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OAK ST.

HDSF

THE UNIVERSITY
OF ILLINOIS
LIBRARY

195
VGGYcZ

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University of Illinois Library

L161 H41

SAGGI FILOSOFICI
ii

VICO

BENEDETTO CROCE

LA FILOSOFIA
DI

GIAMBATTISTA VICO
Seconda edizione riveduta

BARI
GIUS.

LATERZA & FIGLI

TI l'OQ KAFI-KDITOBI-LIHK AI

1922

PROPRIET LETTERARIA
A NORMA DELLE VIGENTI LEGGI

Stampato in Trani, coi

tipi dolla Ditta Tipografica Editrice

Vecchi e C.

ifs-

V4GV X

GUGLIELMO WINDELBAND

743018

AVVERTENZA

Per quali ragioni a me


una nuova esposizione della

sia

sembrata necessaria

filosofia

del Vico, potr

agevolmente desumersi dai cenni sulla fortuna


sto scrittore e dalle notizie bibliografiche, che

gono

nella seconda

terza

appendice del

di

que-

si

leg-

presente

volume.

Qui occorre avvertire soltanto che la mia esposizione non vuol essere un riassunto libro per libro e
parte per parte degli scritti del Vico;

pone

la

conoscenza

vuol eccitare

il

di

questi scritti

e,

e,

lettore a procacciarsela

anzi, presup-

ove manchi,
per meglio

seguire, e per riscontrare, le interpetrazioni e

che

gli

vengono da me

giudizi

offerti.

Su questo presupposto, pur valendomi


(specialmente nei

capitoli

relativi

alla

assai spesso

storiografia)

non ho creduto opportuno virgoleggiarle (salvo dove mi piacesse dare

delle parole testuali dell'autore,

risalto alla precisa espressione originale), perch, aven-

dole di solito combinate da brani sparsi nei pi vari


luoghi e ora abbreviate ora allargate e sempre fram-

AVVERTENZA

Vili

mischiate liberamente con parole e frasi mie di commento, il continuo virgoleggiarle sarebbe stato un mettere in mostra, con pi di

rovescio del

fastidio

che

di

utilit,

il

mio ricamo, che ciascuno potr osservare

quando ne abbia voglia, col sussidio dei rimandi


che ho messi in fondo al libro.
Desideroso di attestare, per quanto mi era possi-

da

s,

ogni particolare del mio lavoro, la reverenza


deve al gran nome del Vico, mi sono studiato
di essere breve, di quella brevit che egli conside-

bile, in

che

si

rava quasi suggello di libri scientifici ben meditati.


Al qual uopo ho sacrificato anche le discussioni coi
singoli interpetri,

contentandomi

Del resto, parte delle

sembrano

frutti

di semplici accenni.

interpetrazioni

qui esposte

mi

maturi delle indagini e controversie

che costituiscono

la

migliore letteratura vichiana; e

tutta quell'altra parte, che

mia personale, e

l'idea

mio libro, difender a suo tempo,


i dissenzienti e
contro
caso,
gli obiettanti,
diretto che nel corso dell'esposizione non

stessa generale del


se sar

nel

il

modo

ho stimato
libro

avr

cendere

le

di adoperare.

Perch

io

spero che questo

l'effetto non gi di spegnere ma di racdiscussioni intorno alla filosofia del Vico:

questo Altvater, come lo chiam il Goethe, che


fortuna per un popolo possedere, e al quale bisogner sempre fare capo per sentire italianamente

di

la

moderna

filosofa,

pur pensandola cosmopoliti-

camente.

La dedica

del

mio lavoro

(oltre

a essere omaggio

a uno dei maggiori maestri odierni della storia della


filosofia) vuol esprimere l'augurio e la speranza che

AVVERTENZA

IX

venga presto riempita, in tale storia,


quale ho richiamato l'attenzione pi

mente

alla fine della

la lacuna, sulla

volte, e special-

seconda delle appendici di questo

volume.
Raiano (Aquila), settembre 1910.

L'augurio espresso nelle ultime linee della precedente avvertenza ebbe compimento, e non solo il Windelband die luogo alla filosofia del Vico nella quinta
edizione della sua Storia della filosofa moderna (Leipzig,

1911,

I,

597-98),

ma

il

mio

fu

libro

subito tra-

dotto in inglese e in francese, e altre versioni se ne

preparavano, e fiorivano

quando

la

indagini e

guerra sopravvenne

ripresa di studi e la
fuori d'Italia.

Non

si

e l richiamati per

delle cose; e

li

discussioni,

concetti vichiani non fossero

dominare

richiam, tra gli

col pensiero
altri, lo

delband, nell'ultimo suo scritto, che fu


di

le

sospendere quella
divulgazione dell'opera vichiana
per altro che, durante la guerra

e in relazione ad essa,

qua

le

il

stesso

una

corso

Win-

lezione

guerra sulla Filosofia della storia.


Questa nuova edizione contiene piccole correzioni,

schiarimenti e aggiunte, ed messa al corrente nella


parte bibliografica. La tavola dei rinvi ai testi vichiani stata resa pi precisa, e in ci,
revisione generale, ho
Nicolini,

come

nella

avuto l'amichevole aiuto del

benemerito editore della Scienza nuova.

Circa la concezione e

il

metodo

del libro

non ho

alcun cangiamento da introdurre n pentimento da

AVVERTENZA

manifestare

ma

la facile

sebbene da pi parti mi sia stata rivolta


superflcialissima critica, che l'interpre-

del Vico vi sia

tazione

tutta compenetrata dal

non

proprio pensiero filosofico, e perci


tiva

In verit, chi voglia conoscere davvero

deve leggere e meditare

libri del

indispensabile, e questa la

mio

sia oggetil

Vico

Vico; e questo

sola oggettivit possi-

bile:

non

altri

ne faccia, e che non potrebbe riuscire se non

la cosiddetta esposizione oggettiva

che

lavoro estrinseco e materiale. L'esposizione, invece,


storica e critica di un filosofo ha una diversa e pi
oggettivit, ed necessariamente il dialogo tra
un'antico e un nuovo pensiero, nel quale solamente

alta

pensiero viene inteso e compreso. E tale ,


o procura di essere, il mio libro. Che cosa avrei potuto intendere io del Vico, se non mi fossi travagliato
su problemi strettamente congiunti ai suoi o derivanti
l'antico

da quelli suoi?
Per questa ragione anche non posso dare importanza all'opposizione che mi venuta da egregi scrittori cattolici,

quali

naturale che vedano

con occhi diversi dai miei. Ci che, per

mi sembra

logico,

il

le

altro,

loro sforzo di ridurre

il

cose

non
Vico

a pensatore ortodosso; nel quale sforzo urtano inevitabilmente in due gravi difficolt. In primo luogo
essi vengono a trovarsi di fronte all' impossibilit di

spiegare perch mai

il

Vico, che, a loro giudizio, non

avrebbe fatto altro che ripetere o rinfrescare i concetti della tradizione filosofica cattolica, sia sembrato
e sembri tanto originale e rivoluzionario, e sia andato
tanto a genio ai pensatori moderni.

parimente, in

AVVERTENZA

XI

secondo luogo, si tolgono il modo di spiegareT avversione che per lui provarono gli scrittori cattolici del
suo secolo e taluno insigne del secolo seguente, co-

me, per

es.,

Cesare Balbo, che

scienza cristiana.

E questo

riguardoso come credo


scrittori
essi,

lo senti

estraneo alla

aver detto, perch,


sempre stato verso gli

basti

d'esser

non perci polemizzerei mai con


cosa tanto poco utile, quanto utile
per me, tirare innanzi per la mia via.

cattolici,

stimando

e doveroso

la

Napoli, 27 dicembre 1921.

B. C.

La prima forma della gnoseologia vichiana

JJa prima forma della dottrina del Vico sulla conoscenza si presenta come diretta critica e antitesi del pensiero cartesiano, che

da oltre mezzo secolo dava l'indirizzo

europeo ed era destinato a dominare


ancora per un secolo le mepti e gli animi.
Cartesio aveva collocato f ideale della scienza perfetta
generale

allo spirito

nella geometria, sul modello della quale intese a riformare

del sapere. E poich il metodo geometrico perviene merc l'analisi a verit intuitive,
e da queste muove dipoi per ottenere con deduzione sin-

la filosofia e ogni altra parte

tetica

sempre pi complesse affermazioni,

la filosofia,

per
procedere con rigore di scienza, doveva, a mente di Cartesio, cercare anch'essa il fermo punto d'appoggio in una
verit primitiva e intuitiva, dalla quale deducesse tutte
le sue ulteriori affermazioni, teologiche, metafisiche, fisiche
e morali. L'evidenza, la percezione o idea chiara e distinta era, dunque, criterio supremo; e l'inferenza imme-

diata, l'intuitiva connessione del pensiero

con l'essere, del

prima verit

e la base per la

cogito col

smn, porgeva

la

Con la percezione chiara e distinta, e col dubbio


metodico che conduceva al cogito, Cartesio si argomentava

scienza.

B. Croce,

La

filosofia

di Giambattista Vico.

FILOSOFIA DEL VICO

2
di sconfiggere

per ci stesso,

una volta per sempre lo scetticismo. Ma,


tutto quel sapere non ancora ridotto o non
chiara e distinta e a deduzione

riducibile a percezione

geometrica, perdeva ai suoi occhi valore e importanza.


Tale la storia, che si fonda sulle testimonianze; l'osservazione naturalistica, non ancora matematizzata
pratica e l'eloquenza, che

scenza del cuore

umano

fantastiche. Piuttosto che


rituali

la

saggezza
valgono dell'empirica conola poesia, che offre immagini
;

si

un sapere, codesti prodotti

erano per Cartesio illusioni e torbide visioni

spi-

idee

confuse, destinate o a farsi chiare e distinte e perci a svestire la loro anteriore forma d'esistenza, o a trascinare

un'esistenza miserabile, indegna dell'attenzione del filosofo.


La luce solare del metodo matematico rendeva superflue

fiammelle che sono di guida nelle tenebre e proiettano


sovente ombre ingannatrici.
Ora il Vico non si restringe e non si attarda, come altri

le

avversari di Cartesio, a prendere scandalo per

guenze

del

metodo soggettivo, pericoloso

a disputare scolasticamente se
sillogismo, e

se

come

il

cogito

sillogismo sia

le

conse-

alla religione;

sia o

non

no difettoso

un

sia

o a

protestare con l'offeso buon senso contro il disprezzo cartesiano verso la storia, l'oratoria e la poesia. Egli va diritto

al

cuore della questione,

da Cartesio per
denza; e dove
tutto
rosa,

al

criterio stesso stabilito

la verit scientifica, al principio dell'eviil

filosofo francese

stimava di aver fornito

quanto si potesse richiedere per la scienza pi rigoil Vico osserva che, posta l'esigenza alla quale s'in-

tendeva soddisfare, in realt, col metodo raccomandato,


otteneva ben poco o addirittura nulla.

si

Vico) codesta dell'idea chiara


e distinta! Ch'io pensi quel ch'io penso , si, cosa induBella scienza (dice

bitabile,

il

ma non mi ha

scientifica.

Ogni

punto

l'aria

di

idea, per erronea che

una proposizione
sia,

pu apparire

I.

non perch a me appaia tale, acquista virt


scienza. Che se si pensa, si anche , era cosa nota

evidente;
di

PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

e,

persino al Sosia di Plauto, che esprimeva questa sua persuasione quasi con le stesse parole della filosofia cartesiana
sed quom cogito, equidem certo sum . Ma lo scettico re:

plicher sempre ai Sos e ai Cartes, che egli non dubita


di pensare; professer anzi asseverantemente che quel che

a lui sembra scorgere certo, e lo sosterr con ogni sorta


di cavilli;
e che non dubita di essere, anzi cura di

merc

per non agcose


altri
provenienti dalle
giungere
gli
opinioni. Ma, nell'affermare cosi, sosterr insieme che la
esser bene,

ai

la sospensione dell'assenso,

fastid

delle

certezza del suo pensare e del suo essere coscienza e


non scienza; ed coscienza volgare. Tanto poco la

chiara e distinta percezione scienza, che da quando, per


viene adoperata nella fisica,

effetto del cartesianismo, essa

conoscenza delle cose naturali non divenuta punto pi


sicura. Cartesio ha spiccato un salto per sollevarsi dalla
la

coscienza volgare alla scienza ed ricaduto di piombo in


quella coscienza, senza raggiungere la scienza agognata.
Ma in che cosa la verit scientifica consiste, poich cer;

tamente non consiste nella coscienza immediata? In che


differisce dalla semplice coscienza? Qual il
criterio, o, in altri termini, quale la condizione che
rende possibile la scienza? Con la chiarezza e con la

la scienza

non si muove un sol passo con l'affermazione


un primo vero non si risolve il problema, che non
gi circa un primo vero, ma circa la forma* che la verit
distinzione

di

deve avere perch possa essere riconosciuta verit scientifica,

ossia verit vera.

Vico risponde a questa domanda, e giustifica la sua


accusa d' insufficienza al criterio cartesiano, col ricorrere
11

a una proposizione che, a bella prima, potrebbe dirsi ovvia e tradizionale. Tradizionale non in conseguenza della

FILOSOFIA DEL VICO

storica con la quale

tesi

stesso poi

ebbe a

il

Vico l'accompagna e che egli


che quella proposizione ri-

rifiutare, cio

salga a un'antichissima sapienza italica; ma nel senso che


comune e quasi intrinseca al pensiero cristiano.

essa era

Nulla di pi familiare, infatti, a un cristiano, il quale recita ogni giorno il suo credo in un Dio onnipotente, onnisciente e creatore del cielo e della terra, dell'affermazione

che solo Dio

pu avere scienza piena delle cose,


ne l'autore.

perch egli solo

Il

primo vero (ripete

il

Vico) in Dio, perch Dio il primo fattore; ed vero


perch egli fattore delle cose tutte, esattissimo

infinito

perch rappresenta a

lui gli

elementi cosi esterni come in-

terni delle cose, le quali egli contiene tutte in s. Questa

medesima proposizione circolava


quanto sembra, presso

nelle

scuole,

specie,

scotisti e occamisti, e, nel

rinasci-

mento, Marsilio Ficino l'asseriva nella Theologia platonica,


dicendo che la natura, opera divina, produce le sue cose
con vive ragioni dall'intrinseco, come la mente del geosue figure; e il Cardano
ripeteva che tale la vera scienza, la scienza divina, qua
res facit, e che di essa tra le umane rende immagine

metra dall'intrinseco fabbrica

la sola

le

nel Quod nihil


non pu perfecte cognoscere
nec Deus creare potuisset nec creata

e lo scettico Sanchez,

geometria;

scltur (1581), ricordava che

quis qua non creavit,


regere quce

non

perfecte prcecognovisset ; ipse ergo, solus sa-

pientia, cognitio, intellectus perfectus,

nia sapit, omnia cognoscit, omnia


est et in

Si

omnibus, omniaque ipse sunt

veda per

le

origini

il

omnia

intelligit,
et

mio saggio: Le

(cfr.

il

Windelband, Gesch.

l
.

Ma

il

fonti della gnoseologia

Sul concetto del

Opera medica, ed. di Tolosse Tectosagum, 1636,

chiam l'attenzione
p. 23.

quia ipse

in ipso

vicliiana (cit. nell'append. bibliografica), pp. 243-58.

