli responsabili della variazione
del diametro pupillare e dell’accomodazione sono appunto lisci, involontari, che hanno
una innervazione motoria da parte delle branche del S.N.A. orto o parasimpatico.
Molto simile è l’arco riflesso delle vie del riflesso di miosi e del riflesso di
accomodazione perché sono di pertinenza del sistema parasimpatico, in particolare del
sistema parasimpatico craniale. La midriasi, invece, è di pertinenza del sistema
ortosimpatico, che è toraco-lombare.
L’informazione dal fotorecettore passa al neurone sensitivo primario, che è la cellula
gangliare; gli assoni della cellula gangliare vanno a costituire il nervo ottico, che esce
attraverso il forame ottico, forma il chiasma ottico, da cui continuano come tratti ottici,
che vanno nella stazione principale che è il corpo genicolato laterale, dove l’assone si
ferma, cioè prende contatto sinaptico con un altro neurone. Nel percorso dal tratto
ottico al corpo genicolato laterale escono delle collaterali che vanno in una struttura
molto importante del mesencefalo, che si chiama nucleo pretettale o pretetto.
Dopodiché c’è un corto neurone che va a finire a livello dei nuclei di Edinger -
Westphal, che sono nuclei costituiti dal soma del neuroni pregangliari parasimpatici.
C’è una comunicazione tra i pretetti, così come c’è tra i 2 nuclei di Edinger - Westphal,
cosicché la stimolazione di un occhio determina la risposta, oltre che sull’occhio
stimolato, anche su quello controlaterale: è il riflesso consensuale.
Dal nucleo di Edinger - Westphal parte l’assone che s’interrompe nel ganglio ciliare,
dal cui parte l’assone del neurone che finalmente va alla muscolatura liscia degli
annessi oculari.
Se parliamo di miosi andiamo alla parte circolare della muscolatura dell’iride.
Se parliamo di accomodazione andiamo al muscolo ciliare, che è esclusivamente
circolare.
Il neurotrasmettitore della fibra pregangliare e postgangliare del parasimpatico è
l’Ach (acetilcolina).
La midriasi, ossia l’aumento del diametro pupillare, implica una via più lunga che è la
seguente: dal pretetto parte la via ipotalamica discendente che raggiunge il midollo
spinale, compreso tra T1 e T3, dove c’è l’accumulo o ammasso di corpi cellulari tra le
corna anteriore e posteriori a costituire la colonna antero-laterale lungo tutto il tratto
toraco-lombare, dove sono localizzati i corpi cellulari dei neuroni pregangliari
dell’ortosimpatico; da questi originano gli assoni che decorrono nella catena gangliare
simpatica, e, in particolare nel caso del riflesso di midriasi, vanno a finire nel ganglio
cervicale superiore. In questi ultimi c’è il neurone da cui origina l’assone molto lungo
che termina a livello delle fibre radiali dell’iride.
Il neurotrasmettitore della fibra pregangliare dell’ortosimpatico è l’Ach, mentre della
fibra postgangliare è NA (noradrenalina).
Ricordare che il riscontro su un qualsiasi individuo traumatizzato della mancanza del
riflesso della miosi alla luce diretta, è un pessimo segno prognostico.
Oftalmoscopia:
E’ la visione per mezzo dell’oftalmoscopio del fondo dell’occhio a scopo diagnostico.
Per poter vedere il fondo dell’occhio lo dobbiamo illuminare, però, non direttamente
bensì indirettamente, altrimenti il fondo non rimanda la luce riflessa. È impossibile
vedere il fondo dell’occhio senza oftalmoscopio! È possibile, invece, vederlo in alcuni
animali soprattutto viaggiando in macchina: cani, gatti, lepri. Perché appare molto
luminoso il fondo oculare di questi animali notturni? Perché essendo animali che
vivono e cacciano al buio hanno uno strato lucido che garantisce la riflessione della
luce; nell’uomo c’è ma non così lucido. Questo strato in questi animali garantisce il
vantaggio di catturare la poca luce che c’è. La luce che arriva al fotorecettore non è
tutta quella che viene inviata, in parte viene persa, non viene catturata dal
fotorecettore, però rimbalza su questo strato lucido torna indietro e si spera che
tornando indietro ricatturi il fotorecettore; aumenta la probabilità di vedere in
condizioni di scarsa luminosità.
Essendo l’oftalmoscopio uno strumento portatile e di dimensioni ridotte, l’oculista
guarda direttamente, ma, il percorso che fa la luce in questo strumento miniaturizzato
è il seguente: per garantire una illuminazione del fondo il trucco è stato molto semplice
in quanto il percorso della luce è fatto in modo da non avere la sorgente luminosa
interposta tra paziente ed osservatore ma dalla sorgente luminosa va a colpire uno
schermo riflettente, una parabola, e finalmente la luce riflessa entra nell’occhio,
illumina il fondo e una luce riflessa dal fondo passa attraverso il foro della parabola
dietro il quale c’è l’osservatore.
È utile, per guardare il fondo dell’occhio, allargare il più possibile la pupilla, perché la
pupilla in questo caso viene illuminata dalla luce dell’oftalmoscopio e produrrebbe una
miosi che impedirebbe una bella osservazione. Per impedire la miosi si danno gocce di
collirio contenente un antagonista dell’Ach, che è l’atropina, che ha il compito di
impedire la miosi e, come effetto collaterale, però impedisce anche l’accomodazione in
quanto entrambi sono controllati dal parasimpatico; per questo quando si esce dalla
visita oculistica dopo aver fatto l’esame oftalmoscopico si ha un senso di
abbagliamento e si vede tutto sfuocato, appunto perché il cristallino per un po’ non
accomoda più. Bisogna aspettare che l’effetto del farmaco scompaia.
L’atropina, antagonista dei recettori dell’Ach, è una sostanza di origine vegetale
derivata da una pianta abbastanza comune, molto tossica, che è l’atropa belladonna.
Adesso è prodotta come prodotto di sintesi. L’atropa belladonna è cosi chiamata
perché le donne di una volta per ‘far colpo sugli uomini ’ usavano dilatarsi le pupille
appunto con l’atropina! La dilatazione pupillare, però, non faceva loro veder bene!
All’esame oftalmoscopico di un occhio normale appaiono visibili:
fondo appare di colorito rosso-giallastro
vasi arteriosi e venosi, distinguibili dal diverso colore
papilla ottica o disco ottico del Mariotti, se l’immagine dell’oggetto cade su essa non si
vede nulla. Normalmente nella visione binoculare, se l’occhio è ben allineato, è
impossibile che l’immagine cade contemporaneamente sulle 2 papille di Mariotti; è
possibile, però, se si guarda con un occhio solo!
fovea a lato della papilla ottica, nella quale si riconosce anche la foveola.
Acuità visiva
La capacità di riconoscere 2 punti, 2 stimoli come separati, e tanto maggiore è l’acuità
tanto più vicini risultano essere i punti percepiti come distinti. C’è un’acuità tattile che
si misura col compasso in cm, mm: la distanza delle punte del compasso. Si mettono le
punte del compasso sulla cute del soggetto e gli si chiede quante punte senti una o
due? Due, dopodiché si riavvicinano le punte e si va avanti così fino a quando le punte
sono così vicine che il soggetto dice di sentire una sola punta. L’acuità tattile non
uguale per tutta la superficie cutanea: certe zone hanno maggiore acuità rispetto ad
altre; infatti nell’uomo la maggiore acuità tattile si trova a livello di:
polpastrelli delle dita, sopratutto pollice ed indice
labbra
Nell’occhio si parla di acuità visiva e si misura in segmenti di grado, è una superficie
concava mentre la cute è piana: cm. Nella fovea il punto dove 2 punti luminosi sono
riconosciuti come distinti, a piccolissima distanza tra loro. Nella parte periferica della
retina l’acuità visiva scema. Una delle strategie per aumentare l’acuità in generale,
visiva o tattile, è quella di impacchettare i fotorecettori o i recettori tattili, cioè metterli
vicini uno all’altro, ovviamente rimpicciolendoli; perché se 2 stimoli cadono sullo
stesso recettore vengono visti come uno; per essere visti come due, i 2 stimoli devono
cadere su 2 recettori distinti. Tanto più i recettori sono vicini tra loro e piccoli, in
termini tecnici si dice: tanto più la grana recettoriale è fine, tanto più l’acuità aumenta.
Nella retina a livello della fovea, i recettori retinici sono molto impacchettati
densamente, la densità recettoriale è molto elevata: cioè il numero di recettori per unità
di superficie, mano a mano che ci si allontana la densità recettoriale diminuisce.
La distribuzione dei 2 tipi di recettori retinici sulla superficie retinica, considerando
come centro la fovea, concava come una scodella, si vede come nella fovea di
bastoncelli non ce ne sono mentre c’è la massima densità dei coni. Nelle zone
parafoveali (circa il bordo della scodella) iniziano a comparire i bastoncelli che
aumentano gradatamente fino a diventare solo bastoncelli. Nella papilla ottica o disco
ottico mancano entrambi i tipi di recettori.
Circuito: fotorecettore (cono o bastoncello) trasmissione direttamente alla cellula
bipolare e questa alla cellula gangliare; gli assoni delle cellule gangliari vanno a
costituire i nervi ottici. La trasmissione è essenzialmente dall’alto in basso. I punti di
contatto costituiscono lo strato plessiforme esterno. È importante sottolineare, a livello
degli strati plessiformi interno ed esterno, la presenza di cellule che permettono la
trasmissione laterale dell’informazione, data rispettivamente da:
• cellule orizzontali, localizzate nello strato plessiforme esterno, permettono la
trasmissione abbastanza distante in senso orizzontale
• cellule amacrine, localizzate nello strato plessiforme interno, che è il punto di
contatto sinaptico tra cellule gangliari e cellule bipolari
Esistono pertanto diversi tipi cellulari nella retina, però soltanto una è in grado di
generare il p.d.a., è la cellula ganglionare; tutte le altre, fotorecettori compresi, non
possono generare il p.d.a. perché non hanno i canali rapidi per il Na. Quindi sono tutte
trasmissioni che si propagano elettrotonicamente, tranne la cellula gangliare che deve
portare il segnale molto lontano e quindi, giocoforza, deve essere in grado di generare
il p.d.a.
Il recettore retinico è un recettore di 3° tipo, che significa che tra il recettore e il neurone
sensitivo primario c’è un interneurone. È l’unico esempio nell’uomo di recettore di 3°
tipo; mentre il corpuscolo di Pacini o il corpuscolo di Golgi - Mazzoni o le
terminazioni neuromuscolari sono recettori del 1° tipo, dove la parte recettoriale,
ovvero la parte che trasduce il segnale, è una parte del recettore primario.
Sono esempi di recettori di 2° tipo: calici gustativi, cellule capellute, le cellule
dell’organo del Corti, le cellule dei canali semicircolari.
La rodopsina è inserita sulla membrana del disco del segmento esterno nei bastoncelli.
Dal punto di vista evolutivo si pensa che il disco derivi ancestralmente da un primitivo
cloroplasto, così come i mitocondri sono ancestralmente dei batteri.
La risposta del fotorecettore è un’iperpolarizzazione a partire da un p.d.r. di -40 mV;
se diamo dei piccoli lampi di luce osserviamo, aumentando l’intensità di questo lampo,
risposte iperpolarizzanti, da -40 a – 45, - 50 se il lampo è più intenso -60, - 65, - 70; per la
risposta del fotorecettore è una iperpolarizzazione a partire da un p.d.r. al buio di – 40
mV. Questo – 40 mV è un po’ diverso dal p.d.r. della membrana del neurone, che ha un
p.d.r. di -70 mV, cioè molto vicino al potenziale d’equilibrio per il K+. Quando una
membrana è massimalmente permeabile al K+, e solo a questo, …gradiente di
concentrazione, si porta verso un valore di -90 mV; se non è -90 vuol dire che c’è
qualche altro ione che “curva”. Nel fotorecettore lo ione che fa sì che a riposo il
potenziale sia di -40, quindi abbastanza lontano dal potenziale d’equilibrio del K+, è il
Na+. Questo è quello che si verifica al buio.
Al buio, sulla membrana cellulare a livello del segmento esterno del fotorecettore esiste
un canale del Na+ che non è un canale rapido che viene aperto dal p.d.a. come avviene
nel neurone o nella cellula muscolare, bensì è un canale che è aperto o mantenuto
aperto dalla concentrazione sufficientemente elevata di cGMP. È quindi un canale
operato da un ligando: cGMP.
Al buio di cGMP nella cellula c’è ne abbastanza, per cui i canali del Na+ sono aperti,
per cui il Na fluisce secondo il suo gradiente elettrochimico, cioè entra; entrando porta
cariche positive all’interno.
Nel segmento interno ci sono i classici canali del K+, che sono fondamentalmente
aperti, attraverso ai quali il K+ esce. Si stabilisce così una corrente dovuta all’entrata del
Na all’apice ed all’uscita di K alla base; risultato il p.d.m. non sarà quello del K+, perché
non solo il K+ esce ma c’è una contemporanea entrata di Na+, quindi si ha un valore di
– 40. Questo flusso di corrente di ioni tra segmento esterno e segmento interno si
chiama corrente al buio, ed è nell’ordine di 50-60 picoAmpere.
Cosa capita quando un fotorecettore riceve uno stimolo luminoso? Innesca la catena
biochimica, il cui risultato è la parziale o totale chiusura dei canali al Na+; di
conseguenza il Na+ non entra più, però, il K+ continua ad uscire e quindi il potenziale si
iperpolarizza. Tanto più intensa è la stimolazione luminosa quanto più il numero di
canali di Na+ cGMP - dipendenti, si occluderà e tanto più elevata sarà
l’iperpolarizzazione.
I canali del Na+ non si trovano sulla membrana del disco bensì sulla membrana
cellulare del recettore. Al buio, da elevata concentrazione di cGMP, canali del Na
aperti. Attraverso il poro di passaggio del Na+ passa soprattutto Na+ ma non
esclusivamente, entrano anche ioni Ca++.
Nel cono le cose sono molto simili, nel senso che il fotopigmento non è nel disco,
perché non ci sono i dischi nel cono, ma sulla membrana cellulare.
Quando lo stimolo luminoso è modesto non vengono chiusi tutti i canali del Na+, per
cui c’è ancora un po’ di corrente, anziché essere 50 picoAmpere può diventare 25
picoAmpere, e di conseguenza il p.d.m passa da -40 ad esempio a -55. Se l’intensità di
corrente è maggiore, ovviamente può chiudere tutti i canali del Na+ e quindi la corrente
di membrana attraverso il segmento esterno diventa zero; il p.d.m. si avvicina ancora
di più al potenziale d’equilibrio del K+. La risposta è quindi un’iperpolarizzazione, che
ha ampiezza crescente fino ad un valore massimo.
Elettroculogramma o elettroretinogramma
È un esame molto utilizzato nella pratica oculistica. Si tratta della registrazione
dell’attività elettrica dell’occhio. Nell’occhio c’è una mini-batteria che è la retina, cioè
soprattutto le cellule nervose. Il risultato di quest’attività elettrica dall’esterno si può
vedere mettendo un elettrodo a livello della cornea, quindi anteriore, e l’altro
posteriormente a livello del lobo dell’orecchio (nell’animale posteriormente all’occhio
isolato). La mini-batteria retinica si trova in un volume conduttore…(cambio cassetta!)
Decimi di μvolt, perché siamo lontani dalla batteria; questa batteria è fatta come se ci
fosse il polo positivo della batteria alla cornea e il polo negativo vicino al nervo ottico.
E non è vero, come mai? Perché non è l’inverso? Il capire perché non è l’inverso
bisogna vedere 1) come sono disposti anatomicamente i fotorecettori 2) dobbiamo
considerare che questo tipo di registrazione è giocoforza extracellulare.
L’elettroretinogramma è un esame che ci dà un’idea della bontà della funzionalità
retinica.
Disegno: come è messo il fotorecettore? Il segmento esterno, segmento interno; al buio
cosa capita nella parte esterna del segmento? Entra il Na, che crea un ambiente positivo
mentre fuori è negativo; alla base del segmento interno, invece, sta uscendo il K, quindi
l’interno si negativa e l’esterno si positivizza. Nell’ambiente extracellulare c’è un
voltaggio, un dipolo si dice, positivo verso la cornea e negativo verso l’origine del
nervo ottico. Se metto 2 elettrodi a distanza… vedo che questa batteria, se io potessi
avvicinare… entro dentro… vedrei lo stesso potenziale extracellulare semplicemente
più aumentato, anziché dell’ordine di μvolt dell’ordine di mV.
Fondamentalmente è la corrente al buio del fotorecettore che determina il p.d.r.
nell’occhio, che viene sfruttato in clinica per fare…
Se sperimentalmente mando l’occhio in anossia, cioè gli tolgo l’ossigeno, vedo che
questo potenziale si annulla. Se adesso diamo un flash dentro questo occhio vediamo
una serie di onde, soltanto la prima delle onde riflette l’attività del fotorecettore,
mentre le altre onde, più ampie, riflettono l’attività di tutto il complesso cellulare che
costituisce la retina, in particolare le cellule bipolari, gangliari, gliali della retina, ecc.
L’onda a soltanto è indice dell’attività del fotorecettore, tutto il resto sono l’onda b, di
complessa interpretazione che esula da questo corso.
Il potenziale legato all’attività recettoriale, all’iperpolarizzazione del recettore, al flash
di luce, all’insieme di tutti i fotorecettori è caratterizzato dall’onda a; l’onda b è un
insieme di attività di tutte le altre cellule.
L’anomalia di queste onde dice che c’è qualcosa che non va nella retina! Non è che si
possa riparare la retina! Al massimo si riattacca se si è scollata.
È allo studio una retina artificiale: una piastra di fotodiodi che sentono la variazione di
luce e che trasformano la luce in voltaggio, in teoria dovrebbe funzionare. Qual è il
problema? È la connessione con il SNC; l’interfaccia tra fotodiodo e il neurone è una
cosa complicata da risolvere.
[Link] P. Strata
Lezione di Fisiologia 17/10/2003
Parlando della classificazione delle fibre nervose, vi ricordate? Abbiamo detto che le fibre
amieliniche, il gruppo C, praticamente descrivono una emiparabola molto piccola risulta essere
una piccola retta, invece per quanto riguarda le fibre mieliniche c’è un rapporto di proporzionalità
del tipo f=kx e veniva fuori una retta con coefficiente angolare 6 e qui vedete la classificazione
delle fibre ,
Per riprendere il filo del discorso, abbiamo studiato il neurone poi abbiamo detto come
comunicano i neuroni abbiamo analizzato il punto di contatto che si chiama sinapsi, abbiamo
analizzato la sinapsi neuro-muscolare dove succede che il potenziale d’azione presinaptico diventa
un potenziale di placca enorme e poi da questo nasce sempre un potenziale d’azione e poi
vedremo in mezzo cosa ci sta tra i due eventi elettrici. Siamo poi passati a dire che la sinapsi ha
delle differenze: la prima differenza si basa su un concetto basilare, mentre la fibra muscolare
riceve ordini da un solo neurone attraverso una sinapsi enorme che quando gli dice vai, questo gli
da una frustata che deve andare per forza perché gli invia mezzo milione di molecole di
acetilcolina quello deve per forza generare un potenziale d’azione abbia visto che nel sistema
nervoso centrale un neurone riceve 3000,10000,100000,500000 fibre diverse quindi vuol dire che il
neurone centrale deve un è po’ decidere cosa fare di fronte a questa enorme divergente numero di
opinioni diverse di neuroni che magari uno gli da degli ordini anche contrastanti rispetto all’altro
allora vediamo adesso dopo aver illustrato la volta scorsa la istologia, la morfologia, adesso
vediamo l’elettrofisiologia di queste sinapsi.
L’esperimento è semplice, l’esperimento lo facciamo un’altra volta.
Del sistema nervoso centrale abbiamo detto che esistono due tipi di sinapsi: elettriche, chimiche.
La sinapsi elettrica la studieremo poco, perché sappiamo molto meno e poi anche dal punto di
vista clinico farmacologico terapeutico tutto il sistema nervoso viene manipolato dalle sinapsi
chimiche. Allora nelle sinapsi elettriche noi abbiamo un assone che conduce il potenziale d’azione
e qui abbiamo delle giunzioni strette con i connessoni per cui di fatto come il citoplasma del
neurone presinaptico è un conduttore ionico, questo conduttore ionico attraversa da una cellula
all’altra, quindi è come se ci fosse un filo di connessione, una resistenza che connette, quindi aveva
ragione Golgi quando diceva che c’è un reticolo che passa da una cellula all’altra.
Aveva ragione in un numero limitatissimo di casi…ma aveva ragione. Questo è il concetto, quindi
il potenziale d’azione che genera qui una corrente longitudinale che cammina lungo il neurone per
poi andare qui, parte di questa corrente va nell’altro e qui continua quindi è come se fosse un
unico neurone; questo è il meccanismo elettrico.
Vediamo quello chimico, qui abbiamo il compartimento di vescicole sinaptiche il
neurotrasmettitore, questo va bene, in generale, anche per il potenziale della placca
neuromuscolare ma nel SNC vediamo delle differenze fondamentale che è questa: il potenziale
d’azione presinaptico, a livello postsinaptico può dar origine a due eventi diversi, si può avere una
depolarizzazione oppure si può avere una iperpolarizzazione da –70 a –60 per esempio, o da –70 a
-80. Questi due eventi, uno depolarizzante e uno iperpolarizzante hanno due nomi differenti: uno
si chiama, il primo, potenziale post-sinaptico eccitatorio, il secondo si chiama potenziale post-sinaptico
inibitorio. Quindi vedete già una grossa differenza che nel muscolo c’è sempre eccitazione, sempre
depolarizzazione invece qui abbiamo due tipi diversi: alcune sinapsi depolarizzano per far nascere
il potenziale d’azione e altre invece iperpolarizzano per impedire il potenziale d’azione quindi
abbiamo due segnali…opposti.
Vediamo la prossima figura dove si vede che qui ho un neurone fra sinapsi eccitatoria e sinapsi
inibitori vedete il potenziale post-sinaptico eccitatorio potenziale post-sinaptico inibitorio a
seconda che esprimono…quindi questa è la prima differenza tra periferico e centrale.
C’è un’altra differenza fondamentale che vediamo nella prossima figura nel muscolo, avanti,
abbiamo detto che il potenziale post-sinaptico era sempre grande, si chiamava potenziale di placca
e dava sempre origine ad un potenziale d’azione, facciamo l’esperimento nel nervo, qui abbiamo
una via afferente che può essere fatta, che so io, da diecimila vie afferenti, quando ne stimolo cento
di queste in quell’istante avrò un certo potenziale post-sinaptico eccitatorio di una certa ampiezza
ben lontano dalla soglia, lo stimolo è troppo debole non ha innescato nulla se io stimolo duecento,
trecento questo aumenta, cinquecento, mille, ecco che questo qui aumenta fino a raggiungere la
soglia cioè qui ho dato un numero di fibre afferenti talmente alto da riuscire a raggiungere la soglia
e succede quello che c’è nel muscolo. Allora, questo esperimento, che conclusione traiamo? Che
mentre nel muscolo il potenziale sinaptico eccitatorio è un fenomeno o tutto o nulla, nel SNC
quando io stimolo delle vie afferenti eccitatorie di un neurone il fenomeno è graduabile, vuol dire
che è di ampiezza che varia, che viene graduata in base al numero di vie, di fibre afferenti che io
stimolo, questa è la seconda grande differenza dal muscolo: la graduabilità del potenziale, la prima
era segnale inibitorio/eccitatorio, la seconda è che il fenomeno sinaptico è graduabile e lo vedete
bene in questa figura, andiamo avanti con la prossima, vediamo qui l’inibizione, succede la stessa
cosa: stimolo poche fibre inibitorie, più fibre, più fibre, più fibre, quindi anche il potenziale post-
sinaptico inibitorio è graduabile come quello eccitatorio; più stimolo fibre inibitorie, più mi
allontano dalla soglia del potenziale d’azione, avanti con la prossima figura.
Allora, adesso ci chiediamo, ma se un motoneurone che deve fare contrarre il muscolo quadricipite
bisogna che abbia il potenziale d’azione in questo motoneurone ma qualcuno deve dargli degli
stimoli in modo tale che parta l’eccitazione con i motoneurone che voglio io, allora, siccome sul
motoneurone arrivano diecimila bottoni sinaptici io devo chiedermi, a questo punto, in che modo
questi diecimila bottoni sinaptici decidono che questo neurone deve sparare il suo potenziale,
bene, ogni bottone produce localmente una depolarizzazione, Na+ entra, si formano delle correnti
elettrotoniche già descritte però queste correnti locali sono sempre debolissime un singolo bottone
sinaptico libera una vescicola per ogni potenziale d’azione, addirittura, certe volte, nessuna
vescicola la media, su cento potenziali d’azione, si liberano trenta, cinquanta vescicole quindi
meno di una per potenziale d’azione quindi lì c’è un segnale locale talmente piccolo che non può
nascere un potenziale d’azione e lo stesso vale per quelli vicini ricevono una miriade di bottoni che
se anche attivati ciascuno ha un suo piccolo potenziale può darsi che in quel punto ci siano
parecchi bottoni attivati in maniera sincrona e che quindi questo segnale sia un po’ più grande
quello che è importante da dire è questo: con tanti punti che eccitano ma poi chi è che decide se il
potenziale d’azione, ciascuno non ha la forza di evocare un potenziale d’azione, ma poi c’è un altro
motivo che nella membrana dendritica non ci sono i canali per il potenziale d’azione, i quali sono
invece, lo abbiamo già visto per il ganglio, sono nel segmento iniziale, quindi è al segmento iniziale
che riceve questo segnale, questo produce una depolarizzazione qui che viene a generare una
depolarizzazione al segmento iniziale, naturalmente questa depolarizzazione è più piccola ???, lo
stesso dicasi per l’inibizione, esce il potassio quindi dentro rimane più negativo e questa negatività
viene ricevuta e trasmessa elettrotonicamente nel segmento iniziale, quindi in conclusione, il
segmento iniziale è il centro operativo del neurone che raccoglie i voti di questo referendum dove i
bottoni eccitatori sono per il sì i bottoni inibitori sono per il no ciascuno manda un segnale
elettrotonicamente trasmesso al segmento iniziale, questo misura che in quel momento ci sono
3227 bottoni che gli dicono di sì e 298 dicono di no, vince il sì e il potenziale d’azione parte, questa
è la logica, è un referendum istante per istante in cui può vincere l’eccitazione o l’inibizione, è un
sistema molto democratico, ogni bottone può votare, in questa democrazia c’è però un difetto
molto grave in termini di democrazia. Colo che sono vicini al segmento iniziale trasmettono il
segnale che viene attenuato poco quelli che sono lontani trasmettono un segnale che viene
attenuato molto perché la propagazione elettrotonica decresce esponenzialmente, quindi, un
bottone che si trova a 100 m manda al segmento iniziale un segnale piccolo, è un po’ come se
facendo un referendum in Italia, e al Viminale la raccolta dei voti, quando si fa il voto e si manda a
aRoma, decresce in funzione dei chilometri, noi torinesi e i catanesi conteremmo poco mentre
quelli che abitano a Viterbo conterebbero molto, questa è la democrazia un po’ distorta del
neurone, questo non toglie che il funzionamento del sistema nervoso sia perfetto lo stesso. Avanti
con la prossima dove si vede l’integrazione vedete, abbiamo un neurone che riceve
l’eccitazione/inibizione anche qui la membrana oscilla,oscilla, oscilla se in un istante le arriva un
segnale molto positivo per superare la soglia, parte il potenziale d’azione. La membrana è in
continua oscillazione, genera lo stesso potenziali d’azione ma magari aumenta la frequenza e se la
depolarizzazione dura un po’ di più c’è una salve di potenziali d’azione. Avanti con la prossima
figura, adesso devo spiegare quello che ho descritto, su cui devo insistere perché la mia esperienza
mi dice che in genere si inciampa, solito sistema delle metafore. Una domanda che dobbiamo
affrontare è questa: qui abbiamo una depolarizzazione che sia chiama potenziale post-sinaptico
eccitatorio qual è il meccanismo ionico che produce questa depolarizzazione? Seconda domanda,
abbiamo il potenziale inibitorio, chi è che iperpolarizza la membrana? Ogni volta che la membrana
cambia potenziale sono gli ioni che camminano lungo la membrana per produrre la
depolarizzazione, la domanda è questa, ma allora l’esperimento qual è? Immaginiamo che io ho
una pompa, un sistema elettronico in cui tengo la membrana a –95, dopo di che stimolo le fibre
afferenti e vedo che la membrana fa un balzo da –95 a –80 quello è un potenziale post-sinaptico
eccitatorio, poi porto la membrana a –45 stimolo e vedo una piccola depolarizzazione, porto la
membrana a –15, stimolo e vedo che non succede niente e infine se porto la membrana a +30,
stimolando, ho una iperpolarizzazione, paradossalmente stimolo la via eccitatoria e provoco una
iperpolarizzazione quando ci dovremmo aspettare un potenziale post-sinaptico inibitorio, questo
esperimento vuol dire che quella depolarizzazione lì che io vedo quando la membrana è a –90 mi
porta delle cariche che alle fine mi rendono???? Naturalmente se mi diventa più positivo dice: “L’
ha portato a -80” qual è lo ione che ha l’equilibrio a –80? Perché così mi faccio un’idea, questo
discorso non va bene, se io metto più stimolo provoco una depolarizzazione maggiore, quindi
tendo ai –80 ma tende ad andare più su, in effetti se stimolo di più va più su. Vedete che
l’equilibrio non è a –80 e nemmeno a –45, quando è a +30 depolarizza, vuol dire che il potenziale di
equilibrio è a –15, vuol dire che quando la membrana è a –15 gli ioni non si muovono, chiaro?
Quindi vuol dire che gli ioni che provocano la depolarizzazione sono degli ioni che hanno
l’equilibrio a –15; se fosse possibile dimostrare che qui si tratta del movimento di un solo ione
dovremmo andare a cercare lo ione con l’equilibrio a –15, ma nessuno ci dice che è uno ione solo,
potrebbero essere anche più ioni, nella lezione che ha fatto la [Link] Buffo, il concetto
fondamentale era: la membrana ha un potenziale di equilibrio per Na+ a +60 il K+ a –90, se
aumenta la permeabilità al potassio andiamo a –90, se aumenta la permeabilità al sodio andiamo a
+60 e poi invece se sono misti dipende, è come un tiro alla fune, se predomina la permeabilità al
sodio si va verso la positività, se predomina la permeabilità al potassio si va verso la negatività. A
riposo abbiamo –70 perché fondamentalmente c’è molta permeabilità al potassio, allora, io devo
capire quando c’è il potenziale eccitatorio che tende a –15 quali sono gli ioni, bene, si può
dimostrare che esiste un solo canale che è permeabile sia al sodio che al potassio e permeabile in
egual misura al sodio e al potassio, [indicando una diapositiva]…questo è il canale che media il
potenziale post-sinaptico eccitatorio, non è l’unico ma è il più diffuso vedete che a sinistra il canale
è chiuso, ci sono delle proteine recettrici per il ligando, acetilcolina, il canale si apre e fa entrare lo
ione sodio e fa uscire potassio, ripeto, il potenziale di membrana mostra che si ha potenziale
eccitatorio è in equilibrio quando è a –15, questo è dovuto al fatto che il trasmettitore apre un
canale che è permeabile sia al sodio che al potassio, quando il ligando si lega al canale il sodio
entra e il potassio esce, adesso rimane il punto in cui una minoranza inciampa, se entrano ed
escono cariche positive , come si fa ad avere la depolarizzazione? Come si risolve questo rebus?
Semplice, entra più sodio di quanto esce potassio, il bilancio è a favore del sodio. Il sodio entra di
più perché ha una forza elettromotrice enorme!! Perché il potenziale di equilibrio del sodio è +60!
Se la membrana è a –70 è lui c’ha la spinta enorme per essere così lontano, mentre il potassio che
ha l’equilibrio a –90 quando la membrana è a –70, è quasi in equilibrio, chiaro? Un gradiente di
concentrazione e un gradiente elettrochimico che spingono il sodio dentro, quindi anche se la
permeabilità è uguale, cioè la facilità con cui passano è uguale, uno ha una forte spinta e l’altro ce l’
ha debole, è chiaro che la quantità di sodio che entra è enorme rispetto al potassio che esce! Adesso
voglio fare un modellino diverso, ho due resistenze uguali, se sono uguali ma ai loro capi applico
una differenze di potenziale diversa, è chiaro che dove applico una differenze maggiore passa più
corrente, la legge di Ohm, e così abbiamo spiegato che il potenziale post-sinaptico eccitatorio è un
equilibrio a –15. Vediamo il meccanismo ionico della iperpolarizzazione, questa può essere dovuto
ad un aumento della permeabilità, siccome il potassio ha il potenziale di equilibrio a –90, se la
membrana è a –80 o –70, aprendo i canali per il potassio, questo esce perché non è in equilibrio,
quindi esce e iperpolarizza. Un ruolo importante viene svolto dal Cl-, il cloro svolge un ruolo
importantissimo nell’inibizione in questo modo: se la membrana è a –70, qual è il potenziale di
equilibrio del cloro sulla base di quello che abbiamo detto finora? –70! Se non ci sono pompe che
tengono il gradiente, gli ioni migrano finchè sono in equilibrio, se la membrana è a –70, il cloro non
si muove, noi abbiamo delle sinapsi dove se si apre il canale del cloro aumenta la permeabilità al
cloro ma noi vediamo niente perché rimane in equilibrio.
Quando c’è un potenziale eccitatorio che tende a portare la membrana a –60 a –50, di fronte a
questa depolarizzazione l’apertura del canale del cloro, il cloro tende a migrare verso il potenziale
a –70, quindi fa da freno e quindi se non c’è niente non modifica la membrana ma se la membrana
si depolarizza, lui frena la depolarizzazione, si oppone alla depolarizzazione e siccome la
membrana e sotto continuo stimolo di inibizione/eccitazione, questa inibizione combatte e frena
l’eccitazione è chiaro? C’è un secondo meccanismo del cloro che in molte sinapsi del SNC vi sono
delle pompe del cloro e le pompe che spingono il cloro forzatamente fuori creando un gradiente
ma allora se il cloro abbonda fuori della cellula perché c’è la pompa e voi aprite il canale e il cloro
passivamente entra e si ha iperpolarizzazione. Ci sono delle sinapsi che hanno un pompa del cloro
che tiene un gradiente in modo che quando si apre inibisce.
Terzo esempio, ci sono delle pompe del cloro che portano il cloro forzatamente dentro la cellula,
quando si apre il canale del cloro, questo esce e depolarizza in questo caso abbiamo un potenziale
post-sinaptico inibitorio. Il cloro che depolarizza e agisce in senso inibitorio.
Fisio,Montarolo del 20/11/03
Dopo innumerevoli disguidi sono lieta di inviarvi questa sbobina,godetevela!
Stereopsi
La stereopsi è la percezione della profondità di campo. é originata dalle cellule della retina ganglionari
magnocellulari,queste ricostruiscono la tridimensionalità dell’immagine che sulla retina aveva una
proiezione [Link] due strategie
1COGNITIVA/MONOCULARE(per oggetti oltre i 30 m)
2BINOCULARE(entro i 30 m)
La1 si basa su assunti cognitivi:
• Le ombre sono interpretabili ai fini della discriminazione delle profondità
• Parallassi:gli oggetti più vicini sembrano muoversi più velocemente di quelli lontani in realtà più
veloci
• La luce blu ha un corso rifrattivo diverso dal rosso e verde,mette in risalto se usato come sfondo(es
cattedrali)
La2necessita di occhi frontali e di una distanza interpupillare specifica(nell’uomo circa7cm).
Il cervello sfrutta il fatto che le immagini sulle2retine non sono perfettamente uguali.
STEREOSCOPIO=è simile ad un cannocchiale in cui vi sono2foto simili,ma non uguali prese con 2
macchine fotografiche distanti quanto la distanza [Link] foto individualmente non danno la
profondità di campo,ma insieme sì.Il SNC sfrutta la disparità oculare e interpreta le immagini.
Ogni occhio ha1punto di fissazione,che va a finire direttamente sulla [Link] punto di fissazione al punto
nodale di ciascun occhio c’è un luogo dei punti(?):l’oroptene.(il punto nodale di1lente,di1superficie che
separa2mezzi è il centro di curvatura del sistema diottrico).
Tutti i punti che giacciono sulla circonferenza dell’oroptene vanno a finire su punti omologhi delle due
retine.(cioè vengono percepiti come un oggetto ingolo e non sdoppiati).
La diplopia,tipica dello strabico cancella costantemente l’immagine di 1occhio(occhio stanco).
Se invece un oggetto è posto entro od oltre il cerchio dell’oroptere proietta su punti non omologhi.
Se l’angolo di disparità è grande c’è lo sdoppiamento perché i punti non sono più omologhi.(il SNC
interpreta come2oggetti diversi)
Se la disparità oculare è modesta l’oggetto è percepito come più lontano o più vicino.L’angolo di disparità è
l’angolo che si forma fra la linea che parte da un punto di fissazione ideale e la linea proveniente da un
oggetto osservato.
Il cervello interpreta la disparità oculare
E’ dovuta ai3 diversi coni con i 3 diversi pigmenti che assorbono luce con lunghezza d’onda
preferenziale:TEORIA DELLA [Link] mescolamento dell’attività delle3 categorie di coni ci dà
la sensazione dei vari colori.
Questa teoria però deve essere ampliata,infatti i colori rimangono costanti nonostante cambi la luminosità.
La macchina fotografica in questo senso è diversa dal nostro sistema occhio-cervello in quanto essa se
fotografa un oggetto ad ore diverse lo rappresenta con colori [Link] macchina foto registra le lunghezze
d’onda trasmesse dalla superficie ma falsa i colori a causa della luce ambientale [Link] perché noi a
differenza della macchina foto siamo dotati di costanza dei colori?Evolutivamente la visione dei colori ha
notevolmente aumentato la capacità [Link] animali che vedono in bianco e nero
percepiscono500 scale di [Link] discriminabilità si fa enormemente maggiore grazie alla visione dei
colori(siamo in grado di distinguere circa7000000 di gradazioni diverse).Questo vantaggio evolutivo si
perderebbe se questa discriminabilità fosse influenzata dalla luce ambientale(al mattino la banana ci
sembrerebbe blu).Noi riusciamo a [Link] macchina foto è invece davvero una registrazione fedele
della luce [Link] nostra percezione è “accomodata”ai fini evoluzionistici.
Lezione del 21/10/03
RIPASSO:
Il potenziale è GRADUABILE. Una volta raggiunto il limite soglia nasce il potenziale d’azione.
IL meccanismo ionico che genera il POTENZIALE ECCITATORIO è dovuto al ligando che si lega al
recettore e permette l’apertura del canale ligando dipendente. Il canale consente agli ioni NA (entranti) e K
(uscenti) di passare con uguale facilità (infatti entrambi gli ioni posseggono la stessa conduttanza ) anche se
il NA entra in maggiore quantità all’ interno della cellula.
1)L’aumento del ligando (CL) che produce l’inibizione fa sì che questo si leghi al canale e aumenti la
permeabilità al K che a sua volta esce dalla cellula provocando la depolarizzazione della cellula stessa.
L’aumento di permeabilità al CL non crea nessun potenziale sulla membrana dato che lo ione si trova in
equilibrio all’ interno delle sinapsi( infatti non c’è una pompa in grado di creare un gradiente)ma ha come
solo effetto il cambiamento della resistenza di membrana per cui la potenza eccitatoria è frenata.
3)Attraverso una pompa per il CL che ha il potenziale di equilibrio pari a –[Link] pompa crea un
eccesso di CL FUORI la cellula;in questo modo quando il canale si apre il CL entra ed
iperpolarizza la cellula.
TRASDUZIONE ELETTROCHIMICA:
il potenziale d’ azione produce un segnale elettrico che a sua volta genera un evento chimico ossia la
liberazione di NEUROTRASMETTITORI nello spazio sinaptico(in questo processo svolge un ruolo
fondamentale lo ione Ca). L’ importanza del Ca fu dimostrata con un esperimento in cui si osservava una
sinapsi in vitro: rimuovendo il Ca dalla soluzione si vide che il processo di trasmissione veniva bloccato.
Il potenziale d’azione che si sviluppa lungo l’assone ha come risposta primaria l’aumento della permeabilità
al Na e come risposta tardiva l’apertura dei canali K che permettono la ripolarizzazione della
[Link] l’aumento di permeabilità al Ca non si verifica nell’assone ma solo nella
terminazione pre-sinaptica. L’aumento di permeabilità allo ione Ca è piccolissima rispetto a quella degli ioni
Na e K. Tuttavia il gradiente ELETTROCHIMICO è enorme infatti:
questo sta a significare che anche se la permeabilità aumenta poco ,la differenza tra interno ed esterno è tale
che bastano solo la penetrazione di pochi ioni Ca a permettere la fuoriuscita del neurotrasmettitore.
MODALITà DI SECREZIONE:il potenziale d’azione si propaga elettrotonicamente fino a depolarizzare la
membrana plasmatica dove si trovano i canali CA-voltaggiodipendenti-che si aprono in risposta allo stimolo
generato dal [Link] calcio in seguito all’ apertura dei canali fluisce nella membrana pre-sinaptica dove
si lega ad una proteina:la SINAPTOTAGMINA che poi interagisce con altre [Link] stimolo prodotto
dallo ione CA fa sì che le vescicole di secrezione contenenti il neurotrasmettitore si sgancino dal
citoscheletro(le vescicole a riposo si trovano legate al citoscheletro)e raggiungano la membrana pre-sinaptica
dove si fondono.
2)SINTAPSINA,3)SNAP25.
La 2)e3) sono proteine post sinaptiche transmembrana o T-SNARE –T STA PER TARGET.
Dalla congiunzione tra 1,2,3 si forma un poro che permette la fuoriuscita del trasmettitore dalla vescicola e il
suo passaggio nella fessura intra sinaptica . La membrana che costituisce la vescicola deve poi venire in
qualche modo rimossa per non determinare l’ingrossamento spropositato della terminazione presinaptica su
cui si fondono migliaia di vescicole. Questi problema viene evitato attraverso tre modalità:
1)la vescicola che ha appena riversato il neurotrasmettitore riforma immediatamente la vescicola che si
riempirà nuovamente di neurotrasmettitore
2)la vescicola di nuova formazione si crea grazie all’ intervento di un gruppo di proteine :le CLATTRINE
3) la vescicola una volta riversato il neurotrasmettitore può dirigersi verso gli endosomi
[Link] Benedetti
Lezione del 22 ottobre 2003
SISTEMA SOMATOSENSORIALE
- la Fisiologia soggettiva studia le sensazioni, le percezioni (ad esempio il senso di dolce dato
dallo zucchero);
- la Fisiologia oggettiva studia cosa succede nel cervello mentre si prova una sensazione.
La correlazione tra le due scienze è stabilita dalla legge di Stevens, che afferma che esiste un
rapporto stretto tra ciò che avviene oggettivamente nelle strutture nervose e ciò che avviene
soggettivamente.
Presentazione di un grafico che rappresenta sull’asse delle ascisse l’intensità dello stimolo e
sull’asse delle ordinate l’intensità della sensazione (o frequenza di scarica per la Fisiologia
oggettiva).
I dati oggettivi rappresentati sono raccolti durante un intervento chirurgico alla parotide in cui
viene scoperta la corda del timpano, che porta le sensazioni gustative al cervello. Si registra
l’attività del nervo mettendo nella bocca del paziente concentrazioni sempre maggiori di
zucchero.
L’intensità dello stimolo ha come unità di misura mmol x litro. La codifica dell’intensità dello
stimolo avviene tramite la frequenza di scarica dei neuroni sensitivi.
Le rette che rappresentano le risposte soggettiva e oggettiva al dolce hanno un andamento
sovrapponibile, da ciò si deduce che aumentando la concentrazione di zucchero aumentano sia
la sensazione soggettiva del dolce, sia la frequenza di scarica delle fibre gustative.
Intensità
dello
sensazione
(frequenza di soggettivo oggettivo
scarica)
Se nel sistema sensoriale agissero unicamente questi due fenomeni, le informazioni che
procedono dalla periferia ai centri superiori si diffonderebbero sempre di più finendo per
attivare una porzione immensa di cervello. Un unico stimolo attiverebbe tutto il cervello!
Tutto questo non succede perché esiste l’INIBIZIONE LATERALE.
Lungo una via sensoriale dalla periferia al SNC esistono interneuroni inibitori che inibiscono
lateralmente zone contigue.
L’applicazione di un singolo stimolo attiva preferenzialmente una via e tutto ciò che si trova
intorno è inibito. In tal modo la via attivata arriva ad una singola area del cervello.
Sul concetto di inibizione laterale si basa il CONTRASTO, cioè la nostra capacità di distinguere
due stimoli come differenti.
Per determinare un campo recettivo registriamo l’attività nel neurone toccando una zona della
cute con un sondino.
Il campo recettivo non è fatto solo dalla zona di cute che determina l’eccitazione (cioè
l’aumento dell’attività del neurone da cui stiamo registrando), ma anche da quella che porta
alla sua inibizione.
Se stimoliamo tutto intorno non otteniamo alcuna variazione dell’attività del neurone: questa
zona è fuori dal campo recettivo.
MODALITA’ SENSORIALE
E’ un particolare sistema sensoriale.
Non deve essere confuso con la qualità, cioè ogni differente sensazione all’interno della stessa
modalità.
Ad esempio nella modalità della vista c’è la qualità del blu, del rosso, del verde…
Il sistema somatosensoriale è composto da almeno cinque differenti modalità:
MECCANORECEZIONE
Comprende 4 diverse qualità:
PRESSIONE: recettori SA (ad adattamento lento), che percepiscono intensità e tempo dello
stimolo.
I recettori ad adattamento lento, quando lo stimolo viene applicato, danno inizialmente una
scarica ad alta frequenza e poi si adattano allo stimolo molto lentamente:
|||| | | | | | | | | |
↑
stimolo
||| | | | | | |
↑
stimolo
|
↑
stimolo
La vibrazione non è solo una condizione sperimentale ottenuta in laboratorio con l’ausilio di un
vibratore. Ogni superficie che noi esploriamo viene riconosciuta grazie ad una vibrazione. Ad
esempio la carta vetrata porta ad una stimolazione vibratoria di 50 Hz e la riconosciamo
proprio grazie a questo. Quando passiamo la mano sulla lana, la stimolazione è sempre
vibratoria, ma la frequenza è molto minore (30Hz).
Dunque è la capacità di percepire le vibrazioni a permetterci il riconoscimento delle diverse
superfici.
SOLLETICO: i recettori sono detti recettori rivelatori di soglia, e si pensa potrebbero essere di
nuovo i corpuscoli di Meissner, che danno origine ad un potenziale anche senza deformazione
della cute. Il meccanismo comunque è sconosciuto.
PROPRIOCEZIONE
E’ la sensazione del nostro corpo in relazione allo spazio esterno e di ogni altra parte del nostro
corpo in relazione l’una con l’altra.
Parliamo delle informazioni provenienti dai tessuti profondi, prevalentemente muscoli,
tendini, articolazioni.
Esistono 3 qualità:
- senso di posizione: ogni istante siamo in grado di stabilire le posizioni degli arti, anche in
una stanza completamente buia;
- senso di movimento: siamo in grado di percepire i movimenti degli arti anche se non li
vediamo;
- senso di forza: ad ogni istante siamo coscienti della forza che viene sviluppata (ad esempio
per sollevare un peso)
RECETTORI ARTICOLARI (alcuni sono più sensibili quando l’arto è alzato e meno quando
l’arto e abbassato, altri all’opposto sono più sensibili quando l’arto è abbassato)
COPIA EFFERENTE (ha un ruolo importante per sapere dove va un arto oppure l’intensità
della forza che sto imprimendo…Fine cassetta…)
TERMOCEZIONE
Si parla di temperatura.
I recettori per il freddo hanno un massimo di attivazione intorno ai 27’C e si inattivano dopo i
40’C. Interessante notare che scaricano temporaneamente per temperature che variano
improvvisamente al di sotto dei 45’. E’ una scarica paradosso che origina una sensazione di
FREDDO PARADOSSO.
NOCICEZIONE
Percezione del dolore.
Comprende diverse qualità, dal momento che diversi stimoli possono provocare dolore:
- termici
- meccanici
- chimici
INTEROCEZIONE
Sensazioni dai visceri (organi interni).
Non deve essere confusa con la propriocezione, che riguarda muscoli, tendini e articolazioni.
L’interocezione comprende tutte le sensazioni che provengono dall’interno del corpo ad
eccezione di muscoli, tendini e articolazioni.
Distinguiamo:
- INTEROCEZIONE DIRETTA (esempio è il cardiopalma, cioè il sentire il proprio cuore che
batte. E’ una condizione che si verifica quando dopo uno sforzo fisico il cuore è aumentato
di volume e la frequenza è aumentata tanto da stimolare i recettori cutanei e muscolari)
- INTEROCEZIONE DIRETTA (esempio è il senso di fame, che insorge quando si muovono
stomaco e intestino).
Prof. Strata
Ieri vi ho fatto vedere la tabella dei neurotrasmettitori che avevo completato più o meno 20 anni fa,
ora ho recuperato questo schema e quindi vedete più o meno gli stessi trasmettitori con l’aggiunta
di qualcuno. Quindi abbiamo: acetilcolina (Ath), glutammato, aspartato, GABA, glicina,
adrenalina, noradrenalina, dopamina, serotonina e istamina; questi sono i 10 trasmettitori classici,
canonici.
Andiamo avanti con le figure… Questo è l’elenco delle centinaia di peptidi che vengono liberati
dalle sinapsi oppure che vengono liberati nello spazio extracellulare. Abbiamo alcuni esempi, tra i
più noti: le encefaline (perché ci sono la L-encefalina → “L” per leucina e la M-encefalina → “M”
per metionina), le endorfine… Queste 4 sostanze le studierete perché hanno a che fare col dolore;
questo vi dà l’occasione di ricordare un principio fondamentale dello studio di questi
neurotrasmettitori: l’uomo sapeva già in tempi antichissimi che la morfina provoca effetti sul
sistema nervoso, tanto che era ed è tuttora considerata una droga; l’idea di base allora di tanti anni
fa è stata questa, se esiste una molecola di una pianta che agisce sul cervello, i casi sono 2: o
l’”Ingegnere” ci ha messo nel nostro cervello i recettori per riconoscere la molecola della pianta,
per esempio per, riconoscendo la pianta, sfamarsi, ma questa teoria non regge molto, oppure ci
sono delle sostanze fisiologiche che servono a stimolare questi recettori per proteggerci dal dolore
e poi in natura esistono dei “sostituti”, delle molecole che ci assomigliano e che si legano agli stessi
recettori; quest’ipotesi è quella vera. Per cui prima si è cercato di capire dove si leghi la morfina,
poi, individuato il recettore, ci si è chiesti quale potesse essere un’altra molecola in grado di legarsi
allo stesso recettore; eccola: l’endorfina. Essa è la “morfina fisiologica”, mentre la morfina della
pianta va a legarsi al recettore dell’endorfina. E’ un concetto fondamentale: in natura ci sono delle
molecole che si legano ai recettori normali, ma c’è sempre una molecola fisiologica che ha la stessa
funzione, più o meno potente.
Poi torniamo a vedere la vasopressina e l’ossitocina; queste due molecole sono anche ormoni. Ad
es. l’ossitocina è un ormone che va in circolo e serve per innescare le contrazioni dell’utero durante
il parto e quella delle cellule muscolari lisce dei dotti lattofori, cioè i dotti che nella mammella
contengono il latte secreto da alcune cellule. Questo non esclude che l’ossitocina sia anche un
neurotrasmettitore nelle sinapsi del SNC, e questo vale per tutte le altre sostanze che, oltre che
neurotrasmettitori, sono anche ormoni.
La sostanza-P ha a che fare col dolore, e così la colecistochinina.
Quindi, questi sono i principali peptici che fungono da trasmettitori che studiamo in Medicina, poi
ce ne sono moltissimi altri.
Ora io dovrei analizzare, una ad una, le caratteristiche principali di ciascuno di quella decina di
trasmettitori che vi ho appena elencato e che sono scritti in questa figura qui, ma prima volevo
farvi vedere la stessa figura un po’ aggiornata. Vi ricordate che vi ho fatto vedere 3 fotografie
diverse di 3 meccanismi di funzionamento delle sinapsi? Qui vedete l’Ach, il precursore, l’enzima
che produce l’Ach e la ricaptazione della colina; qui vedete che c’è una molecola della membrana
che serve da trasportatore specifico per la colina, perché altrimenti essa non passerebbe da sola e
ha bisogno di una molecola che la faccia rientrare.
Poi qui abbiamo il glutammato (Glu) che viene ricaptato e qui c’è una pompa per il Glu , un’altra
qui e un’altra qui: vedete che c’è questo sistema; il Glu viene recuperato in parte per ricaptazione
diretta, in parte attraverso la glia, questo non ve l’avevo fatto vedere ieri. Qui è per farvi vedere la
ricaptazione diretta e quella indiretta e qui ci sono tutti i nomi degli enzimi che ieri avevamo
scritto con le abbreviazioni.
Qui abbiamo la glicina con il trasportatore. Questa figura ieri si fermava alla noradrenalina, ora ci
sono tutte le tappe per arrivare all’adrenalina, per farvi vedere che se qui ci sono questi 4 enzimi si
produce adrenalina, se ce ne sono 3, noradrenalina, se ce ne sono 2, dopamina. Quindi lo stesso
neurone, a seconda degli enzimi che possiede, può sintetizzare un certo neurotrasmettitore. Anche
questo è finito.
L’ultimo argomento non vi è chiesto di studiarlo, ma è solo per darvi un minimo di prospettive
future. In tutta la fisiologia della sinapsi che c’è su tutti i libri, la glia viene appena appena
accennata come possibile ricaptatore; in realtà negli ultimi anni si è dimostrato che essa è molto
attiva nel funzionamento della sinapsi e questi sono dati recentissimi, che se sapete bene, se no
pazienza. Per es. vedete qui che c’è il massimo ruolo della glia, c’è il trasmettitore liberato e
ricaptato e qui abbiamo il Ca + + che entra, quindi tutto normale. Volevo farvi notare che qui
abbiamo una situazione in cui la glia si è staccata, smette di coprire la parte pre- e post-sinaptica
della sinapsi e ciclicamente si sposta, si muove. Questo è l’unico esempio dimostrato e quindi
potrebbe essere un’eccezione, ma è interessante perché è stato dimostrato in un nucleo
dell’ipotalamo che funziona durante l’allattamento; vuol dire che ci sono delle sinapsi che, quando
devono funzionare, sono supportate dalla glia, quando sono messe a riposo, allora la glia toglie il
suo aiuto. Questo è un bellissimo esempio di inattivazione ciclica, che magari nella vita non viene
mai attivato, o viene attivato 2 volte o 1 ecc…
Qui abbiamo un altro esempio, sempre dimostrato poco tempo fa, dove si vede che la glia è in
grado di secernere una molecola in una sinapsi dove c’è Ach; questo è stato dimostrato negli
invertebrati, ma la stessa cosa succede nell’uomo. Qui allora abbiamo l’Ach che è stata liberata e
qui vedete una molecola che lega l’Ach in modo che, a seconda della quantità di molecola liberata,
l’Ach viene paralizzata, captata, neutralizzata e quindi non si lega più ai recettori. Quindi qui c’è
una modulazione dell’efficacia sinaptica in maniera graduata.
E infine qui abbiamo un altro meccanismo dimostrato recentemente, dove nella glia ci sono delle
molecole che stimolano la conduzione dei recettori e quindi rendono la sinapsi più sensibile;
quindi a seconda dell’attività della glia, la quale è a sua volta modulata da neurotrasmettitori, da
Ca + + e così via, si può avere una modulazione dell’attività sinaptica. Ciò che vorrei che vi
rimanesse in mente è che la glia è sì importante per la trasmissione sinaptica, ma soprattutto come
queste sinapsi siano strutture altamente instabili, cioè che funzionano più o meno, si dice “dotate
di un altissimo grado di plasticità”. Come ho già detto, lo ripeto: questa è stata un’importante
scoperta, la plasticità, la capacità di rimodellamento; ora tutti gli studi dimostrano che il nostro
cervello si muove continuamente e questo è importante perché quando studierete altre cose
(farmaci, comportamenti, esperienze positive, esperienze negative, memoria, malattie,
intossicazioni, psicoterapia…), dovete sempre considerare che queste sinapsi si muovono e che
funzionano in maniera transitoria. Quindi i 2 concetti-base sono: 1)la glia è importante e 2)le
sinapsi sono strutture altamente plastiche e soggette a fattori esterni. Con questo penso di poter
chiudere.
Adesso proviamo a descrivere le principali caratteristiche dei vari neurotrasmettitori, ma prima
devo enunciare alcune regole generali che valgono per tutti: detto questo sarà facile illustrare le
loro proprietà specifiche. Innanzi tutto non esiste, come vi ho accennato, l’idea che ci siano dei
neurotrasmettitori eccitatori o inibitori, perché l’azione del neurotrasmettitore dipende da dove è
localizzato il suo recettore rispetto al canale: se il recettore per il neurotrasmettitore si trova sul
canale del Cl − , avremo inibizione, se è sul canale del Na + / K + , sarà un segnale eccitatorio; quindi
la risposta eccitatoria o inibitoria dipende dal recettore.
Seconda cosa: i recettori, sia che medino eccitazione o inibizione, non sono tutti uguali perché ogni
recettore è una molecola multimerica, composta da tante subunità proteiche, per cui la funzione
può essere differenziata tra l’una isoforma del recettore e un’altra. E questo è molto importante
perché molti farmaci sono progettati in modo tale da agire su recettori costituiti da certe subunità e
non da altre; questa è la sfida soprattutto in psichiatria: per es. trovare farmaci che nelle sindromi
psicofreniche non blocchino i recettori della dopamina, poi con effetti collaterali enormi, e trovare
una molecola che si leghi in maniera specifica al canale che possiede una ben determinata
subunità.
Altra cosa da far notare: su un recettore si lega il suo ligando specifico, però su uno stesso
recettore, come vi ho accennato prima quando vi facevo vedere l’elenco delle sostanze
biochimiche, si possono legare tantissime altre molecole,e quando una molecola, che è affine, si
lega al recettore può produrre 2 diversi tipi di effetti: un primo effetto può essere quello di mimare
il trasmettitore, svolgere la stessa funzione; in questo caso la sostanza si chiama agonista; in altri
casi invece la sostanza si lega al recettore e lo blocca; in modo tale che anche il trasmettitore
fisiologico non può più agire sul recettore; in questo caso la sostanza si chiama antagonista. Ad es. il
curaro è una molecola che si lega ai recettori dell’Ach del muscolo e in questo caso è un
antagonista, perché, quando arriva l’Ach, essa non può più essere efficace, il muscolo non si
contrae e si muore per la paralisi. L’azione antagonista del curaro si esercita selettivamente sui
recettori del muscolo, non su altri recettori dell’Ach, per es. quelli del cuore, sui quali invece
agiscono con lo stesso effetto altri farmaci. Quindi, in conclusione, i recettori possono legare una
molecola che ha affinità per loro, ma o con blocco della propria funzione (antagonisti) o con
potenziamento della stessa (agonisti).
Poi devo ricordare ancora un principio generale della trasmissione: il Principio di Dale, un
farmacologo degli anni ’30-’40, il quale aveva dimostrato che alcuni neuroni che innervano
l’intestino sono acetilcolinergici, cioè usano l’Ach come neurotrasmettitore, altri usano la
noradrenalina; ha preso un Nobel per questi suoi studi, perché ha elaborato un concetto: ogni
neurone ha un proprio profilo biochimico individuale, perciò si possono distinguere tra di loro; era
una scoperta straordinaria negli anni ’30-’40. Si è così stabilito che ci sono i neuroni adrenergici,
quelli noradrenergici ecc… Quindi, a questo punto, un altro Premio Nobel anni dopo ha
consacrato come Principio di Dale quest’ipotesi di Dale, il quale ha semplicemente detto: “Ognuno
ha il suo trasmettitore; se voi avete un neurone che ha in una terminazione una certa molecola, in
tutte le terminazioni avrà quella stessa molecola”. Dopo di che questo principio è stato travisato e
si è detto: “Il principio di Dale dice che in ogni neurone c’è un solo trasmettitore e non ce ne
possono essere due”. Se nei libri trovate questo, è un errore: Dale ha detto che esistono i neuroni
acetilcolinergici, quelli noradrenergici ecc., ma non ha escluso nei suoi lavori che in un neurone
possano esserci anche 2 trasmettitori, però in questo caso ce ne saranno 2 ovunque, in tutte le
terminazioni del neurone. Il profilo biochimico del neurone è stata la grande scoperta di Dale.
A questo punto dobbiamo analizzare questa tabella e scorrere quali sono le caratteristiche
principali dei neurotrasmettitori classici.
Iniziamo dal glutammato (o acido glutammico, Glu). E’ il più diffuso trasmettitore del sistema di
trasmissione rapida eccitatoria. Anche l’aspartato è un trasmettitore che si lega al recettore del Glu
in certe sinapsi. I recettori possono essere ionotropi o metabotropi; tra gli ionotropi ne
distinguiamo 2 tipi: uno si chiama AMPA, l’altro [Link] vogliono dire “AMPA” e “NMDA”?
Sono semplicemente l’acronimo di molecole che ho prima definito “agoniste” e “antagoniste”; in
questo caso si tratta di molecole agoniste, cioè con una molecola di questa sostanza che, si chiama
AMPA, ottengo lo stesso effetto del Glu. Però, mentre il Glu si lega a tanti recettori, l’AMPA si lega
a un solo sottotipo di recettori. A questi 2 recettori aggiungete pure il KAINATO, sempre
ionotropo. Quindi per i recettori ionotropi, abbiamo i recettori AMPA,NMDA e KAINATO. Ciò
che è importante sapere è che questi recettori hanno struttura proteica e funzioni diverse e
posseggono anche un’importanza diversa nella fisiologia e soprattutto nella patologia.
Vedete nella figura che AMPA e KAINATO provocano l’apertura del canale; il trasmettitore è
sempre Glu, però se prendete AMPA, ha lo stesso effetto, mentre con l’altro qui sopra, non succede
niente.
Questo canale fa passare Na + e K + , l’abbiamo già visto nella sinapsi neuromuscolare, dove però il
neurotrasmettitore che lo modulava era Ach; questa volta è Glu, AMPA o KAINATO. Di questo
canale ce ne sono diversi tipi: in alcuni passa anche del Ca + + , in altri no. Invece la differenza
fondamentale con gli NMDA è la seguente: nel canale degli NMDA passa nettamente anche il
Ca + + , oltre al Na + e al K + , così anche il Ca + + ,entra dentro la cellula. Quindi in uscita c’è il K + , in
entrata il Na + e il Ca + + ,. Il Ca + + che attraversa questi canali innesca all’interno della cellula delle
importanti reazioni metaboliche, tanto che viene anche detto secondo messaggero, come fosse un
trasmettitore che agisce sulla cellula. Circa questo è molto importante il fatto che il Ca + + abbia un
gradiente di concentrazione di 10.000 volte: infatti così basta un piccolo aumento di permeabilità
perché quest’enorme spinta lo porti dentro la cellula. I recettori NMDA, che fanno entrare il Ca + + ,
sono modulati dallo ione Mg + + , che abbiamo trattato parlando del potenziale d’azione cardiaco.
Avevo detto che il Mg + + modula 12-15 canali ionici; a quell’epoca vi avevo parlato del canale del
K + , ma anche di quello del Ca + + del cuore, e ora lo ritroviamo qui, nel senso che il Mg + + , che è
uno ione positivo, si comporta come il Ca + + che può passare nel canale: c’è un profilo energetico
per cui il Mg + + può attraversare il canale, oltretutto il tempo di disidratazione è lento per cui non
fa in tempo a disidratarsi. Quello che è importante è che il Mg + + , quando la cellula è a riposo,
tiene il canale libero dal suo substrato: il Mg + + infatti tenta di attraversare il canale, non ci riesce,
si ferma all’imboccatura del canale e blocca il passaggio agli altri ioni. Se però attraverso la
stimolazione AMPA, io depolarizzo la cellula, allora il Mg + + , poiché cambia la polarità, si
allontana dal canale e questo “tappo” vien fuori come fosse da una bottiglia di champagne; ecco
che gli ioni ora possono circolare. Quindi il Mg + + è un modulatore ed è il Ca + + -antagonista
fisiologico.
Perché è così importante questo argomento e mi soffermo di più rispetto ad altri argomenti?
Perché queste scoperte hanno prodotto effetti importanti sulla conoscenza delle malattie
neurologiche e forse anche psichiatriche, in quanto si è potuto accertare che il Ca + + che entra
dentro la cellula svolge un ruolo fisiologico importante, per es. nel caso della memoria: essa infatti
è dovuta alla decodificazione di alcune proteine, nella quale il Ca + + gioca un ruolo fondamentale.
Però il Ca + + può svolgere anche un ruolo patologico, qualora la quantità di Ca + + che entra nella
cellula diventi eccessiva. Quindi se io stimolo la cellula a rimanere accessibile al Ca + + , essa muore;
il mezzo per distruggere i neuroni che hanno i recettori da analizzare è semplice: con una
micropipetta di vetro vado nel cervello, applico una certa quantità di KAINATO e, dove ci sono i
recettori corrispondenti, la cellula lascia entrare una certa quantità di Ca + + , che è piccola all’inizio,
ma poi questo Ca + + depolarizza, fa passare altro Ca + + attraverso i recettori NMDA e la cellula
muore. Questo tipo di morte della cellula dovuta a eccesso di depolarizzazione, determinata
dall’attivazione dei recettori del KAINATO, seguita poi dall’entrata del Ca + + attraverso l’NMDA,
si chiama “eccitotossicità”, cioè tossicità da eccesso di eccitazione. Quindi sperimentalmente si può
dimostrare che se applico troppo Glu o troppo KAINATO posso facilmente determinare la morte
della cellula. E dato che questo tipo di morte è causata dall’eccesso di Ca + + che entra nella cellula,
è chiaro che se si pompa il Ca + + verso l’esterno, la morte non si verifica. Questa morte può anche
essere contenuta dall’eccesso di Mg + + : se voi somministrate del Mg + + , che limita l’ingresso del
Ca + + , si limitano i sintomi dell’intossicazione da Ca + + . Altra scoperta legata a queste nozioni è
che, quando c’è un’ischemia cerebrale, un’ipoglicemia, un ictus, una qualunque patologia in cui
viene a mancare l’ O2 al cervello, così come nell’infarto cardiaco, dove manca l’afflusso di sangue,
la cellula muore non perché viene a mancare l’ O2 che fa funzionare la cellula, ma perché con il
deficit di energia, causato dalla scarsità di O2 , il Ca + + che entra non può più essere pompato fuori,
perché la pompa non funziona bene e le cellule muoiono per intossicazione da Ca + + ; quindi i
Ca + + -antagonisti sono protettivi. L’industria ha cercato di elaborare una serie di molecole Ca + + -
antagoniste protettive, che però purtroppo funzionano meglio in periferia, mentre sul cuore e su
altri organi hanno diversi effetti. Di Ca + + -antagonisti ce ne sono diversi, alcuni sono in fase di
sperimentazione clinica, ma non vengono ancora messi in commercio, perché bloccare l’azione
citotossica del Ca + + vuol dire anche privare alcuni neuroni della loro normale quantità di Ca + +
con gravi effetti collaterali; tanto vale cercare molecole più specifiche che funzionino in maniera
migliore di quelle attuali. Però questo vi dà l’idea della direzione della ricerca, che tende a cercar di
bloccare l’afflusso del Ca + + . Quando studiavo io per es., c’era un farmaco chiamato maicron-d(??),
che si dava ai traumatizzati cranici, perché si vedeva un miglioramento, senza conoscerne il
motivo; aveva effetti modesti, però c’erano; esso era appunto un antagonista del Ca + + . Quindi, in
conclusione, noi abbiamo una citotossicità che ci spiega alcuni fenomeni ed anche alcune malattie
neurodegenerative. Tra questo tipo di sostanze, ce n’è una che noi usiamo tutti i giorni, quando
facciamo il minestrone e mettiamo i dadi, per es., che contengono Glu: in teoria questa sarebbe una
sostanza tossica. Perché non è tossica? Perché la barriera ematoencefalica non lascia passare gli ioni
e il Glu. Si possono però verificare dei casi di tossicità da Glu, che vanno sotto il nome di
“Sindrome del ristorante cinese”, perché la cucina cinese è molto ricca di Glu, infatti ingerendo Glu
in determinate condizioni, per es. per i bambini, quando la barriera ematoencefalica non è ancora
matura, o per l’uomo adulto quando, in seguito a certe malattie e stati febbrili, la barriera si
indebolisce, si possono manifestare i sintomi caratteristici dell’intossicazione da Glu. Ecco quindi
che dosi massicce di Glu non sono consigliabili, perché determina patologie dimostrate.
Comunque ve los piegheranno i miei colleghi. Quello che volevo dire è che questa scoperta del Glu
e questo capitolo della Fisiologia hanno aperto un campo sconfinato con delle strette correlazioni,
tanto che oggi si riconoscono molte malattie in cui si ipotizza un’intossicazione da Ca + + .
Ultima cosa e poi chiudo. Esistono dei topi mutanti che hanno un recettore per il Glu mutato che
lascia entrare un’enorme quantità di Ca + + ; ebbene, in questi topi, questo recettore mutato si trova
solo nelle cellule del Purkinjie del cervelletto, e poi nel corso dei primi mesi/primo anno di vita
tutte le cellule del Purkinjie degenerano e il topo rimane senza cellule del Purkinjie. C’è una
malattia anche nell’uomo in cui si verifica la degenerazione selettiva delle cellule del Purkinjie; è
possibile che ci sia qualche canale ionico che infiltra la cellula e faccia passare troppo Ca + + .
Chiudo il discorso dicendo che il Glu è un neurotrasmettitore, l’eccesso del Glu o del suo
antagonista può provocare danni cerebrali e molte malattie sono dovute a una sregolazione del
Ca + + mediata da recettori del Glu.
Per quanto riguarda il GABA e la Gly, essi sono 2 neurotrasmettitori entrambi inibitori.
Per il GABA esistono, anche qui, recettori ionotropi e recettori metabotropi. I recettori del GABA
sono tre: A, B, C. Trovate questa classificazione nel sito dove vi ho fatto mettere quel file con tutte
le diapositive che ho presentato prima. Quindi A e C sono ionotropi, B è metabotropo. C non lo
sentirete nominare spesso perché è un recettore nuovissimo, che sui libri è difficile trovare e di cui
si conosce pochissimo. Invece sentirete spesso dei recettori A e B. Vedremo che il Gaba è
importante per l’inibizione e perché moltissimi dei farmaci che si usano comunemente agiscono
sui suoi recettori. Per es i barbiturici: oggi essi sono scomparsi, ma una volta, quando avevo la
vostra età, erano i farmaci che tutti prendevano per dormire e per sedarsi, come ora ci sono le
benzodiazepine. I barbiturici si legano ai recettori del GABA e ne potenziano l’azione inibitoria. I
seguito sono venute le benzodiazepine, che si legano anch’esse a questi recettori e presentano un
vantaggio: hanno un’azione molto più selettiva e meno tossica; la dose letale e quella farmacologia
dei barbiturici erano molto simili, tanto è vero che i suicidi da barbiturici un tempo erano molto
diffusi; poi invece con le benzodiazepine si è avuto un salto di qualità, perché la dose letale è molto
alta, e anche se uno vuole suicidarsi, le dosi necessarie di benzodiazepine non sono facilmente
disponibili. Quindi le benzodiazepine han dato vita a una rivoluzione, sono i farmaci più venduti
al mondo perché hanno impiego in varie tipologie di disturbi di tipo motorio, psichiatrico, ansie…
Agisce su questo recettore del GABA anche l’alcol: come i barbiturici e le benzodiazepine, esso ne
stimola l’attività; qui non c’è un recettore ben identificato, ma l’alcol in qualche modo…
Anche qui ci sono delle molecole che bloccano l’azione dell’alcol, tanto è vero che una volta si
potevano bloccare gli effetti dell’ubriacatezza somministrando delle pastiglie, con però vari effetti
collaterali; questa molecola non ha preso campo perché non ha senso prender una pastiglia ogni
tot. Di livello di alcol, ma questo è per dirvi che si può modulare l’azione dell’alcol sui recettori del
GABA e vi dice anche perché molti che vogliono suicidarsi assumono un’ampia dose di
benzodiazepine e poi devono una gran quantità di un qualche tipo di alcol: perché l’azione
dell’alcol è sinergica a quella delle benzodiazepine, quindi il potenziamento dell’azione del
recettore in questo modo è maggiore.
Per l’Ach abbiamo già detto tutto. E’ il primo neurotrasmettitore scoperto del SNC. In base al
Principio di Dale, se questo è il corpo del neurone, lì c’è il muscolo e qui c’è l’Ach, in ogni
terminazione laterale ci dev’essere l’Ach.
L’Ach ha due tipi di recettori: ionotropi e metabotropi; quelli ionotropi sono anche detti nicotinici,
anzi nel linguaggio comune troverete maggiormente questa seconda nomenclatura. Invece, quelli
che agiscono per via metabotropica si chiamano muscarinici. Quindi l’Ach è un es. di trasmettitore
che è eccitatorio nel muscolo tramite i recettori nicotinici, e inibitorio sul cuore e sui visceri ramite i
recettori muscarinici. Anche qui vale il principio di prima. Come faccio a dire che un recettore è
nicotinico o muscarinico? L’identificazione fa riferimento all’agonista o all’antagonista: in questo
caso la nicotina è agonista dei recettori ionotropi, mentre la muscarina, che è un veleno del mondo
vegetale, dei funghi, blocca i recettori metabotropi. Quindi in base all’azione di queste sostanze
naturali si sono distinti i due tipi di recettori. Quindi la stessa molecola sui nicotinici si lega qui e
sui muscarinici su un altro punto; è come fossero la stessa molecola che si presenta in maniera
diversa, e quindi sono due molecole dal punto di vista concettuale. Facciamo un es: il curaro. Il
curaro si lega ai recettori nicotinici, bloccando l’azione dell’Ach sul muscolo scheletrico e
provocando una paralisi, ma non fa niente sul cuore, dove ci sono i recettori muscarinici. Invece,
per bloccare i recettori dell’altro tipo, una volta usavamo la belladonna; essa è sempre una
molecola vegetale, di cui troviamo traccia nella Cultura Egiziana, come cosmetico femminile,
perché, facendone una polverina dalle foglie secche e mettendosela sull’occhio, le donne Egiziane
acquistavano fascino, perché sembra che la pupilla puntiforme sia poco attraente e dia un senso di
aggressività, mentre la pupilla dilatata sembra conferisca fascino; per questo motivo veniva usata
come cosmetico. Poi la Medicina l’ha adottata come dilatatore della pupilla per l’esame del fondo
dell’occhio. Quando studiavo io, si usava ancora la belladonna in gocce: si metteva lì, ci voleva
circa mezz’ora perché agisse e poi per tutto il giorno bisognava stare in casa al buio.
LEZIONE DEL 24/ 10/ 2003
[ Nella registrazione manca la breve introduzione iniziale, integro dagli appunti:
Le informazioni vengono trasmesse ai centri superiori a partire dalla periferia tramite 2 vie: una per le
informazioni termiche e dolorifiche e una per quelle propriocettive e meccanocettive superficiali (tattili).
I nervi delle sensibilità propriocettive e tattile, giungono attraverso i gangli radicolari alle radici
posteriori del midollo spinale. I neuroni sensitivi primari sono cellule a T il cui ramo periferico si
collega ai recettori specifici. ]
L’assone delle cellule a T entra nel midollo spinale e risale subito dallo stesso lato nelle
cosiddette colonne dorsali o cordoni posteriori fino ad arrivare al bulbo. Per questo motivo
questo sistema delle vie tattili-propriocettive si chiama anche sistema dei cordoni posteriori o
sistema delle colonne dorsali. Nella parte posteriore del midollo spinale ci sono i cordoni
posteriori che sono costituiti da insiemi di assoni che risalgono su fino al [Link] abbiamo la
prima sinapsi e quindi in pratica non esiste nessuna sinapsi fino al bulbo.
Nel bulbo, nei nuclei gracile e cuneato esistono i neuroni sensitivi secondari che sono quelli che
ricevono le informazioni dai neuroni sensitivi primari.
[RIASSUME:] quindi il neurone sensitivo primario in contatto con il recettore veicola le
informazioni nel midollo spinale, nelle colonne dorsali che formano le prime sinapsi a livello
bulbo, nei nuclei della colonna dorsale gracile e cuneato.
Oltretutto nel bulbo ci sono, l’ho già detto, i neuroni sensitivi secondari. La caratteristica
fondamentale dei neuroni sensitivi secondari è che i loro assoni formano un fascio, una via
nervosa importantissima che è il lemnisco mediale. Ovviamente c’è un lemnisco mediale di
sinistra e un lemnisco mediale di destra. Il lemnisco mediale è un fascio talmente importante
che ha dato il nome a questo sistema delle colonne dorsali o cordoni posteriori, pertanto
definito sistema lemniscale. Quindi quando si parla di sistema lemniscale si parla del sistema
che veicola le informazioni tattili e propriocettive.
Il lemnisco mediale di destra si incrocia subito dopo il bulbo con il lemnisco mediale di sinistra.
Quindi in pratica tutte le informazioni che provengono da un emicorpo vanno a finire dalla
parte opposta: tutte le informazioni di sinistra vanno a finire a destra e tutte le informazioni di
destra vanno a finire a sinistra. Quindi i neuroni sensitivi secondari si incrociano e le
informazioni vengono veicolate al talamo. Nel talamo esiste una seconda sinapsi. [RIASSUME:]
qua [e indica la figura] c’è la prima sinapsi: tra i neuroni sensitivi primari e secondari, la seconda
sinapsi è tra i neuroni sensitivi secondari e i neuroni talamici.
La proiezione di questi neuroni sensitivi secondari al talamo avviene in nuclei specifici del
talamo che si chiamano ventro-basali del talamo, detti anche complessi ventro-basali, c’è un
complesso ventro-basali di destra e uno di sinistra. Da qui inizia la proiezione finale: il sistema
talamo corticale. I neuroni dai nuclei ventro-basali del talamo proiettano a S1 che è l’area
somestetica o somatosensitiva.
In ultima analisi il succo del discorso è che le informazioni che provengono dall’epicorpo di
destra proiettano alla corteccia (quindi S1) di sinistra e viceversa. Quindi questo sistema
trasporta informazioni tattili e propriocettive.
L’altro sistema che in genere viene chiamato sistema extralemniscale (perché non passa dai
lemnischi mediali di cui abbiamo parlato adesso) trasporta invece informazioni dolorifiche o
nocicettive e termiche. La prima differenza rispetto al sistema precedente consiste nel fatto che
il neurone sensitivo primario fa sinapsi a livello del corno posteriore del midollo spinale con dei
neuroni spinali che si trovano appunto nel corno posteriore. Quindi mentre il sistema
lemniscale non fa nessuna sinapsi e risale subito lungo i cordoni posteriori, il sistema invece
extra-lemniscale, quello delle informazioni dolorifiche e termiche, forma subito sinapsi a livello
delle corna posteriori. Quindi il neurone sensitivo secondario in questo caso è nel midollo
spinale, nell’altro caso era nel bulbo. I neuroni sensitivi secondari si incrociano nel midollo
spinale e risalgono nel midollo spinale controlaterale in un fascicolo che si chiama fascicolo
anterolaterale. In neurochirurgia esiste una tecnica in cui si seziona il fascicolo anterolaterale
proprio per interrompere le informazioni dolorifiche. Quindi il fascicolo anterolaterale del
midollo spinale per esempio di destra contiene le informazioni che provengono dall’emicorpo
di sinistra. Ora, qua, nel fascicolo anterolaterale le cose sono molto complicate, non esiste
un’organizzazione precisa e ben conosciuta come abbiamo visto per le vie tattili e
propriocettive. Per le vie tattili e propriocettive è relativamente semplice: c’è un neurone
sensitivo primario, c’è una prima sinapsi qua, c’è il neurone sensitivo secondario e così via fino
alla corteccia cerebrale. Il sistema extralemniscale invece è molto più complesso perché il
fascicolo anterolaterale contiene perlomeno 3 sistemi che sono questi: fascio neospinotalamico,
fascio paleospinotalamico e fascio spino-reticolo-talamico. Poi qui le cose sono più complesse
ma è sufficiente che conosciate questi tre sistemi qua.
Fascio spino-reticolo-talamico. Il fascio spino-reticolo-talemico è un fascio molto complesso che
passa semplicemente come dice lo stesso nome, dal midollo spinale alla sostanza reticolare e
dalla sostanza reticolare va a finire al talamo passando attraverso un’infinità di neuroni: ci sono
decine, centinaia, migliaia di sinapsi. Quindi è un sistema che non è facilmente descrivibile,
l’importante è che vi rimanga in testa che esiste questo fascio spino-reticolo-talamico che passa
attraverso la sostanza reticolare.
Poi ci sono il fascio paleospinotalamico e neospinotalamico che portano le informazioni
direttamente al talamo, con una grande differenza però: che il fascio paleospinotalamico, che è
il più antico (“paleo”), il più antico dal punto di vista filogenetico ed evolutivo, non è
organizzato in maniera somatotopica, non è cioè organizzato in maniera topografica, precisa, al
contrario del fascio neospinptalamico in cui ogni parte del corpo proietta ad una precisa parte
del talamo.
Quindi vedete che il fascicolo anterolaterale è costituito da numerose parti, anche questo è il
motivo per cui quando si seziona il fascicolo anterolaterale, molto spesso il dolore scompare per
un certo periodo di tempo ma poi ritorna, proprio perché non esiste una via sola, ben definita,
ma esiste una distribuzione molto complessa di vie che in qualche modo non permette di fare
una lesione mirata e precisa.
Quindi dal talamo i tre fasci (i neuroni che si trovano nel talamo) proiettano non in maniera
specifica a livello di S1, della corteccia somatosensitiva primaria, ma diffusamente a livello di
tutta la corteccia. Quindi, questo vedete è spiegata l’anatomia funzionale di questi due sistemi,
quindi il succo del discorso è fondamentalmente che ci sono due punti importanti:
I) Nel midollo spinale le vie tattili e propriocettive non sono incrociate nel midollo spinale,
mentre le vie termiche e dolorifiche sono incrociate. Nel midollo spinale di destra abbiamo le
vie tattili e propriocettive che portano informazioni che provengono dallo stesso lato del corpo,
le informazioni termiche e dolorifiche contenute provengono invece da sinistra. Per capire
l’importanza di questa organizzazione è utile un esempio: tutte le patologie che colpiscono il
midollo spinale provocando una lesione specifica solo di una metà del midollo, producono una
sintomatologia caratteristica che si basa proprio su quel che abbiamo visto adesso. Ad esempio
un trauma vertebrale, una scheggia di vertebra si infila nella metà del midollo spinale e lo
seziona a metà, mentre l’altra parte rimane intatta. Questa è una situazione caratteristica che va
sotto il nome di sindrome da emisezione del midollo spinale che si chiama anche sindrome di
Brown-:…….[non si capisce il nome]. In cosa consiste? Consiste in una dissociazione sensoriale,
che vuol dire che il soggetto colpito presenta una dissociazione dei sintomi che compaiono a
livello delle informazioni tattili e propriocettive de un lato e termiche e dolorifiche dall’altro. In
base a ciò che si è detto prima, una emisezione di questo tipo a destra (per esempio a livello
toracico) cosa determina? Determina negli arti inferiori una scomparsa della sensibilità tattile e
propriocettiva a destra e una scomparsa della sensibilità termica e dolorifica nel lato opposto,
mentre la sensibilità termica e dolorifica dallo stesso lato della lesione è intatta.
Quindi le vie tattili e propriocettive viaggiano nel midollo spinale ipselaterale, le vie termiche e
dolorifiche viaggiano in quello controlaterale.
II) Il sistema tattile e propriocettivo proietta in maniera precisa, specifica, somatotopica; mentre
per ciò che riguarda le vie termiche e dolorifiche la proiezione come detto è diffusa. Quindi in
un caso abbiamo il sistema lemniscale in cui passano i lemnischi mediali, nell’altro caso
abbiamo il sistema extralemiscale.
Ora ci soffermiamo un attimo su questa parte, cioè sulle radici posteriori e su tutta quella parte
che si trova qua, subito prima dell’entrata nel midollo spinale, perché qua esiste
un’organizzazione fondamentale dal punto di vista pratico. Andiamo a vedere in dettaglio. Ciò
che succede è un tipo di organizzazione importantissima che si collega all’organizzazione in
dermatomeri, dermatomeri cutanei. Vediamo di capire bene in cosa consiste il dermatomero.
[Illustra uno schemino sulle radici posteriori dei nervi spinali]. Dal punto di vista anatomico e
funzionale la caratteristica fondamentale di quello che avviene a questo livello (delle radici
posteriori) è che si ha un riraggruppamento di tutte le fibre afferenti che provengono dalla
periferia. Cosa vuol dire esattamente? Se si considerano ad esempio 3 nervi A, B, C, innervanti
parti diverse del corpo, al livello che stiamo considerando (radici posteriori) si ha il
riraggruppamento. Cosa vuol dire riraggruppamento? Vuol dire che le fibre che provengono da
un nervo si mischiano con le fibre che provengono da un altro, da altri nervi anzi. Quindi in
ultima analisi il territorio d’innervazione di C è ben diverso dal territorio d’innervazione della
radice 3, [si riferisce allo schemino sopra citato] perché la radice posteriore 3 riceve un po’ di fibre
che provengono da C, un po’ di fibre che provengono da B, un po’ di fibre che provengono da
A. Il territorio d’innervazione di una radice posteriore si chiama dermatomero, quindi questa è
la definizione di dermatomero cutaneo. Ci sono diverse radici nervose, ognuna di esse ha un
territorio d’innervazione ben preciso sulla superficie del corpo. Questo è importantissimo,
perché se la lesione avviene qua [indica un punto sullo schemino], quindi a livello di un nervo
periferico, si avrà per esempio l’anestesia in questa zona della cute ma se la lesione avviene in
un punto diverso si avrà un’anestesia in un punto completamente diverso della cute. Quindi
conoscendo bene il territorio di innervazione di un nervo periferico e delle radici posteriori, è
possibile risalire, semplicemente valutando qual è la zona anestetica (io faccio l’esempio della
zona anestetica ma ci sono molte altre cose che possono essere valutate nelle cliniche) è
possibile risalire al punto della lesione. Questa ad esempio è la distribuzione approssimativa, la
distribuzione dermatomerica della superficie corporea [si riferisce a qualche figura proiettata],
vedete qua ad esempio questo territorio, rappresenta tutta la parte laterale della coscia, cosa
vuol dire? Vuol dire che tutta questa zona qua è innervata dalla radice dorsale L2. Ci saranno
tanti dermatomeri quante sono le radici posteriori. Ovviamente non sarà necessario ricordare a
memoria tutti i dermatomeri, li dovrà sapere a memoria il neurologo. Se arriva un paziente che
vi dice: “Ho un dolore” oppure “ho una zona anestetica nella parte anteriore della coscia di
destra”, cosa vuol dire? Vuol dire che a livello di L2 c’è qualcosa che non va. Quindi i
dermatomeri ci dicono quali sono le radici posteriori che innervano quel determinato territorio
cutaneo.
Finora abbiamo parlato del midollo spinale e di tutte le informazioni che vi giungono
provenienti da tutto il corpo ad eccezione della zona trigeminale, il volto. Quindi finora
abbiamo parlato dell’organizzazione funzionale degli arti inferiori, del tronco, degli arti
superiori e della parte posteriore della testa le cui informazioni giungono alla radice cervicale
posteriore C2. La parte anteriore della testa invece ha un’organizzazione completamente
diversa, perché è innervata dal trigemino, dal nervo trigemino. L’organizzazione funzionale del
nervo trigemino ha una caratteristica particolare. Dal punto di vista anatomico vi ricordo solo
che il ganglio radicolare del midollo spinale del trigemino sarebbe il ganglio di Gasser, dove ci
sono i neuroni sensitivi primari che costituiscono poi questa via, e che poi…La stessa cosa di
prima, solo che ci troviamo in un nucleo dell’encefalo invece che in uno del midollo spinale.
Ecco, ci passo velocemente perché dovreste già saperlo..Allora, per quanto riguarda il trigemino
le cose, dicevo, sono diverse e le informazioni non vengono più dal midollo spinale, ma
vengono invece dal nervo trigemino. Allora, 2 cose sull’organizzazione funzionale del nervo
trigemino. Il nervo trigemino si comporta allo stesso modo dei nervi spinali, come ho detto
finora: ci sono i dermatomeri, ci sono i neuroni sensitivi primari che stanno nel ganglio di
Gasser, esattamente le stesse cose, solo che stiamo parlando della parte anteriore della testa.
Allora, premesso che vi ricordiate l’anatomia, si possono dividere secondo l’organizzazione
funzionale del nervo trigemino in due grossi punti: un’organizzazione di tipo periferico e
un’organizzazione centrale. Cosa vuol dire, che differenza c’è? Allora, quando parliamo
dell’organizzazione periferica del nervo trigemino, parliamo in pratica dei territori di
innervazione delle tre branche del trigemino: la branca oftalmica, la branca mascellare e la
branca mandibolare. Vuol dire (vi ricordate?) che nel ganglio di Gasser vanno tre branche
trigeminali: quella oftalmica che innerva tutta la parte superiore della testa, la parte intorno
all’occhio e la parte superiore del naso, la 2 [si riferisce ad un’immagine proiettata in cui 1=branca
oftalmica, 2=mascellare, 3=mandibolare] innerva tutta la zona mascellare, la 3 la branca ascendente
della mandibola, il mento eccetera.. Si chiama organizzazione periferica che consiste
semplicemente nel territorio d’innervazione delle tre branche del nervo trigemino. Per quanto
riguarda invece l’organizzazione centrale, l’organizzazione centrale ha una caratteristica
particolare e indubbiamente se ne parla in dettaglio, se ne parla in profondità e ci si sofferma
ovviamente un attimo perché anche questa ha un’importanza fondamentale. Per
organizzazione centrale si intende il territorio d’innervazione di diverse porzioni, di diverse
popolazioni neuronali quindi del nucleo del trigemino che si trova a livello dell’encefalo.
Perché? Perché la connessione tra cute del volto e determinate popolazioni neuronali che si
trovano nei nuclei mesencefalici del trigemino avviene secondo modalità precisa, particolare e
viene definita, lo vedete scritto qua, a “bulbo di cipolla”, a bulbo di cipolla vuol dire
semplicemente come la buccia della cipolla, concentrica, come dire.. Spiego meglio, questa è
l’organizzazione a bulbo di cipolla, lo vedete qua rappresentata [e presenta un’immagine], a
bulbo si cipolla vuol dire che ci sono dei neuroni nei nuclei (sono 2, uno destro e uno sinistro)
del trigemino, che innervano a bulbo di cipolla, in modo concentrico, le zone del collo, ci sono
dei neuroni che innervano la zona peribuccale, il naso, c’e un’altra popolazione neuronale che
innerva la parte inferiore, quindi la mandibola, la mascella e la zona orbitale. Quindi vedete che
il territorio di innervazione delle branche periferiche (oftalmica, mascellare e mandibolare) e
invece dei neuroni centrali (quelli che si trovano nei nuclei dell’encefalo) è completamente
diversa. Perché è importante questo? È importante perché se ti arriva un paziente che ti dice:
“Io sento anestesia, non sento più nessuno stimolo sulla fronte, sulla parte superiore della
testa”, questo è il territorio d’innervazione della branca oftalmica, a cosa pensereste subito? C’è
verosimilmente qualcosa che non va (qualcosa che non va tra virgolette) a livello della branca
oftalmica. Se vi dice:”Io sento anestesia nel mento, non sento più gli stimoli qua, non sento più
gli stimoli qua, nella branca ascendente, nella parte superiore dell’orecchio”, quello è il
territorio d’innervazione della branca mandibolare e quindi penserete che c’è qualcosa che non
va a livello della branca mandibolare, quindi una lesione di tipo periferico. Se invece vi dice: ”Io
sento anestesia in tutta la zona peribuccale e anche a livello del naso”, allora vedete che qua sta
descrivendo un territorio concentrico, a bulbo di cipolla e allora lì penserete che c’è qualcosa
che non va non a livello della branca periferica, ma a livello dell’encefalo, che è una cosa ben
diversa: uno preferisce avere una lesione ad una branca periferica piuttosto che una lesione a
livello dell’encefalo. Se vi dice: “Non sento più gli stimoli, sento una zona di anestesia qua, a
livello della guancia, a livello del mento”, anche quella è una distribuzione a bulbo di cipolla
che vi fa pensare che c’è qualcosa che non va a livello centrale. Quindi esistono queste due
organizzazioni di distribuzione delle informazioni sulla cute del volto: una distribuzione di tipo
periferico e una distribuzione concentrica che rappresenta invece l’organizzazione funzionale
centrale, presente nei nuclei mesencefalici del tronco. Quindi questo è in pratica quel che
avviene a livello del trigemino, quindi da una parte abbiamo il sistema somatosensoriale che
trasporta le informazioni tramite il midollo spinale da tutto il corpo, dall’altra parte invece
abbiamo il trigemino che trasporta le informazioni dalla parte anteriore della testa. Cosa fa poi?
Il trigemino si unisce poi al lenisco mediale e va finire al talamo. Per essere più precisi il
complesso ventrobasale del talamo (se non ve lo ricordate questo non importa, è solo un
dettaglio, però ad esempio dal punto di vista neurochirurgico ha un’importanza fondamentale)
riceve le informazioni da tutto il corpo, il complesso ventrobasale laterale riceve informazioni
dalle radici posteriori del midollo spinale, il complesso ventrobasale mediale invece riceve le
informazioni dal trigemino.
Bene, adesso diciamo un’ultima cosa, se no poi andiamo troppo in là..Ultimissima cosa:
organizzazione del talamo. Ovviamente qua c’è un po’ di sovrapposizione con ciò che avete
fatto in anatomia, però in neurofisiologia si è interessati non tanto a capire l’organizzazione
anatomica, ma quella funzionale, cioè che funzione ha una determinata struttura cerebrale.
Allora il talamo dal punto di vista funzionale è una stazione di relais, avrete di sicuro appreso
fino alla nausea in anatomia che è una stazione di relais sensoriale importantissima, non solo
sensoriale ma principalmente sensoriale, dove arrivano tutte le informazioni con diverse
modalità sensoriali e da cui si va su alla corteccia cerebrale. Allora dal punto di vista
funzionale, visto che stiamo parlando del sistema somatosensoriale e la prossima volta
riprenderemo proprio col talamo, cioè cosa succede alle informazioni tattili e propriocettive,
alle informazioni dolorifiche nel talamo, il talamo può essere grossolanamente suddiviso in
queste zone, che io qua per semplicità vi ho suddiviso in 4: talamo specifico, talamo aspecifico,
talamo motorio e talamo associativo. Vi ripeto questa è suddivisone funzionale, che riguarda
fondamentalmente le funzioni che sono presenti a livello del talamo. Allora, talamo specifico,
cosa si intende per talamo specifico? Per talamo specifico si intende quello che stiamo
studiando adesso, cioè in pratica il talamo che riceve informazioni da una modalità sensoriale
specifica. Per esempio, il corpo genicolato laterale riceve informazioni dal sistema visivo, cioè le
informazioni che provengono dalla retina vanno a finire al corpo genicolato laterale, il corpo
genicolato mediale riguarda invece il sistema uditivo. NVB [fa evidentemente riferimento ad una
immagine proiettata] è il nucleo ventrobasale, quello di cui abbiamo parlato prima e riguarda
invece le informazioni che provengono dal sistema somatosensoriale, quindi dal bulbo e dal
midollo spinale. Quindi cos’è il talamo specifico? Per talamo specifico si intende quel talamo
che riceve le informazioni somatosensoriali specifiche, la vista, l’udito, il tatto.. Talamo
aspecifico. Il talamo aspecifico si trova medialmente, vicino alla linea mediana, ne parleremo
abbondantemente sia per quanto riguarda il dolore, sia per quanto riguarda il ciclo sonno-
veglia. Il ciclo sonno-veglia è importante per il talamo mediale, ci sono dei nuclei che si
chiamano intralaminari che apecorano nella fase di addormentamento e di sveglia, di
addormentamento e di sveglia ecc.. Poi c’è un talamo motorio, che è questo qua [e indica
un’immagine proiettata] , si chiama nucleo ventrolaterale e che è connesso con la
programmazione motoria; e poi c’è un talamo associativo. Talamo associativo che è questo
grosso nucleo qua [e indica un’immagine proiettata] che è connesso con la corteccia associativa
responsabile delle funzioni superiori. Funzioni superiori che sono ad esempio lo stato di
coscienza lo stato di veglia ecc. Quindi a grandi linee il talamo può essere suddiviso in queste
quattro porzioni dal punto di vista funzionale, questo ve lo dico perché adesso noi stiamo
studiando il talamo specifico cioè quello che riceve le afferenze sensoriali specifiche, e andando
ulteriormente nello specifico noi stiamo studiando questo nucleo ventrobasale del talamo.
[Link] Strata
Lezione di Fisiologia lunedì 27 ottobre 2003
MEDIATORI CHIMICI
Abbiamo visto il glutammato come principale trasmettitore, abbiamo visto i vari tipi di recettore,
abbiamo visto tutta la fisiopatologia del calcio, la eccitotossicità, eccetera.
Il GABA è un diffuso trasmettitore della inibizione centrale, del Sistema Nervoso Centrale. Ha due
tipi di recettori ionotropi e metabotropi e tra i recettori ionotropi abbiamo il GABA A e il GABA C
e tra i recettori metabotropi il GABA B. Il GABA C è nuovo, non si sa quasi nulla, tutto quello che
sappiamo dal punto di vista della terapia e della farmacologia è legato al recettore GABA A.
Questo recettore è potenziato da una classe di farmaci che si chiamano barbiturici e si usavano
molto in passato sia per le anestesie generali sia per le anestesie brevi, sia come sonniferi, sia come
ansiolitici. Queste molecole sono scomparse perché sono state sostituite da altre molecole che
hanno lo stesso effetto, di potenziare i canali del cloro del recettore GABA A; sono le
benzodiazepine le quali hanno lo stesso effetto, anche se si attaccano in un altro punto del
complesso recettore canale. Le benzodiazepine hanno dose tossica letale molto alta rispetto ai
barbiturici; poi abbiamo effetti collaterali minori, un sonno qualitativamente migliore, eccetera,
non è mio scopo illustrare tutto questo.
Il meccanismo è sempre simile, poi a seconda della molecola otterrete effetti diversi, più sedativi,
più ipnotici, di breve durata, di lunga durata; c’è un insieme di farmaci che hanno avuto successo
nella storia delle malattie del sistema nervoso. Se in quest’aula ci fossero 300 posti, 100 di questi
300 nella vita avranno problemi psichiatrici. Il 30% della popolazione secondo l’Organizzazione
Mondiale della Sanità nella vita in media ha problemi psichiatrici in senso lato: non solo
schizofrenia, depressione, ansia, insonnia.
Le benzodiazepine servono molto per le malattie psichiatriche ma vengono prese anche dagli altri
due terzi che invece non vanno incontro a queste malattie.
Poi c’è una terza categoria di farmaci che agiscono sul GABA, si chiamano imidazopiridine. Non
hanno soppiantato le benzodiazepine perché sono ancora tuttora valide, però hanno alcuni
vantaggi. Anche queste potenziano l’azione attaccandosi a un recettore per le imidazopiridine,
potenziando i recettori per il cloro, potenziando il GABA, ce ne sono in commercio che hanno
effetti collaterali di bassissimo peso; per esempio nel sonno ci sono diverse fasi, c’è una fase molto
importante, che se è presente è quella dei sogni e deprimendo questa fase del sonno uno non si
riposa bene, diminuisce la qualità del sonno. Una di queste diazepine dà un’azione di circa tre ore.
Infine abbiamo la quarta categoria di sostanze che agiscono sui recettori del GABA e che hanno
una certa importanza che non è un vero e proprio farmaco, che è l’alcol; ha la stessa azione delle
imidazopiridine ed è sinergico con loro soltanto che l’alcol ha enormi effetti collaterali, sia sulla
qualità del sonno, sia come effetti collaterali. L’alcol ha effetti collaterali disastrosi. Non c’è un
recettore specifico per l’alcol, come l’alcol agisce è ancora piuttosto ignoto, però potenzia:
associando l’alcol a queste sostanze… se avete uno che si vuole suicidare, con i famosi vecchi
barbiturici se prendendo una bottiglietta di barbiturici si beveva mezzo litro di whiskey gli effetti
erano notevoli.
Poi abbiamo l’acetilcolina. Abbiamo visto che nel muscolo media la contrazione rapida del
muscolo, abbiamo visto che è anche metabotropa, è anche un modulatore molto importante. Vuol
dire che ci sono dei nuclei nel tronco dell’encefalo dove ci sono delle cellule colinergiche che
proiettano in maniera diffusa, con delle sinapsi non direzionali, in certe aree cerebrali. E questo
sistema è quello che viene meno in alcune malattie, come il morbo di Alzheimer, malattia
degenerativa dove per cause ancora sconosciute degenerano delle cellule comprese fra le
colinergiche. E allora nelle fasi iniziali il potenziamento di questo sistema potrebbe dare dei
benefici; purtroppo i farmaci studiati finora sono stati un disastro, tanto che alcuni sono stati
ritirati dal commercio per gli effetti collaterali e bisogna andarci piano. Adesso ce n’è uno che
passa anche la mutua, costosissimo, cicli da un milione, due milioni al colpo, prescritti solo nella
fase iniziale, perché dopo sembra che non facciano niente. Si tratta di un farmaco che
potenzierebbe la memoria e in effetti è stato sperimentato anche un test di memoria su persone
normali dimostrando che c’è un lieve miglioramento della memoria.
Volevo ricordare che noi abbiamo due tipi di memoria. Abbiamo una memoria acquisita in passato
che rimane stabilmente nel nostro cervello e poi abbiamo un processo di memorizzazione di tutto
quello che vediamo e mettiamo in un magazzino. Nel morbo di Alzheimer manca il trasferimento
nella memoria, nel magazzino, quindi noi ricordiamo tutto quello che è passato, anche
nell’infanzia, però non ricordiamo quello che abbiamo fatto cinque minuti prima. A seconda della
gravità ce lo ricordiamo sempre meno e dimentichiamo prima quello che abbiamo fatto un anno fa,
poi dimentichiamo quello che abbiamo fatto 10 anni fa, 20 anni fa, eccetera… e questi pazienti
all’ultimo ricordano solo le preghiere e il linguaggio che gli è rimasto è il primo linguaggio di
quando erano ancora piccoli. Quindi più il ricordo è lontano, più questo rimane nel tempo, c’è una
specie di perdita all’indietro della memoria.
Ci sono dei pazienti con lesioni che studierete nel campo della memoria, il primo paziente della
storia è stato un signore che era epilettico, è stato operato al cervello in un’area critica per questo
processo che è l’ippocampo. Questo signore dopo l’operazione, gli hanno rimosso le cicatrici che
davano l’epilessia, sembrava apparentemente normale, ricordava bene tutta la sua vita, dove
abitava, numeri di telefono, però non era più in grado di ricordare niente di nuovo e quindi
quando ha cambiato casa continuava ad andare all’indirizzo vecchio.
L’acetilcolina gioca un ruolo importante nei processi di attenzione e memorizzazione e viene dato
come farmaco, anche se a mio parere, di scarsissima efficacia. La prescrizione è che va dato solo ai
casi iniziali di Alzheimer e non a tutte le persone che hanno un po’ di demenza che poi fra l’altro
magari non è Alzheimer, ma è demenza arterosclerotica o demenza di altro tipo.
Adesso passiamo alla noradrenalina; per la noradrenalina ci sono diversi tipi di recettori, non mi
interessa che sappiate tutti i nomi, ricordatevi solo la classificazione. La noradrenalina è molto più
importante come sistema ascendente; quello che vorrei dire della noradrenalina che riguarda
anche l’acetilcolina è la distribuzione nel Sistema Autonomo. Il Sistema Autonomo ha una
componente simpatica e parasimpatica. L’ortosimpatico è fatto da un neurone che si trova nel
Sistema Nervoso Centrale nel midollo spinale a livello toracolombare, non a livello cervicale, non a
livello sacrale. La fibra che esce dal midollo spinale termina molto vicino al midollo, in un ganglio
che è il ganglio paravertebrale. C’è tutta una catena di gangli vicino al midollo dove terminano le
fibre preganglionari che si chiamano preganglionari perché sono prima del ganglio simpatico. Qui
c’è una seconda cellula che manda l’assone in periferia, infatti lo manda lontanissimo e lì c’è
l’organo effettore che può essere una ghiandola, può essere muscolatura liscia, può essere il cuore,
l’intestino, la vescica.
Poi abbiamo il parasimpatico che anche lui ha un ganglio: il neurone preganglionare del Sistema
Nervoso Centrale che si trova o nel tronco dell’encefalo o nel midollo sacrale; il neurone
preganglionare esce e va vicino all’organo effettore, qui si interrompe in un ganglio da cui parte il
secondo neurone postgangliare che va ad innervare la periferia.
Quindi abbiamo in tutti e due i casi due neuroni ma il simpatico ha il primo neurone corto, il
parasimpatico lungo e viceversa.
Quali sono i trasmettitori di queste quattro sinapsi? Nella sinapsi dei gangli si ha quindi
acetilcolina e acetilcolina, invece a livello postgangliare nell’organo effettore abbiamo
noradrenalina per il simpatico e acetilcolina per il parasimpatico. Quindi è tutto acetilcolina tranne
il simpatico postgangliare. Vi ricordate l’esperimento di Levy sul cuore? La stimolazione del
simpatico provocava una tachicardia in rapporto ad una sostanza chiamata simpatina, che era
l’adrenalina nella rana e la noradrenalina nell’uomo; tutto il resto è colinergico.
Poi c’è la dopamina; la dopamina è molto importante, qui vedete che ha un recettore metabotropo;
la dopamina è coinvolta in molte malattie psichiatriche e lo studio dei recettori è solo all’inizio
perché siccome i recettori cambiano a seconda delle aree, colpire i recettori diversi con degli
agonisti della dopamina vuol dire curare diverse anomalie (schizofrenia e altre malattie
psichiatriche e anche malattie neurologiche…)
Il morbo di Parkinson è dovuto alla degenerazione (è una malattia neurodegenerativa) della
sostanza nera del mesencefalo che proietta allo striato, si chiama via nigrostriatale, la studierete
parlando della Fisiologia del movimento. Questa popolazione della dopamina liberata a livello
dello striato è importante perché fa funzionare bene lo striato, in mancanza di quella tremori,
spasticità, eccetera. Questa malattia già negli anni Settanta è stata la prima malattia neurologica
che ha trovato una terapia efficace e voi sapete che purtroppo la terapia del Sistema Nervoso è la
più deficitaria, la più indietro rispetto alle altre. Si era dimostrato che se degenerano i neuroni della
sostanza nera che producono dopamina e la dopamina non viene più liberata nello striato, posso
somministrare dopamina? No perché la dopamina va in circolo, va dappertutto e non va a
destinazione. Però siccome abbiamo un certo numero di cellule che possono degenerare anche a
venti anni e noi non ce ne accorgiamo, stiamo bene, però quando poi si va sotto un livello non ce la
fanno più a liberare abbastanza dopamina, si è detto, ma se io ti do il precursore della dopamina, le
cellule sopravvissute ne fabbricano di più. Gli esperimenti sugli animali somministrando dosi
molto più alte di quelle prevedibili danno effetti positivi e oggi anche nell’uomo la terapia del
Parkinson tratta di potenziare la dopamina residua: manipolando la sintesi di dopamina dal
precursore, manipolando con i farmaci che agiscono sui recettori; la cosa è abbastanza complessa,
la riprenderemo studiando la Fisiologia del corpo striato perché la terapia deve essere fatta bene,
deve essere fatta da qualcuno che capisce bene le cose, perchè bisogna regolare le dosi, i vari
farmaci, è una terapia molto efficace. Questo ha rappresentato una grossa vittoria negli anni
Settanta.
Poi abbiamo la serotonina; anche questa è un modulatore, soprattutto del controllo di determinate
aree cerebrali ed è connessa con l’umore, modula i rapporti sociali, la violenza, ha a che fare
soprattutto con molte funzioni controllate dal lobo frontale. Analizzando la quantità di serotonina
nel cervello di carcerati per omicidio negli Stati Uniti si era visto che c’era una significativa
presenza di persone con carenza di serotonina e i farmaci contro la depressione tendono ad evitare
la depressione della serotonina perché la serotonina ha a che fare con i sistemi che controllano il
comportamento e l’umore e anche qui la terapia è di successo: se il Parkinson si cura abbastanza
bene in Neurologia, la depressione è una malattia che si cura abbastanza bene in Psichiatria,
rispetto a tutte le altre, con tutti i limiti.
Poi ci sono anche qui recettori ionotropi e metabotropi.
Per chiudere questo argomento voglio presentarvi una tabella nella quale si vedono i principali
sistemi ascendenti che modulano l’attività corticale.
Il primo è la dopamina. Questo è il sistema della dopamina dove vedete quella macchia scura è la
sostanza nera che proietta con le frecce allo striato però vedete che nell’andare allo striato per
modulare l’attività dei gangli della base per il movimento, proietta anche alla corteccia prefrontale
ed è quella che è implicata poi nei comportamenti.
Poi abbiamo un altro sistema che è quello della noradrenalina, il sistema noradrenergico, che è
molto più diffuso anche attraverso il midollo spinale e il cervello. Pensate che una cellula di questi
nuclei piccoli proietta ad aree amplissime; uno stesso neurone può avere un assone con milioni di
varicosità che liberano in maniera non direzionale il loro contenuto nello spazio extracellulare. La
noradrenalina proietta dappertutto: al midollo spinale, al cervelletto, al lobo frontale, a tutta la
corteccia, ma io non vi chiedo dove proiettano, l’importante è che abbiate il concetto di questi
sistemi modulatori ascendenti che modulano attività diverse che mettiamo poi alla fine in una
tabella dove ci sono le funzioni di questi; io non vi chiedo dove va esattamente questo sistema,
l’importante è che sappiate che esistono diversi sistemi per diverse funzioni e che quindi
manipolando con la farmacologia queste molecole si può interferire con certe funzioni e non con
altre.
Un altro sistema è quello della serotonina; qui la serotonina vedete che va al cervelletto, va al
midollo spinale, abbiamo due nuclei come sorgenti di serotonina: il nucleo del rafe caudale che
proietta soprattutto al midollo spinale e alla parte più caudale del cervelletto e il nucleo del rafe
rostrale che invece è ascendente. La serotonina è importante per l’umore, la violenza, funzioni
cognitive.
Qui riassume la distribuzione di questi tre sistemi che ho detto, in più c’è anche quello colinergico
che è coinvolto nell’Alzheimer. Questi sono i quattro sistemi principali di cui si conosce qualcosa,
purtroppo si conosce molto poco, ma li conosceremo meglio anche perché la acetilcolina che si
libera qui e che si libera qui non necessariamente svolge funzioni diverse, non necessariamente si
lega agli stessi recettori, avete visto che ci sono miriadi di recettori, noi riusciamo ad avere dei
farmaci che vanno a colpire una zona precisa.
Per finire abbiamo questa tabellina nella quale ci sono i sistemi ascendenti a proiezione diffusa e
sono questi sei: quattro ve li ho illustrati con le figure e due no perché la loro funzione è ancora
sconosciuta. Allora:
- dopo lesione del sistema noradrenergico gli animali si distraggono molto facilmente a
seguito di qualunque stimolo ambientale. Questo fatto suggerisce che questo sistema serva
a focalizzare l’attenzione su stimoli importanti a spese dei meno importanti, cioè
fisiologicamente vi serve per dare importanza allo stimolo nuovo e importante, se invece è
patologica, qualunque stimolo non si seleziona più e c’è la tendenza a distrarsi facilmente;
- dopo lesione del sistema colinergico, sempre a proiezione diffusa, non c’entra la sinapsi
neuromuscolare, diminuisce l’accuratezza della percezione, del riconoscimento e
soprattutto del ricordo, quindi la memoria. L’acetilcolina è importante anche per la
memoria e potenziare questo sistema vuol dire rafforzare la memoria. Anche
fisiologicamente ci sono dei farmaci costosissimi che sembra che qualcosina facciano;
- dopo lesione del sistema dopaminergico si riduce la reattività dell’animale a premi e
punizioni. Quindi c’è il sistema nigrostriatale, il movimento, eccetera, però abbiamo una
proiezione al lobo frontale e qui si riduce la reattività dell’animale a premi e punizioni.
All’animale importa meno di essere bravo;
- la lesione del sistema serotoninergico porta l’animale a comportarsi in modo impulsivo e
intempestivo e altera i ritmi circadiani sonno/veglia e quindi dicevo che la serotonina
manca anche nei carcerati per omicidio, mediamente c’è un livello basso di serotonina;
avremo un individuo poco sociale e soprattutto molto aggressivo, la persona non medita su
quello che fa e prende iniziative senza meditare sulle conseguenze di quello che fa, nei casi
gravi commette omicidi. Poi c’è una distinzione a seconda che la violenza sia familiare o
non familiare. La serotonina è importante per dormire bene, una mancanza può provocare
insonnia.
Meno chiare sono le funzioni degli altri due sistemi, il glutamatergico e l’istaminergico.
Con questo abbiamo chiuso definitivamente la prima parte del corso di Fisiologia che riguardava il
neurone e la sinapsi; abbiamo visto come funziona il neurone, come comunica con altri neuroni,
l’importanza dei mediatori chimici perché nei mediatori chimici e nei neuromodulatori abbiamo la
chiave del funzionamento del Sistema Nervoso e la possibilità di manipolazione del Sistema
Nervoso sia in senso fisiologico che in senso patologico.
Stato di
massima contrazione
miosina
La testa della miosina si ancora all’actina durante la contrazione. Si ha una deformazione della
configurazione sterica della testa della miosina: essa si carica di energia chimica e cede tale energia
in un movimento meccanico.
La lunghezza dei filamenti di actina e miosina non cambia, a cambiare è il loro rapporto reciproco.
La distanza tra le due linee Z diminuisce. La contrazione muscolare è dovuta ad uno
scorrimento dei filamenti sottili su quelli spessi ⇒TEORIA DELLO SCORRIMENTO.
Un singolo movimento dell’actina sulla miosina produce un movimento così piccolo che, se anche
esistono molti sarcomeri, l’accorciamento sarebbe molto piccolo. Infatti durante una singola
contrazione questo processo avviene molte volte AD ALTA FREQUENZA.
6 teste di miosina si legano a 6 filamenti di astina.
ADP+P
ATP cisterna terminale Rilascio di Il Ca + + si lega alla
troponina
Captazione Ca + + rimuovendo l’azione
bloccante
++
del Ca Ca + + Ca + + della tropomiosina.
La rimozione del Ca + +
dal sito sulla troponina
ristabilisce l’azione bloccante
della tropomiosina.
Sulla superficie del muscolo ci sono dei fori che penetrano all’interno della fibra (TUBULI
TRASVERSI), Il potenziale d’azione si propaga elettrotonicamente dentro la superficie del tubulo.
≠ il potenziale d’azione corre sulla superficie della fibra.
Il segnale elettrico nel tubulo traverso stimola il reticolo sarcoplasmatico (struttura chiusa entro
cui è stipato il Ca + + ) attraverso le cisterne terminali che sono addossate alla superficie del tubulo
↓
nel reticolo sarcoplasmatico si aprono i canali del Ca + +
Dal momento che la concentrazione del Ca + + è molto minore all’esterno, il Ca + + esce e si avvicina
alla miofibrilla → il Ca + + libero viene captato dalla proteina troponina, che è legata alla proteina
tropomiosina.
La tropomiosina si lega all’actina e le impedisce di legarsi alla miosina (per cui ha grande affinità)
→ perché actina e miosina si possano legare è necessario che la tropomiosina venga allontanata, e
questo avviene solo se la troponina è legata a Ca + + .
A RIPOSO:
+−− − −−−+ ioni Ca + +
+− −+
+− −+
+− −+
5 msec:
Quando il
potenziale d’azione
− ++++++ − è quasi finito
(10 msec) il Ca + +
− − sta ancora
uscendo.
− −
− −
20 msec:
+− −−− −−+
+ +
+ +
+ +
Sono importanti i rapporti temporali tra:
- evento elettrico nella membrana neuromuscolare
- concentrazione del Ca + + nel citoplasma
- effetto meccanico (contrazione)
L’effetto meccanico inizia tardi e dura molto più a lungo del potenziale.
⇒ un fenomeno elettrico si esplica in uno meccanico (contrazione) → accoppiamento
elettromeccanico sulla superficie del muscolo.
Per studiare le proprietà meccaniche del muscolo nelle contrazioni isometrica e isotonica abbiamo 2
modellini:
foglio che si muove
1-
accorciamento
(mm)
carico
tempo
tempo
CONTRAZIONE ISOMETRICA:
tensione
(grammi)
CONTRAZIONE ISOTONICA:
distanza
(mm)
tempo
0 40 60 80
↑
stimolo
fase di fase di contrazione
latenza fase di rilasciamento
distanza di
accorciamento
carico leggero
carico intermedio
carico pesante
↑ tempo
stimolo
La tensione muscolare, cioè la forza sviluppata dal muscolo, cresce con una curva fatta in questo
modo, fino a 100 unità, se il peso varia a 10, 50, 80 dobbiamo aspettare un tempo sempre più lungo
perché il muscolo sviluppi quella tensione in grado di sollevare il peso, se poi questo peso supera
un certo valore c’è la contrazione isometrica dove il peso si solleva. Nella scossa isotonica a 3 pesi
diversi, l’ampiezza è diversa perché varia la lunghezza.
La pendenza di quelle curve in salita è diversa: siccome nell’ordinata c’è lo spazio, quella
pendenza indica la percentuale di contrazione, più aumenta il carico più la velocità di contrazione
diminuisce.
Le curve velocità-carico indicano che, a carico zero, la velocità ha un valore massimo perché i ponti
si muovono velocemente e non incontrano resistenza, invece quando il carico è massimale la
velocità è uguale a zero. Questo in pratica vuol dire che se devo sollevare una valigia (tanto carico)
non posso fare un movimento veloce, invece se devo fare un movimento veloce ho bisogno che il
carico sia leggero. Ad esempio i muscoli oculari che hanno la massima velocità di movimento sono
quelli che hanno un carico minimo. Il bulbo oculare è sospeso in un cuscinetto di grasso e si muove
praticamente senza incontrare resistenza.
TETANO MUSCOLARE:
Il tetano è la risposta meccanica ad un treno di impulsi, di stimolazioni, cioè tanti stimoli uno dopo
l’altro.
Come devono essere somministrati questi stimoli? Con una frequenza che sia adeguata.
Fig: 3 stimoli applicati ad intervalli relativamente lunghi, quindi ogni stimolo mi da una scossa, di
conseguenza si hanno 3 scosse di tipo isometrico.
Sotto abbiamo un primo stimolo e in seguito un secondo stimolo applicato dopo 200 msec, ma se il
terzo stimolo non è dato ad un intervallo di 200msec dal secondo, ma ad un intervallo di 50msec,
come vedete lo stimolo meccanico subisce una sommazione e la risposta in tensione aumenta.
Se si applicano stimoli ravvicinati, si ha sempre una sommazione degli effetti meccanici.
E’ possibile nel muscolo, dando degli stimoli vicini, sommare l’effetto meccanico, perché questo è
possibile?
Intanto, l’effetto meccanico si somma ma quello elettrico non si somma (questo è importante nella
fisiologia cardiaca), se io do più stimoli ravvicinati, il potenziale d’azione è tutto o nulla non può
essere modificato in ampiezza: c’è un potenziale, poi c’e un periodo refrattario, poi un altro
potenziale; solo dopo un periodo refrattario avrò un altro potenziale d’azione, quindi io ho 2
potenziali d’azione dopo che è finito il periodo refrattario, che sono uguali, che non sommano il
loro effetto, questo perché c’è un disaccoppiamento della durata del fenomeno elettrico che è
brevissimo e di quello della contrazione che è lunghissimo, il potenziale d’azione per es. dura 1
msec, il fenomeno meccanico dura 150 msec.
Nel cuore questo non può avvenire perché abbiamo visto che potenziale d’azione dura tanto
quanto dura il fenomeno meccanico (= la contrazione cardiaca), quindi quando nasce un altro
potenziale d’azione cardiaco il fenomeno meccanico è finito, non abbiamo per cui il tetano cardiaco
e quando c’è il tetano cardiaco siamo nella patologia chiamata fibrillazione ventricolare.
Figura che mette in evidenza la sommazione degli effetti meccanici in confronto alla non
sommazione degli effetti elettrici.
Se l’intervallo è tanto per cui lo stimolo rispetto al precedente cade nella fase di rilasciamento, la
sommazione è incompleta, si ha TETANO INCOMPLETO.
Se il secondo stimolo cade, rispetto al precedente, nella fase di contrazione, si ha una curva
continua mantenuta costante, si ha TETANO COMPLETO.
CONCLUSIONE: il tetano è la risposta meccanica ad un treno di stimoli, dovuto alla sommazione
degli effetti meccanici rispetto quelli cardiaci, e il tetano secondo l’intervallo della frequenza di
stimolazione, può essere completo o incompleto.
Domanda: il potenziale d’azione è del tipo tutto o nulla, la quantità di calcio che entra nella fibra
muscolare dipende dall’ampiezza del potenziale d’azione per cui dovrebbe essere sempre uguale,
allora perché il muscolo mi può dare una contrazione tetanica, quando sommo gli effetti meccanici
perché si sommano e mi da (?) sempre uguali.
In altre parole si vede dalla figura che la tensione sviluppata dal sarcomero è da 3 a 4 volte la
tensione sviluppata dalla scossa. Se il potenziale d’azione è tutto o nulla ci deve essere qualcosa
per cui si sommano gli effetti meccanici e siccome lo scorrimento dei miofilamenti dipende da Ca2+
che si libera la spiegazione diventa difficile.
Figura: se vado a misurare la tensione sviluppata dagli elementi contrattili nello stato attivo, a
livello di ponti, ho una curva che scende rapidamente, invece se vado a misurare la tensione a
livello del muscolo nella scossa vedo che la tensione esterna del muscolo è un fenomeno più lungo,
come mai gli elementi contrattili sviluppano questa tensione e il muscolo quest’altra tensione?
Esempio: il mattone che pesa un chilo io tiro su 10 kg, il mattone rimane indietro e si solleva poco
perché la molla si distende e il mattone si solleva di 3 cm da terra. Siccome gli elementi contrattili
hanno degli elementi in serie sia nel sarcomero sia nei tendini, questa tensione del muscolo
sull’osso la esercito tramite una molla. Questa è la teoria degli elementi elastici in serie.
Che ci spiega perché la tensione che noi registriamo è minore di quella che è introdotta dagli
elementi contrattili. E’ chiaro che se il mattone lo tiro su velocemente, allora il mattone lentamente
con un po’ di ritardo si solleva anche lui e non rimarrà proprio al livello ma quasi. Ed ecco che se
do un tetano il mattone lo ho già sollevato e posso sollevarlo così. Ho la sommazione degli effetti
meccanici.
Perché alcuni ponti si muovono con una tensione 10 ma quando vado a registrare la tensione nel
muscolo trovo 3? La teoria degli elementi elastici in serie dice che se applico una forza non ad un
elemento rigido ma ad una molla questa subisce una distorsione. Esempio: ho un mattone sul
pavimento con una molla, il mattone si solleverà di poco perché c’è la molla con il suo ritorno
elastico, se ripeto l’esperimento più volte il mattone si solleverà un altro pochino e ancora un
pochino.
La scossa dovrebbe essere tutto o nulla, perché dipende dal potenziale d’azione tutto o nulla, ma in
realtà vedo che la tensione sviluppate dalla singola fibra muscolare, varia nella stessa fibra,
dipende dalla tensione e dalla lunghezza iniziale del muscolo. Facendo ad esempio braccio di
ferro, c’è un punto ottimale di lunghezza iniziale del mio bicipite in cui io metto il braccio in cui
posso esercitare una maggiore potenza. Se invece il muscolo parte da una distensione maggiore, io
esercito meno forza, se il muscolo è troppo corto sviluppo meno forza.
Grafico dove sulla ascissa vi è la lunghezza iniziale della fibra espressa in %, che è 100, se stimolo il
muscolo vado poi a vedere qual è la tensione sviluppata dal muscolo, vedo la scossa e l’ampiezza,
avrò un ampiezza del 100% cioè la massima contrazione, adesso allungo un po’ il muscolo e lo
stimolo nuovamente la lunghezza iniziale è 110 e l’ampiezza sarà del 70%, sarà minore. In pratica
allungo e diminuisce. Se accorcio il muscolo la tensione diminuisce.
C’è una lunghezza ottimale in cui il muscolo dà il massimo. E se la fibra parte da una lunghezza
maggiore o minore la fibra rende meno, esprime una minore forza di contrazione.
La lunghezza fisiologica è compresa nello spazio dato dall’area grigia, non arriveremo mai in
condizioni fisiologiche ad una lunghezza del 160%, perché i muscoli sono inseriti sulle ossa, ma in
laboratorio posso stirare di più il muscolo ed arriverò ad una condizione in cui non sviluppo una
contrazione, rimango immobile.
Visto il dato sperimentale, dobbiamo vedere la causa, abbiamo il muscolo in diversi stadi di
contrazione, al 100% abbiamo il 100% dei ponti traversi ma se la lunghezza diminuisce, se abbiamo
un accorciamento, c’è una sovrapposizione dei filamenti di actina, il numero di ponti traversi
diminuisce. Ecco perché la lunghezza iniziale condiziona la forza di contrazione. E’ importante per
il cuore perché se il cuore riceve una quantità di sangue pari a 100 si contrae in modo ottimale, se
gli arriva meno sangue, il cuore deve contrarsi di meno perché c’e un minore calibro, la riduzione
della distensione cardiaca porta ad una contrazione minore. Nel cuore manca un pezzo di curva,
più il cuore riceve sangue, più il cuore si dilata più la contrazione è potente, qui esce a espellere
tutto il sangue. Se c’è una malattia in cui la contrattilità cardiaca è diminuita, c’è uno scompenso
cardiaco, il cuore riceve più sangue e non ce la fa a espellerlo tutto. Oppure, in condizioni
patologiche, se la quantità di sangue distende il cuore troppo, il cuore è molto dilatato, il cuore non
funziona perché arriva più sangue e il cuore si contrae meno.
La scossa fisiologicamente non esiste, perché il motoneurone non spara mai il singolo potenziale
d’azione, arrivano comandi per il muscolo, arrivano dei treni di potenziali d’azioni che il
motoneurone manda nel muscolo e sviluppa un tetano incompleto mai completo, solo nella fibra
artificiale si arriva ad una frequenza tale da avere una contrazione caratteristica del tetano
completo, nella vita di tutti i giorni ho il tetano incompleto. Perché allora quando alzo la valigia
riesco a tenere il muscolo fermo? Dovrei avere il muscolo che trema visto che è un tetano
incompleto. Le fibre singole hanno un tetano incompleto, ma siccome la contrazione muscolare
non è mai data da una singola fibra ma da migliaia di fibre, anche se ciascuna unità motrice è
asincrona, alla fine la somma totale diventa statisticamente costante, perché il muscolo in toto ha
una costante di contrazione costante anche se è limitata dal fatto che fibre singole possano sparare
in maniera incompleta. Anche nel caso del crampo si ha un tetano incompleto. Il crampo non è una
contrazione spontanea del muscolo irregolare ma è il motoneurone che scarica di impulsi nel
muscolo, che tiene il muscolo in tetano. E’ un problema del SNC, il muscolo per cui viene stirato in
modo da stimolare alcuni recettori che inibiscono i motoneuroni.
Controllo della tensione muscolare: la tensione muscolare da sviluppare viene controllata in base
all’esperienza: esempio se io programmo di alzare un microfono so già più o meno quanto pesa e
lo alzo, sviluppo una forza adeguata al peso da sollevare, ma se il microfono è pieno di mercurio,
io non lo alzo, se invece ho sovrastimato il peso del microfono faccio un movimento sbagliato. In
pratica faccio una programmazione sapendo il peso in base all’esperienza e quindi graduando e
controllando la tensione muscolare. Come si controlla la tensione?
- Numero di fibre dell’unità motrice (se l’unità motrice e piccola o grande un singolo
motoneurone può dare una tensione maggiore o minore).
- Reclutamento (a seconda del peso recluto 50 motoneuroni invece che 100).
- Dimensioni delle unità motrice
- Attività asincrona delle unità motrici
Nella glicolisi si consuma glucosio e si produce acido lattico per ottenere ATP, per cui è necessaria
una fonte grande di energia, costa di più anche se ha il vantaggio di essere un
approvvigionamento di ATP rapido.
Non esiste un muscolo solo fibre rosse ed uno solo fibre bianche ma queste fibre sono mescolate,
ed inoltre esiste una differenza individuale. Es. l’atleta che deve fare il salto in alto, deve
sviluppare una elevata potenza, e allora la fibra grande è utile perché deve sviluppare potenza, più
grande è, più ci sono ponti di astina e miosina, nella fibra grande c’è la glicolisi anaerobia, per cui
si accumula acido lattico che viene metabolizzato finito il salto, è necessaria una contrazione
rapida, non è necessario che ci siano molti capillari che portano ossigeno perché si ha la
produzione di ATP con la glicolisi e allo stesso tempo non mi interessano i mitocondri. La
mioglobina lega ossigeno, si comporta nel muscolo come l’emoglobina, costituisce cioè una riserva
di ossigeno, questa riserva viene ceduta nel caso in cui il muscolo si trovi in carenza di ossigeno
notevole, quando il muscolo si contrae la contrazione può portare ad una chiusura del capillare e a
una riduzione dell’ossigeno e dell’emoglobina, la mioglobina cede il suo ossigeno. Mentre sto
facendo sollevamento pesi seleziono solamente le fibre di grande diametro. Per gonfiarsi i pettorali
bisogna sviluppare le fibre di grande diametro.
La fibra piccola è importante nel maratoneta, è importante avere fibre sottili che hanno meno
potenza, la contrazione rapida consuma molto di più, per cui si utilizzano fibre a contrazione lenta,
è necessario che ossigeno sia disponibile, si ha perciò una maggiore vascolarizzazione capillare, il
sistema cardio-respiratorio con l’allenamento si arricchisce di queste caratteristiche.
MUSCOLATURA LISCIA:
Esistono due tipi di muscolatura liscia:
1) Muscolatura liscia di tipo MULTI-UNITARIO
2) Muscolatura liscia a SINGOLE UNITA’
• Non ha attività spontanea ma è guidata dal SNA, un po’ come il muscolo scheletrico, ad es.
il muscolo dell’iride è innervato dal sistema parasimpatico (la pupilla si restringe) e dal
sistema simpatico (la pupilla si dilata).
• Il mediatore chimico diffonde a più cellule lisce e dà una latenza lunga (non si eccita solo
una fibra come nel muscolo scheletrico ma più cellule, non c’è la selettività di eccitare solo
quella fibra, una volta che il neurotrasmettitore si è liberato ha una latenza più lunga e può
eccitare anche più fibre, nel muscolo inoltre è sufficiente un solo potenziale e nella cellula
liscia sono necessari 2-3 potenziali per avere un potenziale post-sinaptico, un po’ come nel
SNC).
• Sono sensibili ad ormoni circolanti, ad es. noradrenalina circolante e a tutta una serie di
molecole differenti a seconda della sede
• Ha una contrazione spontanea, anche sotto l’effetto di stimoli ambientali, può anche non
essere innervata, ad es. la midollare della surrene libera noradrenalina, che va in circolo e
agisce sulla muscolatura liscia, non riceve il neurotrasmettitore dalla sinapsi ma dal circolo.
• Ha una attività sincrona, mediata da giunzioni discontinue
• Ha un potenziale d’azione segnapasso (=pacemaker)
• Sono sensibili ad ormoni
• Sono sensibili allo stiramento, perché stirando entra calcio dall’ambiente extracellulare e si
ha la contrazione.
Esempi: Fig1: la tensione isometrica nel tempo è più ristretta nel muscolo scheletrico, piuttosto che
la tensione isometrica nel muscolo liscio. Fig2: l’eccitazione spontanea di una fibra che viene
depolarizzata viene trasmessa tramite le giunzioni elettriche, in questo modo questa
depolarizzazione si porta alle cellule vicine. L’attività pacemaker di alcune cellule, che
spontaneamente si depolarizzano e raggiungono il livello soglia per la nascita del potenziale, si
trasmette alle cellule vicine, che sono influenzate dall’attività del pacemaker, cioè le cellule
stimolate da una attività spontanea vanno a influenzare le cellule vicine. Nella muscolatura liscia ci
sono diverse oscillazioni spontanee (non date da cellule pacemaker) che quando raggiungono il
livello soglia danno origine ad un treno di potenziali d’azione. Sono modulari.
Esperimento: se prendiamo un pezzetto di intestino e lo mettiamo in un apparecchio e né
studiamo la contrazione della muscolatura liscia, vediamo che si ha un parallelismo tra la
frequenza dei potenziali d’azione e la tensione sviluppata. All’aumentare della frequenza aumenta
la tensione delle fibre muscolari lisce.
La frequenza può essere modulata a livello ormonale ma lo stesso ormone può produrre un effetto
diverso, somministrando noradrenalina, aumenta la frequenza, aumenta la tensione e il
parasimpatico provoca sulle arterie una vasocostrizione. Ci può essere un effetto dilatatorio ad es.
sulla muscolatura intestinale ??? (non si capisce…)
Se ho uno spavento, ho una scarica di adrenalina che mi porta ad una contrazione della
muscolatura liscia. Diversi ormoni possono modulare in modo diverso l’attività in funzione del
tono che quella struttura deve avere, se deve essere dilatata o contratta.
FISIOPATOLOGIA DEL MUSCOLO:
Aspetti della denervazione sulla fibra muscolare scheletrica:
Un individuo può ad esempio subire un incidente nel quale il nervo viene leso e il muscolo rimane
denervato. Cosa succede nel muscolo denervato? Ad esempio un’ernia del disco può comprimere
fibre motrici oppure può anche esserci una malattia neurodegenerativa che porta a una
degenerazione del nervo e a muscoli denervati.
Se il muscolo è denervato diventa più sensibile all’acetilcolina (ipersensibilità all’acetilcolina), una
volta si faceva un esperimento: si iniettava una dose bassissima di acetilcolina, alla quale il
muscolo generalmente non si contrae, e si vede che il muscolo si contrae. Era un esperimento
tecnicamente difficile perché veniva iniettata in un arteriola e prima che Ach arrivasse al recettore,
questa veniva distrutta.
Esperimento più adeguato: abbiamo una fibra muscolare di rana lunga qualche cm e con una
micropipetta registro il potenziale intracellulare, se stimolo il nervo, ho un potenziale di
membrana. In realtà non stimolo il nervo perché nella micropipetta c’è Ach che viene depositata
sulla membrana e ho un potenziale di membrana. Che l’Ach venga depositata sulla membrana o
venga rilasciata dalla micropipetta il muscolo risponde con una contrazione. Se aumento Ach e la
metto fuori dalla placca non ho risposta muscolare questo significa che i recettori per Ach sono
disposti a livello della giunzione neuromuscolare. Si possono anche usare antagonisti
dell’acetilcolina come il curaro o un’altra tossina, resi fluorescenti, e in questo modo vedo dove
sono localizzati i recettori, cioè nella placca.
Quando ho una denervazione, applicando una quantità di Ach minima, il potenziale di placca si
ha lungo tutta la fibra muscolare. Quando la fibra è denervata, si hanno recettori per l’Ach lungo
tutta la fibra muscolare, riproducendo le condizioni presenti nella vita embrionale. Il muscolo
rimasto deinervato, reagisce aumentando i recettori per l’Ach e quindi la sensibilità all’Ach.
La stimolazione elettrica del muscolo riduce la presenza del recettore dell’Ach nella zona della
placca, in teoria la stimolazione elettrica dovrebbe fare bene, cioè non porta alla degenerazione del
muscolo, ma i realtà la stimolazione elettrica provoca un restringimento della zona di innervazione
e non facilita la innervazione.
Esp: ho un muscolo tagliato in 2, il nervo passa in questo muscolo e viene tagliato e ricucito, e
viene messo nell’altro pezzo, se aspetto settimane vedo che nascono delle placche, e il muscolo
viene reinnervato e se vado a registrare vedo che c’è un potenziale d’azione. Se taglio un nervo
queste fibre rigenerano e vanno ad innervare la stessa placca. Ad es. nervi del plesso brachiale
nell’incidente motociclistico si ledono, si può in questo caso ottenere la rinnervazione del muscolo
ma i nervi devono essere immediatamente ricuciti. L’ipersensibilità all’Ach è un segnale
importante per la innervazione perché si ricostituiscono nuove placche per sopperire alle nuove
condizioni. Se il muscolo è deinervato per tempi lunghissimi scompare e degenera, se la fibra
muscolare è denervata per breve tempo questa può essere reinnervata.
Esperimento: se prendo un nervo che va ad un muscolo e invece di tagliarlo gli metto intorno del
silicone impregnato di una tetrodo-tossina (???) che inibisce il potenziale d’azione, con questa il
potenziale d’azione non arriva più, il muscolo arriva alle stesse condizioni del muscolo deinervato,
con il blocco dell’attività elettrica si ha la denervazione del muscolo.
Prendo un muscolo vicino, e con il nervo di questo muscolo arrivo nel muscolo deinervato e il
muscolo prima deinervato risponde al nervo del muscolo vicino, in questo modo un nervo ha una
doppia innervazione, è un caso anomalo, bloccando una fibra l’altra riesce a sostituirla, ho
un’innervazione temporanea, ma appena sblocco i 2 nervi entrano in competizione, e il
proprietario di casa scaccia l’inquilino che aveva innervato il territorio.
Fisiologia
30.10.2003
Si conclude così la prima parte del corso: tutti gli argomenti trattati fino a questo punto ( Fisiologia
della cellula nervosa, Fisiologia dei recettori, Fisiologia della sinapsi e Fisiologia della cellula
muscolare) saranno oggetto del primo colloquio.
Fisiologia INTEGRATIVA
In conclusione ogni neurone diverge, manda un segnale a tante cellule, e allo stesso tempo ogni
neurone converge, riceve segnali da tante cellule. Questo ci mette nella condizione di cominciare a
capire che c’è un processo di integrazione, per cui molte cellule comunicano tra loro.
Combinando insieme il principio delle divergenza e quello della convergenza si ottengono i
seguenti circuiti di:
- inibizione ANTAGONISTA. Es. Un neurone sensitivo primario della corteccia visiva manda un
segnale eccitatorio ad un motoneurone per i muscoli estensori, ed una fibra collaterale ad un
interneurone, il quale serve ad invertire il segnale. L’interneurone diffonde un segnale
inibitorio ad un muscolo antagonista al precedente;
- Inibizione A RETRAZIONE NEGATIVA. Un neurone eccita un altro neurone, ma questo ha una
collaterale ricorrente che va anch’essa su un interneurone e sulla stessa cellula o anche su
cellule vicine.(?). In sostanza più la cellula scarica, più si auto-inibisce; è un sistema a feedback
negativo che fa sì che se la cellula viene eccitata troppo si autoregoli;
- Inibizione LATERALE. C’è una via che trasmette l’eccitazione a più parti, ma ad un certo punto
di una via vi è un neurone con delle collaterali che inibiscono i neuroni vicini(?). Quindi c’è un
canale centrale con delle ramificazioni che mandano segnali che spengono l’attività nei canali
vicini. Si crea così un tunnel di eccitazione e tutt’intorno un’area dove l’attività è bloccata.
Questo è importante ad es. per la percezione, perché per percepire la presenza di un capello in
un punto è necessario stimolare quel punto, ma al tempo stesso il sistema nervoso inibisce
quelli vicini.
La fisiologia degli organi di senso e quella del sistema motorio hanno una “barriera
insormontabile”, perché è possibile parlare in termini fisico-chimici di tutto ciò che succede nel
recettore, come una informazione arriva al sistema nervoso, ma rimane ignoto come nasce la
percezione, come nasce la coscienza, come nasce il dolore, come nasce la volontà; questo è il
problema mente-corpo che ancora rimane alla scienza e in particolare alla Neurofisiologia.
Ogni neurone modificando la frequenza dei potenziali di azione può indurre movimenti che
differiscono tra loro per i seguenti parametri:
1. AMPIEZZA
2. LOCALIZZAZIONE SPAZIALE
3. DURATA
4. VELOCITA’
Abbiamo introdotto alcuni concetti di sistemi motori ed ora vogliamo vedere la struttura
dell’edificio facendo vedere che l’organizzazione del sistema motorio è un sistema di tipo
gerarchico. Gerarchico vuol dire che ci sono soldati semplici, caporali, ufficiali, generali. C’è
qualcuno al di sopra che ordina e controlla. Ora cominciamo dal basso, dai soldati semplici. A chi
obbediscono i muscoli? Al motoneurone che dà gli ordini. Nel midollo spinale i motoneuroni sono
i più ordinari(?) quindi il primo livello è il sistema nervoso centrale dicotomico. L’anatomia vi
ha insegnato che nel midollo spinale c’è una sostanza grigia, una sostanza bianca. Ciò che importa
sapere è che i motoneuroni sono nel corno anteriore ed escono tramite la radice ventale e sono
distinti in due gruppi funzionali. C’è un gruppetto di motoneuroni situati più lateralmente e un
altro assembramento di motoneuroni situato più medialmente. Quelli mediali innervano
soprattutto la muscolatura assiale (tronco, schiena, spalle) mentre invece il gruppo laterale innerva
la muscolatura degli arti. Poi all’interno di questi gruppi c’è una distinzione tra motoneuroni che
provvedono alla flessione e quelli che provvedono alla distensione. Questi due gruppi, le cellule
mediali e laterali, ricevono un’unità diversa dalle ventrali superiori. Questo è il primo piano.
Vediamo il secondo piano: cosa c’è al di sopra del midollo spinale? C’è quello che si chiama
l’encefalo. Cominciamo dalla regione caudale. Nell’encefalo abbiamo il bulbo, il ponte e infine il
mesencefalo. Queste tre strutture funzionalmente le raggruppiamo insieme e le chiamiamo tronco
encefalico. E quindi diciamo che se il midollo spinale è il primo livello, il piano di sopra che lo
controlla è il tronco encefalico dove vi sono delle strutture che proiettano ai bulbi mediali della
muscolatura assiale e altre strutture che proiettano al gruppo laterale per l’innervazione degli arti.
Mentre la muscolatura assiale, quella che controlla la postura, è controllata dalle aree motorie
dell’area 4 e dell’area 6, il gruppo laterale è controllato oltre che dall’area 4 e 6 anche dall’area1, 2 e
3 che è un’area sensitiva, somestesica.
Vediamo tutti insieme i vari piani che vanno dai muscoli che si distinguono in muscoli assiali e
muscoli distali della periferia. Poi abbiamo assoni di motoneuroni assiali e distali anche questi a
livello del midollo spinale, poi nel tronco dell’encefalo c’è il sistema mediale e il sistema laterale
che proiettano rispettivamente -------- la corteccia cerebrale c’è una corteccia motoria e qui c’è
l’altro ramo della corteccia, la corteccia ----- primaria -------però non possiamo non ricordare che ci
sono altre due strutture che svolgono un ruolo fondamentale importantissimo di controllo
dell’attività motoria che sono: il cervelletto ed i gangli della base. Il cervelletto riceve dalla
periferia------ e proietta alla corteccia, il cervelletto ------------- c’è una parte che guarda verso
l’alto----- e c’è un’altra parte che guarda--------- cioè il cervelletto controlla sia il midollo che la
corteccia.
Cominciamo a studiare la fisiologia del midollo spinale. In realtà non c’è una fisiologia di una
struttura precisa e certa ma c’è la fisiologia di una funzione che coinvolge----------- ma c’è una
fisiologia del midollo spinale---- cosa c’è di importante nel midollo spinale a livello di sistema
nervoso. Il sistema del midollo spinale conduce a delle vie verso l’alto e verso il basso----vie che si
chiamano alterazioni ma è essenzialmente un centro di ------riflessi ci sono anche dei riflessi al di
fuori del midollo spinale-------nel sistema nervoso centrale---------- ogni volta che voglio sapere
come funziona, cosa serve, la prima cosa che si impara è quella di distruggere?------ oppure
utilizzare un paziente che ha---- un tumore un trauma-------utilissime perché sono----- fenomeni -
-------e soprattutto quando le armi si sono affinate e sono diventate armi -------che fanno di tutto un
po’----- e queste lesioni vengono sfruttate------ sono pazienti preziosi------- soprattutto in quelle
zone che---------
Un esempio di grande scienziato che ha fatto delle lesioni al sistema nervoso------ è questo signore
che vedete troneggiare lì in alto e che si chiamava Rolando e che c’è su tutti i libri.
