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NEUROFISIOLOGIA

CELLULE GLIALI E NEURONI

Il neurone: struttura, tipologie e funzioni


Il neurone, o cellula nervosa, consiste di numerosi parti: il soma, i dendriti e l'assone. La membrana
neuronale separa l'interno dal neurone dall'eseterno. Il neurone si differenza dalle altre strutture per
il nucleo che contiene il patrimonio genetico, il quale possiede tutte le informazioni necessarie per
la sintesi proteica.
Il soma è la parte centrale del neurone di forma approssimativamente sferica. Al suo interno si trova
il nucleo, stuttura sferica posizionata centralmente. La membrana nucleare, perforata da pori,
avvolge in un doppio strato lipidico il nucleo. All'interno del nucleo ci sono i cromosomi, che
contengono il materiale genetico, il DNA. Ciò che distingue un neurone da una cellula epatica sono
le specifiche porzioni di DNA che vengono utilizzate per assemblare la cellula. Questi segmenti di
DNA sono chiamati geni.
L'assone è una struttura che si trova solo nel neurone, altamente specializzata per il trasporto
dell'informazione a distanza nel sistema nervoso. Il cono di integrazione rappresenta il segmento
iniziale dell'assone propriamente detto. Gli assoni spesso si ramificano, questi rami sono chiamati
collaterali. Il terminale dell'assone o bottone terminale rappresenta la parte finale dell'assone. È un
sito dove l'assone viene in contatto con altri neuroni o altre cellule e passa loro le informazioni. Il
punto di contatto si chiama sinapsi. La ramificazione nelle parti finali vengono chiamate
arborizzazioni dendritiche.
I dendriti di un singolo neurone sono chiamati collettivamente albero dendritico. Ciascun ramo
dell'albero è chiamato ramo dendritico. La membrana dendritica al di sotto della sinapsi (membrana
posinaptica) possiede parecchie molecole di proteine specializzate chiamate recettori che
percepiscono il neurotrasmettitore nello spazio intersinaptico. I dendriti di alcuni neuroni sono
ricoperti da strutture specializzate chiamate spine dendritiche che ricevono alcuni tipi di input
sinaptico.
I neuroni possono essere classificati in base al numero totale di neuriti (assoni e dendriti) che si
estendono dal soma. Un neurone che ha un singolo neurote viene chiamato unipolare. Se vi sono
due neuriti la cellula viene detta bipolare. Se ve ne sono tre o più, la cellula viene detta multipolare.
La stragrande maggioranza di neuroni è multipolare.
La classificazione è spesso unica per una particolare zona del cervello. Nella corteccia cerebrale ci
sono due ampie classi: cellule piramidali e cellule stellate.
Un'ulteriore distinzione di neuroni si nota tra le connessi. I neuroni sensitivi primari hanno neuriti
sulla superficie sensoriale del corpo come la pelle e la retina. I motoneuroni hanno assoni che fanno
sinapsi con i muscoli e comandano i movimenti volontari. Gli interneuroni, in fine, sono neuroni
che fanno sinapsi con altri neuroni.
In base alla lunghezza dell'assone i neuroni si dividono in: neuroni del I tipo di Golgi o neuroni
proiezione, hanno lunghi assoni che si estendono da una parte all'altra del cervello, e neuroni del II
tipo di Golgi o neuroni a circuito locale, hanno assoni più corti che non si estendono al di là dei
dintorni del corpo cellulare.
Esiste anche la classificazione basata sul neurotrasmettitore. I motoneuroni che comandano i
movimenti volontari rilasciano il neurotrasmettitore ACh presso le sinapsi e prendono il nome di
cellule colinergiche.
Astrociti e oligodendrociti
La glia, detta anche “il gigante addormentato”, contribuisce principalmente alla funzione cerebrale
sostenendo i processi neuronali; si suddivide in astrociti e oligodendriciti.
Gli astrociti sono il maggior numero di cellule gliali nel cervello. Riempono gli spazi tra i neuroni
regolando il contenuto chimico dello spazio extracellulare. Controllano strettamente la
concentrazione extracellulare di molteplici sostanze che possono potenzialmente influire con la
corretta funzione neuronale, infatti, sono caratterizzati da particolari proteine presenti nelle loro
membrane cellulari che rimuovono attivamente molti neurotrasmettitori dallo spazio intrapsichico.
Regolano la concentrazione di ioni K+ nel fluido extracellulare.
Gli oligodendriciti si dividono in oligodendroglia e cellule di Schwann. Entrambe formano la
mielina o guaina mielinica, sostanza che ricopre l'assone e si interrompe periodicamente lasciando
un breve spazio dove la membrana assonica rimane scoperta, nodo di Ranvier. La meilina, inoltre,
sere a rendere più veloce la propagazione degli impulsi lungo l'assone.
L'oligodendroglia si trova solo nel sistema nervoso centrale (cervello e colonna vertebrale) e
contribuisce a mileinizare molteplice assoni.
Le cellule di Schwann si trovano solo nel sistema nervoso periferico (parti al di fuori del cranio e
della colonna vertebrale) e ciascuna cellula di Schwann mielinizza solo un assone.

LA MEMBRANA CELLULARE. CANALI IONICI E POTENZIALE


DI RIPOSO

La membrana plasmatica del neurone


La membrana plasmatica del neurone è composta da un doppio strato fosfolipidico. I lipidi sono una
classe di molecole insolubili che formano una barriera nei confronti degli ioni solubili. I fosfolipidi
della membra del neurone formano una lunga catena composta da teste apolari, idrofiliche, e code
polari, idrofobiche. Le teste sono disposte verso gli ambienti extracellulari, mentre le code verso gli
ambienti intracellulari. Questo disposizione viene chiamata doppio strato fosfolipidico e isola
efficacemente il citosol (ambiente intracellulare) dal fluido extracellulare.

I canali ionici
I canali ionici sono costituiti da proteine che attraversano la membrana, unite tra loro a formare un
poro. Ciascuna subunità è dotata di una regione superficiale idrofobica che si unisce efficacemente
al doppio strato lipidico. Con la loro apertura permettono il passaggio di ioni, come K+, Na+ e
Ca2+, dal fluido extracellulare al citosol.
Esistono canali ionici con selettività ionica: come quelli selettivamente permeabili al K+, quelli
selettivamente permeabili al Na+ e quelli selettivamente permeabili al Ca2+.
Esistono anche canali ionici con variabilità all'accesso: cioè possono aprirsi o chiudersi in base al
cambiamento del microambiente locale della membrana.

Gradienti di concentrazione ionica e potenziale di equilibrio di uno ione


L'esistenza di un canale aperto nella membrana non significa necessariamente che ci sia un
movimento netto di ioni attraverso la membrana stessa. Un simile movimento richiede anche
l'applicazione di forze esterne per dirigere gli ioni. I movimenti ionici attraverso i canali ionici
vengono influenzati da due fattori: la diffusione o gradiente di concentrazione ionica e l'energia
cinetica. Il principio della diffusione dice che le particelle di ioni tendono a distribuirsi
casualemente grazie all'energia cinetica.
Il gradiente di concentrazione ionica è uno spostamento netto di ioni da regioni ad alta
concentrazione ionica a regioni a bassa concentrazione ionica; farà sì che gli ioni vengono spinti
verso i canali ionici della membrana. La conduzioni dei ioni attraverso la membrana necessita la
presenza di canali ionici sulla membrana plasmatica e la spinta del gradiente di concentrazione. Il
risultato della differenza di concentrazione è che l'energia cinetica delle particelle, le fa muovere
casualmente producendo la loro diffusione in tutto il volume del loro contenitore.
Prendiamo come esempio una membrana impermiabeabile in cui è stato sciolto NaCl. Nella
membrana vengono inseriti dei canali che consentono il passaggio di Na+ e Cl-. Poiché c'è un
elevato gradiente di concentrazione attraverso la membrana, avremmo un flusso netto di Na+ e Cl-
dalla regione ad alta concentrazione a quella a bassa concentrazione. In assenza di qulaunque altro
fattore, il flusso netto di Na+ e Cl- attraverso la membrana cesserà quando questi ioni saranno
egualmente distribuiti su entrabmbi i lati della membrana permeabile.
Si consideri un'ipotetica cellula il cui interno è separato dall'esterno da una semplice membrana
fosfolipidica priva di proteine. All'interno della cellula è disciolta una soluzione concentrata di sale
di pottassio, che produce K+ e A- (anione, cioè qulaunque molecola con carica negativa).
All'esterno della cellula è presente una soluzione ottenuta con lo stesso sale, ma diluita venti volte
con acqua. Nonostante si abbia un elevato gradiente di concentrazione tra l'interno e l'esterno della
cellula, non si assisterà ad alcuno spostamento netto di ioni poiché il doppio strato fosfolipidico,
essendo sprovvisto di canali proteici, è impermeabile ad atomi carichi e idrofilici. Consideriamo
come potrebbe cambiare questa situazione se dei canali per il potassio venissero inseriti nel doppio
strato fosfolipidico. A causa della permeabilità selettiva di questi canali, il K+ sarebbe libero di
attraversare la membrana, mentre A- non potrebbe. All'inizio, valgono le leggi della diffusione: il
K+ passa attraverso i canli fuoriuscendo dalla cellula, seguendo l'elevato gradiente di
concentrazione. Poiché A- viene lasciato indientro, l'interno della cellula comincia immediatamente
ad acquisire una carica netta negativa, e si stabilisce una differenza di potenziale elettrico attraverso
la membrana. Mentre il fluido interno assume una carica netta sempre più negativa, la forza elettrica
inizia a spingere gli ioni positivi K+ indietro nei canali, verso la cellula. Quando si raggiunge una
determinata differenza di potenziale, la forza elettrica che spinge gli ioni K+ verso l'interno
controbilancia esattamente la forza di diffusione che li spinge verso l'esterno. A questo punto, è
stato raggiunto uno stato di equilibrio in cui le forze elettrica e di diffusione sono uguali e opposte,
e il movimento netto di K+ attraverso la membrana cessa. La differenza di potenziale elettrico che
equilibria esattamente un gradiente di concentrazione ionica è chiamata potenziale di equilibrio
ionico, o più semplicemente potenziale di equilibrio. In questo esempio il potenziale di equilibrio
sarà di circa -80 mV.
Per generare una differenza di potenziale elettrico stabile attraverso una membrana è una questione
relativamente semplice. Tutto ciò implica un gradiente di concentrazione ionica e una permeabilità
ionica selettiva.

Potenziale di riposo
L'interno del neurone è elettricamente negativo rispetto all'esterno che è elettricamente positivo.
Questa differeneza fissa, detta potenziale di riposo, viene mantenuta quando il neurone non genera
impulsi.
Il potenziale di riposo di un tipico neurone è di circa -65 mV. Questo potenziale di memebrana a
riposo negativo all'interno del neurone è assolutamente necessario per il funzionamento del SN.
La pompa sodio-potassio: struttura e funzioni
I gradienti di concentrazione ioniche sono indotti dall'azione di pomepe ioniche presenti nella
membrana neuronale. La pompa sodio-potassio è una proteina associata alla membrana che
trasporta ioni attraverso la membrana contro il loro gradiente di concentrazione, con dispendio di
energia metabolica (ATP). L'azione di questa poma assicura che gli ioni K+ siana concentrati
all'interno del neurone e che gli ioni Na+ siano concentrati all'esterno.

IL POTENZIALE D'AZIONE

Fase ascendente e discendente del potenziale d’azione


Durante il potenziale d'azione il potenziale di membrana diventa positivo per pochissimo tempo.
Per studiare i potenziali d'azione si usa uno speciale tipo di voltometro chiamato oscilloscopio. Tale
apparecchio fornisce una registrazione del voltaggio mentre questo cambia nel tempo. Si noti che il
potenziale è caratterizzato da alcune parti identificabili con certezza. La prima parte, chiamata la
fase crescente, è caratterizzata da una rapida depolarizzazione della membrana. Questo
cambiamento nel potenziale di membrana continua fino a che Vm raggiunge il picco di valore di
circa 40 mV. La parte del potenziale d'azione in cui l'interno del neurone è caricato positivamente
rispetto all'esterno viene chiamata potenziale a punta. La fase decrescente del potenziale d'azione è
una rapida ripolarizzazione fino a quando la membrana diventa più negativa del potenziale di
riposo. L'ultima parte della fase decrescente viene chiamata iperpolarizzazione. Infine, c'è un
graduale ristabilirsi del potenziale di riposo. Dall'inizio alla fine, il potenziale d'azione dura circa 2
millisecondi (msec).

Soglia d’innesco del potenziale d’azione e canali-sodio voltaggio


dipendenti
La percezione di un dolore acuto quando una puntina da disegno penetra nel piede è causata dalla
generazione di potenziali d'azione in certe fibre nervose presenti nella pelle. Si sa che la membrana
di queste fibre possiede un tipo di canale selettivo per il sodio con una porta che si apre quando il
terminale nervoso viene messo in tensione. La catena iniziale degli eventi è quindi (1) la puntina da
disegno penetra la pelle, (2) la membrana delle fibre nervose viene messa in tensione, (3) i canali
permeabili al sodio (Na+) si aprono.
A causa del grande gradiente di concentrazione della carica negativa del citosol, gli ioni di Na+
entrano nella fibra attraverso questi canali. L'entrata di ioni Na+ depolarizza la membrana, cioè il
citosol dela fibra diventa meno negativo. Se questa depolarizzazione, chiamata potenziale
generatore, raggiunge un livello critico, la membrana genererà un potenziale d'azione. Il livello
critico di depolarizzazione che deve essere ottenuto per causare un potenziale d'azione viene
chiamato livello di soglia. I potenziali d'azione sono causati dalla depolarizzazione della membrana
al di là del livello di soglia.
Applicare una depolarizzazione crescente su di un neurone non ha alcun effetto fino a che non si
raggiunge la soglia, e quindi “pop”, si verifica un potenziale d'azione. Per questa ragione, i
potenziali d'azione sono dei potenziali “tutto o niente”.
Possiamo definire il canale voltaggio-dipendente selettivo per il sodio come la proteina che forma
un poro nella membrana altmamente selettivo agli ioni Na+. Tale poro si apre e si chiude in base ai
cambiamenti del potenziale elettrico della membrana. Quando la membrana viene depolarizzata al
livello di soglia, la molecola si deforma assumendo una configurazione che permette il passaggio
del Na+ attraverso il poro.
A -65 mV, i canali sono chiusi, quindi non vi è alcuna corrente. Quando la membrana è
depolarizzata a -40 mV, i canali si aprono per breve tempo e la corrente fluisce all'interno. Sebbene
vi sia una certa variabilità da un canale all'altro, tutti i canali si aprono con un piccolo ritardo e
rimangono aperti per meno di 1 msec. Si noti che una volta che si sono aperti, si chiudono e
rimangono chiusi sino a quando la membrana rimane depolarizzata a Vm. La chiusura del canale
per il sodio è causata da una costante depolarizzazione viene chiamata intattivazione. La
inattivazione si verifica quando una porzione globulare della proteina oscilla verso l'alto e occlude il
poro. Per attivare i canali, la membrana deve ritornare di nuovo a -65 mV.

Periodi di refrattarietà della membrana neuronale


Se, per esempio, facciamo passare continuamente corrente depolarizzante in un neurone attraverso
un microelettrodo, genereremo non uno, ma molti potenziali in successione.
La frequenza di scarica del potenziale d'azione dipende dalla intensità della corrente continua
depolarizzante. Se facciamo passare sufficiente corrente attraverso un microelettrodo per
depolarizzare il neurone al livello di soglia, ma non oltre, troveremo che la cellula genera dei
potenziali d'azione alla frequenza di crca uno al secondo, cioè un hertz (1 Hz).
Se aumentiamo la corrente di poco, tuttavia, noteremo che la frequenza di scarica del potenziale
d'azione aumenta, diciamo, di 50 impulsi al secondo (50 Hz). Perciò, la “frequenza di scarica” dei
potenziali d'azione riflette l'intensità della corrente depolarizzante. Questo è il modo in cui
l'intensità di stimolazione viene codificata nel sistema nervoso.
Sebbene la frequenza di scarica aumenti con l'aumentare della corrente depolarizzante, esiste un
limite alla frequenza con cui un neurone è in grado di generare dei potenziali d'azione. La frequenza
massima di scarica è di circa 1000 Hz; una volta che un potenziale d'azione è cominciato, è
impossibile iniziare un altro per almeno 1 msec. Questo periodo di tempo è chiamato periodo
refrattario assoluto. Inoltre, risulta relativamente difficile cominciare un altro potenziale d'azione
per numerosi millisecondi dopo la fine del periodo refrattario assoluto. Durante questo periodo
refrattario relativo, l'ammontare della corrente richiesta per depolarizzare il neurone fino alla soglia
del potenziale d'azione si eleva oltre il normale.

Correnti elettrotoniche e variazioni graduate del potenziale di


membrana (EPSP ed IPSP)

Per iniziare un potenziale d'azione ci deve essere una variazione della permeabilirtà della
membrana: si aprono, oltre ai canali voltaggio dipendenti K+, i canali voltaggio dipendenti Na+ e si
genera una depolarizzazione, cioè gli ioni Na+ entrano, con maggiore frequenza degli ioni K+, nel
citosol rendendolo più positivo. Se la depolarizzazione supera il livello di soglia si genera un
potenziale d'azione. Tutto ciò succede nella terminazione presinaptica.
Il potenziale d'azione induce l'apertura dei canali voltaggio-dipendenti Ca2+, nella membrana
postsinaptica, che attravaerso l'esocitosi permettono il rilascio del neurotrasmettitore dalle
vescicole. Il neurotrasmettitore si lega al recettore che se apre i canali Na+ genera un PPSE, se apre
i canali Cl- genera un PPSI.
Spieghiamo ora le caratteristiche del potenziale d'azione.
Soglia. Il potenziale d'azione di membrana raggiunge il livello di soglia e i canali voltaggio-
dipendenti selettivi per il sodio si aprono. Così che la permeabilità ionica della membrana favorisce
il sodio rispetto al potassio.
Fase crescente. Quando l'interno della membrana è caratterizzato da un potenziale elettrico
negativo, vi è una considerevole forza che agisce sugli ioni Na+. Tali ioni entrano improvvisamente
nella cellula attraverso i canali per il sodio causando una rapida depolarizzazione della membrana.
Potenziale a punta. Poiché la permeabilità relativa della membrana favorisce vistosamente il
passaggio del sodio, il potenziale di membrana si sposta a un valore critico superiore a 0 mV.
Fase decrescente. L'attività dei due tipi di canale contribuisce al verificarsi della fase decresente.
Innanzitutto, i canali selettivi per il sodio si inattivano. In secondo luogo i canali per il potassio si
aprono di colpo (la depolarizzazione della membrana li spinge ad apreirsi 1 msec prima). Quando la
membrana è fortemente depolarizzata si verifica una significativa forza sugli ioni K+, per cui questi
ioni escono dalla cellula attraverso i canali aperti e il potenziale di membrana diventa nuove
negativo.
Iperpolarizzazione. I canali voltaggio-dipendenti selettivi per il potassio si aggiungono alla restante
permeabilità al potassio della membrana. Poiché la permeabilità al sodio è bassa, il potenziale di
membrana si sposta verso il potenziale di equilibrio causando un'iperpolarizzazione relativa a
potenziale di membrana a riposo fino a che i canali per il potassio si chiudono di nuovo.
Periodo refrattario assoluto. I canali per il sodio si disattivano quando la membrana diventa
fortemente depolarizzata. Essi non possono venire attivati nuovamente e non si può verificare un
altro potenziale d'azione fino a che il potenziale di membrana non diventa sufficientemente negativo
da attivare i canali.
Periodo refrattario relativo. Il potenziale di membrana rimane iperpolarizzato fino a che i canali per
il potassio si chiudono. Di conseguenza, è necessaria una maggiore corrente depolarizzante per
portare il potenziale di membrana a livello di soglia.
Abbiamo visto che i canali e il movimento di ioni che li attraversa sono in grado di spiegare le
proprietà del potenziale d'azione. Tuttavia è importante sottolineare che sullo sfondo c'è sempre la
pompa sodio-potassio in attività. La pompa sodio-potassio lavora continuamente per trasportare
indietro gli ioni Na+ attraverso la membrana. La pompa mantiene i gradientei di concentrazione
ionica che, durante il potenziale d'azione, guidano gli ioni Na+ e K+ attraverso i loro canali.

Costanti di tempo e di spazio: sommazione temporale e spaziale


La maggior parte dei neuroni eseguono computazione sofisticate, che richiedono che i PPSE siano
sommati tra loro per produrre una depolarizzazione postsinaptica significativa. Questa è ciò che si
intende per integrazione dei PPSE.
La sommazione dei PPSE è la forma più semplice di integrazione sinaptica nel SNC. Esistono due
tipi di sommazione: spaziale e temporale. La sommazione spaziale si ha quando sono sommati
insieme i PPSE generati simultaneamente da molte sinapsi diverse su un dendrite. La sommazione
temporale si ha quando sono sommati insieme i PPSE generati in rapida successione (entro 1-15
msec l'uno dall'altro) dalla stessa sinapsi su un unico dendrite.
La costante di spazio è la distanza tra il punto d'innesco della depolarizzazione e il punto in cui la
depolarizzazione è al 37% del suo valore massimale. Con una costante di spazio alto si sommano
più impulsi, mentre con una costante di spazio bassa non si sommano.

Genesi dell’impulso nervoso: dall’integrazione a livello dei dendriti


all’innesco
I potenziali d'azione sono principalmente una caratteristica degli assoni. Di regola, la membrana dei
dendriti e i corpi cellulari non producono potenziali d'azione sodio-dipendenti. Questo è dovuto dal
fatto che la membrana ha pochissimi canali voltaggio-dipendenti per il sodio. Solo la membrana che
contiene le molecole proteiche specializzate è capace di generare dei potenziali d'azione, questo tipo
di membran aeccitabile si trova generalmente solo negli assoni.
La membrana assonica può venir identificata a livello molecolare dalla sua alta densità di canali
voltaggio-dipendenti selettivi per il sodio. Questa distinzione a livello molecolare permette agli
assoni di generare e condurre potenziali d'azione. Il cono d'integrazione, cioè la parte del soma da
cui si origina l'assone, viene spesso chiamato anche zona di inizio dello spike.
In un tipico neurone del cervello o del midollo spinale, la depolarizzazione dei dendriti e del soma
causata da un input sinaptico di altri neuroni porta alla generazione di potenziali d'azione se la
membrana del cono d'integrazione viene depolarizzata al di là del livello di soglia.
In molti neuroni sensoriali, tuttavia, la zona che dà origine allo spike si trova vicino alle
terminazioni del nervo sensitivo, dove la depolarizzazione causata dalla stimolazione sensoriale
porta alla generazione di potenziali d'azione che si propagano lungo i nervi sensitivi.

Propagazione del potenziale d’azione: processo rigenerativo e guaine


mieliniche
Per trasferire l'informazione da un punto all'altro del sistema nervoso, è necessario che il potenziale
d'azione, una volta generato, si propaghi lungo l'assone.
Quando l'assone è depolarizzato sufficientemente per raggiungere il livello di soglia, i canali per il
sodio si aprono, e il potenziale d'azione ha inizio. Il flusso di cariche positive verso l'interno del
neurone depolarizza il segmento di membrana fino a che si raggiunge la soglia e il potenziale
d'azione è in grado di partire. In questo modo, il potenziale d'azione si propaga lungo l'assone fino a
raggiungere la parte terminale e cominciare così la trasmissione sinaptica.
Un potenziale d'azione che comincia in una parte dell'assone si propaga solamente in un'unica
direzione; esso non ritorna mai indietro. Questo accade per effetto della membrana refrattaria, a
causa dell'inattivazione dei canali per il sodio. Si noti che siccome la membrana assonica è
eccitabile (capace di generare potenziali d'azione) lungo tutta la sua lunghezza, l'impulso si propaga
senza decremento.
La velocità con cui si propaga il potenziale d'azione dipende da quanto lontalo la depolarizzazione
si propaga lungo l'assone e a sua volta dipende da certe caratteristiche fisiche dell'assone. La
velocità di conduzione del potenziale d'azione aumenterà con l'aumentare del diametro dell'assone.
È interessante notare che le dimensioni dell'assone e il numero di canali voltaggio-dipendenti nella
membrana influenzano l'eccitabilità assonale. Assoni più piccoli necessitano di maggiori
depolarizzazione per raggiungere la soglia del potenziale d'azione e sono più sensibili al blocco da
parte di anestetici locali.
La guaina mieleinica consiste di molti avvolgimenti di membrana forniti dalle cellule gliali di
supporto: le cellule di Schwann nel sistema nervoso periferico (esternamente al cervello e alla
colonna dorsale), e l'oligodendroglia nel sistema nervoso centrale.
La guaina mielinica non si estende con continuità per l'intera lunghezza dell'assone. Ci sono delle
interruzioni nell'isolamento assonico dove gli ioni attravaersano la membrana per generare dei
potenziali d'azione. Queste interruzioni sono i nodi di Ranvier. I canali voltaggio-dipendenti
selettivi per il sodio sono concentrati nella membrna dei nodi.
Negli assoni avvolti da mielina, il potenziale d'azione salta da nodo a nodo. Questo genere di
propagazione del potenziale d'azione viene denominato conduzione saltatoria.

SINAPSI, NEUROTRASMETTITORI E RECETTORI

Le sinapsi: analogie e differenze tra elettriche e chimiche


Una sinapsi è una giunzione specializzata nella quale un terminale assonico prende contatto con un
altro neurone o qualche altro tipo di cellula ( come una cellula di un muscolo o di una ghiandola).
L'informazione tende ad essere unidirezionale, cioè a fluire in una sola direzione, dal neurone alla
sua cellula bersaglio.
Nel SNC possono essere distinti differenti tipi di sinapsi a seconda di quale parte del neurone vada a
costituire l'elemento postsinaptico rispetto al terminale assonico. Se la membrana postsinaptica si
trova su un dendrite, la sinapsi viene indicata come assodendritica. Se la membrana postsinaptica si
trova sul corpo cellulare, la sinapsi è chiamata assosomatica. In alcuni casi, la membrana
postsinaptica è localizzata su un altro assone e allora la sinapsi è detta assoassonica. In alcuni
neuroni specializzati, i dendriti formano sinapsi tra loro; queste sinapsi sono dette
dendrodendritiche. Anche le dimensioni e la forma delle sinapsi nel SNC variano notevolmente.
Le sinapsi elettriche sono relativamente semplici come struttura e fusione, e consentono il diretto
trasferimento della corrente ionica da una cellula alla successiva. Le sinapsi elettriche si rinvengono
in siti specializzati chiamati giunzioni comunicanti. In una giunzione comunicante le membrane
delle due cellule sono separate da uno spazio di 3 nm, e questo sottile interstizio è attraversato da
speciali proteine denominate connessine. Sei connessine si uniscono a formare un canale chiamato
connessone. I due connessoni (uno da ogni cellula) si uniscono per formare un canale detto canale
della giunzione comunicante. Tale canale permette agli ioni di passare direttamente dal citoplasma
di una cellula al citoplasma di un'atra cellula.
Gran parte delle giunzioni comunicanti consente alla corrente ionica di fluire altrettanto bene in
entrambe le direzioni; pertanto, a differenza della maggior parte delle sinapsi chimiche, le sinapsi
elettriche sono bidirezionali.
La trasmissione nervosa attravaerso le sinapsi elettriche è molto veloce e, di solito, sicura. Di
conseguenza, un potenziale d'azione nel neurone presinaptico può generare, in modo quasi
istantaneo, un potenziale d'azione nel neurone postsinaptico.
All'intrno delle specie degli invertebrati, come il gambero, le sinapsi elettriche qualche volta si
trovano comunemente tra i neuroni di senso e di moto nelle vie neurali che mediano i riflessi di
fuga.
Le sinaplsi elettriche sono presenti anche nel cervello dei vertebrati. Quando due neuroni sono
connessi elettricamente, un potenziale d'azione nel neurone presinaptico provoca una piccola
quantità di corrente ionica che fluisce, attraverso i canali della giunzione comunicante, nel neurone
postsinaptico causando in questo un poteziale postsinaptico (PPS). Poiché la maggior parte delle
sinapsi elettriche è bidirezionale, si noti che quando il neurone postsinaptico genera un potenziale
d'azione, questo a sua volta induce un PPS nel neurone presinaptico.
Poiché un neurone generalmente si connette attraverso sinapsi elettriche con molti altri neuroni,
tanti PPS che si verificano simultaneamente possono arrivare ad eccitare il neurone, sommandosi
insieme. Questo è un esempio di integrazione sinaptica.
La maggior parte della trasmissione sinaptica nel sistema nervoso umano maturo è di tipo chimico.
Le membrane presinaptiche e postsinaptiche di una sinapsi chimica sono separate da uno spazio
intersinaptico (o fessura sinaptica) 20-50 nm, dieci volte lo spazio che separa le membrane nelle
giunzioni comunicanti. La fessura riempita con una matrice di proteine fibrose extracellulari. Una
fuzione di questa matrice è di far aderire reciprocamente le membrane presinaptica e postsinaptica.
La porzione presinaptica della sinapsi denominata anche elemento presinaptico, è in genere un
terminale assonico. La terminazione contiene di solito una dozzina di piccole sferette invaginate
nella membrana, ciascuna di circa 50 nm di diametro, chiamate vescicole sinaptiche. Queste
vescicolette contengono il neurotrasmettitore, la sostanza chimica utilizzata per comunicare col
neurone postsinaptico. Molti terminali assonici contengono anche vescicole di dimensioni maggiori,
ciascuna di circa 100 nm di diametro, chiamate granuli secertori. I granuli secretori contengono
proteine solubili che apaiono scure al microscopio elettronico così che, talvolta, sono detti vescicole
a nucleo denso e scuro.
Densi accumuli di proteine adiacenti alle membrane e inseriti nelle membrane stesse su entrambi i
versanti della fessura sinaptcia nel loro insieme vengono chiamati specializzazioni di membrana.
Sul versante presinaptico, le proteine che si proiettano entro il citoplasma del terminale assonico
lungo il lato intracellulare della membrana appaiono qualche volta come un insieme di piccole
piramidi. Le piramidi, e la membrana a esse associata, si configurano come gli effettivi siti di
rilascio del neurotrasmettitore adiacente alle zone attive. Le vescicole sinaptiche sono rivestite dal
citoplasma adiacente alle zone attive.
La proteina che attraversa la zona densità della membrana postsinaptica è detta densità
postsinaptica. La densità postsinaptica contiene i recettori per il neurotrasmettitore, i quali
convertono il segnale chimico intercellulare (per esempio, un neurotrasmettitore) in segnale
intracellulare (per esempio, un cambiamento del potenziale di membrana o un cambiamento
chimico) nella cellula postsinaptica. Come si vedrà in seguito, la natura della risposta postsinaptica
è abbastanza variabile e dipende dal tipo di recettore proteico che viene attivato dal
neurotrasmettitore.

Neurotrosmettitori: Glutammato e GABA


Il neurotrasmettitore è una sostanza chimica che viene sintetizzata dal neurone, presente nella
terminazione presinaptica, viene liberato in quantità sufficiente per esercitare una attività definita su
un neurone postsinaptico o su un organo effettore. La sua azione può essere riprodotta anche
introducendolo dall'esterno, cioè sottoforma di farmaco. Esiste un meccanismo specifico per
smaltirlo dal sito in cui esercita la sua azione, in modo che se arriva un'altro messaggio lo si può
ricevere. Viene sintetizzato dal neurone. Una parte interagisce con i recettori del neurone
postsinaptico.
I neurotrasmettitori rientrano entro tre grandi categorie chimiche: aminoacidi, amine e peptidi. I
neurotrasmettitori aminoacidici e aminici sono piccole molecole organiche contenenti un atomo di
azoto, e vengono incorporate e rilasciate dalle vesciole sinaptiche. I neurotrasmettitori peptidici,
invece, sono grandi molecole incorporate e rilasciate dai granuli secretori. I granuli secertori e le
vescicole sinaptiche coesistono frequentemente nello stesso terminale assonico e i peptidi spesso
coesistono negli stessi terminali assonici che contengono già neurotrasmettitori aminici o
aminoacidici. Questi differenti neurotrasmettitori sono rilasciati sotto diverse condizioni di
stimolazione.
Neuroni differenti, nel cervello, rilasciano neurotrasmettitori differenti. La trasmissione sinaptica
veloce, nella maggior parte delle sinapsi del SNC, è mediata dagli aminoacidi glutammato (Glu),
acido gamma-aminobutirrico (GABA) e glicina (Gly). L'amine acetilcolina (ACh) media la
trasmissione sinaptica veloce nelle giunzioni neuromuscolari. Forme più lente di trasmissione
sinaptica nel SNC e in periferia sono mediate da trasmettitori di tutte le altre classi cliniche.
La trasmissione sinaptica di tipo chimico richiede che il neurotrasmettitore sia sintetizzato e pronto
per essere rilasciato. Differenti neurotrasmettitori vengono sintetizzati in modi differenti. Per
esempio, il glutammato e la glicina appartengono al gruppo dei 20 aminoacidi implicati nella
costruzione delle proteine; di conseguenza, essi si ritrovano in abbondanza in tutte le cellule del
corpo, neuroni inclusi. Al contrario, il GABA e le amine sono prodotti esclusivamente dai neuroni
che li rilasciano.
Una volta sintetizzati nel citosol del terminale assonico, i neurotrasmettitori aminici e aminoacidici
devono essere incorporati nelle vescicole sinaptiche. La concentrazione di questi neurotrasmettitori
entro le vescicole sinaptiche è compito dei trasportatori.
Il rilascio dei neurotrasmettitori è attivato all'arrivo di un potenziale d'azione nel terminale assonico.
La depolarizzazione della membrana a questo livello induce l'apertura dei canali per il calcio
voltaggio-dipendenti nelle zone attive.
Le vescicole liberano i loro contenuti mediante un processo denominato esocitosi. La membrana
della vescicola sinaptica si fonde con la membrana presinaptica nela zona attiva, permettendo ai
contenuti della vescicola di riversarsi entro lo spazio sinaptico.
La membrana della vescicola viene successivamente recuperata attraverso un processo di
endocitosi, e la vescicola riciclata viene nuovamente riempita di neurotrasmettitore.
Gli aminoacidi glutammato (Glu), glicina (Gly) e acido gamma-aminobutirrico (GABA) servono da
trasmettitori in gran parte delle sinapsi del SNC. Di questi, solamente il GABA è unico per quei
neuroni che lo usano come neurotrasmettitore; gli altri 20 fanno parte di un gruppo di 20 aminoacidi
che partecipano alla sintesi delle proteine.
Siccome il GABA non fa parte di quei 20 aminoacidi che danno origine alle proteine, viene
sintetizzato solo da quei neuroni che lo usano come neurotrasmettitore. Il precursore del GABA è il
glutammato e l'enzima che lo sintetizza è la decarbossilasi dell'acido glutammico (GAD). I neuroni
GABAergici sono ampiamente distrinuiti nel cervello e sono la sorgente principale dell'inibizione
sinaptica nel sistema nervoso.
Il GABA media la gran parte dell'inibizione sinaptica nel SNC, mentre la glicina media il resto di
qeusta inibizione.
Il glutammato è il principale neurotrasmettitore eccitatorio del SNC.