Sanchez

omomnia

penetrai,

p. 110) ri-

d. neuer. Philosophie 3

I,

PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

I.

Vico non

dendo

restringe ad affermazioni incidentali

si

pel

primo

la

e,

inten-

fecondit del concetto espresso in quella

proposizione, dall'elogio dell' infinita potenza e sapienza di


Dio e dal raffronto con quella limitata dell'uomo ricav,
contro Cartesio, il principio gnoseologico universale, che
la
il

condizione per conoscere un-a cosa il farla, e


il fatto stesso: verum ipsum factum .
Non altro che codesto si vuol dire (egli chiarisce), quando

vero

afferma che la scienza

pei- ccnisas scire

perch la
cagione quel che per produrre l'effetto non ha bisogno
di cosa estranea, il genere o modo di una cosa
conosi

scere la cagione saper mandare ad effetto la cosa, provare dalla causa farla. In altri termini, rifare idealmente quel che si fatto e si fa praticamente. La cogni-

zione e l'operazione debbono convertirsi tra loro, come in


Dio intelletto e volont si convertono e fanno tutt'uno.

Senonch, stabilito nella connessione


fatto

della

l'ideale

realt) conosciuta la natura vera

del

vero e del

l'ideale la vera

scienza, e (poich
della

scienza, la

prima
conseguenza che da questo riconoscimento deve trarsi
quella stessa che ne traevano i platonici e gli scettici del
Rinascimento, l'impossibilit della scienza per l'uomo. Se
Dio ha creato le cose, Dio solo le conosce per cause, egli
solo ne conosce i generi o modi, ed egli solo ne ha la
scienza. Forse che l'uomo ha esso creato

creato la propria

All'uomo non data


la

mondo? ha

esso

la

scienza,

ma

la sola

coscienza,
non si pu
fanno. La verit di

quale per l'appunto volge sulle cose di cui

dimostrare

come

vrebbe

genere o forma onde

il

coscienza
sto

il

anima?

il

lato

umano

del

sapere divino, e sta a quepiuttosto che verit, do-

la superficie al solido

dirsi

certezza.

Dio

si

l'

ntelligere,

all'uomo

il

solo

cogitare,
pensare, l'andare raccogliendo gli elementi delle
senza
cose,
poterli mai raccogliere tutti. A Dio il vero diil

FILOSOFIA DEL VICO

mostrativo; all'uomo le notizie non dimostrate e non scientifiche, ma o certe per segni indubitati o probabili per
forza di buoni raziocini o verisimili pel sussidio di potenti

congetture.
Il

non scienza, ma non


guarda bene dal chiamare

certo, la verit di coscienza,

perci il falso. E il Vico


false le dottrine di Cartesio

si

egli vuole soltanto

degradarle

da verit compiute a verit frammentarie, da scienza a


coscienza. Tatt'altro che falso

il

cogito ergo

sum:

il

tro-

varsi finanche sulla bocca del Sosia plautino argomento


rigettarlo, anzi per accettarlo, ma come verit di
semplice coscienza. Il pensare, non essendo causa del mio
essere, non induce scienza del mio essere; se l'inducesse,

non per

essendo l'uomo (secondo che i cartesiani ammettono) mente


e corpo, il pensiero sarebbe causa del corpo; il che ci av-

volgerebbe tra tutte

le

spine e gli sterpi delle dispute circa

mente sul corpo e del corpo sulla mente. Il


cogito , dunque, un mero segno o indizio del mio essere:
nient'altro. L'idea chiara e distinta non pu dare criterio,
non pure delle altre cose ma della mente medesima, perch la mente in quel suo conoscersi non si fa, e, poich
non si fa, ignora il genere o modo onde si conosce. Ma
l'azione della

l'idea chiara e distinta


spirito dell'uomo, e,

preziosissima.

mato

Anche per

fra le scienze

quel che solo concesso allo

come unica ricchezza


il

Vico

umane, che

ch'egli abbia,

la metafisica

serba

tutte derivano

da

il

lei;

pri-

ma

laddove per Cartesio essa pu procedere con sicuro metodo di dimostrazione pari a quello geometrico, pel Vico

deve contentarsi del probabile, non essendo scienza per


cause

ma

di

cause.

del

probabile

si

content ai suoi

bei tempi, nella Grecia antica e nell' Italia del Rinascimento;


e

quando

volle

abbandonare

sta dei fumi di quel

navi

il

probabile e

detto fastoso

si

empi

la te-

sapientem nihil opi-

cominci a turbarsi e a decadere. L'esistenza di

I.

PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

Dio certa, ma non scientificamente dimostrabile, e


ogni tentativo di dimostrazione da considerare documento

non tanto

di piet

dimostrare Dio,

quanto piuttosto d'empiet, perch, per


farlo: l'uomo dovrebbe diven-

dovremmo

tare creatore di Dio. Parimente bisogna ritenere vero tutto

quello che ci stato rivelato da Dio,

modo

in qual

sia

ma non domandare
non potremo mai

vero, che ci che

comprendere. Sulla verit rivelata e sulla coscienza di Dio


si

appoggiano

le

ma

il

di verit

non

scienze

umane

e vi trovano la loro

fondamento stesso verit

norma

di coscienza e

di scienza.

Come

il

Vico abbassa

e coltivava, la

geva

risolleva le

le

scienze che Cartesio predili-

metafisica, la teologia, la fisica, cosi

forme di sapere che Cartesio aveva abbassate

la storia, l'osservazione naturalistica, la

cognizione empi-

rica circa l'uomo e la societ, l'eloquenza e la poesia. 0,

per meglio dire, non ha bisogno di sollevarle per rivendidimostrato che le superbe verit della filosofia condotta con metodo geometrico si riducono anch'esse a niencarle

che probabilit e asserzioni aventi valore di seniplice coscienza, la vendetta delle altre forme del sapere ,
t'altro

nell'atto stesso, bella e compiuta, perch tutte si ritrovano


ormai adeguate alla medesima altezza o bassezza che si
dica. L'idea di una scienza umana perfetta, che respinga

indegna di questo nome perch fondata non

da

s un'altra

sul

ragionamento

ma

sull'autorit, chiarita illusoria. L'au-

torit delle proprie e delle altrui osservazioni e credenze,

l'opinione generale, la tradizione, la coscienza del genere

umano, vengono restaurate

nell'ufficio

che hanno sempre

avuto e che ebbero nello stesso Cartesio

il

quale (come

suole accadere) disprezz quel che egli possedeva in gran


copia e di cui si era potentemente giovato, e, uomo dottissimo, scredit la dottrina e l'erudizione,

nutrito pu darsi

il

come

chi

si

lusso di parlare con disdegno del cibo

FILOSOFIA DEL VICO

che gi sangue nelle sue vene. La polemica di Cartesio


contro l'autorit si era provata, per alcuni rispetti, benefica,

avendo scosso

troppo vile servit di star sempre


che non regni altro che il proprio in-

la

Ma

sopra l'autorit.

si pretenda rifare da cima a fondo


sapere sulla propria individuale coscienza, che si giunga

dividuale giudizio, che


il

(come fece

Malebranche) ad augurare perfino di vedere


filosofi e poeti antichi e di tornare alla nu-

il

bruciati tutti
dit di

Adamo;

una

follia o,

meno, un eccesso,

lo

per

dal quale conviene rifuggire nel giusto mezzo. E il giusto


di seguire il proprio giudizio, ma con qualche ri-

mezzo

guardo all'autorit; di congiungere insieme, cattolicamente,


la fede con la critica circoscritta dalla fede e giovevole
alla fede stessa

in

modo conforme

di

mera probabilit che ha

in

modo avverso
si

quale par che

il

divina regola delle cose

un gruppo

queste, secondo

modo

un posto

suoi predecessori

privilegiato

cartesiane al

vale a dire, non

vera e propria scienza, non nella cernella verit: le discipline matematiche. Sono

di coscienza,

ma

ma

delle scienze

Vico riconosca, come

del Rinascimento,

in

si fa

devono credere.

C', per altro,

tezza,

sapere o la scienza umana,

all'indirizzo della Riforma, pel quale lo

spirito interno di ciascuno

che

il

al carattere indelebile

di

lui, le

sole conoscenze possedute dall'uomo

del tutto identico a quello del sapere divino, e

cio perfetto

dimostrativo.

aveva creduto, per

effetto

E non

gi,

come

Cartesio

del loro carattere di evidenza.

L'evidenza, usata nelle cose fisiche e nelle agibili, non d

una verit della stessa forza che nelle matematiche. N le


matematiche sono per s evidenti con quale chiara e di:

potrebbe concepire che la linea consti di


che
non
hanno parti? Ma il punto impartibile, che
punti
non si pu concepire nelle cose reali, si pu, invece, de-

stinta idea

si

finire; e col definire certi nomi, l'uomo

si

crea

gli eie-

I.

PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

menti delle matematiche, coi postulati li porta all'infinito,


con gli assiomi stabilisce certe verit eterne, e con questi
infiniti e con questa eternit disponendo i loro elementi,
egli fa il

vero che insegna. La

nasce, dunque, non dal

criterio

dall'altro enunciato dal Vico;

moltiplica, prende

il

punto

cartesiano,

ma

appunto

ma

non dall'evidenza,

conversione del conoscere col fare


stramus, quia verum facimus

forza delle matematiche

dalla

mathematica demon-

L'uomo prende l'uno

e lo disegna; e crea

e lo

numeri

e le grandezze che egli conosce perfettamente perch opera


sua.

Le matematiche sono scienze operative,

nei loro problemi,


si

ma

non

solo

negli stessi teoremi, che volgarmente

stimano cosa di mera contemplazione. Per tal ragione


anche scienze che dimostrano per cause, contra-

esse sono

riamente
tematiche

opinione volgare che esclude dalle maconcetto di causa


sono, anzi, le sole, tra le

all'altra
il

scienze umane, che davvero provino per cause.

procedere provengono

le loro

Da

Verit meravigliose

questo
e tutto

l'arcano del metodo geometrico consiste nel definire prima


le voci, e cio fare i concetti coi quali si abbia a ragionare;
poi stabilire alcune massime comuni, nelle quali colui col

quale si ragiona convenga; finalmente, se bisogna, domandare cosa che per natura si possa concedere affine di poter
dedurre i ragionamenti, i quali senza una qualche posizione non verrebbero a capo e con questi principi da verit pili semplici dimostrate procedere fil filo alle pi composte, e le composte non affermare se prima non si esa;

minino una per una le parti che le compongono.


Si direbbe che il Vico sia circa il valore delle matematiche affatto

d'accordo con Cartesio, dal quale

differisca

soltanto nella fondazione di quel valore. E, posto chela


sua fondazione debba considerarsi pi profonda, tanto pi

ne verrebbe rafforzato ed esaltato l'ideale matematico, prefisso alla scienza da quello. Se l'unica conoscenza perfetta

FILOSOFIA DEL VICO

10

lo spirito umano raggiunga quella matematica,


chiaro che sopra essa bisogna sorreggersi e alla stregua

che

modellare o giudicare le altre. Il Vico, insomma,


sarebbe mosso per dare torto a Cartesio e gli avrebbe
procurato una migliore ragione che quegli non sospettava.
di essa

si

Ma, quantunque cosi sembri a prima vista (e cosi abbia


pensato qualche interpetre), osservando meglio si scorge
che

la

gran perfezione che

il

alle

matema-

la sicurezza

che egli

Vico attribuisce

tiche pi apparente che reale

che

vanta di quel procedere, , per sua medesima confessione,


acquistata a spese della realt; e che, insomma, l'accento
della teoria

non cade tanto

verit

sulla

pline quanto sulla loro arbitrariet.

di quelle disciin questo risalto

dato al carattere di arbitrariet egli differisce non solo dai


ricordati filosofi del Rinascimento, ma anche da Galileo e
dalla sua scuola

L'uomo

*.

infatti (egli dice),

andando attorno a

investi-

gare la natura delle cose, e accorgendosi finalmente di non


poterla in niun modo conseguire, perch non ha dentro di
s gli elementi

onde sono composte,

e,

anzi,

li

ha

tutti

fuori di s, condotto via via a volgere a profitto questo

vizio della sua mente; e con l'astrazione (non,


s'intende, con l'astrazione sulle cose materiali, perch il
stesso

Vico non assegna origine empirica alle matematiche, ma


con l'astrazione che si esercita sugli enti metafisici) si foggia due cose, duo sibi confingit il punto da disegnare,
:

l'unit da moltiplicare. Entrambi finzioni (utrumque


ftctum), perch il punto disegnato non pi punto e l'uno
moltiplicato non pi uno. Indi, da quelle finzioni, di proe

prio arbitrio (proprio iure) assume di procedere all'infinito, sicch le linee si possano condurre nell'immenso,

Vico

veda sulla storia della gnoseologia


mio saggio cit., pp. 258-67.

Si
il

delle

matematiche

fino al

PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

I.

l'uno moltiplicare per


struisce per suo uso

l'

innumerabile.

un mondo

abbraccia tutto dentro di s


col

questo

modo

forme e numeri, che

coegli

e col prolungare, col tagliare,

con l'aggiungere, togliere e compu-

le linee,

comporre

di

11

opere e conosce infiniti veri. Non


cose e definisce nomi; non pu attingere
gli elementi reali e si contenta di elementi immaginari,
dai quali sorgono idee che non ammettono alcuna controtare

numeri,

pu definire

fa infinite

le

versia. Simile a Dio,

ad Del instar

>,

da nessun sostrato

materiale, e quasi dal niente, crea punto, linea, superficie:


il

punto che posto come quello che non ha parti

linea

come

l'escurso

la

del

punto, ossia la lunghezza priva


di larghezza e di profondit; la superficie, come l'incontro di due linee diverse in uno stesso punto, cio la lun-

ghezza e la larghezza senza la profondit. Cosi le matematiche purgano il vizio della scienza umana, di avere
sempre le cose fuori di s e di non aver essa fatto ci che
vuole conoscere. Quelle fanno ci che conoscono, hanno in
s medesime i loro elementi e si configurano, perci, a

somiglianza perfetta della scienza divina {sdentici divince


similes evadunt).

A chi legge queste e altrettali descrizioni e celebrazioni


vichiane del procedere matematico, par d'avvertire come
un'ombra

d'ironia, se

non proprio intenzionale, certamente


La fulgida verit delle mate-

risultante dalle cose stesse.

matiche nasce, dunque, dalla disperazione della verit;


loro formidabile potenza dalla riconosciuta impotenza!

la

La

somiglianza dell'uomo matematico con Dio non troppo


diversa da quella del contraffattore di un'opera col suo
autore: ci che Dio nell'universo della realt, l'uomo
nell'universo delle grandezze e dei numeri, ma queuniverso popolato di astrazioni e finzioni. La
divinit conferita all'uomo , quasi, divinit da burla.

, si,

sto

Per

effetto della diversa genesi

che

il

Vico assegna alle

FILOSOFIA DEL yiCO

12

matematiche, anche la loro efficacia viene assai

Le matematiche non stanno

pi,

come per

ristretta.