Rolando è stato un grande perché illustrò per la prima volta le cellule del cervelletto. Il secondo
metodo di studio è quello di stimolare le strutture per vedere che cosa succede, è andato a
stimolare un certo spazio della corteccia che va a influire sui movimenti. Il terzo metodo di studio
è quello della registrazione----------- individuo---- Oggi grazie al contributo delle nuove tecnologie
per immagini è possibile vedere nei cervelli, cellule che diventano colorate sullo schermo. ------ la
risonanza magnetica la tomografia sono tecnologie in cui l’individuo viene messo dentro
una macchina, si vedono dei nuclei di cellule che si accendono sullo schermo tanto che si parla di
anatomia della mente per indicare che lì dove si può vedere---------. Queste tecniche si stanno
diffondendo a macchia di olio e permettono di vedere lesioni e stimolazioni.
condizione ottimale per essere stirato. Se io dico stirare prima devo lottare poi
scarica
Visto che l’occhio è sempre lì e la luce ricade sempre nello stesso modo ma il recettore muscolare
l’ampiezza e la posizione muscolo non corrisponde sempre la stessa
Strumento per fare in modo che se anche cambi posizione io ti aggiusto i sensori
regolatore del guadagno allora come si vede in questa figura se io oltre a stimolare
per contrarre il muscolo B, stimolo anche gamma e siccome la stimolazione di gamma contrarre
solo il e non e quindi
Ho qui queste condizioni con un muscolo che potrebbe essere il tricipite se uno lo stimola
se però nessuno si trova in questa condizione il mio fuso intramuscolare non è candidato per
essere esercibile come prima. Ho bisogno di uno strumento che me lo riporti alle condizioni
originali . Allora lancia una scarica il centro che mi porta in distensione e
qui scoperta ha portato alla a teoria della coattivazione alfa-gamma. Significa che
quando io faccio qualunque movimento volontario non mando ai muscoli ma
contemporaneamente mando un segnale al fuso coattivazione alfa-gamma, li attiviamo
insieme. Il sistema nervoso scarica e contemporaneamente dà un segnale a
questo, questo e quell’altro. Ecco il significato quindi la zona essere
stimolata, allungata sia dallo stiramento del muscolo sia dalla scarica
clinica, vedrete che ci sono degli stati ipotonici dove questo riflesso ? può essere alterato
facilitato o impedito allora ci saranno delle situazioni in cui o perché stimolo di più o
perché tolgo inibizione che scarica di gamma e allora ho un risultato di rigidità che si
chiama rigidità alfa perché c’è la stimolazione diretta o la disinibizione diretta In altre
condizioni invece questo sistema è sbagliato previsioni, ictus qualche volta, non c’è più il
controllo spinale oppure i gangli funzionano troppo dell’ictus, c’è una spasticità perché io
distruggo delle vie che inibiscono è troppo attivo la parte recettoria del filo è in
uno stato di stiramento continuo di scarica quindi c’è una contrazione di tutto il muscolo
che può essere di origine alfa e una di origine gamma è chiaro che la spasticità ovvero
gamma coinvolge senz’altro se proprio vogliamo la contrazione dà un
contributo muscolo di zero. Perché tutta la contrazione centrale non
esiste il contributo di chiaro che se non ci sono, il muscolo non dà segni di vita. Questa è
l’essenza del ****
Per studiare questi riflessi in clinica si usano martelletti che stirano il muscolo perché si
stirano i tendini si chiamano perché poi se
vogliamo fare analisi accurate devo ma uso lo stimolo elettrico si
prend si lascia i nervi che vanno della gamba che corrono
superficialmente scossa perché la percussione del nervo ci sono
superficiali delle fibre nervose che andranno in una direzione o nell’altra.
Ricordate la miccia, se io do il fuoco ricordate che la fibra lunga, la fibra più grande che c’è,
e ricordate che più la fibra è grande e più è bassa la . cosa succede? Se io applico un
catodo anodo sul nervo e comincio a stimolare con 10 volt secondi più rapido, 20 25 30 35 a
un certo momento vedo una scossetta muscolare vuol dire che il mio stimolo è diventato
contrarre il muscolo ma invece che metto nonché registro il potenziale sul scopio
questo stimola questo registro e se stimolo qui e do un voltaggio di 35 volt io vedo
si chiama da che è lo scienziato . onda qui, un’onda che ha una
lunga perché stimolo le fibre che hanno stimolo solo quelle e che
midollo spinale, dal midollo spinale muscolo muscolare, un potenziale
se il muscolo lo ha ricevuto. Adesso aumento l’intensità 49 vedete che la risposta riflessa è
aumentata, 69 c’è una risposta precoce e La risposta di prima è anticipata come mai
aumentando l’intensità ho reclutato il . Quindi fino ad un certo punto stimolo solo le
fibre sensitive poi stimolo direttamente il muscolo e quindi ho la risposta diretta che si
chiama anche risposta EMME, da muscolo E’ una risposta molto se aumento ancora
l’intensità dello stimolo vedo che la risposta diretta aumenta sempre di più e quell’altra tende
invece a scomparire e questo può sembrare strano perché se ne stimolo una se ne stimolo due le
ho tutte e due e poi perché se c’è quella davanti quella dietro deve sparire? Perché la risposta non
c’è più? riduzione della stimolazione che aumenta l’inibizione della risposta riflessa. Il
problema è semplice. Ci sono almeno due fattori che sono diversi. -----------siccome questo è molto
più veloce questo muscolo si scontrano uno contro l’altro vi è una
collisione perché in quel punto ciascuno spalle quindi c’è una zona. Secondo motivo è
che quando aumento, stimolo anche le fibre che vanno
Riflesso miotatico inverso. Il nome lo dice. Il riflesso miotatico: io spiego il muscolo e invece
di ottenere che il muscolo si oppone al mio stiramento io lo spiego e lui si comporta in maniera
lo vedo quando ha uno stato di spasticità per sapere si può molto
semplice se io taglio la radice afferente dei fusi e se e questa è una
terapia che è stata adottata per lungo tempo qualcuno anche recenti per la spasticità.
Invece di tagliare tutta la radice che la sensibilità, tagliava in maniera tale che
essendoci non ci fossero delle complete però la diminuzione di questa del riflesso
e quindi una cura per la spasticità. Il motivo per cui è stata abbandonata questa terapia che è
durata tanti anni, è primo che poi c’èra un fenomeno di recupero per l’ipersensibilità dei recettori
le fibre che oramai erano tagliate non le restituiva più nessuno e quello stava male come prima
secondo intervento spasticità non c’è stato più bisogno
Se io ho uno stato di spasticità .compare un riflesso inverso cioè
Si chiama serramanico. questo perché, perché corpo tendineo del Golgi nel tendine
due sollecitazioni, la contrazione muscolare e .
Il corpo tendineo di Golgi è inserito tra muscolo e tendine in serie e quindi questo recettore è
sensibile alla contrazione muscolare (se lui si stira). Differenza fondamentale di funzionamento
muscolare che stirato ci dava questo fenomeno e invece qui il comportamento è opposto
perché lo stiramento evoca una scarica al corpo tendineo di Golgi ma lo stiramento molto
intenso dovuto non solo ma contrazione muscolare gli dà una scarica intensa che tramite la
fibra questa volta 1B (così si chiama questa fibra che è leggermente più piccola di quella dei fusi )
va per via disinapsica a inibire la stimolazione intensa del corpo tendineo di Golgi che
normalmente agirebbe controllando la tensione muscolare in queste condizioni sommando
lo stiramento al muscolo
Lezione di fisiologia del 21/10/2003
Inibizione presinaptica
Abbiamo visto che cos’è l’inibizione e l’eccitazione post sinaptica, i potenziali post sinaptici
eccitatori e inibitori,adesso ci concentriamo su un particolare tipo di inibizione:l’inibizione pre
sinaptica .per ragioni storiche si deve dire che questa inibizione è stata scoperta da un torinese,
Michele…(?) Che era stato reclutato,insieme ad una grande schiera di altri scienziati ebrei cacciati
dall’europa nazista,dagli Stati Uniti prima della guerra.
Descrivo l’esperimento.A un motoneurone arriva una fibra afferente(2) e,in apparenza sembrerebbe
anche un’altra(1).Mettendo un elettrodo a livello della membrana post sinaptica del neurone e
stimolando la fibra1gli scienziati si accorsero che non si generava alcun potenziale d’azione nel
neurone,invece,stimolando la fibra2 il potenziale d’azione si generava normalmente. Sulla base
delle loro conoscenze dedussero che non ci fosse connessione tra la fibra1 e il
[Link] entrambe,però, il potenziale della sinapsi eccitatoria risultava
[Link] questo fatto come se ci fosse uno sconosciuto meccanismo presinaptico per
cui la1raggiungendo il motoneurone in qualche modo influenzava la [Link] siccome non si
conoscevano ancora le sinapsi assoassoniche e non c’era la filosofia di cercare sinapsi del genere,la
curiosità [Link] altro scienziato,che prese il nobel,ha registrato la [Link] si
stimolano le fibre1 e 2,chiaramente il potenziale d’azione [Link] la fibra1 vedete come
se ci fosse un potenziale postsinaptico eccitatorio,in questa sinapsi c’è quindi una
depolarizzazione,come se fosse appunto un potenziale post sinaptico eccitatorio,ma non si chiama
così,perché un potenziale post sinaptico eccitatorio si crea in un corpo cellulare,non in un assone.E’
quindi un potenziale depolarizzante,che va a ridurre il potenziale di [Link] adesso si stimola1+2
l’ampiezza del potenziale d’azione risulta ridotta .Cioè:stimolando due potenziali A+ B(quindi
stimolando anche1)si riduce l’ampiezza del potenziale d’[Link] riduzione del potenziale di
membrana,la depolarizzazione presinaptica,fa sì che quando arriva il potenziale d’azione questo sia
[Link]ò e’un dato di fatto,non un’[Link] come mai se depolarizzo poi il potenziale
d’azione mi viene più piccolo?Questa depolarizzazione è molto lenta,dura centinaia di
[Link] la fibra è depolarizzata il potenziale d’azione è molto più piccolo perchè la
depolarizzazione provoca un’ apertura dei canali del sodio durante il potenziale d’azione che però
non (…..???)ma si chiudono alcuni canali del [Link] anche se non c’è potenziale d’azione si
inattivano alcuni canali del sodio a causa della [Link] in attivazione fa sì che
quando arriva il potenziale d’azione trova alcuni canali aperti altri già chiusi.E’ chiaro che se
avrò80 canali su100 il potenziale d’azione sarà più [Link] la depolarizzazione produce una
parziale innattivazione dei canali del sodio e quindi il potenziale d’azione è più piccolo perché
utilizza meno canali del [Link] con il potenziale d’azione più piccolo entra meno calcio,si
libera meno trasmettitore e l’effetto post sinaptico è [Link] il trasmettitore è il GABA che usa i
canali del cloro,il quale crea un gradiente tale che quando si aprono i canali invece di
iperpolarizzare depolarizza la membrana.
I neuro trasmettitori sono liberati da terminazioni [Link] alcuni casi vengono riversati in circolo
e poi trasportati dal sangue finiscono su un’altra cellula nervosa o della muscolatura liscia ,sui vasi
,sul rene..questa si chiama Neurosecrezione, perché il neurone si comporta come ghiandola
endocrina e la sostanza secreta si comporta come un [Link] secondo meccanismo è quello
classico(presinaptico) e infine il terzo è quello delle sinapsi non direzionali per cui la sinapsi,libera,
riversa il contenuto in tutte le direzioni e non verso la membrana post sinaptica del neurone
[Link] terminazione presinaptica ci sono due tipi diversi di vescicole,alcune normali che
conoscete già ed altre a nucleo [Link] une contengono un certo tipo di neurotrasmettitori,
aminoacidi,le altre invece [Link]( alterazione?) avviene in modo differenziale,nel senso che
se la stimolazione è a bassa frequenza si liberano quelle classiche,se invece è ad alta
frequenza,[Link] dire se una sostanza è un trasmettitore bisogna avere una prova. Il concetto
di base è questo:Se raccogliessimo le sostanze alla sinapsi non necessariamente queste sarebbero
[Link] esempio nelle sinapsi neuro muscolari nei fasci(?)che raccolgono
Acetilcolina trovo anche acido [Link] nella terminazione quindi c’è una determinata molecola
non è detto che questa sia un [Link] GABA serve alla cellula per il suo metabolismo
e non necessariamente come [Link] certe sinapsi il GABA oltre ad essere presente nel
corpo cellulare è anche nelle vescicole del [Link] essere sicuri quindi che una
determinata molecola sia un neurotrasmettittore ci vuole anche un enzima deputato alla sua
costruzione,dei recettori postsinaptici ecc
Ci sono dei neurotrasmettitori classici,che agiscono nel modo che abbiamo descritto [Link] è il
caso che vi studiate la formula!!!!I neurotrasmettitori classici sono:
• L’Acetilcolina,che è stato il primo ad essere scoperto
• L’acido Glutammico o meglio il glutammato( perché il PH è scisso in modo tale che la
molecola che si lega in effetti è il Glutammato)
• L’Adrenalina e la Noradrenalina,la forma è uguale tranne il fatto che nell’adrenalina l’azoto
è senza radicale.
• L’acido γ-amminobutirrico che si usa per ottenere il GABA
• Dopamina
• Glicina
• Serotonina
• Istamina
Esistono altri neurotrasmettitori ma sono più rari.
Esiste poi un gruppo di sostanze che non sono neurotrasmettitori classici,canonici,(amminoacidi o
derivati di amminoacidi)ma sono un’altra categoria di molecole,composta da catene peptidiche,sono
quindi più [Link] ultimi si trovano spesso nelle vescicole a nucleo denso,hanno la
funzione di modulatori dell’ambiente circostante,modulano le sinapsi [Link] qesto gruppo
fanno parte laColecistochinina,L’endorfina,la Neurotensina la Vasopressina…ecc.
Ma come nascono,come agiscono,come muoiono questi trasmettitori?C’è una differenza nella
nascita vita e morte dei componenti delle due classi.
Naturalmente una stessa molecola Può essere sia un neurotrasmettitore che un neuromodulatore
nello stesso [Link] classificazione dunque è generale,indicativa..La prima differenza sta
nell’anatomia del trasmettitore,nel neurotrasmettitore ci devono essere strutture sinaptiche precise.
Anche la latenza è molto importante per esempio quello del muscolo(l’acetilcolina) è un
neurotrasmettitore che deve agire e finire nell’arco di millisecondi o secondi al [Link]é se devo
fuggire non posso aspettare troppo prima che il muscolo si muova!
Ionotropa significa che apre i canali ionici, metabotropa che attiva all’interno della cellula le
proteine G e la conseguente cascata [Link] qui ci sono però eccezioni,lo stesso recettore
può infatti essere sia ionotropo che metabotropo.
Ci sono dei farmaci,usati per esempio in psichiatria contro la depressione,che possono richiedere
molto tempo,anche giorni o [Link] azioni sinaptiche che investono poi delle reazioni a
livello post trascrizionale del mRNA,delRNA,[Link] azioni molto lunghe non sono molto
spiegabili.A questa terapia farmacologia può essere affiancato l’elettroshock ,che però è una terapia
pericolosa,può provocare gravi danni neurologici ma se eseguita correttamente e in dosi non
eccessive ha un indubbio effetto [Link] inietta prima per endovenosa dell’anestesia,poi del
curaro per paralizzarlo,respirazione artificiale,a questo punto si attaccano due placche di una scarica
di una durata ben [Link] scarica produce una specie di epilessia che dura qualche minuto,a
questo punto,forse,ma non si sa con certezza,probabilmente si ha una secrezione in massa di
[Link] il paziente si risveglia non ricorda nulla,ha un’amnesia [Link]
memoria c’è infatti una fase di apprendimento e una di consolidamento,che dura qualche giorno.è
una pratica indolore e benefica se si procede con una scarica ogni [Link] la depressione sappiamo
che nell’organismo c’è un’alterazione,un difetto della concentrazione di serotonina. I farmaci
antidepressivi agiscono in questo senso e funzionano abbastanza bene(Prozac).
Come funziona un neurotrasmettitore?
L’ACETILCOLINA nasce nella cellula da acetilCoA+Colina(reazione catalizzata dalla CAT
AcetilColinaTrasferasi).L’acetilcolina rimanendo libera potrebbe essere distrutta
dall’acetilcolinaesterasi,viene quindi immagazzinata in vescicole,manipolate dal [Link]
liberano nello spazio sinaptico e attaccandosi a recettore svolgono la loro [Link] molecole di
neurotrasmettitore vengono distrutte dall’ACH-esterasi ,che si trova nella membrana post
sinaptica,non lontano dal recettore.L’azione dura [Link] quindi la colina in colina e acetato
e la colina verrà poi riutilizzata e ricaptata dalla cellula per formare Acetilcolina.
La TIROSINA,invece funge da precursore per il NA,ci sono diversi enzimi che agiscono, la TH
(grazie alla proteina cinasi stimolata da cAMP generato dall’ATP,a sua volta stimolato da NA
subito ricaptata,meccanismo a feed-back) trasforma la Tyr in Dopa,che grazie alla Dopa
decarbossilasi si trasforma in DA che infine,per merito della DA-βidrossilasi diventa Na libera, che
verrà raccolta in vescicole e secreta nello spazio [Link] sono poi delle sinapsi che
producono dopamina,queste avranno solo due enzimi.
Infine per il GABA abbiamo un precursore e un enzima che dalla Glutammina ci fa avere
Glutammato(è già un trasmettitore) .Se invece ci sono due enzimi,cioè c’è anche la glutammato
decarbossilasi allora abbiamo produzione di acido [Link] questo caso c’è una ricaptazione
diretta del GABA,che può essere riciclato anche tramite la Glia(che lo scinde in glutammato o
glutammina).Schema comune a tutti: PRECURSORE/1oppure+ENZIMI/DEPOSITO-
/LIBERAZIONE/DISTRUZIONE per ricaptazione,(tramite la Glia per scissione).
Scusate per i periodi poco chiari,ho cercato di integrare con i miei appunti,ma non
garantisco!!Controllate sul libro!!
FISIOLOGIA - LEZIONE DEL 3 NOVEMBRE 2003
FINE
LEZIONE DEL 6 NOVEMBRE 2003
Alcune delle malattie del sistema nervoso hanno come base un’alterazione di questi meccanismi
legati alla funzione dei neurotrasmettitori e della trasmissione sinaptica. Le patologie vengono
definite in base a certi criteri che sono l’eziologia delle malattie sulle lesioni anatomopatologiche
che si riscontrano nelle particolari patologie in questione, poi su determinati parametri che potete
misurare, per esempio per il diabete il parametro che andate a misurare è la glicemia; ci sono molti
casi misurabili in modo preciso che danno un indice della patologia in esame. E poi ci sono dei
segni obiettivi che voi potete rilevare e dei sintomi che vi descrive il paziente. Tutte queste
caratteristiche quando riguardano malattie mentali sono molto meno chiare, infatti le malattie
mentali per molto tempo sono state considerate malattie a sé proprio perché è difficile avere un
riscontro chiaro dei sintomi di come misurarli e di solito la diagnosi delle malattie mentali viene
fatta in base alla storia del paziente, quindi a quello che lui riferisce, all’osservazione del suo
comportamento, con tutti i parametri non misurabili come potrebbe essere invece per la glicemia
in una malattia del metabolismo; e poi un altro criterio che viene usato per la diagnosi delle
malattie mentali è a posteriori, cioè in base alla risposta alla terapia, determinate patologie poco
definite vengono poi classificate in una o nell’altra patologia a seconda di come rispondono a
determinate terapie. E quindi negli ultimi decenni si è andato chiarendo alcuni meccanismi
neurobiologici che stanno alla base delle malattie mentali e che sono alla base dell’azione
terapeutica dei farmaci che vengono utilizzati per la cure delle patologie mentali. E tra le patologie
mentali più importanti ci sono due grosse famiglie che sono la schizofrenia e le sindromi
depressive. Sono patologie relativamente gravi e che hanno una diffusione abbastanza ampia con
gradi diversi di intensità di manifestazioni. Comunque le sindromi depressive sono caratterizzate
dalle cosiddette alterazioni dell’umore, lo stato affettivo dell’individuo è alterato, e senza andare
ad addentrarsi nella clinica, esistono due tipi fondamentali di sindromi depressive, una detta
unipolare e l’altra bipolare. Qual è la differenza? La sindrome depressive unipolare è caratterizzata
solo da episodi di depressione, mentre la sindrome depressiva bipolare è caratterizzata dall’avere
sia episodi di depressione sia episodi maniacali. Quindi bipolare per queste due diverse
manifestazioni, una in senso negativo di riduzione del tono del soggetto e l’altra come esaltazione
dell’attività del soggetto. Il tipo di sindrome depressiva più frequente è quella unipolare e colpisce
mediamente tra il 2 e il 5% della popolazione mondiale. Anche se un numero molto maggiore di
soggetti possono avere episodi di lieve entità, infatti ci sono varie forme di gravità variabile. L’età
media di insorgenza è intorno ai 25-30 anni e c’è una notevole di incidenza nel sesso femminile.
L’andamento delle sindromi depressive è tipicamente ricorrente, cioè ci sono degli episodi già
acuti da cui poi il soggetto recupera, torna ad avere una vita quasi normale e poi possono esserci
ricadute a distanza di mesi o di anni. La forma più grave è la cosiddetta depressione endogena che
è caratterizzata da avere un livello di depressione marcato con un umore peggiore al mattino e poi
progressivamente il tono dell’umore migliora leggermente. Tendono ad avere problemi di
insonnia, soprattutto si svegliano presto al mattino e si svegliano molte volte nella notte; hanno
difficoltà nell’alimentazione, di solito prevale l’aspetto anoressico, ma si hanno dei casi con
iperalimentazioni. In generale, l’umore di questi pazienti è triste, non hanno la capacità di provare
del piacere , della gioia per qualsiasi tipo di attività che in precedenza li aveva interessati, per cui
c’è un progressivo incupimento della personalità con dei sensi di colpa non legati a delle questioni
oggettive e anche dei pensieri di morte e di suicidio nei casi più gravi. Questo è un po’ il quadro
della depressione maggiore. Poi ci sono dei quadri meno gravi come le depressioni atipiche e le
distimie che sono di intensità minore. Invece la sindrome bipolare è caratterizzata dall’alternanza
di episodi depressivi ed episodi maniacali; in questo caso non c’è una prevalenza del sesso
femminili ma questo tipo di patologia si presenta con la stessa incidenza in entrambi i sessi.
L’episodio di depressione ha le stesse caratteristiche di quello di cui abbiamo parlato prima,
mentre la mania si manifesta con caratteristiche opposte alla depressione, cioè il paziente anziché
essere chiuso in sé stesso, triste e inattivo si presenterà molto espansivo, parla molto,ha delle idee
grandiose, eccessive, fa tantissimi programmi, ha tantissimi interessi, ma spesso è inconcludenti,
vuole fare molte cose ma in pratica non riesce a farle anche perché è molto facilmente distraibile, il
livello dell’attenzione è scarso, per cui comincia molte cose ma non li realizza e nei casi più gravi ci
sono dei veri e propri deliri di grandezza, deliri di tutti i generi e delle allucinazioni, cioè delle
false percezioni.
EZIOLOGIA
L’alternanza di questi episodi depressivi e maniacali può essere molto variabile nel tempo e ci
sono per cercare di capire l’eziologie sono stati fatti molto studi e alla fine si è visto che c’è sia una
componente genetica sia una componente ambientale. Sono stati fatti molti studi per trovare i geni
responsabili delle sindromi depressive, in realtà non ci sono dei dati chiari che dimostrino quali
siano questi geni; quello che si sa è che esiste una certa predisposizione e questi dati vengono dal
fatto che l’incidenza di queste malattie depressive è molto più alta nei pazienti che hanno parenti
di primo grado che già manifestano la sindrome depressiva. Non solo, un altro modo per studiare
queste patologie è vedere come si comporta l’incidenza di queste malattie nei gemelli monozigoti,
voi sapete che i gemelli monozigoti hanno lo stesso patrimonio genetico e in questo caso c’è una
alta concordanza della manifestazione delle sindromi depressive nei gemelli omozigoti rispetto al
resto della popolazione. Comunque per avere la patologia non sono sufficienti i fattori genetici ma
sono importanti anche i fattori ambientali, come uno stress sia acuto che cronico, traumi emotivi, la
perdita di persone care, oppure episodi nell’infanzia di maltrattamenti e di abusi, sono tutte
eventualità che di per sé non sono sufficienti a dare la patologia però sommandosi alla
predisposizione possono indurre l’insorgenza di queste malattie. Uno dei problemi per studiare
delle terapie, per studiare i meccanismi di queste malattie, è il fatto che un disturbo dell’umore,
come voi potete capire non è facilmente studiabile in un modello animale, perché se voi potete
studiare una qualsiasi patologia indotta da una sostanza tossica, da un agente infettivo, da un
agente virale, voi potete usare dei modelli animali per questi studi, ma chiaramente studiare
l’umore di un topo è relativamente difficile, sono stati comunque elaborati dei protocolli che
permettono di utilizzare modelli animali andando a studiare determinati comportamenti
dell’animale che vengono messi in relazione al suo stato dell’umore, per esempio ci sono degli
esperimenti in cui ci sono dei topi, vengono messi in situazioni di stress, per esempio messi a
nuotare dentro una vasca e l’animale dopo un certo tempo comincia a disperarsi se non trova un
punto dove uscire dall’acqua, nel senso che cambia il suo modo di nuotare, si vede che è
innervosito e poi a lungo andare quando si rende conto che non troverà una via di uscita l’animale
tende ad affogare e smette di nuotare; e questo modello è stato utilizzato come modello di
depressione animale. L’utilità di questo modello è data dal fatto che se agli animali si
somministrano determinati farmaci antidepressivi, l’animale non tenderà a disperarsi così
facilmente, ma continuerà a nuotare e a cercare di uscire dalla vasca per un tempo più lungo, è
ovvio che sono dei modelli molto differenti da come si manifesta la depressione nell’uomo, però
sono comunque utili per testare dei farmaci e per andare a vedere gli eventuali meccanismi
d’azione su queste molecola.
SUBSTRATO ANATOMICO E FISIOLOGICO
Abbiamo detto che le malattie mentali hanno comunque un substrato anatomico e morfologico con
delle alterazioni di alcuni sistemi, per esempio nella depressione c’e un’alterazione di quello che si
chiama asse ipotalamo- ipofisario-surrenale. Sapete che esiste questo controllo da parte
dell’ipotalamo sul rilascio di determinati ormoni dell’ipofisi che a loro volta vanno a controllare il
rilascio di altri ormoni, per esempio i corticosteroidi sono gli ormoni che sono sotto il controllo
dell’ACTH rilasciata dall’ipofisi che a sua volta è controllata da dei fattori rilascianti da neuroni
dell’ipotalamo. Questo circuito è molto importante nello stress, sapete che i glucocorticoidi sono
gli ormoni dello stress, vengono secreti in condizioni di stress e la loro azione per breve tempo e in
quantità moderata è positiva, in quanto potenziano determinate risposte dell’organismo, ma se la
loro secrezione è troppo elevata e prolungata si vengono a creare dei danni per esempio nelle
cellule dell’ippocampo. L’ippocampo è una struttura estremamente importante soprattutto per i
processi plastici di memoria e di apprendimento, molti esperimenti dimostrano che durante
l’apprendimento si verificano delle variazione della trasmissione sinaptica a livello dell’ippocampo
e per esempio l’effetto di una alta concentrazione di glucocorticoidi è quella di provocare una
progressiva atrofia dei neuroni dell’ippocampo, quindi una perdita di questi neuroni; e in molti
pazienti con questa sindrome depressiva c’è un aumento della secrezione dei glucocorticoidi e
noumeno che hanno una variazione nel modo di secrezione di questi ormoni, perché voi sapete
che i glucocorticoidi hanno dei livelli di secrezione che sono massimi al mattino e poi nel corso
della giornata si abbassano, nei pazienti depressi invece il livello basale di secrezione è già più alto
a poi si mantiene elevato per il periodo delle24 ore, quindi questa alterazione ormonale può già
provocare dei danni a livello di strutture importanti per le attività cognitive superiori. Sempre i
pazienti con sindromi depressive (questi sono riscontri fatti post mortem nei pazienti umani e
invece fatti in animali messi in situazioni stressanti) si è visto che ci sono delle alterazioni
anatomiche e funzionali anche in altre aree oltre all’ippocampo, per esempio nella corteccia
prefrontale, voi vedrete che la corteccia prefrontale è importante per il controllo dell’umore,
dell’attenzione; pazienti con danni alla corteccia prefrontale manifestano una variazione della loro
personalità e una perdita di una capacità critica, ci sono altre struttura alterate, che sono quelle
legate alle emozioni, tutte quelle del sistema libico; quando farete la fisiologia delle emozioni
vedrete che il sistema libico, in particolare l’amigdala, media gli aspetti emotivi dei
comportamenti, sia della memoria emotiva sia dei comportamenti della vita di relazione. Le
alterazioni a livello dell’amigdala, del sistema libico potrebbero essere quelle responsabili della
anedonia, cioè della mancanza di provare piacere che si ha nei pazienti depressi, la mancanza di
fare qualcosa al fine di provare delle sensazioni piacevoli. Le alterazioni della neocorteccia
prefrontale e dell’ippocampo possono spiegare quelli che sono i deficit cognitivi, mnemonici che si
trovano nei pazienti depressi, mentre le alterazioni dell’ipotalamo e di tutte le varie strutture
neuroendocrine, stimolano i sintomi vegetativi che presentano questi pazienti come le alterazioni
del sonno, i disturbi dell’appetito, il fatto che questi pazienti abbiano poca energia e poca voglia di
fare attività di qualsiasi genere. Un’altra delle teorie che cercano di spiegare la patogenesi delle
sindromi depressive è basata sull’alterazione dei cosiddetti meccanismi neurotropici (ci sono dei
fattori di crescita che regolano, potenziano e alcuni proprio permettono la sopravvivenza e la
crescita dei neuroni durante lo sviluppo ma non solo, alcuni sono importanti per poter mantenere
la buona salute dei neuroni anche nell’adulto. Uno di questi fattori è il BDNF, che è una di queste
molecole proteiche che regolano il funzionamento soprattutto di neuroni dell’ippocampo,
coinvolto nello stress. Nei pazienti depressi sembra che questo sia ridotto, ne venga prodotto di
meno e i neuroni già sottoposti allo stress dall’aumento dei glucocorticoidi risentono della
mancanza di questo fattore, e vedete, un neurone ippocampale ha un certo numero di dendriti, di
spine sui dendriti, zona dove può formare dei contatti con altre cellule, invece in un ipotetico
neurone di un paziente depresso il numero delle ramificazione si è ridotto e il numero delle spine
dove sono possibili dei contatti sinaptici si è ridotto, cioè il neurone si sta atrofizzando, è come se
mancassero degli elementi per farlo vivere in buona salute; l’effetto invece della terapia
antidepressiva è quella di riportare in buona salute il neurone in questione, cioè i dendriti tornano
e essere ben ramificati e ricompaiono delle spine; questo sembrerebbe mediato da fattori di crescita
stile BDNF.
TERAPIA
Quali sono le terapie della depressione? Ci sono terapie di diverso tipo, dalle terapie di tipo
elettroconvulsivo, elettroshock, una terapia molto usata nel passato adesso in disuso, che viene
utilizzata praticamente solo quando i trattamenti farmacologici non sono efficaci. E poi ci sono una
serie di composti che hanno delle azioni molto diverse fra di loro, ma tutti vanno ad agire o sui
sistemi o della serotonina o della noradrenalina. Quindi i neurotrasmettitori che sono alterati nella
depressione sono questi. Questi farmaci sono degli inibitori della MAO (se voi conoscete la via
della sintesi della serotonina sapete che viene sintetizzata e poi degradata dalla MAO; inibendo
questo enzima voi inibite la degradazione della serotonina, quindi ne potenziate l’azione, perché
ne riducete la distruzione. Altri farmaci molto utilizzati sono quelli che inibiscono il reup-take di
queste ammine (una parte del neurotrasmettitore rimane nello spazio presinaptico e può essere
ricaptato dal terminale presinaptico), inibendolo la ricaptazione si aumenta il numero di molecole
di neurotrasmettitore che ritrovano nello spazio presinaptico per legarsi con i recettori, quindi si
potenzia anche in questo caso la trasmissione. Alcuni di questi farmaci sono più o meno selettivi,
per esempio per la serotonina uno che è diventato famoso recentemente è il Prozac (?) .
Adesso abbiamo detto che queste terapie coinvolgono le monoammine, quali sono le vie
aminergiche importanti nel cervello? La serotonina è concentrata soprattutto a livello del nucleo
del rafe; dal nucleo del rafe partono una serie di vie che si diramano a molte strutture del sistema
nervoso: il sistema libico, l’ippocampo, la neocorteccia, lo striato e altre vie vanno a regolare il
funzionamento del cervelletto, mentre delle vie discendenti vanno verso il midollo spinale, quindi
le vie serotinergiche raggiungono tutte le strutture del sistema nervoso e la serotonina ha diversi
recettori che appartengono al gruppo di recettori metabotropi associati a delle G-protein e la loro
azione di solito è legata alla modulazione dell’attività dell’adenilato ciclasi, che è l’enzima che
regola la sintesi dell’AMPc, e quindi tutta la cascata di messaggeri intracellulari legati
all’attivazione della proteina chinasi A. Altrettanto diffuse sono le vie noradrenergiche, che
prendono origine soprattutto dal locus coeruleus, che si trova nel tronco encefalico e da qui
originano delle proiezioni che sono praticamente sovrapponibili a quelle che originano dal nucleo
del rafe per la serotonina, quindi le fibre noradrenergiche raggiungono le strutture del sistema
libico, la neocorteccia, il talamo, il cervelletto, e ci sono delle vie che discendono al midollo
spinale. I recettori a cui si lega la noradrenalina: alcuni sono legati al sistema dell’AMPc altri sono
legati al sistema della fosfolipasi C, dell’acido arachidonico e quindi hanno un’azione che può
essere molto variabile in molte strutture, non solo nel cervelletto, voi vedrete quando studierete il
sistema cardiovascolare quanto sono importanti i recettori della noradrenalina e dell’adrenalina
per il controllo della pressione cardiaca per esempio e della contrattilità del miocardio. Vediamo
più nei dettagli cosa avviene in un terminale da quando il neurotrasmettitore viene sintetizzato,
viene trasportato verso il terminale, le vescicole si fondono, il neurotrasmettitore è liberato, c’è
tutta la componente postsinaptica in cui si va a legare al suo recettore e poi la componenti legate
ad alterazioni della ricaptazione e della degradazione della molecola. I vari farmaci antidepressivi
vanno ad agire in molti di questi punti. La serotonina, come voi sapete, deriva dal triptofano, per
cui se voi andate a bloccare questa via di sintesi verrà a mancare serotonina, mancando serotonina
si potrà avere uno stato di depressione. Altro modo per interferire con il metabolismo della
serotonina è quello di interferire con l’immagazzinamento della molecola all’interno di vescicole
sinaptiche; anche in questo caso se si altera questo meccanismo di immagazzinamento si possono
avere delle crisi di depressione. Le vescicole poi si fondono e il neurotrasmettitore si viene a
trovare nello spazio sinaptico; a questo punto è possibile andare ad agire sui recettori sia pre- che
post-sinaptici (sapete che sul versante presinptico possono esserci degli autorecettori che regolano
a loro volta il rilascio di un neurotrasmettitore. In questo caso i farmaci antidepressivi vanno a
regolare la sensibilità di questi recettori aumentando quindi l’effetto delle molecole della
serotonina sarà potenziato. Poi l’altro punto su cui si può agire può essere l’inibizione della
ricaptazione del neurotrasmettitore, e voi potete avere un neurotrasmettitore che anziché essere
portato nel terminale, resta più a lungo nello spazio sinaptico e ha più tempo di agire con i
recettori postsinaptici. Altro punto di azione dei farmaci antidepressivi sono gli inibitori della
MAO, che riducono la degradazione della serotonina. Il modo di agire di questi farmaci può essere
di due tipi: o si potenzia l’azione oppure si riduce la degradazione. L’effetto finale è lo stesso: il
neurotrasmettitore è più efficace. Situazione analoga è quella che si ha nei terminali
noradrenergici, l’unica cosa che cambia ovviamente è la via di sintesi perché la noradrenalina
deriva dalla tirosina, per cui ci sono tutta una serie di passaggi che possono essere inibiti agendo
su questa via di sintesi (ricordate che da qui derivano anche la dopa e la dopamina, trasmettitori
importanti a livello del sistema motorio, soprattutto dello striato e dei gangli della base. L’L-DOPA
viene utilizzato per la terapia contro il Parkinson, legato a una carenza di dopamina. Anche qui si
hanno gli stessi meccanismi, i farmaci antidepressivi provocano o un aumento del rilascio oppure
ne inibiscono la ricaptazione del trasmettitore. Gran parte di questi meccanismi portano quindi a
un’azione maggiore del neurotrasmettitore sui recettori della membrana post-sinaptica, quindi a
un potenziamento delle vie metaboliche coinvolte in questa trasmissione, che sono principalmente
la via della PKA e poi anche della CAM-K e della PKC. Uno dei problemi di questi farmaci è che
l’azione sui terminali è quasi immediata e si ha un aumento del rilascio del neurotrasmettitore;
però l’efficacia della terapia si manifesta solitamente dopo due o tre settimane, quindi c’è un
periodo di latenza durante il quale la terapia non è efficace. Questo fa sorgere dei dubbi sul fatto
che i meccanismi non siano solo legati a questa azione a breve termine sul rilascio del
neurotrasmettitore, ma che questo aumento di attività dei sistemi per esempio della PKA portino
ad attivare qualcosa che richieda più tempo come l’attivazione dei geni, la regolazione
dell’espressione di alcune molecole: per esempio il sistema dell’AMPc e della PKA agisce
attraverso dei fattori di trascrizione che si chiamano CREB, che sono dei fattori di trascrizione che
regolano la trascrizione di alcuni geni che a loro volta porteranno alla sintesi di alcuna proteine.
Tra i geni del CREB sembra che ci sia quello responsabile della sintesi dei fattori di crescita della
famiglia di BDNF. Quindi, l’effetto protettivo di questi fattori di crescita potrebbe dipendere dal
fatto che l’aumentata presenza del neurotrasmettitore dovuta al trattamento antidepressivo attiva
dei meccanismi di regolazione delle trascrizione genica che potenziano la sintesi di questi fattori
neurotrofici. E infine, volevo ancora ricordarvi una delle ultima ipotesi sulla patogenesi della
depressione, che alla base di essa ci sia una alterazione delle capacita plastiche del sistema nervoso,
in particolare che ci sia una alterazione della neurogenesi a livello di alcune parti dell’ippocampo
(voi sapete che i neuroni sono cellule che non si dividono nell’adulto, ci sono solo eventi molto
limitati e nell’uomo poco dimostrati della moltiplicazione di neuroni a livello del sistema olfattivo
e a livello dei granuli del giro dentato dell’ippocampo: sono gli unici casi di neurogenesi
nell’adulto descritti. Nell’uomo, vi ripeto, non è chiaro se questo sia vero; comunque è possibile
che un disturbo in queste capacità plastiche del sistema nervoso sia alla base di psicotiche gravi
come la depressione, tant’è vero che gli effetti degli antidepressivi sono quelli di potenziare la
formazione di nuove cellule e di nuove connessioni.
FISIOLOGIA
7 NOVEMBRE
Le vie anatomiche che trasportano le informazioni tattili e propriocettive viaggiano in una parte
del midollo spinale; quelle che trasportano informazioni termiche e dolorifiche in un'altra parte del
midollo spinale. C’è una dicotomia netta tra questi 2 tipi di informazioni che dal punto di vista
clinico ha un’importanza fondamentale. Le vie che trasportano informazioni tattili o propriocettive
entrano nel midollo spinale per esempio dall’emicorpo di destra. salgono attraverso i cordoni
posteriori, viaggiando nel midollo spinale ipsilaterale; si incrociano poi nel lemnisco mediale. Ci
sono 2 lemnischi mediali che si incrociano dopo il bulbo e risalgono verso la corteccia. Le vie
termiche dolorifiche entrano nel midollo spinale, fanno la prima sinapsi coi neuroni dei corni
posteriori, sii incrociano subito nel midollo spinale e risalgono nel midollo spinale controlaterale in
una via nervosa che si chiama fascicolo antero-laterale. Nel midollo spinale c’è un incrociamento
delle informazioni termiche e dolorifiche mentre non c’è un incrociamento di quelle tattili e
propriocettive. La sindrome da emisezione del midollo spinale o SINDROME DI BROWN-
SEQUARD comporta la dissociazione sensoriale. Se si ha un’emisezione del midollo spinale a
sinistra in seguito a trauma, per via dell’incrociamento, si ha un’interruzione delle vie ipsilaterali
tattili e propriocettive; dallo stesso lato della lesione scompare la sensibilità tattile e propriocettiva
mentre non vengono sezionate le vie termiche e dolorifiche che si incrociano subito e si trovano
nell’altra parte del midollo spinale. Quindi dallo stesso lato della gamba sinistra, se la lesione è a
sinistra, le vie termiche e dolorifiche sono intatte. Viceversa nella gamba controlaterale alla lesione.
Questa è la dissociazione sensoriale e conoscere l’incrociamento immediato delle vie termiche e
dolorifiche ha difatto importanza pratica notevole per il medico.
DERMATOMERO
È la zona cutanea innervata da una radice posteriore. In ogni radice post ci sono tante fibre che
provengono da diverse aree cutanee. Perché avviene ciò? I nervi periferici che innervano
determinate aree della cute (area A-B-C) si ri-raggruppano in diversi punti del SNP, come nei
plessi nervosi e cosi ad es. la radice post 3 riceve fibre dal nervo C B e A. Il territorio cutaneo
innervato da questa radice post prende il nome di dermatomero e ci sono tanti dermatomeri
quante sono le radici post del midollo [Link] pratica: in base a una determinata
sintomatologia in una zona specifica della cute, ad esempio la parte anteriore della coscia possiamo
dire che c’è qualcosa che non va alla radice post di L2. Se il paziente sente una zona di anestesia
nella parte anteriore della coscia,se il territorio corrisponde a qsto territorio di forma
triangolare,sospetteremo che c’è qcosa che nn va in L2. Se il paziente sente una zona di anestesia
subito sopra il ginocchio, parte mediale della coscia, c’è qualcosa che non va rispetto a L3. La
suddivisione dermatomerica permette di mettere relazione un territorio della cute con una radice
post e viceversa. Tutto qsto è valido solo nel midollo spinale. Qsti che vedete sono ancora i
dermatomeri ma visti da un’altra prospettiva che corrisponde alle radici posteriori del mid spin.
NERVO TRIGEMINO
C’è un territorio di innervazione che non dipende dal mid spin. C’è una zona del corpo(il volto)
che è innervata dal trigemino. Il nervo trigemino innerva tutta la parte ant del capo; la parte post e
super è innervata dalla radice cervicale 2. Tutto qllo detto fino ai dermatomeri riguarda solo il mid
spin. Nel caso del trigemino non si parla di una vera organizzazione dermatomerica, ma si parla di
una distribuzione particolare. C’è un’innervazione da parte delle branche del trigemino: oftalmica,
mascellare, mandibolare. Sono qste: la 1, la 2, la 3. Mentre a livello dei nuclei mesencefalici del trig
(SNC) c’è una particolare distribuzione dell’innervazione cutanea detta a bulbo di cipolla, cioè a
cerchi concentrici. Se il paziente sente anestesia in una zona che corrisponde alla seconda branca,
cioè livello del mascellare (sotto il naso, sopra il labbro superiore e parte sup della guancia) ci sarà
qualcosa che non va alla branca mascellare. Se invece non sente stimoli sul naso, labbro sup e inf,
parte sup del mento, questo è un territorio che corrisponde a un’innervazione centrale a livello del
nucleo mesencefalico del trigemino. Per il paziente è meglio avere problemi nella branca periferica
piuttosto che nell’SNC. Questa organizz funzionale ha un risvolto pratico immediato: è possibile in
base a un sintomo in un territorio cutaneo risalire al punto, o la branca periferica del trigemino o i
nuclei centrali, dove c’è la lesione.
TALAMO
IL CAMPO RECETTIVO, nel caso del tatto, è una zona di cute che se stimolata è in grado di
modulare l’attività dal neurone in cui si sta registrando. In un campo recettivo ci sono delle zone
inibitorie,in cui c’è inibizione del neurone (parte periferica del campo) e eccitatorie, in cui c’è
eccitazione del neurone (parte centrale). Qui vedete il complesso ventro-basale del talamo:e’è una
parte mediale..qui c’è la linea mediana..qsto è il talamo di dx,qua ci sarà qllo di sx…qsta è la parte
laterale, qsta la mediale…Per identificare una determinata zona nell’uomo si fa così : si infila un
elettrodo con cui posso registrare l’attività dei singoli neuroni, l’elettrodo farà un certo
percorso(seguite il tratto rosso..);qsto elettrodo compirà invece un percorso di qsto tipo ecc.. Di
ogni cell di cui abbiamo la possibilità di registrare l’attività,quindi il potenziale d’azione,si può
stabilire il campo recettivo. Come si fa? La punta dell’ elettrodo arriva in qsta zona,si stimola la
cute con un sondino e si vede che questa cellula risponde solo quando si tocca la parte sup
dell’arto inf, la coscia. UN’altra cellula,la prima della quinta fila, risponderà solo quando tocco la
spalla,il dorso. Qsto che vedete è il campo recettivo della cell da cui sto registrando. Se l’elettrodo
va giù di qua,nella parte sup.,i campi recettivi sono qui a fianco:qua alla coscia,qua al dorso,al
braccio,al braccio e al polso,al pollice,al pollice e all’indice,alla mano e così via. C’è un ordine nella
distribuzione dei campi recettivi nel talamo; è una distribuzione topografica cioè [Link]
esempio qsta parte qua,la parte più profonda,riceve informazioni dalla mano;qsti neuroni dal
pollice,dalle dita ,da tutta la mano,dall’avambraccio. I neuroni più superficiali invece ricevono
dalle parti più basse. Se vi spostate a vedere i campi recettivi della parte mediale del nucleo
ventro-basale del talamo,vedete che ricevono dal trigemino,cioè da tutto il volto:labbro sup e
inf,dalle zone interne della bocca,dalla lingua ,dalla guancia,ecc.. C’è una distribuzione
ordinata,quindi, delle afferenze delle proiezioni da parte della superficie corporea fino al talamo. Il
nucleo ventro-basale laterale riceve info da tutto il corpo;quello mediale le riceve dal
trigemino,dalla parte anteriore del capo(volto). Questa distribuzione topografica è detta
distribuzione SOMATOTOPICA: c’è una distribuzione ordinata delle diverse parti del corpo a
livello di una struttura del [Link] parla di distribuzione somatotopica quando si tratta di superfici
del corpo. Quando si parla di sist. visivo c’è invece una distribuzione RETINOTOPICA a livello
della corteccia visiva: ogni parte della retina proietta esattamente a una parte specifica della
corteccia visiva. Tutti gli esperimenti sono stati fatti sugli animali.
Vediamo un esperimento classico sulla scimmia(1952).Nella scimmia la rappresentazione della
mano è norme rispetto a qlla del tronco; la rappresentazione del volto è enorme rispetto a quella
di tutto il resto del corpo: non c’è una rappresentazione del corpo che è proporzionata all’altezza di
quella parte de corpo.
Dal punto di vista evoluzionistico qsta è la rappresentazione nel talamo della superficie corporea
nel roditore,nel gatto,nella scimmia. Vedete che gran parte della rappresentazione nel roditore è
qlla del [Link] mano che si procede nella scala filogenetica diminuisce la rappresentazione del
volto e aumenta quella delle mani. Ad es. nella scimmia è più rappresentata la mano rispetto ad
altro. Perché? Ciò riflette l’esplorazione del mondo esterno. Nell’uomo si ha la massima
rappresentazione della mano perché noi esploriamo con la mano, con le dita,ma soprattutto coi
polpastrelli. I polpastrelli dell’uomo hanno una superficie piccolissima rispetto al torace e al
tronco, ma a livello centrale hanno una rappresentazione molto maggiore rispetto a tronco e
torace. Qual è il concetto importante? La rappres del corpo a livello di SNC non dipende dalla
superficie cutanea ma dalla densità dei recettori nell’ambito di qlla parte del corpo. A livello del
torace e della schiena ci sono pochissimi recettori che mandano informazioni al talamo e poi alla
corteccia rispetto a quelli presenti sulla superficie cutanea dei polpastrelli. Il talamo proietta
all’area somato-sensoriale ( la parte dietro la scissura primaria,nel solco centrale:si chiama infatti
giro post –primario) o S1, dove c’è una rappresentazione della superficie del corpo che viene
definita HOMUNCULUS SOMESTETICO: ha una rappresentazione sproporzionata. Qsta è la
sezione frontale del cervello a livello di S1 :qsto è l’emisfero di sx visto dall’avanti. C’è una grande
rappresentazione di mano e labbra, molto meno del tronco della schiena,della spalla.C’è la
rappresentazione dei genitali nella parte mediale interna dell’emisfero. L’homunculus rappresenta
quali e quanti sono i neuroni che ricevono info da una determinata parte della cute. Per es. tutti
qsti neuroni ricevono dalle labbra;qsti dalla mano,mentre pochissimi,vedete,ricevono dalla spalla
anche se una superficie maggiore delle dita. Quindi la rappresentazione dipende non dalla
grandezza della parte del corpo ma dalla densità dei recettori in qlla parte. In qst’ altra
rappresentazione dell’homunculus si vede meglio la sproporzione: la mano e la parte inf del volto
sono ampiamente rappresentati rispetto al torace e alla schiena.
Se registro campi recettivi a livello delle diverse parti dell’area somato-sensoriale primaria, si vede
che i campi recettivi variano di dimensioni a seconda della parte del corpo in cui sono, cioè a
seconda di dove si trova il campo recettivo. Ad es sui polpastrelli sono piccolissimi. Se registro
l’attività di neuroni del talamo o di S1, i campi recettivi di qsti neuroni che ricevono info dalla
punta delle dita sono piccolissimi, anche nel pollice di soli 2,3,4,5 mm, cioè la cell viene eccitata o
inibita stimolando una zona piccolissima della cute con un sondino. In senso
prossimale(polso,spalla,torace) i [Link] di dimensioni. Sul torace,se registro l’attività di
neuroni che sono in S1 e ricevono da qsta area cutanea vedo che sono enormi: vuol dire che
l’attività delle cell da cui stiamo registrando è modulata se tocco una superficie amplissima.
Procedendo in senso distale-prossimale la dimensione dei c.r. aumenta. Il significato della
dimensione dei c.r. è importante sia dal punto di vista della vita di relazione sia dal punto di vista
clinico. Il fatto di avere c.r piccoli nelle zone con cui esploriamo(polpastrelli) e più grandi nelle
zone con cui non esploriamo si spiega con l’ ACUITA’ TATTILE,la capacità di discriminare tra 2
stimoli. Il compasso è un test clinico che si fa in neurologia. Ad [Link] si ha una lesione al
S.N.C , può diminuire l’acuità tattile(nell’acuità visiva non si parla di 2 punte come nel compasso
ma di 2 spot luminosi). Se prendo un compasso, lo chiudo in modo che le 2 punte siano distanti
solo 2 mm e lo appoggio sul polpastrello delle dita, in un soggetto sano nn c’è problema a
discriminare le due punte. Mantenendo qsta apertura,procedendo in senso prossimale il sogg sente
una punta sola e allora devo aprire di più il compasso. Per es. al polso il compasso deve essere
aperto di 1-2 cm; se è aperto a 0,5 cm il sogg sente una sola punta . Per cui in senso prossimale
bisogna aprire sempre di più il compasso. Per sentire le 2 punte sulla schiena il compasso deve
essere aperto fino a 7 cm. C’è un’altissima acuità tattile a livello delle parti distali e una bassissima
acuità tattile a livello delle parti più prossimali(spalla, schiena). L’acuità tattile è la distanza che le
due punte devono avere una dall’altra per sentirle entrambe. Qsta qua è l’acuità tattile su diverse
parti del corpo e qsta qua è la distanza che devono avere le 2 punte per sentirle entrambe. Sui
polpastrelli siamo al di sotto dei 10 mm;sulla schiena,torace,parte anteriore coscia bisogna aprire
fino a 7 cm. Le zone della cute con la più alta acuità tattile sono qlle con cui esploriamo
l’ambiente. Ma perché allora l’ acuità tattile della lingua e della zona periorale è altissima, come nei
polpastrelli? Nn si sa,forse in qsta zona è rimasta un’alta capacità discriminativa connessa col
comportamento animale.
Maggiore è la densità dei recettori di una parte del corpo, maggiore è la rappresentazione nel
S.N.C;minori sono i campi recettivi di quei neuroni, maggiore è l’acuità tattile. Qualsiasi lesione
del S.N.P o del S.N.C che interferisce con le vie che portano qste informazioni tattili causa un
deficit nella discriminazione tra due punti, cioè ridotta acuità tattile:lesione al nervo periferico o ai
corni post. In seguito di lesione di qste vie ai polpastrelli è necessario aprire il compasso anche fino
a 3 cm perché l’acuità tattile si è abbassata. Lo scopo della lesione è capire come avviene
l’integrezione nelle aree associative. S1 nn è la stazione di [Link] sono aree associative in cui
diversi tipi di integrazione vengono elaborati in modo sempre più complesso: diversi segnali
sono associati uno con l’altro. Nel sist somato-sensoriale esistono diverse aree associative. S1 si
trova nella parte anteriore del lobo parietale. Tutto il lobo parietale posteriore è occupato da 2
grandi aree associative, dall’area 5 e 7 di Brodmann. In effetti nell’ambito di S1 esistono 3 o 4
homuncoli, cioè 3 o 4 rappresentazioni della superficie corporea. Finora il c. r. riguarda la
superficie cutanea(zona di cute che stimolata è in grado di ritrovare l’attività del neurone da cui
registro). Registrando da neuroni al confine tra S1 e l’area associativa 5, vedo che l’attività di
queste cell è maggiore quando vengono manipolate delle forme con spigoli, mentre la loro attività
è silente quando l’oggetto è rotondo. Qsta è l’acuità;vedete dei picchi: se le palline sono in alto la
cell è attiva;se sono più basse è inattiva. In qsto caso avviene il contrario: il neurone è attivo
quando ho una palla o un cilindro,mentre nno c’è attività quando l’oggetto è appuntito. Questi
neuroni rispondono selettivamente a delle forme. Le cose cambiano ancora se considero neuroni
dell’area 5 o in un’area associativa parietale: si passa da neuroni con campo recettivo cutaneo ad
altri neuroni con campi recettivi molto complessi. Nell’esperimento sulla scimmia questo neurone
è attivato solo quando la scimmia compie un certo movimento. Non si parla più di campo recettivo
semplice (cioè caratterizzato da una zona di cute), ma si parla di campo recettivo complesso,
caratterizzato dall’associazione di movimenti di diverse parti del corpo. A livello del lobo parietale
posteriore c’è la convergenza polimodale o polisensoriale: differenti segnali provenienti dal sist
uditivo, dal sist sensitivo, dalla cute convergono sugli stessi neuroni, i quali sono attivati solo
quando il sogg ha una certa posizione,un certo pattern. Ad es questo neurone è attivato solo
quando tocco una parte del gomito e contemporaneamente c’è uno stimolo visivo (banana per la
scimmia) oppure quando si stimola contemporaneamente qsta zona della cute e gli stimoli visivi si
avvicinano a qsta zona oppure un altro neurone viene attivato solo quando contemporaneamente
stimolo una parte del gomito, avvicino gli stimoli visivi verso quella parte del gomito e il braccio si
muove verso questa parte. Quindi il campo recettivo complesso consiste nell’attivazione di un
neurone quando più stimoli vengono applicati. Questi neuroni sono coinvolti nella reazione di
attenzione verso lo stimolo alimentare che permette alla scimmia di nutrirsi. Si vede che a mano a
mano aumenta il sist di integrazione nel sist nervoso centrale. Queste rappresentazioni, gli
omuncoli, non sono statiche ma plastiche, possono cioè modificarsi a seguito di certe
situazioni,come le amputazioni. Se a un soggetto viene amputata la mano dx, cosa succede alla
rappresentazione della mano dx nell’emisfero sx, nell’area somato-sensoriale? Se viene amputato il
terzo dito, a livello di S1 avviene una riorganizzazione di tutte le aree contigue alla parte del corpo
amputata, cioè il secondo e quarto dito e il palmo della mano. La rappr del secondo dito si espande
e occupa quella del terzo e così per il quarto dito e il palmo della mano. Quando si ha una
soppressione dei segnale d’ingresso all’area S1 le aree contigue si riorganizzano ed espandono
sulla zone che rappresentava la parte amputata. Questa riorganizzazione avviene in pochi
secondi(ci sono vie nervose silenti che diventano attive) e dipende dall’età (molto pronunciata
nell’età dello sviluppo). Se vengono iperstimolate le dita (violinisti,dattilografe) si ha una plasticità
in senso opposto: l’iperstimolazione del secondo e terzo dito determina un aumento della loro
rappresentazione a livello dell’area somatosensoriale primaria, cioè S1.
La sindrome dell’arto fantasma avviene nell’80-85% dei soggetti mutilati: essi riferiscono di sentire
ancora l’arto anche quando nn c’è più. La tipica situazione è il dolore all’arto fantasma. Il soggetto
può anche sentire l’arto che si muove oppure dei formicolii alla mano inesistente. Se viene
amputato l’arto super sx con l’elettromagnetoencefalografia è possibile visualizzare l’attività
elettrica celebrale. Si vede una rappres della mano, del volto, dell’arto superiore dx, nell’emisfero
di sx che riceve dal lato dx.
Nell’emisfero di dx non c’è più l’arto superiore sx; tutta la parte della mano è rimpiazzata dalla
rappresentazione del volto. Quando il sogg viene stimolato su certe parti del volto, queste che ora
a livello di S1 non sono più nella loro zona ma su quella della mano producono delle sensazioni
sulla mano che non esiste più. Se stimolo la guancia il sogg sente di toccarsi il pollice; se stimolo il
labbro super sente di toccarsi l’indice; se stimolo l’inferiore il palmo. La percezione di un arto nello
spazio non dipende dall0’arto stesso ma è presente solo a livello celebrale. Anche in assenza di una
parte del corpo è possibile avere esattamente le stesse sensazioni. Tutta l’integrazione nervosa a
livello delle aree associative è quella fondamentale per la ricerca delle percezioni.
LEZIONE DEL 10/11/03
Benedetti
DOLORE
• Partiamo dalla definizione di dolore in senso classico, dal punto di vista fisiologico:il dolore
è una sensazione che ha un connotato negativo (vedremo che ci sono anche sensazioni con un
connotato positivo), cioè l’organismo, umano o animale che sia, cerca di evitare, sfuggire dallo
stimolo nocivo nocicettivo; al contrario di altri stimoli percepiti come positivi che stimolano i
cosiddetti centri del piacere e quindi l’organismo cerca di avvicinarsi a questi stimoli.
[Ci sono sensazioni con connotato positivo e con connotato positivo]
Il dolore ha un’importanza fondamentale per la sopravvivenza: senza dolore non sarebbe possibile
sopravvivere, sicuramente non sarebbe possibile arrivare fino all’età adulta, basti pensare che se si
appoggia una mano su un fornello acceso e non si sente dolore ci si può bruciare gravemente e così
via (l’esempio tipico è una rara neuropatia caratteristica in cui una neuropatia genetica da origine a
una condizione, a una sintomatologia che va sotto il nome di INSENSIBILITA’ CONGENITA AL
DOLORE: neuropatia in cui c’è una degenerazione delle fibre che convogliano al SNC le
informazioni dolorifiche; raramente i bambini che ne soffrono arrivano all’età adulta perché non
riconoscono gli stimoli dannosi e c’è per esempio un fenomeno che ancora una volta fa capire
come sia importante il dolore: AUTOMUTILAZIONE ,i bambini non sentono dolore, cominciano a
mangiarsi le unghie, poi cominciano a mangiarsi i polpastrelli, le dita, la mano, ecc. senza sentire
dolore).
[Il dolore è una condizione fondamentale per la sopravvivenza perché è una condizione che serve
ad evitare uno stimolo nocivo, termico, meccanico, ecc.]
Questo è un dolore che rientra tipicamente nella fisiologia, cioè nelle funzioni fisiologiche
dell’organismo: a stimolo nocicettivo sulla mano si ha ad es. una flessione del braccio che serve
per allontanarsi dallo stimolo, quindi il dolore è fondamentale per la vita di relazione.
• A un certo momento però il dolore perde il suo significato induttivo, cioè di difesa dagli
stimoli nocivi che si trovano nell’ ambiente esterno e diviene un dolore che va ,in senso lato,
generale ,sotto il nome di DOLORE CRONICO : in certe situazioni anche in assenza di uno
stimolo dannoso, insorge questo dolore che in un certo modo è connesso all’attivazione di
determinati centri che si trovano nel SNC. In questo caso il dolore perde il significato di
campanello d’allarme, di difesa. Il dolore cronico è quello che richiede un trattamento medico ed è
un vero e proprio meccanismo di memoria in cui uno stimolo nocivo produce dolore e questo
dolore produce delle modificazioni nel SNC che poi vengono immagazzinate in un ricordo ,ad es.
visivo, sia nel cervello che nel midollo spinale e permangono anche se si leva poi lo stimolo
dannoso. Si è visto che i meccanismi che stanno alla base della cronicizzazione del dolore sono
uguali a quelli della memoria che avvengono a livello dell’ippocampo.
[Il passaggio dal dolore acuto a cronico è un meccanismo fondamentalmente mnemonico, la
percezione dolorifica rimane nel SNC, dove lo stimolo modifica certi circuiti]
Dal punto di vista pratico, sia neurofisiologico che chimico ci sono 2 tipi di dolore che si basano
fondamentalmente sul luogo di insorgenza del dolore:
1)DOLORE NOCICETTIVO e 2)DOLORE NEUROPATICO. 1) Qualsiasi situazione, qualsiasi
danno tissutale che stimola i recettori : nocicettori ,che sono le terminazioni libere ,nervose, nei
neuroni sensitivi primari. Dolore che insorge in seguito a un danno (insulto termico, meccanico,
ecc.) tissutale che fa sviluppare meccanismi, come ad es. la vasodilatazione, il rilascio di
prostaglandine, istamina dai mastociti, ecc. ,che stimolano le terminazioni libere che sono i classici
nocicettori sensibili alle tipiche sostanze rilasciate nel tessuto danneggiato.
2)Deriva esclusivamente da una lesione (ad es. taglio di un nervo, tumore che distrugge una parte
del cervello o comunque da un’alterazione in generale (es. infiammazione del SNC) che colpisce
direttamente il SNC (es. nervo periferico, midollo spinale) .Esempio caratteristico è il cosiddetto
DOLORE CENTRALE : dolore a insorgenza nel SNC, tipico (90% dei casi) in seguito ad emorragia
nel talamo.
I 2tipi di dolore non vengono percepiti in modo simile, dal punto di vista diagnostico e terapeutico
è importante suddividerli, e ciò è possibile anche in base a una semplice visita ambulatoriale.
• C’è una differenza profondissima tra nocicezione e dolore : nocicezione = passaggio delle
informazioni dalla periferia al SNC: tutti gli eventi fisiologici, organici che attivano i nocicettori, la
conduzione lungo il fascicolo antromolaterale del mid. spinale, ecc., cioè tutti quegli eventi
fisiologici che avvengono nel SNC; dolore = esperienza globale del dolore, molto + complessa che
coinvolge tanti fattori che influenzano la nocicezione, per es. è sufficiente essere distratti perché il
dolore possa essere modificato in qualche modo, ci sono dei meccanismi neurofisiologici alla base
di questo. La differenza tra nocicez. e dolore è un esempio tipico della fisiologia oggettiva e
soggettiva (il dolore è un’esperienza sia oggettiva che soggettiva, perché coinvolge anche tutta la
componente privata, psicologica dell ‘individuo, anche se si cominciano a capire i meccanismi
fisiologici di quest’ultima ).
• Ci sono diverse qualità (riguardano una singola modalità, ad es. il sistema visivo è una
modalità che ha diverse qualità: i colori )anche per il dolore: VISCERALE, il dolore proviene dai
visceri (tutti gli organi interni) e gioca un ruolo fondamentale per i fenomeni che avvengono
all’interno dell’organismo, per [Link] colite spastica, le contrazioni dell’intestino, ecc. SOMATICO,
proviene dalle parti superficiali dell’organismo ,superficiali in senso stretto : cute e somatico
profondo da non confondere col viscerale perché per dolore somatico profondo si intendono il
tessuto connettivo, le ossa ,i muscoli e le articolazioni, quindi in generale l’apparato muscolo
scheletrico: tipici sono il crampo muscolare o l’artrite. Il dolore cutaneo ha una caratteristica
fondamentale : si può suddividere in 1)dolore iniziale o primo dolore (ben circoscritto) e 2) dolore
iterativo o secondo dolore (sordo, non localizzato, tardivo). Se si prende uno spillo e ci si punge
un polpastrello si provano tipicamente 2sensazioni dolorifiche :la prima sensazione è il primo
dolore, cioè un senso di puntura ben localizzato, con una certa intensità, ma soprattutto ben
localizzato nel punto colpito dallo spillo; il dolore tardivo compare dopo 1-2-3 sec. ed è un dolore
non ben localizzato, sordo, diffuso, irradiato a una zona molto più ampia ,ad es. tutto il
polpastrello oppure tutto il dito se si è colpito forte con lo spillo.
• Questo avviene perché esistono 2tipi di fibre che producono il dolore:1)FIBRE A LENTA
VELOCITA’ DI CONDUZIONE (C, amieliniche) responsabili del secondo dolore 2)FIBRE A
ALTA VELOCITA’ DI CONDUZIONE (A mieliniche responsabili del primo dolore. In un
nervo ci sono sia le fibre C e le fibre A . In determinate neuropatie periferiche si ha una
degenerazione selettiva dell’uno o dell’altro tipo di fibre e quindi compare solo il primo dolore o
solo il secondo.
• Ci sono fondamentalmente 3teorie tutt’oggi dibattute che cercano di spiegare come
avvenga selettivamente la percezione dolorifica: 1) TEORIA DELL’INTENSITA’: stimoli ad alta
intensità possono provocare dolore quando vengono stimolati diversi tipi di recettori
(termocettori, meccanorecettori, chemorecettori). Esistono degli stimoli a diversa intensità che sono
in grado di attivare diversi tipi di recettori, cioè non esistono nocicettori specifici, ma uno stimolo
che è termico ad es. a 40° che viene percepito come caldo, a un certo momento se si aumenta la
temperatura fino a 45°circa (è la soglia del dolore), il termorecettore veicola un’informazione
nocicettiva; lo stesso vale per i meccanorecettori; se si preme sulla cute piano piano dapprima si
sente uno stimolo tattile, se si aumenta la pressione a un certo momento compare dolore.2)
TEORIA DEL MODELLO :esiste un pattern di scarica ,un modello, dei diversi tipi di recettore e
questo è collegato con la percezione dolorifica. Ad es se si ha una frequenza costante di 30 Hertz
per un termocettore si ha sensazione di caldo, quando compare una frequenza non più costante ma
si ha una scarica di qualunque tipo (scarica-scarica; oscillazioni di scarica ) quella è
un’informazione di per sé dolorifica. 3)TEORIA DELLA SPECIFICITA’: è un po’ il contrario di
quella dell’intensità, però si è visto che valgono tutte e due. Dice che esistono dei nocicettori
specifici e solo quando si stimolano quelli ,si ha una sensazione dolorifica. Questi recettori sono
stati trovati e sono le terminazioni libere, cioè i classici recettori del dolore, i nocicettori. Una teoria
non esclude l’altra, si è visto che ci sono nocicettori specifici e la loro stimolazione evoca dolore,
ma ci sono anche sensazioni dolorifiche quando si aumenta l’intensità dello stimolo su un
termocettore, su un meccanorecettore, su un chemocettore, quindi la nocicezione e il dolore
generale è un meccanismo molto complesso ,in questo caso dal punto di vista periferico, e diversi
fattori sono coinvolti.
Una caratteristica fondamentale è che esiste un tipo particolare di organizzazione per quanto
riguarda le fibre afferenti primarie (A C): i neuroni sensitivi primari possono essere in relazione
con diverse parti del corpo, tipicamente sono in relazione con una parte della cute (c’è una
biforcazione) ma anche con un viscere per es.; cioè uno stimolo dolorifico che insorge a livello di
un viscere attiva gli stessi neuroni di uno stimolo che insorge a livello cutaneo. Può anche
succedere che invece della biforcazione ci siano 2 cellule ,una che innerva cute e un’altra che
innerva un viscere e queste 2cellule convergono sullo stesso o sugli stessi neuroni .Abbiamo
quindi 2 modalità. Questo è un tipo di organizzazione periferica delle fibre afferenti che
producono il dolore che da origine a quel concetto importantissimo di DOLORE RIFERITO :una
patologia che colpisce un organo profondo viene riferita spesso a una parte della cute (tipico es: il
dolore alla spalla , ovviamente a meno che non ci siano una patologia alla spalla, è dovuto a
un’alterazione a livello del diaframma ipsilaterale, infatti tipicamente tutti i tumori che invadono
la pleura basale e quindi il diaframma ,producono dolore e questo si sente sulla spalla perché c’è
convergenza delle informazioni sugli stessi neuroni da parte di alcuni visceri e da parte di alcune
parti della cute. Il dolore cardiaco ad es ,l’angina pectoris, da un tipico dolore recordiale nella zona
subito al davanti del cuore ,alla spalla e al braccio sinistro).Alcuni dolori corrispondono come zona
organo-cute, ad es il fegato, i testicoli si irradiano nella pelvi,ecc.
Lezione di FISIOLOGIA - 12 novembre 2003
Oggi vediamo cosa succede nel midollo spinale. C’è qualcosa di importante da dire. Tutti gli
stimoli nocivi che attivano le fibre afferenti primarie quindi fibre C e fibre A delta,no? Gli stimoli
dolorifici attivano le fibre A delta e poi C, neuroni sensitivi secondari che hanno una relazione con
quasi tutti i sistemi, centri cardiovascolari, centri respiratori, p. arteriosa, vasi, sistema endocrino.
Quindi quando vengono stim queste fibre hanno delle risp di percezione dolorifica dovute
proprio alla connessione tra queste fibre afferenti e il nucleo di questi centri. Praticamente tutto è
connesso alle vie di questi centri.
SCHEMA: vi fa vedere che tipi di connessione esistono fra fibre che cond. Informazione dolorifiche
e i diversi sistemi che si trovano nel sist nervoso centrale. Ovviamente questo è importantissimo
dal p di vista medico perché ogni stimolo dolorifico altera determinati parametri fisiologici. Anzi
sarebbe meglio dire che altera tutti i parametri fisiologici, visto che le connessioni sono
praticamente con tutto. Allora, sommariamente anche se questa suddivisione è molto didattica, per
il fatto che un tipo di risposta può sempre essere sovrapposta ad un’altra. Didatticamente si usa
dividere in 4 parti, vedete qui:
• RISP. LOCALI
• RISP RIFLESSE VEGETATIVE SEGMENTARIE, cosa vuol dire? Che prendono contatto con
differenti segmenti del midollo spinale. Sono risp che avvengono a diversi livelli nel mid.
Spinale.
• RISP. VEGETATIVE SOVRASEGMENTARIE al di sopra dei segmenti del mid. Spinale
• RISP. CORTICALI
Vediamo in dettaglio:
Non mi soffermo sulle locali, sono quelle di cui abbiamo parlato ieri e nei giorni precedenti,
coinvolte nella liberazione di sostanze (istamina) che stimolano i nocicettori, stimolazione e
sensitizzazione di nocicettori, etc. Perché si chiamano locali? Perché localizzate solo alla parte del
dolore.
Risposte corticali
In genere si intende la sfera psichica, la percezione del dolore stessa, è chiaro, poi ansia, paura.
Risp. Motoria volontaria, cioè assumere una determinata posizione a scopo antalgico.
La differenza fondamentale fra risp locali e segmentarie, soprasegmentarie da una parte e corticali
dall’altra è che le corticali sono coscienti, mentre tutte le altre sono a livello incosciente.
In pratica il concetto fondamentale è che oltre a chi porta l’informazione dolorifica alla corteccia
cerebrale, ci sono tante collaterali, tutte fibre afferenti che sono connesse con diversi centri e
producono diversi effetti. Questi effetti sono molto impotranti perché permettono di valutare la
risp ad un determinato stimolo [Link] soggetti che comunicano il medico fa riferimento su
quanto detto dal paziente. Per soggetti che non possono comunicare, perché affetti per es da
demenza, permangono tutte le risp segmentarie ed esistono veri indicatori fisiologici che sono
quelli visti finora.
In seguito a stimolo dolorifico aumenta la p arteriosa, frequenza cardiaca si modifica, frequenza
respiratoria….(non li vediamo tutti!!)
Tutte queste modificazioni vengono dette INDICATORI FISIOLOGICI del dolore perché possono
essere misurati e analizzati come alterati.
Non esiste un patter di risp costante in tutti i soggetti e non si sa bene il perché. Perché ci sono
differenze culturali e genetiche. Esiste un PATTERN INDIVIDUALE per il, dolore, quindi la risp al
dolore varia da soggetto a soggetto. Ci sono studi su gemelli omozigoti con risp a stimoli dolorifici
simili, o studi su soggetti con pattern particolari perché hanno vissuto in periodi di guerra, in
Israele e mostrano diverse risp al dolore. Giocano molti fattori: genetici e culturali.
Allora, detto questo, non vi sto a ridire tutta la pappardella delle vie ascendenti (già viste). Tutti i
centri coinvolti nel cervello sono dispersi ovunque nel cervello appunto. Se dovessimo vedere, per
ogni stimolo si attivano tante regioni cerebrali. Per semplificare le cose si è suddiviso in un
SISTEMA DOLORE MEDIALE e SIST DOLORE LATERALE. Fra i due esistono notevoli
differenze. Informazioni vanno sul midollo spinale e arrivano ovunque, talamo, ipotalamo, insula,
etc. E’ più semplice di quanto sembra.
SIST MEDIALE è fondamentalmente il sistema libico e si chiama così perché passa dai nuclei
mediali del talamo. Avevo detto che avremmo parlato del talamo mediale e ci torneremo parlando
del dolore, è fondamentalmente costituito da nuclei intralaminari. (ci torneremo anche per il ciclo
sonno-veglia) Particolare importanza ha ACC (CORTECCIA CEREBRALE ANTERIORE). ACC è
una delle zone più importanti del sist mediale del dolore.
DOMANDA
RISPOSTA: la memoria gioca un ruolo fondamentale. Se guardiamo sgozzamento e
contemporaneamente vediamo quali aree si attivano la memoria non è per niente implicata. Nel
caso di immaginarsi uno scempio, sì! In questo caso ACC si attiva.
DOMANDA
RISP: non è così facile testare questo in pazienti con lesione solo di ACC. Non ci sono molti
pazienti con lesione solo a questo livello, quindi non si sa se durante il ricordo c’è una sensazione
spiacevole oppure no. Una lesione solo qui vuol dire avere un’emorragia solo in questa zona. E’
difficile, capisce?
DOMANDA: La lesione specifica di ACC può essere usata come terapia del dolore?
RISPOSTA: si è provato, esiste un intervento chirurgico usato in psicochirurgia,cingolotomia,. I
risultati ci sono nell’immediato ma poi il dolore è tornato proprio perché ci sono tante zone
coinvolte e non è suff ledere solo la zona specifica.
Vi faccio vedere cosa succede a S1: questa è la situazione in cui si voleva vedere cosa succede nel
caso di ipnosi, analgesia da ipnosi.
Questa è la proiezione di S1 e questa di ACC prima dell’ipnosi, vedete l’attivazione del sistema
mediale e laterale. Il soggetto è sottoposto ad ipnosi, in S1 cosa succede? Non si modifica niente
mentre ACC è diverso, non è più attiva. Succede anche con molti farmaci, es morfina. Durante il
trattamento ipnotico quello che succede non è tanto la riduzione dell’intensità del dolore quanto
l’inibizione della sfera emotiva del dolore. Infatti il soggetto sotto ipnosi dice che sente uguale
intensità, sa dire dove e quanto dura però non gli dà fastidio. Molto importante dal punto di vista
neuropsicofarmacologico perché molti farmaci agiscono proprio su componente affettive, emotiva,
sul sist libico.
DOMANDA:
RISPOSTA: ne parliamo dopo perché non la farete, se lei vuole. Forse dagli psichiatri vi verrà detto
qualcosa sull’ipnosi che consiste fondamentalmente nella suggestione verbale. Ripetere più volte, è
simile all’effetto placebo (dopo domani). Si dice “vi passerà il dolore”
Altra cosa importante da dire: fattori psicologici servono molto nella percezione dolorifica. Per es:
al soggetto si dice che fra qualche secondo gli arriverà uno stimolo dolorifico. Praticamente le
stesse aree viste adesso si attivano anche nella fase anticipatoria dello stimolo. Questo fenomeno è
connesso con l’ansia anticipoatoria. E’ suff dire che lo stimolo sta per arrivare perché si attivino
quasi le stesse aree.
Perché vi faccio vedere questo? Perché questo ancora una volta fa capire fa capire il ruolo dei
fattori psicologici. Speso no è necessaria la presenza dello stimolo dolorifico per attivare
determinate aree cerebrali; è suff una suggestione verbale che mette il soggetto in uno stato
anticipatorio.
DOMANDA: La percezione al livello del sistema libico cambia se ho detto o no al paziente prima?
RISPOSTA: certo che sì, si ha diversa attivazione, se non lo si dice prima si può avere risposta
inferiore di quella che avrei altrimenti.
DOLORE,CONTROLLO DISCENDENTE
5. Dal bulbo in poi la via non è più oppioide, cioè i neurotrasmettitori non sono più oppioidi , ma
qui ci sono i nuclei del rafe serotoninergici Dal bulbo in poi la via non è più oppioide, cioè i
neurotrasmettitori non sono più oppioidi , ma qui ci sono i nuclei del rafe serotoninergici,
quindi questa via discendente è una via serotoninergica. Esiste quindi una connessione tra
centri sovraspinali e midollo spinale che è serotoninergica, poi esiste un’altra via discendente
che è una via norandrenergica. E’ possibile attivare questi sistemi nella terapia del dolore in
pazienti che ad es. non rispondono più ai narcotici, alla morfina, impiantando degli elettrodi
ad es. nella sostanza grigia periacquedottale che stimola costantemente il sistema oppioide
discendente provocando un’analgesia costante.
Nel tronco dell’encefalo in generale (rafe magno, sost. grigia periacquedottale) esistono 2 tipi di
neuroni: CELLULE OFF e CELLULE ON, queste si chiamano così perché quando ad es. si
somministra uno stimolo nocivo (che può essere una temperatura superiore a 45°C) le cellule off
scaricano, ma subito prima del riflesso di flessione del braccio, il neurone smette di scaricare ;la
cellula on si comporta in maniera opposta: quando c’è lo stimolo nocivo non scarica e subito prima
del riflesso di flessione, comincia a scaricare, si attiva. Le cellule off inibiscono la trasmissione
dolorifica, le cellule on la potenziano, quindi esistono neuroni inibitorie ed eccitatorie accoppiate
.Dal punto di vista farmacologico si è visto che la morfina non ha solo effetto inibitorio ,ma anche
eccitatorio, solo che ha attività eccitatoria su neuroni particolari: inibisce le cellule on ed eccita
quelle off. Per quanto riguarda ancora la sensibilità dolorifica, si parla di ALLODIMIA quando si
ha percezione dolorifica a una stimolazione che di per sé è innocua: nella zona di una ferita ad es.
basta fare una carezza nel punto in cui la cute è allodimica perché si senta dolore ; non bisogna
confonderla con l’IPERALGESIA che è un’esagerazione della percezione di un effettivo stimolo
dolorifico. IPERESTESIA è un termine generico che vuol dire aumento di tutte le sensazioni, anche
il tatto per es.e il soggetto reagisce in maniera abnorme alla pressione anche se non sente dolore.
IPERPATIA si riferisce invece alla comparsa di dolore in assenza praticamente completa di stimolo
dolorifico esterno(es. emorragia talamica che provoca dolore centrale nella max parte dei sogetti e
si chiama anche iperpatia talamica; sembra che l’emorragia ecciti i neuroni nocicettivi del talamo
che scaricano anche se non c’è stimolo nocicettivo esterno). IPOESTESIA è una diminuzione di
tutte le sensazioni, IPOALGESIA è una diminuzione del dolore, ANALGESIA: scomparsa totale
del dolore. ISESTESIA: termine generico per una sensazione abbastanza precisa, molto spesso
quando si tocca la parte di cute tipicamente di una ferita postchirurgica non si ha una vera e
propria comparsa di dolore ,ma piuttosto una sensazione di spiacevolezza (brivido, scossa
elettrica, a volte una sensazione difficile da descrivere); in un soggetto normale l’es. tipico è quello
di toccare il bulbo oculare e c’è una sensazione di fastidio che però non è dolore. Il dolore è uno
degli esempi più classici per far capire come si sia passati direttamente in pratica dalla ricerca di
base all’applicazione clinica, la terapia del dolore si basa essenzialmente su 3 metodi:
- metodi farmacologici :tutti i recettori e i neurotrasmettitori che abbiam visto hanno permesso
di sviluppare delle sostanze chimiche, farmaci che hanno fondamentalmente lo scopo di
bloccare quei meccanismi che facilitano la trasmissione del dolore e eccitare i meccanismi che
potenziano l’inibizione del dolore (es. analgesici non narcotici)
- metodi fisici : l’esempio tipico è la terapia del dolore effettutata mediante neurochirurgia in
casi estremi, tecniche di stimolazione elettrica del sistema di controllo discendente; ma anche
blocco delle informazioni dolorifiche (esiste un intervento di cordotomia in cui si seziona nel
midollo spinale solo il fascicolo anterolaterale che dalle corna posteriori del midollo va su fino
ai centri superiori); massaggi; caldo-freddo per agire su meccanismi di vasodilatazione e
vasocostrizione (abbiam visto che durante la vasodilatazione si ha liberazione di sostanze che
stimolano i nocicettori)
- metodi psicologici :hanno lo scopo di eliminare ad es. l’ansia anticipatoria
14/11/2003
L’EFFETTO PLACEBO
Vogliamo analizzare quali sono state le possibili soluzioni terapeutiche ad un problema generico,
quale la gonalgia , nel corso dei secoli:
- anni ’40 (vengono introdotti in terapia gli antibiotici) “La pozione è olio di
serpente, ingoiati questa pillola e tutto passerà!”
C’è una certa ciclicità, nel corso della storia, circa i rimedi proposti. Il filo conduttore è che,
evidentemente, c’è una qualche efficacia nascosta in questi [Link] forma di
successo la dovevano pur avere! Questo qualcosa che funziona, in tutti questi medicamenti, oggi è
attribuito all’effetto placebo.
Quest’ultimo è quell’effetto per il quale la condizione patologica che viene trattata migliora per
effetto di una sostanza che è inerte, priva di un’attività terapeutica, ma che funziona perché il
paziente si aspetta l’effetto. Quindi, se io sono convinto che funzionerà, allora funzionerà!
Il concetto di placebo comincia ad affermarsi nella pratica clinica alla fine dell’800. In questo
periodo nella scuola neurologica dell’ospedale Salpetriere di Parigi, insegnano alcuni illustri
neurologi. Tra questi Charcot (il titolare della cattedra) è un neurologo affermato che ha descritto
per primo svariate patologie neurologiche ,per esempio la sclerosi multipla, la…, che è la forma
più avanzata di sifilide nella quale l’affezione di estende al sistema nervoso. Questo professore
decise di rivolgere la propria attenzione ad una patologia che fino a quel momento aveva eluso
ogni tentativo di sistemazione nosografia; questa patologia è l’isteria. Charcot tenta di fare
un’analisi razionale delle pazienti isteriche cercando di classificare i loro sintomi e cercando di
prevedere la comparsa dei sintomi nel loro svolgersi, durante la crisi isterica. Per fare questo
monta alla Salpetriere un apparato fotografico che per allora rappresentava una tecnologia di
avanguardia e riesce a classificare e inquadrare in modo razionale i sintomi delle pazienti isteriche,
ma non solo. Riesce infatti a suscitare delle crisi isteriche e a prevederle, premendo in
corrispondenza o vicino alle ovaie ,punti che quindi definì isterogeni(ύστερον in greco significa
utero). Questo inquadramento razionale e logico dell’isteria fu in qualche modo demolito da un
altro neurologo, Bernstein, contemporaneo di Charcot, che riuscì a dimostrare come questi sintomi
descritti da Charcot fossero tali perché erano suscitati dallo stesso Charcot. Cioè, le pazienti erano
così suggestionabili che la previsione di questi sintomi, trasmessa dal medico al paziente, faceva sì
che il paziente reagisse in conformità alla reazione attesa. Quindi Charcot aveva preso un bel
granchio! Credeva di descrivere logicamente qualcosa che lui stesso aveva riflesso nei suoi
pazienti. All’epoca non si aveva molta considerazione dell’aspetto psicologico delle malattie , per
cui il fatto che questi sintomi potessero venire influenzati, che le persone fossero suggestionabili,
stava a dimostrare come, secondo la visione del tempo, queste pazienti simulassero. Questa
patologia quindi venne dimessa come qualcosa che non interessava alla neurologia o alla
fisiologia, ma come qualche cosa che veniva provocata dall’atteggiamento mentale senza una
radice biologica e senza alcun fondamento fisiologico. Dopo di che il termine si è esteso a pazienti
isterici, ipocondriaci, ad indicare appunto una serie di patologie, che con l’isteria non avevano
nulla a che fare, ma nelle quali vi erano dei sintomi molto generici, poco specifici; tutti questi
pazienti necessitavano comunque di una terapia. Viene data loro una pillola inerte, che è la pillola
placebo. Ecco l’accezione del placebo come medicina che viene somministrata non tanto ai fini
terapeutici , quanto per compiacere il paziente che la riceve.
La terminologia PLACEBO è attestato per la prima volta nella Bibbia. Placebo è parola latina,
1˚persona, futuro del verbo placeo, piacerò; è attestato nel Salmo 116, “Placebo Domino in regione
vivorum”, piacerò a Dio nella regione dei vivi. Questo Salmo veniva recitato nei monasteri quando
moriva un monaco, e quindi ha contribuito a tramandare questa accezione di placebo come “essere
gradito a…”. Da notare che in questo Salmo la parola placebo viene utilizzata erroneamente,
perché deriva da una traduzione sbagliata dall’ebraico al greco; la parola non era piacerò, ma
camminerò.
Poi, andando avanti, la parola acquisisce un secondo significato, negativo: “essere gradito a…”
con connotazione di “volere a tutti i costi essere gradito a…”quindi “adulare”. E questo è
testimoniato, ad esempio, in un racconto di Chaucer, che, nelle Canterbury Tales, nel racconto del
mercante,parla di un vecchio mercante che vuole prendere in moglie una ragazza giovane per
aiutarlo nella vecchiaia. Il fratello di questo vecchio mercante è un personaggio al quale viene
attribuito il nome di Placebo; la caratteristica di questo personaggio è l’adulazione: egli, facendo
una descrizione sarcastica di se stesso, si descrive appunto come un adulatore.
Nella pratica medica c’è un doppio aspetto del concetto di placebo che si va affermando
simultaneamente nel corso dei secoli. Uno è un concetto negativo legato alla ciarlataneria, l’altro
invece è un concetto positivo che viene percepito come una parte dell’arte medica, come strumento
terapeutico aggiuntivo. Per esempio, per quanto riguarda il concetto negativo di ciarlataneria,
nell’Elisir d’amore di Donizetti, il protagonista, molto timido e innamorato, si fa vendere dal
ciarlatano di passaggio l’elisir d’amore, che non è altro che un fiasco di vino. In questo caso
parliamo quindi di impostura ai fini di un guadagno illecito. Tuttavia c’è anche l’aspetto positivo:
utilizzare un placebo ,la sostanza inerte, aiuta il medico nella sua pratica clinica. Soprattutto in
passato, quando gli strumenti realmente dotati di un potere terapico erano pochi, il potere intorno
al medico voleva dire moltissimo, per cui il fatto che il paziente avesse fiducia nel suo medico era
buona parte dell’armamentario farmacologico in positivo e in negativo.
Oggigiorno si possono dare del placebo definizioni un po’ più articolate:
- trattamento o parte di un trattamento che viene utilizzato deliberatamente, pur sapendo
che è inefficace per determinare un effetto favorevole sul paziente, pur essendo
obiettivamente privo di una attività specifica nei confronti della malattia.
- sostanza o preparazione somministrata per gratificare o soddisfare la necessità psicologica
di una terapia da parte del paziente oppure procedura senza alcun potere terapeutico
intrinseco effettuato a scopo preordinato. (Si dice in più, rispetto all’altra definizione, che è
nata da una necessità psicologica e che può essere effettuata anche a scopo preordinato. Per
esempio, in un ambulatorio con un unico farmaco a disposizione,io so già che, come
medico, a qualunque paziente si presenti, darò quell’unico farmaco che ho. Quindi mi
propongo già di darglielo, senza neanche sentire quale sarà il suo problema; però me lo
propongo per soddisfare una necessità psicologica della terapia.)
Si verifica un cambiamento drastico e importante verso gli anni ’40, con l’introduzione in terapia
degli antibiotici. Qui si ha un vero e proprio spostamento dell’attenzione verso il meccanismo di
azione dei farmaci e, come conoscenza del meccanismo d’azione, arriva anche la capacità di
modificare le sostanze in modo da variare il potere terapeutico di una molecola. Questo però
comporta evidentemente un problema pratico; io modifico la mia molecola e poi devo vedere se è
più o meno attiva di quella che avevo a disposizione prima della modifica. Questo problema della
sperimentazione si scontra per certi versi con il problema del placebo perché, se una sostanza
inerte è in grado di produrre un risultato, io in qualche modo devo distinguere, quando provo il
mio farmaco, l’effetto dovuto al farmaco e l’effetto dovuto al farmaco in quanto sostanza inerte. Vi
è un lavoro degli anni ’50 che è una pietra miliare della fisiologia, di un certo Beach, che
,analizzando una quindicina di studi su svariati farmaci, giunge alla conclusione che, se si
prendono 100 soggetti trattati tutti quanti con un placebo, una parte di questi soggetti risponderà
alla terapia (35%), un’altra parte (65%) non risponderà. Questo studio pone in pratica l’accento sul
fatto che, sul totale della popolazione si potranno distinguere delle persone che sono sensibili
all’effetto placebo (35%), altre che invece non lo sono (65%). Nonostante tutti i tentativi fatti non si
è mai giunti al potere di individuare, con una serie di criteri, una persona che risponde al placebo
da una che non risponde. E’ un fattore molto variabile, che cambia a seconda della situazione; non
si può parlare di un sintomo psicologico. Tuttavia resta il problema che, se io somministro il mio
farmaco, di cui voglio provare l’efficacia, a soggetti che appartengono a questo gruppo, io rischio
di scambiare l’effetto del placebo con l’effetto del farmaco. Ecco che quindi il placebo diventa
qualcosa che ostacola il progresso medico. E’ un bell’impaccio!
Nella risoluzione di questo problema si è progressivamente giunti alla elaborazione di quello che è
lo standard di riferimento, cioè il trial clinico. Questo viene chiamato anche standard dorato,
ovvero il protocollo di riferimento. Se vuoi provare l’efficacia di un farmaco devi utilizzare tutta
una serie di criteri. Questi criteri sono:
- il trial clinico deve essere randomizzato ( devo dividere la popolazione dei soggetti ai quali
voglio dare il farmaco per vederne l’efficacia in due o più gruppi assegnando i soggetti ai
gruppi in modo casuale.)
- lo studio deve essere controllato per l’effetto placebo( Nel disegnare un trial clinico
dev’essere previsto un gruppo che è posto nelle stesse identiche condizioni del gruppo che
riceve il farmaco, pur tuttavia questo riceve una pillola priva della sostanza
particolarmente attiva, ma uguale in tutto e per tutto alla pillola che contiene la sostanza
attiva.)
- Il trial clinico deve essere in doppio cieco ( né il paziente, né il medico conoscono la
sostanza che stanno somministrando; questo per evitare che involontariamente si possano
influenzare i risultati.)
- Gli studi possono avere un disegno di cross-over (quando si può, può essere una cosa utile
far sì che lo stesso paziente per parte dello studio appartenga ad un gruppo e per parte
dello studio appartenga all’altro gruppo. Si ottengono quindi persone che hanno ricevuto
entrambi i farmaci, quello vero e il placebo)
E questo è lo standard utilizzato ancora oggi per trial clinici.
(Qui vedete una serie di grafici) Immaginiamo di voler analizzare nel tempo la variazione
dell’intensità del dolore nel corso di una crisi emicranica. Bene ,la prima cosa che io devo fare è
avere il decorso della storia naturale, cioè cosa succede di questo sintomo, di cui io voglio poi
studiare l’andamento sotto farmaci, in assenza di qualunque terapia. Lasciato a se stesso ,cosa fa
nel tempo questo sintomo? In questo particolare caso si può vedere che il dolore sale, raggiunge un
culmine e poi ,per i fatti suoi, il dolore recede. Se io in una situazione del genere do un farmaco
quando il dolore si fa intenso e poi registro il livello di dolore nei momenti successivi ottengo una
curva che ricalca esattamente la curva della storia naturale. Se io non conoscendo questa storia
naturale facessi questo studio preliminarmente penserei che il farmaco sia efficace (perché dopo
aver dato il farmaco il dolore recede) e commetterei un grande sbaglio. Ciò dimostra l’importanza
della presenza di un gruppo “storia naturale” in cui la patologia viene osservata nel suo svolgersi
,senza che nulla sia fatto. Nel grafico si possono osservare altre due curve; la curva b è la curva
dell’andamento del dolore presente nella somministrazione di una sostanza placebo. Questa
sostanza inerte un certo effetto ce l’ha, perché la sua curva non ha un andamento sovrapponibile a
quello della storia naturale, ma fa sì che il dolore receda più in fretta, oppure a parità di tempo il
dolore sia inferiore. Se poi, invece di un placebo viene somministrato il farmaco attivo, si può
osservare che la curva è simile alla c, ovverosia ha un effetto ancora più spiccato che nel caso della
somministrazione del placebo: il dolore recede molto più in fretta. Se io non avessi utilizzato il
gruppo placebo, anche qui avrei preso un abbaglio, perché avrei potuto attribuire tutto al farmaco,
ovvero la differenza tra l’andamento della storia naturale e l’andamento della curva del farmaco.
Ma in realtà questa curva del farmaco riflette un doppio effetto: parte di quest’effetto è dovuta alla
sostanza vera e propria, ma, una piccola parte è dovuta all’effetto placebo. Io posso scomporre
quest’effetto nelle sue due componenti dando il placebo da solo. Se io ho un effetto 10 nel gruppo
trattato con il farmaco e un effetto 2 nel gruppo placebo, evidentemente l’effetto del farmaco è 8.
Sembra molto ovvio, pur tuttavia molti trial clinici, anche in tempi molto recenti, non sono stati
disegnati secondo questo schema logico.
Queste sono cose che non si vanno a studiare nel singolo paziente ma devono essere studiate in un
campione rappresentativo di quella popolazione di pazienti che poi riceverà il farmaco. Questi
effetti sono effetti di popolazione.
Questo nuovo concetto del placebo come qualcosa di cui tenere conto nel problema scientifico
della valutazione di un farmaco solleva un grosso dibattito riguardo un problema di tipo etico,
perché, per sua natura, il placebo richiede un inganno. Per avere un effetto placebo ho bisogno che
il mio paziente si aspetti il miglioramento, quindi gli devo dire che è un farmaco attivo. D’altra
parte c’è l’esigenza, modernamente intesa, del consenso informato del paziente a ogni atto
terapeutico. Io devo spiegare al paziente al meglio della sua capacità di comprensione quali sono i
pro ed i contro e le alternative della terapia a cui lo sottopongo.
Questo è il problema: lo inganno e quindi posso usare il placebo in terapia oppure
gli devo dire esattamente come stanno le cose e quindi mi precludo la possibilità di usare un
placebo? La risposta tende a tendere un po’ da un lato e un po’ dall’altro a seconda dello scopo del
mio placebo. Ci possono essere due scopi: uno è l’uso del placebo in terapia( ovvero io do il
placebo perché non ho un farmaco migliore e quindi questa bugia va a vantaggio del paziente); il
secondo invece è utilizzare un placebo per scopi sperimentali ( ovvero ho 200 pazienti divisi in
gruppi, 100 prendono il farmaco e 100 prendono una pillola di zucchero. Ma è etico che io dia una
pillola di zucchero a queste 100 persone?)
Nel caso dell’ uso del placebo in terapia la bilancia è sempre stata a favore dell’inganno.
Addirittura c’è un detto latino che dice “mentirai come un medico”. Ci sono dei documenti di un
arcivescovo inglese che nel ‘600 esortava il medico ad utilizzare anche l’inganno nella terapia dei
suoi pazienti, utilizzando come limitazioni la carità cristiana e l’onore della professione. La carità
cristiana sta ad indicare di agire nell’interesse del paziente (non faccio la prescrizione di un
placebo per levarmi di torno il paziente o perché non ho idea di cosa altro dargli o per negligenza,
perché c’è una partita di tennis tra 10 minuti)
Questo problema del mentire al paziente dal placebo si allarga anche ad un discorso più generale;
fino a 10-15 anni fa si mentiva regolarmente ai malati terminali e ai pazienti con diagnosi di
tumore. Questa mentalità è andata cambiando negli ultimi tempi.
Un effetto placebo può anche avere degli effetti collaterali negativi: ad esempio ciò si può
verificare se io somministro una sostanza inerte al posto di una sostanza che per esempio dia
nausea come effetto collaterale. Dopo aver somministrato la sostanza attiva per un certo periodo il
paziente si aspetta l’effetto collaterale , quindi, quando io gli do il placebo, la nausea compare
comunque. L’effetto del placebo si allarga nell’imitare l’effetto terapeutico anche a livello di effetti
collaterali. Siccome gli effetti collaterali sono visti come qualcosa di negativo si raccoglie questo
concetto sotto il nome di NOCEBO. In realtà, più propriamente, il concetto di nocebo è un
concetto che viene utilizzato quando io do un’istruzione verbale opposta; se io ho due persone e ho
un farmaco inerte che do ad una delle due persone dicendogli: “Ti allevierà il dolore”, in quel
momento il farmaco è un placebo. Ma se do lo stesso farmaco ad una persona dicendogli:” Questo
farmaco ti farà aumentare il dolore per le prossime 24 ore e poi passerà”, in tal caso io provoco un
aumento del dolore. Il potere della suggestione in questo caso è negativo e invece dell’effetto
placebo ho un effetto nocebo.
Nella pratica medica contemporanea molto spesso si utilizzano realmente come placebo delle
sostanze che placebo non sono e comunque non sono inerti. Un esempio diffusissimo è
rappresentato dagli antibiotici dati per la terapia di affezioni virali. Il medico che da’ un antibiotico
alla vecchietta che arriva con il naso che cola e che non se ne va perché vuole il farmaco e vuole
essere guarita, ok, è vero, le da’ un placebo perché comunque questo farmaco è inerte dal punto di
vista dell’azione sull’affezione virale ,però non è inerte in generale perché contribuisce a generare
fenomeni di resistenza (un antibiotico potente che agisce su molti ceppi batterici e al quale questi
ceppi non hanno ancora sviluppato resistenza è un’arma potentissima). La stessa cosa può valere
non soltanto per procedure terapeutiche ma anche diagnostiche( es. utilizzo di RX)
Nel caso in cui si desideri utilizzare il placebo a scopi sperimentali, l’opinione comune è molto più
rigida e spostata a favore della negazione del placebo a favore del consenso informato.
Il paziente che entra in un trial clinico in generale viene informato di tutto quello a cui va incontro,
su quale sia lo scopo del progetto e su come è fatto il disegno sperimentale, su quali sono i rischi e i
benefici della nuova terapia rispetto a quella vecchia e su quali alternative ci sono. Vi è una
dichiarazione di Helsinki che regola molti degli aspetti etici della relazione medico-paziente e della
sperimentazione animale; l’enunciazione del ’96 diceva che “in ogni studio clinico,a ogni paziente
e gruppo di controllo compreso, deve essere assicurato il miglior metodo diagnostico e terapeutico
efficace”. Questo principio è stato ampiamente disatteso sia dagli sperimentatori sia anche dalle
riviste che poi andavano a pubblicare questi studi clinici.
E’ necessario tenere anche presente che qualche volta esiste un metodo migliore ma magari non è
disponibile o non è consigliabile per ragioni collaterali. Qualche anno fa, per esempio c’è stata una
polemica rovente su uno studio clinico che riguardava l’utilizzo della azatirpaina contro l’AIDS in
donne gravide in uno stato africano. Lì c’era già un protocollo conosciuto che prevedeva la
azatirpaina data ad alte dosi per via endovenosa per un lungo periodo di tempo a queste donne in
gravidanza. Dopo il parto queste donne non potevano allattare, i bambini andavano allevati per
mesi a latte formulato e sicuramente il protocollo funzionava. C’è la consapevolezza di avere una
terapia disponibile. Una possibilità e’ quella di proporre a queste donne incinte di provare, magari
con una dose più bassa, per un tempo minore, per poi allattare. Ma siamo matti?? Questi bambini
come verrebbero fuori? Non lo si può sapere prima, ma si sa che un metodo valido è disponibile.
Detto così in astratto sembrerebbe logico, ma le condizioni collaterali erano che comunque il costo
della sperimentazione per via endovenosa, ad alte dosi era di centinaia e centinaia di dollari a
persona. Inoltre queste donne non potevano allattare e quindi doveva arrivare loro latte formulato.
Posto che questo latte arrivasse, esse lo scioglievano nell’acqua dei pozzi, per cui 9 bambini su 10
morivano di diarrea. Per cui, alla luce degli effetti collaterali che cosa è meglio? Non c’è una
risposta. Bisogna valutare molte cose e non solo quelle che sembrano logiche di primo acchito. Una
organizzazione internazionale che ha recepito questo problema e ha dato delle linee-guida un po’
meno restrittive è stata la Conferenza internazionale sull’armonizzazione dei requisiti tecnici per la
registrazione dei farmaci per uso umano (International conference on harmonization of technical
requirements for registration of pharmaceuticals for human use). Questa è una specie di
organismo dove si cerca di armonizzare tra di loro i vari criteri nei diversi Paesi per l’approvazione
dei farmaci. Questa è una cosa molto utile perché attualmente devono essere condotti moltissimi
trial clinici con enorme dispendio di denaro e enormi rischi per i pazienti in molte parti separate
del mondo. E’ molto più logico cercare di decidere quali sono i criteri e svolgere questi trial una
volta sola per tutte.
Il paziente che entra nel trial clinico e riceve il placebo senza saperlo ,a che cosa va incontro? Gli
viene negato un farmaco salvavita? Rischia per questo un grave danno?
Se il danno è grave il placebo non è accettabile, se invece non c’è il rischio di causare un grave
danno, allora il placebo è accettabile. La gravità del danno viene decisa da un comitato etico (IRB).
Lo scorso anno anche la dichiarazione di Helsinki, nella sua ultima formulazione, ha definito il
placebo come eticamente accettabile se il suo uso è necessario per ragioni scientifiche, per
dimostrare l’efficacia e la sicurezza di un metodo terapeutico. Non si parla di un metodo
terapeutico qualunque, ma di un metodo terapeutico esaminato con i pazienti che non subiscono
un rischio aggiuntivo di danno grave.
Placebo come fenomeno biologico. Il placebo può anche essere un aspetto di un problema più
vasto ,ovvero un mezzo usato per indagare quello che più globalmente è il comportamento
psicobiologico umano, cioè l’interazione tra psiche e soma, come l’attività mentale diventa poi
un’attività fisica.
Un antico proverbio diceva che quando il dito indica la luna, l’idiota guarda il dito. Il placebo può
essere visto in questo senso: l’effetto placebo è il dito che indica un qualche cosa di enorme, un
campo enorme non studiato che è l’interazione tra psiche e corpo e vi sono molti altri aspetti che
come il placebo possono gettare luce o sollevano dei problemi che riguardano questa interazione;
ad es. le pratiche vudù( perché una persona muore perché qualcun altro gli pianta degli spilloni in
una bambola? Visto sotto un certo aspetto non è così assurdo ,perché , la persona sottoposta alla
pratica , viene rigettata dalla società a cui appartiene, si ha un isolamento dell’individuo, una
messa al bando che coincide con una grave depressione che in parte può spiegare il fenomeno), il
fenomeno della morte rinviata (questo è un fenomeno per il quale spesso le data di morte tende ad
essere dopo quella dell’ultimo compleanno. E’ come se la persona cercasse di resistere con tutte le
proprie energie fino a compiere ancora un anno. Si ha lo stesso cluster di decessi dopo festività
importanti), fenomeno detto camera con vista (c’è uno studio dove si è andati a vedere la richiesta
di analgesici e il tempo di decorso postoperatorio per patologie minori in gruppi di pazienti che
avevano condizioni di ricovero diverse: camera con vista, finestra su giardino ,servizio impeccabile
oppure muro di fronte e condizioni tristi e opprimenti. Si è visto che c’erano differenze
statisticamente significative come la richiesta di analgesici ), nanismo psicosociale( è stato visto in
bambini in orfanotrofi dopo la seconda guerra mondiale; questi bimbi privati dei genitori e privi
del normale ambiente affettivo sviluppavano una forma di nanismo. Si trattava quindi di
un’interazione importante tra un fattore cognitivo ed il sistema endocrino), cecità psicogena
(questo è accaduto ad alcune centinaia di donne cambogiane che, costrette con la forza ad
osservare i Kmer Rossi che torturavano i loro familiari ,hanno urlato così tanto, fino al punto di
non poter più vedere).
Nel momento in cui viene dato un farmaco si hanno parallelamente due ordini di effetti: uno è
l’effetto specifico (che contribuisce all’effetto finale che si può osservare); tuttavia questo effetto
specifico, intrinseco nella molecola, è accompagnato dall’effetto placebo che può essere definito
come l’insieme dei fattori non specifici. Nel momento in cui viene somministrato un farmaco non
si ottiene soltanto la somministrazione del farmaco ma contemporaneamente sono presenti una
serie di condizioni intorno che costituiscono un complesso di fattori non specifici che
rappresentano l’effetto placebo e che contribuiscono all’effetto finale. Il farmaco ,comunque, ha di
per sé delle caratteristiche che fanno parte degli effetti aspecifici. Quindi nel momento in cui io
effettuo un trattamento medico, io ho il trattamento medico e ho qualcosa che nel suo insieme
posso indicare con il nome di contesto e il contesto agisce sul paziente attraverso tutte le modalità
sensoriali(l’odorato ,la vista, le parole,l’udito, il tatto). Quindi nel momento in cui viene
somministrato un placebo, cambia il principio attivo ,ma tutto il resto resta invariato. E’ dunque
possibile sostituire al concetto di placebo come sostanza inerte il concetto di contesto,ovvero ciò
che costituisce il contorno della terapia e che però non ha effetti specifici. Questo ha delle
conseguenze importantissime nella pratica clinica, perché significa che il modo in cui il medico si
pone nei confronti del paziente può contribuire ad aggiungere qualcosa all’effetto specifico.
L’effetto placebo, quindi ,invece di essere la risposta alla sostanza inerte diventa l’effetto del
contesto.
Dal punto di vista biologico per spiegare l’effetto placebo sono state proposte due grandi teorie.
Una è la teoria cognitiva che considera nell’effetto placebo un ruolo centrale svolto dall’aspettativa
(il paziente si aspetta che il farmaco funzioni) e dal desiderio di sollievo. L’altra teoria, invece,
considera l’effetto placebo come risultato di un condizionamento( il condizionamento si ha quando
si appaiano due stimoli e uno dei due produce una risposta, mentre l’altro non c’entra nulla.)
L’aspettativa può essere più o meno elevata; se si vuole dimostrare che nel placebo gioca un ruolo
l’aspettativa devo dimostrare che ho un effetto placebo più o meno spiccato a seconda che varino
certi aspetti, che sono i parametri dell’aspettativa. L’aspettativa può essere più o meno elevata a
seconda che l’intervento sia credibile. Si parla quindi di credibilità dell’intervento proposto, di
probabilità che si verifichi l’evento atteso, di entità dell’intervento(più è alta la dose e più ci
aspettiamo che ci sia un effetto). Ci sono degli studi sul placebo che dimostrano una correlazione
tra il placebo e ciascuno di questi aspetti.
[Link] che riguarda la credibilità dell’intervento: effetto di un farmaco nella prevenzione delle
caldane durante la menopausa. Divido in 2 gruppi e faccio lo studio con il cross-over in doppio
cieco. Comincio a dare il farmaco efficace al primo gruppo e il placebo al secondo, dopo di che li
scambio. Nel gruppo 1 in cui i pazienti avevano ricevuto il farmaco inizialmente, c’è un
peggioramento; nel gruppo 2 c’è invece un miglioramento. I pazienti che hanno ricevuto il placebo
per secondo e prima hanno provato il miglioramento prodotto dal farmaco, hanno scoperto il
trucco. Si è persa quindi la credibilità!
[Link] della probabilità che l’evento si verifichi. Abbiamo 2 gruppi di pazienti ad entrambi i
quali viene somministrato del caffè decaffeinato. Al gruppo 1 viene detto che il caffè
somministrato serve per lo studio degli effetti della caffeina, al gruppo 2 invece viene detto che
riceverà o una tazza di caffè decaffeinato o una tazza di caffè vero. La differenza tra i 2 gruppi sta
nell’istruzione verbale: in un caso genera la sicurezza di ricevere della caffeina, nell’altro caso
genera un’incertezza. La risposta al placebo è maggiore nel primo gruppo.
Es. Entità dell’intervento. Al soggetto vengono indicate 3 zone dell’avambraccio e ad esso si dice:
“In questo punto applichiamo una crema con una elevata attività anestetica, qui applichiamo
invece una crema con una lieve attività anestetica e qui non applichiamo nulla. Dopo di che su
queste 3 zone verranno inviati degli stimoli dolorifici che dovrai valutare con una scala da 1 a 10.”
In realtà le creme sono tutte quante inefficaci e lo stesso stimolo doloroso viene applicato a tutte le
3 zone. Nella zona 1 è stata generata una forte aspettativa, nella 2 una debole aspettativa e nella 3
nessuna aspettativa. Il dolore più elevato è riportato per la zona della cute laddove non era stata
applicata nessuna crema e non c’era nessuna aspettativa.
L’altra teoria, come già detto ,considera l’effetto placebo come un riflesso condizionato. Il primo
riflesso condizionato è stato descritto con i riflessi di secrezione dei succhi gastrici nella salivazione
nei cani ,in Russia. Si somministrava all’animale un pasto per cui un riflesso intrinseco provocava
la salivazione e a questo stimolo ne veniva associato un secondo che non aveva nulla a che fare con
il primo, per esempio il trillo di un campanello. Con molte somministrazioni ripetute di questi due
stimoli appaiati si arrivava alla possibilità che, somministrando il secondo stimolo da solo ,si
poteva ottenere la simulazione.
La somministrazione di un farmaco e l’effetto placebo possono essere visti in quest’ottica; quando
somministro un farmaco ho due componenti, ovvero la sostanza attiva e il contesto. La sostanza
attiva genera la risposta terapeutica, ma contemporaneamente interviene anche il contesto che è
casualmente associato alla molecola; l’associazione ripetuta della presenza di questo contesto con
un presidio farmacologicamente attivo porta alla possibilità che il contesto da solo, cioè l’effetto
placebo, generi la risposta. Se io condiziono la risposta, ottengo una risposta placebo elevata.
Parecchi studi hanno dimostrato questa teoria. Uno di questi prevedeva la somministrazione, a
pazienti affetti da sclerosi multipla, di un immunosoppressore di cui uno degli effetti era
l’insorgenza di una leucopenia. Se a questo farmaco veniva associato lo sciroppo all’anice, a furia
di somministrare le due cose insieme ,la sola somministrazione dello sciroppo all’anice poteva
indurre la leucopenia. Tra le due teorie non ce n’è una più giusta; probabilmente funzionano
entrambe. Ciò può essere dimostrato attraverso questo [Link] indotto
sperimentalmente un dolore su cui è possibile studiare. Si prendono ad esempio 10 studenti a cui,
tramite uno sfigmomanometro ,viene bloccato il flusso di sangue al braccio. A questi viene detto di
resistere quanto più possibile e di dire quando non ce la fanno più, in modo che il manicotto venga
loro allentato. A ciascuno di questi studenti viene quindi fornito il proprio tempo di resistenza.
Questo è il disegno sperimentale. Si vuole applicare questo disegno in diverse condizioni, in modo
da vedere se conta di più l’aspettativa o il condizionamento o entrambi. Voglio misurare
l’aspettativa: prendo uno studente che non ha mai fatto l’esperimento prima e vedo la
resistenza(15 min). Il giorno seguente prendo lo stesso studente e gli dico che prima di iniziare
l’esperimento gli do della morfina ,in modo che possa resistere molto di più. In realtà gli
somministro un placebo, tuttavia lo studente resiste più del giorno precedente. Questa differenza
si può attribuire ad una aspettativa. Faccio una serie di misure simili sempre con lo stesso metodo
dello sfigmomanometro, ma in 5 giorni successivi dove: primo giorno, normale; secondo giorno,
dico allo studente che gli do della morfina e gliela do davvero, così che lui resiste veramente di
più; il terzo giorno, come il secondo e lo studente resiste; quarto giorno gli dico che gli
somministro di nuovo morfina, ma in realtà gli do il placebo. Ovviamente la prestazione sarà
inferiore, ma maggiore rispetto a quella iniziale senza morfina. Egli sarà influenzato non solo
dall’aspettativa ma anche dal condizionamento. Se voglio disegnare un esperimento in cui
intervenga il condizionamento da solo, procedo come nell’esperimento precedente, soltanto che, il
quarto giorno ,anziché dire allo studente che gli somministro della morfina, gli dico che gli do un
antibiotico. Il contesto è identico all’esperimento in cui interveniva il condizionamento, viene
invece a mancare l’aspettativa. Si ottiene di nuovo un aumento della resistenza rispetto alle
condizioni iniziali, tuttavia questo aumento è minore di quello che si è verificato nell’esperimento
precedente.
Nel campo di un particolare tipo di effetto placebo, che è l’analgesia da placebo, si è visto che sono
coinvolti gli oppioidi endogeni (encefaline, endorfine). Ciò si può dimostrare attraverso lo stesso
esperimento utilizzato per condizionamento e aspettativa ; tuttavia in questo caso il
condizionamento deve essere il più elevato possibile, quindi il quarto giorno dico allo studente che
gli do morfina e gli faccio un placebo( in modo da avere aspettativa e condizionamento), ma non
gli faccio solo il placebo; a quest’ultimo associo un antagonista degli oppioidi ,il naloxone. Il
naloxone andrà a legarsi sui recettori degli oppioidi inibendo l’azione di eventuali oppioidi che
dovrebbero andarcisi a legare in maniera competitiva. In questo caso il placebo viene bloccato. E’ il
rilascio degli oppioidi endogeni(e non esogeni, perché allo studente non è stata data morfina) che
media l’analgesia da placebo. In generale l’analgesia da placebo ha una componente oppioide e
una non oppioide. Della componente oppioide c’è una organizzazione somatotopica. Se io faccio
un disegno sperimentale dove posso dare degli stimoli dolorosi in diversi punti, ad es. o su una
mano o su un piede e posso applicare una crema anestetica nei dintorni di questi punti ( che è il
mio placebo, in quanto è completamente inerte), io posso dirigere l’attenzione riferita allo schema
corporeo del soggetto su un punto in particolare. In qualche modo ,da qualche parte ci sarà una
mappa somatotopica che fa sì che l’effetto placebo con il rilascio di sostanza endogene riguardi i
neuroni che rappresentano una parte del corpo, quella su cui è stata applicata la crema-placebo.
Un altro studio ha dimostrato che, andando a misurare nel liquido cefalorachidiano, in pazienti
con dolore cronico, le endorfine, nei pazienti che non rispondono al placebo le endorfine non
cambiano, mentre in quelli che rispondono esse sono più che raddoppiate. E’ possibile riprodurre
gli effetti collaterali degli oppioidi. Uno di questi è la depressione respiratoria. Se io faccio un
protocollo sperimentale in cui prendo una popolazione di pazienti durante il decorso
postoperatorio e vado a misurare la ventilazione al minuto, subito prima di somministrare la
terapia con oppioidi e poi dopo un’ora, vedo che ho una depressione. Questo viene fatto per 3
giorni consecutivi e contemporaneamente si misura l’effetto analgesico (si ottiene una certa
diminuzione del dolore); il quarto giorno do al paziente un placebo e osservo l’effetto placebo
,ovvero la diminuzione della sintomatologia dolorosa, ma osservo anche l’effetto collaterale,
ovvero la depressione respiratoria. Questo perché anche gli oppioidi endogeni che ho liberato sono
oppioidi e quindi agiscono anch’essi sui centri respiratori ;tant’è vero che se io faccio la stessa
identica cosa ma il quarto giorno do il placebo più il naroxone, invece di osservare la depressione,
vedo che la depressione non c’è più.
,Lezione di fisiologia del 17/11/2003 [Link]
[Link] P. Montarolo
[Link] Montarolo
Voi siete dei selezionati… è tutto relativo. Dovreste riuscire a capire. Avere la visione dei colori è
un grosso vantaggio evolutivo perché vuol dire essere in grado di differenziare meglio tra un
numero molto più elevato di caratteristiche unitarie, cioè le gradazioni monocromatiche = ~ 5000
gradazioni, invece la visione dei colori permette la distinzione di 7 milioni.
Questo vantaggio evolutivo si perderebbe se al cambiare dell’illuminante (la sorgente di luce)
cambiassero anche le tinte per cui ad es. un limone diventasse blu. In base alla teoria classica
della visione dei colori, vale a dire la tricromatica che sarebbe meglio dire teoria dei recettori della
visione dei colori, quella di Helmutz Jang che dice che siccome abbiamo tre tipi di pigmenti il
colore risulta dalla attività proporzionale di ciascun tipo di cono (ciascun tipo di pigmento) e quindi
in sostanza la sensazione colorata risulterebbe dalla mescolanza di queste. Contro questa teoria
c’è il fatto che cambiando l’illuminante questo si verrebbe a distorcere. In altre parole, se
l’illuminante è ricco in maniera proporzionale delle tre lunghezze d’onda, breve media e lunga
rispettivamente, ed è impreciso dirlo, badate bene, blu verde e rossa, e io adesso passo ad una
luce artificiale in cui se io avessi un telefotometro potrei misurare la proporzione di queste tre
principali lunghezze d’onda che escono da quella lampadina, la proporzione sarebbe diversa.
Nonostante questo, i colori ci appaiono nella stessa maniera. Vi faccio l’esempio della luce
dell’alba. La componente in proporzione delle principali lunghezze d’onda è diversa da quella della
luce del meriggio, da quella della luce della lampadina, al tramonto. E se fosse interamente vera la
teoria di Helmutz la teoria dovrebbe cambiare invece non cambia.
Questo è un apparente paradosso, conosciuto già da parecchio tempo, infatti Helmutz stesso si è
accorto di questa difficoltà e ha scritto 3 parole dove mette questo: la mia teoria è vera se non si
tiene conto dell’illuminante. La traduzione inglese è “Discount the illuminant” … io non conosco il
tedesco. Invece dobbiamo tenerne conto. Allora come si spiega l’apparente paradosso: al
cambiare dell’illuminante il colore rimane costante. Si spiega è stato Land, l’inventore della
polaroid, un fisico che si è fatto un sacco di soldi con la sua invenzione ma non ha perso la
curiosità scientifica e ha cercato di risolvere con esperimenti questo apparente paradosso che il
SN sembra aver risolto. Questa teoria Land stesso l’ha chiamata RETINEX. È una crasi tra 2
parole, retina e cortex. Il che vuol dire che non è che non dà importanza alla teoria classica, per i
coni, i pigmenti diversi, quello è validissimo. Però ha sottolineato l’importanza dell’attività del SNC.
Questa teoria è abbastanza complicata.
Chi volesse leggere le parole originali di Land può andare sulle pubblicazioni sue. C’è una
pubblicazione su “Le Scienze” e raccolta nei “Quaderni delle scienze” di qualche anno fa, intitolata
“Il Colore”. Non è facile comunque.
Questa non è soltanto una teoria, perché i fisiologi si sono buttati ad analizzare l’attività della
corteccia visiva in particolare quella parte deputata alla visione dei colori, che non è la V1 ma la
V4, fuori dalla corteccia visiva primaria, dà nell’infero-temporale. Hanno trovato il corrispettivo
neuronale di cui io non vi parlo. Cerco di convincervi attraverso una disamina dei principali
esperimenti di Land. Innanzitutto: è possibile metterci in una condizione in cui a seconda
dell’illuminante la nostra sensazione colorata cambia? È possibile! Sono condizioni molto
particolari ma è possibile e vediamo come.
Attraverso questo esperimento vedrete che quello che fa il cervello è paragonabile a delle costanti
fisse proprie di ciascuna superficie riflettente la luce. Allora vediamo un lucido: questo è un
esperimento di Land. È una condizione sperimentale un po’ complicata, ci và mezz’ora per capirla.
Premesso: tutto ciò che sto spiegando nella pratica clinica non serve a niente. Dovete usare il
cervello. Utilizziamo una superficie variamente colorata. Sono patch senza forme particolari che
possono essere ricordate, ciò per togliere ogni influenza della memoria sul riconoscimento del
colore. E qui siccome questa superficie ricorda un quadro di Mondrian l’hanno chiamato
l’esperimento di Land-Mondrian, ma Mondrian non c’entra niente. Di che cosa abbiamo bisogno?
Di un osservatore e di 3 proiettori. E ad esempio ci fissiamo su questa piccola zona del quadro che
appare verdastra e attraverso 3 telefotometri misuriamo per ciascuna delle 3 lunghezze d’onda
principali, lunga media corta, blu rossa verde, ciò che questo piccolo quadratino mi manda e
questo è un dato oggettivo. Accendo il proiettore blu, che spara luce a bassa lunghezza d’onda,
punto il mio telefotometro su questa piccola superficie e vario l’intensità luminosa in modo che di
qui mi esca fuori in gradazioni artificiali il valore 1, cioè l’entità di luce riflessa. Poi spengo il
proiettore blu 1 e accendo il proiettore 2 e di nuovo mi punto il telefotometro su questa piccola area
e faccio in modo, variando il reostato del proiettore, che questa stessa superficie mi rifletta
un’intensità della radiazione media adesso uguale a 1 come prima. Di nuovo spengo e accendo il
terzo. In altre parole io con questi 3 proiettori monocromatici vario l’intensità di luce in modo che
ciascuna delle 3 onde delle 3 luci diverse per λ sia esattamente uguale.
Se fosse vera la teoria tricromatica che sensazione dovremmo avere noi? La miscela delle 3
componenti, blu verde e rosso, dovrebbe darmi il bianco. Adesso io accendo tutti e tre i proiettori e
il pezzetto è verde. Lo sposto su un altro patch che è rosso e mi appare rosso. In che condizioni
questo patch verde può diventare bianco? Soltanto se io mi metto in questa condizione particolare,
vale a dire isolo il patch verde da tutto il resto. Tutto il resto è nero. In queste condizioni il patch
diventa bianco. Ed è giusto, perché la superficie rifletta nella stessa quantità la luce verde, rossa e
blu. Solo in questa situazione particolare di visione con la superficie isolata dal contesto. Avete
capito? Il punto è che quando il patch è insieme agli altri mi appare verde, se è da solo mi appare
bianco.
Che differenza c’è tra questa condizione (A, di isolamento) e questo? Qui io non ho le altre
superfici con cui paragonarmi, mentre nella condizione A il cervello dell’osservatore fa dei paragoni
tra l’emissione di luce del patch e l’emissione della luce degli altri patch, che sarà diversa.
Uno si chiede: cosa viene paragonato? Un qualcosa di costante, che non cambia, tra le varie
superfici che ci appaiono diversamente colorate. Il cervello deve enucleare dalle varie superfici
qualcosa che è uguale per ciascuna superficie, che non cambi mai, nonostante varino le condizioni
di illuminazione. Che cos’è che non cambia mai? È la RIFLETTANZA, proprietà della superficie
riflettente. Essa è la percentuale di Energia di ciascuna λ che viene riflessa da quella superficie.
Perché è costante nella superficie.
Qui c’è una spiegazione terra terra della riflettanza. Ammettiamo di avere una superficie che io
dico essere rossa. Qui c’è una luce incidente; per farvi capire che la riflettanza non cambia, la
regolo io come voglio io. Per sapere qual è la componente tricromatica di quella lampadina lì uso
degli strumenti; per sapere innanzitutto che Energia ha quel fascio incidente che arriva e di
ciascuna delle 3 λ d’onda qual è l’energia. Io vi ho messo dei numeri. Vedete questa luce che
verosimilmente è bianca, ma non ci interessa, spara alla lunghezza d’onda lunga => qual è la
componente energetica? 100 milliwatt. La componente della media? 100 mW e anche la
lunghezza d’onda corta, uguale.
La luce incidente cade su una superficie, ciascuno di questi elementi viene riflesso. Ma non viene
riflesso nella stessa maniera come uno specchio o una superficie lucida, ad es. da una superficie
rossa, cioè per il fatto che quella superficie si comporta in questo modo diventerà nel mio cervello
rossa, ma non c’è il colore fiori, è una colorazione del cervello; questa superficie rifletterà il 90%
della radiazione lunga, quindi di 100 mW ne rifletterà 90, rifletterà il 20% della media e gli altri sono
assorbiti. Dell’onda corta rifletterà il 5% solo, sparerà fuori 5 mW. Cambio ora illuminante, uso
un’altra luce. Cambieranno queste percentuali di riflessione, cioè la riflettanza? No, rimane
costante. Uso la stessa superficie rossa e mi spara una luce un po’ strana. Che verosimilmente
sarebbe sul verdastro, perché quei 100 mW delle radiazioni lunghe che verosimilmente se io la
guardassi questa luce qua è sul verdastro perché ha quei 100 mW, 400 mW delle radiazioni medie
e 140 mW delle corte. Cosa sparerà fuori? Il 90% delle lunghe, perché riflette sempre nella stessa
maniera, delle lunghezze d’onda medie il 20% (80 mW su 400) e così via.
La Riflettanza è una proprietà fisica della superficie che rimane inalterata e il cervello lavora su
questa roba perché non cambia mai, nonostante fosse cambiato il raggio incidente.
Riprendiamo questo concetto con dei numeri, vi faccio un disegnino.
Anziché ……c’ho anche dei gessi colorati ….. verde e rosso. Due superfici qui mentre faccio e
darò i numeri, poi vi faccio la domanda. Non c’ho voglia di riempirlo tutto, ma voi mi avete capito.
Lo vedete rosso? Si. E qui sotto, verde. Sono 2 superfici diverse. Adesso le illuminiamo entrambe
(prima ce n’era solo una) con una luce inizialmente, p.e. lampadina, io non sono capace a
disegnare. La componente lunga = 100 mW, la media = 100 mW, la corta 100 mW, come prima.
La luce lunga rifletterà come prima, il 90%, la media 20% e la corta 5%. L’altra superficie non si
comporterà come questa: avrà 5% della componente lunga, 90% della media e 20% della corta.
Avendo usato 100 mW viene fuori 90 di qua, 20 mW e 5 mW. Nell’altra => 5 mW, 90 e 20mW.
Chiaro fin qua? E ora cambiamo illuminante. L’illuminante è un po’ strano perché rimane 100 mW
lunghezza lunga e artificialmente io sparo 1.000 mW nella lunghezza d’onda media, 100 mW nella
corta. Questa corta reagirà esattamente come prima e vediamo cosa viene fuori, dalla λ lunga non
cambia nulla, nella media: se vedo che superficie rossa riflette il 20%, il 20% di 1.000 quant’è? 200
mW. Qui quanto sarà il 90% di 1.000? 900. sia la superficie rossa che la verde riflettono
proporzionalmente un quantitativo maggiore. Se fosse vera solo la teoria tricromatica, entrambe le
superfici dovrebbero apparirmi verdi, invece no, continuano ad essere una rossa e una verde. In
che condizioni questa potrebbe comparirmi verde? Che prima era rossa? Se fosse isolata, ed è
giusto che mi compaia verde perché la superficie A è quella che sotto questa strana luce mi riflette
la luce a λ media in maggior quantitativo.
Se le 2 sono insieme, questo rosso non sarà rosso come prima, ma rosso è. Quest’altra, in
isolamento continua a comparirmi verde. Spara 900. Perché sotto quella luce la prima superficie
continua a comparirmi rossa? Perché evidentemente qualcuno fa dei paragoni, e mi dice: tu mi hai
messo più componenti verdi che rosse? Benissimo, ma c’è la superficie verde che me ne manda
molti di più.
Il cervello non è un telefotometro: cosa usa per misurare la riflettanza? L’equivalente biologico
della riflettanza, che è la luminosità: non si misura con uno strumento, perché è una sensazione.
Quando il soggetto dice questo è + o – luminoso.
Io utilizzo 2 superfici, una rossa e una verde, come quelle di prima. Cosa vuol dire luminosità?
Abbiamo visto che la superficie rossa riflette bene la luce a λ lunga e molto meno bene la λ media.
Io illumino questo patchwork fatto di 2 superfici con una luce rossa. Se avessi il telefotometro: 90%
e 20%. Biologicamente, siccome la superficie verde riflette poco la lunghezza d’onda lunga, mi
appare molto poco luminosa, quasi da sembrarmi nera, mentre la parte rossa mi appare bene. Il
contrario se illumino la stessa superficie con una luce monocromatica verde.
Questo è ciò su cui il cervello lavora. Per non tener conto della luce incidente non fa altro che fare
paragoni tra le varie percentuali di luminosità di ciascuna superficie colorata per ciascuna
lunghezza d’onda, che non cambiano, e dopo i paragoni fa saltare fuori il risultato.
La cosa interessante è che un certo Zeki, neurofisiologo della University College, si è messo a
studiare le cellule che sono interessate a questi paragoni e le ha trovate in V4.
Recentemente è uscito un articolo (lo cito ma non capisco), dove c’è un paziente che vede in
quella condizione di colore isolato: è una visione molto strana, perché questa struttura adatta a
fare i paragoni non funziona.
L’importante è che per estrarre la sensazione dei colori il nostro cervello deve fare i paragoni,
registrare i diversi gradi di luminosità che riflettono la riflettanza delle varie superfici. E quindi solo
se ci sono 2 superfici almeno possiamo mantenere la costanza dei colori, se ce n’è 1 sola il
paragone finisce e quindi la sensazione sarà dettata solo dall’onda elettromagnetica della λ
principale, più magneticamente efficace.
Sui testi non c’è, ma secondo me è la chiave per capire il significato biologico della visione dei
colori. Troverete sui testi le cecità al colore, coi pigmenti, io non ve lo faccio. Fine della visione.
Analizziamo un’altra modalità sensoriale basata sui percettori. Il recettore visivo è un telecettore,
registra uno stimolo lontano, che sta fuori.
Ora lo stimolo è sempre un’onda, ma invece che elettromagnetica è pressoria: infatti parliamo
dell’udito. [Gira]
Le illustrazioni non si capiscono. L’anatomia si può chiedere all’esame e lo studente che non le
sappia verrà bocciato.
Che nota è? Tutti pensate che sia un La, e invece è un Do! [eh, io me n’ero accorto… -voce ironica
di un compagno, forse Carlo-] Trasmissione aerea. Se lei avesse problemi al sistema uditivo
potrebbe risolvere con la trasmissione ossea, però…
Beethoven, eh, poverino, l’unico che non doveva diventar sordo…però, insomma, se l’è cavata lo
stesso. Adesso sentite un suono diverso da prima? Ma non è possibile, lei che musica sente? Gli
U2? Loro la sanno la musica. Poi ve li faccio sentire al microfono. Questo sembra più alto, che
nota è? Lei la sente la musica, ha presente un pianoforte, le ottave? Se questo è un DO, questo è
spostato di una ottava. Va bè. Lo sposti finché non scotta. Voi vedete in questa diapositiva un’onda
di contrazione e rarefazione dell’aria o del solido o del liquido generate da una sorgente sonora. La
sorgente più di base è il diapason. La rappresentazione grafica: quando il diapason oscilla, se va
in questo senso comprime l’aria, se viene in quest’altro la decomprime. Cosa importante: le
molecole d’aria non si spostano, semplicemente gli urti tra di loro si passano come le onde del
mare, non spostano la barca che va solo su e giù. È una forma di energia. La rappresentazione
grafica di questa compressione/rarefazione è una sinusoide caratterizzata da una lunghezza
d’onda e da un’ampiezza. Nell’aria, se non ci sono le molecole il suono non si propaga e ciò
avviene nel vuoto, mentre la luce sì. La velocità con cui il suono si propaga dipende dal mezzo.
Nell’aria 340 m/s. nell’acqua è più veloce, sui 1450 m/s. nell’acciaio di più.
È molto raro sentire un suono con questa caratteristica sinusoidale assolutamente semplice.
Questo è un suono puro, come il diapason. La maggior parte dei suoni che sentiamo, compreso il
linguaggio e la musicaccia che ascoltate voi, sono composti di un’armonica fondamentale con altre
armoniche che la accompagnano. L’insieme dell’onda fondamentale, un DO suonato da un violino
e un DO del pianoforte è diverso. È la caratteristica del timbro e il suo equivalente fisico è la
diversa componente delle armoniche.
La fondamentale rimane costante e rimane un suono puro. Questo è suono semplice, o tono, e
questo è suono complesso: A e B hanno la stessa fondamentale. Perché qui non ha armoniche,
qui sì e si tirano fuori con l’analisi di Fourier. Però la sensazione che noi abbiamo è qualcosa di
distinto, cioè il timbro.
L’altra distinzione si può fare con la frequenza, o, se vogliamo, il periodo. Abbiamo suoni gravi
(bassa ν) e acuti (alta ν).
Un’altra cosa che può distinguere un suono dall’altro è l’ampiezza dell’onda: forte, piano.
Quando in un suono non è possibile riconoscere l’andamento sinusoidale lo definiamo “rumore”.
Non si riesce ad evincere né le frequenze fondamentali né le armoniche ed è una cosa fastidiosa.
Come si misura il suono? Di queste possibili frequenze di onde il nostro orecchio ne percepisce
una banda limitata, da 20 o 10 a 20.000 hz. Sopra si chiamano ultrasuoni, sotto infrasuoni.
Animali come le balene emettono e percepiscono gli infrasuoni. È raro trovare un orecchio che
senta bene i 10 e i 20.000 hz. L’orecchio giovanile ce la fa, invecchiando si perde l’ampiezza della
banda. Anche qui conta molto l’allenamento, ci aiuta a discriminare molto meglio. Se non si allena
la modalità, si perde.
L’unità di misura in cui si valuta l’Energia sonora, a uso medico, non assoluto e fisico, è qualcosa
di relativo. Se no si può misurare l’Energia di pressione o l’intensità sonora che sono misure
assolute. I medici fanno un paragone tra un suono soglia e quello in questione. Si usa il Bell, quello
dei telefoni. È un rapporto tra (???) …….logaritmo in base 10 fra l’intensità del suono in esame e
l’intensità di quello di riferimento. Allora si usa il decimo, il decibel, detto dB = 10(l/10), logaritmo.
Nella clinica anziché usare l’I si usa la P sonora, ma mettere la Pressione al posto dell’intensità è
sbagliato, perché che relazione c’è tra P e I? numericamente I=P2, però si dimenticano il quadrato.
Per cui un suono sogliare che valore in dB ha? Se Pi = P0 il rapporto è 1, quindi dB = 0 è un suono
sogliare. Quando cominciamo a parlare siamo intorno ai 140 dB: quante volte è superiore alla
soglia? Fate il calcolo questo week end. Ora vediamo l’organo per la ricezione del suono,
l’orecchio. Vediamo lo schemino. Lo stimolo adeguato è uno stimolo meccanico che deriva da un
lungo processo che comincia con un’onda sonora, di compressione e rarefazione, che viene
veicolata dall’orecchio, dal padiglione, a livello del meato acustico o canale volitivo e va a far
vibrare della stessa frequenza la membrana timpanica. Essa può essere più o meno lassa in
funzione della tensione di un muscolo tensore del timpano ad esso associato, innervato da .. [non
lo dice] . Serve ad impedire un’eventuale traumatologia se il suono è troppo forte. Dal timpano c’è
una serie di elementi meccanici che portano l’onda all’organo recettoriale che è a valle. Se non ci
fosse il sistema meccanico l’organo recettoriale perderebbe il 99,9% dell’energia dell’onda sonora.
Basta vedere mettendo la testa nell’acqua:l’onda viene riflessa e non sentite più. Infatti i recettori
sono a bagno nel liquido. L’organulo è un adattatore di impedenza = timpano + ossicini.
Questa è la catena. La staffa entra a contatto con il liquido; è inserita sulla finestra ovale. Il suono
fa vibrare alla stessa frequenza il timpano. C’è la trasmissione, abbastanza efficace, ma per le
altissime frequenze non si muovono neanche, la trasmissione avviene per via ossea.
Consideriamo fino a 1500 hz: la staffa comprime un liquido nell’orecchio interno.
Nell’orecchio medio bisogna considerare un’altra cosa, la tuba di Eustachio. Essa ha la funzione di
mettere in equilibrio la pressione della cavità del meato medio con l’esterno. Basta pinzarsi il naso
e soffiare. Fate aumentare la Pressione nella camera e la membrana timpanica protrude verso
l’esterno. Non vibrerebbe mica bene. Bisogna far sì che il rapporto di pressione rimanga sempre
1:1, così la membrana può essere fedele alla frequenza del suono. Se voi fate un’immersione, in
apnea, potete avere il pericolo della rottura del timpano perché la pressione a livello del meato
acustico esterno è proporzionale alla colonna d’acqua. Ogni 10 metri è 1 atm in più. Visto che non
aprite la bocca, all’interno la P rimane decisamente più bassa. Si può spaccare e si vede perché
perde sangue. Il timpano di solito si può riparare, ma le cicatrici non garantiscono più la perfezione
della trasmissione.
Otiti catarrali, raffreddori: la tuba di Eustachio si riempie di essudato. Vedrete poi i vari tipi in clinica
ORL: può determinare dolore e disturbi uditivi.
Adesso noi ammettiamo che il timpano sia perfettamente funzionante, con tutto libero. La stanga
del diapason va su e giù con la stessa frequenza del movimento del timpano. C’è un vantaggio
meccanico perché se io ho una P=10 su tutta la membrana, sulla staffa sarà maggiore, perché la
superficie della staffa propriamente detta è più piccola, quindi ho un guadagno. Se le 2 superfici
(staffa e timpano) fossero uguali, il guadagno sarebbe nullo.
Questa staffa va su e giù ed esercita pressione e rarefazione su un liquido. Voi sapete che il
liquido è incomprimibile; se il liquido fosse in una cavità chiusa ermeticamente potremmo solo
avere pressione ma non movimento di una particolare struttura: la membrana basilare e l’organo
del Corti.
Il liquido compresso sfoga attraverso la finestra rotonda quando la staffa preme. Quando essa
torna indietro, la membrana che copre la finestra rotonda torna indietro. È fondamentale lo sfogo,
se no non ci sarebbe movimento delle strutture nel canale. In determinate patologie può capitare
che le finestra rotonda si occluda e si perde la capacità di udire, si sviluppa una ipoacusia, tanto
più grave quanto è più grave l’occlusione.
Questo è l’orecchio interno, ha una forma a chiocciola. Questo tubo dentro è sedimentato, cioè
suddiviso. La membrana basilare suddivide la scala timpanica dalla scala vestibolare. Nella scala
vestibolare c’è un’altra sepimentazione, la membrana di Meissner (? Non ho capito, controllate)
Il tubo della chiocciola, visto in sezione, con la membrana basilare. Poi c’è un’ulteriore
sepimentazione con la nostra struttura recettoriale. Questi tre tubi formano la chiocciola;
l’espressione che la descrive è la serie di Fibonacci. (Parla ora di uno morto di recente che usava
la serie, ma non si capisce chi, c’è qualcuno che continua a filosofare sul registratore…forse parla
di Escher) Il numero successivo è uguale alla somma dei due numeri precedenti [Alberto litiga con
Montarolo su come comincia la serie].
Nella scala timpanica e vestibolare passa la perilinfa, che ha una composizione ionica diversa
dall’endolinfa, il liquido che passa nel tubo di mezzo.
La diversità di composizione ionica è molto importante per la genesi del processo meccano-
acustico e la trasduzione.
Non siate così amanuensi, c’è tutto sui libri, mi dà molto fastidio all’esame sentirmi ripetere quello
che ho detto.
Questo è un vecchio esperimento a conferma che se noi applichiamo una sorgente sonora sulla
membrana ovale e sulla rotonda, la membrana non si muove. Per il fatto che le onde di pressione
e rarefazione vibrano sulla fin. Ovale, la membr. Basilare vibra alla stessa frequenza del suono. Le
due scale, vestibolare e timpanica, comunicano all’apice della chiocciola attraverso un buco che si
chiama elicotrema.
Se arriva una pressione qui, la membrana va verso il basso e aumenta la pressione nella scala
timpanica. Poiché la membrana è stretta alla base e molto più larga all’apice, vibra in maniera da
sintonizzare meglio, o vibrare di più, su alcuni tratti della membrana stessa a secondo dell’altezza
del suono. A 1600 Hz vibra di più alla base, dove è più stretta. Anche l’apice vibra, ma l’ampiezza
della vibrazione è molto ridotta. La distanza massima dalla membrana della finestra ovale è di 30
mm. 0 millimetri è proprio dove c’è la staffa.
Se noi mandiamo un suono di 25 Hz, vibra con ampiezza maggiore verso l’apice, vicino
all’elicotrema. La membrana si comporta come una serie di risuonatori; voi amate il jazz? Sapete
di uno strumento, lo xilofono, che ha tante barre di lunghezza diversa. Funziona nello stesso
modo. Non ci sono fibre di lunghezza diversa, è la larghezza che permette la variazione di
ampiezza nella vibrazione. [fine cassetta]
…diventa un sintonizzatore, o meglio decodificatore delle varie lunghezze d’onda che sono
comprese nel suono => analisi di Fourier; se voi date un suono puro 500 hz, allora fate vibrare
soltanto una parte qui così, un suono composto ci saranno tanti diversi picchi con ampiezza di
vibrazione diverse, cioè decodifico l’onda. Sulla membrana basilare è dislocato l’Organo del Corti.
Quindi muovendosi la membrana si trascinerà dietro l’Organo del Corti e, dove, al picco di onda
maggiore l’Organo del Corti sarà spostato di più, nelle immediate vicinanze.
La base stretta della membrana basilare, ………, sintonizzata sulle frequenze elevate, all’apice,
wider, è sintonizzata sulle frequenze più basse. Questo non sarebbe possibile se la larghezza
della membrana fosse costante. Guardate che è un perfetto sincronizzatore, il sistema acustico.
Incomincia con la decomposizione delle frequenze che costituiscono il suono, dando questo modo
diverso del vibrare della membrana.
Questa che voi vedete è la membrana basilare su cui è inserito l’Organo del Corti che è con le
cellule ciliate. A queste cellule ciliate deve essere convogliata l’onda presso ria in modo che
quest’onda presso ria in qualche maniera faccia muovere le ciglia del recettore, cioè le cellule
ciliate interne. E come avviene questo convogliamento? Questi sono i 2 attacchi ossei: uno è della
membrana basilare e l’altro è di questo cappello che copre le cellule ciliate dell’Organo del Corti.
I 2 punti di attacco, è la cosa interessante, non sono sulla stessa linea verticale perché se fossero
sulla stessa linea verticale non arriverebbe nulla. Perché si muoverebbero tutte insieme e invece si
deve muovere una di più dell’altra cosicché si sfreghino.
Le nostre cellule fanno muovere anche la membrana di sopra: per il differente attacco ce lo sfrega
meglio, in orizzontale. Questo sfregamento diventa maggiore dopo che l’oscillazione della
membrana è più ampia. Se voi date un suono acuto, dove sarà più ampia l’oscillazione della
membrana?
Alla base, vicino alla finestra ovale, è lì che questi recettori saranno più attivati che non lì. Non è
che non vibrino, ma vibrano molto meno e il segnale meccanico non fa generare un segnale.
Adesso io vi ho detto tutte le parti meccaniche del sistema.
Nistagmo vestibolare
Delineiamo l’esperimento:
Sono seduto su una seggiola che ruota sul proprio asse
Sono al buio per non avere stimoli visivi
La sedia gira con una certa accelerazione
La velocità della sedia passa da zero a 120
Raggiungo la velocità voluta e la mantengo costante
L’accelerazione diventa quindi zero.
Cosa fa l’Occhio??
Quando ruotavo la testa di dieci gradi a sx al buio si metteva in moto un riflesso vestibolo oculare che mi
faceva ruotare l’occhio 5 gradi a dx.
Ma l’occhio non gira se lo stimolo è sotto soglia
E abbiamo un guadagno dato dal rapporto tra la risposta e lo stimolo
L’occhio si muove 5 gradi a dx, la testa si muove 10 gradi a sx; 5/10: il guadagno è 0,5.
E il guadagno massimo è uno, quando l’occhio si muove uguale alla testa: 10 e 10 il guadagno è perfetto.
In questo caso però lo spostamento non dura dieci gradi perché magari io continuo a girare per dieci minuti
che cosa fa l’occhio allora?
L’occhio va a sx quando la testa va a dx… e adesso possono succedere due cose: o io continuo a girare e
l’occhio mi rimane deviato o l’occhio fa dei movimenti che seguono il riflesso vestibolo oculare
L’occhio è al centro, io sono al buio, la seggiola comincia a ruotare , l’occhio fa il riflesso vestibolo oculare poi
si riporta rapidamente al centro.. riflesso vestibolo oculare, poi rapidamente al centro… riflesso vestibolo
oculare , poi rapidamente al centro e così via.
La seggiola va a sx. l’occhio va a dx, lentamente: riflesso vestibolo oculare, poi c’è questo movimento di
riportare l’occhio sul centro, che è costituito da un movimento rapido e staccato.
Si produce quindi al buio un movimento circolare dell’occhio che si chiama nistagmo.
E siccome lo stimolo è vestibolare lo chiamiamo nistagmo vestibolare.
E più precisamente siccome è dovuta ad una rotazione si chiama anche nistagmo vestibolare rotatorio
Il nistagmo rotatorio è il movimento circolare dell’occhio che abbiamo pian piano durante la
stimolazione/rotazione a velocità variabile o in presenza di accelerazione angolare.
Poi la seggiola rimane velocità costante di 120 gradi al secondo cioè 3 secondi a fare 360 gradi.
Finita l’accelerazione io ho il nistagmo ancora per qualche secondo.
Quando il nistagmo si mette in moto rimane una specie di memoria dentro come se noi caricassimo un
condensatore… quando lo stimolo finisce il condensatore si scarica e rimane una specie di circuito
riverberante che continua a funzionare ancora per qualche secondo.
Quindi il nistagmo dura per tutto il tempo dell’accelerazione più qualche secondo.
Poi se invece di frenare bruscamente diminuissimo lentamente la velocità avremmo esattamente il fenomeno
speculare, come se prima fossimo fermi e poi subissimo un’accelerazione dell’apparato: per il vestibolare non
cambia nulla. Quindi avremmo un nistagmo esattamente come quello di prima, ma invece di andare a destra
va a sinistra… sinistra destra, sinistra destra…
Questo nistagmo si chiama nistagmo post rotatorio, identico ma speculare.
In realtà quando in clinica si fa questa prova si frena bruscamente perché così l’accelerazione è enorme,
negativa, ma enorme, quindi abbiamo un nistagmo più chiaro.
Inoltre frenando bruscamente posso poi guardare l’occhio del paziente.
Ma se questo ruota al buio come faccio a guardare l’occhio??
Allora i fisiologi usavano un trucco: siccome volevano guardare l’occhio al buio ma non potevano, lo
guardavano alla luce, mettendo all’individuo le lenti di Frentzer, lenti che miopizzano l’occhio: hanno un fuoco
vicinissimo: sono altamente convergenti. Quindi l’individuo guardando in giro vede un campo del tutto
uniforme. Noi illuminiamo l’ambiente e l’individuo è come se guardasse attraverso un vetro smerigliato.