I sistemi monoaminergici (dopamina, norepinerfrina e serotonina):


neuroanatomia e peculiarità funzionali
L'aminoacido tirosina è il precursore di tre diversi neurotrasmettitori aminici caratterizzati da una
struttura chimica denominata catecol. Questi neurotrasmettitori assumono collettivamenteil nome di
catecolamine. Tali neurtorasmettitori sono: la dopamina (DA), la noradrenalina (NA) o
norepinefrina, e l'adrenalina o epinefrina.
Tutti i neuroni catecolaminergici contengono l'enzima tirosin-idrossilasi (TH), che catalizza la
prima fase della sintesi catecolaminergica: la conversione di tirosina in un composto denominato
dopa (l-diidrossifenilalanina).
L'enzima dopa-decarbossilasi trasforma il dopa in dopamina.
I neuroni che usano NA quale neurotrasmettitore contengono, oltre al TH e al dopa-decarbossilasi,
l'enzima dopamina B-idrossilasi (DBH), che trasforma la dopamina in noradrenalina.
L'ultimo dei neurotrasmettitori catecolaminergici è l'adrenalina. I neuroni adrenergici contengono
l'enzima fentolamina N-metiltransferasi (PNMT) che trasforma la NA in adrenalina.
dopamina: sostanza sintetizzata a partire dall'amminoacido tirosina che con una serie di
amminoacidi specifici prodotti solo ed esclusivamente dalle cellule che usano questo
neurotrasmettitore vengono tradotte in dopamina passando per la dopa. Ha un trasportatore che ne
consente la riutilizzazione DAP;
Il neurotrasmettitore aminico seretonina, chiamato anche 5-idrossitriptamina e abbreviato in 5-HT,
deriva dall'amminoacido triptofano. I neuroni serotoninergici non sono molto numerosi, ma giocano
un ruolo importante nel cervello regolando il tono dell'umore, il comportamento emozionale e il
sonno.
La sintesi della seretonina si verifica in due passaggi. Il triptofano viene convertito prima in un
composto intermedio detto 5-HTP (5-idrossitriptofano) tramite l'enzima triptofano idrossilasi. Il 5-
HTP diventa poi 5-HT grazie all'attività dell'enzima 5-HTP decarbossilasi.
naradrenalina e seretonina: localizzati in nuclei del tronco dell'encefalo e i neuroni del tegmento
laterale; i loro assoni sono diffusi un po' in tutte le regioni della corteccia cerebrale, i loro corpi
cellulari di solito si trovano nei nuclei del Rafen. Entrambi questi sistemi neurotrasmettitoriali
hanno un effetto diffuso che può andare ad influire sui processi percettivi, di pianificazione motoria
e sugli aspetti relativi alla personalità.

Recettori ionotropici e metabotropici


I neurotrasmettitori liberati nella fessura sinaptica influenzano il neurone postsinaptico legandosi a
centinaia di specifiche proteine recettrici incastonate nell'ispessimento postsinaptico. Il legame di
un neurotrasmettitore per il recettore è come l'inserimento di una chiave nella serratura; questo
causa cambiamenti nella conformazione della proteina. Benché esistano ben oltre 100 differenti
recettori di neurotrasmettitore, essi possono essere classificati in due categorie: i canali ionici
trasmettitore dipendenti o recettori ionotropici e i recettori accoppiati alla proteina G o recettori
metabotropici.
I recettori ionotropici sono proteine transmembrana consistenti di cinque subunità che si uniscono
tra loro per formare un poro. In assenza di neurotrasmettitore, il poro è chiuso. Quando il
neurotrasmettitore si lega a specifici siti sulla regione extracellulare del canale, questo induce al
cambiamento conformazionale che entro qulache microsecondo provoca l'apertura del poro. La
conseguenza funzionale dipende da quali ioni passono attraverso il poro.
I canali ionotropici generalmente non mostrano lo stesso grado di selettività che hanno invece i
canali voltaggio-dipendenti. Per esempio, i canali ionici Ach-dipendenti nella giunzione
neuromuscolare risultano permeabili sia agli ioni Na+ che agli ioni K+. Nondimeno, di norma, se i
canali aperti sono permeabili a Na+, l'effetto finale sarà la depolarizazione della cellula
postsinaptica rispetto al potenzilale di membrana a riposo. Poiché ciò tende a portare il potenziale di
membrana verso il valore di soglia a cui si generano i potenziali d'azione, questo effetto viene detto
eccitatorio.
Una depolarizzazione transiente della membrana postsinaptica determinata dal rilascio presinaptico
di neurotrasmettitore viene chiamata potenziale postsinaptico eccitatorio (PPSE). L'attivazione
sinaptica dei canali ionici Ach-dipendenti e di quelli glutammato-dipendenti incuce i PPSE.
Se i canali ionotropici sono permeabili a Cl-, l'effetto finale sarà l'iperpolarizzazione della celluala
rispetto al potenziale di membrana a riposo (poiché il potenziale di equilibrio per il cloro è
negativo). Poiché ciò tende a portare il potenziale di membrana lontano dal valore di soglia per la
generazione dei potenziali d'azione, questo effettto è detto inibitorio.
Un'iperpolarizzazione transiente del potenziale di membrana postsinaptico causata dal rilascio di
neurotrasmettitori è denominata potenziale postsinaptico inibitorio (PPSI). L'attivazione sinaptica
dei canali ionici glicina-GABA-dipendenti produce un PPSI.
La trasmissione sinaptica chimica veloce nel SNC è mediata dai neurotrasmettitori aminici e
aminoacidici che agiscono sui canali metabotropici. Ad ogni modo, tutti e tre i tipi di
nerotrasmettitore agente sui recettori metabotropi possono anche avere azioni postsinaptiche più
lente, più durature e molto più diversificate. Questo tipo di azione del neurotrasmettitore coinvolge
tre fasi.
1. Le molecole del neurotrasmettitore si legano alle proteine recettrici incastonate nella
membrana postsinaptica.
2. Le proteine recettrici attivano piccole molecole proteiche, chiamate proteina G, che sono
libere di muoversi lungo la faccia intracellulare della membrana postsinaptica.
3. Le proteine G, una volta attivate, attivano a loro volta le proteine “effettori”.
Le proteine effettori possono essere canali ionici proteina G dipendenti presenti nella membrana,
oppure enzimi che sintetizzano molecole chiamate secondi messaggeri le quali si diffondono
lontano nel citosol. I secondi messaggeri possono attivare enzimi supplementari nel citosol in grado
di regolare la funzione dei canali ionici e alterare il metabolismo cellulare. Poiché i recettori
accoppiati alla proteina G possono innescare un gran numero di processi metabolici, vengono
spesso detti recettori metabotropici.
Lo stesso neurotrasmettitore può avere differenti effetti postsinaptici, a seconda del recettore a cui
veine legato. Un esempio è l'effetto dell'ACh su cuore e sui muscoli scheletrici. L'ACh rallenta le
contrazioni ritmiche del cuore provocando una lenta iperpolarizzazione delle cellule del muscolo
cartidaco. Nel muscolo scheletrico, invece, l'ACh induce la contrazione attraverso una rapida
depolarizzazione delle fibre muscolari. Questi effetti differenti sono spiegati dalla presenza di
recettori differenti. Nel cuore, il recettore per l'ACh è accoppiato a un canale per il potassio da una
proteina G. l'apertura di questi canali depolarizza le fibre muscolari.
Ha diversi tipi di recettori: uno di tipo ionotropico e una classe di recettori glutammato
metabotropici, selettivo per i catione cioé Na+ e K+; in realtà lasciano passare molto più Na+
entrante che K+ uscente quindi depolarizzano. L'effetto esercitato dallo stesso neurotrasmettitore
dipende dal recettore.
Sia il recettore GABAα che il recettore per la glicina controllano un canale selettivo al Cl-,
permette il passaggio di anioni.
Il glutammato possiede tre sottotipi di recettori: AMPA, NMDA e kainato. Ciascuno di essi è un
canale ionico glutammato-dipendente. I canali AMPA e NMDA mediano la maggior parte della
trasmissione sinaptica veloce nel sistema nervoso, mentre i recettori kainati esistono in tutto il
cervello, ma la loro funzione non è ancora completamemnte chiara.
I canali AMPA sono permeabili sia al Na+ che al K+ e generalmente non sono permeabili al Ca2+.
L'effetto netto della lora attivazione al normale potenziale negativo di membrana è quello di far
entrare gli ioni Na+ nella cellula, causando una rapida e ampia depolarizzazione. Perciò i recettori
AMPA nelle sinapsi del SNC mediano la trasmissione eccitatoria più o meno nello stesso modo in
cui i recettori nicotinici mediano l'eccitazione sinaptica nelle giunzioni muscolari.
I recettori AMPA coesistono con i recettori NMDA in molte sinapsi cerebrali. I recettori NMDA
sono causa di eccitazione della cellula nervosa poiché fanno entrare ioni Na+, ma essi differiscono
dai recettori AMPA per due importanti motivi: (1) i canali NMDA sono permeabili algli ioni Ca2+,
e (2) l'influsso di corrente ionica attraverso i canali NMDA è voltaggio dipendente.

SINAPSI NEUROMUSCOLARE

Anatomia della sinapsi neuromuscolare


Sinapsi chimiche si ritrovano anche tra gli assoni dei motoneuroni del midollo spinale e dei muscoli
scheletrici. Tale sinapsi è anche chiamata giunzione neuromuscolare, e possiede molte
caratteristiche strutturali delle sinapsi chimiche del SNC.
La trasmissione sinaptica è veloce e affidabile. Normalmente, un potenziale d'azione nell'assone di
un motoneurone induce sempre un potenziale d'azione nella cellula muscolare che innerva. Tale
affidabilità è dovuta in parte alle specializzazioni strutturali della giunzione neuromuscolare. La sua
caratteristiche più importante è la grandezza; si tratta di una delle sinapsi più grandi del corpo. Per
esempio, la terminazione presinaptica contiene un grande numero di zone attive. Inoltre, la
membrana postsinaptica, chiamata anche placca motrice, contiene una serie di piccole pieghe. Le
zone attive presinaptiche sono esattamente allineate con queste pieghe giunzionali, e sulla porzione
di membrana postsinaptica contenente le pieghe si raccolgono i recettori per il neurotrasmettitore.
Questa struttura garantisce che una grande quantità di molecole di neurotrasmettitore siano
rilasciate su un'ampia superficie di membrana provvista di chemiocettori.
La sinapsi neuromuscolare è efficacie e sicura invariabilmente, perché si trova in un piano basso in
cui si deve solo eseguire ciò che è stato deciso nei piani alti. Negli assoni uscenti dalle corna
ventrali(lamina XIV) del midollo spinale ci sono i motoneuroni: neuroni da cui originano gli assoni
che vanno a formare la giunzione nervo-muscolo o sinapsi neuromuscolare. L'assone esce attraverso
le corna ventrali, decorre lungo i fasci neurovascolari e termina sul muscolo, un singolo
motoneurone arriva a livello di un muscolo e innerva un particolare muscolo, ma un muscolo è
foramto da parecchie fibre muscolare. Una singola fibra muscolare può essere innervata da un solo
motoneurone, ma un motoneurone può innervare più fibre. Motoneurone e fibre innervata dal
motoneurone formano l'unità motrice, cioé la minima unità che un singolo neurone è in grado di
reclutare. Più fibre vengono reclutate e maggiore è la forza e la velocità del potenziale che
riusciamo ad evocare. L'arborizzazione dendritica di un motoneurone serve a far si che i segnali
discendenti, che veicolano i comandi motori elaborati nella cortecia motoria controlaterale, possono
raggiungere il motoneurone ed influire sulla probabilità che possa genereare un impulso nervoso.
Abbiamo più neuroni corticali che proiettano ai motoneuroni della lamina XIV tendendo a portarli a
soglia, cioé a far generare loro dei potenziali d'azione. Ogni motoneurone se genera un potenziale
d'azione va ad attivare parecchie fibre muscolari, ciascuno delle quali in rapporto esclusivamente
con lui, e tutte insieme queste fibre muscolari formano l'unità motrice. Più motoneuroni attivano,
più unità motrice abbiamo reclutate e più forte sarà la contrazione del muscolo. Arriva il comando
motorio che attiva i motoneuroni, i motoneuroni raggiungono a livello del cono d'emergenza la
soglia per il potenzial d'azione e parte il potenziale d'azione. I motoneuroni alfa sono motoneuroni
caratterizzati da fibre di grande diametro, ricoperti di mielina e capaci di condurre l'impulso alla
massima velocità. L'assone mielinizzato quando si dirama per andare ad innervare la fibra perde la
guaina mielinica e restano soltanto dei processi di mielinizzazione rappresentati da cellule di Shawn
che ricoprono i punti di congiunzione tra la porzione finale dell'assone, il bottone sinaptico, che si
ingrossa e si attacca alla fibra muscolare, e la placca neuromuscolare. Ciascun bottone rappresenta
un punto di contatto in cui viene liberato il neurotrasmettitore, si genera una comunicazione tra il
comando passato attraverso il nervo sotto forma di comunicazione e il muscolo. L'obiettivo della
sinapsi neuromuscolare è contrarre il muscolo, cioè generare dei potenziali d'azione nella fibra
muscolare. Nella porzione presinaptica troviamo il bottone, all'interno del quale si possono notare
una serie di vescicole: piccole celle fatte di membrana contenenti le molecole di neurotrasmettitore
Ach. In prossimità della membrana presinaptica abbiamo una serie di strutture che definiscono la
zona attiva: zona in corrispondenza della quale avviene la liberazione del neurotrasmettitore. Per
liberare il neurotrasmettitore basta che la membrana delle vescicole si fonda alla membrana della
terminazione presinaptica alla corrispondenza della zona attiva, tutta la superficie della vescicola
diventa parte della membrana stessa e il neurotrasmettitore viene rilasciato nella fessura. In
corrispondenza delle zone attive si trovano anche molti canali per il Ca2. Di fronte alla porzione del
bottone sinaptico in cui troviamo le zone attive abbiamo una membrana basale che separa la
membrana cellulare dell'elemento presinaptico da quella del'elemento postsinaptico, formando un
ambiente in cui diffonde il neurotrasmettitore nella fessura sinaptica, qui è presente
l'actilcolinaesterasi che è in grado di degradare l'Ach. La membrana della fibra muscolare presenta
una serie di ripiegamenti che prendono il nome di pieghe giunzionali, dove si notano degli
avvallamenti, canali voltaggio-dipendenti, e dei rialzamementi, recettori per l'Ach.

L’acetilcolina e il recettore nicotinico nella placca neuromuscolare


L'Ach è l'unico neurotrasmettitore che non deriva da aminoacidi ed ha un ruolo fondamentale nei
sistemi effettoriali: nei sistemi che traducono i comandi che arrivano dal cervello in un qualche
genere di attività periferica muscolare o autonomica. È anche il neurotrasmettitore del sistema
parasimpatico. Si costruisce grazie alla sintesi di un elemento introdotto con la dieta, la colina, da
parte dell'enzima acetilcoenzimaa.
Il recettore per l'Ach è un recettore ionotropico o nicotinico, un canale ad accesso variabile regolato
da un ligando che è appunto l'Ach. La sua conformazione può cambiare soltanto quando due
molecole di Ach si legano al recettore aprendo il suo canale centrale. E' un canale selettivo per i
kationi, Na+ e K+, li lascia passare entrambi anche se con lieve maggioranza il Na+ generando una
depolarizzazione.

La liberazione del neurotrasmettitore


Il Ca2+, nei meccanismi di liberazione del neurotrasmettitore, serve per innescare una serie di
meccanismi che producono la fusione delle vescicole con la membrana presinaptica. La quantità di
vescicole liberate grazie al passaggio di Ca2 è tale da generare sempre un potenziale di placca molto
più ampio di quello per superare la soglia minima per evocare il potenziale di azione nel muscolo,
quindi è sicura quanto una sinapsi elettrica. La liberazione dei neurotrasmettitori avviene in
pacchetti, cioè le vescicole formano delle quantità discrete di neurotrasmettitori che generano
altrettati discreti potenziali d'azione. Dentro una vescicola che contiente Ach ci sono circa 5000
unità di neurotrasmettitore, ognuna delle quali genera dei potenziali d'azioni di 0,5 mV; quindi ogni
volta che arriva un potenziale d'azione l'ingresso di Ca2+ libera circa 150 quanti (o pacchetti)
consente di generare un potenziale d'azione di 70 mV.

Il potenziale di placca: peculiarità funzionali e confronto con l’EPSP


nella sinapsi centrale
Potenziale di placca, si genera a livello della placca neuromuscolare, nel punto in corrispondenza
della placca la stimolazione dell'assone motore genera ancora una brusca variazione del potenziale
di membrana estremamente intensa. La variazione del potenziale sinaptico si riduce
progressivamente man mano ci allontaniamo dal punto in cui la corrente positiva entrante è stata
innescata, corrente positiva generata dalla liberazione del neurotrasmettitore. Viene generato dalla
corrente positiva entrante che entra attraverso i recettori ionotropici dell'Ach in modo che i recettori
rimangano aperti per una durata di tempo variabile mediante un fenomeno di tutto-o-nulla. La
corrente entrante è sempre costante e genera il passaggio di circa 17000 ioni in 1 ms. Questa
corrente deve propagarsi fino in fondo alla pieghe giunzionali, dove ci sono i canali voltaggio-
dipendenti, per cui la depolarizzazione indotta dal legame tra neurotrasmettitore e recettore genera
un potenziale di placca, PPSE, ma trova già in fondo alla pieghe giunzionali un'altissima densità di
canali dipendenti per il Na+. Il potenziale di placca si può studiare solo nel muscolo curarizzato
perché in condizioni fisiologiche normali si sostituirebbe al PPSE.

La sinapsi centrale: tipo I e II di Gray


Le sinapsi in cui le specializzazioni di membrana sul lato postsinaptico sono più dense che sul lato
presinaptico sono dette asimmetriche, o sinapsi del I tipo di Gray. Quelle in cui le specializzazioni
della membrana hanno uno spessore simile sono dette simmetriche, o sinapsi del II tipo di Gray. Le
sinapsi del I tipo di Gray sono solitamente asso-dendridiche ed eccitatorie, mentre le sinapsi del II
tipo di Gray sono, in genere, asso-somatiche ed inibitorie.

PROPRIOCETTORI E RIFLESSI SPINALI

Categorie di recettori della sensibilità tattile e propriocettiva


I riflessi spinali si basano sull'informazione che viene dai propriocettori. Strutture che si trovano nei
muscoli e a livello delle giunzioni tra muscolo e tendini, fibre extrafusali. L'assone del
motonoeurone alfa arriva nelle fibre extrafusali rilasciando Ach in grande quantità che permetterà di
allungare o accorciare il muscolo flessore o estensore.
La sensazione del tatto ha orignine sulla pelle. I due tipi di pelle sono chiamati pelosa e
glabra(senza peli). La pelle ha uno strato esterno, l'epidermide e uno strato interno, il derma. La
pelle ha una funzione protettiva essenziale e previene l'evaporazione dei fluidi corporei
nell'ambiente secco in cui vivivamo, ma ci permette anche un contatto diretto con il mondo.
La maggior parte dei recettorei sensoriali del sistema somatosensitivo è costituita da
meccanocettori. Sono presenti in tutto il corpo e sono deputati alla percezioni cutanee, pressorie,
distensive viscerali e masticatorie. La cute pelosa ha specifici recettori, i recettori piliferi. Al
confine tra derma ed epidermide si trovano i corpuscoli di Meissner e i dischi di Merkel che vanno
quasi a contatto con l'epidermide. Altri recettori, il corpuscolo di Pacini e i corpuscoli di Ruffini, si
trovano in strati pià profondi. In fine ci sono una serie di terminazioni nervose libere o nocicettori
che si trovano tra il derma e l'epidermide.
La differenze tra i meccanocettori e i nocicettori sono il modo in cui riescono ad attivare la fibra
efferente: i primi attraverso stimoli meccanici, che inviano energia in formato elettrico, mentre i
secondi attraverso stimoli chimici.

Recettori cutanei a lento e rapido adattamento


Il campo recettivo è la porzione di cute in cui l'applicazione di uno stimolo adeguato evoca un
potenziale d'azione. I corpuscoli di Meissner e i dischi di Merkel hanno piccoli campi recettivi e
ricevono in maniera più diretta e immediata gli stimolo applicati sulla cute dando un'informazione
precisa, mentre i corpuscoli di Pacini e i corpuscoli di Ruffini hanno grandi campi recettivi e una
recezione più grossolana dando una descrizione più globale.
I corpuscoli di Meissner e di Pacini, tendono a rispondere rapidamente all'inizio, ma si disattivano
nonostante lo stimolo contiui quindi sono dei recettori a rapido adattamento, mentre i dischi di
Merkel e i corpuscoli di Ruffini sono recettori a lento adattamento e generano una risposta
prolungata a stimolazioni presistenti.

Il fuso neuromuscolare
Profondamente, all'interno dei muscoli scheletrici, vi sono strutture specializzate chiamate fusi
muscolari. Un fuso muscolare, detto anche recettore di stiramento, consiste di diversi tipi di fibre
muscolari scheletriche specializzate, ospitate dentro una capsula fibrosa. Nella regione mediana
(capsula), un gruppo di assoni Ia si avvolge intorno alle fibre muscolari del fuso. I fusi e i loro
assoni Ia, specializzati per rilevare i cambiamenti di lunghezza del muscolo (stiramento), sono
esempi di propriocettori.
Gli assoni del gruppo Ia sono i più grossi assoni mielinizzati del corpo, il che significa che essi
conducono i potenziali d'azione in modo davvero velocissimo. Gli assoni Ia entrano nel midollo
spinale attraverso le radici dorsali, si ramificano rapidamente e formano sinapsi eccitatorie sia con
gli interneuroni sia coi motoneuroni alfa dei corni ventrali.
(Una volta che delle sinapsi neuromuscolari hanno prodotto l'accorciamento di un muscolo, flessore
o estensore che sia quindi la flessione o l'estensione di un'articolazione, abbiamo bisogno durante e
dopo questi eventi di informazioni su quello che sta succedendo, queste informazioni sono
coinvogliate in particolare dai fusi neuromuscolari. Il fuso neuromuscolare è costituito da una
capsula che racchiude fibre muscolari intrafusali, cioé dentro la struttura che racchiude il fuso
neuromuscolare, dalle quali prendono sinapsi delle fibre sensoriali afferenti, che vanno verso il
midollo spinale. Queste fibre afferenti coinvogliano al midollo spinale un'informazione di tipo
meccanico. Quando le sinapsi fanno accorciare il muscolo entrano in gioco anche le fibre
motoneuronali gamma, per consentire al muscolo di rimanere sempre inattivo rispetto allo stato del
muscolo. L'allungamento di un muscolo prende il nome di stiramento. Quando il muscolo si contrae
ad opera della sinapsi si accorcia, quando un muscolo viene transitoriamente stirato si allunga.
Quando le fibre intrafusali disposte in parallelo al muscolo vengono stirate insieme al muscolo,
quanto maggiore è lo stiramento tanto maggiore è la deformazione meccanica che queste fibre
afferenti subisco quindi comunicano che il muscolo è stato stirato. Il fuso neuromuscolare è il
recettore per eccellenza del riflesso da stiramento, stiramento dei muscoli, che comunica
inforamzioni sullo stato istantaneo o dinamico di allungamento dei muscoli, un recettore muscolare
localizzato a varie altezze nel ventre muscolare in parallelo alle fibre extrafusali. Viene innervato da
fibre sensoriali di grande diametro che cumunicano le deformazioni dinamiche del muscolo e da
fibre motorie che lo mantengono allungato e accorciato a seconda in maniera proporzionale allo
stato di allungamento o accorciamento del muscolo, cioé si tratta di un sistema sempre sensibile a
rilevare le variazioni di lunghezza del muscolo.)

L’organo tendineo del Golgi


I fusi muscolari non sono la sola fonte di afferenze propriocettive dai muscoli. Un altro sensore
presente nel muscolo scheletrico è l'organo tendineo del Golgi, che agisce come un misuratore della
tensione; in sostanza, esso registra la tensione muscolare ovvero la forza di contrazione. Gli organi
tendinei del Golgi si localizzano nella giunzione tra il muscolo ed il tendine e sono innervati da un
gruppo di assoni sensitivi Ib che sono più lenti e più piccoli degli assoni Ia che innervano i fusi
muscolari.
Le effereneze Ib entrano nel midollo spinale, si ramificano rapidamente e vanno a fare sinapsi sugli
interneuroni del corno ventrale. Alcuni di questi interneuroni formano contatti inibitori con i
motoneuroni alfa che innervano lo stesso muscolo. Questo è il presupposto per un altro riflesso
spinale, il riflesso miotatico inverso.
(L'organo tendineo del Golgi a differenza del fuso neuromuscolare coinvoglia informazioni sulla
tensione con un meccanismo di trasduzione muscolare simile alle fibre muscolari. Si trova in serie
tra il tendine e il muscolo: tendine-organo tendineo-muscolo. E' costituito da una capsula e da una
serie di fibre collagene interne. Viene innervato dalle fibre Ib, che si intrecciano nella maglia di
fibre collagene interne all'organo tendineo del Golgi. Maggiore è la forza muscolare esercitata, tanto
maggiore è la deformazione meccanica imposta alle fibre Ib. Con questo sistema si ottengono
inforamzioni su quanta forza viene scaricata sulla giunzione muscolo-tendinea. Questo sistema ha
scopi prettamenti protettivi per evitare la lesione muscolari e anche cruciale per la manipolazione
fine. Fibre afferenti in relazione a velocità di conduzione, fibra Ib.)

Confronto tra fuso muscolare e organo tendineo del Golgi


È importante notare che mentre i fusi si situano in parallelo con le fibre muscolari, gli organi
tendinei del Golgi si situano in serie. Questa differente disposizione anatominca è l'elemento
distintivo tra i tipi di informazione che i due sensori provvedono ad inviare al midollo spinale:
l'attività degli assoni Ia del fuso codifica informazioni riguardanti la lunghezza del muscolo, mentre
l'attività degli assoni Ib degli organi tendinei del Golgi codifica informazioni relative alla tensione
del muscolo.

Classi di fibre afferenti/efferenti e velocità di conduzione


Le fibre del gruppo I sono fibre afferenti con diametro di massime dimensioni, riescono a condurre
ad elevata velocità, sono caratteristiche di fusi neuromuscolari e organi tendinei del Golgi.
Permettono i riflessi spinali.
Le fibre del gruppo II sono quelle che innervano i recettori della cute, cioé recettori che permetto la
comprensione di movimenti fini, riescono ad avere una buona velocità di conduzione. Percepiscono
la sensibilità cosciente.
Le fibre del gruppo III sono piccole e non riescono a raggiungere elevate velocità, anche queste
sono in relazione con i recettori della cute e percepiscono la sensibilità tattile con informazione per
la comprensione dei movimenti grossolani, del dolore e termico.
Le fibre del gruppo IV sono le più piccole e caratterizzate dal fatto che non hanno la guaina
mielinica, sono le più lente anche se svolgono lo stesso ruolo delle fibre del gruppo III.
Ogni fibra ha un diametro diverso, quindi una diversa velocità di conduzione, a seconda del ruolo
funzionale che assolve.(Le fibre di gruppo I sono le fibre più grandi, quindi conducono l'impulso a
velocità maggiori, sono fibre mieliniche e con maggiore diametro. Le fibre del gruppo II: più
piccole, ma sempre di grandi dimensioni, quinidi veloci.)

Definizione di riflesso: struttura e funzioni

Arco riflesso
Nella sua forma più semplice, la stimolazione di un nervo sensoriale (afferente) da parte di un
organo di senso o di un recettore è seguita dalla trasmissione dello stimolo a un nervo motorio
(efferente) che a sua volta determina una risposta in un organo effettore, ad esempio un muscolo che
si contrae o una ghiandola che produce una maggiore quantità di secreto. Un processo di questo tipo
prende il nome di arco riflesso.

I riflessi rappresentano una risposta del nostro corpo alle sollecitazioni esterne e, per molti aspetti,
sono alla base di alcuni meccanismi di difesa. Se ci pungiamo accidentalmente il polpastrello con
uno spillo, siamo indotti a ritrarre subito la mano, con un movimento immediato e involontario.
Infatti le due caratteristiche dei riflessi sono la velocità della reazione, percepita come immediata, e
la involontarietà del gesto (non occorre "pensare" di farlo). Allo stesso modo, se alla guida di un
autoveicolo un animale ci taglia la strada, siamo portati a sterzare bruscamente senza valutare le
conseguenze del gesto. La parte più evidente, ovvero il movimento meccanico indotto dal riflesso,
è solo l'ultima fase e l'effetto di un complesso meccanismo di trasmissione neuromuscolare. Il
riflesso risulta quindi la risposta riproducibile e involontaria a uno stimolo periferico (cioè
percepito dagli organi di senso) che, recepito da due o più neuroni, genera un comando inverso che
raggiunge un organo periferico che attua la risposta allo stimolo. Si tratta quindi di un percorso in
due sensi, una sorta di circuito che vede tre elementi: l'organo recettore, che percepisce lo stimolo
(esempio la pelle del polpastrello punto), le fibre nervose sensoriali, che trasmettono il messaggio
al sistema nervoso centrale, e l'organo effettore, che realizza il movimento. Il percorso di
trasmissione, ovvero la via di conduzione nervosa, è detta arco riflesso. La velocità del movimento
e la sua immediatezza sono determinate dall'arco riflesso e dalla sua capacità di trasmettere gli
impulsi.
L'arco riflesso può essere costituito, nella sua versione più semplice, da due soli neuroni, che sono
le unità morfofunzionali del tessuto nervoso. Il neurone è costituito dalla cellula nervosa e dai suoi
prolungamenti, tramite i quali si trasmettono gli impulsi; questi ultimi sono generati da reazioni
chimiche prodotte da speciali sostanze citoplasmatiche (neurotrasmettitori) come l'acetilcolina e la
noradrenalina. Nell'arco riflesso semplice uno dei due neuroni ha il compito di ricevere lo stimolo
dalla periferia (neurone afferente) e il secondo quello di trasmettere il comando del riflesso in senso
inverso (neurone efferente). L'arco riflesso può essere più complesso se tra i due neuroni si
inseriscono altri neuroni per "allungare" la catena trasmissiva e rendere più complesso il riflesso.
Esempio ben conosciuto di riflesso è il riflesso patellare, in cui si dà un colpo con un martelletto
appena sotto la rotula e la gamba si estende. Lo stimolo viene recepito dalle fibre sensitive,
trasmesso al midollo spinale che a sua volta trasmette lo stimolo motorio alle fibre del muscolo del
quadricipite della coscia, che fa flettere la gamba. Altro riflesso è quello pupillare, in cui la pupilla
si allarga o si restringe in base alla luce incidente.
Anche se per definizione il riflesso è una risposta involontaria, è stato dimostrato che alcuni riflessi
possono essere condizionati, nel senso che sono provocati non tanto da un'azione cosciente, ma da
una conoscenza acquisita. Il primo a dimostrare l'esistenza dei riflessi condizionati fu il fisiologo
russo Pavlov nel 1903. Egli condusse questo esperimento: ogni volta che dava da mangiare a un
cane, suonava una campanella in modo che il cane associasse il suono del campanello al cibo.
Quindi provò a suonare solo il campanello (senza portare il cibo) e dimostrò che il cane rispondeva
con il classico stimolo sensoriale associato al cibo: la sua salivazione aumentava. Questo riflesso
innato era stato riprodotto in assenza dello stimolo sensoriale che naturalmente lo produce (la vista
e l'odore del cibo), ma grazie a uno stimolo artificiale (il suono del campanello). Si trattava quindi
di un esempio di riflesso condizionato da un evento artificiale.
Le ricerche moderne studiano quindi l'influenza del grado di concentrazione del soggetto o di
condizionamenti esterni sui riflessi per comprendere meglio quanto i meccanismi di difesa o di
reazione innati possano essere modificati o perfezionati dall'esterno.

(Il riflesso in antichità veniva definito da Cartesio circuiti elementari che mettono in comunicazione
il mondo esterno con il mondo esterno e viceversa. Sistema che potrebbe costituire un nucleo di
base per consentire al movimento di verificarsi. I motoneuroni sono localizzati nella lamina IX del
corno ventrale. Nella zona centrale della sostanza grigia si trovano gli interneuroni che permettono
di organizzare i movimenti, qui sono concentrate le sinergie che traducono il pensiero in un
movimento. Le informazioni sensoriali provengono da neuroni i cui corpi cellulari sono localizzati
nei gangli delle radici dorsali. A livello delle corna dorsali arrivano le afferenze, mentre a livello
delle corna ventrali partono le efferenze. Le regioni più assiali sono localizzate in posizione mediali,
via via le porzioni più distali sono localizzate più lateralmente.)

Riflessi mono- e polisinaptici


Il riflesso monosinaptico: quel riflesso in cui la branca afferente, l'informazione sensoriale da cui
origina il riflesso, prende contatto direttamente con il motoneurone efferente che innerva il
muscolo. Riflessi polisinaptici: sono generati da più sinapsi interposte, interneuroni quelli che
prendono contatto con la branca afferente, tra la branca afferente e quella efferente.
La prima differenza è che i riflessi monosinaptici garantiscono una risposta immedita, veloce,
urgente e fasica , cioè che richiedono l'informazione per poter essere mantenute o verificarsi.

Riflesso da stiramento e riflesso flessorio


Il riflesso miotatico o riflesso da stiramento è un riflesso monosinaptico, si origina stirando
transitoriamente il tendine, il fuso neuromuscolare rileva questo stiramento generando potenziali
d'azioni che vengono coinvogliti al midollo spinale.
Percussione del tendine pattellare, stiramento del muscolo quadricipide, il fuso neuromuscolare
rileva lo stiramento, motoneurone alfa, transitoria estensione della gamba.
L'interneurone inibitorio inibisce i neuroni del muscolo antagonista, cioè quel muscolo che se si
contrarrebbe si opporrebbe all'attivazione del muscolo. In risposta allo stiramento abbiamo la
risposta riflessa della contrazione del muscolo.
Il riflesso miotatico inverso o riflesso flessorio regola la tensione muscolare all'interno di un livello
ottimale. Quando la tensione muscolare aumenta, l'inibizione del motoneurone alfa rallenta la
contrazione del muscolare. Quando la tensione muscolare diminuisce, si riduce l'inibizione del
motoneurone alfa e aumenta la contrazione muscolare. Si ritiene che sia particolarmente importante
per la corretta esecuzione degli atti motori fini.
(Sistema gamma: durante la contrazione dei muscoli, attivazione dei motoneuroni alfa che fanno
accorciare i muscoli, vengono attivati anche i motoneuroni gamma che fanno accorciare i fusi
neuromuscolari. Durante la contrazione del muscolo delle fibre extrafusali il sistema gamma
garantisce l'accorciamento delle fibre intrafusali mantenendo il sistema dei fusi neuromuscolari
sensibili a rilevare le variazioni dell'allungamento del muscolo, anche durante la contrazione, questo
è importante nella regolazione della postura, nel mantenimento della posizione retta, per riuscire ad
utilizzare i muscoli che devono comunque rimanere sensibili alle variazioni della loro lunghezza per
regolare l'uscita motoria. Il riflesso mediato dall'organo tendineo del Golgi funziona in modo
opposto.)