Cartesio, al

sommo

del sapere umano, scienze aristocratiche, destinate


a redimere e a governare le scienze subalterne
ma oc;

cupano una cerchia, per quanto singolare, altrettanto ben


circoscritta, fuori della quale se mai esse si provano a
uscire, prdono, d'un subito, ogni loro mirabile virt.
Il potere delle matematiche incontra ostacoli a parte
ante e a parte post: nel loro fondamento e in quel che a
loro volta sono in grado di fondare. Nel loro fondamento,

perch se creano i loro elementi, cio le finzioni iniziali,


non creano la stoffa in cui queste sono ritagliate, e che a
esse, non meno che alle altre scienze umane, fornita dalla

non potendo dar loro il proprio sogd


certe
ne
getto,
immagini. Dalla metafisica la geometria
metafisica, la quale,

toglie il punto per disegnarlo (cio, per annullarlo come


punto); e l'aritmetica l'uno per moltiplicai'lo (cio, per di-

struggerlo come uno). E poich la verit metafisica, per


quanto certa appaia alla coscienza, non dimostrabile, le
matematiche, in ultima analisi, riposano anch'esse sull'autorit e sul

probabile. Ci

basta a svelare la fallacia di

ogni trattazione matematica che si tenti dalla Metafisica.


Vico sembra ammettere una specie di circolo tra geo-

Il

metria e metafisica, la prima delle quali riceverebbe il suo


vero dalla seconda e, ricevutolo, lo rifonderebbe nella
stessa

metafisica,

umana con

confermando reciprocamente

la divina.

contestabile e

si

Ma

la scienza

questo concetto (che pi che


e con-

pu dichiarare senz'altro incoerente

tradittorio) richiama, in ogni caso, l'uso metafisico, o piut-

tosto simbolico e poetico che della

matematica fecero Pi-

tagora e altri filosofi antichi e del Rinascimento, e


nulla da vedere con

modo

una

filosofia trattata

La geometria

non ha

matematicamente

sarebbe, a giudizio del


Vico, l'unica ipotesi per la quale dalla metafisica sia dato

al

dei cartesiani.

I.

PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

passare alla fisica;

una

tesi,

critica,

ma

rimarrebbe in

probabilit, qualcosa di

tra

l'

immaginazione e

mane sempre la
secondo il modo

metafisica
di

e,

il

13

tale accezione un'ipo-

mezzo tra

la fede e la

ragionamento, quale

ri-

in genere, la scienza

umana,
questa prima forma

vedere del Vico in

della sua gnoseologia.

Come non fondano

la metafisica dalla

quale anzi deri-

vano, cosi le matematiche non sono neppure in grado di


fondare le altre scienze, che pure seguono a esse nell'ordine di derivazione. Tutte

le

materie, diverse dai numeri

e dalle misure, sono affatto incapaci di

La

fisica

non dimostrabile;

cose fisiche,

faremmo

le

(s

metodo geometrico.

potessimo dimostrare le
physica demonstrare possemus,
se

faceremus); ma non le facciamo e perci non possiamo


darne dimostrazione. L'introduzione del metodo matema-

non ha giovato a questa disciplina, che fece


scoperte grandi senza quel metodo, e nessuna n grande
n piccola ha fatta merc di esso. La fisica moderna somitico nella fisica

glia, in verit,

mente arredata
la suppellettile,

a una casa che gli antenati hanno riccae di cui gli eredi non hanno accresciuto

ma

divertono solamente a cangiarla di

si

posto e a disporla in

modi nuovi. necessario perci

re-

staurare e sostenere, in fisica, l'indirizzo sperimentale contro

quello

matematico: l'indirizzo inglese contro quello

il

cauto uso che delle matematiche fecero Galileo

francese,

e la sua scuola contro l'incauto e arrogante dei cartesiani.

si proibisce l'insegnamento della


matematica: cotal metodo non procede se non prima
definiti i nomi, fermati gli assiomi e convenute le domande;

ragione in Inghilterra

fisica

ma

in fisica si

hanno a

convenzione che non

definire cose e

sia contrastata,

non nomi, non vi ha


n

si

pu domandare

cosa alcuna alla ritrosa natura. Onde, nel migliore dei casi,
quel metodo si risolve in un puro e innocuo verbalismo: si

espongono

le

osservazioni fsiche con la dicitura:

per

la

de-

FILOSOFIA DEL VICO

14
finizione

si

IV, per

conclude con

il

postulato II, per l'assioma III,


abbreviature: Q. e. d. ma

le solenni

svolge nessuna forza dimostrativa e la mente resta


tutta la libert di opinare che possedeva innanzi
in
dipoi
di udire tali metodi strepitosi. Il Vico non sa astenersi, a

non

si

proposito, da paragoni

tal

(egli dice),

quando

farsi sentire, e,

appunto come

satirici.

Il

metodo geometrico

nel suo legittimo dominio, opera senza

ove

fa

segno che non opera:


l'uomo timido grida e non fe-

strepito,

negli assalti

l'uomo d'animo fermato tace e fa colpi mortali.

risce,

ancora:

il

vantatore del metodo geometrico in cose in cui

quel metodo non trae necessit di consentire, quando pronuncia: questo assioma o questo dimostrato ,
simile al pittore che a immagini informi, le quali per s

questo uomo ,
questo satiro , questo leone , e via discorrendo.
Onde accade che col medesimo metodo geometrico Proclo
dimostri i principi della fisica aristotelica, Cartesio i suoi,

non

possano riconoscere, scriva sotto:

si

non

certamente diversi; eppure furono due


geometri, dei quali non si pu dire che non sapessero usare
il metodo. Quel che bisognerebbe, se mai, introdurre nella
se

fisica

tutti opposti,

sarebbe non

trica;

ma

il

metodo

ma

questa proprio ci

Meno ancora

la

dimostrazione geome-

che non dato introdurvi.

possibile nelle altre scienze via via pi cor-

pulente e pi concrete: meno che in ogni altra, nelle


scienze morali. E perci, non potendosi usare la cosa, in

cambio

si

abusa tanto del nome; e, come il titolo di siun tempo da Tiberio perch troppo su-

gnore

, rifiutato

perbo,

si

d ora a ogni vilissimo uomo,

mostrazione

tamente

false,

cosi quello di di-

applicato a ragioni probabili e talora aper-

ha sminuito

la

venerazione che

si

deve

alla

verit.

Per

le

matematiche

sostituzione dei metodi

stesse

il

Vico scorge pericoli nella

analitici ai geometrici o sintetici.

PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

I.

15

dubita che la nuova meccanica sia frutto davvero del-

l'analisi, la

ventiva,

e,

quale attutisce l'ingegno, ossia la facolt inrisultato {opere), oscura nella via

certa nel

metodo sintetico tum opere tura opera


certissimo. L'analisi adduce le sue ragioni aspettando se
per caso si diano le equazioni che cerca, e sembra un'arte
d'indovinare, o una macchina piuttosto che un pensiero.
Per analoghe considerazioni il Vico non teneva in alcun
pregio le topiche pi o meno meccaniche e le arti lulliane
e kircheriane dell'invenzione e della memoria.
La simpatia per lo sperimentalismo che, come si visto,
laddove

(opera),

stacca

il

Vico dall'indirizzo francese e cartesiano e

il

av-

lo

vicina piuttosto a quello italiano e inglese, a Galileo e al

Bacone,

lo

rende altres nemico dell'aristotelismo e dello

scolasticismo. Esortando egli a cercare

particolari e a va-

metodo induttivo; affermando che il genere umano


era stato arricchito di innumerevoli verit dalla tsica, la
lersi del

quale,

merc

macchine e

fuoco, le

il

gli

strumenti,

fatta operatrice di cose simili a peculiari

era

si

opere della na-

raccomandando la propria metafisica come tale che


serve bene {anclllantem) alla fisica sperimentale; non pu
non riconoscere ben meritato il discredito in cui era catura;

duta

troppo (egli diceva) universale.


rimproverava l'introduzione delle forme

la fisica aristotelica,

se a Cartesio

fisiche nella metafisica, e

con ci

tendenza verso

la

da

terialismo, Aristotele e gli scolastici sono poi


sati dell'errore opposto, cio di

forme metafisiche nella


il

sillogismo e

il

sorite

fisica.

il

lui

ma-

accu-

aver voluto introdurre

Come Bacone,

non producano nulla

ripetano ci che gi contenuto nelle

le

egli stima che

di

nuovo e

premesse; e mette

molteplici danni che gli universali aristotelici


cagionano in tutte le parti del sapere nella giurisprudenza,

in chiaro

in cui le vuote

generalit

nella medicina, che

soffocano

il

senno legislativo;

bada piuttosto a tenere

in piedi

si-

FILOSOFIA DEL VICO

16

stemi che a sanare

gl'infermi; nella vita pratica, nella


di
abusatori
universali sono derisi- col nome di
quale gli
uomini tematici .
Dagli universali derivano le .omoni-

mie o equivoci, cause d'ogni sorta


verso

di errori. Alla diffidenza

qui nel senso di concetti generisponde nel Vico (com'era stato caso fre-

gli universali, intesi

rali o astratti,

quente presso

gli antiaristotelici

della

tazione delle idee platoniche, delle

come

anche

Rinascenza)

forme

l'esal-

metafisiche, o,

chiama, dei generi, modelli eterni


degli oggetti e infiniti per perfezione. Nominalista nelle
matematiche, sospettoso del nominalismo in tutti gli altri
egli

campi del sapere,

le

il

Vico asserisce la realt delle forme o

come

da giovane fosse attratto da


questa dottrina, insegnatagli da un suo maestro che era
delle idee, e narra

fin

scotista e perci seguace di quella tra le filosofie scolasti-

che che pi si approssimava alla platonica.


Considerata nella sua interezza, la prima gnoseologia del

Vico non

intellettualistica,

non

mente speculativa; ma contiene


che

si

compongono

in certo

modo

sensistica e

non vera-

tutte tre queste tendenze

tra loro,

non

col sottomet-

gerarchicamente a una tra esse, ma col sottomettersi


tutte alla riconosciuta incompiutezza della scienza umana. Il
tersi

suo intento sarebbe di fronteggiare, con un sol movimento


tattico, dominatici e scettici, contro i primi negando che si
possa sapere tutto e contro i secondi che non si possa sapere
cosa alcuna; ma riesce invece a un'affermazione di scetti-

non manca neppure qualdivino


sapere unitario, quello
sapere
la frammentazione dell'unit; Dio sa tutte le cose

i> cismo o agnosticismo, nella quale


'

che tratto mistico.

umano

Il

perch contiene in s
tutte
l'uomo si studia
;

scienza

umana

gli
di

una sorta

eviene dividendo l'uomo


telletto e volont, e dal

elementi dai quali le compone


conoscerle col ridurle in pezzi. La
di

anatomia delle opere di natura,

in corpo e

corpo

anima, e l'anima in

astrae la figura e

il

in-

moto, e da

I.

PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

17

questi l'ente e l'uno; onde la metafisica contempla l'ente,


l'aritmetica l'uno e la sua moltiplicazione, la geometria la

moto dell'ambito,

figura e le sue misure, la meccanica il


la fisica il moto del centro, la medicina
la ragione, la

morale

la volont.

corpo, la logica
accade di questa ana-

Ma

il

tomia come di quella del corpo umano, circa la quale i pi


acuti fisiologi dubitano se per effetto della morte e della
stessa dissezione sia pi possibile

struttura

uso delle

indagare

il

vero

sito,

parti. L'ente, l'unit, la figura,

il

il corpo, l'intelletto, la volont


sono altro in Dio,
nel quale fanno uno, altro nell'uomo in cui restano divisi
in Dio vivono, nell'uomo periscono. La percezione chiara

moto,

e distinta, nonch prova di forza, prova di debolezza


dell'intendimento umano. Le forme fisiche appaiono evidenti fintanto che
fisiche:

il

non

si

cogito ergo

mettono

sum

al

paragone delle metaquando l'uomo

certissimo,

considera s stesso, creatura finita, ma addentrandosi in


Dio, che l'unico e vero ente, egli conosce veramente non
essere: con l'estensione e le sue tre misure crediamo di
stabilire verit eterne,

ma

mus

le

stillatici ,

Dio: eterno
della parte,

si

vede

ci

perch

nel fatto

ccelum ipsum peti-

eterne verit sono solamente in

sembra l'assioma che

il

tutto

maggiore

ma, risalendo ai principi, si scorge che falso


che tanta virt di estensione nel punto del

cerchio quanto in tutta la circonferenza. Perci (conclude


Vico) in metafisica colui avr profittato che nella meditazione di questa scienza avr s stesso perduto .
il

Giudicare (come pur talora stato fatto) che in queste


proposizioni il Vico sia nient'altro che un platonico o un
seguace della tradizionale

filosofia cristiana, e

conseguenza qualsiasi importanza

alla

negare per
sua prima gnoseo-

logia, significherebbe attenersi a quell'erroneo


tica e di storia filosofica

modo

di cri-

alle conclusioni

quale, guardando
generali di un sistema, ne trascura il contenuto particolare,

B. Croce,

La

filosofia

il

di Giambattista Vico.

FILOSOFIA DEL VICO

18

che solo

gli

la

vera fisonomia. S'intende bene che ogni

filosofo sempre, nelle sue conclusioni finali, o

agnostico
o mistico o materialista o spiritualista, e via dicendo ossia
;

rientra in qualcuna delle perpetue categorie nelle quali si


aggira il pensiero e la ricerca filosofica. Ma presentare in

questo
il

modo

unilaterale

filosofi

giova soltanto a favorire

pregiudizio che la storia del pensiero ripeta di continuo,


da un errore ad un

sterilmente, s medesima, passando

abbandonando l'errore vecchio per il nuovo, che


sarebbe
anch'esso un vecchio rifatto o ritinto giovane.
poi
Il platonismo, agnosticismo o misticismo del Vico somaltro e

mamente
non

solo

poranea,

originale perch

non sono

ma

lo

tutto contesto di dottrine

inferiori al livello della filosofia

che

contem-

sorpassano d'assai.

La prima di queste dottrine la teoria del conoscere


come conversione del vero col fatto, sostituita al tautologico criterio della percezione chiara e distinta.

Quan-

Vico quella conversione rappresenti un ideale


inconseguibile dall' uomo, non pertanto con essa viene

tunque per

il

esattamente determinata la condizione e la natura della

conoscenza, l'identit del pensiero e dell'essere, senza la


quale il conoscere inconcepibile. La seconda la svelata

natura delle matematiche,

singolari per la loro origine

tra le altre conoscenze

ammirevoli

ma

inette

umane, rigorose perch


a dominare e a trasformare

sapere umano. La terza


dicazione del
della

mondo

arbitrarie,
il

restante

dottrina, finalmente, la riven-

dell'intuizione, dell'esperienza,
di quelle forme tutte

probabilit, dell'autorit,

che l'intellettualismo ignorava o negava. In questi punti


l'agnostico, il platonico, il mistico Vico non era n agnostico n mistico n platonico, e compieva un triplice progresso sopra Cartesio, che, sotto tutti e tre questi aspetti,
veniva da lui definitivamente criticato.

Dove, invece, Cartesio sopravanzava ancora

il

Vico era,

I.