In questo caso lo stimolo visivo non c’è, perché per aver uno stimolo visivo non è necessario essere alla luce,
ma vedere qualcosa che si muove.
Quindi mettendo questi occhiali che rendono altamente miopi, l’individuo non ha più lo stimolo visivo e se
ruota, non vede ruotare niente. Dunque dando la frenata l’osservatore poteva mettersi di fronte all’individuo e
guardare i suoi occhi attraverso questa lente.
Nistagmo ottocinetico
Lo stimolo visivo va nel tronco dell’encefalo, dove si genera la risposta ottocinetica che pigra all’inizio ma poi
migliora, poi c’è lo stimolo vestibolare che è buono all’inizio ma tende a finire, e se li mettiamo insieme avremo
una risposta perfetta e costante lungo tutto il periodo di stimolazione… interazione viso-vestibolare.
Introduzione al cervelletto.
È importante la suddivisione nelle sue parti:
possiamo dividerlo dal punto di vista rostrocaudale: vediamo la fessura posterolaterale e più avanti la fessura
primaria.
Queste dividono il cervelletto in 3 lobi: anteriore, flocculo-nodulare e posteriore.
Quello flocculo-nodulare è quello più antico, ed è il centro viso-vestibolare. Viene detto anche archicerebello.
Davanti alla fessura posterolaterale abbiamo gli altri due lobi divisi in lobuli
I lobuli vengono numerati con i numeri romani:
5 lobuli per il lobo anteriore da 1 a 5.
4 lobuli per il lobo posteriore da 6 a 9
1 lobulo per il flocculo: il 10
Vediamo cosa succede nel midollo spinale quando si passa da una stimolazione tattile ad una stimolazione
dolorifica.
Dal punto di vista funzionale il midollo spinale può essere suddiviso in diversi stati:
uno stimolo a bassa intensità come il tatto o la pressione, attiva le fibre afferenti a bassa soglia (fibre dei
meccanorecettori, soprattutto fibre Aβ di grosso calibro e ad alta velocità di conduzione).
Lo stimolo arriva così al midollo spinale e ciò che viene percepito è una sensazione tattile.
Stato 2
Stimolo ad Alta Intensità (meccanico, chimico, termico..) → afferenti ad alta soglia (Aδ e C nocicettori) →
midollo spinale → dolore fisiologico.
Uno stimolo ad alta intensità attiva i nocicettori che sono correlati con le fibre afferenti Aδ ad alta velocità di
conduzione e C a bassa velocità di condizione, ma ad alta soglia.
In questo modo l’informazione arriva al midollo spinale e si produce il dolore fisiologico che serve ad
allontanare l’organismo da uno stimolo nocivo.
Questi sono i due stati fondamentali di normalità che ci possono far sentire le sensazioni tattili e quelle
dolorifiche.
La teoria dell’intensità spiega la trasformazione da una percezione tattile ad una percezione dolorifica:
aumentando l’intensità dello stimolo si producono dei cambiamenti che determinano il passaggio da una
stimolazione tattile o termica ad una stimolazione dolorifica.
STATO 2
Si ha una modulazione delle informazioni che dalla periferia arrivano al sistema nervoso e questo avviene
grazie a particolari vie nervose:
lo stimolo ad alta intensità come prima arriva al midollo spinale, però quest’ultima è sotto l’effetto di due tipi di
inibizione che sono importantissimi per due motivi:
- sono importanti per la vita d relazione in quanto ci sono situazioni in cui a seguito di uno stimolo ad
altissima intensità non proviamo dolore grazie all’attivazione di un tipo di inibizione.
- questi due tipi di inibizione sono sfruttati a scopo terapeutico; se queste vie sono attivate ad esempio
usando elettrodi non proviamo dolore.
STATO 3
Passaggio dal dolore acuto al dolore cronico:
stimolo a Bassa Intensità → attivazione delle fibre afferenti ad Alta Soglia SENSITIZZATE (Aδ e C nocicettori)
→ midollo spinale → dolore (iperalgesia primaria)
Le fibre afferenti Aδ e C sono sensitizzate, cioè hanno soglia di attivazione più bassa (ad esempio si sente
dolore non più a 45 ° ma a 40°)
Qualsiasi tipo di abrasione è in grado di abbassare la soglia di attivazione di queste fibre.
È esperienza comune come una leggera pressione che sulla pelle sana non provoca dolore, causa invece una
sensazione dolorifica su un ferita. In alternativa se beviamo acqua ad una certa temperatura non sentiamo
dolore, ma alla stessa temperatura abbiamo un’intensa sensazione dolorifica dopo aver ingerito peperoncino
rosso contenente capsaicina.
stimolo a bassa intensità (tatto, pressione) → attivazione delle fibre afferenti a bassa soglia → midollo spinale
sensitizzato → dolore ( iperalgesia secondaria o allodimia meccanica)
In questo caso ho una stimolazione dei meccanocettori come nello stato1 però queste informazioni trovano il
midollo sensitizzato e questo attiva le vie dolorifiche.
L’allodimia meccanica è una condizione tipica del dolore neuropatico.
Una zona della cute è allodimica quando è sufficiente uno stimolo minimo (anche solo il contatto di una piuma)
per provocare un dolore molto forte.
Nella zona della lesione si abbassano sia la soglia termica che quella presso ria e questo avviene perché le
fibre afferenti primarie sono sensibilizzate.
Nella zona circostante la lesione si abbassa solo la soglia meccanica (presso ria).
Quando avviene la lesione si sensitizzano le fibre C e quindi si ha iperalgesia primaria, però le fibre C vanno
anche ad innervare neuroni che ricevono informazioni dalle fibre che si trovano nelle zone contigue: la
sensitizzazione delle fibre primarie sensitizza quindi anche i neuroni del midollo spinale di zone distanti.
Dunque le fibre della zona contigua non sono sensitizzate ma trovano il midollo sensitizzato…
La comprensione di questo meccanismo ha avuto ricadute enormi sulla terapia del dolore perché esistono
terapie mirate che sono indirizzate a
– eliminare la sensitizzazione nella fibra afferente primaria
– eliminare la sensitizzazione del midollo spinale
sono stati identificati recettori presenti sia nella membrana presinaptica che nella membrana postsinaptica…
questi recettori sono bersaglio dei farmaci antidolorifici.
Abbiamo:
-recettori inibitori: per gli oppioidi (sono bersaglio per la morfina che a livello presinaptico
inibisce il rilascio del neurotrasmettitore e che a livello
postsinaptico genera un potenziale postsinaptico inibitorio)
-recettori NMDA: sono particolari recettori per il glutammato e sono alla base dei processi mnemonici.
Nel caso del dolore si è visto che la stimolazione ripetitiva dei recettori NMDA (ad esempio per una
stimolazione continua delle fibre afferenti meccaniche per un insulto meccanico ripetuto nel tempo) questi
conducono un potenziale postsinaptico inibitorio che dopo un po’ dura nel tempo… questa è la causa della
trasformazione del dolore acuto in quello cronico.
Esistono farmaci capaci di bloccare questi recettori e quindi capaci di prevenire il dolore cronico.
27/11/2003
I gangli della base sono organizzati come una stazione intermedia che riceve informazioni
provenienti da vaste aree della corteccia cerebrale, le rielabora e le invia alle aree motorie e al lobo
frontale: è coinvolta nel controllo del movimento.
Abbiamo visto che questo controllo consiste in due vie: una via diretta, che tende a facilitare il
movimento togliendo il freno inibitorio,e un’altra via che invece tende a frenare il movimento.
Questi due sistemi devono essere modulati in modo equilibrato per permettere di muoverci o di
fermarci. L’alterazione, la lesione, la soppressione di qualche componente di questi sistemi può
condurre a dei sintomi di inibizione del movimento oppure di eccesso del movimento.
Assieme alle vie diretta e indiretta abbiamo visto che esiste un'altra via collaterale, che coinvolge il
sistema della dopamina la quale parte dalla sostanza nera e si dirige al corpo striato attraverso due
vie diverse: di queste due vie, una è eccitatoria ed una è inibitoria, a seconda del tipo di recettore cui
va a legarsi la dopamina. Quella eccitatoria va a facilitare la via che promuoveva il movimento,
mentre quella inibitoria inibisce quella che inibiva il movimento, quindi questa via collaterale
tramite la dopamina è in definitiva un sistema che facilita il movimento: ciò spiega i deficit motori
che si verificano in patologie in cui manca la dopamina, come nel morbo di Parkinson.
Questo è un riassunto dei concetti fondamentali della lezione di ieri.
A questo punto abbiamo visto che ci sono due patologie degenerative molto gravi, per cui si muore,
ma che si possono curare, che sono il morbo di Parkinson e il morbo di Huntington. Queste malattie
sono molto studiate perché colpiscono anche persone relativamente giovani, considerando che al
giorno d’oggi una persona di quarant’anni è giovanissima, rispetto ad una volta, quando a
cinquant’anni si era considerati vecchi.
Sono malattia genetiche, la cui diagnosi dipende dalle alterazioni del genoma: in base al numero di
alterazioni si può predire a che età insorgerà la malattia, e questo tipo di analisi è utile soprattutto
per individui che abbiano famigliari già colpiti dalla patologia. In pazienti che presentano
predisposizione genetica alla malattia il Parkinson può manifestarsi ad età diverse, con gravità
diverse, o addirittura rimanere silente. Ci sono invece delle forme con mutazioni molto gravi che
portano sicuramente alla malattia e anche abbastanza precocemente.
Il caso più eclatante è quello di un gene che è stato identificato nelle zona di Contursi, vicino a
Napoli, dovuto ad una signora che alla fine dell’800 emigrò negli Stati Uniti e portò lì questo gene.
E’ stato ricostruito l’albero genealogico dei suoi discendenti ed è stato visto che vi sono alcune
migliaia di Parkinsoniani di questo tipo che hanno lo stesso gene alterato nella medesima maniera,
ed è stato possibile ricondurlo a quella persona. Ci sono diversi tipi di alterazioni genetiche che
possono predisporre alla malattia. Le cause della malattia non si sanno, però si sa che le cellule
produttrici di dopamina muoiono, probabilmente per insulti ossidativi.
L’altra applicazione terapeutica, in base a quello che abbiamo detto, è quella della stimolazione
artificiale.
I disturbi di acinesia o ipercinesia dei pazienti parkinsoniani possono essere attenuati stimolando le
vie di cui abbiamo parlato ieri. Forse qualcuno di voi ha visto un servizio di Piero Angela fatto a
Torino in cui si vedeva un paziente a cui erano applicati degli elettrodi sul pallido: il paziente stesso
regolava la stimolazione degli elettrodi più o meno intensamente, a seconda di come si sentiva, per
limitare i tremori. Quello che era mostrato era un caso che funzionava benissimo: non in tutti i casi
si hanno risultati così positivi, ma comunque questa tecnica è usata in tutto il mondo. E’ stata
inventata pochi anni fa in Francia, a Lione, dove vi è un centro di altissima qualificazione,
estremamente attrezzato e con una grossa esperienza nel fare questi impianti in modo eccezionale.
Vengono fatti anche a Torino, dove per altro vi è una casistica abbastanza ampia.
Tempo fa, addirittura, si effettuava chirurgicamente la lesione di alcuni nuclei per evitare il tremore,
però il rischio era di compromettere anche altre strutture cerebrali che contigue a questi centri, e che
rimanevano poi menomate. Questa tecnica è stata usata solo per un breve periodo negli anni 80.
Questo è tutto per quanto riguarda i gangli della base, la fisiopatologia e le applicazioni
terapeutiche.
Corteccia motoria.
La prima domanda è: quali aree della corteccia cerebrale sono le aree motorie?
Già nel secolo scorso si discuteva se esistesse o meno una specifica localizzazione delle funzioni.
Due fisiologi tedeschi hanno provato a stimolare nel cane le diverse aree della corteccia, osservando
che, quando vengono stimolate determinate aree, l’animale muove la zampa, muove la lingua,
compie precisi movimenti. Queste osservazioni si possono ripetere anche nell’uomo, con gli stessi
risultati, quando si fanno delle operazioni di neurochirurgia dove, sotto anestesia locale, si apre il
cranio e si possono stimolare diverse aree della corteccia.
Questa figura mostra quali sono le aree la cui stimolazione provoca dei movimenti. Si tratta di14-15
aree, ma noi faremo riferimento alle tre principali: l’area motoria primaria, l’area motoria
secondaria o supplementare e l’area premotoria.
L’area 4, l’area motoria primaria si trova al davanti della scissura di Rolando ed è indicata come
M1. Al davanti dell’area 4 si trova l’area 6, l’area premotoria (PM), che continua poi, soprattutto
verso la parte interna, con l’area supplementare motoria (SMA)
Cominciamo a concentrarci sull’area motoria primaria. Andandola a stimolare, si vede che una
parte della muscolatura può essere stimolata in modo localizzato, vi è cioè una rappresentazione
molto alta della muscolatura, e che ci sono invece aree corticali la cui stimolazione provoca un
movimento meno preciso. Possiamo quindi stabilire quale rapporto vi è fra un dato punto della
corteccia e la periferia muscolare. Questa organizzazione “punto a punto” è definita organizzazione
somatotopica. Stimolando punti diversi si muovono ad esempio i muscoli del ginocchio, o del
polso, o del dito mignolo,o dell’anulare. Ciò che risulta da questo omuncolo, che si chiama
omuncolo motorio, è che la somatotopia, cioè la rappresentazione topografica della muscolatura
nella corteccia motoria primaria, non ha una distribuzione omogenea, nel senso che non vi è una
corrispondenza quantitativa fra centro e periferia.
L’omuncolo motorio è distorto; anche nella corteccia sensitiva primaria esiste un omuncolo, ed è
anch’esso distorto. Il corpo è rappresentato nel cervello con una grossa testa ed enormi mani
(capacità di manipolazione).
Nell’area supplementare motoria vi è una rappresentazione somatotopica meno precisa, è bilaterale,
e necessita di una stimolazione più intensa perché si verifichi il movimento.
Ciò che vi ho detto fin qui porta a capire che esistono nella corteccia motoria gruppi di neuroni
collegati ai motoneuroni, che si portano poi sulle fibre muscolari. Posso avere una serie di neuroni
corticali che attraverso una catena di neuroni terminano sulle fibre muscolari, attraverso le unità
motrici. Con i metodi di stimolazione è stato osservato che, se la microstimolazione veniva fatta in
maniera non localizzata, si evidenziavano nella corteccia motoria delle colonne simili a quelle che
avete studiato nel sistema visivo. Ci sono cioè dei cilindretti in cui sono contenuti tutti i neuroni che
controllano un movimento fondamentale: stimolandoli si ha un movimento di un gruppetto di
muscoli. Per esempio vedo che stimolando una sola cellula corticale posso attivare più fibre
muscolari. Non è più valido il concetto per cui ad ogni neurone corrisponde una sola fibra
muscolare, perché la fibra muscolare può essere attivata anche dalla colonna vicina. Nella colonna
non è rappresentato il muscolo, ma è rappresentato il movimento; la corrispondenza non è
anatomica ma funzionale. Se per un dato movimento elementare necessito di 7 fibre, o di 70, per un
altro movimento ne servono 7 o 70, ed alcune possono essere in comune; non vi è separazione di
canali. Con la scarica contemporanea di più colonne posso ottenere una vasta gamma di movimenti
complessi.
Per concludere, rimane ancora una domanda a cui rispondere: perché abbiamo tre (in realtà sono
una quindicina, ma per semplicità ne consideriamo solo tre) aree deputate al controllo motorio?
Sono aree che hanno ruoli differenti, ciò è stato studiato attraverso molti esperimenti.
Questo che analizziamo è un esperimento chiave, che è stato effettuato con la tomografia ad
emissione di positroni, o risonanza magnetica funzionale. Si registra l’attività corticale di un
individuo durante vari tipi di movimento. Se si chiede al soggetto di compiere un movimento
elementare, che viene eseguito automaticamente (es: piegare un dito), si osserva l’attività dell’area
motoria primaria: l’area 4 è quindi deputata al controllo dei movimenti volontari.
Se invece si chiede al soggetto di compiere un movimento complesso, per cui è necessario prestare
attenzione (es: fare il nodo della cravatta per la prima volta, suonare al pianoforte un pezzo nuovo),
si attivano sia l’area 4 che l’area 6, l’area motoria supplementare.
Infine, se si chiede al soggetto di pensare di compiere un movimento, senza eseguirlo
effettivamente, si attiva solo l’area supplementare motoria, e non l’area 4.
Ciò significa che l’area supplementare motoria è correlata all’ideazione e alla pianificazione del
movimento, mentre l’esecuzione effettiva è controllata dall’area 4.
La corteccia supplementare motoria è un’area associativa collegata direttamente all’area 4; l’area
motoria primaria controlla direttamente i motoneuroni del midollo spinale, ma invia anche stimoli ai
gangli della base (responsabili dell’eliminazione del freno inibitori al movimento) e al cervelletto. I
gangli della base proiettano, oltre che all’area motoria primaria, al lobo frontale, che è una struttura
peculiare dell’uomo che controlla gli aspetti cognitivi del movimento. L’area 4 quindi è istruita sia
direttamente dalla corteccia supplementare motoria, sia dai gangli della base, sia dai feedback
cerebellari periferici.
L’area premotoria si differenzia dall’area motoria primaria, deputata al controllo dei movimenti fini,
poiché controlla la muscolatura assiale, quindi la postura.
Una lesione dell’area premotoria provoca diminuzione della motilità, acinesia, bradicinesia,
riduzione dell’attività riflessa, astenia della muscolatura assiale, mentre rimane intatto il controllo
dei movimenti fini (compromesso invece nel caso di lesione dell’area 4).
LEZIONE di FISIONLOGIA del 28/11/2003
Prof. MONTAROLO
L’onda sonora fa vibrare della stessa frequenza del suono la membrana basilare. La membrana è
fatta in modo che risuoni meglio a determinate frequenze secondo la sua posizione del nucleo.
L’onda sonora è composta da COMPRESSIONI e RAREFAZIONI: quando arriva alla finestra
ovale la parte positiva (apicale) dell’onda determina una compressione della membrana. Nei
momenti di rarefazione dell’aria la membrana torna verso l’alto.
Questo consente la decodificazione di un suono complesso quale ad esempio tre onde sonore a
diverse frequenze: la membrana decodifica il suono cioè vibra preferenzialmente in tre punti diversi
(questo è dovuto al fatto che parti diverse della membrana basilare vibrano con una maggiore
ampiezza ad una determinata frequenza, quindi dalla base all’apice ci saranno cellule più eccitate di
altre e questo fenomeno è detto tonotopia). Sulla membrana è inserito l’organo sensoriale
(ORGANO DEL CORTI). La trasmissione meccanica attiva i recettori specifici della funzione
uditiva, cioè le CELLULE CIGLIATE INTERNE che hanno le ciglia incastrate nella membrana
tettoria.
Quando si sposta il liquido, si spostano sia la membrana basilare che la membrana tettoria e con
essa l’organo del Corti con le cellule in esso contenute.
Per il fatto che il punto di attacco alla struttura ossea delle due membrane è disassato, si ottiene un
movimento di sfregamento orizzontale tra le ciglia e la membrana tettoria (questo è lo stimolo
adeguato).
Le ciglia dell’epitelio cigliato non sono tutte uguali; ne esiste uno più lungo che non è un vero e
proprio chinociglio perché cambia la sua struttura sub-microscopica. Agli apici delle ciglia esiste un
legamento apicale (formato da microfilamenti di actina) che ancora i canali che si trovano sulla
punta delle ciglia (canali per il K+). Il movimento dell’endolinfa determina uno spostamento delle
ciglia più piccole sulle ciglia più lunghe e questo determina l’apertura dei canali per il K+.
A causa del potenziale elettrico e di concentrazione (l’endolinfa ha una concentrazione di K+ molto
più alta dell’interno della cellula), il K+ entra depolarizzando la membrana.
La depolarizzazione fa aprire i canali del Ca2+ che entra; il Ca2+ intracellulare ha tantissimi ruoli tra
cui quello di permettere l’apertura delle vescicole che contengono il neurotrasmettitore
(probabilmente glutammato).
Come avviene la ripolarizzazione?
Il Ca2+ fa aprire dei canali per il K+ che si trovano alla base della cellula (nella perilinfa). In questo
caso il K+ esce. Si ha quindi iperpolarizzazione.
Inoltre la ripolarizzazione avviene quando il movimento delle ciglia è opposto, cioè quando il ciglio
più grande va verso il ciglio più piccolo si chiudono i canali per il K+. In questo caso non entra K+ e
la cellula si iperpolarizza.
Il potenziale di recettore sarà OSCILLANTE e tenderà ad oscillare con la stessa oscillazione della
frequenza del suono.
Questo vale per frequenze piuttosto contenute; infatti con frequenze molto elevate (come 5000 Hz)
non si seguono più le oscillazioni ma abbiamo una corrente continua e l’ampiezza della corrente è
proporzionale alla frequenza del suono.
C’è una relazione tra lo spostamento delle ciglia e il potenziale di recettore; ad esempio una
deflessione di 10 nanometri determina una variazione di potenziale di 2 mV (5 nm. 1 mV).
Questo è indice dell’altissima sensibilità del sistema.
Le cellule cigliate interne sono in relazione con il neurone sensitivo primario che si trova nel
GANGLIO SPIRALE. Questi neuroni sono bipolari:
- un prolungamento periferico in contatto con il recettore
- un prolungamento centrale che forma il nervo acustico che prende contatto con il nucleo
cocleari
Più neuroni prendono contatto con una sola cellula cigliata interna (riceve molte afferenze), mentre
una sola cellula del ganglio spirale prende contatto con più cellule cigliate esterne. Inoltre alle
cellule cigliate esterne arrivano molte fibre efferenti (vanno dal centro alla periferia).
Questo ha fatto pensare al fatto che le cellule cigliate esterne siano impegnate in qualcosa di diverso
dalla traduzione del segnale. Hanno cioè il compito di raffinare ulteriormente la sintonizzazione
tra parte della membrana basilare che vibra e il suono che genera la vibrazione.
Le cellule cigliate esterne hanno una struttura simile a quelle interne e anche le loro ciglia sono
conficcate nella membrana tettoria, inoltre si comportano in modo simile dal punto di vista elettrico.
Tuttavia il corpo cellulare delle c. cigliate esterne si accorcia o si allunga; se si ALLUNGANO un
po’ c’è una DEPOLARIZZAZIONE, se si ACCORCIANO c’è una IPERPOLARIZZAZIONE.
Questa “danza” (movimento di accorciamento-allungamento) è perfettamente sincrona con la
frequenza del suono.
A cosa serve questo movimento? L’onda sonora fa vibrare la membrana basilare. Siccome
determina anche il movimento delle cellule che agiscono sulla membrana basilare l’ampiezza della
vibrazione della membrana basilare diventa molto più appuntita e quindi seleziona meglio le
frequenze a cui rispondono le cellule della membrana basilare (solo un gruppo molto ristretto di
cellule cigliate interne rispondono seleziono una banda di frequenze molto ristretta)
Se le cellule cigliate esterne sono distrutte lo stesso suono dà una vibrazione della membrana in quel
determinato punto, ma la vibrazione è molto più larga e molto meno ampia (quindi un numero
maggiore di cellule cigliate interne risponde).
Questa sembra essere la funzione delle cellule cigliate esterne.
Cosa le fa muovere? Sono proteine motrici (proteine che allungandosi o accorciandosi modificano
la posizione della cellula).
Il movimento delle cellule cigliate esterne può generare a sua volta dei suoni; questi suoni fanno
vibrare la membrana su cui ci sono le [Link] che a loro volta percepiscono il movimento. Tali
movimenti microscopici sono responsabili anche del fenomeno comune detto EMISSIONE
OTOACUSTICA (fischio delle orecchie). Questo fenomeno, quando diventa particolarmente
fastidioso è generato da infiammazioni che possono alterare l’elettrofisiologia delle cellule cigliate
esterne.
Discrepanza tra numero cellule cigliate esterne e interne:
- interne sono circa 3500
- esterne sono circa 20-25000
La distruzione delle ciglia delle cellule cigliate esterne (che determina IPOACUSIA) può essere
determinata da:
- suoni particolarmente forti
- alcune classi di antibiotici (le cefalosporine e le calomicine sono pericolosissime quindi non
bisogna né somministrarle ad alte dosi né per lungo tempo).
Tenendo conto di queste considerazioni, cosa succede quando un suono ad una determinata
frequenza cambia di intensità? Il neurone in questione aumenta la sua frequenza di scarica.
A livello della membrana basilare il punto di vibrazione rimane sempre lo stesso ma se lo stimolo
aumenta di intensità anche la vibrazione diventa più alta e quindi si allarga (aumenta il numero di
potenziali di azione). L’allargamento della membrana (aumento della deflessione della membrana
basilare in seguito ad aumento dell’intensità dello stimolo) permette di reclutare altri recettorini
(neuroni) che quando il suono è a bassa intensità non vengono reclutati.
In questo modo il sistema uditivo codifica l’intensità del suono.
CODIFICAZIOE DELLA FREQUENZA DELLO STIMOLO
Utilizza due strategie:
- una si basa sulla TONOTOPIA. Esempio del nucleo cocleare con neuroni che rispondono
in modo specifico ad un determinata frequenza (vedi sopra). A seconda dei neuroni che
rispondono possiamo capire se un suono è diverso da un altro anche se non riusciamo a
stabilire la frequenza di quel suono.
Questo meccanismo è analogo alla retinotopia e alla somatotopia
- strategia dell’AGGANCIAMENTO DI FASE
Ci sono delle frequenze per le quali non sono stati individuati dei neuroni che rispondono secondo
la strategia tonotopica (soprattutto nel nucleo cocleare e nelle stazioni successive).
Per poter discriminare certe frequenze non basta un solo neurone ma serve un pool di neuroni; solo
se un certo numero di neuroni vengono attivati insieme il messaggio arriva al sistema acustico che
percepisce di sentire un suono di una determinata frequenza.
Il recettore non ha potenziali d’azione ma solo oscillazioni del potenziale di membrana.
Un neurone non risponde a tutti i cicli ma solo ogni tanto. Tuttavia risponde sempre nella stessa fase
del ciclo. Per avere una codifica della frequenza devo avere più neuroni (ognuno risponde in
momenti diversi, sempre nella stessa fase). In questo modo la somma dei potenziali di azione di tutti
i neuroni del pool è pari alla frequenza di oscillazione dell’onda sonora. Le stazioni superiori
devono ricevere l’informazione da tutti i neuroni. Questa strategia sembra essere applicabile per le
frequenze al di sotto dei 200 Hz e sopra i 1500 Hz.
Per le frequenze intermedie invece basta la posizione (tonotopia).
Nella prima strategia c’è un gruppo neuronale che valuta la distanza interaurale mentre nella
seconda c’è un altro gruppo neuronale che valuta la diversa intensità sonora percepita da un
orecchio rispetto ad un altro.
Anche il padiglione auricolare probabilmente influenza la percezione del suono (per distinguere
se un suono che giunge al neurone centrale origina da dietro o da davanti). Il padiglione
auricolare fa un’ombra. Cioè se il suono arriva da davanti o da dietro l’intensità del neurone
centrale è diversa.
Questi tipi di problemi sorgono nella codifica su un piano orizzontale di un suono. Per la
codifica su un piano verticale (suono proveniente dall’alto o dal basso) è sufficiente un orecchio
solo ed è fondamentale il padiglione auricolare.
Ad esempio sott’acqua è molto difficile capire la provenienza di un suono. Questo è dovuto al
fatto che nell’acqua il suono viaggia molto più velocemente e il nostro sistema è tarato per
calcolare la distanza dei suoni nell’aria.
La strategia dell’intensità coinvolge un’altra struttura del tronco. Il neurone più vicino alla
sorgente sonora manda un assone ipsilateralmente (al nucleo olivare superiore laterale) e manda
un altro assone al nucleo olivare superiore controlaterale con un interneurone inibitorio in
mezzo. Di conseguenza un suono che giunge da un lato ecciterà molto il neurone olivare
ipsilaterale e inibirà quello controlaterale. Questi due neuroni olivari mandano informazioni nei
centri superiori (collicolo e corteccia acustica); a questi livelli probabilmente viene calcolata la
diversa attività di scarica delle fibre originate da un nucleo olivare e da quello dell’altro lato. Se
il, suono viene di fronte i due neuroni avranno lo stesso grado di eccitazione perché si eccitano o
si inibiscono a vicenda. Lo stesso livello di eccitazione è letto come suono che arriva alle due
orecchie con la stessa intensità. Spostandosi l’eccitazione da un lato piuttosto che da un altro
possiamo capire da che lato viene il suono.
La presenza dei neuroni biaurali nella corteccia acustica primaria è indicativa di un fatto banale:
distruggendo completamente la corteccia acustica di un lato non divento sordo da un lato
(diversamente da ciò che accade se distruggo metà della corteccia visiva, dove perdo la funzione
di un occhio). Non perdo neanche la capacità di discriminare le frequenze.
Perdo però la capacità di localizzare i suoni nello spazio.
Lezione del 03/12/2003
Già nella scorsa lezione, in cui avevamo parlato della malattia della depressione, avevamo visto
come anche patologie mentali abbiano alla base alterazioni funzionali ben precise, soprattutto nei
meccanismi che sono alla base della trasmissione sinaptica. Nella depressione il problema era nei
neurotrasmettitori come la serotonina ed altre amine biologiche.
Un’altra delle patologie mentali, molto grave ed altamente debilitante, è la schizofrenia, che
provoca un’alterazione di tutti gli aspetti del funzionamento cerebrale, soprattutto delle funzioni
superiori, tanto è vero che in passato la schizofrenia era stata definita come una demenza precoce. Il
quadro di demenza è associato generalmente all’età avanzata, con perdita delle capacità cognitive
ed intellettive superiori: anche nella schizofrenia si verifica similmente la perdita delle facoltà di
pensiero e di comportamento, con l’unica differenza che la schizofrenia colpisce solitamente
individui in età giovanile, che manifestano i primi sintomi verso i 20-30 anni. La schizofrenia era
anche stata definita coma la patologia della mente scissa, poiché nel quadro patologico della
malattia, c’è una frammentazione della mente e delle capacità mentali.
La schizofrenia è una patologia estremamente variabile, sia come tipo di insorgenza, sia come
decorso, sia come sintomi. In linea di massima, può avere sia un esordio acuto, sia un esordio più
lento, con dei tratti detti prodromici, cioè delle lievi alterazioni del comportamento che man mano si
fanno più evidenti: comincia ad esserci una certa tendenza da parte del soggetto all’isolamento
dall’ambiente in cui vive, compaiono pensieri insoliti, che però, nella fase iniziale, sono ancora
abbastanza legati alla realtà. Quando poi compare il vero e proprio episodio psicotico, vi sono
sintomi caratteristici.
Esistono vari tipi di schizofrenia, che studierete poi più avanti, ognuna caratterizzata da sintomi
specifici: in generale si può fare una grossolana distinzione fra sintomi positivi e sintomi negativi.
Si intendono per sintomi positivi le manifestazioni che normalmente sono assenti e che compaiono
nella situazione di patologia, mentre i sintomi negativi sono intesi come la mancanza di un
comportamento normale. Tra i sintomi positivi, i più caratteristici della schizofrenia sono i deliri e
le allucinazioni. I sintomi negativi sono invece tutte le forme di catatonia e catalessia, che sono la
mancanza di ogni iniziativa di attività sia fisica che psichica del soggetto: il paziente schizofrenico
catatonico può stare immobile nella stessa posizione per molto tempo senza manifestare alcun
interesse per il mondo circostante. Questa patologia può essere acuta o cronica, e ha decorso molto
variabile, ma generalmente l’episodio acuto è seguito da una cosiddetta fase residua in cui i deliri ,
le allucinazioni e gli altri sintomi più evidenti tendono a scomparire, però permane comunque una
certa alterazione soprattutto dell’interazione sociale, un appiattimento emotivo ed affettivo nei
confronti del mondo esterno. Il problema psichiatrico sarà ovviamente fare diagnosi preferenziali
con altre patologie; la prognosi è molto variabile a seconda delle varie forme.
Sull’eziologia della schizofrenia sono state fatte moltissime ipotesi e si è giunti alla conclusione che
sia una patologia che dipende sia da fattori genetici, sia da fattori ambientali, che vi sia cioè una
predisposizione genetica sulla quale si vanno a sommare dei fattori ambientali che favoriscono
l’insorgenza della malattia. Come avevamo già visto per la depressione, gli studi più illuminanti in
materia sono quelli che sono stati condotti su coppie di gemelli monozigoti. Se la malattia fosse
legata esclusivamente alla genetica, questi soggetti, avendo lo stesso corredo cromosomico,
dovrebbero presentare una concordanza del 100% nel manifestare la patologia. Questo è invece
vero solo nel 50 % dei casi: ciò significa che in una coppia di gemelli omozigoti vi è una probabilità
del 50 % che uno abbia la schizofrenia e l’altro no. La percentuale fra fratelli non gemelli
monozigoti è intorno al 10—15%, contro il 50% fra gemelli omozigoti: esiste quindi una certa
componente genetica, che però non è sufficiente ed è sempre accompagnata da una componente
ambientale.
Sono stati analizzati moltissimi fattori ambientali, come l’ambiente famigliare, possibili infezioni
durante la gravidanza, traumi al momento del parto, ma nessuno di questi è determinante: è
l’insieme dei fattori che, se sommati, può favorire l’insorgenza della patologia. Anche la ricerca di
marker biologici che siano indici della malattia, e che permettano di effettuare la diagnosi prima che
la malattia insorga, non ha portato a dei risultati chiari. Sono stati riscontrati in pazienti
schizofrenici alcuni parametri alterati, per quanto riguarda i potenziali evocati, test che permettono
di valutare il funzionamento del sistema nervoso, e in determinati movimenti oculari: si tratta però
di indici non determinanti.
Il fatto di avere un parente affetto da schizofrenia influenza la probabilità di contrarre la stessa
malattia nell’arco della vita: in presenza di un fratello gemello monozigote affetto il rischio è del 50
%, mentre il rischio generale della popolazione (nessun parente affetto) è intorno all’1%.
E’ stata elaborata un’ ipotesi, detta a due stadi, in cui vi sono due elementi importanti: la
predisposizione genetica, a cui si va a sommare un’anomalia nello sviluppo del sistema nervoso.
Per vari motivi, che ancora non sono stati identificati, lo sviluppo nervoso è imperfetto, alcuni
circuiti non vengono a formarsi in modo corretto: questa potrebbe essere la causa della comparsa
della patologia. E’ interessante osservare che questa patologia compare nei giovani quando lo
sviluppo dei circuiti neuronali dovrebbe essere terminato.
Al termine dello sviluppo, quando si presentano problematiche legate alla fase
dell’adolescenza,fattori come il passaggio alla vita adulta, il cambiamento dei rapporti sociali e
famigliari possono agire da stressogeni e, instaurandosi su un ambiente di lieve alterazione del
sistema nervoso, causare la comparsa della malattia.
Questa ipotesi dell’alterazione dello sviluppo del sistema nervoso è stata formulata perché sono
state rilevate delle anomalie anatomiche nel cervello di soggetti schizofrenici. Ovviamente molti
dati sono stati ottenuti dall’esame del cervello post-mortem, ma più recentemente la disponibilità di
strumenti di analisi come la risonanza magnetica ha permesso di valutare anche in pazienti vivi
l’alterazione dell’attività di alcune aree del cervello, durante il manifestarsi dei sintomi caratteristici
della schizofrenia.
Tra le alterazioni morfologiche più evidenti vi è un allargamento di tutti i ventricoli cerebrali, in
particolare di quelli laterali. Tenendo conto che il volume del cranio è praticamente identico ai
soggetti normali, se i ventricoli sono allargati, ciò significherà che la restante parte dell’encefalo è
un po’ ridotta. Infatti la massa corticale è leggermente ridotta rispetto ai soggetti normali. Esiste una
certa asimmetria nell’anatomia e nella funzione degli emisferi cerebrali: alcune funzioni superiori,
tra cui la più evidente è quella del linguaggio, sono lateralizzate. Il linguaggio è lateralizzato a
sinistra; un'altra funzione lateralizzata è l’uso preferenziale di una mano rispetto all’altra, associato
ad una maggiore attività della corteccia motoria controlaterale, poiché le vie motorie sono quasi
tutte crociate. Una delle possibili alterazioni del cervello degli schizofrenici riguarda questi processi
di lateralizzazione delle funzioni, che si manifesta con una minore asimmetria dell’encefalo,
evidenziata da test funzionali
L’analisi anatomopatologica su reperti post-mortem mostra inoltre alterazioni nella citoarchitettura
dell’encefalo. La formazione dell’encefalo è un processo estremamente complesso, caratterizzato da
stadi precisi che coinvolgono specifici tipi di cellule le quali, in periodi critici ben determinati,
devono migrare e raggiungere la loro destinazione finale, per assicurare la formazione dei circuiti
appropriati. Nel cervello degli schizofrenici vi sono alterazioni nel numero e nella disposizione di
alcuni neuroni in aree particolari: queste riguardano soprattutto la disposizione delle cellule
piramidali, come se fosse venuto a mancare uno dei segnali necessari per la corretta migrazione di
questi neuroni.
In questo schema del cranio di un soggetto normale si può osservare l’asimmetria del lobo frontale,
più grande a destra, e del lobo occipitale, più grande a sinistra. Negli schizofrenici, invece, il cranio
ha una forma più simmetrica. Le aree più interessate da questa asimmetria sono le aree del lobo
temporale e le aree prefrontali, le quali hanno una grande importanza in quanto sono aree
associative polimodali: in esse vengono integrati segnali provenienti da stimoli diversi (come ad
esempio stimoli sensoriali e stimoli motori). Tutte le aree anteriori prefrontali sono molto importanti
per l’ideazione e l’esecuzione di problemi complessi, di pattern di movimenti che richiedono
un’elevata coordinazione; sono inoltre importanti per la working memory, una memoria che
permette di mantenere informazioni sensoriali per un breve tempo, in modo che possano poi essere
elaborate successivamente. Tutte le aree della parte bassa del lobo frontale, al limite con il lobo
temporale, corrispondono invece al linguaggio, e sono aree legate allo scambio di informazioni con
molte strutture sottocorticali, come ad esempio l’amigdala, il complesso dei gangli della base, il
talamo; sono aree particolarmente sviluppate nell’uomo, molto meno negli animali.
Uno dei sintomi caratteristici della schizofrenia è la presenza di allucinazioni. Le sensazioni visive
derivano da una stimolazione specifica dei recettori sensoriali: un’onda elettromagnetica di
determinata lunghezza d’onda colpisce un fotorecettore e, con una serie di elaborazioni, tenendo
conto dell’esperienza precedente, è possibile percepire una certa immagine. Ciò che determina la
percezione, in condizioni normali, è uno stimolo fisico esistente. L’allucinazione è invece una
percezione senza oggetto: non esiste una fonte luminosa che stimola il fotorecettore, ma il paziente
schizofrenico afferma comunque di vedere determinati oggetti che in realtà non esistono.
L’allucinazione è una falsa percezione che non deriva dall’effettiva presenza di uno stimolo
sensoriale, ma in cui tutti gli elementi dell’esperienza sensoriale fanno parte della memoria o della
fantasia del paziente. I soggetti normali non hanno mai allucinazioni, se non sotto l’effetto di
sostanze allucinogene o nello stato del dormiveglia.
Le allucinazioni possono interessare vari sensi, ed essere di veri tipi.
Possono essere visive: il soggetto riferisce di vedere figure umane, strani simboli, animali. Nel
delirium tremens, tipico delle psicosi alcoliche gravi, sono frequenti allucinazioni visive
microzootiche, in cui sono presenti animali molto piccoli come topi, mosche, vermi.
Le allucinazioni di tipo uditivo sono ancora più frequenti nella schizofrenia: il soggetto riferisce di
sentire delle voci, che possono essere del paziente stesso, di persone conosciute o addirittura
soprannaturali. Queste voci possono spingere il soggetto a compiere determinate azioni, impartire
ordini, possono essere voci offensive, o addirittura il paziente dice di sentire il proprio pensiero.
Le allucinazioni olfattive, in cui sono percepiti falsi odori, possono aversi anche nella fase che
precede le crisi epilettiche.
Altre allucinazioni sono quelle gustative e somestesiche (punture, caldo, freddo), o anche quelle di
alterazioni dello schema corporeo, in cui il paziente pensa di avere la testa mozzata, o gli arti
amputati.
Il fatto di avere a disposizioni di tecniche di brain-imaging che permettono di vedere l’attività delle
varie aree del soggetto in vita, ha permesso di capire quali sono le aree coinvolte durante le
allucinazioni visive o uditive. Le zone più attivate sono quelle che corrispondono ai nuclei della
base, quindi le fibre dopaminergiche della sostanza nera, connesse con il talamo, a cui convergono
molte informazioni sensoriali: da queste aree centrali le informazioni passerebbero alla corteccia
associativa sita nella parte bassa del lobo temporale, a loro volta collegate con il sistema libico e
l’ippocampo. E’ possibile quindi trovare una base fisiologica di queste patologie.
Il delirio è un disturbo del pensiero, è l’incapacità di avere pensieri finalizzati. I deliri sono pensieri
abnormi, errori di giudizio che non sono giustificabili dalla realtà. Il paziente è assolutamente
convinto delle esperienze che riferisce: non è in nessun modo influenzabile da giudizi esterni o
dall’evidenza del fatto che ciò di cui sta parlando non esiste, perché è del tutto svincolato dalla
possibilità di razionalizzazione.
Esistono deliri di vario tipo. Tipici della schizofrenia sono i deliri di persecuzione: i pazienti
pensano di essere vittime di calunnie, offese, magie da parte di sette, alieni…
Vi sono poi deliri di influenzamento, in cui i pazienti sentono di perdere la loro identità, in una sorta
di furto del pensiero.
Possono anche esservi deliri di tipo malinconico, cioè di inadeguatezza, di disperazione, di perdita
di stima, di colpa, o i deliri di grandezza.
Questi deliri si manifestano con disturbi evidenziabili anche nei testi scritti da un paziente
schizofrenico. È persa la capacità di scrivere frasi compiute, vi sono errori formali, parole troncate,
sottolineature, lettere ripetute.
Passiamo ora alla parte che più ci interessa, quella sui recettori e sui neurotrasmettitori.
Da una cinquantina di anni esistono farmaci in grado di alleviare almeno qualcuno dei sintomi della
schizofrenia, come le fenotiazine, i butirrofenoli e i cosidetti antipsicotici atipici, di cui il più
conosciuto è la clozapina. Hanno un effetto, abbastanza a lungo termine, di sedazione, e riducono la
percentuale e la gravità dei deliri e delle allucinazioni. Si tratta di farmaci bloccanti i recettori della
dopamina, dotati infatti di struttura molecolare molto simile a quella della dopamina. I recettori
della dopamina sono recettori di tipo metabotrobo, associati alle G proteins, alcune attraverso il
sistema dell’AMPciclico, altre attraverso il sistema dell’inositolotrifosfato e del diacilglicerolo. Ne
esistono di vari tipi: uno di questi è il tipo D2, bersaglio degli antipsicotici più classici come le
fenotiazine e i butirrofenoli. Questi recettori si trovano sia nel sistema libico, sia nel sistema dei
gangli della base, nel caudato: la loro presenza anche nel sistema extrapiramidale (gangli della base)
è la ragione per cui alcuni pazienti trattati con questi farmaci manifestano sintomi simil-Parkinson.
I recettori D3e D4 sono espressi prevalentemente nel sistema limbico e sono il bersaglio specifico
degli antipsicotici atipici come la clozapine, i quali non presentano effetti extrapiramidali.
L’ipotesi della dopamina è emersa poiché si è sperimentato che i farmaci che bloccano i recettori
della dopamina inducono miglioramenti nelle condizioni del paziente. Altre sostanze conosciute per
potenziare la trasmissione dopaminergica, come la cocaina, le anfetamine, l’l-dopa, possono dare
crisi simili ai deliri e alle allucinazioni della schizofrenia.
L’eccesso di dopamina può quindi portare ad un quadro schizofrenoide. Esistono dati abbastanza
contrastanti, riguardo alle variazioni del numero di recettori per la dopamina in pazienti
schizofrenici.
Gli eventi che regolano la vita di un neurotrasmettitore sono molti. La sintesi, l’immagazzinamento
nelle vescicole, la liberazione, l’azione sui recettori postsinaptici e l’eventuale ricaptazione e
degradazione. A livello di qualsiasi di questi passaggi è possibile agire farmacologicamente; le
anfetamine, ad esempio aumentano il rilascio della dopamina; gli antipsicotici più comuni agiscono
a livello recettoriale; la cocaina rallenta la ricaptazione della dopamina, la quale ha effetti più
prolungati.
Le principali vie dopaminergiche nell’encefalo sono 4, due delle quali si pensa siano implicate
nella schizofrenia.
La prima via è la nigrostriatale, che va dalla sostanza nera allo striato, ed una via del controllo
motorio, alterata nel Parkinson.
La seconda è la via tuberoinfundibolare, che va dall’ipotalamo all’ipofisi ed è una via di interesse
neuroendocrino.
Vi sono poi le due vie ritenute più importanti nella schizofrenia che sono la via mesolimbica, che
dalla parte centrale del diencefalo arriva al sistema limbico, e la via mesocorticale , che si diffonde
alla corteccia prefrontale. La via mesolimbica è ritenuta più importante per i sintomi positivi della
schizofrenia, i deliri e le allucinazioni; la via mesocorticale sembra essere alla base dei sintomi
negativi. In situazioni normali, queste due vie dopaminergiche partono dalle cellule del tronco
encefalico e si dirigono alla corteccia prefrontale e il sistema libico, inibendo queste strutture;
l’inibizione è rafforzata poiché la corteccia prefrontale manda a sua volta ulteriori segnali inibitori
al sistema limbico. Quando si manifesta la schizofrenia vi è la sregolazione della via mesocorticale.
Il fatto che vi siano alcuni farmaci, come i neurolettici atipici, che agiscono per esempio anche sulla
serotonina, fa pensare che la dopamina non sia l’unico neurotrasmettitore implicato nella
schizofrenia, ma che possano essere coinvolti anche la serotonina, il glutammato, il GABA: tuttavia
l’ipotesi finora più accreditata trova le basi di questa patologia nell’iperattività del sistema
dopaminergico mesocorticale e mesolimbico.
Prof. Benedetti – 05 dicembre 2003
Una volta per sapere quale fosse l’attività simpatica e parasimpatica di un individuo era
necessario ipotizzare delle procedure invasive, cioè era necessario andare a registrare
direttamente da un nervo (per es. dal nervo vago) per vedere il suo funzionamento (se era
iperattivo o ipoattivo).
Ora esiste una tecnica che si basa sulla valutazione dell’equilibrio simpatico-vagale con un
metodo completamente non invasivo, cioè semplicemente registrando un elettrocardiogramma
e analizzando i battiti cardiaci al minuto.
Riflesso vegetativo per il controllo della pressione arteriosa. La via afferente è data
semplicemente da recettori che si trovano in determinate parti delle arterie: quando la
pressione aumenta si ha una dilatazione, il sangue spinge con maggior forza contro le pareti
delle arterie e i recettori vengono stirati; quando la pressione diminuisce, il sangue spinge di
meno sulle pareti delle arterie, quindi i recettori non sono più attivi, perché non sono più
stirati. Questa informazione viene comunicata ai centri nervosi che si trovano nel tronco
dell’encefalo (centri del riflesso), i quali comunicano, tramite una via efferente, come
riportare la pressione ad un livello normale: se si è alzata, vengono mandate informazioni in
modo da abbassarla, se si è abbassata, vengono mandate delle informazioni in modo da
alzarla. Per esempio, l’informazione efferente mediata dal sistema simpatico può essere quella
di produrre vasocostrizione quando la pressione arteriosa si è abbassata (la vasocostrizione
non fa altro che aumentare la pressione), oppure quella di far battere il cuore più forte. Quindi,
la regolazione della pressione arteriosa si basa sul comunicare al centro che si trova nel sist.
nervoso centrale che la pressione si è abbassata o alzata, e mandare informazioni efferenti in
modo da mettere in atto dei meccanismi per riportare la pressione arteriosa a livelli normali.
Riflessi genitali. L’erezione nel maschio si basa su un riflesso vegetativo: c’è una via
afferente, in questo caso parasimpatica, che proviene dai meccano-recettori che si trovano sul
glande: questi, quando vengono stimolati, proiettano ad un centro che si trova nel segmento
simpatico del midollo spinale e che manda delle informazioni efferenti consistenti nella
vasodilatazione (l’afflusso di sangue nel pene provoca l’erezione). Lesioni a livello di questa
regione del midollo spinale determinano impotenza, cioè incapacità di avere un’erezione.
Una cosa simile avviene anche nella donna. Durante l’orgasmo avviene un fenomeno, che va
sotto il nome di manicotto orgasmico, che è una ipervascolarizzazione della cervice uterina e
del canale vaginale. Il manicotto orgasmico si basa su un riflesso vegetativo: la via afferente
comunica al centro del riflesso che qualcosa sta succedendo a livello vaginale, il centro del
riflesso manda una via efferente che in questo caso provoca vasodilatazione, la
vasodilatazione poi provoca orgasmo.
Minzione. Ci sono dei meccano-recettori che vengono stirati quando la vescica si riempie
(più si riempie, più questi meccano-recettori vengono stirati, più la via afferente è attiva). Il
centro del riflesso si trova a livello di S3: da qui parte la via efferente che fa contrarre un
muscolo che si chiama detrusore della vescica, il quale si contrae e l’urina esce. Lesioni a
livello di S3 danno incontinenza.
Questi sono solo alcuni esempi di riflessi vegetativi che servono per mantenere costante una
determinata funzione.
LEZIONE DI FISIOLOGIA DEL 10/12/2003.
LA DOMINANZA EMISFERICA.
Il termine dominanza non è completamente esatto, dal momento che si preferisce parlare di
specializzazione o lateralizzazione emisferica.
SIMMETRIA CEREBRALE.
Nel 1968 furono fatti degli esperimenti per sapere se l’emisfero destro e quello sinistro
avessero la stessa dimensione. Due studiosi hanno analizzato 100 cervelli umani, misurando la
dimensione del planum temporale sinistro (cui viene assegnata la funzione dell’area di Wernicke,
che ci permette di comprendere il linguaggio) e del giro trasverso (corteccia uditiva primaria).
Nel 65% dei casi è risultata maggiore la dimensione del planum temporale sinistro, nel 25%
quella del destro e nell’11% i due emisferi avevano le stesse dimensioni. Si inizia dunque a parlare
di asimmetria emisferica.
Successivamente si è cercato di scoprire se a dimensioni diverse corrispondano funzioni
diverse, attraverso tecniche di lateralizzazione emisferica, quali il test dell’amital sodico, i compiti
acustici dicotici, la presentazione tachistoscopica e i pazienti split brain.
Test dell’amital sodico: l’amital sodico è un barbiturico a rapida azione, che veniva iniettato
nella carotide sinistra e destra a pazienti che dovevano essere sottoposti ad un intervento
neurochirurgico, per sapere se inibiva la funzione del linguaggio. Al paziente veniva chiesto di
contare ad alta voce: quando il farmaco viene iniettato a sinistra, il paziente smette di contare e
inizia a confabulare, se invece viene iniettato a destra, il paziente continua a contare. E’ così
confermata l’ipotesi di Broca, secondo il quale l’emisfero sinistro è deputato alle funzioni del
linguaggio.
Ci si è chiesti dove risiedesse la manualità (perché ci sono persone mancine e destrimane?i
destrimani hanno l’area del linguaggio a destra o a sinistra?). Occorreva dimostrare se la dominanza
emisferica per il linguaggio corrispondesse alla manualità. Si è dimostrato che nei mancini la
dominanza era nel 70% a sinistra, nel 15% a destra e nel 15% in entrambi i lati. Nei destrimani nel
96% dei casi l’emisfero sinistro era dominante sia nel linguaggio che nella manualità. Si è concluso
che la dominanza manuale non è indice di dominanza emisferica.
Il concetto di dominanza emisferica venne correlato con quello di simmetria: se esisteva una
dimensione maggiore nell’emisfero sinistro, ciò è correlato con l’esistenza di queste funzioni
principali a sinistra.
Quando un oggetto viene presentato nell’emicampo visivo destro, l’informazione giunge alle
vie ottiche temporali di sinistra. L’informazione, attraverso il corpo calloso, può giungere anche
all’emisfero destro. Nell’uomo le vie ottiche possono essere dirette o incrociate. In alcuni animali,
però, le vie ottiche non si incrociano.
Attorno al 1970 circa si giunse alla conclusione che il corpo calloso mette in contatto i due
emisferi. Si pensò di sfruttare questa capacità del corpo calloso per fare una serie di esperimenti.
Circa 30 anni fa, si iniziò a sezionare il corpo calloso nei pazienti epilettici, per evitare che la crisi
epilettica si diffondesse da un emisfero a un altro. Questi pazienti venivano detti commessurizzati o
split brain: sembrava che svolgessero una vita normale, ma avevano delle peculiarità. Su questi
pazienti si fecero esperimenti con il tachistoscopio, uno strumento in cui si ha una divisione degli
emicampi. Si possono far vedere delle immagini molto rapidamente nell’emicampo destro o
sinistro. Quando viene proiettata l’immagine nell’emicampo destro, viene attivato l’emisfero
sinistro (il corpo calloso è tagliato e l’emisfero sinistro non può comunicare con il destro) e il
soggetto riferisce ciò che vede. Proiettata l’immagine nell’emicampo sinistro, l’emisfero destro
recepisce l’immagine e il soggetto non sa dire ciò che ha visto. Da qui è stato proposto che
l’emisfero sinistro è l’emisfero cui spetta la funzione del linguaggio, mentre il destro possiede la
funzione visuo-spaziale.
A questo punto si chiede al paziente di prendere un oggetto da dietro lo schermo. Proiettando
un’immagine nell’emicampo visivo sinistro e domandando al paziente di prendere l’oggetto
proiettato, egli riesce a riconoscere l’oggetto e a prenderlo, ma non riesce a dire ciò che ha preso. Il
problema non è riconoscere, ma esprimere ciò che vede.
Si chiede al soggetto di guardare al centro dello schermo. A sinistra viene proiettata una
parola chiave (key). Gli si chiede di associare alla parola chiave un oggetto. Il paziente esegue il
compito, ma, nel momento in cui gli viene chiesto quale fosse la parola proiettata, egli dice di non
saperlo. Il paziente non è cosciente di quello che è riuscito a fare grazie all’intervento dell’emisfero
destro. Se lo stesso compito viene fatto con una frase più complessa, il paziente non sa svolgere il
compito.
Gazzaniga propose un esperimento in cui venivano proiettate due immagini: a destra una
zampa di gallina e a sinistra una nevicata. Questa è nota come teoria dei doppi cognitivi. Se era
infatti chiaro che un emisfero avesse una funzione verbale e l’altro una visuo-spaziale, non era
chiaro se i due emisferi collaborassero, anche se era stato sezionato il corpo calloso. Si chiese al
paziente di associare a queste due figure degli oggetti, indicandoli semplicemente. Egli associa con
la mano destra la zampa della gallina alla gallina e la nevicata alla pala da neve. Giustifica ciò
dicendo che associava la zampa di gallina all’animale e alla pala, che serviva per pulire il pollaio,
ignorando la nevicata. L’emisfero sinistro infatti inizia il ragionamento e lo conclude da solo.
Anche quando i due emisferi vengono separati, è possibile fare un ragionamento logico: in maniera
alternativa, l’emisfero più adatto a giustificare il fatto compensa le funzioni dell’altro. In questo
caso, l’emisfero destro vede l’oggetto e il sinistro esprime ciò che vediamo. Si chiede ad un
soggetto split brain di mettere insieme dei cubi (abilità manuale, visuo-spaziale): gli si chiede di
svolgere il compito con il lato sinistro (controllato dall’emisfero destro). E’ abbastanza abile, ma ,
mentre svolge il compito, la mano destra interferisce, disturbandolo.
Proiettato una figura chimerica con emivolto maschile ( a destra) e uno femminile (a sinistra):
il paziente split brain dice di aver visto un volto maschile. Prevale l’emisfero sinistro. Gli si
presentano dei volti maschili e femminili e gli si chiede di associarli alla figura chimerica: egli
prende in considerazione tutti i volti femminili. Prevale infatti il compito analogico e non
sequenziale: prevale l’emisfero destro.
Esiste una lateralizzazione e specializzazione degli emisferi.
• VISIONE: l’emisfero sx formula e comprende il linguaggio, il dx è preposto al
riconoscimento di pattern geometrici, volti e all’espressione delle emozioni (le labbra
dell’emivolto sx si muovono di più e sono più espressive del dx).
• UDITO: l’emisfero sx riconosce i suoni linguistici, il dx i suoni non linguistici e la
musica.
• TATTO:prevalgono nell’emisfero dx i pattern tattili e il Braille.
• MOVIMENTO: nell’emisfero sx sono formulati i movimenti di tipo complesso, nel dx
di tipo spaziale.
• MEMORIA: verbale nell’emisfero sx, non verbale nel dx
• LINGUAGGIO: l’emisfero sx controlla l’eloquio, la lettura, la scrittura, l’aritmetica,
nel dx ha sede il contenuto emozionale.
• ABILITA’ SPAZIALI: a dx risiedono quella geometrica, la direzione, la distanza, il
sx non ha la possibilità di controllare questa attività.
A proposito di musica: se la melodia viene fatta ascoltare ad una persona che non studia
musica, si attiva l’emisfero dx, se invece la stessa melodia è ascoltata da una persona che studia
musica, si attivano gli emisferi dx e sx.
Alla base della asimmetria c’è una base ereditaria? Non si sa, ma l’emisfero sx nel feto è più
esposto all’esterno, quindi è più stimolato alla funzione del linguaggio.
Filogeneticamente, qual è il significato della lateralizzazione? Tutti i molluschi in cui questo
processo non è avvenuto si sono estinti.
Nei bambini con lesioni dell’emisfero sx, si ha una lateralizzazione del linguaggio a dx (esiste
una certa plasticità fino al 4° anno di vita).
Il cervello è asimmetrico, ma integrato (dimostrata la dicotomia, cioè la presenza di una
lateralizzazione e comunicazione tra gli emisferi)
LEZIONE DEL 12/12/2003
Il sistema nervoso vegetativo generale ha un’attività di funzionamento ciclica: c’è infatti una
attivazione e una disattivazione che varia nel tempo. Il cuore è innervato in parte dal sistema
nervoso simpatico e in parte dal parasimpatico: a livello del cuore è presente un equilibrio
simpatico-vagale.
La frequenza cardiaca in un soggetto normale varia moltissimo (70 battiti al minuto circa) ed è
regolata dal simpatico e dal parasimpatico. Se prevale l’attività simpatica si ha tachicardia, se
invece prevale l’attività parasimpatica si ha bradicardia.
La frequenza cardiaca non è costante, ma ogni qualche secondo può diminuire o accelerare, e
questo avviene in sincronismo con gli atti respiratori (inspirazione ed espirazione). Durante la fase
espiratoria il sistema nervoso simpatico è attivato, mentre è inattivato durante la fase espiratoria:
durante l’inspirazione si ha accelerazione del battito cardiaco, durante l’espirazione si ha
decelerazione del battito cardiaco. In un ECG, le modificazione sono minime. Questo è un
fenomeno puramente fisiologico che va sotto il nome di aritmia sinusale.
E’ possibile studiare l’attività simpatica o parasimpatica studiando l’aritmia sinusale in un
ECG. Per fare ciò, si trasforma l’ECG in un tacocardiogramma o, più semplicemente tacogramma:
si pone il tempo o i battiti cardiaci sulle ascisse e l’intervallo tra i battiti sulle ordinate. Se aumenta
l’intervallo tra un battito e il successivo, diminuisce la frequenza cardiaca; se diminuisce
l’intervallo, aumenta la frequenza cardiaca.
Esiste un’attività parasimpatica ciclica che è sincrona con il ciclo respiratorio e che ha una
frequenza di circa 15/min (gli atti respiratori al minuto sono circa 15).
Il simpatico ha un’attività ciclica simile a quella del parasimpatico, ma è dovuta, anzichè al
ciclo respiratorio, ad una variazione della pressione arteriosa che avviene ogni 10 secondi.
Le variazioni della frequenza cardiaca sono di due tipi: una ogni 4 secondi (legata all’attività
parasimpatica) e una ogni 10 secondi (legata all’attività simpatica).
Attraverso la tecnica di Fourier è possibile analizzare un tracciato fisiologico identificando
quali sono le frequenze presenti nel tracciato. Applicando questa tecnica ad un tacogramma, è
possibile identificare una bassa frequenza ogni 10 secondi e un’alta frequenza ogni 4 secondi. Sullo
spettro di frequenza (compiendo un’analisi spettrale della variabilità cardiaca), si può infatti notare
come vi sia una frequenza a 0,1 hz (picco a bassa frequenza che rappresenta l’attività simpatica) e
una a 0,2/0,25 hz (picco ad alta frequenza che rappresenta l’attività parasimpatica).
Se diminuisce il sincronismo dell’attività parasimpatica con il ciclo respiratorio, diminuisce il
picco ad alta frequenza; se diminuisce il sincronismo dell’attività simpatica con la pressione
arteriosa, diminuisce il picco a bassa frequenza. Possiamo quindi concludere che se prevale
l’attività simpatica, prevale il grosso picco a bassa frequenza; se prevale l’attività parasimpatica,
prevale il picco ad alta frequenza. E’ possibile studiare l’equilibrio simpatico- vagale valutando
l’andamento di questi picchi.
Durante una situazione di esercizio fisico o un calcolo mentale (stress fisico o mentale), si ha
un aumento dell’attività simpatica e una diminuzione di quella parasimpatica.
In un qualsiasi ECG è presente aritmia sinusale, che ci dà indicazioni sul tono vagale:
maggiore è il tono vagale, maggiori saranno le oscillazioni sul tacogramma.
In un soggetto giovane, l’aritmia sinusale è marcata e, quando il soggetto è a riposo, si vede
che la maggior parte delle frequenze è a 0,2/0,25 hz: questo significa che il sistema parasimpatico
funziona bene (il soggetto è a riposo, tranquillo). Le basse frequenze sono rappresentate per il 27%
(attività simpatica), mentre le alte frequenze sono rappresentate per il 72% (attività parasimpatica).
Se si sottopone il soggetto ad un test di attivazione (si stimola l’attività simpatica: calcolo
mediamente completato oppure cold pressure test= immersione del braccio in acqua alla
temperatura di 1°), scompare il tono vagale. Le alte frequenze sono infatti rappresentate per il 43%,
le basse frequenze per il 56%. Questa è una situazione di attivazione simpatica e serve per valutare
l’equilibrio simpatico-vagale.
In un soggetto di 70 anni, nel tacogramma non sono più presenti il tono vagale e aritmia
sinusale: il parasimpatico non esercita più la sua influenza su variazioni di frequenza sincrone con il
respiro. A riposo, le basse frequenze sono rappresentate per il 24%, mentre la componente
simpatica è del 75%.
I soggetti in cui prevale l’attività simpatica sono ad alto rischio per quanto riguarda l’infarto
miocardico e le malattie cardiovascolari; nei soggetti in cui prevale l’attività parasimpatica si ha
minor rischio di malattie cardiovascolari.
Prof. Benedetti - 07 gennaio 2004
L’elettroencefalogramma
Immagine con 8 tracce elettroencefalografiche (frontale sin, frontale dx, temporale sin, temporale
dx, parietale sin, parietale dx, occipitale sin, occipitale dx)
Quando abbiamo messo degli elettrodi sullo scalpo e degli elettrodi indifferenti e cominciamo a fare
la registrazione, unipolare o bipolare, con il soggetto in stato di veglia rilassata (cioè disteso su un
lettino, ad occhi chiusi, con scarsissima stimolazione sensoriale), vediamo delle deflessioni, cioè
delle onde negative (verso l’alto) e positive (verso il basso). In condizioni di veglia rilassata c’è un
andamento oscillatorio: le oscillazioni sono molto ampie sui lobi occipitali, più basse sui lobi
parietali, bassissime sui lobi frontali.
Viene richiesto al soggetto di aprire gli occhi, ed eravamo arrivati a questo punto, cioè
alla reazione di arresto di Berger; qua sono presenti quelle oscillazioni che avevamo visto
ieri. Quando il soggetto apre gli occhi quindi entra in stato di veglia attiva scompaiono
queste oscillazioni e compare invece un'attività molto piu' veloce, molto piu' frequente e
molto meno ampia (cioè le onde sono molto piu' piccole).
Allora, quindi, la prima situazione che abbiamo visto, cioè quella di veglia rilassata, è
una situazione che produce tipicamente questo tracciato, che è un tracciato che viene
definito SINCRONIZZATO. Perchè viene definito sincronizzato? Proprio perchè sono
presenti queste oscillazioni che rappresentano nient'altro che la scarica sincrona di piu'
neuroni di piu' popolazioni di neuroni. Maggiore è l'oscillazione in ampiezza (cioè
sull'asse verticale in pratica - cioè piu' grandi sono queste onde, queste oscillazioni) e
maggiore è la sincronizzazione fra le diverse popolazioni neuronali, quindi una
deflessione verso l'alto (quindi una deflessione negativa) o una deflessione verso il basso
(quindi una deflessione positiva) rappresentano la scarica sincrona di centinaia di
migliaia di neuroni. Minore è l'ampiezza (quindi se diminuisce l'ampiezza, come nel caso
della veglia attiva), minore è la sincronizzazione. Quindi queste oscillazioni
rappresentano nient'altro che la sincronizzazione di piu' popolazioni di neuroni e per
questo motivo questo tracciato elettroencefalografico viene definito TRACCIATO
ELETTROENCEFALOGRAFICO SINCRONIZZATO.
Ci sono tanti tipi di tracciati elettroencefalografici sincronizzati, però in situazione di
veglia rilassata (cioè il soggetto è sveglio in pratica, però è in condizione di rilassamento,
senza stimoli sensoriali particolari), questo ritmo –si chiama anche RITMO
SINCRONIZZATO- viene definito RITMO ALFA (o “onde alfa” o “tracciato
elettroencefalografico alfa”, è la stessa cosa); quindi in condizione di veglia rilassata è
presente una sincronizzazione fra piu’ neuroni che è espressa da quello che noi definiamo
ritmo alfa oppure onde alfa.
Quando il soggetto apre gli occhi, quindi quando c’è un’attività mentale particolarmente
complessa – ricordatevi che l’apertura degli occhi corrisponde praticamente
all’esplorazione dell’ambiente esterno, il soggetto si guarda intorno quindi ha una
stimolazione sensoriale, in questo caso una stimolazione visiva che induce un’attività
mentale piu’ complessa rispetto a quella che si ha in condizioni di rilassamento- ora in
questa situazione di mente attiva scompare il ritmo alfa, scompaiono le onde alfa, quindi
scompare questo tracciato sincronizzato e vedete che praticamente scompaiono del tutto
queste oscillazioni, quindi si passa ad uno stato che viene definito TRACCIATO
ELETTROENCEFALOGRAFICO DESINCRONIZZATO, cioè non è piu’ presente una
sincronia fra piu’ popolazioni neuronali, cosi’ come è presente nella situazione di veglia
rilassata. Questo tracciato desincronizzato che è caratteristico, è tipico della veglia attiva,
viene definito TRACCIATO o RITMO BETA o ONDE BETA. Quindi anche in questo
caso è indifferente dire tracciato, ritmo o onde beta.
Quindi, la reazione di arresto di Berger, che consiste nel passaggio dalla veglia
rilassata alla veglia attiva, consiste dal punto di vista elettroencefalografico nel passaggio
dalle onde alfa alle onde beta; oppure si potrebbe anche dire nel passaggio da un ritmo
sincronizzato (dove sono presenti queste oscillazioni) ad un ritmo desincronizzato (dove
non sono piu’ presenti queste oscillazioni).
Ora, nel soggetto adulto sano in stato di veglia –sia che sia rilassata sia che sia attiva- nel
tracciato EEG normale dovranno essere presenti solo ed esclusivamente questi due ritmi:
alfa o beta. Lo dico perchè esistono anche altri tipi di onde che adesso vedremo e ne
parleremo meglio a proposito del sonno.
Allora, queste (mostra un lucido) ve le ho disegnate io, ovviamente a scopo didattico,
giusto per farvi capire meglio in cosa consistono le onde beta e le onde alfa; vedete che ci
sono poi anche delle onde delta di cui parleremo fra poco. Allora, onde alfa abbiamo
detto sono sincronizzate, un tracciato sincronizzato; la frequenza delle onde alfa
(ovviamente sono delle oscillazioni che hanno una certa frequenza) ha una media di circa
10 Hz, con range che varia da circa 8 Hz a 13 Hz. Cosa vuol dire? 10 Hz vuol dire che in
un secondo ci stanno 10 onde alfa. Quindi la frequenza delle onde alfa è di circa 10 Hz,
però c’è una grossa variabilità interindividuale, e si va da 8 fino a 13 Hz.
Le onde beta invece hanno una frequenza molto maggiore e l’ampiezza diminuisce; le
onde beta hanno infatti una frequenza media di circa 20 Hz: vuol dire che in un secondo
ci stanno 20 onde beta. Anche qua c’è una grossa variabilità interindividuale: il range va
da circa 14 a 30 Hz, però se si fa una media globale le onde beta hanno una frequenza di
circa 20 Hz.
Allora, dicevo che in un soggetto adulto sano devono essere presenti solo onde beta e
onde alfa ed è importante sottolineare che non c’è una netta, una nettissima distinzione (a
volte almeno) fra la veglia rilassata e la veglia attiva; infatti se torniamo al tracciato EEG
che vi ho fatto vedere prima - e adesso che sapete cosa sono le onde beta e le onde alfa
potete analizzarlo un po’ piu’ criticamente- vedete che queste oscillazioni per esempio
alle volte si interrompono. Quindi in situazione di veglia rilassata è presente
prevalentemente un tracciato di tipo alfa, però sono presenti anche onde beta, cioè è
presente sia un tracciato sincronizzato (le onde alfa) sia (in certi momenti) un tracciato
desincronizzato (quindi un ritmo di tipo beta), che è tipico della veglia attiva. Perchè è
presente? Perchè quando noi parliamo di veglia rilassata, ovviamente il termine “veglia
rilassata” è una nostra definizione, però noi non possiamo controllare lo stato mentale del
soggetto che è steso sul lettino, e ci sono ovviamente dei momenti in cui il soggetto ha
un’attività mentale, il soggetto sta pensando: viene nell’ambulatorio di neurofisiologia, fa
un EEG, sta pensando che ha parcheggiato la macchina in divieto di sosta, è preoccupato
e allora in quel momento si passa, senza che noi lo sappiamo, da una condizione di veglia
rilassata ad una condizione di veglia attiva. Quindi, la condizione di veglia rilassata e la
condizione di veglia attiva sono nostre definizioni: noi cerchiamo di non dare degli
stimoli sensoriali e di indurre una situazione di veglia rilassata, però anche in situazione
di veglia rilassata sono presenti delle scariche desincronizzate.
Allora, queste onde alfa e onde beta, devono essere presenti in un soggetto adulto e sano.
In effetti, in un tracciato EEG sono presenti anche 2 altri tipi di onde, che sono onde
molto “piu’ lente”, si dice. Vuol dire che hanno una frequenza molto minore rispetto alle
onde alfa e alle onde beta.
Allora, innanzitutto ci sono le ONDE cosiddette TETA (si chiamano anche RITMO
TETA o tracciato elettroencefalografico teta), caratterizzate da una frequenza di circa
(anche qua è una media) 5-6 Hz, con un range che va da circa 4 a circa 7 Hz.
Possono essere presenti (poi vedremo quando, come e perchè ) onde ancora piu’ lente, le
ONDE DELTA, che hanno una frequenza ancora minore, di circa 3 Hz (però varia da 0.5
Hz a 3.5 Hz).
Quindi in pratica queste onde teta e delta sono dette onde lente: le onde lente in un
soggetto sano in stato di veglia non devono essere mai presenti . Quando si parla di
“rallentamento elettroencefalografico” vuol dire che compaiono delle onde teta oppure
delle onde delta che hanno quasi sempre a che fare con la condizione patologica.
Quindi, queste onde teta e delta sono onde lente e soprattutto le onde delta sono delle
onde molto lente (circa 3 Hz) e molto ampie, molto grandi.
Quindi, in condizioni di normalità, in un soggetto adulto sano in stato di veglia (rilassata
o attiva) devono essere presenti solo onde beta e onde alfa.
Ci sono delle eccezioni (sempre per quanto riguarda un soggetto adulto sano): lo STATO
DI SONNO.
Il sonno è caratterizzato da un rallentamento EEG: scompaiono prima le onde beta, poi le
onde alfa (il soggetto si addormenta) e compaiono prima onde teta e poi nel sonno
profondo compaiono le onde delta.
Quindi, in un soggetto adulto sano devono essere presenti onde teta e delta solo ed
esclusivamente durante il sonno, non in stato di veglia –sia che sia rilassata, sia che sia
attiva.
Altre eccezioni in cui sono presenti onde teta e delta: un bambino, nel periodo prima
della pubertà fino a circa (e qui c’è una grossa variabilità interindividuale) i 12-13-14
anni; quindi PRIMA DELLA PUBERTÀ, un bambino perfettamente sano può presentare
delle onde teta, delle onde delta, quindi può presentare quel che viene detto un “tracciato
EEG lento” che non è espressione di nessuna patologia ma è un’alterazione puramente
fisiologica dovuta alla non completa maturazione del SNC, e soprattutto alla non
completa mielinizzazione.
Quindi vedete che nella maggior parte dei casi, quando si parla di veglia attiva, veglia
rilassata, devono essere presenti solo onde beta e onde alfa; nel bambino possono essere
presenti onde teta e onde delta solo prima della pubertà e le onde teta e delta sono
caratteristiche del sonno di un soggetto perfettamente normale.
Questo è un esempio che vi fa vedere come l’attività EEG può essere correlata ad un
processo patologico. Questo può essere una qualsiasi massa occupante spazio, cioè una
massa nella scatola cranica che può essere qualsiasi cosa (un tumore, un ascesso…);
vedete che dove sotto l’elettrodo c’è una condizione normale, nel soggetto adulto sano è
presente solo ritmo alfa e ritmo beta –in condizione di veglia rilassata o attiva-; quando
invece l’elettrodo si trova al di sopra di un danno cerebrale, di una qualsiasi massa
occupante spazio nel cervello, a livello di questo elettrodo è presente invece un
rallentamento dell’EEG, quindi compaiono le onde teta e delta. Quindi in base a questo si
può dire, a seconda delle onde cerebrali, se in un dato punto del cervello c’è qualcosa che
non va. Questa parte rientra poi nella clinica, che farete meglio in neurologia.
Faccio vedere solo due o tre esempi di EEG in cui vedete che sono rappresentati i
tracciati provenienti da 14 elettrodi. Adesso che avete visto qual è la chiave di lettura di
un tracciato EEG siete in grado di leggerlo. Qual è la chiave di lettura? La FREQUENZA
del tracciato EEG. Quindi il tracciato varia in differenti condizioni (vi ho detto le
principali) e questa variazione si riflette soprattutto nella frequenza elettroencefalografica
(ritmo alfa che ha una frequenza di circa 10 Hz, ritmo beta che ha una frequenza di circa
20 Hz, ritmo teta che ha una frequenza di circa 5-6 Hz, ritmo delta che ha una frequenza
di 2-3 Hz circa). Quindi la chiave di lettura di un EEG (se vi ricordate da ieri) non è
l’identificazione di fenomeni eccitatori e inibitori a livello di un punto dei lobi cerebrali,
ma è l’identificazione delle variazioni di frequenza delle onde che sono presenti nel
tracciato EEG.
Quindi adesso che avete questa chiave di lettura e avete un po’ capito come vengono
mappate queste variazioni a livello dei diversi punti del SNC, della calotta cranica,
adesso è facile identificare certi fenomeni: qua per esempio (mostra un lucido) vedete
che in questo caso (adesso ovviamente il vostro occhio è inesperto ma ve lo dico io) l’
EEG è grossolanamente normale (c’è prevalentemente attività beta e poca attività alfa);
ma vedete per esempio che negli elettrodi nelle derivazioni (sono derivazioni bipolari -
quindi la misura della differenza di potenziale tra due elettrodi attigui (?)) 12 e 13 invece
sono presenti queste grosse onde che sono onde teta e onde delta (vedete le onde delta
che sono molto lente, hanno una frequenza bassa e sono molto ampie) quindi vuol dire
che qua c’è qualcosa che non va, ed è facile andare a vedere a cosa corrispondono la
derivazione 12 e la derivazione 13:la derivazione 12 rappresenta la ddp fra l’elettrodo 2 e
l’elettrodo 3, mentre la 13 rappresenta la ddp fra l’elettrodo 3 e il 4. Quindi questa attività
lenta è presente grossolanamente a livello della parte posteriore del lobo frontale sinistro
e della parte anteriore del lobo temporale sinistro.
Giusto un altro esempio, vi faccio vedere come invece si può presentare il tracciato
quando si ha una diffusa alterazione, quindi quando su tutto il cervello è presente
un’alterazione del ritmo EEG (per esempio un attacco epilettico, ma non è importante
sottolinearlo).
Quindi, in pratica è possibile localizzare in maniera dettagliata con l’EEG quali sono i
processi fisiologici, parafisiologici e patologici a livello di un determinato punto del lobo
cerebrale.
Ci rimangono ancora 10-15 minuti, e vi faccio vedere un attimo allora il sito, che però
non può ovviamente rimpiazzare la visione diretta di come si fa un EEG. Sul sito io vi
guido un attimo per farvi vedere come… Seguono attimi di panico: il computer non
funziona, il prof. comincia a sudare freddo…
Dopo 5 minuti:
Allora, dicevo che il sito lo raggiungete in questo modo: dovete andare su
[Link]/[Link]. L’EEG lo potete studiare lì (è piu’ che sufficiente
per l’esame). Quando arrivate lì, ci sono diverse cose: c’è anche il programma di
fisiologia clinica; voi andate direttamente sulle esercitazioni e vedete che ce ne sono
diverse. Vi ho detto che è un sito sperimentale, quindi vediamo come va quest’anno; i
primi ad usarlo siete voi. Ci sono diverse esercitazioni che devono essere ultimate, vedete
che ci sono: (elenca la serie di esercitazioni presenti nel sito). Voi andate
sull’elettroencefalografia: io la dico velocemente, poi esplorate voi, se avete dei problemi
ovviamente ce lo dite, anzi accettiamo tutte le critiche possibili. La parte di teoria la
potete anche studiare qui sopra (anzi qui c’è persino qualcosa in piu’ rispetto a quello che
abbiamo fatto). Ogni tanto c’è qualche domanda per vedere se avete capito.
Allora, qui invece c’è la parte pratica che dovrebbe essere quella sostitutiva
dell’esercitazione, cioè in pratica viene spiegato come si mettono gli elettrodi, che
significato ha modificare un segnale elettrico proveniente da una popolazione neuronale
etc…
E qua vedete quali sono i tracciati EEG, e qua la registrazione di un EEG, come si monta
un EEG, quali sono i diversi trucchi e sarebbe in altre parole quello che voi vedreste
stando in un laboratorio di neurofisiologia.
Poi, queste sono tutte le diverse fasi del montaggio, come vengono selezionate le diverse
onde, le diverse bande che si vogliono studiare-alfa, beta, gamma etc…
Qua invece vedete in pratica quello che io vi avevo disegnato per farvi vedere un po’ piu’
chiaramente le onde alfa, beta, teta e delta. Vedete che differenza enorme c’è tra le onde
alfa e le onde beta.
Quando si sta in un laboratorio di neurofisiologia clinica, la prima cosa importante che
dovete fare è distinguere un artefatto da un evento fisiologico reale: cioè quella che
potrebbe sembrare un’onda, per esempio una deflessione positiva o negativa potrebbe
essere semplicemente un artefatto da movimento piu’ rapido (??); e in questa parte vedete
come identificare i principali artefatti.
Allora, ultima parte importante: ci sono due simulazioni che servono per farvi interagire
con il computer. In una dovete identificare voi gli elettrodi e piazzare voi gli elettrodi e
l’altra invece è la risoluzione (in genere è quello che facciamo fare agli specializzandi) di
problemi tecnici: in pratica identificare quali sono gli artefatti, che tipi di artefatti sono.
E infine due ultimissime cose. Primo: test di autovalutazione, dove ci sono un po’ di
domande sull’ EEG, che poi vi possono capitare all’esame. Ci sono le risposte
ovviamente; potete vedere il voto che avete preso, etc.
E poi ci sono dei link, alcuni in italiano, altri in inglese in cui ci sono esercitazioni simili
(meno belle di questa devo dire) per quanto riguarda l’EEG.
Buon lavoro a tutti.
Ditemi in coro: “CHE BEL SITO CHE È QUESTO!!”
12 gennaio 2004
POTENZIALI EVOCATI
POT UDITIVO
Ecco una situazione normale. Per evitare complicazioni è stato ridotto a N0, N1 etc. in
realtà è molto complesso, è un concetto fisiologico importante. Ci sono tante componenti.
Ognuna delle onde ha una latenza; ci sono onde a lat breve, media, lunga.
Esempio: se si è in presenza di una lesione ( ependimoma midollare) si avrà la presenza
o l’assenza di certe onde. La lesione in qualche modo interrompe il passaggio delle
informazioni uditive. Qui l’orecchio dx, il sx, in rosso quello patologico, in blu il normale. Il
potenziale è presente fino alla componente 2, dopodiché è piatto. Qui ancora c’è fino alla
componente 3, poi è piatto.
Il concetto importante è che quando registriamo attività elettrica cerebrale allo scalpo, pot
ev, noi registriamo prevalentemente l’attività della corteccia cerebrale, ma gli elettrodi
sono in grado di rilevare anche attività sottocorticale. Quello che vediamo in un tracciato
EEG, nei pot ev, deriva da una somma del sottocorticale più gli eventi corticali. Nel pot
acustico si vede molto bene. Se voi date uno stimolo acustico, fate indossare al sogg una
cffia e presentate lo stimolo acustico, a un orecchio o entrambi, e registrate a livello del
lobo temporale superiore, aree uditive primarie, cosa succede? Componente1 dopo 2
msec, la 2 dopo tre etc.
Fino ad una componente 7 che compare dopo 9-10 millisec.
Ognuna di queste componenti, e questo non vale solo per i potenziali uditivi, sono
l’attivazione di diverse stazioni sinaptiche.
GIRA LA CASSETTA
È dovuta all’attivazione dell’organo del Corti, la componente due è dovuta all’attivazione
del nervo acustico, la tre del nucleo cocleare…la sei il CGM, sette, attivazione aree uditive
primarie. Questo è un concetto importantissimo.
In altre parole, quando noi diamo un click acustico i segnali bioelettrici, cioè le informazioni
uditive, dopo due e tre millisecondi [giungono] al nucleo cocleare, poi all’oliva superiore, al
lemnisco laterale, al CGM, alla corteccia uditiva.
Quando si registra l’EEG come in questo caso abbiamo sia le componenti corticali che
quelle sottocorticali. Dal punto di vista clinico applicativo è molto importante. Vi faccio due
esempi.
È importante perché se abbiamo un blocco delle informazioni uditive a livello del lemnisco
laterale, p.e. c’è un tumore che comprime o lede il lemnisco, l’informazione uditiva si
ferma qua. Nel pot. Evocato uditivo avremo solo 1,2,3.
Allora in base solo a questa informazione potremo dire che c’è qualcosa che non va di
qua in poi, mentre in giù è tutto normale. Se invece vediamo che un soggetto presenta le
componenti fino alla 6, fino al CGM è tutto normale. Vece c’è qualcosa che non va o nella
corteccia uditiva primaria o nella proiezione che arriva al CGM. Quindi grazie a ogni onda
del potenziale evocato (uno qualsiasi) è possibile risalire alla localizzazione precisa del
danno, guardando quali onde sono presenti o assenti.
Abbiamo una situazione simile ma diversa. Si stimola una parte diversa, l’arto inferiore,
p.e., il nervo tibiale posteriore. Oppure si stimola il nervo mediano qua al polso. Vedete
che i potenziali evocati somato sensoriali presentano fondamentalmente 2 componenti e 2
onde che sono una la P16 (deflessione positiva con latenza 16 millisecondi) e una
deflessione negativa, N20, con una latenza di 20 msec. La P16 è ancora circa a livello
talamico, attivazione a livello talamico, arriva l’informazione. La N20 invece rappresenta
l’attivazione a livello della corteccia somatosensoriale, il giro postcentrale. Esempio, in
questo caso emorragia a livello talamico: infatti l’informazione somatosensoriale si ferma a
P16. infatti la P16 c’è mentre scompare la N20, vuol dire che l’informazione
somatosensoriale si ferma. Al giro postcentrale non arriva. Quindi in pratica questo
avviene nel sistema somatosensoriale. In questo sistema le cose cambiano leggermente:
infatti non stimoliamo sempre la stessa via come per i potenziali evocati volitivi ma a
seconda delle zone che stimoliamo: se stimoliamo l’arto inferiore le latenze saranno
maggiori che non se stimoliamo l’arto superiore. Vedete qua, p.e., questi sono i potenziali
evocati, ma l’importante è il concetto. I potenziali evocati dalla stimolazione del nervo
mediano sono in rosso. La stimolazione al polso produce una N20 per arrivare alla
corteccia. Se stimolate l’arto inferiore la N20 diventa praticamente una N35, la latenza è
maggiore perché stimolate una parte più distale. E in questo caso anche per quanto
riguarda il sistema somatosensoriale rispetto p.e. alla retina.
Allora anche in questo caso un paio di esempi che vi fanno vedere come scompare un
potenziale evocato somatosensoriale. È il caso di una lesione a livello del talamo.
Stimolazione del nervo mediano dx e sx. il nervo mediano dx è presente il potenziale
evocato N20; la stimolazione del sx invece resta qua e non produce nessun effetto, vuol
dire che si ha un’interruzione.
I potenziali evocati sensoriali che riguardano l’analisi delle vie sensitive.
Poi ci sono anche i potenziali evocati olfattivi, ma …….
Al contrario possiamo studiare i potenziali evocati motori per analizzare l’integrità del
sistema motorio. Il concetto è sempre lo stesso ma il sistema è opposto: registrazione
periferica e stimolazione centrale. Dopo o domani vi faccio vedere un filmino che vi fa
capire molto bene come viene fatto.
Questi sono i potenziali evocati motori; si studia la corteccia motoria (e ci sono vari
sistemi: stimolazione elettrica = metto elettrodi a livello del solco centrale: stimolazione
transcranica elettrica. Poi c’è il sistema magnetico transcranico). Comunque si stimola la
corteccia motoria e ovviamente si produrranno delle contrazioni a livello periferico.
Generalmente, vi ricordate dell’omunculus motorio, c’è una grossa rappresentazione dei
muscoli della mano lateralmente e una rappresentazione invece degli arti inferiormente
poi medialmente.
In altre parole, se si stimola qua vicino alla linea mediana avremo contrazionione degli arti
inferiori. Se stimolo più lateralmente avrò delle contrazioni principalmente sulla mano. P.e.
la stimolazione laterale produce i potenziali motori a livello dell’eminenza tenar p.e. il
pollice si muove e a livello del muscolo tibiale se si stimola la parte più mediale.
In senso centrifugo invece che centripeto rispetto a prima. Presenza di una risposta
muscolare -> se c’è un’interruzione a livello del midollo spinale scompare totalmente il
potenziale evocato.
Non studiamo solo la presenza o l’assenza del potenziale ma anche la latenza. Problemi a
livello del midollo spinale aumentano la latenza.
Potenziali evocati sensoriali da una parte e motori dall’altra. Vie centripete e centrifughe.
Esiste poi un’altra categoria di potenziali evocati e sono alcuni, facciamo un excursus
velocissimo.
C’è anche una serie di potenziali evocati, che però il termine è sbagliato, non si chiamano
potenziali evocati nello stretto senso della parola ma si chiamano potenziali correlati ad
evento, che generalmente vengono definiti ERP (potentials related events). Potenziali
correlati sono correlati ad una determinata funzione. Tutte le funzioni complesse, quelle
che vanno sotto il nome di funzioni superiori, come l’attenzione, l’aspettativa. E ce ne sono
diversi di questi ERP. Io ve ne dico solo 2 o 3. il primo va sotto il nome di P300; vi dico
subito che questi ERP non vengono utilizzati nella routine perché sono ancora a livello
sperimentale e servono per studiare soprattutto patologie mentali. Sono usate soprattutto
in ambito della psichiatria. La P300 è un ERP e si chiama P300. P è un’onda positiva che
ha una latenza di 300 msec. Allora la situazione è abbastanza complessa, potete capire.
La situazione tipica è questa qua: pigliate un soggetto e gli presentate uno stimolo,
generalmente funziona meglio con lo stimolo acustico. Lo stimolo è frequente, vuol dire
che lo stimolo p compare una volta al secondo, ha una certa frequenza. Allora il soggetto
sentirà pi, pi, pi, etc e sta lì a sentire questi pi che compaiono. Poi ogni tanto in mezzo a
questi pi che vengono presentati una volta al secondo viene presentato uno stimolo
“RARO” che deve essere differenziato da quello frequente. Ogni tanto, interpersi fra i pi, ci
mettiamo un “bop”. Il soggetto deve differenziare pi, pi, pi, bop, pi , pi. Senza che il
soggetto sappia quando compare bop. Ogni 4, ogni 10 secondi, chi lo sa. Se al soggetto
non viene detto niente di particolare, cioè il soggetto sente e basta, cosa comparirà? Dei
potenziali evocati che qui ho semplificato A1, B2.
Ora al soggetto devo dare un’istruzione verbale molto semplice per cambiare le cose dal
punto di vista EEG, per far comparire la P300. Al soggetto viene detto di fare attenzione ai
“bop” -> glieli faccio contare. Alla fine di tot minuti devi dirmi quanti bop hai sentito. Questo
è sufficiente. In questo caso vedete che ai pi non viene prestata attenzione -> c’è
comparsa del solito potenziale evocato, mentre ai bop compare la P3 che vuol dire P300,
una grossa deflessione positiva con una latenza di 300 millisecondi.
Questa P300 è studiatissima perché è strettamente correlata e compare solo in situazioni
come quella descritta ora, quindi P300 è un ERP, prestare attenzione, una funzione
particolarmente complessa del SNC.
Vi dicevo che non sono di routine ma si sta cercando di vedere se c’è correlazione tra
P300 e certe malattie mentali. Si ha la scomparsa di P300 o molto ridotta in schizofrenia e
nei bambini autistici.
Secondo esempio: CNV = vuol dire variazione contingente negativa. Anche in questo
caso è un ERP perché è necessaria una situazione particolarmente complessa per
evocarlo.
Se non diamo uno stimolo acustico al soggetto, un “click”, ho questo. Se diamo dei flash
registriamo potenziale visivo. Se diamo prima un click e poi un flash registreremo prima un
potenziale evocato acustico e poi uno visivo. Se invece diciamo al soggetto che il click è
un segnale di avvertimentoe che dopo un tempo indefinito compariranno dei flash luminosi
e il soggetto ha in mano un pulsante e deve premere il più in fretta possibile il pulsante per
spegnere i flash luminosi, fra la presenza dei click e l’accensione dei flash luminosi
compare il CNV, cioè quella variazione contingente negativa, una grossa deflessione
contingente negativa che dura tutto il tempo che il soggetto aspetta. Variazione
contingente negativa; quando compare il flash ed il soggetto preme il pulsante la CNV
scompare del tutto. Quindi questa CNV è qui correlata all’aspettativa. Anche in questo
caso questo non è routine ma a livello sperimentale e si è visto che popolazioni
psichiatriche p.e. gli schizofrenici e gli autistici hanno una totale assenza del CNV o una
grossa riduzione. È possibile con l’elettrofisiologia applicata capire e studiare certe
funzioni superiori.
L’ultimo esempio è il potenziale premotorio, un ERP. Vi rinfresco le idee. Un potenziale
premotorio è la comparsa di un potenziale circa 1 secondo (800 msec) prima che il
soggetto effettui un movimento. Io in pratica per fare questo movimento di flessione della
mano, a livello cerebrale circa 1 secondo, o meglio 800 msec, prima che io faccia
effettivamente il movimento compare qualcosa a livello cerebrale e questo potenziale
premotorio è particolarmente evidente alla registrazione al vertex, l’area supplementare
motoria, implicata nell’ideazione e nella programmazione del movimento. Quindi questa
flessione della mia mano è programmata circa 800 millisecondi prima.
La grossa distinzione tra un potenziale evocato e un potenziale correlato ed evento è che
il primo è un potenziale evocato con uno stimolo sensoriale o dalla corteccia motoria per
quanto riguarda i potenziali motori. Gli ERP invece compaiono in seguito a delle attività
mentali complesse.
Esempio pratico che facevano nelle esercitazioni di neurologia pratica.
L’applicazione dei potenziali evocati serve a valutare l’integrità di una via nervosa. Queste
risposte evocate sono anche importantissime per localizzare le strutture nervose.
Se voi vedete un cervello dal vivo è come un budino
FINE CASSETTA
E’ importante non andare a ledere le colonne dorsali di destra o di sinistra: l’incisione va effettuata
esattamente sulla linea mediana. Per individuare la linea mediana la metodologia utilizzata si basa
sulla definizione delle aree corrispondenti alle colonne dorsali 1 grazie all’utilizzo di una placca di
elettrodi ( 8) applicata sulla superficie del midollo spinale, di cui si è in grado di visualizzare le
registrazioni .
Alla stimolazione di un nervo - es nervo tibiale sinistro- si visualizzeranno risposte di diversa entità dai
diversi elettrodi - da 1 a 4-, procedendo dal laterale al mediale- ; tali risposte -potenziali evocati-
saranno via via maggiori per gli elettrodi posti via via più vicini alle colonne dorsali, e massime per
l’elettrodo ( n. 4 ) posizionato precisamente su queste ultime. Ripetendo la stessa stimolazione
sull’arto destro, sarà possibile individuare allo stesso modo la colonna dosale di sinistra –massima
risposta registrata dall’elettrodo 5 -. Una conferma viene ottenuta con la controprova della
stimolazione contemporanea dei due arti inferiori.
In tal modo sarà quindi possibile individuare la linea mediana come lo spazio compreso tra i due
elettrodi ( 4 e 5 ) che registrano potenziali evocati di massima intensità. Tale spazio sarà quindi
aggredibile chirurgicamente senza il rischio di danni alle vie sensitive. Il monitoraggio dei potenziali
evocati prosegue per la durata dell’intervento, in modo da rendere possibile un controllo sulla effettiva
innocuità dell’operazione ( le registrazioni dei potenziali evocati non dovranno variare).
Es 2 Alcune strutture del SNC si identificano in base a determinate risposte di singoli neuroni .
Volendo posizionare un elettrodo in un determinata area ( nucleo subtalamico) si può sfruttare il fatto
che i neuroni di questa area siano in grado di rispondere ad uno specifico movimento ( movimenti di
flesso estensione del polso) 2 .
Al paziente con elettrodo in profondità sotto il talamo viene chiesto di muovere il polso. Se l’elettrodo è
correttamente posizionato nel nucleo subtalamico, quando il soggetto è a riposo, i potenziali d’azione
sono estremamente ridotti, mentre durante i movimento si hanno scariche di potenziali d’azione da
parte dei neuroni del nucleo stesso. Poiché questo tipo di scarica in risposta a questo specifico
movimento è tipico dei neuroni del nucleo subtalamico, si può essere sicuri di aver posizionato
l’elettrodo nella corretta area.
1
Le colonne dorsali contengono vie ascendenti di sensibilità lungo le quali viaggiano la maggior parte delle
informazioni sensitive ( fascicolo gracile e fascicolo cuneato)
2
Si tratta quindi di “potenziali evocati” di tipo particolare, essendo appunto risposte di singoli neuroni più che
potenziali di campo.
TECNICHE DI BIOIMMAGINE
Consentono nel complesso di visualizzare il SNC. Le ultime due hanno permesso di studiare le funzioni
complesse e superiori del SNC, e la loro localizzazione in strutture precise, mentre angiografia e TAC sono a
carattere più strettamente clinico e diagnostico.
TAC
PET
La PET non fornisce però immagini morfologiche di alcun tipo , ma esclusivamente una serie di “macchie di
colore” corrispondenti alle aree che hanno aumentato ( o diminuito ) la loro attività. Per una lettura efficace è
quindi indispensabile sovrapporre una immagine PET ad una immagine anatomica ottenuta con la TAC, così
da poter attribuire a strutture anatomiche note l’incremento o il decremento della attività neuronale.
Si possono creare così patterns di attività neuronale in condizioni diverse ( veglia rilassata/ stimolazione
visiva/ stimolazione acustica/ ricordo/ movimento….) .
Es pattern ottenuto con PET in condizione di veglia rilassata ( serie di immagini di sezioni trasversali di
encefalo in direzione cefalo-caudale) . Si evidenziano aree di iper- ( in rosso) e di ipo- attività
neuronale ( in verde). In queste condizioni si evidenzia una maggiore attività dei lobi frontali e
prefrontali ( tipicamente associati con le funzioni complesse).
Un EEC evidenzia nella stessa situazione una maggiore attività beta nelle stesse aree, mentre nelle
aree posteriori si rilevano generalmente onde alfa. La PET dà ora ragione di questo, con una
aumentata attività neuronale dei lobi frontali e prefrontali.
Es pattern ottenuto con stimolazione acustica semplice e con ascolto di un racconto accompagnato da
richiesta di memorizzare frasi specifiche
Nel secondo caso vengono attivate oltre alle aree acustiche temporali, anche le aree corrispondenti
all’ippocampo ( correlato con la funzione della memoria)
La PET può poi essere utilizzata per la identificazione della distribuzione di diversi recettori per determinati
neurotrasmettitori nell’uomo in vivo, conoscenza fondamentale per il disegno, ad esempio, di nuovi farmaci.
In questo ambito, si sfrutta la possibilità di disegnare e sintetizzare molecole agoniste del neurotrasmettitore in
studio che contengano un isotopo radioattivo ( es il metilspiperone porta un C11 o altro isotopo radioattivo ed
è un agonista della dopamina). Iniettata in circolo, tale molecola andrà a legarsi ai suoi recettori specifici in
specifiche aree cerebrali, che saranno evidenziati dalla PET come aree di maggior emissione di raggi gamma.
Si andranno ad evidenziare in questo modo, ad es con il metilspiperone, le aree cerebrali dopamino-sensibili.
Principio di funzionamento basato sulla possibilità di rilevare la attività ( intesa come frequenza emessa) degli
ioni idrogeno ( o altri ion 3 i) fisiologicamente presenti nel nostro organismo – in generale, è l’idrogeno lo ione
più utilizzato, in quanto ubiquitario nell’organismo-. Come tale non è considerata invasiva, non coinvolge
nessuna radiazione esterna e potenzialmente dannosa.
Lo spin degli ioni è casuale; applicando un campo magnetico molto forte è possibile orientare ordinatamente
nella stessa direzione gli spin di tutti gli ioni, nel senso del campo magnetico stesso. Una volta applicato il
campo e ordinati gli spin, si fornisce un segnale di disturbo che risparpagliano tutti gli atomi di
[Link] il segnale di disturbo, gli spin tenderanno a riportarsi in configurazione ordinata: il tempo
che intercorre tra l’interruzione del segnale di disturbo e il ripristino di una situazione “ordinata” ( condizione di
risonanza) è il fattore discriminante per la NMR i cui macchinari registrano ed elaborano la frequenza di
risonanza ( diversa da tessuto a tessuto) e il tempo di latenza. Tempo e latenza sono le informazioni
fondamentali elaborate da una NMR per ottenere una immagine di risonanza.
L’indagine è definita “ad alta risoluzione” in quanto possono venire utilizzati più campi magnetici di intensità
diversa, ordinati per intensità, ognuno dei quali darà una risonanza diversa dalla stessa zona. Con un
continuum di campi magnetici ordinati, i diversi tessuti possono inviare una quantità pressoché infinita di
segnali di risonanza, che poi, confrontati tra loro, daranno una immagine ad altissima risoluzione.
14 gennaio
Lo sparpagliamento degli spin può essere anche ottenuto in maniera non casuale, ma controllata. Ad esempio
è possibile ottenere, con una perturbazione perpendicolare al campo magnetico, un ordinamento degli spin
perpendicolare al precedente. Interrotta la perturbazione, il ritorno degli spin nella posizione ordinata indotta
dalla presenza del campo magnetico avverrà in due fasi la prima trasversale ( che da origine ad un segnale
detto T1) e la seconda lungo l’asse longitudinale (segnale T2). 4 Le rilevazioni ottenute vengono trasformate
in una immagine di qualche migliaio di punti spaziali ( da cui l’alta risoluzione).
La NMR consente di effettuare tanto analisi statiche che analisi funzionali e dinamiche.
Può essere utilizzata come tecnica statica in quanto in grado di discriminare i diversi tessuti sfruttando le loro
diverse responsività all’applicazione del campo magnetico 5 .
Può essere utilizzata per indagini funzionali ad esempio
- attraverso l’iniezione nelle vie ematiche di una sostanza dalle proprietà paramagnetiche ( che sia in
grado cioè di modificare e distorcere il segnale del campo magnetico applicato). Poiché, come già
detto, esiste una correlazione strettissima tra attività neuronale e flusso ematico regionale
(aumentando l’attività di una popolazione di cellule, aumenta necessariamente l’apporto ematico in
quella regione, per garantire un supporto metabolico sufficiente ), si avrà un assorbimento di questa
sostanza molto maggiore nella zona del cervello metabolicamente più attiva, con conseguente
rilevante modificazione delle caratteristiche dell’emissione elettromagnetiche ( risonanza) dalla
stessa zona. Tale modificazione risulterà rilevabile nella immagine di risonanza, rendendo possibile
l’individuazione dell’area attivata nel confronto con aree e strutture vicine che non hanno invece
3
Generalmente vengono utilizzati ioni idrogeno, ma altri ioni possono essere impiegati in funzioni delle finalità
dell’esame
4
T1 e T2 = precessione libera, o tempo di rilassamento
5
In tessuti diversi, come già ricordato, sono diversi tanto la frequenza di risonanza che la durata del tempo di
rilassamento
modificato la loro attività di base – e la cui risposta al campo magnetico non è variata per la mancata
interferenza della sostanza paramagnetica.
-sullo stessi principio si basa anche il funzionamento della BOLD, che risulta essere una tecnica
assolutamente non invasiva in quanto sfrutta come sostanza paramagnetica per le rilevazioni, la
desossiemoglobina, fisiologicamente presente nel nostro organismo.
La BOLD prevede il calcolo stimato del contenuto di desossiemoglobina nel distretto arterioso
deputato alla irrorazione di una determinata area e nel distretto venoso drenante la stessa area. La
differenza tra i due dati fornisce una stima del livello di attività metabolica del distretto considerato;
sfruttando ancora una volta la correlazione tra attività neuronale e flusso ematico regionale , si può
ottenere una immagine che evidenzi le strutture e le aree attive nel processo in studio
16 gennaio 2004 prof. Benedetti
L’elettroencefalografia è una tecnica in neurofisiologia che serve per rilevare non i potenziali
elettrici come fa l’elettroencefalogramma ma i campi magnetici.
Ci sono delle cariche elettriche che si muovono, che sono gli ioni, che si muovono avanti e indietro
lungo tutto il sistema nervoso centrale, e qualsiasi carica elettrica che si muove genera un campo
magnetico.
C’è uno strumento capace di rilevare i campi magnetici invece di quelli elettrici; è una struttura
molto complicata che non vi faccio vedere, e anche molto costosa perché ha un superconduttore che
deve essere raffreddato…?
Il vantaggio della elettroencefalografia è che si può fare una localizzazione precisissima di dov’è la
sorgente elettrica, cosa che invece non si può fare con l’elettroencefalogramma.
Questi sono campi magnetici e l’unità di misura è il Tesla.
L’unico e grosso vantaggio della elettroencefalografia è che si può localizzare dove avviene il
campo elettrico.
(descrive una figura)
Il ciclo sonno-veglia
Il ciclo sonno-veglia è una funzione presente dagli animali inferiori fino all’uomo. E’ un tipico ciclo
o ritmo cosiddetto circadiano. Cosa vuol dire ritmo circadiano? Circadiano, lo dice lo stesso nome,
cioè un ciclo o un ritmo che si ripete nell’ambito del giorno, nell’ambito della giornata, nel giro di
circa 24 ore. Tra le funzioni biologiche della specie umana ma non solo della specie umana, di cicli
biologici ce ne sono tantissimi, questo è un esempio, quando faremo per esempio la secrezione di
determinati ormoni come ad esempio il cortisolo, i glucocorticoidi scopriremo che anche questi
sono sottoposti a dei cicli, a dei ritmi circadiani: vengono secreti in un certo modo la mattina ecc..
Non ci sono solo cicli circadiani, ci sono anche dei cicli mensili. Il ciclo mensile è il tipico ciclo
della donna, il ciclo ovario, il ciclo mestruale. E vi dirò di più, ci sono anche dei cicli, dei ritmi
annuali che si dice circannuali, che però non sono presenti, almeno per quanto si sa, nella specie
umana ma sono presenti ad esempio negli uccelli. Gli uccelli migratori ad esempio hanno un ciclo
circannuale.
Il ciclo sonno-veglia è un ciclo giornaliero ed è caratterizzato dal fatto che noi in certe condizioni
siamo attivi, in certe condizioni abbiamo un certo stato di coscienza, quello che abbiamo
denominato veglia attiva o veglia rilassata. La veglia rilassata non è, sia ben chiaro, uno stato di
sonno ma uno stato di veglia. La veglia viene alternata giornalmente con il sonno.
Questo ciclo (svegliarsi-addormentarsi, svegliarsi-addormentarsi) dipende fondamentalmente da
due fattori:
I° - che noi siamo sincronizzati in qualche modo con l’alternarsi del giorno e della notte, quindi con
l’alternarsi della luce e del buio, poi vedremo le strutture nervose che permettono questa
sincronizzazione.
II°- il secondo meccanismo è invece un meccanismo interno , cioè un orologio biologico che noi
abbiamo, che risiede in una determinata struttura che poi vedremo qual è, che però non corrisponde
a 24 ore, corrisponde a un pochino di più, c’è una variabilità fra diversi soggetti: alcuni hanno un
orologio biologico interno che è di circa 25 ore, altri di 26 ore, 27 ore fino a circa 28 ore. Quindi
diciamo che questo orologio biologico interno varia da circa 25 ore a circa 27 ore molto
grossolanamente. Quindi vuol dire che questo orologio biologico interno che abbiamo, se fossimo
completamente isolati dall’alternarsi del giorno e della notte, durerebbe circa 25/27 ore, provare per
credere. Sono stati fatti diversi esperimenti che tutti voi conoscete perché se n’è parlato tantissimo,
ho visto che fanno molto colpo, in cui si è isolato per esempio in grotte completamente isolate
dall’alternarsi del giorno e della notte. Se Voi vi isolate per un certo periodo di tempo, settimane,
mesi fino a 7/8 mesi , l’orologio biologico interno ovviamente si sfasa con le 24 ore , si sfasa con il
giorno e la notte proprio per questo motivo, perché non corrisponde a 24 ore ma circa a 25/27 ore,
quindi chi è isolato ha un giorno interno un po’ più lungo del giorno astronomico. Per questo
motivo succede quello che vedete sulla figura tipica che trovate su tutti i libri.
[e illustra la figura ] se noi siamo isolati dell’ambiente esterno, dal buio e dalla luce consideriamo il
giorno un pochino più lungo, per cui in pratica chi si isola per circa 7 mesi è convinto che ne siano
passati solo 4 per esempio.
Quindi questo cosa ci dice? Ci dice quello che vi ho detto prima, che il ciclo sonno/veglia dipende
da questi 2 fattori: orologio interno ma anche sincronismo con l’esterno, cioè l’alternarsi del buio
con la luce. Quindi il sincronismo esterno è un ciclo biologico che possiamo definire culturale, nel
senso che noi non ci addormentiamo fondamentalmente quando abbiamo sonno, ma culturalmente.
Per esempio sicuramente tutti voi avete sonno a quest’ora ma non vi addormentate perché siete qui.
Quindi questo ciclo ci permette di sincronizzarci con l’esterno.
Quindi questi sono i 2 fattori fondamentali, vedrete che ci sono delle strutture nervose responsabili
di questi fattori. L’altro esempio, adesso mi viene in mente, oltre a quello dell’isolamento, è quello
degli astronauti che girano in orbita. Anche in questo caso c’è uno sfasamento con il giorno e la
notte per quanto riguarda il ciclo sonno/veglia.
Allora vediamo un po’ dal punto di vista generale, poi andiamo a vedere un po’ in dettaglio. Allora
sicuramente c’è una costante per le caratteristiche del ciclo sonno/veglia e la costante è che tutte
queste caratteristiche si modificano con l’età, quindi quando noi parliamo del ciclo sonno/veglia
dobbiamo considerare l’età del soggetto che stiamo analizzando. Lo si vede particolarmente per 3
parametri: allora il primo parametro è la durata totale del sonno, il secondo parametro è la quantità
di sonno rem (fase onirica) , il terzo parametro è lo stadio 4 del sonno ( sonno profondo).
Allora, durata totale. Vedete che la durata totale del sonno diminuisce drasticamente già nei primi
20 anni, si ha una caduta brusca di sonno dai primi anni di vita fino circa a 20 anni dopo di che la
durata totale del sonno tutto sommato (poi potete immaginare come ci sia una grossa variabilità
individuale, gran parte di questa variabilità individuale è culturale, cioè dipende da quello che si fa )
si mantiene pressoché costante. Quello che si modifica in tarda età sono altri parametri, soprattutto
la fase rem, cioè la fase onirica, cioè quanto sogniamo. Vedete che si ha un’alta percentuale della
fase rem (della parte che corrisponde ai sogni) nei primi anni di vita che poi diminuisce circa
intorno ai 15/20 anni, poi si mantiene costante e poi si ha un brusco decremento nelle fasi più
tardive della vita, quindi intorno ai 70-75 anni in poi.
L’ultimo parametro è poi lo stadio 4 del sonno, cioè lo stadio profondo del sonno. Quanto tempo
passiamo nello stato di sonno profondo? Anche qua vedete che c’è una grossa riduzione e con
l’andare dell’età quello che si modifica soprattutto non è tanto la durata totale del sonno, quanto la
durata specifica del sonno profondo (stadio 4). Vedete che si passa da una grande quantità di sonno
profondo nei primi anni della vita fino ad arrivare ad una piccolissima quantità negli stadi più
tardivi, a 70-80 anni. Anche qua esiste una grossa variabilità individuale, quella illustrata nel
grafico è una media generale della popolazione.
Quindi quando si parla di sonno è importante considerare l’età perché la situazione cambia
drasticamente soprattutto per certi parametri.
Dal punto di vista elettroencefalografico è possibile suddividere il sonno in diversi stadi. Ci sono
diversi stadi del sonno, ogni stadio è caratterizzato da qualcosa di particolare. In linea di massima
dal punto di vista elettroencefalografico è possibile individuare quattro stadi del sonno (che sono
anche stadi comportamentali): stadio 1, stadio 2, stadio 3, stadio 4. E poi è possibile descrivere, se
proprio si vuole essere pignoli, una fase dell’addormentamento.
Allora, stato di veglia. Lo stato di veglia dal punto di vista elettroencefalografico, è caratterizzato
da un’alternanza di onde alfa e onde beta: onde alfa caratteristica della veglia rilassata e onde beta
caratteristica della veglia attiva. Allora, se voi foste un esperto di elettroencefalografia potreste dire
con precisione quando il soggetto si sta addormentando perché la prima caratteristica fondamentale
della fase di addormentamento è la comparsa sul tracciato elettroencefalografico di onde teta che
hanno una frequenza inferiore rispetto a quella delle onde alfa (circa 8/12 Hz) di circa 5/6/7 Hz.
Quindi quando cominciano a comparire le onde teta, quindi più lente, si dice che il soggetto si sta
addormentando; infatti è tipico di chi deve fare degli elettroencefalogrammi particolarmente lunghi
quindi in stato di veglia rilassata, potete immaginare, il soggetto è steso sul lettino, con gli occhi
chiusi, in ambiente rilassato quindi ci si addormenta abbastanza facilmente; allora quando sui
tracciati cominciano a comparire queste onde teta, questo è il primo segno per dire di svegliarsi.
Quindi il primo dato caratteristico è la comparsa di onde più lente, si dice che il tracciato
elettroencefalografico rallenta.
Quindi, riassumendo, la fase di addormentamento è caratterizzata dalla presenza principale di onde
alfa ( la veglia rilassata) però cominciano a comparire ogni tanto, qua e là delle onde teta, delle
scariche di onde teta.
Fase 1 o stadio 1.- La caratteristica fondamentale dello stadio 1 è che si ha la prevalenza delle onde
teta, di questo ritmo più lento. Nella fase precedente c’erano solo delle scariche di onde teta che poi
ogni tanto scompaiono, qua invece nella fase 1 si ha la prevalenza delle onde teta. Quindi quando
nel tracciato elettroencefalografico prevalgono le onde teta si dice che il soggetto è nello stadio 1.
Lo stadio 1 è il tipico stadio di sonno leggero; dal punto di vista comportamentale è caratterizzato
dal fatto che qualsiasi stimolo sensoriale è in grado di svegliare l’individuo ( ad esempio se si
accende la luce, se si battono le mani, se cade una penna per terra , se lo si tocca).
Poi si passa allo stadio 2; lo stadio 2 è caratterizzato dal fatto che su questo tracciato cominciano a
comparire delle onde di due tipi: una si chiama complesso K (e ce ne sono diversi di complessi K) e
gli altri invece vengono definiti fusi beta (da non confondere con le onde beta caratteristiche della
veglia attiva). I fusi beta sono molto più ampi delle onde beta, hanno frequenza di 12-14 Hz circa.
La presenza di fusi beta e di complessi K rappresenta in pratica l’entrata nella fase 2 del sonno.
Da cosa è caratterizzato lo stadio 2 del sonno? Lo stadio 2 è caratterizzato dal fatto che, mentre
nello stadio 1 qualsiasi stimolo sensoriale è in grado di risvegliare il soggetto, ora lo stimolo
sensoriale riesce a svegliare il soggetto solo se lo stimolo sensoriale ha un significato per il soggetto
stesso. Mi spiego meglio.
Passo velocemente sui fusi beta perché non si capisce bene a cosa servano. Sembrano associati per
esempio a delle contrazioni muscolari delle estremità, ma non è sicuro; d’altronde questo si vede
bene soprattutto negli animali, per esempio il cane muove le zampe, e questa contrazione delle
estremità sembra essere associata ai fusi beta e dico sembra perché non è sicuro. Si conosce invece
il significato dei complessi K; i complessi K sono un meccanismo che possiamo definire di difesa
dal risveglio nel momento in cui lo stimolo sensoriale non ha un significato per il soggetto. Faccio
un esempio. Cosa vuol dire significato di uno stimolo sensoriale? Io qui in genere faccio sempre un
esempio banale che fa capire molto bene cosa intendo dire. E’ l’esempio dello stimolo sensoriale
forte come il tuono è lo stimolo invece debole del bambino che piange nell’altra stanza. Bene, dal
punto di vista dell’intensità è molto più forte il tuono rispetto al bambino che piange, però la
mamma che si deve alzare per allattare il bambino e quindi ha necessità di percepire un pianto
anche molto debole, se avverte il tuono del temporale non si sveglia e al posto del risveglio compare
un complesso K. Quindi se lo stimolo sensoriale non ha nessuno significato per l’individuo, il
soggetto non si sveglia e al posto del risveglio compare il complesso K. Se invece lo stimolo
sensoriale come il pianto del bambino è molto meno intenso ma ha un significato molto importante,
il complesso K non compare e l’individuo si sveglia. Quindi si dice che i complessi K sono un
meccanismo, la cui base neurofisiologica non si conosce esattamente, che però si dice
rappresentano un meccanismo di difesa dal risveglio. Questo dal punto di vista evoluzionistico è
importantissimo, voi provate a immaginare un animale che non si sveglia quando c’è un forte
temporale nella savana ad esempio, mentre è sufficiente un fruscio d’erba per farlo svegliare.
Quindi stadio 1 e 2 sono ancora stadi di sonno leggero, si dice invece che stadio 3 e 4 sono stadi di
sonno profondo.
Allora nello stadio 3, cosa succede nello stadio 3? Il soggetto entra nello stadio 3 quando, dal punto
di vista elettroencefalografico, insieme alle onde teta cominciano a comparire delle onde delta, delle
onde ancora più lente, quindi si dice che il tracciato elettroencefalografico rallenta ulteriormente.
Nello stadio 4 il tracciato elettroencefalografico rallenta ancora e praticamente tutta l’attività teta
viene sostituita dall’attività delta. Quindi il tracciato dell’elettroencefalografico nello stadio 4 è un
tracciato lentissimo con ampie onde, lente, con una frequenza di mezzo Hz, 1 Hz, 2 Hz. Sia lo
stadio 3 che lo stadio 4 rappresentano una condizione di sonno profondo, non ci sono grandi
differenze comportamentali, e in genere nessuno stimolo sensoriale è in grado di svegliare il
soggetto. Forse in qualche caso solo uno stimolo nocicettivo (uno stimolo dolorifico) è in grado di
svegliare il soggetto nello stadio 3 o nello stadio 4. Quindi ovviamente nel caso dell’allattamento
del bambino, la mamma ,che si deve svegliare a seconda se sente piangere oppure no, si ferma
sempre allo stadio 2 e non entra mai nello stadio 3 e nello stadio 4. La caratteristica fondamentale
dello stadio 3 e dello stadio 4 è questa quindi: di essere resistente al risveglio in seguito a stimolo
sensoriale. Se voi svegliate il soggetto mentre è in fase 3 o 4 ( con un pizzicotto oppure buttandolo
giù dal letto, anche se ci sono certi individui che continuano a dormire anche se buttati giù dal letto
se si trovano nella fase 4) e gli si chiede se stava sognando, se si ricorda qualcosa, molto raramente
riferisce che stava sognando qualcosa e comunque lo ricorda in maniera confusa, a volte non riesce
neppure a ricordare se stava sognando. Perché vi dico questo? Perché in altri casi invece la
situazione è molto diversa. Quindi nello stadio 3 e nello stadio 4 è possibile che il soggetto riferisca
che stava sognando, però i ricordi sono molto confusi.
Poi ad un certo momento succede qualcosa di paradossale, è il motivo per cui questa parte che ora
andiamo ad esaminare viene definita di sonno paradosso. Perchè? Del perché ve ne renderete conto
osservando il tracciato elettroencefalografico. Ad un certo momento il tracciato acquista le
caratteristiche della veglia attiva, cioè compare il ritmo beta, compaiono le onde beta. Per questo
motivo questa fase viene definita di sonno paradosso, oppure fase di sonno desincronizzato, vi
ricordate che quando abbiamo trattato dell’elettroencefalogramma, abbiamo definito il ritmo beta
come tracciato desincronizzato per distinguerlo dal ritmo alfa. Però la caratteristica fondamentale
dal punto di vista comportamentale è che, per capire se il soggetto si trova in questa fase di sonno
paradosso, è sufficiente guardare le palpebre, quindi anche se ha gli occhi chiusi, e si vede molto
bene che muove gli occhi velocemente, a destra e a sinistra, in alto e in basso. Quindi per questo
motivo questa fase è stata definita fase rem; rem che vuol dire dall’inglese Rapid Eye Movement :
movimenti rapidi degli occhi. Quindi questa è la caratteristica fondamentale: questo movimento
velocissimo dei bulbi oculari, facilmente visibile sotto le palpebre, ha dato il nome alla fase rem.
Quindi il sonno rem è caratterizzato dal movimento rapido degli occhi, da un tracciato
desincronizzato di tipo beta e quindi viene definito sonno paradosso. Le fasi che abbiamo visto fin
ora, cioè le fasi 1, 2, 3, 4 sono definite fasi di sonno non rem, cioè il sonno non rem è tutto quello
che non è sonno rem. La caratteristica fondamentale della fase rem è che se voi svegliate il soggetto
praticamente nel 95 % dei casi ricorda perfettamente ciò che stava sognando, si ricorda esattamente
quello che stava facendo nel sogno, si ricorda esattamente il contenuto del sogno, riferisce dettagli
particolari che invece non vengono riferiti per esempio quando il soggetto viene svegliato negli
stadi 3 e 4. Per questo motivo e semplicemente per questo motivo, si dice che il sonno rem riguarda
la fase onirica, cioè riguarda i sogni. Si dice che un soggetto nella fase rem sogna principalmente
per questo motivo, proprio perché il risveglio durante questa fase permette al soggetto di ricordare
benissimo qual era il sogno. Questo è il motivo per cui nell’esperienza di tutti i giorni a volte vi
svegliate e vi ricordate bene quello che stavate sognando e altre volte no, Perché? Perché quando vi
ricordate bene quello che stavate sognando è perché vi siete svegliati mentre eravate nella fase rem.
Esistono altre caratteristiche della fase rem, io ve ne dico solo due che sono importanti. Una è
quella dei rapidi movimenti degli occhi, ma non solo degli occhi, anche molto spesso della
estremità. La seconda caratteristica fondamentale della fase rem è che si ha una atonia muscolare
pressochè completa. Sarebbe meglio dire ipotonia, cioè si ha una diminuzione del tono muscolare,
però per alcuni soggetti la quasi totale assenza di tono muscolare è molto frequente. Questo si vede
molto bene nei gatti. Il gatto può dormire in due posizioni. Osta rannicchiato con la testa su perché
ha un tono muscolare perché un tono muscolare adeguato che gli permette di dormire in questa
posizione. Voi potete capire esattamente quando passa in fase rem: va in fase rem quando passa
nella posizione sdraiata, flaccida, proprio perchè la atonia muscolare non gli permette di dormire
con la testa su, dritta. Questo succede anche nell’uomo, ma si vede meno bene, è ovvio. Ci sono
altre risposte importantissime: per esempio nel maschio la fase rem è quasi sempre, 9 volte su 10
direi, associata con l’erezione del pene, è una risposta vegetativa costante, avviene nel 90-95 % dei
casi. Poi succedono altre cose ancora che adesso qua non facciamo in tempo a discutere.
Ora, è importantissimo però sottolineare come nel giro delle classiche 7-8 ore in cui dormiamo, per
esempio da mezzanotte alle 8 del mattino o dalle 11 alle 7 del mattino, è importante sottolineare che
non abbiamo solo il passaggio dalla fase 1 alla fase rem una sola volta, cioè non è che da
mezzanotte all’una siamo nella fase 1, dall’una alle due siamo nella fase 2, dalle 2 alle 4 nello stadio
tre ecc..Esiste una ciclicità nell’ambito di uno stesso sonno [e illustra uno schema]. Vedete che la
prima volta, quando ci addormentiamo, andiamo nello stadio 1, poi 2, nello stadio 3, nello stadio 4,
qua vedete il tracciato elettroencefalografico, dopodiché si ha una fase rem (questa qua in rosso) che
avviene attraverso in questo caso per esempio il passaggio dallo stadio 3 allo stadio 2 ecc..Poi si
ritorna al 2, al 3, al 4; poi di nuovo al 3, al 2, fase rem; poi di nuovo al 2..Vedete che mano a mano
che si procede vedete che le fasi di sonno profondo, gli stadi 4, sono vari. Praticamente nelle prime
ore del mattino, alle 5 del mattino, alle 6 del mattino siamo solo ed esclusivamente in fase di sonno
leggero, finchè poi ci si sveglia. Questo cosa vuol dire? Che nel giro di una notte, nelle 7-8 ore in
cui dormiamo, c’è un ciclo che si ripete circa 4-5 volte, circa. Comunque il concetto fondamentale è
che questi stadi si ripetono ciclicamente nel giro di una notte.
Allora, ovviamente la domanda che ci si fa, nella fisiologia è: quali sono le strutture cerebrali
responsabili di questo ciclo sonno-veglia? Ci sono strutture responsabili del sonno e strutture
responsabili della veglia? La risposta ovviamente è sì, ci sono, ora vedremo quali sono e come
funzionano.
Allora innanzi tutto premetto una cosa, che ci sono sostanzialmente due grosse teorie del ciclo
sonno-veglia, due grosse teorie del sonno. La prima teoria viene definita teoria passiva del sonno,
vuol dire che il sonno viene visto come un fenomeno passivo, adesso vi spiego cosa voglio dire. La
seconda invece viene definita come teoria attiva del sonno, cioè il sonno viene definito come
fenomeno attivo. Cosa vuol dire che il sonno viene visto come passivo (la teoria passiva del sonno)?
Vuol dire semplicemente che il sonno viene considerato come uno stato di fatica cerebrale, quando
si superano determinate soglie di fatica, il soggetto si addormenta perché il sistema nervoso centrale
non è in grado di mantenere lo stato di veglia. Quindi secondo la teoria passiva del sonno, secondo
la teoria che vede il sonno come un fenomeno passivo, il sonno non è nient’altro che uno stato di
fatica: quando si supera una determinata soglia il cervello non è in grado di rimanere sveglio e
quindi scompare lo stato di veglia.
Il fenomeno invece visto come fenomeno attivo è una situazione completamente diversa, nel senso
che nella teoria attiva del sonno, il sonno viene visto come un fenomeno attivo perché esistono dei
centri del sonno e dei centri della veglia: se sono attivi quelli della veglia siamo svegli, se sono
attivi quelli del sonno invece ci addormentiamo.
Vedrete che la cosa è importante, sembra una sottigliezza la differenza tra queste due ipotesi, ma è
molto importante per capire i meccanismi neurofisiologici.
Premetto che una teoria non esclude l’altra, vedrete che ci sono delle cose che ci fanno pensare che
il sonno sia un fenomeno attivo e altre cose che ci fanno pensare che il sonno sia un fenomeno
passivo.
Allora, ci sono due strutture fondamentali che sono importanti per il ciclo sonno-veglia. Queste due
strutture sono il nucleo soprachiasmatico, lo dice lo stesso nome, si trova subito al di sopra del
chiasma ottico. E’ un nucleo ipotalamico che si chiama appunto soprachiasmatico per le
localizzazione anatomica. La seconda struttura è la sostanza reticolare ascendente, la sostanza
reticolare attivatrice. Voi avete già fatto il sistema motorio, la sostanza reticolare discendente che
però è tutto un altro paio di maniche, nel senso che, lo dice lo stesso nome: discendente, è
responsabile del controllo motorio. Quindi nel caso del sonno noi stiamo parlando della sostanza
reticolare ascendente o attivatrice, cioè delle vie nervose che vanno qua, nella sostanza reticolare,
quindi nel tronco dell’encefalo, fino ai centri superiori.
Allora, nucleo soprachiasmatico, la sua funzione esatta è stata scoperta per caso, vi faccio vedere
come. Si stava facendo tutt’altra cosa in un ratto, ma si è visto che nell’uomo succede esattamente
la stessa cosa, si stava studiando l’ipotalamo, l’attività dell’ipotalamo in funzione di diverse
situazioni…l’ipotalamo, le strutture corticali, le strutture sottocorticali. E per fare questo si era usata
una tecnica che si chiama autoradiografia, che permette di vedere quali sono le strutture attive in
determinati momenti. Allora, è stato scoperto per caso perché facendo questa autoradiografia di
notte e di giorno succedevano due cose differenti. [illustra un’immagine]. Ecco il cervello di ratto di
giorno e di notte. Se si applicava questa tecnica di giorno comparivano questi due pallini scuri che
corrispondono ai nuclei soprachiasmatici, il nucleo soprachiasmatico di sinistra e il nucleo
soprachiasmatico di destra. Se invece la stessa tecnica veniva applicata di notte vedete che non si ha
più la stessa situazione. Da qui sono nati diversi studi e diverse ricerche che hanno portato a capire
la funzione del nucleo soprachiasmatico. In effetti di giorno funziona in un modo e di giorno
funziona in un altro modo. Si è visto che quello che lo fa funzionare in un modo o in un altro, è il
fatto che il nucleo soprachiasmatico riceve delle…… [finisce il primo lato della cassetta, suppongo
manchi solo il completamento di quest’ultima frase, integro dagli appunti]….afferenze visive dalla
retina durante il giorno, mentre ciò non avviane di notte.
Come dicevamo il nucleo soprachiasmatico funziona in modo diverso la notte dal giorno: questo
perché tali nuclei i numero di due ricevono delle fibre (“la parte ora in corsivo è estratta dai miei
appunti perché era finito un lato della cassetta e nel girarla si è persa una parte”) delle fibre afferenti
visive dalla retiniche, di notte, non invia impulsi inattivando così i nuclei soprachiasmatici a
differenza del giorno.
Al buio perciò i nuclei soprachiasmatici sono silenti proprio perché la retina non invia segnali. Tali
nuclei in effetti sono strutture atte a sincronizzare il ciclo sonno-veglia con l’alternarsi di giorno e
notte, cioè di luce e buio.
Una lesione pura del nucleo soprachiasmatico non ha un grosso effetto sul ciclo sonno-veglia, ma i
pochi casi che si conoscono mettono in evidenza che si sfasa rispetto all’alternarsi di giorno e notte,
come se vivessimo in una grotta.
Ci sono soggetti cechi che hanno la retina intatta ma non ci vedono perché probabilmente hanno
danni alla corteccia visiva, ebbene questi sono perfettamente sincronizzati nello svegliarsi col
giorno perché i nuclei soprachiasmatici sono eccitati dalla retina intatta. Non serve l’intervento della
coscienza per sincronizzarsi con l’ambiente esterno in questo caso.
Poi c’è la sostanza reticolare ascendente che è attivatrice; la sua funzione è stata compresa mediante
lo studio di tre tipi di lesioni effettuate in animali o osservate in clinica; la sostanza reticolare
ascendente comprende tutto il tronco dell’encefalo (da bulbo, ponte, mesencefalo, fino al
diencefalo).
Queste tre lesioni han permesso di capire che esiste una sostanza reticolare che è suddivisa in
due strutture funzionali, una che si trova superiormente e una inferiormente: la parte rostrale è
responsabile della veglia, la parte inferiore è responsabile del sonno, infatti con la sezione
medio-pontina si trovano connessi solo i centri della veglia e si ha l’insonnia.
Se stimolo con elettrodi la sostanza reticolare inferire il soggetto si addormenta.
Dal punto di vista neurotrasmettitoriale nella parte superiore della sostanza reticolare c’è il locus
ceruleus molto importante e principale fonte di noradrenalina del sistema nervoso centrale; nella
parte inferiore ci sono i nuclei del rafe con neuroni serotoninergici. Ciò da adito alla teoria
noradrenergica-serotoninergica del ciclo sonno-veglia: quando è attiva la noradrenalina
l’individuo è in fase di veglia, quando è attiva la serotonina si addormenta. Ciò giustifica la
teoria attiva del sonno che prevede un centro del sonno e uno della veglia; ci sono evidenza che
però non escludono neppure il sonno come fenomeno passivo. Sono infatti state identificate
sostanze nel liquor e nel sangue ad attività ipnogena che quando si accumulano nello stato di
veglia (come tossine) fanno addormentare l’individuo. Se ne conoscono principalmente due: il
peptide S (che sta per sonno) e peptide DISP (delta-sleep-inducing-peptide = peptide inducente
il sonno delta).
Si è visto che c’è un aumento della loro concentrazione nel plasma (e nell’urina) quando
l’animale sta sveglio da molte ore; inoltre se un animale si sveglia dopo 12 ore e gli viene
iniettato DISP o sostanza S questi si riaddormenta.
Tali sostanze si accumulano in veglia e risultano attive oltre una certa soglia: teoria del sonno
passivo e attivo si integrano perché potrebbe essere che tali sostanze ipnogene agiscano sui
neuroni ad esempio serotoninergici.
Col tempo si scoprono nuove sostanze che regolano il ciclo sonno-veglia:
Sostanze che agiscono sul sonno Rem: _ormone Prolattina(PRL) che se iniettato
Due cose proprio sull’alessia e sull’agrafia. Allora vedete che si parla di alessia e agrafia oppure di
dislessia o disgrafia. Alessia vuol dire incapacità di leggere, dislessia lo stesso, agrafia significa
deficit nella scrittura e disgrafia lo stesso. Si parla di alessia e di agrafia quando il deficit è
acquisito; mentre si parla di dislessia e disgrafia quando è congenito.
Partiamo subito da questo, dalla dislessia e dalla disgrafia. Fanno parte dei disturbi dello sviluppo
del bambino che farete più in là; si sa semplicemente che c’è una disconnessione fra il sistema
visivo e le aree del linguaggio (come avevamo visto prima nel modello). Basta che vi ricordiate solo
questo.
Due cose in più invece sull’alessia e agrafia perché ci sono cose interessanti da dire. Alessia e
agrafia sono presenti in due tipi: quella mista che è dovuta alla lesione della corteccia parieto-
temporo-occipitale (quella zona che chiamiamo planum temporale); l’alessia pura lo splenio, che è
una parte del corpo calloso. La cosa interessante da dirvi è questa: anche in questo caso esiste
nell’ambito della corteccia parieto-temporo-occipitale una suborganizzazione molto precisa (vi
faccio come al solito un esempio che vale per molti altri). Per esempio il linguaggio giapponese il
quale è molto studiato dal punto di vista linguistico perché è fatto di due strutture linguistiche: una
si chiama KANA e l’altra KANJI. Questa struttura linguistica [indica] corrisponde al nostro
linguaggio occidentale: è una struttura linguistica che si basa sui dei fonemi, su delle sillabe. Quindi
quei segni strani che vedete in giapponese corrispondono a delle sillabe che se vengono messe
insieme costituiscono parole e frasi. C’è una struttura linguistica nel giapponese completamente
diversa che va sotto il nome di KANJI, che viene detta invece linguaggio ideografico, che si basa su
ideogrammi. Quei segni complessi che vedete in giapponese non corrispondono alle nostre sillabe
ma corrispondono ad interi concetti. Per esempio “ieri sono andato a mangiare” si può esprimere
ideograficamente mediante il KANJI. Perché vi dico tutto questo? Perché si è visto che i soggetti
giapponesi con lesioni specifiche del planum temporale, o era alterata una funzione linguistica [o
l’altra] (o il KANA o il KANJI). Per essere più precisi il KANA (la struttura fonetica, sillabica) è
rappresentata nella parte anteriore del planum temporale, quindi se un giapponese ha una lesione
nella parte anteriore del planum temporale non sa più leggere e parlare il KANA mentre lo sa fare
perfettamente per quel che riguarda il KANJI. Se invece un giapponese ha una lesione nella parte
posteriore del planum temporale, sa leggere perfettamente il KANA ma non lo sa fare in KANJI.
Questo vi fa capire che il planum temporale è suddiviso nella sua organizzazione in sottostrutture in
cui sono rappresentate diverse strutture linguistiche che richiedono centri nervosi diversi. Quindi
una struttura sillabica è rappresentata in un parte, una struttura ideografica in un’altra parte del
sistema nervoso centrale.
Ultima cosa sul linguaggio. I più curiosi di voi si saranno chiesti: a destra cosa c’è? C’è un’area 45
a sinistra, c’è un’area 22 prevalentemente a sinistra, che cosa c’è nell’area 22 dall’altra parte,
nell’emisfero destro, che cosa c’è nell’area 45 dall’altra parte? Ci sono sempre dei centri che sono
responsabili delle funzioni linguistiche ma in maniera del tutto particolare. Parto come al solito
dalle lesioni per arrivare alle funzioni. Un soggetto che ha una lesione dell’area 45 dell’emisfero
non dominante (cioè del linguaggio) – nella maggior parte è nell’emisfero destro – ha un sintomo
che viene definito aprosodia motoria. Un soggetto che ha una lesione dell’area 22 o più in generale
nel planum temporale dell’altro lato ha un sintomo che va sotto il nome di aprosodia sensoriale. Le
funzioni in effetti di queste aree dall’altra parte, a destra, sono delle funzioni che riguardano la
prosodia. La prosodia è la capacità che noi abbiamo di dare un tono emotivo, affettivo (non a caso
finisco con questa parte perché poi inizieremo a fare le emozioni) al linguaggio. Per esempio nel
linguaggio è prosodico, cioè ha una certa prosodia. Che vuol dire? adesso mentre vi sto parlando
cerco di farvi notare certe cose, alzo di più la voce quando pronuncio un nome ecc. questa capacità
di dare tono affettivo o emotivo va sotto il nome di prosodia. Nell’aprosodia motoria, in un soggetto
con una lesione a questo livello si ha un linguaggio quasi […] senza quel tono prosodico che è
normale in qualsiasi individuo. L’aprosodia sensoriale è molto più rara, ma vi fa capire che esiste
un’area responsabile della comprensione del tono affettivo-emotivo. Per esempio vi fa comprendere
quando viene enfatizzata una parola piuttosto che un’altra. Un soggetto con lesione a questo livello
(vi ripeto, è una situazione molto rara) non riesce a distinguere la prosodia del linguaggio di altri
soggetti. Quindi in pratica in questo caso dalla parte opposta vi sono le stesse funzioni linguistiche
soltanto che hanno una caratteristica molto particolare.
Con questo finiamo col linguaggio. Nell’ultimo quarto d’ora che ci rimane vi volevo raccontare la
regione parietale. Il lobo parietale è compressissimo, ci sono tantissime funzioni. Quando le lesioni
sono a livello di aree ben conosciute, quelle che abbiamo fatto fin’ora (sappiamo benissimo che
l’area somatosensoriale primaria si trova nel giro postcentrale, cioè in pratica nella parte anteriore
del lobo parietale, se ho una lesione lì noi si hanno dei deficit tattili), i deficit sono ben ovvi. Però ci
sono delle lesioni che hanno a che fare con delle aree molto complicate, sono aree associative, che
integrano gli stimoli visivi, tattili, somatosensoriali, kinestetici, per arrivare a funzioni molto
complesse. Per esempio lesioni nelle aree di Brodmann 7 e 40 danno una situazione che va sotto il
nome di disorientamento video-spaziale (il soggetto non è in grado di orientarsi nello spazio). Ci
sono delle funzioni ancora più precise, più specifiche; per esempio la lesione dell’area 5 e dell’area
7 dà un sintomo che si chiama agnosia delle dita, cioè il soggetto non sa distinguere le sue dita (non
sa qual è l’indice, non sa qual è il pollice, non riesce a distinguerle in diverse situazioni, per cui si
pensa che nell’area 5 e nell’area 7 ci siano delle funzioni responsabili del riconoscimento delle
dita). Per esempio è particolarmente interessante la discalculia, cioè l’incapacità di effettuare un
calcolo mentale anche semplice. Solo esclusivamente quando c’è una lesione delle aree 29 e 40,
quindi del planum temporale di sinistra. Questo non succede quando si ha una lesione a destra.
Questi vi dice come sono complesse le cose. Qui a sinistra c’è verosimilmente la rappresentazione
matematica, nel planum temporale, dei numeri che invece non è presente nell’emisfero destro.
Guardate ad esempio le aree 7 e 40 del cervello (sempre in corrispondenza del planum temporale,
giù di lì), a destra producono una cosa e a sinistra un’altra cosa. Per esempio la lesione a livello
dell’area 7 e 40 di destra producono una situazione di aprassia costitutiva (aprassia vuol dire
incapacità di muovere correttamente le mani per far qualcosa. Il soggetto con una lesione nell’area 7
e 40 non sa costruire qualcosa, ad esempio un puzzle, degli oggetti che gli vengono messi in mano.
Se la lesione è a livello dell’emisfero sinistro c’è un’aprassia specifica, nel vestire. Il soggetto
semplicemente non si sa vestire, tutto il resto è normale. Quindi anche qua verosimilmente ci sono
delle funzioni specifiche video-spaziali (si dice aprassiche, cioè la capacità di muovere le mani, di
costruire qualcosa) a destra e a sinistra, indifferentemente. Giusto per farvi un altro, vedete questo è
un [cassetta rovinata]. Questa è l’incapacità di riconoscere un oggetto; se io vi faccio vedere
quest’oggetto, molti di voi non sanno cos’è, però se prima vi facevo vedere questo non avete
nessuna difficoltà a dire che cos’è questo: è sempre lo stesso secchio visto da un’altra prospettiva.
Questo è un test che va sotto il nome di costanza percettiva, perché nelle lesioni del lobo parietale è
un test che è deficitario. In genere nel lobo parietale ci sono delle importanti integrazioni video-
spaziali.
Ovviamente anche nel lobo temporale vi sono tante funzioni rappresentate […], però vi sono anche
delle funzioni particolarmente complesse, […]. Per esempio tipicamente una lesione del lobo
temporale nell’area 21 e 38 nella parte anteriore del lobo dà un deficit di organizzazione e di
categorizzazione. Cioè il soggetto non sa categorizzare, non sa mettere gli oggetti in categorie.
Questo è un altro esempio di funzione particolarmente complessa che è solo ed esclusivamente
studiata mediante lesioni in un determinato paziente: si vede cosa succede in una determinata
lesione e si traggono conclusioni su cosa possa servire quell’area cerebrale. Poi modificazioni della
personalità ecc… ultima cosa che vi faccio vedere è il lobo frontale. È molto difficile parlare del
lobo frontale perché è coinvolto nelle funzioni superiori, perché il lobo frontale è il primo che si
sviluppa nella specie umana rispetto agli altri animali. Ovviamente sono presenti quei disturbi
motori che avete studiato quando avete visto a cosa serve il lobo frontale per i movimenti, qua per
esempio la perseverazione. La perseverazione è un sintomo tipico che ci fa capire la funzione persa.
La perseverazione è quando il soggetto persevera in un determinato compito; se gli si dice per
esempio di disegnare prima un cerchio e poi una croce lui continua a disegnare solo cerchi. Queste
sono tipiche situazioni complessissime che ci dicono che il lobo frontale ha delle funzioni
integrative complesse che hanno a che fare con un’attività mentale particolarmente complessa.
Ancora una volta, ve lo ripeto fino alla nausea, queste funzioni possono essere studiate solo ed
esclusivamente mediante le lesioni in determinati pazienti. Poi vedete che ci sono tante altre
situazioni dall’alterato comportamento spaziale, comportamento sociale ecc. Quindi tutte queste
funzioni vengono in neurofisiologia nominate funzioni superiori cerebrali; sono tipicamente quelle
funzioni (come il comportamento sociale – tipicamente una funzione superiore ) che hanno una
complessità particolare come nessun’altre. E sono tutte quelle funzioni che non hanno delle aree
(questo è il messaggio che vi deve rimanere) e che non hanno una rappresentazione singola in una
determinata area; in pratica non esiste un’area del comportamento sociale, ma esiste verosimilmente
un’integrazione molto complessa a livello del sistema nervoso centrale che permette comportamenti
di una certa complessità.
Lezione del 26 Gennaio
Prof. Benedetti
Durata: 1h
Sinapsi dopaminergica e sostanze che interferiscono con la trasmissione elettrica a questo livello.
Esempi.
1. RESERPINA. E’ un farmaco che produce l’ entrata delle catecolammine, tra cui la
dopamina, nei neuroni da cui è prodotta, ossia ne favorisce l’immagazzinamento nelle
vescicole , x cui nel liquido extracell. si avrà molta meno dopamina a disposizione per
legarsi ai rec postsinaptici.
L’ effetto finale prodotto dalla reserpina è quindi una diminuzione del fenomeno
dell’autostimolazione intracranica, che si misura come il n° di volte in cui il sogg. si
autostimola(premendo il bottone che attiva l’elettrodo) in un intervallo di tempo. La diminuzione si
manifesta in 2 modalità:
- quando la dopamina viene bloccata il sogg. non si stimola più perché non prova più piacere nel
farlo, per cui il fenomeno scompare del tutto
- il fenomeno diminuisce in frequenza perché diminuisce l’effetto.
Riassunto:
Tutte le sostanze chimiche che potenziano l’attività dopaminergica, come l’apomorfina o le
anfetamine, producono un aumento della sensazione di piacere; tutte le sostanze che riducono
l’attività dopaminergica fanno diminuire la sensazione di piacere.
Ci sono moltissime sostanze che agiscono sui c. d. p. ; queste sono ad esempio quelle che
deprimono il SNC, come i barbiturici e i sedativi, gli psicostimolanti, come la cocaina, le
anfetamine, la nicotina e la caffeina, i cannabinoidi come la marijuana, gli psichedelici, gli
allucinogeni, come l’LSD, oppure altre come le ciclo[…], contenute nelle vernici e nelle colle,
oppure gli inalanti come l’etere e l’ossido nitroso.
La ripetuta stimolazione a livello del sistema limbico produce questi fenomeni:
In conclusione:
I centri del piacere, che sono connessi con lo stato emotivo dell’individuo, sono soggetti ad un
bombardamento farmacologico che può dare origine, dal punto di vista clinico, al fenomeno di
TOSSICODIPENDENZA.
LA MOTIVAZIONE.
E’ def. come l’impulso che ci fa scegliere un determinato comportamento anziché un altro.
Nella specie umana è determinata soprattutto dall’imprinting culturale e le motivazioni si
distinguono in [Link] base e m. [Link] sono moltissime situazioni in cui si deve scegliere un
dato comportamento, che è inevitabilmente connesso al concetto di ricompensa positiva o
“reward” = la stimolazione dei c.d.p.
Anche in questo fenomeno è stata messa in rilievo l’importanza fondamentale del nucleo
accumbens, e quindi della dopamina. Ogni volta che il sogg. si aspetta una ricompensa il nucleo
accumbens rilascia una certa quantità di dopamina, ad es. è stato dimostrato che i giocatori
d’azzardo producono più dopamina nel loro n.a. di un sogg. che non gioca; inoltre la quantità di
neurotrasmettitore prodotto è dirett. proporzionale all’entità della ricompensa.
Le motivazioni di base sono 3: la fame, la sete, il sesso.
1. FAME.
E’ un fenomeno complesso che richiede l’integrazione a livello centrale di meccanismi periferici,
che si trovano a livello dell’apparato gastro-intestinale. Un tempo esistevano 3 teorie al riguardo:
- t. glucostatica → dopo un pasto l’aumento di glucidi blocca dei circuiti
neuronali a liv del cervello, in modo da bloccare l’esigenza di cibo.
- [Link] → dopo un pasto l’aumento di lipidi blocca dei circuiti neuronali, ecc….
- t. termostatica → dopo un pasto l’aumento di temperatura blocca dei ecc….
In realtà si è visto che le cose sono più complesse perché una teoria non esclude l’altra.
Un ruolo centrale nel fenomeno della fame ha l’ipotalamo, che si è già visto avere un ruolo nel sist.
vegetativo, ossia nelle funzioni necessarie alla sopravvivenza dell’individuo.
Le prime 2 aree identificate, prima nel ratto e poi nell’ uomo, sono:
Stimolazione di a → Fame.
Stimolazione di b → Sazietà.
Lesione di a → Mancata assunzione di cibo → Anoressia.