IL SISTEMA VESTIBOLARE E I MECCANISMI SOPRA-SPINALI


PER IL CONTROLLO POSTURALE

Meccanismi a feed-back e feed-farward nel controllo posturale


I sistemi a feedback o retroazione, chiamati così perché agiscono retroattivamente grazie all'accesso
di un informazione, sono sistemi che recepiscono l'informazione sensoriale e la trasferiscono di un
comando motorio coerente ai motoneuroni, grazie all'interazione tra questi meccanismi e i
meccanismi sopra-spinali, cioé che stanno sopra il midollo spinale.
I sistemi a feedfarword o anticipazione, chiamati così perché agisconto anticipando per esempio un
potenziale squilibrio, sono sistemi che elaborano lo stato funzionale attuale dell'organismo
nell'ambiente con segnali discendenti che si mettono in contatto con il midollo spinale.
La postura può essere definita come la posizione relativa delle varie parti del corpo, le une rispetto
le altre(coordinate egocentriche perché centrate sul corpo stesso), in relazione all'ambiente
circostante(coordinate exocentriche) e in opposizione al campo gravitazionale (coordinate
geocentriche). Il riflesso da stiramento è un esempio di controllo posturale.
L'equilibrio è la capacità di regolare le relazioni della postura, le une rispetto alle altre o rispetto
all'ambiente esterno e il campo gravitazionale, in maniera efficace e in modo da ottenere uno stato
desiderato.
(Due tipi di equilibrio: statico, quello che richiede di mantenere in statica una determinata postura
nello spazio e dinamico, quello che richiede un contributo proporzionalmente maggiore del sistema
a feedfarword.)
(Le perturbazioni di una postura statica produce risposte riflesse a breve latenza, spinali, riflesse a
lunga latenza, sovraspinali, e di natura volontaria, corticali.)

Regioni troncoencefaliche implicate nel controllo posturale


Neuroni della formazione reticolare, una complessa rete di fibre e neuroni che percorre interamente
il troncoencefalico. Si divide in tratto reticolospinale pontino, facilita i riflessi antigravitari del
midollo spinale in modo da aiutare a mantenere la postura eretta resistendo all'effetto della gravità, e
tratto reticolospinale bulbare, libera i muscoli antigravitari dal controllo dei riflessi. Questi tratti
svolgono il primo l'effetto contrario del secondo regolando così la postura.
Anche il nucleo rosso contribuisce al controllo motorio poiché i suoi assoni, tratto rubro-spinale
decussano a livello del bulbo e si uniscono a quelli del tratto corticospinale nella colonna laterare
del midollo spinale.

Aspetti di anatomia funzionale del sistema vestibolare dell'orecchio


interno
Il sistema vestibolare ci informa della posizione e del movimento del capo, ci fornisce il senso
dell'equilitrio, e aiuta a coordinare i movimenti del capo e degli occhi e ad aggiustare la postura
corporea. Come il sistema uditivo usa le cellule ciliate per trasdurre i movimenti.
Si suddivide in due componenti fondamentali: la coclea, legata al sistema uditivo e il labirinto
vestibolare, un'insieme di camere interneconnesse caratteristiche per il loro contenuto, le cellule
ciliate. Il labirinto vestibolare si divide in canali semicircolari, che sono sensibili alle rotazioni del
capo e organi otolitici, che rilevano i cambiamenti dell'angolatura e dell'accelerazione angolare del
capo.
Gli organi otolitici per l'esattezza sono due: il sacculo e l'utriculo; entrambi contengono un epitelio
sensoriale, macula, all'interno del quali ci sono le cellule ciliate.
Scomponiamo un organo otolitico per vederne in dettagli l'anatomia: alla base si trovano le cellule
di sostegno, collegate con gli assoni del nervo vestibolare, sopra di esse si notano le cellule
ciliate(ogni cellula ciliata ha un chinocilio cioè il cilio più lungo), con le cilia immerse nella
sostanza gelatinosa, ed infine nello strato più superiore troviamo gli otoliti. Quando la macula è a
livello, la testa è dritta, anche le cilia delle cellule ciliate sono dritte, ma quando la testa e la macula
sono inclinate, la gravità spinge gli otoliti, i quali deformano il cappello gelatinoso e le cilia si
piegano. Il piegamento delle cilia verso il chinocilio ha come risultato un potenziale recettore
depolarizzante eccitatorio, mentre se le cilia si piegano in direzione opposta al chinocilio, ciò
iperpolarizza ed inibisce la cellula.
I canali circolari sono particolarmente sensibili ai movimenti di rotazione del capo. Scomponendoli
anatomicamente notiamo un canale semicircolare, un'ampolla, sporgenza lungo il canale, una
cupola che contiene all'interno le cellule ciliate e l'endolinfa. Tutte le cellule ciliate hanno le loro
chinocilia orientate verso la stessa direzione, quindi vengono tutte eccitate o inibite insieme.
Quando il canale ruota verso un lato, l'endolinfa rimane indietro ed esercita una forza sulla cupola,
piegando le cilia all'interno. Ogni cellula ciliata negli organi vestiboloari forma una sinapsi
eccitatoria con la terminazione di un assone del nervo vestibolare, una branca dell'VIII nervo
cranico, il nervo vestibolococleare.

Controlli posturali di tipo riflesso basati su informazioni vestibolari


Gli assoni dagli organi otoliti proiettano al nucleo vestibolare laterale, il qulae a sua volta proietta
tramite il tratto vestibolare spinale ai motoneuroni spinali i quali vengono eccitati e controllano i
muscoli della gambe aiutandoli a mantenere la postura.
Così come gli assoni del canale semicircolare proiettano al nucleo vestibolare mediale il quale invia
gli assoni al fascicolo longitudinale mediale per eccitare i motoneuroni troncoencefalici e i muscoli
del collo che orientano la testa.
Il ruolo della visione nel controllo posturale
La vista è un canale d'informazione fondamentale per il mantenimento della postura, così come il
sistema vestibolare è fondamentale per il mantenimento dell'equilibro. Il ruolo della visione nel
mantenimento della postura e dell'equilibrio è cruciale e va ad interagira con le informazioni fornite
dal sistema vestibolare.
Le informazioni visive sono cruciali perché l'apparato vestibolare non è un trasduttore perfetto dei
movimenti del capo, risponde bene all'accelerazione, alla prima fase del movimento, ma non
risponde bene ai movimenti lenti poiché si basa sullo spostamento del liquido(riflesso vestibolo-
oculare).
I nuclei vestibolari utilizzano anche segnali relativi al movimento di immagini visivi, convergono
nei nuclei vestibolari con l'informazione vestibolare in maniera indistinguibile, cioé i nuclei
vestibolari non distinguono gli stimoli visivi da quelli vestibolari.

VIE ASCENDENTI DELLA SENSIBILITA' SOMATICA

Sensazione e percezione
Dalla forma più elementare di recezione dell'informazione sensoriale, cioè la sensazione: ciò che si
crea quando uno stimolo adeguato attiva un recettore specifico, si passa attraverso tutta questa serie
di processi ad una forma più integrata, complessa e creativa di esperienza cosciente dello stimolo
che è appunto la percezione.
Come gli stimoli meccanici dell'ambiente esterno vengono rilevati dal nostro sistema recettoriale e
processati in step successivi nell'organizzazione gerarchica che caratterizza i nostri sistemi
sensoriali.

Il sistema colonne dorsali-lemnisco mediale


L'informazione sul tatto e sulle vibrazione della pelle viene trasmessa al cervello lungo la via delle
colonne dorsali-lemnisco mediale. La branca ascendente deli larghi assoni sensoriali(Aβ) sale lungo
le colonne dorsali del midollo spinale, le colonne dorsali portano informazioni sulla sensazione
tattile al cervello. Gli assoni della colonna dorsale terminano nei nuclei della colonna dorsale, i
quali si trovano al confine tra il midollo spinale e il bulbo. Gli assoni dei nuclei della colonna
dorsale si incurvano poi verso il bulbo ventrale e mediale e decussano. Da questo punto in avanti il
sistema sensorale somatico di un lato del cervello è responsabile delle sensazioni che derivano dal
lato opposto del capo. Gli assoni della colonna dorsale ascendono in un consistente tratto di
sostanza bianca, chiamato lemnisco mediale. Gli assoni del lemnisco mediale fanno sinapsi coi
neuroni del nucleo ventrale posteriore(VPL) del talamo. I neuroni talamici del nucleo VP proiettano
poi verso specifiche aree della corteccia somatosensoriale primaria o S1.

Il lemnisco trigeminale
La sensazione somatica del volto è per lo più dovuta ai grandi nervi trigeminali(V paio dei nervi
cranici), che entrano nel cervello a livello del ponte. Gli assoni sensoriali a largo diametro del nervo
trigemino recano informazioni tattili dai meccanocettori cutanei. Essi fanno sinapsi nei neuroni di
secondo ordine nel nucleo trigeminale ipsilaterale, che è analogo al nucleo della colonna dorsale.
Gli assoni del nucleo trigeminale decussano e proiettano nella parte mediale del nucleo VPM del
talamo. Da qui, l'informazione è inviata alla corteccia somatosensoriale o S1.

Ritrasmissione e controllo delle informazioni dolorifiche


Il dolore è la sensazione, o la percezione, di sensazioni irritanti, urenti, pungiformi o insopportabili,
proveniente da una parte del nostro corpo. La nocicezione è il processo sensoriale che fornisce
segnali che poi localizzano il dolore, cioé come percepiamo il dolore, la parte del sistema
somatosensoriale che riguarda la rilevazione dei danni al sistema periferico. I nocicettori sono
attivati da stimoli che hanno la capacità potenziale di causare danni ai tessuti.
Oltre ai meccanocettori, le sensazioni somatiche dipendono molto dai nocicettori, le terminazioni
nervose libere arborizzate e non mielinizzate dei terminali nervosi, le quali segnalano che il tessuto
del corpo è stato danneggiato o potrebbe essere danneggiato. L'attivazione selettiva dei nocicettori
può portare alla esperienza consapevole di dolore. Nocicezione e dolore sono vitali per la
sopravvivenza.
La trasduzione dello stimolo doloroso avviene a livello delle terminazioni nervose libere delle fibre
non mielinizzate C e nelle fibre altamente mielinizzate Aδ. I noccicettori rispondono in modo
selettivo a stimoli diversi: ci sono nocicettori meccanici, che mostrano una risposta selettiva ad una
forte pressione, nocicettorie termici che mostrano risposte selettive ad un calore bruciante o ad un
freddo estremo, e nocicettori chimici che mostrano risposte selettive ad istamina o altre sostanze
chimiche. I ricercatori hanno scoperto da poco che la più piccola delle fibre C risponde in modo
selettivo all'istamina e causa la sensazione di prurito.
Le fibre Aδ e C hanno ritmi diversi di trsmissione dell'informazione al sistema nervoso centrale a
causa delle differenze nella velocità di conduzione dei potenziali d'azione. L'attivazione dei
nocicettori della pelle produce due distinte percezioni di dolore: un dolore primario, acuto e
pungente, e un dolore secondario, meno acuto e di lunga durata. Il dolore primario è causato dalla
attivazione delle fibre Aδ; il dolore secondario è causato dall'attivazione delle fibre C.

Il sistema anterolaterale o spinotalamico


L'informazione sul dolore (così come la temperatura corporea) è trasportata dal midollo spinale
lungo la via spinotalamica o anterolaterale. Gli assoni delle fibre Aδ e C attraverso le radici dorsali
entrano nella colonna dorasale del midollo spinale, passano per la zona di Lissauer, terminano
all'interno della sostanza gelatinosa. Quindi gli assoni dei neuroni di secondo ordine decussano
immediatamente, a livello del midollo spinale, ed ascendono lungo il tratto spinotalamico che corre
lungo la superficie ventrale del midollo spinale. Le fibre spinotalamiche proiettano al midollo
spinale attraverso il bulbo, il ponte ed il mesencefalo senza fare sinapsi finché non abbiano
raggiunto il nucleo interlaminare e i nuclei VP del talamo. Quest'ultimi proiettano alla corteccia
somatosensoriale primaria o S1.
Si noti che l'inforamzaione tattile ascende ipsilateralmente, mentre l'informazione sul dolore(e sulla
temperatura) ascendono controlateralmente.

Controllo del dolore: oppioidi endogeni ed effetto placebo


Gli oppiodi endogeni sono sostanze che attivano specifici recettori, recettori oppiacei, sia a livello
sia del cervello che del midollo spinale, e modulano la ritrassmissione di informazioni dolorifiche.
Negli anni settanta una clamorosa scoperta provò che gli oppiacei o oppiodi endogeni agiscono
legandosi strettamente e specificatamente con vari tipi di recettori oppiacei nel cervello e che il
cervello stesso produce stostanze endogene simili alla morfina, chiamate genericamente endorfine.
Le endorfine e i loro recettori sono diffusamente distribuiti nel SNC, ma sono concentrati
soprattutto in aree che eleaborano o modulano informazioni nocicettive.
Il naloxone è di fatto un atidoto dei oppiodi endogeni, stacca il neurotrasmettitore, la sostanza
introdotta dall'esterno dal recettore neutralizzandone l'effetto. Il naloxone neutralizza sia l'effetto
della morfina che l'effetto del placebo. Il placebo è un medicinale con la stessa forma, colore e
odore del farmaco ma senza avere il principio attivo. L'effetto placebo procura dei notevoli benefici
senza produrre danni poiché ha effetti cognitivi analgesici.
CORTECCE SOMATOSENSORIALI E PERCEZIONE
COSCIENTE

Suddivisioni citoarchitettoniche dlele cortecce somatosensoriali


La maggior parte della corteccia in relazione con il sistema somestesico si trova nel lobo parietale.
L'area 3b di Brodmann, ora considerata corteccia somatosensoriale primaria o S1 è facile da
individuare perché si trova nel giro postcentrale, proprio dietro la scissura centrale.
S1 è circondata da altre aree corticali che elbaorano anche informazioni somatiche sensoriali.
Questo include le aree 3a, 1 e 2 nel giro postcentrale, e le aree 5 e 7 nella corteccia parietale
posteriore.
La corteccia somatosensitiva, come le altre aree della neocorteccia, ha una divisione a strati, le
infomazioni talamiche alla S1 terminano principalmente nel IV strato. I neuroni S1 con
informaizoni in entrata e risposte simili sono raggruppati in colonne verticali che si estendono
attraverso gli strati corticali.

Proprietà di risposta delle aree somatosensoriali


L'area 3b è la corteccia somatosensoriale primaria perché: riceve fitte proiezioni dai nuclei VP
talamici, i suoi neuroni sono molto reattivi agli stimoli somatosensitivi, lesioni a questo livello
danneggiano la sensazione somatica e se stimolata elettricamente, evoca esperienze somestesiche.
Quest'area si occupa del senso della posizione del corpo piuttosto che del tatto.
Le areee 1 e 2 ricevono proiezioni dall'area 3b. La proiezionie dell'area 3b nell'area 1 manda
principalmente informazioni di tessitura, mentre la proiezione dell'area 2 enfatizza grandezza e
forma. Piccole lesioni nelle aree 1 o 2 producono prevedibili deficienze nell'apprezzamento della
tesitura, dimensione e forma degli oggetti.

L'omuncolo sensitivo e i campi recettivi tattili in SI e SII


I campi recettivi di numerosi neuroni di S1 producono una precisa mappa del corpo nella corteccia.
La topografia dele sensazioni somestesiche della superficie del corpo a livello cerebrale è chiamata
somatotopia.
Le mappe somatotopiche, elaborate in base a metodi di stimolazione e registrazione, fanno pensare
ad un trapezista appeso a testa in giù, con le gambe sopra il vertice del giro postcentrale, che si
dondola nella corteccia mediale fra gli emisferi e con la testa dalla parte opposta e più bassa del giro
postcentrale.
Una mappa somatotopica viene spesso designata con il termine latino homunculus (il diminutivi di
uomo, a indicare il piccolo uomo rappresentato nel cervello).

Esperienze sensoriali e deafferentazioni: riorganizzazione


dell'organizzazione soamtotopica
Le regioni di S1 sensibili, nella scimmia adulta, alla stimolazione della mano, venivano prima
mappate dettagliatamente con microelettrodi. Quindi, un dito(terzo dito) o una mano venivano
chirurgicamente rimosso. Diversi mesi più tardi, la corteccia veniva di nuovo mappata, La risposta?
La corteccia che conteneva la rappresentazione del dito amputato rispondeva ora a stimolazioni
delle dita vicine. Quindi vi era stata un'importante ridistribuzione dei circuiti sottostanti
all'organizzazione somatotopica della corteccia.
Cosa succede quando l'inforamzione che dervia dall'attivazione di un dito cresce? Per rispondere a
questa domanda, le scimmie erano allenate a selezionare un dito per eseguire un compito per cui
erano ricompensate con cibo. Dopo diverse settimane di allenamento, esperimenti di mappaggio con
microelettroid mostrarono che la rappresentazione corticale del dito stimolato si era estesa rispetto a
quella di un dito adiacente non stimolato. Questi esperimenti rivelarono che le mappe corticali
erano dinamiche e si modivficavano in rapporto all'eserienza sensoriale.

L'OCCHIO E LA RETINA

Luce e percezione visiva


Il sistema visivo utilizza la luce per formare immagini del monodo circostante. La luce è la
radiazione elettromagnetica visibile ai nostri occhi. Una proprietà fisica della luce importante per la
formazione dell'immagine nell'occhio è la rifrazione, la deviazione dei raggi di luce quando questi
passano da un mezzo trasparente ad un altro.

Anatomia dell'occhio e formazione dell'immagine sulla retina


L'occhio è un organo specializzato per la detenzione, la localizzazione e l'analisi della luce.
La pupilla è l'apertura che permette alla luce di entrare nell'occhio e raggiungere la retina; appare
nera a causa dei pigmenti della retina che asorbono la luce. Le dimensioni della pupilla sono
controllate da un muscolo circolare, l'iride, la cui pigmentazione rappresenta ciò che noi chiamiamo
il colore degli occhi. L'iride contiene due muscoli che possono far variare le dimensioni della
pupilla; l'uno la restringe quando si contrae; l'altro la ingrandisce. La pupilla e l'iride sono ricoperte
dalla superficie esterna vitrea e trasparente dell'occhio, la cornea. La conrea continua nella sclera, il
“bianco dell'occhio”, che costituisce la parte dura del globo oculare. Tre paia di muscoli, i muscoli
extraoculari, sono inseriti nella sclera; questi muovono il globo oculare nell'orbita ossea.
Normalmente questi muscoli non sono visibili, poiché giacciono sotto la congiuntiva, una
membrana ripiegata che nasce dalla parte interna delle palpebre e si congiunge alla sclera. Il nervo
ottico, che trasporta gli assoni della retina, fuoriesce dal retro dell'occhio, passa attraverso l'orbita, e
raggiunge il cervello alla sua base, in prossimità dell'ipofisi.
Il cristallino è localizzato dietro l'iride e sostenuto da legamenti sospensori chiamati anche fibre
zonulari uniti ai muscoli ciliari. Inoltre divide l'interno dell'occhio in due componenti che
contengono liquidi leggermente diversi: l'umor acqueo, quel fluido acquoso che si trova tra la
cornea e il cristallino, e l'umor vitreo, quel liquido gelatinoso che si trova tra il cristallino e la
retina.
L'occhio raccoglie i raggi della luce emessi o riflessi dagli oggetti dell'ambiente e li mette a fuoco
sulla retina per formare immagini. Mettere a fuoco gli oggetti coinvolge la capacità rifrattiva
combinata della cornea e del cristallino. La luce colpisce la cornea e passa dall'aria all'umor acqueo.
I raggi di luce che colpiscono la superficie curva della conea deviano in modo da convergere verso
la parte posteriore dell'occhio; quelli che entrano al centro dell'occhio passano diritti verso la
retina(rifrazione della cornea). L'accomodamento è un processo che modifica la forma del
cristallino permettendo un'ulteriore messa a fuoco. Il riflesso pupillare alla luce coinvolge le
connessioni tra la retina ed i neuroni del tronco encefalico che fanno sinapsi con i motoneuroni che
controllano il muscolo che restringe la pupilla.

L'anatomia funzionale della retina


La via più diretta per il flusso di informazione visiva va dai fotoreccettori alle cellule bipolari alle
cellule gangliari. Le cellule gangliari generano potenziali d'azione in risposta alla luce, e questi
impulsi si propagano lungo il nervo ottico verso il resto del cervello. Oltre alle cellule di questa via
diretta che va dai fotoreccettori al cervello, l'elaborazione retinica è influenzata da altri due tipi di
cellule: le cellule orizzontali, ricevono afferenze dai fotorecettori e proiettano i loro neuriti
lateralmente per influenzare le circostanti cellule biporlari e i fotorecettori, e le cellule amacrine,
ricevono afferenze dalle cellule bipolari e proiettano lateralmente per influenzare le circostanti
cellule gangliari, le cellule bipolari e altre cellule amacrine. Le uniche cellule fotosensibili della
retina sono i fotorecettori. Le cellule gangliari costituiscono l'unica via afferente che lascia la retina.
La retina ha un'organizzazione laminare e le cellule della retina sono organizzate in strati, disposti
dall'interno all'esterno. Lo strato più interno è lo strato delle cellule gangliari, che contiene i corpi
cellulari delle cellule gangliari. Il successivo è lo strato nucleare interno, che contiene i corpi
cellulari delle cellule bipolari, delle cellule orizzontali e delle cellule amacrine. Segue lo strato
nucleare esterno, con i corpi cellulari dei fotorecettori. Infine, lo strato dei segmenti esterni dei
fotorecettori contiene gli elementi fotosensibili della retina. Tra lo strato delle cellule gangliari e lo
strato nucleare interno si trova lo strato plessiforme interno, che contiene i contatti sinaptici tra le
cellule bipolari, le cellule amacrine e cellule gangliari. Tra gli strati nucleari interno ed esterno si
dispone lo strato plessiforme esterno, dove i fotorecettori formano un contatto sinaptico con le
cellule bipolari ed orizzontali.

Fotorecettori
Il segmento esterno dei fotoreccettori contiene una grande quantità di dischi membranosi
contenenti fotopigmenti, i quali assorbono la luce, provocando di conseguenza modificazioni del
potenziale di membrana del fotorecettore.
Esistono due tipi di fotoreccettori: i fotorecettori a bastoncelli, contengono molti dischi, maggiore
concentrazione di fotopigmenti e maggiore sensibilità alla luce eseguono maggiormente il loro
lavoro in condizioni di luminosità notturna, e i fotoreccettori a coni, contengono pochi dischi
membranosi quindi meno sensibili alla luce eseguono la maggior parte del loro lavoro in condizioni
di luminosità diurna.

Fototrasduzione
I fotorecettori convertono, o trasducono, l'energia luminosa in modificazioni del potenziale di
membrana.
Per molti versi questo processo è analogo alla trasduzione dei segnali chimi in segnali elettrici che
avviene durante la trasmissione sinaptica. Nel fotorecettore la stimolazione luminosa del
fotopigmento attiva le proteine G, che a loro volta attivano un enzima effettore capace di modificare
la concentrazione citoplasmatica della molecola di secondo messaggero. Questa modificazione
provoca la chiusura dei canali ionici di membrana, alterando il potenziale di membrana. Il
potenziale di membrana del segmento esterno dei bastoncelli è di circa -30 mV.
I fotorecettori sono sempre depolarizzati al buoio a causa di una corrente di sodio entrate, la
corrente al buio. Il sodio entra nei fotorecettori attraverso un canale GMPc dipendente. La luce
porta all'attivazione di un enzima che distrugge il GMPc, facendo perciò cessare la corrente di Na+
ed iperpolarizzando la cellula.
La risposta di iperpolarizzazione alla luce è innsescata dall'assorbimento di radiazione
elettromagnetica da parte del fotopigmento di membrana dei dischi sovrapposti nel segmento
esterno dei bastoncelli. Questo fotopigmento si chiama rodopsina, una proteina recettrice legata ad
un agonista chimico. La proteina recettrice è chiamata opsina, mentre l'agonista chimico retinale.
L'assorbimento della luce provoca una modificazione nella conformazione molecolare del retinale,
tale da attivare l'opsina, questo processo viene chiamato “sbiancamento”.
Lo “sbiancamento” della rodopsina stimola una proteina G presente sulla membrana dei dischi e
denominata transducina, la quale a sua volta attiva l'enzima effettore fosfodiesterasi (PDE) che
riduce drasticamente la concentrazione di GMPc, quindi provocando la chiusura dei canali Na+ e
l'iperpolarizzazione di membrana.
Ogni molecola di fotopigmento attiva molte proeteine G e ogni enzima PDE disattiva più di una
melecola di GMPc. Questa amplificazione permette al nostro sistema visivo di rilevare la minima
quantità di luce.
Si potrebbe riassumere così la reazione biochimica a cascata attivata dalla luce in un fotorecettore.
Al buio, il GMPc si lega ad un canale per il sodio, provocando una corrente entrante di Na+ e la
depolarizzazione della cellula. L'attivazione della rodopsina attraverso l'energia luminosa induce la
proeteina G (transducina) a trasformare il GTP in GDP, che a sua volta attiva l'enzima
fosfodiesterasi (PDE). Il PDE idrolizza il GMPc, facendo così cessare la corrente al buio.
Il processo di fototrasduzione nei coni è virtualmente lo stesso dei bastoncelli, l'unica grande
differenza consiste nel tipo di opsina dei dischi membranosi dei segmenti esterni dei coni. I coni
della nostra retina contengono una delle tre opsine che confersicono ai fotopigmenti sensibilità
spettrali diverse, quindi possiamo parlare di coni “blu”, di coni “verdi” e di coni “rossi”.

I campi recettivi e le cellule bipolari e le cellule gangliari


Il campo recettivo di una cellula bipolare è quell'area della retina che se stimolata dalla luce
produce nella cellula una modificazione del potenziale di membrana.
Le cellule bipolari possono essere classificate in due categorie, basate sulle loro risposte al
glutammato liberato dai fotorecettori. Nelle cellule bipolari OFF, i canlai cationici glutammato-
dipendenti mediano un classico PPSE depolarizzante prodotto dall'ingresso degli ioni Na+. Le
cellule bipolari ON utilizzano recettori accoppiati alla proteina G e rispono al glutammato
attraverso un'iperpolarizzazione. Si noti che i nomi OFF e ON si riferiscono al fatto che queste
cellule si depolarizzaono in risposta allo spegnimento della luce, più glutammato, o all'accensione
della luce, meno glutammato.
Le cellule gangliari centro ON e centro OFF ricevono input dalle cellule bipolari corrispondenti.
Quindi una cellula gangliare centro ON sarà depolarizzata e risponderà con un treno di potenziali
d'azione quando un piccolo punto di luce sarà proiettato sul centro del suo campo recettivo. Allo
stesso modo una cellula gangliare centro OFF risponderà ad un piccolo punto scuro presentato al
centro del suo campo recettivo.
Le cellule gangliari possono essere ulteriormente classificate sulla base del loro aspetto, delle loro
connesioni e delle loro proprietà elettrofisiologiche. Si distinguono due principali tipi: le grandi
cellule gangliati di tipo M e le piccole cellule gangliari di tipo P. Le prime hanno campi recettivi più
ampi, conducono potenziali d'azione più rapidamente lungo il nervo ottico, sono più sensibilil a
stimoli a basso contrasto e scaricano transitoriamente potenziali d'azione, mentre le cellule P
rispondono con una scarica sostenuta, prolungata per tutta la durata dello stimolo.

VIE VISIVE PRIMARIE

Vie visive centrali: dalla retina al nucleo genicolato laterale


La via neurale che parte dall'occhio, cominciando con il nervo ottico, viene spesso denominata
proiezione retinofuga.
Gli assoni delle celllule gangliari lasciano la retina passando attraverso tre strutture prima di fare
sinapsi nel tronco encefalico: i nervo ottico, il chiasma ottico e il tratto ottico. I nervi ottici escono
dall'occhio destro e sinistro presso i dischi ottici dietro gli occhi nelle orbite ossee craniali. I nervi
ottici provenienti da entrambi gli occhi si uniscono a formare il chiasma ottico. Dopo la
decussazione parziale presso il chiasma ottico, gli assoni della proiezione retinofuga formano i tratti
ottici che corrono sotto la pia madre lungo le superfici laterali del diencefalo.
Un piccolo numero di assoni del tratto ottico si allontana dal tratto per fare sinapsi con le cellule
dell'ipotalamo, i quali innvervano il nucleo genicolato laterale (NGL) del talamo dorsale. I neuroni
del NGL danno origne ad assoni che proiettano sulla corteccia visiva primaria, tale proiezioni viene
chiamata radiazione ottica.
Una lesione in qualunque parte della proiezione retinofuga causa cecità. Per queste ragioni
possiamo essere certi che questa è la via nervosa che media la percezione visiva cosciente.

Vie visive centrali M e P


I NGL ricevono input sinaptico dalle celllule gangliari retiniche e numerosi neuroni del genicolatao
proiettano i loro assoni verso la corteccia visiva primaria attraverso la radiazione ottica.
Visti in sezione trasversale ciasun NGL appare strutturato in sei strati distinti di cellule. Presso il
genicolato, l'input proveniente dai due occhi viene tenuto separato: nel NGL gli assoni ipsilaterali
dell'occhio destro fanno sinapsi con le cellule degli strati 2, 3 e 5 del NGL, gli assoni controlaterali
fanno sinapsi con le cellule del NGL appartenenti agli strati 1, 4 e 6. Gli strati ventrali sono
chiamati strati magnocellulari, perché contengono neuroni di grosse dimensioni, mentre gli strati
dorsali sono chimata parvicellulari, perché contengono neuroni di piccole dimensioni. Infatti, le
cellule gangliari P proiettano esclusivamente agli strati parvicellulari e viceversa le cellula gangliari
M proiettano esclusivamente agli strati magnicellulari. Oltre ai neuroni contenuti nei sei principali
strati del NGL, numerosi neuroni più piccoli giacciono tra uno strato e l'altro e vengono chiamati
koniocellulari, questi ricevono input dalle cellule gangliari M-non P.

La corteccia visiva primaria: suddivisione in strati


La corteccia visiva primaria è l'area 17 di Brodmann, circondata dalla scissura calcarina è
localizzata nel lobo occipitale del cervello. La corteccia visiva primaria viene anche chiamata V1 o
corteccia straita. Può venir divisa in un numero di aree distinte in base alla loro connessioni e alla
citoarchitettura.
La corteccia striata possiede neuronoi con corpi cellulari disposti in circa sei strati o lamine. La
suddivisione anatomica dei neuroni in strati suggerisce che, nella corteccia, esiste una suddivisione
dei compiti, simile a quella del NGL. Ogni stato riceve afferenze retiniche e manda efferenze alla
cortecci visiva.
Il I strato è sprovvisto di neuroni e consiste quasi interamente di assoni e dendriti delle cellule poste
in altri strati. Gli assoni kinocellulari del NGL entrano in sinapsi negli strati II e III. I neuroni
magnicellulari del NGL poriettano allo strato IVCα e i neuroni parvicellulari del NGL proiettano
allo strato IVCβ.
Nella corteccia visiva primaria troviamo le cellule stellate spinose, piccoli neuroni con dendriti
ricoperti da spine che si irradiano esternamente dal corpo cellulare, sono particolarmente presenti
nei sottostrati dello strato IVC quindi IVCα e IVCβ. Mentre le cellule piramidali, neuroni ricoperti
da spine caratterizzati da un grosso singolo dendrite apicale, che si ramifica mentre ascende, e da
alcuni dendriti basali multipli che si estendono orizzontalmente; sono frequenti in tutti gli strati e le
uniche cellule che inviano i loro assoni di fuori della corteccia striata per formare delle connessioni
con altre zone del cervello. Le cellule stellate dello strato IVC proiettano i loro assoni soprattutto
verso gli strati IVB e III dove, per la prima volta si combina l'informazione proveninte dai due
occhi. Poiché tutti i neuroni dello strato IVC ricevono solamente input monoculari. Lo strato IVCα,
proietta i suoi assoni principalmente allo strato IVB. Lo strato IVCβ, proietta i suoi assoni allo
strato III. Nelgi strati III e IVB, un assone può formare sinapsi con i dendriti delle cellule piramidali
di tutti gli altri strati. Le cellule priamidali degli strtai II, III e IVB mandano i loro assoni agli strati
corticali. Le cellule piramidali dello stratao V inviano gli assoni fino ai collicoli superiori e al ponte.
Le cellule piramidali del VI strato danno origine a una massiva proiezione degli assoni che
ritornano verso il NGL.

La corteccia visiva primaria: organizzazione colonnare e blob


Hubel e Wiesel iniettarono un aminoacido radioattivo nell'occhio di una scimmia e scoprirono che
la distribuzione dei terminali assonici che fornivano l'informazione proveniente dall'occhio
iniettatto con l'aminoacido non era continua nello strato IV C, bensì, era divisa in una serie di strisce
dell'ampiezza di circa 0,5 mm, chiamate colonne di dominanza oculare. Le colonne di dominanza
oculare sono la distribuzione degli assoni del NGL che provengono da un occhio, nello strato IV
appaiono larche circa 0,5 mm e assomigliano alle strisce del manto di una zebra.
Il blob di citocromo ossidasi è composto da una serie di pilastri posti ad intervalli regloari che
occupano tutto lo spessore degli strati II e III. Ciascuno di loro centra una striscia di dominanza
oculare nello strato IV.

Organizzazione dei campi recettivi visivi dai neuroni dalla retina a V1


Secondo l'organizzazione retinotopica le cellule che nella retina sono spazialmente vicine inviano
informazioni a zone limitrofe delle loro strutture bersaglio: in questo caso il NGL e la corteccia
striata.
La maggior parte dei neuroni negli strati superficiali rispetto al IVC sono binoculari, rispondono
alla luce da entrambi gli occhi. Abbiamo detto che i neuroni hanno campi recettivi binoculari, ciò
sta a significare che hanno due campi recettivi, uno per l'occhio ipsilaterale e l'altro per il
controlaterale.
Molti neuroni selettivi per l'orientamento hanno un campo recettivo che si estende lungo un
particolare asse, con una regione a centro-ON e a centro-OFF con a fianco uno o due lati di una
periferia antagonista. Questa disposizione lineare di aree ON e OFF è analoga alle aree concentriche
antagoniste dei ampi recettivi della retina e del NGL.
Le cellule semplici sono neuroni corticali che ricevono un input convergente da tre o più cellule del
NGL con campi recettivi che sono allineati lungo un asse; sono caratteristiche per la segregazione
delle regioni ON e OFF e la loro selettivià per l'oreintamento è dovuta al loro campo recettivo. Le
cellule complesse danno risposte ON e OFF a stimoli che attraversa no il campo recettivo; non
hanno regioni ON e OFF.