PRIMA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

19

per l'appunto, in quel dornmatismo di cui il Vico non


voleva a niun conto sapere. Riuscisse o no, Cartesio tentava una scienza
scienza; e

umana

perfetta, dedotta dall'interna co-

Vico, giudicando troppo superbo il filosofo


francese e disperando del tentativo, asseriva invece la
il

trascendenza della verit, si appoggiava alla rivelazione e


si restringeva a dare una metafisica humana imbecillitale

dignam. La sua era una gnoseologia dell'umilt, come


quella di Cartesio della superbia. Ora, il Vico non poteva
progredire anche per questo verso se non ismettendo almeno
una parte della sua umilt e acquistando qualcosa della
superbia di Cartesio; introducendo nel suo spirito cattolico

un po'

del lievito di quello spirito protestante che gli sem-

brava cosi pericoloso; provandosi a* concepire una filosofia


alquanto meno degna dell'umana debolezza e tanto pi

degna dell'uomo, che debole


Dio.

e forte insieme,

questo progresso manifesto nella

siva del suo pensiero.

uomo ed

forma succes-

II

La seconda forma della gnoseologia vichiana

volont di credere, fortissima nel Vico, e la comdedizione


del suo animo al cattolicismo del suo tempo
pleta
e del suo paese, lo legavano saldamente alla gnoseologia
la.

e metafisica platonico-cristiana; la quale,


coli psicologici,

per questi osta-

non poteva sviluppare nella mente "di

lui le

contradizioni di cui era pregna. L'idea di Dio lo domava


e lo sorreggeva insieme; ed egli non aveva l'audacia n

bisogno d'investigare a fondo quale valore sia


da attribuire alla rivelazione, o se sia concepibile un Dio
sentiva

il

fuori del

mondo,

in qualche
si

che

il

modo

come l'uomo possa affermare Dio senza


dimostrarlo e perci crearlo lui. Per far

Vico aprisse e in parte percorresse una nuova


avrebbe condotto lo spirito umano al supera-

via, la quale

mento
bile

della concezione platonico-cristiana, era indispensa-

che

la

Provvidenza (per servirci

fin

da ora di un con-

cetto vichiano, che verr illustrato pi oltre) adoperasse

verso di lui un inganno, e con lungo e tortuoso giro lo


menasse all'imboccatura della nuova via, non lasciandogli
sospettare dove questa avrebbe messo capo.
Gli scritti, nei quali
seologia,

il

De

il

Vico espose la sua prima gno-

ratione studiorum,

lorum sapientia, e

le

il

De antiquissma

ita-

polemiche relative, appartengono

al

FILOSOFIA DEL VICO

22

quadriennio 1708-1712. Nel decennio che segui, il Vico fu


tratto a darsi sempre pi alle ricerche sulla storia del diritto e della civilt.

Lesse Grozio per prepararsi a scri-

vere la vita di Antonio Carafa, e

s'ingolf nei

dibattiti

sul diritto naturale; intensific gli studi sul diritto

e sulla scienza del


di

una cattedra

diritto in genere,

romano

per rendersi degno

di giurisprudenza nella universit napole-

tana; ripens alle origini delle lingue, delle religioni, degli


Stati,

nel

tesi storiche

poco soddisfatto delle

De

da

lui sostenute

antiquissima, e forse anche intimamente scosso da

qualche critica che coglieva giusto, fattagli da un recensente del Giornale dei letterati', l'insegnare rettorica, che
era

il

suo mestiere, gli porgeva continua occasione a me-

ditare sulla natura e la storia della poesia e delle forme

non

del linguaggio. Cosicch, se

esatto dire che

il

Vico

nuovo orientamento, culminante nella


seconda' Scienza nuova, merc un processo non filosofico
fu condotto al suo

ma

filologico (essendo chiaro

non pu nascere
fico),

se

indubitabile

nuovo pensiero

gli

che un orientamento

filosofico

non da un processo egualmente


che

il

furono

filoso-

materiale e lo stimolo pel suo


offerti dagli studi filologici.

Attraverso i quali egli ebbe -a fare un'esperienza solenne: cio, che quella materia di studio non poteva essere e non era elaborata dal suo pensiero senza l'ajuto di

che gli si ripresentavano in ogni


parte della storia da lui presa a meditare. Un tempo gli
era sembrato che le scienze morali, ragguagliate al metodo matematico, occupassero, quanto a sicurezza, l'in-

certi principi necessari,

fimo posto. Ora, nella quotidiana familiarit con quelle


scienze, gli si veniva scoprendo il contrario: niente di pi
sicuro del fondamento delle scienze morali.

quella loro sicurezza non era la semplice evidenza


cartesiana", nella quale l'oggetto, per intrinseco che si dica,

rimane estrinseco;

ma

era una sicurezza davvero intrinseca,

II.

SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

23

intrinsecamente ottenuta. Nel ripiegarsi con la mente sui


il Vico sentiva di appropriarsi meglio qual-

fatti della storia,

cosa che gi

apparteneva, di rientrare in possesso di


propri beni. Egli ricostruiva la storia dell'uomo; e che cosa
era la storia dell'uomo se non un prodotto dell'uomo stesso?

Chi

gli

storia se

fa la

non

la

fa

l'uomo, con le sue idee, i


la sua volont, la sua

suoi sentimenti, le sue passioni,

azione?

stesso che

lo spirito
si

umano, che

fa la storia,

non

quello

adopera a pensarla e a conoscerla? La verit

dei principi generatori della storia nasce, dunque, non dalla


forza dell'idea chiara e distinta, ma dalla connessione indissolubile del soggetto con l'oggetto della conoscenza.

che importava che la scoperta che


piva, la verit che egli ora riconosceva
Il

il

Vico ora com-

alle

scienze

mo-

era la visione di un nuovo nesso del principio gnoseologico gi da lai formolato nel periodo precedente della
rali,

sua speculazione, ossia del criterio della verit riposto nella


conversione del vero col fatto. La ragione da lui addotta,
per

la

umano,

quale l'uomo pu avere perfetta scienza del mondo


per l'appunto che il mondo umano l'ha fatto l'uo-

mo stesso; e ove avvenga che chi fa le cose esso


stesso le narri, ivi non pu essere pi certa l'istoria .
Con questo riattacco alla precedente teoria l'affermazione circa la possibilit delle scienze morali

non prese,

soggettivamente, nello spirito del Vico l'importanza e non


port le conseguenze di una rivoluzione, che gli sconvolgesse da cima a fondo l'assetto delle sue idee e lo costringesse a procurarne uno affatto nuovo. Quell'affermazione

parve a

da una parte, una conferma della sua vecchia


un esempio aggiunto agli altri che aveva gi recati

lui,

dottrina,

di scienza perfetta (scienza divina dell'universo e scienza

umana
del

del

mondo matematico);

e dall'altra, un'estensione

cui limiti (perch certi limiti sus-

campo conoscitivo,
sistevano sempre) aveva tracciati dapprima in
i

modo troppo

FILOSOFIA DEL VICO

24

Prima, aveva circoscritto una breve sfera luminosa


mezzo a un vasto campo buio o fiocamente illuminato;
ora, la sfera luminosa si ampliava di un tanto, e di altrettanto scemava la zona tenebrosa. Ampliamento che non
stretto.

in

gettava punto in conflitto con

lo

sembrava

le

sue convinzioni

reli-

La
non
forse
la
libert, responsabilit* e
religione
insegna
consapevolezza che l'uomo ha dei propri atti e fatti?
Il Vico non senti dunque il bisogno di scrivere un nuovo
libro metafisico, perch gli sembr che bastasse aggiungere una postilla al gi scritto e ritoccare alquanto le sue
precedenti affermazioni. La sua nuova gnoseologia, tenendo
giose, e, anzi,

fermo

il

criterio generale della verit contrapposto al cri-

terio cartesiano

divideva
sce,
nel

favorirle ed esserne favorito.

le

cio,

che solo chi

mondo umano;

fa le cose le cono-

mondo

cose tutte nel

e osservando che

della natura e

il

mondo

della na-

tura stato fatto da Dio e perci Dio solo ne ha la scienza,

restringeva l'agnosticismo solamente al mondo fisico, e dichiarava, per contrario, che del mondo umano, come
fatto dall'uomo, l'uomo ha la scienza. Elevava cosi

conoscenze, dapprima meramente indiziarie e probabili, circa le cose dell'uomo al grado di scienza perfetle

ta;

ed esprimeva maraviglia che

tanto

impegno

filosofi

si

studino con

mondo
mondo umano

di conseguire la scienza

del

natu-

o cirale, chiuso all'uomo, e trascurino il


vile o delle nazioni (come anche lo chiamava), del quale
possibile conseguire

vava

la

cagione nella facilit

e seppellita nel corpo,

Di questo erramento troche la mente umana, immersa

scienza.

prova a sentire

e nello sforzo e fatica che le

le

cose del corpo,

costa d'intendere s mede-

sima: come l'occhio corporale vede tutti gli oggetti fuori


di s e, per vedere s stesso, ha bisogno dello specchio.
In ogni altra parte, le sue idee restavano immutate. Di
l dal

mondo umano,

il

mondo

soprannaturale, inaccessi-

II.

SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

25

il mondo naturale, che era in certo senso


anch'esso soprannaturale; di l dalla scienza perfetta che
l'uomo pu avere di s stesso, la metafisica platonico-cri-

bile all'uomo, e

stiana, adatta alla debolezza, che

ad

affliggere l'uomo.

Le

continuava pur sempre

discipline naturali venivano con-

sempre come semiscienze;


una formazione astratta, validissima

siderate

forza innanzi
degli stoici,

il

le

matematiche come

nell'astratto, priva di

al reale. Il sillogismo di Aristotele,

il

sorite

metodo geometrico di cartesiani erano peramore

seguitati dallo stesso odio di prima, e con lo stesso

celebrata l'induzione che il Verulamio, gran filosofo insieme e politico , commendava e illustrava nel suo Organo, e che gl'inglesi adoperavano con gran frutto della

sperimentale

filosofia.

Un ravvedimento

circa l'applicabilit del metodo geometrico potrebbe sembrare la frequente asserzione del Vico
che la scienza delle cose umane sia da lui costruita con

uno

stretto

metodo geometrico

Ma, anche a lasciar

la struttura della Scienza nuova proprio l'opposto di quella geometrica, un fatto che, nel tempo stesso
e negli stessi libri, "egli non cessa di mettere in guardia

andare che

metodo matematico nelle cose fisiche e


ove non sono figure di linee o di numeri
quale

contro l'uso del


morali,

il

non porta necessit, spesso invece di dimostrare il vero


pu dare apparenza di dimostrazione al falso onde il
preteso ravvedimento sarebbe una palmare contradizione,
se non gli si potesse dare un significato che ristabilisce
o

interamente la coerenza nelle idee del Vico.

Un

signifi-

cato assai smplice, perch, riconosciuta ormai alle scienze


morali non meno che alla geometria la potenza di convertire il vero col fatto, esse potevano e dovevano svolgersi
con metodo analogo a quello sintetico della geometria, ()
con cui da vero si passa a immediato vero, e seguire il
*

mondo umano

dai suoi inizi ideali nei suoi progressi fino

FILOSOFIA DEL VICO

26

non doveva sperare


di poter intendere le loro dottrine per salti, ma doveva
percorrerle per gradi da capo a piedi, senza recalcitrare
alle conclusioni inaspettate che ne uscissero, come non
alla sua perfezione, sicch lo studioso

si

geometria, e attendendo solsaldezza del nesso tra premesse e

recalcitra a quelle della

tanto a esaminare

la

Era, dunque, codesto un metodo chiamato


geometrico per analogia o per sineddoche, ma in effetti
intrinsecamente speculativo, da non confondere con l'ap-

conseguenze.

plicazione della matematica alle cose morali, quale ne avevano dati esemp i cartesiani e lo Spinoza.

si

pu concedere senza riserve

il

giudizio di alcuni

Vico in realt, con l'ammettere una


scienza dell'uomo da investigarsi nelle modificazioni stesse

interpetri

che

il

mente umana, si ravvicinasse e facesse seguace


Cartesio; al qual uopo si suole addurre anche l'altra

della

chiarazione di

convenisse

lui,

che, per pensare la sua Scienza nuova,

ridursi a

filosofi

mondo

filologi

di
di-

uno

stato di

somma

ignoranza, come

n libro alcuno fossero mai


Vico con

Certamente,
gnoseologia entra anche lui
il

la

nuova forma

stati al

della sua

nel soggettivismo della filosofia moderna inaugurato da Cartesio (anzi, vi era gi


entrato, in certo modo, con la sua dottrina attivistica

come rifacimento

della verit
gnificato

del

tutto

generico pu

siano. Pure, se a Cartesio

ch

ma

dirsi,

e,

in questo si-

anche

rimane ancora

lui,

carte-

inferiore, per-

suo soggettivismo principio non della scienza tutta


di quella sola del mondo umano, per un altro verso si
il

pone
rit

del fatto);

di sopra al filosofo francese, in quanto, per


meditata nel mondo umano non statica

lui, la

ma

ve-

dina-

mica, non trovata ma prodotta, scienza e non


coscienza. Per quel che concerne poi l'esortazione a far
conto

come

se

non vi fossero mai stati libri al mondo n plaessa non importa altro se non che

citi di filosofi e di
filologi,

SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

II.

27

bisogni spogliarsi di ogni pregiudizio, di ogni comune invecchiata anticipazione, di ogni corpulenza proveniente da
fantasia o da memoria, per ridursi

tendimento, informe

di

in istato di

puro inogni forma particolare , com'

indispensabile per la scoperta e l'apprendimento di ogni


nuova verit e tanto poco qui l'esortazione ha il significato
cartesiano e malebranchiano di un rifiuto della erudizione
;

dell'autorit,

che,

per

non

dir

altro,

nel

medesimo

luogo al quale di sopra si alluso, si trova avvertito che


la Scienza nuova suppone una grande e varia cosi dottrina

, dalle quali prende le verit come


valersene da termini per fare le sue

come erudizione

gi conosciute per
proposizioni.