Lesione di b → Aumento nell’assunzione di cibo → Bulimia.
Queste condizioni lesive esclusive sono molto rare perché le varie patologie(tumori, emorragie,
traumi) colpiscono in genere un’area diffusa, mentre queste 2 zone si trovano a pochi mm cubi di
distanza.
Questi 2 centri sono attivati in situazioni diverse correlate ai pasti: quando si mangia si assumono
glucidi e lipidi ed aumenta la temperatura; questi fenomeni agiscono sui 2 centri.
Una struttura importante per “registrare” i livelli di glicidi e lipidi assunti è il nucleo arcuato.
Nel nucleo arcuato esistono sia recettori per l’insulina, sia per la leptina.
L’ insulina è prodotta dalle cell. β del pancreas subito dopo un pasto e serve a mantenere la glicemia
entro liv. normali.
La leptina è prodotta dagli adipociti quando si ha in essi un accumulo di lipidi. Riversata nel
sangue, raggiunge l’ipotal. e va a legarsi ai suoi rec. sul nucleo arcuato, come l’insulina.
Il nucleo arcuato usa come neurotrasmettitori 2 peptidi:
α MSH o ormone melanocito-stimolante,
CART o trascritto regolato da cocaina e anfetamina.
Quando, dopo un pasto, ↑ (= aumentano) l’insulina e la leptina, sono prodotti questi 2 peptidi che
vanno a stimolare il centro della sazietà ed a inibire quello della fame → si ferma l’assunzione di
cibo.
A questo partecipa anche un altro effetto esplicato dall’ipofisi anteriore, stimolata da ACTH e TSH,
che fanno ↑ il metabolismo corporeo.
Riassunto: le attività del centro della fame e della sazietà sono regolate dal nucleo arcuato, il quale
riceve l’informazione dalla leptina e dall’insulina.
Le cose sono in genere più complicate perché si distinguono:
- Fame primaria, che è un effettivo bisogno di assumere cibo per ↓ di insulina
e leptina.
-Fame secondaria, in cui si mangia anche se non se ne ha bisogno perché i liv. dei 2 ormoni sono
normali. E’ dovuta a fattori culturali e psicologici, tra cui il “vuoto” che si sente per la mancata
stimolazione dei rec. dello stomaco.
2. SETE.
Anche qui si distinguono una sete primaria e una sete secondaria. Nella nostra società non c’ è
quasi mai una sete primaria mentre è molto più comune il fenomeno di s. secondaria, dovuto in
genere alla cosiddetta “secchezza delle fauci”.
Ci sono 2 tipi di sete primaria: la sete volumetrica e sete osmotica.
a. Nella sete volumetrica si ha la stimolazione dei centri che inducono la sensazione di sete quando
↓ il volume ematico o del liquido extracellulare, es. in seguito ad emorragia massiva o diarrea
profusiva (colera).
A liv degli organi periferici si ha un’ipoperfusione; questo stimola, nel rene, la produzione di un
ormone che si chiama angiotensina 2. Questo, attraverso il circolo, raggiunge una struttura
sovratalamica, che è l’organo sub-fornicale, il quale va a stimolare nell’ ipotalamo la produzione di
VASOPRESSINA o ADH (o. anti-diuretico). Questo agisce a livello renale facendo diminuire la
diuresi, ossia la perdita di liquidi, che rimangono quindi nel sangue e nel liquido extracell. ( vedi
Losano).
Un altro meccanismo è dovuto al fatto che nei grossi vasi del cuore ci sono recettori, le cui fibre,
tramite il nervo vago, vanno al nucleo del tratto solitario, che si trova nel tronco encefalico, deputati
alla registrazione delle variazioni della p arteriosa : se ↓ il volume ematico, ↓ anche la p. Il nucleo
del tratto solitario è connesso con l’ipotalamo, in cui in caso di diminuzione di p, stimola la
produzione di ADH. L’ ADH ha 2 funzioni:
- agisce sul rene , bloccando la diuresi.
- stimola , a liv. del SNC ( non si sa bene dove) i centri della sete.
b. Nella sete osmotica si ha la stimolazione dei centri che inducono la sensazione di sete quando
aumenta l’ osmolarità: una perdita di liquido causa un aumento di Na, che invece viene trattenuto
nel liquido extracell., che pertanto diviene ipertonico → aumento osmolarità.
L’ aumento di osmolarità è registrato da osmocettori situati nell’ OVLT( organo vascolare della
lamina terminale) ; l’ OVLT aumenta quindi la sua attività e va a stimolare sia le cell. magnocell.
dell’ipotalamo, con produzione di ADH, sia il centro della fame (a ipotalamica laterale), stimolando
l’ assunzione di cibo(contenente liquidi).
Lezione di fisiologia del 27 gennaio 2004
Prof. Montarolo
Lo studio di queste facoltà, iniziato più o meno nel secolo scorso, sto parlando di uno studio di
carattere sperimentale, non di speculazioni di carattere filosofico, ci ha dato un sacco di
informazioni, vale a dire che possiamo arrivare a una certa strutturazione funzionale di come
avviene o in che cosa consiste la capacità che il sistema nervoso ha di immagazzinare informazioni.
Allora, questa capacità che il sistema nervoso possiede e che è molto sviluppata nell’uomo, però vi
faccio notare che è presente in tutti gli animali, è una facoltà che ci viene costruita da un
programma genetico, vale a dire che noi siamo capaci di immagazzinare informazioni perché
abbiamo il cervello fatto in una certa maniera. Ovviamente queste informazioni che noi siamo in
grado di immagazzinare modificheranno il nostro comportamento. Queste capacità, così importanti
dal punto di vista evolutivo, le hanno pressoché tutti gli animali. Perché è importante questa
capacità di immagazzinare le informazioni? E’ importante per il processo di adattamento
all’ambiente in cui il soggetto si trova. Per adattarci ad un ambiente in teoria noi abbiamo due
possibilità. O costruiamo un cervello o un sistema nervoso centrale interamente programmato per
quell’ambiente e quindi tutte le informazioni sono già pre-programmate. Questo però coccia con un
dato di fatto, che le informazioni sarebbero enormi, il codice genetico dovrebbe contenere un sacco
di informazioni e il codice genetico è quello che è. Allora che cosa ha scelto l’evoluzione? Ha detto:
benissimo, io non ti do tutte le informazioni, ti do però la capacità di trovartele per conto tuo ed
ecco che ha dotato il SNC di questa capacità, di apprendere e di ricordare ciò che ha appreso. E
siccome è così fondamentale, fin dai primi organismi pluricellulari dotati di un SNC anche molto
semplice, questo SNC molto semplice ha questa capacità che è fondamentale per adattarsi
all’ambiente. Io sono un evoluzionista convinto per cui cerco sempre di portare lo studente sul fatto
che è una cosa che è stata sviluppata per garantire la sopravvivenza della specie, non è una
cosa…così, ha un preciso significato.
Allora, come fa il SNC a trattenere le informazioni, prima ad acquisirle e poi a trattenerle ? Questo
è il problema. Questo è importante per cercare di restituire queste capacità a quelli che le perdono e
voi sentirete parlare delle malattie neurologiche degenerative fra cui l’Alzheimer. Uno degli aspetti
cardini dell’Alzheimer è la perdita della capacità di trattenere delle informazioni e quelle
informazioni che sono state trattenute vengono perse, il che è un disastro, uno sfacelo. A questo
punto, il saper come funziona la baracca serve per trovare un rimedio. Adesso di rimedi per
l’Alzheimer non ce n’è, c’è qualcosa che ritarda lo sviluppo premesso che non so se è un bene o un
male, ma questo è un altro caso. Uno dei motivi per cui la gente studia la neurofisiologia
dell’apprendimento e della memoria è, tra l’altro, anche per poter curare queste gravissime malattie
di carattere neurodegenerativo. Ecco il risvolto medico.
I grossi pensatori del secolo scorso che si sono preoccupati di studiare la neurofisiologia della
memoria si sono chiesti quale poteva essere l’ipotesi sensata che andasse d’accordo con l’anatomia,
l’istologia, con come è fatto il SNC. Ci sono tante ipotesi che si possono fare su come il cervello
apprende e ricorda. Ad esempio, una di queste era che aumenta il numero di neuroni mano a mano
che impariamo: è stata scartata subito. Un’altra ipotesi, formulata allora e ancora valida, giace nella
capacità plastica del SNC. Il SNC è sede di circuiti complicatissimi. Allora vediamo dov’è il punto
della massima modificabilità del circuito. Questa capacità di modificarsi è il substrato del fatto che
il SNC è in grado di accumulare delle informazioni: se non cambiasse, non potrebbe accumulare.
Sapete che il circuito è schematicamente molto semplice: faccio un circuito monosinaptico, un
neurone che prende contatto con un altro neurone attraverso delle sinapsi ed è soprattutto
modificabile, il circuito, nei punti di contatto. Ecco che allora questa plasticità, che si ritiene il
substrato neurobiologico della memoria, è la plasticità sinaptica. Dalla modificabilità dei contatti è
possibile riuscire ad immagazzinare delle informazioni. Molto probabilmente il problema della
memoria non sta tutto in questo, magari c’è dell’altro che ci sfugge, forse di più importante. Fino ad
adesso però la neurobiologia contemporanea non ha fatto altro che fornire prove del fatto che il
SNC è in grado di immagazzinare informazioni perché cambia la sua struttura sinaptica.
Adesso entriamo nel particolare, nelle modalità che il SNC, io per SNC intendo animale, soggetto,
ha di imparare. Gli psicologi del secolo scorso, sto parlando di 1900 e non di 1800, si sono molto
preoccupati per definire parametricamente questo fenomeno: come è fatta la memoria, quante forme
ha, è uguale, è suddivisibile in categorie diverse? Una delle prime intuizioni che sono emerse è la
seguente. Esiste una capacità di trattenere le informazioni per poco tempo, memoria a breve
termine. Poco tempo quanto? Pochi minuti. Dopodiché se non si fa qualche cosa l’informazione
viene persa. Volete fare una prova di memoria a breve termine? Andate a casa, prendete la guida del
telefono e leggete un numero a caso. Lo leggete una volta, due, e poi chiudete la guida e andate a
fare un giro. Dopo un po’ quel numero non lo ricordate. Se voi invece quel numero che avete letto
continuate a ripeterlo giorni e giorni, anche fra vent’anni ve lo ricorderete. Questo è un esempio di
memoria a lungo termine. Questa differenza non è una differenza semantica, ma c’è un qualcosa di
biologico sotto. Questa è una prima categoria che gli psicologi si sono preoccupati di descrivere: noi
notiamo che c’è una memoria a breve termine e c’è una memoria a lungo termine. Gli psicologi non
sapevano il perché biologico di questo. Di fatto lo notavano. Solo dagli Anni ’60 in poi si è capito
qual’era il perché. Vi ho fatto una specie di schema. Per ritornare al problema della memoria a
breve e a lungo termine, voi dovete immaginare qualcosa del genere. Ovviamente tutte le
informazioni che noi acquisiamo passano attraverso un registro sensoriale che sono gli organi di
senso: di lì non si sfugge. Allora voi sapete come viene codificata l’informazione dai registri
sensoriali? In sequenze di potenziali d’azione. Questa è la codifica. Quest’informazione si pensa
entri in un magazzino che non è qualcosa di aleatorio, ma una struttura biologica importante, una
parte del cervello. Abbiamo quindi i magazzini a breve termine. Questa informazione può poi subire
un sacco di manipolazioni e, subendo un sacco di manipolazioni, può passare nella memoria a lungo
termine che è un altro luogo fisico del SNC e da questo luogo fisico può anche venire richiamata
per essere utilizzata. Tutta questa descrizione non parla di neuroni, di potenziali d’azione, di sinapsi.
Questo è un fluire logico per capire come può funzionare questa storia. La neurobiologia ha cercato
di andare a vedere cosa c’è qua sotto. Sappiamo come funzionano il sistema visivo, quello uditivo e
tattile, entro certi limiti. La stessa cosa è stata fatta per capire come funziona il meccanismo a breve
termine e il meccanismo a lungo termine. Ovviamente per far questo bisogna asportare il SNC e un
po’ viene asportato quello degli animali, più semplici e più complessi, un po’ si utilizza il cervello
andando a prelevare tessuti dai pazienti.
Capito questo, l’altra categoria che è importante, un’altra suddivisione della memoria non basata
tanto sul tempo quanto sul contenuto, è un po’ più sofisticata. Si divide in memoria a lungo termine
di tipo preposizionale, ma è più facile usare il termine dichiarativo, memoria dichiarativa, e un altro
tipo di memoria, sempre a lungo termine, di tipo procedurale. La memoria dichiarativa la
suddividiamo poi in semantica ed episodica.
Adesso facciamo degli esempi per chiarire tutto ciò. Cosa vuol dire procedurale e cosa vuol dire
dichiarativa? Quali sono i contenuti immagazzinati? Vediamo la procedurale che alcuni, in maniera
imprecisa, chiamano anche memoria motoria, cioè il saper fare. Molti di voi sono capaci ad andare
in bicicletta: andare in bicicletta, a differenza della deambulazione, non è nei programmi genetici.
Come avete fatto ad imparare ad andare in bicicletta? Andandoci tante volte sopra. Avete ripetuto
tante volte questa strategia motoria nuova finchè l’avete appresa. Come qualcuno che suona qualche
strumento musicale, violino, pianoforte… Come avete fatto ad imparare? Ripetendo, fino alla
nausea, movimenti più o meno complessi. Come facciamo a vedere che un individuo ha acquisito
una memoria procedurale? Vedendolo fare. Si manifesta in modo automatico e, quando l’individuo
va in bicicletta, non è che pensa a cosa fa, ma lo fa in maniera automatica. Per richiamare questo
tipo di memoria non sono necessarie inferenze o elaborazioni logiche, ma è automatico. Magari
mentre si impara è necessaria un po’ di attenzione, ma è finita così.
Dall’altra parte c’è la memoria dichiarativa. La maggior parte del contenuto procedurale non si
manifesta con una dichiarazione, si manifesta con un fare qualche cosa, mentre la memoria di tipo
dichiarativo si manifesta con una frase. E’ la conoscenza, appunto, delle cose e degli avvenimenti.
Per apprendere dobbiamo reiterarla, soprattutto attraverso inferenze, associazioni, contesti logici.
Manifestiamo di avere appreso dichiarando. Avete imparato l’anatomia e come fa il professor
Cantino a sapere se voi la sapete o no? Ascoltando quello che voi dite. Potrebbe anche mettervi un
cadavere di fronte e farvi fare qualche cosa, però si vedrebbe più la perizia della dissezione
chirurgica che non la conoscenza. La memoria dichiarativa si divide in due parti. Vediamo la più
facile, l’episodica, cioè il nostro vissuto storico, il nostro passato. L’altro ieri ho visto un canarino
giallo: questo è un contenuto mnestico dichiarativo di tipo episodico. Un altro esempio: dieci anni
fa ho fatto la maturità. E’ la nostra storia, individuale di ciascuno, diversa l’una dall’altra. Dall’altra
parte invece c’è il contenuto conoscitivo. Voi sapete che cos’è il triangolo equilatero, lo sapete
anche più o meno definire. Non è importante dal punto di vista storico, è una conoscenza. Voi
sapete chi sono Platone o Edipparco. Questa è una conoscenza, è avulsa dalla storia. Posso
ricordarmi del giorno in cui, povero disgraziato, sono andato a sentire un concerto di Edipparco.
Questo è episodio. Capite la differenza? Studiando l’anatomia, la biochimica , il latino, il greco, le
tabelline, voi avete riempito il magazzino semantico della vostra memoria. Alcune conoscenze sono
diventate automatiche come le regole del linguaggio. Parlando, si usa una certa sintassi, una cetra
grammatica e lo si fa in maniera automatica. Questo appartiene più al contenuto dichiarativo di tipo
procedurale. In poche parole il contenuto della memoria dichiarativa e procedurale molto spesso
non si può tagliare in due parti ben distinte. Questo appartiene più al contenuto di tipo procedurale,
ma adesso non voglio entrare nel complicato con queste definizioni.
La cosa stupefacente è che queste definizioni, che sembrano uscite da un libro di un filosofo ionico,
hanno dei substrati biologici. Il fatto di parlare di memoria semantica, di memoria episodica e di
memoria procedurale vuol dire parlare di strutture neurobiologiche diverse. Gli psicologi hanno
centrato queste distinzioni perché alla base di queste distinzioni c’è qualcosa di biologicamente
separato. E da dove è venuto fuori questo? Studiando determinati pazienti, i pazienti amnestici.
L’amnesia, come dice la parola, è un difetto della capacità di memorizzare. Si divide in diverse
categorie: l’amnesia retrograda, l’amnesia anterograda e l’amnesia globale. Cos’è l’amnesia
retrograda? Cos’è l’amnesia anterograda? Consideriamo l’evento che causa l’amnesia, vediamo il
più semplice, un trauma cranico. Adesso non sto ad analizzare il tipo di trauma. L’amnesia
retrograda è l’incapacità di tirar fuori un contenuto mnestico formato prima del trauma. Esempio,
mi cade una tegola in testa e, quando mi viene a trovare mia madre in ospedale, non so chi sia. Può
essere reversibile o irreversibile. Nel versante opposto c’è l’amnesia anterograda, l’incapacità di
formare nuove memorie dopo il mio trauma. Prendiamo di nuovo l’esempio della tegola in testa,
vado al CTO, sto lì…ad un certo punto ho bisogno di far pipì, chiamo l’infermiera e le chiedo di
portarmi la padella…questa tarda un po’ e arriva dopo dieci minuti con la padella…ma chi gliel’ha
chiesta? Ovviamente c’è un’amnesia globale che colpisce sia il passato che il futuro del soggetto.
Punto primo, vediamo il substrato diverso tra memoria di tipo dichiarativo e di tipo procedurale.
Analizziamo un paziente. Riconoscete questa formazione? E’ una sezione frontale di un cervello
umano: qui riconoscete i lobi temporali. In particolare, nell’ambito dei lobi temporali, esiste questa
formazione che si chiama ippocampo. L’ippocampo è una struttura importantissima per la memoria.
Guardiamo un paziente a cui è stato tolto l’ippocampo. Questo paziente è stato operato nel 1953
all’età pressappoco di 20 anni ed è ancora vivo oggi. E’ stato operato perché era affetto da una
gravissima forma di epilessia. L’epilessia si cura, si tiene sotto controllo, ma non si guarisce. I
farmaci che si usano contro l’epilessia sono i barbiturici e non possiamo prenderne a chili. Superata
una soglia non si può più procedere alla somministrazione dei farmaci e l’epilessia diventa
intrattabile. Allora qual’è l’unica cosa per rendere la vita un po’ più vivibile a queste persone?
Togliere l’ippocampo. Negli Anni ’50 la localizzazione del focolaio epilettico non era così precisa
come adesso per cui il chirurgo molto spesso scucchiaiava delle parti anche notevoli. Qui c’è un
esempio di uno scucchiaiamento di un focolaio epilettico che si trova nella zona temporale, come la
maggior parte dei focolai epilettici. Il chirurgo ha tolto una parte del lobo temporale. Qual è stato il
risultato? Dal punto di vista epilettico il paziente era praticamente guarito, non veniva alterato nel
carattere e nell’intelligenza, ma è saltata fuori una gravissima forma di amnesia anterograda. Il
paziente non è in grado di trattenere un’informazione se non per qualche minuto, dopodiché la
perde. C’è anche una modesta forma di amnesia retrograda che colpiva l’anno precedente
all’intervento chirurgico, ma è andata scomparendo. Invece è rimasta invariata l’amnesia di tipo
anterogrado. Il paziente non è in grado di formare delle memorie a lungo termine di tipo
dichiarativo. Ci sono dei resoconti sulla storia di questo paziente. Dopo l’intervento chirurgico sono
morti a distanza di tempo padre e madre e ricordava molto molto vagamente questi due eventi così
traumatici nella vita di un individuo. Parecchi anni dopo l’intervento, il paziente ha cambiato casa,
viveva ancora con i genitori, nello stesso paese. Tornando dall’ospedale, accompagnato da una
psicologa che l’aveva studiato, la psicologa gli chiese se sapeva ritrovare la casa. Lui disse di sì, ma
la portò dove abitava prima di trasferirsi. Immaginate che un paziente del genere non può leggere
un libro o un giornale perché ciò presuppone ricordarsi della pagina o della riga antecedente per
poter andare avanti. Perché tenga la memoria ci va una reiterazione pazzesca. Questo paziente però
non ha perso la memoria di tipo procedurale. E’ in grado di svolgere compiti motori e di imparare
nuovi compiti motori come un soggetto normale. E qui c’è un esempio chiarissimo di questa
dicotomia. Qual è il compito motorio che viene dato al paziente? Si tratta di tracciare una linea
all’interno di queste sfere concentriche, non bisogna uscire dai margini, guardandole attraverso uno
specchio. Non è facile, presuppone di inventare una strategia motoria. E’ molto facile calcolare gli
errori perché basta segnare il numero di volte che si esce dal tracciato. Lo si porta su un grafico
“numero degli errori in funzione del numero delle volte che io faccio questo compito motorio”.
Facciamo dieci prove per giorno per tre giorni. La prima prova del primo giorno il paziente esce
trenta volte dal seminato, ma all’ultima prova gli errori sono soltanto cinque. Il giorno successivo
gli errori sono dieci e all’ultima prova non fa errori. Il terzo giorno non ci sono praticamente errori:
ha imparato una nuova strategia motoria. Ma se alla fine del terzo giorno gli dico: ma come sei
bravo, l’hai già fatto ieri e l’altro ieri…il paziente non ricorda di averlo fatto. La lesione che il
paziente ha avuto non inficia con le sue capacità di apprendimento procedurale ed infatti ha
imparato tante altre cose. Quindi che cosa si conclude? Che le strutture tolte non hanno nulla a che
fare con la memoria di tipo procedurale, mentre sono fondamentali per la memoria dichiarativa.
Allora, stiamo parlando di memoria procedurale. Le forme sono essenzialmente di carattere
automatico: si impara attraverso le ripetizioni, molto spesso attraverso procedure inconsce, cioè non
ci accorgiamo di imparare. Purtroppo la fisiologia non si svolge così: bisogna imparare e consci.
APPARATO CV
cuore con i 2 atri e 2 ventricoli, al ventricolo sx fa capo la grande circolazione o circolazione generale: al
ventricolo dx fa capo il piccolo circolo o piccola circolazione o circolazione polmonare.
Le 2 circolazioni sono tra loro in serie.
Grande Circolazione
Il ventricolo sx immette il sangue nell’aorta che lo distribuisce a tutti quanti gli organi dell’organismo.
L’aorta, simbolicamente, si può dividere in 2 grossi rami, che in realtà sono 2 settori ciascuno con più rami:
uno che perfonde il capo e gli arti superiori e
l’altro che perfonde tutto il resto dell’organismo
La parte del circolo generale che si distribuisce al capo e agli arti superiori torna al cuore nell’atrio di dx
attraverso la VCS; il sangue che si distribuisce al resto dell’organismo, torna all’atro di dx attraverso la VCI.
Il sangue passa poi dall’atrio di dx al ventricolo dx e da qui viene pompato nel circolo polmonare, dove il
sangue si distribuisce nei 2 polmoni dx e sx. Attraverso le 4 vene polmonari, il sangue ossigenato converge
all’atrio sx, da cui passa nel ventricolo sx e viene rimesso nella circolazione generale.
Se si considera tutto il circolo generale, compreso quello che si distribuisce agli arti superiori e al capo,
esistono varie circolazioni dette distrettuali; i distretti circolatori sono quelle parti della circolazione che
presiedono all’irrorazione di un determinato organo o di determinati tessuti, per es. il tessuto muscolare.
Il circolo generale e il circolo polmonare sono posti tra loro in serie, i vari circoli distrettuali del circolo
generale sono disposti tra loro in parallelo: il circolo degli arti inferiori è disposto parallelamente al circolo
renale, entrambi sono disposti parallelamente al circolo intestinale.
Questa disposizione in parallelo dei circoli distrettuali è importantissima nei meccanismi di regolazione della
PA, perché non solo abbiamo i circoli in parallelo, ma, abbiamo in parallelo tra loro le resistenze che
troviamo in ciascun circolo.
In questa altra figura viene evidenziata la disposizione in serie del circolo generale con il circolo polmonare.
è una figura molto più schematica della precedente. Le circolazioni distrettuali non sono considerate. Il cuore
è come venisse separato dalla parte dx e dalla parte sx.
Il sangue passa dall’atrio sx al ventricolo sx, da questo il sangue passa nell’aorta e si distribuisce a tutti i
tessuti dell’organismo, da questi refluisce attraverso le vene e le 2 VC all’atrio di dx, passa nel ventricolo dx
e da qui viene pompato nel circolo polmonare, il sangue ritorna all’atrio di sx, ventricolo sx, e tutto
ricomincia.
Tutte queste sezioni dell’apparato CV sono disposte tra loro in serie; ogni sezione è posta dopo l’altra. Noi
possiamo considerare una sezione rappresentata dal ventricolo, una dalle arterie, una dai tessuti, una dalle
vene, una dai polmoni e cosi via. In tutte queste sezioni il flusso di sangue nell’unità di tempo è sempre lo
stesso.
In questo altro schema viene evidenziata la disposizione in serie del circolo polmonare con il circolo
generale e la disposizione in parallelo dei circoli distrettuali nell’ambito del circolo generale. Abbiamo il
cuore dx che pompa il sangue nei polmoni, che ritorna nel cuore sx, che lo immette nel circolo generale; i 2
circoli generale e polmonare sono tra loro in serie. Nell’ambito della circolazione generale abbiamo i vari
distretti disposti tra loro in parallelo.
In questo altro schema abbiamo un unico circolo, abbiamo il cuore formato da atrio e ventricolo, dal cuore si
diparte un grosso ramo arterioso che porta il sangue attraverso questo sistema di resistenze, superate le
resistenze nel tempo dovuto, cioè le resistenze rappresentano unità su flusso di sangue; ecco che il sangue
attraverso le vene, rappresentate da un grosso ramo venoso, ritorna al cuore.
Questo schema così è molto semplice! è un po’ meno semplice, se noi vediamo come sia il ramo arterioso
che il ramo venoso, cioè quello che riassume tutte le arterie e quello che riassume tutte le vene, abbiano una
rappresentazione a linea continua e a linea tratteggiata; questo perché le pareti di questi tubi che
rappresentano il distretto arterioso e venoso, sono delle pareti elastiche, che possono assumere o una
posizione di riposo o una posizione espansa in relazione alla P del liquido che c’è al loro interno. Ora,
immaginiamo di partire da un sistema vuoto e proviamo a riempirlo con del sangue; lo riempiamo tutto in
modo però da non forzare la distensione dei rami arteriosi o di quelli venosi, di lasciarli nella posizione di
riposo, vale a dire nella posizione della linea continua. Quando ciò è stato fatto, la P all’interno di questi vasi
è zero, ed è zero nel cuore, è zero nelle arterie, è zero nei vasi di resistenza, è zero nelle vene.
Nel nostro apparato CV la situazione però non è questa, è quella che si avrebbe se in questo sistema fosse
messo un eccesso di liquido, un volume in eccesso, che distende elasticamente arterie e vene dalla posizione
della linea continua alla posizione della linea tratteggiata; vale a dire normalmente il nostro apparato CV
contiene del sangue che è più di quello necessario a dare una P a cuore fermo uguale a zero, ma a dare una P
a cuore fermo di 7 mmHg. Se noi dovessimo avere un arresto temporaneo del cuore, per es per una
stimolazione vagale estremamente forte può fermare il cuore per 7-8 secondi, si vedrebbe come la P non
scende sotto i 7 mmHg.
I 7 mmHg prendono il nome di Pressione sistemica media, che è la P che noi abbiamo a cuore fermo, ma
con l’app CV che contiene un eccesso di sangue rispetto a quello che potrebbe riempirlo tutto senza fare
estendere le pareti. Noi diciamo allora, che la P sistemica media, PSM, è data da questo volume in più di
sangue, che c’è rispetto alla P zero e che chiamano volume in eccesso, (VE) diviso la capacità del sistema
(C).
PSM = VE/C
La capacità è data da ml/mmHg, cioè volume su pressione, mentre il VE è dato da ml, che equivale a scrivere
= ml = alla fine si ottiene una P espressa in mmHg
ml/mmHg
I mmHg sono 7. Dove troviamo nel sistema CV a cuore fermo, una P di 7 mmHg? La troviamo in ogni
sezione; cioè 7 mmHg sono nell’atrio, nel ventricolo, nelle arterie, nei vasi di resistenza, nelle vene. Sempre
7 mmHg; per questo è chiamata PSM oppure anche Pressione di riempimento del sistema.
Finora il cuore era fermo. Vediamo ora cosa succede quando il cuore pulsa: il ventricolo si contrae, spinge
del sangue nelle arterie; il sangue a causa delle resistenze, non va immediatamente nel distretto venoso, ma
fa aumentare la P, distendo ulteriormente le pareti arteriose, oltre i 7 mmHg. Dopo essersi contratto, il cuore
si rilascia, e nel ventricolo la cavità scende a zero mmHg. A questo punto si ha nelle vene e nell’atrio 7
mmHg e nella cavità ventricolare zero. Il cuore torna a contrarsi, invia un’altra GS nelle arterie, dove la P
scende ancora per il ritardo che c’è nel passaggio del sangue dal distretto arterioso al distretto venoso
attraverso le resistenze, mentre il cuore rilasciandosi presenta di nuovo la P zero e può andare avanti il
riempimento; intanto poco alla volta sangue arriva, attraverso le resistenze, nelle vene e mantiene sempre una
P sopra lo zero, mentre nel ventricolo, ogni volta che si rilascia dopo una contrazione, la P cade a zero.
La PSM permette quindi il riempimento del cuore e l’aumento di P nelle arterie.
Adesso immaginiamo di avere non la PSM di 7 mmHg, ma la semplice P di zero se il sangue non espandesse
i vasi. Se noi abbiamo una P di zero, il cuore si contrae, manda una GS; si rilascia è la P torna a zero nel
ventricolo, è zero nell’atrio e nelle vene, non potremmo avere un ulteriore GS. In pratica cosa significa
questo? Immaginiamo che ci sia un buona gittata, quando un soggetto perde il 30% del suo volume ematico,
la P sistemica media scende a zero; in questo modo il cuore non si può riempire e non può più pompare.
Non è necessario perdere tutto o la metà del volume ematico per avere quello che, di fatto, è un arresto
emodinamico o mancato flusso di sangue, è sufficiente una riduzione netta del volume ematico del 30%.
Considerazioni pratiche, ecco il passaggio dalla fisiologia alla patologia: cosa deve fare un medico di fronte
ad un soggetto che ha perso tanto sangue e in cui le GS stanno per arrivare a zero? insomma è più morto che
vivo? Ovviamente, arrestare l’emorragia e fare delle trasfusioni; però, se il sangue non fosse disponibile,
allora è sufficiente del semplice plasma senza i GR, in quanto il problema emergente è un problema di
volume, non è un problema di trasporto, di anemia; è spr un problema di volume. Non c’è del sangue o del
plasma, allora è sufficiente prendere della semplice soluzione fisiologica, in modo da espandere il volume,
naturalmente diminuirà la concentrazione dei GR, il paziente sarà fortemente anemizzato, ma il suo cuore
qualcosa l’ha pompato. In questo modo s’inizia a salvarlo, probabilmente; ripristinare il volume ematico.
Il volume in questo momento è il problema più importante, anche se non è accompagnato da equivalente
ripristino della componente figurata del sangue.
Se l’attività cardiaca sposta del sangue dal distretto venoso al distretto arterioso, aumenta la P nel distretto
arterioso e diminuisce la P nel distretto venoso, dove però non scenderà mai a zero, perché del sangue ormai
comincia ad arrivare attraverso i vasi di resistenza. Vediamo allora la prima conseguenza dell’insufficienza
cardiaca. Insufficienza cardiaca vuol dire che l’effetto pompa del cuore è diminuito, il cuore riesce a
pompare meno sangue; le GS diminuiscono.
Se il cuore diventa insufficiente si avrà come prima conseguenza
• una ↓ della P nell’albero arterioso ed
• un ↑ nel distretto venoso
Anzi, meno sangue viene spostato dal distretto venoso a quello arterioso, e quindi la P nel distretto arterioso
tende a diminuire, ma aumenta nel distretto venoso. Siccome le vene (lo vediamo in questa figura, in cui
sono rappresentate con dimensioni maggiori, delle arterie e la differenza tra la linea continua e la linea
tratteggiata è maggiore di quanto non lo sia dal lato arterioso) sono molto distendibili, inoltre hanno una
capacità 20 superiore alle arterie, basta un minimo di aumento di P perché si inturgidiscono. Il soggetto con
insufficienza cardiaca presenta le giugulari esterne ben rilevate ed arrossate; questo perché essendo il cuore
insufficiente, sposta meno sangue dal lato arterioso e lo lascia nel lato venoso a distendere facilmente le
vene.
Ultimo sguardo a questo schema che ci ha insegnato 2 cose: l’importanza della PSM per assicurare
l’efficacia dell’attività cardiaca, a questo come corollario è derivato il quadro della perdita di sangue, di
un’emorragia, e il modo di correggerla. Questo schema c’è anche stato utile per considerare come, a partire
da una P sistemica media uniforme in tutto il circuito, l’attività cardiaca finisca per aumentare la P nel
distretto arterioso e diminuirla in quello venoso. A questo fa seguito l’accenno fisiopatologico
all’insufficienza cardiaca: ci dice che nel momento in cui l’azione di pompa diminuisce, la P tende a
diminuire nel circolo arterioso ed aumentare nel circolo venoso.
Con questo, abbiamo messo delle buone basi per quello che sarà lo studio dell’emodinamica. Bisogna
distinguere fin d’ora la gettata sistolica (GS) che quella finora considerata, e la gettata cardiaca (GC)
GS è la quantità sangue che il cuore ad ogni battito, immette nell’aorta e nella polmonare.
GC è il sangue che il cuore immette in 1 minuto in ciascuno dei 2 circoli.
Quindi, GS ovvero gettata per battito; GC ovvero gettata per minuto.
Se si conosce il valore della GS, si può ottenere il valore della GC moltiplicando il valore della GS per il n°
delle contrazioni al minuto,vale a dire GS x Frequenza cardiaca.
Schema di tutta la circolazione in serie, generale e polmonare, e nell’ambito di questa circolazione
prendiamo in esame le variazioni di P ad ogni battito cardiaco. Vediamo le varie sezioni in serie
dell’apparato cardiovascolare, le sezioni relative al circolo generale e quelle relative al circolo polmonare.
Mentre, sulle asse delle ascisse sono, appunto, rappresentate le varie sezioni in serie, ossia una dopo l’altra,
sull’asse delle ordinate sono rappresentate i valori di P.
Se il cuore si contrae ritmicamente, ad ogni contrazione aumenta la P nella sua cavità e ad ogni rilasciamento
lascia cadere questa P. Si vede come in diastole la P nel ventricolo sx sia zero, in sistole la P sale ad un
valore ,qui indicato, di 120 mmHg. La P sale e scende da zero a 120 mmHg a casciun battito nel ventricolo
sx. A questo punto noi possiamo considerare il cuore per ciò che effettivamente è: un generatore di P, il
cuore inteso come generatore ritmico di P.
Dal cuore il sangue passa nell’aorta, quando il ventricolo sta immettendo il sangue nell’aorta, la valvola
aortica è aperta, ed aorta e ventricolo formano un’unica cavità; ne consegue che in un determinato momento
dell’eiezione ventricolare, cioè della pompata del sangue nell’aorta, la P massima è la stessa nel ventricolo e
nell’aorta (anche se ci sono delle piccole differenze che considideremo altrove); dunque, durante l’eiezione
la P è uguale nel ventricolo e nell’aorta e raggiunge contemporaneamente lo stesso valore massimo nel
ventricolo e nell’aorta. Quando l’eiezione termina, la valvola aortica si chiude, ventricolo ed aorta che
formavano prima un’unica cavità, formano adesso 2 cavità diverse; mentre il rilasciamento del ventricolo fa
cadere a zero la P all’interno della cavità ventricolare, ciò non avviene nell’aorta perché nel momento in cui
si osserva questo valore minimo di P nell’aorta, le valvole si chiudono e le 2 P vengono ad essere isolate.
La P nell’aorta può soltanto diminuire in quanto il sangue, che è stato immesso dalla GS, fluisce verso i vasi
periferici, verso la microcircolazione.
In realtà, quella che io chiamo aorta è più correttamente intesa come vasi arteriosi, perché tale è il
comportamento dell’aorta, lo stesso è quello dei vasi arteriosi che da essa si diradano nei vari distretti.
Superata la sezione aorta-arterie elastiche, qui chiamate mantice arterioso, il sangue passa attraverso i vasi di
resistenza, che sono le arteriole precapillari, localizzate prima dei capillari. Sono dotate di una ricca
muscolatura liscia che può variare il suo stato di costrizione. Per la presenza della muscolatura liscia, le
arteriole precapillari sono vasi di resistenza. Questa muscolatura liscia è mantenuta, già in condizioni basali,
in un buono stato di contrazione.
Attraverso il passaggio lungo i vasi di resistenza, proprio perché si tratta di resistenza, la P tende a cadere,
cioè diminuisce la P oltre la resistenza; pertanto il sangue attraverso il passaggio lungo i vasi di resistenza
precapillari subisce la maggior caduta della P aortica lungo l’albero circolatorio.
Attraverso i vasi di resistenza precapillare si ha quello smorzamento delle oscillazioni pressorie; vedete che a
partire dall’aorta fino ai precapillari, si ha una diminuzione progressiva delle oscillazioni pressorie. Quando
entra nei capillari sistemici si vede che la P non … contro queste oscillazioni.
I capillari sono considerati vasi di scambio perché attraverso essi si ha … CAMBIO CASSETTA
I capillari non posseggono fibrocellule muscolari lisce, sono formate solo da endotelio che poggia sulla
membrana basale; ma pur non essendo vasi di resistenza, è pur sempre un condotto in cui scorre un liquido, e
come tale una certa resistenza la offre; di conseguenza anche lungo il passaggio dei capillari si ha una
diminuzione della P.
Alla fine dei capillari, dove non ci sono più oscillazioni, il sangue passa nei vasi di resistenza postcapillare,
rappresentate dalle piccole vene, nelle quali confluiscono i capillari. Anche qui la P non ha oscillazioni e non
ne ha nemmeno nei vasi di capacità, che sono le vene vere e proprie. Le vene che hanno una capacità 20
superiore alle arterie, sono appunto considerate vasi di capacità.
ventricolo sx
vasi del mantice arterioso, che sono le arterie
vasi di resistenza precapillare
vasi di scambio
vasi di resistenza postacapillare
vasi di capacità
cuore dx
Alla fine dei vasi di capacità c’è il cuore dx, dove si osservano le oscillazioni pressorie nel ventricolo dx, le
quali sono però molto più basse di quelle del ventricolo sx, sono infatti soltanto 1/6 i valori pressori; per
questo motivo il circolo polmonare viene definito un circolo a bassa P.
Il circolo polmonare è a bassa P perché le sue resistenze precapillari sono molto basse, di conseguenza le
pareti del ventricolo dx è a bassa P, quindi lo spessore della parete ventricolare dx è una conseguenza della
bassa P. ATT non è la causa. Alla nascita le pareti ventricolari hanno lo stesso spessore, è solo nel momento
in cui s’instaura un’elevata P nel circolo generale, che il ventricolo sx comincia ad aumentare il suo spessore.
Quindi, la causa della bassa P nel circolo polmonare è dovuta alle basse resistenze precapillari.
Altra caratteristica del piccolo circolo è che mentre il circolo generale è pulsatile fino alla fine dei vasi di
resistenza, il circolo polmonare vede le sue pulsazioni propagate lungo tutto l’albero circolatorio, fino nei
vasi di capacità. Questo è dovuto alle basse resistenze. Soprattutto a causa di queste basse resistenze, la P è
pulsatoria nei capillari polmonari, mentre, a causa delle alte resistenze, è continua nei capillari sistemici.
Il cuore deve essere considerato un generatore di pressione anzi se vogliamo considerare il cuore nell’ambito
del circolo dobbiamo dire che è nello stesso tempo anche un ripartitore di pressione.
Considerando la figura in cui è rappresentato il circolo con un solo atrio e un solo ventricolo, vediamo che a
cuore fermo abbiamo la pressione sistemica media di 7 mmHg, a cuore attivo aumenta la pressione arteriosa e
diminuisce quella venosa, quindi il cuore è un ripartitore di pressione.
Se noi guardiamo poi all'interno del ventricolo, vediamo che il cuore in effetti è un generatore di pressione.
Il cuore genera pressione, ma la pressione genera flusso; quindi le oscillazioni che noi vediamo a carico della
pressione le troviamo in tutte queste sezioni anche a carico del flusso.
Da cosa è dato il flusso? Il flusso è il prodotto della velocità del liquido espressa in cm/sec per la superficie di
sezione, indicata in cm2, del punto in cui scorre.
Il prodotto cm/s x cm2 si ottiene cm3/s, che è l’unità di misura del flusso, il quale si chiama anche in modo non
forse molto corretto per la fisica, velocità volumetrica.
Il flusso è uguale in tutte le sezione dell'apparato cardiovascolare. Il flusso è uguale nelle cavità cardiache,
uguale nell’aorta, nell’albero arterioso, nei vasi di resistenza, i vasi di scambio, di capacità, ecc. è uguale nel
circolo polmonare. Dall'uguaglianza del flusso otteniamo anche l'uguaglianza della gettata cardiaca, che è un
aspetto del flusso al minuto. Se dividiamo la GC/Frequenza si ottiene la GS; se i due ventricoli, dx e sx, hanno
stessa GC, perché il flusso è uguale in tutto il sistema, se hanno la stessa frequenza, perché i ventricoli battono
contemporaneamente, anche la GS dei due ventricoli è la stessa.
Il concetto di flusso come prodotto della velocità per la superficie di sezione, F= v · S; la superficie di sezione
varia a seconda delle sezioni dell'apparato cardiovascolare.
La superficie di sezione dell'aorta ascendente, cioè dove viene immessa subito la GC è di 4 cm2
A livello delle arteriole precapillari, cioè dei vasi di R, la superficie di sezione totale di tutti i vasi di resistenza, è
60 cm2, cioè 15 volte superiore alla superficie di sezione dell'aorta. [poiché 4 cm2 x 15 = 60 cm2]
A livello dei capillari, la superficie totale di sezione è ancora più aumentata; infatti nei capillari, quando 1/4 di
essi è pervio, è aumentata di ben 700 volte rispetto ai 4 cm2 all'aorta ascendente, ossia 4 cm2 x 700 = 2800 cm2 di
superficie di sezione; questo se solo 1/4 dei capillari è pervio, come è normalmente, ma, se per caso tutti i
capillari dovessero essere pervi, questo valore sale ancora di 4 volte: per cui si ha una superficie di sezione totale
di 2800 cm2 x 4 = 11200 cm2. Ma non è mai cosi! perché in genere sono pervi soltanto ¼ di essi.
La superficie di sezione aumenta dall'aorta fino ai capillari, poi si ridurrà; il flusso è sempre lo stesso, questo ci
dice che quanto più si estende il letto circolatorio tanto più diminuisce la velocità del sangue. Possiamo dire che,
a flusso costante, la velocità per la superficie di sezione è costante in ogni parte dell'apparato cardiovascolare: se
la sezione è piccola la velocità aumenta, se la sezione aumenta diminuisce la velocità , ma tutto questo è
costante, e quella costanza non è altro che il flusso.
Vediamo come questo viene illustrato in questa figura: qui abbiamo la linea tratteggiata che rappresenta
l'andamento della sezione dell'albero circolatorio: a livello delle vene cave, che notate bene sono 2, la superficie
di sezione totale è quasi il doppio di quella dell'aorta. La linea continua, invece, indica la velocità e noi vediamo
che con l'aumento della superficie di sezione diminuisce la velocita. Se in ciascuna sezione facciamo il conto
della superficie di sezione per la velocità, otteniamo il flusso che è costante in tutto l’albero circolatorio.
In questa figura che non riporta se non pochi numeri, vediamo ciò che abbiamo visto in quella figura, con la
curva di superficie di sezione e di velocità che sono scostate una all’altra, ma in più, abbiamo anche la curva
della pressione. Possiamo osservare come l'aumento della superficie di sezione con la dimunuzione del flusso
avvenga a partire dalle arteriole precapillari, dove abbiamo una diminuzione della pressione.
Osservate anche le onde di pressione che, mano a mano, andiamo distalmente nell'aorta o nelle arterie
periferiche vede aumentare il suo valore sistolico; dovrebbe essere il contrario. Lungo qualsiasi vaso vi è un pò
di resistenza, dovremmo avere una dissipazione di energia, non avere questo aumento. Questo aumento è dovuto
al fatto che quanto più nell'albero arterioso ci spostiamo lontano dal cuore, tanto piu ci spostiamo vicino alle
resistenze; le resitenze sono delle sedi di riflessione dell'onda d'urto; l'onda pulsatoria riflessa sommandosi
sull'onda anterograda, determina un aumento del valore sistolico di questa onda di pressione. In parole povere (lo
vedremo meglio quando ci occuperemo del polso arterioso) questo aumento della pressione sistolica è dovuto ad
un'onda riflessa dai vasi di resistenza. I vasi di resistenza rappresentano come un ostacolo, quindi una parte
dell'energia pulsatoria che urta contro questi vasi di resistenza torna indietro e si somma alla pressione
anterograda.
(figura della distribuzione del sangue nel nostro organismo; del nostro volume di sangue il 10-12% è contenuto
nei polmoni, 8-11% nelle cavità cardiache, il 10-12% nelle arterie sistemiche, il 4-5% nei capillari, il 60-70%
nelle vene piccole e grandi.
Giacché il distretto venoso ha una capacita 20 volte superiore al distretto arterioso, quindi dovremmo avere un
valore del contenuto di sangue nelle vene almeno 20 volte superiore a questo 10! invece l’abbiamo soltanto 7-8
volte. A cosa è dovuta questa differenza tra il contenuto reale e quello che vi ho annunciato ieri? Perché non
abbiamo 20 volte più di sangue nelle vene, ma ne abbiamo meno rispetto alle arterie? Per il fatto che in questa
sezione non si considera il cuore fermo, ma il cuore in attività; il cuore in attività, oltre che ripartire la P,
ripartisce anche sangue perché in continuazione sposta sangue dal distretto venoso al distretto arterioso. Questo è
il motivo per cui, a cuore battente, troviamo nel distretto venoso una quantità di sangue che non è 20 volte
superiore a quella che c’è nelle arterie, ma solo di 7-8 volte.
In sintesi l’equazione di Nernst per il Na è 0,061 V o 61 mV. La differenza di concentrazione del Na tra l’interno
e l’esterno della membrana fa si che dall’esterno il Na eserciti una forza pari a 61 mV.
Qual è la forza complessiva che spinge il Na all’interno nella membrana? La forza complessiva è: 61 mV, dovuti
alla concentrazione, + gli 80 mV della differenza di potenziale fra l'esterno e l'interno; quindi il Na, ione
positivo, viene attratto verso l’interno della fibra…a questo si aggiunge il gradiente di concentrazione. Il
potenziale elettrochimico del Na è dunque la somma di 61 mV + 80 mV pari a 141mV. Il Na è disposto in modo
tale che è spinto verso l'interno della fibra da una forza di 141 mV. Allora, il Na non penetra nella fibra in
condizioni di riposo; la fibra è scarsissimamente permeabile al Na e gli impedisce di penetrare in virtù del suo
gradiente elettrochimico.
Applichiamo l'equazione di Nernst al K, poiché la concentrazione del K all’interno è 30 volte superiore
all’esterno, si ottiene che
N= RT 2,3 log 1/30 = 0,061 · (- 1,476) = - 0,090 V, pari a 90 mV
nF
ottengo -90 mV che indicano la forza esercitata dal K sulla menbrana dall’interno della fibra è di – 90 mV;
pertanto il K tende ad uscire.
In questo caso, il potenziale di equilibrio per il K è molto vicino al potenziale di membrana, infatti il potenziale
di equilibrio del K è di 10 mV superiore al pdm a riposo. Gli ioni K sono situati all’interno, dove sono trattenuti
dalle cariche negative degli anioni proteici, ma sono in così alta concentrazione che sviluppano una forza di 10
mV superiore a quella del potenziale di equilibrio, è per questo tendono ad uscire.
Abbiamo stabilito che il potenziale di membrana a riposo è di -80 mV.
Potenziale d'azione
Il potenziale d'azione del cuore in generale può essere:
• autoctono, se viene generato in quella fibra
• propagato, se arriva, per conduzione dell'impulso, da un'altra fibra.
Il potenziale di membrana a riposo è -80mV, ad un certo punto questo potenziale di membrana a riposo si riduce
fortemente, si riduce dapprima a 0, poi continua a modificarsi in modo da invertire la polarità al di sopra della
linea di 0, ciò significa che l’interno è diventato positivo mentre l’esterno è negativo. Se la differenza di
potenziale era di -80 mV, quella al di sopra della linea 0 sarà di 30 mV; l’ampiezza, dunque, del potenziale
d’azione del miocardio è di 110 mV.
Mentre il potenziale di membrana a riposo è fatto corrispondere alla fase 4, la rapida depolarizzazione è detta
fase 0 del potenziale d'azione. Non appena la depolarizzazione ha raggiunto il suo massimo, inizia la
ripolarizzazione, che porta il potenziale attorno al valore 0; la prima fase della ripolarizzazione viene detta fase
1. Termina la fase 1 del pda, la ripolarizzazione subisce un rallentamento, ed abbiamo la fase 2 o plateau. Il
plateau ha una durata notevole, può durare infatti 200-250 ms, una cosa straordinaria per un pda.
Dopo la fase 2 riprende la ripolarizzazione, ed abbiamo la fase 3.
Quando il potenziale d’azione arriva nella fase 4, significa potenziale di membrana a riposo.
Meccanismi ionici che presiedono allo sviluppo del potenziale d'azione e alla successiva ripolarizzazione
Siamo sempre nel niocardio ventricolare:
Fase 0: la membrana diventa improvvisamente, liberamente permeabile al Na; una corrente di Na si porta
dall’esterno all’interno della fibra, portando cariche positive all’interno, inverte la polarità di membrana. In
corrispondenza della fase 0, la conduttanza al Na aumenta improvisamente e raggiunge un valore massimo con il
picco del potenziale d'azione.
Subito dopo aver raggiunto il massimo, la conduttanza per il Na diminuisce, non torna però, alla norma ma, per
un certo tempo rimane ancora leggermente più elevata che nelle condizioni di riposo.
Intanto noi osserviamo che in corrispondenza dello sviluppo della fase 0 abbiamo a carico della conduttanza del
K, quello che porta sempre fuori le cariche positive responsabili del potenziale di membrana a riposo, una caduta
della conduttanza per il K.
Fase 1: dopo aver raggiunto il picco, si riduce la conduttanza per il Na, vanno meno ioni positivi all'interno, ed
intanto riprende la conduttanza al K, con corrente del K verso l’esterno. Questo, riduzione della conduttanza al
Na ed iniziale ripresa della conduttanza al K che esce, determina l'inizio della ripolarizzazione.
Dopo questa breve fase 1, la ripolarizzazione rallenta, e abbiamo la fase di plateau o fase 2.
Fase 2: il plateau è dovuto al concorso di 3 meccanismi:
• la conduttanza al Ca2+ molto bassa, se non quasi assente, aumenta e comincia ad aumentare già durante la
depolarizzazione; quando il potenziale di membrana a riposo è passato da -80 mV a -35 mV durante la fase
0, si attivano i canali per il Ca, che, è + concentrato all’esterno che all’interno, fluisce verso l'interno,
rallentando la ripolarizzazione, perché la ripolarizzazione dovrebbe essere cariche positive che tornano in
maggiore quantità all’esterno. Il Ca, invece, con le sue cariche positive fluisce verso l’interno e mantiene un
certo grado di depolarizzazione; diventa responsabile di quel ritardo della ripolarizzazione, che è la fase 2 o
plateau.
• nello stesso tempo, abbiamo, ancora la permanenza di una certa conduttanza al Na, cioè qualche ione Na
continua ad entrare nella fibra. Questa conduttanza al Na è permessa grazie allo scambiatore, infatti,
dopoché il Ca è entrato nella fibra, da -35 mV per tutta la fase 2, si crea all'interno una certa concentrazione
di Ca, che è sufficiente ad attivare lo scambiatore, per cui del Na viene portato verso l’interno. In realtà, non
è dovuto tanto al fatto che siano ancora aperti dei canali per il Na, ma al fatto che il Na penetra attraverso lo
scambiatore; ma, nell’economia generale della fibra è come avessimo ancora una conduttanza attraverso la
membrana.
• contribuisce, alla formazione del plateau, anche l'andamento della conduttanza del K, che è scesa durante lo
sviluppo del potenziale o fase 0, poi nella fase 1 è cominciata a risalire, ad un certo punto, però, la risalita
della conduttanza al K viene rallentata, ritardata. Questo ritardo della conduttanza per il K verso l’esterno
insieme, alla corrente verso l’interno per il Ca, al persistere di una certa corrente per il Na, contribuisce a
rallentare la ripolarizzione
Fase 3: ad un certo punto, torna normale, cioè bassa, la conduttanza per il Ca, lo scambiatore cessa… e scompare
quel minimo di conduttanza residua per il Na, mentre riprende la conduttanza del K con movimento verso
l’esterno. Abbiamo la fase 3 e con questa la ripolarizzazione.
In tutto questo tempo la pompa Na-K, cioè l’ATPasi ha sempre continuato a funzionare regolarmente.
Significato della fase 2 o plateau
Nella fase 2 entrano nella fibra dei ioni Ca, che aumentando la loro concentrazione intracellulare, aumentano la
contrattilità.
Possiamo prendere un cuore di anfibio e lasciarlo fermo, poi possiamo sospenderlo ad un sistema di perfusione e
stimolarlo; succede che il cuore si contrae sviluppando una modesta tensione. Se lo faccio contrarre una seconda
volta, dopo una frazione di secondo, il cuore sviluppa una tensione maggiore; lo faccio contrarre una terza,
quarta volta e cosi via… fino a quanto si attesta su un valore di tensione massima. Questo fenomeno è detto
fenomeno della scala o di Bowditch.
Perché abbiamo questo fenomeno di Bowditch? Il miocardio inizialmente non si contraeva, era silente, poi
l’abbiamo fatto contrarre, ha sviluppato il pda con il suo plateau; durante il plateau del Ca è penetrato, il battito
successivo ne esce rinforzato. Così di battito in battito che viene raggiunta una situazione di steady steate. Ma,
staimo attenti! Questo ha anche un’applicazione pratica. Immaginiamo che il nostro cuore batte ad una
determinata frequenza; ogni battito si fi che il nostro cuore sviluppi una certa tensione, se gli faccio aumentare la
frequenza, vedo che la tensione sviluppata aumenta; aumenta a scala per raggiungere, ad un certo momento, una
nuova situazione di steady steate di maggiore tensione sviluppata. L'aumento della frequenza fa aumentare la
contrattilità cardiaca. Perché? Se io aumento la frequenza, aumento il numero di pda in 1 minuto, aumento il
numero di fasi 2 al minuto, aumento le occasioni di ingresso del Ca e, siccome il Ca esce durante la diastole,
aumentando i potenziali d'azione riduco il periodo totale di diastole, cioè di assenza di pda; vale a dire
aumentando la frequenza, aumento le occasioni d’ingresso del Ca e limito la possibilità di uscita del Ca.
Aumentando la frequenza, finisco coll’aumentare il Ca intracellulare e quindi aumento la contrattilità.
Lo studio del pda ci permette di studiare perché non si tetanizza ed anche perché si regola la contrattilità. Ecco la
regolazione della contrattilità che comprendiamo dallo studio del pda. Va detto che l’aumento della contrattilità
con l’aumento della frequenza è modesto rispetto all’aumento della contrattilità prodotta ad esempio dalla
stimolazione del simpatico.
Canali del Na
La permeabilità al Na è possibile perché esistono dei canali per il Na; questi canali posseggono 2 cancelli;
possono essere chiusi dall’uno o dall’altro di due cancelli.
In condizioni di riposo, il canale per il Na è chiuso, ma è chiuso dal cancello M, che rende la fibra eccitabile,
chiude il canale ma non impedisce che questo venga eccitato, ossia si può aprire quando c'e uno stimolo.
Nella fase 0, il cancello M si apre e lascia penetrare il Na, quindi abbiamo la depolazzazione; ma quando siamo
arrivati al massimo della depolarizzazione, il canale si chiude ,non ancora a causa della chiusura del cancello M,
ma per la chiusura del cancello H. Quando il cancello H è chiuso, nessuno stimolo lo può aprire; la membrana è
del tutto inattivabile. Allora, vediamo che il cancello H rimane chiuso fino a quando non si è completata la
ripolarizzazione; solo quando si è completata la ripolarizzazione, la fibra è nuovamente eccitabile.
Durante tutto il periodo del potenziale d'azione, fino alla completa ripolarizzazione, il miocardio si trova in
periodo refrattario, ma, in questo periodo avviene la contrazione; dura 300-350 ms il pda. Quando la contrazione
cessa, il cuore è nuovamente eccitabile, ma non per tetanizzarsi, ma per sviluppare un'altro battito singolo.
La depolarizzazione, fase 0, è dovuta all'ingresso di Na; il fattore principale della fase 2 è l'ingresso di Ca; noi
sappiamo che l'adrenalina (AD) e la noradrenalina (NA) aprono i canali per il Ca.
La NA, che apre i canali per il Ca, innalza la fase 2; ci sono più ioni positivi che vanno al''interno della fibra.
Sempre sotto l'azione della NA, dò una sostanza, la tetrodotossina (che è il veleno del pesce palla) che, invece,
chiude i canali per il Na, e vedo che la depolarizzazione, la fase 0, si riduce in ampiezza.
Se poi chiudo interamente i canale del Na e lascio aperti solo quelli per il Ca, il pda assumerà la morfologia di
un'onda lenta dove abbiamo solo l'attività dei canali del K.
Lezione di Fisiologia del 3 marzo 2004
Prof. Losano – Medicina – Canale A
M’è stato chiesto un chiarimento: noi qui abbiamo la ripartizione del sangue… una di voi m’ha detto: ma se i
capillari hanno una superficie di sezione, 1/4 soltato pervi, 2800 cm2, contro i 4 dell’aorta, cioè 700 volte di più
di questa, com’è possibile che ci sia soltanto 4,5% del sangue? Ma per considerare il volume dobbiamo solo
considerare la superficie di sezione? dobbiamo anche considerare l’altezza di un cilindro che in questo caso è
la lunghezza del capillare: i capillari sono lunghi 1mm e quindi anche se la loro superficie di sezione è enorme,
la loro lunghezza fa sì che il sangue che contengono sia relativamente poco.
Intanto un altro di voi m’ha chiesto alcune cose sulle resistenze, s’è fatto confermare che la pressione nel
circolo polmonare è bassa perché le resistenze sono basse, sicuramente quello è il motivo. Infatti, se noi
dessimo un vasodilatatore in modo da far diminuire, dilatando le arteriole precapillari sistemiche, le resistenze
nel circolo generale, avremo una caduta di pressione nel circolo generale. Se diamo un valodilatatore la
pressione scende perché abbiamo fatto cadere le resistenze.
Ripeto, visto anche quello che m’è stato richiesto, che la trasformazione della pressione pulsative in flusso
continuo, in pressione continuo, è dovuto all’effetto combinato di due fattori: l’effetto mantice dei grossi vasi
arteriosi, che c’è sia per il circolo polmonare, sia per il circolo sistemico, più le resistenze. Siccome le
resistenze, che si aggiungono all’effetto mantice, sono elevate nel circolo generale, noi osserviamo che nel
circolo generale nei capillari la pressione e il flusso sono stazionari, mentre nei capillari alveolari, siccome le
resistenze sono basse, non c’è il contributo delle resistenze all’effetto mantice nel trasformare una pressione di
un flusso pulsatile in una pressione di un flusso stazionario.
La volta scorsa, ieri, vi avevo illustrato il meccanismo ionico che presiede allo sviluppo e alla regolarizzazione
di un potenziale d’azione. Mi ero soffermato sulla genesi del plateau soprattutto e avevo detto qual era il suo
significato: il significato fisiologico del plateau è quello di impedire la tetanizzazione del cuore ma è anche il
significato di legare un aumento della frequenza ad un seppur modesto aumento della contrattività. Siamo tutti
d’accordo?
Allora, dunque vi disegno qui un potenziale d’azione di una fibra miocardica, cioè quel potenziale d’azione che
abbiamo scelto come termine di confronto per altri potenziali d’azione. Allora, se questa è la linea O mV
abbiamo il potenziale di membrana a riposo nella fase 4 a –80 mV, nella fase 0 l’interno della fibra diventa
positivo di 30 mV rispetto all’esterno cosicché abbiamo una cresta (?) di potenziale d’azione di 110 mV. Poi
abbiamo la fase di ripolarizzazione a cui segue il plateau o fase 2, terminato il plateau abbiamo la fase 3 e si
ritorna al potenziale di membrana o fase 4. Questo è il potenziale che, ripeto, uso come termine di confronto
per gli altri potenziali che considereremo, in particolare con il potenziale dell’avviatore primario del cuore, vale
a dire del nodo seno atriale.
Dunque questo è un potenziale, propagato, il potenziale del nodo del seno è autoctono. Innanzitutto una
differenza che abbiamo nel potenziale di membrana a riposo del nodo del seno è quello di avere un valore
inferiore al potenziale di membrana a riposo della fibra del miocardio ventricolare. Anziché avere un potenziale
di membrana a riposo di –80, lo ha a –60 mV. Ma un’altra caratteristica è che mentre la membrana del
miocardio ventricolare si mantiene stabilmente sul valore di –80, il potenziale di membrana del nodo del seno è
estremamente instabile, vale a dire, sui –60 mV ci rimane un brevissimo istante, anzi, non ci rimane proprio
fisso, immediatamente, non appena sono stati giunti i –60 il nodo del seno incomincia spontaneamente ed in
modo relativamente lento a depolarizzarsi.
Osserviamo: tra un potenziale d’azione precedente, il potenziale del nodo del seno si è ripolarizzato a –60 mV
ma non sosta sui –60 mV, comincia lentamente a ridursi in ampiezza, il potenziale di membrana a riposo del
nodo seno atriale, partendo da –60 mV si riduce progressivamente in ampiezza… quando è arrivato a –45 mV
ecco che scatta il potenziale d’azione vero e proprio, cioè scatta l’equivalente della fase 0, e allora noi vediamo
che a partire da questo valore sale l’onda da depolarizzazione in modo però più lento della depolarizzazione
della fibra del miocardio ventricolare. Questa depolarizzazione non arriva al valore della depolarizzazione della
fibra miocardica, ma rimane un po’ più basso: questa parte al di sopra dello 0 che viene chiamato overshoot o
“eccedenza”, per il potenziale d’azione del nodo del seno, è molto modesto, se non assente.
Il potenziale d’azione del nodo del seno manca del plateau ma va incontro ad una ripolarizzazione più lenta
fino a che raggiunge di nuovo i –60 mV e da qui comincia una nuova riduzione dell’ampiezza del potenziale di
membrana a riposo. Ci siamo? Avete recepito?
Dunque, questa riduzione progressiva d’ampiezza del potenziale di membrana a riposo del nodo del seno, fino
a raggiungere il valore di –45 mV, differenza tra l’interno e l’esterno, che è considerato il valore soglia per
l’inizio della depolarizzazione vera e propria, questa fase di depolarizzazione viene detta pre-potenziale o
depolarizzazione diastolica.
Per depolarizzazione diastolica o per pre-potenziale noi intendiamo questa depolarizzazione lenta che mi porta
il potenziale di membrana a riposo dal suo valore massimo di –60 mV al valore soglia di –45 mV.
Quindi se vi si chiedesse: che cos’è che contradistingue il potenziale d’azione del nodo del seno da quello del
miocardio ventricolare dovrete dire che, innanzitutto, il potenziale d’azione del nodo del seno è autoctono e
questo si forma grazie ad un pre-potenziale o depolarizzazione diastolica. Un’altra caratteristica è che la salita
della depolarizzazione è più lenta di quanto non sia la salita della depolarizzazione, fase 0, in una fibra
miocardica. Terza caratteristica è l’assenza di plateau nel potenziale d’azione del nodo del seno.
Se noi teniamo conto di tutte queste differenze, comprendiamo, dobbiamo spiegarlo in termini ionici. Vediamo
quali sono i movimenti ionici che caratterizzano il nodo del seno.
Dunque, sviluppo del prepontenziale o depolarizzazione diastolica (potete anche chiamarlo “potenziale
pacemaker” o “potenziale di avviatore” ma state un po’ attenti che però questo termine può venire confuso con
tutto il potenziale d’azione del nodo del seno in quanto il nodo del seno è suo stesso pacemaker, dunque può
essere confuso con tutto il potenziale d’azione, dunque io preferisco che si chiami pre-potenziale)
Dunque, osserviamo un momento, il primo pannello di questa figura… Noi abbiamo, qui sono indicato due, in
realtà sono tre i meccanismi che determinano lo sviluppo del prepotenziale:
Un aumento lento della conduttanza al Sodio che, come voi sapete, è normalmente, in condizioni di riposo,
molto basso.
Contemporaneamente alla conduttanza al Sodio, che permette agli ioni Sodio di penetrare nella fibra, abbiamo
una diminuzione, cosa qui non rappresentata, della conduttanza al Potassio: voi capite che se gli ioni Potassio
trovano ostalo a fuoriuscire dalla fibra, sono poi riammessi nella fibra dalla pompa del Sodio-Potassio, quella
separazione di cariche tra l’esterno e l’interno, se non viene meno, si attenua, e quindi anche questa riduzione
della conduttanza al Potassio si rallenta. Quando è già iniziato il prepotenziale, nella parte avanzata del
prepotenziale, noi leggiamo qui che s’è stabilita una corrente per il Calcio rivolta verso l’interno: è dovuta
all’aprirsi di alcuni canali per il calcio, sostanzialmente al comparire nella membrana di una certa conduttanza
per il Calcio.
Se noi vogliamo mettere in sequenza le manifestazioni ioniche che producono il prepotenziale vediamo che c’è
basalmente una riduzione della conduttanza al Potassio sui cui in un primo tempo si stabilisce un aumento
della conduttanza al Sodio, in un secondo tempo, terminata questa, un aumento della conduttanza al Calcio.
Calcio e Sodio tendono ad entrare nella membrana portando dentro cariche positive, l’accentuazione di questo
riduce la differenza di potenziale, la precedente, ma continua, riduzione di conduttanza al Potassio impedisce a
questo di riportare cariche positive all’esterno e sostanzialmente incominciano ad accumularsi cariche positive
all’interno che riducano l’ampiezza della differenza di potenziale tra l’interno e l’esterno della membrana. E’
chiaro questo?
Quando siamo giunti al valore soglia, non abbiamo un ingresso di ioni Sodio all’interno della membrana ma
abbiamo un ingresso di ioni Calcio. Vale a dire, quei canali lenti per il Calcio, che avevano incominciato ad
aprirsi nella fase tardiva del prepotenziale, ora si aprono e lasciano penetrare il Calcio nella membrana in
modo che la depolarizzazione del nodo del seno non è dovuta alla penetrazione di ioni Sodio bensì alla
penetrazione di ioni Calcio.
Per il momento in cui incominciano ad aprirsi questi canali e si aprono definitivamente quando parte il
potenziale d’azione, per il modo con cui… il tempo in cui il Sodio… cioè a depolarizzazione diastolica già
avanzata se non terminata, noi diciamo che dipendono… la loro apertura dipende dalla differenza di potenziale
che è stata già creata dall’aumento della conduttanza al Sodio e diminuzione della conduttanza del Potassio.
Queste due variazioni che abbiamo sin dall’inizio del prepotenziale, riducono la differenza di potenziale, questa
riduzione di voltaggio, fa aprire i canali per il Calcio dapprima solo alcuni, poi in quantità maggiore. Questi
canali del Calcio che si aprono a causa di una variazione della differenza di potenziale, ossia di una variazione
del voltaggio, sono chiamati canali Voltaggio dipendenti. I canali lenti per il calcio sono canali voltaggio
dipendenti, si aprono quando è incominciata a variare la differenza di potenziale tra l’interno e l’esterno della
fibra. Siamo tutti d’accordo? Questi ioni che entrano ed escono ecc ecc…? Chiaro per tutti?
Dunque, a seconda della pendenza del prepotenziale abbiamo una certa frequenza di comparsa dei potenziali
d’azione. Se la pendenza di questo prepotenziale diventa pià ripida, il potenziale d’azione comparirà in anticipo
e avremo un aumento della frequenza. Se invece la pendenza del prepotenziale si riduce, questo diventa
meno ripido, avremo un rallentamento della frequenza cardiaca: avete afferrato questo concetto?
Questa figura ci chiarisce questo concetto. Dunque, noi abbiamo i potenziali d’azione che si seguono a ritmo di
quelli evidenziato con il blu. La depolarizzazione diastolica arriva a questo punto… scatta il potenziale
d’azione, abbiamo la ripolarizzazione… poi con la stessa velocità abbiamo il prepotenziale, quindi con la
stessa pendenza, che, impiegando lo stesso tempo, raggiunge il valore soglia per lo scatto di un altro
potenziale d’azione e così di seguito. Se noi, come è in questa figura, stimoliamo il simpatico, vedremo poi
queste cose nel controllo nervoso dell’apparato cardiovascolare, vediamo che innanzitutto il potenziale di
membrana a riposo si riduce d’ampiezza, non sarà più di 60 ma sarà di 55 mV. Non solo si riduce in ampiezza
ma sale con una maggiore rapidità, raggiunge con maggior velocità e quindi con minor tempo, il valore soglia
che fa scattare il potenziale d’azione, sia perché il potenziale di riposo si è innalzato e quindi è più vicino al
potenziale soglia, sia perché il prepotenziale sale in modo più ripido, il potenziale d’azione scatta in anticipo.
Noi infatti vediamo come la frequenza dei potenziali d’azione evidenziato con il rosso sia maggiore della
frequenza dei potenziali d’azione evidenziati con il blu.
Quale sarà secondo voi il meccanismo ionico che il simpatico esercita sul nodo del seno per fargli aumentare
la sua frequenza di scarica? Il simpatico aumenta la conduttanza al Calcio. Poiché il Calcio è un fattore che
determina lo sviluppo del prepotenziale, se il Calcio entra più facilmente nella fibra, lo sviluppo del
prepotenziale sarà più rapido. Il simpatico regola anche la permeabilità della membrana al Sodio: se questo
entra più facilmente nella fibra, a depolarizzazione completata, la presenza di un certo numero di ioni Sodio,
più di quelli che normalmente ci sono all’interno della fibra, farà sì che il potenziale di membrana a riposo risulti
anch’esso ridotto. Quindi, l’effetto combinato del simpatico di aumento della conduttanza per il Calcio e di
aumento della conduttanza per il Sodio, rende più rapida la depolarizzazione diastolica, la fa partire da un
livello più alto di potenziale di riposo e accelera sostanzialmente la frequenza di scarica del nodo del seno,
accelera la frequenza cardiaca. Ci siamo? Non ci sono obiezioni?
Allora vediamo ora la stimolazione vagale. Sulle frequenza cardiaca il simpatico ha un’azione acceleratrice, il
vago ha un’azione di rallentamento. Allora osserviamo come avviene questa azione di rallentamento: i
potenziali d’azione evidenziati con la linea blu sono quelli delle condizioni basali. Il vago esplica questa azione,
che vedremo poi meglio nel controllo nervoso della circolazione, di rendere la membrana più permeabile al
Potassio: più ioni Potassio possono uscire: la membrana risulterà essere iperpolarizzata. Osserviamo infatti
come il potenziale di membrana a riposo da –60 salga a –65 per questa iperpolarizzazione dovuta alla
maggiore fuoriuscire in condizioni basali di ioni Potassio. Se la diminuzione della conduttanza al Potassio è
uno dei fattori genetici del prepotenziale, l’aumento della conduttanza in codizioni basali, e quindi l’ostacolo alla
riduzione della conduttanza duranza lo sviluppo del prepotenziale, rende più lento lo sviluppo del
prepotenziale. [osservare il lucido]
Il prepotenziale a causa della fuoriuscita del Potassio, parte da una membrana iperpolarizzata quindi ha un
valore maggiore di –60 in ampiezza ma poi si sviluppa anche molto lentamente e raggiunge in ritardo il valore
soglia, rallentando così la frequenza di scarica del nodo del seno, rallentando così la frequenza cardiaca. Ci
sono problemi?
Detto questo abbiamo in un certo senso esaurito il discorso sul potenziale di membrana del nodo del seno,
vediamo gli altri potenziali di membrana nell’ambito del cuore
Poi arriviano al nodo atrio-ventricolare… Il nodo atrioventricolare ha anch’esso un potenziale d’azione che
ricorda molto quello del nodo del seno. Infatti abbiamo una depolarizzazione diastolica, una salita
relativamente lenta della depolarizzazione, la mancanza di plateau.
Le tre caratteristiche che ci permettono di riconoscere il potenziale d’azione del nodo del seno da quello della
fibra del miocardio ventricolare o anche atriale sono queste tre: mancanza-presenza di prepotenziale, salita
lenta della depolarizzazione, assenza di plateau.
Queste caratteristiche le troviamo anche nel nodo atrio-ventricolare. Però osserviamo una cosa: il tempo in cui
il potenziale di membrana a riposo raggiunge il valore soglia per generare il potenziale d’azione è più lungo,
impiega più tempo il prepotenziale a raggiungere il valore soglia, quindi la frequenza del nodo atrio-ventricolare
è sicuramente inferiore alla frequenza del nodo seno-atriale. Siamo tutti d’accordo?
In condizioni normali questo potenziale autoctono del nodo atrio-ventricolare non si manifesta. Perché non si
manifesta? Perché prima che il prepotenziale o depolarizzazione diastolica abbia raggiunto il valore soglia, il
nodo atrio-ventricolare viene raggiunto da un potenziale sorto nel nodo del seno che qui arriva come
potenziale propagato che depolarizza la membrana prima che il prepotenziale abbia avuto tempo a far scattare
il potenziale d’azione. Allora che cos’è che permette al nodo del seno di impedire l’attivazione del potenziale
autoctono del nodo atrio-ventricolare? E’ il fatto che si manifesta prima, il fatto che ha una maggiore frequenza.
Allora a questo punto introduciamo una legge generale dei pacemaker cardiaci, dei centri dotati di
automatismo, per cui è sempre prevalente il centro dotato di una frequenza più alta.
Immaginiamo che in un modello sperimentale dove il cuore pulsa ad 80 battiti al minuto, noi vogliamo avere
una frequenza perfettamente costante in cui non ci sia assolutamente nulla che la faccia variare, noi dobbiamo
pilotare il cuore, ma per poterlo pilotare dobbiamo imprimergli con un nostro stimolatore che funge da
pacemaker una frequenza superiore a quella pulsante. Se io voglio controllare la frequenza di un cuore che
pulsa ad 80 battiti al minuto, devo imprimergli una frequenza con il mio stimolatore all’esterno di 90-100 battiti
al minuto, altrimenti non riesco nella così detta “operazione di cattura”: il cuore è sempre catturato dal
segnapasso naturale (nodo del seno) o artificiale (pacemaker o nostro stimolatore esterno) che ha la
frequenza maggiore, c’è sempre la prevalenza del centro a maggiore frequenza perché questo riesce ad
impedire agli altri centri dotati di automatismo (nodo del seno ed atrio-ventricolare) di raggiungere il valore
soglia per lo scatto del potenziale d’azione. Va bene? ci sono obiezioni? Avete capito? ok
Dunque questo potenziale non compare normalmente nel nodo atrio-ventricolare, ma stiamo attenti! Delle volte
può comparire. Se ad esempio noi abbiamo una frequenza di 70-80 battiti al minuto e il nodo del seno viene
leso, compare subito l’attività del nodo atrio-ventricolare. Perché? Perché questo non riceve più quell’impulso
che gli depolarizza la membrana impedendogli di raggiungere il valore soglia. A questo punto il potenziale del
nodo atrio-ventricolare può manifestarsi, la sua depolarizzazione diastolica può raggiungere il valore soglia per
la genesi di un potenziale d’azione. La frequenza propria del nodo atrio-ventricolare è attorno ai 50 battiti al
minuto. Se noi lediamo il nodo del seno vediamo che il cuore pulsa ad una frequenza di 50-55 battiti al minuto,
ancora relativamente elevata ma già più bassa.
Una volta si riteneva che la frequenza propria del nodo atrio-ventricolare fosse poco più bassa di quella del
nodo del seno: se questo pulsava a 75, il nodo atrio-venticolare poteva essere 68. Invece s’è visto poi che è
più bassa. Da cosa nasceva questa confusione? La confusione nasceva dal fatto che lungo la cresta
terminale… sapete cos’è la cresta terminale? E’ quella cresta miocardica che abbiamo all’interno dell’atrio
destro e che corrisponde, guardando l’atrio dall’esterno, al solco terminale che praticamente è laterale al seno
delle vene cave. Bene, lungo la cresta terminale, dal nodo del seno al nodo atrio-ventricolare sono situate delle
cellule pacemaker con una frequenza propria progressivamente decrescente: in alto con valore molto vicino a
quello del nodo del seno, in basso molto vicino a quello del nodo atrio-ventricolare. Il fatto era che
distruggendo in un modello sperimentale il nodo del seno, non prendeva il controllo subito il nodo atrio-
ventricolare, si credeva che prendesse il controllo ma in realtà prendeva la cellula dotata di segnapasso più
alta della cresta terminale, più vicina a quello del nodo del seno. D’accordo tutti? Cos’è quest’assenza di
domande? E’ sonnolenza o… ditemi voi? O noia per le mie parole?
Dunque… noi vediamo poi che il fascio di His con le sue branche, le fibre del Purkinje, diramazioni periferiche
delle due branche, e la muscolatura ventricolare hanno tutte dei potenziali molto, ma molto, simili. Sono
potenziali propagati. Il sistema di conduzioni atrio-ventricolare può essere sede di depolarizzazione diastolica
ma una depolarizzazione estremamente lenta che può imprimere una frequenza sì e no di 30 batttiti al minuto.
E’ chiaro che per la competizioni che c’è tra nodo del seno e centri dotati di automatismo a livello più basso
questi centri di automatismo del sistema di conduzione atrio-venticolare non vengono mai attivati a meno che
noi non abbiamo un blocco della conduzione tra atri e venticoli. Ad esempio abbiamo una lesione del fascio di
His, il cuore di ferma e insorgono dei battiti generati nelle branche del fascio di His ad una frequenza molto
bassa. Questi centri quando sono costretti a manifestare la loro attività, per interruzione della conduzione tra
atri e venticoli - in un soggetto sorge improvvisamente un blocco atrio-venticolare – bene, questi centri non
sono pronti a partire! In tutta la vita di quel soggetto non avevano mai manifestato una volta la loro attività, si
sono ormai abituati ad avere un potenziale di membrana ormai orizzontale, mai sede di depolarizzazione
autonoma… Allora quando succede un incidente del genere, che compare un blocco atrio-ventricolare totale,
di III grado come vedete, i ventricoli si arrestano, la pressione cade a 7 mmHg, il paziente perde i sensi. Per 1
min, 1,5 min non succede niente, il cuore è fermo; ad un certo punto però le fibre del sistema di conduzione di
una delle due branche, non ricevendo più impulsi dal nodo del seno, cominciano a depolarizzarsi e dopo 1-1,5
min di asistolia compare un primo battito, dopo 20 s ne compare un altro, poi un altro dopo 10, poi un altro
dopo 5… (toh, i valori sono presi a caso). Vale a dire: il ventricolo era in completa asistolia, inizia una
frequenza che chiamiano idioventricolare perché nasce da una delle fibre del sistema di conduzione dei
ventricoli, una frequenza ventricolare da prima molto, estremamente, bassa che aumenta progressivamente
fino però ad arrestarsi su quei 25-30 battiti al minuto.
Allora noi diciamo che allorché si instauri il blocco atrio-ventricolare, come abbiamo detto, abbiamo un arresto
del cuore che si chiama pausa pre-automatica. Poi fibre, che non avevano mai manifestato il loro
automatismo, cominciano ad attivarsi, da prima in modo lento, poi in un modo più frequente, abbiamo cioè,
dopo la pausa pre-automatica, la fase di riscaldamento che ci porta a quella frequenza di 25-30 battiti.
Lezione di Fisiologia del 4 marzo 2004
Prof. Losano – Medicina – Canale A
Avevo descritto dapprima il potenziale d’azione del miocardio ventricolare in modo da usarlo come riferimento
per illustrare le modificazioni, cosa c’è diverso nel potenziale d’azione del nodo del seno che è soprattutto
caratterizzato dall’avere un prepotenziale, dall’essere dovuto nel suo sviluppo non alla penetrazione di Sodio
ma di Calcio e dal non possedere la fase 3 o plateau.
Poi avevamo visto che un potenziale simile a quello del nodo del seno si poteva manifestare anche nel nodo
atrio-ventricolare, tuttavia in condizioni normali, poiché il prepotenziale del nodo atrioventricolare raggiunge la
soglia con un certo ritardo rispetto al nodo del seno, il nodo atrioventricolare viene raggiunto da un potenziale
propagato dal nodo del seno prima di poter generare il proprio potenziale autoctono. Soltanto in caso in cui sia
leso il nodo del seno può risvegliarsi l’attività del nodo atrioventricolare caratterizzato da una frequenza più
bassa. Vi avevo anche parlato di come lungo la cresta terminale vi siano tutte cellule dotate di proprietà di
segnapasso, pacemaker, di automatismo, che scaricano quando non sono controllate dal nodo senoatriale ad
una frequenza via via discendente, dai valori in alto della frequenza del seno nodo atriale, giù in basso
percorrono la frequenza del nodo atrioventricolare. Non so se vi avevo anche detto che a volte è anche
possibile il passaggio dall’attività del nodo seno atriale a quella atrio-ventricolare spostandosi l’avviatore
progressivamente lungo la cresta terminale, poi il segnapasso dal nodo atrioventricolare, percorrendo dal
basso verso l’altro la cresta terminale, ritorna al nodo del seno. Questa situazione, cioè una frequenza
sinusale, che si riduce leggermente di battito in battito, diventa la frequenza del nodo atrioventricolare, poi
risale progressivamente per tornare a quella del nodo del seno. Questa variazione di frequenza che si
accompagna anche ad una variazione dell’onda P dell’elettrocardiogramma (è l’onda di attivazione degli atri)
viene chiamato il wandering pacemaker, vale a dire il “segnapasso vagante”. E’ una situazione che dire
patologica è esagerato, ma comunque non una situazione fisiologica: chi porta questo segnapasso vagante sta
benissimo, non soffre di nulla, solo all’elettrocardiogramma si può riscontrare questa situazione.
Poi avevo detto che tutto il sistema di conduzione atrioventricolare può essere sede di attività automatiche: ma
un’attività automatica estremamente lenta che si può manifestare soltanto in caso di blocco completo della
conduzione atrio-ventricolare. Allora vi avevo parlato, e non vi sto a ripetere, della pausa preautomatica, della
fase di riscaldamento e dalla frequenza idioventricolare, troppo bassa per le esigenze emodinamiche e quindi
che rende necessario l’impianto di pacemaker. Di pacemaker ne parleremo poi durante questa lezione, dopo
che avrò parlato della conduzione.
ο CONDUTTIVITA’
A questo punto dobbiamo parlare della conduttività: quando l’impulso insorge nel nodo seno antriale, all’interno
di questo viaggia ad una velocità molto bassa: 0,01 m/s. Poi può diffondersi lungo i tre fascicoli del sistema di
conduzione internodale (?) e può essere condotto all’atrio di sinistra lungo quel fascicolo interatriale. L’impulso
esce però anche dal nodo del seno per attivare il tessuto del miocardio atriale: non ci considera la velocità di
conduzione ma il tempo di conduzione ed allora non si parla di m/s ma di secondi. Allora, dobbiamo prendere
in considerazione il tempo di conduzione seno-atriale, il tempo di conduzione dell’impulso dal nodo del seno al
miocardio atriale: questo tempo di conduzione seno-atriale ha una durata normale di 75 ms. Voi mi
domanderete come si fanno a misurare delle velocità del genere: vengono misurate attraverso l’elettrografia
intracavitaria, ovvero, partendo da una vena si fa arrivare nell’atrio un catetere con due estremità. Sotto
controllo radioscopico si fa in modo che una delle estremità di questo catetere, che poi è un cavo elettrico,
vada a contatto col nodo del seno, l’altra estremità vada a contatto con il miocardio subito all’esterno del nodo
del seno: la differenza nel tempo di attivazione di queste due estremità, il tutto viene registrato, e si può così
risalire al tempo di conduzione seno-atriale. Alle volte è possibile che questo tempo di conduzione seno-atriale
sia allungato, maggiore di 75 ms, supponiamo di 120 ms. Ecco, una lunghezza del genere, è propria di quella
manifestazione clinica che è la cosiddetta sindrome bradicardia-tachicardia. Vale a dire: i pazienti che
hanno questo tempo di conduzione seno-atriale allungato si trovano normalmente in una condizione di
bradicardia, 50-55 battiti sinusali al minuto, ma improvvisamente questi soggetti vanno incontro ad episodi di
tachicardia sopraventricolare che fa di colpo passare il cuore ad una frequenza di 140-150 battiti al minuto, poi
la manifestazioni tachicardica cessa improvvisamente e si ritrovano col loro ritmo molto basso. Questa è la
sindrome tachicardia-bradicardia detta anche in inglese sick sinus sindrome cioè sindrome del nodo del seno
malato.
Nel passaggio dell’impulso attraverso il miocardio atriale la sua velocità di conduzione è di circa 1 m/s. Dunque
finora abbiamo visto la velocità di conduzione all’interno del nodo del seno (0,01 m/s), il tempo di conduzione
seno-atriale, adesso vediamo la velocità attraverso il miocardio atriale: è di 1 m/s. Nelle fibre del sistema di
conduzione interatriale ed internodala può venire condotto anche a 2 m/s.
Prendiamo ora in considerazione il sistema di conduzione atrioventricolare: inzia col nodo atrioventricolare che
si continua nel trondo comune del fascio di His che si suddivide nelle due branche ecc ecc. rete del Purkinje…
filamenti.
Dunque l’impulso che viaggiava ad una velocità di 1m/s lungo l’atrio se non di più lungo il sistema di
conduzione, arriva al nodo atrioventricolare dove subisce un rallentamento. La velocità media di conduzione
lungo il nodo atrioventricolare è di 0,1-0,2 m/s.
Dunque ieri vi ho detto che, per quel che riguarda la frequenza, il simpatico determina accelerazione della
frequenza di scarica del nodo del seno, il vago invece determina rallentamento e quindi bradicardia.
Vediamo simpatico e vago come agiscono sulla conduzione atrioventricolare. A livello del nodo
atrioventricolare il simpatico accelera la velocità di conduzione (non molto, ma comunque lo fa), il vago invece
la fa diminuire, anche molto fino ad interromperla trasitoriamente. Ci sono degli impulsi atriali che sotto forte
stimolazione vagale non possono propagarsi ai ventricoli. L’azione del vago avviene soprattutto sulla parte alta
del nodo atrioventricolare. Dunque, ho già detto, che alla velocità di 2-2,5 m/s l’impulso viagga attraverso il
fascio di His, nelle due branche, nella rete di Purkinje e nei filamenti che dalla rete che si approfondano per i
2/3 interni della parete miocardica. A questo punto dobbiamo tener presente anche che l’impulso ad un certo
punto deve passare alle fibre del miocardio ventricolare. La prima parte del miocardio ventricolare che viene
attivata è ovviamente il setto perché dalle branche, che sono ai lati del setto, l’impulso arriva prima che dalle
altre parti del cuore. Quasi contemporaneamente al setto viene attivato, con un piccolo ritardo, l’apice del
cuore. Successivamente vengono attivate le pareti libere e, alla fine, ultima parte che viene attivata, abbiamo
l’attivazione della base del cuore, dei ventricoli. Dunque, nel propagarsi attraverso il miocardio ventricolare la
velocità di conduzione si riduce di nuovo un po’, la velocità di conduzione infatti attraverso il miocardio
ventricolare al di fuori del fascio di His… filamento varia da 0,4 a 1 m/s.
Dunque se vogliamo rivedere le varie velocità: 0,01 nel nodo senoatria, 1 m/s attraverso l’atrio, 2 m/s nei
sistemi di conduzione interatriale e internodale, 0,1-0,2 (variabile ad opera del vago e del simpatico) nel nodo
atrioventricolare, 2 lungo tutto il resto del sistema atrioventricolare, 0,4 – 1 m/s nel miocardio di lavoro
ventricolare.
Ho poi detto anche che il tempo di conduzione senoatriale normale è di 75 ms. Nota bene: è un tempo, si
indica con secondi.
Dunque vi ho detto ieri e l’ho ripreso oggi, che si possono avere delle interruzioni della conduzione tra atri e
venticoli. Se sono lese le due branche, se è leso il fascio di His, noi possiamo avere l’impossibilità del’impulso
di andare dall’atrio al ventricolo. Allora ieri vi ho detto che quando succede questo il cuore si ferma, rimane
fermo per 1 min o anche più e poi, uno dei segnapassi vicarianti, ma sempre silenti in condizioni normali, che
sono al di sotto della lesione, comincia ad attivarsi: pausa preautomatica. Si attiva dapprima con una
frequenza estremamente bassa, poi questa aumenta un po’, fase di riscaldamento e poi la frequenza arriva e
si stabilizza a 25-30 battiti al minuto. 25-30 battitti al minuto permettono una gittata cardiaca molto ridotta (che
è gittata sistolica x la frequenza): le gittate sistoliche non possono sopperire ad una adeguata perfusione degli
organi, tessuni, ecc. Allora una persona che ha avuto un blocco completo atrioventricolare si trova costretto a
molte limitazioni nella sua vita di relazione: può stare sdraiato, può stare seduto ma se si alza comincia ad
avere dei problemi, se cerca a salire una scala come questa non ce la fa. Allora cosa si fa a queste persone?
si impiantano quei pacemaker di cui ho giò fatto cenno.
Mi piace a questo punto parlarvi dei tipi di pacemaker che ci sono. Noi possiamo prendere un pacemaker,
come quelli di una volta, a frequenza fissa: noi stabiliamo quella frequenza, il pacemaker viene cucito sotto la
cute del torace, un cavetto viene mandato nel ventricolo destro, una punta scoperto di questo cavetto tocca il
miocardio ventricolare e gli manda degli impulsi, tanti al minuto, 70-80. Queste persone avranno una vita di
relazione discreta.
Può succedere però che il blocco atrioventricolare che si è stabilito non sia permanente, stabile, ma che alle
voltem, in certe momenti scompaia e permetta la conduzione del battito sinusale, che s’è originato nel nodo del
seno. Ad un certo punto, a carico del ventricolo, può avvenire una doppia attivazione: una da parte del nodo
del seno e una da parte del pacemaker. Quando, voi capite che il pacemaker può controllare l’attività del cuore
perché salta il punto in cui c’è il blocco, viene portato direttamente alla massa ventricolare, seppure al
ventricolo destro, due impulsi contemporaneamente ed inaspettatamente invadono il miocardio ventricolare
questo può andare incontro ad un disturbo gravissimo che è la fibrillazione ventricolare con cui le fibre si
contraggono non più in modo coordinato ma in modo sparso, del tutto desincronizzato, non possono all’interno
della cavità aumentare la pressione per generare la gittata sistolica. Voi capite che fibrillazione ventricolare
significa morte.
Dunque allora, per evitare questo, sono stati inventati i pacemaker a domanda: questi funzionano in questo
modo. Vengono già messi, alle volte, quando c’è la minaccia di un blocco completo atrioventricolare, questi
sono silenti: quando per alcuni secondi non arriva l’impulso dall’atrio, essi, che hanno un sensore che avverte
questa mancanza di stimoli sinusali, generano i loro impulsi ritmici. Non appena però arriva un impulso dal
nodo del seno si fermano di nuovo, rimangono attivi soltanto quando c’è il blocco, se questo scompare
diventano silenti impedendo questa interferenza del battito sinusale con battito provocato dal pacemaker che
può provocare la fibrillazione ventricolare.
Poi sono stati studiati degli altri pacemaker che vengono anche applicati, che hanno due cavi: uno per far
contrarre gli atri, l’altro per i venticoli. Adeguatamente sincronizzati tra loro, in modo che la contrazione atriale
preceda quella ventricolare del tempo fisiologico in cui normalmente l’attivazione atriale precede l’attivazione
ventricolare nei soggetti normali. Questi pacemaker hanno però un inconveniente, hanno la frequenza sempre
fissa: permetterà di salire queste scale ma non gli permetterà di fare un certo sforzo perché appunto la
frequenza non si adegua alle richieste della gittata cardiaca. Sono stati dunque ideati dei pacemaker la cui
frequenza di scarica è regolata sulla frequenza di respirazione: se la frequenza del respiro aumenta, come
quando un soggetto sta compiendo uno sforzo, aumenta anche la frequenza di scarica del pacemaker,
adeguando così la frequenza cardiaca alle necessità dell’esercizio fisico che quel soggetto sta compiendo. Va
bene? Domande?
ο L’ECCITABILITA’
Dunque io inizio a parlarvi dell’eccitabilità dei tessuti e del cuore ricordandovi una cosa che avete già studiato
in neurofisiologia che è la famosa legge del tutto o del nulla: se uno stimolo applicato dall’esterno come può
essere quello di un pacemarker o di uno stimolatore di uno sperimentatore, se lo stimolo è al di sotto di un
valore soglia è inefficace, ma se supera il valore soglia è efficace indipendentemente dalla sua intensità, la
risposta è sempre la stessa, la massima che quella fibra può dare. Ma che può dare in quali termini? Voi in
neurofisiologia, la massima ampiezza della risposta non è altro che la massima ampiezza del potenziale
d’azione. Anche nel caso della fibra miocardica o comunque dei tessuti funzionali del cuore, uno stimolo che
ha superato il valore soglia determina una massima ampiezza del potenziale d’azione qualunque sia la sua
intensità. Se la sua intensità è eccessiva finirà per allucinare la fibra ma la risposta sarà quello che è.
Bene, per il cuore però la legge del tutto o del nulla non è applicabile soltanto alla risposta elettrica ma anche
alla risposta meccanica. Vale a dire, se noi consideriamo lo sviluppo di tensione di una fibra vediamo che una
volta raggiunta la soglia, lo sviluppo di tensione è il massimo che la fibra può produrre, ma, stiamo attenti, in
quelle circostanze. Vale a dire, lo sviluppo di tensione, cioè la forza meccanica prodotta dalla fibra determina
dalle condizioni in cui viene posta la fibra. Prima di tutto il suo contenuto in termini di Calcio che può variare a
seconda della frequenza di scarica, il secondo luogo a seconda della lunghezza iniziale di riposo che la fibra
aveva quando era rilasciata. Vedremo come la lunghezza della fibra prima di essere stimolata è uno degli
aspetti che studieremo quando considereremo la cosiddetta legge del cuore o di Starling, la prossima
settimana vedremo questo.
Il contenuto di calcio è responsabile, se ricordate bene, del fenomeno della scala o di Bowditch (?) ricorda il
rifugio a 3000 m in Val Sesia.
Dunque, vi ho detto anche, che se noi aumentiamo la frequenza di stimolazione aumentiamo i numeri di
potenziali d’azione in un minuto, ciascun potenziale d’azione ha il suo plateau durante il quale il calcio entra,
ma avvicinando i potenziali d’azione l’uno all’altro riduciamo il periodo totale di riposo della fibra, quando cioè il
calcio attraverso la pompa del calcio o attraverso lo scambiatore per il sodio esce dalla fibra. Se noi, in un
minuto, aumentiamo le occasioni di ingresso per il calcio e diminuiamo le occasioni di uscita, alla fine aumenta
il calcio intracellulare e con questo aumento aumenta la tensione sviluppata, cioè aumenta la contrattività, o,
se volete usare un altro termine che troverete poi nei vostri studi, aumenta lo stato inotropo del cuore (sono
sinonimi).
Torniamo un momento ad una figura che abbiamo già preso in considerazione. Noi sappiamo che durante lo
sviluppo del potenziale d’azione la fibra miocardica si trova in stato di refrattarietà. Noi diciamo che il miocardio
ha uno stato di refrattarietà assoluto e uno stato di refrattarietà relativo. Ricordate che lo stato di refrattarietà è
in relazione al tipo di cancelli che chiudono i canali per il Sodio: la depolarizzazione avviene perché i canali del
Sodio si sono aperti. I canali del Sodio possono essere chiusi da cancelli M che permettono ancora alla fibra di
essere eccitata oppure da cancelli H che rendono la fibra ineccitabile. In condizioni di riposo il canale è chiuso
dai cancelli M, dunque, uno stimolo genera l’eccitabilità ma non appena siamo già nella fase 0, alla fine della
fase 0, in canali si chiudono per la chiusura dei cancelli H che rendono la fibra ineccitabile. I cancelli H si
aprono poi mentre si richiudono gli M durante il completarsi della ripolarizzazione. Allora noi attribuiamo la
refrattarietà alla chiusura dei canali per il Sodio ad opera dei cancelli H. Tutti d’accordo?
Allora prendiamo in esame l’andamento dell’eccitabilità. Dunque qui è indicato un potenziale d’azione del
miocardio ventricolare, la riposta contrattitile, il periodo refrattario (assoluto e relativo) e poi il periodo di normo-
eccitabilità. A partire dall’inizio della fase 0 abbiamo la comparsa di una refrattarietà assoluta ma intanto la
fibra si sta contraendo, questa refrattarietà dura fino a quando la fibra comincia a rilasciarsi ma, al periodo
refrattaria assoluto in cui nessuno stimolo per intenso che sia riesce ad attivare la fibra, fa seguito il periodo
refrattario relativo dove sono efficaci soltanto degli stimoli che sono più intensi di quanto non lo siano di norma.
Uno stimolo superiore alla norma non attiva sicuramente la fibra durante il periodo refrattario assoluto ma
l’attiva durante il periodo refrattario relativo. Poiché il plateau garantisce una durata del potenziale d’azione che
comprende quasi tutta la contrazione, noi comprendiamo che, a causa della lunghezza del periodo refrattario
assoluto e anche col contributo del periodo refrattario relativo, la fibra non può essere tetanizzata. Quando
abbiamo un nuovo impulso efficace siamo già nella fase di rilasciamento.
Bene, detto questo vediamo alcuni fatti che avvengono in concomitanza della fase 3 del potenziale d’azione.
Questi fenomeni che avvengono sono 2: uno che può essere considerato relativo all’autoinnesco della fibra:
quando la fibra si ripolarizza e ha raggiunto una polarità di –60 mV, si trova in una situazione di instabilità e
può andare incontro ad autoinnesco. Cosa vuol dire? Che un altro potenziale d’azione può insorgere in in
questo punto. Perché è instabile? Perché qui, in questo momento, anche se alle volte non si vede c’è un
brevissimo rallentamento della ripolarizzazione che si chiama potenziale postumo negativo in
corrispondenza del quale la fibra può riattivarsi da sola e magari dare due o tre risposte a ripetizione molto
ravvicinate l’una dall’altra che possono anche qui determinare la fibrillazione venticolare. Questa presenza di
potenziale postumo negativo può essere una delle cause di certe morti improvvise. Ma vi è un’altra cosa:
osserviamo ad esempio l’andamento della eccitabilità: la soglia di eccitabilità durante il periodo refrattario
assoluto è infinita, nessuno stimolo può essere efficiente; quando inizia con la frase 3 il periodo refrattario
relativo la soglia di eccitabilità incomincia ad abbassarsi fino a diventare normale. In questo periodo impulsi più
intensi di quelli normalmente capaci di evocare le risposte, se sono appunto più intensi, possono evocare la
risposta. Vediamo un po’ se qualcuno di voi pensa a cosa possa essere dovuto il periodo refrattario relativo…
[gira la cassetta! si tratta dei cancelli H e M…]
In realtà nella fase di recupero dell’eccitabilità possediamo due incavi: sono dei momenti di supereccitabilità
relativa cioè qui posso evocare la rispota con uno stimolo di una intensità minore di quanto possa fare
andando leggermente più avanti nel tempo. Questi incavi sono molto pericolosi perché se uno stimolo, ad
esempio quello di un pacemaker, ecco quello che vi ho detto prima, interferisce con questo potenziale d’azione
durante questo incavo può indurre la fibrillazione ventricolare.
Chi aveva scoperto la presenza di questo momento di supernormalità relativa aveva chiamato questo incavo
“periodo vulnerabile”. Se una fibra viene colpita da uno stimolo durante il periodo vulnerabile questa fibra può
andare incontro a fibrillazione e propagare la fibrillazione a tutto il resto del cuore. Questo viene detto ancora
oggi il periodo vulnerabile di Wiggers.
Dunque, per concludere, vi faccio vedere alcuni effetti dell’aumento della frequenza sui potenziali d’azione:
aumentando la frequenza di stimolazione noi osserviamo che i potenziali d’azione diventano più corti, abbiamo
un’accelerazione e delle depolarizzazione della ripolarizzazione, ciò non toglie che passando da questa
situazione a questa a questa a questa noi aumentiamo con la frequenza sempre l’occasione di ingresso del
calcio e limitiamo le possibilità di uscita del calcio.
Quando aumenta la frequenza di attivazione del cuore noi osserviamo che il potenziale d’azione si fa più corto:
è più rapida sia la depolarizzazione che la ripolarizzazione. Però vediamo che malgrado queste variazioni
l’aumento della frequenza causa sempre un aumento delle occasioni di ingresso del Calcio e una riduzione del
tempo totale di uscita del Calcio.
Il muscolo cardiaco presenta le stesse caratteristiche, dal punto di vista strutturale, del muscolo
striato. La differenza sostanziale è che mentre il muscolo striato classico ha bisogno di una
stimolazione, il muscolo cardiaco si contrae volontariamente. Dal punto di vista strutturale
ritroviamo la struttura del sarcomero con filamenti spessi e sottili; i filamenti spessi sono dati dalla
molecola della miosina, quelli sottili dall’actina. La struttura funzionale è il sarcomero, che va da
una linea Z a un’altra linea Z, vi è una zona in cui c’è, anche nel muscolo rilasciato, una parziale
sovrapposizione fra i 2 tipi di filamenti: questa zona viene indicata come banda A. Ci sono poi delle
strutture caratteristiche che sono formate da molecole del citoscheletro che servono per mantenere
in una giusta posizione i vari tipi di filamenti. Durante la contrazione, la lunghezza di ogni
sarcomero viene a essere ridotta.
Una caratteristica importante per quanto riguarda il muscolo cardiaco è la notevole presenza di
mitocondri. Infatti, differentemente dal muscolo striato il muscolo cardiaco non può andare incontro
a un debito di ossigeno. Inoltre il muscolo cardiaco, oltre a possedere un notevole numero di
mitocondri che producono una elevata quantità di ATP, è riccamente vascolarizzato. C’è una fitta
rete, quella dei vasi coronarici. Altra caratteristica importante è che la contrazione del muscolo
cardiaco è spesso indicata come una contrazione in cui il calcio che entra a livello della cellula
muscolare richiama altro calcio dai depositi intracellulari. Quindi: molti mitocondri, struttura
classica dell’apparato contrattile, l’unica differenza rispetto al muscolo striato classico è una
caratteristica forma del potenziale d’azione che è una lunga durata del potenziale d’azione, dovuta
all’apertura di canali del calcio durante la fase di plateau. Questo calcio che entra non è quello che
poi si legherà alla Troponina C che libererà il blocco della Tropomiosina e di conseguenza darà
origine alla vera e propria contrazione muscolare, bensì è semplicemente uno stimolo che indurrà la
liberazione di altro calcio dai depositi intracellulari. Quindi il muscolo cardiaco, che dal punto di
vista anatomico viene ad essere indicato come un sincizio funzionale, poichè le varie fibre vengono
ad essere unite fra loro tramite delle gap junctions, che sono formate dal punto di vista molecolare
da dei connessoni, che altro non sono che dei canali, delle strutture a canale che permettono il
passaggio dell’impulso di stimolazione da una cellula all’altra molto velocemente, allora questo
impulso arriva a livello della cellula, entra questo calcio dovuto a questi potenziali d’azione. Questo
calcio che entra che cosa fa? Attiva la liberazione del calcio contenuto a livello del reticolo
sarcoplasmatico; a livello di questo reticolo sarcoplasmatico noi abbiamo dei recettori, che sono
recettori sensibili alla rianodina . Quindi il calcio entra, non è in quantità sufficiente da determinare
la contrazione, però è in quantità sufficiente da stimolare la liberazione di calcio da queste vescicole
o stores intracellulari. In genere è indicata, questa quantità di calcio che entra dall’esterno verso
l’interno come trigger. Il calcio che entra durante la fase di plateau del potenziale d’azione è in
grado di stimolare questi recettori della rianodina posti a livello degli stores intracellulari
contenenti calcio. Il calcio a questo punto può uscire e dare l’avvio alla contrazione muscolare.
Questa contrazione muscolare nel cuore è la fase di sistole. Successivamente il muscolo cardiaco si
rilascia e, come sempre avviene, per rilasciarsi un muscolo deve eliminare il calcio. Quindi, come
viene ad essere liberato da questi stores intracellulari, così deve essere recuperato e perchè avvenga
questo recupero devono essere attivate delle pompe poste a livello degli stores intracellulari che
sono ATP dipendenti. Questo calcio entra dall’esterno verso l’interno, attiva questi reticoli agendo
sui recettori sensibili alla rianodina, ma nello stesso tempo è in grado di attivare una molecola
interna, una calmodulina, una delle classiche proteine intracellulari in grado di legare calcio. Il
calcio entra e fa liberare altro calcio che si lega al sistema contrattile e si ha la contrazione. Questo
calcio che entra è in grado a sua volta di legarsi alla calmodulina, che ha l’importante funzione di
attivare una proteina, indicata come fosfolambano, posta a livello della membrana del reticolo
sarcoplasmatico. Quindi il calcio entra: da una parte libera il calcio contenuto nelle vescicole e
questo dà la contrazione, dall’altra parte attiva la calmodulina che semplicemente è in grado di
attivare il fosfolambano, posto a livello della membrana del reticolo sarcoplasmatico. La funzione
del fosfolambano è quella di attivare a sua volta le pompe deputate al recupero di calcio. Queste
pompe devono recuperare il calcio, perchè al termine della contrazione il calcio viene liberato dal
sistema contrattile e non deve rimanere libero all’interno del citoplasma, ma deve essere recuperato
perchè poi dovrà essere riutilizzato. Quindi, la quantità di calcio che dall’esterno verso l’interno
entra è una quantità minima, la quantità di calcio che dagli stores intracellulari viene liberata è
molto elevata, perciò buona parte del calcio viene recuperata per azione di questo fosfolambano che
attiva questa pompa ATP-asi che fa ripristinare il calcio dal citoplasma verso gli stores
intracellulari. Quindi, il fosfolambano serve essenzialmente per far ritornare il calcio. Parte del
calcio che viene contenuto a livello della cellula dovrà essere rimandato fuori, perchè in parte era
proveniente anche dall’ambiente extracellulare. Per fare questo, entrano in azione delle altre pompe
che sono delle pompe in grado di estrudere calcio in cambio di sodio, poste a livello della
membrana plasmatica. Ovviamente in questo caso succederà che viene mandato fuori calcio e
entrerà del sodio e anche in questo caso entra in gioco un’altra pompa ionica molto importante, la
pompa sodio-potassio, che riporterà fuori il sodio entrato con lo scambio del calcio e riporterà
all’interno il potassio. Questa è la differenza principale tra la muscolatura striata volontaria e la
muscolatura involontaria tipo quella cardiaca. Quindi: un’ elevata quantità di mitocondri e
soprattutto questo calcio che chiama calcio dall’ambiente intracellulare.
Fotocopie in cui viene evidenziata la struttura classica del muscolo cardiaco, dell’actina, della
tropomiosina e del complesso delle troponine, che è la tipica struttura delle proteine regolatrici.
Quindi: l’ actina, con la sua struttura globulare, i filamenti della tropomiosina, perciò le troponine,
una volta che si lega il calcio alla troponina C viene ad essere liberato il sito dove l’actina si legherà
poi alla miosina e verrà permessa quindi la formazione dei ponti trasversi actina-miosina e il
conseguente scivolamento dei filamenti.
Qui viene evidenziata la struttura della miosina con corpo e testa della molecola e dove avviene il
legame tra l’actina e la miosina.
In questo lucido è rappresentato il potenziale d’azione con la caratteristica forma: il plateau dove
entra calcio e questa entrata di calcio è permessa da canali del calcio a cinetica molto lenta.
L’ingresso di calcio determina il rilascio di calcio dagli stores intracellulari, la contrazione. Qui
viene ad essere recuperato il calcio: quindi le pompe ATP-dipendenti che recuperano il calcio, lo
rimmettono negli stores intracellulari e poi invece le pompe di membrana. Qui viene indicata
un’altra pompa simile a quelle che troviamo a livello del reticolo, una semplice pompa ATP-asi e
qui invece gli scambiatori calcio- sodio e sodio-potassio.
Il ciclo cardiaco.
Il cuore è formato da 2 parti: destra (dx) e sinistra (sin). Ovviamente, quella dx è legata al circolo
polmonare, quella sin al circolo sistemico. Vedete subito una differenza tra ciclo cardiaco di sin e di
dx. Il ciclo cardiaco di sin raggiunge livelli pressori molto elevati, quello di dx raggiunge valori
pressori molto più ridotti. Il ciclo cardiaco che cos’è semplicemente? Sommariamente è la fase di
sistole e la fase di diastole. In realtà, la fase di sistole comprende una sistole isovolumetrica e una
fase di efflusso. La fase di efflusso è a sua volta suddivisa in una fase di accelerazione e in una fase
di decelerazione. Quindi, in genere si dice che il cuore ha una fase di sistole (di contrazione) e una
fase di diastole (di rilasciamento). Nella sistole il calcio entra, si lega e così via, nella fase di
rilasciamento il calcio ritorna a livello degli stores intracellulari. Ricordate che il ciclo cardiaco è la
spiegazione degli eventi meccanici, essendo un muscolo prima c’è la parte in un certo senso di
stimolazione e quindi vedrete sempre prima il potenziale d’azione che nel cuore in toto sono le onde
dell’elettrocardiogramma (ECG) e successivamente c’è l’evento meccanico inteso come onde
pressorie del ciclo cardiaco. Quindi il ciclo cardiaco è l’evento meccanico e l’evento elettrico viene
visto alla luce dell’ECG. Come vedete, le singole fasi del ciclo cardiaco hanno una durata: questa è
una durata non fissa, perciò la sistole isovolumetrica ha una durata di circa 60 msec, però questa
durata risulta essere influenzata da una serie di fattori e la stessa cosa vale per la fase di diastole che
anche in questo caso avrà una durata diversa a seconda, per esempio, dell’influenza della frequenza
cardiaca. Perciò: fase di sistole, con una sistole isovolumetrica, poi una fase efflusso con
accelerazione e decelerazione. Successivamente c’è una breve fase di protodiastole e inizia, al
termine della protodiastole, la fase di diastole vera e propria. Quindi, la diastole che comprende il
rilassamento isovolumetrico, una fase di riempimento rapido, una fase di riempimento lento o
diastasi e la sistole atriale. Quindi la fase di efflusso ovviamente si riferirà a quando il sangue dal
ventricolo passa in aorta, la fase invece di riempimento si riferisce alla fase in cui il sangue
dall’atrio passa a livello ventricolare. In genere si considera il ciclo del ventricolo sin. Per
descrivere in modo completo il ciclo cardiaco bisogna considerare la pressione ventricolare, la
pressione aortica, la pressione atriale. Sono pressioni, quindi vengono espresse in mmHg. La stessa
cosa avverrà per la parte di dx: anche in questo caso una (pressione) ventricolare di dx, una atriale
di dx e non si parlerà ovviamente di aorta ma di polmonare. Oltre a queste curve di pressione, si
considerano ancora delle curve di flusso e si parla di flusso a livello della polmonare, a livello
dell’aorta e poi in alcuni grafici di ciclo cardiaco si considera anche il volume ventricolare; poi si
considera l’aspetto elettrico e quindi l’ECG e si considerano anche i toni cardiaci. Il tutto per avere
una visione completa del ciclo cardiaco. Essendo un ciclo, si può cominciare a descriverlo dove
meglio si crede. In genere si parte sempre dal punto in cui le valvole atrio-ventricolari (A/V)
risultano essere chiuse e questo anche per semplicità. Ricordatevi che la quantità di sangue che
viene ad essere espulsa durante un ciclo cardiaco viene ad essere indicata come gettata sistolica,
quindi al termine del ciclo cardiaco il cuore espelle una certa quantità di sangue che nei soggetti
normali, in condizione normali, quando le fasi del ciclo hanno durata normale è di circa 70 ml di
sangue. Questo durante un ciclo. Invece durante un minuto, quindi quando si considera anche la
frequenza cardiaca, la gettata cardiaca in questo caso volume/minuto cardiaco è data dalla gettata
sistolica per il numero di battiti e quindi si va intorno ai 4900 ml/min (perchè 70 è il volume della
gettata sistolica, 70 sono i battiti al minuto). Un altro aspetto che non bisogna trascurare è il fatto
che il ventricolo, al termine dell’eiezione, ossia al termine del ciclo cardiaco quando cioè ha espulso
la sua gettata sistolica, non rimane vuoto, bensì una certa quantità di sangue rimane all’interno del
ventricolo e viene indicata come residuo sistolico. Questo residuo sistolico è in genere all’incirca un
50 % rispetto al volume telediastolico, cioè al volume contenuto all’interno del ventricolo al
termine della fase di riempimento. Quindi: gettata sistolica → alla fine di un ciclo; gettata
cardiaca → la quantità complessiva di sangue espulsa dal ventricolo sin al termine di un minuto, e
quindi all’incirca 4900; il residuo sistolico → quello che rimane all’interno del ventricolo; il volume
telediastolico → è la quantità di sangue che è contenuta all’interno del ventricolo al termine della
fase di riempimento. Ricordatevi che il residuo sistolico è all’incirca un 50%.
Se iniziamo a vedere il ciclo cardiaco: (sui grafici) cominciamo in un punto a livello del ventricolo,
già pieno di sangue, perchè la fase di riempimento è già terminata e il ventricolo sta aumentando la
sua pressione e quindi si sta contraendo. Inoltre questa fase ha la caratteristica di esser indicata
come fase di sistole isovolumetrica, è la prima fase di sistole, isovolumetrica per un semplice
motivo: in questo momento il ventricolo è una cavità chiusa, le valvole A/V sono chiuse, le valvole
semilunari sono ancora chiuse, quindi il ventricolo si sta contraendo su una massa di sangue e sta
semplicemente sviluppando pressione. I valori pressori velocemente aumentano. Infatti se andiamo
a vedere la durata delle fasi del ciclo cardiaco vediamo che questa prima fase del ciclo dura circa 60
msec. Progressivamente questa pressione aumenta. (grafico) Questa linea tratteggiata che vedete è
la pressione aortica del precedente ciclo. Dovete immaginare una serie di cicli, uno di seguito
all’altro. Questa pressione sta progressivamente scendendo dal ciclo precedente e raggiungerà un
valore minimo indicato come pressione diastolica aortica. Quindi, il ventricolo si sta
progressivamente contraendo, le valvole A/V sono chiuse, le valvole semilunari sono ancora chiuse,
e il ventricolo è una cavità piena di sangue; questa pressione progressivamente aumenta e
progressivamente, nello stesso periodo in cui questa aumenta, la pressione posta a livello aortico sta
scendendo. Questo fa sì che, arrivati a un certo punto, avvenga l’apertura delle valvole semilunari.
A seguito dell’apertura delle valvole semilunari ovviamente il sangue passerà dal ventricolo sin
all’aorta con una fase che inizialmente è una fase di accelerazione e successivamente è una fase di
decelerazione. Le due pressioni praticamente seguono lo stesso andamento e la differenza di
velocità di accelerazione e decelerazione è dovuta ad un fenomeno in cui si considera il fatto che vi
è una massa inerziale del sangue e le resistenze poste a livello periferico. Allora: la pressione
ventricolare sale, quella aortica progressivamente scende, c’è l’apertura delle valvole semilunari, le
fasi di accelerazione e decelerazione, il flusso di sangue passa a livello aortico; successivamente
viene meno l’aumento di pressione a livello ventricolare e la pressione ventricolare tende
progressivamente a scendere. In questo punto termina la fase di eiezione e quindi il sangue non
passerà più a livello aortico, si chiudono le valvole semilunari. Quindi, questa piccola onda viene ad
essere indicata come protodiastole. A questo punto avviene la chiusura delle valvole semilunari che
si chiudono per un motivo molto semplice: perchè a livello ventricolare la pressione è minore, a
livello aortico la pressione è maggiore e c’è una sorta di reflusso del sangue dall’aorta verso il
ventricolo e di conseguenza questo determina la chiusura delle valvole. Come vedete, entrambe le
pressioni, aortica e ventricolare, progressivamente scendono, ma scendono con una velocità
notevolmente diversa e questa è dovuta alle caratteristiche della struttura della parete dell’aorta.
Vedete che la pressione aortica progressivamente scende e la ritroveremo a livello minimo,
diastolico, nel ciclo successivo. Continuando a seguire l’andamento della pressione ventricolare
vediamo che questa progressivamente scende e siamo di conseguenza nel pieno della fase
diastolica.
Se andiamo a considerare le fasi del ciclo cardiaco in relazione a quello che succede a livello
dell’ECG l’onda T indica la ripolarizzazione ventricolare e l’onda T precede la diminuzione della
pressione ventricolare. Quindi: chiusura delle valvole semilunari e si ha nient’altro che la fase di
diastole o di rilassamento isovolumetrico, perchè anche in questo caso troviamo le valvole
semilunari chiuse e le valvole A/V ancora chiuse. Quindi il ventricolo si sta rilasciando molto
velocemente, questa fase di rilasciamento è molto veloce e a livello della pressione atriale (lineetta
con i trattini più piccoli sul grafico) la pressione tende progressivamente ad aumentare. Ricordatevi
che a livello atriale c’è un progressivo arrivo di sangue e dal punto di vista anatomico la contrazione
che noi andiamo a registrare a livello del ventricolo modifica la struttura dell’atrio. Quindi succede
che progressivamente la pressione atriale che segue il movimento del ventricolo aumenta,
progressivamente la pressione ventricolare scende fino al punto in cui risulterà essere inferiore
rispetto a quella atriale. Si ha a questo punto l’apertura delle valvole A/V. Quindi: all’inizio della
sistole isovolumetrica le valvole risultavano essere chiuse - sistole isovolumetrica, chiuse le valvole
A/V e semilunari - progressivo aumento della pressione ventricolare che supera quella aortica -
successivamente fase di eiezione con accelerazione e decelerazione - chiusura delle valvole
semilunari – fase di protodiastole - progressiva diminuzione della pressione aortica – chiusura delle
valvole semilunari – inizio della fase di rilassamento isovolumetrico del ventricolo – dall’altra parte
vediamo che progressivamente la pressione a livello atriale aumenta - la pressione endoventricolare
progressivamente scende, la pressione atriale progressivamente sale - apertura delle valvole A/V.
Quindi: abbiamo iniziato la fase di rilassamento isovolumetrico – apertura delle valvole A/V - una
fase di riempimento rapido e una fase di riempimento più lento, che viene anche ad essere indicato
come diastasi. Ovviamente come tutte le fasi del ciclo cardiaco anche le fasi relative alla fase
diastolica possono essere modificate nella loro lunghezza, nella loro durata. E’ importante ricordare
che la fase del ciclo cardiaco più sensibile alle variazioni di frequenza risulta essere la fase di
riempimento, perchè è la fase più lunga del ciclo cardiaco, dove non si vengono a raggiungere
elevati livelli di pressione. E’ importante ricordare che questa fase di riempimento può essere
ridotta quando la frequenza risulterà essere notevolmente elevata. Al termine della fase di
riempimento ritroviamo la fase di sistole atriale che consiste semplicemente nella contrazione degli
atri. In un ciclo normale in genere la quantità di sangue che viene ad essere spremuta a livello
atriale non è una quantità così elevata se la durata del riempimento risulta essere rispettata. Se
invece la fase di riempimento risulta essere ridotta ovviamente anche quella minima quantità di
sangue che viene ad essere spremuta a livello atriale risulta essere importante durante la fase di
riempimento. Le stesse fasi che si trovano a livello sin si possono ritrovare anche a livello dx,
ovviamente saranno fasi in cui la pressione risulterà essere ridotta e risulteranno avvenire
leggermente prima perchè i livelli pressori risultano essere minori.
[Link] Gianni Losano
08-03-2004
Lezione di fisiologia cardiovascolare
Il Ciclo Cardiaco
È compreso di 3 fasi:
Fenomeno attivo che quando l’atrio contraendosi spinge con forza il sangue
all’interno del ventricolo. Quando varia la frequenza cardiaca, di poco si accorcia
la sistole, di molto si accorcia la diastole, lo vedete in questo lucido (fig. CT⋅5), in
questo momento consideriamo la variazione di frequenza intesa nel senso
dell’aumento come accorciamento della diastole, quale fase della diastole sarà più
compromessa? La fase di riempimento lento ad una frequenza normale 70÷80
battiti/minuto, la maggior parte del sangue che formerà la gettata sistolica del
battito successivo entra nel ventricolo durante questa breve fase di riempimento
rapido, nel ventricolo è tornato il 75% del sangue che formerà la gettata sistolica
successiva, il 25-30% arriva al ventricolo durante la fase di riempimento lento e la
sistole atriale che lo conclude.
Impropriamente taluni testi dicono che la sistole atriale partecipa al riempimento
ventricolare in misura del 25-30% il concetto è ERRATO! Perché la partecipazione
della sistole atriale al riempimento ventricolare è in relazione diretta con la
frequenza cardiaca.
Mi spiego meglio.
Noi abbiamo un cuore che pulsa ad una determinata frequenza, immaginiamo che
in queste circostanze la sistole atriale partecipi al riempimento ventricolare nella
misura del 15-20%, aumentiamo la frequenza, viene ridotta la fase di riempimento
lento, aumenta leggermente la partecipazione della sistole atriale al riempimento
ventricolare, quando l’aumento della frequenza ha comportato una scomparsa della
fase di riempimento lento e la sistole atriale si manifesta immediatamente dopo il
riempimento rapido ventricolare si è osservato che la sistole atriale armai partecipa
per il 50% al riempimento ventricolare.
Perché per il 50%?
Perché quando compare la sistole atriale, in ventricolo non è stato ancora
completamente riempito, c’è ancora spazio, ma una sistole atriale che sia
immediatamente in parte a ridosso del riempimento rapido partecipa alla stessa
condizione di riempimento della fase di riempimento rapido, spinge nel ventricolo
attivamente quel sangue che altrimenti entrerebbe soltanto nel riempimento rapido,
ad una frequenza di 150 battiti/minuto, la sistole atriale partecipa al 50% del
riempimento ventricolare.
La frequenza è aumentata talmente per cui la fase di riempimento rapido è stata
compromessa, la sistole atriale ormai occupa una buona parte della fase di
riempimento rapido, se non ci fosse la sistole atriale, il riempimento rapido non
sarebbe di per se sufficiente a determinare un riempimento ventricolare adeguato a
generare una gettata sistolica, allora noi comprendiamo che quando è stata
totalmente cancellata dalla frequenza la fase di riempimento lento ed abbiamo solo
fase di riempimento rapido o addirittura la fase di riempimento rapido è stata
accorciata, allora esserci o non esserci la sistole atriale comporta l’esserci o non
esserci della gettata sistolica. Se non c’è la sistole atriale, per battiti ventricolari
molto vicini l’uno con l’altro, a causa della frequenza dell’atrio comporterebbe un
annullamento della gettata sistolica del battito successivo, a questo punto possiamo
dire che il ruolo emodinamico della sistole atriale vale il 100% della gettata
sistolica.
Proviamo invece a ridurre la frequenza, la fase di riempimento lento si allunga
tanto da riempire totalmente il ventricolo alla fine di questa fase di riempimento
lento l’apice si contrae ma il ventricolo non può più contenere altro sangue, a
questo punto il ruolo emodinamico della sistole atriale è diventato zero, quando il
ruolo emodinamico della sistole atriale è pari a zero per frequenze molto basse e
pari al 100% per frequenze alte.
[…] lato B
L’eiezione del sangue che ha riempito il ventricolo, noi possiamo fare alcune
considerazioni sulla relazione tra frequenza e gettata sistolica.
Immaginiamo che la gettata sistolica aumenti; dal valore normale fino alla
scomparsa della fase di riempimento lento.
La gettata sistolica si riduce in relazione alla ???? di riempimento ventricolare.
Cosa farà la gettata sistolica?
La GC rimane invariata in quanto le gettate sistoliche diminuiscono ma la
frequenza, ossia le gettate sistoliche al minuto, aumenta in modo compensatorio
alla riduzione delle singole gettate sistoliche.
Cosa succede alla pressione arteriosa in questa fase? La pressione arteriosa
aumenta.
Siamo arrivati ad una frequenza che nell’uomo si calcola attorno ai 180
batti/minuto, se la frequenza supera i 180 battiti/min nell’uomo anche la fase di
riempimento rapido viene ad essere accorciata, ne consegue che il volume/minuto,
la GC/minuto; che nella riduzione, fino alla soppressione della fase di riempimento
lento era rimasto costante, ora si riduce anch’esso. Le GS prima sono diminuite ma
di poco, di quel tanto che comporta ciascuna progressiva riduzione del
riempimento lento, ma quando è scomparso tutto il riempimento lento, viene
tagliato il riempimento rapido, di colpo si riducono notevolmente le GS e
l’aumento della frequenza o GS/min non è più in grado di compensare. La GC al di
spora di 180 battiti/min si riduce, e con essa la pressione.
Cos’ noi osserviamo che con l’aumento della frequenza dei valori di controllo a
180 battiti/min la pressione aumenta quando vengono superati i 180 battiti/min la
pressione di colpo diminuisce, perché a questo punto comincia a scendere la GS in
quanto per il taglio della fase di riempimento rapido che comporta il riempimento
del 75% di quella che sarà la successiva gettata sistolica, le GS diventano così
piccole che la loro riduzione non è compensata dalla maggiore frequenza, allora, la
GC diminuisce e con essa la diminuzione della pressione. Questo fenomeno che ha
il limite di 180 battiti/min è detto il limite critico superiore di Weinkenback. Sono
frequenze che possono essere raggiunte anche senza l’intervento del simpatico,
sono raggiunte in caso patologico, se ci fosse l’intervento del simpatico l’attività
aumenterebbe e aumenterebbe la contrattilità e avremmo un certo mantenimento
della GS e C, ma in casi patologici abbiamo un puro e semplice aumento della
frequenza. L’aumento della contrattilità dovuto al maggior numero di occasioni di
ingresso del Ca2+, caso 2, non è così sviluppato da poter adeguare frequenze così
alte alla necessità di GC. La GC si riduce solo in condizioni patologiche in cui si
vede che quando la frequenza cardiaca va superata un certo punto abbiamo la
caduta di pressione. Al contrario immaginiamo che la frequenza diminuisca come
in quei casi dei blocchi atrio·ventricolari completi.
La GS aumenta perché aumenta il periodo di riempimento lento ma non aumenta
più di tanto perché quando il ventricolo è pieno non può più ospitare altro sangue
anche se si allunga ulteriormente il periodo di riempimento lento, quando la
frequenza diminuisce, l’aumento delle dettate sistoliche può compensare gli effetti
della GC e della diminuzione della frequenza, ma quando la frequenza si abbassa
ancora sotto un certo limite, al di sotto di 40·30, questo non c’è più e allora un
ulteriore diminuzione della frequenza si accompagna ad una diminuzione della GC,
le GS aumentano ma ad un certo punto non possono più aumentare, se in questo
caso si riduce ancora la frequenza, la GS diminuisce, voi capite che come esiste un
limite critico superiore fissato a 180 battiti/min, esiste un limite critico inferiore
fissato a 30·35 battiti/min, se andiamo sotto questa frequenza il volume di liquido
scende drasticamente, volume sinonimo di GC, il limite critico inferiore è detto di
Alella.
Prendiamo ora in esame la curva di pressione atriale (fig. CT⋅5) in questo caso si
inizia con la sistole atriale, noi osserviamo che ci sono tre onde positive A, B, C e
tre onde negative, abbassamenti x, y. L’onda A avviene quando la mitrale è aperta e
l’atrio si contrae completando il riempimento ventricolare siccome in questo
momento atrio e ventricolo formano una sola cavità l’onda di pressione A che si
genera nell’atrio per la sua contrazione, viene propagata anche al ventricolo.
Vediamo adesso l’onda C. quando inizia la sistole isovolumica le cuspidi della
mitrale si chiudono e tendono in parte a protrudere nell’atrio con la loro convessità.
Cosa vuol dire protrudere?
[Verso la lavagna disegna i lembi della mitrale aperti].
Nella sistole isovolumica la pressione aumenta e le valvole si chiudono e a causa
dell’aumento di pressione protrudono nell’atrio diminuendone il volume della
cavità, protrudere non vuol dire estroflettere, poiché l’estroflessione è impedita
dalla presenza delle corde tendinee. È possibile l’estroflessione quando, ad esempio
nella endocardite purulenta venga distrutta una corda tendinea allora in questo
momento si crea una grave incompetenza della valvola mitrale quando venendo il
lembo estroflesso nell’atrio, il sangue tende a tornare nell’atrio e la funzione della
valvola mitrale scompare. Ecco allora che l’onda C è dovuta alla chiusura della
valvola mitrale. Terminata l’onda C, il ventricolo inizia il suo svuotamento, il
ventricolo diventa più piccolo e apice e base si avvicinano; l’apice però appoggia
sul centro frenico e di li non può spostarsi allora sarà la base del ventricolo che si
abbassa, il soffitto del ventricolo e anche l pavimento dell’atrio si abbassano e
l’atrio aumenta di volume e al suo interno la pressione scende; ecco allora che
questa onda negativa, perché verso il basso, x è dovuta alla riduzione di volume del
ventricolo dovuta all’abbassamento del pavimento dell’atrio durante l’eiezione
ventricolare. Tuttavia il sangue continua ad arrivare dalle vene cave e non può fare
altro che accumularsi nell’atrio perché la mitrale è chiusa, la pressione in cavità
aumenta fino a quando la pressione ventricolare scendendo non diventa inferiore
alla pressione atriale ed allora abbiamo l’apertura della mitrale e l’inizio della fase
di efflusso con accelerazione, indicato con l’onda V dovuta semplicemente
all’apertura della mitrale quando alla fine del rilasciamento isovolumico la
pressione del ventricolo cade al di sotto della pressione atriale, questa pressione
stava salendo per accumulo del sangue, ad un certo punto diminuisce perché il
sangue si sposta dall’atrio al ventricolo. L’onda negativa y invece segna il
passaggio tra la fase di riempimento lento e il momento in cui cessa la diminuzione
della pressione in atrio e nel ventricolo e la pressione diventa prossima allo zero e
tale si mantiene per tutto il tempo del riempimento lento.
Dove noi abbiamo questo cambiamento di direzione, prima scendevano poi
diventavano orizzontali e magari salgono un po’ le due pressioni perché adesso il
sangue si accumula nel ventricolo e l’atrio è in comunicazione col ventricolo e le
due pressioni aumentano leggermente ma nel passaggio tra la fase di riempimento
rapido e la fase di riempimento lento ecco che abbiamo l’onda negativa y.
Io fino ad ora vi ho descritto il ciclo del ventricolo sinistro; il ciclo del ventricolo
destro è rappresentato in questo modo (fig. CT·5 basso) dunque la durata
complessiva delle fasi del ciclo del ventricolo destro sono esattamente le stesse
visto per quello sinistro, ma noi sappiamo che il ciclo polmonare è un circolo a
bassa pressione ne consegue che il tempo necessario alla pressione nel ventricolo
destro per superare la pressione presente nell’arteria polmonare che era molto pi
bassa di quella presente nell’aorta è il doppio, la pressione nell’aorta è circa un
sesto della pressione nella polmonare, a raggiungere una pressione più bassa il
ventricolo corrispondente impiega meno tempo di quanto non impieghi l’atrio o
ventricolo a raggiungere una pressione[…]. Infatti la sistole isovolumica per il
ventricolo sinistro dura 0,06 s, per il destro dura 0,02 s, non solo, lo stesso si
verifica nella fase di rilasciamento isovolumico. Ovviamente siccome la durata
complessiva del ciclo cardiaco è lo stesso la diminuzione delle due fasi
isovolumiche si accompagnano ad un aumento della durata della fase di eiezione,
nel suo complesso la fase di efflusso con accelerazione ed efflusso con
decelerazione. La durata è minore ma la conformazione della curva del ventricolo
di destra è molto simile a quella del ventricolo di sinistra, che , per
l’organizzazione in serie delle sezioni di tutto l’apparato cardiovascolare il volume
totale della gettata sistolica del ventricolo di sinistra è esattamente uguale al
volume totale della gettata sistolica di destra.
Toni Cardiaci
Sono dei suini generati soprattutto dalla chiusura delle valvole atrio·ventricolari e
dalle valvole aortica e polmonare.
Abbiamo un primo tono che avviene in corrispondenza della sistole isovolumica
che ci segnalala chiusura delle valvole atrio·ventricolari: mitrale e tricuspide. Alla
fine dell’eiezione in corrispondenza della protodiastole abbiamo il secondo tono
che segnala la chiusura delle valvole aortica e polmonare. Dunque questi toni sono
dovuti alla chiusura delle valvole ma non sono generati dall’urto dei lembi
valvolari.
Il primo tono che ha durata di 0,10÷0,17 s presenta dalle vibrazioni a frequenza da
25 a 50 cicli/sec; se fossero i lembi valvolari a generare questo suono non
potrebbero essere in un liquido come il sangue perché il sangue smorza subito
questo suono e quindi noi non avremmo questi 25÷50 cicli/sec.
Come nascono allora queste vibrazioni?
La base delle valvole è inserita sull’ostio il quale è inserito sul miocardio, quando
gli orifizi valvolari si chiudono trasmettono degli impulsi che fanno vibrare le
pareti del miocardio ed è per questo che noi sentiamo questo suono non come
effetto diretto dell’urto dei lembi valvolari le cui oscillazioni sono subito smorzate
dal sangue. Nel caso del primo tono è il miocardio ventricolare che si mette a
vibrare, nel caso del secondo tono è in parte miocardio ventricolare ma in parte, e
soprattutto l’aorta in quanto la valvola aortica e la valvola polmonare sono situate
su delle pareti arteriose. Il secondo tono ha una breve durata, non supera mai gli
0,10 s, ad una frequenza di 50÷200 cicli/sec.
Se noi poniamo il fonendoscopio sulle pareti dove meglio sentiamo entrambi i
suoni, noi sentiamo più cupo, più basso e di maggiore durata il primo tono, più alto
e di breve durata il secondo tono.
Il primo tono a causa del fatto che è dovuto alla vibrazione delle pareti ventricolari
viene percepito molto bene dove la massa miocardia va a contatto con la parete del
torace: questo punto è situato al quinto spazio intercostale lungo la linea
medioclaveare, linea che scende mediana dalla clavicola sulla gabbia toracica dove
questa incrocia il secondo spazio intercostale la punta dl ventricolo poggia sulla
parete toracica e noi possiamo udire bene il primo tono, il focolaio di ascoltazione
non è la proiezione sul torace della sede della valvola.
Il secondo tono lo sentiamo al secondo spazio intercostale mentre per il primo tono
non è facile ascoltare separatamente quello relativo alla chiusura della mitrale e
quello relativo alla chiusura della tricuspide, per il secondo tono p più facile
distinguere, anche come focolaio di ascoltazione quello dovuto alla chiusura della
valvola aortica e quello dovuto alla chiusura della polmonare.
Attenzione.
La componente aortica del secondo tono è molto ben udibile nel secondo spazio
intercostale destro 2 cm all’esterno del margine sternale, la componente polmonare
del secondo tono è meglio udibile al secondo spazio intercostale sinistro 2 cm
all’esterno dello sterno.
La valvola che fa capo al ventricolo sinistro, l’aorta, è udibile a destra, quella che
fa capo al ventricolo destro è udibile a sinistra.
Noi sentiamo queste arterie quando queste sono più vicine alla parete toracica, dal
ventricolo sinistro l’aorta nasce e si sposta e destra e allora nel secondo spazio
intercostale destro diventa molto vicina alla parete toracica.
L’arteria polmonare nasce dal ventricolo destro però gir a passo di vite verso
sinistra e viene quasi a contatto con la parete toracica nel secondo spazio
intercostale a sinistra. Questo è il motivo per cui i suoni delle due valvole sono
apparentemente invertiti rispetto alla loro origine dai ventricoli.
In genere percepiamo questi due toni, ma in certi soggetti giovani, longilinei, magri
è possibile registrare anche un terzo e quarto tono altrimenti udibili solo con la
fonocardiografia; mettendo cioè microfoni sulle varie pareti del torace facendo
delle registrazioni.
Questi terzo e quarto tono sono dovuti a piccolissime alterazioni.
Il terzo tono è dovuto alla rapida caduta di sangue nel ventricolo nella fase di
riempimento rapido. Il sangue cadendo dall’atrio al ventricolo può far vibrare il
ventricolo ed emettere il terzo tono.
Vi è poi un quarto tono dovuto alla messa in tensione del miocardio atriale durante
la sistole atriale, le fibre del miocardio si tengono in tensione durante la
contrazione e possono generare dei suoni e questo vengono percepiti come quarto
tono.
È interessante notare come può essere udibile ma non riconoscibile, perché?
Perché il quarto tono compare alla fine della diastole ventricolare, nella sistole
atriale, subito vicino il primo tono del ciclo successivo generato dalla sistole
isovolumica quindi noi alle volte vediamo che il quarto tono è molto a ridosso del
primo tono del ciclo successivo e per questo difficile da riconoscere, in condizioni
normali il primo, secondo, terzo e quarto tono sono riconoscibili in pochi individui.
In condizioni patologiche però si possono manifestare, noi abbiamo delle situazioni
di insufficienza ventricolare molto gravi in cui il miocardio è in pessime condizioni
tali da consigliare il trapianto in cui la frequenza cardiaca è aumentata e il terzo,
quarto tono sono diventati udibili. Questo ritmo ad elevata frequenza e i quattro
toni, viene chiamato ritmo di galoppo perché sembra il galoppo di un cavallo o i
versi del libro ottavo dell’Eneide. Quando noi abbiamo quel ritmo di galoppo la
prognosi è in genere infausta.
I toni cardiaci non vanno confusi con i rumori cardiaci meglio detti rumori di
soffio; noi posiamo avere soffi che compaiono durante la fase di eiezione e si
chiamano soffi sistolici oppure soffi che compaiono durante il riempimento
ventricolare: soffi diastolici.
Questi rumori di soffio avvengono per alterazioni o vizi delle valvole.
Soffi sistolici
Intervengono durante la fase di eiezione o per stenosi della valvola aortica o per
incompetenza o insufficienza della valvola mitrale. La generazione dei soffi
richiede la formazione di vortici piuttosto intensi, questi vortici avvengono
attraverso il passaggio normale del sangue nell’aorta durante l’eiezione
ventricolare se però la valvola aortica è ristretta e oppone resistenza all’eiezione
ventricolare, i vortici che si formano sono intensi tali da generare un rumore di
soffio, ecco allora il soffio sistolico che compare il ventricolo spinge il sangue
attraverso[…].
Nella sistole se la valvola atrio·ventricolare, la mitrale, è insufficiente,
incompetente, del sangue passa a ritroso dal ventricolo all’atrio e nel suo
movimento a ritroso genera un soffio come il precedente presente durante la
sistole, durante la fasi di eiezione.
Soffi diastolici
Io disegno non 2 ma 3 onde di pressione e di flusso in modo da poter vedere bene l’effetto di un
aumento del pre-carico....
Questa è l’onda relativa a un certo battito.
Durante la diastole di questo battito si può, se lavoriamo con un preparato sperimentale, costringere
l’aorta discendente toracica che fa aumentare la pressione che c’è nell’aorta a monte. In altre parole
facciamo cadere più lentamente questa pressione in modo che la pressione alla fine della diastole (la
cosiddetta pressione diastolica aortica o pressione minima) sia aumentata rispetto alla situazione
precedente. Questo valore di pressione, vedete, è aumentato. Vediamo il comportamento delle
gettate.
Noi abbiamo una prima gettata sistolica che parte da zero, raggiunge un massimo della velocità del
flusso, poi torna a zero. Qui abbiamo un’altra gettata esattamente uguale a questa. Ora, torniamo a
vedere come sarà la terza gettata e come farà variare la pressione. La seconda gettata inizia da un
valore di scarico iniziale più elevato: quanto maggiore è lo scarico, tanto maggiore è l’impedenza
che noi abbiamo per l’eiezione ventricolare, tanto maggiore è la... dell’eiezione ventricolare.
L’eiezione ventricolare infatti diminuisce un pò, soprattutto in quella che è la velocità massima di
eiezione. Voi sapete che la gettata sistolica è data da questa superficie, la gettata sistolica rimane un
pò ridotta. Sapete già dove va a finire quella parte della gettata sistolica che non ha potuto essere
introdotta nella aorta. Vediamo cosa succede alla pressione: a partire da un valore di pressione
diastolico aumentato, aumenta pure la pressione sistolica. Aumenterà la pressione sistolica, ma un
pò meno di quanto non aumenti quella diastolica (questo ci interessa poco). Ciò che ci interessa è
che questa pressione è maggiore di questa. Sia la pressione diastolica che quella sistolica sono
aumentate. La pressione sistolica è aumentata un pò meno di quanto non sia aumentata la diastolica
ma comunque la pressione media è aumentata, la pressione sistolica media è aumentata. Ne
consegue che abbiamo nella gettata sistolica un volume leggermente ridotto con una pressione
abbastanza aumentata. Il prodotto pressione x volume uguale al lavoro è uguale nei primi 2 battiti
ma è notevolmente aumentato nel secondo battito (forse vuol dire nel terzo???). Il lavoro per battito
dunque nel terzo battito è aumentato. Cosa può aver fatto aumentare questo lavoro per battito? Non
certo l’aumento del riempimento telediastolico ventricolare, in quanto il residuo sistolico aumenta
dopo questo battito ma non prima, il residuo sistolico aumenta dopo che questa gettata sistolica
modicamente ridotta è avvenuta. Quindi il maggior lavoro non può essere attribuito al meccanismo
di Starling. Ma questo tutto sommato vale per un battito. (Figura) Nei battiti successivi, noi
osserviamo che la pressione telediastolica ventricolare risulta aumentata perchè (ne)i battiti
successivi a questo terzo battito hanno a che vedere con un maggior residuo sistolico, quindi a
parità di ritorno venoso con un maggior volume telediastolico. Quindi, dopo che è avvenuto questo
battito la persistenza di un lavoro per battito aumentato può essere attribuibile facilmente ad un
meccanismo di stasi, come abbiamo visto per le resistenze. Oltre tutto le gettate sistoliche in
alcuni......... la pressione è aumentata, il lavoro per battito è sicuramente aumentato. L’aumento
della pressione telediastolica ventricolare ci dice che è aumentato il riempimento ventricolare.
Tuttavia, con il procedere di un battito all’altro noi vediamo che la pressione telediastolica
ventricolare diminuisce progressivamente fino a tornare normale e ciò nonostante il lavoro per
battito persiste aumentato. A questo punto non possiamo più chiamare in causa la legge di Starling,
a meno che noi chiamiamo in causa il fenomeno dello stress relaxation, quello che la tensione,
quindi la pressione nel ventricolo è aumentata perchè con il tempo il ventricolo si è adattato, le
pareti del ventricolo si sono adattate (ho fatto l’esempio dello stress relaxation in fisica: se prendo
una molla e la distendo, aumenta la tensione della molla, ma se rimango un pò in quella posizione
vedo che la molla si detende, perde tensione, rimane sempre della stessa lunghezza ma con una
tensione minore) e potrebbe essere questo il meccanismo che garantisce questo maggior rapporto
lavoro per battito. Non c’è più un aumento della pressione telediastolica ma comunque è aumentato
il volume telediastolico. In altre parole la Legge di Starling è ancora valida, soltanto che noi non
vediamo un maggior riempimento in termini di aumento del volume telediastolico. L’ipotesi è
abbastanza suggestiva. [Siccome il meccanismo di .......ha attorno agli 80 anni e io non sono.....è
impossibile che se fosse vera nessuno ci avesse pensato prima, evidentemente l’ipotesi che faccio io
è una delle tante ipotesi, ma che sia vera io stesso ho qualche dubbio...]
L’altra ipotesi, quella invece di .....è quella che chiama in causa il fenomeno di Greg. Greg aveva
visto che non soltanto l’aumento della contrattilità può.... il flusso coronarico ma può essere vero
l’opposto: l’aumento del flusso coronarico, determinato ad esempio dall’aumento della pressione di
perfusione cioè della pressione nell’aorta, l’aumento del flusso coronarico distende i vasi coronarici
situati nel miocardio ed attraverso la distensione dei vasi coronarici determina una distensione delle
stesse fibre miocardiche. Mi pare di avervi già detto ieri che... ...ha studiato la maggior perfusione
della fibra miocardica, della singola fibra miocardica, e ha visto che come la maggior perfusione
corrisponde a un momento preciso coronarico che in effetti la forza di contrazione aumentava, ma
attenzione, non ha visto variare la lunghezza dei sarcomeri. Quindi anche l’ipotesi che chiama in
causa il fenomeno di Greg a spiegazione del fenomeno di......può essere confutata dagli esperimenti
di...., anche se secondo me bisogna tener presente che da un modello (da un protocollo)
sperimentale all’altro ci possono essere delle condizioni che variano e che danno risultati diversi.
Tenete presente che il fenomeno di....è molto meno importante della Legge di Starling che è la
“legge del cuore”, anche perchè è la legge fondamentale che regola il lavoro per battito del cuore.
Dunque legge di Starling e forse anche la legge di A....se accettiamo la maggior distensione delle
fibre vengono a variare la forza di contrazione del cuore, ma non vengono a variare la contrattitilità.
Ho detto, nelle lezioni precedenti, che la forza di contrazione può aumentare indipendentemente
dalla contrattilità, anche l’aumento della contrattilità causa un aumento della forza di contrazione.
Vediamo un momento cosa possiamo già intendere per contrattilità che distingua dalla forza di
contrazione. La contrattilità è una vera e propria variazione di una proprietà della fibra cardiaca. La
fibra cardiaca contraendosi sviluppa una forza che è un’energia ......che compie lavoro perchè è
cambiata la sua proprietà. Come possiamo vedere questo di primo acchito? Vediamo che quando
distendiamo di più il ventricolo aumenta in un battito solo la forza di contrazione. Se cessiamo di
distenderlo, il battito successivo torna normale. Quindi in un battito non può essere variata la
proprietà.