AREE EXTRASTRIATE

Confronto tra le due vie di elaborazione dell'informazione visiva in


corteccia
Le aree extrastriate sono divise principalmente in due viee: una che si allunga dorsalmente dalla
corteccia stritata verso il lobo parietale e l'altra che si proietta ventralmente verso il lobo temporale.
La via dorsale sembra essere implicata nell'analisi del movimento visivo e del controllo visivo
dell'azione, mentre la via ventrale si pensa sia coinvolta nella percezione del mondo visivo e nel
riconosciento di oggetti. I neuroni della via dorsale hanno proprietà simili ai neuroni della via
magnocellulare in V1 e i neuroni della via ventrale hanno proprietà che combinano caratteristiche
delle cellule parvo-inerblob e blob in V1.
Ogni via extrastriata sembra essere dominata dall'input di particolari vie in V1 piottosto che essere
semplicemente una loro estensione.
Forse il cervello usa un principio di “divisione del lavoro” per la percezione. All'interno di una data
area corticale, molte cellule ampiamente sintonizzate possono essere alla base della
rappresentazione delle caratteristiche degli oggeti. Ad una più ampia scala, un gruppo relativamente
ampio di aree corticali possono contribuire alla percezione, alcune avendo a che fare principalmente
con colore e forma, altre principalmente con il movimento.

Via visiva dorsale


Vi è una buona evidenza che in un'area conosciuta come area V5 o MT (lobo mediotemporale), ha
luogo una elaborazione specializzata dell'informazione relativa ai movimenti degli oggeti. L'area
MT riceve input retinotopicamente organizzati da numerose altre connessioni corticali, come la V2
e V3, ed è direttamente innervata da cellule nello strato IVB della corteccia striata, infatti queste
cellule hanno campi recettivi di grandi dimensioni, risposta transiente alla luce e selettività per la
direzione.
L'area MT è soprattutto distinguibile per il fatto che quasi tutte le cellule sono selettive per la
direzione. Questa area corticale è organizzata in colonne di direzione-di-movimento analogamente
alle colonne per l'orientamento in V1.
Oltre all'area MT, nel lobo parietale, vi sono aree con ulteriori risposte specializzate per il
movimento, come l'area MST, che ha cellule selettive per i movimenti lineari, i movimenti radiali
(sia verso l'interno o verso l'esterno rispetto al punto centrale), e i movimenti circolari (sia in senso
orario o antiorario).
Una forte evidenza che le aree corticali nella vicinanza di MT e MST sono cruciali per la percezione
del movimento nell'uomo viene dallo studio di casi estremamente rari in cui le lesioni cerebrali
distruggono in modo selettivo la percezione del movimento. La percezione del movimento è basata
su meccanismi specializzati localizzati oltre la corteccia straita nella via dorsale.

Via visiva ventrale


Una delle aree più studiate nella via ventrale è l'area V4. L'area V4 riceve input dal sistema dei blob
e degli interblob nella corteccia straita tramite un collegamento in V2. Molte delle sue cellule sono
selettive sia per l'orientamento che per il colore, infatti l'area V4 sembra essere importante sia per la
percezione della forma che per la percezione del colore. E' stato dimostrato studiando le lesioni di
quest'area nelle scimmie.
Un disturbo clinico raro nell'uomo, noto come acromatopsia è caratterizzata da una perdita parziale
o completa nella visione dei colori malgrado sia presente una funzionalità normale dei coni retinici.
Siccome l'acromatopsia è associata a lesioni nei lobi occipitali e temporali senza alcun danno in V1,
nel NGL o nella retina, la sindrome suggerisce che la via ventrale è specializzata per la percezione
del colore.

Corteccia dei volti e delle parti del corpo e prosopagnosia


La più importante area di proiezione da V4 è un'area nel lobo temporale conosciuta come area IT.
Una grande varietà di colori e forme astratte sono state dimostrate essere un buono stimolo per le
cellule in IT. Uno dei risultati più sbalorditivi riguardo a IT è che una piccola percentuale di neuroni
rispondono molto intensamente a immagini di facce. La scoperta di cellule selettive per le facce ha
suscitato un grande interesse, in parte a causa di una sindrome chiamata prosopagnosia (la difficoltà
a riconoscere le facce anche se le rimantni funzioni visive sono normali).

Agnosia visiva e atassia ottica


Per agnosia si intende l'incapacità di riconoscere oggetti, animali o persone in assenza di deficit
sensoriali. Le agnosie sono specifiche per modalità sensoriali. L'origine delle agnosie è lesionale.
Il paziente, pur non avendo deficit sensoriali, non riconosce un oggetto a lui noto. Riesce dunque a
percepire un oggetto, a ridisegnarlo, ma non a riconoscerlo.
Per una corretta diagnosi di agnosia è necessario operare una diagnosi differenziale. Infatti il
sintomo dell'agnosia è dato dall'incapacità di denominare un oggetto presentato secondo una precisa
modalità (ad esempio visiva). Sotto il profilo funzionale la denominazione di oggetti implica alcuni
passaggi: la visione dell'oggetto, che coinvolge l'apparato visivo e la corteccia visiva, il
riconoscimento dell'oggetto, la conoscenza dell'oggetto, la denominazione dell'oggetto.
Un deficit visivo impedisce la visione dell'oggetto. In questo caso il paziente non vede lo stimolo, e
non può dunque nemmeno disegnarne una copia.
Un deficit agnosico impedisce il riconoscimento dell'oggetto attraverso quella modalità sensoriale.
Cambiando modalità (ad esempio dal visivo al tattile) il paziente riesce a riconoscerlo.
Un deficit semantico impedisce al paziente di recuperare la propria conoscenza in merito
all'oggetto. Il soggetto può quindi riconoscere l'oggetto ma non riesce a ricordarne il significato, o
l'uso. In questo caso modificare la modalità di presentazione (da visivo a tattile) non cambia la
prestazione del soggetto.
Un deficit fonologico (anomia) impedisce al soggetto di recuperare dal proprio deposito lessicale il
nome dell'oggetto, che viene peraltro riconosciuto. In questo caso il soggetto può dimostrare di
averlo conosciuto mimandone l'uso o descrivendolo attraverso sinonimi o parafrasie.
L'agnosico non sa usare un oggetto (e dunque mimarne l'uso) perché non lo riconosce. Se però ad
un agnosico visivo viene data la possibilità di manipolare l'oggetto, può avvalersi del
riconoscimento tattile per identificarlo. In questo caso il suo uso sarà corretto.
I movimenti degli arti diretti visivamente sono stati studiati attraverso la registrazione di pellicole in
10 pazienti con atassia ottica provocata da lesioni unilaterali della regione parietale, 3 casi nella
parte destra e 7 nella sinistra. Metà dei pazienti si sono anche sottoposti a test di percezione
visuospaziale. I risultati indicano ciò che segue. (1) L'atassia ottica è uno specifico disturbo
visuomotorio, indipendente dalla mancata percezione dello spazio visivo. (2) Le componenti
prossimali e distali dei movimenti sono equamente colpite come dimostrato nei compiti di tendere
l'arto e di orientamento della mano. (3) Le percentuali di errori spaziali e di orientamento
quantificate rispettivamente in queste due situazioni, mostrano una diversa distribuzione attraverso
le diverse combinazioni mano-campo secondo il lato della lesione: mentre i pazienti danneggiati a
destra mostrano un deficit essenzialmente collegato all'effetto del campo, i pazienti danneggiati a
sinistra mostrano, in aggiunta a quest'ultimo disturbo, un danneggiamento collegato all'effetto della
mano.
Questi risultati suggeriscono che 2 tipi di meccanismi visuomotori, responsabili per le componenti
prossimali e distali dei movimenti delle braccia diretti visivamente, sono controllati dalla corteccia
parietale e che potrebbe esistere un'asimmetria emisferica nell'organizzazione funzionale di questi
meccanismi. (4) La ricostruzione delle lesioni ricavata da tomografie computerizzate (TC) di 8
pazienti mostra un importante e costante coinvolgimento della corteccia parietale posteriore,
includendo sempre il solco intraparietale e la parte superiore del lobulo parietale inferiore o, ancor
di più, varie parti del lobulo parietale superiore. La debole co-esistenza dell'atassia ottica e della
negligenza emispaziale, e le loro diverse zone lesionate, indicano una doppia dissociazione tra
questi due sintomi.

IL SISTEMA UDITIVO

Suono e anatomia del sistema uditivo


Il suono consiste in variazioni udibili della pressione dell’aria. La frequenza del
suono è il numero di compressioni o rarefazioni di molecole che entrano nel nostro
orecchio ad ogni secondo. Un ciclo del suono è la distanza tra due compressioni
successive. La frequenza del suono , espressa in unità chiamate hertz (Hz), è il
numero di cicli al secondo. Poiché le onde sonore si propagano tutte alla stessa
velocità , onde sonore ad alta frequenza hanno un maggior numero di regioni
compresse rarefatte, a parità di spazio, rispetto alle onde a bassa frequenza. Una
proprietà importante dell’onda sonora è l’intensità, che è la differenza di pressione tra
le zone di compressione e decompressione dell’aria.
La porzione visibile dell’orecchio è principalmente costituita da cartilagine, ricoperta
da cute, atta a formare una sorta di imbuto denominato padiglione auricolare.
L’ingresso dell’orecchio esterno è chiamato canale uditivo e si estende per circa 2,5
cm all’interno del cranio prima di terminare nella membrana timpanica. Connessa
alla superficie mediale della membrana timpanica abbiamo una serie di ossa
denominati ossicini. Situati in una piccola camera piena d’aria, gli ossicini
trasformano i movimenti della membrana timpanica in movimenti di una seconda
membrana che ricopre un foro del cranio ed è chiamata finestra ovale. Oltre alla
finestra ovale, troviamo la coclea, che è piena di liquido e contiene l’apparato per la
traduzione del movimento fisico della membrana della finestra ovale in risposta
neuronale.
Le strutture che vanno dal padiglione auricolare alla membrana timpanica fanno
parte dell’orecchio esterno, la membrana timpanica e gli ossicini costituiscono
l’orecchio medio e l’apparato che si trova medialmente alla finestra ovale è
l’orecchio interno.
Le strutture dell’orecchio medio sono la membrana timpanica, gli ossicini e due
sottili muscoli attaccati agli ossicini. L’ossicino direttamente connesso con la
membrana timpanica è il martello, che forma una rigida articolazione con l’incudine.
L’incudine forma una connessione flessibile con la staffa. La porzione piatta
inferiore della staffa, il piede della staffa, si muove verso l’interno e verso l’esterno
come un pistone sulla finestra ovale, trasmettendo in tal modo le vibrazioni sonore ai
liquidi della coclea nell’orecchio interno. (Due muscoli connessi agli ossicini hanno
un effetto rilevante sulla trasmissione del suono all’orecchio interno. Il muscolo
estensore del timpano è ancorato da un’estremità dell’osso della cavità dell’orecchio
medio al martello all’altra estremità. Anche il muscolo stapedio si estende da
un’estremità fissata ad un osso del cranio all’altra estremità connessa alla staffa. Un
suono intenso innesta una risposta neuronale che provoca la contrazione di questi
muscoli, una risposta denominata riflesso di attenuazione. Una prima funzione può
essere quella di adattare l’orecchio ad un suono continuo ad alte intensità, mentre
un’altra funzione può essere quella di proteggere l’orecchio interno da suoni intensi
che altrimenti lo danneggerebbero.)
L’orecchio interno è costituito dalla coclea, che fa parte del sistema uditivo e dal
labirinto vestibolare, che non ne fa parte.

Anatomia funzionale della coclea: la risposta meccanica alle frequenze


La coclea ha una forma a spirale che assomiglia al guscio di una chiocciola. Alla base
della coclea vi sono due fori ricoperti da membrane: la finestra ovale, che come
abbiamo visto sta sotto il piede della staffa e la finestra rotonda.
Se sezioniamo la coclea trasversalmente, possiamo vedere come il tubo sia diviso in
tre camere con liquido: la scala vestibolare, la scala media e la scala timpanica. La
membrana di Reissner separa la scala vestibolare dalla scala media, mentre la
membrana basilare divide la scala timpanica dalla scala media. Sulla membrana
basilare risiede l’organo di Corti, che contiene i recettori neuronali uditivi o cellule
ciliate; al di sopra di questo organo si trova la membrana tettoriale. All’apice della
coclea la scala media si chiude e la scala timpanica si connette alla scala vestibolare
attraverso un foro nella membrana, l’elicotrema. Alla base della coclea, la scala
vestibolare incontra la finestra ovale, mentre la scala timpanica incontra la finestra
rotonda.
Il liquido della scala vestibolare e timpanica è denominato perilinfa, contiene basse
concentrazioni di K+ e alte concentrazioni di Na+, mentre la scala media è riempita
da un altro liquido chiamato endolinfa, contiene alte concentrazioni di K+ e basse
concentrazioni di Na+. A causa delle differenze di concentrazione ionica e della
permeabilità della membrana di Reissner, l’endolinfa possiede un potenziale elettrico
di circa 80 mV più positivo di quello della perilinfa, tale potenziale è denominato
potenziale endococleare.
Un movimento verso l’interno sulla finestra ovale spinge la perilinfa nella scala
vestibolare. Qualunque movimento sulla finestra ovale deve essere accompagnato da
un movimento sulla finestra rotonda. Questo movimento avviene poiché la coclea è
riempita di un liquido incompressibile, riposto in un contenitore osseo solido.
La membrana è più larga all’apice rispetto alla base, mentre la rigidità della
membrana diminuisce dalla base all’apice. Quando il suono spinge il piede della
staffa sulla finestra ovale, la perilinfa è spostata nella scala vestibolare, mentre
l’endolinfa è spostata nella scala media, essendo la membrana di Reissner molto
flessibile. Il suono spinge il piede della staffa invertendo il dislivello di pressione. Il
suono causa un movimento spingi-tira del piede della staffa. Il movimento
dell’endolinfa induce la membrana basilare a flettersi in prossimità della sua base,
dando origine ad un’onda che si propaga verso l’apice.
Le cellule recettive uditive che convertono l’energia meccanica in modificazione
della polarizzazione della membrana, si trovano nell’organo di Corti. L’organo di
corti è costituito da cellule ciliate , i bastoncelli di Corti e diverse strutture di
sostegno. I recettori udivi sono denominati cellule ciliate poiché ciascuna di esse
possiede circa 100 stereocilia che si dipartono dalla sua estremità superiore. L’evento
critico nella trasduzione del suono in segnale nervoso è il piegamento di queste cilia.
Le cellule ciliate si trovano tra la membrana basilare ed un sottile strato di tessuto
chiamato lamina reticolare. I bastoncelli di Corti uniscono queste due membrane e
costituiscono un supporto strutturale. Le cellule ciliate presenti tra il modiolo e i
bastoncelli di Corti sono dette cellule ciliate interne, mentre le cellule che si trovano
oltre l’organo del Corti sono dette cellule ciliate esterne. Le stereocilia sulla
superficie delle cellule ciliate si estedndono al di sopra della lamina reticolare
dell’endolinfa e le loro punte terminano nella sostanza gelatinosa della membrana
tettoriale. Le cellule ciliate formano sinapsi con i neuroni i cui corpi cellulari si
trovano nel ganglio spirale, nel modaiolo. Le cellule del ganglio spirale sono bipolari,
con neuriti che si estendono sino alle basi e ai lati delle cellule ciliate, dove ricevono
le afferente sinaptiche. Gli assoni provenienti dal ganglio spirale entrano nel nervo
uditivo, una parte del nervo vestibolococleare (VIII nervo cranico), che proietta ai
nuclei cocleari nel nervo uditivo.

Principi di base della traduzione meccano-elettrica nelle cellule ciliate


Quando la membrana basilare si muove in risposta ad un movimento della staffa, si
mettono in movimento le intere fondamenta che sostengono le cellule ciliate, poiché
la membrana basilare, i bastoncelli di Corti, la lamina reticolare e le cellule ciliate,
sono tutti rigidamente interconnessi. Poiché la membrana tettoria sorregge le punte
delle stereocilia delle cellule ciliate, il movimento laterale della lamina reticolare
rispetto alla membrana tettoria provoca la flessione delle stereocilia in un verso o
nell’altro. Le punte delle stereocilia delle cellule ciliate interne sono anche’esse
piegate, probabilmente perché sono spinte dal movimento dell’endolinfa.
Le cellule ciliate si depolarizzano o si iperpolarizzano a seconda della direzione verso
cui le stereocilia vengono piegate. Il potenziale di recettore delle cellule ciliate varia
in modo simile a cambiamenti di pressione dell’aria durante un suono di bassa
frequenza.
Recenti esperimenti mostrano che vi è una tipologia speciale di canali cationici, il
canale TRPA1, sulla sommità delle stereocilia. I canali TRPA1 fanno parte della
famiglia dei recettori di potenziali transienti (TRP) dei canali ionici. E’ probabile che
i canali TRPA1 vengano aperti e chiusi dalla flessione delle stereocilia, generando
così cambiamenti nel potenziale di recettore delle cellule ciliate. Ciascun canale è
connesso alla parete delle cilia adiacenti attraverso un filamento elastico chiamato tip
link. Quando le cilia sono diritte, la tensione del tip link mantiene il canale
parzialmente aperto, permettendo una perdita costante di K+ dall’endolinfa alla
cellula ciliata. La flessione delle ciliate in una direzione provoca l’aumento della
tensione del tip link, la quale determina un incremento della corrente di K+ entrante.
La flessione nella direzione opposta riduce la tensione del tip link, permettendo al
canale di chiudersi completamente ed impedendo il flusso entrate di K+. L’ingresso
di K+ nella cellula ciliata provoca una depolarizzazione, che a sua volta attiva i canali
calcio voltaggio-dipendenti. L’ingresso di Ca2+ determina il rilascio di
neurotrasmettitore , probabilmente il glutammato, che attiva le fibre del ganglio
spirale, postsinaptiche rispetto alle cellule ciliate.
È interessante notare come l’apertura dei canali K+ produca una depolarizzazione
delle cellule ciliate, laddove un’apertura dei canali K+ iperpolarizza la maggior parte
dei neuroni. La ragione per cui cellule ciliate rispondono in maniera diversa dai
neuroni è la concentrazione particolarmente elevata di K+ nell’endolinfa, la quale
porta ad un potenziale di equilibrio per il K+ di 0 mV, diversamente dal potenziale di
equilibrio di un tipico neurone, che si aggira intorno ai -80 mV.
Il nervo uditivo è costituito dagli assoni di quei neuroni i cui corpi cellulari si trovano
nel ganglio spirale. I neuroni del ganglio spirale essendo i primi neuroni della via
uditiva a generare potenziali d’azione, forniscono tutte le informazioni uditive che
vengono inviate al cervello.
Le attuali ricerche suggeriscono come le cellule ciliate esterne abbiano un ruolo
molto importante nella traduzione del suono. Si fa riferimento alle cellule ciliate
esterne come se fossero un amplificatore coclearie della membrana basilare. La
chiave di questa funzione sono le proteine motrici, trovate nella membrana delle
cellule ciliate esterne. Le proteine motrici possono modificare la lunghezza delle
cellule ciliate esterne e si è trovato che le cellule ciliate esterne rispondo al suono sia
con un potenziale di recettore sia con una modificazione della lunghezza. La motilità
delle cellule ciliate può essere dovuta a una proteina detta prestina, essa è saldamente
ancorata alle membrane delle cellule ciliate esterne ed è necessaria per la motilità
delle cellule ciliate esterne in risposta al suono. I processi di allungamento e
accorciamento delle cellule ciliate aumentano la flessione della membrana basilare.

Vie ascendenti della sensibilità acustica


Una volta che una risposta neurale ad un suono è stata generata nell’orecchio interno,
il segnale viene trasferito ed elaborato da una serie di nuclei del tronco encefalico.
Le afferenze provenienti dal ganglio spinale entrano nel tronco encefalico attraverso
il nervo vestibolococleare. A livello del bulbo, gli assoni innervano il nucleo cocleare
dorsale ed il nucleo cocleare ventrale ipsilaterali alla coclea. Le cellule del nucleo
coclearie ventrale proiettano assoni all’oliva superiore o nucleo olivare superiore di
entrambi i lati del tronco encefalico. Gli assoni dei neuroni olivari ascendono lungo il
lemnisco laterale ed innervano il collicolo inferiore del mesencefalo. I neuroni del
collicolo inviano i loro assoni al nucleo genicolato mediale o NGM, che a sua volta
proietta alla corteccia uditiva. Gli assoni che lasciano il NGM proiettano alla
corteccia uditiva attraverso la capsula interna, in un fascio chiamato radiazione
acustica.

La corteccia uditiva
La corteccia udivi primaria (A1) corrisponde all’area 41 di Brodmann del lobo
temporale. La struttura della A1 e delle aree uditive secondarie sono per molti versi
simili alle corrispondenti aree della corteccia visiva.
Nella rappresentazione tonotopica in A1, le basse frequenze sono rappresentate in
posizione rostrale e laterale, mentre le alte frequenze sono rappresentate in posizione
caudale e mediale.
Un altro principio organizzativo è costituito dalla presenza di colonne di cellule con
interazioni binaurali simili: cellule che rispondo in misura maggiore alla stimolazione
contemporanea di entrambe le orecchie piuttosto che a una delle due orecchie
separatamente e cellule che vengono inibite se entrambe le orecchie vengono
stimolate.
Il motivo di una maggiore conservazione delle funzioni in seguito a lesioni della
corteccia uditiva è che entrambi gli orecchi inviano efferenze alla corteccia di
entrambi gli emisferi. Gli studi compiuti su animali da esperimento indicano che
lesioni più piccole possono produrre deficit di elaborazione piuttosto specifici.

Meccanismi per la localizzazione dei suoni nello spazio


La nostra attuale conoscenza dei meccanismi sottostanti alla localizzazione del suono
suggerisce che utilizziamo diverse tecniche per la localizzazione sorgenti nel piano
orizzontale (destra-sinistra) e nel piano verticale (alto-basso).
Nella localizzazione del suono sul piano orizzontale, le onde del suono provenienti
dal lato destro raggiungeranno per prime l’orecchio destro e si produrrà un grande
ritardo interaurale prima che il suono si propaghi all’orecchio sinistro. Se il suono
proviene da un punto situato esattamente di fronte non vi sarà alcun ritardo
interaurale. Tra i due orecchi esiste una differenza interaurale di intensità, in quanto il
capo proietta un’ombra di suono. Con un suono ad alta frequenza, se le onde del
suono provengono da destra, la testa proietterà un’ombra sul suono a sinistra. Il suono
di intensità inferiore nell’orecchio sinistro suggerisce che il suono proviene da destra.
Se il suono proviene da un punto posto direttamente di fronte, un’ombra sul suono
verrà proiettata dietro la testa ed il suono raggiungerà i due orecchi con la stessa
intensità. Con suoni compresi tra i 20 e i 2000 Hz, il processo coinvolge il ritardo
interaurale. Dai 2000 ai 20000 Hz, viene utilizzata la differenza di intensità
interaurale. L’insieme di questi due processi costituisce la teoria duplice della
localizzazione del suono.
Il confronto del suono in arrivo a entrambi gli orecchi non è molto utile per
localizzare suoni sul piano verticale poiché quando il suono si muove verso l’alto o
verso il basso, né il ritardo interaurale né l’intensità interaurale subiscono modifiche.
Le sporgenze e le ripiegature del padiglione auricolare fanno in modo che il suono in
entrata venga riflesso. Il ritardo tra la via diretta e quella riflessa si modifica in
seguito al movimento del suono sul piano verticale.

LE CORTECCE MOTORIE

Suddivisioni citoarchitettoniche delle corteccie motorie


Confrontando la F1 con la S1 si nota che nella prima area manca il IV strato, lo strato granulare
interno, e nel V strato si trovano delle cellule gigantopiramidali di Betz o cellule cortico-moto-
neuronali, poiché ha come caratteristica principale quella di inviare informazioni alle strutture
sottotanti: ai motoneuroni in diretto contatto con i muscoli (il passaggio più breve dalla corteccia ai
muscoli).

Aree motorie primaria e premotorie: ruoli funzionali e somatotopie


La corteccia motrice è una regione circoscritta del lobo frontale costituita dall'area 4 che giace in
posizione anteriore rispetto al solco centrale del giro precentrale e dall'area 6 che è posta
anteriormente all'area 4.
L'area 4 viene oggi chiamata corteccia motoria primaria o M1 o F1, mentre l'area 6 viene chiamata
corteccia premotoria. Quest'ultima area si suddivide a sua volta in area premotoria o AMP,
localizzata nella regione laterale del lobo frontale, e area motoria supplementare o AMS, localizzata
in una regione mediale tra il lobo frontale e la corteccia motoria primaria.
La corteccia premotoria è formata da un mosaico di aree con proprietà anatomo-funzionali diverse
che va da F2 a F7. La corteccia premotoria ventrale o laterale è formata dalle aree F4 e F5, queste
aree non contengono rappresentazioni degli arti inferiori. La corteccia premotoria dorsale formata
dalla aree F2 e F7 che controllano e programmano movimenti braccio-gamba per la prima e occhi
per la seconda. La corteccia premotoria mesiale è composta dalle aree F3 e F6.
Da un punto di vista funzionale si ritiene che la corteccia motrice primaria sia deputata al controllo
diretto dei motoneuroni spinali e che l'area 6 di Brodmann sia una regione sostanzialmente
omogena in cui la parte della convessità è la vera corteccia premotoria responsabile della
programmazione del movimento, mentre l'area motoria supplementare è deputata al controllo
posturale. Le cortecce premotorie mandano ai complessi circuiti del tronco encefalico e del zona
intermedia del midollo, quindi si occupano di costruire una forma globale dell'azione, mentre la
corteccia motrice primaria si occupa del movimento specifico. La corteccia motrice primaria agisce
sul programma globale che riceve come informazione dalla premotorie, aggiunge o toglie ciò che
c'è di troppo, quindi da forma al movimento grazie alle connessioni dirette con i muscoli.
L'area motrice primaria riceve afferenze da S1, tatto e propriocezione, l'area 5, propriocezione, e da
tutte le atre aree premotorie; quindi sia informazioni somatosensoriali precise dalle aree
propriocettive, ma anche informazioni motorie sui programmi dalle aree premotorie. Le corteccie
premotorie ricevono informazioni sensoriali molto complesse e integrate dal lobulo parientale
inferiore, superiore e prefrontale. Le informazioni da parte del lobulo parietale serve per guidare la
costruzione di programmi motori proprio nelle aree premotorie che rivecono dal parietale stesso,
quindi usa informazioni somatasensoriali che integra con le aree premotorie con cui è connesso. Il
lobulo parietale dice come costruire un movimento e il prefrontale stabilesce quando fare il
movimento, ciò è stabilito dalla aree premotorie che inviano questi dati alla corteccia motrice
primaria, la quale decodifica il messaggio e invia le informazioni ai motoneuroni.
Attraverso le stimolazioni elettriche di Penfield è stato scoperto che la rappresentazione
somatotopica della S1 è la stessa di F1 (vedi Homunculus Cerebrale).
Il sistema motorio corticale circuiti parieto-frontali
Le aree F3 e F6 inviano afferenze alle aree premotorie ventrali F4 e F5 che devono costruire il
programma motorio più adeguato. Per definire la forma del movimento ho bisogno
dell'informazioni sulla forma dell'oggetto, quindi tradurre la forma dell'oggetto in una forma del
movimento.
L'area AIP proietta alla premotoria ventrale F5, mentre l'area VIP proietta alla F4. L'area AIP riceve
informazioni sulla forma e sull'orientamento degli oggetti, quindi fornisce quella descrizione sulla
tridimensionalità degli oggetti che ci serve per selezionare il programma motorio per interagire con
gli oggetti. L'area VIP fornisce la posizione degli oggetti rispetto al nostro corpo, ci dice dove sono.
Con il circuito AIP localizziamo l'oggetto, con il circuito VIP costruiamo la forma della mano.
Studiando i neuroni dell'area F4 è stato scoperto che abbiamo neuroni bimodali con proprietà
somatosensoriali tattile e visiva. Questi neuroni generano un programma motorio spaziale: la
rappresentazione in chiave motoria di una porzione di spazio.

Le aree premotorie mesiali: apprendimento e programmazione motoria


Le regioni prefrontali in particolare proiettano alle regioni F6 e F3. Queste due aree danno l'avvio ai
piani motori. Le aree premotorie mesali sono in rapporto con il prefrontale da cui ricevono le
informazioni sull'intenzione di agire.
L'area F6 risponde a stimoli visivi, struttura in termini sequenziali gli eventi motori (i singoli
movimenti) e lo fa in modo particolare durante le fasi iniziali di apprendimento di un compito
nuovo. L'area F3 usa informazioni somatosensoriali per la codifica dei movimenti.
Le regioni della corteccia premotoria mesiale ricevono e traducono le informazioni che arrivano
dalla corteccia prefrontale sull'intenzione di fare qualcosa in un piano motorio. Le aree premotorie
mesiali forniscono un contributo cruciale nell'apprendimento motorio, nelle prime fasi di
esecuzione di un compito (F6) e nell'automatizzazione della prestazione (F3) per poi arrivare al
programma motorio più adeguato.

CORTECCIA PARIETALE FRONTALE

La percezione dello spazio e il sistema motorio parieto-frontale


La percezione dello spazio è determinata da neuroni che danno un ordine premotorio di tutto ciò che
può permettere un movimento per raggiungere o evitare uno stimolo proveniente da quella
direzione, cioè le afferenze da parte dell'area VIP.
La suddivisione funzionale dello spazio vicino e lontano, appare confermata dalla studio dei deficit
indotti a lesioni delle aree FEF e F4. Nel primo caso il deficit riscontrato investe principalmente lo
spazio extrapersonale, mentre nel secondo rigurada per lo più lo spazio peripersonale e cosiddetto
spazio personale, ossia lo spazio cutaneo.
I pazienti con la sindrome di Neglette non percepiscono una parte di spazio, alcuni di questi hanno
un neglette per lo spazio vicino o lo spazio lontano. Nel nostro cervello lo spazio ha delle
rappresentazioni multiple che sono in formato motorio. I campi recettivi dei neuroni bimodali di
VIP-F4 sono ancorati ai rispettivi campi recettivi somatosensoriali, dunque a determinate parti del
corpo.
Risulati simili sono stati osservati in ricerche condotte su soggetti umani affetti da neglect. Per W.
Haligan e John C. Marshall hanno descritto il caso di un paziente che manifestava un marcato
neglect quando doveva, con una comune matita, dividere a metà segmentei disegnati su un foglio di
carta disposto entro il suo spazio peripersoale. Tuttavia, se alllo stesso paziente veniva chiesto di
eseguire il medesimo compito con lienee presentate nello spazio extrapersonale e servendosi di una
penna laser, il neglect risultava estremamente ridotto, se non adirrittura assente – e questo spiegava
perché non soffrisse di alcun disturbo allorché si dedicava sal suo hobby preferito: il lancio delle
frececcette! Di contro Alan Cowy e colleghi hanno riportato il caso di cinque pazienti che
presentavano una dissociazione opposta, rivelando un neglect per lo spazio lontano più severo che
per quello vicino.
Atsushi Iriki e coleghi hanno dimostrato come i campi recettivi visivi dei neuroni bimodali della
cortecci a parietale posteriore della scimmia, che codificano il movimento della mano in modo
simile a quanto fanno i neuroni di F4, possono essere modificati da azioni che comportano
l'impiego di strutmenti. Dopo aver addestrato alcune scimmie a recuperare delle palline di cibo
tramite un piccolo rastrello, essi hanno notato che durante l'uso ripetuto dello strumento i campi
recettivi visivi ancorati sula mano si espandevano al punto da includere lo spazio intorno alla mano
e al rastrello – quasi che l'immagine di quest'ultimo fosse incorporata in quella della mano. D'altro
canto, quando l'animale smetteva di usare lo strumento, pur tenendolo ancora in mano, i campi
recettivi tornavano alla loro estensione usale. Il prolungamento della mano determinato dall'impiego
del rastrello coportava un ampliamento dello spazio raggiungibile da parte della scimmia, e dunque
una rimodulazione di vicino e lontano: i neuroni che si attivano alla presenza di oggetti nello spazio
peripersonale rispondevano anche a stimoli che in precedenza non avevano codificato in quanto
lontani (ossia fuori dal loro spazio), ma che ora, tramite l'uso del rastrello, diventavano vicini.
Una rimodulazione analoga delle mappe spaziali è stata riscontrata anche nell'uomo. Anna Berti e
Francesca Frassinetti hanno evidenziato come la rapresentazione corticale dello spazio corporeo
possa giungere a includere gli strumenti impiegati dal soggetto, facendo sì che lo spazio
precedentemente etichettato come lontano venga in seguito codificato come vicino. La paziente da
loro condsiderata aveva subito una grave lesione all'emisfero destro che aveva prodotto una
eminegligenza a sinistra, con un'evidente dissociazione tra spazio vicino e spazio lontano.
Manifestava, infatti chiari deficit in molti compiti (cancellazzione e bisezione di linee, lettura ecc.)
che le richiedevano di compiere azioni nel suo spazio peripersonale. Per esempio, quando doveva
localizzare con il dito indice il punto che divideva a metà alcune linee disegnatae su di un foglio con
inclinazioni diverse, lo segnava sempre spostato verso destra, mostrando così di avere deficit
percettivi per la parte sinistra di quelle linee. Non appena, però queste venivano collocate a una
certa distanza da lei (all'incirca un metro), sicchè per la loro bisezione era necessario l'uoso di una
penna laser, la negligenza tendeva a scomparire.
A prima vista, il caso riportato da Berti e Frassinetti sembrava assai simile a quello descrittto da
Halligan e Marshall. Tuttavia dagli esperimenti di Berti e Frassinetti risultava che, se alla paziente
veniva chiesto di bisecare linee disposte nel suo spazio extrapersonale tramite una bacchetta che le
permetteva di raggiungere tali linee, la negligenza si manifestava anche nello spazio lontano, ed era
altrettanto severa che nello spazio vicino. Come nelle scimmie studiate da Iriki e colleghi, l'uso
dello strumento pareva estendere lo spazio peripersonale dalla paziente, sino a raggiungere tramite
la bacchetta le stesse linee che doveva dividere a metà. Lo spazio lontano veniva così ricodificato
come vicino, e ciò comportava la comparsa della negligenza per lo spazio vicino – ossia quella
negligenza che non si era manifestata quando la paziente aveva eseguito il compito richiestole senza
fare uso di alcuna bacchetta.