Nella nuova sua gnoseologia il Vico, insomma, diventa


non gi pi cartesiano ma sempre pi vicinano, sempre
pi lui. Cartesio non pare gli servisse neppure come tra-

mite attraverso cui giungere alla persuasione della possibilit di costruire con la mente la scienza della mente. Il
tramite vero

fu

il

criterio

messo a contatto con

le

stesso vichiano

osservazioni

della verit,

che l'autore venne

facendo nel corso dei suoi studi storici. Che se


sero cercare precedenti,

nella storia

della

si

voles-

filosofia,

alla

seconda forma della gnoseologia del Vico, bisognerebbe,


circa la divisione dei due mondi di realt e delle due sfere
di conoscenza, e circa la preferenza manifestata per le in-

dagini morali rispetto alle naturali, correre col pensiero


alla posizione assunta da Socrate verso i fisiologi del suo

tempo,

al

sentimento di religioso mistero onde il filosofo


innanzi al mondo della natura e si ri-

attico arretrava

volgeva a indagare

la

conformazione dell'animo umano. E,

circa la maggiore trasparenza delle scienze morali in quanto


concernono cose che l'uomo stesso ha prodotto, si potrebbe

richiamare la partizione aristotelica delle scienze in fisiche, che considerano il movimento estrinseco all'uomo,

FILOSOFIA DEL VICO

28

e in pratiche e poietiche, che considerano le cose prodotte

La

dall'uomo.
scuole; e

ordo qnem

dell'attivit

facit .
il

distinzione era passata nella filosofia delle

Tommaso d'Aquino

Ma

parla

ratio considerai sed

umana come

non

della

natura come

facit , e del

mondo

ordo quem ratio considerando

queste riferenze non sono indicate dal Vico,

quale pure assai

compiaceva nel fare omaggio dei


filosofi
e, ammesso anche che

si

propri pensieri agli antichi

avessero qualche efficacia sopra di lui, certo che tra esse


e la dottrina vichiana sulla conoscibilit del mondo umano
corre distanza non minore che tra la proposizione dell'onniscienza di Dio creatore e il principio gnoseologico che

seppe ricavarne.
Di questo principio, la dottrina vichiana sulle scienze

egli

morali n pi n meno che la prima legittima applie inesattamente il suo autore (come di solito,

cazione;

ebbe a presentarla quale semplice estensione delle applicazioni gi date, un secondo caso aggiunto
a quello gi contemplato delle scienze matematiche.
poi, gl'interpetri)

Nel caso delle scienze matematiche, il principio della


conversione del vero col fatto veniva applicato solo in

apparenza. Originale
vera

la

falsa la

e vero, quel principio; originale e

matematiche; del tutto artificiale e


connessione delle due verit. Mancava (se non

teoria

delle

c'inganniamo) un effettivo rapporto tra il concetto di Dio


che crea il mondo, e, perch lo crea, lo conosce; e quello
di colui che costruisce arbitrariamente un mondo di astrazioni e, nel fare ci,

non conosce nulla o conosce soltanto

(quando non pi geometra o aritmetico


quando scrive non gli Elementi di Euclide ma

De

ma
le

filosofo,

pagine di

che egli procede arbimatematiche foggiano i concetti a libito, se producono finzioni e non verit, esse, a
dir vero, non sono scienze n conoscenze di sorta, e non

gnoseologia del
trariamente. Se

antiquissima)

le discipline

II.

SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

c' possibilit di porle a riscontro con

29

la scienza divina,

che scienza della reale realt. Nelle matematiche (diceva


contenendo dentro di s un immagiil Vico) l'uomo,

nato mondo di linee e di numeri, opera talmente in quello


con l'astrazione, come Dio nell'universo con la realt .
Il

ma

riscontro pu riuscire brillante,

risplende, forse, di

luce piuttosto metaforica che logica.


Nelle scienze morali, invece, il riscontro tanto logico,

che deve

qualitativamente,

il

medesimo

pensiero divino conosce il


titativamente pi ristretto,
al

mondo

qui
crea

il

del divino, e al pari del

mondo umano

della natura. Nel

sebbene, quan-

come quello,
campo umano, non pi espe-

non

si

estenda,

non pi

finzioni, non pi falsificazioni


concretezza
del conoscere. L'uomo
maggiore
mondo umano, lo crea trasformandosi nelle cose

dienti di debolezza,
si

umano

dirsi senz'altro coincidenza. Il sapere

nella

sua creazione, ripercorre


a rifa id ealmente e perci conosce con
scienza. Questo davvero un mondo, e

civili; e, col pensarlo, ricrea la

vie gi percorse,

vera e piena

l'uomo per davvero

il

Dio di questo mondo.

Ci sembra, dunque, incontrastabile che solamente l'applicazione del verum- factum, quale si effettua nella Scienza

nuova, risponda al criterio stabilito; e che l'altra che ne


era stata anteriormente tentata per le matematiche, importante per altri rispetti e validissima a liberare gli spidal pregiudizio matematico, non si possa considerare

riti

vera e propria applicazione. E, forse,

il

Vico ebbe talvolta

qualche sentore della differenza tra le due applicazioni, la


propria e la metaforica, che per solito confuse come iden-

La scienza del mondo umano (egli dice)


appunto come la geometria che, mentre sopra

tiche.

menti

il

costruisce o

'1

contempla, essa stessa

si

procede
suoi elefaccia

il

delle grandezze; ma con tanto pi di realit


quanta pi ne hanno gli ordini d' intorno alle faccende

mondo

FILOSOFIA DEL VICO

30
degli uomini, che
o figure

cendeva a

E un

non ne hanno
altro

indizio

punti, linee, superficie

della coscienza che

si

ac-

avere per la prima volta, nella


umano, ritrovata una conoscenza

tratti in lui di

dottrina circa

il

mondo

vera e propria (non una mera finzione di conoscenza), potrebbe vedersi nell'uso assai pi convinto, pi caldo ed
entusiastico che egli fa, in questo caso, dell'epiteto

vino

ironico,

di-

ben diverso da quello freddo, se non propriamente


dell' ad Dei instar nel De antiquissima. Le

prove della Scienza nuova (dice pi d'una volta, con rapimento) sono d'una spezie divina, e debbono, o leggitore,
arrecarti un di v in piacere, perocch in Dio il conoscere
e

fare una medesima cosa!


La conversione del vero col

il

non* poteva

fatto nelle scienze morali

non ripercuotersi nella trattazione del certo


uno dei parecchi significati, e forse il prin-

ossia (secondo
cipale, che

il

Vico attribuisce a questa parola) delle co-

gnizioni storiche
al

commune

(del peculiare, certuni, contrapposto

o veruni);

il

che forma

della seconda gnoseologia


logia, quelle cognizioni
si

l'altro tratto

vichiana.

importante
Nella prima gnoseo-

erano legittimate e protette, come

visto, col parificarle a ogni altra sorta di conoscenze

tutte

egualmente deboli o egualmente

forti,

perch tutte

fondate sulla probabilit e sull'autorit, sia dell'individuo


(autopsia) sia del genere umano. Ma, redenta dall'autorit
e dalla probabilit la

conoscenza dello spirito umano e delle

sue leggi, le cognizioni storiche, quantunque di loro natura


fondate sempre in qualche modo sull'autorit, venivano rischiarate di nuova luce. Il certo doveva entrare in un
nuovo rapporto, perch aveva ormai di fronte non un altro
certo, ossia una semplice conoscenza probabile circa lo
spirito umano, ma un vero, una conoscenza filosofica.

Questo rapporto chiamato


di filosofia e filologia,

la

altres dal

Vico

il

rapporto

prima delle quali versa circa

II.

SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

necessaria naturai

osserva l'autorit onde viene la coscienza del certo.

L'una considera
(avrebbe detto

contempla la ragione onde viene


seconda circa piatita fiumani ar-

la scienza del vero, la


bitrii e

31

l'universale, l'altra

vrits de fait .

tutto, presso

il

l'una

l'individuale,

Leibniz) le vrits de raison , l'altra le


Distinzione che non mantenuta dapper-

il

Vico, nella

medesima nettezza

tanto che a

volte l'autorit contrapposta alla ragione diventa, secondo


lui, parte della ragione stessa, o si confonde con la conoscenza dell'arbitrio umano, contrapposta a quella della vo-

ma

lont razionale;

di cui per altro chiarissimo

il

senso

il

Vico non intende solamente

per
filologia
generale.
lo studio delle parole e della loro storia, ma, poich alle
parole sono annesse le idee delle cose, anzitutto la storia
delle

cose; onde

filologi

debbono trattare

alleanze, viaggi, commerci, di

attenga

somma

(nel

vita

letterature,

dell'uomo nel mondo.

significato

esatto) abbraccia

ma

di guerre, paci,

e monete,

leggi

che

cronologia, e di ogni altra cosa

di geografia e di
alla

costumi,

vichiano,

non solamente

La

che poi

la storia delle

si

filologia inil

significato

lingue o delle

quella altres delle idee e dei

fatti,

della

filosofia e della politica.

Certamente, la filologia, le verit di fatto, il certo non


sempre erano stati brutalmente maltrattati come dai cartesiani.

Il

Grozio aveva dato esempio di vastissima erudi-

zione storica, messa a servigio delle sue dottrine sul diritto


naturale. Il Gravina, contemporaneo e connazionale del
Vico, richiedeva

come necessarie

la ratiocinandi ars ,

la notitia

temporum

ma
E

il

al giurisperito

non

solo

la latince linguai peritia e

Leibniz, or ora ricordato, rias-

l'importanza dell'erudizione contro i cartesiani e


padroneggiava da gran signore i pi svariati aneddoti stoseriva

che profondeva a piene mani nei suoi libri. Ma


notava che filosofia e filologia rimanevano tuttavia,

rici,

il

Vico

ai suoi

FILOSOFIA DEL VICO

32

tempi, estranee l'una all'altra,


tutto presso

greci e

come erano

romani:

oratori, filosofi e poeti, che

il

state quasi del

tanti luoghi di storici,


Grozio accumulava, costituimedesimo il Vico avrebbe giui

vano un puro ornamento e il


dicato forse (se ne avesse avuto conoscenza e ce ne avesse
comunicato il suo giudizio) del largo uso che il Leibniz
;

faceva della storia. Leggendo i libri dei filologi, egli protal senso di vuoto e di fastidio per l'affastellamento

vava un

inintelligente delle notizie storiche, che era tratto quasi a

dare ragione

(e

dov darla per qualche tempo incondiziona-

tamente) a Cartesio e al Malebranche nel loro odio contro


l'erudizione. Senonch (pens dipoi), quei due filosofi, in

cambio

di sprezzare l'erudizione, avrebbero

tosto indagare se

non

lologia ai principi della filosofia; e

invece di arrecare

fatti

di

pompa

a scienza:

ceco

il

fi-

filologi, da parte loro,


erudizione, debbono ini

dustriarsi di elaborarli a fini di scienza.

da ridurre

dovuto piut-

fosse stato possibile richiamare la

La filologia

pensiero del Vico circa

rapporti del certo col vero, della filologia con la filosofia.


Che cosa vuol dire ridurre la filologia, o la storia, che

lo stesso, a scienza o a filosofia?

non

ma

non perch

possibile,

tratti

si

anzi perch quelle sono omogenee

trinsecamente

filosofia;

rigore, la riduzione
di
:

cose eterogenee,
la storia gi in-

non possibile proferire

la

pi pic-

cola proposizione storica senza plasmarla col pensiero, cio,

con

Ma

la filosofia.

poich questo presupposto filosofico


della filologia allora non era avvertito (come non fu molto
spesso neppure nei tempi seguenti), e facilmente veniva

negato; poich

dal

come sappiamo,

pi,

ristocratica filosofia

geometrica,

profanum vulgus

ceva prima

il

dei

casi

Vico stesso) una

o concepivano un'a-

disdegnosa e aborrente
storici, ovvero (come fa-

filosofia e

una

storia egual-

mente poco rigorose e meramente opinabili;


tato

il

suo punto di vista

filosofico,

raggiunta

il

la

Vico,

mu-

coscienza

II.

SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

33

del metodo speculativo nella scienza dell'uomo, inteso pi

profondamente lo spirito umano, doveva scorgere quanto


ci fosse da riformare nella storiografia corrente, sentire
bisogno di una pi perfetta filologia come conseguenza
e in termini gnoseologici
con
formola
del
richiamare alla filosofia
esprimerlo
quella
il

della sua pi perfetta filosofia,

la filologia, ut hcec posterior, ut

prioris sit conDoveva, in altre parole, togliere la storia dalla

sequenta

par

est,

sua condizione d'inferiorit, dalla servit al capriccio, alla


vanit, al moralismo, alla precettistica o ad altri fini estrinriconoscerle

seci, e

sario

complemento

filosofia si

il

fine

proprio e intrinseco di neces-

del vero universale. In pari tempo, la

sarebbe riempita di storia, affiatata con la storia;

e da questo affiatamento avrebbe acquistato maggiore larghezza e un senso pi vivo della realt concreta da spiegare. Tale, senza dubbio, uno dei significati che ha la
formola vichiana del congiungimento di filosofia e filologia
e della riduzione della filologia a scienza.

Ma non meno
formola,

il

fuori dubbio che, nel pronunziare quella

Vico voleva qualcosa di pi

deva qualcosa

d'altro.

e,

di solito, inten-

Questo qualcos'altro pu, nel modo

pi diretto, essere chiarito dall'appello che egli fa al Ba-

metodo di filosofare pi accertato : metodo


espresso nel titolo del libro baconiano: Cogitata et visa, e
che il Vico si proponeva di trasportare dalle naturali alle
cone e

al

suo

umane

cose civili. Esigeva, insomma, la costruzione di


una storia tipica delle societ umane (cogitare), da
riscontrare poi nei fatti (videre), accertando coi fatti la
costruzione ideale e avverando con la costruzione ideale i
fatti, confermando la ragione con l'autorit e l'autorit con
la ragione; di una scienza che fosse insieme filosofia dell'umanit e storia universale delle nazioni. Ora questa costruzione che egli esigeva, questo qualcosa di mezzo tra
il

cogitare e

B. Croce,

La

il

videre, tra

filosofa

il

pensiero e l'esperienza, questo

di Giambattista Vico.

FILOSOFIA DEL VICO

34

misto dei due processi, intrinsecamente diverso dalla unita,


di

filosofia e filologia

in

quanto interpetrazione

filosofica

dei dati di fatto. Questa interpetrazione la storia vivente


l'altra

non

filosofia

storia,

ma una scienza em-

pirica dell'uomo e delle societ, materiata di schemi


che non sono le extratemporali categorie filosofiche e neppure

individuali fatti storici (bench senza categorie

g'

fi-

non potrebbero mai costruirsi)


una scienza empirica, e perci n esatta n vera, ma solosofiche e senza fatti storici

lamente approssimativa e probabile, e soggetta a verificazione e rettificazione da parte cosi della filosofia come della
storia.

Sarebbe impossibile determinare quale di codesti due


significati della filologia ridotta a storia sia quello proprio

del Vico, perch nel suo pensiero si trovano tutti e due ;


o quale prevalga, perch effettivamente prevale ora l'uno
ora l'altro, quantunque il secondo, quello empirico, sia pi
di frequente formolato. Anzi si potrebbe dire che, quando

Vico intitolava Scienza


pale dei significati che
si

riferiva

nuova

la

sua opera,

dava a questo

il

princi-

titolo invidioso ,

appunto a quella scienza empirica:

alla scienza

cio che fosse insieme filosofia e storia dell'umanit,

alla

leggi eterne sopra le quali corrono i


fatti di tutte le nazioni nei loro sorgimenti, progressi, stati,
decadenze e fini. Il Vico, in realt, non unific mai (e non

storia ideale delle

poteva)

due diversi

significati, e

quale, appunto perch

non era

ne serb

distinta chiaramente, pren-

deva apparenza d'identit. Di qui


zione di entrambe le tendenze che

la
si

parziale

metodo

metodo speculativo,

il

altri

Vico profesche il suo

fosse, nell'idea e nell'attuazione, empirico, indut-

tivo e psicologico

stema

il

giustifica-

sono manifestate tra

gl'interpetri, dei quali alcuni vogliono che

sasse e adoperasse

la duplicit, la

di

filosofia

gli

uni che egli mirasse a dare un sigli altri che si propo-

dell'umanit,

II.