Se noi invece facciamo variare la contrattilità vediamo che questa variazione di contrattilità persiste
anche dopo che la causa che l’ha fatta variare viene rimossa: persiste non all’infinito, persiste per
qualche minuto o anche per qualche secondo, ma persiste anche quando (viene rimossa) la causa
che l’ha fatta variare (stimolazione nervosa, aumento della frequenza: fenomeno di Bowlich??....che
è poi un meccanismo di regolazione intrinseco, omeometrico, ma che comporta aumento della
contrattilità). Abbiamo aumento della contrattilità (appunto dal fenomeno di Bowlich???), abbiamo
un aumento della contrattilità nella stimolazione simpatica del cuore o in seguito ad alcuni fattori
umorali. Tutti i meccanismi di regolazione estrinseca della forza di contrazione, nervosi e umorali,
fanno aumentare la contrattilità. L’aumento della contrattilità è indipendente dalla maggiore o
minore distensione delle fibre.
Vediamo adesso un caso di stimolazione del simpatico, come fa variare la forza di contrazione e
quindi la contrattilità. L’esperimento che vedete riprodotto è stato eseguito parecchi anni fa
utilizzando il preparato cuore-polmone di Starling e registrando variazioni di volume ventricolare
come indice della gettata sistolica. Dunque, come venivano registrate le variazioni di volume
ventricolare? Venivano registrate con il cosiddetto cardiometro di........Attorno al cuore del nostro
preparato di Starling, attorno ai ventricoli viene posto questo cardiometro, costituito da una specie
di tazza che ha un’apertura dove si pone un diaframma di gomma aperto nel centro. Il diaframma di
gomma viene messo ......nel solco coronarico. L’altra estremità di questa tazza comunica con un
tubo che conduce ad una capsula di.......Che cos’è una capsula di...? E’ come una camera piena
d’aria con sopra una membrana di gomma. Sulla membrana di gomma è appoggiata una penna
scrivente che scriveva rimuovendo il nero fumo messo su un foglio di carta sistemato attorno al
cilindro di un sistema di registrazione detto timone (???). Il sistema cardiometro-tubo-capsula
era..........., quando il cuore si dilatava in diastole la penna si sollevava e segnava una traccia verso
l’altro sul cilindro di carta; quando il ventricolo si contraeva la pressione del sistema dell’aria
diminuiva, la membrana della capsula si abbassava e la ......Questo è il volume telediastiolico,
questo è il volume telesistolico, la differenza è la gettata sistolica dei due ventricoli. La gittata
sistolica di un solo ventricolo divide per due ...
Vediamo: perchè in quel sistema si trovava dell’aria che è compressibile e non liquido o soluzione
fisiologica che non essendo compressibile trasmette meglio le variazioni di pressione generate dalle
variazioni di volume del cuore: perchè si metteva aria compressibile che dà una registrazione ben
precisa e non soluzione fisiologica o acqua? Perchè se mettete dell’acqua o del liquido, questo
impedisce al cuore di espandersi e il cuore cessa.... Provoca accelerazione del cosiddetto
tamponamento del cuore (????).
Non so se qualcuno di voi frequenta degli ambienti poco raccomandabili: può darsi che
frequentando questi ambienti si prenda una coltellata nel cuore, muore ma non muore per
emorragia, muore quando il sangue dal ventricolo viene a passare nel pericardio. Il sacco
pericardico è pochissimo estensibile e dopo che si è riempito tampona il cuore e gli impedisce di
espandersi in diastole. Quel sistema di registrazione del volume ventricolare è stato applicato ad un
preparato cuore-polmone secondo Starling: osserviamo cosa hanno ottenuto Li....e Sarnof che
hanno fatto un esperimento.....la registrazione fu fatta a questa velocità, non si vedono le singole
oscillazioni della penna, sono tutte fuse in un’unica traccia, il limite superiore di questa striscia
rappresenta il volume diastolico, il limite inferiore rappresenta il volume telesistolico o regime
sistolico. La differenza è la gettata sistolica. Mantenendo il serbatoio del preparato di Starling
sempre allo stesso livello ossia mantenendo costante il ritorno venoso Li....& Sarnof hanno
stimolato a questo punto il ganglio stellato. Voi sapete che il ganglio stellato è quel ganglio
simpatico dovuto alla fusione del terzo ganglio cervicale con il primo ganglio toracico. Da quel
punto, dal ganglio stellato si dipartono le fibre simpatiche che vanno al cuore. Se viene stimolato
avviene una stimolazione simpatica del cuore. Cosa hanno osservato in questa circostanza? Hanno
osservato che il volume ventricolare diminuiva, sia in sistole che in diastole. Diminuiva in sistole
per il fatto che la contrazione si faceva più energica, più forte e il ventricolo utilizzava una parte
della gettata sistolica. Si riduceva anche il volume telediastolico per il fatto che il sangue che
tornava non riusciva a riempire il ventricolo fino a portare a questo valore. Il sangue che tornava
doveva anche rimpiazzare il residuo sistolico che era stato utilizzato. Ma il fatto è che in questa
circostanza noi vediamo, soprattutto alla fine di questo tratto qui della registrazione, che la
differenza tra la riduzione tra il volume telesistolico e il volume telediastolico è aumentata rispetto a
questa circostanza. Senza aver disteso le fibre, anzi aver permesso che le fibre diventassero più
corte, noi abbiamo un aumento della differenza tra i due volumi che vuol dire un aumento della
gettata sistolica. Quindi era aumentato qualcosa nel cuore, indipendentemente dallo stiramento delle
fibre: era aumentata la contrattilità e lo stato inotropo. A questo punto Li...&...hanno fatto una
manovra abbastanza intelligente: hanno voluto vedere come potevano combinarsi insieme la Legge
di Starling e l’aumento della contrattilità; allora hanno sollevato il serbatoio in modo da far
aumentare la pressione di riempimento e da portare il volume diastolico ventricolare a quello che
era inizialmente di controllo. Notate: in questa situazione il volume diastolico ventricolare è lo
stesso però siccome qui siamo in presenza di stimolazione simpatica che rende il cuore più piccolo
per arrivare a questo volume diastolico era stato aumentato il ritorno venoso sollevando il serbatoio
del preparato. Cosa hanno visto quando si combinava la stimolazione simpatica con l’aumento della
contrattilità più effetto Starling? Che la differenza tra volume diastolico e volume sistolico
aumentava ancora rispetto a questa situazione. L’effetto combinato della stimolazione simpatica e
della Legge di Starling aumentava ulteriormente rispetto alla stimolazione simpatica la gettata
sistolica, e quindi il lavoro per battito di cui la gettata sistolica è una delle componenti.
Vediamo adesso come dei grafici ottenuti con questi esperimenti ci permettono di capire meglio la
differenza tra contrattilità (o aumento della forza di contrazione per aumento della contrattilità) e
aumento della forza di contrazione dovuta alla distensione delle fibre a contrattilità invariata.
Questa è la famiglia delle curve di Sarnof (???): sull’asse delle ascisse abbiamo la pressione
telediastolica ventricolare indice del volume telediastolico ventricolare, quindi dello stato di
riempimento ventricolare, quindi della distensione delle fibre e sull’asse delle ordinate abbiamo
semplicemente il lavoro per battito. Abbiamo 2 curve: una in condizioni di controllo, l’altra in
condizioni di stimolazione del ganglio stellato, ossia di stimolazione del simpatico cardiaco. Allora
vediamo nella situazione di controllo (situazione basale) che l’aumento progressivo della pressione
telediastolica......
se vogliamo usare una grandezza più fisiologica, il precarico faccia aumentare il lavoro per battito
dapprima rapidamente, poi sempre più lentamente. Voi capite che questa non è altro che una
rappresentazione grafica del meccanismo di Starling. Se noi oltre a questo valore facessimo
ulteriormente aumentare, sollevando il serbatoio, la pressione telediastolica ventricolare vedremmo
che a un certo punto come prevedono i famosi limiti della Legge di Starling, il lavoro per battito
finirebbe per diminuire.
(Grafico) Noi possiamo ripetere la manovra di aumento progressivo del precarico ottenuta con il
sollevamento del serbatoio ad altezze progressivamente crescenti anche in presenza di stimolazione
simpatica. E allora vediamo che ogni incremento del volume mi dà un lavoro per battito maggiore
di quanto lo stesso incremento mi desse in assenza di stimolazione simpatica. Questa curva
rappresenta uno stato inotropo o contrattilità di controllo, questa curva rappresenta uno stato
inotropo o contrattilità aumentata. A questo punto possiamo vedere la differenza tra l’aumento della
contrattilità e aumento della risposta da regolazione eterometrica (legge di Starling) in termini di
lavoro per battito. Io parto da questo valore di (10 ml) 10 cm d’acqua di precarico (pressione
espressa in cm d’acqua di precarico); il lavoro è quello che io ottengo tracciando una linea da
questo asterisco fino all’asse delle ordinate. Io voglio far aumentare il lavoro per battito, posso agire
in 2 modi: o aumentando la pressione telediastolica ventricolare (o aumentando il precarico,
sollevando il serbatoio, aumentando il volume telediastolico → sono quasi tutti sinonimi), oppure
semplicemente stimolando il simpatico, senza far variare il precarico. Vedete, io aumento il
precarico e posso arrivare su questa curva da questa quantità di lavoro a quest’altra quantità di
lavoro. Ma posso arrivare alla stessa quantità di lavoro senza far aumentare il ritorno, nè la
pressione telediastolica, nè il precarico, semplicemente stimolando il simpatico. Vedo che
stimolando il simpatico a precarico invariato posso raggiungere un lavoro per battito parimenti
elevato come quello che avrei potuto ottenere distendendo maggiormente le fibre. In questo caso la
regolazione è eterometrica, in questo caso è aumento della contrattilità. Il lavoro per battito è
aumentato in entrambi i casi ma noi vediamo chiaramente in modo diverso.
Posso vedere di dimostrare la differenza tra forza di contrazione e contrattilità utilizzando
l’esperimento fatto da Sommembrik (?) sul muscolo papillare di gatto, isolato.
(Figura) Sommembrik ha preso un muscolo papillare di gatto e l’ha appeso a uno stativo (sostegno
per appendere oggetti). Il muscolo papillare, come i muscoli scheletrici, consta di una componente
contrattile e di una componente elastica in serie. La componente elastica in serie è data dalla corda
tendinea. Allora Sommembrik ha preso questo muscolo con le sue 2 componenti e gli ha attaccato
un peso. Al di sotto del peso però ha messo un sostegno per far sì che il peso non distendesse il
muscolo. Vediamo cosa è successo quando ha stimolato questo preparato. In A) abbiamo la
situazione di riposo, in B) subito dopo la stimolazione. In B) il muscolo ha cominciato a contrarsi,
ma di tanto si è accorciata la componente contrattile di tanto si è allungata la componente elastica in
serie. Allungandosi la componente elastica in serie ha sviluppato una tensione, ma siccome questa
tensione che ha le dimensioni di una forza per un certo tempo è inferiore alla forza data da questo
peso, la componente elastica non ha fatto altro che allungarsi: ha sviluppato una certa tensione ma
questa tensione non è stata sufficiente a sollevare il peso. Immediatamente dopo la stimolazione
all’inizio della contrazione noi osserviamo allora che la tensione del sistema muscolo
papillare/corda tendinea aumenta, ma il muscolo nella sua lunghezza totale delle 2 componenti non
si accorcia. All’inizio la contrazione è isometrica. Successivamente, nel proseguire
dell’accorciamento della componente contrattile la componente elastica in serie (la molla, la corda
tendinea) sviluppa una tensione che raggiunge quella del peso applicato e quindi solleva il peso. La
lunghezza iniziale del muscolo cosa rappresenta riferita ai concetti del cuore nella sua totalità? Il
precarico. Il peso applicato al muscolo, che non si fa sentire fino a quando non inizia
l’accorciamento, può essere paragonato al post- carico, cioè alla pressione diastolica aortica che si
fa sentire solo quando la contrazione ventricolare fa sì che la pressione nella cavità superi la
pressione nell’aorta. Abbiamo la tensione del muscolo, della componente elastica (della corda
tendinea) che supera la forza rappresentata dal peso. La lunghezza iniziale rappresenta il precarico,
il peso dal momento in cui viene sollevato rappresenta il post-carico. In questa parte della figura,
invece, abbiamo invece due diversi post-carichi: questo è lo stesso post-carico che abbiamo qui,
questo è un post-carico aumentato. Vediamo ora cosa significa aumentare progressivamente il post-
carico in presenza di una determinata lunghezza iniziale......
(Grafico) Vediamo prima questo: grafico in cui sull’asse x è indicato il tempo, sull’asse y è indicata
alternativamente la tensione e l’accorciamento. Allora noi vediamo che quando stimoliamo, di qui
a qui aumenta la tensione, viene distesa la componente elastica in serie e la tensione aumenta; ma
quando comincia l’accorciamento la tensione non aumenta più, ecco che allora questa contrazione
nella sua globalità è detta contrazione isotonica. Ma vediamo cosa succede all’accorciamento: nel
passare da A) a B), cioè durante tutto il tempo di sviluppo di tensione, non abbiamo alcun
accorciamento. Solo quando la tensione rimane costante e il muscolo comincia ad accorciarsi noi
possiamo registrare l’accorciamento. Se facciamo la derivata rispetto al tempo della variazione della
lunghezza del muscolo (dL/dt) abbiamo la velocità iniziale di accorciamento.
(Grafico) Adesso vediamo questo grafico: consideriamo prima la curva più a sinistra, sull’asse delle
x è indicato il post-carico, cioè il peso applicato, sull’asse delle y la velocità di accorciamento.
Inizialmente, per una determinata lunghezza iniziale, quindi per un determinato precarico possiamo
considerare il muscolo senza alcun peso applicato, cioè senza alcun post-carico. A post-carico 0 se
facciamo contrarre il muscolo vediamo come la velocità iniziale di accorciamento sia invariata (?),
ma aumentando progressivamente il peso, cioè il post-carico, sempre a parità di lunghezza della
fibra e quindi carico del muscolo papillare e quindi carico (in mm), vediamo che la velocità iniziale
diminuisce progressivamente. Quando arriviamo a questo valore di post-carico, cioè di peso
applicato che potrebbe essere questo cioè più elevato dell’altro, osserviamo che il muscolo non ha
nessuna velocità iniziale di accorciamento, vuol dire che non si accorcia più, vuol dire che la
contrazione, che nelle fasi precedenti era isotonica, è diventata isometrica. Faccio notare che le
contrazioni isotoniche sono sempre precedute da una fase isometrica. Vediamo di allungare il
muscolo papillare, da 8 mm lo portiamo a 8.6 mm: quando non c’è post-carico la velocità iniziale di
contrazione è esattamente la stessa che abbiamo ottenuto con una lunghezza minore, cioè con un
precarico minore. Se poi aumentiamo il post-carico a parità di questa nuova lunghezza o precarico
di 8.6 mm, vediamo che per ciascun valore di post-carico la velocità di accorciamento è aumentata
rispetto a quella che avevamo quando la lunghezza iniziale della fibra era di solo 8 mm, rispetto a
quella che avevamo quando il precarico era inferiore. Vediamo anche che la contrazione diventa
isometrica, cioè che il muscolo disteso non è più in grado di sollevare il peso solo quando abbiamo
applicato un peso quasi il doppio di quello che aveva reso la contrazione isometrica. Possiamo
ancora aumentare la lunghezza iniziale a 9 mm e otteniamo questa terza curva. Se guardiamo
insieme le tre curve vediamo come per ciascun post-carico la velocità di accorciamento sia
maggiore quando la lunghezza iniziale è maggiore, ossia maggiore è il precarico. Però, in assenza di
post-carico la velocità iniziale di accorciamento è sempre la stessa qualunque sia il precarico. Qui in
ogni esperimento, con diversi post-carichi, partendo da lunghezze sempre maggiori ho fatto variare
soprattutto la lunghezza. Mi sono ritrovato nella Legge di Starling, non ho variato le proprietà di
ogni fibra, le ho solo messe in condizioni diverse. Qui invece, faccio variare la proprietà della fibra
con una sostanza simpatico...., io non faccio variare la lunghezza iniziale (o precarico) (nel grafico
precedente invece aumentava da un curva all’altra), però qui non dò nulla, qui una piccola quantità
di noradrenalina, qui una maggiore quantità di noradrenalina. Cosa vedo? Anche in questo secondo
pannello di cuore io vedo che la velocità di accorciamento diminuisce con l’aumento dello scarico,
vedo però che a parità di post-carico la velocità di accorciamento è maggiore nelle fibre trattate con
noradrenalina, che ha fatto aumentare la contrattilità. Vedo anche una cosa che là non vedevo:
mentre prima, a post-carico 0, la velocità di accorciamento era uguale per tutti gli esperimenti
qualunque fosse la lunghezza della fibra, qui mantenendo costante la lunghezza della fibra aumenta
la velocità di accorciamento anche a post-carico uguale a zero, anche nel muscolo che non tocca il
pesino agganciato.
(Figura) Infine osserviamo questa figura: la situazione del pre e post-carico sono rappresentate in
modo più consono a quello che è il cuore in situ. Qui c’è il muscolo papillare, al quale è applicato
un pesino che non poggia su alcun sostegno: la lunghezza iniziale del muscolo è quella che dipende
dalla distensione operata dal pesino, esattamente come la lunghezza iniziale delle fibre miocardiche
è data dalla distensione, cioè dal grado di riempimento ventricolare (quantità di sangue contenuta);
poi il cuore comincia a contrarsi, la pressione aumenta e non incontra il post-carico fino a quando
non si aprono le valvole aortiche. A questo punto, il muscolo papillare comincia a contrarsi, si
appoggia, senza trovare il post-carico. Ma su questo tavolinetto con un orifizio in mezzo è situato
un anello che ha un certo peso e verrà sollevato solo quando il pesino non c’è più, esattamente come
nel cuore il post-carico che è dato da questo anello si manifesta solo quando le fibre si sono
contratte e hanno sviluppato una pressione tale da superare quella diastolica aortica. Questo
rappresenta un pò meglio rispetto agli altri esperimenti la differenza anche cronologica tra l’azione
del precarico e quella del post-carico. Sicuramente questi esperimenti fatti da Sommembrik sono
quelli che ci danno una ulteriore possibilità di distinguere un aumento della forza di contrazione
dall’aumento di contrattilità. Fino a questo momento abbiamo visto come possiamo distinguere la
differenza tra contrattilità e forza di contrazione semplice con la famiglia di curve di Li....e Sarnof,
che non sono altro che delle curve di Starling ottenute a diversa contrattilità. Qui abbiamo invece le
curve di Sommembrik che ci evidenziano la differenza della contrattilità e forza di contrazione con
le variazioni della velocità iniziale di contrazione a post-carico 0.
Pagina 1 di 4 C:\Documents and Settings\Utente\Documenti\Università\2°
anno\Fisiologia\Sbobine\05 - Marzo\Fisiologia 11_03_2004.doc
Prof. Losano
Fisiologia 11 marzo 2004
Questo lucido, basato sulla famiglia di curve Sarnoff, ci dà una prima idea della differenza di un
aumento della forza di contrazione dovuto alla regolazione eterometrica intrinseca (Starling) e a
quella dovuta invece all’aumento della contrattilità.
Quest’altra figura, gli esperimenti Sonnenblick, ci dicevano che per sviluppare lo stesso aumento di
lavoro per battito, si può procedere in due modi: o aumentando il volume telediastolico ventricolare
in precarico o stimolando il simpatico senza far variare il precarico. Qui noi vediamo invece con gli
esperimenti di Sonnenblick, come noi possiamo riconoscere se si tratta di aumento della forza di
contrazione per estensione della fibra o se si tratta di aumento della forza di contrazione per
aumento della contrattilità, considerando la velocità iniziale di accorciamento. Sia che noi
aumentiamo la lunghezza iniziale della fibra, cioè il precarico, sia che noi facciamo aumentare lo
stato inotropo o contrattilità del muscolo papillare preso in esame, vediamo che un determinato
valore di postcarico, cioè del pesino qui appeso al muscolo e lasciato appoggiare su un sostegno,
ciascun valore del postcarico è accompagnato da una velocità iniziale di accorciamento che
migliora, aumenta, sempre se noi, entro certi limiti, aumentiamo la distensione della fibra. Questo è
un modo di vedere la legge di Starling sul muscolo papillare e considerare proprio la distensione
delle fibre. In questo caso, invece noi lasciamo costante la lunghezza iniziale della fibra solo che
facciamo variare lo stato inotropo, ad esempio per la prima curva non diamo noradrenalina, per la
seconda diamo noradrenalina in piccola quantità, per la terza diamo una quantità ancora maggiore.
Allora noi cosa vediamo? Mentre nel primo esperimento (variazione della lunghezza della fibra e
quindi del precarico) la velocità di accorciamento era superiore quando la fibra era distesa soltanto
per postcarico diverso da zero, la velocità iniziale è sempre la stessa qualsiasi sia la lunghezza
iniziale della fibra quando non c’è postcarico, in questo caso invece anche in assenza di postcarico
l’aumento dello stato inotropo, l’aumento della cotrattilità fa aumentare la velocità iniziale di
accorciamento. Dunque sicuramente questi esperimenti di Sonnenblick ci danno, insieme a quelli di
Sarnoff, un’idea abbastanza precisa della differenza tra i due concetti, però non sono sicuramente
applicabili nella pratica. Dal punto di vista pratico nei reparti di cardiologia ben attrezzati, si fa il
cateterismo cardiaco che ha diverse procedure, ma una procedura è quella rivolta a misurare la
pressione endoventricolare. Come si procede? Si prende un catetere riempito di soluzione salina
collegato con un manometro, si fa una piccola incisione all’inguine del paziente, si scopre l’arteria
femorale, si introduce questo catetere nell’arteria femorale, lo si spinge nell’iliaca esterna,
nell’iliaca comune, nell’aorta discendente, nell’arco dell’aorta, nell’aorta ascendente e di lì lo si
spinge nel ventricolo approfittando, e si va a tentativi, il catetere non è molto traumatico, di
penentrare nel ventricolo durante l’eiezione ventricolare, quando la valvola aortica è aperta. Il
catetere riempito di soluzione salina trasmette al manometro le variazioni di pressioni che abbiamo
nel ventricolo. Cateteri molto più moderni, più precisi non sono collegati col manometro ma hanno
sulla punta un micromanometro, questo registra la pressione direttamente nella cavità senza doverla
trasmettere lungo la colonna liquida che separa la punta del catetere dal manometro. Comunque sia
noi possiamo registrare la pressione ventricolare. Allora osserviamo questa figura: qui siamo in una
situazione di controllo, questa è una curva di pressione ventricolare (sistole, diastole), sistole arriva
al valore di pressione sistolica presente sia nel ventricolo che nell’aorta, in diastole nel ventricolo
arriva quella pressione che è poco diversa da zero. Adesso vediamo di stendere il miocardio
ventricolare, di distendere le fibre del miocardio ventricolare. Come possiamo fare? Supponiamo,
iniettiamo rapidamente del sangue, di una sacca di sangue, del plasma o una soluzione fisiologica
dalla vena la iniettiamo abbastanza rapidamente, per cui per alcuni battiti siamo sicuri che il ritorno
venoso al cuore è aumentato. Allora noi osserviamo che la pressione massima che viene raggiunta,
quella che qui è indicata con la linea blu, è superiore a quella indicata con la linea nera più bassa. Io
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qui per ragioni di chiarezza ho fatto salire questa curva di pressione fino a questo punto, ma avrebbe
potuto anche salire a quest’altro valore. La pressione sviluppata dunque aumenta, ma noi vediamo
che il tempo impiegato a raggiungere questa pressione è sempre lo stesso. Il tempo impiegato
quando noi abbiamo aumentato il ritorno venoso al cuore, quando noi abbiamo aumentato il
precarico, il tempo impiegato a raggiungere il massimo di pressione è sempre lo stesso. Dunque
credo che abbiate qualche familiarità col concetto di derivata. Noi possiamo fare il rapporto tra
l’incremento della pressione e il trascorrere del tempo e otteniamo la velocità di aumento della
pressione, dunque otteniamo questa derivata prima della pressione che è la velocità di salita della
pressione. Dunque voi vedete subito che essendo il dP/dt indicato dalla pendenza di questa linea
retta, vedete subito che in questo caso in cui la linea sale più ripidamente la velocità di
accorciamento è aumentata. Dunque, anche se qui non c’è un valore di derivata dP/dt riferito alla
curva blu, noi vediamo comunque che se è aumentato il valore massimo di pressione raggiunta nello
stesso tempo, il rapporto dP/dt avrà il numeratore aumentato e anche se il denominatore non è
variato, il rapporto dP/dt sarà aumentato. Ripeto questa pressione può anche arrivare a questo valore
o anche superiore. Vediamo adesso cosa succede se invece di aumentare il ritorno venoso, (far
aumentare il precarico) noi stimoliamo il simpatico (o se non possiamo stimolare il simpatico,
perché quando si fanno quelle indagini cliniche bisogno sempre tener conto delle manovre che
operiamo sul paziente, allora possiamo somministrare delle sostanze simpatico mimetiche, la stessa
noradrenalina che abbiamo visto prima) cosa osserviamo? Che la pressione raggiunta sale anche in
questo caso, ma il tempo in cui questa pressione aumenta si è ridotto. Il rapporto dP/dt è aumentato
anche qui, ma mentre per aumento del solo precarico il rapporto dP/dt aumentava per aumento del
dP rimanendo invariato il dt, in questo caso di aumento dello stato inotropo della contrattilità (lo
sappiamo quando usiamo noradrenalina) l’aumento del rapporto è dovuto al contemporaneo
aumento del dP e alla riduzione del dt. Allora vediamo un pò di fissare questi concetti (disegna alla
lavagna le regole). Allora la velocità aumenta se dP↑ , e dt rimane tale, in questo caso l’aumento è
dovuto all’aumento del precarico. Se invece v aumenta per aumento del dP contemporaneo ad una
↓dt, l’aumento della velocità di salita della pressione è dovuto all’aumento della contrattilità.
Questa determinazione è possibile eseguirla in clinica e mentre ci dà la facilità di esame ci conferma
la differenza tra il concetto di forza di contrazione e il concetto di cotrattilità. Dunque io qui ho un
lucido che vi ho consegnato ma che non sto a leggere, leggetevelo voi, ci sono semplicemente delle
informazioni (REGOLAZIONE ESTRINSECA DELLA FORZA DI CONTRAZIONE DEL
CUORE).
A questo punto io vorrei cominciare a parlare della gettata sistolica e della gettata cardiaca. Sono
due concetti su cui ho parlato fin dalla prima lezione.
IL DIPOLO
Dunque per chiarire che cosa sono queste variazioni di campo elettrico nel miocardio, dobbiamo
rifarci alla teoria del dipolo. Dunque vediamo cos’è un dipolo. Noi qui immaginiamo di avere una
soluzione salina vale a dire che può condurre variazioni elettriche in una vaschetta, qui non si vede
la vaschetta e non si vede la soluzione salina. Ma all’interno della vaschetta noi possiamo mettere
vicini l’uno all’altro due poli di segno opposto, un polo positivo e uno negativo. Questi 2 poli sono
tra loro molto più vicini di quanto non appaiano in questa figura, qui sono stati disegnati piuttosto
lontani l’uno dall’altro per permettere una chiara identificazione delle linee e delle correnti. Innanzi
tutto quando noi abbiamo in un conduttore di volume, in un conduttore tridimensionale, cos’è? Vi
ho detto soluzione salina posto in una vaschetta questo è un conduttore tridimensionale, se avessimo
un cavo, sarebbe un conduttore bidimensionale. Allora attorno a ciascun polo si formano dei campi
elettrici rappresentati ciascuno da una superficie sferica. Noi abbiamo tante superfici sferiche non
concentriche ma eccentriche l’uno dell’altro, ogni superficie sferica ha lo stesso valore di
potenziale. Allontanandoci dal polo, dall’elettrodo, vediamo che abbiamo una progressiva
diminuzione del potenziale (delle superfici isopotenziali). Vediamo come diminuisce l’intensità del
campo elettrico. Se noi tracciamo una linea retta che unisce i poli, vediamo che mano a mano che ci
allontaniamo dal polo positivo e dal polo negativo, il potenziale delle singole superfici diminuisce
proporzionalmente al quadrato della distanza dal polo. Naturalmente se noi abbiamo nella stessa
soluzione elettroconduttrice, nello stesso conduttore tridimensionale, due poli di segno opposto, una
corrente passerà dal polo positivo al polo negativo. Questa corrente segue diverse linee, una linea
diretta dal polo positivo al polo negativo e anche altre linee arcuate che tagliano ad angolo retto le
superfici isopotenziali, cioè questa linea, ad esempio, taglia ad angolo retto tutte le superfici
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isopotenziali positive e successivamente le superfici isopotenziali negative. Noi qui vediamo come
abbiamo delle frecce dirette dal lato positivo al lato negativo, queste frecce indicano il senso della
corrente. Ma abbiamo un’altra freccia che qui ho disegnato io, solo perché non c’era, ma non è che
l’ho inventata io, che ha invece la punta rivolta verso il lato positivo. Questa è la freccia che
considereremo di più perché indica il dipolo. La freccia ha la direzione verso il lato positivo del
dipolo e la coda verso il lato negativo. La lunghezza della freccia indica l’intensità della differenza
di potenziale (indica quanto più lunga è la freccia, tanto maggiore è la differenza di potenziale).
Adesso cominciamo con una regola generale: noi possiamo mettere dal lato positivo o dal lato
negativo del dipolo un elettrodo e vediamo come questo elettrodo ci dia in un galvanometro
opportunamente calibrato una deflessione positiva quando l’elettrodo vede la punta del vettore e
una deflessione negativa quando vede la coda del vettore (indipendentemente dal movimento del
vettore). Immaginiamo di avere un elettrodo e immaginiamo che questo vettore, cioè il dipolo si
sposti verso l’elettrodo, l’elettrodo mi dà una deflessione positiva, ora immaginiamo che il vettore si
retragga, ma seMpre con la punta rivolta verso l’elettrodo, l’elettrodo mi darà di nuovo una
deflessione positiva. Passo passo vi descriverò i dati teorico sperimentali sui movimenti del vettore.
Adesso prendiamo un pezzettino di miocardio, non una fibra ma un pezzettino, ed immergere
questo pezzettino di miocardio nella vaschetta dove ci sia soluzione salina. Noi osserviamo che
abbiamo il miocardio polarizzato, carica positiva all’esterno, negativa all’interno, abbiamo un
elettrodo collegato a questo galvanometro a potenziale 0. Quando la fibra è tutta quanta polarizzata
l’elettrodo non registra assolutamente nulla (non ci sono campi elettrici attorno, non ci sono quelle
linee isopotenziali), ma immaginiamo ora che da sinistra inizi la depolarizzazione. La
depolarizzazione determinando la presenza di aree della fibra, del pezzo di miocardio, caricate
positivamente all’esterno da un lato e negativamente dal lato già depolarizzato, crea un dipolo.
Questo dipolo ha la punta rivolta verso l’elettrodo e la coda verso il lato negativo cioè già
depolarizzato della fibra. Allora il nostro galvanometro comincia a segnare una deflessione positiva,
ma poi la depolarizzazione avanza, noi vediamo, le linee isopotenziali sono già comparse in questa
parte della fibra, che il nostro elettrodo, mentre la depolarizzazione avanza, va a toccare delle
superfici isopotenziali a potenziale progressivamente più elevato, e da allora mentre, qui non è stato
disegnato, la freccia si avvicina, aumenta l’ampiezza della deflessione. L’elettrodo vede la punta del
vettore, ma vede anche il vettore che si avvicina, man mano che il vettore si avvicina l’elettrodo
viene a contatto con delle superfici isopotenziali sempre più positive e l’ampiezza della deflessione
aumenta. Il nostro vettore continua ad avvicinarsi all’altra estremità della parte di miocardio, il
dipolo si avvicina, l’elettrodo lo vede, tocca delle superfici isopotenziali sempre più positive, si
accentua la deflessione. Ad un certo punto tutta la fibra è depolarizzata, qui rappresenta la fibra tutta
egualmente negativa. Nella fibra totalmente depolarizzata come in quella polarizzata noi abbiamo
assenza di campi elettrici. Se tutta la fibra nelle stesse condizioni che all’esterno ha cariche + o
cariche – tutta quanta la fibra non presenta campi elettrici, cioè non abbiamo superfici isopotenziali:
di conseguenza la nostra deflessione cade sulla linea isoelettrica Adesso vediamo cosa può
succedere. Dunque qui noi abbiamo la stessa situazione che abbiamo là, ma qui il nostro
galvanometro non è collegato da un lato con un elettrodo esplorante, da un altro con un elettrodo
indifferente a 0, ma collegato con i due lati, con i 2 elettrodi situati uno per l’altro. Qui la situazione
è questa che si presuppone che l’elettrodo B sia dal lato + l’elettrodo A dal lato – . Allora inizia la
depolarizzazione. Noi qui abbiamo la fibra parzialmente depolarizzata e parzialmente ancora
polarizzata a riposo. Abbiamo l’elettrodo scelto come positivo il B, che vede la punta del vettore e
abbiamo pertanto una deflessione positiva, quando tutto è stato depolarizzato non abbiamo più
vettore e ci troviamo sulla linea isoelettrica. Adesso immaginiamo che dal lato che era prima stato
depolarizzato, inizi la ripolarizzazione quindi la parte che prima era negativa diventa positiva, la
parte che prima era positiva diventa negativa. La ripolarizzazione segue la direzione, il senso delle
freccine tratteggiate, ma questa freccia che indica il vettore ha la punta rivolta dal lato + e la coda
rivolta dal lato ancora depolarizzato. Questa freccia si muove verso l’elettrodo B, muovendosi verso
l’elettrodo B fa si che l’elettrodo B veda una deflessione negativa, quando tutta la fibra è
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depolarizzata ecco che a noi questo segnale dà una deflessione negativa. In questo caso, l’elettrodo
B (quello che abbiamo scelto come +, che però in questo caso vede il lato –) vede la coda di un
vettore, di un vettore che si è allungato e dà una deflessione negativa. Noi qui abbiamo prima lato
positivo verso l’elettrodo B il lato – verso lato opposto. Il vettore è orientato verso B, l’elettrodo B
registra una deflessione + .Adesso la ripolarizzazione parte ancora da sinistra, ma questo vuol dire
che questo lato della membrana che prima era negativo diventa adesso positivo perché si
ripolarizza, allora il vettore avrà la punta rivolta nell’altro senso, siccome, come indicano le freccine
piccole la ripolarizzazione muove verso l’elettrodo B anche questo vettore si sposta verso
l’elettrodo B, ma si sposta a ritroso, si sposta portando la coda sempre più vicina all’elettrodo B,
l’elettrodo B viene a toccare progressivamente delle superfici isopotenziali sempre più negative e
allora sarà una deflessione negativa. Quando tutta la fibra è stata ripolarizzata ed è scomparso ogni
dipolo: non c’è più la freccia, non ci son più ne punte né code di vettori, torniamo alla linea
isoelettrica. Adesso riprendiamo questa figura. In questa figura, nelle seconda parte quando
abbiamo lasciato la scomparsa del dipolo per avvenuta depolarizzazione, compare la
ripolarizzazione con le modalità che abbiamo visto là, da sinistra dove era iniziata la
depolarizzazione inizierà la ripolarizzazione. Il fatto però è che nel cuore se durante la
depolarizzazione abbiamo il tratto depolarizzato nettamente negativo e quello polarizzato
nettamente positivo nella ripolarizzazione il tratto che dovrebbe ancora essere – è già parzialmente
ripolarizzato, cioè noi vediamo che qui esiste già qualche più all’esterno, per dirci che quella
membrana non è più depolarizzata come era qui, ma è meno depolarizzata. Questo significa che la
differenza di potenziale tra questo tratto da cui avanza la ripolarizzazione e questo tratto a destra
che dovrebbe essere ancora depolarizzato, ma che è già leggermente ripolarizzato, la differenza di
potenziale è minore di quella che era durante l’avanzamento della depolarizzazione. Il vettore che
ha la punta rivolta verso il lato + a causa di questa minore differenza di potenziale è più breve e
quando abbiamo un vettore più breve, noi osserviamo che la profondità o ampiezza della
deflessione è attenuata. Io adesso ho cominciato una indicazione per spiegare come mai nell’ECG
l’onda che rappresenta la ripolarizzazione dei ventricoli, l’onda B, abbia un’ampiezza minore
dell’onda complessa qrs che rappresenta la depolarizzazione, la ripolarizzazione nell’ECG è
rappresentata da un’onda meno ampia di quella di depolarizzazione, perché nella ripolarizzazione la
parte che dovrebbe essere ancora depolarizzata in realtà ha già subito un inizio di ripolarizzazione.
Allora osserviamo la situazione che incontriamo nel cuore. Questa è una figura simile a quella che
abbiamo visto prima, ma con una differenza: la differenza consiste nel fatto che la ripolarizzazione
non comincia dalla parte che è stata per prima depolarizzata ma da quella che è stata depolarizzata
per ultima, vale a dire: l’ultima parte a essere depolarizzata è stata la parte destra. Ora la
ripolarizzazione non parte da sinistra, come era partita la depolarizzazione, ma parte proprio da
destra, vuol dire che la depolarizzazione, dopo che procedendo da sinistra a destra, ha invaso tutto il
pezzo di miocardio, ecco che si estingue permettendo la ripolarizzazione della parte destra, vale a
dire dell’ultima parte ripolarizzata. Ne consegue il fatto che anche la ripolarizzazione è indicata da
una freccia con la punta verso il lato + cioè la punta verso l’ultima parte della fibra che è stata
depolarizzata e che è la prima a venire ripolarizzata. Di conseguenza, anche qui poi abbiamo quella
parte alla ripolarizzazione parziale che ci aspetteremmo essere ancora depolarizzata. Ora questo
elettrodo nella ripolarizzazione continua a vedere la punta del vettore, un vettore che è + breve di
quello prima per quello che noi già sappiamo e che si muove a ritroso, come una macchina che va in
retromarcia, (io quando vedo una macchina che procede in retromarcia e sono posto di fronte, vedo
sempre il muso di quella macchina). Questo elettrodo vede sempre la punta del vettore e quindi il
galvanometro descriverà in questo caso reale un’onda positiva, di minor ampiezza di quella
precedente e infatti l’onda dell’ECG che indica la ripolarizzazione ha lo stesso verso di quella che
indica la depolarizzazione, ma è meno ampia e più vasta in ampiezza. Nell’ECG questa potrebbe
essere l’onda R e questa l’onda T. Vedremo fra poco cosa vuol dire onda T e onda R.
Adesso voi vorreste capire cosa c’entra così un pezzettino di miocardio rispetto alla massa cardiaca.
Noi prendiamo un pezzo di parete libera del ventricolo sx: la parete libera (non settata) del
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ventricolo sx è quella che dà l’onda più ampia dell’ECG: l’onda R, allora noi vediamo che qui
abbiamo la rete sottoendocardica del Purkinje con i filamenti che si approfondano nello spessore
della parete miocardica. Questi filamenti dovrebbero appropondirsi nei 2/3 interni. Quando
l’eccitamento ha raggiunto e depolarizzato tutta quanta la fibra del Purkinje e prolungamenti,
comincia ad attivare il miocardio, e come lo attiva? Lo attiva con un avanzamento a sfera
concentrico. Vedete che ognuno di questi terminali dei filamenti della rete del Purkinje ha attorno
un’area depolarizzata. Spostiamoci da questa figura a questa che ingrandisce. Questi isolotti di
tessuto depolarizzato hanno dei vettori con la punta rivolta verso il tessuto polarizzato, ma che
trovandosi in un’isoletta di miocardio depolarizzato sferico sono rivolti in tutte le direzioni, ne
consegue che tutti questi dipoli si elidono algebricamente a vicenda, per cui quando abbiamo questa
attivazione della porzione interna del miocardio, il nostro elettrodo situato sulla dx della figura (che
sarebbe alla sx del ventricolo) non dà alcuna deflessione, ma allargandosi sempre di più queste isole
di tessuto eccitato (depolarizzato) si fondono tra loro determinando una depolarizzazione che
riguarda tutta la superficie interna del miocardio. A questo punto, abbiamo tanti dipoli tra di loro
paralleli con la punta rivolta verso la superficie esterna del miocardio ancora polarizzato e la punta
verso la superficie interna già depolarizzata. Tutti questi vettori paralleli hanno una loro somma che
somma appunto la loro intensità. Il nostro galvanometro collegato con questo elettrodo comincia a
segnalare una deflessione positiva. L’onda di depolarizzazione si avvicina alla superfice del cuore,
il dipolo risultante tra questi dipoli si avvicina all’elettrodo: la deflessione aumenta. Qui si avvicina
ancora di più, ma stiamo attenti: qui una parte della parete libera del ventricolo è già stata
totalmente depolarizzata, quindi qui non abbiamo più i piccoli vettori e su 5 vettori che avevamo
all’inizio qui ne abbiamo solo più 3, perché la parte ancora polarizzata si è ridotta, è più piccola. A
questo punto l’intensità del dipolo risultante comincia a diminuire e la deflessione comincia a
scendere, vediamo che ad un certo punto si compie tutta quanta la depolarizzazione e la deflessione
si annulla, la traccia ritorna sulla linea isopotenziale. A questo punto noi dobbiamo capire come
registriamo l’ECG, cioè dobbiamo prendere in esame le derivazioni elettrocardiografiche.
DERIVAZIONI ELETTROCARDIOGRAFICHE
Le derivazioni elettrocardiografiche sono quelle convenzionali, quelle che vengono registrate
normalmente sono 12, abbiamo 6 derivazioni sul piano frontale (o derivazioni degi arti), e 6
derivazioni sul piano orizzontale. Le derivazioni sul piano orizzontale sono anche note come
derivazioni toraciche, in quanto gli elettrodi vengono messi sul torace o derivazioni precordiali.
Dunque vediamo le derivazioni degli arti: adesso le suddivido. Allora, abbiamo le derivazioni
bipolari e le derivazioni unipolari (sul piano frontale) Nella logica medico fisiologica, sarebbe
meglio mettere prima le unipolari di quelle bipolari, ma da un punto di vista non solo storico, ma
anche tecnico, non solo sono venute dopo le unipolari ma le unipolari hanno anche concordato
alcuni ragionamenti tecnici per poter essere rivelate. Le derivazioni bipolari, le prime ad essere
introdotte in cardiologia, sono anche dette derivazioni standard. Vediamo prima queste derivazioni.
Ripeto ancora dei concetti fondamentali (digegna alla lavagna)
Dunque immaginiamo di avere il pezzo di miocardio sinistro che si depolarizza, abbiamo superato
quel limite in cui possono approfondarsi i filamenti provenienti dalla rete del Purkinje, dopo che
isolotti di tessuto depolarizzato si sono fusi, abbiamo qui una parte negativa: attenzione è negativa
all’esterno della fibra, e qui parti positive, abbiamo tanti dipoli, si possono sommare algebricamente
da un dipolo che è la somma di tutti questi dipoli lungo le altre funzioni. Dunque, voi innanzitutto
capite che se la manifestazione della depolarizzazione comincia a descrivere nell’ECG una
deflessione soltanto quando i vari dipoli tra loro paralleli possono sommarsi, non annullarsi come in
quelli delle sferette di miocardio depolarizzato, vale a dire dopo che è stata, (la deflessione
compare), dopo che è stata depolarizzata tutta la parte interna, anzi i 2/3 interni del miocardio
ventricolare, c’è una ragione per cui questo limite tra i 2/3 interni e il terzo esterno venga chiamato
endocardio elettrico. Perché solo quando è stato superato il limite dell’endocardio elettrico
nell’avanzamento della depolarizzazione cioè dell’attivazione ventricolare, noi abbiamo una
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deflessione del nostro galvanometro. Prima non la possiamo avere in quanto, la depolarizzazione
riguarda quelle ondicine, (sferette), situate attorno alla terminazione dei filamenti aventi tanti vettori
che se no si annullano gli uni con gli altri. Solo in questa situazione, noi cominciamo ad avere una
deflessione. Il limite pertanto tra la parte dove avevamo le ondicine e la parte in cui comincia ad
esserci un fronte omogeneo di avanzamento della depolarizzazione, questo limite è appunto detto di
endocardio elettrico.
Ma torniamo alla figura che qui vi ho rappresentato. La nostra depolarizzazione procede come se
questo vettore si muovesse, ad un certo punto quando io mi sposto dall’alto in basso, non è che
nello stesso pezzo di miocardio le cose avvengano contemporaneamente, allora se qui la situazione
era questa, in un grafico dopo un po’ la situazione sarà questa, e il nostro vettore risultante si sarà
spostato verso l’esterno: questa è la superfice sottoendocardica, questa è la superfice sotto
epicardica. Ad un certo punto, siamo nell’istante dopo, tutto lo spessore del miocardio è stato
depolarizzato, la nostra deflessione torna sulla linea isoelettrica in quanto con la depolarizzazione
totale di tutto lo spessore della parete, noi non abbiamo più dipolo. Qui non c’è più nessuna freccia,
il dipolo è scomparso. Se non ci sono 2 parti di miocardio con all’esterno, una, cariche positive, e
l’altra cariche negative, non abbiamo dipolo. Che cosa succede adesso? Succede che questa parte
che è stata l’ultima a venire depolarizzata, sarà quella che comincia a essere ripolarizzata. Si creerà
anche qui un vettore, ma un vettore più breve di questo, perché in questa parte vi sono cariche
negative all’esterno, ma c’è già anche qualche carica positiva. Quella all’esterno comincia a
ripolarizzarsi totalmente, ma l’altra qui, quella alla vs. sinistra che riguarda la cavità cardiaca è già
parzialmente ripolarizzata, come c’era in questa figura. La freccia ora è meno lunga perché il dipolo
è meno intenso, a causa del fatto che da questo lato, anziché esserci solo cariche negative c’è già un
tentativo di ripolarizzazione. Vediamo poi a che cosa è dovuto questo. Ora avanzando la
ripolarizzazione, noi vediamo che il dipolo si sposta lontano da un eventuale elettrodo che noi
abbiamo qui, ma si sposta a ritroso, offrendo sempre la punta alla vista dell’elettrodo. La
deflessione che dipende dal fatto se l’elettrodo vede la punta o la coda, sarà ancora positiva, ma
dovuto al fatto che la differenza tra parte polarizzata e parte ancora depolarizzata non è più tanto
netto, l’onda sarà più bassa. Allora ricordiamo: nell’elettrodo, nei ventricoli, la depolarizzazione
procede dall’interno all’esterno, dalla superficie sottoendocardica alla superficie sottoepicardica. La
ripolarizzazione avviene nel senso opposto, l’ultima parte, superficie sottoepicardica che è stata
depolarizzata, sarà quella che viene ripolarizzata. Perché avviene questo? Sembra che ci sia, se non
proprio, una differenza di temperatura, c’è almeno una differenza di metabolismo, la superficie
sottoepicardica ha un metabolismo maggiore della superficie sottoendocardica. Se voi avete un
amico a cui sia stato segnalato un percorso dell’esofago a ridosso di buona parte del ventricolo
sinistro, potete fare questo giochetto: gli registrate l’ECG, mentre lo registrate gli fate bere un
bicchiere di acqua ghiacciata, il liquido freddo gli percorre l’esofago, raffredda la superficie esterna
del venticolo sx (sottendocardica). Vedete che l’onda qui si appiattisce e si inverte, nell’ECG dopo
un po’ torna ad essere normale. Questo sembra proprio che metta in relazione l’andamento della
ripolarizzazione con il gradiente metabolico delle varie parti del miocardio.
Ma l’ampiezza di un’onda elettrocardiografica è in relazione allo spessore della parete del
miocardio? La risposta è positiva. Infatti immaginiamo di avere un pezzettino di miocardio
normale, questo in via di depolarizzazione, avremo un dipolo che sarà dato dalla somma di tutte le
cariche positive e di tutte le cariche negative che abbiamo sulla superficie esterna, e quindi questo
dipolo sarà rappresentato da un vettore di quell’intensità. Adesso immaginiamo ipertrofia, che il
pezzettino di miocardio sia prelevato da un cuore ipertrofico, che prende tutta la parete bipolare
endocardica del miocardio, vedremo che durante la depolarizzazione avremo un maggior numero di
cariche positive e un maggior numero di cariche negative, la somma di queste cariche sarà molto
più elevata e la differenza di potenziale lo sarà ancora di più, la differenza tra positivo e negativo
sarà sicuramente superiore in un pezzo grosso di miocardio, nel miocardio ipertrofico. Il vettore in
questo caso sarà maggiore, la deflessione sarà maggiore. Infatti quando noi prendiamo in esame
l’ipertrofia ventricolare, questa ci viene segnalata da una maggiore ampiezza dell’onda di
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depolarizzazione della parete libera dei ventricoli. Cioè ci viene segnalata da una maggiore
ampiezza di quella che è l’onda R. Si parla di ipertrofia quando il tempo supera di 0,003 – 0,004
secondi. Questo tempo di salita dell’onda R si chiama: deflessione intrinsecoide. Quindi indici di
ipertrofia sono: aumento del voltaggio delle onde che rivelano la contrazione ventricolare, aumento
della deflessione intrinsecoide dell’onda R. Allora, parliamo di cose più facili, parliamo delle
derivazioni. Io comincio allora con le derivazioni storicamente individuate per prima: vale a dire le
derivazioni bipolari devianti, o derivazioni standard, dunque, abbiamo una prima derivazione
indicata anche come derivazione D1, una prima derivazione che si ottiene collegando con i due poli
del galvanometro il braccio sinistro inteso come lato positivo e il braccio dx inteso come lato
negativo: intendiamoci, noi non connettiamo tra loro il braccio sx con il braccio dx ma, connettiamo
il braccio sx con il galvanometro e il braccio dx con il galvanometro. Se noi collegassimo
semplicemente il braccio sx con il braccio dx un corrente passerebbe dal braccio sx al braccio dx e
noi non registriamo più niente. Perché il braccio sx è considerato positivo rispetto al braccio dx che
è negativo? Guardiamo un momento questa figura: qui noi abbiamo il cosiddetto triangolo di
Einthoven. Einthoven (l’olandese) è quello che per primo ha inventato l’elettrocardiografia con un
macchinario abbastanza grosso, complicato, mentre adesso abbiamo degli elettrocadiografi portatili
che stanno in una mano. Noi vediamo che se prendiamo la risultante di tutti i vettori dei ventricoli,
sopprattutto dei ventricoli, la risultante di tutti i vettori di derivazione ventricolare (il triangolo di
Einthoven è connesso braccio sx / braccio dx, braccio sx / gamba sx, gamba sx / braccio dx, è un
triangolo teoricamente ritenuto equilatero). Allora noi vediamo che il vettore risultante di tutti i
vettori ha la punta rivolta rivolto verso il basso e a sx. Un vettore cioè, che ricalca bene la posizione
del cuore, nella gabbia toracica, noi sappiamo che tra la base e la punta, la massa ventricolare va
dall’alto al basso, da dx verso sx: il basso e la sx sono quindi positivi rispetto rispettivamente l’alto
e la dx. Allora se noi poniamo l’elettrodo sul braccio sx e lo colleghiamo col galvanometro e un
altro elettrodo sul braccio dx e lo colleghiamo col galvanometro, il braccio sinistro rivolto dal lato
verso cui c’è la punta del vettore sarà positivo, rispetto al braccio di dx. Allora diciamo che la prima
derivazione standard mi dà la differenza tra il voltaggio del braccio sx meno il voltaggio del braccio
dx. D1 = VBS – VBD Per una definizione che ho dato all’inizio delle posizioni del corpo, perché il
vettore risultante da tutti i vettori dell’attivazione ventricolare ha la punta rivolta verso sx, verso il
basso. Quindi la sx è positiva rispetto la dx, il basso è positivo rispetto l’alto. Allora la prima
derivazione è data dalla differenza del potenziale dal voltaggio del braccio sx meno il voltaggio del
braccio dx. poi abbiamo una seconda derivazione dove, ai due lati del galvanometro, vengono
collegati i cavi, l’uno proveniente dalla gamba sx, l’altro ancora dal braccio dx. La gamba sx è
positiva rispetto al braccio dx, e allora noi vediamo che la seconda derivazione standard ci darà il
voltaggio della gamba sx meno voltaggio del braccio dx. Terza derivazione: colleghiamo adesso
con il galvanometro il braccio di sx e la gamba sx. Il braccio di sx era positivo rispetto al braccio
dx, ma adesso questo diventa negativo rispetto alla gamba sx, perché il vettore oltre che a sx si
dirige in basso. Allora noi vediamo che la terza derivazione standard D3, = voltaggio della gamba
sx meno voltaggio del braccio sx: ecco che il braccio sx è alternativamente positivo in D1 e
negativo in D3. Dunque, per un po’ di anni si è andati avanti con queste derivazioni bipolari che ad
un certo punto sono state chiamate le derivazioni standard. Però il problema è nato quando si son
volute anche registrare delle derivazioni unipolari, cioè, una derivazione dal braccio sx, dal braccio
dx, una derivazione dal braccio sx e una derivazione dalla gamba sx. Il problema è nato, perché con
cosa si confrontava le variazioni di potenziale di campo elettrico su un punto solo della superficie
corporea? Qui venivano messi a confronto due punti della superficie corporea, ma uno solo, con
cosa lo metto a confronto? Si è cercato di metterlo a confronto con la terra: era un disastro perché
c’era una forte dispersione e basta, allora si è dovuto cercare un punto a potenziale 0 . Il tentativo di
andare molto lontano dal cuore, gamba dx, ecc. non è stato possibile perché le variazioni del campo
elettrico arrivano a tutto il nostro corpo, allora si è ricorsi alla seconda legge di Kirchhoff che dice
che una corrente che corre in una maglia, in una rete, dà potenziale 0 nei nodi della rete. Se io qua,
ho un conduttore fatto in questo modo, dove ho i nodi di questa rete, il potenziale è 0. Allora è sorta
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la necessità di trovare dei punti a potenziale 0. Il primo che ha cercato questi punti a potenziale 0, è
stato Wilson. Dunque, Wilson ha introdotto pertanto 3 tipi di derivazione unipolare. Queste
derivazioni unipolari venivano chiamate VR (voltaggio del braccio di dx), VL (voltaggio del
braccio di sx) e infine VF (voltaggio gamba sx). Come ha proceduto Wilson? Wilson ha proceduto
nel modo che qui vediamo: ha creato la maglia ed il nodo. Come ha fatto? Ha collegato un lato del
galvanometro con l’elettrodo esplorante quello che andava a registrare al braccio dx, al braccio sx,
alla gamba sx. Poi ha creato un nodo nella maglia unendo tra loro i cavi provenienti dai tre arti. Tra
l’altro ha visto che il potenziale 0, in questo nodo, detto central terminal (terminale centrale), era
meglio stabilizzato sul potenziale 0, se lungo i cavi provenienti dai 3 arti, venivano inserite delle
resistenze. In genere si vede che si mettono delle resistenze di 5000Ω così siamo esattamente a
potenziale 0 . A volte noi dovevamo allestire un cavo di elettrocardiografia, non avevamo delle
resistenze di 5000Ω e abbiamo inserito delle resistenze di 4700Ω è andato alla perfezione. Allora,
cosa faceva Wilson? Dopo aver ottenuto il terminale centrale a potenziale 0, spostava l’elettrodo
esplorante dal braccio di dx, dove otteneva la derivazione VR al braccio sx, dove otteneva la
derivazione VL, infine alla gamba sx dove otteneva la derivazione VF, il terminale centrale era
sempre a potenziale 0 e sempre collegato ad un polo del galvanometro, lui spostava l’elettrodo
esplorante nelle varie sedi. La cosa funzionava, ma con un piccolo inconveniente: le deflessioni che
lui registrava in questo modo erano piuttosto modeste, l’ampiezza delle deflessioni, era così
modesta da renderne difficile la lettura. Dopo Wilson, Goldberger ha quasi empiricamente scoperto
che se al momento in cui veniva registrata la derivazione da un arto con l’elettrodo esplorante,
quell’arto era sconnesso dal terminale centrale, l’ampiezza dell’oscillazione aumentava del 50%.
Allora le derivazioni di Goldberger sono quelle che qui vedete,mentre con il metodo di Wilson, la
derivazione del braccio dx veniva fatta tenendo il braccio dx collegato anche con il terminale
centrale, con il metodo di Goldberger che è il metodo che adesso si usa, ovviamente l’apparecchio
passa da una derivazione all’altra senza che noi dobbiamo toccarla, allora noi osserviamo che, se
mentre registra le variazioni di campo elettrico dal braccio dx, si sconnette il braccio elettrico dal
terminale centrale,il voltaggio dell’oscillazione aumenta, ed allora si ottiene non più la derivazione
VR, ma la derivazione aVR( voltaggio aumentato del braccio destro) analogamente sconnettendo il
braccio sx dal terminale centrale, quando l’elettrodo esplorante era sul braccio sx, ottenevo una
aVL, infine sconnettendo quando esplorava sul piede sx, la derivazione era la aVF. Noi vediamo
infatti, che man mano che l’elettrodo esplorante passa da un arto all’altro, quell’arto viene
sconnesso dal terminale centrale. Se voi prendete una cartella elettrocardiografica vedete appunto
indicate le derivazioni aVR; aVL, aVF. A questo punto sono state fatte delle analisi su queste
oscillazioni, per vedere se esistesse veramente un rapporto tra la differenza di voltaggio di un
braccio dall’altro, rispetto alle derivazioni bipolari. Così si è visto che se noi consideriamo la prima
derivazione (D1) abbiamo che essa è quasi uguale alla differenza algebrica di (aVL – aVR), se noi
consideriamo la D2, essa è quasi uguale alla differenza (aVF – aVR), infine se consideriamo D3
vediamo che è quasi uguale alla differenza (aVF – aVL). Ecco in realtà tutte queste sono QUASI
uguali, non uguali, è stato successivamente visto che questa differenza era esattamente uguale se
veniva moltiplicata per 2/3. In questo modo la D1 è effettivamente uguale a 2/3 della differenza tra
aVL meno aVR e così per le altre derivazioni. Dunque io ho chiamato queste derivazioni bipolari e
unipolari negli arti, le ho chiamate derivazioni sul piano frontale, in quanto registrano delle
variazioni di campo elettrico che otteniamo sulla superficie frontale del corpo.
DERIVAZIONI TORACICHE
Noi possiamo anche ottenere delle derivazioni prese da un piano immaginario che può attraversare
orizzontalmente il corpo, che può attraversare orizzontalmente il torace. Queste sono le derivazioni
precordiali o toraciche, elencate con la lettera che va da V1 a V6. Osserviamo questa figura: dunque
noi qui abbiamo una gabbia toracica rappresentata di fronte e qui rappresentata in una sezione
trasversale, diciamo in una sezione orizzontale. Noi vediamo che le 6 derivazioni che normalmente
registriamo sono la V1, V2, V3, V4, V5, V6, possiamo anche registrare una V7 se vogliamo, ma
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anno\Fisiologia\Sbobine\05 - Marzo\Fisiologia 12_03_2004.doc
ormai gli apparecchi che ci sono, sono fatti in modo che si pongono i 6 elettrodi sul torace e
automaticamente passano da V1 a V6, se vogliamo registrare la V7 (che è caduta un po’ in disuso)
dobbiamo prendere uno degli elettrodi e metterlo nella posizione della V7. Gli apparecchi
elettrocardiografici più moderni, dopo che sono stati inseriti gli elettrodi, registrano
automaticamente una dopo l’altra la D1, D2, D3, aVR, aVL, aVF, V1, V2, V3, V4, V5, V6. Tutto
questo viene fatto, o su una sola striscia o su 3 striscie sincronizzate, il problema è che questi
apparecchi registrano a una sequenza tale di derivate che riesce difficile valutare l’andamento della
frequenza, riesce difficile intercettare se ci sono delle aritmie sporadiche. Quindi vi consiglio di
usare il sistema manuale di cambio della derivazione, perché alle volte il passaggio da una
derivazione all’altra avviene in meno di un secondo, così potendo riconoscere un battito per ogni
derivazione, ma io se non ho almeno 2 battiti non posso sapere la durata del ciclo cardiaco, non
posso sapere qual è la frequenza, perciò questo metodo e meglio abbandonarlo se si vogliono fare le
cose seriamente. Anche perché non è che io, fissati 2 battiti, ho la durata del ciclo cardiaco e questo
sia l’indice della frequenza, anche perché la frequenza può variare con il respiro, accelerare
nell’inspirazione e diminuire nell’espirazione e questo è un’indice del tono vagale, io ho bisogno di
avere almeno più battiti. Non so se avete già sentito parlare delle curve di densità spettrale che sono
un’analisi della variabiltà della frequenza cardiaca, quella variabilità impercettibile che uno guarda
l’ECG non vede, che significa che da un ciclo cardiaco all’altro ci può essere la differenza di
qualche millesimo di secondo, bene se noi facciamo queste curve di densità spettrale noi
osserviamo che ci sono delle variazioni di frequenza che possono segnalarci una prevalenza del
tono simpatico o una prevalenza del tono vagale. Quindi è estremamente importante conoscere la
frequenza. Nell’ECG, per costruire queste curve di densità spettrale richiedono, per darci dei dati
attendibili, almeno una sequenza di 528 battiti quindi di alcuni minuti di registrazione.
Torniamo alle nostre derivazioni toraciche, si tratta di derivazioni unipolari. Derivazioni V1: pongo
l’elettrodo nel 4° spazio intercostale subito all’esterno dello sterno. La V2 la pongo al posto
corrispondente a sx, vale a dire sul 4° spazio intercostale subito a sx dello sterno (la V1 a dx la V2 a
sx). Poi per individuare il punto in cui collocare l’elettrodo che mi registra la V3 io cerco il punto di
registrazione della V4. La V4 è il punto di ascoltazione del primo tono cioè al 5° spazio intercostale
sulla linea emiclaviale, quella che discende dalla clavicola. La V3 viene registrata dal punto di
mezzo della linea che congiunge V2 a V4, noi non abbiamo un punto di elezione per la V3, ma lo
identifichiamo nel punto di mezzo tra V2 e V4. La V5, dunque io fin’ora ho considerato spazi
intercostali (4° e 5°) a questo punto io considero soltanto più un piano, lo stesso piano da cui ho
derivato la V4 registrerò la V5 e la V6, dunque perchè dico piano e non più spazio intercostale?
Perché volendo registrare su questo piano, quando arrivo in V5 posso già essere sceso, almeno sulla
costa sottostante da quell’andamento delle coste che non son dall’indietro in avanti, ma anche
dall’alto verso il basso. Successivamente io mi posso trovare su un altro spazio intercostale,
addirittura per registrare la V6, a questo punto, io registro la V5 sullo stesso piano della V4, lungo
la linea ascellare anteriore. Che cos’è la linea ascellare anteriore? E’ la linea che scende sulla
supeficie del torace proveniente dal pilastro ascellare anteriore, registro la V6 sempre sullo stesso
piano lungo la linea ascellare media, cioè la linea che partendo dal centro della curva ascellare
scende a sinistra lungo la curva toracica. Dove questa linea interseca il piano nella quale è ora anche
la V5 indipendentemente dallo spazio intercostale, io metto l’elettrodo per la registrazione della V6.
Se poi volessi registrare la V7, vado sempre sullo stesso piano a livello però della linea ascellare
posteriore, quella che discende dal pilastro ascellare posteriore. Qui voi trovate ancora altre 2
derivazioni la V3r e la V4r che sono simmetriche alla V3 e alla V4. Cosa sarà la V2r a cui non ho
fatto cenno? Sarà la V2 (se metto come V2r la V1), e la V1r sarà la V2 dall’altro lato e la V2 può
diventare la V1.
FISIOLOGIA: LEZIONE DEL 15 MARZO 2004
Come ho già detto molte volte, la gettata cardiaca è uguale al prodotto della gettata sistolica
moltiplicato la frequenza. Questa relazione non ci deve però trarre in inganno, in quanto noi
possiamo distinguere un aumento della frequenza SENZA (o con modesto) aumento della
contrattilità e invece un più frequente aumento della frequenza CON aumento della
contrattilità. Ma state attenti: aumento modesto, o aumento non modesto (notevole) della
contrattilità, non sono più legati soltanto alla frequenza stessa (ho detto molte volte che quando
aumenta la frequenza aumentano le occasioni di ingresso di calcio e di conseguenza la
contrazione diventa più forte, più energica): no, qui voglio indicare che l'aumento della
frequenza, con aumento della forza di contrazione con aumento della contrattilità, e' quella
situazione alla quale noi andiamo incontro quando abbiamo (in parte anche a causa
dell'aumento della frequenza) una attivazione del simpatico. Mi riferisco soprattutto alla
situazione presente nell'esercizio fisico e in quella che chiameremo "reazione di allarme e di
difesa".
Allora, consideriamo l'aumento della frequenza con modesto aumento della contrattilita', cioè
con quell'aumento della contrattilità dovuto al meccanismo di Bowditch: aumentando la
frequenza ci sono più occasioni di ingresso del calcio. Io chiamo arbitrariamente l'aumento
della frequenza dissociato da un aumento dell'attività simpatica (e quindi della contrattilità in
modo cospicuo), chiamo questo aumento della frequenza "AUMENTO PILOTATO della
frequenza".
Allora distinguiamo: l'aumento pilotato della frequenza, in cui aumenta modestamente la
contrattilità, e l'aumento della frequenza con stimolazione simpatica, (o meglio con attivazione
simpatica, meglio che con stimolazione simpatica), in cui abbiamo un cospicuo aumento della
contrattilità.
Dunque, perché ho chiamato "aumento pilotato della frequenza" un certo tipo di aumento?
Perché noi possiamo paragonare (e non solo paragonare, anche far coincidere) questo aumento
della frequenza con una stimolazione cardiaca; ad esempio, vi ho già detto che quando,
sperimentando su determinati modelli, si vuole mantenere una frequenza costante, la si pilota
ad un valore superiore a quella che quel modello sperimentale normalmente ha. Questo dal
punto di vista [Link] nell'uomo ci interessa vedere l'andamento della circolazione
coronarica a varie frequenze cardiache, perché noi sappiamo che nel soggetto normale, nel
soggetto sano, aumentando la frequenza cardiaca deve aumentare il flusso coronarico (deve
aumentare il flusso nel circolo coronarico). Allora cosa si fa in queste situazioni? Si introduce
nell'esofago del paziente una sonda che ha degli elettrodi stimolatori lungo il suo [Link] fa
in modo che questi elettrodi stimolatori vadano a fermarsi nel punto dove l'esofago tocca il
cuore. A quel punto, un generatore di impulsi, attraverso la sonda e gli elettrodi, stabilisce
quale deve essere la frequenza cardiaca (sempre più alta di quella di base del soggetto), e poi
può essere fatta aumentare in modo progressivo secondo le esplorazioni della risposta
coronarica che si vuole fare. Il concetto di aumento pilotato della frequenza lo possiamo anche
estendere a tutte le situazioni patologiche in cui il simpatico non subisce un'attivazione
particolare, e ciononostante abbiamo aumento della frequenza. Quali sono queste situazioni?
Ma, ad esempio, abbiamo delle ARITMIE ATRIALI o SOPRAVENTRICOLARI che
provocano un'alta frequenza a carico dei ventricoli. In queste aritmie, c'e' una patologia
cardiaca che ha dei risvolti particolari sull'atrio: fa sì che dall'atrio arrivino ai ventricoli una
serie di impulsi, una frequenza di impulsi maggiore di quella che normalmente arriva. In questo
aumento di frequenza, il simpatico ventricolare (le fibre del simpatico che va nei ventricoli)
non sono coinvolte e quindi possiamo osservare le stesse cose che osserviamo a carico della
frequenza pilotata sperimentalmente o a scopo di esame diagnostico. Siamo d'accordo? In
questo caso succede quello che io vi ho già detto quando ho parlato del ciclo cardiaco; vi ho
detto: aumentando la frequenza, si riduce soprattutto la diastole, vale a dire la fase di
riempimento ventricolare. In particolare, per aumenti della frequenza al di sotto di 180 battiti al
minuto (cioè al di sotto del limite critico superiore di Wenckebach), per questi aumenti della
frequenza noi abbiamo l'interessamento (la riduzione) soltanto della fase di riempimento lento.
Ricordate che vi ho parlato di questi aumenti della frequenza anche per segnalarvi il ruolo
emodinamico della sistole atriale, che diventa percentualmente sempre più importante mano a
mano che la frequenza aumenta e nei cicli cardiaci le diastoli si accorciano.
In questi aumenti della frequenza, noi osserviamo che riducendosi il periodo di riempimento, si
riducono le gittate sistoliche, ma poiché l'aumento della frequenza comporta un aumento del
numero delle gettate sistoliche al minuto, la gettata cardiaca si mantiene pressoché costante.
Noi abbiamo già visto che ad esempio, se nel cane si fa salire la frequenza da 100 a 160 battiti
al minuto, la gettata cardiaca rimane [Link] noi dovessimo andare al di sopra del limite
critico di Wenckebach, allora osserviamo che, riducendosi la fase di riempimento rapido, le
gettate sistoliche si riducono improvvisamente, in modo così drastico che l'aumento del numero
delle gettate sistoliche al minuto non è più sufficiente a compensare questa riduzione; e allora
vediamo che al di sopra di 180 battiti al minuto nel soggetto normale (magari 200 nell'atleta
allenato, che ha una maggiore riserva cardiaca), superato quel limite la gettata cardiaca si
riduce, o meglio prima rimane costante poi si riduce, prima c'e' una riduzione modesta delle
gettate sistoliche compensata dalla frequenza, poi la caduta drastica delle gettate sistoliche non
è più compensata da un ulteriore aumento di frequenza. Questo è ciò che avviene nell'aumento
pilotato.
Invece, nell'aumento di attività del simpatico, noi osserviamo che l'aumento della contrattilita è
ben superiore a quello comportato dal semplice aumento della frequenza. Durante l'esercizio
fisico, come in quella che viene chiamata "reazione di allarme e di difesa" (cioè quegli stati
emotivi di fronte a pericoli, allarmi, che, nell'animale soprattutto, comportano la risposta di
aggressione verso il nemico o di fuga), in queste situazioni che nell'uomo sono molto ben
rappresentabili con l'esercizio fisico, noi abbiamo un'attivazione del simpatico che oltre a
partecipare all'aumento della frequenza, fa aumentare notevolmente la contrattilità. Cosa
significa che aumenta notevolmente la contrattilita'? Che rende le contrazioni, le sistoli, più
profonde in modo che le gettate sistoliche aumentano per utilizzo di una parte del residuo
sistolico.
Come vedremo tra poco, quando noi abbiamo un'attivazione simpatica da sforzo, abbiamo
un'azione del simpatico non solo sul cuore ma su tutti i vasi, anche sui vasi di capacità (cioè
sulle vene), il cui lume diminuisce. Diminuendo il lume delle vene, diminuendo la quantità di
sangue che possono contenere, una maggiore quantità di sangue procede verso il cuore. Cosa
risulta allora? Che in un intervallo di tempo più breve, quale è quello della diastole ridotta in
durata, riesce ad entrare nel cuore una quantità di sangue che può generare ancora una gettata
sistolica normale e compensare, far tornare al cuore quella parte di residuo sistolico che è stato
utilizzato. Di conseguenza noi osserviamo che di fronte all'aumento della frequenza, per il
maggior ritorno venoso che si è indotto e per l'utilizzo del residuo sistolico, le gettate sistoliche
possono aumentare. Quando noi abbiamo un aumento della frequenza con attivazione
simpatica, le gettate sistoliche anziché ridursi per la riduzione della diastole, aumentano per
l'aumento del ritorno venoso in modo tale da ricompensare parte del residuo sistolico utilizzato
nella gettata e garantire sempre delle gettate maggiori rispetto al controllo.
Adesso aggiungiamo una cosetta: durante l'esercizio fisico, il ritorno venoso non aumenta
soltanto a causa della contrazione della muscolatura liscia venosa e non solo perché il simpatico
fa diminuire il lume delle vene, ma anche perché le vene dei territori in cui sono presenti i
muscoli scheletrici coinvolti, vengono compresse dall'esterno dalla compressione muscolare
(sulla parete delle vene si ha una compressione ad opera dei muscoli). Esiste pertanto anche
questo effetto della pompa muscolare che contribuisce ad aumentare il ritorno venoso.
Tutti questi meccanismi fanno sì che in una diastole più breve sia maggiore la quantità di
sangue che ritorna al cuore, e le gettate sistoliche aumentano anziché diminuire.
In un soggetto giovane che non pratichi sport in modo sistematico, diciamo semi-sedentario,
durante l'esercizio la gettata cardiaca può aumentare di 4 volte per l'effetto combinato
dell'aumento della frequenza e dell'aumento della gettata sistolica. In un atleta olimpionico,
l'aumento può essere addirittura di 6 volte. 4 volte in un soggetto sano, giovane, normale, 6
volte in un campione olimpionico.
Dunque, dopo che abbiamo visto tutti questi aspetti, dobbiamo considerare come la gittata
cardiaca sia uguale - e l'avrete già intuito - al ritorno venoso.
Adesso però andiamo a vedere quali sono i fattori che determinano e regolano il ritorno venoso.
Dunque, allora, osserviamo: noi abbiamo, posso dire riassumendo, 4 FATTORI che
determinano il ritorno venoso al cuore:
il primo di tutti, quello determinante, è la VIS A TERGO. Infatti, il sangue contenuto nelle
vene è spinto in avanti dal sangue che arriva dai capillari. Chi genera questa vis a tergo?
L'attività cardiaca stessa. E allora scriviamo: vis a tergo DA ATTIVITA' CARDIACA.
Quando io ero studente, mi è stato ripetuto più volte che il fattore determinante del ritorno
venoso era la cosiddetta DEPRESSIONE DI DONDERS. Cos'è questa depressione di Donders?
E' la pressione subatmosferica (o negativa) che abbiamo all'interno della gabbia toracica.
Questa pressione negativa si ripercuote sul cuore destro soprattutto in diastole e anche sulle
vene cave, favorendo il passaggio del sangue dalle regioni extratoraciche (dove nelle vene ho
una pressione più alta) ai tratti intratoracici (dove la pressione -soprattutto nelle vene e
nell'atrio e nel ventricolo destro- può scendere al di sotto di zero). Ora, che la depressione di
Donders favorisca il ritorno venoso è vero, ma che ne sia determinante è impossibile; esempio:
la depressione di Donders (cioè la pressione intratoracica negativa, o subatmosferica) è
presente anche nel cadavere, ma nel cadavere non abbiamo più ritorno venoso(perché se
avessimo un ritorno venoso avremmo ancora una gettata cardiaca e quello non sarebbe un
cadavere). Quindi, il fatto fondamentale è sempre la vis a tergo. La depressione di Donders
partecipa, contribuisce, ma se fosse il principale responsabile renderebbe impossibili gli
interventi chirurgici a torace aperto soltanto con una pompa respiratoria, senza circolazione
extracorporea.
Un terzo fattore, questo sì molto importante, è rappresentato dal MASSAGGIO MUSCOLARE
SULLE VENE. Ve ne ho parlato prima: ho detto che nella reazione di aggiustamento ......
(parola incomprensibile) dell'esercizio fisico, il ritorno venoso aumenta per venocostrizione di
natura simpatica e per massaggio dei muscoli sulle vene.
Il massaggio muscolare sulle vene è importante nell'uomo: l'uomo infatti sta in posizione eretta
e il sangue deve salire dalle vene più distali in basso,su fino al cuore. In questo, viene
coadiuvato dalla contrazione muscolare. Voi direte: "ma noi quando siamo fermi, quando
siamo seduti o quando siamo anche in piedi mica sempre ci muoviamo"; questo è vero solo in
parte, in quanto noi eseguiamo dei movimenti, magari (anzi, quasi sempre) automatici:
accavalliamo le gambe, le spostiamo, io passeggio mentre parlo con voi, e tutto questo è un
movimento muscolare che favorisce il ritorno venoso al cuore.
Ma vediamo oltre: come viene descritto in versi in un lucido che fra poco vi proietterò, alle
volte nelle parate delle guardie reali inglesi, dove quei soldati sono costretti a stare nella
posizione di attenti perfettamente immobili, qualcuno -soprattutto nei mesi estivi- cade per
terra. In genere, quello succede alle giovani reclute; non succede agli anziani che, pur non
conoscendo la fisiologia del ritorno venoso, hanno imparato (probabilmente anche perché non
riescono a stare fermi proprio immobili) a contrarre i muscoli degli arti inferiori sotto i
pantaloni- che se guardate quei soldati sono molto larghi e quindi danno modo di effettuare
movimenti che nessuno riesce a percepire dall'esterno. In questo modo questi veterani di
servizio riescono a favorire il ritorno venoso, mentre le povere reclute imbranate non ci
riescono e...sbadabam! cadono per terra.
Infine abbiamo, sempre nell'uomo -ma anche un po' negli animali- il contributo della
GRAVITA' dei distretti vascolari posti al di sopra del cuore: il sangue che circolava nel circolo
cerebrale torna al cuore anche in virtù della gravità.
Dunque, vorrei anche richiamare il problema del ritorno venoso dal punto di vista clinico,
pratico. Ci sono dei soggetti, soprattutto di sesso femminile, longilinei, e anche un po' astenici,
che avvertono giramenti di testa quando al mattino si alzano. In genere, se sono delle ragazze
come voi contribuiscono il troppo studio ecc..., o strapazzi di ogni genere la sera prima, no? Ma
non c'è nulla di questo: sono soggetti longilinei in cui i muscoli addominali, in genere sottili, e
lo scarso pannicolo adiposo, (non tutti possono vantare un pannicolo adiposo come il mio...)
permettono la distensione con aumento della capacità delle vene addominali. Quando queste
persone si alzano al mattino, il sangue ristagna nelle vene addominali, e una parte di questo
sangue viene sottratta al ritorno venoso. Soltanto in una fase successiva, che può occupare 2 o 3
minuti, abbiamo quei riaggiustamenti per cui il ritorno venoso torna normale, la gettata
cardiaca torna normale e la pressione, che era transitoriamente diminuita, torna normale.
Quando farete poi le esercitazioni, le ADI, sulla misurazione della pressione, vi sarà insegnato
a misurare la pressione nel soggetto sdraiato e immediatamente dopo nel soggetto in piedi. Si
vedrà che nel soggetto in piedi appena sollevato (anche in quello normale) la pressione
arteriosa può essere diminuita di qualche mmHg. Dopo un po', la pressione riprende.
Io, per concludere questa parte, vi voglio proporre una poesiola che riassume un po' tutto
quanto è stato detto. Ah, scusate, prima voglio farvi vedere ancora questa figura in cui viene
indicato il meccanismo del massaggio muscolare (Lucido GTC=2) . Vedete, qui abbiamo una
vena situata in mezzo a dei muscoli- potrebbe essere una vena femorale- : la vena presenta
altresì le valvole venose che impediscono il riflusso del sangue che è passato oltre. Con la
contrazione dei muscoli noi vediamo che la vena diminuisce di volume (viene schiacciata dai
muscoli), il sangue va avanti in quando la valvola in questo momento si apre. Quando il
muscolo si rilascia di nuovo, la valvola è chiusa e il sangue non può tornare all'indietro.
Adesso io vi propongo questa divertente poesiola, fatta da Burton e poi modificata da Levi con
una piccola aggiunta a proposito delle guardie. Qui dice:
(...e qui il prof. inizia a leggere i primi versi della "poesiola" nel suo eccezionale Piemont-
English. Si consiglia, a chi fosse interessato, di procurarsi una copia dello scritto originale).
Traduzione: se il cuore destro pompa più sangue di quello sinistro, (io vi ho detto che deve
essere sempre uguale quello che passa in tutte le sezioni) se il cuore destro pompa più sangue
del sinistro, il circuito polmonare viene a essere congesto, cioè accumula troppo sangue e il
circolo sistemico (the left) è vuoto: uno contiene troppo sangue, l'altro niente.
Dato che nessuno sta bene con la congestione polmonare, la legge di Starling è uno splendido
suggerimento: il bilancio delle gettate (destra e sinistra) avviene automaticamente e la
ripartizione del sangue diventa costante, continua.
E poi qui c'è l'aggiunta di Levi: quando le guardie stanno ferme sull'attenti, e il sangue si
accumula nei piedi, il meccanismo di Frank e Starling non funziona più; lo spostamento del
volume di sangue riduce, altera il CVP (CVP vuol dire Central Venous Pressure: la pressione
dell'atrio destro, che accorcia le fibre durante la diastole). Le contrazioni divengono più deboli,
la gettata sistolica cade abbassando la pressione del sangue, cosicché la guardia cade per terra.
Poi qui ritorna Burton e la fa tragica: quando il cuore raggiunge un volume estremo (lo
vedremo tra poco), questo porta a scompenso e sovente alla morte. La legge che adesso ci
riguarda non è quella di Starling, ma la classica legge di Laplace, quella che l'aumento di
volume del cuore ha richiesto una maggiore tensione di parete che il cuore scompensato non
può più dargli.
Il vostro paziente sta morendo di scompenso, quindi o riducete la massa cardiaca che gli riduca
un po' il volume del cuore, (e lo vedremo nella prossima ora) oppure chiamate i parenti e
avvertite.
Vorrei riprendere alcuni concetti già esposti e guardarli in modo un po' diverso da come
abbiamo fatto fino a adesso.
Allora, cominciamo da questo grafico. (Lucido Gtc=5; figura 23-6). In questo grafico noi
abbiamo sull'asse delle ascisse la pressione nell'atrio destro, cioè quella pressione che nella
poesiola che vi ho proiettato veniva chiamata "pressione venosa centrale". Ovviamente qui
siamo con determinazioni fatte nell'uomo, in cui, malgrado le possibilità offerte da quella
tecnica della pressione di cuneo -di cui vi avevo parlato, fatta con quel catetere spinto fino in
una diramazione dei tronchi della polmonare- e' più comodo determinare la pressione dell'atrio
destro. Voi avete visto dal preparato cuore-polmoni di Starling, che se io sollevo il serbatoio,
aumento innanzitutto la pressione nell'atrio destro e poi nel ventricolo destro sottostante, poi
genero una maggiore gettata cardiaca che, attraverso il circolo polmonare, determinerà un
aumento del ritorno venoso a sinistra. Allora, io prendo la pressione nell'atrio dx come indice
del precarico ventricolare.
Sull'asse delle ordinate porto la gettata cardiaca. Praticamente ho messo due parametri che mi
possono servire per descrivere la legge di Starling.
Io vedo che aumentando la pressione nell'atrio di destra, aumenta la gettata cardiaca. Se io
aumentassi eccessivamente la pressione nell'atrio di destra, dopo un po' vedrei diminuire la
gettata cardiaca.
Abbiamo qui una curva che si riferisce alla situazione normale (quella in grassetto), mentre al
di sopra di questa ci sono delle curve che indicano un cuore iperefficiente, e in basso, al di
sotto, uno ipoefficiente. Se voi rifate mente locale alla famiglia di curve (ce n'erano 32) di
Sarnoff e Linden - quelle dove una era presa in condizioni normali e l'altra in condizioni di
stimolazione del ganglio stellato- voi vedete che qui stiamo ripetendo la stessa cosa; solo che in
quel caso era indicata la pressione ventricolare sinistra e il lavoro per battito, ma sono tutte
grandezze alle quali noi possiamo in qualche modo assimilare queste che stiamo considerando
adesso. Allora noi vediamo quello che ci è stato detto, che se aumentiamo il precarico aumenta
la gettata, e possiamo vedere che aumenta in modo diverso secondo curve diverse a seconda
che il cuore sia normale, ipoefficiente - cioè insufficiente- o iperefficiente (ad esempio se
avessimo non dico stimolato il ganglio stellato, ma somministrato della noradrenalina). Tutto
questo è facile da capire perché ci siamo già anche soffermati.
Anche le curve successive sono ancora facili da capire, anche se un po' meno di queste.
(Lucido GTC=5; figura 23-9). Dunque, qui noi abbiamo di nuovo la pressione nell'atrio di dx:
chiamiamola indirettamente il precarico del ventricolo sinistro. (Atrio destro - circolo
polmonare - ventricolo sinistro). Sulle ordinate abbiamo il ritorno venoso. Prendiamo per il
momento la curva in grassetto, che mi indica la normalità. Adesso qui io devo distinguere il
modo con cui ho fatto aumentare la pressione nell'atrio destro prima, e il modo con cui faccio
aumentare la pressione nell'atrio destro ora (quando misuravo cioè la gettata cardiaca e quando
invece misuro il ritorno venoso). Dunque, quando io aumentavo la gettata cardiaca, facevo
aumentare la pressione nell'atrio destro, facendo aumentare il ritorno venoso. Non mi interessa
cosa succedeva dal punto di vista clinico: io immagino di poter far variare il ritorno venoso
come nel preparato di Starling, sollevando il serbatoio. Qui invece, la pressione nell'atrio
sinistro, la faccio aumentare a ritroso, cioè immagino che per qualche motivo sia diminuita la
funzione di pompa del ventricolo sinistro, ecc, ecc, che attraverso il circolo polmonare si sia
ritrasmesso fino nell'atrio destro. Cosa vuol dire ridotta funzione di pompa? Più residuo
sistolico, il cuore è già parzialmente pieno, il ritorno venoso dal circolo polmonare è ostacolato
perchè c'è già del sangue nel cuore, questo si ripercuote a ritroso, aumenta la pressione
diastolica nel ventricolo destro e fa aumentare la pressione diastolica nell'atrio destro
sovrastante. Avete colto tutti questi passaggi? No? Allora; nel primo caso (aumento della
gettata), io facevo aumentare la pressione nell'atrio destro aumentando il ritorno venoso. Ci
sono vari modi: quello che io riesco a immaginare adesso, anche se non è un preparato come
quello, è il sollevamento del serbatoio - cioè dico: è possibile far aumentare il ritorno venoso.
Con quello che ho detto l'ora scorsa potremmo ancora aggiungere ad esempio: con l'esercizio
fisico, che attraverso il meccanismo della pompa muscolare mi spinge più sangue verso il
cuore.
Qui invece, in quest'altra figura che prende in esame il ritorno venoso, io faccio aumentare la
pressione a ritroso; cioè il cuore insufficiente mi fa aumentare la pressione dell'atrio destro. Se
il ventricolo sinistro è diventato insufficiente, contiene più sangue alla fine dell'eiezione
(aumenta il residuo sistolico); aumentando il residuo sistolico, aumenta la pressione nel
.....................; questo si ripercuote anche sull'atrio sinistro e attraverso il circolo polmonare sul
ventricolo destro: aumenterà la pressione diastolica nel ventricolo destro, aumenterà anche la
pressione diastolica dell'atrio di destra soprastante. Chiaro adesso? L'hanno capito tutti?
In altre parole, facendo ora i vari passaggi: ventricolo sinistro-atrio sinistro-circolo polmonare,
ho ripreso quello che vi avevo detto proprio all'inizio del corso, quando vi avevo proposto
quella figura del cuore con un solo atrio e un solo ventricolo, ve lo ricordate? Cosa vi avevo
detto? Passando dalle condizioni di riposo alle condizioni di attività, il sistema subisce una
ripartizione della pressione. Prima abbiamo la pressione sistemica media uguale in tutte le
sezioni; quando il cuore si mette a pompare abbiamo un aumento della pressione nel distretto
arterioso e una diminuzione nel distretto venoso. Siamo d'accordo? Qui ho detto la stessa cosa,
soltanto tenendo conto che il cuore non è formato da un solo atrio e da un solo ventricolo, ma
ha 2 atrii e 2 ventricoli, essendoci il circolo polmonare interposto tra cuore destro e cuore
sinistro.
Allora, a causa di una insufficienza, la pressione venosa centrale aumenta; dunque, il sangue
arriva nelle vene: se la pressione nell'atrio di destra è bassa, il sangue entra facilmente nell'atrio
di destra e dall'atrio di destra nel ventricolo destro, se invece la pressione è alta, il ritorno
venoso avviene con difficoltà e si riduce. Noi infatti vediamo che a partire da una pressione
zero (quale noi immaginiamo sia la pressione normale nell'atrio destro, una pressione che può
variare a seconda della fase del ciclo respiratorio, sempre però intorno allo zero) noi vediamo
che se partiamo da questo valore zero e facciamo diminuire la pressione nell'atrio destro, il
ritorno venoso aumenta, se la facciamo aumentare, invece, il ritorno venoso diminuisce. E
guarda caso, a che valore il ritorno venoso diventa zero? Diventa zero ad un valore di pressione
nell'atrio destro di 7 mmHg. Cosa significa 7 mmHg? La pressione sistemica media. Quando la
pressione nell'atrio destro è arrivata a superare il valore della pressione sistemica media, ecco
che il ritorno venoso si arresta. Dunque, qui ho fatto aumentare la pressione nell'atrio di destra
aumentando il ritorno venoso (primo caso); qui invece ho fatto aumentare a ritroso la pressione
nell'atrio di destra (secondo caso). Nel primo caso, l'aumento della pressione aumentava la
gettata cardiaca; nel secondo caso la pressione dell'atrio destro mi riduce il ritorno venoso.
Tutto chiaro?
Dunque, adesso se fino a qui tutto va bene, permettetemi di complicarvi un po' le cose. Ah! Ma
prima di passare a quello: se noi ad esempio aumentiamo la massa di sangue circolante,
vediamo che la nostra curva di ritorno venoso si sposta più in alto e ovviamente, aumentando la
massa di sangue circolante, faccio anche aumentare la pressione sistemica media. Così ad
esempio, se io aumento la massa di sangue circolante, in modo da portare il ritorno venoso a
zero a questo livello (mostra un livello più alto), vedrò che esso si annulla per un valore di
pressione di circa 10 mmHg. Se faccio ancora aumentare il ritorno venoso aumentando la
massa circolante a questo livello (mostra un livello ancora più elevato), la pressione sistemica
media sarà di 14 mmHg e il circolo si appresterà a quel valore di pressione dell'atrio destro,
perchè una tale pressione arresta il ritorno venoso. E se arresto il ritorno venoso arresto tutto il
circolo. Son tutti d'accordo?
Adesso-e qui le cose si complicano- sovrapponiamo curve di ritorno venoso e curve di gittata
cardiaca. (Lucido GTC=4).
(Figura 17-21)Allora, noi siamo in una situazione di normalità, quale indicata da questa curva
di gettata cardiaca. Noi vediamo che entro certi limiti possiamo fare aumentare la gettata
cardiaca aumentando la pressione dell'atrio destro. Ma come facciamo a far aumentare la
pressione nell'atrio destro? Lo posso fare ad esempio soltanto aumentando il ritorno venoso; ma
(e qui viene il difficile) io non posso far aumentare il ritorno venoso procedendo ad esempio a
ritroso su questa curva. Perchè non posso farlo? E qui comincio a sudare freddo un po' anch'io,
perchè basta una parola mezza sbagliata che si può capire tutto a rovescio... Perchè se io faccio
spostare questa curva all'indietro, è perchè ho ridotto la pressione nell'atrio di destra.
D'accordo? Io potrei spostare questa curva a questo livello e trovare una gettata cardiaca
aumentata, ma per fare questo cosa devo fare? Far diminuire la pressione: se io faccio
diminuire la pressione è vero, favorisco il ritorno venoso, ma distendo di meno atrio di destra,
ventricolo destro, atrio sinistro e ventricolo sinistro. Alla fine mi trovo a un valore di pressione
diastolica che tutto può fare meno che farmi aumentare la gettata in quelle condizioni di
contrattilità. Diciamolo ancora in un altro modo: se io faccio qui diminuire la pressione
dell'atrio destro, favorisco il ritorno venoso, ma nello stesso tempo la diminuita pressione
nell'atrio destro mi evoca meno la legge di Starling e la gettata non potrebbe aumentare. Ci
siamo? Allora se io, mantenendo questa condizione di contrattilità, voglio far aumentare la
gettata, ho bisogno di un'altra curva di ritorno venoso. Come faccio ad ottenerla? Io posso
ottenere quella curva di ritorno venoso o trasfondendo del sangue o del liquido qualunque,
oppure ad esempio facendo compiere degli esercizi agli arti inferiori in modo che facciamo
tornare più sangue al cuore. Solo in quel modo lì.
Quindi, per spostarmi nell'ambito di questa curva, dalla situazione di normalità a una situazione
di aumentata gettata cardiaca, io posso solo farlo aumentando il ritorno venoso. Ma non posso
aumentare il ritorno venoso muovendomi su questa curva (quella originale) di ritorno venoso,
ho bisogno di un'altra curva, e se ho bisogno di un'altra curva devo provvedere in qualche
modo: aumentare la massa circolante, fare delle trasfusioni, far fare degli esercizi in modo che
il massaggio muscolare mi spinga il sangue verso il cuore.
Sospendo un momento in attesa di vostri reclami o [Link] tutto bene? L'avete capito? A
me ce n'è voluto molto per capirlo. (Silenzio di tomba...... Qualche soffiata di naso).
Questa curva di gettata cardiaca caratterizza un cuore con una contrattilità nè aumentata nè
diminuita; questa è la curva della legge di Starling: io posso muovermi su questa curva soltanto
facendo variare il precarico e il precarico mi è rivelato dalla pressione nell'atrio destro (o
pressione venosa centrale).
Obiezioni? Davvero? Siamo tutti d'accordo? Chiaro?
Va beh, adesso, in questa figura noi avevamo mantenuto costante la curva della gettata e
avevamo fatto variare la curva del ritorno venoso. Chiaro? Variare la curva del ritorno venoso
vuol dire: ottenuto nuove curve di ritorno venoso, non che ci siamo mossi lungo la curva del
ritorno venoso.
Prendiamo adesso questa figura: (lucido Gtc=4; figura 17-22).
Noi qui abbiamo una sola curva di ritorno venoso ma abbiamo 3 curve di gettata cardiaca.
Forse qui il concetto è più facile. Io ho il cuore con la sua contrattilità normale di base, e il
cuore con contrattilità (stato inotropo) aumentato e con contrattilità (o stato inotropo)
diminuito. Questo può essere un cuore ad esempio che è stato trattato con della noradrenalina e
che ha aumentato la contrattilità; può essere anche un cuore che aumenta la propria contrattilità
a causa di un'attivazione del simpatico: ad esempio nell'esercizio muscolare noi possiamo
spostarci su questa curva.
Allora, in condizioni di normalità, il cuore, per la sua gettata sistolica normale -che è quella
indicata con la lettera N- che fa corrispondere a 5 litri di gettata cardiaca di ritorno venoso al
minuto, necessita di una pressione nell'atrio destro (che influenza poi quella diastolica nel
ventricolo sinistro) di 1,5-2 mmHg.
Adesso, se il cuore diventa più efficiente, perchè è sotto attivazione simpatica o sotto
attivazione da parte della noradrenalina, io ottengo un'altra curva, dove vedo, attenzione, che
questo cuore può funzionare con una pressione nell'atrio che non è più di 1,5 mmHg, ma anche
di 0 mmHg, perchè si contrae più energicamente, ha meno bisogno della distensione delle fibre
generato dalla legge di Starling. Ma stiamo attenti: se io mi sono spostato con un'unica curva da
questo valore di gettata a questo valore di gettata, ho anche visto aumentare il ritorno venoso.
Io ho questo ritorno venoso aumentato, che mi garantisce questa gettata e ciononostante questo
valore di gettata può essere ottenuto con una pressione venosa centrale (pressione dell'atrio di
destra) minore.
A vedere le vostre facce, che non capisco se sono stanche o imploranti, ho l'impressione che il
concetto non sia molto entrato nella vostra testa. Allora, torniamo alla figura: io parto da una
normale contrattilità, nè aumentata nè diminuita. Per ciascun valore di pressione nell'atrio
destro, vedo che la gettata aumenta (sempre entro certi limiti) nel modo qui descritto molto
semplificato. Per una gettata normale, io ho un valore di ritorno venoso che è sempre lo stesso.
Non vi ho detto il titolo di quella poesiola che vi ho letto, ma è molto interessante: "WHAT
COMES IN MUST GO OUT" (= quello che entra deve uscire); quindi, tanta la gettata, tanto
deve essere il ritorno venoso. Ad un certo punto, io ho un aumento della contrattilità: questo
significa -l'abbiamo già visto nelle curve di Sarnoff- che per ciascun valore di precarico, qui
letto in termini di pressione nell'atrio destro, io ottengo un'altra curva. Lo stesso precarico che
in condizioni normali mi fa avere una certa gettata, in condizioni di aumentato inotropismo mi
fa avere una gettata maggiore.
Allora, se io faccio aumentare la contrattilità a precarico invariato, faccio aumentare la gettata
da questo livello a questo livello. Ma questo livello mi incrocia l'unica curva che ho qui di
ritorno venoso in un punto più elevato di ritorno venoso e a questo nuovo punto di equilibrio
ritorno venoso-gettata cardiaca mi corrisponde una diminuzione della pressione nell'atrio di
destra. Il cuore, che è aumentato di contrattilità, abbisogna di meno della distensione delle
fibre. Questo aumentato ritorno venoso (preso però sempre sulla stessa curva di ritorno venoso)
è possibile in quanto l'aumento della contrattilità ha fatto diminuire la pressione nell'atrio.
Perchè l'aumento della contrattilità fa diminuire la pressione nell'atrio? Usiamo un termine
facilmente intuibile: perchè drena più sangue dal distretto venoso al distretto arterioso, quindi
farà diminuire la quantità di sangue presente nell'atrio destro, ne farà diminuire la pressione e
favorirà il ritorno venoso, quindi ritorno venoso aumentato, ma sempre sulla stessa curva.
Quando aumenta la contrattilità, ho un aumento della gettata a partire da un più basso valore di
pressione nell'atrio destro e quindi di precarico, ma con un ritorno venoso che è aumentato. Il
ritorno venoso è più celere, mi compensa anche quello che c'è in più di gettata dal passaggio da
questo punto a quest'altro punto, cioè mi compensa anche l'aumentato utilizzo del residuo
sistolico.
Domanda di uno studente: "Anche il ritorno venoso aumenta il battito successivo, giusto?"
Aumenta perchè siamo su questo punto della curva, NON perchè abbiamo un'altra curva di
ritorno venoso. Ma dopo un po' ce l'avrò. Dopo un po' ce l'avrò e allora mi porterò su quest'altra
curva anche perchè -posso andare avanti? Siete ancora svegli? Nessuno è lipotimico?- perchè
quand'è che io posso avere quell'aumento della contrattilità (da quello che ho detto oggi)?
Nell'esercizio fisico. Allora certo che nell'esercizio fisico io ottengo un'altra curva che si sposta
più in alto, perchè ho un'azione del simpatico e un massaggio muscolare sulle vene, e a questo
punto io potrò avere una curva di questo tipo che mi incrocia quella di gettata qui. Cioè io vedo
che la gettata mi aumenta per due motivi: mi aumenta perchè è aumentata la contrattilità, ma
anche perchè ho ottenuto una nuova curva di ritorno venoso. E vediamo se sulla base di quello
che ho detto nella lezioni passate voi riuscite a darmi un parallelo sperimentale di questa
situazione.
Non basta. Qui c'è aumento di contrattilità più aumento di ritorno venoso.
La risposta è: la stimolazione del simpatico contemporaneamente al sollevamento del serbatoio,
in quell'esperimento di Linden dove si vedeva quella traccia delle emissioni cardiache che
diminuivano (più quella di volume sistolico che quella di volume diastolico) quando si
stimolava il simpatico, e poi che risalivano quando, perdurando la stimolazione simpatica, lui
riportava il volume telediastolico al valore originario (sollevando il serbatoio); facendo quind sì
che il volume diastolico fosse di nuovo uguale a prima. Aumentava il ritorno venoso; in quel
momento vedeva che il volume diastolico era tornato normale ma il volume sistolico era stato
inferiore e la gettata era notevolmente aumentata. L'avete presente quella figura di questo
esperimento? Non l'avete qui nelle vostre scartoffie? No, nessuno ce l'ha.
Il contrario avviene nel cuore insufficiente.
Adesso vediamo un attimo di entrare più propriamente nel cuore insufficiente. Prima studiamo
l'insufficienza compensata e poi l'insufficienza scompensata.
Dunque, il discorso sull'INSUFFICIENZA COMPENSATA è descritto abbastanza chiaramente
da questa figura (lucido InC=1) che non è poi tanto difficile da capire.
Dunque, io qui ho un cuore normale la cui curva, che chiamerò curva di Starling, è quella che
voi vedete qui, no? Questo cuore ha una gettata pari (gettata cardiaca al minuto) a 5 litri al
minuto. Normale. Per una pressione nell'atrio di destra che io prendo, per fare le cose più
semplici possibili, uguale a zero. Ad un certo punto questo signore- che potrebbe essere uno di
voi- va incontro a un'ischemia, gli viene un infarto. La gettata cardiaca diminuisce
immediatamente. Diminuisce dal valore A al valore B; ma attenzione- l'abbiamo visto nell'altra
rappresentazione- che quando si diminuiscono le gettate, aumenta la pressione venosa. La
pressione atriale destra,che è sostanzialmente la pressione venosa centrale, aumenta anche; è
diminuita la gettata, è aumentata la pressione venosa centrale. La gettata è diminuita portandosi
sulla curva che voi qui vedete; questa curva vuol dire in pratica che se in un soggetto normale
che ha questa gettata - durante supponiamo l'esercizio o per solo effetto della legge di Starling -
la gettata può salire; in questa condizione (?) non ha grande possibilità di salire. Ma dopo un
po' (alle volte succede abbastanza presto, anche nel giro di mezz'ora) si ha un inizio di
[Link] compenso è dovuto al fatto che essendoci una pressione nell'atrio destro
aumentata, sarà anche aumentato il residuo sistolico nel ventricolo sinistro. Qui tutto avviene a
ritroso: l'aumento della pressione diastolica nell'atrio destro è dovuta al fatto che è aumentato il
residuo sistolico nel ventricolo sinistro. Questo aumento del residuo sistolico, indicatomi
indirettamente dall'aumento della pressione nell'atrio destro, favorisce già una certa ripresa del
cuore, e la legge di Starling interviene. Ma nello stesso tempo, succede un altro fenomeno: le
gettate sistoliche qui sono diminuite di ampiezza (è chiaro che questa gettata cardiaca ridotta è
dovuta alla diminuzione delle gettate sistoliche se il cuore è diventato più debole). Se le gettate
sistoliche si sono ridotte, vengono meno stimolati quei recettori di pressione, o bar-recettori,
che si trovano nell'atrio dell'aorta e alla biforcazione delle carotidi (della carotide comune in
carotide interna e carotide esterna). cosa determina questa minore stimolazione? Per una
stimolazione normale, attraverso un riflesso che descriverò più avanti, i bar-recettori stimolati
dalla pressione frenano il simpatico; quando questi bar-recettori, essendo diminuita la gettata
sistolica e quindi la pressione arteriosa, sono meno stimolati, tolgono la loro inibizione al
simpatico. Il simpatico quindi scarica di più.
Ora, in un cuore infartuato, noi abbiamo una parte lesa che non risponde al simpatico, ma
tutt'attorno abbiamo la parte sana che risponde al simpatico migliorando la contrattilità. Ed
allora noi vediamo che la gettata può aumentare da questo valore a questo valore (da B a C),
per il concomitante intervento della legge di Starling, segnalata da questo aumento della
pressione nell'atrio di destra (indice di distensione ventricolare) e dell'attivazione del simpatico
dovuta alla minore stimolazione dei bar-recettori. La gettata in C però è ancora inferiore alla
gettata in A ed essendo inferiore, permette ancora un po' di accumulo di residuo sistolico,
cosicchè la pressione venosa centrale aumenta ulteriormente. Nello stesso tempo, alcune aree
che sono state soggette all'ischemia, ma che non sono andate in necrosi, riprendono la loro
contrattilità cosicchè, per l'azione combinata della legge di Starling, dell'attivazione del
simpatico e della parziale ripresa del miocardio, ecco che possiamo spostarci sulla gettata
cardiaca D. Cioè siamo portati alla gettata cardiaca normale.
Ma attenzione, un ruolo importantissimo in questo aumento della gettata cardiaca, in questo
ritorno alla normalità della gettata cardiaca, è dato dalla legge di Starling; ed infatti noi
vediamo che se mentre prima questa gettata cardiaca di 5 litri avveniva per una pressione
venosa centrale nell'atrio destro pari a zero, adesso la gettata cardiaca-nuovamente di 5 litri-
può avvenire soltanto perchè la pressione nell'atrio destro è salita a 6 mmHg. L'insufficienza è
compensata, in quanto a riposo noi abbiamo di nuovo la stessa gettata cardiaca e la stessa
gettata sistolica. Ma il cuore è aumentato di volume, c'è una maggiore pressione venosa
centrale che ci dice che è aumentato il residuo sistolico, è aumentato il volume telediastolico
nel ventricolo sinistro. A partire da un volume telediastolico aumentato, una gettata sistolica
tornata normale ci dice che la frazione di eiezione è diminuita, quindi la prima caratteristica
dell'insufficienza compensata è che, di fronte ad una gettata sistolica e cardiaca tornate normali,
abbiamo una riduzione della frazione di eiezione, in quanto il cuore è più grosso. E' più grosso
perchè contiene molto residuo sistolico che, distendendo le fibre quando si completa il ritorno
venoso, riesce a far generare la gettata normale.
Ecco, se questo è ciò che noi possiamo vedere all'ecocardiografia, ci sono alcuni sintomi che ci
confermano, anzi ci fanno prevedere l'insufficienza compensata. Vediamo innanzitutto che la
gettata sistolica e cardiaca sono tornate normali, ma su una NUOVA curva di Starling, su una
curva più bassa. Se noi a questo valore, in queste condizioni, compivamo un esercizio o
facevamo aumentare il ritorno venoso, la gettata sistolica e cardiaca è aumentata; qui non
possono aumentare. Il paziente vi dirà: "io non ce la faccio a fare degli sforzi, sto bene a riposo
ma quando faccio degli sforzi respiro male". Vi dirà anche che quando lui si guarda allo
specchio si vede ingrossate le vene del collo; perchè si vede ingrossate le vene del collo?
Perchè se la pressione nell'atrio destro è aumentata, poichè non esistono valvole tra le cave e
l'atrio destro, la pressione aumenterà a ritroso nelle vene e si vedranno pulsare le vene del collo.
Non solo,.....
.......ma non così tanto come lui dice di essere impressionato dalle pulsazioni a livello del collo.
E bè, la risposta c'è: quante sono le onde positive di pressione nella pressione atriale? A, C e D:
tre. Ogni ciclo cardiaco abbiamo tre oscillazioni positive nelle vene; quindi, quando le vene
diventano "puls" (perchè è aumentata la pressione dell'atrio di destra), vengono anche
propagate a ritroso le tre oscillazioni positive di pressione che abbiamo nell'atrio di destra;
questo soggetto quando si specchia vede di avere delle vene molto turgide e che pulsano a una
frequenza molto elevata. A questo punto, voi vi fate avere l'ecografia e l'ecografia vi dirà che di
fronte a una gettata sistolica normale c'è una frazione di eiezione ridotta, per ogni valore di
volume telediastolico.
Quando vi ho parlato della legge di Starling, vi ho detto: legge di Frank, Maestrini e Starling.
Vi ho parlato dell'esperimento condotto in modo del tutto isovolumico sul cuore di ratto da
Franck, vi ho parlato del preparato cuore-polmoni ma non vi ho detto nulla di Maestrini.
Adesso posso parlarvi di Maestrini. Maestrini era un italiano (cardiologo) che, agli inizi del
'900 è stato uno dei primi a esaminare il cuore in radioscopia. Lui aveva notato che quando uno
scompenso, un'insufficienza, era appena iniziata, il paziente stava male. Dopo qualche giorno il
paziente stava meglio. Lui, confrontando i quadri radiografici di questo individuo, aveva visto
che con il miglioramento aveva contemporaneamente un aumento del volume cardiaco: era il
volume telediastolico che era aumentato e permetteva il compenso più o meno totale, piuttosto
che parziale. Quindi Maestrini ha detto la sua nella legge del cuore (la legge di Starling),
proprio accennando alle implicanze cliniche che questa legge ha: quando il cuore è più disteso
in diastole migliora le gettate e lui si accoreva che quei pazienti stavano meglio.
Vi ho parlato solo dell'insufficienza compensata, ma credo che se in una lezione come quella di
oggi vi parlassi anche di quella scompensata, avreste dei seri problemi, per cui vi lascio andare.
LEZIONI DI FISIOLOGIA- ([Link]) 16.03.2004
Tenere presente la figura che rappresenta l’esperimento dove viene combinato l’effetto della legge
di Starling e della stimolazione del simpatico.[Fig.17-21,17-22; Lucido 4 ; Plico4]
Qui troviamo una curva di gettata e tre curve di ritorno venoso, noi sappiamo che ogni curva di
gettata è caratteristica dello stato inotropo del cuore . Se noi ci spostiamo lungo questa curva è
perché facciamo variare soltanto la forza di contrazione, senza far variare la contrattilità .
Se varia la contrattilità, dobbiamo avere altre curve, infatti su questa figura voi vedete che abbiamo
due curve di Starling: una a contrattilità normale l’altra (in presenza della stimolazione del ganglio
stellato vale a dire) a contrattilità aumentata. Non importa se qui noi abbiamo la pressione nell’atrio
destro mentre lì c’è la pressione del diastolico ventricolare, sono tutti indici di precarico
ventricolare, anche la pressione dell’atrio destro è indice del precarico del ventricolo sinistro. Ora
noi ci muoviamo dal punto (R o M) dove il ritorno venoso è uguale alla gettata (punto che viene
considerato la situazione di normalità) .
Ora immaginiamo di lasciare costante la contrattilità ma di far aumentare il ritorno venoso.
[ In un paziente possiamo simulare l’aumento del ritorno venoso: o facendogli fare un esercizio con
gli arti , soprattutto gli arti inferiori che spingono col massaggio muscolare notevole quantità di
sangue verso il cuore, oppure iniettandogli abbastanza rapidamente della soluzione fisiologica.]
Considerato questo esperimento possiamo immaginare di iniettare al paziente sol. fiosiologica per
fare aumentare il ritorno venoso.
Possiamo riferirci a questo esperimento dove qui è stato sollevato il serbatoio.
Se io sollevo il serbatoio determino un’altra curva di ritorno venoso, come se avessi fatto espandere
il volume in eccesso ; nel sistema visto ieri [fig.23-9; Plico 4] io facevo espandere il volume in eccesso
in modo da portare la pressione sistemica media ad un valore superiore a 7 mmHg. In un preparato
cuore polmone è sufficiente che io faccia aumentare la pressione di riempimento ventricolare , cioè
che io sollevi il serbatoio ;è come , considerando dal punto di vista del ritorno venoso, se io avessi
fatto espandere la massa di sangue, il volume di sangue. Quando io faccio aumentare il volume di
sangue, io faccio aumentare la pressione sistemica media , il ritorno venoso si annulla ad una
pressione sistemica più elevata , ma io posso ottenere lo stesso risultato sollevando il serbatoio,
fatto che determina una maggiore pressione di riempimento per cui il riempimento si può solo
fermare ad una pressione sistemica media più alta.
In ogni caso se io sollevo il serbatoio passo da questa curva a quest’altra .[Fig.17-21,17-22; Lucido 4 ; Plico4].
In questa figura noi abbiamo sempre un'unica curva di contrattilità perchè la contrattilità non varia ,
ma la gettata cardiaca può variare, e varia se io mi muovo su questa curva, mi posso muovere
sulla curva (se vale la legga di Starling) aumentando il riempimento, e per aumentare il
riempimento devo aumentare la pressione di riempimento e per aumentare la pressione di
riempimento SOLLEVO il serbatoio. E allora io noto che avendo sollevato il serbatoio, questa
diventa la nuova curva di ritorno venoso che incrocia la curva di gettata su un punto più alto, punto
più alto che mi rivela dinuovo che il ritorno venoso è uguale alla gettata ma con un valore maggiore
di prima. Noto inoltre cos’è che mi fa aumentare la gettata: il fatto che nel passaggio da questo
punto a questo punto [schema] io vedo aumentare la pressione nell’atrio destro che rappresenta il
precarico ventricolare.
Analogamente se io abbasso il serbatoio, faccio diminuire il ritorno venoso, il quale disegna un'altra
curva , fa diminuire le pressione nell’atrio destro e pressione venosa centrale (indice del precarico a
un livello più basso).
Abbiamo lasciato invariata la contrattiltà abbiamo fatto variare la gettata facendo variare il ritorno
venoso.
In quest’altra figura [17-22] facciamo il contrario: lasciamo invariato il ritorno venoso, ossia
lasciamo il serbatoio allo stesso livello e agiamo(come nell’altra figura degli esperimenti di sac e
felin) stimolando il simpatico oppure infondendo noradrenalina . Allora aumenta la contrattilità e
passiamo da questa curva di gettata[più bassa] a quest’altra più alta proprio come nell’altra figura si
era passato con la stimolazione del ganglio stellato dalla curva di lavoro del battito più bassa alla
curva di lavoro del battito più alta. La gettata è una componente del lavoro del battito.
LEZIONI DI FISIOLOGIA- ([Link]) 16.03.2004
A questo punto il serbatoio rimane sempre allo stesso livello , non viene spostato.
Se noi aumentiamo la contrattilità con noradrenalina, otteniamo una nuova curva che incrocia la
curva di ritorno venoso ad un punto più alto. Questo punto più alto ci dice che: io in questo istante
(dopo aver aumentato la contrattilità e ottenuto questa curva) ho dinuovo tanto sangue che entra nel
cuore quanto ne esce come gettata. Questo perché noi sappiamo che: in qualsiasi condizione
stabilizzante di non parità, di ipercontrattilità e di perdita della contrattilità ritorno venoso e gettata
cardiaca sono uguali, per quel principio che dice che il flusso è uguale in ogni unità di tempo in
tutto il sistema in tutte le sezioni. Due sezioni sono infatti l’aorta dove ho la gettata cardiaca e le
vene cave dove ho il ritorno venoso. Tanto è il sangue che nell’unità di tempo passa nell’aorta, tanto
è il sangue che nella stessa unità di tempo dalle vene cave torna al cuore .
-Ma non c’è nella stimolazione simpatica un aumento del ritorno venoso?
Nell’esercizio fisico oltre al massaggio muscolare c’è anche l’effetto del simpatico sulle vene che
mi fa diminuire la contrattilità e questo favorisce il ritorno venoso però non è compreso in questa
figura .
In questa figura è come se avessimo stimolato esclusivamente le fibre simpatiche che vanno al
cuore, proprio come avevano fatto questi due(individui, negli esperimenti precedenti) che avevano
lasciato in queste circostanze il serbatoio allo stesso livello e che hanno cominciato a stimolare il
simpatico.
Allora vediamo che: il cuore diventa più contrattile, non varia il ritorno venoso , le due curve si
incrociano in questo [Link] e ritorno venoso devono essere uguali.
Notiamo inoltre che l’effetto dell’aumentata contrattilità presuppone che il cuore utilizzi una parte
del residuo sistolico.
Il primo effetto dell’aumentato inotropismo è quindi quello di ridurre il residuo sistolico. Ma se si
riduce il residuo sistolico sarà ridotto anche il volume telediastolico, come vediamo nella prima
parte di questo tracciato dove c’era solo la stimolazione del ganglio stellato. Se noi riflettiamo sul
fatto che il volume telediastolico è il precarico e che il volume telediastolico è legato alla pressione
diastolica ventricolare, noi allora comprendiamo come in queste circostanze noi abbiamo( perché è
aumentata la contrattilità) una gettata maggiore a pressione ridotta nell’atrio destro. La pressione
ridotta nell’atrio destro vuol dire minor precarico. Il minor precarico c’è a causa dell’utilizzo di
parte del residuo sistolico della gettata.
Inversamente sempre mantenendo l’altezza del serbatoio allo stesso livello, se trattiamo il
miocardio con veleni metabolici, gli riduciamo la contrattilità, e questa nuova curva di gettata
sistolica incrocia la stessa curva di ritorno venoso in un punto più basso; ma siccome quando viene
persa contrattilità, diminuisce la frazione di eiezione e aumenta il residuo sistolico, ecco che noi
abbiamo un aumento del precarico , un aumento della pressione dell’atrio destro che ci segnala un
aumento del residuo sistolico del volume telediastolico e della pressione diastolica nel ventricolo
sinistro.
Supponiamo di essere nella condizione ove la stimolazione simpatica interessa il cuore ma pure le
vene riducendone la capacità. Dove arriva la gettata? Se aumenta il ritorno venoso si ottiene un
accrescimento del ritorno venoso. Quindi si disegna una nuova curva che incontrerà l’altra curva in
un punto che è l’effetto combinato della legge di Starling e della stimolazione simpatica.
Angiotensina-1. L’Angiotensina-1 non ha alcun effetto sul tono vasomotore e nemmeno sulla
corticale surrenale. Negli endoteli vascolari (in tutti gli endoteli) esiste un enzima che si chiama
Enzima Convertente l’Angiotensina (Angiotensin Converting Enzime)ossia ACE.
ACE trasforma l’Angiotensina-1(inattiva) in Angiotensina-2(che è attiva). L’Angiotensina-2
determina vasocostrizione a carico dei vasi di resistenza e per questo serve per far recuperare la
pressione che si era abbassata, ma l’Angiotensina-2 agisce anche sulla zona glomerulare della
corteccia surrenale che è indotta a secernere l’Aldosterone, il quale determina a livello renale un
maggiore riassorbimento di Na+ dal liquido che è stato [Link] maggior riassorbimento di Na+
implica come conseguenza un maggior riassorbimento di acqua la cui presenza determina
un’espansione del volume ematico. Tale espansione di volume riporta la pressione ad un valore
normale. Riassumendo : ogni giorno i nostri reni filtrano 170 litri di plasma, ma la nostra diuresi è
più o meno intorno al litro , quindi vuol dire che di questi 170 litri di liquido filtrato, ben 169
vengono riassorbiti. Se viene riassorbito più Na+ , viene riassorbita più acqua ; se viene riassorbito
meno Na+ viene riassorbita meno acqua. Quindi quando la pressione a causa della ridotta gettata è
diminuita, riscontriamo attraverso questo meccanismo (appena spiegato) una minor stimolazione
dei barorecettori, attivazione del simpatico, liberazione di Renina dall’apparato iuxtaglomerulare,
azione della Renina sull’Angiotensinogeno, trasformazione dell’Angiotensinogeno in
Angiotensina-1, che dall’ACE viene trasformato in Angiotensina-2, in conclusione: vasocostrizione
e recupero di volume ematico.
Quello che ci interessa ora è proprio la conseguenza del recupero del volume di acqua ,recupero
che fa espandere la massa circolante. Se espande la massa circolante aumenta il riempimento del
sistema, aumenta pure la pressione sistemica media. Tutto il sistema cardiovascolare ora contiene
una maggiore quantità di liquido, perciò anche il cuore comincia a dilatarsi. Tutto questo potrebbe
contribuire a migliorare l’effetto della legge di Starling, ma se non mi riporta la gettata al valore
normale rappresentato dalla linea orizzontale tratteggiata (vedi lucido), e me la porta solo da A B
risulta che abbiamo sempre comunque quel deficit di gettata che evoca la risposta dell’aumento del
riassorbimento di Na+ e di acqua, e quindi il cuore si dilata ancora di più. Ma siccome questo cuore
è molto malandato la gettata non torna normale: la risposta è un ulteriore dilatazione del cuore per
un ulteriore recupero di acqua. Bisogna tener presente che la legge di Starling ha i suoi limiti , e
perciò ad un certo punto vale soltanto più la legge di Laplace.
La legge di Laplace dice che lo sforzo che deve fare la parete è maggiore quanto è maggiore il
raggio. Ora il cuore ha dimensioni notevoli, è molto largo, è insufficiente, non riesce a sviluppare
una tensione capace di sviluppare delle gettate sistoliche sufficienti, e man mano che per questo
motivo delle basse gettate sistoliche, della bassa gettata cardiaca , della bassa pressione il cuore
continua ad ingrandirsi.
Ad un certo punto quindi vediamo che le gettate diminuiscono , perché siamo al di fuori della legge
di Starling, e siamo dove domina soltanto più la legge di Laplace. La richiesta di tensione è sempre
maggiore, quanto più aumenta il volume del cuore,e tanto meno il cuore ce la fa perché i limiti della
legge di Starling sono stati superati. Si nota così che aumenta il precarico ma anziché aumentare
diminuisce la gettata fino a quando il paziente muore.
Vediamo ora cosa si può fare in queste circostanze e la storia di questi provvedimenti che si
possono prendere.
Nel secolo scorso in via empirica si era arrivati a vedere che i pazienti ( in tali condizioni) stavano
un po’ meglio se si riduceva la massa sanguigna e allora si facevano i salassi.
Attualmente si danno dei diuretici per ridurre il volume circolante e riportare i valori di questa curva
nei limiti in cui opera la legge di Starling.
Oggi oltre i diuretici si impiegano anche gli ACE-inibitori, ossia inibitori dell’Enzima convertente
l’angiotensina; essi fanno si che l’angiotensina-1 non venga trasformata in Angiotensina-2. Il
risultato è che la pressione diminuisce : non c’è Angiotensina-2 , diminuisce il tono vasomotore,
diminuisce la pressione. Ma che significato ha la diminuzione della pressione? Il poscarto, ossia la
pressione aortica soprattutto diastolica, rappresenta un impedimento all’eiezione ventricolare. Se si
LEZIONI DI FISIOLOGIA- ([Link]) 16.03.2004
leggermente di più può produrre una gettata sistolica di tutto rispetto . Voi potete vedere che questi
pazienti quindi presentano un discreto miglioramento, ma in verità solo per ragioni geometriche.
Perché, agli effetti del volume in assoluto , una piccola escursione diastolico-sistolica di un cuore
grande EQUIVALE alla gettata sistolica causata da una maggiore escursione diastolico-sistolica di un
cuore piccolo. Questi pazienti possono andare incontro a miglioramenti soggettivi e oggettivi tali da
illudere i parenti, e poi dopo poco muoiono. Si tratta quindi di un miglioramento molto molto
debole che però nel caso del cuore scompensato può apparire notevole in quanto si vede ripristinare
la gettata sistolica quasi normale, ma il paziente continua ad avere quel cuore dilatato che continua
a dilatarsi sempre più.
Ora vediamo a quell’ansa pressione/volume con cui si può disegnare il ciclo cardiaco.
[lucido 3, fig.39.20 ,plico 4]
[Figura A]
Noi abbiamo il Volume sull’asse delle ascisse e la pressione sull’asse delle ordinate.
In condizioni basali l’Ansa p/v è quella più in basso. [sul lucido]Questa è la variazione di pressione
durante la sistole isovolumica, questo è l’andamento della curva durante la fase di eiezione, qui
abbiamo il rilasciamento isovolumico. La differenza tra il confine del massimo volume
telediastolico e del minimo volume alla fine della sistole è la gettata sistolica . Questo volume che è
delimitato dalla linea corrispondente al rilasciamento isovolumico è il residuo sistolico.
Immaginiamo in questo cuore di far aumentare il postcarico. La pressione aumenta ma la gettata si
riduce; sempre partendo dallo stesso volume telediastolico notiamo che abbiamo un aumento del
volume telesistolico, ossia è rimasto più sangue, quindi è aumentato il residuo. Noi non aspettiamo
che questo aumento di residuo faccia evocare la legge di Starling, lo facciamo subito smaltire dai
battiti successivi e dopo qualche battito aumentiamo ancora una volta, questa volta di più, il
postcarico. La gettata sistolica ora si riduce più di prima e lascia un maggiore residuo sistolico nel
ventricolo. Non ci aspettiamo che il residuo sistolico migliori le gettate sistoliche. Otteniamo così
una serie di anse dove possiamo identificare il punto Terminodiastolico. Ad un certo punto con una
linea colleghiamo il punto terminodiastolico e vediamo che questa linea, ad un certo punto,
intercetta l’asse delle ascisse e fornisce una certa pendenza. Ora se ad un certo punto per una
qualsiasi ragione , questa(retta) linea a partire dallo stesso punto d’intercetto diventa più verticale
che vuol dire ? Se questa linea diventa meno obliqua (più verticale) segnala che è aumentata la
contrattilità. Se invece questa linea che unisce i punti terminodiastolici diventa meno ripida (più
obliqua) vuol dire che la contrattilità è diminuita. Queste cose si possono ottenere con una
ecocardiografia che disegni le variazioni di volume e avendo le variazioni di [Link] che è
difficile ottenere nel paziente a differenza dei preparati sperimentali è un aumento improvviso dello
scarico, in quanto ciò richiede un’occlusione improvvisa parziale dell’aorta , cosa che anche col
consenso controfirmato dal paziente è meglio non fare.
In ogni caso anche con una sola curva sapendo come deve essere l’intercetta si può sempre vedere
se questa linea è aumentata o diminuita e così noi possiamo avere una indicazione della contrattilità.
[figura B]
Noi qui abbiamo l’ansa 1 che è quella del cuore [Link] cuore diventa insufficiente e
scompensato, il suo volume terminodiastolico è notevolmente aumentato, ma è anche aumentato
molto il volume terminosistolico , anzi è aumentato quasi di più il volume terminosistolico che il
volume telediastolico. Il che significa che la gettata sistolica si è notevolmente ridotta. Questo cuore
sviluppa pressochè quasi la pressione che aveva quando era normale.
Noi abbiamo bisogno di fare aumentare la gettata sistolica, non riusciamo a far migliorare la
contrattilità. Quello che possiamo fare per aumentare la gettata sistolica è far ridurre il postcarico.
Per far ridurre il postcarico possiamo somministrare ACE-inibitori, osserviamo così che la
pressione di apertura delle valvole ossia la pressione diastolica aortica è da questo punto a questo
punto. Il ventricolo che è sempre scompensato ,sempre gravemente insufficiente , si trova ora a
dover superare una pressione aortica più bassa , e può migliorare la propria gettata. Infatti notiamo
che diminuendo il postcarico con gli ACE-inibitori diminuiamo il volume telesistolico cosicchè la
LEZIONI DI FISIOLOGIA- ([Link]) 16.03.2004
gettata sistolica risulta aumentata. Abbassando soltanto il postcarico, noi siamo riusciti a far
riprendere una gettata sistolica normale quando non ci era più possibile agire sulla contrattilità.
Teniamo presente che questa situazione del paziente, che io prima ho descritto avvenire in seguito
ad un infarto, può avvenire in varie altre condizioni come: vizi valvolari, quelli che vi ho decritto a
proposito dei soffi cardiaci, vizi che fanno sì che ad esempio in un insufficienza aortica il sangue
venga pompato dal ventricolo all’aorta e poi ritorna in parte nel ventricolo, quindi, il ventricolo ha
sempre un volume telediastolico così elevato che ad un certo punto, superando la legge di Starling,
può dare scompenso. Oppure altra condizione è la cosiddetta cardiopatia dilatativa (una affezione
genetica, tra tutte quella che più comporta il trapianto cardiaco) dove i ventricoli aumentano di
volume da soli. In genere negli gli affetti di cardiopatia dilatativa si ha la morte delle fibre
miocardiche per apoptosi.
Abbiamo poi ancora questa figura[lucido-4,fig.14-5, plico 4] che ripete quanto già detto in altre
circostanze dove sono indicate le sostanze che fanno variare la contrattilità. In centro si vede la
curva di gettata cardiaca e lavoro del battito normale, sopra si vede la curva dove la contrattilità è
aumentata in conseguenza alla somministrazione di noradrenalina, qui in basso si vede la curva
dove la contrattilità è diminuita in seguito ad insufficienza. Quando la contrattilità è diminuita come
insufficienza , noi possiamo far tornare normale la curva di gettata con la somministrazione di
Digitale, che agisce determinando aumento del Ca2+ intracellulare (meccanismo descritto in
precedenza).
PRESSIONE ARTERIOSA
Iniziamo ora il discorso sulla pressione arteriosa.
La pressione deve essere intesa come indice della situazione emodinamica di un soggetto.
Innanzitutto noi sappiamo che la pressione è data dal rapporto P=F/S, quindi la pressione arteriosa è
la forza che il sangue esercita sulle pareti delle arterie. Per capire come si genere tale forza vediamo
il dispositivo di Poiseuille. DISEGNO
Il dispositivo di Poiseuille è formato da un cilindro alla cui base è inserito un tubo perfettamente
orizzontale , all’estremità di questo tubo c’è un rubinetto che possiamo tenere aperto o chiuso .
Lungo il tubo ci sono tutte queste colonnine vuote dove l’acqua o qualsiasi liquido messo nel
serbatoio può salire allo stesso livello per il principio dei vasi comunicanti.
In questo caso noi lasciamo il rubinetto chiuso , non c’è flusso ma il livello liquido , il menisco
dell’acqua è uguale sia nel grande cilindro, che in tutte queste colonnine. L’altezza dell’acqua segna
l’altezza di pressione laterale che lì l’acqua ha. Ad un certo punto apriamo questo rubinetto(distale)
e contemporaneamente quest’altro rubinetto che alimenta il grosso cilindro. Aprendo il rubinetto
distale, il flusso comincia a procedere lungo il tubo e si osserva che lungo le colonnine (che non
sono nient’altro che dei manometri) il livello dell’acqua scende progressivamente. Se noi con una
linea uniamo tutti questi menischi liquidi, osserviamo che questa linea va a toccare il cilindro
iniziale in un punto dove può dividere la colonna liquida: in una parte in basso di una notevole
altezza e una parte in alto di altezza ridotta. Diciamo subito che mentre la parte alta(situata in
basso) della colonna liquida mantiene la pressione nel sistema , la parte alta garantisce invece la
velocità di scorrimento dell’acqua, la velocità del flusso. Poiseuille ha poi ancora modificato il suo
dispositivo, inserendo tra i due manometri una resistenza ossa un tubo più piccolo. Egli ha notato
che questa linea che era continua viene ora a trovarsi spezzata in due parti . Prima della resistenza
vedeva che questa linea scendeva molto meno, scendeva rapidamente attraverso la resistenza e
discende poi più dolcemente dopo la resistenza. In altre parole: se io installo una resistenza in un
condotto dove passa un liquido, faccio aumentare la differenza di pressione ai capi della resistenza.
Ecco che questo esperimento incomincia a spiegarci la ragione per cui: dove abbiamo le resistenze
nelle arteriole precapillari ,attraverso il passaggio del sangue per questi vasi di resistenza, abbiamo
una notevole caduta di pressione. Tale esperimento ci spiega anche la ragion per cui: se noi
dilatiamo questi vasi di resistenza ossia facciamo diminuire la loro resistenza, la pressione
diminuisce.
LEZIONI DI FISIOLOGIA- ([Link]) 16.03.2004
Noi dobbiamo arrivare in qualche altro modo, allora semplifichiamo al massimo, ritornando a
termini di fisica con Poiseuille, questa formula e invece di applicarla per il circolo generale la
applichiamo per tutti i distretti, ricordare la differenza fra distretto e [Link] noi diciamo che
la Pressione è uguale il Flusso moltiplicato le Resistenze (P=Q·Rpt), vogliamo calcolare le
Resistenze, le Resistenze finiranno per essere Pressione su Flusso(R=P/Q).
Io conosco la pressione, ho parecchi strumenti per misurare il flusso come l’ecodoppler e tanti altri
sistemi validi anche per l’uomo, così facendo Pressione su Flusso ottengo le Resistenze.
Ma può venir fuori una certa curiosità . La pressione arteriosa è più o meno uguale in tutte le arterie,
sì io mi allontano dall’aorta per sapere qualche diminuzione della pressione arteriosa, ma di pochi
mm di Hg, immaginiamo sia la stessa. Ma se io prendo il flusso dell’aorta e il flusso in un arteria
interdigitale , io noto che nella seconda arteria passa molto meno sangue, e allora, se io faccio il
rapporto pressione su flusso (p/q) vedo che questo rapporto è relativamente basso nell’aorta e
aumenta molto di più quanto io diminuisco il flusso, cioè quanto più vado in una piccola arteria
periferica. Allora per normalizzare le resistenze e vedere che sono all’incirca abbastanza uniformi ,
con le dovute variazioni fisiologiche, noi dobbiamo riferire questo rapporto p/q a 100 gr del tessuto
irrorato. Nel caso della gettata cardiaca prendiamo 100 gr di peso corporeo, nel caso del flusso
attraverso il fegato 100 gr di fegato, nel caso di un muscolo 100 gr di muscolo. E vediamo che
abbiamo una maggiore uniformità di tutti questi dati. Quindi noi prendiamo 100 grammi di tessuto
perché dobbiamo avere un riferimento. Se io non valuto il tessuto irrorato, il suo peso, io quanto più
il tessuto, l’organo sono ristretti tanto più vedrei aumentare le resistenze se facessi solo pressione
diviso flusso, allora devo riportare il tessuto a una misura uniforme ad es: 100 gr di fegato li
confronto con 100 gr di miocardio, di muscolo scheletrico, di intestino, di cervello. Se voglio
considerare le resistenze periferiche totali le quali sono il rapporto tra pressione sulla gettata
cardiaca, prendo come riferimento 100 gr di peso corporeo.
Ora vi dico come noi consideriamo la pressione.
Noi consideriamo diversi valori della pressione. Abbiamo :
PD Æ pressione diastolica
PS Æ pressione sistolica
PM Æ pressione media
PMS Æ pressione media sistolica
PMD Æ pressione media diastolica
Dunque innanzitutto perché considero la pressione diastolica prima della pressione sistolica?
La differenza tra PS e PD è la pressione pulsatoria PS-PD=PP.
Concettualmente noi consideriamo prima la pressione diastolica, perché quella è la pressione di uno
scarico iniziale contro il quale inizia l’eiezione di quel battito specifico.
Se tutto va bene e si può chiamare indifferentemente diastolica la pressione che precede o quella
che segue il battito in caso di ritmo sinusale, altrettanto non possiamo dire se abbiamo un’aritmia
dove la sequenza di battito varia in continuazione.
17 marzo 2004
Professor Losano
…di pressione e stabilire dove e come si possono leggere questi valori. Prendiamo ad esempio
questa curva: questo è il valore di pressione diastolica, la famosa pressione minima delle
misurazioni cliniche; questo è il valore di pressione sistolica. La differenza tra pressione sistolica e
pressione diastolica costituisce la pressione pulsatoria. Poi dobbiamo ancora considerare la
pressione media. La pressione media non è il valore medio della pressione tra la pressione sistolica
e la pressione diastolica, ma il valore medio di tutti gli infiniti valori che la pressione assume
durante un ciclo cardiaco. In altre parole, se questa è la curva di pressione e noi la inseriamo in un
grafico in cui questo valore volumetrico di pressione sistolica sia diverso dal vero, noi possiamo
calcolare la pressione media misurando l’area sottesa. Qui (descrive un grafico) abbiamo il tempo
sull’asse delle ascisse, la pressione sull’asse delle ordinate; possiamo calcolare l’area sottesa dalla
curva di pressione che DALLA LINEA DELLO ZERO. Dunque noi possiamo considerare
quest’area come equivalente alla superficie, all’area, di un rettangolo che abbia come base la
proiezione della curva sull’asse delle ascisse; ma la proiezione della curva sull’asse delle ascisse
corrisponde alla durata del ciclo. La lunghezza di questo tratto può essere calibrata come durata del
ciclo. Ma noi nel nostro grafico la vediamo come lunghezza. Se ora noi vogliamo calcolare l’altezza
di questo rettangolo che ha come base la durata del ciclo, dividiamo la superficie che noi abbiamo
ottenuto in questo modo per la base. E otteniamo un valore medio di altezza che è quello che voi
vedete qui. Questa altezza ci dà, con l’opportuna calibrazione della carica di registrazione, la
pressione media. Voi vedete subito che questo valore di pressione media è spostato verso la metà di
pressione diastolica e non nell’altra metà dalla pressione sistolica. Questo per il fatto che
sostanzialmente il cuore sta più in diastole che in sistole, la diastole è più lunga della sistole, quindi
la media di tutti i valori di pressione è spostata verso dei valori di pressione diastolica.
Empiricamente si può calcolare la pressione media sommando alla pressione diastolica un terzo
della pressione pulsatoria. Ora che vi ho detto il motivo per cui la pressione media non è la media
tra la pressione sistolica e la pressione diastolica; vi chiedo se secondo voi esistono delle
circostanze in cui questo valore medio tra le due pressioni sistolica e diastolica può venir raggiunto
dalla pressione media stessa. In quali circostanze la pressione media può secondo voi coincidere
con la media tra la pressione sistolica e la pressione diastolica? Cioè, io vi ho detto prima che il
valore di pressione media è più spostato verso il valore di pressione diastolica. A causa del fatto
che il cuore sta più in diastole che in sistole. Concludete voi in quali circostanze può diventare
uguale la media. Se aumenta la frequenza! Se aumenta la frequenza cardiaca possiamo avere la
pressione media che corrisponde al valore tra pressione media sistolica e pressione media diastolica.
Ma oltre alla pressione media noi abbiamo ancora la pressione media sistolica e la pressione media
diastolica, dunque isolo di nuovo la curva di pressione e vedo di ricavare la pressione sistolica
media e la pressione diastolica media poi vedremo cosa facciamo di questa pressione. Per calcolare
la pressione sistolica media chiaramente di tutti i punti corrispondenti alla sistole come si vede
dall’aorta cioè dalla fase di eiezione io posso condurre alla base una linea…e ottengo anche qui una
superficie che è divisa non per tutta la durata del ciclo, ma per la durata della sistole che qui diventa
la fase di eiezione mi dà il valore medio di tutti questi valori di pressione durante l’eiezione
ventricolare. E qui possiamo essere in effetti al valore medio tra sistolica e diastolica.
Analogamente con un procedimento del genere noi possiamo anche ottenere la pressione diastolica
media. Cosa ce ne facciamo di questa pressione? Dunque ho già accennato al fatto che noi possiamo
ricavare il lavoro per battito dal prodotto pressione per volume (p x V); ho detto più volte che il
volume è la gittata sistolica. La pressione è la pressione che noi abbiamo durante l’eiezione; quindi
la pressione contro cui viene pompato il cuore ad ogni battito non può essere altro se non la media
di tutti questi valori di pressione. Noi possiamo considerare soltanto questa pressione, pressione
sistolica media, e non la pressione media di tutto il ciclo perché dopo questo istante, finita
l’eiezione, non c’è più spostamento di sangue dal ventricolo all’aorta e siccome il lavoro richiede
spostamento, noi non abbiamo spostamento dopo che si è chiusa la valvola aortica. Adesso,
vediamo invece a cosa serve la pressione diastolica media: serve per determinare le resistenze
vascolari coronariche. Noi sappiamo che il flusso nelle coronarie si riduce fino ad azzerarsi o ad
invertirsi durante la sistole mentre è più elevato durante la diastole, quello per lo meno nella
coronaria di sinistra, anzi provo a descrivere una curva di flusso coronarico e metterlo in relazione a
curva di pressione aortica. Io vedo che prima ancora che inizi l’eiezione ventricolare, quando il
cuore si trova ancora in fase di sistole isovolumica, il flusso coronarico subisce una caduta dovuta al
fatto che il miocardio contraendosi comprime dall’esterno i vasi coronarici, esercita una
compressione sui vasi coronarici; per cui alle resistenze vascolari quello dovuto al tono delle
fibrocellule muscolari lisce dei vasi coronarici si aggiunge l’azione di resistenze extravascolari
generate dal miocardio. Durante l’eiezione, MI AUGURO che qui sia la linea dello zero e il flusso
sia sempre al di sotto della linea di terra, abbiamo un breve aumento del flusso dovuto al semplice
fatto che quando si innalza la pressione un po’ di sangue riesce a propagarsi negli strati più
superficiali del ciclo coronarico, ma quando cessa l’eiezione torniamo di nuovo ad avere un flusso
vicino allo zero sopra o sotto. Quando inizia il rilasciamento ventricolare ecco che il flusso subito
sale e raggiunge il vertice, il suo punto più elevato; dopo decresce progressivamente con il regresso
della pressione nell’aorta. Ho detto che le resistenze sono date dal rapporto pressione/flusso (p/F):
ora vediamo che noi abbiamo le resistenze vascolari dovute cioè al tono vasomotore esclusivamente
durante la diastole perché durante la sistole si sono aggiunte le resistenze extravascolari o
compressive. Se noi vogliamo calcolare queste resistenze vascolari dobbiamo fare il rapporto
pressione/flusso (p/F) quando non sono presenti le resistenze compressive. Ovvero sia, dobbiamo
calcolare il rapporto tra pressione diastolica media e flusso coronario in diastole. Allora abbiamo
tutti quei valori detti prima a carico della pressione e abbiamo concentrato un attimo l’attenzione sui
concetti:
• pressione media nell’aorta – valore medio di tutti i valori di pressione che nell’aorta
abbiamo durante un ciclo cardiaco
• pressione sistolica media – la pressione che noi in media durante tutta l’eiezione
ventricolare; serve per il calcolo del lavoro cardiaco
• pressione diastolica media - la pressione media durante la diastole, visto dal lato dell’aorta;
serve per la determinazione delle resistenze vascolari coronariche
Torniamo ai famosi fattori meccanici della pressione arteriosa a cui ho iniziato a far cenno ieri: la
gettata sistolica(GS), la frequenza e resistenze periferiche totali. La pressione … generale è data
dalla GS x f x le resistenze periferiche totali (GS x f x Rptot). Questa è la formula generalissima
della pressione arteriosa. A questo punto io vedo come la variazione di ciascuno di questi fattori
agisce sui vari calcoli della pressione che ho considerato, prendendo in considerazione in realtà
soltanto quattro: la pressione diastolica, pressione sistolica, pressione pulsatoria e pressione media.
Faccio una tabella in cui metto gettata sistolica, frequenza e resistenze periferiche totali e in alto
scrivo pressione diastolica, pressione sistolica, pressione pulsatoria e pressione media. Ora io cerco
di fare variare ciascuno di questi fattori separatamente dagli altri, naturalmente finché posso perché
ad un certo punto la…quando cerco di far valere la frequenza. Per semplificare, io considero la
variazione di questi valori come se fosse in aumento (descrizione della tabella). Allora vediamo
cosa succede quando faccio aumentare la gettata sistolica: se io faccio aumentare la gittata sistolica
che da questo valore passa a quest’altro, io vedo che nella fase di efflusso con accelerazione dal
cuore è uscita una maggiore quantità di sangue che avrà come aspetto primario quello di far
aumentare la pressione sistolica. Io segno l’aumento della pressione sistolica con due più (+) e un
circoletto: i due più (+) indicano che varia più degli altri valori di pressione e il cerchio indica che
quello è il risultato primario dell’aumento della gittata sistolica. A questo punto io osservo che c’è
un aumento anche della pressione diastolica, questo aumento è secondario a quello della pressione
sistolica ed avviene in misura minore dell’aumento della pressione sistolica. Io indico questo
aumento della pressione diastolica con un solo (+). Vediamo di capire il motivo per cui la gettata
sistolica fa aumentare la pressione sistolica: perché durante l’eiezione, soprattutto la prima parte
dell’eiezione che termina con il valore di pressione sistolica, che è… io qui ho una curva di
pressione (girato alla lavagna), la pressione aumenta con l’eiezione e poi diminuisce con la
diastole, fino a quando avviene questa seconda eiezione quando mi trovo la pressione diastolica al
valore normale, ma pompando una maggiore quantità di sangue mi fa salire la pressione sistolica.
Nel ventricolo c’è ora dell’…………. La frequenza cioè la pausa fra due battiti è rimasta invariata il
tempo a disposizione del sangue per allontanarsi dall’aorta nei piccoli vasi è sempre lo stesso; ciò
significa che la pressione per scendere dovrà partire da un livello più alto e non riuscirà a tornare al
livello iniziale perché questo livello era la conseguenza di questa gittata sistolica. La pressione
scende dunque meno perché c’è meno tempo a disposizione del sangue per allontanarsi per cui
questo battito successivo incontrerà la pressione diastolica ad un livello più alto rispetto a quello
che aveva incontrato il battito precedente e rispetto a tutti i battiti che aveva incontrato
precedentemente. Adesso però noi vediamo che anche in questo disegno l’aumento della pressione
sistolica è maggiore di quanto non sia quello della pressione diastolica: la pressione diastolica sale
meno della pressione sistolica. Vogliamo capire il perché: a questo punto mi tocca invertire
leggermente il ragionamento che ho fatto a proposito dell’aumento della pressione diastolica stessa.
La pressione diastolica è aumentata perché il sangue ha avuto sempre lo stesso tempo anche se in
quantità maggiore per uscire dall’aorta. Il valore di pressione sistolica che è quella da cui parte
l’allontanamento del sangue dall’aorta è assai più alto che nel CONTROLLO e per questo
rappresenta una forza propulsiva per il sangue spingendolo ad uscire dall’aorta. (esempio non
trascritto). Questo aumento della pressione sistolica fa si che venga spinta attraverso i piccoli vasi
non solo la gittata sistolica normale ma anche una parte di quell’eccesso di gittata, cioè di quei 30
ml in più che erano stati espulsi dal ventricolo.
L'onda T rappresenta la ripolarizzazione della massa ventricolare. Quella ripolarizzazione che avviene
principalmente nelle pareti libere dal sottoepicardio al sottoendocardio. Avendo la direzione ed il
senso di propagazione opposta a quello della depolarizzazione di queste pareti, ha sempre il vettore
rivolto verso sinistra. Pertanto, una derivazione di sinistra vede avvicinarsi il vettore di
depolarizzazione con la punta verso l'elettrodo, e poi lo vede retrocedere sempre con la punta verso
l'elettrodo (ripolarizzazione). Si ha perciò un'onda dello stesso orientamento di quella precedente.
Perché le onde Q, R, S hanno quell'orientamento? Guardiamo la figura ECG 9ter (sezione dei
ventricoli).
Abbiamo tre vettori. Il primo (onda Q), rivolto dall'alto al basso e da sinistra a destra, rappresenta
l'attivazione del setto interventricolare. Perché ha questo orientamento? Il setto è costituito da
miocardio del ventricolo sinistro per buona parte, mentre solo in quantità minore da miocardio destro,
che è meno spesso. La parte appartenente al ventricolo sinistro è attivata dalla branca sinistra del
fascio di His. L'elettrodo posto a sinistra vedrà dunque la coda di questo vettore. La parte destra viene
attivata dalla branca di destra con un vettore orientato in senso opposto. Ma a causa dei diversi
spessori, la somma algebrica di questi due vettori sarà direzionata da destra a sinistra. Come
risultante finale, l'elettrodo esplorante posto a sinistra dà quindi una deflessione negativa. L'onda Q
dipende dunque dalla risultante dell'attivazione del setto che viene a sommarsi in quello che è il primo
vettore di attivazione ventricolare.
2° vettore, onda R
A causa della distribuzione delle fibre del Purkinje, sono le pareti libere ad essere attivate subito dopo.