La corteccia premotoria ventrale: neuroni canonici e neuroni specchio


L'analisi delle proprietà funzionali di F5 ci ha mostrato come la stragrande maggioranza dei neuroni
di quest'area si attivi durante l'esecuzione di specifici atti motori, quali l'afferrare, il tenere o il
manipolare, e come una parte di essi risponda anche a stimoli visivi. Questi ultimi neuroni rilevano
una chiara congruenza tra le loro proprietà motorie (per esempio, il tipo di presa codificato) e la loro
selettività visiva (forma, taglia e orientamento dell'oggetto presentato), svolgendo un ruolo decisivo
nel processo di trasformazione dell'informazione visiva relativa a un oggetto negli atti motori
necessari per interagire con esso. Date le loro caratteristiche, sono stati chiamati neuroni canonici.
Ma durante registrazioni compiute in situazioni sperimentali in cui la scimmia non era condizionata
a compiti fissi, bensì poteva agire liberamente, si è visto che i neuroni canonici non erano il solo
tipo di neuroni ad avere proprietà visuo-motorie. Con grande sorpresa ci si è accorti che,
soprattuttto nella convessità corticale di F5, vi erano neuroni che rispondevano sia quando la
scimmia effettuava una determinata azione (per esempio, afferrava del cibo) che quando osservava
un altro individuo (lo sperimentatore) compiere un'azione simile. A tali neuroni è stato dato il nome
di neuroni specchio.
Dal punto di vista delle proprietà motorie, i neuroni specchio sono indistinguibili dagli altri neuroni
di F5, in quanto anch'essi si attivano selettivamente durante specifici atti motori. Le cose cambiano,
invece, per quanto riguarda le proprietà visive. A differenza dei neuroni canonici, i neuroni specchio
non rispondono alla seplice presentazione di cibo o di generici oggetti tridimensionali, né il loro
comportamento pare influenzato dalle dimensioni dello stimolo visivo. Piuttosto, la loro attivazione
è legata all'osservazione da parte della scimmia di determinati atti compiuti dallo sperimentatore ( o
da un'altra scimmia) che comportano un'interazione effettore (mano o bocca)-oggetto. A tale
prorposito occore però notare come né i movimenti della mano che si limitano a mimare la presa in
assenza dell'oggetto né i gesti intransitivi (privi cioé di correlato oggettuale), quali l'alzare le braccia
o l'agitare le mani, anche quando sono realizzati con l'intento di minacciare o di eccitare l'animale,
provochino risposte significative. Inoltre, le scariche dei neuroni specchio risultano in gra parte
indipendenti dalla distanza e dalla localizzazione spazioale dell'atto osservato – benché in alcuni
casi esse appaiono modulate dalla direzione dei movimenti visivi o dalla mano (destra o sinistra)
usata dallo sperimentatore.
Se si assume quale criterio distintivo l'effettivo atto motorio visivamente codificato è possibile
suddividere i neuroni specchio in classi secondo le proprietà motorie dei neuroni di F5: abbiamo
così “neuroni-specchio-afferrare”, “neuroni-specchio-tenere”, “neuroni-specchio-manipolare”- ma
anche “neuroni-specchio-collocare” (che si attivano quando la scimmia osserva lo sperimentatore
disporre un oggetto su un qualche supporto) e “neuroni-specchio-interagire-con-le-mani” (che
rispondono alla vista di una mano che si muove verso l'altra, mentre quest'ultima sta tenendo un
oggetto). Da tale classficazione emerge come gran parte dei neuroni specchio di F5 rispondono
all'osservazione di un solo determinato tipo d'atto (per esempio, afferrare). Altri neuorni appaiono
meno selettivi scaricando durante l'osservazione di dueo o, più raramente, di tre atti motori.
(L'area premotoria che controlla nella maniera più articolata e dettagliata i movimenti di
afferramento è l'area F5. I neuroni di quest'area codificano le diverse possibilità di prensione degli
oggetti, cioé lo scopo dell'atto motorio. Il circuito parieto-frontale origina dall'area parietale AIP e
termina in F5 dove ci sono questi neuroni che rappresentano i vocabolari del movimento motorio.
Le informazioni tridimensionali sugli oggetti, informazioni grossolane come la forma e la
dimensione, vengono trasformate in un'informazione motoria dell'oggetto. Ad ogni orientamento
viene associato in F5 un programma per prenderlo. I neuroni di F5 hanno la capacità di rispondere
a stimoli visivi. I neuroni di F5, i neuroni canonici, si attivano non appena la luce la si accende e il
soggetto vede l'oggetto che deve prendere, questa è una risposta selettiva alla forma dell'oggetto.
La risposta del neurone è una risposta motoria, è il programma motorio per eseguire questa
particolare azione, ma quando noi osserviamo gli oggetti non si attiva solo la nostra
rappresentazione visiva dell'oggetto ma si attiva automaticamente anche una descrizione motoria
di quell'oggetto: l'attivazione dei neuroni che codificano il tipo specifico di prensione necessario
per afferrare quell'oggetto. Le aree premotorio hanno anche informazioni percettive, vedi i neuroni
canonici.)

Il riconoscimento dell'azione nel cervello umano


(Studiando il sistema motorio si nota che esistono tanti piccoli moduli in cui è stata articolata la
corteccia parietale posteriore: l'area AIP che manda ad F5 le informazioni sulla forma degli oggetti,
che vengono trasformate nei programmi motori adeguati ad interagire con essi, e l'area VIP che
manda ad F4 le informazioni delle informazioni visive sulla localizzazione degli oggetti che
vengono trasformate in uno spazio motorio in cui ci muoviamo, in cui possiamo raggiungere o
evitare oggetti.)

I sistemi specchio e comprensione dell'azione e delle intenzioni: risvolti


psicopatologici
Se le informazioni canoniche sulla descrizioni degli oggetti arrivano tramite la via dorsale all'area
F5 c'è almeno una parte della via dorsale che è veramente inproprio definire tale, questa parte è
l'area PFG, una regione del lobulo parietale inferiore che riceve direttamente dalla corteccia
parietale. Se il circuito AIP-F5 estrae dagli oggetti le caratteristiche e i concetti che danno origine ai
neuroni canonici il circuito infero-temporale PFG e PFG-F5 fornisce ai neuroni specchio di F5
l'informazione sull'azione dell'altro. Quando osserviamo qualcun'altro muoversi lo vediamo da un
punto di vista pittografico, perché si attiva la via ventrale. Quando la scimmia osserva un altro
prendere il cibo i neuroni specchio della scimmia si attivano. La possibilità di trasformare
l'informazione visiva sull'azione dell'altro in modo da accoppiarla con la sua informazione motoria
fa dei neuroni specchio un mezzo per associare e comprendere l'azione degli altri sfruttando la
propria conoscenza motoria. La nostra conoscenza motoria è una base solida che viene utilizzata per
capire le azioni degli altri. I neruni specchio forniscono una rappresentazione dello scopo delle
azioni altrui, cioé non rispondono all'azione mimata. Dalla via visiva ventrale l'informazione visiva
giunge al parietale e da qui alla premotoria. I neuroni specchio possono rappresentare l'azione
dell'altro anche in presenza di scarsissime informazioni sensoriali. La loro risposta consente dunque
una comprensione immediata del comportamento altrui che si basa sulle proprie conoscenze e
competenze motorie. I neuroni specchio possono rappresentare un atto che sta avvenendo, anche se
invisibile e possono rappresentare un atto che è già avvenuto, in base alle sue conseguenze
acustiche. Possono anche anticipare atti motori che avverranno, predicendo l'interazione motoria
dell'altro.

LINGUAGGIO E AFASIA

Il sistema specchio dell'uomo: ipotesi motoria sull'origine del


linguaggio
Non è semplice ipotizzare che l'attivazione dei neuroni specchio rifletta l'insorgere di una
“rappresentazione verbale interna”? Ci capita spesso di descrivere mentalmente un'azione mentre la
osserviamo, magari dicendo tra noi: “Accidenti, quel tale sta prendendo la mia tazzina da caffè”.
Non può essere accaduto qualcosa di analogo ai soggetti sottoposti al PET? In fondo, si tratta pur
sempre di una porzione dell'area di Broca!
Per rispondere a un'obiezione del genere , Giovanni Buccino e colleghi hanno condotto un
esperimento di fMRI, chiedendo a degli studenti di guardare dei videoclip in cui un attore compiva
delle azioni transitive (come mordere una mela, prendere una tazzina di caffè, dare un calcio a un
pallone) o in cui mimava le stesse. L'osservazione dei movimenti transitivi fatti con la bocca
attivava due foci nel lobo frontale – uno in corrispondenza della parte posteriore del giro frontale
inferiore e uno nella parte inferiore del giro precentrale – e due foci nel lobo parietale inferiore.
L'osservazione dei movimenti transitivi eseguiti con la mano determinava un pattern d'attivazine
simile, ma l'attivazione della parte inferiore del giro precentrale era posta più dorsalmente, mentre
quella rostrale del lobo parietale si spostava posteriormente. Quanto alle azioni transitive eseguite
col piede, si notava una sola attivazione frontale, più dorsale di quelle rilevate durante
l'osservazione delle azioni di bocca e mano, e un ulteriore spostamento posteriore dell'attivazione
parietale. In altre parole, nonostante un notevole grado di sovrapposizione, il sistema dei neuroni
specchio aveva azioni compiute con la mano, con la bocca e col piede. L'osservazione delle azioni
mimate dava un pattern di attivazione analogo, ma limitato al lobo frontale. Se l'interpretazione via
mediazione verbale fosse stata corretta, l'area di Broca avrebbe dovuto attivarsi indipendentemente
dal tipo d'azione osservata e dall'effettore usato. Inoltre, non ci si sarebbe dovuto attendere alcuna
attivazione a livello della corteccia premotoria. Tuttavia, i dati sopra riportati indicano esattamente
il contrario. Così, a meno di non volere ricorrere a una bizzarra ipotesi ad hoc, sostenendo, per
esempio, che una rappresentazione verbale sarebbe presente durante l'osservazione dei compiti con
la bocca e con la mano, per poi (magicamente) scomparire durante l'osservazione di quelli eseguiti
con il piede, non resta che riconoscere che l'attivazione dell'area di Broca riflette il tipico
comportamento dei neuroni specchio. Non solo: dall'esperimento di Buccino e colleghi appare
chiaro come il sistema dei neuroni specchio nell'uomo comprenda, oltre all'eare di Broca, larghe
parti della corteccia premotoria e del lobo parietale inferiore. Esso mostra, infine, come il sistema
dei neuroni specchio non sia limitato ai movimenti della mano, e neppure agli atti transitivi, ma
risponda anche agli atti mimati.
Nel caso degli atti comunicativi, la vista di un uomo che muoveva le labbra come se stesse parlando
induceva una forte attivazione nella parte posteriore del giro frontale inferiore (ossia nella regione
che corrisponde all'area di Broca); questa diventava più debole durante l'osservazione della scimmia
che schioccava le labbra, mentre era assente nella vista dell'abbaiare del cane.
In termini puramente visivi, la distanza tra gli atti comunicativi (movimento delle labbra da parte
dell'uomo e della scimmia, abbaiare da parte del cane) non pare superiore a quella sussistente tra gli
altri atti ingestivi (mordere), e comunque non sembra tale da giustificare le differenze riscontrate
nell'attivazione dei rispettivi pattern neuronali. La mancata risposta delle aree del sistema dei
neuroni specchio durante l'osservazione dell'abbaiare del cane non può esserea ascritta unicamente
al tipo di informazione visiva ricevuta. Sappiamo che l'attività dei neuroni specchio non è vincolata
a uno specifico input sensoriale, bensì dal vocabolario d'atti che regola l'organizzazione e
l'esecuzione dei movimenti, prefigurando altrettante possibilità d'azione. E al nostro, come a quello
dei soggetti dell'esperimento, non appartiene l'abbaiare.

Teorie innatiste: aspetti trans-culturali e trans-speifici


La teoria innatista di Chomsky sosteneva un'evoluzione immediata del linguaggio a partire da una
mutazione genetica. Riteneva che il linguaggio fosse innato e consentisse al cervello di un essere
umano di imparare qualunque linguaggio umano, grammatica universale.
La teoria evoluzionista di Darwin sosteneva che il linguaggio si sarebbe evoluto in modo graduale
come qualsiasi altra attività, una serie di modificazione di atteggiamenti progressivi. Oggi si
portano avanti due concezioni del linguaggio secondo la teoria evoluzionista: c'è chi ritiene che il
linguaggio sia derivato da una raffinata evoluzione delle vocalizzazioni e c'è chi sostiene che il
linguaggio sia derivato da una comunicazione mimico-gestuale. Secondo la prima le vocalizzazioni
sono referenziali, quindi rivolte al gruppo, correlate al comportamento emotivo, poco flessibilili, un
ridotto numero di segnali e controllate da sistemi antichi, mentre la sconda i gesti riguardano una
comunicazione inter-individuale, sono vincolati da comportamenti emotivi, flessibilili, hanno un
repertorio più vasto e sono il frutto di una corteccia evolutivamente più recente. Nell'evoluzione
l'abbassamento della laringe è servito ad emettere suoni come le vocali e le consonanti. La
cortecciamotoria può aver assunto a poco a poco un controllo sempre più ricco della vocalizzazione,
la quale potrebbe essersi associata ai gesti del braccio (come si nota dagli studi sugli scimpanzè).
Nonostante nell'uomo il gesto abbia normalmente una funzione vicaria, si accompagna molto spesso
alla parola.

Le afasie e il modello di Wernicke-Geschwind


Molto di ciò che sappiamo sull'importanza di certe aree cerebrali deriva dagli studi sull'afasia.
L'afasia è la perdita, parziale o completa, delle capacità linguistiche conseguente a un danno
cerebrale, spesso senza la perdita delle facoltà cognitive o della capacità di muovere i muscoli
dell'eloquio.
Nel 1863 Broca pubblicò un articolo in cui descriveva 8 casi nei quali esistevano danni al lobo
frontale dell'emisfero sinistro che avevano effetto sul linguaggio. Altri casi siili e la constatazione
che lesioni all'emisfero destro non avevano alcun effetto sul linguaggio convinsero Broca nel 1864
del fatto che il linguaggio è controllato solo da un emisfero che è quasi sempre il sinistro. Il lavoro
di Broca riveste grande importanza perché è stata la prima chiara dimostrazione che le funzioni
cerebrali possono essere localizzate anatomicamente. L'area di Broca nel lobo frontale si trova
accanto all'area che controlla i movimenti della bocca e delle labbra della corteccia motrice.
Nel 1984 il neuronologo tedesco Karl Wernicke affermò che lesioni dell'emisfero sinistro,
localizzate in una regione ben distinta da quella di Broca, portano a disturbi nel linguaggio parlato.
Questa area, è situata sulla superficie superiore del lobo temporale, tra la corteccia uditiva e il giro
angolare, è comunemente denominata area di Wernicke.
La sindrome conosciuta come afasia di Broca, viene anche chiamata afasia motoria o nonfluente,
perché la persona presenta difficoltà nel parlare, anche se capisce o se legge correttemente. I
pazienti con afasia di Broca hanno difficoltà nel parlare e fanno spesso pause, come per cercare la
parola giusta. L'incapacità di trovare le parole è chiamata anomia (letteralmente “senza nome”). La
caratteristica dell'afasia di Broca uno stile telegrafico, nel qule si usano sopratuttutto parole di
contenuto (sostantivi, verbi e aggettivi che hanno un contenuto specifico per la frase). Molte parole
funzionali (articoli, pronomi e congiunzioni) sono ignorate (non ci sono “se, e, ma”). Nel gergo del
deficit di afasia, l'incapacità di costruire frasi grammaticalmente corrette è denominata
agrammatismo. I pazienti affetti di afasia hanno difficoltà a ripetere le cose che vengono loro dette,
anche se con nomi familiari. Talvolta usano parole o suoni scorretti, chiamati errori parafasici.
Poiché le maggiori difficoltà si riscontrano nella produzione del linguaggio parlato, si ritiene che
l'afasia di Broca sia un disturbo del linguaggio riguardante l'aspetto motorio degli organi fonatori. Il
linguaggio viene compreso ma non viene prodotto con facilità.
Wernicke ipotizzò che l'area danneggiata nell'afasia di Broca contenga il ricordo riguardante la
raffinata serie di comandi motori richiesti per articolare i suoni. Dal momento che l'area di Broca è
localizzata vicino a quella parte della corteccia motrice che controlla la bocca e le labbra, quest'idea
sembra avere dei fondamenti logici. Quando Wernicke notò che lesioni del lobo temporale superiore
potevano condurre all'afasia, osservò una sindrome ben distinta dall'afasia di Broca. In effetti,
affermava che l'afasia è di due tipi. Nell'afasia di Broca il linguaggio parlato è disturabato, ma la
comprensione è relativamente conservata. Nell'afasia di Wernicke il linguaggio parlato è scorrevole,
ma la comprensione è compromessa.
I pazienti con afasia di Wernicke riescono a produrre un discorso, ma commettono molti errori
parafasici in più, il loro strano modo di parlare si riflette anche nella scrittura e nel suonare. La
localizzazione dell'area di Wernicke, sul giro temporale superiore, accanto alla corteccia uditiva
primaria, ci fornisce degli indizi per quanto riguarda la sua possibile funzione. L'area di Wernicke
potrebbe avere un ruolo fondamentale nel mettere in correlazione i suoni in arrivo con il loro
significato. In altre parole, si tratta di un'area specializzata nell'immagazzinare i ricordi dei suoni
che compongono le parol. E' stato detto che l'area di Wernicke è un'area di ordine superiore, nel
riconoscimento dei suoni proprio come la corteccia temporale lo è per il riconoscimento visivo. Un
deficit nel riconoscimento dei suoni potrebbe spiegare perché i pazienti con afasia di Wernicke non
comprendono bene il linguaggio parlato.
Wernicke ha dimostrato che il suo modello di elaborazione del linguaggio può prevedere come da
una lesioni che disconnetta l'area di Wernicke da quella di Broca, lasciando entrambe le aree intatte,
si produca una forma di afasia. Nel modello di Wernicke-Geshwind ciò è determinato da una
lesione delle fibre che compongono il fascicolo arcuato. In realtà, tali lesioni di solito sottendono un
danno alla corteccia parietale, oltre che al fascicolo arcuato, ma le aree di Broca e Wernicke ne sono
risparmiate. L'afasia derivante da tali lesioni è ora conosciuta come afasia di conduzione. La
comprension è buona e il linguaggio parlato è scorrevole. Il deficit che generalmente caratterizza
questo tipo di afasia è la difficoltà nella ripetizione delle parole. Dopo aver udito qualche parola, il
paziente tenta di ripeterla, ma sostituirà o ometterà errori prafasici.

Specializzioni emisferiche per il linguaggio nel cervello umano


Se ad una paziente split-brain (con il cervello diviso, a causa della rimozione chirurgica del corpo
calloso) viene mostrata un'immagine solo nel suo campo visivo sinistro o un oggetto veine toccato
solo con la mano sinistra, il soggetto non riuscirà a descrivere quest'attività e di solito dirà che li
non c'è niente. Si potrebbe di nascosto porre un oggetto nella mano sinistra del paziente senza che
se ne accorga. Questa mancanza di risposta è conseguenza e dimostrazione del fatto che in molte
persone il linguaggio parlato è controllato dall'emisfero sinistro.
Esistono anche prove del fatto che l'emisfero destro percepisca figure complesse, nonostante la sua
incapacità di comunicarlo verbalmente. In un esperimento si mostrò ad un soggetto una serie di
immagini nel suo campo visivo sinistro e ad un certo punto apparve una fotografia con una persona
svestita. Quando gli fu chiesto cosa avesse visto, il soggetto non disse niente, ma iniziò a ridere e
disse allo sperimentatore che non sapeva cosa ci fosse di così divertente, forse era l'apparecchiatura
usata per l'esperimento.
I risultati di questi studi sul cervello diviso dimostrarono che i due emisferi possono funzionare
come cervelli indipendenti con diverse capacità di linguaggio. Sebbene di solito l'emisfero sinistro
sia dominante per quanto riguarda il linguaggio, anche l'emisfero destro possiede significative
abilità nella comprensione del linguaggio.

CORTECCIA PARIETALE POSTERIORE: APRASSIA E


NEGLECT

La corteccia parietale posteriore: aspetti funzionali e


specializzazioni emisferiche
L'aprassia e il neglect sono deficit prettamente umani. Lobulo parietale superiore e inferiore
rappresentano il culmine della via visiva dorsale, la quale ha funzioni pragmatiche, le informazioni
spaziali che arrivano alla corteccia parietale della via dorsale. La corteccia parietale è stata
suddivisa in molte sotto aree. Si è scoperto che il lobulo parietale ha funzioni motorie, poiché oltre
alle sue proprietà somatosensoriali e visive ha neuroni che rispondono al movimento, un area con
notevoli capacità integrative. Nell'uomo la via dorsale presiede alle trasformazioni che servono per
il controllo dell'aquisizione dell'azione.
Il lobulo parietale inferiore trasforma l'informazione visiva in programmi motori, mentre il lobulo
parietale superiore usa informazioni visive e prevalentemente propriocettive per controllare, durante
la sua esecuzione, lo svolgimento dei programmi motori. I circuiti parieto frontali che si articolano
tra il lobulo parietale inferiore e le aree premotorie operano le trasformazioni sensorymotorie,
trasformano ciò che è sensoriale in programmi motori corretti per raggiungere con il braccio e
afferrare gli oggetti nello spazio peripersonale. In parallelo i circuiti parietofrontali che integrando
le informazioni dal lobulo superiore monitarano online queasta attività motoria sfruttando le
informazioni propriocettive e visive.
I deficit che possiamo trovare in seguito a lesioni del cervello ci danno delle informazioni molto
precise su come sembra lavorare il cervello. Le vie visive dalla corteccia occipitale si portano
all'infero temporale, per il riconoscimento, dove abbiamo visto che in caso di lesioni si genera
agnosia visiva. I pazienti con lesioni della via ventrale ricevono queste informazioni della via
dorsale, che gli consentono di operare senza esserne consapevole le informazioni sensorymotorie
per raggiungere e afferrare. Al contrario quando la via ventrale è interrotta il paziente con una
lesione alla via dorsale non riesce ad afferrare l'oggetto anche se riesce a riconoscerlo e descriverlo,
questo deficit è chiamato atassia, cioé disordine dei movimenti del braccio guidati visivamente
verso un bersaglio. Questa caratterizzazione delle le due vie: via ventrale per il riconoscimento,
deficit agnosia, e via dorsale per il raggiungimento, deficit atassia, non è pienamente soddisfacente
perché non riesce a cogliere, integrare e spiegare alcuni deficit che riguardano prevalentemente
lesioni a carico del lobulo parietale inferiore (aree 39 e 40).
Negli ultimi anni si sta affermando l'idea che ci siano due diverse suddivisioni della via dorsale: una
è quella che va al lobulo parietale superiore, le cui lesioni causano l'atassia, e un'altra è quella che
va al lobulo parietale inferiore, le cui lesioni causano neglect quando colpiscono l'emisfero destro e
aprassia quando colpiscono l'emisfero sinistro.
Il neglect è un disordine nel quale una parte del corpo o del mondo (ad esempio l'intero campo
visivo a sinistra del centro di fissazione) è ignorata o soppressa, al punto di negarne addirittura
l'esistenza. Il neuorologo Oliver Sacks descrisse questo tipo di paziente nel suo saggio “L'uomo che
cadde dal letto”. In seguito ad un ictus che gli aveva probabilmente danneggiato la corteccia, l'uomo
sosteneva che qualcuno gli stava facendo uno scherzo macabro, nascondendogli un arto amputato
sotto le coperte. Nel momento in cui tentava di togliere la gamba da sotto le coperte, lui e le gamba
cadevano sul pavimento. Naturalmente la gamba in questione era la sua ed era ancora attaccata, ma
l'uomo era incapace di riconoscerla come una parte del suo corpo.
L'aprassia è una compromissione nell'abilità di esecuzione di gesti non spontaneamente, ma su
richiesta, quando un gesto deve essere riprodotto intenzionalmente. Può essere definita in base a
quali deficit la caratterizzano: un fallimento nel produrre un movimento corretto in risposta ad un
comando verbale (aprassia callosale), un fallimento nell'imitare correttamente un movimento
eseguaito dall'esaminatore ed infine un fallimento nell'eseguire correttamente un movimento in
risposta ad un oggetto visto oppure nella sua manipolazione.

Correlati anatomici delle aprassie ideomotoria, ideativa e


costruttiva
Quest' ultimo tipo di aprassia è causato della mancaza di traduzione di una idea motoria a partire
dalle informazioni visive integrate da questa regione nei programmi motori corretti per prendere
questo oggetto e rilevarlo.
L'aprassia ideatava si verifica a seguito di lesioni nella parte più caudale del lobulo parietale
inferiore, nell'area adiacente all'area 39. Il paziente con aprassia ideativa compie operazioni motorie
estremamente complesse, ma non riesce ad organizzare le operazioni che servono per completare il
movimento, in pratica “non sa che cosa fare”.
L'aprassia ideomotoria si verifica a seguito di una lesione nella parte più rostrare del lobulo
parietale inferiore. Il paziente aprassico non riesce a selezionare le rappresentazioni del gesto che
sono rese accessibile tramite l'aria lesionata, quindi “sa cosa fare, ma non sa come farlo”.
L'aprassia costruttiva è un disturbo nelle attività di costruzione, composizione e disegno in cui la
forma spaziale, cioè l'aspetto del prodotto, non corrisponde al modello proposto, in assenza di
aprassia ideomotoria o ideativa.

Circuiti corticali per il controllo e l'organizzazione del gesto


nell'uomo
L'emisfero sinistro è dominante sia per il linguaggio che per la programmazione del gesto. Il lobulo
parietale inferiore contiene tutte le nostre idee di movimento ed è in grado di organizzarlo, per il
programma motorio vero e proprio occorre la corteccia motoria, infatti il centro prassico (lobulo
parietale inferiore) di sinistra manda queste informazioni alla corteccia motoria sinistra.
Con una lesione al lobo parietale inferiore dell'emisfero sinistro si nota un'aprassia, quindi ha perso
in senso lato, sia sulla mano sinistra che sulla destra, la capacità di organizzazione del gesto; mentre
se abbiamo una lesione al corpo calloso, si interrompono le comunicazioni tra il centro prassico e
l'emisfero destro, di conseguenza il paziente risulata aprassico solo per la mano sinistra.
La dissociazione automatica volontaria dimostra che nella vita di tutti i giorni i pazienti riescono a
fare tutto ciò che non riescono a fare su richiesta. Non solo abbiamo dei centri per il controllo e
l'organizzazione dei gesti ma questi centri devono essere recuperati su richiesta, quindi
intenzionalmente non automaticamente. Quando la situazione automaticamente richiama
direttamente i programmi motori già organizzati a livello premotorio il gesto funziona
perfettamente, mentre quando vogliamo accedere agli stessi programmi volontariamente in un
contesto che non li suggerisce in maniera automatica andiamo in contro a questi problemi. (vedi
aprassia costruttiva)

La corteccia parietale destra: spazio e negligenza spaziale


Il lobulo parietale inferiore di destra ha la funzione di centro per la distribuzione dell'attenzione
spaziale, quindi lesioni al lobulo parietale inferire di destra causano neglet, i pazienti ignorano i gli
oggetti e gli eventi nello spazio controlesionale.
Non sono gli oggetti che non vengono riconosciuti ma bensì lo spazio, una lesione nell'emisfero
destro fa scomparire lo spazio di sinistra. Non ci sono lesioni alle aree visive, tutte le informazioni
arrivano, quindi fa pensare che non sia un problema visivo, il suo cervello vede lo spazio di sinistra
ma non l'elabora.
Le aree che distribuiscono l'attenzione e si occupano della rappresentazione percettiva del mondo
sono le stesse aree che usiamo per immaginare e per sognare. Come se il nostro sistema visivo
rappresentasse le informazioni su uno schermo mentale in cui le immagini che si verificano durante
la percezione visisa sono le stesse dell'immaginazione mentale, quindi una compromissione come
questa che investe la funzione percettiva cosciente investe anche la sfera dell'immaginazione
mentale.
L'oggetto viene ancora identificato come oggetto, a suggerire che non sia un problema di
percezione, a quanto pare i meccanismi di segregazione figura-sfondo rimangono nel neglect e
suggeriscono fortemente che il paziente vede quel che c'è da vedere, anche quello che c'è sul campo
sinistro, ma l'elaborazione esplicita si interrompe prima dello spazio a sinistra.

Agire nello spazio con diversi effettori interazione tra azione e


percezione nel Neglect
Ci sono altri casi in cui possiamo osservare delle differenze nel campo neglect, nello spazio destro e
possiamo anche avere delle differenze tra lo spazio vicino e lo spazio lontano.
Il paziente ignora esplicitamente una parte dell'informazione che si rivela capace di condizionare le
sue scelte, cioè l'elaborazione non è esplicita (non sa di vedere), ma si comporta come se vedesse.
Le lenti prismatiche sono delle lenti, che possono essere applicate ad una sorta di occhiali, che
deformano il mondo visivo per cui quello che era a sinistra viene spostato a destra. Con queste lenti
i pazienti con neglect cominciano a spostarsi verso lo spazio apparentemente negletto.
Nel lobulo parietale inferiore con i circuiti che forma con la premotoria, abbiamo una
trasformazione delle informazioni visive della cosidetta via dorsale, che può dare anche problemi di
tipo percettivo per questo si propone la distinzione tra lobulo parietale inferiore e superiore, e questi
sistemi che trasformano l'informazione visiva spaziale in programmi motori o rappresentazioni
motorie operative dello spazio possono essere alterate in maniera selettiva nei casi di neglect. Il
nostro spazio di lavoro, quello raggiungibile dallo spazio peripersonale, è diverso dal resto dello
spazio che possiamo raggiungere con gli occhi. Nello spazio vicino gli oggetti sono la dove posso
fare un movimento per raggiungerli o per evitarli. Se io ho il neglect nello spazio peripersonale,
usare uno strumento estende il mio spazio peripersonale tanto quanto è lungo il mio spazio
peripersonale, le mie possibilità di influenzare il mondo mi avvicinano ciò che è lontano. Con uno
strumento ciò che è lontano, nello spazio extrapersonale, lo posso raggiungere, portandolo con lo
spazio peripersonale. I due spazi vicino e lontano possono essere selettivamente compromessi:
posso avere un neglect nello spazio vicino e non in quello lontano.
FUNZIONI MOTORIE E COGNITIVE DEI GANGLI DELLA BASE

Descrizione anatomo-funzionale del sistema corticale-ganglio basale e


principali funzioni
L'input subcorticale che viene inviato all'area 6 proviene da un nucleo del talamo dorsale,
denominato nucleo ventrale laterale (VL). L'input a questa parte di VL chiamata Vlo, proviene dai
gangli della base posizionati profondamente nel telencefalo. I gangli della base sono dei bersagli
della corteccia cerebrale, in particolare della corteccia frontale, prefrontale e parietale.
I ganagli della base sono costituiti dal nucleo caudato, il putamen, il globo pallido e il nucleo
subtalamico. Inoltre, possiamo aggiungere la substantia nigra, una struttura del mesencefalo che è
connessa reciprocamente con i gangli della base del proencefalo. Il nucleo caudato e il putamen
costituiscono lo striato, che è il bersaglio dell'input corticale ai gangli della base. Il globo pallido è
la fonte dell'output verso il talamo. Le altre strutture partecipano in vario modo ai circuiti che
modulano la via diretta: corteccia – striato – globo pallido – Vlo – corteccia AMS.

La via diretta e indiretta dei gangli della base (GdB)


La via diretta che costituisce il circuito motorio attraverso i gangli della base, comincia con ua
connessione eccitatoria fra la corteccia e le cellule del putamen. Tramite sinapsi inibitorie, i neuroni
del putamen si connettono ai neuroni del globo pallido, i qulai, a loro volta, si connettono con le
cellule del Vlo grazie ad altre sinapsi inibitorie. La connessione talamo-corticale (che procede dal
Vlo alla AMS) è una connessione eccitatoria che facilita la scarica dei neuroni della AMS che sono
legati al movimento.
Una seconda via serve ad aumentare il livello di inibizione tonica e prende il nome di via indiretta.
Quest'ultima fornisce un secondo percorso, attraverso il quale il corpo striato si connette con il
segmento interno del globo pallido e con la parte reticolare della sostanza nera. Nella via indiretta
un'altra popolazione di neuroni del putamen proietta al segmento esterno del globo pallido. Questa
regione pallidale esterna invia proiezioni sia al segmento interno del globo pallido, sia al nucleo
subtalamico del talamo ventrale.Tuttavia, invece di proiettare a strutture esterne ai gangli della base,
il nucleo subtalamico proietta a ritroso al segmento interno del globo pallido e alla parte reticolata
della sostanza nera. Dato che questi ultimi due nuclei proiettano al di fuori dei gangli della base, la
via indiretta può influenare in tal modo l'attività dei motoneuroni superiori.

Ruolo fisiologico della dopamina sulle 2 vie dei GdB: effetti da carenza/
eccesso di neurotrasmettitore
Nella via diretta, afferenze inibitorie, transitoriamente attive, provenienti dal nucleo caudato e dal
putamen proiettano ai neuroni inibitori, tonicamente attivi, del segmento interno del globo pallido
che, a loro volta, proiettano al complesso dei nuclei VA/VL del talamo. Sono indicate anche
afferenze eccitatorie, transitoriamente attive, che giungono al nucleo caudato e al putamen della
corteccia cerebrale.
Durante il periodo di inattività, i neuroni del globo pallido risultano spontaneamente attivi e di
conseguenza inibiscono il VL; l'attivazione corticale (1) eccita i neuroni del putamen, che (2)
inibiscono i neuroni del segmento interno del globo pallido, i quali (3) liberano le cellule del Vlo
dall'inibizione permettendo loro di diventare attive. L'attività dl Vlo fa aumentare l'attività della
AMS.
Nella via indiretta, neuroni inibitori, transitoriamente attivi, del nucleo caudato e putamen
proiettano ai neuroni inibitori, tonicamente attivi del segmento esterno del globo pallido. Notare che
l'effetto della proiezione dopaminergica della sostanza nera sui neruoni della via indiretta è
inibitorio. I neuroni del globo pallido (segmento esterno) proiettano al nucleo subtalamico, il quale
riceve anche una fotre eccitazione della corteccia. A sua volta, il nucleo subtalamico proietta al
globo pallido (segmento interno), dove la sua azione eccitatoria transitoria contrasta l'azione di
disinibizione della via diretta. In questo modo la via indiretta modula gli effetti della via diretta.
Normalmente quando la via indiretta è attivata da segnali di orignie corticale, i neuroni della
corteccia sono in attività e inibiscono i neuroni GABAergici , tonicamente attivi, del segmento
esterno del globo pallido. Di conseguenza le cellule subtalamiche diventano più attivee, in virtù
delle loro sinapsi eccitatorie con le cellule pallidali del segmento interno e nigrali della parte
reticolata, potenziano l'efferenza inibitoria dei gangli della base. Pertanto, a differenza della via
diretta che, quando attivata, riduce l'inibizione tonica, l'effetto finale della via indiretta è quello di
aumentare le influenze inibitorie dei gangli della base sui motoneuroni superiori. La via indiretta
può così essere considerata come “un freno che agisce sulla normale funzione della via diretta”.