SECONDA FORMA DELLA GNOSEOLOGIA

35

nesse una sociologia o una demopsicologia. Unilaterali entrambi, ma i secondi pi dei primi, perch se in verit
nel Vico c' del Bacone e c' del Platone, dell'empirista
e del filosofo, quando poi si colga il carattere del suo

nell'intimo del

ingegno, quando

si

suoi dissidi e al suo

si

si

partecipi

ai

penetri

deve riconoscere che

era della stoffa di

il

suo spirito,

magnanimo

sforzo,

Vico, checch volesse e credesse,

un Platone

non

un Bacone;
che

mezzo
parla
immaginato da
e

di

Bacone stesso del quale egli


e che la Scienza
lui, un Bacone alquanto platonizzato
nuova gli pareva, in fondo, cosi nuova non perch fosse
un'emprica costruzione baconiana (nel quale caso niente
il

di pi vecchio,
e
di

bastando ricordare

Discorsi del Machiavelli),

una nuova

filosofia,

la

parte, attraverso tutta la

ma

la Politica di Aristotele

perch era tutta pregna


quale, infatti, irrompe da ogni
sua empiria.

Ili

La struttura interna della

JUa poca chiarezza


logia,

l'

circa

indistinzione dei

il

scienza nuova

rapporto di

due modi

filosofia e filo-

affatto diversi

di con-

riduzione della filologia a scienza, sono consecepire


e
guenza
cagione insieme dell'oscurit che regna nella
Scienza nuova
Col quale nome intendiamo tutto quel
la

complesso di ricerche e dottrine che il Vico venne mettendo fuori dal 1720 al 1730, anzi al 1744, e che, elaborato
tre opere del

precipuamente nelle

uno

De uno

universi iuris

principio
prima seconda Scienza nuova,
ha nella redazione definitiva di quest'ultima la sua forma
et fine

e della

pi sviluppata e matura, alla quale principalmente giova


riferirsi.

La Scienza nuova,

in

modo conforme

al vario

signifi-

cato dei termini e del rapporto tra filosofia e filologia, consta di tre ordini di ricerche: filosofiche, storiche ed empiriche; e contiene tutt' insieme
rito,

una storia

(o

gruppo

di

una filosofia dello spistorie), e una scienza

sociale. Alla prima appartengono

le

idee, enunciate

in

alcuni assiomi o dignit e sparse altres nel corso dell'opera,


sulla fantasia, sull'universale fantastico, sull'intelletto e
l'universale logico, sul mito, sulla religione, sul giudizio
morale, sulla forza e il diritto, sul certo e il vero, sulle

FILOSOFIA DEL VICO

88

passioni, sulla provvidenza, e tutte le altre determinazioni

concernenti
dello

il

corso o sviluppo necessario della mente ossia

umano. Alla seconda,

spirito

ossia alla storia, l'ab-

una

bozzo
storia universale delle razze primitive dopo
il diluvio e dell'origine delle varie civilt; la caratteristica
di

della societ barbarica o eroica antica in Grecia e specialin Roma sotto l'aspetto della religione, del costume,
del diritto, del linguaggio, della costituzione politica; l'in-

mente

dagine sulla poesia primitiva, che si esemplifica poi pi largamente con la determinazione della genesi e del carattere

poemi omerici

dei

la storia delle lotte sociali tra patriziato

e plebe e dell'origine della democrazia, studiata anch'essa

principalmente in

Roma

la caratteristica della barbarie ri-

corsa, ossia del medioevo, anch'esso

studiato in

tutti gli

aspetti della vita e raffrontato con le societ barbariche pri-

scienza

mitive. Finalmente,

alla

tentativo di stabilire

un corso uniforme

empirica

si

richiama

il

nelle nazioni, con-

cernente la successione cosi delle forme politiche come delle


altre e correlative manifestazioni teoretiche e pratiche della
vita, e

tanti tipi che

ziato, della

il

Vico viene delineando del patri-

plebe, del feudalesimo, della patria potest e

della famiglia, del diritto simbolico, del linguaggio metaforico, della scrittura geroglifica, e via discorrendo.

Ora

se questi tre ordini di ricerche e dottrine

fossero

logicamente distinti nella niente del Vico e solo letterariamente mescolati e compressi in un medesimo libro,

stati

questo sarebbe potuto riuscire disordinato, sproporzionato,


disarmonico, e perci faticoso a chi

ma non veramente oscuro.


pu

dirsi

che

la Scienza

si faccia a leggerlo,
del
resto, in linea di fatto,
N,

nuova, almeno la seconda ossia


il Vico offri del
suo pensiero,

l'esposizione definitiva che


difetti di

L'opera

un disegno generale, abbastanza ben concepito.


il primo dei quali dovrebbe

divisa in cinque libri,

raccogliere

principi generali, cio la filosofia;

il

secon-

III.

do, oltre

STRUTTURA INTERNA DELLA SCIENZA NUOVA

un breve cenno

39

sulla storia universale antichis-

sima, descrivere la vita delle societ barbariche, e ad esso


formare appendice il terzo sulla discoverta del vero Omero,

e cio sul pi cospicuo esempio della poesia barbarica; il


quarto, delineare la scienza empirica del corso che fanno
quinto esemplificare il ricorso col caso parE tuttavia, a dispetto di questa bella
la
seconda
Scienza nuova, com' la pi ricca
architettura,
e compiuta, cosi la pi oscura tra le opere del Vico. Se,
le

nazioni

il

ticolare del medioevo.

d'altra parte,

il

Vico, pur avendo ben chiare in mente le

sue idee, adoperasse una terminologia insueta o una forma


troppo concisa di esposizione e troppo piena di allusioni e
d'inespressi presupposti, sarebbe senza dubbio uno scrit-

ma, neppure in questa ipotesi, oscuro. La


neanche risponde alla realt, giacch il Vico

tore difficile,

quale ipotesi

assai parco di termini scolastici e predilige le espressioni


vive e popolari; scrittore robusto ma non laconico, e spesso
si compiace di ripetere le sue idee ferman dovisi sopra a

pi riprese e con molta insistenza; emette in tavola tutte


le sue carte, cio tutto il materiale erudito dal quale gli

sono state suggerite le dottrine. N, infine, si detto


molto quando si detto che al Vico mancava piena coscienza delle sue scoperte; perch questa coscienza

pi o

meno

in

tutti

mai piena. L'oscurit,

la

pensatori e in nessuno

manca

pu essere

vera oscurit, quella che

si

avverte

che a volte avvertiva egli stesso senza riuscir mai a trovarne la causa, non superficiale e non nanel Vico, e

sce da cagioni estrinseche o accidentali,

mente

in

oscurit d'idee,

certi nessi e

nella sostituzione con

mento arbitrario che perci

ma

consiste vera-

nella deficiente intelligenza di


nessi

fallaci, nell'ele-

introduce nel pensiero, o, per


dirla nel modo pi semplice, in veri e propri errori. Si
potrebbe riscrivere la Scienza nuova rifacendone l'ordine
e mutandone o schiarendone la terminologia (chi scrive" ha
s'

FILOSOFIA DEL VICO

40

per suo conto questa prova), e l'oscurit persisterebbe, anzi si accrescerebbe, perch in siffatta traduzione
fatto

perdendo

l'opera,

quella torbida

ma

forma originale, perderebbe altres


possente efficacia che pu tenere luogo
la

talvolta della chiarezza e che,


lo spirito del lettore e

dove non illumina, scuote

propaga l'onda del pensiero quasi

per vibrazioni simpatetiche.

Che cagione

dell'oscurit, ossia dell'errore

o degli erindistinzione o confusione gi notata


nella sua gnoseologia circa il rapporto tra filosofa, storia
rori

del Vico, sia

l'

e scienza empirica, e sussistente

non meno nel suo

effettivo

pensiero intorno ai problemi dello' spirito e della storia umana, risulta dall'osservare come filosofia, storia e scienza

empirica

si

nell'altra

convertano a volta a volta presso di

e,

l'una

lui

danneggiandosi a vicenda, producano quelle

perplessit, equivoci, esagerazioni e temerit, che sogliono

La filosofia dello spicome scienza empirica ora come storia;


scienza empirica ora come filosofia ora come storia e la

turbare

il

lettore della Scienza nuova.

rito si atteggia ora


la

proposizione storica acquista l'universalit del principio


filosofico o la generalit dello schema empirico. Per esempio, la filosofia dell'umanit assume di determinare le for-

me, categorie o momenti ideali dello spirito nella loro successione necessaria, e bene merita per tal rispetto il titolo
o la definizione di storia ideale eterna sulla quale corrono nel tempo le storie particolari, non potendosi concepire nessun frammento, per piccolo che sia, di storia reale,

dove non operi quella storia ideale. Ma poich storia ideale


anche pel Vico la determinazione empirica dell'ordine in

cui

si

succedono

le

forme delle

civilt, degli stati, dei lin-

stili, delle poesie, accade che egli concepisca


empirica come identica alla serie ideale e fornita
delle virt di questa; onde la pronunzia tale che debba

guaggi, degli
la serie

sempre esattamente riscontrarsi nei

fatti, fosse

anco che

STRUTTURA INTERNA DELLA SCIENZA NUOVA

III.

nell'eternit nascessero di

tempo

tempo mondi

in

41

infiniti *;

che apertamente falso, non essendovi alcuna ragione


che si ripetano in perpetuo (col dovette, deve e dovr )
il

le

empiriche aristocrazie di Grecia o di Roma, e

le civilt

sorgano o decadano per l'appunto come sorsero o decaddero quelle antiche. E nel medesimo atto di questo assolutizzamento del corso empirico, il corso ideale si vela di

un'ombra empirica, perch, reso identico

all'altro, riceve

temporalizza, da eterno
ed extratemporale che era nella concezione iniziale. Si dica
il

carattere empirico dell'altro, e

il

medesimo

delle singole

si

forme dello

spirito, le quali,

come

ed extratemporali, sono tutte e sempre in ogni singolo fatto; ma il Vico, confondendole coi fatti reali e concreti che la scienza empirica fissa nei suoi schemi, viene,
ideali

subito dopo averle proposte, ad abbuiarle nella loro ideale


forma e distinzione. vero che il momento della forza

non

e quello della

giustizia;

ma

il

tipo empirico della

societ barbarica fondata sulla forza, appunto perch

una

determinazione rappresentativa e approssimativa, e si riferisce a uno stato di cose concreto e totale, non contiene
solamente forza,

si

anche giustizia;

quando quel momento


come iden-

ideale e quel tipo sono scambiati fra loro e presi

da una parte il concetto filosofico della forza s'intorbida di quello di giustizia e, facendosi ibrido e contradittici,

torio

si

incoerente,

sforma, dall'altra

il

tipo

empirico

della societ barbarica viene esagerato e di troppo irrigidito.


si

La confusione dell'elemento

pu

dire manifesta nella

filosofico e dell'empirico

dignit

che definisce

la na-

non che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise, le


quali sempre che sono tali, indi tali e non altre nascono
lo cose; dove appaiono messi insieme le guise e i tempi,
tura

delle

cose:

la genesi ideale e la

simo che

la storia

Natura di cose

altro

genesi empirica. Similmente, veris-

debba procedere d'accordo con

la filo-

FILOSOFIA DEL VICO

42
e

sofa,

che quello che filosoficamente ripugnante non


giammai storicamente accaduto ma, poich

possa essere

per

il

egli,

dove

il

documento

schema

cumenti

come

manca

della scienza empirica, s'illude di

dissipi le dubbiezze, risolve

dice,

lecito.

e,

aver fatto

ri-

il

dubbio col prenderli,


leggi , cio sem-

Ma

il

che, in via d'ipotesi, cer-

queir ipotesi
,

invece, pel Vico,

una

riscontro coi

che

sicch

il

fatti,

pure raccomanda per conferma, dovrebbe essere su-

perfluo; o, se

fatti

nel riscontro risultassero contrari,

dovrebbe essere dei

dell'ipotesi, affermata
fica.

verit,

gli fornisce lo

in conformit delle

verit meditata in idea

torto

filosofia

egli

tamente

egli

sicuro

tuttavia

della

vuoto con la congettura che

pre dello schema empirico;

nessuna

e perci

anche, trovandosi innanzi


prove metafisiche .
attendere
che
la scoperta i altri doanzich
dubbi,

corso a
fatti

il

gli

sente

si

applicabile,

riempiendo

la filosofia indistinta dalla scienza empirica,

Vico

Di qui

la

fatti,

come

cio dell'apparenza,

il

non mai

verit indubbia perch filoso-

tendenza, che nel Vico, a

come

fare,

si

dice, violenza ai fatti.

Bastino questi esemp a indicare

il

vizio intimo di strut-

tura che nella Scienza nuova, e a" porre uno dei capisaldi della nostra esposizione e della nostra critica del

pensiero vichiano, nel corso delle quali molti


ci si faranno spontaneamente innanzi e anche

altri
i

esemp

gi dati sa-

ranno meglio schiariti. Ma un altro caposaldo che bisogna


bene stabilire che quel vizio il vizio di un organismo
sommamente robusto, e che gli ordini di ricerche che ven-

gono dal Vico confusi sono

costituiti

di straordinaria novit, verit e


il

vizio

medesimo che s'incontra

gegni assai originali e inventivi,

da

effettive

ricerche

importanza. E, insomma,
di
i

frequente presso gl'inquali di rado portano a

perfezione nei particolari le loro scoperte; laddove gl'ingegni meno inventivi sogliono essere pi. esatti e conse-

III.

STRUTTURA INTERNA DELLA SCIENZA NUOVA

guenti. Profondit e
con pari vigore; e

43

acume non sempre vanno insieme e


molto
il Vico, quantunque non fosse

acuto, era sempre molto profondo.


Luce e tenebre, verit ed errore che

alternano e in-

si

crociano quasi a ogni punto della Scienza nuova, sono diversamente appresi secondo le diverse anime dei lettori e

eminenti com' questo del Vico, si


possono scorgere in modo pi netto tali diversit. Vi sono
anime restie e diffidenti, pronte a notare ogni pi piccola
critici; anzi, in

casi

contradizione, inesorabili nell'esigere

mazione, vigorose nel

maneggiare

le

prove di ogni afferdilemmi

le tenaglie dei

che stritolano senza piet un povero grand'uomo. Per costoro l'opera del Vico (e molte altre della stessa qualit)

un

libro chiuso; e, tutt'al pi, offrir

loro

l'argomento

per una di quelle cosi dette demolizioni , che essi


compiono con grande facilit e gusto, sebbene con scarso
successo, perch l'uomo da essi ucciso, dopo morto, suole
restare pi vivo di prima.

Ma

vi

sono altre anime, che

prima parola che vada diritta al loro cuore, al primo


raggio di verit che lampeggi ai loro occhi, si aprono
tutte con desiderio, si abbandonano con fiducia, s'inebriano
d'entusiasmo, non vogliono sapere di difetti, non scorgono
alla

difficolt, o le difficolt

ficano

nel

modo pi

appianano subito e

difetti giusti-

quando per caso scrivono, le loro scritture si configurano come apologie .