Anche qui abbiamo un vettore orientato a sinistra (attivazione del ventricolo sin) ed un vettore -qui non
disegnato- orientato a destra (attivazione del ventricolo destra). Siccome la parete libera del ventricolo
destro è più sottile, il vettore di attivazione avrà ancora la punta rivolta a sinistra, con ampiezza 1,5 - 2
mV.
3° vettore, onda S
L'attivazione della base dei ventricoli avviene in un modo molto complesso, ma comunque la risultante
sarà un vettore rivolto dal basso all'alto e da sinistra a destra.
In tutti i casi, la massa che dà deflessione è soltanto la massa miocardica all'esterno dell'endocardio
elettrico. Fino a quando è attivato l'endocardio elettrico abbiamo delle ondicine, degli isolotti di tessuto
attivato e tessuto non attivato. Questi isolotti hanno un'infinità di vettori rivolti in tutte le direzioni, cioè
si annullano a vicenda. Soltanto quando questi isolotti si sono fusi tra loro allora c'è un fronte, che
coincide con la linea dell'endocardio elettrico, tra la parte interna del miocardio già depolarizzata e la
parte esterna ancora polarizzata. Da questo punto avviene la deflessione apprezzabile.
I segmenti P-Q ed S-T hanno pochissima importanza. Io vi ho citato quello S-T solo per spiegarvi
perché ci siano momenti in cui l'ECG è sulla linea isoelettrica pur avendo il cuore tutto attivato.
Il segmento P-Q sta tra l'onda P ed il complesso QRS. Non dice nulla sulla propagazione dell'impulso
da atri a ventricoli, che è soltanto indicato dall'intervallo P-R o P - Q.
Ci sono dei casi in cui l'atrio è ingrossato e l'attivazione atriale occupa un tempo maggiore. Vediamo
che l'onda P può ingrossarsi e durare di più. Viene così ridotto il segmento, ma l'intervallo P-Q o P-R è
sempre lo stesso, a scapito del segmento S - T. Il che vuol dire che il tempo di conduzione non è
cambiato.
Gli assi della 1°, 2° e 3° derivazioni vengono trasferiti parallelamente a se stessi al centro del triangolo
(Figura ECG 10). A questo punto l'asse della D1 è quello orizzontale. Siccome questa derivazione dà
la differenza di potenziale tra il braccio sinistro meno il braccio destro, il braccio sinistro sarà positivo
rispetto al braccio destro. Allora è come se io derivassi dalla sinistra, cioè un ECG dalla sinistra del
corpo. CONVENZIONALMENTE, D1 E' ORIENTATA A ZERO GRADI.
Anche la D2 è stata portata al centro del triangolo. Poiché la gamba sin. è positiva rispetto al braccio
destro, a questa estremità si considera la D2. In questa figura la D2 è posta a 60° rispetto a D1.
Anche la D3 è stata spostata a centro triangolo. La gamba sinistra è positiva rispetto al braccio
sinistro, quindi si prende D3 dalla gamba sin. D3 è situata a 120° rispetto a D1.
Ho ottenuto in questo modo un sistema di riferimento triassiale.
Abbiamo però anche altre derivazioni. Se aggiungiamo a queste tre derivazioni bipolari degli arti
anche le derivazioni unipolari, possiamo ottenere un SISTEMA DI RIFERIMENTO ESASSIALE che ci
migliora la capacità di identificare l'orientamento dell'asse elettrico, ora chiamato ASSE ELETTRICO
MEDIO MANIFESTO DEI
VENTRICOLI SUL PIANO FRONTALE.
Far diventare il sistema di riferimento da triassiale ad esassiale è molto semplice. Unisco il centro del
triangolo con i tre arti delle derivazioni unipolari. Avrò un asse per AVR (braccio destro), un asse per
AVL (braccio sin), un asse AVF (gamba sin.). A questo punto posso riferire sempre alla D1 anche gli
angoli formati da questi assi delle derivazioni unipolari:
AVR è ruotata da D1 verso sinistra a -150°.
AVF a + 90°
AVL a + 150° (-30°)
Questo sistema mi permette di riconoscere ora perfettamente l'orientamento dell'asse elettrico medio
manifesto.
L'asse elettrico dà deflessione max. verso l'elettrodo in cui punta, mentre minima deflessione
verso l'elettrodo che è situato a 90 ° rispetto alla sua derivazione.
Le derivazioni sul piano frontale ci permettono di identificare la posizione dell'asse elettrico medio
manifesto sul piano frontale. Visualizzano cioè rotazioni lungo l'asse antero - posteriore del corpo. Le
derivazioni sul piano orizzontale invece ci permettono di riconoscere le eventuali rotazioni del cuore
(qui non parliamo più di asse elettrico, ma del cuore) lungo l'asse longitudinale (base-apice). Il
ventricolo destro. è a destra. ed in avanti; il ventricolo sin a sinistra ed in dietro. Supponendo che il
ventricolo sin. ruoti in avanti, avremo una rotazione in senso antiorario lungo l'asse longitudinale. Se
invece il ventricolo sinistro si sposta più indietro, abbiamo una rotazione in senso orario. Come le
derivazioni toraciche ci possono segnalare queste rotazioni del ventricolo?
(fig. ECG 8) V1 vede l'attivazione della parete spessa del ventricolo sinistro dalla coda del vettore. La
deflessione relativa all'attivazione della parete libera del ventricolo è data dall’onda S. Questa onda S,
vista da questa derivazione, non vuol più dire attivazione della base, ma vuol dire attivazione della
parete libera (che poi, sì, si conclude con l'attivazione della base). Questo elettrodo non ci dà un'onda
negativa molto profonda perché, essendo il cuore orientato verso sinistra ed essendo l'elettrodo a
destra. della parete toracica, c'è l'interposizione sia del ventricolo destro. che di una parte di polmone.
L'elettrodo è lontano dalla parete postero-laterale del ventricolo sin. di cui vede l'attivazione dal lato
della coda del vettore. Se ci avviciniamo passando a V2 (ora siamo dall'altro lato dello sterno),
vediamo che l'onda di attivazione ventricolare diventa più profonda. Anche l'onda che qui è R è più
ampia, non perché il setto sia più ampio, ma perché dalla posizione dell'elettrodo l'attivazione della
punta e del setto è vista un po' meglio. Se ci spostiamo in V3, vediamo ancora profonda l'onda S, ma
si è già accentuata anche l'onda R, perché da qui cominciamo a vedere l'attivazione anche della parte
più anteriore del ventricolo sinistro. Se poi ci spostiamo in V4, cogliamo l'attivazione delle parti
anteriori allo stesso modo di quelle posteriori. Avremo un'onda S uguale all'onda R. Qui avremo un
potenziale isodifasico (isodifasico con due onde molto ampie). A V5 e V6 vediamo che il complesso
QRS è sostanzialmente quello che vi avevo descritto per quelle derivazioni da torace di sinistra, ed a
questo punto potremmo avere anche un'onda Q.
Dove abbiamo il complesso isodifasico, che qui è in V4, ci troviamo nel punto di passaggio dal
ventricolo destro. al ventricolo sin, cioè nella ZONA DI TRANSIZIONE.
Immaginiamo di avere in questo soggetto una rotazione in senso antiorario (ventricolo sin. ruota in
avanti). Dove troveremo la zona di transizione? In V3. Se invece il cuore ruotasse in senso orario
(ventricolo sin. indietro) la zona di transizione si può spostare da V4 a V5.
Vi proietto le derivazioni dello stesso cuore visto prima. E' in posizione perfettamente normale? No, ha
una rotazione in senso antiorario.
Posso riconoscere la rotazione del cuore in senso antero - posteriore con il sistema esassiale,
lungo l'asse base-apice con le derivazioni toraciche.
Quando dovete descrivere un ECG o non disponete del tracciato, usate una particolare nomenclatura.
In questo soggetto:
- in D1, "Rs" (nel complesso non c'è onda Q, ci sono invece R ed S)
- in D2, "qR"
le onde positive si chiamano sempre R. Quelle negative si chiamano Q se precedono
l'onda R, S se la seguono, indipendentemente dalle cause che possono averle
provocate
- in D3, "qR"
- in AVR, "rS"
- in AVL, "rs"
- in AVF, "qR"
- V1, "rS"
- V2, "rS"
- V3, "RS"
- V4, "Rs"
- V5,V6 "qR"
Possiamo cominciare a parlare delle aritmie cardiache, prima cosa che possiamo rilevare da un ECG.
ventricolare. Vediamo un disturbo della conduzione seno-atriale (molto raro). L'impulso si forma nel
nodo del seno, ma non riesce ad uscirne, non riesce ad attivare l'atrio. Noi vedremo quindi che in una
sequenza elettrocardiografica, ogni tanto abbiamo l'assenza totale di un ciclo. Ho degli intervalli R-R
che sono esattamente il doppio di un intervallo normale, perché il nodo del seno ha generato un
impulso, però questo non è riuscito a passare nell'atrio. E' un blocco seno-atriale. Noi sappiamo che
l'impulso si è formato perché dopo un impulso ci vuol sempre lo stesso tempo prima che se ne generi
1 2
L’impedenza è data da: Z = R 2 + (I − )
C
R = Rpt;
I = analogo dell’induttanza di un circuito elettrico, fa capo all’inerzia del
sangue;
C = capacità dell’aorta ovvero la capacità di ospitare più sangue quando dalla
posizione di riposo viene distesa dalla G.S.(analoga alla capacità di un
condensatore)
Le resistenze possono rimanere uguali ma la capacità dell’aorta può diminuire e di conseguenza
l’impedenza aumenta e quindi il cuore dovrà compiere uno sforzo maggiore per compiere la sua
gittata e può facilmente andare incontro ad ipertrofia.
Controllo della pressione arteriosa
Se voi pensate agli eventi della nostra vita quotidiana non c’è da stupirsi che alle volte la pressione
non vari, ma c’è da stupirsi che la pressione in un soggetto sano sia sempre la stessa: questo è
veramente ciò che comporta tutta una serie di meccanismi di controllo della pressione.
I meccanismi di controllo della pressione possono essere suddivisi secondo tre punti di vista.
Il 1° punto di vista è il “Range” cioè l’attimo in cui un determinato meccanismo è efficace, ovvero
un meccanismo di controllo è efficace nell’ambito di valori pressori
Un’altra classificazione dei meccanismi di controllo è data dal “guadagno” che potremmo anche
chiamare “dall’efficacia del meccanismo”
Infine il terzo meccanismo di controllo è quello che viene definito “decorso temporale”.
Meccanismo del “guadagno”
Merita una trattazione particolare il meccanismo del guadagno: non si parla in termini di guadagno
di questo o di quel meccanismo di controllo. Io considero tutti i meccanismi insieme e vediamo
come tutti questi meccanismi insieme possono essere efficaci.
Il guadagno G è dato dal rapporto tra Errore Effettivo (EE) meno Errore Residuo (ER) diviso Errore
Residuo (ER):
Ee − Er Eeffettivo: induco una perturbazione alla pressione (queste sono infinite
G = durante la vita giornaliera)
Er mm
Una perturbazione esterna mi porta la pressione da 100 /hg a
mm mm
180 /hg Æ 180-100 = 80 /hg.
80 sarà l’Errore Effettivo
Eresiduo: é la variazione rispetto al valore iniziale di controllo che permane o
80 − 10
G = = 7 può permanere dopo che il controllo ha svolto la sua vita
Immaginiamo che dopo che tutti i meccanismi hanno svolto la loro
10 mm
azione il valore della pressione sia ancora di 110 /hg. Quindi
mm
110-100=10 /hg: 10 sarà l’Errore Residuo
Inseriti nella formula i valori così ottenuti ne risulterà che in questo caso il guadagno è uguale a 7.
Normalmente i meccanismi di controllo, dopo una perturbazione, riescono a riportare il valore nella
norma: pertanto se l’Errore residuo è = 0 il G diventa infinito. Quindi se la perturbazione (o l’Errore
effettivo) viene totalmente corretta, come di norma avviene in tutti i soggetti normotesi, il G del loro
sistema di controllo è infinito.
Se invece nel soggetto non funzionano i meccanismi di controllo e quindi l’ER resta uguale all’EE,
la formula sarà:
80 − 80
G = = 0
80
che ci porta a concludere che se il G è = a 0, non c’è stata correzione alla perturbazione, mentre
se il G è infinito (ovvero nelle normali condizioni) i meccanismi di controllo sono stati efficaci.
Meccanismo del “range”
I vari meccanismi di controllo (vedi figura): in alto sono rappresentati secondo il loro ambito di
funzionamento ovvero secondo il rispettivo “range” di pressione in cui sono attivi, mentre dall’altra
parte sono rappresentati secondo il loro decorso temporale, che non vuol dire soltanto la durata di
efficacia di un sistema. Il decorso temporale vuol dire “il tempo impiegato a questo sistema per
raggiungere il massimo guadagno”.
In base al tempo (tempestività d’intervento) necessario per raggiungere il massimo guadagno i
meccanismi di controllo si distinguono, per la loro azione, così:
1. a BREVE termine
2. “ MEDIO “
3. “ LUNGO “
I meccanismi a breve termine sono tutti di natura nervosa, quelli a medio termine sono vari mentre
uno solo agisce a lungo termine (si tratta del SIST. RENE – LIQUIDI CORPOREI): questo sistema è il
più efficace di tutti perché ha un G infinito (annulla ogni errore) ed è privo di adattamento (cioè
la sua efficacia nel tempo non diminuisce). L’adattamento di un sistema è dato dal diminuire della
sua efficacia nel tempo.
1 – Meccanismi con azione a BREVE termine
I meccanismi che agiscono a breve termine sono tutti quanti di natura nervosa: sono tre e, insorti
immediatamente con la perturbazione, raggiungono tutti in brevissimo tempo (in secondi) il
massimo G. Per il fatto che insorgono rapidamente dopo la perturbazione e raggiungono in pochi
secondi il massimo G sono detti “a breve termine”. Essi sono
a) i BARORECETTORI b) i CHEMORECETTORI c) la RISPOSTA ISCHEMICA DEL SNC
1a) BARORECETTORI
Sono recettori di pressione situati soprattutto nell’albero arterioso avvertono un aumento di
pressione e lo correggono attraverso una riduzione dell’attività simpatica e quindi la diminuzione
delle resistenze periferiche totali ed una attivazione del controllo vagale (attraverso una
riduzione della frequenza cardiaca).
Questo sistema ha un range che va da 50 a 220mm/hg con un massimo di G intorno ai 110-
120mm/hg: ha il massimo G per valori di pressione uguali o subito superiori alla pressione media
normale. Il range è molto più ampio del range di pressione medio normale: tocca valori sia di
ipertensione che di ipotensione. Non bisogna pensare che i barorecettori funzionino anche
come sensori della diminuzione della pressione: sono stimolati soltanto dall’aumento della
pressione. Ma quando la pressione diminuisce al di sotto dei valori normali, questi barorecettori
scaricano di meno e quindi inibiscono meno il simpatico, il quale tende a ristabilire la pressione.
Infatti questi recettori vengono stimolati a partire dai 50mm/hg con un aumento della stimolazione
man mano che raggiungono i 220mm/hg: sotto i 50 non sono affatto stimolati.
Il loro massimo G è nel mezzo di questo range: aumentando la pressione, aumenta la loro
scarica e diminuendo la pressione, diminuisce la scarica.
Sono efficaci sia contro l’aumento, sia contro la diminuzione di pressione pur essendo attivati
dall’aumento di pressione.
Nell’anziano i barorecettori sono meno sensibili (essendo attivati rapidamente dalle variazioni di
pressione sono i primi ad intervenire): anche per un leggero stato emotivo, che faccia
aumentare la pressione, i barorecettori non correggono la variazione di pressione
immediatamente, sono più lenti.
1b) CHEMORECETTORI
Sono recettori situati sotto l’arco aortico e all’esterno della biforcazione delle carotidi: sono i
glomi aortici e carotidei (sono come dei gomitoli di capillari alimentati da arteriose che si
staccano dalla concavità dell’aorta). Questi glomi portano il sangue a contatto con delle cellule
chemosensibili: sensibili alla diminuzione della P. O2 o all’aumento della P. CO2. Sono sensibili
anche alla diminuzione del ph del sangue. Se la pressione diminuisce c’é minor afflusso di
sangue ai chemorecettori, minor quantità di O2 viene portata a queste cellule.
La risposta della stimolazione è costituita da un aumento delle resistenze periferiche totali (Rpt)
e da un aumento della frequenza cardiaca, cioè la situazione opposta alla stimolazione
chemorecettoria. Il range di questi recettori è Æ massimo G intorno ai 65mm/hg. Questo fa
comprendere che i chemorecettori proteggono contro le cadute di pressione.
1c) RISPOSTA ISCHEMICA DEL SNC
Parte anch’essa improvvisamente per rapidissime perturbazioni della pressione, raggiunge
velocemente il massimo G e poi ha un lento adattamento. Trattandosi di una risposta ischemica
è una protezione contro le cadute di pressione. Quando abbiamo una caduta grave di pressione
il SNC riceve meno sangue (di solito protetto da queste cadute, ma non più di tanto al punto da
andare in ischemia). La risposta è una stimolazione del simpatico, che fa aumentare le
resistenze e fa aumentare la frequenza cardiaca. L’effetto della [Link] Snc si esplica a livello
del bulbo dove attiva i centri del simpatico e inibisce i centri del vago.
Questo sistema è inteso come l’ultima spiaggia per salvare la vita ad un paziente in caso di una
gravissima caduta di pressione (situazione che interviene nelle emorragie e che serve a
ritardare la morte del paziente fino a quando non avvenga una trasfusione che ripristina il suo
volume circolante). Il cuore non pompa più sangue quando il nostro meccanismo perde il 30%
del volume di sangue.
Questi sono i 3 meccanismi a breve termine di controllo della pressione: in situazioni non proprio di
emergenza i più importanti sono i barorecettori (ad eccezione negli anziani dove intervengono gli
altri meccanismi).
2 – Meccanismi con azione a MEDIO termine
2a) RENINA-ANGIOTENSINA-ALDOSTERONE
Meccanismo che interviene subito è quello della renina-angiotensina-vasocostrittore a cui si
somma in seguito quello dell’aldosterone. Se cambia la pressione (per un aumento della carica
simpatica o perché diminuisce il filtrato renale) l’apparato secerne una quantità maggiore di
renina. Questa renina si riversa nel plasma, dove attiva la trasformazione
dell’ANGIOTENSINOGENO in ANGIOTENSINA I: sarà poi l’enzima convertente, situato nelle cellule
dei vasi, a trasformare l’ANGIOTENSINA I in ANGIOTENSINA II ATTIVA.
L’angiotensina di per sé determina vasocostrizione. L’angiotensina però determina anche la
produzione di ALDOSTERONE: la vasocostrizione determina recupero della pressione,
l’aldosterone determina un maggior riassorbimento renale di Na e quindi di H2O e fa aumentare
il volume circolante ripristinando un certo valore di pressione. Il sistema renina-angiotensina
comincia ad insorgere abbastanza rapidamente, ma il fatto che raggiunga il massimo G dopo 6-
7 o 10 minuti o anche più e non in pochi secondi, lo include già tra i meccanismi di controllo a
medio termine. Si attiva quando la pressione cade e si disattiva dalla situazione di controllo
quando si ripristina il valore normale (corregge sia i cali che gli aumenti di pressione). Il suo
range complessivamente parte da valori molto bassi e arriva a valori più alti di quelli dei
chemorecettori.
2b) STRESS RELAXATION
Quando aumenta il volume di sangue nei vasi (aumento della PSM: pressione sistemica media),
questi si distendono ed inizialmente aumenta la loro tensione di parete. Un’elevata tensione di
parete di questi vasi contribuisce a mantenere la pressione più alta: questo aumento di tensione
per aumento del volume in eccesso lo chiamiamo “STRESS”.
Perdurando il volume in eccesso la tensione nella parete dei vasi diminuisce, per cui allo stress
iniziale fa seguito la “RELAXATION”
Questo sistema insorge abbastanza precocemente, raggiunge un massimo G anche dopo
giorni e poi diminuisce. Il suo range di azione è molto ampio. Il sistema Stress-Relaxation
funziona in una direzione quando si ha distensione dei vasi per aumento del volume in eccesso
e funziona in senso opposto quando il volume in eccesso diminuisce.
2c) SCAMBIO DI LIQUIDO A LIVELLO CAPILLARE
Nei capillari esiste sia una pressione di sangue sia una pressione colloidosmotica: la pressione
del sangue è di circa 25mm/hg e tende a far uscire il liquido (plasma senza proteine) dal capillare.
Ma all’interno del vaso c’è la pressione colloidosmotica delle proteine che cerca di trattenere il
liquido.
Alle estremità arteriolari la differenza di pressione è a vantaggio della pressione del sangue che
fa fuoriuscire dell’H2O.
Alle estremità venose è la situazione è inversa per cui con rientro dell’H2O. Quanto detto si ha
nelle condizioni normali.
In caso di aumento di pressione, la pressione sanguigna-idrostatica può soverchiare quella
colloidosmotica sia a livello arterioso sia venoso cosicché il fluido passa negli interstizi ad
entrambe le estremità.
Se il volume diminuisce (in caso di emorragia) il liquido passa nel circolo aterovenoso (la
pressione oncotica prevale a livello capillare e delle venule postcapillari con conseguente
passaggio di liquido dai tessuti al sistema circolatorio)
3 – Meccanismi con azione a LUNGO termine
E’ il sistema più efficace di tutti, quello che non ha adattamento e che ha un G infinito. Si tratta del:
3a) SISTEMA RENE-LIQUIDI CORPOREI
La sua efficacia è sempre presente anche se perdurano e si ripetono le perturbazioni. Insorge
dopo parecchie ore e raggiunge il massimo G dopo 8-10 giorni.
Ad un aumento della pressione (anche modesto) corrisponde un aumento della diuresi con
conseguente diminuzione del volume dei liquidi extracellulari, della massa del liquido circolante,
del Psm e della pressione arteriosa. L’importanza del sistema è notevole poiché riesce a
correggere variazioni di pressione anche nel caso venga eliminato ogni tipo di regolazione
nervosa.
LEZIONE DEL 23 MARZO 2004
In profondità come funzionasse il meccanismo di regolazione della pressione da parte del
sistema rene-liquidi corporei. Quando si parla del sistema renina-angiotensina-aldosterone
che si considera la renina secreta dall’apparato iuxtaglomerulare del rene e si considera poi
aldosterone che favorisca il riassorbimento NaCl e quindi anche di acqua, può sembrare che tutto
questo esaurisca l’intervento del rene nella regolazione e il riassorbimento di NaCl
e di acqua avvengono a livello del rene. Ma allora se il rene nel suo complesso attraverso il
meccanismo renina-angiotensina-aldosterone costituisce un meccanismo di regolazione a medio
termine, come può anche costituire un meccanismo di regolazione a lungo termine? In realtà il rene
ha anche un meccanismo di controllo della pressione suo proprio che dipende quasi da fattori
meccanici intrinseci al rene stesso.
Se voi ricordate un po’ di anatomia renale, sapete che il rene è costituito da glomerulo da cui si
diparte il tubulo contorto prossimale poi abbiamo la.. costituita da una branca ascendente e
da una branca discendente un tubo contorto distale e un tubo collettore. Parallelamente
all’ansa di Henle del tubulo collettore decorrono i vasa recta. In determinate condizioni di
secrezione di aldosterone e di ,situazioni già presenti il tubulo collettore
è permeato dall’acqua che può trasferirsi prima nell’interstizio e poi nei vasa recta dove andrà a far
parte del sangue. Voi studierete poi quando vi occuperete di fisiologia renale che il passaggio
dell’acqua è dovuto ad un gradiene osmotico; l’osmolarità finisce per essere la causa di un
meccanismo di controcorrente. Più alto è l’interstizio per cui essendo il tubulo collettore
permeabile all’acqua, l’acqua si sposta da dove c’è una osmolarita minore a dove c’è una osmolarità
maggiore. Questo riassorbimento dell’acqua non dipende soltanto dalla permeabilità delle pareti
del tubulo collettore che varia in relazione al contenuto più o meno spiccato nel sangue di un
ormone antidiuretico. Abbiamo quello secreto dal nucleo sopraottico dell’ ipofisi che viene liberato
nel sangue a livello dell’ipofisi posteriore. Il passaggio di acqua dal tubo prima nell’interstizio e qui
nei vasa recta è in relazione anche al gradiente di pressione che c’è nei vasa recta. Se la pressione
nei vasa recta è modesta, allora il flusso dell’acqua si può vedere, se invece la pressione nei vasa
recta è errata come quando aumenta la pressione allora noi vediamo che questo passaggio di acqua
dal collettore ai vasa recta è ostacolato e aumenta la quantità di orina eliminata. Voi capite che a
seconda della pressione nei vasa recta, pressione che dipende dalla situazione pressoria dell’albero
arterioso in generale noi possiamo avere un maggiore o minore riassorbimento di acqua. Questo
può regolare il famoso volume in eccesso e quindi la pressione sistemica e di conseguenza la
pressione arteriosa. Questo meccanismo essendo di natura puramente fisica non ha limitazione;
per questo noi diciamo che il sistema rene-liquidi corporei che è efficace sia per il sistema renina-
angiotensina-aldosterone ma anche e soprattutto per questo, ha un guadagno infinito e avviene
in continuazione senza alcun adattamento qualsiasi sia la perturbazione e qualsiasi sia la sequenza
delle perturbazioni. Ne consegue che questo sistema è il sistema di controllo più efficace che ci sia.
Noi sappiamo che esistono delle ipertensioni che sono di natura prevalentemente renale. Sono
ipertensioni dovute al cattivo funzionamento di questo sistema.
Oscillazioni pressorie di secondo e terzo ordine. Le oscillazioni pressorie di primo ordine sono
quelle oscillazioni da un livello diastolico a un livello sistolico che avvengono ogni battito; sono
quelle che abbiamo considerato fin ora (questa è un’oscillazione di primo ordine).
Le oscillazioni di secondo ordine sono dette di Traube ed Herikey, coinvolgono più oscillazioni di
primo ordine e sono sincrone con il respiro. Infine abbiamo delle oscillazioni ancora più lente di
quelle di secondo ordine, vale a dire le oscillazioni di terzo ordine, dette anche oscillazioni di
Meyer.
Le onde di secondo ordine: quando noi inspiriamo il volume del polmone aumenta, quando
espiriamo il volume del polmone diminuisce. Vediamo cosa succede nell’inspirazione. Quando
nell’inspirazione inizia ad aumentare il volume, il polmone comincia a sottrarre sangue dal ritorno
venoso al ventricolo sinistro. I polmoni si espandono e il sangue che andrebbe avanti verso il cuore
sinistro viene trattenuto. Il ritorno venoso del ventricolo sinistro si riduce. Si riduce la gettata e la
pressione diminuisce. Ma l’aumento di volume del polmone avviene contemporaneamente alla
diminuzione della pressione intratoracica. Se l’inspirazione continua, la pressione nel cavo
intrapleurico diminuisce ancora di più e questo lo sappiamo ( depressione di Donders? ) favorisce il
ritorno venoso al ventricolo destro. Il ventricolo destro riceve più sangue, lo pompa attraverso il
circolo polmonare e dopo un po’,per un atto d’inspirazione, questo sangue di un aumentato ritorno
venoso lo troveremo anche a sinistra e la pressione comincerà a salire. Inspirazione: all’inizio viene
trattenuto del sangue nei polmoni ma intanto ne comincia ad arrivare di più al ventricolo destro, il
ventricolo destro pompa questo sangue, i polmoni sono già pieni del sangue che hanno trattenuto
non possono ospitarne di più e allora aumenta il ritorno venoso al ventricolo
sinistro e la pressione ricomincia a salire. all'inspirazione sopravviene l’espirazione.
Nell’espirazione il volume del polmone diminuisce e inizialmente comincia a spremere sangue
verso il cuore sinistro. Il cuore sinistro riceve più sangue (SSP=sangue spremuto dai polmoni) e ne
pompa di più e la pressione nella prima fase dell’espirazione continua a salire. L’espirazione
aumenta la pressione intrapleurica, la depressione Donders diventa meno negativa, meno
depressione, si riduce il ritorno venoso al ventricolo destro e dopo un po’ questa riduzione del
ritorno venoso si fa seguire a sinistra. Minor ritorno venoso al cuore sinistro, minore gittata,
diminuzione della pressione.
Se voi avete capito il meccanismo che vi ho descritto, dovete anche capire la ragione per cui le
curve di oscillazione di secondo ordine della pressione, sono sfasate di 90 gradi rispetto alle curve
dell’attività respiratoria.
(Domanda).Perché sono una delle ragioni per cui molte volte in un soggetto normale, normoteso, la
registrazione della pressione dà dei risultati diversi. In un ciclo cardiaco voi potete misurare la
pressione nel ventre dell’aorta in una misurazione, potete prendere i cardiaci che sono
nel ventre dell’onda in altri nella cresta dell’onda. Ecco perché si dice che la pressione non è uguale
tra braccio sinistro e braccio destro, semplicemente perché mentre ci spostiamo andiamo in un’altra
fase del ciclo respiratorio e non è detto che sia sempre lo stesso.
Dunque vediamo quelle di terzo ordine o di media. Sono delle onde molto lente che soprattutto
durante il sonno, comprendono molte onde di secondo ordine come se quelle oscillazioni che voi
vedete qui complessivamente si alzassero e diminuissero per la durata di una di secondo e di primo
ordine. Questo avviene soprattutto durante il sonno: situazioni di terzo ordine, e sono attribuite ad
una diversa stimolazione dei chemorecettori. Nel sonno la pressione tende a diminuire, i
chemorecettori hanno un minor apporto di sangue e quindi di ossigeno. Inviano impulsi al sistema
nervoso centrale che fa aumentare frequenza e resistenza , ma subito dopo, la perfusione, dei glomi
poi ci sono questi chemorecettori, torna normale perché la pressione è aumentata e
l’effetto cessa e la pressione discende. .
Ho tradotto le tre componenti dell’energia totale del fluido, le ho tradotte in termini di pressione e
scopro che se faccio questa somma, l’energia totale del fluido nell’aorta è maggiore dell’energia
totale del fluido nel sangue e il sangue si muove da dove ha una maggiore energia di fluido totale
a dove ha una minore energia totale di fluido.
A volte non è necessario fare quel calcolo perché abbiamo delle circostanze in cui questo avviene
automaticamente con i nostri mezzi di registrazione. Immaginiamo che stiamo facendo un
cateterismo cardiaco o arterioso e che noi misuriamo con un catetere la pressione in un vaso più o
meno grosso. Osservate: ho un vaso in cui il sangue scorre da sinistra a destra. Ho questo catetere
collegato con un manometro. Vediamo che il catetere è introdotto dalle estremità del vaso dal quale
si allontana il liquido. Questo mi vede l’energia cinetica del sangue che si allontana non del sangue
che gli va contro, quindi alla pressione già questo sottrae automaticamente l’urto che avrebbe
l’energia cinetica anche solo lateralmente. Quindi sottraendo l’energia cinetica mi dà una pressione
ridotta che se l’orefizio del catetere avesse registrato la pressione laterale. Se invece io metto il
catetere, lo introduco nel vaso, contro l’afflusso del sangue, allora alla pressione laterale che è
unica pressione che viene registrata in questa situazione B io devo sommare l’energia cinetica.
Solo nello stesso vaso comunque io misuri la pressione, io posso sottrarre, lasciare invariata
l’energia cinetica o aggiungerla. Ad esempio quando voi fate un cateterismo dell’aorta partendo
dall’arteria femorale, introducete il catetere collegato con un manometro nell’arteria femorale
spingendosi nell’aorta, alla pressione aggiungete l’energia cinetica. Immaginate invece che
l’abbiate introdotto nell’arteria di un avambraccio. Questo arriva attraverso la succlave, entra
nell’arco dell’aorta e si infila nell’aorta discendente. La punta del catetere vede allontanarsi il
sangue e quindi darà un valore di pressione più basso in quanto alla pressione laterale viene in
questo caso sottratta l’energia cinetica. Se invece il vostro catetere si apre proprio nell’aorta
all’inizio dalla succlave arriva li ad affacciarsi nell’aorta, prende esattamente la pressione laterale.
.Avete visto che posso compiere una traduzione automatica dell’energia cinetica in energia di
pressione.
Guardiamo questa figura: il sangue qui passa da sinistra a destra da A va verso B; questa ha una
collaterale ad arco come possono essere le arterie del mesentere. Qui abbiamo una pressione
laterale e una componente di energia cinetica che viene ad aggiungersi. Da questo lato abbiamo una
pressione laterale a cui viene sottratto, il sangue si sta allontanado, una parte dell’energia
cinetica. In quest arcata avremo qui una pressione sicuramente maggiore di qui mentre magari
nell’arteria principale non c’è stato… a causa di una piccola distanza tra le due pressioni .
allora il sangue prende questa direzione. Se noi im,maginiamo un diverso distacco di quell’arcata
dall’ arteria principale possiamo avere una situazione di questo genere. Ho l’arteria principale da
cui la collaterale si stacca in questo modo. Sarà qui il punto a cui alla pressione sommo una parte
dell’energia cinetica e qui sarà il punto dove alla pressione, a causa dell’orientamento dell’inizio
dell’ansa sottraggo alla pressione l’energia cinetica. In questo caso in questo sistema se il sangue
nell’arteria principale va da A a B, nell’arcata avrà un percorso per la sommazione e per la
sottrazione rispettivamente nei due punti di una parte di energia cinetica (non tutta) dipendente
dall’arco che l’ansa forma .
Qui io ho tutta l’energia cinetica che verrebbe registrata da un catetere messo qui, lo metto
lateralmente non registra nessuna energia cinetica e qui la registra in negativo (spiegazione del
lucido)
Lungo il suo decorso questa arteria presenta un ingrossamento: cosa succede a questo punto. Il
raggio è aumentato rispetto al primo raggio ; se è aumentato il raggio la tensione circonferenziale è
aumentata e noi sappiamo che τ=P*r(raggio). Ma se è aumentato il raggio è anche aumentata la
pressione perché noi sappiamo che basta 1/2mv2+P= costante. Se il flusso è lo stesso in tutte le
funzioni di questo vaso, la velocità qui sarà diminuita, ma se diminuisce lì dovrà aumentare qui,
quindil’aumento simultaneo del raggio e della pressione (del raggio perché è aumentato e della
pressione a causa del principio di Bernoulli) vanno notevolmente ad aumentare la
tensione superficiale che l’auneurisma tenderà ad ingrandirsi. Quando si sarà ingrandito di un po’,
allora r sarà aumentato e di per sé farà aumentare la tensione per la legge di La Place.
La velocità è ancora diminuita e la pressione sarà aumentata. Essendo aumentate tutte e due
aumenta ulteriormente la tensione circonferenziale e l’aneurisma tenderà ad ingrandirsi sempre più
rapidamente. La stessa cosa vale per le varici. Le varici quando iniziano a formarsi tendono
progressivamente con l’aumento del raggio ad aumentare di volume sempre più rapidamente. Nel
caso degli aneurismi il rischio è quello della rottura, nel caso delle vene un po’ meno ma è il rischio
della sottrazione di parte di sangue sempre maggiore. In queste circostanze l’unico trattamento da
fare è l’intervento chirurgico e soprattutto per le varici non fidatevi di quei ciarlatani (che sono
medici) che dicono di sclerotizzare le vene con delle sostanze…: dopo un po’ quelle si
ricanalizzano e tutto comincia di nuovo ad aumentare.
Dunque adesso passiamo ad un argomento di cui sicuramente avete già sentito dalla fisica ma che io
vi debbo richiamare e che è la questione del moto laminare e del moto turbolento. Noi sappiamo
che in un motostazionario di un liquido non perfetto ( in realtà liquidi perfetti non esistono perché
per essere un liquido perfetto non dovrebbe non solo essere perfettamente incompressibili e a
questo tutti i liquidi si avvicinano alla perfezione ma non dovrebbe avere attrito interno e non
dovrebbe avere viscosità. Qualsiasi liquido invece ha viscosità e quindi procede in modo
laminale. Cosa vuol dire?
Se noi abbiamo dalla periferia al centro moto ondoso, vediamo che mentre lo strato che aderisce
alle pareti è praticamente immobile, vi sono dei cilindri concentrici di liquido che decorrono mano a
mano che andiamo al centro del condotto con una velocità sempre maggiore fino a che viaggia a
velocità massima il liquido che segue il filone l’asse centrale. Se noi indichiamo vettorialmente tutte
le velocità e le uniamo con questa linea, vediamo che il profilo delle velocità ha l’aspetto
lanceolato che qui vedete. Dunque questo avviene nella maggior parte dei vostri vasi.
Quando però il liquido ha raggiunto una certa velocità il moto può diventare turbolento come voi
vedete in questi disegni. La velocità a cui improvvisamente il liquido diventa turbolento è detta
velocità critica ed è proporzionale al numero di Rainolds e alla viscosità ed inversamente
proporzionale alla densità che non è la viscosità per il raggio al cubo. Questo coefficiente R è
numero di Rainolds che quando noi nella formula mettiamo il raggio è uguale a 1000. Se invece
mettiamo il diametro è uguale a 2000, ma sostanzialmente è la stessa cosa. Il numero di Rainolds
sarà uguale alla velocità per la densità e il raggio e inversamente proporzionale alla viscosità. Il
numero di Rainolds aumenta se aumenta la velocità a parità di raggio auementa se aumenta la
velocità o se diminuisce anche la viscosità.
Quando un liquido è turbolento e i vortici hanno acquistato una certa intensità, essi possono fare
più grandi le pareti del vaso producendo dei suoni o dei soffi. Quando voi misurerete la pressione
arteriosa, utilizzerete questo principio. Con il bracciale che ponete attorno al braccio voi
comprimete, aumentando la pressione al bracciale,l’arteria omerale. La comprimerete fino a
interrompere il flusso. Ad un certo punto sgonfiando il bracciale, il flusso passerà soltanto in
determinate fasi del ciclo cardiaco, cioè durante il picco all’inizio della fase di eiezione ma passerà
attraverso un vaso ristretto dal vostro manicotto e genererà dei vortici che possono essere uditi. Poi
abbiamo dei vortici normali che abbiamo normalmente guardiamo la biforcazione dell’arteria ma
non danno origine a soffi udibili; li abbiamo nel tratto dell’aorta ma non danno origine a soffi
udibili, li abbiamo nelle cavità ventricolari ma non danno origine a soffi udibili, ma quando questi
vortici, come ad esempio avviene in vizzi valvolari dell’aorta o della mitrale generano dei vortici
molto intensi attraverso quella valvola noi percepiamo i famosi suoni (soffi).
I suoni che voi registrerete quando misurerete la pressione sono i suoni o i soffi di Kotoktov, .
che è stato il primo che ha introdotto il metodo auscultatorio per la misurazione della pressione
arteriosa. Il metodo auscultatorio è l’unico metodo che permette la determinazione sia della
pressione diastolica che della pressione sistolica. All’inizio quando è stato inventato lo
sfigmomanometro con il sistema palpatorio si apprezzava soltanto la pressione sistolica, poi negli
anni venti Koroktov ha descritto il suo metodo oscultatorio per cui si può registrare la pressione
diastolica, ma se quello è iniziato negli anni ’20 penso che i medici abbiano incominciato a
misurare la pressione negli anni ‘80.
Tempo fa, scusatemi per questa digressione, era stato dato alla televisione un filmato su Cuore e
c’era in una scena in un ospedale prima che fosse inventato lo sfigmomanometro, c’era la scena
cartella clinica del paziente con scritta la pressione diastolica e sistolica. Ai tempi di Cuore non si
registravano né l’una né l’altra. D’altra parte voi siete troppo giovani per sapere che quando negli
anni trenta avevano fatto un film su Scipione l’Africano, Scipione dava l’ordine di attacco
consultando l’orologio da polso e offriva agli occhi dei Cartaginesi il Tamarino.
Ho detto queste cose per sollevare un po’ lo spirito dalla noia pomeridiana.
Sempre procedendo con questi dati sparsi, vi inviterei a pensare ora a quella che è la legge di Hooke
e vediamo come può essere applicata alle arterie. Abbiamo una molla del tutto scarica, questa molla
è formata da un cilindro di acciaio che ha una certa superficie di sezione e una certa lunghezza. La
lunghezza esclude questo gancio e va di qui a qui. Possiamo attaccare al gancio un peso e vediamo
che la molla si allunga in proporzione. E’ questa variazione di lunghezza che chiamiamo Δl. Se noi
raddoppiamo il peso questa si allunga del doppio, se noi triplichiamo il peso si allunga del triplo,
ma ad un certo punto non riesce più ad allungarsi. Abbiamo esaurito la possibilità elastica. Se noi
aumentiamo ancora il peso, la molla si può spezzare. Cosa è aumentata in questa molla? La legge di
Hooke ci dice che la deformazione di un corpo è proporzionale alla forza che agisce su questo
corpo. Ma l’andamento delle caratteristiche della molla con lo stiramento eccessivo ci dicono anche
qualcosa sul modulo di elasticità. Quanto più aumenta il modulo di elasticità, tanto più questa si
comporta come un corpo rigido. Qui non può essere ulteriormente distesa, qui altrimenti si spezza.
Vediamo il modulo di elasticità come lo calcoliamo. Il modulo di elasticità E è dato da rapporto tra
forza applicata (che può aumentare progressivamente) diviso la superficie di sezione moltiplicato
per la lunghezza iniziale della molla per la variazione diviso la variazione di lunghezza . Allora noi
capiamo subito che se questo modulo di elasticità aumenta è perché la variazione di lunghezza si
riduce. Se la variazione di lunghezza si riduce cioè la deformazione del corpo si riduce con
l’aumento della forza, è perché sta aumentando il modulo di elasticità e il corpo diventa più rigido.
Che c’entra tutto questo con i nostri vasi? Vi ho già detto qualche cosa a proposito del sistema di
mantice o sistema di Winkessel , di quando questo sistema viene a meno o per l’aumento di
distensione dell’aorta, dell’arteria o perché abbiamo delle lesioni aterosclerotiche che cambiano le
caratteristiche della parete. Vediamo come possiamo applicare quanto abbiamo visto qua, legge di
Hooke e moto di elasticità lo possiamo applicare alle arterie.
Questo non considerate le sue caratteristiche che lo rendono già praticamente inestensibile
all’inizio, ma questo è la molla: ha una lunghezza iniziale e una superficie di sezione. Se io prendo
questo cavo e lo avvolgo in modo da formare un cerchio, allora questo può diventare un tratto della
parete di un tubo. Io ho preso un pezzo lineare, cavo e l’ho messo in questo modo. Quella che era la
lunghezza diventa la circonferenza, variazione della lunghezza sono variazione della circonferenza.
La forza nel caso questo sia un tubo è determinata dalla pressione all’interno del vaso. La sezione
del tubo della parete del cavo diciamo, diventa la sezione di un tratto di taglio del tubo, vale a dire
diventa la sezione che ottengo moltiplicando lo spessore della parete del tubo per una unità di
lunghezza. In altre parole se io pongo a cerchio questo cavo, ho sempre la stessa superficie di
sezione, ma se questo cavo è un pezzettino di un tubo lungo allora vedo che per ottenere la
superficie di sezione devo moltiplicare lo spessore del cavo per la sua lunghezza, intesa la
lunghezza del cavo come uno dei tanti pezzi di cavi messi insieme per formare un cilindro.
Vedo che se aumenta la pressione all’interno, aumenta la lunghezza della circonferenza e con essa
aumenta la tensione circonferenziale. Che cosa è la tensione circonferenziale? E’ la tensione che
tende ad allontanare due punti adiacenti della circonferenza del cilindro del cavo. Se la legge di
Hooke mi dice che superata una certa distensione del corpo elastico, questo non si distende più
ugualmente, io posso dire che a mano a mano che aumento la lunghezza della circonferenza,
aumenta la tensione. Ad un certo punto non posso più aumentare ulteriormente la circonferenza ma
la tensione potrà ugualmente aumentare. Infatti quando qui la tensione era fatta aumentare oltre
misura, avevo la rottura della molla. Perche? Perché la tensione significava che lungo questa molla
ormai diventata un pezzo non più a spirale ma disteso, ogni punto subiva una forza in una direzione
e l’altro dall’altra. Due punti adiacenti cercavano di separarsi, la rottura mi dà la separazione di
questi punti. Di qui a qui non ho più distensione. Di qui a qui ho aumento di tensione. Quando
l’aumento di tensione è sufficiente il corpo si spezza. Se io aumento la circonferenza, ad un certo
punto si esaurisce la sua capacità di distendersi. Attenzione, un conto è un corpo perfettamente
elastico come poteva essere quella molla che obbedisce perfettamente alla legge di Hooke, un altro
conto è invece quando noi ci troviamo di fronte ad un corpo imperfettamente elastico come la parete
di un vaso.
Avete capito bene la relazione tra un corpo distensibile e una circonferenza? Semplicemente questo
è il corpo distensibile che se lo metto così diventa la circonferenza di un vaso e diventa
naturalmente di un pezzettino del vaso. Quanto è lungo quel pezzettino? Quanto è lungo questo che
io posso moltiplicare questa lunghezza (qui è un cerchio si immagini sia un piccolo quadratino) per
lo spessore ed ho la superficie di sezione quella che avevo considerato nella molla e quella che qui
considero dal prodotto dello spessore della parete per questo senso a un’unità di misura della
lunghezza in questo senso. Allora osserviamo la differenza tra un vaso arterioso e un corpo
perfettamente elastico. Qui abbiamo l’andamento del modulo di elasticità in un corpo perfettamente
elastico, entro questi limiti di distensione, e l’arteria dell’orecchio del coniglio. Vediamo che in
questo ambito di lunghezza se distendiamo un corpo perfettamente elastico il suo modulo di
elasticità rimane invariato. Vedete? Se questo è il corpo perfettamente elastico il suo modulo di
elasticità rimane invariato a questa lunghezza, a questa lunghezza, a questa lunghezza e forse anche
a questa lunghezza dopo di che risulta aumentato. Nell’aorta il modulo di elasticità sale
rapidamente ed ecco che diventa rigida molto presto o per lo meno si comporta come un corpo
rigido, diventa indistensibile molto presto. Qui è indicato il raggio dell’aorta e qui il modulo di
elasticità. Che cosa è che fa aumentare il raggio dell’aorta? La pressione. Se aumenta la pressione
aumenta il raggio. In un tubo perfettamente elastico, nell’ambito di queste variazioni di lunghezza
del raggio, il modulo di elasticità aumenta. Nel caso dell’ arteria dell’orecchio del coniglio, in tutte
le arterie, vediamo come aumenti rapidamente il modulo di elasticità, come rapidamente questo
vaso diventi poco alla volta più inestensibile.
Adesso vediamo la tensione di parete. Quella distensione di parete che può fare rompere il vaso. Se
noi avessimo un tubicino perfettamente elastico, la tensione di parete aumenta con il raggio per la
legge di La Place. Aumenta esattamente come vuole la legge di La Place. Nell’aorta che man mano
che aumenta le sue dimensioni, aumenta il suo raggio e la sua circonferenza, vede aumentare il suo
modulo elasticità la tensione parietale sale molto rapidamente.
Vediamo ora invece il flusso in un vaso quando aumentiamo la pressione.
Qui possiamo procedere in questo modo. Prendiamo un’arteria immaginaria e misuriamo il flusso
attraverso questa arteria per degli aumenti di pressione che siano contenuti tra valori molto bassi e
55 mmHg. Faccio aumentare la pressione: se fosse un tubo rigido che si comporta secondo le regole
della legge di Poiseuille, vedrei aumentare la pressione il flusso in modo lineare. La legge di
Poiseuille dice che il flusso è uguale alla pressione sulla resistenza. Io lascio invariata la resistenza
(alta o bassa la lascio invariata) e vedo che se aumenta la pressione aumenta il flusso. Aumenta da
quella formula in modo perfettamente lineare. Vediamo però che non è così per un vaso arterioso in
questi ambiti di pressione. Vediamo che il flusso aumenta in modo sempre più rapido. L’aumento
del flusso per l’aumento della pressione avviene secondo una curva con la concavità rivolta dal lato
del flusso. Perché aumenta più rapidamente di quello che aumenterebbe se l’aumento fosse regolato
semplicemente dalla legge di Poiseuille? Cosa sarà successo in questo caso? La pressione fa
aumentare il calibro; naturalmente dopo un po’ questo calibro (stiamo parlando dell’arteria del
coniglio) non può più aumentare e l’aumento del flusso diventa lineare. Se il calibro continuasse ad
aumentare avremmo una salita di questo tipo,ma non l’abbiamo e a un certo punto l’aumento
diventa lineare. E’ arrivata al massimo il raggio, il calibro, la circonferenza. Non può più aumentare
perché ha finito le sue possibilità di distendersi e a questo punto si comporta come un tubo rigido e
vale la legge di Poiseuille. .
Vediamo di prendere un’arteria distrettuale, come potrebbe essere un’arteria cerebrale, un’arteria
renale, un’arteria mesenterica, una coronaria e vediamo cosa succede se noi facciamo aumentare la
pressione. Vediamo che fino a circa 70 mmHg il flusso può aumentare come qui, anzi se noi non
abbiamo arterie disponibili ma prendiamo un vaso dell’orecchio del coniglio, un vaso più grosso un
vaso dell’uomo vediamo che la curvatura può persistere sino a 70 mm di mercurio. Questo ci dice
che da 0 a 70 mmHg mano a mano che aumentiamo la pressione il flusso non aumenta linearmente
ma aumenta di più, aumenta il calibro. Ad un certo punto questo si trova in molti circoli distrettuali,
dicevo cerebrali, mesenterico, coronarico, renale che è molto importante, anche muscolare è stato
visto, noi osserviamo che ad un certo punto il flusso aumenta molto molto meno sino a quando
dopo 100 mmHg comincia di nuovo ad aumentare in modo lineare. Cosa è successo in questo in
questo attimo? E’ intervenuto un meccanismo di autoregolazione di miogena è intervenuto cioè il
fenomeno di Bayliss (autoregolazione miogena di Bayliss). In cosa consiste? In un determinato
attimo di pressione l’aumento della pressione, distendendo le fibrocellule muscolari lisce
contenute nella parete vasale, ne determina la contrazione e fa ridurre il lume del vaso. Allora noi
vediamo che in un ambito di pressione che va da circa 70 a 120 mm di mercurio, nelle arterie
cerebrali, nelle arterie renali , nelle coronarie, all’aumento di pressione si accompagna un modesto
aumento di flusso. Cioè man mano che aumentiamo la pressione vediamo che abbiamo una
vasocostrizione, per una contrazione diretta dei vasi guidata semplicemente dalla distensione
meccanica delle fibrocellule muscolari lisce. Fino a questo punto aumenta il calibro dei vasi, di qui
si riduce. Questo meccanismo di autoregolazione miogena è autoregolazione quando protegge
determinati distretti dalle variazioni di pressione, fa sì che in questi distretti il flusso si mantenga
costante malgrado la variazione di pressione. Si mantenga costante perché oltre ad aversi la
diminuzione del calibro per vasocostrizione con l’aumento della pressione, con la diminuzione della
pressione noi abbiamo un progressivo aumento del calbro, abbiamo una progressiva dilatazione
regolata semplicemente dall’azione meccanica della distensione delle fibrocellule muscolari lisce e
della loro detensione. La pressione diminuisce.
Ecco questo lo si può vedere molto bene in certi circoli distrettuali. Questo può essere causa di
alcuni errori interpretativi, vale a dire di errori concettuali per cui si dice: io ho una vasocostrizione
e questa fa aumentare la pressione però quando aumenta la pressione ottengo una vasocostrizione e
questo sarebbe in contrasto con tutte le regolazioni della pressione che ho sempre descritto. Badate
questo vale per i singoli circoli distrettuali; è quando delle coronarie viene fatta aumentare la
pressione che loro riducono il loro calibro per lasciare passare una quantità di sangue. Queste sono
resistenze distrettuali non sono le resistenze periferiche totali. Avvengono in una determinata
resistenza. Quando siamo arrivati al limite superiore dell’autoregolazione miogena, il vaso non si
restringe ulteriormente, rimane bloccato con con quegli altri e allora se da qui, da 120 in poi (questi
sono valori di pressione media) facciamo aumentare la pressione vediamo che aumenta in modo
perfettamente in modo perfettamente poiseuillare, cioè lineare con l’aumento della pressione.
Lezione del 24 marzo 2004 - prof. Losano-
Il polso arterioso è una espansione dei vasi arteriosi data dal passaggio di un onda di pressione .
Se noi dovessimo registrare la forma di un’onda di polso vedremmo che ha la stessa forma di
quell’onda di P che ho già disegnato più volte.
Ripeto che il polso arterioso è dovuto al passaggio di un onda di pressione e non al passaggio del
sangue nel punto in cui noi lo percepiamo. Faccio un esempio immaginate di legare stretto il polso
in modo che il sangue non possa passare oltre il punto che abbiamo legato dell’arteria radiale , se
noi palpiamo a monte della legatura l’arteria radiale percepiamo il passaggio dell’onda di polso e
siamo certi che essendo il vaso legato non percepiamo li’ alcuna quantità di sangue. Tuttavia il
polso è pur sempre generato dalla gettata sistolica la quale gettata sistolica è pur sempre il passaggio
di sangue dal cuore nell’aorta e la messa in moto del sangue contenuto nell’aorta. Osserviamo allora
questa figura : dunque qui noi abbiamo una rappresentazione schematica del cuore in diastole che
contiene quel sangue che qui è indicato con la punteggiatura . dal ventricolo si diparte l’aorta la
quale può essere considerata divisa in tanti compartimenti A,B,C,D. nel compartimento A c’è una
certa quantità di sangue qui segnalato con tratteggio obliquo , come anche nel comparto B c’è una
certa quantità di sangue , così anche nel comparto C e D. Ad un certo punto il ventricolo si contrae
parte del sangue che contiene viene spinto nel tratto A dell’aorta da cui sposta al tratto B il sangue
prima contenuto nel tratto A ; il sangue che entra nel tratto B sposta quello che qui era contenuto nel
punto C e così via. Questo progredire del sangue lungo l’aorta può essere confrontato con il
progredire del sangue dell’onda di pressione percepibile come polso . in questa rappresentazione si
ha il progredire dell’onda come un ingrossamento dell’aorta ,l’aorta è sotto l’effetto
dell’avanzamento della pressione e si espande : ho detto prima che il polso è una espansione della
parete arteriosa per il passaggio dell’onda di pressione.
Noi vediamo allora che il sangue è passato da ventricolo ad A e ha spostato il sangue contenuto nei
successivi comparti ; il sangue però espulso dal ventricolo sinistro è ancora in A quando l’onda di
pressione è già arrivata a questo punto . noi comprendiamo quindi non solo che onda di pressione o
polso sono una cosa diversa dalla progressione del sangue ma comprendiamo anche come la
velocità di propagazione dell’onda pulsatoria sia ben maggiore della velocità di propagazione del
sangue . visto che la gettata sistolica è fissa ed essa è spostamento di sangue noi non possiamo dire
quando percepiamo il polso in una arteria che non sia occlusa a valle come nell’esempio fatto in
precedenza ma che lasci fluire il sangue che in quel momento in cui percepiamo non scorre sangue
dobbiamo dire però che non è il sangue di quella gettata sistolica . Il sangue della gettata sistolica
che ha generato quell’onda di polso è ancora all’origine dell’aorta mentre l’onda di pressione si è
già propagata distante.
Per portare la cosa in termini numerici vi dirò che mentre l’onda di pressione viaggia a una velocità
circa di 7 metri al secondo , mentre il sangue nell’aorta facendo una media della velocità in cui
passa in sistole e il periodo in cui è fermo in diastole procede a una velocità di mezzo metro al
secondo. 7 metri al secondo la velocità di propagazione del polso ; mezzo metro al secondo la
velocità di flusso del sangue.
Dunque se noi conosciamo la velocità di propagazione dell’onda di polso o onda di pressione e
conosciamo la durata di quest’onda possiamo anche ricavare la lunghezza d’onda.
Dunque la lunghezza d’onda è data dal rapporto tra la velocità di propagazione dell’onda per la
durata o tempo dell’onda. Ma attenzione siccome l’onda che determina la pulsazione è quella
corrispondente soltanto alla fase di eiezione noi non prendiamo la durata dell’intero ciclo cardiaco
ma soltanto la durata della fase di eiezione . se questa è la curva di pressione io non posso prendere
tutta la durata del ciclo cardiaco ma posso prendere soltanto questa la parte dell’onda di pressione in
cui c’è eiezione perché è questo che determina il polso. In genere la durata dell’eiezione in un cuore
che pulsa a 70-75 battiti al minuto è di 0.2 millisecondi.
Allora osserviamo io ho la lunghezza d’onda data dal prodotto della velocità 7 metri al secondo
moltiplicato per 0.2secondi . la lunghezza è di 1.4 metri quindi la lunghezza dell’onda di polso è
pari ad un metro e 40.
Allora vediamo la curva di pressione che ho disegnato ha sull’asse delle ascisse un tempo e cioè un
fenomeno pressorio che varia nel tempo ; quando noi misuriamo la lunghezza d’onda della curva di
polso , misuriamo una distanza e non un tempo. Non dovete immaginare che un onda di maggiore
lunghezza sia l’onda che dura di più ma è l’onda che occupa più spazio lungo un vaso arterioso .
Per questo motivo noi abbiamo la possibilità della riflessione delle onde .
vi ho già parlato di questo : la possibilità della riflessione delle onde esiste per il fatto che esistono
le resistenze e per di più questa riflessione avviene sommando la componente retrograda riflessa di
un onda con la componente anterograda della stessa onda e questo a causa della lunghezza
dell’onda superiore alla lunghezza di qualsiasi arteria noi abbiamo nell’organismo .
credo che voi abbiate già studiato qualcosa del genere a proposito del fatto che la contrazione in un
muscolo scheletrico per un certo istante occupa tutto il muscolo scheletrico , anche nel muscolo
l’onda contrattile ha una velocità di propagazione ma essendo la lunghezza dell’onda superiore a
quella del muscolo c’è un certo tempo in cui tutto il muscolo risulta contratto.
Allora vediamo nei dettagli questa riflessione e quali sono le conseguenze della riflessione
dell’onda.
Una conseguenza la conoscete già : quando aumentano molto le resistenze che aumenta molto la
pressione diastolica abbiamo nei siti di resistenza una riflessione dell’onda che si somma alla
componente anterograda e da un picco di pressione ritardato rispetto al picco della velocità
dell’eiezione ventricolare .
Vi ripropongo una figura che ho già illustrato : dunque qui abbiamo il ventricolo ,l’aorta e le
resistenze . ad un certo punto l’aorta si è ingrandita in quanto è stata invasa da un onda di pressione
dovuta all’eiezione ventricolare ,allora l’onda viaggia in avanti e arriva alle resistenze e si riflette
prima ancora che l’onda abbia cessato di passare nell’arteria , si riflette prima nel punto 1 , poi 2 ,
poi 3 , poi nel punto 4 mentre la parte terminale dell’onda o coda dell’onda non ha ancora lasciato il
punto 4.
L’onda va in avanti e poi mentre procede ancora in avanti con la sua lunghezza già viene riflessa e
si somma alla componente anterograda . Se misuriamo la pressione in un punto in prossimità della
resistenze troviamo sempre una morfologia di questo tipo : una oscillazione pressoria abbastanza
ampia con il valore sistolico maggiore di quanto non sia in prossimità dell’aorta ma l’oscillazione
sembra di breve durata per il fatto che essendo il punto di registrazione di questa curva vicino al
punto in cui sono le resistenze e al punto in cui c’è la riflessione la riflessione si iscrive sull’onda
anterograda quando questa sta ancora salendo semplicemente innalzandone il picco .
Nel punto 4 dove io faccio la registrazione arriverà in ritardo dopo che è cessata l’aumento
dell’onda e quando sta per arrivare alla coda : arriva più tardi rispetto alla salita perché il percorso è
maggiore ed allora la morfologia sarà questa .
Per soddisfare una vostra curiosità vi dirò che quando le resistenze sono molto aumentate si ha una
sorta di depressione nella discesa della curva di flusso dovuta al fatto che mentre sulla curva di
pressione si iscrive un’onda riflessa positiva sulla curva di flusso si iscrive un’onda di flusso
negativa perché il flusso quando va avanti e positivo quando torna indietro è negativo mentre la
pressione è sempre pressione che si somma qualsiasi direzione essa vada. Comunque se non lo
capite non fatevene un grosso problema perché non è essenziale .
ecco qui invece è la conseguenza del punto di iscrizione della componente riflessa dell’onda sempre
più precoce mano a mano che andiamo verso i punti di riflessione e sempre più tardiva mano a
mano che andiamo verso l’aorta .
Ma in prossimità dell’aorta buona parte dell’energia di pressione riflessa è già stata dissipata quindi
l’aumento a questo punto sarà minore.
Osserviamo qui abbiamo la gettata nell’aorta ascendente , qui nell’aorta toracica è già un po’
minore perché parte del sangue è già fluito nelle collaterali – succlavia , anonima , intercostali –
ancora di più si ha minore flusso di sangue – oscillazione di flusso è ridotta in ampiezza - nell’aorta
addominale e poi nell’arteria femorale . invece noi osserviamo che quando consideriamo l’onda di
pressione o di polso questa presenta questa variazione di morfologia : diventa nella parte più alta di
minor durata e più accentuata nel valore sistolico proprio perché la sommazione componente
retrograda – anterograda arriva precocemente vicino al punto di riflessione e poi via via più in
ritardo fino a questo punto dove abbiamo avuto anche un assorbimento di energia dalle pareti
aortiche e quindi l’iscrizione non solo è tardiva ma c’è una minore quantità di energia riflessa che si
può sommare.
Allora qualcuno potrebbe dire che la pressione periferica anche in soggetto sdraiato è maggiori nelle
arterie più distali di quanto non lo sia nelle arterie più prossimali : nel ramo safeno della femorale
noi abbiamo una pressione maggiore che nell’aorta. In realtà se noi calcoliamo la pressione media –
come valore medio di tutti i valori di pressione durante un ciclo cardiaco – noi vediamo che la
pressione media a livello della femorale è minore rispetto a quanto lo sia in prossimità dell’aorta .
E’ quindi una impressione perché vediamo aumentare la pressione sistolica.
Quella differenza delle oscillazioni pressorie mano a mano che andiamo alla periferia è dovuta alla
riflessione dell’onda di polso dai siti dove sono presenti le differenze.
La velocità di propagazione dell’onda del polso che ha detto prima essere di 7 metri al secondo è
secondo voi una velocità elevata o modesta? E’ modesta . Infatti se le arterie fossero sostituite da
tubi di acciaio la velocità sarebbe maggiore e corrisponderebbe alla velocità di propagazione del
suono nell’acqua cioè circa 1000 metri al secondo. Poiché i vasi arteriosi sono elastici si ha un
notevole rallentamento della velocità dell’onda del polso rispetto a 1000 metri al secondo
supponendo i vasi come tubi rigidi.
Nell’anziano – con arterie più rigide - rispetto al soggetto giovane la velocità di propagazione
dell’onda di polso è maggiore è questo è dovuto al fatto che tanto più le arterie diventano rigide
tanto più aumenta il valore della velocità di propagazione dell’onda di polso.
Vediamo ora qualche dato informativo , non che sia da sottovalutare, sulla micro circolazione. Qui
io vi presento un disegno estremamente schematico e anche impreciso della micro circolazione ma è
fatto per rendere l’idea di che cosa è la microcircolazione.
Io finora vi ho parlato della microcircolazione come arteriole precapillari, capillari e venule dandovi
uno schema estremamente succinto . Noi vediamo che il sistema è estremamente più complesso :
noi qui abbiamo una arteriola che rappresenta l’ingresso nella microcircolazione e una venula che
ne rappresenta l’uscita . Molte volte non sempre l’arteriola e la venula sono collegate da una piccole
anastomosi artero-venosa .
All’arteriola dove abbiamo elevate resistenze fa seguito la metaarteriola a cui fa seguito il canale
preferenziale formato da una porzione prossimale e una porzione distale che confluisce nella
venula.
La parete della arteriola è rappresentata rispetto al tratto distale del canale preferenziale con un
tratto spesso presentante delle interruzioni lungo la metarteriola . Queste interruzioni diventano
maggiori lungo il tratto prossimale del canale preferenziale mentre lungo il tratto distale non ci sono
più questi ispessimenti.
L’ispessimento rappresenta la presenza di fibrocellule muscolari lisce che sono abbondanti
nell’arteriola, meno abbondanti nella metarteriola , meno abbondanti ancora nel tratto prossimale
del canale preferenziale e scarse se non assenti nel tratto distale dello stesso canale.
Qui abbiamo una rete capillare che dalla metarteriola e dal tratto prossimale del canale preferenziale
si apre per andare a terminare nel tratto distale che potrebbe essere il tratto venoso del canale
preferenziale .
Le frecce indicano tali passaggi.
Se pensiamo che la porticina da cui partono i capillari dalla metaarteriola e dal tratto prossimale del
canale preferenziale è circondata dallo sfintere precapillare. Buona parte di questi sfinteri
precapillari sono chiusi in condizioni di controllo basale solo 1 / 4 sono aperti e 3 / 4 sono chiusi ,
solo in determinate circostanze quando in genere aumenta il metabolismo del tessuto si rilascia un
numero sempre maggiore di sfinteri precapillari e allora il sangue fluisce in tutti i capillari . Ad
esempio nel muscolo scheletrico quando questo entra in funzione abbiamo due fasi diverse di
vasodilatazione : una prima fase è la vasodilatazione arteriolare che fa aumentare il flusso al
muscolo ma lo dirige lungo il canale preferenziale questo flusso non partecipa al rifornimento di
ossigeno né di sostanze nutritizie al muscolo ; soltanto quando il metabolismo muscolare ha
prodotto alcuni metaboliti si ha il rilasciamento degli sfinteri precapillari e il passaggio di sangue
nei vasi di sangue o capillari il flusso diventa utile .
A che cosa serve che durante l’esercizio ci sia un aumento di flusso che non porta né ossigeno né
nutrienti?
Quando noi iniziamo un esercizio muscolare abbiamo un aumento della gettata cardiaca , che può
salire fino a 4 volte nel soggetto giovane non allenato che comporterebbe un aumento della
pressione di pari passo se non avessimo una brusca caduta delle resistenze. La vasodilatazione
limitata all’arteriola mi fa aumentare un flusso apparentemente inutile nell’economia muscolare ma
è una diminuzione delle resistenze periferiche che frena un eccessivo aumento della pressione.
Soltanto quando il muscolo avrà incominciato a produrre dei cataboliti si avrà il rilasciamento degli
sfinteri precapillari.
Questa tabella rappresenta la distribuzione della gettata cardiaca nei vari circoli distrettuali : in
condizioni basali e in condizione di massima vasodilatazione dell’organo considerato.
Osservate il flusso normalmente elevato che hanno i reni e il flusso assai modesto nei muscoli
scheletrici e l’aumento che questo ha una volta che i muscoli vanno in attività.
Per concludere questa lezione vorrei parlarvi del lavoro e del metabolismo cardiaco.
Vi avevo detto che il lavoro cardiaco è dato dalla pressione per il volume intendendo per volume la
gettata sistolica e per pressione la pressione sistolica media cioè la media della pressione durante
l’eiezione ventricolare.
Vi avevo detto anche come passare dalla formula del lavoro forza per spostamento alla formula
pressione per volume. E ‘ meglio ripeterla allora forza per spostamento = pressione per volume
perché la forza è uguale a una pressione moltiplicato un area – ricordando che la pressione è data da
forza diviso un area -. Lo spostamento ha le dimensioni di una lunghezza . Se io allora qui
sostituisco la forza per spostamento con la pressione per una area e per una lunghezza dove area per
lunghezza è uguale a un volume .
Il sangue esce dal ventricolo con una certa velocità di conseguenza il ventricolo non solo gli
imprime questa energia che possiamo considerare energia potenziale ma anche una energia cinetica.
Allora noi diciamo che il lavoro del ventricolo sinistro è dato dalla pressione per il volume che è
energia potenziale moltiplicato per una componente di energia cinetica . qui dobbiamo stare molto
attenti perché questa energia cinetica riguarda solo il passaggio del sangue dal ventricolo nell’aorta
durante l’eiezione ventricolare ; non riguarda l’energia cinetica del sangue che scorre nelle arterie in
quanto questa energia cinetica non è altro che la trasformazione in diastole dell’energia potenziale
che il cuore aveva impresso al sangue durante la sistole .
Ripeto allora l’energia cinetica espressa da questa formula riguarda solo il passaggio del sangue dal
ventricolo all’aorta , non può riguardare il flusso del sangue lungo i vasi e non può riguardare la
velocità e quindi l’energia del sangue che scorre in diastole lungo le arterie in quanto l’energia
cinetica del sangue quando dopo l’eiezione ventricolare in diastole scorre lungo le arterie non è
nient’altro che la trasformazione di quell’energia potenziale P per V che il cuore aveva impresso al
sangue durante la sistole .
Se noi calcolassimo un mezzo mv2 come energia cinetica del sangue che scorre lungo l’arteria
conteremmo due volte la pressione per il volume.
Dunque in condizioni basali l’energia cinetica rappresenta soltanto il 2% del lavoro totale del cuore.
Io allora qui vi faccio un istogramma dove 2% soltanto ho energia cinetica. Questo 2% può salire
durante l’esercizio quando il sangue è eiettato più rapidamente dal ventricolo . si è visto mi pare
nel cavallo che sotto sforzo la componente di energia cinetica del lavoro del ventricolo sinistro
aumentava fino al 25% .
Passiamo ora a considerare il lavoro del ventricolo destro . Il ventricolo destro pompa il sangue
contro una pressione che è 1 / 6 della pressione aortica di conseguenza il prodotto P per V del il
ventricolo destro
Sarà un sesto del prodotto P per V del ventricolo sinistro . allora il lavoro del ventricolo destro sarà
uguale a 1 / 6 P per V per 1 / 2 mv al quadrato ; dato che la velocità di eiezione e la massa di sangue
che viene espulso dai due ventricoli è esattamente la stessa per i due ventricoli l’energia cinetica
impressa dal ventricolo destro è esattamente uguale a quella del ventricolo sinistro.
Io vi faccio un istogramma P per V del ventricolo destro che sarà ridotto di 1 / 6 rispetto a quello
del ventricolo sinistro , ma l’energia cinetica è la stessa quindi avrò sempre la stessa altezza .
se l’energia cinetica è uguale per i ventricoli , messa in senso percentuale relativo al lavoro del
ventricolo destro l’energia cinetica del ventricolo destro risulta per il lavoro totale di tutto il
ventricolo non è più del 2% ma essendo diminuita a un sesto l’energia potenziale al 12%. Infatti
questa colonnina dell’istogramma rispetto al prodotto P per V una percentuale maggiore rispetto a
quanto non sia per il ventricolo sinistro.
Dunque se io faccio la somma del lavoro del ventricolo sinistro con il lavoro del ventricolo destro
ottengo che il lavoro totale del cuore è uguale a 100 grammetri per battito moltiplicato prima per un
minuto poi per un ora e poi per 24 ore ottenendo alla fine un valore che varia da 7 a 10 mila nelle 24
ore : ossia il lavoro che il core fa giornalmente.
Da dove prende energia il cuore per compiere lavoro ? dall’ATP ovviamente , quindi dalla
fosfocreatina che dovranno essere risintetizzati rapidamente durante la diastole. La energia per la
risintesi di ATP durante la diastole deriva dagli acidi grassi come nel muscolo scheletrico. Quando
il muscolo scheletrico lavora in condizione di anaerobiosi – si fa un esercizio superiore all’apporto
di ossigeno da parte sia del sistema respiratorio che cardiovascolare- si ha uno spostamento verso la
glicolisi anaerobica con attivazione dell’enzima fosfofruttochinasi .
Questo non avviene nel cuore e ci dice che a differenza del muscolo scheletrico il cuore non può
andare in debito di ossigeno e che il riposo del cuore avviene tutto durante la diastole . il cuore
fisiologico in quanto non può contrarre debito di ossigeno non va neanche incontro a fatica.
Se noi sospendiamo l’erogazione di ossigeno al cuore questo si ferma dopo pochi battiti: è così che
in caso di infarto la parete resa ischemica non si contrae .
Se riperfondo dopo poco tempo- 10 minuti massimo- la parte ischemica del miocardio che non è
andata ancora incontro a necrosi si ha la ripresa del battito e quella parte di parete cardiaca che non
si contraeva riprende a contrarsi .
Questo in quanto il cuore ricava pochissimo dalla glicolisi anaerobica perché non può incrementare
la glicolisi anaerobica .
Una delle caratteristiche del circolo polmonare è la bassa pressione di questo circolo dovuto alle
basse resistenze precapillari. Noi osserviamo anche un’altra caratteristica del circolo polmonare :
mentre il circolo generale è pulsatile fino alla fine dei vasi di resistenza il circolo polmonare vede le
sue pulsazioni propagate lungo tutto l’albero circolatorio fino nei vasi di capacità .
questo è dovuto alle basse resistenze a causa delle quali la pressione è pulsatoria nei capillari
polmonari mentre è continua nei capillari sistemici a causa delle alte resistenze .
Vediamo ora il meccanismo di smorzamento delle oscillazioni di pressione attraverso il passaggio
dall’aorta fino ai capillari .
A questo punto devo ricorrere alle vecchie pompe dei vigili del fuoco che prendevano l’acqua da un
bacino e con una pompa a mano due vigili del fuoco aspiravano l’acqua dal bacino e la pompavano
non nella lancia ma in un compartimento detto camera d’aria .
In questo compartimento l’acqua occupava soltanto la parte in basso della camera mentre in alto vi
era aria .
Ad ogni mandata della pompa il livello dell’acqua aumentava e comprimeva l’aria che acquistava
una certa energia di pressione impostagli dall’innalzamento del livello dell’acqua.
L’aria così compressa restituiva non appena finita la mandata all’acqua l’energia immagazzinata e
impediva che l’acqua cadesse alla pressione che aveva precedentemente. Quindi nella camera d’aria
l’aria presente comprimendosi impediva l’aumento di flusso e di pressione durante la mandata ,
durante una mandata e la successiva impediva una caduta : di conseguenza se prima della camera
d’aria la pressione e anche il flusso dell’acqua oscillavano in un modo all’uscita erano notevolmente
smorzate.
Le oscillazioni di pressione e di flusso sono attenuate dalla camera d’aria , però i vigili del fuoco
non avevano bisogno che l’acqua uscisse dalla lancia a oscillazioni smorzate ma avevano bisogno di
un flusso continuo a questo provvedeva una resistenza R posta all’estremità della lancia .
Quindi la trasformazione di una pressione pulsatile in una pressione continua o se volete di un
flusso pulsatile in uno continuo è l’effetto combinato di un effetto mantice più una resistenza .
Le arterie esplicano l’effetto mantice , le resistenze completano i risultati di questo effetto.
Nel circolo polmonare c’è l’effetto mantice ed è molto minore l’effetto di resistenza di conseguenza
la pulsatilità della pressione si estende anche ai capillari e oltre essi ; cosa che ci dice che anche le
resistenze post-capillari sono più basse che nel circolo generale. Il fatto che queste oscillazione di
pressione si estendano anche oltre i vasi di resistenza post-capillare ha evidenziato che esiste una
bassa resistenza tra i piccoli rami delle arterie polmonari e l’atrio di sinistra per cui ha indotto a
pensare a una certa tecnica di misurazione della pressione nell’atrio di sinistra.
Molte volte è importante conoscere la pressione nell’atrio di sinistra ad esempio di fronte a picco
valvolare della mitrale o di una insufficienza del ventricolo sinistro.
Allora questa pressione se non ci fosse il sistema che sto per descrivervi dovremmo aprire il torace
di una persona cosa poco gradita.
La pressione nell’atrio di sinistra si misura attraverso la determinazione della pressione di cuneo.
Il segno blu qui raffigurato nello schema rappresenta un catetere di materiale molto leggero con in
punta un palloncino di gomma . un tubicino molto sottile ma sufficiente per far passare l’aria
decorre attaccato alla parete del catetere fino a questo palloncino che ogni tanto si può gonfiare
essendo riempito di aria . il catetere viene spinto in una vena del braccio – piega del gomito-
siccome molto leggero è un po’ trascinato dalla corrente del sangue , arriva nell’atrio di destra , poi
è spinto nel ventricolo destro , poi in una delle arterie polmonari fino a che non si incunea in un
ramo più piccolo .
A questo punto si gonfia il palloncino in modo da isolare la pressione che il ventricolo destro genera
nelle arterie polmonari e nei loro rami e fare in modo che l’apertura del catetere riceva soltanto la
pressione che c’è oltre il punto in cui si è incuneato .
L’orifizio del catetere è in continuità con l’atrio di sinistra attraverso vasi a bassa resistenza perché
tra punta del catetere e atrio di sinistra non c’è nessuna sezione a resistenza elevata ed allora a
questo punto la punta del catetere riceve delle pulsazioni ma sono quelle generate nell’atrio sinistro.
In questo modo con il catetere si può registrare la pressione di cuneo vale a dire la pressione
nell’atrio sinistro con una misura molto scarsamente invasiva.
Torniamo a questa figura , guardate questa è una domanda che di solito faccio all’esame perché
comporta tutto un determinato ragionamento.
Io alle volte vi chiedo se le resistenze postcapillari del circolo polmonare sono uguali o minori di
quelle del circolo generale.
Se uno ricorda bene la tecnica della pressione di cuneo dice minori.
Ma si può arrivare alla stessa risposta anche con il seguente ragionamento che ha può avare anche
delle indicazioni cliniche e patologiche. Dunque stabilito che le resistenze precapillari sono più
basse di quelle del circolo generale è che questa è la causa di un circolo a bassa pressione se le
resistenze post capillari non fossero più basse del circolo generale in questi capillari avremmo il
sangue entra facilmente dalle resistenze precapillari ed esce con difficoltà dalle resistenze
postcapillari. La pressione nei capillari aumenterebbe ma nel circolo polmonare la pressione nei
capillari deve essere sempre più bassa della pressione colloidosmotica delle proteine del sangue
altrimenti si avrebbe edema polmonare. Questo non avviene perché la pressione dei capillari negli
alveoli polmonari è molto bassa e per essere molto bassa devono essere molto basse le resistenze a
valle di questo distretto che sono le resistenze postcapillari.
Ci sono dei soggetti in cui magari non solo aumentate le resistenze postcapillari ma nell’atrio c’è
una pressione elevata di sangue che si ripercuote a ritroso nelle vene polmonari, nelle piccole vene
polmonari e nei capillari facendone aumentare la pressione al di sopra della pressione
colloidosmotica delle proteine del sangue e favorendo la fuoriuscita di liquido dai capillari
polmonari allagando gli alveoli . questo è il quadro di edema polmonare.
Ora lascio a voi indovinare se tutto questo avviene per aumento della pressione nell’atrio sinistro a
cosa può essere dovuto un edema polmonare?
Ragionando in termini emodinamici e lasciando perdere i vizi valvolari l’edema può essere dovuto a
insufficienza cardiaca del ventricolo sinistro . Quando il ventricolo sinistro si contrae meno
efficacemente la pressione diminuisce nelle arterie e aumenta nelle vene e anche nell’atrio.
Vi annuncio subito il trattamento da fare : l’urgenza è quella di scaricare la quantità di liquido
circolante e quindi diuretici che diminuiscono la pressione nel circolo venoso ; morfina che fa
riprendere subito dall’edema polmonare ma nello stesso tempo anche cardiocinetici che ripristino la
contrattilità iniziale .
Fisiologia, 25 marzo
[…] Quando abbiamo parlato della frequenza cardiaca e della conduzione dell’impulso, vi ho
parlato di effetti simpatici che […] sulla velocità di conduzione, vi ho parlato di effetti
parasimpatici vagali che invece rallentano la frequenza e la velocità di conduzione. Poi ho avuto
modo di richiamare […] parlando della contrattilità cardiaca, ed infine mi sono soffermato più volte
sui riflessi paracettori. Parlando poi del controllo della pressione ho anche discusso, seppur
brevemente, dei riflessi chemorecettori. Vediamo una sintesi del ruolo del sistema nervoso
sull’apparato cardiovascolare: il sistema nervoso, diretto ai vasi, può essere (sempre di natura
vegetativa) di natura simpatica, parasimpatica ed infine (anche se qualcuno ora potrà mettere in
dubbio) di natura simpatica vasodilatatrice.
Procediamo con ordine: Il simpatico innerva il cuore ed i vasi; sul cuore torneremo più tardi, adesso
vi parlerò sommariamente dell’innervazione vasale. Il simpatico innerva […resistenza…?] capillari,
e anche vasi di capacità, cioè le vene, ed esercita un azione vasocostrittrice. L’azione sui vasi di
resistenza consiste in un’azione di aumento delle resistenze.
Il parasimpatico che innerva l’apparato cardiovascolare ha fibre corte e lunghe nel vago che sono
dirette esclusivamente al cuore, ha fibre corte e lunghe nei nervi faciale e glosso-faringeo, le quali
sono fibre dilatatrici dei vasi delle ghiandole salivari; infine abbiamo il parasimpatico sacrale, che
contiene fibre vasodilatatrici dirette ai corpi cavernosi dei genitali. Il simpatico vasodilatatore, di
cui qualcuno ora dubita addirittura dell’esistenza, consiste in fibre che decorrono lungo le altre fibre
simpatiche, ma con neurotrasmettitore periferico […] anziché avere […] acetilcolina. Vi è una
limitazione nell’innervazione del simpatico vasodilatatore: esso è diretto soltanto alle arteriole
precapillari dei vasi contenuti nei muscoli scheletrici. L’innervazione del simpatico vasodilatatore
[…] è limitata ai muscoli scheletrici. Dunque, voi sapete che cosa distingue, oltre agli effetti, il
simpatico dal parasimpatico: il simpatico ha brevi neuroni pregangliali e lunghi neuroni
postgangliali; il parasimpatico al contrario ha lunghe fibre pregangliali e brevissime fibre
postgangliali. Voi sapete che esiste il cosiddetto “fascio neuromuscolare del collo [?]”, cioè quel
fascio che contiene la carotide comune, la giugulare interna e il vago; bene, le fibre che troviamo
nel vago sono tutte fibre pregangliali che arrivano fino in prossimità del cuore, dove prendono
contatto sinaptico con i brevissimi neuroni postgangliali che sono situati a ridosso del cuore. Per il
simpatico invece noi vediamo che le fibre pregangliali terminano dopo un breve percorso al di fuori
del midollo spinale nei gangli laterali del midollo spinale (nei gangli simpatici del midollo spinale).
Oltre a questa distinzione fra simpatico e parasimpatico nella lunghezza del neurone pre- e post-
gangliale, vi sono delle differenze nel neurotrasmettitore che producono le fibre post-. Le fibre
pregangliali, quelle che attivano le fibre postgangliali, producono, sia nel simpatico che nel
parasimpatico, acetilcolina; al livello della sinapsi gangliale non esiste alcuna differenza nel
mediatore chimico del simpatico e del parasimpatico. Per quello che invece riguarda la produzione
di un mediatore chimico nelle fibre postgangliali, agente cioè sugli effettori, il simpatico libera
noradrenalina, e il parasimpatico acetilcolina. Alla norma generale di produzione di noradrenalina
da parte delle fibre del simpatico sfugge il simpatico vasodilatatore, il quale libera acetilcolina.
Inutile che vi ricordi che le fibre pregangliali del simpatico nascono dal midollo spinale, e
precisamente […] nelle cosiddette corna laterali del midollo spinale, o nucleo intermedio laterale,
nel tratto di midollo che va dal primo segmento toracico al secondo segmento lombare: T1-L2 è
dove abbiamo l’origine delle fibre pregangliali simpatiche. Corna laterali o nucleo intermedio
laterale non sono altro che l’espansione laterale della sostanza grigia del midollo.
Ora che abbiamo visto sommariamente questo ruolo del simpatico e del parasimpatico, vediamo un
po’ più da vicino l’azione delle due innervazioni sul cuore. Adesso per un po’ considererò soltanto
il cuore.
In questo schema noi vediamo come il simpatico possegga un’azione cronotropa positiva,
dromotropa positiva, inotropa positiva, batmotropa positiva, determini riduzione del periodo
refrattario ed abbia scarso effetto diretto sul circolo coronarico. L’azione cronotropa positiva è
quella azione per cui l’attivazione del simpatico fa aumentare la frequenza cardiaca: l’aumento della
frequenza cardiaca avviene in quanto il simpatico, nel nodo del seno, rende più veloce lo sviluppo
del prepotenziale, o depolarizzazione, diastolico. se infatti questo lo abbiamo già visto studiando la
fisiologia del nodo del seno, se normalmente noi abbiamo un potenziale di azione che, a partire da -
60 raggiunge i -45 mV in questo tempo, quando abbiamo l’azione del simpatico questa salita si fa
più ripida, e più rapidamente si raggiunge il valore critico per la genesi del potenziale d’azione: il
prepotenziale diventa più ripido, si sviluppa più velocemente, raggiunge in anticipo il valore soglia
per la genesi del potenziale d’azione. [spero vi siate fatti il disegno]
L’azione dromotropa positiva accelera la conduzione atrioventricolare: ora che voi avete già
qualche senso dell’elettrocardiografia potete capire che questo effetto può essere evidenziato
sull’elettrocardiogramma attraverso una riduzione di quel famoso intervallo di [Q o PR?] su cui mi
sono già soffermato in passato. L’azione sulla velocità di conduzione si vede soprattutto a carico del
nodo atrioventricolare, mentre è piuttosto scarsa all’interno dei ventricoli, sia nel miocardio
ventricolare (dove ovviamente è quasi nulla), sia nel sistema di conduzione al di sotto del fascio di
His.
L’azione Inotropa positiva (ormai ne abbiamo già parlato) è l’azione che il simpatico esercita sulla
contrattilità. Notate bene: l’azione inotropa positiva comprende anche una azione lusitropa positiva,
la quale significa aumento della velocità di rilasciamento del cuore: se rappresento una curva di
pressione endoventricolare questo concetto può essere chiaro. Disegno (esagerando un po’ le
proporzioni) una curva di pressione endoventricolare. Se è aumentato l’inotropismo, vi ho già detto
e avete anche una figura che vi ho dato, che aumenta la velocità di ascesa della pressione[?].
vediamo che se stimoliamo il simpatico un altro battito avrà una salita più rapida della pressione,
ma oltre ad una più rapida salita la pressione presenta una più rapida discesa per il fatto che il
rilasciamento è più rapido: delle basi ioniche di questo meccanismo parlerò più avanti, adesso
descriverò solo le principali caratteristiche dell’azione del simpatico e del [?] sul cuore. L’azione
inotropa positiva del simpatico si esplica sia sugli atri che sui ventricoli; allo stesso modo sull’atrio
e sul ventricolo si esplica l’azione batmotropa positiva. In cosa consiste? Consiste nella riduzione
della soglia dell’eccitabilità: il simpatico aumenta dunque l’eccitabilità cardiaca, cioè fa sì che uno
stimolo applicato dall’esterno non abbisogni di una forza di intensità troppo elevata per essere
attivo. [….] noi dobbiamo stabilire quale è la soglia di eccitabilità di [pacemaker?] e vediamo che
questa soglia può diminuire per stimolo del simpatico. Noi vediamo che l’intensità di stallo del
pacemaker potrebbe essere più bassa del normale se in quel momento il flusso […].
Durata del periodo refrattario: vedete che mentre le varie azioni (dromotropa, etc.) esercitate dal
simpatico, sono opposte a quelle esercitate da noi, vediamo che per il periodo refrattario infatti si
parla di riduzione della durata. Vediamo per adesso come avviene la riduzione del periodo
refrattario: dunque, noi sappiamo che il periodo refrattario dura per la maggior parte del potenziale
d’azione, dal momento in cui il potenziale d’azione miocardico inizia a svilupparsi, fino ad uno
stato di ripolarizzazione. La lunga durata del periodo refrattario del cuore è mantenuta dalla lunga
durata del potenziale d’azione […]. Il simpatico riduce il periodo refrattario in quanto riduce la
durata del potenziale d’azione, riducendo il tempo di depolarizzazione, facendo sì che la fase 0 sia
più rapida.
Scarso effetto diretto sul circolo coronarico: […parla del fatto che il simpatico sembri avere un
effetto diverso sul circolo coronarico rispetto agli altri distretti… ] in realtà l’azione diretta del
simpatico e del parasimpatico sui vasi coronarici è uguale a quella che viene esercitata su tutti gli
altri vasi, con la differenza che è molto meno spiccata; questo effetto diretto, seppur modesto, è
vasocostrittore, eppure sin da quando ero studente si diceva che il simpatico avesse sul cuore
un’azione vasodilatatrice. Da cosa proviene questa azione dilatatrice? Proviene indirettamente dalle
variazioni di frequenza di contrattilità che il simpatico induce sul cuore. Il simpatico può pure avere
un’azione vasocostrittrice diretta sul circolo coronarico, ma, poiché aumenta la frequenza cardiaca e
la contrattibilità cardiaca, ne fa aumentare il metabolismo, e poiché il metabolismo cardiaco è
quello che regola le resistenze nel circolo coronarico, noi vediamo che quando aumenta la
stimolazione simpatica, che attraverso un aumento della frequenza e della contrattilità fa aumentare
il metabolismo cardiaco, noi abbiamo come risposta finale non una vasocostrizione ma una
vasodilatazione; vasodilatazione dovuta non all’azione diretta del simpatico sui vasi, ma all’azione
indiretta che il simpatico esercita sul metabolismo miocardico.
Ed ora passiamo all’azione del Vago: l’azione del vago è un’azione cronotropa negativa, riduce la
frequenza cardiaca; ecco come la frequenza cardiaca viene ridotta: il Vago, in breve, determina
iperpolarizzazione del nodo del seno: stimolando qui il vago il potenziale di riposo si abbassa ed
impiega più tempo a raggiungere il valore soglia, durante lo sviluppo del prepotenziale. Osserviamo
che possiamo anche avere una iperpolarizzazione tale da impedire per un certo tempo lo sviluppo
del potenziale d’azione: qui la situazione è più marcata ed abbiamo un vero e proprio arresto del
cuore (arresto del nodo del seno). A questo punto vorrei precisare che per una stimolazione di
questo tipo, io devo stimolare tutte le fibre parasimpatiche e con una certa frequenza, ma se stimolo
il vago che ho isolato devo, oltre alla frequenza, dare una intensità che raggiunga la soglia di tutte le
fibre.
Fuga dal Vago: quando stimoliamo il cuore iperpolarizzando il nodo del seno, provochiamo
l’arresto cardiaco; se prolunghiamo però la nostra stimolazione, dei pacemaker sempre latenti (nodo
atrioventricolare o fascio di His) possono fungere da Pacemaker, e poiché il vago ha effetto solo
sugli atri, tutti questi centri secondari non sono inibiti, e dopo un po’ che non hanno ricevuto
impulsi dal nodo del seno, possono, come nel caso dei blocchi atrioventricolari completi,
risvegliarsi e prendere il controllo del cuore a bassa frequenza: questa è la fuga dal vago, poiché noi
stiamo ancora stimolando ma il cuore ha ripreso a battere a bassa frequenza grazie a questi
automatismi.
Vediamo che il vago ha una funzione di rallentamento della conduzione atrio-ventricolare, che
risulta nell’ECG come un allungamento dell’ intervallo di […]. Siccome la distribuzione del vago è
praticamente limitata agli atri ed alla parte alta del sistema di conduzione noi non abbiamo alcuna
variazione della conduzione intraventricolare. Dunque, il vago innerva quasi esclusivamente gli atri,
l’azione di riduzione della contrattilità (inotropa negativa) che il vago esercita la vediamo appunto
soltanto negli atri. L’azione batmotropa negativa, in questo caso, l’innalzamento della soglia di
eccitabilità, la vediamo esclusivamente negli atri.
Riduzione del periodo refrattario: anche nel caso del vago la riduzione del periodo refrattario è
dovuta ad un accorciamento del potenziale d’azione; vi è però una differenza fra la riduzione della
durata del potenziale d’azione derivante dal vago e la riduzione dovuta al simpatico. In entrambi i
casi la durata del potenziale d’azione si riduce, ma mentre nel caso del simpatico abbiamo un
accorciamento della durata della fase 0, nel caso del vago abbiamo una accelerazione della fase 3 di
ripolarizzazione. L’accelerazione della ripolarizzazione per effetto del vago è dovuta ad un aumento
della permeabilità al potassio.
Per quello che riguarda il circolo coronarico, il vago ha effetto inverso rispetto al simpatico: svolge
sul circolo coronarico un effetto diretto di vasodilatazione, che è però molto modesto;
indirettamente invece, la stimolazione del vago, riducendo la frequenza cardiaca, riduce il
metabolismo e quindi la richiesta di ossigeno, induce una vasocostrizione generica. L’effetto di
vasocostrizione vagale prevale sull’effetto di vasodilatazione. (l’effetto di vasodilatazione del vago
non supera mai il 10%).
Il Vago di destra si distribuisce prevalentemente al nodo del seno, mentre il vago di sinistra si
distribuisce prevalentemente al nodo atrioventricolare. Questo significa che se noi stimoliamo il
vago di destra è più facile che abbiamo rallentamento della frequenza, se invece stimoliamo il vago
di sinistra aumenta il tempo di conduzione.
Per concludere possiamo dire che, in condizioni basali, il tono vagale sul cuore prevale nettamente
sul tono simpatico. Questa prevalenza è dovuta ai barorecettori, che hanno il massimo guadagno per
valori di pressione normali, ai quali sono stimolati in modo da mantenere sempre sotto controllo la
frequenza cardiaca. Questo ha due implicazioni: quando noi abbiamo un aumento della frequenza
cardiaca, è dovuta più all’inibizione vagale che all’attivazione del simpatico; secondo, dietro
l’angolo della mandibola vi è il seno carotideo, quella espansione del tratto iniziale della carotide
interna (subito dopo la biforcazione), in cui sono contenuti dei barorecettori: la forte stimolazione
dei barorecettori dei seni carotidei in seguito ad un pugno, può indurre una tale scarica da parte del
vago, in via riflessa, da riuscire a fermare il cuore per alcuni secondi.
Sbobinatura del 29/03/2004
Esercizio fisico/emozione:
attivazione simpatica, che determina una stimolazione cardiaca (aumento di
frequenza e contrattilità), una vasocostrizione selettiva (riguarda tutti i distretti
circolatori, tranne quello muscolare, coronarico e cerebrale), che portano ad una
aumento della per fusione dei muscoli nell’esercizio fisico
Shock:
caduta patologica della pressione. Qualcuno distingue tra collasso, una caduta
presso ria reversibile, e shock, una caduta presso ria irreversibile.
Quando la pressione cade, c’è minore stimolazione dei barorecettori, che
attivano meno il vago e inibiscono meno il simpatico. Abbiamo una stimolazione
cardiaca e vasocostrizione, ma poiché lo shock si accompagna anche ad una riduzione
delle gettate sistoliche, con minore stimolazione dei barorecettori: la risposta è enche
quella dell’attivazione del sistema renina- angiotensina- aldosterone (attivata da una
maggior attivazione simpatica e diminuzione della filtrazione a livello glomerulare),
con ritenzione di sali ed acqua. Nello shock il simpatico è molto stimolato, ma
difficilmente si ha un recupero valido della pressione, poiché l’attivazione simpatica
agisce sui vasi di resistenza pre e post capillare, ma sui vasi di resistenza precapillare
il simpatico è ostacolato dai cataboliti prodotti dal muscolo ipossico, mentre agisce in
modo indisturbato sui vasi di resistenza post capillare. Nel capillare arriva più
sangue, (vasodilatazione metabolica precapillare) di quanto non ne esca
(vasocostrizione nervosa post capillare). La pressione nel capillare aumenta, e con
essa le pressione di filtrazione netta lungo tutto il capillare, e il letto circolatorio
perde ulteriormente liquido. La scarica simpatica è inefficace sulle resistenze
precapillari ed è efficace sulle post capillari, creando uno squilibrio tra la quantità di
sangue in entrata e in uscita dal capillare. Questo porta ad un aumento della pressione
nel capillare, malgrado la pressione sistemica sia ridotta, e una maggiore
concentrazione, una ulteriore perdita di liquido e un ulteriore aggravamento della
caduta presso ria.
Confrontiamo l’azione dei recettori cardiaci di tipo β con quella della stimolazione vagale: abbiamo
un’anagramma(??) che potrebbe essere quella del nodo del seno come quella di una parte del
miocardio(è necessario tenere presente questa doppia possibilità). Abbiamo la stimolazione di
questi recettori (che qui sono indicati come β1, i tipici recettori cardiaci, come venivano chiamati
una volta, stimolati dalla noradrenalina) i quali attivano una proteina Gs, stimolatrice, che a sua
volta attiva la adenilato ciclasi della membrana. Recettore, proteina G, adenilato ciclasi si trovano
tutti quanti nella membrana. L’adenilato ciclasi trasforma l’ATP in cAMP. Il cAMP a questo punto
può avere 2 effetti : uno diretto sui canali del sodio e uno mediato da proteina chinasi che attiva
invece i canali del calcio. La proteina chinasi attiva anche la pompa per il calcio regolata da
fosfolambano che troviamo sul reticolo sarcoplasmatico. Nel meccanismo di accoppiamento
stiramento-contrazione, nel rilasciamento il calcio che si è unito ala troponina viene pompato nel
reticolo sarcoplasmatico da questa pompa regolata dal fosfolambano. Questo significa che il
rilasciamento non è un fenomeno passivo e che tutti gli effetti inotropi positivi sono anche lusitropi
positivi (cioè va ad aumentare lo sviluppo della pressione, ma va anche ad aumentare la velocità di
rilasciamento).
L’adenilato ciclasi direttamente attiva i canali per il sodio; in una fibra miocardica il simpatico
accelera la velocità di depolarizzazione riducendo il periodo refrattario e facendo diminuire la
durata del potenziale di azione(accelerando una delle fasi del potenziale di azione cioè la fase zero.
Questa fase può essere accelerata grazie all’apertura dei canali per il sodio). Attraverso la proteina
chinasi apre anche i canali per il calcio. Immaginiamo di essere a livello del nodo dl seno dove si
può osservare come l’apertura dei canali per il sodio e per il calcio determini lo sviluppo del pre-
potenziale.
Ecco quindi il meccanismo di azione del simpatico sulla frequenza cardiaca. A livello miocardico
l’apertura di canali per il calcio determina aumento della contrattilità, effetto inotropo positivo,
mentre la contemporanea attivazione della pompa per il calcio del reticolo sarcoplasmatico attiva il
rilasciamento: quindi assieme all’azione inotropa positiva abbiamo anche quella lusitropa positiva,
cioè l’accelerazione di tutto l’evento si contrappone al rilasciamento.
Immaginiamo che questa sia la membrana del nodo del seno o del miocardio atriale o anche del
nodo atrioventricolare( non certo del miocardio ventricolare). Sono presenti dei recettori per
l’acetilcolina detti muscarinici perché sono anche attivati dalla muscarina . Questi anziché attivare
attraverso una proteina Gi inibitrice, inibiscono l’adenilato ciclasi, quindi provocano esattamente gli
effetti opposti a quelli della attivazione della adenilato ciclasi che sono dovuti alla stimolazione
adrenergica..L’azione dell’acetilcolina, sempre attraverso recettori muscarinici, attiva anche una
proteina Gk che fa aprire i canali per il potassio. L’apertura dei canali per il potassio provoca
iperpolarizzazione e questa ha un notevole effetto sulla frequenza cardiaca; la riduzione della
frequenza cardiaca ottenuta con la stimolazione vagale è mediata dall’apertura dei canali per il
potassio. Anche la non attivazione dei canali per il sodio e dei canali per il calcio contribuisce a
ridurre la pendenza e rendere più piatta la fase di depolarizzazione o di pre-potenziale .
I recettori α sono recettori vascolari. La noradrenalina agisce sui recettori α vascolari; la loro
azione è bloccata dalla pentolamina. Il recettore α attraverso una proteina G specifica, che non è né
attivatrice né inibitrice dell’adenilato ciclasi, né attivatrice dei canali per il potassio, determina da
un lato apertura di canali per il calcio, dall’altro lato determina l’attivazione di una fosfolipasi C
ancora presente nella [Link] fosfolipasi C trasforma il fosfoinositolo difosfato PIP2 in
diacilglicerolo e inositoltrifosfato . L’inositoltrifosfato agisce sul rudimentale reticolo
sarcoplasmatico della fibrocellula muscolare liscia inducendolo a liberare il calcio. Nello stesso
tempo del calcio è entrato nella fibra in quanto la proteina G attiva questi canali del calcio che ,
giacchè attivati da una proteina immediatamente attivata a sua volta dal recettore α , sono chiamati
receptor operating channels, canali operati da recettore. Il recettore apre immediatamente questi
canali. All’ingresso di calcio si accompagnano l’ingresso di ioni positivi e la fuoriuscita di ioni
negativi; questo riduce l’ampiezza del potenziale di membrana a riposo e si può vedere che in
corrispondenza della terminazione simpatica abbiamo questa riduzione di ampiezza del potenziale
di membrana a riposo che diventa meno negativo. La sigla EJP indica excitatory junctional
potenzial, ( la riduzione di ampiezza del potenziale di membrana a riposo è detta) potenziale
giunzionale eccitatorio. Quando l’ampiezza del potenziale di membrana a riposo si riduce, vengono
attivati i canali per il calcio che sono voltage operating channels .
Esistono dunque receptor operating channels e voltage operating channels.
L’apertura dei voltage operating channels fa anche entrare del calcio all’interno dalla cellula. Il
calcio intracellulare aumenta in concentrazione perché entrato dai canali ed è stato liberato dal
reticolo sarcoplasmatico per azione dell’inositolotrifosfato.
A questo punto, una delle caratteristiche della fibrocellula muscolare liscia è di non possedere della
troponina. Gli ioni calcio si legano pertanto alla calmodulina per formare la calcio-calmodulina.
Questa agisce sulla myosine light chain chinase la quale determina una fosforilazione della miosina;
qui l’accoppiamento eccitamento-contrazione è leggermente diverso dal muscolo scheletrico. Ma
quando abbiamo la fosforilazione della miosina otteniamo lo scorrimento dei filamenti e di
conseguenza la contrazione. Ecco come la noradrenalina attraverso questa cascata di eventi, alcuni
dei quali sono anche paralleli, provoca alla fine la contrazione della fibrocellula muscolare liscia e
con questa la vasocostrizione.
Fin’ora si è parlato di fibre adrenergiche e di fibre colinergiche. Nel simpatico esistono anche delle
fibre NAC che significa non colinergiche e non adrenergiche; queste fibre (ogni tanto ne vengono
scoperte di nuove) liberano o ossido nitrico o dei neuropeptidi. NO ha azione vasodilatatrice, alcuni
neuropeptidi hanno azione vasodilatatrice, altri vasocostrittrice. Di particolare interesse è il
neuropeptide Y che ha un’azione vasocostrittrice. Se consideriamo un territorio, ad esempio il
mesenterico, dove il simpatico produce una chiara vasocostrizione, possiamo bloccare tutte le
terminazioni α, stimoliamo il simpatico e osserviamo che c’è ancora una residua vasocostrizione;
questa non può essere attribuita alla noradrenalina ma viene attribuita alla liberazione del
neuropeptide X (?). Nelle fibre del simpatico alcune sono anche liberatrici dell’ossido nitrico ( le
troviamo ad esempio a livello del circolo coronarico). NO che si libera da queste terminazioni
determina una certa vasodilatazione. Abbiamo ancora delle fibre che liberano ATP e possono avere
un’azione diversa.
Parlando del simpatico vasodilatatore ,che agisce prevalentemente sui vasi dei muscoli scheletrici,
sì è detto che attualmente l’esistenza di questa fibre viene messa in dubbio. Tuttavia questa
vasodilatazione di natura nervosa è realmente presente nei muscoli scheletrici. Da che cosa può
dunque derivare? Potrebbe derivare principalmente dalle resistenze di recettori β nelle fibrocellule
muscolari lisce nei vasi di resistenza. Non è escluso che ci siano anche delle fibre dirette ai muscoli
che liberino NO. Ma se noi neghiamo la presenza di fibre del simpatico vasodilatatore, dobbiamo
postulare l’esistenza di fibre simpatiche adrenergiche che abbiano la possibilità di agire su dei
recettori β1 ad azione vasodilatatrice per l’attivazione della pompa del calcio.
I muscoli scheletrici rappresentano il 40 % del peso corporeo; questo significa che variazioni delle
resistenze a questo livello possono agire sulle resistenze periferiche totali. Per cui il circolo
muscolare è importante nell’economia generale di tutto il sistema cardiovascolare. La singolarità
del flusso diretto ai muscoli scheletrici sta nella differenza che c’è tra il flusso del muscolo a riposo
e il flusso del muscolo in attività. Il muscolo a riposo ha un flusso di 1-3 ml/100gdi tessuto
muscolare al minuto, in condizioni di attività questo flusso sale a 60-70ml/100g/min con un
incremento che può essere del 2000%.
Precisiamo quindi, in un preparato sperimentale (???)…
Si vedeva che il flusso raddoppiava ,aumentava del 100% ovvero da 1-3 ml/100g/min si saliva a 2-
6 ml/100g/min; questo non era però l’aumento che avremmo immaginato. Poi si sono osservati altri
due fenomeni: l’aumento del flusso in un muscolo scheletrico che è in attività avviene in due
[Link]’inizio dell’attività fisica o addirittura nella fase preparatoria dell’attività fisica se questo
richiede un certo stato emozionale, come nell’atleta che sta per iniziare una gara. In questo caso li
flusso può arrivare a circa 20ml/100g/min., che però sono ancora ben lontani dai 70-80
ml/100g/min che si raggiungono all’apice dell’esercizio. Si ha una vasodilatazione immediata che,
essendo tale, si presuppone essere di natura nervosa. E’ da qui che si è postulato l’intervento di fibre
vasodilatatrici, che potrebbero essere fibre vasodilatatrici colonergiche o potrebbero essere fibre del
simpatico adrenergico che liberano tanta noradrenalina da agire sui recettori β. Su questi recettori
possono poi agire le catecolamine circolanti liberate dalla midollare surrenale. Ma questa
vasodilatazione immediata di natura nervosa o surrenalica è stato visto nella microcircolazione
provocare una vasodilatazione soltanto dell’arteriola precapillare ma non degli sfinteri precapillari.
Questo significa che in condizione di vasodilatazione iniziale nervosa il flusso in più prende la via
del tragitto preferenziale se non dell’anastomosi tra l’arteriola e la venula presenti nella
microcircolazione del muscolo scheletrico. Un flusso che aumenta attraverso l’anastomosi arteriolo-
venulare o attraverso il tragitto preferenziale e che non passa attraverso i capillari, perché non
avviene il rilasciamento degli sfinteri precapillari, dal punto di vista del metabolismo del muscolo è
perfettamente inutile. Tuttavia ha un forte significato emodinamico: nell’esercizio fisico la gettata
cardiaca aumenta e in un qualsiasi soggetto la gettata sistolica e la frequenza possono aumentare a
loro volta in modo da produrre un aumento di 4 volte della gettata cardiaca. Se la gettata cardiaca
aumentasse di 4 volte e le resistenze periferiche rimanessero invariate la pressione salirebbe di 4
volte. Quella vasodilatazione nervosa, inutile dal punto di vista dell’approvvigionamento di
ossigeno e di sostanze nutritive al muscolo è però utile dal punto di vista emodinamico in quanto,
essendo le resistenze muscolari di importanza rilevante in tutte le resistenze periferiche totali, la
vasodilatazione del territorio muscolare impedisce l’aumento della pressione. Certamente con il
perdurare dell’esercizio il muscolo ha bisogno di ossigeno. In condizioni normali solo ¼ dei
capillari sono aperti, ma il muscolo ha bisogno che si aprano gli altri ¾.
A questa vasodilatazione dello sfintere precapillare che arriva con un certo ritardo rispetto all’inizio
dell’esercizio sopravviene il metabolismo stesso del muscolo . L’ipotesi più accreditata è che la
causa fondamentale del rilasciamento dello sfintere precapillare sia la ??? alla fuoriuscita di
potassio ione dalla fibra muscolare.
La fibra consuma più ossigeno e libera potassio; il potassio va nell’interstizio dove, insieme alla
bassa pO2, insieme all’alta pCO2, all’aumentata temperatura, all’acidificazione del mezzo,
all’aumento dell’osmolarità del liquido interstiziale, contribuisce notevolmente alla vasodilatazione
dello sfintere precapillare. L’aumento dell’osmolarità è importante in quanto ,quando aumenta il
metabolismo del muscolo, un certo numero di particelle fisiologicamente(?)attive dà origine ad un
numero di particelle più piccole anch’esse fisiologicamente attive.
La vasodilatazione a livello dei muscoli scheletrici è in un primo tempo di origine nervosa e in un
secondo tempo di origine metabolica. Siamo partiti da un flusso di 1-3 ml/100g/min attraverso una
vasodilatazione nervosa che porta il flusso a 20-30ml /100g/min e siamo arrivati alla
vasodilatazione maiolica che porta il flusso a 70-80 ml/100g/min.
Questi valori valgono per i muscoli a fibre pallide; per i muscoli a fibre rosse, muscoli posturali la
situazione è un po’ diversa: il flusso minimo, di base, per il muscolo a fibre rosse è già molto più
elevato di quello del muscolo a fibre pallide. Si aggira attorno ai 20-30 ml/100g/min; nel max della
contrazione del muscolo a fibre rosse il flusso può salire fino a 150 ml/100g/min.
I muscoli a fibre rosse sono i muscoli posturali; questi non sono attivi solo quando uno sta in
posizione eretta, ma molti sono attivi anche quando si sta seduti. Questi muscoli vanni incontro a
contrazioni subtetaniche a rotazione tra le varie unità motorie. Un’unità motoria è l’insieme delle
fibre innervate dallo stesso motoneurone α. Il numero di queste fibre è in relazione al tipo di
movimento ceh fa il muscolo: se i movimenti sono molto fini possiamo avere delle unità motorie di
2 o 3 fibre muscolari, ma nei muscoli a fibre rosse posturali l’unità motoria può essere di 150-300
fibre. Queste fibre sembra che mantengano un tetano, ma in realtà ciò non avviene: esse vanno a
rotazione incontro a dei tetani incompleti .Immaginiamo di avere un muscolo a fibre rosse che ha un
certo tono muscolare; questo è dovuto al fatto che le varie unità motorie sono sede di risposte di
questo tipo (tetani incompleti)ma sfasate di una unità motoria sull’altra. Se noi mettiamo tante unita
motorie che si alternano in questi tetani incompleti alla fine otteniamo una risposta che nella sua
globalità è liscia e continua. Questa rappresenta appunto il tono del muscolo. Abbiamo muscoli che
mantengono il loro stato di tono per lungo tempo, muscoli che non possono andare incontro a fatica.
Questi non si contraggono mai al massimo delle loro potenzialità, ma si contraggono ad un livello
inferiore . In questo modo per il risultato finale abbiamo una richiesta di ossigeno minore di quella
che potrebbe essere se la contrazione fosse massimale. Ma questa richiesta di ossigeno è già
garantita in condizioni di riposo da un flusso che è di 20-30 ml/100g/min che assicura già nel
muscolo a riposo una riserva di ossigeno. Se poi il muscolo arriva alla max attività, e questo per il
muscolo posturale non succede quasi mai, noi vediamo che il flusso può salire a 100-150
ml/100g/min. Questo enorme flusso è in accordo con l’ esigenza del muscolo posturale di non
andare incontro a fatica. La mancanza di fatica di questi muscoli è assicurata dal loro modo di
comprarsi e anche dai valori più alti del livello max e min di flusso ematico.
Lezione del 31 marzo
[Link]. Losano
…. il flusso nei vasi è di 3 ml/100 grammi al minuto sale a 20 ,30 nella prima fase di regolazione
nervosa, successivamente a 60,70 , 80 nella regolazione metabolica, ciò accade nei muscoli a
fibre pallide.
Nei muscoli a fibre rosse invece, cioè nei muscoli posturali, che sono quasi sempre in attività e
che in genere non vanno mai incontro a delle contrazioni massimali, abbiamo un flusso nei vasi
di 20, 30 ml/ 100 grammi al minuto e quello completamente vasodilatato fino a 150 ml per 100
grammi al minuto.
Questi valori nei muscoli a fibre rosse sono da considerarsi in relazione al fatto che questi
muscoli non vanno incontro a fatica, per il semplice fatto che non possono andare incontro a
fatica essendo la contrazione di tipo posturale una contrazione che deve essere presente per lo
meno durante il periodo di veglia.
.
Detto questo passiamo al circolo cerebrale.
Il circolo cerebrale è uno dei due circoli che l’organizzazione generale del controllo
cardiovascolare tiene a mantenere a flusso costante malgrado variazioni di pressione. Ho già
detto, fin dall’inizio, che quella che può essere definita la filosofia della regolazione
dell’apparato cardiovascolare è quella di mantenere costante, o casomai legato alle esigenze del
momento, il flusso nella perfusione del miocardio e la perfusione del sistema nervoso centrale,
soprattutto del cervello.
Le varie risposte di allarme o di difesa, soprattutto di fronte a cadute serie della pressione,
tendono a non lasciare cadere il flusso in questi distretti. Dunque il flusso ematico cerebrale si
aggira intorno a 45-55 ml per 100 grammi di tessuto cerebrale al minuto. Se la pressione media
da un valore di 100 ml di mercurio passa a un valore di 200 ml di mercurio, noi ci accorgiamo
che questo flusso rimane pressoché invariato. Anche se la pressione scende fino a 50 ml di
mercurio il flusso tende a rimanere invariato.
Cosa c’è alla base di questo importante controllo? C’è una risposta miogena e una risposta ai gas
respiratori.
Anche molto importante è il fattore metabolico. Mentre sotto esame, diciamo, è il fattore
nervoso.
Vediamo cos’è il fattore metabolico che vede coinvolti i gas respiratori.
Supponiamo che si creino le condizioni per cui la pressione aumenti e per un certo istante arrivi
più sangue al tessuto cerebrale, nell’interstizio tende ad aumentare la concentrazione e la
pressione arteriosa. Un aumento della concentrazione dell’ossigeno nei liquidi interstiziali
determina una vasocostrizione, impedisce che l’aumento della pressione deputata a questo
maggior flusso e maggior apporto di ossigeno, faccia variare il flusso, il flusso viene riportato
alla norma.
Un altro meccanismo che vede coinvolto il metabolismo dei gas respiratori lo possiamo vedere
quando la pressione scende.
La pressione scende e inizialmente il flusso si riduce nei vasi cerebrali, inizialmente solo, perché
questo ridotto flusso porta ad un accumulo di anidride carbonica che esercita in questo distretto
un effetto vasodilatatore. È nato il dubbio se si trattasse di un aumento della pressione dell’
anidride carbonica in quanto tale o della conseguente diminuzione del pH, cioè dell’acidità, che
l’accumulo di anidride carbonica può portare. È stato visto che la vasodilatazione del circolo
cerebrale può essere prodotta anche semplicemente somministrando soluzioni di bicarbonato. Il
bicarbonato contiene carbonato di sodio, anidride carbonica, ma non ha una reazione acida, ha
una reazione basica. In presenza di reazione basica ma in presenza dell’anidride carbonica
presente nel bicarbonato, si può ottenere vasodilatazione.
Regolazione nervosa.
Questa regolazione nervosa è sempre stata messa in dubbio anche perché non si vedevano delle
fibre nervose che andassero a stimolare le fibrocellule muscolari lisce dei vasi cerebrali. Sì
certo,c’erano delle fibre lungo la carotide interna ma non sembravano sufficienti alla risposta;
d’altra parte sembrava anche che delle stimolazioni generalizzate del simpatico avessero scarso
effetto sul circolo cerebrale. Tuttavia era stato osservato che, stimolando il midollo allungato e
quindi probabilmente la rostral ventrolateral medulla (RVLM), si aveva una certa modesta
vasocostrizione, e che questa vasocostrizione permaneva anche con il taglio del simpatico
cervicale,costituito da quelle fibre del simpatico che salgono dopo essere partiti dai primi 5
segmenti toracici e che vanno a interrompersi nel primo, secondo, terzo ganglio cervicale.
Se si tagliavano le fibre del simpatico cervicale, la stimolazione del midollo allungato continuava
a dare una certa, seppur modesta, risposta vasocostrittrice. Quindi si è pensato che ci fossero
delle fibre vasocostrittrici all’interno del sistema nervoso centrale, che dal bulbo salissero in
qualche modo e si distribuissero. In questi vasi all’inizio non si vedevano fibre simpatiche poi si
sono incominciate a vedere delle terminazioni simpatiche, che interesserebbero non solo i vasi di
resistenza ma anche dei vasi un po’ più grossi.
Negli anni ’90 sono stati fatti alcuni esperimenti con il doppler “trastranico”(?), che ci permette
di misurare il flusso ematico nell’arteria cerebrale media. Nello stesso tempo con il
“finaprex”(?), un apparecchio di cui forse vi ho già parlato, che permette di determinare la
pressione in modo continuo con la registrazione delle curve di pressione…, è possibile
contemporaneamente registrare la pressione arteriosa istante per istante e il flusso dell’arteria
cerebrale media. A dei soggetti preparati in questo modo, soggetti del dipartimento, fra cui anche
il sottoscritto, è stato effettuato il cosiddetto cold pressor test. Esso consiste nel far mettere una
mano in ghiaccio tritato, la sensazione fredda dà, in via riflessa, una stimolazione simpatica; non
è tanto piacevole tenere per 10 minuti una mano nel ghiaccio ma uno ci riesce e la tiene. Cosa
succede come risposta a questa stimolazione simpatica? In tutti i soggetti la pressione è
aumentata e lo si vedeva attraverso quello strumento del “finaprex”. Mentre il doppler
“trastranico” rilevava una modesta o nulla, come nel caso mio, variazione del flusso cerebrale.
Nello stesso istante in cui la pressione arteriosa aumentava, in quello stesso istante,fin dall’inizio,
non c’era più alcuna variazione del flusso cerebrale; il che voleva dire che c’era stata, di fronte a
un aumento della pressione,una vasocostrizione nel circolo cerebrale, era una vasocostrizione
dovuta a una risposta miogena? Dovuta a un aumento della PO2, da un aumento iniziale del
flusso? No perché era immediata, non poteva essere d’altro tipo che di natura miogena. Allora,
facendo il calcolo, pressione: flusso, si è visto che non appena iniziava l’aumento della
pressione, non appena c’era la risposta al cold pressor test, all’immissione della mano nel
ghiaccio tritato, le resistenze vascolari aumentavano; il rapporto pressione su flusso diceva che le
resistenze vascolari aumentavano.
Sulla base di questo abbiamo cercato di sostenere che c’era una possibilità di regolazione
vasocostrittrice, probabilmente del simpatico; un’attivazione simpatica generalizzata
determinava immediatamente una costrizione dei vasi di resistenza del circolo coronario.
Qualcuno ha insinuato che,siccome la registrazione fatta su di me era la più bella, dove il flusso
non si è mosso neanche di un millilitro al minuto, che era dovuto al grado di stenosi dei miei vasi
cerebrali che comunque andassero le cose più di tanto non facevano passare, essendo tutti
otturati da delle placche arteriosclerotiche che avevano ridotto il lume a pochi micron! Questi
sono stati i commenti di persone non benevole!
Dunque abbiamo visto che il circolo cerebrale viene mantenuto costante da risposte miogene, da
risposte metaboliche ai gas respiratori e che probabilmente nel circolo cerebrale ha anche un
ruolo il simpatico.
Ricordo che quando stavamo facendo questi esperimenti, ho detto a quello che era stato il mio
maestro che stavamo facendo ricerche sul controllo nervoso del circolo cerebrale, la sua risposta
è stata un molto scettico “ Buona fortuna!”
Dunque abbiamo visto il controllo del circolo nei muscoli scheletrici e il controllo del circolo
cerebrale.
Adesso vorrei parlare del controllo del circolo nel territorio della mesenterica superiore.
L’intestino tenue è perfuso dal sangue che gli arriva dalla mesenterica superiore con varie
suddivisioni nel mesentere stesso. Dunque questo flusso è un flusso abbastanza elevato, non è
tanto un flusso che debba portare ossigeno all’intestino, sì ne deve portare ma l’intestino tutto
sommato consuma assai poco ossigeno, tant’è vero che se la concentrazione dell’ossigeno nel
sangue arterioso è di 19-20 ml di ossigeno per 100 ml di sangue, nel sangue venoso
mesenterico,quello che confluisce nella vena porta, ne troviamo ancora 17-18, quindi abbiamo
un consumo di ossigeno relativamente modesto soprattutto se rapportato a un flusso che è il 20%
della gettata cardiaca.
È chiaro che questo abbondante flusso è importante per l’assorbimento intestinale, ci deve essere
del sangue che riceve le sostanze che sono state assorbite. Il circolo mesenterico ha normalmente
basse resistenze, ha uno scarso tono simpatico, questo tono simpatico però, scarso a riposo, può
aumentare notevolmente se il simpatico viene stimolato. In questo caso di stimolazione del
simpatico, osserviamo una notevole caduta del flusso mesenterico, che dal 20% può diventare il
5% della gettata cardiaca, e, nello stesso tempo possiamo osservare un aumento della pressione
sistemica. Allora, la prima interpretazione di questo aumento della pressione sistemica in un
circolo di questo tipo,di una certa estensione soprattutto in termini di sangue che riceve, ha fatto
pensare che, anche se le resistenze distrettuali sono poste fra loro in parallelo, l’aumento della
resistenza in un territorio che riceve il 20% della gettata cardiaca possa avere una parte di
influenza sulle resistenze periferiche totali e, come tale, determinare un aumento della pressione.
In realtà è stato poi visto che l’aumento della pressione non è dovuto tanto all’aumento di queste
resistenze, ma è dovuto all’aumento della gettata cardiaca. In che modo? Il territorio
mesenterico ha anche una buona vascolarizzazione venosa, ha molti vasi che fanno capo alla
vena mesenterica che si continua nella vena porta. Quando noi abbiamo una stimolazione del
simpatico, osserviamo che abbiamo un aumento delle resistenze, ma anche una notevole
diminuzione della capacità venosa nel territorio mesenterico, così il sangue, che non può più
essere contenuto in queste vene mesenteriche che riducono la loro capacità, procede verso il
cuore dove fa aumentare la gettata cardiaca. Per cui l’aumento di pressione che noi possiamo
avere in quelle circostanze è dovuto soprattutto ad un aumento della gettata cardiaca. Quand’è
che fisiologicamente avviene questa costrizione nel territorio della mesenterica? Avviene in
particolare nella reazione di allarme e di difesa. Quando noi parliamo di attivazione simpatica
nella reazione di allarme e di difesa, di vasocostrizione per azione del simpatico, ci riferiamo
soprattutto a ciò che avviene nel territorio mesenterico, dove normalmente va una certa quantità
di sangue, la quantità di gettata che va…, ma nello stesso tempo vi è giustamente che avvengono
a carico di tutto il circolo, e che stamattina abbiamo visto avvenire nella circolazione del
muscolo scheletrico, nel momento in cui c’ è una vasocostrizione mesenterica che favorisce
l’aumento della pressione, c’è una vasodilatazione muscolare che devia una notevole quantità di
sangue verso il tessuto muscolare. Quindi c’è una redistribuzione del sangue. Se noi pensiamo
che tutto questo ci accompagna anche nel momento della gettata, per ragioni che ho già detto e
ripetuto, noi comprendiamo benissimo come il territorio mesenterico possa rappresentare anche
una riserva di sangue per le situazioni di emergenza. Dunque, a questo punto cominciamo a
parlare della circolazione coronarica .
Dunque, questi due punti più bassi del flusso coronarico, si possono alle volte estendere fino al di
sotto della linea di 0, nel senso che in corrispondenza di questo istante, fine della sistole
isovolumica, o in concomitanza con l’incisura proto-diastole, il flusso può invertirsi: andare dalle
coronarie verso l’aorta, per degli istanti molto brevi, questo si chiama il reflusso coronario verso
l’aorta, quantitativamente trascurabile.
Questa figura ci dice un’altra cosa:se noi vogliamo misurare le resistenze coronariche vascolari ,
che sono quelle che noi dobbiamo misurare se, ad esempio, vogliamo usare una sostanza
vasodilatatrice coronaria, come possiamo vederle? se abbiamo una vasodilatazione; ci dice che le
resistenze vascolari coronariche, se abbiamo una diminuzione di resistenza, possono essere
calcolate soltanto in diastole. Vi ho già parlato della pressione media diastolica e vi ho detto che
è importante proprio per il calcolo di quelle resistenze vascolari. Io devo fare un rapporto
pressione su flusso, non di tutta la pressione su tutto il flusso, ma della pressione media in
diastole sul flusso diastolico medio. Allora in questo caso ho l’indicazione di resistenze che sono
veramente quelle dovute al tono dei vasi e che non sono compromesse dalla contrazione.
Per sottolineare l’importanza della tensione del miocardio nell’aggiungere le resistenze vascolari
alle resistenze extra-vascolari, vi proietto questa figura.
Dunque, qui abbiamo una curva di pressione aortica, una curva di pressione ventricolare e una
curva di pressione coronaria, più basso in sistole, più alta in diastole. Questo era un cuore in
condizioni normali, poi la temperatura del preparato da 37 gradi è scesa a 31, a 31 gradi
abbiamo un’inibizione di parecchie funzioni dell’organismo, compresa un’ inibizione di quella
pompa del calcio che ricaccia il calcio dalle miofibrille nel reticolo sarcoplasmatico, questa
pompa rallenta il riassorbimento. Qual è il risultato? Il rilasciamento avviene in un modo più
lento, la pressione cade in modo più lento, la tensione delle pareti muscolari durante il
rilasciamento isovolumico cade in modo più lento.
Guardate come variano le curve di flusso: a 37 gradi il flusso risale e raggiunge il suo massimo
in corrispondenza della fine del riempimento atrio-ventricolare, in condizioni di raffreddamento
raggiunge il valore massimo diastolico, soltanto quando siamo arrivati a questo punto, anche in
queste circostanze possiamo misurare le resistenze vascolari.
Pausa
Per capire bene le variazioni di flusso arterioso noi poniamo che il flusso coronarico sia
suddivisibile in due componenti: una componente continua e una componente pulsatile, generata
dalla pompa intramiocardica.
Osserviamo: io ho una componente del flusso continua, dalle arterie al seno venoso, su questa la
pompa intamiocardica aggiunge una componente pulsatile, che corrisponde all’aumento da
diminuzione della capacità, e aumento delle resistenze alternate a un aumento della capacità e
diminuzione delle resistenze. Quando mi trovo in questa situazione: sistole,l’aumentata capacità
mi spinge il sangue in avanti, dal distretto venoso, le aumentate resistenze mi fermano l’avanzata
arteriosa. Quando la pompa intra-miocardica sospende la compressione, allora la capacità
aumenta e più sangue viene in avanti, le resistenze diminuiscono e più sangue viene in avanti dal
lato arterioso, mentre quello trattenuto dalla capacità non lo vediamo dal lato venoso, dove infatti
in diastole, quando la capacità della microcircolazione coronarica è massima,trovo un flusso
estremamente modesto.
In questa figura ho riportato un tracciato di un blocco seno-atriale cioè un impulso che a un certo
punto non riesce a uscire dal nodo del seno per cui abbiamo una totale mancanza di un ciclo
elettrocardiografico.
Nel caso di un blocco seno-atriale vediamo che l’intervallo R-R ha durata doppia del normale.
Avevo già classificato i blocchi atrio ventricolari come blocchi di I, II e III grado.
Qui [figura] è rappresentato un blocco di I grado. Il termine “blocco” non è molto preciso in
quanto nel blocco di I grado abbiamo solo allungamento dell’intervallo P-Q o P-R , abbiamo cioè
l’allungamento del tempo di conduzione AV. Quando l’intervallo P-Q o P-R (che va tra 0,12 e
0,20 secondi con valore medio nodale di 0,16 secondi) supera 0,20 secondi, diciamo che
abbiamo un blocco AV di I grado.
Il blocco qui rappresentato è un blocco AV di II grado di tipo Wenckebach o “periodismo di
Wenckebach”. Noi abbiamo cioè un’onda P che precede di un certo intervallo il complesso QRS.
Nel ciclo successivo l’intervallo PR si allunga: questo intervallo all’inizio può essere più lungo
del normale oppure può essere normale ma nel battito successivo si allunga. L’allungarsi
dell’intervallo PR comporta un ritardo dell’……? del complesso AV. Per cui l’onda P del battito
successivo, onda P che sorge a una scadenza regolare, viene in parte come investita dal
complesso ventricolare precedente. Infatti noi vediamo che in questo battito l’onda P si fonde
con l’onda T non perché l’onda P sia comparsa in anticipo ma perché il complesso QRS con
l’onda T, a causa del lungo intervallo PQ o PR, è comparso dopo.
In questo battito successivo al primo il complesso QRS-T è ancora ritardato, l’onda P compare
sempre alla sua scadenza ma già in fase ascendente.
In questo altro battito l’onda P compare addirittura prima dell’onda T e in parte le due onde si
annullano a vicenda. Notiamo che questa onda P ha avuto un progressivo allungamento
dell’intervallo TR: a questo punto non è seguito dal complesso QRS. Infatti vediamo che dopo
questa onda P, ne insorge un’altra condotta irregolarmente ai ventricoli. Nell’onda P successiva
il tempo di conduzione AV si è accumulato, nell’onda successiva si è ancora accumulato, poi P
comincia a confondersi con T e a un certo punto, dopo tanti battiti condotti abbiamo un solo
battito che non viene condotto ai ventricoli. Il periodismo di Wenckebach dunque è un
allungamento progressivo dell’intervallo PR finché troviamo l’onda P non seguita dal complesso
QRS. Dopo di che il periodismo riprende con l’intervallo PR iniziale che può essere normale.
Un altro tipo di blocco di II ordine è costituito dal “periodismo di Moebitz” . Alcuni chiamano
“Moebitz primo” il periodismo di Wenckebach e “Moebitz secondo” il periodismo di Moebitz.
Nel periodismo di Moebitz non abbiamo allungamento progressivo dell’intervallo di PR. Gli
intervalli si mantengono uguali, ad un certo punto però dopo un numero di battiti quasi sempre
uguali abbiamo un’onda P non seguita dal complesso QRS. La differenza è che in Wenckebah
c’è un allungamento progressivo dell’intervallo PR fino a che un’onda P non è condotta ai
ventricoli mentre in Moebitz l’intervallo PR ha sempre uguale lunghezza solo che a un certo
punto l’onda P non è condotta ai ventricoli.
Oltre a questi due tipi di blocchi di II grado è stato ipotizzato il blocco di Moebitz a “minimo
incremento”. Se abbiamo una registrazione elettrocardiografica in cui il periodismo di Moebitz è
ad altissima velocità si vede che gli intervalli PR sembravano avere durata costante, in realtà
andavano invece da un battito all’altro allungandosi di qualche msec.
Quando un soggetto presenta un periodismo di Moebitz o di Wenckebach dobbiamo sospettare
che dopo un po’ presenti un blocco AV completo. In questo caso nessun impulso sinusale riesce
a raggiungere i ventricoli.
Possiamo immaginare un blocco AV completo come se avessimo sezionato (e spesso questo è
dovuto a una lesione vascolare) il fascio di His. Cosa osserviamo? Le onde P si susseguono con
frequenza normale e gli atrii attivati dal nodo del seno pulsano alla frequenza normale. Ma non
arrivando impulsi sinusali ai ventricoli osserviamo come questi si mettano a pulsare con ritmo e
frequenza molto bassi (25-30 impulsi/secondi). Questi complessi rapidi ventricolari insorgono
nel ventricolo al di sotto della lesione. La diffusione dell’impulso ai ventricoli non avviene
secondo la normale sequenza fascio di His - setto - parete dei ventricoli, ma in modo irregolare
secondo l’origine dell’impulso; l’attivazione dei ventricoli non dà origine a complessi QRS
normali ma con morfologia irregolare.
Credo di avervi già parlato dei pacemaker che vengono applicati quando frequenze così basse
non permettono una normale conduzione. A evitare che, nel caso di insorgenza, il ripristino
temporaneo del passaggio dell’impulso lungo il sistema di conduzione, il ventricolo possa essere
contemporaneamente attivato sia dal centro …? sia dall’impulso proveniente dal nodo del seno
con un’interferenza tra i due battiti capace di provocare …? ventricolare, si mettono i pacemaker.
Non solo inducono la frequenza cardiaca ma sono anche sensibili all’attivazione dei ventricoli
dagli impulsi provenienti dagli atrii. Quando gli impulsi derivano dagli atri, il pacemaker si
ferma immediatamente. Esistono pacemaker che, per sfruttare l’emodinamica della sistole
atriale, stimolano l’atrio 0,16 secondi prima del ventricolo in modo da creare una forma
cronologica AV a livello fisiologico (?). Vi ho anche parlato di pacemaker la cui frequenza di
scarica è regolata dal respiro: se per esempio la persona è sotto sforzo fisico il dispositivo
aumenta la frequenza di scarica.
Vi sono altre extrasistoli ad “accoppiamento variabile” in cui l’intervallo di tempo che le separa
dal battito sinusale che le precede può variare. Nascono nei cosiddetti foci ectopici. Ci sono
porzioni di miocardio o di sistema di conduzione in grado di depolarizzarsi ritmicamente a bassa
frequenza, cosicché noi vediamo che mentre le extrasistole ad accoppiamento fisso dipendono in
qualche modo dall’impulso sinusale,queste sono invece del tutto indipendenti e nascono dal
miocardio.
Supponiamo che compaiano ogni 10 secondi: qui non vale la prevalenza del….? che ha una
maggiore frequenza, perché la sede in cui si formano è protetta da un blocco di entrata: l’impulso
non può arrivare e allora genera questa extrasistole. Se supponiamo che questa extrasistole
nascano ogni 10 secondi, noi andiamo a vedere se dopo 10 secondi l’ extrasistole è comparso: se
così non è, guarda caso la troveremo dopo 20, 30 o 40 secondi, cioè dopo un multiplo del
periodo più breve a cui l’abbiamo riscontrata. Questo accade perché fortunatamente oltre ai
blocchi di entrata c’è anche il blocco d’uscita che si manifesta quando in quel momento questa
extrasistole ad accoppiamento variabile, detta anche parasistole, esce nel momento in cui il
ventricolo è invaso da un impulso sinusale. L’impulso sinusale forma un blocco d’uscita se
l’impulso extrasistolico che si è formato in quel momento non riesce a uscire.
Le extrasistoli ad accoppiamento fisso, che sono le più numerose, non sono pericolose. Perché
cadendo sempre dopo lo stesso istante non rischiano di cadere nella fase discendente dell’onda T;
quelle ad accoppiamento variabile potrebbero anche capitare durante la fase discendente
dell’onda T e per questo dare origine a fibrillazione ventricolare.
Fisiologia
1
il suo funzionamento può richiederlo o per aumentarlo dall’esterno (aumento della gettata sistolica
o aumento della pressione, essendo il valore del lavoro del cuore il prodotto della pressione sistolica
media per la gettata sistolica). Questo aumento può essere più o meno discreto, ma pensate a un
aumento della frequenza: aumentano di pari passo con la frequenza le occasioni in cui il miocardio
richiede O2. Quindi se la frequenza aumenta da 70 a 140 battiti/min il consumo di O2 raddoppia →
raddoppia il metabolismo → raddoppia il consumo di O2 → raddoppia la richiesta di O2 e di
conseguenza abbiamo un proporzionale aumento della vasodilatazione. Per evitare tentennamenti
all’esame, alla domanda: “Qual è il fattore fondamentale di regolazione del circolo coronarico, del
flusso coronarico che induce vasodilatazione?”, la risposta corretta è: l’aumento della pressione.
L’aumento della pressione è un fatto che può far variare il metabolismo. Se abbiamo un aumento
della pressione entro un ambito che va da 70 a 120 mmHg, in quest’ambito abbiamo
contemporaneamente una risposta miogena, per cui il metabolismo tenderà a determinare
vasodilatazione, ma c’è la risposta diretta dei muscoli che è una vasocostrizione. L’altra risposta è
quella del controllo nervoso, simpatico, etc. Il controllo nervoso agisce soprattutto attraverso un
aumento del metabolismo, perché sappiamo che un’attivazione simpatica provoca aumento della
frequenza e della contrattilità: in questo modo gran parte della risposta nervosa è in realtà una
risposta metabolica. Allora, la sequenza della risposta agli esami deve essere:
“Qual è il fattore fondamentale di regolazione del circolo coronarico?” Il metabolismo miocardico,
determinato soprattutto da un aumento della frequenza. L’aumento della frequenza è uno dei fatti
finali che precedono l’aumento del metabolismo. Bisogna far risaltare questi 2 fatti. Dire “aumento
del metabolismo” è equivalente a dire “aumento della richiesta di O2”. Non è tanto opportuno
parlare di ipossia, poichè l’ipossia c’è soltanto se in determinate situazioni l’ O2 di cui il cuore ha
bisogno non arriva, ad esempio possiamo avere ipossia quando abbiamo lo spasmo di un vaso
coronarico o se facciamo respirare a un soggetto una miscela che contenga anzichè il 20 % di O2
solo il 12% (miscela ipossica degli esperimenti). La risposta è sempre questa: il fattore
fondamentale di regolazione del circolo coronarico è il metabolismo miocardico, che è attivato
soprattutto dall’aumento della frequenza.
Passiamo alla regolazione nervosa (lucidi CC13 e 14). Quando ho illustrato l’azione del simpatico
e del vago sul cuore, sulla tabella c’era scritto: “scarso effetto diretto sul circolo coronarico”, sia per
il simpatico che per il vago. Quando abbiamo una stimolazione del simpatico i primi recettori che
sono stimolati sono i recettori α1 che sono situati in posizione post-sinaptica intra-sinaptica. Questo
può determinare una breve vasocostrizione; in altre parole se si misura con un flussimetro
elettromagnetico, messo su un grosso ramo dell’aorta, il flusso coronarico, stimolando il ganglio
stellato da cui partono le fibre dirette al cuore, si vede che il flusso si riduce ma per pochi secondi,
dopo un pò aumenta. L’aumento può essere dovuto sia al fatto che in conseguenza al protrarsi della
stimolazione simpatica abbiamo un overflow di noradrenalina che arriva certo anche ai recettori α2
in posizione extra-sinaptica ma ai recettori β, ma sia soprattutto perchè sono coinvolti dalla
stimolazione del simpatico i recettori β-miocardici o β-cardiaci (non solo quelli vascolari), per cui il
cuore aumenta frequenza e contrattilità; il risultato finale netto dell’azione del simpatico è
vasodilatatrice, in parte molto piccola, dovuto al fatto che la noradrenalina è arrivata sui recettori β
coronarici, ma è dovuto soprattutto al fatto che il simpatico ha fatto aumentare il metabolismo
miocardico. La stimolazione del vago determina un modesto aumento del flusso in un cuore in cui
noi impediamo, con il pilotaggio, che il vago riduca la frequenza. Quindi l’azione del vago sul
circolo coronarico è l’azione dell’Acetilcolina sulle fibrocellule muscolari lisce: iperpolarizzazione
attraverso l’attivazione dei recettori muscarinici → rilasciamento delle fibrocellule muscolari lisce.
Ma come vedete, se il flusso aumenta del 10% significa che questa vasodilatazione con effetto
diretto del vago sul circolo coronarico è estremamente modesta, mettiamo in relazione questo con
quello scarso effetto diretto del vago sul circolo coronarico (tabella dell’azione del simpatico e del
vago sul cuore). Tuttavia, siccome la stimolazione del vago fa ridurre la frequenza, in conseguenza
di questa riduzione della frequenza abbiamo una riduzione del metabolismo → si produce meno
2
adenosina di quanto se ne produca in situazione di controllo → il metabolismo è diminuito →
l’adenosina che si è prodotta è in quantità minore → si ha vasocostrizione.
Bisogna parlare a questo punto del controllo, che va di pari passo con quello nervoso, che è quello
umorale del circolo coronarico. Una volta discutere di controllo umorale del circolo coronarico era
abbastanza semplice perchè era sufficiente dire che adrenalina e noradrenalina di origine surrenalica
esplicano la stessa azione del simpatico e si rimandava a quanto detto prima. Si potevano prendere
in causa altre sostanze, come l’acetilcolina, ma il discorso era limitato. Le cose si sono complicate
quando sono stati scoperti i fattori endoteliali. Cosa sono questi fattori? Bisogna risalire indietro nel
tempo, al 1981 e rifarsi a una pubblicazione comparsa sulla rivista Nature (ora nella pratica medica
questi fattori sono considerati una novità, pur essendo stati scoperti da un pò, qualcuno già ne tiene
conto...), sul ruolo obbligatorio dell’endotelio nell’azione vasodilatatrice dell’acetilcolina. Gli autori
stavano facendo ricerche sulla vasodilatazione da acetilcolina, prendevano anelli di aorta di ratto e li
mettevano a contatto con l’acetilcolina e cercavano di quantificare la vasodilatazione. Ad un certo
punto, i 2 autori hanno notato che se mettevano l’aceticolina sugli anelli di aorta preparati dal
tecnico del loro laboratorio si aveva vasodilatazione, se invece era messa a contatto con anelli
preparati da un altro tecnico non si aveva nulla o addirittura vasocostrizione. Si sono accorti che
uno dei tecnici meno esperti ledeva l’endotelio quando preparava gli anelli di aorta. Hanno pensato
che l’endotelio fosse coinvolto nella vasodilatazione. La sostanza ipotetica che hanno trovato è stata
chiamata Endothelial Derived Relaxed Factor (EDRF): l’acetilcolina libera questo fattore derivato
dall’endotelio che dà vasodilatazione. Nel 1987 Furnov & Ignaro sono arrivati,
contemporaneamente al salvadoreno Moncal (che lavora a Londra) alla conclusione che questa
sostanza EDRF era l’ossido nitrico (NO). L’NO si forma dalla trasformazione della L-Arginina in
L- Citrullina in presenza di O2 molecolare, cioè dell’ O2 respiratorio, per l’azione di una NO sintasi
costitutiva o inducibile (vi sono parecchie NO sintasi costitutive e molte NO sintasi inducibili).
Nell’endotelio dei vasi è presente la NO sintasi costitutiva, chiamata NO sintasi endoteliale. Questa,
detta brevemente ENOS, è presente negli endoteli mentre le altre NO sintasi dette inducibili non
esistono, ma hanno bisogno di essere sintetizzate in seguito a particolari stimoli. Le NO sintasi
inducibili determinano la produzione, sia pure ritardata, di molto più NO di quella costitutiva e
endoteliale. Allora, la NO sintasi inducibile viene attivata in modo molto intenso da delle tossine
batteriche, soprattutto dalla salmonella del paratifo B. Queste sostanze, tipo polissaccaridi, sono
attivate in grandissima quantità quando queste infezioni provocano delle setticemie. Si sta tentando
nelle setticemie (per cui ancor oggi muoiono molte persone, non essendo talvolta trattabili con
antibiotici) di inibire la NO sintasi per evitare l’intensa vasodilatazione che porta poi al cosiddetto
“shock tossico”: persone con setticemia presentano talvolta una caduta gravissima della pressione
che è lo shock tossico o tossifico che riporta Moncal. E’ stato visto che questa caduta della
pressione è dovuta ad una intensa vasodilatazione generalizzata, caduta delle resistenze periferiche
totali dovuta alla abnorme produzione di NO, dovuta ad una attivazione massiva delle INOS (NO
sintasi inducibile). E’ interessante che, siccome la INOS non è presente come tale ma deve essere
sintetizzata, molte volte nelle setticemie lo shock non corrisponde alla crisi ipertermica: compare la
setticemia, la febbre sale a livelli altissimi, ma non si ha ancora attivazione della INOS; avviene
poco alla volta, comincia a comparire dopo 3 ore dall’inizio della setticemia e poi continua a salire
nel tempo. E’ possibile così trovare dei soggetti che presentano buoni livelli di pressione quando la
febbre è al massimo, quando la febbre è scomparsa, a seguito di somministrazione di antibiotici, è
in questo momento che si può avere lo shock, in quanto si è formata la INOS, funziona a pieno
ritmo e produce una tale quantità di NO da far diminuire le resistenze. Ora si sta tentando di trattare
questi pazienti con dei bloccanti della INOS. Limitiamoci alla ENOS, di tipo costitutivo. La ENOS
agisce sulla L-Arginina nella sua trasformazione in citrullina.