Morbo di Parkinson e corea di Huntington


L'ipotesi che il circuito motorio attraverso i gangli della base serva a facilitare l'inizio dei
movimenti volontari è stata confermata da studi di numerose malattie dell'uomo. Seconodo un
modello, alla base dell'ipocinesia, una riproduzione del movimento, c'è l'aumentata inibizione del
talamo da parte dei gangli della base; la diminuzione dell'attività efferente dei gangli della base
porta all'ipercinesia, un eccesso di movimento.
La malattia di Parkinson riproduce la prima condizione, quindi è caratterizzata da ipercinesia. I suoi
sintomi comprendono lentezza dei movimenti (bradicinesia), difficoltà a iniziare movimenti
volontari (acinesia), aumento del tono muscolare (rigidità) e tremore delle mani e della mandibola
più evidenti a riposo. La base organica del morbo di Parkinson è una degenerazione degli input che
dalla substantia nigra vanno allo striato. Questi input usano la dopamina (DA) quale
neurotrasmettitore, che generalmente facilita il circuito motorio diretto attivando le cellule del
putamen (che libera il VL dall'inibizione indotta dal globo pallido). In sostanza, la diminiuzione di
dopamina chiude l'imbuto che fornisce l'attivazione della AMS (tramite i gangli della base) e del
Vlo. La malattia di Parkinson viene curata tramite la somministrazione del composto chimico dopa,
un precursore della dopamina. Il dopa attraversa la barriera ematoencefalica e fa aumentare la
sintesi di DA nelle cellule della substantia nigra che sono sopravvisute al morbo, alleviando così
alcuni sintomi.
La malattia di Huntington è una sindrome ereditaria, progressiva e inevitabilmente fatale
caratterizzata da ipercinesia e discinesie, o movimenti anormali, e demenza, o alterazione delle
capacità cognitive e disturbi di personalità. Questa malattia è particolarmente insidiosa perché
normalmente i suoi sintomi non compaiono fino all'età adulta, spesso dopo che il paziente ha
trasmesso il gene alla prole. Le persone colpite dalla malattia di Huntington mostrano corea,
movimenti incontrollabili e inconsulti dal flusso rapido e irregolare e movimenti a scatto di varie
parti del corpo. La patologia cerebrale più evidente è una grave perdita di neuroni nel nucleo
caudato, nel putamen e nel globo pallido accompagnata da perdita neuronale nella corteccia
cerebrale e altrove. Il danno alle strutture dei gangli della base e la conseguente perdita della loro
azione inibitoria sul talamo sembrano in grado di spiegare i disturbi del movimento nei pazienti
affetti da malattia di Huntington. La degenerazione corticale è la principale responsabile della
demenza e dei disturbi di personalità.
In sintesi, i gangi della base possono facilitare il movimento concentrando l'attività di numerose
aree della corteccia sull'AMS. Tuttavia essi fungono anche da filtro che previene il verificarsi di
movimenti inappropriati.

Funzioni non motorie dei gangli della base: processi cognitivi e


regolazione dell'umore
Sembra che i gangli della base facciano parte di numerosi circuiti paralleli, dei quali solo alcuni
sono strettamente circuiti motori, mentre altri sono coinvolti in alcuni aspetti della memoria e delle
funzioni cognitive (come viene dimostrato dallo studio della malattia di Huntington).
IL CERVELLETTO

Suddivisioni anatomo-funzionali del cervelletto

Al di sotto dell'encefalo si trova il cervelletto. Nonostante il cervelletto sembri piccolo se


confrontato con le grandi dimensioni dell'encefalo, in realtà contiene tanti neuroni quanti ne sono
contenuti nei due emisferi cereberali messi insieme, più del 50% dei neuroni del SNC. Il cervelletto
è primariamente un centro di controllo del movimento avente numerose connessioni con l'encefalo
ed il midolo spinale. Contrariamente a quanto avviene negli emisferi cerebrali, l'emisfero
cerebellare sinistro è implicato nel controllo dei movimenti della parte sinistra del corpo, mentre
l'emisfero cerebellare destro è implicato nel controllo della parte destra del corpo.
Il cervelletto permette di eseguire una sequenza dettagliata di contrazioni muscolari sincronizzate in
maniera estremamente precisa. Le lesioni cerebellari dimostrano indirettamente il coinvolgimento
del cervelletto in questo aspetto del controllo motorio: una lesione provoca dei movimenti non
coordinati e imprecisi, condizione nota come atassia. Altri deficit sono la disinergia, scomposizione
del movimento sinergico poliarticolare, e la dismetria, deficit nel movimento delle dita.
Il cervelletto è attaccato al resto del cervello tramite dei solidi cordoni denominati peduncoli che
hanno origine nel ponte. La parte dorsale è caratterizzata da una serie di crinali poco profondi,
chiamti folia, che decorrono trasversalmente da un lato all'altro. A differenza del cervello, il
cervelletto non appare diviso in una metà destra ed una metà sinistra. Infatti presso la linea di
demarcazione i folia corrono ininterrotti da una parte all'altra. Una sorta di protuberanza, che corre
come una spina dorsale lungo il cervelletto, è l'unica caratteristica che permette di distinguere una
linea divisoria. Questa linea divisoria viene chiamata verme e separa i due emsiferi cerebellari. Il
verme e gli emisferi cerebellari rappresentano delle importanti divisioni funzionali. Il vervme invia
degli output alle strutture del tronco encefalico che fanno parte della via spinale discendente
venteromediale, la quale, controlla la muscolatura assiale. Gli emisferi sono connessi alle strutture
che fanno parte della via laterale, in particolare la corteccia cerebrale. Per una chiara immagine del
cervelletto, focalizzeremo la nostra attenzione sul cervelletto laterale, particolarmente importante
per controllare i movimenti degli arti.

La corteccia cerebellare: citoarchitettonica, strati ed


elaborazione dell'informazione
La corteccia cerebellare costituisce un sito neuronale di particolare interesse. La corteccia è
costituita da due strati di corpi neuronali, lo strato di cellule di Purnkinje e lo strato di cellule
granulari, le quali sono separate dalla superficie piale da uno strato molecolare di cellule formato
principalmente dal soma di neuroni.
Le cellule di Purkinje possiedono molte caratteristiche interessanti. In primo luogo, i loro dendriti si
estendono solo verso lo strato molecolare dovi si dispongono a ventaglio. In secondo luogo, gli
assoni delle cellule del Purkinje fanno sinapsi con i neuroni dei nuclei cerebellari profondi, dove è
collocata la maggior parte delle cellule efferenti del cervelletto. Perciò, le cellule di Purkinje stanno
in una posizione strategica per modificare l'output del cervelletto. In terzo luogo, questi neuroni
usano il GABA come neurotrasmettitore, quindi la loro influenza sull'outoput cerebellare è
inibitoria.
I dendriti delle cellule del Purkinje sono direttamente in contatto con uno dei principali input del
cervelletto. Questo input proviene da un nucleo del bulbo chiamato oliva inferiore, il quale integra
l'informazione proveninte dai propriocettori muscolari. Gli assoni che partono dall'oliva inferiore
sono denominati fibre rampicanti in quanto salgono e si arrotolano intorno ai dendriti delle cellule
di Purkinje come una vite ai rami di un albero. Ciascuna cellula del Purkinje riceve l'informazione
esclusivamente da un neurone dell'oliva inferiore, ma tale input è molto potente. Una singola fibra
assonica rampicante fa centinaia di sinapsi eccitatorie sull'albero dendridico di una celula di
Purkinje che costituisce il suo bersaglio finale. Un potenziale d'azione in una fibra rampicante
genera un PPSE incredibilmente ampio che è sempre sufficiente per attivare con forza la cellula
postsinaptica di Purkinje.
Il secondo principale input verso il cervelletto proviene da una varità di gruppi cellulari del tronco
encefalico, in particolare dai nuclei pontini che fanno da relè per l'informazione proveniente dalla
corteccia cerebrale. Questi input, denominati fibre muscoidi, fanno sinapsi sulle cellule granulari
cerebellari, le quali formano uno strato che giace appena sotto le cellue di Purkinje. Le cellule
granulari sono molto piccole, strettamente vicine le une alle altre e molto numerose (sembra che
costituiscano da sole circa la metà di tutte le cellule cerebrali!).
Le cellule granulari cerebellari danno origine a dendriti che salgono fino allo strato molecolare,
dove si ramificano con un albero dendritico a forma di T. Ciascun ramo, chiamato fibra parallela,
corre diritto per parecchi millimetri in una direzione che incontra ad angolo retto il piano dei
dendriti delle cellule di Purkinje, come dei cavi elettrici che corrono da un palo telefonico all'altro.
Perciò, una singola fibra parallela incontra solo una volta un singolo neurone di Purkinje, ma data la
sua lunghezza incontra numerose cellule di Purkinje. Tuttavia, benché un neurone di Purkinje riceva
solo una sinapsi da ciascuna fibra parallela, esso riceve almeno 100000 sinapsi da fibre diverse.
L'idea che l'apprendimento motorio venga attuato tramite la plasticità della sinapsi fra la cellula del
Purkinje e la fibra parallela viene chiata la teoria di Marr-Albus. L'input proviente dalla fibra
rampicante porta con sé i segnali di errore motorio che indicano in quale modo un movimento non
ha raggiunto correttamente il suo scopo, le correzioni vengono fatte aggiustando l'efficacia degli
input provenienti dalle fibre parallele e diretti verso la cellula di Purkinje.

SONNO E STATI DI COSCIENZA

I principi della registrazione elettroencefalografica (EEG)


L'elettroencefalogramma (EEG) è una misura che permette di avere un'idea dell'attività
generalizzata della corteccia cerebrale. Al giorno d'oggi, l'EEG è utilizzato principalmente come
ausilio di diagnosi di determinate condizioni neurologiche, in particolare le crisi epilettiche, e per
scopi di ricerca, tra cui gli studi sul sonno.
La registrazione di un EEG è relativamente semplice. Il metodo di solito non è invasivo ed è
indolore. Gli elettrodi vengono assicurati sul cuoio capelluto mediante una pasta conduttrice, per
assicurare una connessione a bassa resistenza. Due dozzine circa di elettrodi vengono fissate sulla
testa in posizioni standard, e connesse a un insieme di meccanismi di amplificazione e registrazione.
Piccole fluttuazioni di voltaggio, solitamente poche decine di microvolt (uV), sono misurate tra
coppie selezionate di elettrodi. Regioni differenti del cervello – anteriore e posteriore, sinistra o
destra – possono essere esaminate selezionando le coppie appropriate di elettrodi. La registrazione
EEG è un insieme di molti scarabocchi simultanei, che indicano i cambiamenti di voltaggio tra le
coppie di elettrodi.
Per lo più, un EEG misuara i voltaggi generati dalla corrente che scorre nella corteccia cerebrale
durante l'eccitazione sinaptica dei dendriti di molti neuroni piramidali, che giacciono proprio sotto
al cranio e costituiscono l'80% della massa cerebrale. Ma il contributo elettrico di ciascun singolo
neurone corticale è straordinariamente piccolo ed il segnale deve attraversare diversi strati di tessuto
non neuronale, incluse le meningi, i liquidi che si trovano tra le meningi, le ossa del cranio e la
pelle, prima di raggiungere gli elettrodi. Di conseguenza sono necessari migliaia di neuroni attivati
contemporaneamente per generare un segnale EEG abbastanza grande da poter essere rilevato.
Questo ha un'interessante conseguenza: l'ampiezza del segnale EEG dipende in gran misura da
quanto sincronizzata sia l'attività dei neuroni implicati. Quando un gruppo di cellule è eccitato
simultaneamente, i minuscoli segnali si sommano per generare un unico grande segnale di
superficie. Tuttavia, se ciascuna cellula riceve la stessa quantità di eccitazione, ma in tempi diversi,
i segnali sommati risultano esigui ed irregolari. Si noti che, in questo caso, il numero di cellule
attivate e la quantità totale di eccitazione possono rimanere invariate; ciò che è cambiato è solo la
sincronizzazione dell'attività. Se l'eccitazione sincrona di questo gruppo di cellule è ripetuta molte
volte, l'EEG risultante sarà costituito da onde grandi e ritmiche. È d'uso comune descrivere i segnali
EEG in termini di ampiezza relativa, poiché questo è un indice della sincronizzazione dell'attività
sottostante (anche se altri fattori, specialmente il numero di neuroni attivi, contribuiscono anche
all'ampiezza).

I ritmi EEG relationi tra afferenze talamo-corticale e ritmi EEG


I ritmi EEG variano straordinariamente e sono spesso correlati con particolari stati di
comportamento (quali i livelli di attivazione, il sonno o la veglia) e di patologia (accessi o coma).
I ritmi sono categorizzati sulla base dell'intervallo di frequenze entro cui variano, e ciascun
intervallo viene identificato attraverso una lettera greca. I ritmi beta sono i più veloci, comprendono
tutte le frequenze maggiori di circa 14 Hz e sono indicativi di una corteccia attivata. I ritmi alfa
sono di circa 8-13 Hz e sono associati con stati di veglia rilassata. I ritmi teta sono di 4-7 Hz e si
registrano durante alcuni stati di sonno. I ritmi delta sono piuttosto lenti, inferiori a 4 Hz, spesso di
grande ampiezza e sono un elemento caratteristico di sonno profondo. Benché l'analisi di EEG non
ci dica mai che cosa una persona stia pensando, esso ci può comunque aiutare a determinare su una
persona stia pensando.
In generale, i ritmi di alta frequenza e bassa ampiezza sono associati con stati di vigilanza e di
veglia, o con stati del sonno in cui si sogna. I ritmi a bassa frequenza e grande ampiezza sono
associati con gli stati del sonno in cui non si sogna, o con lo stato patologico di coma.
Ciò è ovvio, poiché quando la corteccia è cormtemente impegnata nell'elaborazione delle
inforamzioni, siano esse generate da input sensoriali o da processi interni, il livello di attività dei
neuroni corticali è relativamente alto, ma anche relativamente non cincronizzato. In altre parole,
ciascun neurone, o un gruppo molto piccolo di neuroni, è fortemete implicato in aspetti leggermente
differenti di un compito cognitivo complesso; esso, infatti, scarica rapidamente, ma non troppo
simultaneamente alla maggior parte dei suoi vicini. Questo porta ad una bassa sincronia, così che
l'ampiezza dell'EEG è bassa, e i ritmi sono dominanti. Al contrario, durante il sonno profondo, i
neuroni corticali non sono implicati nell'elaborazione di inforamzioni, ed un grosso numero di essi
sono critmicamente eccitati da un input comune, lento e fasico. In questo cao la sincronia è alta,
così che l'ampiezza dell'EEG risulta alta.

Attività neuronale sincrona ed epilessie


Le convulsioni, la forma più estrema di attività cerebrale sincronizzata, sono sempre un segnale di
patologia. Una crisi generalizzata coinvolge l'intera corteccia cerebrale di entrambi gli emisferi.
Una crisi parziale coinvolge solo un'area circoscritta della corteccia. In entrambi i casi, i neuroni
delle aree colpite scaricano con una sincronia che mai accade durante il comportamente normale. Di
conseguenza, le crisi epilletiche sono solitamente accompagnate da scariche di EEG molto ampie.
La corteccia cerebrale, probabilmente a causa dei suoi estesi circuiti di ritorno, non è mai lontana da
quell'eccitazione crescente che conosciamo come attacco. Se una persona è colpita da crisi ripetute,
tale condizione è conosciuta come epilessia.
L'epilessia non è tanto una malattia per se stessa, quanto il sintomo di una malattia. Le sue cause
possono talvolta essere identificate, ed includono tumori, traumi, disfunzioni metaboliche, infezioni
e disturbi vascolari, ma in molti casi la causa dell'epilessia non è conosciuta. Differenti tipi di crisi
hanno diversi meccanismi. Alcune forme di epilessia mostrano predisposizione genetica e il gene
responsabile per queste poche forme è stato individuato. Questi geni codificano insiemi diversi di
proteine, come i canali ionici, le proteine da trasporto e i recettori.
Parecchie mutazioni di gnei che codificano per i canali proteici del sodio, per esempio, sono state
collegate ad una rara forma di epilessia familiare. Questi canali per il sodio mutati tendono a stare
aperti un poco più a lungo del normale permettendo l'accesso di una maggiore corrente di sodio
all'interno dei neuroni, e dunque favorendo l'ipereccitabilità di questi ultimi. Un altro gruppo di
mutazioni che conduce all'epilessia compromette l'inibizione sinaptica mediata del GABA.
La ricerca suggerisce che alcuni attacchi riflettano uno sconvolgimento del delicato equilibrio di
eccitazioni ed inibizione sinaptica del cervello. Altri attacchi possono essere dovuti ad
interconnessioni eccessivamente forti o dense. I farmaci che bloccano il GABA sono potenti
convulsivi (cioè promuovono convulsioni). Anche un'interruzione dell'assunzione cornicadi farmaci
depressivi, quali l'alcool o i barbiturici, può innescare attacchi; questi anticonvulsivi tendono a
contrastare l'eccitabilità in vari modi. Alcuni di essi prolungano le azioni inibitorie del GABA (ad
esempio, barbiturici e benzodiazepine), mentre altri riducono la tendenza di certi neuroni a scaricare
potenziali d'azione ad alta frequenza (ad esempio, fenitoina e carbamazepina).
Le caratteristiche comportamentali di una crisi epilettica dipendono dai neuroni coinvolti e dai loro
modelli di attività. Durante la maggior parte delle crisi generalizzate, partecipano praticamente tutti
i neuroni corticali, così che il comportamento viene disintegrato per diversi minuti. Si ha la perdita
di coscienza, mentre tutti i gruppi muscolari possono essere giudati da attività tonica (in aumento) o
da modelli clonici (ritmici), o da enrambi in sequenza chiamata crisi tonico-clonica. Le crisi di
assenza avvengono durante l'adolescenza e consistono in meno di 30 econdi di onde generalizzate
di EEG a 3 Hz, accompagnate da perdita di coscienza. I pattern di voltaggio sono
sttraordianariamente ampi, regolari e ritmici, e sono generati sincronicamente sull'intero cervello.
Nonostante questo pattern rilevante di attività, i segnali motori di una crisi di assenza sono
sorprendentemente lievi, come uno sbattere di palpebre o una contrazione della bocca.
Se le crisi parziali hanno origine da una piccola area della corteccia motrice, possono causare
movimenti clonici di parte di un arto. Se gli attacchi hanno origine da un'area sensoriale, essi
possono innescare una sensazione anormale, o aura, quale uno strano odore o luci intermittenti. Le
più bizzarre sono quelle crisi parzili che attivano aure già ben formate, che si manifestano come
déja vu (la sensazione che qualcosa sia già accaduto) o allucinazioni. Alcune volte coinvolgendo la
corteccia dei lobi temporali, inclusi l'ippocampo e l'amigdala, possono danneggiare la memoria, il
pensiero e la coscienza. In qualche caso, crisi parziali possono estendersi in modo incontrollabile e
diventare crisi generalizzate.

Correlati neurofisiologici (EEG) e comportamento dei cicli


sonno-veglia (fasi del sonno e EEG)
Il sonno è uno stato prontamente reversibile di ridotta reattività a, e ridotta interazione con,
l'ambiente. (Il coma e l'anestesia generale non sono prontamente reversibili e nono sono
qualificabili come sonno.)
Durante un giorno normale facciamo esperienza di due tipi di comportamento rilevanti e molto
diversi: il sonno e la veglia. E molto meno ovvio che anche il sonno abbia fasi molto distinte, o
stati. Molte volte durante la notte entraimo in uno stato chiamato sonno con movimenti rapidi degli
occhi, o sonno REM (da rapid eyes movement), in cui l'EEG sembra più sveglio che dormiente, il
corpo (ad eccezione dei muscoli oculari e respiratori) è immobilizzato, e si evocano quelle illusioni
vivide e dettagliate che chiamiamo sogni. Il resto del tempo passa in uno stato chiamato sonno non-
REM in cui il cervello non crea generalmente sogni. Il sonno non-REM è anche talvolta chiamato
sonno ad onde lente, a causa della dominanza dei ritmi EEG ampi e lenti. Questi stati
comportamentali fondamentali – veglia, sonno non-REM e sonno REM – sono prodotti da tre stati
distinti di funzionamento cerebrale. Ciascuno stato è anche accompagnato da grandi cambiamenti
delle funzioni corporee.
Il sonno non-REM sembra essere uno stato progettato apposta per il riposo. La tensione muscolare
di tutto il corpo ridotta ed il movimento è minimo. E' anche importante rendersi conto che il corpo
è in gradi di muoversi durante il sonno non-REM, ma solo raramente il cervello gli ordina di
muoversi, di solito per rapidi aggiustamenti della posizione corporea. La temperature ed il consumo
di energia del corpo sono diminuiti. A causa di una aumentata attività delle divisoni parasimpatica
del SNA, la frequenza cardiaca, la respirazione e il funzionamento dei reni rallentano, mentre
vengono accelerati i processi digestivi. Durante il sonno non-REM il cervello sembra fermarsi. Il
ritmo di consumo di energia che utilzza e le frequenze di scarica generali dei suoi neuroni sono al
livello più basso della giornata. I ritmi EEG lenti e di grande ampiezza indicano che i neuroni della
corteccia stanno oscillando con sincronia relativamente alta e gli esperimenti suggeriscono che la
maggior parte dei segnali sensoriali in entrata non possono neppure raggiungere la corteccia.
Benché non ci sia sicuramente modo di sapere che cosa le persone pensano durante il sonno,
esistono indicazioni del fatto che anche i processi mentali raggiungono il minimo giornaliero
durante lo stato non-REM. Quando vengono svegliate, le persone di solito non ricordano nulla, o
solo pensieri molto vaghi. I tipi di sogni dettagliati e piacevoli sono rari, ma non assenti, durante il
sonno non-REM.
Il sonno REM è il sonno in cui si sogna. Nonostante i periodi di sonno REM costituiscano solo una
piccola parte del nostro sonno, per la maggior parte dei ricercatori è quello più eccitante (e questo è
lo stato che più di ogni altro eccita il cervello), probabilmente perché i sogni sono così intriganti ed
enigmatici. Se si prova a svegliare qualcuno durante il sonno REM, è probabile che costui riporti
episodi realistici e ricchi di dettagli visivi, spesso con trame bizzarre (i tipi di sogni di cui amiamo
parlare e che proviamo ad interpretare).
Anche la fisiologia del sonno REM è bizzarra. L'EEG non è quasi distinguibile da quello di un
cervello sveglio e attivo, con fluttuazioni veloci e a basso voltaggio. Questo sonno REM è definito
talvolta come sonno paradosso. Infatti, il consumo di ossigeno del cervello (una misura del suo
dispendio di energia) è più alto nel sonno REM di qunato non sia quando il cervello è sveglio e
concentrato su difficili problemi di matematica. Le paralisi che avvengono durante lo stato REM
sono determinate da perdita quasi totale del tono muscolare, e sono dette atonia. La maggior parte
del corpo è davvero incapace di muoversi! I muscoli respiratori funzionano a malapena. I muscoli
che controllano i movimenti degli occhi ed i piccoli muscoli dell'orecchio interno fanno eccezione:
questi sono sorprendentemente attivi. Con le palpebre chiuse, gli occhi si muovono repentinamente
avanti e dietro. Queste scariche di movimenti rapidi degli occhi rappresentano i migliori premonitoi
di sogni vividi, e il 90-95% delle persone che vengono svegliate durante o dopo la loro comparsa
riportano sogni.
Durante il sonno REM, i sistemi di controllo fisiologico sono dominati dall'attività simpatica.
Inspiegabilmente, il sistema di controllo della temperatura corporea cessa semplicemente di
lavorare, così he la temperatura inizia a diminuire. La frequenza cardiaca e quella respiratoria
aumenteano ma diventano irregolari. Nelle persone sane, durante il sonno REM il clitoride e il pene
sono innodnati dal snague ed eretti, anche se questo, di solito, non ha nulla a che fare con i
contenuti sessuali dei sogni. Per riassumere, durante il sonno REM il cervello sembra fare di tutto,
eccetto che riposare.
Circa il 75% del tempo totale di sonno viene passato in non-REM e il 25% in REM, con cicli
periodici di questi stati per tutta la durata della notte. Il sonno non-REM è generalmente suddiviso
in quattro stadi distinti. Durante una normale notte, passiamo attraverso gli stadi non-REM, quindi
nel REM, e ancora verso gli stadi non-REM, con la ripetizione del ciclo ogni 90 minuti circa. Questi
cicli sono esempi di ritmi ultradiani, che hanno periodi più veoloci dei ritmi circadiani.
In media, quando un adulto sano inizia ad avere sonno e si addormenta, entra in primo luogo nello
stadio non-REM1. Lo stadio 1 è un sonno di transizione, in cui i ritmi EEG alfa di veglia rilassata
diventano meno regolari e si riducono, e gli occhi producono movimenti lenti e rotatori. Lo stadio 1
è rapido e di solito dura solo pochi minuti. È anche lo stadio di sonno più leggero e questo significa
siamo più facilmente risvegliabili durante esso. Lo stadio 2 è leggermente più profondo e può
durare 5-15 minuti. Le sue caratteristiche includono oscillazioni di 8-14 Hz, chiamate fusi del
sonno, che è noto sono generati dal sincronizzatore talamico. Inoltre, si osservano onde appuntite di
grande ampiezza, chiamate complessi K. I movimenti oculari cessano quasi completamente.
Successivamente abbiamo lo stadio 3 e l'EEG inizia a produrre ritmi delta lenti e di grande
ampiezza. I movimente degli occhi e del corpo solitamente sono assenti, tuttavia ci sono eccezioni.
Lo stadio 4 è lo stadio del sonno più profondo, con ampi ritmi ed EEG di 2 Hz o meno. Durante il
primo ciclo di sonno, lo stadio può durare 20-40 minuti. Quindi il sonno iniza a diventare più
leggero, ascende allo stadio 2 per 10-15 minuti ed improvvisamente entra in un breve periodo di
sonno REM, con ritmi veloci EEG beta e i movimenti oculari rapidi e frequenti.
Con l'avanzare della notte vi è una generale riduzione della durate del sonno non-REM, in
particolare degli stadi 3 e 4, ed un aumento dei periodi REM. La metà del sonno REM avviene
durante l'ultimo terzo della notte, e i cicli REM più lunghi possono durare 30-50 minuti. Inoltre,
sembra esservi un periodo refrattario obbligatorio, circa 30 minuti, tra due periodi REM
consecutivi; in altre parole, ciascun ciclo REM è seguito da almeno 30 minuti di sono non-REM,
prima che il periodo REM successivo possa iniziare.
La ricerca suggerisce che le normali necessità variano ampiamente tra gli adulti, da 5 a 10 ore per
notte circa. La lunghezza media è di circa 7,5 ore e la durata del sonno di circa il 68% dei giovani
adulti è tra le 6,5 e le 8,5 ore.

Ipotesi sul ruolo funzionale del sonno REM e non-REM


Sigmund Freud suggerì molte funzioni del sogno. Secondo Freud, i sogni erano realizzazioni di
desideri mascherati, un modo inconscio per esprimere le nostre fantasie sessuali ed aggressive,
proibite durante la veglia. I brutti sogni possono aiutarci a ontrastare gli eventi ansiogeni della vita.
Recenti teorie sul sogno hanno basi più biologiche. Allan Hobs e Robert McCarley della Harvard
University propongono un'ipotesi di “attivazione-sintesi”, che rigetta esplicitamente le
interpretazioni psicologiche freudiane. Al contrario, i sogni, o almeno alcune delle loro bizzarre
caratteristiche, sono visti come le associazioni ed i ricordi della corteccia cerebrale che vengono
suscitati dalle scariche casuali del ponte durante il sonno REM. Dungque i neuroni pontini,
attraverso il talamo, attivano varie aree della corteccia cerebrale, producono immagini o emozioni
ben conosciute e la corteccia tenta di sintetizzare queste immagini disparate in un insieme sensato.
Non è sorprendente, dunque, che i sogni “sintetizzati” che vengono generati possano essere
alquanto bizzarri e persino senza senso, poiché sono causati dall'attività semicasuale del ponte. Non
abbiamo dati conclusivi a favore dell'ipotesi dell'attivazione-sintesi. Da una parte, essa rende conto
della bizzarria dei sogni e della loro correlazione con il sonno REM. D'altra parte, resta inspiegato
come l'attività casuale possa dare origine alle storie scorrevoli e complesse che costituiscono molti
sogni, o come possa generare sogni ricorrenti.
Molti ricercatori suggeriscono che il sonno REM, e forse gli stessoi sogni, svolgano un ruolo
importante nella memoria. Nessun dato è definitivo, ma vi sono interessanti suggerimeni che il
sonno REM sia in qualche modo di ausilio al consolidamento o all'integrazione dei ricordi. La
deprivazione di sonno REM, sia nei ratti sia negli uomini, può compromettere la loro capacità di
apprendere un gran numero di compiti. Alcuni studi mostrarono un aumento della durata del sonno
REM in seguito ad un'esperienza di intenso apprendimento. In un recente studio, il neuroscienziato
israeliano Avi Karni ed i suoi colleghi addestrarono alcuni soggetti a identificare l'orientamento di
linee presentate nella periferia del loro campo visivo molto breve. Con l'esercizio ripetuto per alcuni
giorni, i soggetti miglioravano notevolmente le loro prestazioni; sorprendentemente, la prestazione
migliorava anche tra la sera e la mattina, dopo una notte di sonno. Karni trovò che, se i soggetti
venivano deprivati di sonno REM, l'apprendimento del compito non migliorava durante la notte. La
deprivazione di sonno non-REM, d'altra parte, migliorava la prestazione. Karni ipotizzò che questo
tipo di memoria avesse bisogno di un certo tempo per essere rafforzata, e che il sonno REM fosse
particolarmente efficace per tale scopo.

I disturbi del sonno e dei ritmi sonno-veglia


Lo stesso cuore dei sistemi tronco-encefalici che controlla i processi del sonno del proencefalo
inibisce attivamente i nostri motoneuroni spinali, impedendo l'attività motoria discendente di
esprimersi come movimenti reali. Questo è chiaramente un meccanismo adattivo, che ci protegge da
noi stessi. In rari casi, solitamente anziani, i sognatori sembrano “agire i loro sogni”; essi si trovano
in quella pericolosa condizione conosciuta come disturbo del comportamento nel sonno REM.
Queste persone si feriscono ripetutamente, e persino i loro coniugi possono essere vittime delle loro
incursioni notturne. Un uomo sognò di giocare una prtita di rugby e iniziò a “caricare” la scrivania
della sua camera da letto. Un altro immaginò di difendere la moglie da un aggressore, mentre in
realtà la stava colpendo nel letto. La causa di questo disordine del sonno REM sembra che sia il
danneggiamento dei sistemi tronco-encefalici che normalmente mediano l'atonia REM. Lesioni
sperimentali a determinate parti del ponte possono causare disturbi simili nei gatti. Durante il sonno
REM, può sembrare che diano la caccia ad un topolino immaginario o osservino intrusi invisibili. I
disturbi dei meccanismi di controllo del sonno REM possono essere anche associati a problemi di
narcolessia.

SISTEMA NERVOSO AUTONOMO

Omeostasi, stress e sistema nervoso autonomo (SNA)


Oltre a controllare la composizione del fluido ormonale che scorre nelle nostre vene, la zona
periventricolare dell'ipotalamo controlla anche il sistema nervoso autonomo (SNA). Il SNA è
un'estesa rete di cellule e fibre ampiamente distribuite nella cavità del corpo. Dal greco autonomia,
il termine autonomo rimanda a un concetto di indipendenza; le funzioni autonome sono di solito
eseguite automaticamente, senza l'intervento del controllo cosciente e volontario. Tali funzioni sono
anche altamente coordinate. Immaginiamo una crisi repentina. Una mattina in classe,
inaspettatamente l'insegnante chiama alla lavagna un ragazzo per risolvere un'equazione
incomprensibile mentre è impegnato a fare un cruciverba. Di fronte a una classica situazione di
fuga-o-attacco il suo corpo reagisce di conseguenza, anche se la sua coscienza sta freneticamente
considerando se pasticciare su quell'equazione o esimersi dal risolverla con grande umiliazione. Il
suo SNA innesca una miriade di risposte fisiologiche, tra cui un incremento della frequenza del
battito cardiaco, un aumento della pressione sanguigna, un'inibizione della funzioni digestive ed una
mobilitazione delle riserve di glucosio. Queste risposte sono tutte regolate dalla divisione simpatica
del SNA. Ora immaginiamo il sollievo che può provare quando, all'improvviso, suona il campanello
della fine delle lezioni, salvandolo dall'imbarazzo e dall'ira dell'insegnante. Torna al suo tavolo,
respira profondamente e continua con il suo cruciverba. Entro pochi minuti, l'attività della sua
divisione simpatica diminuisce sino a tornare a bassi livelli, e le sue funizioni della sua divisione
parasimpatica si rimettono nuovamente in moto: il battito cardiaco rallenta, la pressione sanguigna
diminuisce rapidamente, le funzioni digestive tornano ad operare attivamente sulla colazione, e il
ragazzo smette di sudare.
Si noti che il ragazzo può non essersi spostato dalla sedia durante questo spiacevole episodio. Forse
non ha neppure mosso la penna, ma le attività interne al suo corpo hanno reagito in maniera
drammatica. Diversamente dal sistema motorio somatico, i cui motoneuroni alfa possono eccitare
rapidamente i muscoli scheletrici con minuziosa accuratezza, le azioni del SNA si configurano
spesso multiple, diffuse e relativamente lente. Di conseguenza, il SNA opera in condizioni di spazio
e di tempo espanse. Per di più, a differenza del sistema motorio somatico, che è in grado di eccitare
solamente i suoi bersagli periferici il SNA crea un equilibrio tra eccitazione ed inibizione sinaptica,
in modo tale da esercitare un controllo ampiamente coordinato e graduale.
Il sistema motorio somatico e il SNA costituiscono, inseme, la totalità delle efferenze neurali del
SNC. Il sistema motorio somatico ha un unico compito: innerva e fornisce i comandi alle fibre dei
muscoli scheletrici. Il SNA ha il complesso compito di governare ogni altro tessuto ed organo del
corpo da esso innervato. Entrambi i sistemi sono dotati di motoneuroni superiori del cervello che
inviano comandi ai motoneuroni inferiori; sono questi ultimi ad innervare effettivamente le strutture
bersaglio periferiche. Ad ogni modo, essi presentano alcune interessanti differenze. I corpi cellulari
di tutti imotoneuroni autonomi superiori giacciono all'esterno del SNC, entro gruppi di cellule
chiamati gangli autonomi. I neuroni di questi gangli sono detti neuroni postgangliari. I neuroni
postgangliari sono attiviti dai neuroni pregangliari, i cui corpi cellulari sono contenuti nel midollo
spinale e nel tronco encefalico. Pertanto, il sistema motorio somatico controlla i suo bersagli
periferici secondo una via monosinaptica, mentre il SNA utilizza una via disinaptica.
Il sistema nervoso autonomo innerva tre tipi di tessuti: ghiandole, muscolatura liscia e muscolo
cardiaco cosicché i bersagli del sistema nervoso autonomo comprendano quasi ogni parte del copo.
Il sistenma nervoso autonomo innerva: le ghiandole secretorio, il cuore, i vasi sanguigni per
controllare pressione e flusso sanguigno e i bronchi dei polmoni per soddisfare le richieste
energetiche del corpo. Regola le funzioni digestiva e metaboliche del fegato, del tratto
gastrointestinale e del pancreas. Controlla i reni, la vescica, l'intestino crasso e il retto. E' essenziale
per le risposte sessuale dei genitali e degli organi riproduttivi. Ed infine, interagisce con il sistema
immunitario del corpo.