E per costoro da temere che la Scienza nuova sia un
libro troppo aperto. Certamente, se fra questi due atteggiamenti opposti non ce ne fosse un terzo, se bisognasse
risolversi di necessit per l'uno o per l'altro, sarebbe da
preferire il peccato del troppo vivo amore a quello della
semplice,

e,

gelida indifferenza, la troppa fede, che pur lascia cogliere


qualche aspetto del vero, alla nessuna fede che non ne

Ma un terzo atteggiamento possied doveroso pel critico: quello di non perdere mai

lascia vedere alcuno.


bile,

FILOSOFIA DEL VICO

44
di vista la

giungere

luce,

ma

allo spirito

di

non dimenticare

passando oltre

le oscurit;

ma

la lettera,

di

di

non

trascurare la lettera, anzi di ritornarvi di continuo, pro-

curando di mantenersi interpetre libero


amante fervido ma non cieco.
I

due capisaldi

stabiliti,

riconosciuti propri della

confusione
perci

la

il

ma

non

fantasioso,

vizio e la virt che si sono

mente del Vico,

la

sua geniale

sua genialit confusionaria,

impongono

come generale canone ermeneutico

di

andare

separando per via d'analisi la schietta filosofia che in lui


dall'empiria e dalla storia con le quali commista e quasi
incorporata (e altres queste da quella), e di notare via
via gli effetti e le cause della commistione. Le scorie non

possono essere considerate inesistenti, congiunte come sono


all'oro nello

stato

di

natura,

ma non debbono

impedire

di riconoscere e purificare l'oro; o, fuori di metafora, la

storia dev'essere storia senza dubbio,

intelligente.

ma

tale

non

se

non

IV

La forma fantastica del conoscere


(La poesia e

D."elle

forme dello spirito

nuova, principalmente, e
quelle
tutt'

il

Vico studi, nella Scienza

potrebbe dire esclusivamente,


individualizzanti, che egli designava

inferiori

insieme col

tico la

il linguaggio)

nome

fantasia, nello

di

si

certo :

spirito

nello spirito teore-

la

pratico

forza o arbitrio,

e nella scienza empirica corrispondente alla filosofia dello


spirito, la civilt

barbarica o sapienza poetica, la cui in-

vestigazione costituisce
il

(come

egli stesso dice) quasi tutto

corpo dell'opera
Perch e come egli prendesse cosi forte interesse a co-

deste forme inferiori e alle societ primitive e storie bar-

bariche che

le

rappresentavano, anche qui, nell'aspetto


il Vico ebbe a condurre

estrinseco, spiegato dagli studi che


sul diritto

romano

tradizione

umanistica

e sui tropi e le figure

ancora viva

allora rinvigorito per le

in

rettoriche, dalla
Italia,

scienze archeologiche,

dal

culto

dalla cu-

riosit

che spingeva a indagare l'antichissima civilt

liana,

via

enumerando.

Ma

altri

ita-

non pochi, nel suo

tempo e nel suo stesso paese, trattarono le medesime materie senza punto acquistare la predilezione e la penetrazione

del

fantastico, dell'ingenuo,

del

violento:

cose

FILOSOFIA DEL VICO

46
delle quali

lo

stesso Vico possedeva la predilezione,

ma

penetrazione, quando compose il De antila ragione piena di queir interessamento


Sicch
quissima.
si vede quando si consideri l'origine del Vico filosofo e si

non ancora

la

tenga presente
spirito

me

il

carattere della sua mente, antitetica allo

cartesiano. Il cartesianismo, tatto rivolto alle for-

universalizzanti e astrattive, trascurava le individua-

lizzanti; e tanto pi

come da un

il

Vico doveva essere attirato da esse

cartesianismo rifuggiva con orrore


dalla selva selvaggia della storia; e il Vico s'internava
mistero.

Il

bramoso

in quella parte appunto della storia, nella quale,


per cosi dire, pi forte il sentore della storicit: nella
storia che pi lontana e diversa dalla psicologia delle et
colte.
tutti

cartesianismo generalizzava questa psicologia a


tempi e a tutti i popoli, e il Vico era portato a in-

Il
i

dagare nelle loro profonde differenze e opposizioni

modi

di sentire e di pensare delle varie et.

Lo

sforzo grande che bisognava fare, e che egli stesso

per riprendere, attraverso l'intellettualismo moderno,


la coscienza della psicologia primitiva, espresso dal Vico,
fece,

dove parla delle aspre difficult


ricerca di ben venti anni , per

umane nature

nostre

le

ci

che

gli

era costata

la

discendere da queste

ingentilite a quelle

affatto

affatto negato

fiere

ed

e sola-

immani,
quali
d'imaginare
mente a gran pena ci permesso d'intendere ; o, poco
ora che
diversamente, quando insiste sull'impossibilit
le menti umane sono troppo ritirate dai sensi perfino

il

presso

volgo, adusate ai tanti vocaboli astratti, assotti-

gliate con l'arte dello scrivere, quasi spiritualizzate dalla

pratica

dei

numeri

di

entrare nella vasta immagina


le menti dei quali di nulla

tiva dei primi uomini,


erano astratte, di nulla assottigliate, di nulla spiritua-

anzi tutte profondate nei sensi, tutte rintuzzate


passioni, tutte seppellite nei corpi , e di formare

lizzate,

dalle

LA POESIA E

IV.

natura simpatetica . E quello sforzo,


trionfante, che aveva dovuto compiere, era

l'idea, per es., della

ma

doloroso

un'altra delle ragioni per

va

le

quali egli sentiva

sua Scienza. Di questa

la

47

LINGUAGGIO

IL

come

nuo-

infatti, ossia della ricerca

forma ideale e sull'epoca storica del certo, manc

sulla

(egli dice) tutta la greca filosofa. Platone l'aveva tentata


invano nel Cratilo, perch gli era rimasta ignota la lingua

dei primi legislatori, dei poeti eroi, tratto in inganno dalle

emendate

forinole

ammodernate che

le leggi erano venute

rivestendo via via in Atene. In un errore analogo erano


caduti tra i moderni Giulio Cesare Scaligero, Francesco

Sanchez

gue

coi

Gaspare Schopp, che presero a spiegare

principi della logica, e

della

sorta tanti secoli dopo le lingue.

le lin-

logica aristotelica,

Grozio, il Selden, il
Pufendorf e gli altri scrittori del diritto naturale meditarono anch'essi sulla natura umana ingentilita dalla religione
e dalle leggi, sicch ritrassero

dalla

met

in gi; ossia

si

il

il

corso storico cominciando

fermarono sull'intelletto e igno-

rarono la fantasia, sulla volont moralmente disciplinata


e trascurarono la selvaggia passione. Egli stesso, il Vico,

prendere a indagare l'antichissima sapienza italiana


aveva dato segno del suo interessamento per quel problema, si era, per altro, sviato nella ricerca, seguendo le orme
se col

dell'autore del Cratilo.

Sotto l'aspetto filosofico, la Scienza nuova, per questa


preponderanza che vi ha l'indagine delle forme individualizzanti e in ispecie della fantasia (la

popoli come
dice

dottrina dei primi

poeti e del loro pensare per caratteri poetici

la

chiave maestra

dell'opera),

si potrebbe non troppo paradossalmente definire una filosofia


dello spirito con particolare riguardo alla filosofia

il

Vico,

della fantasia, cio all'Estetica.


L' Estetica da considerare veramente una scoperta
del Vico: sia pure con le riserve onde s'intendono sempre

48

FILOSOFIA.

circondate tutte
tori, e

le

desse

il

determinazioni di scoperte e di scopri-

le

quantunque

DEL VICO

egli

nome

non

la trattasse in

un

libro speciale,

fortunato col quale doveva battezzarla,

qualche decennio pi tardi, il Baumgarten. Del resto, giova


notare che nella terminologia della Scienza nuova s'incontra un nome simile ad alcuno degli equivalenti che il

Baumgarten passava

in rassegna per l'Estetica: quello di

Logica poetica. Ma,

in fondo,

il

nome importa

poco, e

che il Vico espose una


importa
idea della poesia, che era a quei tempi, e doveva rimanere
per un pezzo ancora, un'ardita e rivoluzionaria novit. Perla cosa; e la cosa

assai

sisteva allora la vecchia idea praticistica o pedagogica, che


dalla tarda

antichit, attraverso

il

Medioevo,

si

era tra-

radicata nel Rinascimento, della poesia come


piantata
ingegnoso rivestimento popolare di sublimi concetti filosofici e teologici; e, accanto a questa, sebbene in grado mie

come prodotto o strumento


concezioni
avevano alterato
Queste

nore, l'altra che la considerava


di

svago

perfino

il

e di volutt.

senso originale del trattato aristotelico della Poe-

tica, nel quale venivano introdotte e poi lette come se effettivamente Aristotele le avesse pensate e scritte. N il carte-

le rettific, ma piuttosto (com'era da aspettare, data


sua generale tendenza) attenu e annull l'oggetto medesimo di quelle definizioni, come cosa di nessuno o di tra-

sianismo
la

scurabile valore. In

un tempo

in cui

si

cercava di ridurre

a forma matematica la metafisica e l'etica, in cui

spregiava l'intuizione del concreto,


letteratura e

si

si

di-

escogitavano una

una poesia atte a diffondere la scienza nel


mondo, s'iniziavano tentativi per foggiare

volgo o nel bel


lingue

artificiali

viventi, e perfino

logiche pi perfette di quelle storiche e


si

teneva possibile di stabilire regole per

comporre arie musicali senza essere musicisti e poemi senza


essere poeti;
in codesto ambiente distratto, gelido, ne-

mico, beffardo, solo un miracolo sembra potesse risvegliare

IV.

LA POESIA E IL LINGUAGGIO

49

una diversa e opposta coscienza, una coscienza calda e


veemente di quel che sia veramente la poesia e della sua
originale funzione; e questo miracolo fa compiuto dallo
spirito tormentato, agitato e scrutatore di Giambattista Vico.
Il

come

tutt' insieme le tre dottrine della poesia,


esornatrice e mediatrice di verit intellettuali, come

quale critic

cosa di mero diletto, e come esercitazione ingegnosa di


cui si possa senza danno far di meno. La poesia non

sapienza riposta, non presuppone la logica intellettuale,


non contiene filosofemi: i filosofi, che ritrovano que-

hanno ficcato dentro essi stessi,


senza avvedersene. La poesia non nata per capriccio di
piacere, ma per necessit di natura. La poesia tanto
poco superflua ed eliminabile che, senza di essa, non
sorge il pensiero: la prima operazione della mente

ste cose nella poesia,

ve

le

umana. L'uomo, prima

di essere in grado di formare uniforma


fantasmi; prima di riflettere con mente pura,
versali,
avverte con animo perturbato e commosso; prima di artidi parlare in prosa, parla in versi;
termini
tecnici, metaforeggia, e il suo
prima
adoperare
metafore

tanto
parlare per
proprio quanto quello che
si dice proprio . La poesia, non che essere una maniera

colare, canta;

prima

di

di divulgare la metafisica, distinta e opposta alla meta-

l'una purga la mentp dai sensi, l'altra ve la im-

fsica:

merge

e rovescia dentro; l'una tanto pi perfetta

quanto

pi s'innalza agli universali, l'altra quanto pi si appropria ai particolari; l'una infievolisce la fantasia, l'altra la
richiede robusta; quella ci
rito corpo, questa

si

ammonisce

di

non

fare dello spi-

diletta di dare corpo allo

spirito; le

sentenze poetiche sono composte di sensi e passioni, quelle


filosofiche di riflessioni, che, usate nella poesia, la

falsa e fredda:

stesso

uomo

Poeti e

fu insieme

filosofi

B. Croce,

La

non mai,

grande

possono dirsi

filosofia

rendono

in tutta la distesa dei tempi,

gli

metafisico e

uni

di Giambatlista Vico.

il

uno

grande poeta.

senso, gli altri l'intel-

FILOSOFIA DEL VICO

50

letto dell'umanit; e in tale significato


il

detto delle scuole che

non

sia nel senso .

da ritenere vero

niente nell'intelletto che prima

Senza

il

senso,

non

si

intelletto;

senza poesia, non si d filosofia n civilt alcuna.


Quasi pi miracoloso di questa concezione della poesia
che il Vico intravedesse la qualit genuina del linguag-

meno agitato
antica e nuova, fino a quel
soleva, a volta a volta, o confon-

gio: problema non meglio risoluto e assai


e investigato

tempo.

Il

dalla

linguaggio

filosofia
si

derlo con la logicit o abbassarlo a semplice segno estrinseco e convenzionale o, per disperazione, dichiararlo di
origine divina.

Il

Vico intese che l'origine divina era, in

questo caso, un rifugio da pigri, e che il linguaggio non


n logicit n arbitrio, e, al pari della poesia, non prodotto n di sapienza riposta n di placito o convenzione.
Il

linguaggio sorge

naturalmente:

nella

prima forma
muti , ossia

con atti
uomini si spiegarono
per cenni, e con corpi aventi naturali rapporti alle idee
che volevano significare , ossia per oggetti simbolici. Ma,
di esso, gli

linguaggi articolati e per le lingue volgari, con


troppo di buona fede , cio con iscarso accorgimento,
stato ricevuto da tutti i filologi che essi significhino a

anche per

placito; laddove, per le anzidette origini, dovettero significare naturalmente, e ogni parola volgare cominciare cer-

tamente da un singolo individuo di una nazione e provenire dal linguaggio primitivo per cenni e per oggetti. Nel

come nelle altre lingue, si osserva che quasi tutte


voci sono formate per propriet naturali o per trasporti
e il maggior corpo delle lingue tutte, presso tutte le nalatino,

le

zioni, costituito dalla metafora.

La diversa opinione

de-

riva dall'ignoranza dei grammatici, i quali, abbattutisi in


gran numero di vocaboli che offrono idee confuse e indistinte, non sapendone le origini onde furono un tempo luminose e distinte, escogitarono, per darsi pace, la dottrina

LA POESIA E

IV.

IL

51

LINGUAGGIO

della convenzione, e vi trassero Aristotele e Galeno,


doli contro Platone e Giamblico.

La grave

suole mettere innanzi contro l'origine

arman-

difficolt,

che

si

naturale del lin-

guaggio e in favore della convenzione, la diversit delle


lingue volgari secondo i popoli, si scioglie col considerare
che

popoli, per la

costumi, guardarono

diversit dei

medesime

le

climi,

temperamenti

utilit o necessit della

vita sotto aspetti diversi, e perci

produssero lingue diverse; com' comprovato altres dai proverbi, che sono
massime di vita umana sostanzialmente identiche, eppure
spiegate in tanti diversi modi quante sono state e sono le
nazioni. Singolarmente importante poi l'insistenza onde
il

Vico professa di avere ritrovato

lingue

nei principi della poesia :

vere origini delle


con che viene, per una
le

parte, riasserita l'origine spontanea e fantastica del linguag-

non per esplicito, certo per implicito,


tende a sopprimere la dualit di poesia e linguaggio.
Nei quali principi della poesia il Vico ritrova non so-

gio, e dall'altra, se
si

lamente l'origine delle lingue, ma anche quella delle lettere o scritture, dichiarando errore di grammatici la
separazione fatta tra le due origini, che sono congiunte per
natura e che come tutt'una cosa si presentano nella lingua
primitiva mutola, per cenni -e per oggetti. La sapienza riposta e la convenzione non hanno luogo neppure qui: i geroglifici non furono un ritrovato di filosofi per nascondervi

dentro

misteri delle loro grandi idee,

necessit di tutti

primi popoli

fabetiche nacquero tra

ma comuni

e naturali

e solamente le scritture al-

popoli gi inciviliti per effetto di

libera convenzione. In altri termini,

il

Vico viene a

di-

modo confuso, nelle cosi dette scritture quella parte che propriamente scrittura e perci
convenzione, dall'altra che invece diretta espressione,
stinguere, sia pure in

e perci linguaggio, favola, poesia, pittura. Caratteristica

di queste scritture espressive o linguaggi l'inseparabilit

FILOSOFIA DEL VICO

52

del contenuto dalla forma; la loro ragione poetica tutta

qui: che la favola e l'espressione siano


cio

una metafora comune

ai

una cosa

stessa,

poeti e ai pittori, sicch

mutolo senza espressione verbale possa dipingerla.