N.B. questo non è il ciclo dell’urea, perchè non abbiamo il passaggio attraverso l’ornitina. Abbiamo
passaggio diretto della L-arginina in L-citrullina con formazione di NO in presenza di O2. Le cellule
anche degli endoteli coronarici hanno una loro secrezione basale di NO, questo c’è sempre anche se
3
prendiamo le cellule e le mettiamo in coltura. Questa secrezione è attivata, per l’attivazione della
ENOS, dall’aceticolina (esperimenti di F&I), la bradichinina, la sostanza P, l’ATP, l’ADP e la
serotonina di origine endoteliale. Quello che però forse è più importante nella secrezione basale,
non in vitro ma in vivo, sono i fattori fisici, cioè lo shear stress e la pressione pulsatoria. Lo shear
stress è l’attrito che il sangue esercita nel suo passaggio lungo la parete dei vasi, l’attrito che il
sangue esercita scorrendo sugli endoteli. La pressione pulsatoria è quello che sapete. Se ad esempio
svolgiamo una certa attività fisica, abbiamo un aumento della velocità di scorrimento del sangue e
della pressione pulsatoria, tutto questo fa sì che aumenti la produzione di NO e che nelle coronarie
favorisca la vasodilatazione. Qui ci sono altre sedi di produzione del NO, sia per NO sintasi
costitutiva che inducibile. Dunque, quello che dobbiamo dire è che shear stress e pressione
pulsatoria sono normalmente presenti in tutti i vasi, normalmente, cioè in condizioni basali,
abbiamo una produzione di NO che supera quella che c’è nelle cellule endoteliali in vitro, poichè
queste non ricevono alcuno stimolo particolare. Quando compiamo un esercizio, abbiamo un’
attivazione e questo aumenta. (Lucido sulle sostanze che stimolano l’attivazione della ENOS)
Sappiamo che l’acetilcolina è una sostanza vasodilatatrice, la trombina è una delle tappe della
coagulazione del sangue, tutte queste sostanze possono essere considerate vasodilatatrici (lasciamo
stare l’ATP e l’adenosina perchè hanno i loro recettori), queste sostanze determinano
vasodilatazione in seguito ad attivazione della ENOS e produzione di NO. Sono chiamate pertanto
“sostanze vasodilatatrici endotelio dipendenti”. Ci sono altre sostanze vasodilatatrici, come
l’adenosina per la massima parte quando si lega ai recettori A2, che sono vasodilatatrici ma non
endotelio dipendenti. In realtà, l’endotelio indipendenza vale solo per l’inizio della vasodilatazione,
perchè quando la vasodilatazione è iniziata il sangue scorre più velocemente nei vasi e determina
un maggiore shear stress. Di conseguenza abbiamo contemporaneamente, dopo un pò, l’aumento
del flusso ematico, che determina aumento della produzione di NO. Di conseguenza, se abbiamo
delle vere e proprie sostanze che inducono la vasodilatazione in modo endotelio indipendente,
protraggono la vasodilatazione attraverso lo shear stress in modo endotelio dipendente. Qualsiasi
sostanza che vasodilata attraverso l’aumento dello shear stress rinforza il proprio effetto
vasodilatatore. Quindi, la distinzione tra sostanze vasodilatatrici endotelio dipendenti e endotelio
indipendenti va riferita soltanto all’inizio della vasodilatazione. Dunque, abbiamo ancora delle fibre
simpatiche dirette al cuore che possono determinare una vasodilatazione coronarica attraverso la
liberazione di NO. Sono alcune delle fibre NAM (???) che vi ho detto. L’esercizio fisico nelle
persone che praticano lo sport fa aumentare in modo ripetuto, ma non continuo, sia shear stress che
pressione pulsatoria; durante l’esercizio in queste persone aumenta la produzione di NO, che
favorisce la vasodilatazione. In questi soggetti però è stato visto che con il passare del tempo è
molto minore l’incidenza dell’ipertensione e quello che forse più conta, l’incidenza di incidenti
cardiovascolari (ictus, infarto). Cosa succede in questi soggetti? Succede che l’aumento ripetuto
dello shear stress e della pressione pulsatoria provoca una modificazione, una maggior espressione
dell’mRNA per la ENOS; in altre parole, questa maggior espressione a lungo termine dell’mRNA
per la ENOS determina un aumento cronico protratto della maggior produzione di NO. Queste
persone vanno meno incontro ad incidenti cardiovascolari perchè sono sempre protette da una
maggior produzione di NO. L’NO protegge dalla vaso ostruzione ma protegge anche, ed è
importante nell’effetto a lungo termine, contro la formazione di placche aterosclerotiche nei vasi; in
altre parole, nell’arteria in cui ci sia una maggior espressione dell’mRNA per l’ENOS e quindi
un’alta produzione di ENOS, sono molto più rare le placche aterosclerotiche perchè l’mRNA
inibisce la formazione di quelle molecole di adesione che determinano sulla parete dei vasi
l’adesione di granulociti e monociti e quindi la trasmigrazione di queste cellule nella parete
arteriosa e la formazione delle placche. Va detto che a proteggere i vasi dagli incidenti c’è anche
un’altra azione importante dell’NO, che è l’azione di aggregante piastrinica: infatti se c’è
quest’azione è meno frequente la coagulazione intravasale del sangue, quindi le trombosi. Dunque,
oltre all’NO parecchie altre sostanze ad azione vasodilatatrice o vasocostrittrice sono state trovate.
Oltre a NO (o EDRF), abbiamo anche gli Endothelial Derived Hyperpolarizing Factors (EDHFs).
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Sono sostanze ad azione vasodilatatrice perchè determinano iperpolarizzazione. Gli EDHFs sono
parecchie sostanze, alcune ancora di natura incerta; quella che forse è la più sicura sono alcuni degli
acidi e-ossi e-cosatrienolici soprattutto l’isobaro 5,6 e 11,12. Queste sostanze si derivano dall’acido
arachidonico per azione su di esso del citocromo p-450. Il citocromo p-450 può venire attivato sia
dell’acetilcolina che dalla bradichinina. Tra l’altro il mio allievo Prof. Pagliaro (S. Luigi) ha
scoperto che gli acidi ipoxicosadienoici hanno un’azione inotropa negativa sul miocardio; si tratta
di un’azione molto lieve, transitoria ma pur sempre presente. E’ partito dall’ipotesi che se
iperpolarizzava la fibrocellula muscolare liscia, iperpolarizzava anche la fibra miocardica. Oltre a
queste sostanze vasodilatatrici dobbiamo tener conto anche delle sostanze vasocostrittrici e queste
sostanze vasocostrittrici sono le endoteline. Le endoteline sono di 3 tipi: endotelina I, II e III. La
possibilità di queste 3 endoteline è stata vista nel genoma, in realtà si trova quasi esclusivamente la
Endotelina I. Queste endoteline sono dei peptidi a 21 aa, prodotti dall’endotelio che hanno una forte
azione vasocostrittrice, preceduta da una brevissima e trascurabile azione vasodilatatrice. Vediamo
come avvengono queste 2 azioni. L’endotelina è prodotta dall’endotelio vascolare e sulle
fibrocellule muscolari lisce incontra dei recettori EA e dei recettori EB. Agendo sui recettori EB,
attiva la NO sintasi endoteliale e determina la produzione di NO che vasodilata, ma intanto prevale
la prevalente e più duratura azione sui recettori EA, che facendo aumentare il Ca2+ intracellulare
determinano la vasocostrizione protratta. A questo punto dobbiamo ancora vedere quali possono
essere le circostanze in cui aumenta l’endotelina. E’stato visto che un aumento dell’endotelina
avviene nell’ipossia: ad esempio abbiamo un’ischemia coronarica, sembra venga attivata
l’endotelina con aggravamento per vasocostrizione dell’ischemia stessa. E’ stata vista aumentare
l’endotelina nei casi di ipertensione, nello scompenso cardiovascolare; all’endotelina è stato
attribuito un ruolo negli spasmi arteriosi e in particolare in quelli coronarici....(cambio lato cassetta)
.....gli endoteli non sono particolarmente lesi all’esame istologico sembrano praticamente normali,
tuttavia producono una minor quantità di NO e una maggior quantità di endotelina, quindi nei vasi
viene meno uno stimolo vasodilatatore e si accentua uno stimolo vasocostrittore. A questo
squilibrio può venir attribuita l’ipertensione, quella una volta ritenuta “essenziale” di cui non si
vedevano le cause può essere dovuta a questa disfunzione. La disfunzione endoteliale cronica, sia
soprattutto per la mancata produzione di NO che per l’aumento della produzione di endotelina che
determina proliferazione cellulare nella tonaca muscolare media, può essere anche la causa della
formazione di placche aterosclerotiche, cioè c’è un effetto a breve termine (vasocostrizione), un
effetto a lungo termine (produzione di placche aterosclerotiche).
Il circolo coronarico va sovente incontro a presenza di placche aterosclerotiche nelle arterie, queste
placche sono le cosiddette “stenosi coronariche”. Le stenosi coronariche possono essere o
“concentriche”, vale a dire invadono tutta la parete arteriosa, tutta la circonferenza della parete
arteriosa, o soltanto una parte. Quando interessano solo una parte sono “eccentriche”. Vediamo
come possono essere queste stenosi. (Lucido sezione di un’arteria): se la stenosi è concentrica
perchè la placca si è formata tutta attorno, ho la parete in buona parte sostituita da un placca con un
lume ridotto. Questa è una stenosi concentrica o statica. Cosa vuol dire statica? Che la parete resta
rigida, non si espande a seguito del passaggio dell’onda pulsatoria, ma possiamo anche avere una
stenosi eccentrica o dinamica, in cui la stenosi interessa soltanto una parte della circonferenza
arteriosa. La stenosi è dinamica perchè l’onda pulsatoria può far visibilmente espandere il tratto di
arteria non interessata dalla placca. Quale di queste stenosi dà origine agli spasmi? Quelle
eccentriche, perchè abbiamo tutta una parte di endotelio che è sfuggito alla lesione aterosclerotica,
un endotelio che però può essere disfunzionale, nel senso che, pur non avendo lesioni istologiche,
produce meno NO e più endotelina, quindi basta uno stimolo, come può essere un aumento della
pressione pulsatoria, perchè subito questa parte di arteria, apparentemente sana, risponda con la
contrazione e si abbia lo spasmo (che può essere l’esasperazione di una contrattura miogena).
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La regolazione miogena.
In assenza di altri interventi nervosi o umorali o metabolici, quando aumentiamo la pressione in un
certo ambito da 70 a 120-140 mm Hg, mano a mano che la pressione aumenta i vasi di resistenza si
costringono e limitano l’aumento del flusso in modo che sia molto minore dell’aumento della
pressione. Questo è un meccanismo che tende a mantenere costante il flusso in presenza di
variazione della pressione.
(Lucido CC4? CC9-CC12) Registrazione di una curva di flusso e di pressione nel ramo circonflesso
dell’arteria coronaria di sinistra, alta e bassa velocità, margine superiore e inferiore della curva di
flusso diastolico. Il flusso è stato interrotto per 10 secondi occludendo il vaso coronarico
interessato. Trascorsi 10 secondi, il vaso coronarico è stato rilasciato e osserviamo questa iperemia
reattiva, ossia l’iperemia che segue a un’ischemia per il fatto che durante l’ischemia si è prodotta
molta adenosina. Osserviamo che questa risposta iperemica da adenosina riguarda soprattutto
l’azione dell’adenosina sui recettori A2 ed è sostanzialmente endotelio-indipendente, la risposta
dura 90 sec. Successivamente abbiamo somministrato la L-Nitro Arginina, che è una sostanza,
come molti analoghi con la L-Arginina, che inibisce l’NO sintasi, ossia impedisce la formazione di
NO. Il flusso di base non era variato → si son fatti 10 sec di infusione → si sono liberati → si ha
l’iperemia indotta da adenosina: il picco massimo non è significativamente diverso, quindi una
vasodilatazione endotelio-indipendente. Ma successivamente vediamo che la durata della risposta
iperemica da 90 sec si riduce a 35 sec, dicendoci che il perdurare della risposta è invece endotelio-
dipendente e che questa riduzione della durata è dovuta al fatto che qui è stata impedita la
formazione di NO ad opera dello shear stress, che c’è ma inefficace nell’attivare la NOS.
In clinica ha una notevole importanza la “malattia dei piccoli vasi coronarici”. Le resistenze dei
piccoli vasi coronarici sono ovviamente in serie con la resistenza costituita da una stenosi che c’è in
un grosso ramo a monte di quelle resistenze (ho un grosso ramo che si divide in tante arteriole
precapillari, le resistenze delle arteriole precapillari che seguono il grosso ramo è in serie con quella
del grosso ramo). Osserviamo qui (lucido): pressione ventricolare, flusso coronarico registrato a una
velocità più alta del solito e 2 curve di pressione, una aortica e una endocoronarica all’interno della
coronaria determinata incannulando l’arteria sul margine ottuso. Le 2 pressioni sono praticamente
simili, abbiamo spostato le tracce perchè si vedessero separate. Ad un certo punto la frequenza è
stata fatta aumentare a 100 battiti/min, a 160 battiti/min: osserviamo che il flusso aumenta e la
differenza tra la pressione aortica e endocoronarica rimane la stessa perchè aumentando la
frequenza il meccanismo che vi ho descritto fa cadere le resistenze periferiche. Ma dato che tra
queste 2 pressioni non c’è una resistenza valida (sono a 2 cm una dall’altra) senza che ci sia stenosi
queste 2 pressioni rimangono uguali. Si è tornati ad una frequenza di 100 battiti/min e si è occlusa
la coronaria in un punto a monte di dove si registrava questa pressione (una pressione nell’aorta
prima della stenosi, una nella coronaria dopo la stenosi). La stenosi è stata fatta riducendo dell’80%
il lume interno del vaso, è rimasto il 20% della superficie di sezione precedente. Vediamo che il
flusso in diastole varia di poco, perchè i vasi distali ricevendo per un pò meno sangue si sono
dilatati, c’è stata alla stenosi il compenso di una vasodilatazione distale. In realtà questo flusso è
leggermente ridotto rispetto a questo, cioè fa pensare che la vasodilatazione che c’è stata abbia
permesso di raggiungere il massimo. A questo punto si è riportato il cuore a 160 battiti/min e si è
visto che il flusso distale si manteneva o aumentava leggermente rispetto a quello e soprattutto c’era
una caduta della pressione nella coronaria, cioè della pressione immediatamente prima dei piccoli
vasi di resistenza. Questo significa che anche quando la capacità di vasodilatazione sembra ridotta
perchè l’effetto della stenosi non è completamente compensato, se i vasi distali sono sani è possibile
un’ulteriore vasodilatazione: il rapporto P/F (Pressione/Flusso) è diminuito qui rispetto a qui, vuol
dire che c’è stata ancora una vasodilatazione. Se guardiamo l’ECG vediamo che quello che abbiamo
a 160 battiti/min in presenza di una stenosi dell’80% è uguale a quello che c’è a 100 battiti/min in
assenza di stenosi. Non c’è un effetto ischemico in questo caso, perchè di tanto è stata la stenosi, di
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tanto è stata la vasodilatazione distale, di tanto è stato l’aumento della frequenza, di tanto è stato
l’aumento della vasodilatazione distale. C’è una riserva coronarica. Se invece ci fosse la cosiddetta
malattia dei piccoli vasi avremmo visto crollare il flusso già in questo punto e non si sarebbe
ripreso, come in questo caso, con l’aumento della frequenza. Quindi l’effetto di una stenosi
coronaria è più o meno grave a seconda della situazione dei vasi distali. Perchè non se ne parla ma,
per cui riteniamo che sia implicito il concetto di malattia dei piccoli vasi? Perchè qui la stenosi è
sperimentale, in natura una stenosi di un grosso ramo coronarico avviene inevitabilmente con
alterazione anche dei piccoli vasi coronarici, alterazioni tanto più presenti se pensiamo che il quadro
totale che sta sullo sfondo di queste alterazioni è pur sempre la disfunzione endoteliale, che
interessa grossi e piccoli vasi.
La riserva coronarica è la capacità del circolo coronarico di vasodilatarsi. Possiamo considerare una
riserva di flusso e una riserva di vasodilatazione, la riserva di flusso può essere espressa anche da
questa figura (lucido): abbiamo un circolo che possiamo immaginare autoregolato, qui un circolo
coronarico vasodilatato. Questo è il flusso nel circolo coronarico base, questo il flusso se abbiamo
somministrato un vasodilatatore. Il vasodilatatore può essere anche l’aumento della frequenza o un
esercizio muscolare. Vediamo che la differenza tra questi 2 flussi è la riserva, cioè il flusso massimo
che si può raggiungere per uno sforzo o un farmaco, e vediamo anche che, almeno nell’ambito
dell’autoregolazione miogena, la riserva (differenza tra un determinato punto a un punto
vasodilatato alla pressione corrispondente) dipende dalla pressione. A pressione di 100 la riserva di
flusso è minore che a 140. Questa è la riserva di flusso. La figura di prima invece illustra la riserva
di vasodilatazione: qui siamo a 100 e 160 battiti/min, senza stenosi: il flusso è aumentato passando
da una frequenza all’altra. Se facciamo il rapporto Pressione endocoronarica /Flusso vediamo che
qui è diminuito. In questo caso riserva di vasodilatazione e riserva di flusso coincidono. Qui
abbiamo messo una stenosi, il flusso aumenta molto meno, diminuisce la pressione distale alla
stenosi, la vasodilatazione c’è, l’aumento di flusso è molto modesto: qui abbiamo una riserva di
vasodilatazione, qui una riserva di flusso. La riserva di flusso è anche riserva di vasodilatazione,
mentre possiamo avere una riserva di vasodilatazione non accompagnata da una corrispondente
riserva di flusso. Quando diminuisce la riserva di flusso? In tutte le malattie coronariche in cui, a
causa di stenosi e malattie di piccoli vasi, non possiamo avere, con l’aumento della richiesta di O2,
l’adeguato aumento del flusso. La riserva di flusso può anche diminuire in altre circostanze:
nell’ipertrofia cardiaca. Nell’ipertrofia cardiaca possiamo avere un aumento del flusso basale, ad
esempio: il flusso autoregolato si sposta più in alto ma il flusso massimo raggiunto è sempre lo
stesso. Di conseguenza, se ho un flusso autoregolato maggiore di quello che ho in assenza di
ipertrofia è chiaro che il margine di vasodilatazione risulta ridotto anche se la vasodilatazione
massima mi porterebbe a quel livello di flusso.
Si parla di “protezione cardiaca” dalle conseguenze di una ischemia di perfusione. Quando parliamo
di infarto abbiamo delle lesioni che avvengono durante un’ischemia prolungata (almeno mezz’ora).
Quando il soggetto viene portato in unità di terapia intensiva perchè non ci siano ulteriori incidenti
si procede a indurre la lisi del coagulo, cioè alla rimozione dell’ischemia. Se dopo l’ischemia
sopravviene la riperfusione, ed è necessario provocare questa riperfusione, durante la riperfusione la
necrosi si allarga. Per cui l’infarto vero non è la conseguenza di un’ischemia ma di una ischemia da
riperfusione. Durante l’ischemia, che deve durare un periodo sufficiente, abbiamo l’inizio di una
necrosi dovuta al fatto che in mancanza di O2 manca la sintesi di ATP, la parte di cuore ischemico
cessa di contrarsi e nello stesso tempo, non essendoci sintesi di ATP, dei cataboliti si accumulano
nella fibra. L’accumulo di cataboliti si accompagna anche a un accumulo di ioni Ca2+ dovuto al
fatto che, accanto alla sintesi di ATP anche le pompe ioniche cessano di funzionare, il Ca2+ che
deve essere estromesso si accumula nella fibra. Cataboliti e ioni Ca2+ determinano un aumento della
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pressione osmotica nella fibra che richiama H2O per portare all’estrusione. Se dopo l’ischemia
abbiamo la riperfusione, osserviamo che l’accumulo di Ca2+ si aggrava in quanto abbiamo una
ulteriore riduzione nell’attività della pompa. Questa riduzione, così come altri meccanismi, esistono
in virtù del meccanismo del cosiddetto “paradosso del pH”. Durante l’ischemia, il pH della fibra
miocardica si sposta a livelli acidi, impedendo l’attività di molti enzimi, tra cui le ATP sintetasi,
ATPasi e enzimi di membrana. Quando c’è la riperfusione il pH torna normale, questi enzimi
vengono attivati, sono attivate delle proteasi → lesioni della membrana; sono attivate delle
fosfolipasi che durante l’ischemia erano inattivate → lesioni della membrana. Perchè la membrana
può essere facilmente lesa dopo una riperfusione? Perchè il Ca2+ è aumentato, per l’attivazione delle
ATPasi, al di là della riattivazione delle ATPsintetasi, che favorisce un ulteriore degrado dell’ ATP
e le pompe non possono funzionare; e il Ca2+ continua ad accumularsi nella fibra: prima si
accumulava perchè non c’era nulla che lo risintetizzava e scindeva in modo particolare l’ATP,
adesso nella riperfusione quel poco ATP che viene a riformarsi viene subito ridotto dalle ATPasi.
Perchè tutto questi meccanismi cessino sono necessarie almeno 2 ore. Dunque la riperfusione
aggrava il danno da ischemia. Nello stesso tempo nella riperfusione succede ancora che si forma
l’anione superossido, che si può riformare sia nelle cellule endoteliali sia nei granulociti: si forma
sia per attivazione di una xantino-ossidasi su quell’ipoxantina che deriva dall’adenosina e che è
molto liberata dopo un’ischemia, sia per una azione della NADP ridotto ossidasi sull’ossigeno
molecolare. Si forma l’anione superossido che poi può trasformarsi ad opera di una catalasi in
perossido di idrogeno e poi nel più tossico anione idrossilico (sostanzialmente si formano le
cosiddette specie reattive dell’ O2 che contribuiscono alla lesione cellulare). La formazione delle
specie reattive dell’ O2 durante solo la riperfusione (perchè deve arrivare l’ O2 perchè si formino),
fa sì che le lesioni da riperfusione non possano essere ritenute il semplice protrarsi nel tempo delle
lesioni da ischemia: paradosso del pH, formazione di radicali liberi ci dicono che c’è qualcosa di
nuovo legato proprio alla riperfusione. Sia nell’ischemia che soprattutto nella riperfusione abbiamo
anche la comparsa di aritmie ventricolari, extrasistoli ventricolari che attraverso una fase di
tachicardia ventricolare possono esitare in fibrillazione ventricolare. Una precisazione: se un
soggetto presenta un dolore fortissimo retrosternale e dopo 10 minuti muore, si dice che è morto di
infarto, ma se gli facciamo l’autopsia l’infarto non c’è: l’ischemia ha prodotto delle aritmie da
ischemia e queste sono state sufficienti da determinare fibrillazione ventricolare. Ma l’infarto ha
bisogno di una ischemia protratta di almeno 30-40 min e l’infarto è particolarmente esteso se
l’ischemia fa seguito alla riperfusione.
Nel 1986 (dati pubblicati su moltissimi lavori!) era uscito un articolo di Murrel et al. che hanno
visto che se facciamo delle brevi ischemie di pochi minuti, prima di un’ischemia prolungata capace
di generare infarto, riduciamo l’area necrotica al 25% solo dell’area a rischio. In un infarto l’area
necrotica può essere del 40-50% dell’area a rischio. Dopo 1 o 2 brevi stenosi coronariche, se
abbiamo stenosi prolungata, l’area di infarto si riduce al 25%. Questo è stato chiamato “pre-
condizionamento ischemico”, si è osservata un’interessante cronologia nel pre-condizionamento
ischemico: subito dopo le stenosi pre-condizionanti (durata: 1 stenosi di 5-10 min, 2 o 3 stenosi di
2.5 min intervallate da 10 min di intervallo) abbiamo una protezione che può durare da 1 a 3 ore.
Questa protezione si chiama “prima finestra di protezione “ (first window of protection). Trascorse
1-3 ore il cuore non è più protetto, torna ad essere protetto dopo 20-24 ore. Si ha la “seconda
finestra di protezione”, detta brevemente SWOP (second window of protection) che ha una durata
più lunga, di 70-90 ore. Intanto in clinica è stato osservato che se l’infarto sopravviene in individui
che siano stati soggetti ad episodi di angina pectoris l’area di infarto è notevolmente più ridotta
rispetto a soggetti in cui l’infarto è comparso improvvisamente. E’ chiaro che questi soggetti,
immaginate abbiano una crisi anginosa ogni 24-48 ore, si trovano permanentemente nella seconda
finestra di protezione (che dura 70-90 ore), quindi in questi soggetti abbiamo una certa protezione.
Quando il cardiochirurgo comincia a operare sul cuore di un paziente, all’inizio dell’intervento fa
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degli smanettamenti che coinvolgono anche le arterie coronariche (le occludono per qualche
istante); questo pre-condiziona e permette il proseguio dell’intervento in condizioni molto più
sicure. Il problema non è tanto quello di sapere che tutto questo esiste (non posso a un soggetto sano
dire di farsi vedere per gli attacchi anginosi o mettergli un palloncino nella coronaria e dirgli per 2
volte al giorno di gonfiarlo per 5 min), ma piuttosto di capire il meccanismo e vedere come si
possono approntare tecniche di protezione miocardica. Cominciano con il vedere la prima finestra
di protezione: caratteristica di questa, più della seconda, è quella di ridurre l’area di infarto;
caratteristica della seconda area di infarto non è tanto la riduzione dell’area di infarto, ma
soprattutto la protezione contro il fenomeno dello “stam” miocardico, cioè dello stordimento: dopo
un’ischemia, anche quando questa è risolta, anche nelle aree non infartuate ho una perdita di
contrattilità che può durare giorni, questa perdita di contrattilità è meglio ostacolata se l’infarto
avviene nella seconda finestra che nella prima. Nella prima finestra ciò che conta è la riduzione
dell’area di infarto che è più evidente. Vediamo quali sono i meccanismi che portano alla prima
finestra; quando abbiamo un’ischemia abbiamo una notevole produzione di adenosina (parlo di
ischemia pre-condizionante, che facevamo con 2.5 min di stenosi - 10 min di intervallo- altri 2.5
min di stenosi); l’adenosina agisce sulla membrana della fibra miocardica dove trova dei recettori
A1 (i recettori per l’adenosina A2 sono quelli che provocano vasodilatazione delle fibrocellule
muscolari lisce, gli A1 sono responsabili della protezione miocardica). Attraverso un recettore G-
inibitore, inibitore per l’adenilato ciclasi, si ha attivazione della fosfolipasi C, che agendo sul
fosfaditil inositolo difosfato (PIP2) provoca la formazione sia di diacilglicerolo (DAG), sia di
inositoltrifosfato (IP3). Il DAG agisce sull’isoforma δ della proteina kinasi C, la quale attiva i canali
mitocondriali per il K+ ATP dipendenti (N.B. sono canali mitocondriali e non di membrana!). Fino
a pochi anni fa l’apertura di questi canali mitocondriali per il K+ era considerato il fenomeno
terminale della protezione; ora, oltre a questo ci sono altri eventi, non ancora tutti chiariti.
Consideriamo questo come il passaggio obbligato “quasi finale” della protezione.
Quindi: adenosina → recettori A1 → recettore G1 → fosfolipasi C→ DAG → proteina kinasi C →
attivazione di questi canali.
L’IP3 però determina il rilascio dalle cisterne terminali del reticolo sarcoplasmatico di Ca2+, che
attiva una proteina kinasi α, che ha lo stesso effetto, che abbiamo visto prima, della proteina kinasi
C isoforma δ sui canali mitocondriali. Non abbiamo recettori A1 solo sul sarcolemma, ma li
abbiamo anche sulle cellule endoteliali dei vasi coronarici. L’attivazione dei recettori A1 degli
endoteli coronarici provoca attivazione della ENOS già vista, con liberazione di NO. L’NO può
agire in 2 modi: o direttamente sui canali mitocondriali per il K+, o indirettamente attivando la
proteina kinasi δ che a sua volta attiva i canali mitocondriali per il K+. Considero i canali
mitocondriali per il K+ ATP dipendenti come l’evento terminale, come sinonimo di protezione
miocardica. Il danno da ischemia da riperfusione trova una causa rilevante nel sovraccarico
cellulare di Ca2+: qui vediamo che parte del meccanismo di protezione è però mediato da un
aumento del Ca2+ intracellulare. Vi faccio notare 2 cose: qui ci troviamo nell’ischemia pre
condizionante, il sovraccarico avviene nell’ischemia protratta che porta all’infarto. Uno dei fattori
che può portare alla protezione è anche una riduzione del metabolismo miocardico, perchè se riduco
il metabolismo miocardico, il miocardio richiede meno O2 e quindi diventa più resistente a
un’ipossia provocata dall’ischemia. Un’ altra via, sempre nella finestra di protezione è la seguente:
l’aumentata produzione di adenosina attraverso l’attivazione dei recettori A1, sempre attraverso il
meccanismo che vede coinvolta la proteina kinasi C, determina l’apertura dei canali per il K+
(figura): si tratta dei canali di membrana sarcolemmali; questo accelera la ripolarizzazione,
riducendo la durata del plateau della fibra miocardica. Siccome durante il plateau del Ca2+ entra
nella cellula, con questo meccanismo ho minor ingresso di Ca2+ che riduce anche la scissione di
ATP, quindi sostanzialmente il metabolismo della fibra risulta essere diminuito. Questa
diminuzione rende la fibra un pò più resistente. Va però detto che se noi stimoliamo l’apertura dei
canali per il K+ con una sostanza, come può essere il diazossido, non ho alcuna apertura dei canali
sarcolemmali ma ottengo in pieno la protezione. Se uso il diazossido (sostanza una volta usata con
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scarso successo come ipotensivo, che si è poi visto aprire selettivamente i canali mitocondriali e non
quelli sarcolemmali)....cambio cassetta
Si è anche visto che se blocco i canali mitocondriali per il K+ con il 5 idrossi decanoato (detto anche
5 H-D) posso determinare una transitoria ischemia ma la protezione non si forma. Quindi tra i
canali sarcolemmali per il K+ e quelli mitocondriali c’è la conferma che la protezione avviene per
opera di questi ultimi. Torniamo su questa figura: ci accorgiamo che un passaggio obbligato è
l’attivazione delle proteine kinasi C. Certo l’NO può agire anche direttamente, ma questa azione
non è così spiccata se non avviene l’attivazione delle proteine kinasi C; quindi un meccanismo
farmacologico protettivo è l’attivazione delle proteine kinasi C. Come possiamo attivare le proteine
kinasi C? Con gli esteri di fuor....., sostanze che attivano le proteine kinasi C. L’importanza delle
proteine kinasi C nell’indurre la protezione da ischemia pre-condizionante è stata anche dimostrata
vedendo cosa succede se blocchiamo una proteina kinasi C. Posso senza ischemia pre-
condizionante indurre protezione se stimolo la proteina kinasi C, in assenza di ischemia pre-
condizionante; invece in presenza di ischemia pre-condizionante posso impedire la protezione se
blocco la proteina kinasi C (posso avere 2 o 3 episodi brevi di ischemia: non succede niente se ho
bloccato la proteina kinasi C); anche se un farmaco che agisca in questo modo ci interessa poco, una
sostanza che blocca la protein kinasi C è la cheleritina. Tutto questo si esaurisce nel tempo e dopo
2-3 ore non c’è più protezione. Intanto nella riperfusione da infarto abbiamo avuto la produzione di
anione superossido, nello stesso tempo abbiamo anche avuto la produzione di NO per aumento
dello shear stress nell’iperemia. Anione superossido + NO danno origine al perossinitrito, che attiva
l’isoforma ε della proteina kinasi C; l’isoforma ε della proteina kinasi C a questo punto mette in
moto una cascata di segnali che richiedeno molto tempo e sono: la sintesi e produzione di una
tirosin kinasi, la sintesi e l’attivazione di diverse MAP chinasi (cascata enzimatica), fino alla
formazione e attivazione di NO sintasi inducibile. C’è di nuovo produzione di NO che può attivare i
canali mitocondriali o l’isoforma δ della protein kinasi C, e si risveglia la protezione che durerà per
70-90 ore.
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Per digestione si intende la scissione enzimatica delle sostanze nutritive che sono state introdotte.
Quando parliamo di fisiologia dell’[Link] indichiamo anche meccanismi di secrezione degli
enzimi ottenuti nei succhi,indichiamo anche i fenomeni motori a carico dell’[Link].
Si include nella fisiologia dell’[Link] fisio del fegato.
La fisio dell’app. dig indica qlc di molto più ampiodella sola scissione enzimatica degli elementi.
Considereremo fenomeni che avvengono nella bocca,nello stomaco,nel duodeno e considereremo
l’[Link],l’azione degli enzimi,fenomeni motori e assorbimento.
Prendiamo in considerazione i processi nella bocca:FENOMENI SECRETIVI(secrez saliva,secrez
enzimi della saliva)FENOMENI MOTORI NEL CAVO ORALE e ASSORBIMENTO CHE
RIGUARDA FARMACI.
Consideriamo la salivazione.
Abbiamo tre paia di ghiandole salivari:
1-ghiandola parotide
2-ghiandola sottomascellare
3-ghiandola sottolinguale
Abbiamo poi alcune ghiandole salivari accessorie contenute sul dorso della lingua:sono le ghiandole
di Forhemmer.
La ghiandola parotide secerne un tipo di saliva mista sia sieroso che mucoso.
La ghiandola sottomascellare anch’essa una saliva di tipo misto ma prevalentemente sieroso,cioè
contenente poco muco.
La ghiandola sottolinguale una saliva di tipo misto ma prevalentemente mucoso.
La saliva è un liquido piuttosto vischioso per la presenza di muco,di [Link]
elettroliti(sodio,cloro,potassio,bicarbonato,fosfato),proteine(lattoferritina)ed enzimi
salivari,anch’essi proteine ,come la ptialina o alfa chinasi salivare e la lipasi ,che si trova contenuta
in quantità scarsa,insufficiente.
Un altro enzima contenuto nella saliva è la uromidasi(lisozima ad azione anti batterica).è contenuto
soprattutto nella saliva del cane(Ecco perché si lecca le ferite!).Sostanzialmente abbiamo tre enzimi
di cui la ptialina è quello più rappresentato e quindi quello che caratterizza l’azione enzimatica della
saliva.l’alfa amilasi salivare agisce prevalentemente sull’amido cotto.L’azione di questa 1,4alfa
amilasi salivare non può esplicarsi sulla [Link]. dig dell’uomo non è in grado di digerire la
cellulosa se non in misura molto modesta nell’intestino crasso dove una beta amilasi è prodotta
dalla flora batterica intestinale.
Gli animali erbivori,tra cui il cavallo,hanno un intestino crasso molto sviluppato in quanto la loro
flora batterica intestinale produce una quantità di beta amilasi sufficiente per l’utilizzo alimentare
della [Link]’uomo possiamo considerare che la cellulosa non viene assorbita.
Il significato dell’azione enzimatica della saliva è dovuto quasi esclusivamente alla presenza di
[Link] sull’amido ad un pH ottimale neutro o leggermente basico,che è il pH a cui si trova
normalmente la saliva,determina la formazione di destrine e [Link] si arriva alla
produzione di monosaccaridi.
L’azione dell’alfa amilasi salivare ha un pH ottimale neutro o leggermente [Link] fa si che
l’azione dell’amilasi duri poco perché appena il bolo viene deglutito e l’amido e la saliva arrivano
nello stomaco,l’acidità di quest’ultimo neutralizza l’azione della ptialina e dell’alfa amilasi
salivare.E’ possibile che nello stomaco,siccome il bolo ha una consistenza ancora solida,ci sia un
ritardo nella compenetrazione del bolo da parte dell’HCl e del succo [Link] può garantire
un protrarsi dell’azione dell’alfa [Link] il bolo è tutto compenetrato di succo gastrico e
acido l’attività dell’alfa amilasi cessa.
La lipasi può servire per la digestione dei lipidi contenuti nel [Link]ò il breve periodo di sosta
nella cavità orale,oltre alla scarsezza di questo enzima, fa si che non abbia alcun significato la
presenza di lipasi.
Quali sono i meccanismi di secrezione salivare?
A differenza della secrezione degli altri succhi dell’app digerente che possono essere prodotti a
seguito di meccanismi nervosi od umorali,la saliva viene secreta esclusivamente con meccanismi
nervosi.
Quando ho parlato di fibre nervose vasodilatatrici,ho fatto cenno alle fibre vasodilatatrici contenute
nel nervo faciale e glossofaringeo diretti alle ghiandole [Link] parlato di queste fibre soltanto
dal punto di vista di vasodilat [Link] determinano anche l’attività delle cell. secernenti delle
ghiandole [Link] realtà anche la stimolazione del simpatico oltre a quella del parasimpatico può
determinare secrezione [Link] noi stimoliamo le fibre parasimpatiche abbiamo un’abbondante
secrezione di saliva,prolungata e povera in proteine ma ricca in [Link] se stimoliamo il
simpatico abbiamo produzione di saliva,ma questa produzione è molto più ridotta e
[Link] però ricca in proteine è quella che determina la produzione degli enzimi.
La quantità di saliva prodotta giornalmente si aggira intorno al litro e mezzo e viene continuamente
deglutita.
Fino ad ora abbiamo visto l’attività secretoria,l’attività enzimatica e la regolazione dell’attività
[Link] ora a considerare i fenomeni motori che avvengono nella bocca e che sono la
masticazione e l’inizio della deglutizione.
La masticazione consiste in movimenti di innalzamento e abbassamento della mandibola,di
lateralità e di pronazione in avanti della mandibola dovuti alla contrazione di alcuni muscoli. Il
sollevamento della mandibola è dovuto soprattutto ai muscoli massetere e [Link] pronazione
in avanti e i movim di lateralità sono dovuti ai muscoli pterigoidei interni ed
esterni.L’abbassamento della mandibola è dovuto alla parte anteriore del muscolo digastrico,ai
muscoli genioioidei e [Link] sono i muscoli masticatori
principali:PTERIGOIDEI,MASSETERI,TEMPORALI,VENTRE ANTERIORE DEL MUSCOLO
DIGASTRICO,GENIOIOIDEI E [Link] ultimi tre sono deputati all’abbassamento della
mandibola.
Sappiamo che anche i muscoli che non sono né abbassatori,nè sollevatori,né pronatori della
mandibola intervengono nella [Link]ì interviene il muscolo buccinatore,il muscolo
orbicolare e i muscoli [Link] noi vogliamo vedere quali sono i nervi motori che presiedono alla
masticazione vediamo come i meccanismi di innalzamento della mandibola siano dovuti alla branca
mandibolare del trigemino mentre i muscoli abbassatori della mandibola sono attivati ancora dalla
branca mandibolare del trigemino ma anche dall’ipoglosso.I muscoli poi orbicolare delle labbra e il
buccinatore sono innervati dal [Link] vero nervo masticatore è la branca mandibolare del
trigemino.
La masticazione insorge in modo volontario ma continua in modo [Link] questo riflesso gioca
un ruolo importante il nucleo mesencefalico del [Link] l’abbassamento della mandibola
è dovuto alla stimolazione di recettori di pressione situati nelle gengive in prossimità degli alveoli
dentali,il sollevamento è dovuto allo stiramento di fusi neuromuscolari che sono contenuti
soprattutto nel massetere e nel muscolo [Link] i fusi neuromuscolari sono stimolati
mandano degli impulsi verso il sistema nervoso [Link] la mandibola si abbassa i fusi
neuromuscolari vengono stirati e generano impulsi verso sistema nervoso [Link] le vie
afferenti hanno i loro corpi cellulari in gangli fuori del sistema nervoso centrale,noi ci aspetteremo
che i corpi cell siano situati nel ganglio di [Link] sono situati all’interno del sistema
nervoso,nel nucleo mesencefalico del [Link] impulsi passano attraverso questo nucleo e
vanno ad attivare i motoneuroni alfa del nucleo motorio del [Link]’abbassamento della
mandibola fa seguito in via riflessa l’innalzamento.
Nel nucleo mesencefalico del trigemino abbiamo anche dei neuroni che ricevono fibre dalle
gengive e dagli alveoli dentali,stimolate quando l’accostamento delle due arcate dentarie provoca
attivazione in quella serie di gengive e alveoli di recettori di [Link] fibre afferenti al
nucleo mesencefalico vanno ad attivare dei corpi di neuroni inibitori che inibiscono quei
motoneuroni alfa che erano stati attivati prima.
Abbiamo quindi alternanza del sollevamento e abbassamento della mandibola.
La masticazione è dovuta allo scopo di sminuzzare e frantumare gli [Link] la partecipazione
dei muscoli delle guance,della bocca e della lingua ha anche lo scopo di permettere la
compenetrazione del bolo da parte della saliva,di formare il bolo di impregnarlo con la saliva.
La deglutizione avviene in tre fasi:
1 FASE:orale
2FASE:orofaringea
3FASE:esofagea.
1-Nella fase orale abbiamoil sollevamento e lo spostamento della lingua che schiaccia il bolo al
palato e lo sposta all’indietro attraverso l’istmo delle fauci.
2-La fase faringea,o meglio orofaringea,serve a spingere il bolo dal cavo orale verso l’orofaringe.E’
lo spostamento all’indietro della faringe che fa questo mentre si scostano i due pilastri del velo
[Link] stesso momento abbiamo alcuni movimenti coordinati che impediscono il passaggio
di sost alimentari nella laringe e poi nella [Link] movimenti sono l’innalzamento della
laringe contemporaneo all’abbassamento dell’epiglottide e all’avvicinamento delle corde
[Link] permette al bolo alimentare di seguire unicamente la via dell’esofago.
Durante la fase orofaringea abbiamo un sollevamento del velopalatino il quale separa il
rinofaringe(via respiratoria)dall’orofaringe(che in questo caso funge esclusivamente da via
digerente).Durante questa fase gli atti respiratori vengono interrotti per alcuni secondi.
3-Penetrato nella faringe il bolo viene spinto nello stomaco con un tempo di percorrenza
dell’esofago di 5-6 [Link] fase è mediata ad opera di riflessi e movimenti peristaltici:sono
movimenti in cui un anello di contrazione si sposta dall’estremità orale a quella ab orale preceduto
da un anello di dilatazione.L’esofago presenta un tratto che ha un’ anello di contrazione preceduto
da un allargamento del diametro dell’esofago [Link] tratta di un movimento riflesso che nelle
parti più alte dell’esofago,dove abbiamo la presenza di fibre striate(quelle appartenenti alla regione
inferiore)sia di fibre lisce,è un riflesso [Link] via efferente vagale genera queste onde
peristaltiche che ci fa comprendere subito come il vago sia per l’intestino un nervo motore.
Il meccanismo di peristalsi delle parti alte dello stomaco è un riflesso a via efferente vagale per via
lunga,cioè gli impulsi che partono vengono portati dal vago al nucleo motore dorsale e da qui
partono le fibre che attivano le vie efferenti [Link] invece ci spostiamo nella parte più bassa
dello stomaco,dove ci sono solo fibrocellule muscolari lisce,vediamo come la peristalsi sia ancora
dovuta ad un riflesso che si esaurisce nei plessi autonomi dell’esofago stesso.(plesso sottomucoso o
di Meissner e plesso mienterico di Auerbach)Questi due plessi sono responsabili dell’insorgenza dei
movimenti peristaltici nella parte bassa dell’esofago.
Il bolo arrivato all’estremità dell’esofago passa attraverso il [Link] un’onda peristaltica
arriva in corrisp del cardias le fibre circolari della valvola cardiale si rilasciano mentre quelle a
monte dell’esofago si costringono e cosi spingono il [Link] sfintere pilorico è però
un’eccezione,non funziona allo stesso modondel cardias.
In questo modo siamo arrivati nello stomaco(5-6 min).Se anziché un bolo fosse stato un liquido
sarebbe stata importante la gravità.Bastano 5-6 cm di acqua sopra il cardias che la pressione
esercitata da questo peso sia in grado di aprire la valvola cardiale senza che prima siano intervenuti
dei movimenti peristaltici.
Lo stomaco si divide in tre parti:una porzione cardiale(il fondo ed il corpo)ed una porzione
pilorica(antro pilorico,canale pilorico,sfintere pilorico).E’ limitato a sinistra dalla grande curvatura
e a destra dalla grande curvatura.
Se noi lo guardiamo all’interno e percorso da pliche longitudinali e pliche trasversali,che dividono
la sup dello stomaco in tante fossette dette foreole [Link] fondo di queste fossette vi sono le
ghiandole gastriche .
Queste si dividono in
< ghiandole cardiali(sono ghiandole che secernono succo ricco di mucina e basico)
<ghiandole del fondo e del corpo(sono la [Link] responsabili della secrezione di
pepsinogeno,[Link],fattore intrinseco che permette a livello intestinale l’assorbimento della
[Link] di questo fattore è la causa di molte anemie perniciose)
Sono gh tubulari semplici formate da un unico strato di [Link] gh si aprono sul fondo delle
foveole,le cui cell secernenti muco si protendono nella prima parte della gh come cell del
[Link] queste cell al pari delle cell che tappezzano l’interno dello stomaco,sono cell che
secernono muco,che tappezza la sup interna dello stomaco in modo da impedire la digestione da
parte del succo [Link] quindi una funzione protettiva contro la formazione di [Link] alle
cell del colletto distinguiamo altri due tipi di cell:le cell principali situate nelle parte int della gh
intercalate da cell parietali che protendono all’ext della gh.I canalicoli intracell si aprono dirett nel
lume della ghiandola anziché nel canalicolo [Link] le cell principali producono il
pepsinogeno che noi possiamo osservare già presente all’interno delle cell stesse in quelli che sono
chiamati granuli zimogeni,le cell parietali producono HCl e il fattore intrinseco che si trova nel
succo gastrico(quando sentiamo parlare di secrezione parietale teniamo presente che si tratta della
produzione di HCl).Due cell principali sono vicine tra loro ma non perfettamente a [Link] le
due cell princ o adelomorfe abbiamo il canalicolo [Link]’ext abbiamo la cell parietale che
contiene al suo interno canalicoli [Link] confluiscono nel canalicolo [Link]
secrezione di HCl avviene per le diverse proprietà di membrana e dei canalicoli intracellulari.L’HCl
fluisce attraverso il canalicolo intercellulare nel lume della [Link] le cell possono
secernere una quantità di idrogenioni tale da portare il succo gastrico ad un pH variabile tra 1 e [Link]
cell devono essere capaci di concentrare gli idrogenioni 2 milioni di volte.
<ghiandole della porzione pilorica(Simili alle cardiali ma hanno una caratteristica:nella parete delle
ghiandole o tra due ghiandole esistono cell di tipo endocrino,cell G,responsabili della produzione di
[Link] ormone non è versato nel lume delle cellule ma in circolo)
La produzione giornaliera di succo gastrico varia da 800 ml a 1 l.E’ formato da acqua ,elettroliti
,[Link] ed enzimi(pepsina,secreta dalle gh del fondo e corpo e trasformata in pepsina dall’HCl)
(lisozima,la cui azione è uguale a quella del lisozima salivare).Ricordiamo inoltre un altro enzima
che è presente solo nello stomaco degli animali [Link] enzima è stato trovato per la prima
volta nello stomaco delle renne,per questo motivo chiamato [Link] rennina,detta anche la
fermento chimosina oppure per l’uso industriale che se ne fa detta calio,è un enzima predisposto
alla coagulazione del latte,o meglio alla precipitazione della caesin caseina del latte in caseiato di
[Link] assenza di calcio questa precipitazione non [Link] significato di questa precipitazione
ha il significato di solidificare il latte e di esporlo all’azione enzimatica degli enzimi [Link]
lattante ,che si nutre soprattutto di latte,non può permettere che il latte abbia il destino degli altri
liquidi,cioè che passi rapidamente nell’intestino [Link] farlo soggiornare nello stomaco;questo
soggiorno avviene ad opera di questa [Link] coagulazione fa sostare la caseina nello
stomaco,permettendo all’enzima proteolitico calopepsina di iniziare la sua [Link]’adulto
questa azione che svolge la rennina è svolta dalla chimotripsina(enzima pancreatico)che per questa
sua caratteristica è chiamata rennina o chimosina pancreatica.
Le prime 3 fasi prendono il nome dalla sede di azione degli stimoli responsabili del riflesso di
secrezione.
1:Può basarsi su riflessi innati o condizionati.I riflessi innati sono quei riflessi dove lo stimolo
agisce su recettori ben precisi:recettori gustativi,recettori tattili,recettori olfattivi e propriocettivi nei
muscoli della masticazione .Da questi recettori partono impulsi afferenti che attraverso una via
efferente vagale fanno aumentare la scarica parasimpatica nello [Link] scarica agisce in 2
modi:Dirett sulle gh gastriche facendole secernere e indirett stimolando la secrezione di [Link]
vie eff del vago non sono esclusivamente colinergiche ma anche sede di fibre di tipo GRP(gastrin
Releasing Peptid)Questo peptide agisce sulle G della porzione pilorica e fanno aumentare la
produzione di gastrina.
Se i riflessi innati hanno come recettori i rec gust,tattili,propriocett,olfatt,i riflessi condizionati
possono avere recettori visivi ,acustici.
Esperimento di [Link] eseguiva l’intervento del piccolo [Link] una parte della
mucosa dello stomaco e la isolava dal resto,la rovesciava all’ext e suturava il grande stomacoPaulo
o lasciava intatte le connessioni fra grande e piccolo stomaco o recideva le connessioni soprattutto
per isolare lo stomaco anche dal p d v [Link] piccolo stomaco quindi funzionava a sé.Vedeva
che dopo aver somministrato del cibo a un cane associando la somministrazione di cibo a un suono
di un diapason aumentava la secrezione nello [Link] però a un certo punto dopo aver
addestrato l’animale all’associazione tra i 2 stimoli,quello innato e cioè sommistrazione del cibo e
quello condizionato non somministrato dal cibo,era sufficiente il suono del diapason perché si
avesse [Link] il suono del diapason la secrezione aumentava sia al grande stomaco sia
dal piccolo stomaco se questo era collegato per via nervosa al grande [Link] invece aveva
reciso le fibre nervose non c’era più secrezione dal piccolo [Link] così dimostrato che erano
sufficienti i riflessi associati per tanto tempo al riflesso dato per determinare la secrezione e che
questa si basava su vie efferenti [Link] ancora visto che quando il cibo arrivava nello stomaco
si aveva la secrezione nel piccolo stomaco anche quando le fibre erano recise. Questo dimostrava
che nel grande stomaco c’era l’inizio di un riflesso dal grande stomaco che attraverso vie nervose
raggiungeva il piccolo [Link] è così identificata la fase cefalica della circolazione nella sua
componente [Link] fase gastrica,come dimostravano gli esperimenti fatti con il piccolo
stomaco ,c’era una componente umorale.
Il vago determina la produzione di [Link] va in circolo e quando raggiunge per via ematica le
ghiandole gastriche le induce a secernere ovunque siano situate.I riflessi che danno origine alla
seconda fase possono essere riflessi a via lunga e a via breve.
RIFLESSI A VIA LUNGA:il cibo è arrivato nello stomaco e ha agito con stimoli di tipo meccanico
ma anche di tipo [Link] stimoli agiscono su recettori contenuti nello stomaco.I riflessi per
la via lunga sono riflessi vago vagali(via afferente ed efferente vagale)La via efferente vagale,come
nella secrezione cefalica,determina azione diretta sulle ghiandole gastriche,ha una azione indiretta
per il rilascio dell’istamina,ha anche azione indiretta per fibre particolari,non adrenergiche e non
[Link] ritorna così alla fase finale della secrezione cefalica.
RIFLESSI A VIA BREVE:attraverso i plessi sottomucoso e mienterico di Auerbach..I soliti stimoli
meccanici e chimici determinano una componente della fase gastrica della digestione.
[Link] poi la fase [Link] ormai abbiamo solo più una sospensione fluida di
particelle più o meno sminuzzate che arrivano nel duodeno vediamo che determina stimoli
meccanici e chimici sulla mucosa [Link] inoltre la liberazione di un ormone che una
volta era chiamato secretina gastrica e che ora è chiamato gastroossintina(cell ossintiche producono
a. cloridrico).Possiamo avere anche una inibizione della secrezione gastrica,oltre che una
attivazione,attraverso la produzione di tutta una serie di ormoni che vanno sotto il nome di
enterogastrone.
[Link] interdigestiva:A intervalli regolari durante il digiuno aumenta la secrezione [Link] è
ritenuto che possa essere dovuto all’abbassamento della glicemia.
Tabella:Indica ciò che determina e ciò che inibisce la secrezione del succo [Link] stomaco
viene anche prodotta gastrone e somatostatina mentre dall’intestino tutte quelle sostanze che vanno
sotto il nome di [Link]’intestino oltre l’enteroossintina potrebbero avere un ruolo gli
amminoacidi che vengono assorbiti ma il tratto di intestino che interviene è il digiuno e non è mai
il duodeno,Che è responsabile della secrezione di enteroossintina.
Azione del succo gastrico:come attività enzimatica possiede soprattutto quella della [Link]
,secreta come pepsinogeno,viene trasformato in pepsina dall’acidità del succo [Link] pepsina è
una endopeptidasi,significa che agisce al centri delle molecole di proteine native spezzandole in
grossi [Link] vengono così prodotti né peptici a catena corta né amminoacidi. Vengono
prodotti solo peptoni.
Vi è l’azione di scissione del saccarosio in glucosio e fruttosio.é una scissione acida dovuta alla
presenza di [Link].
LEZIONE DEL 6 APRILE 2004 [Link]
Dunque, vi avevo fatto notare come l’idrogenione aumenta il succo gastrico con la velocità di
secrezione e come contemporaneamente diminuisca la concentrazione del Na+: la reazione tra le
concentrazioni dei due ioni è tale che se noi in ogni punto sommiamo le concentrazioni dei due ioni
abbiamo sempre lo stesso valore. Dunque il motivo di questa variazione reciproca del Na+ e
dell’idrogenione risiede nel meccanismo stesso della secrezione parietale, e per secrezione parietale
si intende la secrezione di HCl; voglio soltanto segnalarvi che ogni volta che qui abbiamo la
secrezione di un idrogenione dalla parte opposta abbiamo il riassorbimento dal liquido interstiziale
nel plasma di un solo ione. Le due cose funzionano di pari passo. Tuttavia noi dobbiamo capire
come questa espulsione di un H+ dalla cellula al liquido interstiziale e al plasma vada di pari passo
con la diminuzione del Na+ nel secreto; qui siamo, ho detto, nel canalicolo intracellulare. Dunque,
nel secreto presente nel lume della ghiandola del fondo del corpo tra i vari elettroliti abbiamo il
Na+. Questa membrana è parzialmente permeabile al Na+, non ha pompe per il Na+, ne è solo
parzialmente permeabile, il Na+ quindi può entrare; può entrare in che modo? Secondo un gradiente
di concentrazione. Sarà la pompa Na+/K+ situata sulla membrana basolaterale a mantenere bassa la
concentrazione del Na+ nella cellula. Da questo deriva che ogni volta che un H viene espulso dalla
cellula nel liquido interstiziale un altro H+ può entrare nella cellula dalla membrana del canalicolo
intracellulare. Dunque, la secrezione di H+ nel can intracellulare della cellula parietale va di pari
passo con una diminuzione del Na+ e con un passaggio del Na+ nel liquido interstiziale. Dunque
questa membrana del canalicolo è parzialmente permeabile al Na+ che può penetrare dal secreto già
presente nel lume della ghiandola. Ogni volta che questa pompa estromette un Na+ la
concentrazione del Na+ diminuisce nel citoplasma, di conseguenza il gradiente che si è creato
permette l’ingresso del Na+ dal lume alla cellula. Dunque, vediamo quella tabella di ieri che
riguarda il fattore che stimola la secrezione e quello che inibisce la secrezione nello stomaco.
Dunque, nello stomaco abbiamo gastrina e istamina e li abbiamo visti in una della figure di questo
lucido. In realtà forse sarebbe stato meglio dire Ach, gastrina ,istamina, perché noi sappiamo che
l’Ach è prodotta dal vago, la gastrina è pure prodotta dal vago per azione di quelle fibre che
secernono il Gastric realising peptide, il peptide di rilascio della gastrina. L’istamina è pure secreta
dal vago ad opera della liberazione di Ach; l’istamina si libera in qualche cellula presente nella
parete dello stomaco. Dall’intestino la secrezione è stimolata dall’enterossintina quando il contenuto
gastrico è passato nel duodeno e dell’assorbimento degli aminoacidi; qui bisogna stare attenti,
perché mentre enterossintina, che è secreta dalla mucosa duodenale, l’assorbimento degli
aminoacidi deve avvenire più in basso, a livello del digiuno, quando l’assorbimento fa si che la
concentrazione degli aminoacidi aumenti nel plasma, allora, essendo questi aminoacidi portati dal
plasma alle cellule delle ghiandole presenti nel fondo del corpo determinano la secrezione di HCl.
La secrezione è inibita dalla somatostatina, dal gastrone e dall’abbassamento del pH. Dunque, la
somatostatina è prodotta da quelle cellule di tipo endocrino presenti per lo più nella regione pilorica
che sono dette cellule D; nella regione pilorica abbiamo una precisa collocazione delle cellule G che
producono gastrina tra una ghiandola e l’altra, e poi abbiamo la presenza di queste cellule D che
producono somatostatina. Il gastrone è anche un altro ormone liberato da qualche parte dello
stomaco sotto l’azione di stimoli soprattutto chimici. Il basso pH determina una diminuzione della
produzione di gastrina; voi capite che basso pH vuol dire alta concentrazione di H+ nel succo,
quindi è un meccanismo di feedback positivo che protegge lo stomaco dalla digestione; è, si può
dire un meccanismo antiulceroso. Nell’intestino, nel duodeno, vengono prodotte un insieme di
sostanze che tutte insieme formano l’enterogastrone, che in realtà non esiste come sostanza, una
volta si riteneva che esistesse, in realtà sono molte sostanze. Queste sostanze sono il bulbogastrone,
l’enteroglucagone, il VIP (vasoactive intestinal peptide) e il GIP (gastroinibitor peptide).
Queste sostanze tutte insieme hanno un duplice effetto: limitano la secrezione di HCl e
sostanzialmente anche del succo gastrico, e limitano i movimenti dello stomaco. Le sostanze
dell’enterogastrone sono formate nel duodeno, quando nel duodeno sono presenti i grassi. I grassi
subiscono dei processi abbastanza complessi per essere assorbiti ed essere digeriti, per l’azione
congiunta della bile e del succo pancreatico. Per questo la digestione dei grassi è piuttosto lenta. La
liberazione di enterogastrone da parte della mucosa duodenale quando sono presenti dei grassi, ha il
significato di rallentare la digestione dello stomaco e lo svuotamento dallo stomaco in modo da
permettere solo a piccole quantità di contenuto gastrico di passare nel duodeno; ecco perché la
digestione richiede un certo tempo. Dunque, poiché ritengo opportuno dire qualche parola di
fisiopatologia, vi ho portato qui uno schema sulla genesi dell’ulcera gastrica attribuita a processi di
autodigestione dello stomaco ad opera della pepsina. Dunque, l’ulcera gastrica si forma quando è
diminuita la protezione della mucosa da parte di quel muco secreto dalle cellule di rivestimento
della mucosa, dalle ghiandole del cardias e della regione pilorica, nonché dalle cellule del colletto
delle ghiandole del fondo e del corpo. Dunque, insieme alla produzione della mucosa da parte della
mucina vi è un aumento della secrezione di HCl attribuito ad una maggiore sensibilità delle cellule
perietali alla gastrina. Insieme alla aumentata secrezione di HCl vi è un più rapido svuotamento
dello stomaco, vuol dire che nello stomaco sono più rapidi i movimenti; lo stomaco si svuota più
rapidamente, i movimenti possono complicare meccanicamente l’effetto che favorisce la lesione,
ma nello stesso tempo lo svuotamento dello stomaco fa si che il succo gastrico venga ad esser meno
diluito, il contenuto gastrico di cibi che abbiamo introdotto diluiscono la pepsina, diluiscono l’HCl;
i soggetti ulcerosi infatti avvertono una scomparsa del dolore nel momento in cui introducono cibo
proprio per la diluizione della pepsina e dell’HCl. Se lo stomaco è vuoto questa diluizione non
avviene e quindi l’azione sulla mucosa è accentuata. Negli ultimi anni è stato visto un ruolo
abbastanza spiccato di questo batterio, l’elicobacter pilorii, che determina la comparsa della mucosa
gastrica dove produce ureasi, la quale producendo ammoniaca dall’urea trova il tamponamento
dell’acido proteggendo i batteri. Il tamponamento dell’acido farebbe pensare ad un’azione
favorevole ma in realtà non è così, perché come vedremo nello schema successivo l’elicobacter
pilorii determina una gastrite atrofica: su questa gastrite atrofica possono inserirsi delle lesioni
ulcerose e anche delle lesioni cancerogene. Dunque, l’ulcera è dovuta alla secrezione di succo
gastrico e in particolare di secrezione acida; quindi mentre da un lato questo viene tamponato
dall’altro continuiamo ad avere un aumento della secrezione acida , ecco perché ci sono dei farmaci
che vengono usati come omeoprazolo che inibendo la pompa dell’H un minor flusso di acido per lo
stomaco. Oltretutto bisogna tenere presente che nel momento in cui l’H viene tamponato, viene
favorita l’ulteriore secrezione di HCl perché se noi abbiamo un pH molto basso nello stomaco su
inibizione della gastrina, la secrezione di HCl diminuisce, come abbiamo visto in questo caso.
Orbene, noi abbiamo il tamponamento che permette soprattutto da parte dell’ammoniaca la
riduzione degli H+ ma nello stesso tempo ne favorisce la secrezione. Oltre i farmaci detti inibitori
della pompa protonica il trattamento dell’ulcera si avvale anche di antagonisti dei recettori H2. I
recettori H2 sono quei recettori sui quali agisce l’istamina; abbiamo visto ieri e l’ho ripetuto oggi,
che l’istamina agendo sulle cellule parietali determina l’attivazione dell’adenilato ciclasi, quindi
l’aumento della concentrazione dell’AMPciclico che insieme ad un aumento della concentrazione
del Calcio attiva la pompa dell’idrogenione. Quindi sostanzialmente il blocco dei recettori H2 e
aumento della secrezione di idrogenioni. Dunque questa altra figura presenta l’azione che si
potrebbe dire diretta dell’elicobacter sulla formazione dell’ulcera e dei carcinomi. Dunque noi
abbiamo inizialmente la colonizzazione della mucosa gastrica di questi elicobacter pilorii che credo
quasi tutti noi abbiamo nello stomaco me solo in alcuni determina la manifestazione ulcerosa.
Questi determinano innanzitutto una gastrite cronica la quale può determinare l’ulcera peptica: la
gastrite può diventare atrofica passando poi successivamente nella lesione cancerogena; il
passaggio attraverso la gastrite atrofica passando a partire da quella cronica superficiale può anche
essere lungo questa linea, può precedere non necessariamente il cancro ma dare soltanto l’ulcera.
Questo ruolo dell’elicobacter pilorii spiegherebbe una spiegazione fatta per molto tempo il
carcinoma gastrico può comparire facilmente di soggetti che per lungo tempo sono stati portatori di
un’ulcera non trattata; va detto che mentre una volta il trattamento dell’ulcera era molto difficile
adesso il trattamento medico dell’ulcera senza dover ricorrere all’intervento chirurgico è il
trattamento di elezione dell’ulcera, tra gli inibitori della pompa protonica, tra i bloccanti dei
recettori H2 l’ulcera può benissimo venir trattata senza dover ricorrere all’intervento chirurgico.
Dunque, detto tutto questo, abbiamo visto quali sono i processi secretivi, abbiamo visto qual è
l’azione degli enzimi sostanzialmente della pepsina che trasforma le proteine native in peptoni,
adesso passiamo ai movimenti dello stomaco.
I MOVIMENTI DELLO STOMACO
Vi proietto questa figura che abbiamo visto ieri mattina per considerare ciò che avviane nella cavità
dello stomaco con il riempimento e successivamente con lo svuotamento. Nello stomaco a digiuno
la parete anteriore è a contatto praticamente con la parete posteriore; l’unico tratto in cui non vi è
questo contatto tra parete anteriore e posteriore è quello che decorre lungo la piccola curvatura,
infatti su dice che lungo la piccola curvatura abbiamo la cosiddetta via degli alimenti, la famosa
(termine tedesco) di cui si parlava nell’ottocento quando il vocabolario della fisiologia italiano si
rifaceva più a quello tedesco che a quello anglosassone. Dunque, allora qui c’è questa via degli
alimenti lungo la piccola curvatura in cui le due superfici non erano tra loro affacciate a contatto.
Quando il bolo arrivava nello stomaco scendeva lungo la via degli alimenti e andava a collocarsi
sulla grande curvatura;: introduzioni successive di alimenti facevano sì che progressivamente si
finiva per avere gli alimenti prima introdotti disposti sulla grande curvatura e sempre più sulla
piccola curvatura gli alimenti introdotti in seguito. Questo poteva rappresentare un fattore di ritardo
per la permeazione degli alimenti prodotti da parte del succo gastrico; infatti il succo gastrico è
prodotto soprattutto lungo la grande curvatura; se noi abbiamo degli alimenti ultimi prodotti che
sono più lontani richiedono più tempo di quelli più periferici ad essere raggiunti dal succo gastrico.
Comunque circa mezz’ora dopo che è iniziato il pasto cominciano i movimenti responsabili dello
svuotamento. Per parlare dello svuotamento dobbiamo tener conto dei potenziali d’azione delle
fibrocellule muscolari lisce della parete dello stomaco. Dunque, guardate questo potenziale d’azione
di una fibrocellula muscolare liscia: è un potenziale d’azione che ricorda molto quello del
miocardio, ma rispetto a quello del miocardio ventricolare presenta una differenza notevolissima:
mentre quello del miocardio ha una durata complessiva di circa 300 millisecondi questo ha una
durata complessiva che può essere anche di sei secondi; non solo, ma mentre nel miocardio
abbiamo una fase di plateau, qui abbiamo una vera e propria ripolarizzazione, questo non è una
discesa come nel caso del potenziale d’azione delle fibre miocardiche; qui vediamo che dopo una
depolarizzazione rapida un inizio di ripolarizzazione torna di nuovo una certa ripolarizzazione.
Dunque questi potenziali d’azione insorgono a metà circa del corpo dello stomaco e si propagano
verso il piloro. Quindi osservate in questo punto cosa indica questa figura: dunque noi abbiamo una
contrazione sia in concomitanza della depolarizzazione rapida, sia in concomitanza della tardiva
ripolarizzazione; siccome l’intervallo tra la depolarizzazione rapida e la successiva ripolarizzazione
è di alcuni secondi, voi capite come la contrazione che si accompagna alla ripolarizzazione sia
tardiva ed occupi uno spazio di stomaco che si è già la rilasciato dopo l’onda iniziale. Il potenziale
d’azione si sposta verso l’avanti e due onde di contrazione, due onde peristaltiche, si spostano verso
l’avanti. Queste onde impiegano due volte insieme, alcuni secondi nella regione pilorica. Dunque,
adesso andiamo a parlare un momento delle caratteristiche dello sfintere pilorico. Ieri, se ricordate
bene vi ho parlato del modo di passaggio del bollo dall’esofago allo stomaco attraverso il cardias, vi
ho detto che praticamente quando il nodo della contrazione peristaltica era in corrispondenza del
cardias, l’esofago vicino al cardias, il cardias si rilasciava; la cosa è abbastanza ovvia non tanto per
il finalismo che potrebbe avere, quanto se noi pensiamo alle caratteristiche dell’onda peristaltica
dell’esofago. Nell’esofago abbiamo un’onda peristaltica costituita da un tratto di esofago contratto e
una altro a valle di questo rilasciato; quando questo arriva in prossimità del cardias, mentre
nell’esofago abbiamo la stenosi, il cardias può essere già stato raggiunto dall’onda di dilatazione; è
praticamente questo complesso peristaltico che arrivato in prossimità del cardias determina per un
certo momento irrigidimento dell’esofago a monte e dilatazione del cardias a valle. L’onda
peristaltica procede in questo senso. Allora, quando noi arriviamo nella regione pilorica vediamo
che il potenziale d’azione presenta più di una depolarizzazione tardiva lungo il plateau, prima ne
avevamo solo una depolarizzazione tardiva, qui ne abbiamo alcune depolarizzazioni: queste fanno
sì che le due onde risultino allora fuse in un onda sola più lunga. Quest’onda di contrazione occupa
tutto quanto il canale pilorico e poi il canale pilorico restringe anche lo stesso sfintere pilorico;
allora voi vi chiederete ma come è possibile che il passaggio del contenuto gastrico dallo stomaco al
duodeno avvenga con restringimento dello sfintere pilorico. A questo punto bisogna capire qual è il
vero meccanismo, il fattore determinante lo svuotamento dello stomaco. Si è parlato in passato
dell’abbassamento del pH per l’acidità del contenuto gastrico, e poi si è visto che ciò che
determinava lo svuotamento dello stomaco era il grado di fluidità del contenuto gastrico . Quando il
contenuto gastrico era diventato chimo gastrico, aveva assunto la consistenza liquida, poteva
passare attraverso lo sfintere ristretto; qual è il significato del restringimento dello sfintere ridotto?
È quello di fare il chimo. Quando comincia lo svuotamento e la contrazione arriva a questo punto il
contenuto gastrico in parte è già stato purificato, in parte contiene delle parti che non sono state
purificate; questa intensa contrazione che noi abbiamo quando il potenziale d’azione ha raggiunto il
canale pilorico, permette di passare attraverso lo sfintere ristretto soltanto alle parti purificate,
mentre quelle non purificate vengono ricacciate nell’antro, vengono ricacciate nel corpo dello
stomaco; qui lo sfintere pilorico fa da filtro in modo da lasciare passare solo le parti purificate che
possono arrivare nel duodeno. Dunque, sono gli stimoli meccanici e chimici presenti nello stomaco
che determinano l’insorgenza di questi potenziali d’azione; anche qui c’è poi la legge generale
dell’apparato digerente, che il vago facilita questi movimenti: se tagliamo il vago questi movimenti
compaiono ugualmente ma sono più lenti, più rigidi. Nello stesso tempo in uno stomaco a riposo
noi possiamo indurre la comparsa di questi movimenti con la stimolazione vagale. La stimolazione
simpatica invece inibisce questi movimenti. Ecco che di nuovo abbiamo trovato il vago come nervo
motore e il simpatico come nervo inibitore dell’apparato digerente. Io ci tengo a sottolineare questo
concetto perché se noi pensiamo all’apparato cardiovascolare vediamo che il vago ha una funzione
sostanzialmente inibitrice (riduce la frequenza, riduce la velocità di conduzione a livello
dei vasi determina il rilasciamento delle fibrocellule muscolari lisce), al contrario il simpatico
determina aumento della frequenza, aumento della velocità di conduzione, aumento della
contrattilità, e a livello dei vasi contrazione delle fibrocellule muscolari lisce. Nell’apparato
digerente noi troviamo che il vago favorisce i movimenti e il simpatico li inibisce; il vago favorisce
la secrezione e il simpatico se non proprio la inibisce perlomeno la modifica rispetto a quello che
vediamo nella stimolazione del vago. Noi abbiamo visto nelle ghiandole salivari come la
stimolazione del parasimpatico, del glossofaringeo, del faciale, producano un aumento a lunga
durata della secrezione; il simpatico produce anche un aumento della secrezione con un alto
contenuto di proteine ed enzimi, ma si tratta di una secrezione di breve durata. Dunque per quello
che riguarda l’assorbimento a carico dello stomaco abbiamo ben poco. Tuttavia abbiamo un certo
assorbimento attraverso la mucosa gastrica di alcol, e di acido ossalsuccinico? L’aspirina può
venire in parte assorbita a livello dello stomaco. È interessante come una barriera all’assorbimento
dell’alcool sia rappresentata dal muco che cornicia la superficie interna dello stomaco, infatti una
sensazione di ebbrezza si può avere più facilmente con i vini frizzanti che con i vini a parità di
gradazione non frizzanti, perché l’anidride carbonica che si libera dai vini frizzanti scompagina il
muco che tappezza l’interno della mucosa e rende più facile l’assorbimento di alcool. A questo
punto è avvenuto lo svuotamento dello stomaco e quello che ormai possiamo chiamare chimo
gastrico, anzi chimo gastrico acido, perché ha un basso pH dovuto alla presenza di acido cloridrico
arriva nel duodeno. Nel duodeno si versano due succhi, il succo pancreatico che contiene enzimi a
la bile che non contiene enzimi. Dunque, questa figura rappresenta semplicemente la confluenza nel
duodeno del succo pancreatico e della bile. Vediamo come il pancreas faccia entrare il succo nel
duodeno attraverso il dotto principale di Wirsung e il dotto accessorio del Cantorini situato in alto,
che si apre in alto. Il dotto del Wirsung si apre in una prominenza che c’è all’interno del duodeno,
che è la papilla del Vater; nella papilla del Vater si apre anche questo dotto coledoco che proviene
dal fegato e porta nel duodeno la bile. All’apice della papilla del Vater c’è lo sfintere di Oddi che
tiene chiusi i due condotti. Il coledoco che arriva alla papilla del Vater nasce dalla congiunzione del
dotto epatico proveniente dal coledoco e del dotto cistico che proviene dalla colecisti. Quando la
papilla del Vater è chiuso, la bile prodotta dal fegato in continuazione anziché andare nell’intestino
viene immagazzinata nella colecisti dove vedremo ha delle trasformazioni. Soltanto quando la bile
nelle vie biliari ha raggiunto una certa pressione lo sfintere di Oddi si rilascia e lascia fluire la bile
nell’intestino. Questa pressione può essere dovuta sia all’aumento della pressione, all’aumento del
contenuto di bile nelle vie biliari soprattutto nel coledoco, oppure alla contrazione della colecistiche
vedremo fra poco. Ma torniamo al succo pancreatico: il succo pancreatico è un succo basico che
può avere un pH da 7 a 9; contiene acqua, contiene elettroliti, sodio, potassio e cloro, e molti
bicarbonato ione che danno reazione basica, contiene parecchi enzimi; gli enzimi prodotti dal
pancreas sono enzimi destinati alla digestione di tutte le sostanze nutrienti, certo glucidi, protidi e
lipidi. Ecco soltanto ad opera del pancreas noi abbiamo la produzione di una quantità sufficiente di
lipasi da poter garantire le digestione dei lipidi. Dunque il succo pancreatico è un succo basico per
la presenza di bicarbonato ioni. La presenza dei bicarbonato ioni è come quella degli idrogenioni
nel succo gastrico legata alla velocità di secrezione espressa in millilitri al minuto. Vediamo.
Inizialmente, quando il succo pancreatico viene prodotto dalle cellule degli acini ha una elevata
concentrazione di cloro ione e una bassa concentrazione di bicarbonato ione; durante il passaggio
lungo i dotti pancreatici al succo vengono sottratti dei cloro ioni e nel succo vengono immessi dei
bicarbonato ioni. Questo scambio cloro ioni che vengono assorbiti/bicarbonato ioni che vengono
secreti nel succo è come possiamo vedere qui proporzionale alla velocità di secrezione. Questa
figura ci indica anche il fatto che la velocità di secrezione non altera né la concentrazione del sodio,
né la concentrazione del potassio; la concentrazione del sodio e del potassio conserva nel succo
pancreatico lo stesso valore che hanno nel plasma; mentre la concentrazione del bicarbonato quando
il succo pancreatico non è ancora passato nei dotti è inizialmente pari a quella che è nel plasma, la
concentrazione del cloro è uguale sia nel succo che nel plasma, solo con l’aumento della velocità di
secrezione abbiamo lo scambio fra i due; come abbiamo visto per sodio e idrogenioni nel succo
gastrico anche qui la somma di bicarbonato ione e cloro ione da sempre lo stesso valore.
FINE PRIMO LATO CASSETTA
Vedete una cellula del dotto pancreatico, ripeto: è a livello del dotto e non degli acini che si ha lo
scambio da cloro ioni che vengono assorbiti e bicarbonato ioni che vengono secreti nel succo
pancreatico. Allora vediamo; qui non abbiamo le pompe come abbiamo visto nella secrezione acida,
qui abbiamo solo una pompa per il sodio ed il potassio, la sodio pompa su queste cellule che
rivestono dei lumi sul versante basolaterale e che vedremo tra poco come funziona. Dunque,
analogamente a quel che abbiamo visto per le cellule parietali anche in queste cellule dei dotti
abbiamo della carbonico anidrasi; la carbonico anidrasi, utilizzando l’anidride carbonica prodotta
dall’interstizio ma anche quella prodotta dal metabolismo della cellula stessa, con acqua forma
acido carbonico; l’acido carbonico è sempre, anche in questo caso, un acido debole, che non tende a
dissociarsi; non tende a dissociarsi se non in piccola quantità, ma questa sua dissociazione è favorita
da questo scambiatore, da questo antiporto passivo. Dunque, questo antiporto permette la
fuoriuscita (immaginiamo che il processo inizi in questo momento), dei pochissimi idrogenioni
liberati dal bicarbonato favorendo l’ulteriore ionizzazione dell’acido carbonico; ma da dove
proviene l’energia per fare uscire l’idrogenione? Proviene dalla pompa del sodio e del potassio;
infatti la pompa del sodio e del potassio estromette il sodio; quando il sodio va e genera un’alta
concentrazione nel liquido interstiziale attiva con la sua concentrazione questo scambiatore che
portando sodio all’interno fa uscire l’idrogenione, quindi anche se questo scambiatore è uno
scambiatore passivo, la fuoriuscita dell’idrogenione avviene con l’energia prodotta dalla pompa del
sodio e del potassio, che qui si trova con l’elevata concentrazione del sodio che attiva lo
scambiatore; allora, siccome si tratta complessivamente di un meccanismo energetico noi abbiamo
la facile rimozione dell’idrogenione ed il proseguo della scissione dell’acido carbonico. L’acido
carbonico si scinde quindi in idrogenione e bicarbonato ione, per l’azione continua dell’anidrasi
carbonica e di questo meccanismo scambiatore pompa la concentrazione del bicarbonato ione
aumenta nella cellula e aziona questo scambiatore; il bicarbonato ione attraverso questo scambiatore
finisce per uscire nel lume del dotto pancreatico e lo scambiatore porta all’interno il cloro ione.
Ecco come a ciascun bicarbonato ione che va all’esterno abbiamo un cloro ione che va nella cellula
e successivamente esce dalla cellula dalla membrana basolaterale. Noi osserviamo anche che
inversamente a quello che abbiamo visto nella cellula parietale, dove ad ogni idrogenione che
veniva eliminato c’era un bicarbonato ione che veniva assorbito, il bicarbonato che determinava la
cosiddetta marea alcalina postcardiale, qui ad ogni bicarbonato che viene secreto abbiamo
l’assorbimento nell’interstizio dell’idrogenione. Non si parla tanto di una marea acida che
accompagna questa fase della digestione, sia per il fatto che contemporaneamente abbiamo ancora
la marea alcalina dello stomaco dovuta alla secrezione gastrica di acido cloridrico, sia perché
l’idrogenione viene facilmente tamponato. Avete un’idea di qual è uno dei più efficaci tampone
dell’idrogenione che abbiamo nel sangue? L’emoglobina è il principale tampone dell’idrogenione,
quindi anche questo fa sì che noi non abbiamo una acidosi da questo tessuto. L’emoglobina è poi
anche molto importante nell’equilibrio acidobasico, in quanto il potere tampone dell’emoglobina è
essenziale alla formazione del bicarbonato contenuto nel plasma, se non avessimo il potere tampone
dell’emoglobina non potremmo avere la formazione di bicarbonato ione. Dunque, allora, abbiamo
visto come avviene in relazione alla capacità di secrezione lo scambio tra ioni cloro e bicarbonato
ioni lungo i dotti pancreatici. A questo punto vediamo un po’ dettagliatamente alcuni dati: nella
parte in alto si parla solo della quantità di succo pancreatico che viene secreto nei 500
litri al giorno, al cosa contiene anche elettroliti, sodio potassio e ione bicarbonato, poi nel primo
capoverso abbiamo quello che vi ho detto sostanzialmente dello scambio cloro/bicarbonato;
vediamo adesso gli enzimi, ripeto quanto vi avevo detto all’inizio, che abbiamo qui nel succo
pancreatico gli enzimi per ridurre le sostanze che vengono introdotte; se noi non avessimo il
pancreas, parlo del pancreas esocrino e non di quello che produce insulina sarebbe impossibile la
vita perché sarebbe impossibile la nutrizione. Allora, noi abbiamo anche qui un enzima glicolitico
che è l’alfa-amilasi; l’alfa-amilasi pancreatica come quella salivare agisce sull’amido determinando
la produzione di destrine e del disaccaride maltoso; si dice che mentre l’alfa-amilasi salivare agisce
prevalentemente sull’amido cotto, questa dovrebbe agire prevalentemente sull’amido crudo, la cosa
che non mi ha mai convinto è appunto questa, quand’ è che noi introduciamo dell’amido crudo,
perché noi non mangiamo mai né patate crude, né grano crudo, né altre cose di questo genere.
Comunque si dice questo. Vediamo invece gli enzimi proteolitici, io adesso vi ho elencato la forma
attiva: abbiamo la tripsina, la chimotripsina, una carbossipeptidasi, poi l’elastasi con ribonucleasi e
desossiribonucleasi. Vediamo la tripsina. La tripsina è secreta dal pancreas in forma inattiva, in
forma cioè di tripsinogeno. Il tripsinogeno giunto nel duodeno viene trasformato nella forma attiva
ad opera di un altro enzima liberato dalle cellule della mucosa duodenale, questo enzima prodotto
dalle cellule della mucosa duodenale, una volta ritenuto essere invece il secreto di quelle piccole
ghiandole, le ghiandole del Brunnel, che sono presenti nella mucosa del duodeno stesso e che
secernono prevalentemente muco, l’enterochinasi, prodotte dicevo dalle cellule che tappezzano la
mucosa duodenale, attiva il tripsinogeno a tripsina, la tripsina attivata attiva altro tripsinogeno a
tripsina in un processo autocatalitico e attiva tutti gli altri enzimi proteolitici pancreatici che sono
prodotti nella forma inattiva. Così la chimotripsina è secreta in forma di chimotripsinogeno, sarà
tripsina già attiva che trasforma chimotripsinogeno in chimotripsina; le carbossipeptidasi si trovano
in forma di procarbossipeptidasi, saranno anch’esse attivate ad opera della tripsina; così l’elastasi in
forma di proelastasi, la collagenasi in forma di procollagenasi e tutti gli altri enzimi. Dunque,
l’enzima e la chimotripsina sono delle endopepetidasi, cioè agiscono al centro delle grosse molecole
proteiche al pari di quello che abbiamo visto per la pepsina. La chimotripsina inoltre ha quella
attività di coagulazione del latte, cioè di formazione dalla caseina solubile in caseinato di calcio
solubile che le ha fatto assegnare il nome di rennina, o chimosina pancreatica. La presenza di
carbossipeptidasi permette la liberazione di aminoacidi, in realtà gli aminoacidi liberati nel duodeno
ad opera del succo pancreatico sono pochi, sono essenzialmente due, il triptofano e l’istidina, sono
gli unici due aminoacidi che sono liberati a questo livello, gli altri aminoacidi saranno liberati da un
enzima nel succo enterico. L’elastasi agisce sull’elastina. Poi sono molto importanti anche gli
enzimi lipolitici, anzi forse sono, ve l’avevo detto prima, la lipasi pancreatica è l’unica lipasi secreta
in modo da permettere la digestione dei grassi. Voi ricordate che la presenza di grassi e la loro
digestione di assorbimento nella dieta è assolutamente indispensabile perché solo i grassi sono i
veicoli che permettono all’intestino l’assorbimento delle vitamine liposolubili, la vitamina A, la D,
la E, la K e poi il complesso di acidi grassi che formano la vitamina F. Quindi voi capite come è
importante la presenza di queste lipasi. La lipasi pancreatica, vedremo poi la digestione dei grassi,
è una gliceroloestereidrolasi, vale a dire è un enzima che stacca gli acidi grassi dai trigliceridi; in
vitro la glicerolestereidrolasi, se questa può rappresentare una molecola di glicerolo, agisce sugli
acidi grassi in posizione alfa, beta e gamma, in vivo invece agisce soltanto sugli acidi grassi alfa e
gamma. Di conseguenza in vivo l’azione della lipasi non produce la formazione come in vitro di
acidi grassi ma di acidi grassi e due monogliceridi; il motivo di questa differenza tra l’azione in
vitro e quella in vivo è dovuta al fatto che mentre in vitro non possiamo lasciare le lipasi con i
trigliceridi per tutto il tempo che vogliamo, l’esposizione in vivo viene ad essere limitata
dall’andamento degli stessi processi digestivi. Dunque la colipasi abbassa il pH ottimale della lipasi,
pH ottimale decisamente più basso come in tutti questi enzimi, in modo che la lipasi possa agire
anche quando la produzione di bicarbonato non è stata sufficiente a generare un pH decisamente
basico. Poi abbiamo una colesterolestereidrolasi che stacca gli acidi grassi contenuti negli esteri del
colesterolo. Poi abbiamo una fosfolipasi A e una fosfolipasi B che staccano gli acidi grassi, un acido
grasso la fosfolipasi A sia dalla lecitina sia dalla cefalina, la fosfolipasi B stacca l’acido grasso
soltanto dalla lisolecitina. Dunque l’attivazione della lipasi che viene secreta in forma inattiva è
dovuta ai Sali biliari. Dunque a questo punto è importante vedere i meccanismi che regolano la
secrezione del succo pancreatico. Dunque, quando abbiamo visto la secrezione salivare abbiamo
visto che c’è un meccanismo esclusivamente nervoso; a carico della secrezione gastrica invece
abbiamo visto come questo meccanismo della secrezione possa essere misto, o solo nervoso, o
misto nervoso e umorale; anzi nella fase intestinale ci sia solamente umorale. Nella secrezione
pancreatica i meccanismi nervosi passano in secondo ordine anche dal punto di vista
quantitativo, e prevalgono i meccanismi umorali. Prima di parlare di questi meccanismi anche qui
possiamo prendere in considerazione le fasi della secrezione pancreatica. Per quel che riguarda la
secrezione pancreatica troviamo le stesse fasi che abbiamo visto per la secrezione gastrica: una fase
cefalica, dovuta al riflesso condizionato, la fase cefalica è una fase nervosa riflessa, la via efferente
del vago, questa fase pur essendo del tutto nervosa dura pochi minuti e determina la liberazione di
un secreto pancreatico molto scarso anche se concentrato. Di natura nervosa ma anche
quantitativamente modesta è la fase gastrica, che si avvale del riflesso vago-vagale, stimoli
meccanici e chimici a livello della mucosa dello stomaco, via afferente vagale e via efferente vagale
sul pancreas; anche questa fase pur essendo interamente nervosa ha poca importanza nella attività
secretiva del pancreas perché determina la liberazione di una quantità modesta di secreto. Molto
importante invece e la secrezione decisamente e completamente umorale nella fase intestinale.
Dunque quando il chimo gastrico, acido, arriva nel duodeno noi osserviamo un’abbondante
secrezione ricca di acqua e elettroliti, bicarbonato ed enzimi. Dunque, inizialmente, vi sto parlando
degli inizi del novecento, Starling (una volta i fisiologi si occupavano di tutto), e , quello
delle risposte miogene, avevano fatto un esperimento di questo genere, avevano, in un cane in
anestesia, toccato con una soluzione di acido cloridrico la mucosa duodenale, ed avevano visto che
con un modesto ritardo arrivava la secrezione di succo gastrico, allora hanno avuto l’intuizione che
l’azione dell’acido sulla mucosa fosse mediato da un ormone. Dopo aver in un altro esperimento
toccato la mucosa con acido cloridrico hanno rimosso il batuffolino con cui avevano portato l’acido
cloridrico, hanno raschiato la mucosa e ne hanno fatto un estratto avendo pure neutralizzato
l’acidità che questo estratto presentava. Dopo che è stato neutralizzato l’hanno iniettato in circolo
hanno visto che questo induceva una abbondante secrezione di succo pancreatico, quindi hanno
intuito giustamente che la fase intestinale della secrezione pancreatica era dovuta a un ormone la cui
produzione è la risposta alla acidità del succo gastrico avvenuta nel duodeno. Hanno chiamato
questo ormone secretina. Il fatto è che il succo pancreatico che si liberava attraverso questo
meccanismo e per l’azione della secretina era un succo ricco i9n elettroliti, ricco di acqua, ricco di
bicarbonato, decisamente basico,ma povero in enzimi, successivamente si è visto come la
componente enzimatica del succo pancreatico fosse dovuta alla azione di un altro ormone che
veniva liberato dalla mucosa duodenale; questo altro ormone è stato visto essere un ormone che
oltre a determinare la secrezione pancreatica, determinava anche la contrazione della colecisti
inducendo pertanto il passaggio della bile dalla colecisti nel lume intestinale, questo ormone è stato
chiamato la colecistichinina pancreozimina. Da cosa è indotta la produzione dalle colecistochinina
che fa contrarre la colecisti pancreozimina che produce la secrezione di succo pancreatico? E’
dovuta al contatto della mucosa duodenale con il prodotto della secrezione gastrica. Si è visto che i
prodotti della digestione gastrica in condizione di determinare la liberazione di pancreozimina
colecistochinina sono i peptoni ma sono anche i grassi che sostanzialmente sono sfuggiti alla
digestione gastrica, e in particolare il grasso nativo contenuto nel tuorlo d’uovo. Dunque, una volta,
non più adesso perché ci sono altre sostanze che determinano la contrazione della colecisti, per
esplorare la risposta della colecisti agli stimoli contrattili si induceva la produzione di
pancreozimina colecistochinina somministrando al paziente endovena una sostanza che viene
eliminata solo nelle vie biliari, la sostanza si chiamava tetraiodio ? ina, il iodio è una sostanza
radioopaca quando si è accumulata nella colecisti veniva vista ai raggi X, in questo momento si
somministrava uno o due uova crude nel paziente, quando il rosso d’uovo era arrivato nel duodeno
questo induceva con il contatto la secrezione di colecistochinina pancreozimina che entra in circolo
determinava la secrezione pancreatica ma quello che interessava di più la contrazione della colecisti
che poteva venire visualizzata allo schermo. Dunque, allora, noi vediamo come la secretina sia
indotta dalla acidità gastrica giunta allo stomaco e determina la produzione di un succo che tende
sostanzialmente a neutralizzare l’acidità del chimo gastrico, possibilmente dopo aver determinato
un ambiente basico con il pH ottimale per l’attacco da parte degli enzimi del succo pancreatico. La
pancreozimina colecistochinina viene liberata quando nello stomaco arrivano le sostanze alimentari
e ha come risultata finale quello di far secernere gli enzimi che attaccano queste sostanze alimentari.
Dunque, detto questo, noi dobbiamo veder l’altro succo nel duodeno, questo succo è come dicevo
prima la bile. La figura che noi qui vediamo ci dice dunque che la bile viene prodotta nel fegato e
normalmente viene immagazzinata nella colecisti dove subisce delle trasformazioni. Queste
trasformazioni sono soprattutto l’assorbimento di acqua e la secrezione di muco e colesterolo. Il
colesterolo può venire eliminato attraverso la bile ma ad opera della colecisti non tanto del fegato.
Ne consegue che noi abbiamo due tipi di bile, una bile epatica, che è quella prodotta dal fegato e
una bile cistica, che è quella che abbiamo dopo il soggiorno nella colecisti della bile stessa. In
genere il più delle volte per ragioni facilmente intuibili è la bile cistica quella che viene immessa nel
duodeno. Ho detto che abbiamo l’aggiunta di bile e muco e colesterolo. Qualcuno ha fatto questo
esperimento di aspettare lo svuotamento della colecisti e di legare il dotto cistico.
Dopo un paio do giorni questi ricercatori sono andati a vedere com’era la colecisti, la colecisti si
presentava distesa, ripiena di un liquido bianco che è stato impropriamente chiamato bile bianca.
Questa bile bianca non era nient’altro che una miscela di muco e colesterolo che la parete della
colecisti aveva prodotto e che normalmente aggiunge alla bile. Vediamo ora quali sono le sostanze
che la bile contiene, quali sono le funzioni della bile e qual è la differenza di composizione tra la
bile cistica e la bile epatica. Dunque, la bile contiene i soliti elettroliti, contiene colesterolo,
contiene muco, contiene sali biliari e pigmenti biliari. I pigmenti biliari noi sappiamo che sono i
cataboliti della emoglobina, in particolare quello che noi abbiamo è la bilirubina che venendo
eliminata nell’intestino dalla flora batterica viene ridotta a bilinogeno; il bilinogeno in parte viene
eliminato con le feci, in parte viene riassorbito dall’intestino; quello che viene eliminato con le feci
viene ossidato e dal bilinogeno si forma la bilina in questo caso chiamata stercobilina. Quel che
invece viene riassorbito dall’intestino, viene portato al rene e viene eliminato con le urine e quando
viene a contatto con l’aria questo bilinogeno viene trasformato in urobilina. Mentre il processo tra
bilirubina e bilinogeno è un processo di riduzione, la trasformazione di bilinogeno in urobilina e
stercobilina è un processo di ossidazione. Ma tutto questo nella questione della bile ci interessa
abbastanza poco. Quello che è importante nella funzione della bile è l’aspetto che favorisce la
digestione che sono i sali biliari. Allora quando noi parliamo di funzioni della bile intendiamo
sostanzialmente la funzione di Sali biliari. Qual è la funzione dei Sali biliari della bile? Innanzitutto
l’emulsionamento dei grassi. I grassi come sapete non sono solubili in acqua e per venire
adeguatamente attaccati dalla lipasi devono venire finemente sminuzzati o emulsionati;
l’emulsionamento avviene ad opera dei sali biliari, l’emulsionamento aumenta la superficie
dell’interfaccia acqua grasso dove può agire la lipasi. I sali biliari sono i più potenti emulsionanti
che esistono in natura, sono i più attivi detergenti che si possono conoscere in natura. Ma i sali
biliari e la bile svolgono anche altre funzioni, permettono la formazione di quelle micelle che sono
quei complessi finissimi attraverso i quali i grassi possono venire assorbiti, quindi emulsionamento,
attivazione della lipasi, formazione di micelle. Nella colecisti i sali biliari servono a mantenere in
soluzione il colesterolo; l’ultima funzione dei sali biliari è quella dell’azione coleretica. I sali biliari
una volta che si sono riversati nell’intestino e che hanno eseguito le adeguate trasformazioni
vengono espulsi, il nostro organismo contiene circa due grammi e mezzo di sali biliari che nel corso
della giornata vengono immessi sei volte nell’intestino, quindi quindici grammi di Sali biliari che
giornalmente vengono immessi nell’intestino. Il 98% dei sali biliari, sia pure dopo aver subito le
trasformazioni sopradette viene assorbito e arriva al fegato dove viene immesso nella bile ma dove
stimola anche la produzione di bile. Questa azione dei sali biliari viene detta azione coleretica; per
azione coleretica intendiamo lo stimolo alla formazione della bile nel fegato, mentre per azione
colagoga intendiamo quella che porta alla contrazione della colecisti, per una azione mediata dalla
colecistochinina pancreozimina. Vediamo ora la composizione della bile: vi faccio soltanto notare
come la maggiorparte di acqua ed altre sostanze finiscano per essere riassorbite; la quantità di bile
cistica è quindi in volume inferiore alla quantità di bile epatica. Quello che noi osserviamo è che a
causa di questo assorbimento di acqua alcune sostanze sono più concentrate nella bile cistica di
quanto non lo siano nella bile epatica, ma nella bile cistica notiamo soprattutto che aumenta
notevolmente la concentrazione del colesterolo e compare la mucina; la mucina è immessa dalla
colecisti. Ecco vi ho detto prima che i sali biliari mantengono in soluzione il colesterolo; se il
colesterolo non fosse tenuto in soluzione da parte della bile a causa dell’aumento di concentrazione
che ha nella colecisti, in condizioni normali la formazione di colesterolo che ha molta probabilità di
rimanere nella colecisti dove aumenta il contenuto del colesterolo stesso è impedita dalla presenza
dei sali biliari. Dunque, detto questo possiamo dire qualcosa di più sui sali biliari. Dunque voi
sapete che abbiamo sali biliari primari e secondari; i sali biliari primari sono l’acido colico e l’acido
chenodesossicolico che in genere si trovano coniugati con la glicina o con la taurina, quelli
secondari sono il glicotaurodesossicolato e il glicolato di potassio. Quando i Sali biliari arrivano
nell’intestino la taurina e la glicina si staccano troviamo di nuovo la formazione di acido colico e
acido chenodesossicolico, però avviene un processo di deidrossilazione, cioè viene staccato dalla
molecola un gruppo –OH; l’acido colico diventa acido desossicolico mentre l’acido
chenodesossicolico diventa acido lipocolico che vengono riassorbiti, tornano al fegato dove
vengono di nuovo coniugati con la taurina e con la glicina e in questa loro azione svolgono la loro
azione coleretica.
FINE CASSETTA
07/04/2004
[…] in grassi in modo da meglio esporli all’azione degli enzimi lipolitici. Questo emulsionamento
riducendo i grassi insolubili, normalmente, in acqua in finissime goccioline ne permette meglio
l’attacco da parte degli enzimi. Rivisto questo quadro generalissimo dei fenomeni che avvengono
nel duodeno, dove noi troviamo la parte più importante dei processi digestivi, parte più importante
perché qui vediamo la secrezione di enzimi per tutte le sostanze alimentari. Vediamo un attimo
come si svolge il passaggio del contenuto del duodeno nelle altre parti dell’intestino tenue, e poi
vediamo di dire qualcosa sulla fisiologia dell’intestino tenue.
Come vedremo quando ci occuperemo della motilità intestinale, caratteristici dell’intestino tenue
sono due tipi di movimento: i movimenti peristaltici cui ho già fatto cenno, che sono presenti anche
nel duodeno, ed i movimenti di segmentazione. Questi movimenti servono a rimescolare il
contenuto dell’intestino con i succhi e gli enzimi in essi contenuti. I movimenti di segmentazione
(questi li riprenderemo poi con la motilità generale dell’intestino e quindi non ne sto a spiegare la
genesi) sono formati da degli anelli di contrazione separati uno dall’altro da come delle sacche di
intestino non contratto. Immaginiamo che questa sia la morfologia di un tratto di intestino: quando
compaiono i movimenti di segmentazione allora noi osserviamo che vi sono dei tratti costretti
alternati a dei tratti rilasciati di intestino. L’intestino assomiglia quindi ad una fila di salamini, di
salsicciotti. Le zone di contrazione alternativamente si rilasciano, quindi noi vediamo lo spostarsi
degli anelli di contrazione nelle parti che prima erano rilasciate. Ne risulta allora che questi
movimenti possono anche essere chiamati movimenti pendolari per la loro caratteristica di
interessare alternativamente tratti diversi di intestino. Questi movimenti non sono propulsivi ma
favoriscono la sosta del contenuto intestinale in quei tratti dove devono agire gli enzimi dei succhi.
Questi movimenti, come normalmente rappresentato in […], sono movimenti concentrici, quegli
anelli interessano in modo uguale tutta la circonferenza della parete dell’intestino. Questo è vero
lungo il digiuno e lungo l’ileo; non è esattamente la stessa cosa a livello del duodeno. A livello del
duodeno infatti noi osserviamo come questi movimenti abbiano una conformazione eccentrica; in
altre parole soltanto da un lato l’intestino rimane contratto. Può darsi che questo tipo di motilità
favorisca maggiormente il ristagno del contenuto nel duodeno stesso, dove è necessaria l’azione di
tutti quegli enzimi che vi ho elencato prima.
Terminata la fase duodenale il contenuto intestinale passa nel resto dell’intestino tenue. L’intestino
tenue è formato, come voi sapete, da duodeno, digiuno e ileo. Noi abbiamo visto quali sono i
fenomeni che avvengono nel duodeno, adesso occupiamoci un po’ anche dell’ileo. Si dice che
digiuno e ileo abbiano una lunghezza di circa 6-6.5 metri; questa lunghezza è una lunghezza
misurata al tavolo anatomico quando la muscolatura liscia (soprattutto per quel che riguarda gli
strati longitudinali) è completamente rilasciata. In vivo l’intestino può essere molto più corto di
quello che appare al tavolo anatomico. La superficie interna dell’intestino tenue è caratteristica per
la presenza dei villi intestinali. Questi villi sono delle estroflessioni nel lume intestinale della
mucosa lunga 1 mm. Questi villi sono più concentrati nel digiuno, dove sono più importanti i
fenomeni di assorbimento, meno concentrati nell’ileo dove i fenomeni di assorbimento sono scarsi.
Si calcola che vi siano circa 3500 villi per cm2 a livello del digiuno, e solo 2500 per cm2 a livello
dell’ileo. Questi villi si trovano sia sulla mucosa sia su particolari pieghe della mucosa. Vediamo
qui queste rappresentazioni molto ma molto schematiche. Questi sono dei villi intestinali; qui c’è
invece un tratto di intestino dove si vede come questi villi siano situati certo sulla mucosa ma
soprattutto su quelle pieghe della mucosa dette valvole conniventi o pliche di Kerring [?]. L’insieme
dei villi e delle valvole conniventi aumenta notevolmente la superficie assorbente della mucosa
intestinale: si calcola che in virtù della presenza dei villi e delle valvole conniventi la superficie
assorbente del digiuno sia di circa 36 m2, mentre quella dell’ileo, notevolmente inferiore, sia
comunque superiore ai 5 m2. Qual è l’aspetto di questi villi che possa farcene comprendere la
funzione? Noi innanzitutto vediamo che i villi si continuano con delle nicchie (qui tra un villo e
l’altro abbiamo questa parte che è al di sotto del tratto più protrudente nel lume intestinale della
mucosa) che sono dette ghiandole o più propriamente cripte di Galeazzi-Lieberkuhn. Le cellule che
tappezzano il villo sono le stesse cellule che tappezzano le cripte; tra poco vedremo queste cellule.
All’interno del villo noi troviamo dei capillari sanguigni e un vaso chilifero, detto vaso chilifero
centrale. I capillari sanguigni provengono dalle suddivisioni periferiche dell’arteria mesenterica,
mentre il vaso chilifero centrale che qui vedete rappresentato con un certo rilievo, è collegato con
una rete linfatica sottomucosa. La rete linfatica sottomucosa è a sua volta collegata con una rete
linfatica sottosierosa. I vasi linfatici convergono in vasi sempre più grosso; alla fine convergono nel
dotto toracico attraverso il quale la linfa viene convogliata nel torrente circolatorio. I vasi sanguigni
sono i capillari terminali della rete mesenterica; formano questa rete e vengono drenati in venule
che sono l’origine della vena mesenterica e quindi del sistema portale. Mentre i vasi capillari
sanguigni assorbono la maggior parte delle sostanze che devono essere assorbite, l’assorbimento del
vaso chilifero centrale (e quindi del sistema linfatico) riguarda i grassi. Nel villo sono presenti
anche delle fibrocellule muscolari lisce che derivano dalla muscolaris mucosae. Delle propaggini
della muscolaris mucosae entrano nel tronco del villo. Questi muscoli lisci hanno una notevole
importanza nei meccanismi di assorbimento in quanto sono responsabili di opportuni movimenti dei
villi. I movimenti dei villi sono di due tipi: dei movimenti come oscillatori a frusta che fanno sì che
il villo si muova nel liquido presente nel lume intestinale, portandosi sempre a contatto con quelle
sostanze che devono essere assorbite; ma oltre a questi movimenti a frusta, abbiamo anche i
movimenti di allungamento e di accorciamento del villo. Ritmicamente il villo presenta strozzature
e allargamenti tali da assumere in sezione l’aspetto di un’arachide. Questo meccanismo è
importante soprattutto per l’assorbimento dei grassi: quando il villo si allunga, cioè si distende,
viene disteso anche il vaso chilifero centrale e i grassi assorbiti penetrano nel vaso chilifero
centrale; quando il villo si accorcia, il vaso chilifero centrale viene spremuto verso la rete linfatica
sottomucosa e quindi successivamente sottosierosa. Quindi la presenza di fibrocellule muscolari
lisce nei villi serve per l’assorbimento. Va anche detto che i villi intestinali sono circa 5 milioni nei
due tratti digiuno e ileo.
Dunque, quali sono le cellule che tappezzano la superficie del villo? Abbiamo sostanzialmente tre o
forse quattro tipi di cellule: abbiamo le cellule epiteliali del villo, detto enterociti, che sono cellule
con orletto a spazzola. Sono le cellule deputate alla produzione degli enzimi ed all’assorbimento.
Poi intervallate tra queste abbiamo delle cellule caliciformi mucipare. Queste cellule ovviamente
producono del muco che serve a protezione della superficie mucosa dell’intestino Poi abbiamo
ancora delle cellule enterocromaffini che producono la 5-idrossitriptamina o serotonina che è
importante nel regolare la motilità intestinale. Poi abbiamo ancora un quarto tipo di cellule, delle
cellule molto splendenti, che sono dette cellule acidofile del Paneth. È interessante come queste
cellule del Paneth, una volta non si sapesse a cosa servissero e poi continuandosi a non sapere quale
sia la loro funzione siano state abolite dai trattati più recenti. Nei trattati più recenti non ci sono più
queste cellule perché nessuno sa a cosa diavolo potessero servire (se voi avete un suggerimento da
dare, ditemelo…). Oltre a questi 4 tipi di cellule, [c’è qualche proposta? Lei lo sa a cosa servono?
No, perché vedevo che aveva un atteggiamento didattico…] nella cripta del Galeazzi-Lieberkuhn
abbiamo delle cellule che non hanno una loro classificazione ma che sono nient’altro che degli
enterociti in via dio mitosi. Quindi la cripta sarebbe la sede in cui vengono rigenerate le cellule che
vanno perse dal villo. Il fatto che dal villo continuamente si sfaldino delle cellule ha una notevole
importanza in quanto di tutti gli enzimi (cui accennerò tra poco) che vengono prodotti dall’intestino
tenue soltanto due sono prodotti in forma solubile. Questi due sono l’amilasi intestinale (viene
prodotta dalle cellule e versata all’esterno della cellula) e un altro enzima che in realtà è prodotto
solo dalle cellule della mucosa della parte alta dell’intestino (anzi, quasi esclusivamente dal
duodeno) che è quell’enterochinasi attivatore della tripsina di cui ho parlato prima. Oltre a questi
due enzimi vi sono ancora tutt’un’altra serie di enzimi secreti dai villi e dalle cripte di Lieberkuhn.
Questi enzimi sono però prodotti all’interno della cellula e possono arrivare a contatto del contenuto
intestinale soltanto perché la cellula si sfalda, si distacca, va nel lume intestinale e qui si rompe
permettendo la fuoriuscita di questi enzimi, ma non si tratta di enzimi prodotti in forma solubile.
Alcuni di questi enzimi (ad esempio dipeptidi [o forse saranno dipeptidasi?]) possono agire
all’interno della cellula quando alcuni dipeptidi vengono assorbiti in quanto tali prima di essere
ridotti ad amminoacidi.
Vediamo adesso di elencare gli enzimi del succo enterico. Innanzitutto il succo enterico è un succo
leggermente basico per la presenza di bicarbonato. Oltre al bicarbonato contiene muco (prodotto
dalle cellule caliciformi mucipare dei villi), contiene i soliti elettroliti (potassio, cloro, sodio etc.) e
contiene acqua ed i vari enzimi. Due di questi enzimi li ho già nominati e sono l’amilasi intestinale
e l’enterochinasi. Ma oltre a questi abbiamo, dal punto di vista glicolitico, la saccarasi (che scinde il
saccarosio in glucoso e fruttoso), abbiamo la maltasi (che scinde il maltoso originato dalla
digestione duodenale e orale di glucoso), abbiamo la lattasi. Abbiamo poi la parte degli enzimi
proteolitici che terminano la digestione delle proteine iniziata a livello gastrico e proseguita a livello
pancreatico. Questi enzimi sono delle polipeptidasi, delle oligopeptidasi, delle dipeptidasi, delle
nucleosidasi, nucleotidasi, nucleofosfatasi, una fosfatasi alcalina, e poi abbiamo ancora il transito di
una lipasi intestinale di scarsissima importanza (la lipasi che conta è quella pancreatica). Tutti
questi enzimi terminano i processi digestivi: vale a dire scompongono gli ultimi prodotti della
digestione delle porzioni più prossimali dell’apparato digerente in prodotti finali che possono essere
assorbiti. Qual è il meccanismo che regola la secrezione di questi enzimi? Si è visto che sia
stimolando il vago che stimolando il simpatico non si produce alcuna secrezione [litiga lungamente
con Antonio sulla veridicità di queste informazioni :P]. La secrezione pertanto è principalmente
umorale e pare sia dovuta alla produzione di due sostanze che abbiamo visto inibire la motilità
gastrica. Queste sostanze sarebbero il famoso VIP (Vasoactive Intestinal Peptide) ed il famoso GIP
(Gastric Inhibitor Peptide). Dei due è più attivo il VIP, in quanto produce una vasodilatazione locale
che favorisce il rifornimento di sostanze necessarie per la sintesi di enzimi alle cellule. Ho detto che
la stimolazione del simpatico e del vago non produce alcun effetto. Tuttavia alcuni effetti sono stati
visti con la sezione del simpatico: mentre se noi sezioniamo (interrompiamo cioè le fibre
[…cassetta rovinata…]) non abbiamo alcuna modificazione della secrezione periferica, se
sezioniamo le fibre simpatiche abbiamo un aumento della secrezione, e si parla, dato che è dovuta
alla sezione di un nervo, di secrezione paralitica. A questo punto si è pensato che il vago possa
essere il nervo secretore, ma la sua attività sarebbe inibita dal simpatico (ecco qui che torniamo a
vedere il solito schema dell’intestino vago = motore e secretore – simpatico = inibitorio dei
movimenti e della secrezione). Anche stimolando il vago però non vi è secrezione; sembra che
l’attività inibitrice del simpatico sia più forte così da inibire anche l’effetto di una precisa
stimolazione vagale. Soltanto quando le fibre simpatiche sono interrotte, allora questa attività
vagale si manifesta e ci troviamo di fronte alla secrezione paralitica.
Detto questo, stiamo arrivando all’assorbimento intestinale. Ormai a livello del digiuno e dell’ileo
le sostanze alimentari sono state scomposte nelle sostanze fondamentali più semplici.
L’assorbimento non riguarda in realtà soltanto queste sostanze ma riguarda anche vitamine, sali
minerali, elettroliti e acqua. Dei vari elettroliti parlerò poi a parte, voglio soltanto darvi alcuni dati
quantitativi sull’assorbimento di acqua. Normalmente il nostro apparato digerente secerne acqua
con i succhi, con la saliva, con il succo gastrico, con il succo pancreatico, con la bile, con lo stesso
succo enterico, e si calcola che nel suo insieme il nostro apparato gastrointestinale produca qualcosa
come 5 litri di acqua al giorno. Attraverso la valvola ileo-ciecale passano dall’intestino tenue
all’intestino crasso soltanto 500 ml di acqua al giorno. Questo denota l’alta capacità di assorbimento
dell’acqua che abbiamo lungo tutto l’intestino tenue. Se noi consideriamo che all’acqua dei succhi
dell’apparato digerente dobbiamo anche aggiungere l’acqua delle bevande, noi comprendiamo
quanto sia elevata la capacità di assorbimento di acqua da parte dell’intestino tenue.
Cominciamo a vedere l’assorbimento dei grassi, che è quello più complesso. I grassi vengono
assorbiti dopo essere stati ridotti in forma di micelle da parte dell’azione combinata della lipasi (o
degli enzimi lipolitici) e dei sali biliari. Queste micelle sono degli aggregati che hanno un diametro
che varia da 300-1000 Å. Questi aggregati sono formati da sali biliari, colesterolo, esteri del
colesterolo, due monogliceridi e acidi grassi. tutto questo, se tenuto in forma macellare dai sali
biliari, può passare nell’enterocita. Nell’enterocita vediamo cosa succede: penetrano gli acidi grassi
ed i monogliceridi che nell’enterocita formano dapprima un digliceride e poi un trigliceride. L’acido
grasso deve venire attivato da coenzima A prima di unirsi al monogliceride. Vi ricordo quanto vi ho
detto: non possiamo trovare nelle micelle del glicerolo puro ma i due monogliceridi in quanto
l’azione della lipasi non si estende all’acido grasso che nella molecola del trigliceride è legato in
posizione 2 (o in posizione beta, come vi piace di più). I monogliceridi diventano dapprima di
gliceridi e poi trigliceridi aggiungendo una ed una seconda molecola di acido grasso incorporata da
una ed una seconda molecola di acetilcoenzima A. La lisolecitina è un fosfolipide presente nella
micella: essa viene convertita a lecitina assumendo una molecola di acido grasso d’accordo che la
lisolecitina si trova in questa forma a causa dell’azione della fosfolipasi A sulla lecitina. Ricordo
ancora che la lisolecitina ha un’importanza nella digestione dei grassi in generale in quanto ha un
forte potere tensioattivo quindi partecipa all’azione emulsionante dei sali biliari. Il colesterolo
anch’esso assume un acido grasso attivato da coenzima A per riformare gli esteri del colesterolo.
Non tutto il colesterolo assorbito diventa estere con un acido grasso ma resta libero. Tutti questi
composti (triglilceridi, lecitina, fosfolipidi, esteri del colesterolo e colesterolo) confluiscono a
formare un chilomicrone ma anche VLDL (forma in cui i grassi vengono assorbiti passando dalla
cellula all’interno del villo dove sono convogliati nel vaso chilifero centrale e nel sistema linfatico).
In questa parte della figura invece ci sono gli elementi per capire meglio i dettagli della formazione
delle VLDL e dei chilomicroni. Questo è un enterocita con il suo orletto a spazzola formato da tanti
microvilli. Le micelle che contengono i lipidi vengono qui assorbiti tramite i microvilli e vengono a
trovarsi all’interno. All’interno abbiamo quindi tutti i costituenti delle micelle che ho elencato
prima. Qui troviamo nella cellula dei polisomi, il reticolo endoplasmatico che ha una componente
verso il lume rugosa e verso la base invece liscia; poi troviamo ancora l’apparato del Golgi. Nei
polisomi abbiamo la formazione di glicoproteine; a delle proteine presenti nella cellula che sono
state sintetizzate dopo l’assorbimento degli amminoacidi vengono aggiunte delle unità glucidiche.
Le glicoproteine si trasferiscono nella porzione rugosa del reticolo endoplasmatico arrivano anche i
lipidi che sono già stati risintetizzati o a trigliceridi o a esteri del colesterolo o a fosfolipidi. A
questo punto quando ci sono queste sostanze presenti nella parte rugosa del reticolo
endoplasmatico, possono in genere essere aggiunte altre unità glucidiche (in genere rappresentate da
mannoso e acido sialico). Le glicoproteine intanto, con l’aggiunta di queste unità glucidiche, si
uniscono ai fosfolipidi e quindi qui inizia la produzione delle lipoproteine o chilomicroni. Si
formano ora nuovi aggregati in cui la parte esterna è ora formata da fosfolipidi coniugati con
glicoproteine nonché da esteri del colesterololo, all’interno invece sono presenti i trigliceridi. Tutte
queste particelle sono i precursori delle VLDL o dei chilomicroni, vengono a formarsi nella parte
rugosa del reticolo endoplasmatico, dalla parte rugosa passano nella parte liscia e dalla parte liscia
all’apaprato del Golgi. Nell’apparato del Golgi abbiamo la formazione o resintesi di altri fosfolipidi
(in particolare di lecitina). Nell’apparato del Golgi abbiamo il completamento con questa
formazione di fosfoplipidi e anche con l’aggiunta ancora di altre unità glucidiche delle lipoproteine
vere e proprie in forma di chilomicroni o di VLDL vere e proprie. Queste passano nell’interstizio e
dall’interstizio vanno a passare a loro volta nel vaso chilifero centrale. Una volta si sosteneva che vi
fosse una ripartizione detta chiloportale dei lipidi, nel senso che i lipidi che contenevano acidi grassi
con meno di 12 atomi di carbonio venivano assorbiti nel sangue, mentre quelli con un maggior
numero di atomi di carbonio venivano assorbiti nella linfa; in realtà siccome l’assorbimento avviene
attraverso le lipoproteine si ha buona ragione di pensare che l’assorbimento avvenga interamente
nel circolo linfatico.
L’assorbimento dei glucidi è molto semplice e interessa un aspetto generale del passaggio di
determinate sostanze attraverso cellule epiteliali come queste oppure quelle […]. L’assorbimento
dei glucidi può avvenire per assorbimento passivo, assorbimento attivo o diffusione facilitata.
Assorbimento passivo significa assorbimento secondo un gradiente di concentrazione; la
concentrazione è maggiore nel lume intestinale di quanto non sia nell’interstizio del villo quindi la
sostanza può passare attraverso l’enterocita dal lume intestinale all’interstizio. La diffusione
facilitata invece è ancora una diffusione passiva ma può avvenire in quanto il movimento dal lume
all’interno dell’enterocita avviene per mezzo di un trasportatore; avviene sempre per gradiente ma è
favorita, facilitata dalla presenza di un trasportatore o carrier. Vediamo l’assorbimento attivo.
Significa che un monosaccaride può venire assorbito contro gradiente di concentrazione. Possiamo
avere nel liquido interstiziale del villo, nel plasma, nel sangue, una concentrazione di
monosaccaride superiore a quella del liquido intestinale e ciò nonostante il monosaccaride passa dal
lume intestinale al plasma e al sangue. Esistono alcune caratteristiche indispensabili affinché un
monosaccaride possa essere assorbito attivamente. Innanzitutto il monosaccaride deve essere
presente in forma piranosica; in secondo luogo deve avere più di un atomo di carbonio collegato
all’atomo di carbonio in posizione 5 (questo ci dice già che non essendo possibile il collegamento
del carbonio con il solo carbonio 4 ed essendo necessario un altro carbonio i pentosi non possono
venire assorbiti attivamente e devono accontentarsi dell’assorbimento passivo previo gradiente di
concentrazione). Infine nella posizione 2 della molecola in forma piranosica il gruppo OH deve
trovarsi al di sotto del piano della molecola. In questo modo noi vediamo che solo gli esosi possono
essere assorbiti, anche l’unico zucchero a 7 atomi di carbonio, il cosiddetto sedoeptuloso, ma i
pentosi non possono essere assorbiti attivamente. Come avviene questo assorbimento attivo?
L’assorbimento attivo è più veloce per il galattoso ed immediatamente seguito dal glucoso e da altri.
Vediamo l’assorbimento del glucoso che è forse lo zucchero più comunemente assorbito
dall’intestino. Sulla membrana luminare dell’enterocita c’è questo cotrasportatore di Na e del
monosaccaride. Affinché il cotrasportatore possa legarsi al glucoso o al galattoso o ad un altro
monosaccaride, è necessario che si leghi anche Na. Il cotrasportatore o carrier non può funzionare
senza Na. Quando ha legato Na e glucoso li porta all’interno delle cellulea. Il glucoso si può slegare
dal carrier soltanto se si slega anche il Na, quindi c’è bisogno che si sleghi il Na. Affinché il Na si
sleghi, è necessaria la solita pompa che lo estrometta dal lato basolaterale (la pompa del Na e del
K). A questo punto, quando il Na si stacca perché la pompa del Na e del K mantiene basso la
concentrazione del Na nella cellula, si può staccare anche [finita cassetta…]
…del trasportatore pur sempre passivo ma regolato sul gradiente di concentrazione del Na, la
concentrazione del glucoso all’interno dell’enterocita può aumentare. Può aumentare e superare
quella dell’interstizio. Quando supera quella dell’interstizio il glucoso o galattoso può uscire o per
diffusione oppure con l’aiuto di un trasportatore sempre passivo, ma è necessario che qui aumenti la
concentrazione del glucosio, che diventi superiore a quella che abbiamo nel sangue. Perché questo
avvenga è necessario il funzionamento di quest’altro cotrasportatore passivo; questo cotrasportatore
passivo può funzionare solo se c’è una bassa concentrazione di Na all’interno; ciò che tiene la bassa
concentrazione del Na è la pompa del Na e del K. Noi troviamo anche qui che la funzione cellulare
è regolata sempre per lo stesso motivo, e quindi possiamo dire che l’energia che permette
l’assorbimento attivo del glucoso e di tutti i monosaccaridi che possono andare incontro ad
assorbimento attivo, è l’energia sviluppata dalla pompa del Na e del K, e in generale l’energia
generata da questa scissione di ATP in ADP e fosfato inorganico.
FISIOLOGIA DELLA RESPIRAZIONE 14 aprile
La respirazione è il processo che interviene per spostare l’Ossigeno che si trova fuori a livello
mitocondriale; è un concetto metabolico. Non sarebbe in realtà necessario un sistema così
complicato come l’apparato respiratorio: l’O come tutti i gas si muove secondo il suo gradiente di
concentrazione, che si può equiparare, non eguagliare, al gradiente di pressione. A livello del mare
in condizioni di secchezza la miscela atmosferica vale 760 mmHg. La Pressione parziale di O
nell’aria a livello del mare in condizioni di secchezza( vedi legge di Dalton: miscela dei gas ) è
quasi 160 mmHg, pari a circa il 20%. Tutto questo serve a spiegare il movimento di O tra ambiente
esterno e mitocondrio. La P parziale di O nei mitocondri in condizioni fisiologiche è circa 3 mmHg.
Fuori è 160 mmHg: l’O si potrebbe muovere lungo il gradiente di P, di diffusione. Di fatto si
muove ma molto lentamente. La formula che mette in relazione il movimento con il gradiente di
concentrazione e la distanza è la legge di Einstein(legge della diffusione). Il movimento diffusivo
dell’O tra ambiente esterno e mitocondrio vale solo per organismi unicellulari. L’uomo è un
organismo pluricellulare; il risultato di questa pluricellularità è che la distanza tra esterno e
mitocondrio è aumentata e l’O che potrebbe muoversi lungo il gradiente di diffusione non ha tempo
di farlo, cioè le velocità metaboliche sono tali che bruciano O in quantità molto maggiore rispetto a
quello che gli verrebbe portato per semplice diffusione. Per accelerare questo processo di scambio
tra l’environment e il mitocondrio si sono messi dei macchinari. La fisiologia della respirazione è lo
studio di queste macchine.
La respirazione è divisa in 2 categorie:
-RESPIRAZIONE INTERNA o INTRISECA: è la fisiologia della cellula; cosa fa la cellula dell’O
che le arriva.
-RESPIRAZIONE ESTERNA o ESTRINSECA:è tutto il macchinario che porta O alla cellula. In
sostanza non attraversiamo la membrana cellulare. Si occupa anche di come viene eliminato il
metabolita principale, la CO2.
Attraverso il meccanismo della VENTILAZIONE l’O viene messo a contatto con una grossa
camera di scambio che è il volume polmonare, qui si uniforma. Il polmone è uno scambiatore di
gas( vedi libro fisica). C’è una pompa responsabile del processo ventilatorio. Lo scambiatore è a
contatto con un’enorme superficie attraverso cui avviene lo scambio, la superficie alveolo-capillare.
Tramite questa barriera diffusiva attraverso, appunto, processi diffusivi,quindi per unica differenza
del gradiente di P, i gas passano ed entrano nel circolo: l’O preso dall’esterno e portato al sangue
deve essere, tramite la pompa cardiaca, spinto e fatto circolare di modo che venga a contatto con
un’altra enorme superficie, la superficie capillare o microcircolo dove per altro processo diffusivo
attraversa la membrana cellulare. Ci sono pompe a livello del sistema respiratorio e cardio-
circolatorio semplicemente per accelerare il processo: entrambe queste pompe creano dei
movimenti convettivi come avviene per lo spostamento dell’aria nei polmoni.
Noi ci occuperemo di come O e CO2 sono trasportate nel sangue(circolazione:è presupposta nota!)
e come passano
attraverso l’interstizio.
Attraverso la pompa respiratoria l’aria nella quale l’O ha una certa P viene inspirata e si miscela a
un’aria contenuta nel polmone, il volume alveolare: è un enorme volume rispetto alla quantità di
aria inspirata nella singola respirazione. L’aria fresca si miscela. Attraverso il passaggio diffusivo si
passa nel circolo; qui siamo nel circolo dx: atrio dx, ventricolo dx, pompa e poi capillari: l’O
scambia e va nei mitocondri.
Si può calcolare quanto O viene bruciato dal metabolismo: è il consumo di O. A riposo è 250
ml\min. Se faccio esercizio fisico il consumo di O aumenta. Questa è una nuova formula: il flusso
(V di O nel tempo) è proporzionale alla differenza tra P di O nell’aria inspirata e P di O nell’aria
espirata; il tutto è analogo alla differenza tra P di O alveolare e P di O capillare. Così posso
misurare il V di O nel certo tempo. È un valore importante: ci sono molte patologie che hanno a
che fare con il processo di trasporto di O dall’ambiente ai mitocondri; un asmatico ha problemi a
trasportare O dall’ambiente ai mitocondri; lo stesso per un enfisematoso.
Il polmone oltre alla funzione cardiaca nella respiraz. estrinseca serve anche per parlare;a livello
polmonare si trova l’ACE(angiotensin converting enzyme): opera il clivaggio
dell’angiotensinogeno e così l’attiva;ha funzione di pulizia dell’aria;difende dalle infezioni.
Insomma ha funzioni respiratorie e non. Il polmone è inserito nella parete toracica, che è tutta quella
struttura che normalmente gli sta attorno:gabbia toracica e diaframma. Attenzione: gabbia toracica è
un concetto anatomico; parete toracica è un concetto fisiologico: è tutta la struttura esterna che
ingloba il polmone ne garantisce il movimento. Tranone la muscolatura liscia dei capillari e dei
bronchioli, il polmone non ha muscoli eppure si muove sempre grazie all’accoppiamento meccanico
con una struttura elastica che lo riveste, la parete toracica. Questa si muove e si muove anche il
polmone che è dentro. Questo modo di ventilare è detto ventilazione a pressione negativa. Il
polmone dal punto di vista funzionale è fatto di un grosso serbatoio che è chiamato V alveolare: è
fatto della somma del V di ciascun alveolo. Il V di tutti questi alveoli è pari a 3 l: è un concetto
statico .Il polmone invece si muove sempre. 3 l vale quando il polmone si trova in condizioni di
riposo, cioè alla fine dell’ espirazione normale; è il volume del polmone di un cadavere: è il volume
di riposo.
Il polmone è connesso con l’esterno dalle vie aeree di conduzione, quella struttura di solito riempita
d’aria che non scambia col sangue; portano aria dall’ambiente al V alveolare dove scambia col
sangue attraverso un’enorme superficie, la membrana alveolo-capillare. La struttura alveolare serve
per aumentare la superficie, così come i capillari sono diramazioni per aumentare la sup., altrimenti
la diffusione non avverrebbe a quella velocità richiesta dal metabolismo.
Il movimento ventilatorio rinfrescando l’aria contenuta in questo volume garantisce pressioni dei
gas sufficienti allo scambio.
[Link]/ 100 m quadrati
Spessore membrana alveolare: < 1 micron
Num. Alveoli.: 300 milioni
Al microscopio a scansione vedo gli strati che i gas devono attraversare: epitelio alveolare ed
endotelio capillare. Questo spessore è meno di 1 micron. Se l’aumento di questo spessore è molto
elevato, il soggetto muore perché è impedita la diffusione attraverso la membrana alveolo-capillare.
Bisogna subito diminuire questo spessore per recuperare il soggetto.
La formula che spiega il passaggio diffuso è quella di Fick: il V di gas che passa nel tempo dipende
dall’area, dallo spessore dell’area, dal gradiente di P del gas a cavallo della membrana e dal
coefficiente di solubilità della molecola in questione. La natura si è preoccupata di aumentare molto
l’area e diminuire molto lo spessore in quei luoghi dove avvengono gli scambi diffusivi. Questa è la
cell alveolare di tipo 2 che produce un particolare tensioattivo per aiutare lo svolgimento della
meccanica polmonare.
Dalla trachea si originano delle diramazioni. Fino alla 17esima diramazione si parla di VIE AEREE
DI CONDUZIONE. Dalla 18esima in giù compaiono le formazioni alveolari dove c’è lo scambio
dei gas. Questa è la ZONA RESPIRATORIA. Il sistema respiratorio finisce a cul di sacco:è
chiuso. Nell’atto inspiratorio parte dell’aria inspirata occupa le vie aeree di conduzione e questa
quota non scambia. Scambia solo la quota che va a rinfrescare il sistema dove c’ è la struttura
alveolare. L’aria contenuta nelle vie aeree di conduzione costituisce la ZONA MORTA, cioè la
quota dell’aria inspirata che non subisce scambi respiratori. Il V di aria che occupa le vie aeree di
conduzione è 150 ml. Il V di aria che inspiriamo in una singola inspirazione è 0,5 l. 500-150= 350
ml è l’aria che va a rinfrescare il V alveolare. Si possono aumentare superficialmente le vie aeree di
conduzione attraverso un tubo. Se prendo un tubo che contiene un V d’aria di 0,5 l e ci respiro
dentro muoio perché l’aria a un certo punto diventa povera di O visto che l’O viene consumato. A
riposo l’insieme degli alveoli dà un V pari a 3 l, il V alveolare. A ogni inspirazione a riposo 350 ml
vanno a rinfrescare i 3 l. Il V alveolare è così grande rispetto alla quota d’aria inspirata ad ogni
singola inspirazione per mantenere costanti le pressioni dei gas nell’ambito degli spazi alveolari. Se
fosse invece troppo piccolo, durante l’inspirazione…
-Quando si parla di miscela gassosa,come quella atmosferica, le P dei gas si calcolano come se la
miscela fosse priva di umidità, secca. Nell’ambiente l’umidità varia sempre: nuvole,vento,pioggia
fanno variare la miscela presente nell’aria atmosferica perché fanno variare il suo contenuto in H2O
La P parziale di O a livello del mare è 159mmHg. Ci sono solo tracce di CO2. H2O è assente. N=
600 mmHg. La somma di queste fa 760 mmHg. La P di questa miscela varia in funzione di quanto
ci innalziamo dal livello del mare. Es: sull’Everest la miscela vale molto poco. Proporzionalmente
diminuiscono i vari componenti della miscela perché l’O non sarà più 160, ma attorno a 40 mmHg.
Man mano che ci si innalza dal livello del mare varia la P dei gas ma non la loro frazione. La
frazione di O è la percentuale di O nella miscela: circa 20%; l’N è circa 80%.
-Nella trachea è costante la presenza di vapor acqueo che trovandosi a 37 °C ha una P di 47 mmHg.
Aggiungendosi questo gas tutte le altre P variano leggermente. Infatti nell’aria tracheale inspirata
l’O passa da 159 a 149; la CO2 è trascurabile; il vapor acqueo è 47 e l’N è sceso un po’. La somma
di questi gas dà 760. Qui bisogna considerare il vapor acqueo perché è sempre presente; dipende
dalla temperatura. Sull’Everest la P del vapor acqueo a livello dell’aria tracheale è uguale, ma l’O
non varrà più 149. La P del vapor acqueo dipende esclusivamente da T.
-Nel V alveolare la miscela cambia ancora: l’O è sceso; si ha aumento di CO2 e N. Il vapor acqueo
è sempre uguale. Negli alveoli l’O ha una P parziale minore rispetto a quella che ha nella
trachea,perché viene drenato via dai capillari; di contro lo spazio alveolare si riempe di CO2.
Le P parziali di O e CO2 nell’aria alveolare sono valori che risultano dalla loro entrata e uscita dallo
spazio alveolare: l’O entra attraverso trachea ed esce attraverso il sangue. Sono valori che
dipendono dall’equilibrio tra entrata ed uscita. Se il sogg smette di respirare e monitoro la P parziale
di O dell’aria alveolare vedo che è scesa. Per aumentare l’uscita dallo spazio alveolare attraverso il
circolo bisogna aumentare il metabolismo: con l’esercizio aumenta la richiesta di O e quindi il sogg
ne aumenta l’entrata. La P parziale di O nel V alveolare risulta da un equilibrio di entrata attraverso
la ventilazione e di uscita attraverso il sangue. Stessa cosa per la CO2: entra dal sangue nello spazio
alveolare ed esce attraverso la ventilazione. Se il sogg smette di respirare e monitoro la CO2 vedo
che la CO2 sale. Tra i primi sintomi c’è dolore al diaframma: ciò è dovuto all’aumento di CO2 e
non alla caduta di O, che invece non dà dolore ma iposincope,cioè perdita di conoscenza.
-Nel sangue arterioso la P di O è 100mmHg . La quantità di O nel sangue arterioso si esprime in ml.
Quanto O si trova esprimibile in ml a 100mmHg? Applico legge di Henry: il V di un gas è
proporzionale alla sua P parziale e al suo coefficiente di solubilità. È circa 3 ml ogni 100 ml di
sangue. Però il quantitativo reale nel sangue arterioso è 20 ml per 100ml: qui è presente un
trasportatore, l’emoglobina. Quando l’O è legato ad essa non esercita più P parziale.
Per gas inspirato si intende il gas dell’aria tracheale nelle vie aeree di conduzione. A riposo il V
inspirato ed espirato è attorno a 0,5 l. Gli atti respiratori al min sono 15. 15*0,5=7,5 l/min è l’aria
che entra ed esce dalla trachea al min: è detta VENTILAZIONE TOTALE o VOLUME-MINUTO;è
il prodotto della frequenza per il volume inspirato. Tutti questi valori sono a riposo: se corro
aumento sia frequenza sia volume. Si può anche arrivare a 100-150 l respirati al min. Di questo V
inspirato(500 ml) una parte sta nell vie aeree di conduzione( spazio morto=150 ml),la restante va a
rinfrescare il V alveolare che è 3 l. Di questi 7,5 l/min quanti l ventilano il V alveolare? Bisogna
togliere lo spazio morto: il V che in 1 min ventila lo spazio morto è (0,15*15)=2,25 l. Quindi 7,5-
2,25=circa 5 l che va a costituire la ventilazione alveolare: ogni min ci sono 5 l di aria fresca che
girano in questo serbatoio. Questi 5 l sono uguali alla gettata del cuore dx. La gettata cardiaca a
riposo è 5 l. 5 l di sangue e 5 l di aria. Il flusso polmonare ematico è uguale al flusso ematico
sistemico. Se la gettata cardiaca è uguale a 5 l, il flusso polmonare al min vale 5 l, che è uguale alla
ventilazione,non totale, ma alveolare: dal punto di vista degli scambi respiratori non conta ciò che
sta nello spazio morto.
Dunque,in generale,questa parte della figura si vede molto [Link] ferro può entrare o come ione
ferroso trasportato attivamente attraverso la membrana oppure anche come eme che
successivamente libera il [Link] ferro si trasforma in forma ferrica e si lega alla ferritina,parte del
ferro invece rimane nei citoplasmi in forma [Link] nel sangue diminuisce la sideremia
allora il ferro in forma “ferrosa libera” passa nel sangue,mentre quello legato come ferritina,viene
liberato come ferritina di forma trivalente in forma ferrica,viene liberato,convertito in forma ferrosa
e passa nel [Link] sangue,il ferro,viene trasportato legato alla [Link] in generale;se
noi seguiamo in maggiori dettagli,abbiamo modo di osservare l’assorbimento di ferro in condizioni
di normale sideremia,la situazione in presenza di una sideremia diminuita cioè di carenza di ferro,e
infine l’assorbimento in caso in cui il sangue sia molto ricco di ferro,ci troviamo cioè di fronte a
un’[Link] voglio iniziare questo punto richiamando la vostra attenzione su un apparente
dettaglio che in realtà è una cosa di notevole [Link] freccia indica il passaggio di ferro
dall’enterocita al sangue,quest’altra freccia il passaggio del ferro dal lume intestinale
all’[Link] vediamo che in tutte e tre le situazioni lo spessore e le dimensioni di questa
freccia sono sempre uguali,ad indicare che tanto è il ferro che passa nel sangue quanto è quello che
passa nell’enterocita. Ancora,noi sappiamo che il ferro può passare dall’enterocita al sangue,ma
anche dal sangue all’enterocita;può passare dal lume intestinale all’enterocita,ma anche
dall’enterocita al lume [Link] ora l’esame di ognuno di questi pannelli delle
[Link] dal sangue,quando l’assorbimento è sempre regolato dalla concentrazione del ferro
nel sangue. Allora,osserviamo,queste lunette rappresentano la transferrina,i triangoli neri
rappresentano il ferro,le lunette più il triangolo nero ovviamente rappresentano la transferrina legata
al ferro,il complesso [Link] noi abbiamo una normale sideremia,il sangue
richiede un tot di ferro che dall’enterocita deve passare nel [Link] cosa abbiamo
nell’enterocita,abbiamo queste figure bianche che rappresentano l’apoferritina;questi triangoli
neri,che come prima rappresentano il ferro;abbiamo poi l’insieme bianco e nero che rappresenta la
ferritina,cioè l’apoferritina legata al [Link] il ferro deve passare dall’enterocita al
sangue,perché il sangue ha bisogno del ferro per la normale funzione di formazione dei globuli
rossi,di trasportarlo cioè al midollo per la formazione dei globuli rossi,nel midollo osseo,allora noi
vediamo che man mano che qui il ferro passa,si libera della apoferritina dalla [Link] quantità
uguale di ferro entra dal lume all’enterocita,uguale a quella che dall’enterocita è passata al
[Link] vediamo altresì che l’enterocita perde una parte di ferro che va nell’intestino,mentre
poiché lo scambio è reciproco,una certa quantità di ferro va dal sangue all’[Link] vediamo
che questa freccia che indica il passaggio di ferro dal lume all’enterocita,è la componente di una
freccia più grande di cui l’altra componente rappresenta il ferro contenuto nell’intestino ma che non
viene [Link] la situazione di iposideremia,di carenza di [Link] vediamo allora che
sono libere molte molecole di [Link] richiama una maggiore quantità di ferro
dall’enterocita,e vediamo infatti che questa freccia è maggiore di [Link] provoca un
depauperamento di ferro nella cellula,una quantità uguale a quella passata nel sangue entra ora
nell’[Link] se supponiamo che il contenuto intestinale era lo stesso,che in questo
caso si riduce la quantità che non viene [Link] pressoché costante è la quantità di ferro
che dal sangue passa nell’[Link] ora che il sangue contenga una notevole quantità
di ferro (?) allora noi osserviamo che la richiesta di ferro diventa minore di quella in condizioni
normali,vediamo come nell’interno dell’enterocita,guardate quante molecole di ferritina,legame tra
apoferritina e ferro, ci sono, la cellula è satura o quasi di ferro, per cui riduce l’ingresso di ferro nel
lume intestinale, lo riduce della stessa quantità di quello che penetra dall’enterocita al
[Link] ancora quello che vi ho detto la volta scorsa e quello (?) lo stesso, che il ferro viene
assorbito in forma ferrosa,passa attraverso la membrana luminale e quella basolaterale in forma
ferrosa,ma si lega alla ferritina in forma ferrica. A questo punto vi è da aggiungere una
considerazione pratica:in una singolare, soprattutto commerciale, terapia delle anemie
ipocroniche,quelle date da carenza di ferro,viene somministrata per via orale della ferritina,dicendo
che (?).In realtà già arrivata nello stomaco questa ferritina viene attaccata dalla pepsina,che poi
viene progressivamente digerita, per cui si deve ritenere che la messa in commercio di preparati a
base di ferritina rappresenti una vera e propria truffa. Al massimo la ferritina digerita libera il ferro,
si può introdurre direttamente il ferro al posto di somministrare della ferritina,quindi state in guardia
a queste strane terapie e scusatemi se dal mio punto di vista di docente ve lo dico,quando voi
dovrete apprestarvi ad una terapia farmacologia,più che alla pubblicità,andate a vedere i metodi
classici,aggiornati e qualificai in farmacologia. Dunque, risolta così la questione dell’assorbimento
del ferro,torniamo a parlare dei movimenti [Link] avevo trattato dei movimenti peristaltici e
dei movimenti di segmentazione,sottolineando come i movimenti peristaltici,pur non richiedendo
l’attività dell’innervazione estrinseca,sono comunque dovuti a meccanismi nervosi
intrinseci(ricordatevi quelle figure piuttosto complesse in cui c’era un modello di come la rete
neurale dell’innervazione intrinseca intervenga nella propagazione del movimento).Avevo anche
detto,mi ricordo,che i movimenti di segmentazione hanno una andatura prevalentemente
[Link] infatti i movimenti peristaltici scompaiono se noi anestetizziamo un’ansa intestinale
o anche solo la mucosa,ponendo a contatto della mucosa un anestetico locale, (?),se noi facciamo
questo permettiamo ancora i movimenti di segmentazione,quindi i movimenti di segmentazione
sono dei movimenti di natura piogena,essendo lo stimolo il contenuto [Link] avevo poi
anche detto,adesso me lo ricordo,che vago e simpatico non sono necessari per l’insorgenza di alcun
tipo di movimento,sono però, il vago attivatore, nel senso che non può indurre movimenti ma può
attivare quelli presenti,e il simpatico inibitore dei movimenti [Link] poi,e
sottolineatevelo,che a differenza di quello che abbiamo ad esempio nell’apparato
cardiovascolare,nell’apparato digerente il vago è sempre un nervo motore secretivo, il simpatico
invece è un sistema [Link] ora un altro tipo di movimenti. I movimenti peristaltici e di
segmentazione sono caratteristici della fase digestiva,quando cioè il contenuto intestinale è
[Link] invece il contenuto intestinale è stato allontanato dall’intestino tenue e
nell’intestino tenue troviamo però ancora,e lo troviamo sempre,dei residui di quello che prima era il
contenuto vero e proprio,abbiamo l’altro tipo di movimenti caratteristici della situazione
dell’intestino ritenuto pressoché vuoto,vuoto non lo è mai in [Link] movimenti formano il
complesso motorio [Link] cosa consiste il complesso motorio migrante?Dunque,guardiamo
questa figura:in questa figura noi abbiamo uno schema dell’[Link] posso registrare i
movimenti misurando la pressione ad esempio in questo punto dell’[Link] osservo?Osservo
inizialmente una fase di riposo dell’intestino,non ho [Link] presente che siamo a
[Link] ho movimenti e questo intervallo privo di movimenti se siamo nella parte alta
dell’intestino ad esempio nel duodeno,può durare anche un’ora e [Link] un certo punto
compaiono dei movimenti peristaltici irregolari,con frequenza irregolare,aritmici nella loro
[Link] l’assenza di movimenti era chiamata fase 1 del complesso motorio migrante,la
presenza di movimenti peristaltici di tipo irregolare è detta fase [Link] la fase 2 abbiamo la fase
3,quella che noi qui vediamo al centro di questo tratto di intestino con i quadratini o pallini che
siano,in cui i movimenti peristaltici sono regolari,a un ben determinato ritmo. Questa,dicevo,è la
fase 3 del complesso motorio [Link] fase 3 fa seguito una nuova fase 2 in cui i movimenti
peristaltici tornano ad essere [Link] la fase 2 abbiamo di nuovo,se siamo nella parte alta
dell’intestino,una pausa senza [Link] pausa senza movimenti è la fase 1 del ciclo del
complesso motorio migrante che [Link] conseguenza il complesso motorio migrante è la
progressione di una fase 1(assenza di movimenti),una prima fase 2(movimenti irregolari),una fase
3(movimenti regolari),una seconda fase 2,che può essere (?),una seconda fase 2 di movimenti
irregolari e poi riprende il ciclo con assenza di movimenti (?).Dunque,io vi avevo detto,quando ho
cominciato a parlare delle onde peristaltiche,vi avevo detto che su testi diversi,si trovavano in
passato velocità diverse di propagazione delle onde peristaltiche. Dicevo, alcuni dicono pochi
centimetri al secondo,1-3 cm al secondo,altri dicono 1-3 cm al [Link] ha ragione?Il complesso
motorio migrante che è stato identificato relativamente di recente,di recente vuol dire negli ultimi
decenni,il complesso motorio migrante ci spiega questo fatto. Dunque,osserviamo
quest’[Link] di non avere disegnato l’intestino [Link] che il limite
dell’intestino siano i confini dello [Link] soltanto quei pallini che indicano il tipo di
[Link] noi abbiamo il complesso dell’insieme di questi movimenti così
organizzato:1(assenza)-2-3-2,che procede dall’estremità orale all’estremità [Link] velocità di
progressione di tutto il complesso è di pochi centimetri al minuto ma nell’ambito del complesso
abbiamo i movimenti peristaltici che sono di pochi centimetri al [Link] di essere su
un vagone ferroviario che si muove molto lentamente e che in un minuto percorra 1 [Link] nel
vagone ferroviario potete cominciare a camminare,sicuramente camminate ad una velocità
superiore a 1 metro al [Link] nelle misurazioni,se uno misura dall’esterno può imbroccare
la misurazione della velocità dal vagone,che allora è di 1 metro al secondo,1-2-3 cm al minuto,come
troviamo scritto su certi vecchi testi,ma se riuscite a misurare la velocità di una persona che si
muove tutto (?),vedete che è superiore.E’ superiore già rispetto allo stesso treno,non soltanto
rispetto all’[Link] difficoltà tecniche che ci sono quando noi misuriamo la velocità di
propagazione di un’onda peristaltica,può già rendere ragione di questo e l’esistenza
dell’avanzamento del fronte del complesso motorio migrante all’interno del quale abbiamo i
movimenti peristaltici,può rendere ragione della differenza di velocità che è stata stabilita.