L’organizzazione anatomo-funzionale dei sistemi simpatico e


parasimpatico
Le divisioni simpatica e parasimpatica operano in parallelo, ma impiegano vie che sono abbastanza
distinte sia dal punto di vista strutturale che da quello dei loro sistemi di trasmissione. Gli assoni
pregangliari della divisione simpatica emergono solamente dal terzo mediano del midollo spinale
(segmenti toracio e lombare). Al contrario, gli assoni pregangliari della divisione parasimpatica
emergono soltanto dal tronco encefalico e dai segmenti inferiori (sacrali) del midollo spinale, così
che i due sistemi si completano anatomicamente l'uno con l'altro.
I neuroni pregangliari della divisione simpatica giacciono nella sostanza grigia intermedia laterale
del midollo spinale. Essi inviano i loro assoni attraverso le radici ventrali alla sinapsi del ganglio
della catena simpatica, la quale è localizzata in prossimità della colonna vertebrale o in gangli
collaterali all'interno della cavità addominale. I neuroni parasimpatici pregangliari, d'altro canto, si
trovano all'interno di un certo numero di nuclei del tronco encefalico e nel midollo spinale inferiore
(sacrale), e i loro assoni viaggiano sia entro i diversi nervi cranici sia entro i nervi del midollo
spinale sacrale. Gli assoni pregangliari parasimpatici si spingono molto più avanti degli assoni
simpatici, dato che i gangli parasimpatici sono tipicamente localizzati vicino a, o sopra, o entro i
loro organi bersaglio.
Gli effetti fisiologici della divione simpatica e parasimpatica sono, generalmente, opposti gli uni
agli altri. La divisione simpatica tende ad essere più attiva durante una crisi, reale o percepita come
tale. I comportamentei correlati ad essa sono riassumibili in quattro parole: attacco, fuga, paura e
sesso. La divisione parasimpatica facilita vari processi non contemplati da questo schema, come la
digestione, la crescita, le risposte immunitarie e l'immagazzinamento di energia. In molti casi, i
livelli di attività delle due divisioni del SNA sono reciproci; quando uno è alto l'altro tende ad essere
basso e viceversa. La divisione parasimpatica lavora pacatamente per il benessere a lungo termine.
Le due divisioni non possono essere stimolate intensamente nello stesso tempo; i loro obiettivi
generali sono incompatibili. Fortunatamente, i cicuiti neuronali del SNC inibiscono l'attività di una
divisione quando l'altra è attiva.
Alcuni esempi aiuteranno a mostrare come l'equilibrio di attività tra le divisioni simpatica e
parasimpatica controlli le funzioni degli organi. La regione cardiostimolatrice del cuore innsesca
ogni battito cardiaco senza l'intervento di neuroni, ma entrambe le divioni del SNA la innervano e la
modulano; l'attività simpatica determina un aumento della frequenza del battito cardiaco, mentre
l'attività parasimpatica la riduce. Anche i muscoli lisci del tratto gastrointestinale sono doppiamente
innervati, ma l'effetto di ciascuna divione è opposto rispetto ai suoi effeti sul cuore. La motilità
intestinale, e quindi la digestione, è stimolata dagli assoni parasimpatici ed inibita dagli assoni
simpatici. Non tuti i tessuti sono innervati da entrambe le divisioni del SNA. Ad esempio i vasi
sanguigni della cute e le ghiandole sudoripare sono innervati solo dagli assoni simpatici eccitatori.
Le ghiandole lacrimali sono eccitate solo da afferenze parasimpatiche.

Neurotrasmettitori pre- e post-gangliari del sistema autonomo


Il principale trasmettitore dei neuroni autonomi periferici è l'acetilcolina (Ach), lo stesso
trasmettitore utilizzato nelle giunzioni neuromuscolari scheletriche. Sia i neuroni pregangliari della
visione simpatica, sia quelli della divisione parasimpatica rilasciano Ach. L'effetto immediato
consiste nel fatto che l'ACh si lega ai recettori niconitnici per l'ACh (AchRn), che altro non sono
che canali Ach-dipendenti, e suscita un veloce potenzilale postsinaptico eccitatorio (PPSE) che
usualmente genera un potenziale d'azione nella cellula postagangliare. Questo meccanismo è molto
simile a quelli della giunzione neuromuscolare scheletrica, ed i famrmaci che bloccano gli AchRn
nel muscolo, come il curaro, inibiscono anche le efferenze autonome.
L'ACh gangliare, ad ogni modo, è più potente dell'ACh neuromuscolare. Esso può attivare anche i
recettori muscarinici per l'ACh (AChRm); si tratta di recettori metabotropici (accoppiati alla
proteina G), in grado di indurre sia l'apertura, sia la chiusura dei canali ionici che conducono a
PPSE e a un potenziale postsinaptico inibitorio (PPSI) molto lenti. Questi potenziali AChRm lenti
generalemnte non sono evidenti a meno che il nervo pregangliare non sia attivato ripetutamente.
Oltra ad Ach, alcuni terminali pregangliari rilasciano una grande varietà di piccoli peptidi
neuroattivi come il NPY (neuropeptide Y) ed il VIP (polipeptide intestinale vasoattivo). Questi
intergiscono anche con i recettori accoppiati alle proteine G e sono in grado di suscitare piccoli
PPSE che durano per diversi minuti. Gli effetti dei peptidi sono anche di tipo modulatorio;
usualmente essi non portano i neuroni postsinaptici a livello di soglia, ma li rendono più reattivi ai
potenziali nicotinici in arrivo. Poiché più di un potenziale d'azione è richiesto per stimolare il
rilascio di questi neurotrasmettitori modulatori, la risposta di attivazione nei neuroni pregangliari è
una variabile importante nel determinare il tipo di attività postgangliare che vine evocata.
Le cellule postgangliari – i motneuroni autonomi che stimolano effettivamente la secrezione
ghiandolare, inducono gli sfinteri a contrarsi o rilassarsi, e così via – utilizzano neurotrasmettitori
differenti nelle divisoni simpatica e parasimpatica del SNA. I neuroni postagangliari parasimpatici
rilasciano Ach mentre quelli della maggior parte della divisione simpatica utilizzano la
noradrenalina (NA). L'ACh parasimpatico ha un effetto locale sui suoi bersagli ed agisce
interamente per mezzo di AChRm. Al contrario, la NA simpatica spesso diffonde lontano, persino
nel sangue entro cui può circolare liberamente.

Quanto è “autonomo l’autonomo”? Relazioni tra SNC,


ipotalamo e SNA
Rispetto alle interzazioni tra il SNA con il SNC , l'ipotalamo fa da controllore per queste funzioni e
un altro nucleo fondamentale che influenza l'uscita sia simpatica che parasimpatica è il nucleo del
tratto solitario. Questi due formazioni presiedono la coordinazione tra l'uscita nervosa e quella
ormonale. Abbiamo un controllo di tipo diretto sugli effettori periferici, da parte delle varie
efferenze simpatiche e parsimpatiche, e la capacità di controllare le reazioni a determinate situazioni
anche da un punto di vista cognitivo. Di fronte a questo ruolo parallelo del SNC e delle risposte
comportamentali da un lato del SNA e dall'altro, stanno appunto l'ipotalamo e il nucleo del tratto
solitario che si occupano di influenzare in maniera indiretta tutte queste regolazioni modificando
l'uscita delle due sezioni simpatica o parasimpatica. E' qui che si possono esercitare tutti quegli
effetti dei centri superiori che determinano ad esempio la cronicizzazione in risposta allo stress. E' a
livello corticale che viviamo come rischiose delle sitiazioni innoque e per il tramite di queste
strutture che i nostri sistemi influenzano l'attività autonomica che poi cronicizzata e ci fa ammalare.
L'ipotalamo e l'asse ipotalamo-ipofisi ha funzioni anche neurosecretorie, neuroendocrine, e può
coordinare la sua attività modulatoria sul sistema endocrino con la sua attività neuronale secretoria.
Nel sistema ormonale tutte le risposte devono essere coordinate con il controllo autonomico. Quindi
esiste un controllo diretto, indiretto, e una coordinazione degli effetti del SNA con il sistema
nervoso neuroendocrino e con le risposte comportamentali volontarie; questo coordinamento è reso
possibile dall'interazione tra il SNC che influenza l'ippotalamo e il nucleo del tratto solitario, i quali
a loro volta influenzano le risposte del SNA.
BASI NEUOROLOGICHE DELLE EMOZIONI

Teorie dell’emozione: James-Lange e Cannon-Bard


Una delle prime teorie ben articolate sull'emozione viene formulata nel 1884 dallo psicologo e
filosofo americano William James. Idee simili furono proposte dallo psicologo danese Carl Lange.
Questa teoria, ora conosciuta come la teoria delle emozioni di James-Lange, suggeriva che noi
sperimentiamo un'emozione in risposta a cambiamenti fisiologici del nostro corpo. Per esempio, noi
non piangiamo perché siamo tristi ma piuttosto ci sentiamo tristi perché piangiamo. I nostri sistemi
sensoriali inviano informazioni al cervello sulla nostra situazione corrente e, come risultato, il
cervello invia segnali al corpo, inducendo cambiamenti del tono muscolare, del battito cardiaco e
così via. I sistemi sensoriali, quindi , reagiscono a cambiamenti evocati dal cervello, e questa è la
sensazione che costituisce un'emozione. Secndo James e Lange, i cambiamenti fisiologici sono
l'emozione, e se essi vengono rimossi, l'emozione svanirà con essi. A motle persone, oggi,
quest'idea potrà sembrare arretrata, e così apparve anche a molti contemporanei di James e Lange.
Infatti, prima che fosse avanzata questa teoria, l'idea comunemente acccolta era che un'emozione
viene evocata da una situazione e che il corpo cambia in risposta a quest'emozione. La teoria di
James-Lange enunciava esattamente l'opposto.
Consideriamo uno degli esperimenti suggeriti da James. Supponiamo di ribollire di rabbia per
qualcosa che è appena successo. Sforziamoci di rimuovere tutti i cambiamenti fisiologici associati a
quell'emozione. Il battito cardiaco si calma, i muscoli tesi si reilassano, il viso paonazzo si rinfresca.
E' difficile immaginare di mantenersi in collera in assenza di ogni manifestazione fisiologica. In
sostanza, questo piccolo esperimento non è affatto differente dalle tecniche usate nei corsi di
meditazione per alleviare lo stress. Un altro esempio. E' il primo giono che siamo accanto a
qualcuno che ci attrae parecchio, e stiamo nuotando in un minestrone fumante di emozioni che
comprendono felicità, amore, ansia, sensualità. E poi, poof! A un tratto le avvisaglie fisiologiche
della nostra infatuazione vengono rimosse (come sotto un'immaginaria docia fredda). Stiamo ancora
provando lo stesso stato emotivo? Probabilmente no.
Anche se è vero che l'emozione è intimamente associata ad uno stato fisiologico, questo non
significa che non si possa avvertire un'emozione in assenza di ovvi segni fisiologici ( un punto,
questo, concesso anche da James e Lange). Ma per forti emozioni tipicamente associate ad un
mutamento fisico, esiste una stretta relazione tra l'emozione e la sua manifestazione fisiologica, e
non è affatto sicuro se ne sia causa la priama o la seconda.
Benché la teoria di James- Lange divenisse popolare all'inizio del ventesimo secolo, non passò
molto ad essere presa di mira. Nel 1927, il fisiologo americano Walter Cannon pubblicò un articolo
contenente diverse critiche inconfutabili alla teoria di James-Lange e arrivò a proporre una nuova
teoria. La teoria di Cannon fu sottoposta ad alcune revisioni da parete di Philip Bard, e la teoria di
Cannon-Bard delle emozioni, così come venne divulgata, ipotizzò che l'esperienza emotiva possa
verificarsi indipendentemente dall'espressione emotiva.
Una delle argomentazioni rivolte da Cannon contro la teoria di James-Langer era che si può fare
esperienza delle emozioni anche se è possibile non avvertire i cambiamenti fisiologici. A sostegno
della sua critica, egli presentò i casi di animali studiati dopo la resezione del midollo spinale. Un
simile intervento chirurgico eliminò le sensazioni del corpo sotto il livello della cute, ma non
sembrò sopprimere le emozioni. In misura compatibile con il controllo muscolare soltanto della
parte superiore del corpo o del capo, gli animali dimostravano ancora di provare emozioni. Allo
stesso modo Cannon osservò casi di uomini in cui la capacità di provare emozioni non diminuiva
affatto dopo la resezione spinale: se l'esperienza emotiva si verifica quando il cervelllo “sente” i
cambiamenti fisiologici del corpo, come formulava la teoria di James e Lange, allora eliminado
questa sensibilità si dovrebbero eliminare le emozioni, e questo non è vero.
Una seconda osservazione di Cannon che era in contraddizione con la teoria di Jame-Lange è la
perdita di un'affidabile correlazione tra l'esperienza di un'emozione e lo stato fisiologico del corpo.
Ad esempio, la paura è accompagnata da un amenteato battito cardiaco, inibisce la digestione ed
incrementa la sudorazione. Questi stessi cambiamenti fisiologici accompagnano però altre
emozioni, come l'ira, e persino condizioni non emozionali di malattia, come la febbre. Come può la
paura esser la conseguenza di modificazioni fisiologiche, quando gli stessi cambiamenti sono
associati ad altri stati diversi dalla paura?
La nuova teoria di Cannon era imperniata sull'idea che il talamo giocasse un ruolo speciale nelle
sensazioni emotive. Secondo questa teoria, le afferenze sensoriali vengono ricevute dalla corteccia
cerebrale che, a turno attiva certi cambiamenti del corpo. In accordo con quanto sostenuto da
Cannon, allora, questo circuito neurale di stimolo-risposta è privo di emozioni. Le emozioni
vengono prodotte quando i segnali raggiungono il talamo, sia direttamente dai recettori sensoriali,
sia discendendo da affeenze corticali. In altre parole, il carattere delle emozioni è determinato dal
modello di attivazione del talamo. Un esempio può aiutare a fare chiarezza sulla diferenza esistente
tra questa teoria e quella di James-Lange. Sulla base di quanto enunciato da James e Lange, ci si
sente tristi perché si piange; se si riesce ad evitare di piangere, anche la tristezza svanirà. Secondo la
toeria di Cannon, non si deve piangere per sentirsi triste; semplicemente, deve sessereci
un'appropriata attivazione del talamo in risposta alla situazione.

L’ipotesi del “sistema limbico” per le emozioni: il circuito di Papez


In uno studio pubblicato nel 1878 dal neurologo francese Paul Broca, veniva rilevato che sulla
superficie mediale del cervello di tutti i mammiferi esiste un gruppo di aree corticali distintamente
diverse dalla croteccia circostante. Adottando il termine latino corrispondente a “orlo” (limbus),
Broca denominò questo insieme di aree corticali lobo limbico poiché esse formavano un anello od
orlo intorno al corpo calloso, soprattutto dal giro cingolato, e dalla corteccia presente sulla
superficie mediale del lobo temporale, compreso l'ippocampo. Broca non scrisse nulla a proposito
di quanto fossero importanti queste strutture per le emozioni, ed esse vennero per molto tempo
ritenute coinvolte principalmente nella percezione olfattiva. Comunque sia, in un secondo tempo, il
termine limbico ed anche le strutture del lobo limbico di Broca furono messi in stretta correlazione
con l'emozione.
A partire dagli anni trenta del Novecento, l'evidenza suggeriva che un certo numero di strutture
limbiche fosse coinvolto nella emozione. Rifacendosi al precedente lavoro di Cannon, Bard ed altri,
il neurologo americano James Papez avanzò l'ipotesi che esistesse un “sistema emozionale”giacente
sulla parte mediale del cervello e che fungeva da punto di congiunzione tra la corteccia e
l'ipotalamo.
Papez era convinto, come molti scienziati dei nostri giorni, che la corteccia fosse implicata
nell'esperienza delle emozioni. In presenza di danno a certe aree corticali, si constatavano talvolta
profondi disturbi nel comportamento emozionale, con lievi defict dell'intelligenza o della
percezione.
Nel circuito di Papez, l'ipotalamo governa l'espressione comportamentale dell'emozione.
L'ipotalamo e la neocorteccia sono disposti in modo tale da potersi reciprocamente influenzare, e
quindi da poter legare tra loro espressione ed esperienza emotiva. Nel circuito, la corteccia cignolata
raggiunge l'ipotalamo per mezzo dell'ippocampo e del fornice (ampio fascio di assoni che
abbandona l'ippocampo), mentre l'ipotalamo raggiunge la corteccia cingolata mediante il talamo
anteriore. Il fatto che la comunicazione tra corteccia e ipotalamo sia bidirezionale significa che il
circuito di Papez risulta compatibile con le teorie sia di James-Lange sia di Canno-Bard.
Mentre gli studi anatomici arrivarono a dimostrare che le componenti del circuito di Papez sono
interconnesse nel modo indicato da Papez, esiste solamente una prova suggestiva che ciascuna di
esse sia implicata nell'emozione. Uno dei motivi per cui Papez pensava che l'ippocampo fosse
implicato nell'emozione, e che esso può venire colpito dal virus responsabile della rabbia. Un
sintomo che lascia presumere un'infezione di Rabbia, ed un supporto nella sua diagnosi consiste
nella presenza di corpi citoplasmatici anormali all'interno dei neuroni, soprattutto nell'ippocampo.
Dal momento che la rabbia è caratterizzata da risposte iperemozionali, come una paura ed
un'aggressività esagerate, Papez stimò che l'ippocampo fosse in relazione con una normale
esperienza emotiva. Benchè vi fosse una scarsa evidenza riguardo al ruolo del talamo anteriore, i
dati clinici stabiliscono che le lesioni a carico di quest'area portano ad apparenti disturbi emotivi
come, ad esempio, spontanee crisi di riso e di pianto. Si sarà notata la correlazione che intercorre tra
gli elementi del circuito di Papez ed il lobo limbico di Broca. Per via della loro somiglianza, il
gruppo di strutture che ipoteticamente governano la percezione e l'espressione delle emozioni va
spesso sotto il nome di sistema limbico, anche se il lobo limbico, originariamente, non ha nulla a
che vedere con l'emozione. Il termine sistema limbico fu divulgato nel 1952 dal fisiologo americano
Paul McLean, il quale argomentò che l'evoluzione del sistema limbico aveva permesso agli animali
di esperire ed esprimere emozioni emancipandoli così dal comportamento stereotipato dettato dal
loro tronco encefalico.

Amigdala e ippocampo. Esperienze emozionali e ricordi episodici delle


circostanze emozionali
Il fatto che il cervello possegga un sistema per le emozioni, o pià di uno, è materia di dibattito.
L'opinione corrente è che che alcune strutture cerebrali siano particolarmente importanti per
l'esperienza e l'espressione delle emozione. La struttura che recentemente ha ricevuto maggior
attenzione è l'amigdala. L'amigdala sembra essere un elemento critico nei circuiti del cervello che
elaborano la paura e l'aggressività.
L'amigdala è situata nel polo del lobo temporale, proprio sotto la corteccia sul lato mediale. Avendo
l'aspetto di una mandorla, venne denominata col termine che, in greco, significa, appunto
“mandorla”. L'amigdala è un complesso di nuclei comunemente ripartiti in tre gruppi: i nuclei
basolaterali, i nuclei corticomediali ed il nucleo centrale. Le afferenze verso l'amigdala giungono da
una grande varietà di fonti, inclusa la neocorteccia di tutti i lobi cerebrali, oltre al giro ippocampale
e al giro cingolato. Di particolare interesse in questa sede è il fatto che le inforamazioni proveninti
da tutti i sistemi sensoriali convergono sull'amigdala, in particolare su nuclei basolaterali. Ciascun
sitema sensoriale possiede diversi gruppi di proiezioni ai nuclei dell'amigdala, e le interconnessioni
entro l'amigdala rendono possibile l'integrazione delle informazioni che arrivano da differenti
sistemi sensoriali. Le due maggiori vie che congiungono l'amigdala con l'ipotalamo sono: la via
amigdalofuga ventrale e la stria terminale.
I ricercatori hanno dimostrato che, in varie speci, lesioni dell'amigdala hanno come conseguenza
l'appiattimento dell'emozione. L'amigdalectomia bilaterale negli animali può ridurre profondamente
aggressività e paura. Ricerche indicano che ratti trattati in questo modo si avvicineranno ai gatti
sedati rosicchiando loro le orecchie e che una lince selvaggia diventerà docile come un gatto
domestico.
Numerosi studi su umani hanno esaminato l'effetto di lesioni che includono l'amigdala sull'abilità a
riconoscere le espressioni emozionali della faccia.
Mentre il consenso riguardo al fatto che lesioni solitamente compromettono il riconoscimento di
espresioni emozionali, c'è disaccordo riguardo a quali emozioni possano essere coinvolte. In
differenti studi sono stati riportati deficit associati a paura, rabbia, tristezza e disgusto. La varietà di
deficit probabilmente riflette, in parte, differenze nelle lesioni; due lesioni sono solo raramente
uguali, ad esse includono tipicamente lesioni in altre strutture cerebrali in aggiunta all'amigdala.
Tuttavia, il sintomo più comunemente associato a lesioni includenti l'amigdala è una inibilità a
riconoscere la paura nelle espressioni facciali.
Ci sono pochi casi di danni selettivi all'amigdala negli esseri umani, ma Ralph Adolphs ed i suo
colleghi dell'University of Iowa studiarono una donna di trent'anni, portatrice di una distruzione
bilaterale dell'amigdala conseguente al morbo di Urbach-Wiethe, una rara patologia caratterizzata
da ispessimento di pelle, membrane mucose e di alcuni organi interni. S.M. Aveva un'intelligenza
normale ed era perfettamente capace di identificare le persone vedendo le fotografie. Tuttavia, essa
aveva difficoltà a riconoscere determinate emozioni espresse sul viso della gente ritratta in
fotografia. Quando le si chiedeva di classificare l'emozione espressa sul volto di una persona, essa
descriveva normalmente felicità, tristezza e disgusto. In qualche modo, però, era meno abile nel
descrivere un'espressione di rabbia e ancor meno riusciva a descrivere un'espressione come la
paura. Pare che la lesione all'amigdala facesse diminuire selettivamente la sua capacità di
riconoscere la paura.
Esperimenti su umani ed animali come pure di introspezione, indicano che le memorie per gli eventi
emozionali sono particolarmente vivide e durature. Questo è indubbiamente vero per
l'apprendimento della paura. Attraverso la socializzazione o l'esperienza dolorosa, noi tutti
impariamo ad evitare certi comportamenti per paura di essere feriti. Benché non si ritenga che
l'amigdala sia la prima sede di immagazzinamento dei ricordi, sembra però coinvolta
nell'arricchimento di contenuto emozionale dei ricordi.
Con l'addestramento, il tono di un suono può venire associato al dolore. La presunta risposta di
paura è mediata dall'amigdala. Lo stimolo emozionale raggiunge i nuclei basolaterali dell'amigdala
per mezzo della corteccia uditiva, ed il suo segnale è ritrasmesso al nucleo centrale.
Le efferenze proveninti dall'amigdala si proiettano verso la sostanza grigia periaquedottale del
tronco encefalico, inducendo una reazione comportamentale allo stimolo, e verso l'ipotalamo,
provocando una risposta autonoma. L'esperienza di un'emozione coinvolge, probabilmente,
proiezioni dirette alla corteccia cerebrale.
L'ippocampo presiede al ricordo dell'esperienza emozionale in termini episodici.

L’insula e il disgusto
L'insula si attiva in modo particolare in presenza del disgusto. Viene localizzatta nella profondotà
del solco Silviano. Si attiva sia quando annusiamo che quando assaggiamo un cibo disgustoso e
persino di fronte a disgusto cognitivo, come l'osservazione di un'espressione facciale che esprima
disgusto.
Possiamo riconoscere quello che l'altro sta provando sfruttando un meccanismo che di fatto è una
rappresentazione esterna di quella stessa emozione (empatia). Alcune regioni dell'insula vengono
attivate simultaneamente sia quando proviamo disgusto olfattivo che quando vediamo l'espressione
facciale di qualcun'altro che prova disgusto. Quindi i neuroni dell'insula hanno un comportamento
di tipo specchio.

Sistemi specchio “emozionali”: provare emozioni può servire a capire


quelle degli altri?
Un punto cruciale riguarda il come comprendiamo le emozioni degli altri. Abbiamo visto quando
abbiamo fatto il sistema motorio come comprendiamo le emozioni degli altri. Nel caso delle
emozioni il primo passo è l'elaborare le espressioni facciali dell'emozione, per esempio attraverso
un meccanismo associativo o evocando una rappresentazione motoria di una certa espressione
facciale associata alle sue conseguenze sensoriali (vedo uno che sorride, simulo il pattern
d'attivazione per sorridere). Questi due meccanismi di associazione indiretta di un'altra associazione
che già possediamo.
Il defici sociale che è caratteristico dei soggeti autistici può essere la mancanza di comprensione
delle azioni emotive degli altri. Gli autistici, infatti, hanno un'ipoattivazione delle regioni in cui
risiedono i neuroni specchio, tanto più profonda quanto è la gravità dell'autismo. A causa della
carenza del meccanismo dei neuroni specchio gli autistici comprendono le emozioni in modo
qualitativamente diverso.
LE BASI CORTICALI DEI FENOMENI DI
IMMAGAZZINAMENTO E DI MEMORIA
Apprendimento e memoria: concetti teorici e principali substrati
anatomici
L'apprendimento è l'acquisizione di nuove informazioni o conoscenze. La memoria è la ritenzione
delle informazioni apprese. Non esiste una singola struttura cerebrale o un meccanismo cellulare
che renda conto di tutto l'apprendimento. Inoltre, il mod in cui le informazioni particolari sono
immagazzinate può cambiare con il tempo.
Gli psicologi hanno estesamente studiato l'apprendimento e la memoria e hanno distinto queli che
sembrano essere tipi diversi dell'uno e dell'altra. Una distinzione utile è tra memoria dichiarativa e
non dichiarativa.
Durante il corso della nostra vita apprendiamo tante cose: ad esempio, che la capitale della
Thailandia è Bangkok o che il coyote non catturerà mai il roadrunner. Immagazziniamo anche i
ricordi degli eventi della nostra vita: “ho mangiato cereali a colazione”; “Ieri ho ascoltato una
lezione di chimica noiosa”. Le memorie di fatti e di eventi sono chiamate memorie dichiarative. La
memoria dichiarativa è ciò che intendiamo con la parola “memoria” nell'uso quotidiano, ma in
effetti ci ricordiamo molte altre cose. Queste memorie non dichiarative cadono in categorie diverse.
Il tipo di memoria che ci interessa di più è la memoria procedurale, o la memoria per le abilità, le
abitudini e i comportamenti. Noi impariamo a suonare il piano, a lanciare il frisbee, ad allacciarci le
scarpe e, da qualche parte, questa informazione è immagazzinata nel nostro cervello. Un esempio di
memoria non dichiarativa è la paura appresa, che coinvolge l'amigdala.
Dall'esperienza quotidiana sappiamo che alcuni ricordi durano più degli altri. La memoria a lungo
termine è formata da: ricordi a lungo termine sono quelli che possono persistere per giorni, mesi o
anni dopo che sono stati inizialmente immagazzinati. Per esempio, probabilmente potreste ricordare
un compleanno o una vacanza di quando eravate bambini. Ma non tutti i ricordi sono a lungo
termini. Che cosa abbiamo mangiato ieri per cena? Probabilmente lo ricordiamo facilmente. Ma che
diciamo di una settimana fa? E' possibile che questo ricordo sia venuto meno. Così è utile
distinguere le memorie a breve termine da quelle a lungo termine. Si noti, tuttavia, che la
terminologia per la descrizione della memoria è cambiata nel corso degli anni, e lo stesso termine
potrebbe avere differenti significati per differenti scienziati.
Nel 1940, le memorie pià labili furono chiamate memorie a breve termine, memorie cioè la cui
durata è nell'ordine dei secondi o delle ore e che sono soggette a dissolversi. Un esempio potrebbe
essere il ricordo della cena della sera prima, che svanisce dopo una settimana. Per esempio, la
memoria a breve termine può essere cancellata da un trauma cranico o da elettroshock. Ma gli stessi
eventi non influenzano la memoria a lungo termine (per esempio, i ricordi dell'infanzia) che è stata
immagazzinata molto tempo fa. Queste osservazioni hanno portato all'idea che i ricordi sono
immagazzinati nella memoria a breve termine e sono convertiti selettivamente in una forma
permeante tramite un processo chiamato consolidazione mnemonica. La consolidazione
mnemonica, comunque, non richiede necessariamente la memoria a breve termine come
intermediario poiché i due tipi di memoria possono essere paralleli.
A partire dagli anni sessanta, i ricercatori hanno riconosciuto che ci sono diversi tipi di memorie a
breve termine. La memoria di lavoro è una forma temporanea di immagazzinamento di
informazioni di limitate capacità e che richiede un ripasso. Si dice spesso che la memoria di lavoro
è una informazione fissata “in mente”. Quando qualcuno ci dice il suo numero di telefono,
possiamo ricordarcene per un tempo limitato, ripetendolo a noi stessi. Mantere un ricordo attivo
attraverso la ripetizione è una caratteristica della memoria di lavoro. Se il numero è troppo lungo
(per esempio, il numero di telefono e, in pià i numeri per il paese straniero) si possono aver
difficoltà a ricordarlo. Alla fine, il numero potrebbe essere consolidato nella memoria a lungo
termine. La memoria a breve termine è comunemente studiata misurando il digit span di una
persona, cioè il più grande numero di numeri scelti a caso che una persona può ripetere dopo aver
ascoltato una lista. Lo span di cifre normale è 7 più o meno 2.
E' interessante esaminare i resconti di individui che hanno riportato lesioni corticali, i quali
possiedeono una normale memoria a breve termine per inforamizioni che provengono da un
determinato canale sensoriale (ad esempio, possono ricordare un numero visto insieme ad altri
numeri come fanno gli altri), ma un profondo deficit di memora breve temine quando le
informazioni provengono da un sistema sensoriale diverso (ad esempio, non sono in grado di
ricordare pià di un numero, se gli stessi numeri vengono comunicati oralmente). L'esistenza di
diversi spazi di cifre è coerente con l'idea che nel cervello esistono magazzini temporanei multipli.

Amnesia anterograda vs retrograda: l’esempio del paziente H.M.


Come tutti sappiamo, dimenticare è comune quanto imparare. Ad ogni modo determinate patologie
e lesioni al cervello provocano una grave perdita della memoria e/o della capacità di apprendere che
è chiamata amnesia. Commozion cerebrali, alcolismo cronico, encefaliti, tumori al cervello ed ictus
possono danneggiare la memoria. Tutti probabilmente abbiamo visto un film o una trasmissione
televisiva in cui una persona subisce un grave trauma e si sveglia il giorno successivo senza sapere
chi è e senza ricordare alcuna informazione del passato. Il tipo di amnesia assoluta per eventi ed
informazioni passati è davvero rara. È più comune che un trauma provochi un'amnesia limitata,
insieme ad altri deficit non inerenti alla memoria. Se l'amnesia non è accompagnata da altri deficit
cognitivi, è detta dissociata (ovvero, i problemi di meoria sono dissociati da qualunque altro
problema). Focalizzeremo l'attenzione sui casi di amnesia dissociata, poiché è possibile stabilire una
chiara relazione tra disturbi di memoria e lesioni cerebrali.
In seguito ad un trauma al cervello, la perdita di memoria può manifestarsi in due modi diversi:
amnesia retrograda ed amnesia anterograda. Nell'amnesia retrograda si ha una perdita della
memoria per eventi precedenti al trauma. Si dimenticano le cose già conosciute. In molti casi,
possiamo assistere ad una completa amnesia per tutte le informazioni dichiarative apprese prima del
trauma. Più spesso, l'amnesia retrograda segue una configurazione in cui gli eventi che precedono il
trauma di un mese o un anno sono dimenticati, e la memoria migliora man mano che si va indietro
nel tempo riflette apparentemente una variazione dell'immagazzinamento dele memorie. L'amnesia
anterograda è l'incapacità a formare nuovi ricordi in seguito al trauma cerebrale. Se l'amnesia
anterograda è grave, un individuo può essere completamente incapace di apprendere qualunque
nuova informazione. Nei casi più lievi, l'apprendimento può essere più lento e può richiedere una
quantità di ripetizione maggiore della norma. Nei casi clinici, si assiste spesso ad un misto di
amnesia retrograda ed anterograda con diversi gradi di gravità.
Un famoso caso di amnesia conseguente a una lesione al lobo temporale porta ulteriori prove
riguardo all'importanza di queta regione per la memoria. Un uomo, H.M., è stato studiato più di
ogni altro amnesico. H.M. Soffriva di crise epilettiche minori iniziate all'età di 10 anni che, con la
crescita, diventarono crisi generalizzate pià gravi e che comportavano convulsioni, morsi alla lingua
e perdita di conoscienza. Non è chiaro che cosa scatenasse gli attacchi; forse erano il risultato di una
lesione subita in un incidente in cui H.M., all'età di 9 anni, era caduto dalla bicicletta, restando privo
di coscienza per 5 minuti. Dopo essersi diplomato alle scuole superiori, ottenne un lavoro, ma
nonostante le energiche terapie mediche con anticonvulsivi, i suoi accessi crebbero in frequnenza e
gravità sino al punto da impedirgli di lavorare. Nel 1953, all'età di 27 anni, H.M. Subì un'operazione
in cui vennero bilateralmente asportati 8 cm di lobo temporale mediale, inclusa la corteccia,
l'amigdala sottostante e i due terzi anteriori dell'ippocampo, nell'ultimo disperato tentativo di
alleviare gli attacchi: in tal senso, l'operazione chirurgica ebbe successo. La rimozione di una
porzione così grande dei lobi temporali ebbe piccoli effetti sulla percezione, l'intelligenza e la
personalità di H.M., che è ancora vivo e per lo più, sembra normale. Tuttavia questa apparente
normalità nasconde una grave realtà: l'operazione chirurgica lo ha lasciato con un'amnesia così
profonda da non permettergli di eseguire le operazioni più basilari. H.M. ha un'amnesia retrogarada
parziale per gli anni precedenti l'operazione. Ciò nonostante, molto più seria è la sua amnesia
anterograda. È in grado di ricordare un gran numero di cose della sua infanzia, ma è incapace di
ricordare persone che ha visto cinque minuti prima. La dottoressa Brenda Milner del Montreal
Neurological Institute ha lavorato con H.M. per cinquant'anni, ma incredibilmente deve presentarsi
ogni volta che si incontrano. Milner ha detto che il paziente dimentica gli eventi con la stessa
velocità con cui questi si presentano. Se gli si dice di ricordare un numero e poi viene distratto, non
solo dimentica il numero, ma dimentica anche che gli era stato chiesto di ricordarne uno. Per fare
chiarezza sulla natura dell'amnesia di H.M., dobbiamo confrontare ciò che ha perduto con ciò che
ha conservato. Egli ricorda la sua infanzia, dunque i ricordi a lungo termine formati prima
dell'intervento chirurgico e la sua capacità di ricordare eventi passati non sono andati persi. Anche
la sua memoria a breve termine è normale. Ad esempio, con una costante reiterazione è in grado di
ricordare una lista di sei numeri, ma qualunque interruzione fa si che li dimentichi. Semplicemente,
egli soffre di una estrema incapacità a formare nuove memorie dichiarative. Dal momento
dell'operazione egli aveva imparato un numero molto piccolo di fatti dichiarativi. Per esempio,
poteva riconoscere e nominare poche persone che erano diventate famose dopo la sua operazione,
come il presidente hohn Kennedy. Aveva anche imparato la planimetria di una casa dove si era
trasferito dopo l'intervento. Il ricordo di questi pochi episodi derivava probabilmente da una
quotidiana e ampia ripetizione. È in grado di apprendere compiti nuovi (overo, di formare nuove
memorie procedurali). Ad esempio, gli venne insegnato a disegnare guardando la mano in uno
specchio, un compito che richiede una gran quantitò di pratia per chiunque. La cosa strana è che
H.M. ha imparato ad eseguire nuovi compiti (apprendimento procedurale) nonostante il fatto che
non ricordi nulla delle specifiche sedute di apprendimento (manca la componente dichiarativa
dell'apprendimento). Le caratteristiche dell'amnesia di H.M. rafforzano l'idea che l'anatomia ed i
meccanismi neurali sottostanti la memoria dichiarativa e procedurale, così come la memoria a breve
e a lungo termine, non sono identici. Nel tentativo di comprendere il ruolo del lobo temporale
mediale nell'apprendimento e nella memoria, siamo indotti a concentrare l'attenzione
sull'elaborazione e sul consolidamento di nuove memorie dichiarative.

Memoria implicita vs esplicita: concetti teorici e circuiti neuroanatomici


In generale, le memorie dichiarative possono essere accessibili per il recupero conscio e le memorie
non dichiarative invece no. I compiti appresi così come i riflessi e le associazioni emotive che
abbiamo formato operando agevolmente senza dover essere recuperate consciamente. Come dice il
vecchio detto, non dimentichiamo mai come si va in biciletta. Probabilmente, non ci si ricorda
esplicitamente il giorno in cui siamo andati per la prima volta su una bicicletta da soli ( la parte
dichiarativa della memoria), ma il nostro cervello sa cosa fare quindi saliamo su una bicicletta (la
parte procedurale della memoria). La memoria non dichiarativa è anche frequentemente chiamata
memoria implicita, perché risulta dall'esperienza diretta, mentre la memoria dichiarativa è anche
chiamata memoria esplicita perché risulta da uno sforzo cosciente.
Un'altra distinzione è che le memorie dichiarative si formano facilmente e sono facili da
dimenticare. Al contrario, la formazione di memorie non dichiarative richiede ripetizione e pratica
per un periodo più lungo, ma queste memorie sono meno facilmente dimenticabili.
Si pensi alla differenza che c'è tra memorizzare le capitali dei paesi stranieri e imparare a sciare. La
memoria dichiarativa è ciò che solitamente indichiamo con la parola “memoria” nel linguaggio
quotidiano, mentre la memoria procedurarale assomiglia di più ad una “abitudine”. Mentre non
esiste un limite evidente al numero di memorie dichiarative che il cervello può immagazzinare, può
esistere una grande diversità nella facilità e nella velocità con cui una nuova informzaione viene
acquisita. Gli studi sugli uomini con memorie eccezzionali sugeriscono che il limite di
immagazzinamento di informazioni dichiarative è notevolmente alto.
I lobi temporali mediali contengono la neocorteccia temporale, che potrebbe essere un sito di
immagazinnamento della memoria a lungo termine. Inoltre, all'interno dei lobi temporali si trvano
l'ippocampo ed altre strutture che, come vederemo, sono basilari per la formazione della memoria
dichiarativa. Nel lobo temporale mediale esiste un gruppo di strutture interconnesse che sembrano
rivestire grande importanza per il consolidmaento della memoria dichiarativa. Tali strutture
fondamentali sono l'ippocampo, le aree corticali adiacenti e le vie che mettono in connessione
queste strutture con altre parti del cervello. L'ippocampo è una struttura ripiegata situata
medialmente al ventricolo laterale. Lateralmente all'ippocampo troviamo tre importanti regioni
corticali che circondao il solco rinale: la corteccia entorinale, che occupala parte mediale del solco
rinale; la corteccia peririnale, che occupa la parte laterale; e la corteccia paraippocampale, che si
trova in pozione laterale risptetto al solco rinale (chiameremmo la corteccia rinale l'insieme delle
cortecce entorinale e peririnale). Le afferenze al lobo temporale mediale provengono dalle aree
associative della corteccia cerebrale, che raccolgono informazioni altamente elaborate di tutte le
modalità sensoriali. Ad esempio, la corteccia visiva temporale inferiore (area IT) proietta al lobo
temporale mediale, al contrario delle aree visive di basso ordine, come la corteccia striata. Questo
significa che le informazioni in arrivo contengono complesse rappresentazioni, forse informazioni
sensoriali importanti per il coportamento, piuttosto che caratteristiche semplici quali bordi di
chiaro-scuro. Le informazioni raggiungono per prime la corteccia rinale e la corteccia
paraippocampale per poi essere trasmesse all'ippocampo. Una delle vie efferenti più importanti
dell'ippocampo è il fornice, che gira introno al talamo prima di terminare nell'ipotalamo. Lesioni al
lobo temporale mediale, in particolare alla corteccia peririnale, producono una profonda amnesia;
ma anche altre lesioni possono danneggiare la memoria. Al di fuori del lobo temporale, una delle
regioni cerebrali maggiormente associate alla memoria di riconoscimento sono i nuclei anteriore e
dorsomediale del talamo ed i corpi mammillari dell'ipotalamo. Si ricordi che la principale efferenza
della formazione ippocampale è quel fascio di assoni che costituisce il fornice. La maggior parte di
tali assoni proietta ai corpi mammillari. I neuroni che proiettano ai corpi mammillari proiettano
quindi al nucleo anteriore del talamo. Il circuito che va dall'ippocampo all'ipotalamo al nucleo
anteriore e quindi al giro del cingolo dovrebbe suonare familiare; infatti costituisce metà del circuito
di Papez. Il nucleo dorsomediale del talamo riceve anche afferenze da strutture del lobo temporale,
tra cui l'amigdala e la neocorteccia inferotemporale, e proeitta virtualmente a tutta la corteccia
frontale. Ampie lesioni talamiche mediane causano deficit relativamente gravi nei compiti ritardati
non appaiati al campione. Queste lesioni danneggiano i nuclei anteriore e dorsomedial del talamo,
provocando una degenerazione retrograda dei corpi mammillari. Leisioni bilaterali limitate ai nuclei
dorsomediali o ai nuclei anteriori producono deficit significativi ma più lievi. I limitati dati
disponibili suggeriscono che deficit abbastanza lievi si riscontrano in seguito a lesioni circoscritte ai
corpi mammillari. Un importante ruolo dei lobi temporali mediali consiste nell'elaborazione o nel
consolidamento della memoria dichiarativa. La migliore evidenza è fornita dalla presenza di severa
amnesia anterograda in seguito a lesioni temporali mediali.
Fino a questo punto, abbiamo soprattutto evienziato i sistemi cerebrali coinvolti nella formazione e
nella ritenzione della memoria dichiarativa, parzialmente perché le informazioni dichiarative sono
quelle a cui facciamo riferimento quando diciamo che ci ricordiamo qualche cosa. In aggiunta, le
basi neurali della memoria dichiarativa sono complesse perché tipi diversi di memoria sembrano
coinvolgere tipi diversi di strutture. Si ritiene che tipi diversi di memoria non dichiarativa abbiano
come base neuronale aree corticali diverse. Come esempio di memoria non dichiarativa, daremo
uno sguardo all'evidenza a sostegno del coinvolgimento dello striato nell'apprendimento di abitudini
e nella memoria procedurale. Si ricordi che i gangli della base sono importanti nel controllo dei
movimenti volontari. Dei gangli della base fanno parte due nuclei, il nucleo caudato ed il putamen
che insieme formano lo striato. Lo striato si trova in una posizione chiave nel cricuito alla base della
risposta motoria, ricevendo informazioni in entrata dalla corteccia frontale e parietale e inviando
informazioni ai nuclei talamici e alle aree corticali coinvolte nel movimento. C'è ampia evidenza
negli studi sui roditori e in quelli sull'uomo che lo striato è critico per la memoria procedurale
coinvolta nella formazione delle abitudini comportamentali. L'amnesia che H.M. Presentava era
sorprendente, in parte perché malgrado la sua completa incapacità a formare nuove memorie
dichiarative, era in grado di apprenderenuove abitudini. Infatti, questa è una delle ragioni più
convincenti per ipotizzare che la memoria procedurale usa circuiti distinti. Nell'amnesia che
presenta la scimmia, abbiamo visto che la formazione di nuove memorie dichiarative può essere
distrutta facendo piccole lesioni nella corteccia rinale del lobo temporale mediale. Questa lesione ha
un effetto relativamente limitato sulla memoria procedurale che pone un quesito ovvio: ci sono
lesioni comparabili che distruggono la memoria procedurale senza inluenzare la memoria
dichiarativa? Nei roditori, le lesioni dello striato hanno questo effetto. Molte malattie negli esseri
umani interessanti i nuclei della base, e certi effeti sulla memoria appaiono coerenti con l'ipotesi che
lo striato abbia un ruolo nella memoria procedurale. Per esempio, la sindrome di Huntington uccide
neuroni in tutto il cervello, ma lo striato è il fuoco dell'attacco. Si è visto che i pazienti con il
disturbo di Huntington presentano una difficoltà nei compiti di apprendimento nei quali una risposta
motoria è associata ad uno stimolo. Sebbene in queste persone generalmente siano presenti disturbi
motori, la difficoltà nell'apprendere l'abitudinie stimolo-risposta non correla con la severità del
disturbo motorio, suggerendo che è una conseguenza indipendente dal disturbo.

Apprendimento per condizionamento: paradigma classico e operante


L'apprendimento procedurale comprende l'apprendimento di una risposta motoria (una procedura)
in reazione ad un input sensoriale e vine generalmente suddiviso in due categorie: apprendimento
non-associativo ed apprendimento associativo.
Durante l'apprendimento associativo, formiamo associazioni fra eventi. Di solito si considerano due
tipi di apprendimento associativo: il condizionamento classico e il condizionamento operante.
Il condizionamento classico fu scoperto e studiato nei cani del famoso fisiologo russo Ivan Pavlov
verso la fine del diciannovesimo secolo. Il condizionamento classico comporta l'associazione di uno
stimolo che evoca una risposta misurabile con un secondo stimolo che normalmente non evoca tale
risposta. Il primo tipo di stimolo, quello che normalmente evoca la risposta, viene chiamato stimolo
incondizionata (SI) in quanto, al soggetto, non viene richiesto alcun allenamento (condizionamento)
per causare una risposta. Negli esperimenti di Pavlov, lo stimolo incondizionato era la vista, da
parte del cane, di un pezzo di carne, e la risposta era la salivazione del cane stesso. Il secondo tipo
di stimolo, quello che, normalmente, non evoca la medesima risposta, vine chiamato stimolo
condizionatao (SC), in qunato tale stimolo richiede un certo allenamento (condizionamento) per
causare una risposta. Negli esperimenti di Pavlov, lo stimolo condizionato era uno stimolo uditivo,
per esempio il suono di un campanello. Il cane aveva acapito che il suono (SC) e la presentazione
della carne (SI) erano due stimoli associati; e aveva compreso che il suono precedeva la carne. La
risposta appresa in relazione allo stimolo condizionato è denominata risposta condizionata (RC). E'
necessario sottolineare che per ottenere il condizionamento classico ottimale è necessario rispettare
certe procedure temporali. Il condizionamento si verificherà se lo SI e lo SC sono presenti
simultaneamente, o se lo SC precede di poco lo SI. Tuttavia, se SC precede SI di un tempo più
lungo, il condizionamento sarà molto debole, o addirittura assente. Il condizionamento non si
verifica affatto quando lo SC segue lo SI. Il meccanismo sinaptico che sta alla base del
condizionamento classico deve essere in grado di spiegare queste differenze legate al tempo.
Il condizionamento strumentale fu scoperto e studiato verso l'inizio di questo secolo dallo psicologo
Edward Thorndike della Columbia University. Nel condizionamento strumentale, un individuo
apprende ad associare una risposta, come un atto motorio, con uno stimolo significativo,
tipicamente un premio in cibo. Come esempio consideriamo ciò che accade quando un ratto
affamato viene posto in una scatola con una leva che dispensa del cibo. Durante l'esplorazione della
scatola, il ratto sbatte per caso contro la leva e ottiene cibo. Dopo che il felice incidente si è
verificato alcune volte, il ratto impara che il processo di spingere la leva permette di ricevere il cibo
in premio, quindi spingerà la leva per ottenere il cibo fino a quando si è saziato. Il premio non deve
essere necessariamente costituito da cibo, ma può essere costituito da cocaina o da una situazione
elettrica del fascicolo proencefalico mediale. Il condizionamento strumentale si verifica anche se
una risposta, invece di evocare una ricompensa, impedisce il verificarsi di uno stimolo negativo o
doloroso, come, per esempio, uno shock elettrico alla zampa. Come nel condizionamento classico
anche nel condizionamento strumentale l'animale impara una relazione predittiva. Nel caso del
condizionamento classico, il soggetto apprende che uno stimolo (SC) predice il verificarsi di un
altro stimolo (SI). Nel caso del condizionamento strumentali, il soggetto impara che un particolare
comportamento risulta associato ad una particolare conseguenza. Inoltre, come nel condizionamento
classico, il tempo assume un ruol importante: infatti, il condazionamento strumentale si verifia in
maniera corretta solo se lo stimolo viene presentato subito dopo la risposta. Tuttavia, siccome la
motivazione gioca un ruolo importante nel condizionamento strumentale (dopotutto, solo un ratto
affamato è motivato a premere una leva per ottenere in premio del cibo), si suppone che i circuiti
neurali sottostanti siano assai più complessi di quelli che stanno alla base del condizionamento
classico.
L'apprendimento non associativo descrive il cambiamento della risposta comportamentale che si
verifica nel tempo in risposta ad un singolo tipo di stimolo. Esso si divide in due categorie:
l'abituazione e la sensibilizzazione.
Supponiamo di vivere in una casa dove si trova un unico telefono. Quando il telefono suona,
corriamo a rispondere ma, ogni volta, la telefonata non è per noi. Col passare del tempo, non
reagiam più al trillo del telefono e, alla fine, non lo sentiamo quasi più. Questo tipo di
apprendimento, l'abituazione, significa che si impara a ignorare uno stimolo che non possiede un
significato importante.
Supponiamodi camminare di notte sul marciapiede in una strada ben illuminata e, di colpo, manca
la luce. Sentiamo dei passi dietro di noi e questo normalmente non ci disturba, ma in quel momento
prendiamo un grosso spavento. Vediamo i fari di un'automobile e reagiamo spostandoci
ulteriormente dalla strada. Il forte stimolo sensoriale (accecamento) ha provocato la
sensibilizzazione che intensifica la nostra risposta a tutti gli stimoli, anche quelli che, in precedenza,
non evocavano alcuna risposta.

Meccanismi di modificazione dell’efficacia sinaptica soggiacenti i


processi di apprendimento e memoria
Meccanismo per cui le lesioni ippocampali e temporo-mesiali danno l'amnesia anterograda e non
retrograda ? come fa l'ippocampo a consolidare i ricordi? come fa l'ippocompo a rievocare i ricordi?
L'ippocampo riceve informazioni dalla corteccia associativa sulle tracce che vanno via via
consolidandosi, l'informazione arrvia, nel momento in cui la corteccia l'elabora, gli aspetti visivi,
uditivi, sensoriali, motori di questa informazione vengono collegati a specifici neuroni
dell'ippocampo che fanno da nucleo prototipico del concetto. Tutte informazioni che hanno domini
sensoriali diversi che stanno tutte insieme a costituire un concetto: neuroni dell'ippocampo che
tengono le fila, sinapticamente, della conoscienza vera e propria nella coreteccia.
I neuroni dell'ippocampo aumentano la forza di queste connessioni con il tempo, soprattutto durante
la notte, durante il sonno. Attravareso la modificazione dell'efficacia delle sinapsi che i neuroni
dell'ippocamampo intrattegno con altri neuroni sensoriali che hanno a che fare con uno specifico
concetto, il ricordo si consolida formando una traccia. Le proiezioni dall'ippocampo alla corteccia
consolida tutte le informazioni che abbiamo . Le informazioni che abbiamo sono rappresentate in
corteccia, ma è l'ippocampo che le organizza.
Una lesione all'ippocampo elimina la possibilità di recuperare le conoscenze immagazzinate.
Con il passare del tempo, grazie alle proiezioni dell'ippocampo, questa rete di proiezioni si
consolida sempre di più a formare una rete stabile e duratura. Tanto più antica è la traccia e tanto
più forti sono le connessioni sinaptiche.
Il cocetto chiave della memoria esplicita o dichiarativa, è che possiamo e dobbiamo recuperare
queste informazioni quando lo vogliamo. Le strutture temporo-mediali sono in stretto rapporto con
le corteccia prefrontale, sia dorsale che mediale: quelle deputate alla pianificazione a lungo termine
e il tramite attraverso cui la rete delle informazioni tenuta dai neuorini dell'ippocampo può essere
riattivata. La corteccia trattiene le informazioni, l'ippocampo permette di accedere alle informazioni
quando lo vogliamo, alla corteccia aspetta la possibilità di recuperare le informazioni
immagazzinate.

LA PLASTICITA' DEL SISTEMA NERVOSO


Il concetto di plasticità esperienza-dipendente e periodi critici
Lo sviluppo del SN umano è in balia delle informazioni che riceve, cioè il ruolo dell'informazioni
ambientale è cruciale, per quanto abbiamo visto nel linguaggio esistano delle predisposizioni
genetiche a sviluppare delle abitità e delle capacità. Un bambino tenuto in delle condizioni di
deprivazione fino all'età adolescenziale non impara più a parlare. Molte speci umani sono
programmate per essere sociali, l'interazione sociale precoce è in grado di plasmare lo sviluppo del
nostro sistema nervoso e di conseguenza lo sviluppo della nostra personalità.
Freud: le esperienze precoci sono in grado di plasmare in modo pressoché irreversibile la nostra
personalità generando delle condizioni normali o dall'altro la patologia, disturbo d'ansia, nevrosi o
psicosi. Tutta la nostra dimensione cognitiva è plasmata dall'esperienza, ma esistono chiaramente
funzioni che sono indipendenti dall'esperienza.
Una delle tradizioni in cui l'esperienza ha assunto e ricoperto un ruolo fondamentale è sicuramente
il comportamentismo. L'ambiente, l'esperienza è in grado di modificare e può essere controllata fino
al punto di costruire ciò che il comportamentista vuole. Tutto ciò che non è comportamento era
irrilevante per i comportamentismi (black-box).
Anche le funzioni più semplici del SN, quelli che più facilmente ci spingono a pensarlo come un
analogo di meccanismi costruiti da noi (es. macchina fotografica), richiedono un periodo di
apprendimento. Tutti i sistemi sensoriali necessitano di un periodo di apprendimento. Che cosa
succede se aspettiamo a fare l'operazione per sistemare la cataratta ad una bambino che è nato con
la cataratta? Il bamibino rimane cieco, questo dimostra che anche i sistemi sensoriali per quanto
integri hanno bisogno dell'apprendimento.

Gli studi sulla plasticità nello sviluppo delle colonne di dominanza


oculare del sistema visivo
Il sistema dello sviluppo delle colonne di dominanza è quel sistema che presiede la possibilità di
percepire in forma tridimensionale gli stimoli integrando le informazioni provenienti dai due occhi.
L'emiretina nasale di un occhio proietta controlateralmente attraverso il chiasma e i suoi assoni si
uniscono all'emiretina laterale dell'altro occhio. Dal NGL queste fibre si portano alla corteccia
striata dove terminano allo strato IVC. Soltanto dallo strato IVC in poi queste informazioni iniziano
a mescolarsi. Questo fa si che esistano delle colonne dominate dall'afferenza di un occhio o
dall'altro. Questo sistema è il correlato di tutti i sistemi visivi di tipo frontale, in cui molta parte del
campo visivo viene visto simultaneamente sia da un occhio che dall'altro. Nel nostro sistema visivo
dalla retina al genicolato le informazioni rimangono separate ed evidenziano queste colonne di
dominanza oculare. Se viene iniettato l'acido radiattivo in un occhio, si può notare che in dei punti a
livello del IV strato arriva marcatura, mentre in dei punti non arriva marcatura. Da un punto di vista
funzionale se noi registriamo le risposte monooculari o biouclari, troviamo che la maggior parte dei
neuroni sono binoculari, poi ci sono una minoranza di cellulce che rispondono allo stimolo
controlaterale e altre allo stimolo ipsilaterale. Quindi abbiamo una rappresentazione
dell'informazione che rimane in parte segregata, in funzione del fatto che proviene o da un occhio o
dall'altro, e in buona parte dopo lo strato IVC si fonde.
Se noi prendiamo delle fettine di cervello, in cui sia stato iniettato dell'acido radiattivo in un
occhio, in un feto si nota che gli assoni di un occhio e dell'altro si mischiano. Col passare del tempo
le terminazioni di questi assoni si segregano tendendo a formare un'organizzazione che sembra
sempre più quella dell'adulto, organizzazione con colonna di dominanza oculare. Man mano si
sviluppano le colonne di dominanza oculare, tanto più la terminazione si ramifica, cioè il neurone
termina in una colonna, si ritira dalle colonne limitrofe, formando la colonna di dominanza per
l'occhio da cui proviene, ma anche aumenta la sua ramificazione. Questo sistema non è presente alla
nascita. I feti nascono che sono pressochè ciechi, aprono gli occhi e hanno una visione limitata ai
primi 20 cm. Lo sviluppo delle capacità percettive coincide con uno sviluppo dell'organizzazione
corticale, il cervello cambia e le capacità che è in grado di supportare cambia.
Esiste un programma genetico che detta i tempi di questo sviluppo, un effetto maturativo, oppure
centra l'esperienza? Meccanismi innati forniscono il sistema visivo di connessioni altamente
specifiche ma l'esperienza visiva nella vita precoce è necessaria affinché questi meccanismi si
mantengano e si sviluppino pienamente. Esiste un programma genetico esistono degli aspetti
predetermeniti, ma perché possano portarsi a termine richiedono l'apporto dell'esperienza visiva.
Esperimenti di deprivazione dall'informazione visiva nelle fasi precoci, coi quli dimostrano che le
connessioni neuronali possono essere plasmati dalle influenze ambientali soltanto in un periodo
critico dello sviluppo prenatale. Il bambino che nasce ha delle tappe per lo sviluppo del sistema
visivo ma affinchè questi meccanismi genetici possano anadare a buon fine è neccessaria
l'esperienza. Una serie di elementi che valgono sia per il sistema visivo che per altri sistemi, questi
elementi devono essere connessi sulla base di un elemento genetico predominato sfruttando le
informazioni ambientali dell'esterno.

La competizione sinaptica: convergenza, competizione, sincronicità e


selezione sinaptica
Praticando una sutura palpebrale ad un animale nelle prime fasi di sviluppo, si può osservare che le
colonne di dominanza oculare non si sviluppavano. Le sue afferenze provenienti dall'occhio aperto
colonizzavano l'intera corteccia visiva, quindi quel processo per cui nello sviluppo normale porta
alla segregazione delle afferenze si modifica portando la cecità agli animali nell'occhio chiuso con
sutura a cuasa di cecità corticale. La retina è intatta, gli assoni ci sono e arrivano al genicolato, ma
già nel genicolato notiamo le prime differenze: gli strati che ricevono dall'occhio chiuso sono
iposviluppate, le cellule sono piccole. Come se venisse conquistato tutto il repertorio neuronale a
disposizione dal genicolato alla corteccia è come se venisse conquistato dalle terminazioni
sinaptiche dell'occhio che vede. Se si apre dopo pochi mesi l'animale non riprende a vedere
dall'occhio che era stato suturato. Questi esperimenti dimostrano che se la deprivazione sensoriale si
prolunga per tutta la durata del periodo critico, in cui il cervello è plastico, le alterazioni che ne
conseguono sia a livello anatomico, connessioni, che a livello funzionale, possibilità di vedere, sono
permanente cioè subiamo un danno irreversibile.
È facile ipotizzache che cosa ci si può attendere quando il sistema in cue elaboriamo non è il
sistema sensoriale ma è il sistema emotivo, se la deprivazione non è sensoriale ma di tipo sociale.
Senza informazioni visive o informazioni sensoriali possiamo concludere che il cervello segua le
sue fasi di sviluppo ma si chiuda a questo tipo di esperienze, come la socializzazione. Questi effetti
che in certe circostanze sono inevitali, siano irreversibili? Viene da chiedersi se l'occhio deprivato
venga esposto agli stimoli visivi prima del periodo critico di sviluppo visivo? Cosa succede se
interveniamo con un intervento precoce? Il concetto di intervento precoce è un concetto chiave
dell'ambito psicopatologico, quanto prima si diagnostica un problema, tanto prima si può
intervenire e tanto minore sarà l'impatto del problema stesso. È possibile limitare gli effetti negativi
intervenendo su questi processi di competizione sinaptica, le sinapsi si litigano l'accesso delle
connessioni neuronale e le loro possibilità di successo o fallimento vengono determinate
dall'esperienza. D'altro canto la dove le sinapsi non hanno da competere tra loro, esperienza o non
esperienza faccia poca rilevanza sull'organizzazione. Un caso rilevante in cui non c'è da aspettarsi
competizione è la zona monoculare, la semiluna temporale. Ogni punto viene visto dalle cellule
gangliari di entrambi gli occhi, tranne quelli che cadono nell'estrema periferia destra o sinistra del
campo visivo. Le sinapsi in rapporto con queste porzioni periferiche dello spazio non devono
realizzare alcuna competizione sinaptica, un occhio lo vede e l'altro no. Se è vero che questi
fenomeni di organizzazione del sistema dipendano dalla competizione, dovremmo aspettarci che gli
aspetti della deprivazione, chiudere un occhio, non dovrebbero verificarsi in quelle regioni di
corteccia in cui i due sistemi afferenti non devono competere. Effettivamente questo è quello che è
stato dimostrato: le porzioni binoculari dopo la sutura si riducono, le sinapsi il territorio corticale
conquistato dalle terminazioni in rapporto con l'occhio aperto aumentano mentre le terminazioni
che sono in rapporto con le zono monoculari rimangono inalterate. Quindi la competizione sinaptica
sembra essere la chiave di volta di tutto il processo.
Studiando degli organismi che non hanno colonne di dominanza oculare come la rana. Nella rana
non c'è nessuna competizione nelle colonne di dominanza oculare. Alla fine degli anni settanta, è
stato possibile trapiantare nella rana in fase di sviluppo larvale un terzo occhio. La rana cresce si
sviluppa normalmente e il terzo occhio entra in competizione con entrambi gli atri due. C'è
dell'informazione che è accessibile a due degli occhio. Il risulato è che si sviluppano le colonne di
dominanza oculare. Un sistema nervoso costretto alla competizione cellulare si sviluppa in maniera
completamente diversa da un sistema in cui non esiste competizione e un animale che non ha questo
tipo di competizione sviluppa le colonne di dominanza oculare.
Mettendo di fronte all'occhio una lente bianca, che fa passare tutta la luce, ma non permettono
un'esperienza visiva strutturata. Le cellule gangliari ricevono luce ma non riescono a vedere oggetti.
Questo ha fatto sì che sia stato possibile dimostrare che anche in questo caso le colonne di
dominanza oculare non si sviluppano. Non è sufficiente l'informazione luminosa di per sé, serve
un'esperienza visiva strutturata, chiara, che mi dica qualcosa sugli oggetti, infatti questa esperienza
visiva funziona a seguito di competizione sinaptica. L'assenza di competizione o di esperienza
visiva strutturata impediscono lo sviluppo normale del sistema. Queste condizioni rallentano anche
la formazione delle colonne di dominanza oculare, mantenendo aperto più a lungo il periodo critico.
Riaprendo l'occhio prima del periodo critico consente di permettere al sistema un certo ripristino
dell'organizzazione normale. Quanto prima, entro la fine del periodo critico, forniamo informazione
strutturata tanto prima un'organizzazione adeguata e funzionale ha probabilità di stabilirsi.
Uno degli ultimi aspetti che consideriamo è il modo in cui l'esperienza è in grado di promuovere lo
sviluppo di organizzazione normale. Lo strabismo ha dimostrato che un'ultima fondamentale
caratteristica dell'esperienza strutturata, in presenza di competizione è la sincronia. In un bambino
con strabismo, quindi con lesioni ai muscoli del bulbo oculare, si può osservare che l'informazione
che arriva al SNC è visiva, precoce, strutturata, in presenza di competizione sinaptica ma non è
sincrona. Lo stesso stimolo viene visto in punti non omologhi delle due retine, non si fonde,
controsta con l'organizzazione di base che i geni impongono al sistema. Il sistema è fatto per
fondere in un'immagine solo oggetti che cadono in punti omologhi delle due retine. Non esiste la
possibilità di fondere in maniera sincrona la stessa immagine per dare origine a colonne di
dominanza binoculare. Il cervello si comporta come se un occhio sia suturato, pian pian impara a
trascurare l'informazione che arriva dall'occhio senza elaborarla. Con il passare di anni anche se
viene curato lo strabismo il bambino non ci vede più da quell'occhio. Non ha avuto la possibilità di
avere un'esperienza visiva sincrona.
Questo aspetto della sincronia dell'informazione è alla base dell'associazionismo a livello sinaptico.
Che cosa succede quando il neurone presinaptico è più attivo, questo neurone aumenterà la forza
della sua connessione con il postsinaptico, mentre la connessione meno attiva tra le due perderà la
competizione. L'attività è un primo criterio. Immaginate che il neurone a, molto attivo, sia in
rapporto con un occhio aperto, e il neurone b, poco attivo, sia in rapporto con l'occhio chiuso. Il
neurone più attivo, insieme ad altri neuroni è in grado di fornire la stessa informazione allo stesso
momento nello stesso punto, vince la competizione colonizzando il neurone meno attivo, la cui
risposta diventerà condizionale. L'attivazione sincrona, simultanea, dei due neuroni pre e
postsinaptico che si sono uniti a codificare lo stesso punto nello stesso momento e nello stesso
modo induce un rafforzamento delle connessioni reciproche, mentre un'attività sfasata nel tempo,
come lo strabismo, tende a ridurne l'efficacia e a far si che l'informazione dominante prevalga
sull'altra.
I meccanismi che regolano la costruzione e la regolazione del sistema nervoso sono stati scoperti da
Rita Levi Montalcini e Cohen, i quali hanno scoperto l'NGF, il fattore di proliferazione neuronale.
Abbiamo neuroni che mandano proiezioni ad altri neuroni e rafforzano le loro connessioni se è
presente un'esperienza sincrona e strutturata. Riescono a stabilire queste connessioni poiché la
sincronia pre-postsinaptica determina il NGF. Quindi con un mezzo biochimico possiamo
contrastare gli effetti della deprivazione. L'NGF è considerato uno dei mediatori fondamentali di
tutti i processi di organizzazione, modificazione e strutturazione del SN che sono regolati
dall'esperienza. Le neurotrofine sono i composti chimici in cui vanno ricercati i meccanismi alla
base del controllo e dello sviluppo della plasticità del sistema nervoso.

Perché finiscono i periodi critici?


Il periodo in cui il SN è plastico, in cui l'esperienza e il ruolo dell'NGF possono strutturare e
organizzare l'architettura neuronale hanno dei tempi determinati ed esistono delle cause che ne
determinano la chiusura. Un primo fattore dipende dalla disponibilità recettoriale, si esauriscono i
meccanismi necessari ai processi di plasticità, non ci sono più le risorse. Da un punto di vista
genetico si riduce l'espressione delle proteine che promuovono la crescita degli assoni. Nel SNC si
completano i processi di mielinizzazione, mielina nel SNC è caratterizzata da proteine che
inibiscono la crescita assonale a differenza di quella periferica. La ridotta concentrazione di
neurotrasmettitori che promuovono l'aurousal corticale, quell'alto livello di attività che rende più
efficaci più probabili i processi plastici.
Mentre il periodo critico è aperto noi abbiamo delle connesioni localizzate, in maniera diffusa, su
neuroni diversi, i processi di competizioni sinaptica esperienza-dipendenti promuovono la
segregazione di connessioni in maniera più stabile. Con il verificarsi di tutti questi processi si arriva
in una condizione di stasi che è lo sviluppo maturo.
La possibilità di riaprire un periodo critico chiuso, per reinnescare dei processi di cambiamento nel
formazione antomo-funzionale del SN, è alla base di qualunque intervento psicoterapeutico. Di fatto
un elemento incontrovertibile è che qualunque genere di intervento, riabilitativo o psicoterapeutico,
deve puntare al cambiamento, a modificare una situazione che allo status-quo è disfunzionale. Deve
far riferimento a dei processi di plasticità almeno residua, che consentano nel cervello adulto di
modificare una certa configurazione anatomo-funzionale del sistema. È un'altra ragione per cui si
l'intervento precoce è cruciale. Quanto più giovane è il suggetto, non solo ha migliori possibilità di
apprender lingue, sport e altro, tanto più è semplice modificare eventuali comportamenti o
condizioni patologiche disfunzionali. Perché i periodi critici sono aperti, ci sono più risorse
plastiche, più possibilità di incidere sullo strutturarsi del SNC.
Ciò nonstante il SN dell'adulto non è immutabile, possiamo fare tanto di più quanto di più questi
cambiamenti non sono soltanto fenomeni reattivi a lesioni ma sono fenomeni che possiamo sfruttare
perché avvengono normalmente nel SN maturo. I neuroni degli adulti sono in grado di cambiare
l'assetto delle sinapsi che ricevono e che mandano in caso di lesioni e anche in caso di
manipolazioni sperimentali, variare l'apporto di una determinata esperienza. Questi processi di
rimodellamento sono reversibili e in tutto e per tutto simili a quei processi plastici di cambiamento
che si verificano nei periodo dello sviluppo, chiaramente sono risorse ridotte. Studi recenti
dimostrano che la plasticità del SN è un processo normale di cambiamento, in misura ridotta
nell'adulto, caratterizza la funzione normale del SN. È chiaro che in caso di lesioni questi
cambiamenti sono maggiormente evedienti, ad esempio la riorganizzazione della mappatura
somatotopica a seguito dell'amputazione di un dito. Il cambiamento non è solo legato ai processi di
lesioni, ma è anche legato al processo di apprendimento, apprendere significa aumentare le capacità.
La perdita di vista aumenta la capacità degli altri sensi, come l'udito e il tatto. In mancanza di
informazione c'è un'enorme potenzialità plastica per reindirizzare le risorse disponibili e sfruttarle
per funzioni che non si occupano di queste aree.
Secondo Khandel è possibile ridurre tutti i processi mentali ad operazioni del cervello, abbiamo
visto disfunzioni nelle operazioni mentali sono riconducibili danni di regioni specifiche del
cervello, il cui sviluppo è regolato dai geni che sono determinati rispetto agli schemi di
interconnessioni cerebrali, costituiscono un'archittetura di base, plasmata dall'esperienza e dalla
cultura, che interagendo con gli aspetti genetici sia nello sviluppo normale che in quella patologica
modificano lo sviluppo del SN e plasmano l'identità normale e quella patologica. Questi aspetti
sono rilevanti sia dal punto di vista dell'apprendimento, che come processo in se modifica gli
schemi di connesioni neuronali che si basa su processi plastici che sono alla base dell'individualità
sia normale che patologica, e se consideriamo la psicoterapia come di fatto una forma di
apprendimento, perché l'obiettivo fondamentale della psicoterapia è la modificazione del
comportamento o della personalità, di strutture costruite nell'ambito di questi processi, dobbiamo
considerare che una psicoterapia per essere efficace deve produrre cambiamenti a lunga durata
tramite processi analoghi al apprendimento, di imparare a percepire, di impare processi nuovo,
modificando sia i processi di espressione genica che il ruolo dei fattori neurotrofici per riscrivere di
fatto delle riorganizzazioni anatomiche che sono la base neuronale di qualunque processo di
modificazione.