Obiezioni?Allora,questi movimenti sono caratteristici del periodo di digiuno,vengono
immediatamente interrotti con l’ingestione di cibo. L’intestino tenue termina con la valvola
[Link] valvola ileocecale si comporta in modo abbastanza simile alla valvola cardiale, in
modo molto diverso invece dalla valvola [Link] altre parole quando l’onda peristaltica arriva
alla fine dell’ileo,l’ultima parte dell’ileo si contrae e rappresenta il segmento propulsivo dell’onda
[Link] lo sfintere ileocecale,che rappresenta il segmento recessivo,si [Link] questo
modo il contenuto intestinale che a questo punto possiamo chiamare chilo (il chimo era quello che
dallo stomaco passava nell’intestino,il chilo è quello che dall’intestino tenue passa nel crasso) viene
immesso nel cieco a [Link] spruzzi,vale a dire l’immissione ad opera della valvola
ileocecale,avvengono all’incirca ogni 30 [Link] 30 secondi noi abbiamo l’immissione di
chilo nel [Link] noi introduciamo degli alimenti e questi distendono la parete dello
stomaco,noi abbiamo l’aumento di frequenza dell’attività della valvola [Link] prima
immetteva il contenuto ogni 30 secondi,in condizione di riposo (ne abbiamo sempre un certo
contenuto in quelle parti dell’intestino quindi ogni 30 secondi se c’è qualcosa la valvola si
apre),l’apertura della valvola viene generata quando abbiamo una distensione dello stomaco.E’
questo il cosiddetto riflesso gastro-ileale, ovvero la frequenza di apertura della valvola può essere
accelerata quando noi abbiamo a livello dell’intestino tenue,in sostituzione del complesso motorio
migrante,abbiamo le contrazioni migranti giganti o movimenti di [Link] movimenti di massa
sono delle onde peristaltiche organizzate anche in complessi motori ma molto più veloci,molto più
forti,che fanno percorrere l’intestino molto più [Link] tenere presente a questo
punto che questi movimenti hanno come scopo quello di allontanare dall’intestino tenue delle
sostanze tossiche che altrimenti,proprio per le caratteristiche dell’intestino tenue,potrebbero venire
[Link] il funzionamento della valvola ileocecale permette l’ingresso del chilo intestinale
nel [Link] funzionamento aumenta con la distensione dello stomaco per il riflesso gastro-
[Link] al riflesso gastro-ileale la distensione dello stomaco da parte degli alimenti evoca un
altro riflesso:il riflesso gastro-colico, che risulta nella comparsa di onde peristaltiche all’inizio del
colon traverso,dall’inizio del colon traverso con propagazione al colon discendente,al
sinuo,ecc…Dunque questa classica figura ci illustra come avviene la cronologia del passaggio delle
sostanze attraverso l’intestino [Link] di qua,scendiamo,risaliamo e arriviamo a questo
[Link] 4 ore-4 ½ dall’ingestione di un pasto,il contenuto di quel pasto arriva al [Link]
figure sono tratte da radiografie ottenute dopo aver fatto ingerire al paziente del solfato di bario (il
solfato di bario è un mezzo di contrasto radiopaco che quindi può permettere di seguire il suo corso
nell’intestino. All’inizio attraverso la valvola ileocecale,4 ore-4 ½ dopo un pasto,noi vediamo che
comincia a riempirsi l’intestino [Link] riempie semplicemente perché arriva il contenuto
intestinale a spruzzo (come vi avevo detto).Questo si accumula e [Link] e ad un certo punto
compaiono i primi movimenti peristaltici che fanno progredire il contenuto lungo tutto il resto del
[Link] qui abbiamo la cronologia:3 minuti non indica i 3 minuti dal pasto,indica 3 minuti
dall’inizio dell’ingresso di quelle determinate sostanze di quel pasto nel [Link] dunque vi è
riferito al momento in cui un pasto o meglio ciò che rimane di quel pasto arriva nell’intestino
[Link] siamo a 30 minuti dopo l’inizio del riempimento,a 1 ora,3 ore,e così via. A 24 ore di
distanza da questo istante,quindi 28 ore possiamo dire dall’ingestione di quel pasto,noi vediamo che
abbiamo ancora del contenuto in corrispondenza della flessura [Link] 48 ore nel
discendente del (?) abbiamo ancora alcuni reliquari degli alimenti [Link] a partire dal
colon traverso la progressione avviene ad opera dei movimenti [Link] colon discendente
può anche essere la gravità ma comunque sono presenti i movimenti peristaltici. A questo punto
bisogna vedere un po’ quali sono i movimenti [Link] partiamo un po’ dall’[Link]
queste figure non si vede ma noi sappiamo che lungo la parete esterna del colon sono presenti,e
percorrono tutto l’intestino crasso,3 fasci o tenie (?) formati prevalentemente da fibrocellule
muscolari lisce disposte in senso longitudinale,ma anche di fibre elastiche o fibre [Link]
fibre elastiche o fibre collagene sono (questo insieme formano le tenie).Abbiamo una tenia
anteriore,una posteriore,e una tenia [Link] tenie hanno una lunghezza inferiore al colon per
cui,e oltretutto hanno,presentano sempre un certo tono della muscolatura [Link] fa sì che la
presenza di tenie mantenga il colon come corrugato suddividendolo in parecchie sacche,quelle che
voi qui vedete (?).Se noi abbiamo all’interno del colon in corrispondenza di quelli che all’esterno
possono essere dei solchi,abbiamo delle creste all’interno,ma queste creste si distinguono molto da
quelle valvole conniventi che noi vediamo all’interno dell’intestino [Link] infatti le valvole
conniventi sono delle strutture anatomiche fisse,qui quelle creste che noi possiamo vedere in
corrispondenza della separazione delle (?) sono puramente [Link] se noi stacchiamo le
tenie e distendiamo l’intestino vediamo che [Link] suddivisioni delle (?) non sono però
dovute soltanto alle [Link] dovute anche a una contrazione della muscolatura circolare
dell’intestino crasso. Infatti,se noi consideriamo questi punti di intestino contratto e li seguiamo nel
tempo,vediamo che come per gli anelli di contrazione dei movimenti segmentari dell’intestino
tenue,si risolvono in un punto e compaiono in un [Link] queste (?) si modificano in particolare
perché l’intestino crasso è sede anche di movimenti di [Link] ai movimenti
peristaltici dobbiamo vedere anche l’[Link] qui abbiamo un’innervazione estrinseca e
[Link] quella intrinseca si possono dire un po’ le stesse cose che abbiamo visto per l’intestino
[Link] quella estrinseca c’è una piccola differenza:anche qui abbiamo un’innervazione simpatica
e parasimpatica. L’innervazione parasimpatica però è dovuta a 2 diverse [Link] cieco,colon
ascendente,e buona parte del colon traverso sono innervate dal vago. L’ultima parte del colon
traverso e tutto il resto,sono innervate dal parasimpatico sacrale. Questo,a pensarci un po’, rafforza
la necessità di un contributo dell’innervazione intrinseca per il coordinamento dei movimenti
peristaltici. Dunque,detto questo,non abbiamo esaurito la fisiologia di questo tratto
dell’[Link] vedere quali sono i (?) che in esso avvengono. Dunque,per mio e vostro
uso anche,li scrivo uno per uno sulla lavagna e vediamo di ragionarci [Link] funzione dell’intestino
crasso è quella di assorbimento di acqua e elettroliti. Dunque,l’assorbimento di acqua è un
fenomeno passivo che segue l’assorbimento di elettroliti,quantitativamente vi ho già detto
[Link] sono circa 500 ml di acqua che entrano giornalmente nel cieco,con le feci ne vengono
eliminati giornalmente 100-120 [Link] 400 ml pertanto di acqua sono assorbiti nell’intestino
[Link] attenti,questo assorbimento trasforma il contenuto da liquido a solido e ha fatto
pensare per molto tempo che la sede massima del riassorbimento dell’acqua fosse l’intestino
[Link] realtà se noi vediamo che nell’intestino tenue vengono immessi giornalmente con le
bevande e con le secrezioni dell’apparato digerente 6-7 litri di acqua e soltanto 500 ml arrivano al
crasso,noi vediamo che la sede privilegiata per l’assorbimento dell’acqua è il tenue. Elettroliti.
Abbiamo già visto l’assorbimento del sodio,L’assorbimento di sodio infatti avviene a questo
[Link] di sodio e assorbimento anche di cloro. A proposito dell’assorbimento del
sodio,che è sempre assorbimento attivo,va detto in questo caso la penetrazione del sodio nella
cellula epiteliale,avviene attraverso una regola generale,(?) non c’è cotrasporto di sodio (?).Se
infatti voi vedete dalle figure che vi ho dato le ultime volte,vedete che questo (?) è la parte più a
destra della [Link] sono dei canali che ne permettono l’ingresso e poi c’è la pompa del sodio che
ne permette la [Link] all’assorbimento di acqua e di elettroliti,attraverso il colon avviene
anche l’escrezione di sostanze organiche e inorganiche. Dunque,le sostanze organiche possono
essere proteine,possono essere lipidi, fosfolipidi; le sostanze inorganiche in genere sono dei
metalli,ferro,calcio,magnesio,e in determinate circostanze,cioè in determinate circostanze che
interessano la medicina del lavoro,anche [Link] lavoratori a contatto con il piombo possono
avere un ingresso per inalazione o per altro di piombo nell’organismo,nel [Link] piombo viene
liberato,eliminato attraverso e le ghiandole salivari,e la parete del [Link] malattia di presenza
professionale,di presenza del piombo in circolo è il cosiddetto [Link] il piombo viene
eliminato con le ghiandole salivari,sali di piombo precipitano sulle gengive in corrispondenza del
colletto del dente,il quale appare nero e si parla di orsetto saturnino.E’ un problema a questo punto
prevalentemente [Link] altrettanto estetico invece è il piombo che viene eliminato attraverso
la mucosa del crasso,può provocare,nel passaggio attraverso il crasso,delle contrazioni
sostenute,prolungate,dolorose soprattutto,del colon [Link] le cosiddette coliche saturnie.
L’intestino crasso secerne pure,e permette la lubrificazione dell’ammasso fecale; la mucina è
secreta da cellule caliciformi mucipare che sono molto abbondanti nell’epitelio del [Link] a
questo,noi vediamo come il colon,l’intestino crasso,presieda alla formazione,o meglio sintesi,di una
vitamina molto importante (?),che è la vitamina K. Vediamo poi ancora come il colon sia sede di
fenomeni fermentativi e di fenomeni [Link] fermentativi che interessano soprattutto
la cellulosa,le emicellulose, i pentosani (?).Dunque nel colon è presente un’abbondante flora
[Link] flora batterica oltre ad essere responsabile della sintesi di vitamina K,produce
anche una β-[Link] vi ho detto,quando ho cominciato a parlare dell’α-amilasi salivare,che
l’uomo non può digerire la cellulosa perché,avendo l’intestino crasso molto rudimentale rispetto
agli animali erbivori,soprattutto il cavallo,ha una flora batterica troppo scarsa per potere produrre
una β-amilasi capace di digerire la [Link] noi osserviamo il colon,l’intestino crasso di un
cavallo,è estremamente più sviluppato di quello dell’uomo.L’intestino crasso dell’uomo è molto più
simile a quello degli animali carnivori che a quello degli animali erbivori. Dunque,vi è tuttavia una
flora batterica che può agire su alcune parti di cellulosa,emicellulose e pentosani,producendo
monosaccaridi,anche glucosio,una piccolissima parte di questo glucosio può venire assorbita,ma
proseguendone la scissione in processi [Link] via di questi processi fermentativi si forma
acido lattico,acido acetico,acido butirrico,anidride carbonica,acido succinico,[Link] sono i
risultati dei processi [Link] ai fenomeni fermentativi che interessano praticamente i
carboidrati,determinati tipi di carboidrati,abbiamo ancora dei fenomeni [Link] fenomeni
putrefattivi sono rappresentati dalla decarbossilazione o deaminazione di amminoacidi che sono
arrivati in questo tratto dell’[Link],dobbiamo considerare che nell’intestino crasso hanno
luogo la scissione di urea normalmente presente (?),e l’assorbimento dell’ammoniaca.L’urea può
essere presente nell’intestino crasso perché in qualche modo è stata introdotta con gli alimenti o
perché vi è stata versata dal sangue,anche secreta dal sangue,arrivata al lume intestinale,sempre in
virtù della forza batterica intestinale,viene scissa producendo anidride carbonica ed
ammoniaca.L’ammoniaca viene riassorbita,viene portata al fegato che la usa per una nuova sintesi
di [Link] in questa parte della figura abbiamo rappresentato tanti tratti dell’intestino tenue
con i complessi motori migranti che si spostano da un tratto prossimale a quelli [Link]
nel [Link] tutto bisogna dire che questa figura non rispecchia molto quello che avviene
nell’altra,in quanto per ciascun complesso motorio migrante passiamo dalla fase 1 alla fase 3 e poi
alla fase [Link] manca in questo disegno,non so perché,la fase 2 di frontale,questa parte non c’è.Ma
in ogni caso guardiamo la lunghezza di queste [Link] a mano che questo complesso si propaga
in avanti,la fase 2 finale,anche un po’ la fase 3 ma molto meno,occupa un tempo [Link]
la frequenza è uguale in tutti i tratti dell’intestino,quando questa fase 2 diventa più lunga,diminuisce
la fase 1,cioè l’intervallo tra una serie e l’altra di [Link] è venuto in mente mentre parlavo
con qualcuno di voi,che chiedeva sul riflesso gastro-ileale,che avviene ogni 30 secondi,che
nell’apparato digerente a partire dalla bocca in avanti,l’attività tende da saltuaria,a diluirsi in modo
da venire sempre più [Link] voi nella valvola ileocecale,si apre ogni 30 secondi,può darsi
che ci siano dei periodi in cui non si apre,in cui non ci sia il contenuto dell’intestino,ma questo è
molto improbabile (?).Per noi che ci alimentiamo in media 3 volte al giorno,voi capite che non
avremo mai (?) accelereremo i movimenti peristaltici,li induciamo quando introduciamo degli
[Link]ò abbiamo in continuazione spostamenti,brevi movimenti peristaltici all’interno del
[Link] più dall’estremità,dalla bocca,arrivano alle parti basse dell’intestino,tanto più
l’attività tende a diventare [Link] siamo tutti?
Dunque adesso parliamo del [Link] grande accusato di tutta una serie di malefatte in relazione
al brancolare o meno in queste malattie (?).Quando un medico non sa cosa dire al paziente tira in
ballo il fegato,il quale invece,come vi dirò subito,è un organo sovradimensionato e ad alto
potenziale [Link] se io sottopongo uno di voi all’asportazione di ¾ o anche più del
fegato,questo,ristabilitosi dall’intervento sta benissimo,non ha alcuna manifestazione metabolica o
[Link] io vado a riaprire questo vostro amico dopo 2 mesi,vedo che il fegato si è completamente
rigenerato,è tornato della grossezza [Link] il fegato è sovradimensionato,se ne togli ¾
quello continua a vivere [Link] posso asportarne e quello [Link]
nell’asportazione parziale del [Link] diversa è invece l’asportazione [Link] se noi in un
modello sperimentale asportiamo il fegato,dopo che l’animale si è ripreso dall’anestesia,si sveglia e
sta [Link] una mezz’ora circa cada in coma [Link] gli somministriamo una
soluzione glucosata,o un altro monosaccaride che non sia galattosio che non si trasforma in
glucosio,questo si riprende,per poi ricadere di nuovo dopo un po’ in [Link] proviamo a farlo
riprendere dal coma con un’altra infusione di una soluzione [Link] l’andar del tempo però
nelle fasi in cui l’animale è sveglio cominciano a comparire dei movimenti irregolari (?),dei
tremori,l’animale rimane (?) e ad un certo punto cade in coma dopo circa 12-18 ore dall’intervento
da cui più non si riprende,neanche con una somministrazione glucosata.L’animale in questo caso
[Link] che cos’è che gli è mancato?L’ipoglicemia che lo ha mandato in coma inizialmente
non può essere la causa della morte,perché noi gli possiamo ripristinare la glicemia e (?).Il fegato è
dove l’urea viene sintetizzata a partire dall’ammoniaca.(?) può essere l’ammoniaca che è tossica ad
aver portato alla morte l’[Link] l’ammoniaca da dove si forma?L’ammoniaca si forma dalla
desaminazione delle proteine che avviene nel [Link] abbiamo asportato il fegatosi vede infatti
come si è visto non solo che diminuisce la presenza di urea ma diminuisce anche la presenza di
ammoniaca,a rivelare che il processo di desamminazione avveniva proprio lì,il metabolismo delle
proteine avveniva proprio lì,noi abbiamo un aumento della aminoacidemia.E’vero,nel fegato
vengono sintetizzate le proteine plasmatiche comprese quelle che presiedono la coagulazione del
sangue,infatti dopo un certo numero di ore dall’intervento l’animale presenta emorragie,ma nel
momento in cui muore non sono ancora state così grandi da essere esse la causa della [Link]
non viene prodotta bile,non vengono prodotte determinate vitamine ma questo non significa la
morte di un [Link] devo dire che è una cosa che mi riguarda abbastanza perché avevo un amico
che è morto durante un trapianto epatico,che aveva fatto un’epatite di razza (?) dapprima,ma ad un
certo punto (?) si è ammalato (?) di cirrosi.(?).Arriva finalmente il fegato del donatore ma (?) si
sono accorti che era incompatibile;rimuovono questo fegato,ne arriva un [Link] che lo avevano
piazzato il fegato è risultato avere delle metastasi di cancro(il fegato del donatore).Lo rimuovono
una seconda volta ma intanto sono passate 8-9 ore quel mio povero amico è [Link] anche qui
in clinica noi possiamo osservare come non si può vivere in assenza del [Link] se la causa,gli
stessi processi disintossicanti che,vedremo, vengono operati dal fegato,non spiegano una morte
relativamente [Link] vediamo quali sono le funzioni del [Link] vi ho dato questa tabella
in modo da poter procedere più in [Link] abbiamo una funzione secretiva,la secrezione della
[Link],su questo non ritorno.[domanda] Non si [Link]é è chiaro che il fegato sia indispensabile
per la vita (?),però le alterazioni si manifestano molto più lentamente di quanto (?).Funzione di
immagazzinamento e di riserva:noi sappiamo come nel fegato si parla di glicogeno,proteine,tutte
quelle sostanze lì elencate,su cui non voglio soffermarmi ad eccezione di questa vitamina B12,acido
folico,acido folinico,che sono tutti fattori che prevengono insieme l’anemia [Link] abbiamo
una funzione di sintesi,sintesi soprattutto quantitativamente di [Link] fegato,al pari dei
muscoli,contiene moltissimo [Link] anche però la sintesi di proteine
plasmatiche,praticamente tutte le proteine del plasma sono sintetizzate dal fegato tolte le globulina
che vengono sintetizzate dai tessuti immunocompetenti,fattori della coagulazione ecc…nella vita
fetale noi sappiamo che i globuli rossi si formano nel fegato,nel fegato però,nella vita
extrauterina,noi abbiamo la funzione dell’emocateresi.A questo punto bisogna distinguere tra ciò
che spetta alle cellule del Kupfer e ciò che spetta agli [Link] le cellule del Kupfer
appartengono al sistema fagocitico mononucleare,non sono specifiche del fegato,le troviamo anche
in altre parti dell’[Link] a livello delle cellule del sistema fagocitico mononucleare
comprese quelle del Kupfer,dalla emoglobina si forma la [Link] bilirubina però non può
essere versata nella bile se non viene coniugata con acido [Link] bilirubina infatti viene
immessa nella bile come diglicuronato di [Link] coniugazione della bilirubina con acido
glicuronico avviene ad opera di un enzima:la [Link] di questo enzima si trova
negli epatociti e parte si trova nella [Link] la bilirubina è in forma di bilirubina
diglicuronato,allora viene versata nella bile e con questa va nel lume [Link] a questo
punto è necessario che vi dica alcune cose sugli [Link] tre tipi di ittero:ittero da
occlusione,ittero celulare,epatocellulare e ittero [Link] l’ittero da occlusione.L’ittero da
occlusione può essere dovuto a un calcolo ad esempio nel dotto epatico o nel coledoco,oppure può
essere dovuto ad un tumore alla testa del pancreas che costringe lo sfintere di Oddi,la papilla del
Vater e lo sfintere di [Link] questo caso la bilirubina che viene riassorbita in circolo è in forma di
bilirubina diglicuronato o diglicuronato di bilirubina;questa bilirubina diglicuronato può essere
messa in evidenza con la reazione di Van den Berg:una reazione vecchissima che però funziona
ancora adesso,non ne sono state trovate altre tanto questa andava [Link] il reattivo di Van
den Berg è una miscela di acido solfanidrico con altre sostanze che non [Link] questo
reattivo viene posto a contatto con del plasma si ha un precipitato colorato [Link] noi abbiamo
nel plasma della bilirubina diglicuronato,non abbiamo bisogno di aggiungere altro,basta il reattivo
di Van den [Link] solo,ma la colorazione avviene immediatamente,appena c’è il contatto del
reattivo con il plasma,e da allora noi diciamo che abbiamo una reazione di Van den Berg diretta
perché non abbiamo aggiunto null’altro,pronta a causa dell’immediatezza della [Link]
invece abbiamo una alterazione della funzionalità degli epatociti,l’ittero epatocellulare,questi non
riescono a glicuronare completamente la [Link] quindi la formazione soltanto di
monoglicuronato di bilirubina,che viene lasciato nel sangue,non passa nella [Link] otteniamo
ugualmente la reazione di Van den Berg,senza dover aggiungere altro,ma dobbiamo aspettare tempo
perché compaia la [Link] che nel caso dell’ittero epatocellulare abbiamo la reazione
di Van den Berg diretta,[Link] un soggetto che abbia un’anemia emolitica,tipo
un’anemia mediterranea delle nostre parti,tipo un’anemia trepanocitemica in [Link] soggetti
vanno incontro a delle improvvise crisi [Link] bilirubina che aumenta,aumenta per il fatto
che il fegato pur funzionante non è in grado di smaltire questa bilirubina trasformandola in
bilirubina mono,e poi [Link] nel sangue come bilirubina non [Link] questo
caso il soggetto tipico dell’ittero,se noi mettiamo il reattivo di Van den Berg,non succede
nulla,possiamo lasciarlo tutto il tempo che vogliamo a contatto del plasma,non succede nulla,a
meno che noi aggiungiamo dall’[Link] abbiamo aggiunto all’altra sostanza l’alcol allora noi
diciamo che abbiamo la reazione di Van den Berg [Link] di Van den Berg diretta-
pronta:ittero da [Link] di Van den Berg diretta-ritardata:ittero epato-
[Link] di Van den Berg indiretta:ittero [Link]’ittero da occlusione poi abbiamo
ancora altri segni: (?).La (?) e il prurito sono prodotti dai sali [Link],il fegato svolge anche
una funzione di termoregolazione di quel tipo di termoregolazione che viene chiamata “dovuta alla
termogenesi non da brivido”,detta anche NST che vuol dire non shivering
termogenesis:termogenesi non da [Link],nelle nostre cellule esistono i mitocondri che
sono un po’ la centrale energetica delle cellule;questi mitocondri possono essere sede di
ossidazioni,ossidazioni che servono per la sintesi dell’ATP,sintesi o risintesi dell’[Link],noi
abbiamo i mitocondri pesanti,mitocondri medi e mitocondri [Link] le ossidazioni di
mitocondri pesanti e medi sono ossidazioni accoppiate e si dice che questi mitocondri sono
accoppiati,vale a dire che portano alla risintesi dell’ATP,(?) l’ossidazione che avviene nei
mitocondri leggeri non porta alla risintesi di ATP e quindi questa energia dell’ossidazione non
risultando in una risintesi di ATP,risulterà nella produzione di [Link] noi consideriamo dei
soggetti che possono essere stati acclimatati al freddo,e gli acclimatati al freddo sono tanto gli
eschimesi quanto gli aborigeni australiani che possono dormire quasi nudi ad una temperaturadi 4
gradi,noi osserviamo come nel fegato di questi soggetti,non geneticamente,ma per adattamento al
freddo (?),negli epatociti di questi soggetti aumenta la concentrazione di mitocondri
[Link] leggeri che hanno un consumo di ossigeno che è disaccoppiato dalla risintesi
dell’[Link],il fegato contiene anche molto [Link] vedremo tra poco come il flusso
ematico attraverso il fegato è di 1 litro e mezzo al minuto,quindideve essere un organo che contiene
molto [Link] un serbatoio di sangue per certe evenienze un po’ come lo rappresenta
anche la milza.A causa della presenza di cellule di Kupfer,svolge anche una funzione
[Link] pure la funzione disintossicante che io ho cercato di sintetizzare nel
pasticcetto che voi vedete e che dovete avere anche sulla copia che vi ho [Link] sto a leggere
tutta questa funzione disintossicante,dico soltanto che avviene quel processo di
ossidazione,riduzione,idrolisi e [Link] coniugazione rende eliminabili attraverso il rene
delle sostanze tossiche che da sole non potrebbero venire [Link] invece le funzioni
metaboliche che ho indicato per ultimo e che sono meglio rappresentate su questa [Link],io
qui mi sono limitato al metabolismo dei glicidi,lipidi e [Link] il metabolismo
glucidico:nel fegato può entrare glucosio,glucosio che è stato assorbito dall’intestino,può entrare il
lattato,possono entrare degli [Link] glucosio che entra nel fegato viene coniugato in
glucoso6fosfato che è un po’ il punto centrale,no?,la pedana di convergenza di altre sostanze che
[Link] noi vediamo che il glucoso6fosfato può essere generato da solo dalla fosforilazione del
glucosio penetrato,ma anche dalla trasformazione di acido lattico e di amminoacidi,trasformati
prima in acido piruvico e poi successivamente in glucosio e glucoso6fosfato,vale a dire che non
abbiamo soltanto l’assorbimento di glucosio ma abbiamo anche un processo di
[Link] ora questa gluconeogenesi:una volta che dal lattato e dagli amminoacidi
si è formato il glucoso6fosfato,questo può essere scisso in glucosio e fosfato che va nel plasma e
viene portato alle cellule che hanno bisogno di questa sostanza,oppure attraverso glucoso1fosfato
può venire trasformato in un uridindifosfatoglucoso che è alla base dell’inizio della sintesi di
[Link] acido lattico e amminoacidi che attraverso questo passaggio possono dare
origine al [Link] sangue il glicogeno potrà poi passare venendo demolito a [Link]
dunque tutte le popolazioni del mondo tranne gli eschimesi,hanno una ricca alimentazione in
glicidi:noi mangiamo pane,pasta,altri paesi,la maggior parte dei paesi del mondo,mangiano molto
riso,come vedremo tra poco(se ci rimane tempo),il 65% delle calorie che noi utilizziamo proviene
dai glicidi,dai carboidrati.I carboidrati sono necessari per l’avvio del ciclo degli acidi tricarbossilici
in cui vengono demoliti i [Link] noi non abbiamo la formazione di piruvato dalla glicolisi
anaerobica,non abbiamo la formazione di acido [Link] ciclo di Krebs parte dalla
combinazione di un acetilcoenzimaA(metabolismo lipidico) con l’acido ossalacetico che deriva
dall’acido [Link] eschimesi non introducono praticamente carboidrati ma mangiano soltanto
carne di pesce che contiene molte [Link] introducono in abbondanza di quegli
amminoacidi detti antichetogenici,vedremo poi perché,amminoacidi antichetogenici che dopo la
desamminazione danno origine ad acido [Link] loro suppliscono ad una carenza di acido
piruvico di origine glucidica con la formazione di acido piruvico proveniente dagli
[Link] ora il meccanismo metabolico dei grassi,dunque vediamo innanzi tutto cosa
entra nel fegato,entrano acidi grassi,entrano residui più o meno grandi di lipoproteine,lipoproteine a
bassa densità,a bassissima densità e quelle a più bassa di tutti che sono i [Link]
lipoproteine all’interno del fegato liberano trigliceridi e colesterolo.I trigliceridi possono anche
formarsi attraverso gli acidi grassi che sono penetrati direttamente nel [Link] trigliceridi
possono d’altra parte per idrolisi dare origine ad acidi grassi e possono partecipare insieme agli
esteri del colesterolo alla sintesi di [Link] non è indicato ma noi sappiamo che nel
fegato,questo è importante,vengono prodotte le lipoproteine ad alta densità,quelle famose del
colesterolo [Link] tra poco questo [Link] io adesso non sto a soffermarmi su tutti
questi [Link] soltanto il catabolismo degli acidi grassi:trigliceridi,acidi grassi
liberi,βossidazione,acido acetico,acetilcoenzimaA:questo entra nel ciclo degli acidi
[Link]ò entrare nel ciclo degli acidi tricarbossilici soltanto se c’è acido ossalacetico che si
è formato dall’acido [Link] colesterolo poi può formare anche acidi e sali biliari che vengono
emessi con la [Link],affinché la lipoproteine entrino nel fegato,devono trovare sugli epatociti
dei [Link] sono dei soggetti che mancano del recettore per le lipoproteine a bassa densità,le
[Link] soggetti vanno incontro a quella che è l’ipercolesterolemia familiare:presentano
geneticamente un tasso di colesterolo molto [Link] sappiamo che il tasso di colesterolo molto
elevato può risultare in seri danni [Link] cominciano ad esistere anche dei farmaci
che curano l’ipercolesterolemia familiare però si sta tentando anche la via della terapia [Link]
terapia genica per questi soggetti consisterebbe nella rimozione(è almeno 10 anni che si sta
studiando questo)di un pezzo di fegato e il trattamento di questo fegato con un retrovirus che
determina l’espressione del DNA per i [Link] questo modo in questo pezzo di fegato
compaiono dei recettori per le lipoproteine a bassa densità.Questo pezzo di fegato viene di nuovo
riportato nel soggetto,proliferando queste cellule,ne sostituiscono altre e dopo un po’ si normalizza
il metabolismo del [Link] quel che riguarda il metabolismo delle proteine,noi vediamo
come nel fegato troviamo degli amminoacidi che sono stati portati dal sangue.A carico di questi
amminoacidi può essere la trasformazione di un amminoacido nell’altro,processi di
[Link] amminoacidi possono venire desamminati e produrre ammoniaca,ammoniaca
può anche essere prodotta dal metabolismo degli acidi nucleici.L’ammoniaca poi entra nel ciclo
dell’urea che non è il ciclo,anche se ci assomiglia,per la produzione dell’ossido nitrico,si produce
l’urea che viene quindi immessa nel sangue o nella bile e viene poi [Link] amminoacidi
vengono anche utilizzati per la sintesi delle proteine plasmatiche comprese quelle della
coagulazione del sangue ed escluse quelle immunocompetenti,le globulina
[Link],viste così brevemente queste funzioni del fegato (?) è interessante dire
qualcosa sulla circolazione del [Link] detto prima che il fegato riceve una notevole percentuale
della gettata [Link] gettata cardiaca di 5-6 litri,1 litro e ½ arriva al [Link] quali
vasi il sangue arriva al fegato?Attraverso l’arteria epatica,e attraverso la vena [Link] vena porta
convoglia al fegato il sangue proveniente (?) dal circolo [Link] in 1 litro e ½ di
sangue che perfonde al minuto il fegato,300 ml sono veicolati dall’arteria epatica e ben 1200 ml
dalla vena [Link] sangue che fluisce nella porta dal circolo mesenterico,è un sangue ancora ricco di
[Link] circolazione mesenterica è una circolazione abbondante,ma non è abbondante per
supplire alle esigenze in ossigeno dell’intestino,ma per sopperire alle esigenze dell’[Link]
altre parole,il sangue che circola in abbondanza attraverso l’intestino e che viene convogliato al
fegato,contiene ancora una notevole quantità di ossigeno:è sangue venoso,certamente perché è
circolato attraverso dei capillari che contiene ancora un po’ di [Link] per fare un
esempio:se il sangue arterioso della arteria epatica(300 ml al minuto soltanto),contiene il 19-20% di
ossigeno,il sangue della vena porta anziché contenere il 15% di ossigeno come il sangue venoso
misto,ne contiene il 17-18%:contiene una quantità di ossigeno che può ancora essere estratta dal
fegato,e siccome il sangue venoso che arriva al fegato con la vena porta è in quantità 4 volte
superiore a quello arterioso che arriva dall’arteria epatica,voi capite che la maggior parte
dell’ossigeno che il fegato riceve,che il fegato utilizza,è sangue di provenienza [Link] detto
ancora che molte volte in un danno epatico si può avere,tranne nella piccola insufficienza dove ci
sono molti fattori per una malattia che non esiste perché l’insufficienza non esiste,ma può dare un
danno (?) alle cellule epatiche come nell’insufficienza [Link] nell’insufficienza
cardiaca,soprattutto scompensata,aumenta la pressione venosa sul cuore,aumenta la pressione nelle
vene cave,nella vena cava inferiore e diminuisce il passaggio di sangue dal fegato alle vene
[Link] sangue ristagna nel fegato,diventa ipossico e questa ipossia può causare lesioni degli
[Link] sono dei soggetti che a causa di scompenso cardiaco possono anche andare incontro
alla cirrosi [Link] ,mi rimangono ancora due [Link] questi alcuni minuti io vorrei
richiamare la vostra attenzione su cose che sicuramente già conoscete,che avete imparato molto
meglio di quanto non vi dica io dalla biochimica,ma che qui è utile riprendere (?).Dunque,noi
abbiamo nella nostra dieta,introduciamo glicidi,lipidi e protidi che abbiamo visto come vengono
digeriti,come vengono assorbiti dal pancreas enterico (?).Ma dobbiamo far mente locale un
momento su cosa rappresentano dal punto di vista [Link] voi sapete meglio di me che
se prendiamo un grammo di glicidi e lo mettiamo a bruciare in un calorimetro,abbiamo la
produzione di 4,1 [Link] nello stesso calorimetro facciamo bruciare un grammo di
lipidi,abbiamo la produzione di 9,2 [Link] grammo di proteine:5,7 [Link]
dal calorimetro,da questo apparecchio,al nostro [Link]->[Link] bruciamo un
grammo di glicidi abbiamo la produzione di 4,1 kilocalorie,un grammo di lipidi:9,3 kilocalorie,un
grammo di proteine:4,1 [Link] quindi un valore calorico fisico,questo,e un valore
calorico [Link] valore calorico biologico è uguale a quello fisico per glicidi e lipidi;è inferiore
per i [Link]é è inferiore per i protidi?Se noi bruciamo fisicamente in un calorimetro 1
grammo di proteine,l’azoto viene eliminato in sostanze abbastanza semplici:nitriti e [Link]
invece noi consumiamo nell’organismo un grammo di protidi,l’azoto viene eliminato in una forma
relativamente complessa che è quella di urea,che per essere sintetizzata nel ciclo dell’urea ha
bisogno di energia,e sottrae una certa parte di energia allo sviluppo di energia che avremmo
dall’ossidazione di 1 grammo di [Link]è le 5,7 kilocalorie contenute realmente in 1 grammo
di protidi,1,6 sono assorbite per la sintesi dell’[Link],oltre al valore calorico fisico e al valore
calorico biologico,possiamo ancora considerare il valore calorico biologico [Link] il valore
calorico biologico si riferisce alla quantità di sostanze ossidate,il valore calorico biologico netto si
riferisce alla quantità di sostanza [Link] le sostanze introdotte non vengono arrobite al
100%,noi vediamo come,rispetto a quello introdotto,il valore calorico biologico netto sia uguale al
valore calorico biologico senza la cifra [Link] netto:4,9,4,basta togliere la cifra
decimale. (?) noi ci possiamo affidare a questi [Link] se le sostanze energetiche,queste,che
introduciamo,producono calorie,allora c’è da chiedersi:”ma se il nostro fabbisogno calorico,può
essere di 2500 calorie al giorno,a seconda dell’attività che svolgiamo,possiamo sopperire con
qualsiasi tipo di sostanza energetica?”.Bhè,a breve termine sì.A breve termine:1-2-3-4 giorni,una
settimana,possiamo utilizzare la cosiddetta legge dell’isodinamismo degli alimenti di
(?).Appunto,noi possiamo introdurre nella nostra dieta glicidi,solo glicidi,solo lipidi,solo
[Link] invece dobbiamo considerare un tempo protratto,finiamo per fare tutto quello che noi
facciamo e che si cerca di fare in tutto il mondo,di sopperire al nostro fabbisogno calorico per il 60-
65% con glicidi,per il 20-25-30% con lipidi e per il 15% con [Link]é dobbiamo avere questo
bilanciamento tra le sostanze introdotte?Immaginiamo di escludere i glicidi dalla nostra [Link] noi
non ci alimentiamo come gli eschimesi,andiamo incontro ad una carenza di acido piruvico,e quindi
ad una carenza di acido ossalacetico,e quindi alla mancata attivazione del ciclo degli acidi
tricarbossilici.(?).Se noi non formiamo gli acidi tricarbossilici,non abbiamo il ciclo degli acidi
tricarbossilici,che fine farà l’acetilcoenzimaA,non potendo entrare nel ciclo di Krebs dove viene
demolito ad acqua e anidride carbonica?Non potrà far altro che riunirsi con un’altra molecola simile
e dare origine ad acido acetacetico che può venir ridotto formando acido βidrossibutirrico,oppure
decarbossilato formando [Link] acetacetico,acido βidrossibutirrico,acetone sono i cosiddetti
corpi che tonici,responsabili dell’acidosi e guarda caso dell’acidosi diabetica in cui la mancanza di
glicolisi anaerobica porta a una carenza di acido piruvico e un rallentamento del ciclo degli acidi
[Link] è che molte volte ci sono degli studenti che sanno perfettamente tutte le
tappe del ciclo degli acidi [Link] però qualcuno gli dice:”ma cosa succede quando questo
ciclo non funziona?”,nessuno sa dire che compare [Link] c’è poca integrazione tra le materie
o forse esistono forse adesso meno di una volta dei biochimici,io sto parlando di anni fa,che hanno
più la mentalità da chimici puri che da biologi,no?Dunque,allora noi abbiamo bisogno dei glicidi
per non andare incontro ad [Link] volte la morte da digiuno è una morte in acidosi,perché
utilizza prevalentemente le riserve di grasso senza avere una quantità adeguata di [Link]
nell’esposizione al freddo,digiuno al freddo soprattutto,si vede che aumenta la produzione di corpi
che [Link] di abolire i [Link] volta si riteneva che i lipidi fossero delle sostanze
energetiche che avevano il pregio di veicolare le vitamine [Link] sappiamo che nella
struttura delle cellule,soprattutto nelle membrane cellulari,i lipidi sono importantissimi,quindi sia
per l’apporto delle vitamine liposolubili,sia per la funzione stessa,non certo(?) funzionale classica
dei lipidi,noi non possiamo abolirli dalla [Link] sappiamo che le nostre cellule sono costituite
anche da [Link] proteine hanno uno scarso significato calorico,hanno soprattutto questo
significato funzionale plastico,pensiamo alle proteine del sangue,pensiamo a quelle della
coagulazione,pensiamo agli enzimi,pensiamo anche ad [Link].
20 Aprile 2004-Strata
CAPSULA DI BOWMANN Sotto la spinta della pressione idrostatica il liquido pratica dei fori
nella parete per cui il liquido esce, escono però soltanto l’acqua e i cristalloidi, non escono la parte
corpuscolata e le proteine. Questo perché ci sono pori nella membrana che impediscono fisicamente
questo passaggio: processo di filtrazione che avviene con l’energia fornita dalla contrazione del
cuore (la spinta idrostatica è rappresentata dalla freccia blu grande).In più c’è un esperimento in cui
con una micropipetta si succhia il liquido presente nella capsula di Bowmann e si vede che la sua
composizione è uguale a quella del sangue meno le proteine e la parte corpuscolata; la stretta
uguaglianza nella composizione dei liquidi ci dice che è la filtrazione , non c’è separazione, non c’è
lavoro di membrana, di trasportatori, di pompe, questo è il concetto di ultrafiltrazione perché la
filtrazione senza proteine si chiama ultrafiltrazione. Si può misurare anche la pressione: a livello
della parte arteriosa dell’arteriola afferente, all’inizio del capillare c’è una pressione che diminuisce
andando da un estremo all’altro del capillare; questa variazione di pressione è molto piccola (2mm
Hg) perché essendoci i vasi in serie ci sono tanti capillari in parallelo e quindi la resistenza passa e
il sangue passa senza cadere di pressione; però in compenso c’è una grossa perdita di liquidi che
passano nella capsula di Bowmann (25%) che concentra le proteine per cui la pressione oncotica
subisce un balzo in su notevole: da 23-25 mm a 33 mm [Link] risultante di queste pressioni si
chiama PRESSIONE NETTA DI FILTRAZIONE. Questi valori possono cambiare : se c’è una
costrizione ad es. dell’arteriola afferente per azione del simpatico si può avere una caduta della
pressione idrostatica; se invece si costringe l’arteriola efferente si ha un aumento della pressione
idrostatica, quindi questo può condizionare le forze di [Link] circolo del fegato vi è una
pressione idrostatica nel capillare (35mm Hg, + bassa che nel rene, mentre alla fine del capillare c’è
una caduta notevole a 15 perché la resistenza dei capillari negli altri distretti è molto alta), una
pressione del liquido interstiziale e una pressione oncotica (28 e così rimane perché non c’è di fatto
fuoriuscita di liquido e non c’è un aumento apprezzabile della pressione oncotica). Quindi nel
fegato 2 fattori: una riduzione di valore della pressione idrostatica che cade notevolmente e la
pressione oncotica che rimane stabile (nel circolo in generale abbiamo la pressione oncotica di
28mm che rimane stabile lungo tutto il capillare, mentre la pressione idrostatica tende alla fine del
capillare a cadere molto, quindi in questo caso la pressione idrostatica è maggiore della pressione
osmotica e oncotica e si ha fuoriuscita di liquido, nella seconda parte del capillare invece la
pressione idrostatica è inferiore alla pressione oncotica e il liquido viene richiamato, quindi il
liquido esce e rientra). Nel rene la pressione oncotica aumenta gradualmente, la pressione
idrostatica scende pochissimo e quindi si ha fuoriuscita del liquido che tende però a diminuire.
• A differenza dei tessuti periferici nel caso del rene il liquido esce solamente.
• Altra differenza è che la fenestratura degli endoteli è talmente grande che a parità di pressione
esce una quantità di liquido molto +alta, c’è una resistenza bassa al passaggio dell’acqua e dei
cristalloidi quindi la quantità di liquido che esce dal rene in un giorno è di circa 180l (in tutti gli
altri distretti dell’organismo in un giorno complessivamente filtrano 4l di liquido)
I parametri di funzionalità renale misurano diverse cose tra cui:
- quant’è questa filtrazione glomerulare, ci sono molte malattie renali dove questi parametri di
filtrazione vengono alterati e allora ci sono esami di laboratorio per misurare la velocità di
filtrazione glomerulare (velocità perché è una quantità nel tempo). In clinica non si effettua la
misurazione del giorno intero, ma in un minuto, quindi i valori normali della filtrazione
glomerulare sono di 125 ml\min.
- portata ematica, cioè quanto sangue passa attraverso il rene per unità di tempo: 1200 ml\min
di sangue compresa la parte corpuscolata e siccome questa costituisce il 45% del totale , il 55%
che rimane è il plasma, cioè il sangue senza [Link] e allora la portata renale plasmatica sarà
di 650ml\min (se l’ematocrito cambia ovviamente cambia anche questo valore in quanto cambia
il rapporto tra parte corpuscolata e plasma)
- frazione di filtrazione: frazione filtrata rispetto al filtrando, cioè si ottiene dal rapporto tra il
filtrato e la portata renale plasmatica ( per ogni 100 ml di plasma che attraversa il rene è il 20-
25%)
Per dimostrare che c’è riassorbimento tubulare basta andare a guardare cosa esce con l’urina e si
vede già che non eliminiamo 180 l di acqua al giorno altrimenti ci disidrateremo nel giro di poche
ore, quindi è chiaro che ci dev’essere un enorme riassorbimento . Sperimentalmente andremo a
vedere cosa si filtra ogni giorno, cosa abbiamo eliminato con l’urina e la differenza ovviamente è
stata riassorbita. Normalmente c’è un riassorbimento di acqua del 99%. Noi filtriamo ogni giorno
oltre mezzo kg di Na, 630 g di Na, di questi nell’urina ne troviamo circa 3,2 g che è la quantità
media giornaliera di una dieta moderata di Na.. Anche per il Na la quantità riassorbita è del 99,5%.
Prendiamo il caso del Glc noi ne filtriamo 180 g di Glc al giorno e ne eliminiamo 0,quindi vuol dire
che il riassorbimento è del 100% e infine l’urèa, ne eliminiamo 56g con la filtrazione poi ne
recuperiamo 50%. Questi esempi dimostrano che c’è un riassorbimento notevole di ciò che è stato
filtrato ,ma che questo riassorbimento è differente a seconda delle sostanze, quindi il trattamento a
livello del rene è diverso a seconda delle sostanze .
Il riassorbimento tubulare consiste in un passaggio di liquido dall’interno del tubulo al sangue
(mentre nella secrezione tubulare dal sangue si va al tubulo) e questo avviene con dei meccanismi
:introduciamo il concetto di trasporto bidirezionale e riassorbimento attivo. Nel passaggio
dall’interno del tubulo al sangue ci sono 2 strade: una è la via transcellulare, cioè la sostanza passa
dentro la cellula del tubulo e poi dalla cellula viene buttata nell’interstizio e da qui al sangue (si
attraversano 2 membrane diverse: luminale e baso laterale), oppure c’è la via paracellulare che evita
di passare dall’epitelio che tappezza il tubulo (si attraversano giunzioni), vale ad es. per l’acqua
(1miliardo di molecole d’acqua al sec. per canale). In che modo le sostanze attraversano la
membrana luminale e basolaterale? Attraverso diffusione semplice, diffusione facilitata, trasporto
attivo primario, trasporto attivo secondario (simporto, antiporto), endocitosi . Trasporto
bidirezionale: si crea un sistema a perdita . Un sistema di pompe fa entrare una sostanza, ma dopo
l’ingrasso il nuovo gradiente tende a riportarla fuori; per il Glc questo sistema non vale perché non
ha strade x tornare indietro, invece l’acqua, il Na ecc più entrano ,più tendono a uscire finché non si
raggiunge l’equilibrio.
RIASSORBIMENTO ATTIVO: per il Na, Glc, aa, [Link]: esiste una pompa che butta fuori
il Na dalla membrana baso laterale per cui il Na viene buttato nell’interstizio, ma se il Na viene
rimosso dall’interno della cellula il Na tende spontaneamente ad entrare per diffusione semplice.
Quindi per il Na esiste un trasporto attivo primario con spesa di energia per una pompa che si trova
nella membrana baso laterale, mentre nella membrana luminale la pompa non c’è . In questo caso
abbiamo un trasporto bidirezionale perché più Na si accumula più aumenta il gradiente di
concentrazione tra Na fuori e dentro e quindi c’è un ritorno all’indietro del Na. Per il Na la
conclusione è questa: un trasporto primario che riassorbe abbondantemente il 99,5 del Na filtrato,
però il Na nelle urine rimane sempre, c’è una perdita a ritroso nonostante il riassorbimento.
Riassorbimento del Glc a livello cellulare: il Glc viene riassorbito con l’energia della pompa Na-
K; a livello della membrana luminale il Na tende ad entrare in discesa ,ma accompagnato ad un
vettore che non è un trasportatore che spende energia , ma è un vettore che opera un simporto,
quindi la proteina che si trova nella membrana basale lega Na e Glc e senza Na il Glc non potrebbe
entrare. Una volta che il Glc è entrato all’interno della cellula in discesa per diffusione facilitata e
ritroviamo il Glc nell’interstizio da dove diffonde all’interno del [Link] il Glc per
attraversare la membrana luminale ha bisogno dell’aiuto del cotrasporto (Na) e per attraversare
quella basale è accoppiato con se stesso. Per il Glc dobbiamo studiare la curva del riassorbimento e
dell’eliminazione specialmente non in condizioni fisiologiche con la glicemia costante, ma cosa
succede se la glicemia tende a ridursi o ad aumentare. Il valore della glicemia è espresso per 100ml
di volume: circa 80-120 mg\100ml (1mg\ml)è il valore normale. PORTATAQuanto Glc passa nel
rene in 1 minuto quando la glicemia è normale? Ci sono 660 ml di plasma quindi 660 mg di Glc al
minuto, di cui il 20-25% filtra nel filtrato glomerulare. Quanto Glc viene filtrato in 1minuto?125
ml di plasma quindi 125 mg di Glc. Adesso noi vogliamo variare la glicemia e facciamo
un’infusione endovenosa di Glc e studiamo come varia il Glc nel plasma ,il Glc filtrato, il Glc
riassorbito ed escreto. Se la glicemia va a 300 filtrano 250 mg di Glc. Se la glicemia è 100, cioè
normale non trovo Glc escreto, se va a 200 non trovo ancora Glc nelle urine ,ma sono sulla soglia,
l’escreto può essere 0, può essere leggermente positivo; quando vado a 280 vedo chiaramente che si
elimina del Glc quindi di qui in poi la differenza tra filtrato ed escreto è il Glc riassorbito. Posso
dire che fino a 300 la curva di riassorbimento del Glc coincide con quello filtrato e la differenza è 0.
Si chiama CARICA COLTURALE DEL Glc la quantità di Glc che il glomerulo offre al rene per
unità di tempo. Dopo 280 mg\ml di Glc la curva del riassorbimento va in crisi crescente fino a
raggiungere una riga piatta che indica la massima quantità di Glc che il rene può riassorbire e si
chiama TRASPORTO TUBULARE MASSIMO (TM), se la filtrazione è normale il
riassorbimento massimo è 375 mg\ml, tutto quello che è in più viene eliminato . Fino ad ora abbiam
parlato di curve teoriche, in realtà si vede che vicino alla soglia di concentrazione di Glc (anche
meno di 200), si perde qualcosa, si comincia a vedere la perdita di un po’ di Glc quando siamo un
po’ alti, ma non ancora in saturazione, nonostante che il trasporto massimo sia superiore. Questo si
chiama ARROTONDAMENTO ed è comune a tutti i sistemi di trasporto in cui c’è un sistema che
limita la sua efficienza quando si arriva al massimo (Es. dello skylift: se voi avete uno skylift che
porta1000 persone all’ora e avete su tutta questa grande pista 3 sciatori l’efficienza è 100% perché
statisticamente lo sciatore arriva e trova sempre il seggiolino vuoto e parte, se gli sciatori fossero 30
l’efficienza sarebbe sempre del 100%, ma quando ci sono 900 sciatori statisticamente si può
verificare che c’è un tempuscolo in cui il seggiolino è vuoto come prima ,ma c’è un momento in cui
ci sono 2 sciatori per cui 1parte e 1 deve aspettare e si perde di efficienza. Se poi gli sciatori
diventano 5000 c’è la coda permanente e allora il sistema non perde più perché non c’è più il
seggiolino vuoto ed ecco trasportati 1000 costantemente, siamo nella fase di plateaux).
Per quanto riguarda gli aa il riassorbimento avviene con le stesse modalità del Glc, anche qui ci
sono dei trasportatori soltanto che le molecole che legano il Glc sono tutte uguali, mebntre quelle
per gli aa sono diverse a seconda se gli aa sono basici, acidi, negativi, positivi. Riassorbimento
delle proteine : Le proteine non passano il filtro glomerulare .Il riassorbimento delle proteine e dei
peptidi avviene nel tubulo prossimale , nel filtrato si trova circa 1mg di proteine, cioè qualche g di
proteine al giorno. Il riassorbimento delle proteine filtrate avviene per avviene per endocitosi, cioè
la proteina viene inglobata dalla membrana, viene portata dentro la cellula per pinocitosi, le
vescicole si fondono con i lisosomi i cui enzimi degradano le proteine, i peptidi a singoli aa. Una
volta ottenuto l’aa questo segue la via di riassorbimento degli altri aa filtrati.
TRASPORTO PASSIVO PER DIFFUSIONE Per quanto riguarda il Magnesio, solo da 4 anni si
è aperta una strada per comprendere il suo assorbimento (avviene principalmente nella parte spessa
della branca ascendente dell’ansa di Hensle attraverso la via paracellulare), perché prima era un
mistero. È stata scoperta una proteina che si trova sulla strada paracellulare: PARACELLINA, ed è
stata scoperta in persone che hanno dei disturbi gravi di ipomagnesemia che è una malattia genetica
gravissima e rarissima in cui l’unica terapia è un trapianto renale. In queste persone la paracellina è
alterata . Si ritiene che la paracellina insieme ad altre proteine formi un poro (giunzioni a stretto
contatto) intercellulare in cui il Magnesio passa facilmente. Basta una variazione di qualche aa nella
paracellina e il Magnesio non viene più riassorbito.
RIASSORBIMENTO PASSIVO : per acqua, urea, basi ed acidi organici deboli ,ecc. a)Io ho un
certo volume di molecole filtrate attivamente e che passano nel sangue , all’interno del tubulo
rimane un volume liquido che ha perso gran parte del Na, Glc, aa (nel tubulo contorto prossimale
avviene già il 65% del riassorbimento del Na, quindi alla fine del tubulo l’osmolarità della
soluzione è crollata e c’è un liquido altamente ipotonico).b)Questo liquido ipotonico del tubulo è
vicino a quello interstiziale che invece ha osmolarità normale (isotonico). c)Vuol dire che la
concentrazione di acqua è maggiore nel tubulo quindi per le leggi della diffusione semplice l’acqua
passerà da questo compartimento all’interstizio (precedentemente infatti avevamo detto che il Na
passa di là e si tira dietro l’acqua osmoticamente legata).d) La fuoriuscita di acqua fa si che le poche
molecole rimaste si concentrino maggiormente e allora ecco che anche queste molecole passano
dall’altra parte seguendo il gradiente di concentrazione. Didatticamente si separano i vari trasporti,
ma è ovvio che c’è un equilibrio di ioni e i meccanismi avvengono contemporaneamente.
SECREZIONE TUBULARE :passaggio di molecole o ioni dal capillare (tranne che nei capillari
cerebrali c’è sempre diffusione). Interessa specialmente molecole estranee all’organismo e una di
queste molecole ci serve per determinare dei parametri di funzionalità renale, proprio grazie alla
proprietà di poter essere secreta nel tubulo.
Q= Δp · R (Q = flusso)
E’ costituito da 2 misuratori di p, i cui valori si riescono quindi a conoscere, a cavallo di una R il cui
valore è fisso e conosciuto. Siccome misura anche l’aria inspirata, sostanzialmente lo strumento
misura il flusso di aria di ogni ciclo respiratorio del sogg.
Sul pneumotacogramma si nota che il volume inspirato e quello espirato sono leggermente diversi. I
2 volumi sarebbero uguali se il nostro metabolismo fosse esclusivamente glucidico ; invece
normalmente introduciamo più O2 di quanta CO2 viene prodotta, per cui i 2 volumi sono diversi
(vedi il concetto di quoziente respiratorio e un testo di biochimica).
Uno degli indici dello stato funzionale del polmone si ha misurando la capacità vitale = max
quantità di aria inspirabile a partire dal volume residuo
( verde + bianco + rosso) ;
= aria che possiamo inspirare a partire da un’ espirazione
forzata;
= aria che possiamo espirare a partire da una posizione di
max inspirazione.
La somma della CV(= capacità vitale) + volume residuo dà la capacità polmonare totale.
Sul pneumotacogramma possiamo misurare tutti questi volumi, tranne il volume residuo, per cui
non possiamo misurare dirett. neanche la CFR.
Grafico dei volumi polmonari in relazione con l’età: CPT ↓, mentre VR e CFR ↑. Con l’ età , anche
se non aumentasse il vol residuo, siccome dim la cap polmonare tot, diminuisce la capacità vitale, a
scapito dell’ efficienza fisica, in quanto l’individuo non introduce più lo stesso vol di aria e quindi
di O2 nello stesso intervallo di tempo.
La ↓ della CV è correlata alla meccanica respiratoria.
Questo si può applicare in quanto nello spirometro si ha un volume di aria in cui sono disciolti dei
gas diversi.
Q1 = V1 · C1
Quando il sogg inizia il test(condizione B), si ha un nuovo volume, V2, che è maggiore rispetto a
V1, in quanto è dato dal volume del sistema spirometro- polmoni, per cui è = V1 + CFR. Faccio
respirare il sogg fino a quando so, tramite il misuratore di He, che il gas è uniformemente distribuito
tra polmoni e spirometro. Siccome il volume è ↑ e la quantità di He è rimasta costante, la sua conc
risulterà ↓. Per cui ora abbiamo:
Q2 = V2 · C2 = ( V1 + CFR) · C2
Tramite un azotometro riesco a conoscere la conc dell’N, ma non conosco né QN, né CFR. La QN
la riesco a conoscere “lavando “ il polmone dall’ N.
Metto il sogg in un circuito aperto : inspira da una bombola, regolata da una valvola, O2 puro, poi
chiudendo la valvola, lo faccio espirare nello spirometro, mentre tramite l’ azotometro, posizionato
sulla via espiratoria, misuro la conc dell’N.
Faccio respirare il sogg fino a quando non registro più la presenza dell’N espirato: questo vuol dire
che tutto l’N prima presente nei polmoni è stato lavato dai polmoni e si trova tutto nello spirometro.
Moltiplicando [ N ] nello spirometro(=[ N ] polmonare) · volume dello spirometro, ottengo QN.
Sostituendo questo valore nella prima formula, ricavo CFR.
Questi 2 metodi contengono una possibilità di errore, di trovare una misura inferiore a quella reale.
Se qualcosa ostruisce un alveolo, in esso non penetra l’He o da esso non è lavato l’N, per cui
l’alveolo non entra nella misura perché non è ventilato.
Uno strumento più sofisticato è il pletismografo corporeo, una camera a tenuta stagna in cui il
sogg è in grado di sedersi, dotato di 2 misuratori di pressione, uno che misura la p della camera,
l’altro, cost da una sonda che va in bocca al paz, attrav cui possiamo conoscere la p nelle vie aeree;
di un pneumotacografo, tramite cui possiamo conoscere il flusso; di un otturatore; infine di un
spirometro in cui il sogg respira, usato per misurare i volumi inspirato ed espirato, raccolti in un
sacchetto(di Douglas) . Possiamo quindi conoscere le variazioni di volume che subisce l’ aria
contenuta all’interno del plet. perché, il sogg, respirando, fa ↑ il volume interno della gabbia
toracica; questa, espandendosi, fa ↓ il volume interno del plet.
p·V = costante
Faccio respirare il paz per un po’. Ad un certo punto, alla fine di una normale espirazione chiudo
l’otturatore ( stato A). Per cui ho:
p delle vie aeree(= nota perché misurata con la sonda) · V (= CFR, perché ci troviamo alla fine di
una esp normale, che non conosco).
Il paz (che non sa della chiusura dell’otturatore) continua ad inspirare, espandendo la gabbia
toracica (stato B). Questo fa si che la p delle vie aeree ↓, mentre il volume subisca un incremento
positivo ∆V; per cui in B ho:
Per cui, siccome secondo la legge di B – M il prodotto deve rimanere costante, eguaglio i 2 prodotti:
Il pletismografo misura anche l’andamento della pCO2 e la pO2 in funzione del tempo, nel volume
alveolare durante l’insp e l’esp. Il valore medio di pCO2 = 39,2 mmHg, il valore medio di pO2 =
circa 100 mmHg. Durante il ciclo respiratorio questi due valori cambiano, anche se per fortuna di
molto poco.
Durante l’insp la pO2 alveolare ↓ un po’ (circa 98), per risalire poi fino a 101-102 mmHg tra la fine
dell’insp e l’inizio della esp, per poi riscendere a valore normale; la pCO2 al contrario, aumenta un
pochino durante l’insp per poi scendere e risalire a valore normale durante l’esp.
Questo perché, quando si fa un’insp, la prima aria che inspiriamo è quella contenuta nello spazio
morto, ossia quella che abbiamo mandato fuori durante l’esp precedente, ed è pertanto ricca di CO2
e povera di O2 perché ha subito lo scambio alveolare.
LA VENTILAZIONE.
Normalmente nell’aria espirata (VT) c’è una quota proveniente dalle vie aeree o spazio morto (VD)
+ una quota proveniente dall’area alveolare (VA) = CFR. La chimica delle due miscele è diversa
perché una ha subito uno scambio di gas e l’altra no. Nel sacchettino di Douglas (del pletismografo)
in cui il paziente butta l’aria espirata ci sarà pertanto:
VT = VD + VA
Per cui attenzione!!! Non tutta l’aria contenuta nel sacchetto ha subito lo scambio alveolare
respiratorio. Questo è importante per capire in che cosa consiste la respirazione alveolare o cosa non
funziona o per vedere come cambia il volume minuto nell’adattamento alle alte quote.
Se voglio conoscere la quantità di aria espirata presente nel sacchetto dopo un minuto, moltiplico
per n (= frequenza degli atti respiratori), da cui ricavo:
Vogliamo misurare l’entità della ventilazione alveolare A = la quantità di aria che al minuto
scambia.
L’aria proveniente dagli alveoli contiene CO2, non presente nello spazio morto perché l’aria qui
contenuta non subisce lo scambio (N.B. lo spazio morto contiene CO2,sempre di derivazione
alveolare,solo alla fine dell’espirazione). Per cui sono sicuro che tutta la CO2 contenuta nel sacco
proviene dalla quota alveolare.
Applico, come prima, il principio della diluizione: il sacco, dopo un minuto di respirazione, ha una
quantità di CO2( CO2) che io ricavo misurando la concentrazione di CO2 nel sacchetto ⋅ volume
di aria del sacchetto ( T).
Questo quantitativo di CO2 ha esattamente lo stesso valore nell’aria alveolare perché proviene tutto
da lì, per cui vale la relazione:
La concentrazione di CO2 nell’aria alveolare si misura grazie al fatto che l’ultima aria espirata è
sicuramente alveolare, per cui tramite un capnografo sento la fazione di CO2 in quel aria. (N.B.
1
VT = VE perché T sta per “tight” = (volume) corrente.
Montarolo usa per indicare la [CO2] il termine frazione di CO2 (FA) = CO2/ A, in quanto la
concentrazione è per definizione il volume di soluto/volume del solvente). Per cui:
pCO2 = ( CO2 / A) · K
Le pCO2 nel polmone sono quindi risultanti di un equilibrio tra entrata (dal sangue) e uscita (per
ventilazione).
Per l’O2 vale lo stesso, ma va capovolta la situazione perché l’entrata è dalla ventilazione e l’uscita
è dal sangue per il metabolismo.
Voglio conoscere il volume di aria inspirata che non scambia ( spazio morto fisiologico).
VT = VD + VA → VA = VT - VD
Nel volume di aria espirata VT misuro la [ CO2] o FE.. Suppongo, che una parte di questa CO2
provenga dallo spazio morto tramite l’inspirazione, e una parte provenga dall’aria alveolare. Allora:
VT · FE = VD · FI + VA · FA
Siccome non troviamo CO2 normalmente nello spazio morto, elimino il prodotto VD · FI. Per cui
rimane:
VT · FE = VA · FA = (VT – VD) · FA
VD / VT = ( FA – FE)/ FA
La prima lezione, quella di oggi, vuole studiare l’omeostasi osmotica, cioè i liquidi dell’organismo hanno una
certa osmolarità che viene mantenuta rigorosamente costante. Quindi vogliamo studiare come questo
avviene, come fa il rene a mantenere costante questo parametro. La seconda sarà invece l’omeostasi di
volume: noi abbiamo una certa quantità di acqua nell’organismo e anche qui c’è qualcuno che misura quanta
acqua abbiamo e la mantiene costante. I due capitoli li trattiamo separatamente per semplicità, ma spesso
interagiscono tra di loro. Per esempio, se io bevo 1 litro di acqua, chiaramente aumento il volume, diminuisco
anche l’osmolarità e diluisco i miei liquidi. Quindi sono due fenomeni che hanno delle correlazioni.
Prima di cominciare con l’omeostasi osmotica dobbiamo dare una rappresentazione di quella che è
l’introduzione e l’eliminazione di acqua nell’organismo normale e quella che è la quantità di un sale che è
quello che interessa... ione più importante che è il sodio, di cui si parla molto anche per la dieta perché, come
accennato, la quantità di sodio che introduciamo è molto inferiore alla massima consentita.
Prima di tutto vediamo la distribuzione di acqua nell’organismo, quanta acqua abbiamo in riferimento ad una
persona di 70 Kg di peso. L’acqua totale dell’organismo, in un individuo di 70 Kg, è di 42 litri, quindi circa 40
litri di acqua. Quest’acqua è divisa in due grossi compartimenti, quella che sta dentro le cellule e quella che
sta fuori delle cellule. Quella che sta dentro le cellule è doppia rispetto a quella che sta fuori: 28 litri rispetto a
14. Quindi la maggior parte dell’acqua è intracellulare. L’interstizio occupa uno spazio che è circa la metà.
Nell’acqua extracellulare abbiamo una piccola quota di circa 3 litri che, come avete studiato nella fisiologia del
circolo, costituisce il plasma, cioè il sangue meno la parte corpuscolata. Poi abbiamo il resto, 11 litri, che è il
mezzo interno, quel liquido che si trova tra le cellule, quindi liquido interstiziale. Questa è la fotografia, un dato
di fatto, di quella che è la situazione dell’acqua nell’organismo.
Naturlamente, per mantenere costante la quantità di acqua e di sali, vedremo anche il sodio, è necessario che
il bilancio sia in pari. Quindi noi dobbiamo fare in modo che la somma di tutta l’acqua che entra nell’organismo
coincida con la somma dell’acqua che abbiamo eliminato, se vogliamo mantenere un bilancio corretto. Allora,
in una dieta normale i parametri sono molto variabili ma questo schema (mostra lucido) ci dà un’idea
abbastanza approssimativa di quello che è la media di quello che succede all’interno dell’organismo: noi
normalmente introduciamo 1200 millilitri di liquido attraverso le bevande, acqua, vino, birra, l’aperitivo; poi
negli alimenti circa 1 litro di acqua: è chiaro che se il nostro corpo è formato da 42 Kg di acqua, anche la
bistecca è formata da acqua. Poi abbiamo una quantità di acqua che è la cosiddetta “acqua metabolica”, che
deriva dalla scissione soprattutto del glucoso, degli zuccheri, che porta come prodotto finale ad acqua ed
anidride carbonica: l’anidride carbonica viene eliminata con la respirazione e l’acqua si trova nel liquido
filtrante. Anche quest’acqua costituisce quindi una componente importante. Totale delle entrate risulta 2250
millilitri. Le uscite sono normalmente 1 litro, 900 millilitri, attraverso la cosiddetta persipiratio insensibilis,
attraverso la superficie corporea, indipendentemente dalla temperatura. Invece, con la variazione di
temperatura noi possiamo variare molto l’uscita di acqua attraverso il sudore: naturalmente i 50 millilitri sono le
condizioni in cui non si corre, si fa vita sedentaria. Poi abbiamo una perdita di circa 100 millilitri con le feci, ma
vedete che la parte del leone nell’eliminazione la fa l’urina con circa 1 litro e mezzo di acqua. Totale, 2250: il
bilancio è in pari.
Allora, chi è che regola questa omeostasi? Ci sono due meccanismi, uno che controlla l’ingresso e l’altro che
controlla l’uscita. Vedremo che l’ingresso è controllato da un meccanismo che si chiama sete, per cui, in
particolari condizioni che noi studieremo, noi siamo indotti a bere di più. Negli animali questo meccanismo è
abbastanza regolato e rigoroso. Se prendete una pecora o una mucca, vedete che bevono esattamente la
quantità di cui hanno bisogno, mentre nell’uomo il bere è anche un fattore edonistico, di piacere, quindi si beve
anche un po’ indipendentemente dallo stato di necessità, dallo stato di sete. Questo è il meccanismo che
controlla l’ingresso. Invece il bilancio preciso che anche nell’uomo deve funzionare è quello di controllare le
uscite. Tra le uscite abbiamo un’eliminazione con la perspiratio, il sudore, le feci, insomma eliminazioni non
controllate, non regolate, mentre invece la regolazione per mantenere il bilancio viene operata rigorosamente
dal rene. Quindi all’ingresso c’è la sete, all’uscita il rene. La perdita di sudore c’entra con la regolazione ma
non del volume, c’entra per esempio con il mantenimento della temperatura costante del corpo, per cui, se la
temperatura aumenta, aumenta la sudorazione. Non è al servizio del bilancio d’acqua. Questi numeri voi non li
dovete ricordare, ma avere un’idea che l’eliminazione del sudore è scarsa rispetto a livello del rene.
Vediamo la situazione del sodio. Per il sodio la situazione è ampiamente variabile ed è di 10 grammi di sodio
giornaliero di introduzione. Può variare fino ad arrivare a 20-25 grammi, non di più perché il rene non ce la fa.
C’è una propaganda di acque minerali che hanno poco sodio. Naturalmente, di fronte ad una dieta di 10.000
milligrammi di sodio, che nell’acqua minerale ci siano 2, 10 o 20 milligrammi non è che cambi. Almeno voi che
siete un po’ del mestiere, è meglio che vi rendiate conto di questa discrepanza in questa propaganda.
L’ingresso di sodio avviene esclusivamente attraverso gli alimenti. L’uscita invece è distribuita. Abbiamo una
piccola quantità di sodio eliminata con il sudore, una piccolissima quantità con le feci e quindi la regolazione
dell’uscita del sodio avviene a livello renale. Per quanto riguarda la regolazione dell’entrata anche qui
nell’uomo è legata a fattori di gusti, di propaganda, non strettamente fisiologici, mentre negli animali anche qui
c’è una regolazione della “sete di sodio”, chiamiamola così. Per cui, ad esempio, pecore messe in un prato
con dei bastoncini ricoperti di sale, se sono tenute in carenza di sodio, vanno a cercare il sale. Quindi,
concludendo, da questa prima figura si deduce che l’uscita dell’acqua e del sodio è quella che va
rigorosamente controllata per mantenere l’omeostasi.
Adesso vediamo, sempre prima di affrontare l’omeostasi osmotica, un altro problema: qual è la quantità
massima e minima di liquidi e di sali che possiamo eliminare. Qui noi abbiamo che, nel caso del sodio, anche
facendo una dieta rigorossissima iposodica, c’è sempre una piccola quantità di sodio che viene eliminata per
le ragioni che vi ho detto. Il sodio nell’organismo ci deve essere, la pressione osmotica di un individuo è
decisamente basata sul sodio e come abbiamo detto nel trasporto bidirezionale a pompa che perde, nel
riassorbire il sodio inevitabilmente almeno 50 milligrammi li perdiamo. Quindi vanno reintegrati. La massima
quantità è di 25 grammi. Normalmente siamo lontanissimi da queste cifre.
Per quanto riguarda l’acqua, non possiamo scendere sotto i 450 millilitri , quindi mezzo litro di urina è
l’eliminazione che chiamiamo obbligatoria. Una caduta al di sotto di questo livello diventa incompatibile con la
vita, anzi spesso è segno che le cose vanno male ed è l’inizio di quando il paziente lo si perde. Poi ci
chideremo il perché di questo minimo. Qual è la quantità massima di acqua? Uno potrebbe dire che l’acqua è
la molecola più innocua che esista al mondo: siamo nati nell’acqua, viviamo nell’acqua, beviamo acqua, ci
dicono di bere che più bello sei e più pulito sei. Invece, anche qua, il rene può eliminare un massimo di 23-25
litri di acqua. E se noi beviamo più di 25 litri andiamo incontro a un fenomeno che si chiama “intossicazione da
acqua”. Bisogna capire perché si muore se si beve come succede negli incidenti di coloro che fanno le
scommesse della birra, scommesse a chi beve più birra, 2 litri, 3 litri, 10 litri… Oltre all’effetto disastroso
dell’alcol, quello che è molto pericoloso è che non si può introdurre più di un litro di acqua all’ora, per cui se
uno in 5 ore si beve 10 litri si scompensa e rischia la vita e vedremo il perché.
C’è un altro parametro che è importante da considerare, che noi ogni giorno produciamo delle molecole, degli
ioni, che si misurano con gli osmoli. Queste particelle che noi produciamo tendono a far diventare i nostri
liquidi iperosmolari, quindi non abbiamo solo il problema dell’equilibrio di acqua e di sale, ma anche di
mantenere costante l’osmolarità. E siccome tutti i giorni si mobilizzano particelle osmotiche per effetto della
dieta, noi dobbiamo soprattutto eliminare queste particelle. Dobbiamo eliminare, in condizioni normali, 600
milliosmoli al giorno.
Cos’è l’osmole? L’osmole è l’unità di misura dell’osmolarità, cioè ci misura quante particelle ci sono in un
liquido, quante particelle per volume. Non importa che queste particelle siano ioni o molecole, quello che conta
è il numero di particelle, che sono quelle che ci danno la cosiddetta pressione osmotica. Se voi ricordate,
all’inizio del corso abbiamo fatto una introduzione sulle molecole e abbiamo fatto vedere che, se si mettono
due soluzioni con differente numero di particelle, l’acqua migra dal compartimento in cui ci sono meno
particelle a quello vicino e si crea un dislivello tra i due compartimenti. Quella colonna di liquido mi dà la
pressione in millimetri di mercurio di qual è la pressione osmotica del liquido. Ripeto, l’osmole è l’unità di
misura di quante particelle ci sono per volume e quindi è una quantità di particelle. Ma c’era già la mole! C’era
bisogno di introdurre l’osmole? La mole è una quantità di sostanza che ha un numero di molecole pari al
numero di Avogadro, 6 e qualcosa per 1023. Tante sono le molecole di una mole di glucoso, una mole di NaCl,
una mole di qualunque cosa. Cosa succede se io metto (disegna alla lavagna)… io qui ho un recipiente dove
in 1 litro ho 6x1023 molecole, quindi in questo litro io ho 1 mole di glucoso; qui ho un altro recipiente con 1 litro
dove invece ho 1 mole di NaCl. In tutti e due i casi ho 1 mole. Se vado a misurare la pressione osmotica vedo
che nella soluzione con NaCl la pressione osmotica è maggiore perché il cloruro di sodio si dissocia, quindi il
numero di particelle diventa il doppio, 12x1023. Da qui nasce la necessità di avere un’unità di misura diversa
dalla mole, che si applichi non al numero di molecole, ma al numero di particelle osmoticamente attive. Questa
è l’osmole. Quindi la mole sta al numero di molecole come l’osmole sta al numero di particelle osmoticamente
attive che possono essere tutte molecole o tutti ioni o miste. In conclusione, diciamo che questa soluzione è 1
mole, quest’altra è 1 mole, la prima è 1 osmole, l’altra 2 osmoli.
Qual è l’osmolarità dei nostri liquidi corporei? Qual è il valore fisiologico? Lo andiamo a misurare con un
osmometro e troviamo che c’è un valore costante che è poco meno di 300 milliosmoli o 0,3 osmoli. Quindi vuol
dire che c’è un terzo del numero di Avogadro, 2x1023, per litro. Ogni giorno noi produciamo 600 milliosmoli, c’è
scritto lì davanti. Vuol dire che ogni giorno produciamo due terzi circa del numero di Avogadro di particelle
osmoticamente attive. Siccome produco 600 milliosmoli e siccome in 1 litro di liquido ci sono 300 milliosmoli, è
ovvio che dovremo eliminare 2 litri di liquido isosmotico per mantenere l’omeosatsi dell’osmolarità. Quidi devo
eliminare 1 litro con 300 milliosmoli e un altro litro con 300. Se avessimo un sistema di eliminare urina
isotonica, saremmo strettamente legati a un volume e anche a una introduzione di volume rigoosamente
costante che renderebbe la nostra vita molto difficile. Allora noi vedremo che l’ingegnere ha costruito il rene in
maniera tale da creare un’urina ipertonica o ipotonica in modo da poter eliminare quelle particelle con volumi
d’acqua che possono essere meno di 2 litri. Per esempio, immaginiamo che il rene riesca a concentrare le
urine a 150 milliosmoli. Allora per eliminare 600, dovremo eliminare 4 litri di urina. Se il rene è invece capace
di creare un’urina che ha 600 milliosmoli perché è più concentrata, ipertonica, basta 1 litro di urina. Noi
vedremo che l’urina può andare da 1400 milliosmoli fino a 50. Quindi possiamo avere un volume urinari che
può variare da meno di mezzo litro fino a 25 litri. Perché mezzo litro, 450 millilitri? Se fate il conto, siccome
possiamo produrre un’urina con 1400 milliosmoli, per eliminarne 600, se fossero 1200 basterebbe mezzo litro,
dal momento che sono 1400 è un po’ meno di mezzo litro. In 450 millilitri di urina ci sono, come massima
concentrazione di 1400 milliosmoli, i 600 milliosmoli che devo eliminare. Se io mi trovo nel deserto o a fare lo
sciopero della sete, è chiaro che io però devo eliminare 450 perché ho una quantità di milliosmoli che sono
600. Al di sotto di questo io ho un’intossicazione osmotica, il liquido diventa ipertonico. Viceversa se io voglio
bere 2 litri, 10 litri, 20 litri, posso diluire l’urina, però non posso eliminare più di 25 litri. Quindi tutto quello che
bevo in più mi dà intossicazione da acqua. Si può morire.
Questa è la premessa. Adesso entriamo nei meccanismi con cui il rene… che è chiaro che il rene, per
regolare quello che ho detto, deve produrre urina da molto ipertonica a molto ipotonica, quindi, in altre parole,
il rene è in grado di scindere il soluto dal solvente ed è in grado di produrre un’urina che va da 50 a 1400
milliosmoli, compensando così le variazioni di osmolarità. Il compito di creare un’urina a differente osmolarità è
affidato a una struttura che abbiamo studiato nell’introduzione morfologica al rene parlando del nefrone e
corrisponde all’ansa di Henle. La branca discendente e la branca ascendente sono a contatto fra di loro, si
toccano. (mostra lucido) Questa struttura qui è la chiave del meccanismo con cui si separa il soluto dal
solvente. Cerchiamo di capire il perché, come. Il meccanismo si chiama meccanismo di moltiplicazione
controcorrente della concentrazione. Come funziona? Allora, anche qui partiamo da una situazione
semplificata e poi aggiungiamo le complicazioni una per una. Come modello di studio prendiamo un’ansa di
Henle che, come vediamo a sinistra in alto (indica disegno), è molto corta ed è riempita di liquido filtrato dal
glomerulo che alla fine del tubulo contorto prossimale era già ridotto drasticamente di volume per il
riassorbimento di sodio, di glucoso, eccetera. Questo liquido però è isosmotico in quanto c’è stata l’acqua che
ha seguito il riassorbimento dal glomerulo fino all’ansa di Henle. Immaginiamo che quest’ansa sia tutta piena
di liquido a 300 milliosmoli in equilibrio: il liquido è fermo, non cammina. Ora l’ingegnere, per creare questo
sistema, ha messo nella branca ascendente una proteina che è una pompa capace di trasportare NaCl
dall’interno della branca ascendente nell’interstizio, nel liquido interstiziale. E vedete che i pallini neri indicano
una pompa che spende energia per creare un gradiente. Ed è importante anche ricordare che a questa pompa
l’ingegnere ha dato una potenza come a tutti i motori che consumano energia e questa potenza è quella di
creare un gradiente di 200 milliosmoli. C’è scritto infatti che, mentre nella branca discendente abbiamo 300, in
quella ascendente abbiamo 400 nell’interstizio e 200 all’interno dell’ansa di Henle. Adesso, un’altra proprietà
dell’ansa è questa: vedete qui che, mentre a destra si è creato un gradiente di 200 milliosmoli dentro e 400
nell’interstizio, questa ipertonicità che è nell’interstizio condiziona quello che succede nella branca
discendente. L’ingegnere ha fatto in modo che nella branca discendente ci fosse una impermeabilità assoluta
agli ioni, ma ha fatto in modo che la membrana fosse soltanto permeabile all’acqua. Quindi si trova un tubicino
immerso in un liquido ipertonico in cui l’acqua può passare. Dove va l’acqua? E’ chiaro che va da dove ce n’è
di più, dentro, a dove ce n’è di meno, fuori, perché è ipertonico. E quindi noi abbiamo che la branca
discendente, siccome l’acqua può scorrere liberamente, si mette in equilibrio. Quindi, per effetto di queste due
proprietà dell’ansa di Henle, la pompa della branca ascendente e la permeabilità selettiva dell’acqua nella
branca discendente, io ho ottenuto un primo risultato, quello di avere una separazione di concentrazione con
un’iposmolarità nella branca ascendente e un’iperosmolarità nella branca discendente. Ora questa è una
situazione un po’ artificiosa che serve per capire i meccanismi di base. Ma vediamo cosa succede in un’ansa
più lunga quando il liquido non è fermo, ma cammina nel tubo. Anche qui andiamo a passi. Allora, la figura
semplificata in alto: vedete 300 qui, 300 qui, 300 qui. Il liquido ora scorre e, per effetto di quello che abbiamo
visto sopra, qui abbiamo 400 di qui e 200 di qui e abbiamo questo stato in un’ansa più lunga. A questo punto a
ogni livello la pompa lavora e crea un gradiente. Qui il liquido era fermo ma poiché il liquido cammina, i 400
che erano qui adesso camminano e si trovano qua e infatti vedete che troviamo 400 nella parte bassa, mentre
200 se n’è andato. Quindi abbiamo ottenuto un’ansa dove, invece di avere 400 e 200, abbiamo 300, 400 e
200. Continuiamo ad andare avanti: per effetto delle pompe si crea ad ogni livello un gradiente di 200, quindi
dove c’era 400 si fa 300 e 500. Dove c’è 200, andiamo a 150 e 350. Ad ogni livello la pompa crea un gradiente
di 200. Poi il lquido cammina e quindi di nuovo abbiamo che 500 viene nella parte bassa della branca
ascendente e qui avremo 500, 350 e qui si aggiunge il nuovo liquido a 300. Di nuovo, stesso meccanismo ad
ogni livello… e così via fino a che arriviamo a quanto? Beh, dipende da quanto è lunga l’ansa di Henle, più è
lunga l’ansa di Henle e più questo meccanismo di moltiplicazione aumenta fino a che, andando avanti così, si
crea questo movimento per cui si va, vedete qui, da circa 300 e qui a circa 500. Adesso vediamo a quali valori
si arriva. Però, prima di andare a vedere quali sono i valori reali… ecco, adesso noi abbiamo fatto una specie
di artificio, vedete: blocchiamo il liquido e la pompa lavora, poi dopo il liquido cammina e possiamo vedere la
differenza tra l’effetto della pompa e l’effetto del riassorbimento. Mentre il liquido cammina, automaticamente
si moltiplica questa concentrazione. Qui però voi potreste chidermi “Professore, tutte le cellule buttano fuori
sodio nel liquido interstiziale, ma non ho mai sentito dire che il liquido, anche se esce dai vasi, il sale rimane lì.
Di solito se una cellula butta fuori il sodio, il circolo se lo porta via. No? Un capillare immerso in qualunque
tessuto tende a mettersi in equilibrio, quindi il sangue dovrebbe spazzare via tutto quello che va nel’interstizio”.
Qui invece, nel rene, l’ingegnere voleva mantenere la concentrazione interstiziale aumentata perché doveva
fare in modo che la branca discendente diventasse ipertonica sennò non c’era moltiplicazione di
concentrazione. E allora per far questo ha dovuto inventare nel rene qualcosa di speciale. E un’altra cosa
speciale è che c’è un particolare tipo di circolazione che sono i cosiddetti vasa recta che si trovano in parallelo
con l’ansa di Henle. Nei vasa recta non ci sono pompe, non ci sono meccanismi attivi, non c’è spesa di
energia, ma agiscono con le due branche, anche loro a contatto l’una con l’altra, come scambiatori. Quindi,
mentre il processo attivo dell’ansa di Henle costituisce un moltiplicatore, moltiplica e quindi spesa di energia,
questo è un fenomeno puramente passivo dove c’è un semplice scambiatore che fa in modo che se qui nel…
c’era 300, questo immerso in questo liquido ipertonico, con l’acqua che tende a diventare in equilibrio, tende a
diventare anche lui ipertonico senza… e poi porta via il sodio ma lo mantiene, lo trattiene.
Questo è un meccanismo di scambio che sembra un po’ difficile da capire ma io ve lo pongo in un’altra forma
più accessibile che è quella di un sistema di riscaldamento. Allora, in questa figura (mostra lucido), noi
vediamo uno scambiatore di calore che si capisce meglio che non l’osmolarità. Voi avete qui un tubo che
passa nella stanza e butta fuori calore, quindi il calore viene portato via dall’ambiente e qui abbiamo una
conduzione di 10 millilitri al minuto di fluido e questo liquido ha una temperatura di 30°. Se adesso io immergo
questo pezzo di tubo in un recipiente, in un ambiente dove si producono 100 calorie al minuto, quindi io
riscaldo l’aria di questo tubo immergendola in un ambiente caldo, il calore passa all’interno del tubo come il
sodio va nell’interstizio e come normalmente, se il sodio va nell’interstizio, i vasi se lo portano via. Nello stesso
modo come in questo caso il calore che entra qui dentro aumenta la temperatura da 30° a 40° e se ne va.
Chiaro? Ma cosa succede se io creo un tubo uguale a questo che, anziché essere rettilineo, è fatto da un’ansa
tipo l’ansa di Henle e i due tubi sono a contatto? Agisce come scambiatore di calore. Qui abbiamo sempre lo
stesso ambiente che produce 100 calorie al minuto, questo tubo ha temperatura di fluido di 30° all’inizio.
Perché aumenta la temperatura? Perché parte del calore che viene assorbito qui, invece che entrare qui e
andare via, mentre torna indietro scalda il liquido in discesa. Cioè se il tubo è rigido, il calore entra nell’aria e
se ne va, invece prima…(finisce il lato della cassetta)
… una temperatura di 100° e qui avevamo all’uscita di nuovo 42°. Quindi, all’ingresso o all’uscita, non cambia
niente, soltanto che c’è un accumulo per il fatto che con questo sistema di scambio parte del calore che
dovrebbe andare via viene trattenuta. Lo stesso identico meccanismo avviene nei vasa recta del rene, per cui
il sodio che penetra dentro la branca ascendente di questo vaso, invece di essere portato via, tende a
immergersi dentro questo compartimento, ma il riclico nelle membrane dei vasa recta del rene mantengono la
concentrazione regolare(?). Conclusione, nel rene viene mantenuto per tutta la vita questo gradiente di
concentrazione che è massimo all’apice dell’ansa di Henle, quindi vicino all’apice delle piramidi bulbari, e
invece tende a diminuire verso l’alto, cosa che aveva già notato quando si facevano i tagli al congelatore del
rene che c’era un diverso grado di congelamento del rene perché la parte che era iperosmotica congelava a
temperatura più bassa rispetto a quell’altra. Quindi c’è un gradiente, stabile, di concentrazione dovuto ai vasa
recta.
[Fa una pausa]
…cosa succede per arrivare a farvi capire in che modo da un sistema nell’ansa che ha quelle caratteristiche si
produce una diversa concentrazione della preurina nella branca discendente e ascendente. Se mi avete capito
su questo punto che è essenziale adesso vediamo quali sono i valori reali di quando il rene funziona al
completo. Vedete, in questa figura (mette lucido) abbiamo nella branca discendente dell’ansa di Henle, questi
sono i valori veri, che arriva il liquido a 300, che è l’osmolarità fisiologica. Per effetto di quello che abbiamo
detto prima qui il liquido aumenta di concentrazione fino a 1400. Questo valore di 1400 dipende dalla
lunghezza. Vi sono animali come il ratto del deserto che si sono evoluti in un ambiente in carenza di liquidi e
quindi avevano difficoltà ad eliminare 450 millilitri al giorno di acqua e allora sono in grado di sopravvivere
anche con delle eliminazioni molto inferiori, aumentando la concentrazione, aumentando la lunghezza
dell’ansa di Henle. Per cui vi sono animali in cui si arriva anche a oltre i 3000 di concentrazione. Cosa succede
nella branca ascendente? Questo perché si mette in equilibrio con quello che è l’interstizio: abbiamo una
graduale riduzione e alla fine della branca ascendente il valore sarà 200 meno dell’ingresso perché a ogni
livello ci sono sempre 200 milliosmoli di differenza per effetto della pompa. Quindi il liquido entra a 300, esce a
100 dopo aver toccato il livello massimo. Questo segmento in cui avviene questa diluizione si chiama anche
“segmento diluente del nefrone” perché avviene una diluizione del liquido, una riduzione osmolare.
Adesso che abbiamo capito perché i vasa recta collaborino in questo modo, dobbiamo vedre una parte nuova.
Se tutto finisse nell’ansa di Henle voi potreste chiedervi se c’era bisogno di fare tanta fatica per raggiungere
1400 se poi alla fine dell’ansa ho 100. In realtà da qui in poi avvengono una serie di fenomeni che consentono
di spaziare con una concentrazione di 1400 massima ma ridotta anche solo a 50 milliosmoli. Questo è il tubulo
contorto distale e la parte iniziale del dotto collettore e questa è invece la parte midollare del dotto collettore.
Che cosa succede? Qui abbiamo un’osmolarità di 100, ma qui vi sono dei trasportatori per cui il liquido viene
ulteriormente diluito perché vedete che NaCl esce, esce l’acqua, quindi si diluisce. Però a questo punto
possono succedere due cose. Il tubo del dotto collettore non è un semplice tubo di conduzione dei liquidi ma
fa parte integrante del nefrone. Il liquido può essere totalmente impermeabile all’acqua oppure permeabile
all’acqua, com’era nella branca discendente. Cominciamo da questo secondo caso: se il dotto collettore ha
una grande permeabilità come nella branca discendente succede quello che succedeva nella branca
discendente. Questo tubicino, se l’acqua passa, succede la stessa cosa. Quindi si riproduce esattamente la
stessa cosa: 300, 600 fino a 1400. Alla fine del nefrone, se il tubo è ampiamente permeabile all’acqua, il
liquido è 1400, quindi la preurina è altamente concentrata. Anzi, da questo punto del dotto collettore in poi non
è più preurina ma diventa urina perché non succede più niente. Ma c’è un’altra possibilità, che il dotto
collettore sia impermeabile. Se l’acqua non esce, un po’ di sodio viene riassorbito, e quindi alla fine sarà meno
di 100. Quindi io posso produrre urina molto ipotonica o molto ipertonica a seconda della permeabilità del
dotto collettore.
A questo punto ci deve essere qualcuno che apre e chiude i rubinetti dell’acqua del tubo del dotto collettore,
che rende i pori dell’acqua chiusi o aperti. E qui abbiamo l’ormone antidiuretico (ADH) che è uno degli ormoni
fabbricati dall’ipotalamo e che viene liberato dagli assoni che si trovano nell’ipofisi posteriore. Se viene liberato
in circolo ADH, questo è antidiuretico perché apre i rubinetti dell’acqua. Quindi l’acqua viene riassorbita e
abbiamo urina ipertonica. Se io invece diminuisco l’ormone, se l’ormone non viene prodotto, i rubinetti sono
aperti e allora io elimino urina ipotonica, 50 milliosmoli. E chi è che dice all’ipotalamo di attivarsi o di
inattivarsi? L’ipotalamo è sotto il controllo nervoso di recettori che si trovano sempre nell’ipotalamo, di cellule
nervose che si chiamano osmocettori, cellule che sentono l’osmolarità. Quando aumenta l’osmolarità vengono
stimolati, quando diminuisce vengono inibiti. In vecchi esperimenti di cento anni fa si iniettava un po’ di
soluzione di NaCl nell’arteria carotide, va immediatamente al cervello, si vede subito l’attivazione del neurone
e quindi l’antidiuretico. Cioè abbiamo una soluzione ipertonica e abbiamo l’effetto. L’osmolarità viene
compensata.
(mostra lucido) Ecco qui lo schema del riflesso: si tratta di un riflesso dove la maggiore introduzione di acqua
porta ad una riduzione dell’osmolarità perché abbiamo diluito i liquidi. Quindi diminuisce la produzione di ADH.
La sua diminuzione porta ad una diminuzione del riassorbimento di acqua. Abbiamo bevuto troppo e quindi
eliminiamo più aqcua.
(mostra lucido) Adesso vediamo in questa figura in alto come varia la percentuale filtrata di sodio che resta
dentro il tubo. All’inizio, a livello del glomerulo, abbiamo 100 unità di sodio, 100%. Abbiamo detto che alla fine
del tubulo contorto prossimale c’è già una caduta: il 65% è già stato riassorbito. Poi abbiamo, nell’ansa di
Henle, il primo tratto dove il sodio non passa perché nella branca discendente non passa, quindi la quantità di
sodio rimane costante, mentre nella branca ascendente si ha un’ulteriore caduta con ulteriore riassorbimento
di sodio. Poi nel dotto collettore corticale e midollare il sodio continua a diminuire perché c’è un continuo
riassorbimento. Quindi il sodio viene riassorbito lungo tutto il nefrone tranne che nella parte discendente
dell’ansa di Henle.
Vediamo ora cosa succede per l’osmolarità e la quantità di acqua. All’inizio del nefrone noi abbiamo per ogni
minuto 125 millilitri di acqua nel filtrato glomerulare. Di questi 125 milliltri nel tubulo prossimale noi abbiamo
una riduzione da 125 a 44, quindi una riduzione notevole perché c’è stato riassorbimento di amminoacidi,
eccetera e quindi l’acqua segue, e quindi noi perdiamo un’equivalente di acqua. Però il liquido, l’osmolarità è
sempre 300, in realtà 288, e rimane costante fino all’ansa di Henle. Quindi nel primo tratto c’è la caduta del
liquido da 120 a 44, ma è mantenuta l’osmolarità. Nella branca discendente dell’ansa di Henle vedete che la
quantità di acqua passa da 44 a 25, per ritornare poi qui a scendere fino all’inizio del dotto collettore. Adesso
vediamo cosa succede qua: per quanto riguarda l’osmolarità abbiamo detto che c’è un aumento fino a 1400,
una caduta a iposmolarità che continuerebbe fino alla fine quando arriviamo a una osmolarità intorno ai 50 se
succede qualcosa e sennò fino a ritornare a 1400. Ora vediamo meglio che cosa succede qua in termini di
osmolarità e di quantità totale di acqua: quello che succede qui è sotto l’azione dell’ADH. (mostra lucido)
Massimo di ADH, ho questa curva; minimo, ho quest’altra. Se manca ADH non c’è riassorbimento, quindi c’è
un ulteriore riassorbimento di sodio che abbassa l’osmolarità e la quantità di acqua che eliminiamo è molto
bassa. Se invece abbiamo ADH in quantità massima, voi vedete che qui l’osmolarità aumenta fino a arrivare a
300, ma la quantità di acqua che eliminiamo è di soli 0,2 millilitri, quindi una quantità minima. Detto in termini
assoluti, noi possiamo dire che fino a quel punto della biforcazione abbiamo quello che si chiama un
riassorbimento obbligatorio di acqua che avviene indipendentemente dalla regolazione che si aggiunge a
questa quantità d’acqua. Quindi noi abbiamo l’88% di acqua che viene riassorbita obbligatoriamente e poi
abbiamo un 12% di riassorbimento di acqua che è variabile, sotto l’influenza di ADH. Quindi vuol dire che la
quota che noi possiamo regolare è del 12%. Se noi calcoliamo che il filtrato giornaliero è di 180 litri, il 10%
sono 18 litri, il 12% sono 23 litri. Ecco spiegato il numero nella prima diapositiva, che noi possiamo eliminare
un massimo di 23-25 litri. Perché i 23-25 litri sono il 12% del filtrato. Se noi beviamo oltre i 23 litri il rene non li
può eliminare e abbiamo l’intossicazione da acqua. Quando succede questo fenomeno della diuresi di 25 litri?
Normalmente per urinare 25 litri bisogna bere 25 litri di acqua, cosa che non succede perché questi limiti sono
ampiamente superiori alle quantità normalmente assunte. Come per il sodio i limiti sono 25 grammi, ma noi
arriviamo a un massimmo di 10-15 grammi.
Però ci sono malattie dove ADH non viene prodotto. Un individuo cade, batte la testa, si fa una lesione
dell’ipotalamo nella zona dove si produce l’ADH e l’ormone non si produce più. Allora si ha una profusa perdita
di urine. L’individuo ha sete, beve, elimina urina e così via. Questo si chiama diabete insipido. Diabete vuol
dire che l’individuo urina molto. L’individuo può urinare molto per un eccesso di zucchero nelle urine o per
mancanza di ormone. Non manca insulina, ma l’ormone. Nel diabete mellito l’urina è dolce, i medici una volta
la assaggiavano per sentire se era dolce o salata, invece nel diabete insipido l’urina non è dolce. A questo
punto ci interessa sapere perché nel diabetico, quando perdo zucchero, c’è un aumento della diuresi. Questo
perché dei 180 litri filtrati, se il glucoso è normale e viene riassorbito, viene riassorbita la componente di acqua
legata al riassorbimento, ma se rimane nel tubulo una quantità di glucoso in più, quella si trattiene la sua
acqua e quindi, assieme all’eliminazione del glucoso, c’è anche l’eliminazione del’acqua corrispondente.
Quindi il glucoso che patologicamente si trova intrappolato nel tubulo agisce da diuretico. Si chiama “diuresi
osmotica” e ci sono dei diuretici che si somministrano ai pazienti che si basano sullo stesso principio. Si
somministrano sostanze le quali filtrano e non vengono riassorbite e, andando nelle urine, trascinano la
corrispondente acqua. Naturalmente il diabetico, oltre a urinare molto, a urinare glucoso, ovviamente ha sete,
quindi beve di più e poi ha altri motivi per avere fame perché non consumando glucoso, non cosumando
proteine, dimagrisce e ha un senso di insoddisfazione di cibo che lo porta a mangiare di più.
Comunque torniamo al rene. La regolazione che abbiamo visto ora dell’osmolarità è perfetta, noi manteniamo
costante il liquido dal punto di vista osmolare, però questo spesso va in conflitto con la regolazione del volume
nel senso che noi potremmo, per esempio, provare a trattenere acqua per mettere in bilancio l’osmosi ma
potremmo avere un’espansione del volume. Allora, nella lezione di domani vedremo che c’è un meccanismo
che regola il volume ma che, mettendo a posto il volume, scompenso l’osmolarità. In certi casi le due cose
vanno accoppiate, in certi casi vanno in conflitto, dove c’è un aggiustamento. In condizioni fisiologiche questo
si ricompensa bene, in condizioni patologiche si possono avere certe difficoltà. Quindi io direi che per oggi ci
fermiamo qui e domani cominceremo con l’omestasi di volume.
Ciao, vi invio la lezione di fisio del 28 aprile
Elena codognotto
Efficienza respiratoria
L’aria che entra nel sistema respiratorio partecipa agli scambi respiratori…
Secondo il modello respiratorio noi possiamo ventilare più o meno lo spazio alveolare
La ventilazione alveolare è uguale alla ventilazione totale meno la ventilazione dello spazio morto
A seconda di come noi ventiliamo possiamo distribuire in modo diverso l’aria nei due
compartimenti
Noi potremmo ventilare dedicando esclusivamente l’aria introdotta allo spazio morto, il che è una
ventilazione insufficiente agli scambi respiratori
Possiamo aumentare la respirazione aumentando il volume corrente, aumentando frequenza o
entrambi.
Se aumentiamo esclusivamente il volume corrente, non cambia la ventilazione dello spazio morto,
ma cambia la respirazione dello spazio alveolare.
Se invece aumentiamo la frequenza, corriamo il rischio di aumentare sì la ventilazione dello spazio
alveolare, ma necessariamente aumentiamo anche la ventilazione dello spazio morto.
Meccanica respiratoria
La meccanica respiratoria è costituita dall’analisi delle forze che intervengono nell’atto respiratorio
Analizziamo un semplice atto respiratorio , un respiro normale, dove con il termine normale
intendiamo a riposo, dove il volume corrente è 500 ml e la frequenza è 15, dove si consumano 250
ml di ossigeno al minuto.
Normalmente l’inspirazione è attiva mentre l’espirazione è passiva: nella fase attiva accumuliamo
energia, che possiamo utilizzare nella fase espiratoria
I muscoli inspiratori allargano la parete del torace (struttura che avvolge il polmone)…
Il sistema respiratorio è costituito dalla parete toracica e dal polmone, fatto dalle vie aeree e dallo
spazio alveolare.
Esiste poi una cavità virtuale tra la parete toracica e il polmone, che si chiama spazio pleurico
Il torace è rivestito al suo interno dalla pleura parietale, il polmone a sua volta è rivestito da quella
viscerale: queste due pleure servono a lubrificare il continuo contatto mobile che esiste tra parete
toracica e polmone e fanno sì che il polmone si adatti perfettamente alla parete toracica.
Le pleure secernono un liquido viscoso che facilita questo processo di lubrificazione e di adesione.
Le pressioni
All’esterno del sistema esiste la pressione barometrica Pbs che dipende da dove ci troviamo rispetto
al centro di gravità.
Noi la calcoliamo sempre a livello del mare dove è 760 mmHg. Pbs = 760 mmHg
All’interno del polmone vi è una pressione endopolmonare o pressione alveolare Pa
Nel cadavere, con le vie aeree pervie, la pressione alveolare è esattamente uguale alla pressione
barometrica: il sistema è fermo.
Se vogliamo far entrare aria dobbiamo diminuire la pressione interna o aumentare la pressione
esterna.
Infine abbiamo la pressione transmurale del sistema respiratorio (respiratory pressure), data
dalla differenza della pressione alveolare meno la pressione barometrica.
Prs = Pa - Pbs
L’atto respiratorio
Dobbiamo perturbare il sistema
Dobbiamo vincere le forze che tengono il sistema a riposo con i muscoli inspiratori
In questo sforzo consumiamo ossigeno (circa il 5% di quello totale consumato)
Dobbiamo vincere le forze di natura elastica della parete toracica e del polmone e poi le forze di
natura viscosa , resistiva, che si instaurano quando c’è un movimento (la viscosità del mezzo: la
deformazione del parenchima e la resistenza al flusso).
In posizione di riposo Pa - Pbs = 0, non c’è gradiente, quindi non c’è flusso…
Nello spazio pleurico c’è un gradiente di –4…
La pressione transpolmonare vale 4 (esterno è 0 l’interno è –4)
La pressione transtoracica è –4
La pressione respiratoria è 0
Accoppiamento meccanico
Normalmente lo spazio pleurico a riposo è –4 (non sono –4 mmHg, ma la pressione pleurica viene
misurata in cm d’acqua: si usa la colonna di acqua perché le variazioni sono minime e se usassimo
il mercurio non le vedremmo… possiamo misurare la pressione pleurica in due modi: immettiamo
una sonda nello spazio pleurico, bucando dall’esterno la parete toracica e fermandomi tra la pleura
parietale e quella viscerale, stando quindi nello spazio virtuale, oppure mandiamo la sonda
nell’esofago: l’esofago è normalmente chiuso e ha una parete sottile che sente la pressione esterna,
la pressione pleurica, non sono numericamente uguali: la sonda nello spazio virtuale misura –5, il
palloncino esofageo misura –4, ma la parete è molto fedele alle oscillazioni)…
In questa condizione di risposo il volume pari a 3l è mantenuto tale dalla pressione transmurale =
4cm d’acqua (gradiente di pressione tra interno 0 e esterno –4)
Quando i due sistemi sono accollati, sono accoppiati, nessuno dei due è al suo equilibrio di riposo,
la struttura nell’insieme, però, si trova a un equilibrio di riposo: i due sistemi esercitano forze
elastiche uguali e contrarie… il sistema si stabilizza quando nel polmone abbiamo 3l e non 500 ml e
il torace è un po’ più ridotto del suo volume normale.
Il polmone non è attaccato meccanicamente… è semplicemente la negatività tra i due che tiene uno
attaccato all’altro.
Compliance
Queste forze elastiche sono quantizzabili attraverso la misura dell’inverso dell’elastanza, (data dalla
legge di Hooke): noi non misuriamo l’elasticità ma il suo inverso, cioè quanto il polmone è
distensibile (mettiamo in relazione volume e pressione).
La compliance è la distensibilità.
Ricapitolando:
• il polmone lavora sempre al di sopra del suo volume di riposo ( il volume di riposo
fisiologicamente non lo raggiunge mai)
• la pressione transpolmonare è positiva dal volume residuo fino al 100 % della capacità vitale
ergo il polmone tende sempre a collassate
• l’elasticità polmonare di cui noi misuriamo l’inverso è data dalle forze elastiche, queste sono
costituite dalle fibre elastiche propriamente dette e dalla tensione superficiale (la tensione
superficiale si esercita all’interfaccia aria-acqua a livello alveolare… ogni alveolo tende a
collassare)
l’unico modo nel polmone per eliminare l’interfaccia aria-acqua è insufflare soluzione salina… in
questo caso la curva di compliance sarebbe più ripida: la distensibilità sarebbe maggiore, in quanto
meno forze elastiche tenderebbero a far collassare il polmone (avremmo eliminato la tensione
superficiale)
FISIOLOGOIA 30 04 2004 Strata
Abbiamo detto che per variare il pH è sufficiente variare il rapporto tra numeratore e denominatore
nella formula che lo definisce, ovvero basta variare uno dei due fattori in modo opportuno.
A volte però uno dei due non è modificabile:
Ad es. se abbiamo una acidosi respiratoria in condizioni di edema, o se gli scambi gassosi sono
impossibilitati ( il famoso sacchetto attorno al collo) non possiamo compensare variando la
fuoriuscita CO2: l’unico modo per riequilibrare il rapporto alterato è sfruttare la capacità del rene di
variare la secrezione degli ioni bicarbonato. La regolazione è in questo caso unicamente a carico del
rene.
Tra i vari ioni la cui omeostasi è regolata a livello renale, sostanzialmente con gli stessi principi e
meccanismi di base che abbiamo descritto per il Na, il K è molto importante in quanto una
variazione anche minima della sua concentrazione extracellulare può portare a situazioni
patologiche gravi e d’altro canto patologie varie possono portare ad una variazione nell’equilibrio
osmotico di questo ione con peggioramento del quadro clinico.
Abbiamo già visto, nella fisiologia delle membrane eccitabili, che il K+ regola la differenza di
potenziale ( ddp) cellulare in funzione del suo gradiente di concentrazione 1 , secondo la legge di
Nerst. Data la sua scarsa concentrazione nell’ambiente extracellulare, basta una piccola variazione
assoluta per provocare pesanti modificazioni percentuali e quindi per modificare drasticamente il
rapporto interno/ esterno, e con esso le caratteristiche di eccitabilità della cellula.
E’ errato pensare che l’aumento di K+ extracellulare causi una iperpolarizzazione, limitandosi a
considerare che un aumento di cariche positive al di fuori della membrana- in un contesto di
positività preesistente- aumenti ulteriormente la ddp ( cellula iperpolarizzata e meno eccitabile)
Innanzitutto l’aumento di K è un aumento di SALI di potassio ( quindi lo ione positivo “in più” è
accompagnato da una carica negativa) e soprattutto dobbiamo ricordare che la ddp è calcolata in
relazione alle concentrazioni ioniche intra ed extra- cellulari in base alla LEGGE DI NERST con
costante uguale a 61,5 alla temperatura corporea:
= 61,5 ⋅ log
[K ]extra
E K
[K ]int ra
da cui in condizioni fisiologiche si ha
1
E K = 61,5 ⋅ log 30 = −90mV
Se il potassio extracellulare aumenta ( es da 1 a 3) abbiamo un nuovo valore per la formula
3
E K = 61,5 ⋅ log 30 = −61,5mV
Si è ottenuta una depolarizzazione: l’aumento della concentrazione extracellulare del potassio
causa una ipereccitabilità delle cellule eccitabili ( nel tessuto eccitabile del cuore, ad esempio
questo può portare più facilmente alla formazione di extrasistoli, fibrillazioni…).
Ancora una volta l’omeostasi dipende dal controllo della eliminazione dello ione, e risulta quindi
essere di competenza del rene.
A livello intracellulare, dove abbiamo come detto la maggiore concentrazione di potassio,esiste una
modulazione delle quantità di K+ in entrata e in uscita, ad opera di vari ormoni tra cui insulina,
1
Il potassio è molto concentrato all’interno delle cellule e scarsamente presente nell’ambiente extracellulare, in un
rapporto di circa 30. Il principale responsabile di questo gradiente è la pompa Na/K delle membrane cellulari,
adrenalina, aldosterone, e degli idrogenino ( ancora una volta quindi ritroviamo il pH come fattore
importante nelle regolazioni cellulari e omeostatiche)
Il punto chiave della regolazione omeostatica è però nei processi che hanno luogo nella parte
corticale del dotto collettore, dove ritroviamo meccanismi di riassorbimento e secrezione bilanciati
in funzione delle condizioni e delle esigenze dell’organismo. Nel caso particolare del potassio, è il
meccanismo di secrezione che gioca un ruolo fondamentale nella regolazione omeostatica 2 .
In questa zona del dotto collettore sono presenti cellule particolari, le cellule principali della
porzione corticale del dotto collettore su cui agiscono i fattori di regolazione omeostatica per il K.3
La concentrazione del potassio in tali cellule è molto alta grazie all’azione della solita pompa
Na+/K+ della membrana basolaterale; il gradiente così creato permette una fuoriuscita passiva dello
ione attraverso canali specifici nella membrana luminale. 4 La omeostasi avviene regolando la
pompa e questi canali specifici: più la pompa è attiva e più potassio sarà eliminato.
L’ingestione con la dieta di molto potassio provoca un aumento della concentrazione plasmatici
dello ione. La corteccia surrenale, sensibile alla concentrazione ematica del Na+, è parimenti
sensibile alla concentrazione di potassio. Per il Na+ abbiamo visto che l’aumento della
concentrazione plasmatica induce una riduzione della produzione di aldosterone, con conseguente
riduzione dell’assorbimento del Na+; anche l’assorbimento del K+ è regolato dall’aldosterone, ma
in modo speculare :
SANGUE SURRENE
dieta ricca di K+ => aumento della concentrazione ematica => aumento della produzione di
RENE
aldosterone => maggiore eliminazione di K +
L’aldosterone agendo sulle cellule principali del dotto collettore è quindi in grado di garantire una
regolazione combinata delle omeostasi del Na+ e del K+.
2
come evidenziato dal fatto che la quantità di potassio nel liquido tubulare e quindi nelle urine è superiore a quella
prevedibile vista la sua scarsa presenza nel liquidi extracellulare, soprattutto in diete ricche di questo ione
3
Su queste stessa cellule agisce anche l’aldosterone per la regolazione dell’omeostasi del sodio
4
Il Na ovviamente compie il percorso contrario
In alcune situazioni di “scompenso”, l’aldosterone si libera indipendentemente dalla concentrazione
di Na+ e K+, ad esempio quando varia il volume plasmatici. Ad esempio in caso di emorragia
abbiamo l’attivazione del sistema renina-angiotensina-aldosterone con aumento del riassorbimento
di Na e di liquidi. L’aldosterone che compensa la carenza di Na+ potrebbe creare però uno
scompenso nella omeostasi del K+, che potrebbe trovarsi ad essere secreto in misura molto
maggiore. Questo in realtà non avviene grazie alla presenza di un meccanismo di regolazione
particolare
In una dieta molto ricca di Na+ come già detto viene modificata la produzione di aldosterone, ma le
conseguenze sulla omeostasi del potassio in relazione alla diminuzione di questo ormone vengono
compensate dalla presenza di un meccanismo di regolazione parallelo per cui:
Aumento Na+ => aumento filtrazione glomerulare di Na+ => aumento riassorbimento nel tubulo
prossimale => aumento flusso urinario => maggiore quantità di liquidi al dotto collettore => il
liquido scorre più velocemente ( = “diluizione nel tempo del K”) => gradiente favorevole alla Commento [E.A.2]: È giusto?
La cassetta qui nn si sente molto
fuoriuscita del K+ dalle cellule bene..
L’organismo si può paragonare ad una macchina che produce una serie di reazioni chimiche
spendendo l’energia che ricava dalla dieta.
Il primo principio della Termodinamica afferma che l’energia può essere trasformata da una forma
ad un’altra, ma non può essere distrutta.
Il secondo principio afferma che il rendimento 5 di questa trasformazione non è mai il 100%, ma una
parte di questa energia viene degradata,“dispersa”.
5
rendimento = Lavoro ( o Energia utile) / Energia totale
6
il soggetto, a riposo,è posto in una camera isolata dall’esterno da una intercapedine contente ghiaccio. Il calore prodotto
scioglie lentamente il ghiaccio stesso e dalla quantità di ghiaccio sciolto in un determinato tempo è possibile risalire alla
quantità di calore Q ceduta dell’organismo. Similmente, invece di ghiaccio nell’intercapedine possiamo utilizzare acqua
a volume e temperatura noti: on funzione della variazione di temperatura, possiamo risalire al Q ceduto
N.B. caloria cal = quantità di calore necessaria per innalzare di un grado ( da 14.5 a 15.5 ° C ) un cm3 di acqua
Caloria Cal = 1000cal
7
E’ possibile misurare il consumo di ossigeno e da questo valore inferire la quantità di nutrienti che vengono
metabolizzati utilizzando quel quantitativo di O2. Sperimentalmente si misurano le calorie sviluppate dall’ossidazione di
massa determinata – unitaria – delle singole categorie di nutrienti (glucidi, lipidi e proteine); conoscendo le percentuali
di tali nutrienti ingerite, si può risalire alla produzione di Q complessiva
8
soggetto maschile normale di 70 kg
La contrazione muscolare tonica porta ad un leggero aumento del metabolismo, mentre una serie di
contrazioni muscolari soprattutto in sequenza rapida, portano ad aumenti molto più considerevoli.
Il minimo apporto calorico necessario ad un individuo normale che svolga una vita sedentaria si
aggira attorno alle 2000 calorie ( il solo ingerire cibo richiede una spesa energetica quantificabile in
circa 200 calorie, per i meccanismi di assorbimento intestinale di cibo e di secrezione ghiandolare
nel tratto gastro-intestinale).
Per una maggiore precisione però dovrei calcolare l’apporto del metabolismo glucidico, protidico e
lipico al metabolismo totale e utilizzare in modo proporzionale i coefficienti calorici dell’ossigeno
in relazione ai tre componenti della dieta. Questo è possibile indirettamente calcolando il quoziente
respiratorio :
quoziente respiratorio = O 2
CO 2
un valore =1 è indice di un metabolismo unicamente glucidico, quindi in condizioni normali il
quoziente respiratorio darà valori <1. Tenendo conto del valore del coefficiente come fattore di
correzione di può calcolare con precisione il consumo di ossigeno ( ovvero moltiplicando il valore
misurato sperimentalmente per il coefficiente respiratorio del soggetto).
Il valore di metabolismo calcolato ( in calorie) deve essere rapportato al soggetto in esame per poter
essere definito normale o patologico ( ovvero è importante definire il metabolismo in funzione del
fenotipo). Per fare questo ci si riferisce alla superficie corporea. Essa può essere calcolata con una
buona approssimazione calcolando peso e statura. La quantità di calorie prodotta viene quindi posta
in relazione alla superficie ; è questo dato ad avere valore clinico e discriminativi, quello che può
essere confrontato con i valori standard tabulati per il soggetto medio di quel sesso con quella età…
Il metabolismo si esprime come variazione percentuale rispetto al valore di riferimento( il
valore fornito sulla tabella rappresenta il 100%),
es da tabella otteniamo un valore di riferimento di 40 calorie/m2 ;
il valore misurato è di 46 calorie/m2, che rappresenta quindi il 115% del valore
ottimale. Vale a dire, esiste una variazione positiva del 15% rispetto ai valori
standard. Tale situazione è espressa con “metabolismo di +15”
Se il valore misurato coincide esattamente con il valore riportato nelle tabelle, al metabolismo verrà
attribuito il valore 0 ( soggetto normale).
Se il metabolismo è ridotto, ad esso verranno attribuiti valori negativi, e positivi se invece risulta
essere aumentato rispetto alla media.
Di fatto, un valore di +10 è considerato normale: nella norma il metabolismo è leggermente più alto
di quanto previsto dalle tabelle.
Lezione di fisiologia del 3 maggio 2004 – prof. Montarolo -
La scorsa volta abbiamo visto la meccanica respiratoria e in particolare ci siamo incamminati nella
analisi della compliance vale a dire della relazione che esiste tra volume e pressione ; è una
caratteristica statica , deve essere misurata quando il sistema è fermo ed è l’inverso dell’elasticità.
La compliance dice quanto una struttura è distensibile ed è esprimibile graficamente con una curva
della compliance del polmone che ci dice che il polmone non è mai in condizioni fisiologiche a
riposo .
A riposo la pressione transpolmonare dovrebbe essere zero ed è zero a un volume di mezzo litro
cioè il 10 % della capacità totale che assumiamo pari a 5 litri: il polmone è a riposo al volume
minimale di mezzo litro.
Normalmente noi respiriamo a partire dal volume residuo e non minimale e allora questo polmone
esercita una pressione a volume residuo piccola pari a questo segmentino , che tende a fare tornare
il volume del polmone da dovunque esso si trova a qui.
Quale è la forza necessaria per spostare il polmone lungo i suoi volumi possibili ?
Basta leggere lungo l’asse delle pressioni .
I muscoli respiratori devono fare almeno 30 cmH2O per portare il volume del polmone al 100%
della sua capacità totale .
Parte del lavoro che i muscoli respiratori fanno per insufflare al massimo il polmone è costituita da
questi 30 cmH2O necessari per distendere la struttura elastica del polmone .
Quali sono le forze responsabili di questa tendenza del polmone a ritornare al volume minimale?
Forze elastiche di cui noi ne misuriamo l’inverso in quanto l’elasticità è molto piccola e la
distensibilità molto grande: è una questione di comodità .
Il polmone si trova sempre al di sopra il volume di riposo quindi la pressione transpolmonare che
registriamo è sempre positiva : è un pallone sempre gonfio pur avendo vari volumi è sempre gonfio
quindi la pressione transmurale deve essere positiva.
Il polmone quindi tende sempre a collassare .
Altra cosa molto importante è la tensione superficiale .
In questo vecchissimo esperimento qualcuno a voluto insufflare anziché con aria con soluzione
salina il polmone quindi non c’è più l’interfaccia aria acqua e questo polmone stranamente diventa
più distensibile. Stando così le cose uno potrebbe dire che respirare acqua piuttosto che aria è più
facile ma nella realtà le cose non sono così perché la realtà implica altri fattori.
Questa curva di compliance è fatta sul polmone non di uomo ed è su polmone escisso rispetto alla
precedente fatta sul polmone in toto presenta due cose straordinarie.
Innanzitutto questi punti sono i volumi a cui è stato insufflato il polmone ed è stata misurata la
pressione transmurale : per gonfiarlo un minimo è difficilissimo infatti questo polmone sembra
rigidissimo dopo di che superato un piccolo volume parte e sale .
Quando lo desuffluo percorro un altro andamento del fenomeno detto isteresi che nel polmone in
toto si vede molto meno pur essendoci. L’isteresi ci interessa dal punto di vista fisico e non clinico.
L’isteresi nel polmone insufflato con soluzione salina ( a differenza del polmone escisso insufflato
con aria ) non c’è praticamente più ; quindi l’isteresi è dovuta ad un qualcosa legato all’interfaccia
aria-acqua .
Nelle forze che interessano la compliance polmonare molto importanti sono le forze di tensione
superficiale e anche i tessuti elastici propriamente detti fibre di elastina , fibre di collagene ect.
Il problema della tensione superficiale è molto importante per la pratica medica : qui viene ripetuto
il concetto ossia che quando insuffliamo aria il polmone è meno distensibile rispetto a quando
insuffliamo acqua.
La tensione superficiale si sviluppa in qualsiasi interfaccia aria – liquido e sta ad indicare una
proprietà del liquido.
Allora voi dovete immaginare degli alveoli come delle bolle sferiche rivestite di liquido che
tendono ad assumere il volume più piccolo perché il liquido che lo bagna tende ad assumere il
volume più piccolo.
Milioni di alveoli sono insufflati quindi c’è una forza non trascurabile che tende a ridurre il volume
degli alveoli e quindi il volume del polmone.
Questa di per sé è una forza molto grande e madre natura ha sviluppato un sistema respiratorio tale
solo a patto di ridurre questa tensione spalmando nel liquido che bagna un riducente che abbassa la
tensione superficiale che è il surfattante : un tensioattivo un po’ particolare .
La legge di Laplace descrive il comportamento delle bolle e quindi dei nostri alveoli che in assenza
di tensioattivo non potrebbero coesistere con volumi diversi .
Il tensioattivo non soltanto riduce la tensione superficiale ma permette la coesistenza di alveoli di
volumi diversi .
Due alveoli con volumi diversi hanno pressioni diverse descritte dalla legge di Laplace per cui se i
due alveoli fossero in comunicazione uno si svuoterebbe nell’altro.
La presenza del surfattante – prodotto come vi ho già detto da un tipo di cellule alveolari- permette
a questi alveoli di volumi diversi di coesistere non solo perché riduce la tensione superficiale –
perché questo è caratteristico di tutti i tensioattivi- ma anche perché la tensione superficiale varia
con l’area nella quale è spalmato il tensioattivo .
Quest’ultima caratteristica è rilevata attraverso l’esperimento con la bilancia di superficie.
L’alveolo può essere piccolo o grande a seconda che il volume sia piccolo o grande : ciò che cambia
è la superficie dell’alveolo quindi a parità di molecole di tensioattivo dove volume piccolo sarà più
concentrato e dove è grande lo sarà meno.
Se usassimo il sapone come tensioattivo non importerebbe la concentrazione mentre con il
tensioattivo biologico le cose non sono così perché dove il tensioattivo è più diluito si ha una
tensione diversa di dove meno diluito . Questo si è capito con la bilancia di superficie .
La tensione superficiale è una forza intermolecolare che si misura con questo strumento.
La cosa principale di questo strumento è una striscia di platino che è appoggiata sulla superficie del
liquido e sta a bagno un pochino e le molecole d’acqua intorno si incurvano ; quindi per staccare la
striscia di platino ci va una certa forza .
Se io sulla striscia di platino non metto nulla quindi lascio solo acqua la forza X vale 10 parti di
Newton ; se aggiungo il detersivo sulla superficie è più facile staccare la striscia quindi forza ridotta
a5N.
La cosa straordinaria del surfattante è che il valore della tensione superficiale varia a seconda della
sua concentrazione sulla superficie d’acqua : la nostra striscia di platino è a bagno in una vaschetta
e io posso variare la superficie dell’acqua a contatto con la mia striscia con una sorta di spazzola
aderente alla superficie che si può avvicinare o meno alla striscia .
Se si sposta la barriera avanti e indietro si varia la concentrazione del tensioattivo .
Se uso un sapone spostando la barriera il valore della tensione superficiale rimane sempre la stessa
invece se uso il surfattante a seconda di come è concentrato ha un valore diverso.
Quando la sbarra è molto vicina alla striscia di platino la tensione è molto bassa ; quando l’area
aumenta la tensione è più alta di prima. Dal valore minimo a massimo di superficie percorro una
curva che è diversa da quella percorsa passando da un valore massimo a uno minimo : ed ecco
l’isteresi. Mentre insuffluo passo da alveolo piccolo a grande ho un percorso mentre quando
desuffluo ho un altro percorso : l’isteresi polmonare.
La causa dell’isteresi polmonare è legata alla struttura molecolare del surfattante .
Posso avere la presenza di alveoli a volumi diversi senza che uno si svuoti nell’altro perché la
pressione dell’alveolo più piccolo sarà uguale a quello più grande perché varia la tensione
superficiale .
Il surfattante non è l’unico fattore che contribuisce la coesistenza di alveoli di diverse dimensioni
perché c’è anche l’interdipendenza alveolare .
Allora qui è rappresentato che cosa fa il surfattante : aumenta la compliance - questo lo farebbe
qualunque tensioattivo- rendendo il polmone meno rigido ; favorisce la stabilità alveolare
promuovendo la coesistenza di alveoli di dimensioni diverse e in ultimo riduce la probabilità di
aumento della superficie liquida sull’alveolo – fattore protettivo contro l’edema - .
Tutto questo non ha solo una importanza nella meccanica polmonare ma anche quando parleremo
del circolo polmonare.
Il surfattante fa si che l’alveolo rimanga secco , ossia il velo liquido che lo bagna è presente ma
molto piccolo e deve essere tale perchè se il velo liquido che bagna l’alveolo si ispessisce si ha
l’edema polmonare. Analizzando il circolo vedremo che madre natura ha messo un sacco di fattori
protettivi contro questa terribile situazione.
Il surfattante ha una importanza medica perché vi è una patologia che è espressa con la seguente
sigla IRDS e capita agli infanti immaturi ; come vedete dallo schema il surfattante comincia a
comparire alla ventitreesima settimana – ossia al sesto mese -.
Il neonato che nasce al sesto mese non riesce da solo a respirare perché non ha il tensioattivo
biologico che gli consente di abbassare la tensione superficiale e non ha ancora i muscoli respiratori
sviluppati tali da espandere il polmone e quindi va in anossia .
Viene aiutato a respirare artificialmente per mezzo di una pompa fino al settimo ottavo mese in cui
incomincia a respirare autonomamente perché in grado di produrre il surfattante da solo .
Come facciamo a misurare in pratica la compliance di un polmone ?
Ci vanno due strumenti : spirometro per misurare i volumi polmonari e un misuratore di pressione
per misurare la transpolmonare messo nello spazio pleurico e nello spazio alveolare.
Noi evitiamo di mettere una sonda nello spazio alveolare facendo assumere gradiente di pressione =
0 però bisogna mettere il palloncino esofageo che permette di misurare la pressione pleurica.
Facciamo respirare al soggetto volumi progressivi che noi misureremo con lo spirometro ; partiamo
da dove vogliamo facendo inspirare mezzo litro alla volta al paziente secondo un andamento a step.
La compliance è una misura statica fatta quando il sistema è a riposo.
Nel passaggio tra inspirazione e espirazione il flusso vale 0 ed il sistema è fermo e la pressione
dell’alveolo sarà 0 .
Questo individuo ha il palloncino esofageo che permette di misurare la P pleurica e prendo il valore
di tale pressione nel passaggio tra inspirazione ed espirazione quando il sistema è a riposo perché
prima e dopo il sistema è in movimento.
Questo modo di misurare la compliance si chiama compliance dinamica siccome il paziente non si
ferma, respira normalmente e registra le sue variabili su uno schermo di computer o su uno
scrivente anche se io prendo i valori in cui il paziente è fermo ossia tra il momento di inspirazione e
espirazione .
Questa che vedete qui è la compliance della parete toracica da sola – volumi polmonari in funzione
della pressione transtoracica differenza quindi tra pleurica ed esterno - quindi per misurare la
compliance toracica bisogna mettere anche il palloncino esofageo.
A che volume del sistema respiratorio il torace è a riposo ?
E’ dove vedete scritto chest 0 ; nel polmone quando il torace è a riposo ci sarebbe il 65% della
capacità polmonare totale assumendo un paziente con 7 litri.
Al di sotto del suo volume di riposo il torace tende ad espandersi e al di sopra tende a collassare ;
mentre il polmone tende sempre a collassare.
Prima di mettere insieme le due curve di compliance - quella del polmone e quella del torace –
raccogliamo le idee sul torace .
La pressione transtoracica è negativa - proprio perché negativa il torace è compresso perché viene
risucchiato dal di dentro- sia a volume residuo che a capacità funzionale residua .
Il volume di riposo del torace è al 65 % della capacità totale del polmone : cioè quando il sistema è
abbastanza espanso.
Osserviamo una P transtoracica positiva sopra questo valore : ad es. al 100% della capacità totale
sia il torace che il polmone tendono a comprimere.
Mettendo insieme polmone e torace si ha la compliance del sistema respiratorio .
Il volume a cui il sistema respiratorio è in equilibrio a livello della linea tratteggiata .
Quando il sistema respiratorio è completamente sgonfiato – vale a dire a volume residuo- tende a
spostarsi da qui a qui spinto soprattutto dal torace perchè la transtoracica è molto grande rispetto
alla traspolmonare che è molto piccola .
La forza toracica agisce e agendo lei diminuisce e fa aumentare la forza polmonare e il sistema si
fermerà quando le due forze sono uguali e contrarie.
Quando il sistema è gonfiato il 65 % della capacità totale praticamente il torace è a riposo e l’unica
forza che agisce è il polmone .
Quando il sistema è gonfio al 100% forza polmonare e toracica collaborano.
Quindi quale è la relazione matematica tra compliance polmonare e compliance toracica ossia la
compliance del sistema ?
L’inverso della compliance totale è uguale alla somma degli inversi delle specifiche compliance -
come le resistenze in parallelo ! –.
Se avete capito quanto ho detto in ormai quasi quattro ore su questo argomento siete in grado di
rispondere a questa domanda : in che condizioni è possibile avere una inspirazione negativa – o
pasiva- e una espirazione positiva – attiva- ?
Sotto la capacità funzionale residua dove per espellere l’aria io comprimo.
La meccanica respiratoria che abbiamo sviscerato ci permetterà di capire perché l’asmatico respira a
volumi grandi il perché lo vedremo più avanti.
Le tre curve viste ossia distensibilità del torace , del polmone e del sistema toraco-polmonare non
hanno lo stesso valore di compliance per tutti i volumi : più il sistema si gonfia e più diventa rigido.
Il valore numerico della compliance per il polmone e per il torace sono 100 cmH2O ; il torace
essendo la somma degli inversi è il doppio.
Qui riassumiamo :
CFR è il volume del sistema respiratorio a riposo ; in questa condizione il torace e il polmone
tendono a ritornare al loro equilibrio di riposo con forze uguale e contraria.
Lo pneumotorace consiste in un disaccoppiamento del polmone e della gabbia toracica perché il
polmone collassa e il torace si espande fino al 65% della capacità totale.
Questa che vedete qui è una precisazione di carattere pratico che dice che ogni sistema respiratorio
deve essere rapportato alla sua specifica situazione volumetrica e si fa questo misurando la CFR di
quello specifico sistema.
Non possiamo fare un paragone tra la compliance di un neonato e di un adulto perché una più
grande e una più piccola .
Il sistema respiratorio funziona male sia che la compliance aumenti – polmone più distensibile- sia
che diminuisca – diventi più rigido -.
La compliance polmonare varia a causa dell’invecchiamento e di enfisema .
Nel paziente in questi casi la compliance del polmone aumenta e anche la CFR aumenta perché se
aumenta la compliance del polmone vuol dire che quel polmone tende a collassarsi meno
facilmente ; il torace che abbiamo lasciato invariato continua a tirare in fuori e il polmone non ha
una forza uguale e contraria per controbilanciarlo se non distendendosi un po’ di più . Quindi le due
forze ( toracica e polmonare ) saranno uguali e contrarie a valore superiore ergo CFR aumentata
significa riduzione della capacità di ventilare : quell’individuo aveva una capacità vitale di 5 litri
adesso ne ha solo più 4 e mezzo – se prima ventilava da 1litro e mezzo a 6 adesso ventila da 4 a 6 !-
questo è tipico nell’invecchiamento e manifesto nell’enfisema.
L’enfisematoso usa per espirare i muscoli espiratori anche se il suo polmone è più distensibile!
L’enfisema è una patologia che consiste nella rottura dei setti interalveolari per cui in sostanza il
polmone diventa più distensibile ma non per questo è più facile respirare .
Ci sono anche casi in cui il polmone diventa più rigido e quindi la compliance diminuisce come la
fibrosi polmonare e l’edema .
La fibrosi è una patologia che si instaura ad esempio per esposizione ad agenti nocivi.
Le compliance alterate del torace sono soprattutto legate a deformazioni scheletriche .
La compliance del torace non può altro che diminuire – ossia il torace diventa più rigido- infatti non
ci sono casi noti di alterazione dovuta a suo aumento.
Ci sono delle situazioni momentanee in cui si ha diminuzione della compliance del torace ad
esempio durante la gravidanza o se l’addome si riempie di liquido peritoneale – ascite-.
Ritorniamo a una vecchia questione : l’individuo in posizione eretta ha una ventilazione non
uniforme ossia per unità di volume a seconda se questo volume si trova all’apice o a metà o alla
base del polmone riceve meno aria.
La ragione è puramente meccanica e capire il perché di una ventilazione non omogenea ci
permetterà di capire il discorso su rapporto ventilazione – perfusione.
Nel polmone in posizione eretta la parte basale è meglio ventilata che la parte apicale .
Questo si applica anche se individuo è sdraiato – supino o su un fianco- perché la parte più bassa e
meglio ventilata della parte più alta.
Per l’anziano la rottura del femore lasciata immobile voleva dire in una percentuale non trascurabile
morte per infezione polmonare perché ci sono zone del polmone con marcata differenza di
ventilazione quindi zone con maggiore probabilità di instaurarsi di una infezione polmonare.
Questa diapositiva che l’apice del polmone è meno ventilato della base del polmone.
Il polmone in posizione eretta pesa e l’effetto del peso cambia le dimensioni della P transmurale . se
il polmone pesa tenderebbe a staccarsi dall’apice , non lo fa ma io vedo l’effetto di questa tendenza
ad andare verso il basso dalla P pleurica che all’apice è – 10 . La P transmurale a livello apicale
nell’alveolo è 10.
Per effetto del peso alla base la P pleurica è ridotta ed è 2.5 e la P transmurale a livello degli alveoli
basali è 2.5 .
E’ più gonfio un palloncino con P transmurale di 10 rispetto a un palloncino con P di 2.5 quindi a
livello apicale voi dovete immaginarvi alveoli grandi che non possono essere ulteriormente
ingranditi se non di poco.
All’apice l’alveolo si può espandere di molto poco e tira dentro meno aria quindi l’apice
dell’individuo in posizione eretta è meno ventilato che non la base .
In sostanza se noi volessimo fare la compliance del polmone nella parte apicale è nella parte finale
della curva dove la curva inizia a piegarsi ed è quindi più rigido , più difficile da espandere rispetto
alla base.
Questo vale per qualsiasi posizione voi assumiate ; a testa in giù si inverte il problema .
Montarolo, 6 maggio 2004
Fisiologia della respirazione
Se voi riuscite a capire perchè sì nel circolo sistemico, dovete anche capire perchè no nel circolo
polmonare. E cosa serve nel circolo sistemico la muscolatura liscia, perchè gli han messo qua
tutta sta muscolatura liscia? A che cosa serve? Per regolare il flusso secondo le esigenze. Io
posso prendere il mio flusso di sangue, sbatterlo prevalentemente nel circolo muscolare (?) e
lasciarlo sotto tono (non si capisce...). Questo nel polmone è una cosa che non ha senso.
(Dev'essersi allontanato molto dal registratore perchè non si capisce niente). Qui i gas arrivano
sulla superficie di scambio che è massimale,no? Qui no! Siccome il polmone è meglio che sia
tutto perfuso se vogliamo che il sangue sia (???) è inutile mettere questi controlli resistivi e
questa è la ragione evolutiva per cui il circolo polmonare è un circolo a bassa pressione. Lo si
capisce anche da un'altra cosa: l'innervazione delle arteriole e dei capillari sistemici è
un'innervazione molto marcata. Chi è che innerva le arteriole del circolo sistemico? Quali
strutture? L'ortosimpatico. Qui l'innervazione dell'ortosimpatico non è che sia assente, ma è
molto modesta. Allora voi mi direte, ma qui la resistenza allora non varia mai! Certo, certo che
varia, ci sono dei fattori che fanno modificare la resistenza. E adesso vediamo questi fattori che
modificano la resistenza nel circolo polmonare. Allora l'aumento di pressione nel distretto
arterioso, quindi a monte delle resistenze, fa variare la resistenza. In che maniera? La fa
diminuire. MOlto spesso nel circolo sistemico e soprattutto in determinati organi (rene,
cuore,cervello) l'aumento della pressione dell'arteria efferente detremina un aumento della
resistenza nel distretto arteriolare da essa dipendente, è il cosiddetto effetto-bayleis o effetto di
auto-regolazione. Nel distretto polmonare non c'è una proprietà autoregolativa ma se aumenta
per cause disparate la pressione nell'arteria polmonare, le resistenze che sono nel distretto
precapillare diminuiscono perchè i tubi subiscono 2 processi: o si distendono o reclutiamo tubi
precedentemente chiusi: Si chiama processo di reclutamento. Quindi la resistenza è influenzata
dal gradiente di pressione arterioso: se aumenta, la resistenza diminuisce. Resistenza vascolare
polmonare in funzione della pressione arteriosa nel grafico qui rappresentato. Guardiamo il
distretto venoso polmonare e il distretto arterioso. Vedete? Che c'è un aumento, fisiologicamente
siamo qui sui 15, però può aumentare e la resistenza al flusso diminuisce sia nell'arteria sia nel
distretto venoso. Quindi se noi facciamo un grafico e mettiamo in relazione il flusso con la
pressione nel distretto polmonare, come sarebbe questo grafico? Cosa deve subire? Va bene così.
Perchè questo
all'aumentare della pressione aumenta il flusso,se fosse così vuol dire che la resistenza non
cambia: tubo rigido. Nel circolo polmonare questa relazione è la seguente: quel famoso circo di
autoregolativi sarebbe così (?). Il tubo rigido l' ho già segnato prima. Allora primo fattore di
cambiamento della resistenza: aumento della pressione o diminuzione della pressione nel
distretto alveolo-capillare. Secondo fattore importante per la resistenza vascolare è il volume
polmonare. Allora voi vedete, questo qua come al solito non è un polmone umano. Il volume è
sull'asse delle ascisse, 200 ml , però il polmone umano si comporta esattamente nella stessa
maniera. Ad elevati volumi polmonari la resistenza al flusso è aumentata rispetto a condizioni di
volumi polmonari dove avviene la respirazione a riposo cioè noi a capacità funzionale residua e
volume polmonare la resistenza vascolare è molto bassa (?????). Se voi fate una grossa
inspirazione la resistenza vascolare aumenta così come aumenta se voi fate una profonda
espirazione fino ad arrivare al volume residuo. In sostanza al volume residuo e al volume
corrispondente alla capacità vitale le resistenze al flusso aumentano. Qual è la ragione? E' lo
stiramento elastico sugli elementi vascolari. Ad elevati volumi vengono stirati i capillari
alveolari, per cui voi prendete un tubo di gomma, se lo stirate questo si appiattisce e si chiude,
aumento di resistenza. A volumi molto bassi le arteriole, quindi vasi extra-capillari, si dipendono
perché diminuisce la forza radiale esercitata dal parenchima sulle pareti stesse delle arteriole. In
sostanza le condizioni dove le resistenze al flusso ematico sono più basse, sono negli ambiti della
ventilazione normale a riposo. Dove abbiamo visto la compliance essere più favorevole. Quindi
primo fattore è la pressione, il secondo è il volume. Questi 2 fattori influenzano marcatamente le
resistenze al flusso. Terzo fattore è l'ipossia, cioè la tensione di O2 nel capillare polmonare che è
l'equivalente della tensione di O2 nel distretto alveolare. Il prof Losano quando vi ha parlato di
regolazione totale del flusso, vi ha detto che nel circolo sistemico se l'O2 diminuisce le arteriole
si dilatano. Nel circolo sistemico l'ipossia determina la vasodilatazione, nel circolo polmonare
l'ipossia determina la vasocostrizione. Se voi andate in alto, in punta al Monte Bianco, una delle
risposte che ha il vostro organismo a quest'ipossia è la vasocostrizione polmonare. Sembra un
assurdo eh? Voi dite: ma come, c'è poco O2 e io chiudo pure i tubi? Eheheheh sì. Il sistema
nervoso c'entra qualcosa? Sì ma fa molto poco e soprattutto l'innervazione di carattere
ortosimpatico che anche qui ha un significato vasocostrittore come nel circolo sistemico. Questa
è la relazione flusso-pressione nel circolo polmonare,qui disegnata. Molto importante è il
concetto di pressione critica di chiusura, cosa che non spiego perché il sig. Losano vi ha
senz'altro ampiamente spiegato. Come, per quanto riguarda la ventilazione, la perfusione non è
omogenea. Zone del polmone sono meglio perfuse di altre, ma questo lo vediamo domani
mattina. Arrivederci.
Lezione di Fisiologia del 10 maggio 2004
Prof. Montarolo
Quindi riassumendo vi ho detto quattro variabili che possono modificare l’affinità dell’ossigeno
con l’emoglobina espressa dalla curva di dissociazione. Aumentare la PCO2 nella soluzione
vuol dire anche diminuire il pH cioè aumentare gli idrogenioni.
Perché se aumenta la PCO2 o aumentano gli idrogenioni l’emoglobina tende a cedere con
maggior facilità l’ossigeno? Perché l’emoglobina secondo se è ossigenata o meno è un acido più
o meno forte.
HbH + O2 ↔ HbO2 + H+
Se nella soluzione aumentiamo gli idrogenioni vediamo spingere la reazione verso sinistra; se
diminuiamo gli idrogenioni vediamo spingere la reazione verso destra. Spingere la reazione
verso sinistra vuol dire diminuire l’affinità per cui se io metto nella mia soluzione idrogenioni e
la maniera più naturale di metterli è aumentare PCO2 sposto l’emoglobina verso la forma di
acido più debole e la conseguenza è la diminuita affinità dell’ossigeno per l’emoglobina.
L’effetto Bohr dice che il sangue a bassa PCO2 , il sangue arterioso, trasporta meglio l’ossigeno
rispetto al sangue ad alta PCO2 a parità di PO2 .
Ammettiamo di essere in condizioni di temperatura di 37 gradi, PCO2 40 mmHg, PO2 100
mmHg. Andiamo nel sangue venoso, PO2 è 40 mmHg. Allora passando dal sangue arterioso
100 al sangue venoso 40 quanto ossigeno perdo? A 100 mmHg c’è una saturazione di 100,
facciamo l’esempio numerico 100 molecole di emoglobina legano 100 molecole di ossigeno;
adesso se io passo a PO2 40 mmHg quante ne sono rimaste attaccate? Una settantina quindi
vuol dire che ne ha perse 30. Ma è vero secondo voi che passando dal sangue arterioso al sangue
venoso perdiamo 30 molecole di ossigeno? NO, perché passando dal sangue arterioso al sangue
venoso cambia contemporaneamente alla caduta della pressione parziale la PCO2. per cui se il
punto reale del sangue arterioso può essere questo il punto reale del sangue venoso non può
giacere sulla stessa curva perché la curva mantiene tutte le variabili identiche tranne PO2 Nel
sangue venoso cambia la PO2 ma non è l’unica variabile che cambia e si può staccare
dell’ossigeno in più rispetto a quello previsto, è un fattore favorente il distacco di ossigeno.
Il West fa un bell’esempio molto chiarificatore: immaginiamoci il muscolo di una persona che
lavora, basta una passeggiata di buon ritmo, il muscolo che sta lavorando che cosa fa? Cosa
capita? Si trova in condizioni ottimali per tirar fuori il più possibile l’ossigeno dall’emoglobina:
si scalda, il metabolismo butta fuori CO2. Se rimanesse questo aumento di dissociazione
dell’ossigeno dall’emoglobina avremmo dei problemi a livello respiratorio dove dobbiamo
assumerlo. A livello respiratorio capita esattamente il contrario: la CO2 se ne va e la PCO2
viene diminuita attraverso la membrana alveolo capillare quindi questo fattore diminuisce il
distacco quindi aumenta l’affinità dell’ossigeno per l’emoglobina e a livello della membrana
alveolo capillare c’è un maggior carico.
Non mostra saturazione perché non c’è un vero e proprio trasportatore della CO2: più CO2
mettiamo e più il sangue ne prende anche perché la solubilità della CO2 nel sangue è molto più
elevata di quella dell’ossigeno. Le curve mettono in relazione il contenuto di CO2 nel sangue
sulle ordinate con la PCO2.
Visto il comportamento dell’emoglobina che diventa acido più forte o più debole a seconda se è
ossigenata o meno questa reazione influenza questo ambiente determina risultati sulla capacita
del sangue di contenere CO2 in funzione della sua pressione parziale. Vediamo questa curva che
si fa in laboratorio: emoglobina assolutamente non ossigenata questa è l’emoglobina ossigenata
caratteristica del sangue venoso e questa è l’emoglobina ossigenata caratteristica del sangue
arterioso. Vedete che per la stessa PCO2 il sangue ossigenato trasporta molto meno CO2 che
non il sangue desossigenato e la ragione è l’opposto dell’effetto Bohr che si chiama effetto
Haldane.
Il sangue trasporta più o meno CO2 in funzione dell’ossigenazione dell’emoglobina così come
prima abbiamo visto che il sangue trasporta più o meno ossigeno in funzione della presenza o
meno di CO2; sono due fenomeni opposti che sono null’altro che da una parte consideriamo la
reazione che va verso destra e dall’altra parte consideriamo la reazione che va verso sinistra.
Un punto arterioso non giace sulla stessa curva di un punto venoso. La PCO2 nel sangue
arterioso è 40 mmHg con 40 ml di ossigeno per 100 ml di sangue. La PCO2 nel sangue
aumenta, non dobbiamo stare sulla stessa curva perché il sangue passando da arterioso a venoso
cambia nella ossigenazione dell’emoglobina.
Come viene trasportata la CO2 nel sangue?
Sotto forma disciolta, entro certi limiti idratata. Non sta ferma la reazione, c’è un equilibrio: qui
siamo nel sangue, prodotto il gas entra immediatamente nell’ambiente cellulare acquoso si
forma questa reazione con più o meno velocità in funzione della presenza dell’enzima anidrasi
carbonica. Nel plasma ce n’è pochissimo, praticamente non ce n’è, si trova all’interno del
globulo rosso, non ce n’è all’interno del liquido interstiziale per cui questa reazione del plasma e
nel liquido interstiziale ha una velocità di emireazione tale che metà CO2 si idrata in 10 secondi,
periodo molto lungo per le esigenze metaboliche.
La reazione avviene ad altissima velocità nel globulo rosso e all’interno si forma una elevata
quantità di bicarbonato perché il pH della reazione nel citosol del globulo rosso fa si che ci sia
una grossa dissociazione. Il bicarbonato del globulo rosso essendo ad altissima concentrazione
stabilisce un gradiente di concentrazione per cui il bicarbonato esce. E la maggior parte del
bicarbonato plasmatico è di origine eritrocitaria. Questa è la modalità principe del trasporto di
CO2: bicarbonato. Non c’è un trasportatore, aumentate CO2 e lei butta fuori un maggior
quantitativo di bicarbonato.
La seconda modalità è una CO2 legata all’emoglobina, ma non si sostituisce all’ossigeno, non si
lega al ferro, ma si lega ad un gruppo amminico di un gruppo imidazolico di una istidina
dell’emoglobina. C’è una formazione di carbamino composti e questo è verificabile anche per
tutte le altre proteine che hanno l’istidina fondamentalmente.
Quindi le modalità di trasporto sono tre:
1. disciolta, immaginate la CO2 in forma di acido carbonico;
2. bicarbonato, in presenza di anidrasi carbonica di origine eritrocitaria, poi il bicarbonato
esce;
3. carbamino composti.
L’aumento di PCO2 determina un aumento degli idrogenioni in soluzione, sia che si idrati come
acido carbonico, sia che formi i composti carbaminici: questi idrogenioni devono essere
tamponati.
CO2 prodotto dal metabolismo, disciolto. C’è una piccolissima quota che genera di per sé
bicarbonato, questo disegno fa vedere che praticamente non c’è il bicarbonato dovuto a questa
idratazione extraeritrocitaria, in realtà c’è, entra, anche qui è in soluzione, poi idratazione,
anidrasi carbonica, bicarbonato e poi la formazione dei carbamino composti con l’albumina, la
globulina, con quello che volete, sono quantità molto ridotte rispetto alla formazione di
carbamino composti con l’emoglobina. Qui aggiunge un altro particolare, che l’eccesso di
bicarbonato intereritrocitario fa sì che il bicarbonato esca, per il mantenimento
dell’elettroneutralità c’è il cosiddetto fenomeno dello shift del cloruro. Altra cosa interessante è
un rigonfiamento dell’eritrocita: nell’eritrocita venoso ci sono più soluti che non nell’eritrocita
arterioso. Quali sono questi soluti? Cosa ipotizzate che avvenga nella realtà? Una modificazione
del pH dell’eritrocita: il pH dell’eritrocita è una cosa molto importante per tenere attaccato ad
esempio il calcio alle proteine. Quando il calcio è legato alla proteina, non ha una forza
osmotica; modificando il pH grazie al riversamento di questi idrogenioni dalla dissociazione
dell’acido carbonico e dei carbamino composti, fa sì che il calcio entri in soluzione e concentra
un po’ di più il citosol eritrocitario, ergo l’acqua per osmosi entra.
Dovete immaginare che questi fenomeni sono capovolti nel polmone.
Quanti sono i componenti di queste tre forme di trasporto della CO2? (Solubile, bicarbonato,
carbamino composti). Qui dice che nel sangue arterioso, il bicarbonato è il 90% della CO2
trasportata, 5% in forma disciolta e 5% in forma di carbamino composti. Nel sangue venoso
mediamente si dà un valore di 80% sottoforma di bicarbonato, 10% disciolta e 10% carbamino
composti.
Qui questo grafico riassume la situazione del sangue: sull’ordinata c’è il contenuto di CO2 e
sull’ascissa la PCO2.
Senza farvi fare un grosso sforzo, dei numeri importanti che il Medico deve conoscere a
memoria: la PO2 nel sangue arterioso è molto più vicina a 90 che non a 100, perché? Perché
abbiamo sangue arterioso 90 e spazio alveolare 100? Perché la diffusione non è perfetta, ci sono
degli shunt, c’è sangue venoso che si butta nel sangue arterioso senza passare attraverso
l’ossigenatore. Esempi? Shunt vuol dire cortocircuito, le vene del Tebesio, ma ce n’è uno più
importante, le bronchiali, sangue deossigenato viene ributtato direttamente nel sangue arterioso.
E anche l’ineguaglianza del rapporto ventilazione/per fusione. Tutto fa sì che nel sangue
arterioso misto la PO2 sia un po’ più bassa.
La saturazione del sangue arterioso è 97, non è 100. E il contenuto medio del sangue arterioso è
20ml per 100ml di sangue. La PCO2 nel sangue venoso è 40, la concentrazione di CO2 nel
sangue è 48ml per 100ml di sangue. C’è molta più CO2 che non O2 nel sangue arterioso. E il
pH del sangue arterioso è 7.4.
Nel sangue venoso la saturazione scende al 70%, 15ml per 100ml di sangue, PCO2 nel sangue
venoso 46, concentrazione CO2 è 52ml per 100ml di sangue, il pH è un po’ più basso. Nel
sangue del giovane adulto a riposo.
Strettamente correlato a questa lezione vi devo parlare della regolazione della concentrazione di
ioni idrogeno da parte dell’organismo. Questa è la curva di titolazione di un sistema tampone,
quale? Quello del bicarbonato.
Ci vediamo domani.