Il

un

Vico

arreca in esempio di esse alcuni aneddoti tradizionali, come

cinque parole reali (la ranocchia, il topo, l'uccello,


dente d'aratro e l'arco da saettare), che Idantura, re
degli Sciti, mand in risposta a Dario che gli aveva inti-

le
il

mato guerra;

re Tar-

e l'apologo degli alti papaveri che

quinio svolse innanzi agli occhi dell'ambasciatore


tglio Sesto

circa

il

modo

di

domare Gab:

di suo

procedi-

menti espressivi non diversi da costumanze che si osservano ancora presso popolazioni selvagge e presso i volghi;

e poi, altres, le imprese,

medaglie e monete.

Una

le

bandiere, gli emblemi delle

frivola

favoletta,

che rimpiccio-

calunnia l'ufficio vero delle imprese, narra come


inventate nei tornei di Germania, qual covenissero
esse
stume di galanteria, dai garzoni che gareggiavano per melisce e

ritare l'amore

delle

nobili donzelle.

Ma

le

imprese, nel

Medioevo, furono cosa seria, come a dire la scrittura geroglifica di quell'et: un parlare muto, che suppliva la
povert dei parlari convenuti o delle scritture alfabetiche;
e solamente pi tardi, nei tempi colti, diventarono gioco
e diletto, si convertirono in imprese galanti ed erudite, le
quali bisogna animare coi motti, perch, ora, hanno significazioni solamente analoghe, laddove quelle primitive e
naturali erano mutole e tuttavia parlavano senza bisogno
d'interpetri. In questa schietta naturalit perdurano nei

tempi colti alcune di tali forme espressive; per es., le insegne o bandiere, che sono una certa lingua armata, con

come prive di favella, si fanno intendere tra loro nei maggiori affari del diritto naturale delle
genti, nelle guerre, alleanze e commerci.

la quale le nazioni,

Cosi, al

lume

del

concetto estetico pensato dal Vico,

IV.

LA POESIA E

IL

LINGUAGGIO

53

poesia, parole, metafore, scritture, simboli figurati,

rischiara di lampi e d guizzi

di

tutto

vita: cose

grandi e
cose piccole, l'epos e l'araldica. La dottrina delle forme

si

fantastiche riceve
delle idee

alle scuole

un avviamento nuovo

affatto nella storia

perch se il Vico si oppone coi suoi concetti


del suo tempo e specie alla cartesiana, nem-

meno poi annoda e ripiglia altra scuola o tradizione pi o


meno remota. Egli stesso sente la propria opposizione come
non contro una scuola particolare, ma contro tutte
quelle che, nei secoli, avevano formolato dottrine sull'ardiretta

gomento. Circa la poesia dice che egli rovescia tutto


ci che se ne era pensato da Platone e poi da Aristotele
via via fino ai recenti Patrizzi, Scaligero e Castel vetro,
quali

si

ferirle

perderono in inezie tali


(il

che fa vergogna

fin ri-

Patrizzi faceva nascere la poesia dai canti degli

uccelli e dal sibilo dei venti!). Circa le lingue,

il

suo inten-

dimento non era rimasto soddisfatto n da Platone n dai

moderni Wolfango Lazio, Scaligero


tere, rifiutata l'origine divina

e Sanchez. Circa le let-

che era sostenuta dal Mal-

linkrot e da Ingevaldo Elingio, o (che valeva il medesimo)


interpetratala a suo modo, d saggio per iscandalo delle

vane opinioni,

incerte, leggiere, sconce, boriose e ridevoli,

facevano provenire dai Goti e per essi da Adamo e


dalla personale comunicazione di Dio, o pi direttamente
dal paradiso terrestre, o da un gotico Mercurio inventore.

che

le

Circa

le

i tanti
che ne avenon ne avevano inteso nulla, e, solo
indovinando, lasciavano trapelare un seniore della

imprese, infine, osserva che

vano composto
per caso e

trattati,

verit col chiamarle


cile

eroiche

In realt, sarebbe

diffi-

assegnare veri e propri precedenti ai concetti estetici

vichiani, e tutt'al pi

si

potrebbero ritrovarne vaghe sug-

gestioni in certe sparse sentenze che egli raccoglie; qual-

che stimolo pi prossimo nelle dispute secentesche sulle


differenze tra intelletto e ingegno, ragione e immaginativa,

FILOSOFIA DEL VICO

54

dialettica e rettorica
estrinseci,

di quel

con

le

come

tempo

qualche riscontro di particolari

nei ravvicinamenti fatti da qualche retore

(il

Tesauro) delle arguzie rettoriche parlate

arguzie figurate.

Senonch quei concetti, nati da cosi possente getto di


originalit, non appena dai loro lineamenti generali si passi
determinazioni particolari, dall'idea o ispirazione

alle

effettivi, si

ori-

vedono come turbarsi,

ginaria agli svolgimenti


ondeggiare, barcollare. Lasciamo da parte le varie successive opinioni che

il

Vico tenne, e che

si

legano

al

processo

storico del suo spirito, sulla poesia, sulla lingua o sulla

dalle
tafora,
dal

orazioni accademiche e poi dal

De antiquissima

De

ancora da queseconda Scienza nuova:

al Diritto universale, e

sto alla prima, e dalla

prima

alla

me-

ratione e

indagine che potrebbe porgere argomento a un'apposita dissertazione e che non entra nel quadro della nostra esposi-

Ma, anche nella forma ultima del suo pensiero estecoesistono


dottrine contradittorie. Egli non sta pago a
tico,
dire, come ha detto, che la forma poetica la prima operazione della mente, che essa costituita da sensi di passione,
zione.

tutta fantastica, priva di concetti e di riflessioni;

giunger che

la poesia,

diversamente dalla

ma

ag-

rappresenta il vero nella sua idea ottima, e compie perci


quella giustizia e attribuisce quel premio e quella pena che
spetta a ciascuno e che non sempre si ottiene nella storia,
storia,

dominata sovente dal capriccio, dalla necessit e dalla fortuna. Dir ancora che la poesia ha per suo fine l'anima-

zione dell'inanimato, essendo

pi sublime lavoro di
essa indirizzato a dare vita e senso alle cose insensate. Dir

che

la poesia

altro

che imitazione,

e che

fan-

quali valgono assai nell' imitare, sono poeti, e che


popoli primitivi, fanciulli del genere umano, furono in-

ciulli,
i

non

il

Si veda

il

capo

3.o della parte storica della

mia

Estetica.

IV.

55

LA POESIA E IL LINGUAGGIO

ha per propria macom'


impossibile che i
l'impossibile credibile,

sieme sublimi poeti. Dir che


teria

la poesia

corpi siano menti e pure fu creduto che il cielo tonante


fosse Giove, onde i poeti non si esercitarono in altro mag-

giormente che nel cantare i prodigi compiuti dalle maghe


per opera d'incantesimi. Dir che la poesia nata da inopia, ossia che un effetto d'infermit dello spirito; perch l'uomo rozzo e di debole cervello, non potendo soddisfare

il

bisogno che prova del generale e dell'univeri


generi fantastici, gli uni-

sale, foggia a sostituzione

versali o caratteri poetici; e che, per conseguenza,


vero dei poeti e

il

vero dei

astratto e quello rivestito

filosofi

sono

il

lo

stesso, questo
d'immagini, questo una meta-

ragionata e quello una metafisica sentita e immagiall'intendimento popolaresco. Parimente

fisica

nata, confacente

da

inopia, cio

nato

il

dall'incapacit ad articolare, sarebbe


i muti e
gli scilinguati escono in

canto, e perci

suoni che sono canti; e dall'incapacit a significare le cose


in modo proprio, le metafore. Dir, infine, che lo scopo
della poesia

d'insegnare al volgo l'operare virtuosaIn questi detti sono accennati i pi diversi


concetti sulla poesia, alcuni conciliabili con la dottrina
mente.

fondamentale, ma proposti senza mediazione e perci effettivamente non conciliati; altri, affatto inconciliabili. Il

Vico potrebbe essere, a volta a volta, sul fondamento di


singoli testi, presentato

come

sostenitore dell'estetica

mo-

astratta e

ralistica, pedagogica,
tipeggiante, mitologica,
animistica, e via discorrendo. E se non ricasca nelle vecchie teorie che egli aborriva, e se non si dissipa tra gli er-

rori nuovi che precorreva, si deve al fatto che su tutte


quelle variet e incoerenze sormonta costante il pensiero
che la poesia la prima forma della mente, ante-

riore

all'

ziocini.

intelletto e libera da riflessione e ra-

FILOSOFIA DEL VICO

56

Come non seppe, valendosi del suo principio capitale,


sceverare e accorciare gli altri che circa la natura della
poesia esistevano nella tradizione scientifica o erano stati
da lui escogitati, cosi non riusci a liberarsi dalla tirannia
delle classificazioni empiriche, vecchie e nuove. In cambio,
si

sforz di filosofarle, e tent di dedurre serialmente le di-

verse forme della poesia, epica lirica drammatica; del verso


e del

del parlare
metro, spondaico giambico prosastico
metonimia
sineddoche
ironia; delle parti
figurato, metafora
;

del discorso, onomatopee interiezioni pronomi particelle


nomi verbi, modi e tempi del verbo (al qual proposito richiama perfino un caso di afasia da lui osservato in Napoli
in persona di un uomo onesto tcco da grave apoplessia,
il quale mentova nomi e si dimenticato affatto de' verbi ) r
-

delle

scritture, geroglifiche

simboliche alfabetiche;

delle

lingue secondo la loro crescente complessit, che va dalle


parole monosillabiche alle composte e dalla prevalenza di
vocali e dittonghi alla prevalenza delle consonanti. In questi tentativi dissemin dappertutto interpetrazioni nuove
e parzialmente vere di fatti particolari;
e non poteva, a sistemazione scientifica.

ma non giunse,
E neppure vide

chiaro nella relazione della poesia con le altre arti, che


talora unific con quella,

camente identiche pittura

come quando considera


e poesia, e viene

intrinse-

notando ana-

logie tra la poesia e la pittura del Medioevo;

e, tal'altra,

stranamente separ, come quando pretende che la delicatezza delle arti sia frutto delle filosofie e che delicatissime
siano pittura, scultura, fonderia e intaglio, perch debbono
astrarre le superficie dai corpi che imitano.

Queste incoerenze ed errori, che abbiamo passati in


rapida rassegna, se in parte derivano da scarsa capacit
di distinzione e di elaborazione, per un'altra e maggiore
parte

si

riportano pi

direttamente al gi chiarito vizio

fondamentale che nella strattura della Scienza nuova

IV.

LA POESIA E

IL

LINGUAGGIO

57

e qui, propriamente, allo scambio fatto dal Vico tra

il

con-

forma poetica dello spirito e il


concetto empirico della forma barbarica della civilt,.
Talch
(egli stesso dichiara) questa prima et del mondo si
cetto filosofico della

pu dire con verit tutta occupata d'intorno alla


prima operazione della mente . Ma la prima et del
mondo, essendo costituita da uomini in carne ed ossa e non
da categorie filosofiche, non pot essere occupata intorno a

una sola
si

operazione della mente. Quest'una poteva, come

suol dire,

(e la

prevalere

parola stessa scopre

tere quantitativo e approssimativo del concetto);


le altre

dovevano essere

in atto insieme con

il

ma

carattutte

lei, la fantasia

e l'intelletto, la percezione e l'astrazione, la volont e la

moralit,

il

cantare e

il

numerare.

evidenza

siffatta

il

Vico non poteva sottrarsi, epper in quella fase di civilt


introdusse non solo il poeta, ma anche il teologo, il fisico,
l'astronomo,
gislatore

il

paterfamilias

senonch

il

guerriero, il politico, il lecostoro volle consi-

le attivit di tutti

derare e chiamare poetiche, con metafora tratta dall'asserita prevalenza della

forma fantastica dello

spirito, e

il

complesso di esse sapienza poetica. Il carattere metaforico della denominazione accusato, o balza agli occhi,
in alcuni luoghi caratteristici;
le arti

meccaniche,

come dove

le arti , ossia

produttrici pratiche di oggetti per gli

usi della vita, sono definite poesie in certo

modo

reali ,

romano, per l'abbondanza delle formolo


cerimonie onde si riveste, detto poema drammatico

e l'antico diritto
e

serio

Ma

le

metafore sono pericolose, quando, come nel

caso della Scienza nuova, trovano terreno favorevole alla


loro conversione in concetti; e, infatti, l'et storica, barbarica, metaforeggiata

trasformarsi,

presso

come sapienza
il

poetica,

non tard

Vico, nell'et ideale

della poe-

sia, conferendo a quest'ultima tutte le proprie attribuzioni. Col erano teologi, e la poesia fu considerata dal

FILOSOFIA DEL VICO

58

Vico come

sebbene fantastica; educatori, e fu


fatta educatrice, sebbene di volgo; sapienti di cose fisiche,
e fu fatta sapienza, sebbene di fisica immaginaria. E poiteologia,

ch quei barbari non potevano non pensare per concetti,


rozzi che questi fossero e involti nelle immagini,

smi della poesia, individuati, singolarizzati,


essa sempre corpulente,

si

le

fanta-

sentenze di

falsificarono in universali fanta-

che sarebbero qualcosa di mezzo tra l'intuizione, che


individualizzante, e il concetto, che universalizza la poestici,

sia, che doveva rappresentare il senso, lo schietto senso, rappresent invece il senso gi intellettualizzato, e il detto

che niente
acquist

il

schiarito, o

si

trova nell'intelletto che non sia gi nel senso,


che l'intelletto il senso stesso,

significato
il

senso l'intelletto stesso, confuso; onde non

ebbe pi bisogno dell'aggiunta cautela: nsi intellectus


ipse . Per converso, la civilt barbarica divenne come
si

una mitologia

allegoria

della

ideale

et poetica;

primi popoli furono trasformati in moltitudini di sublimi


poeti come poeti furono fatti (nella ontogenesi corri;

spondente a tale filogenesi) perfino

fanciulli. Il concetto

dell'universale fantastico come anteriore

all'universale

ragionato concentra in s la duplice contradizione della dottrina; perch all'elemento fantastico dovrebbe essere con-

giunto in quella formazione mentale l'elemento dell'universalit, il quale, per s preso, sarebbe poi un vero e proprio
universale, ragionato e

non

fantastico:

donde una

petitio

principii, per la quale la genesi degli universali ragionati,

che dovrebbe essere spiegata, viene presupposta. E, d'altro


canto, se l'universale fantastico s' interpetrasse come purificato dell'elemento universale e logico, cio come mero fantasma, la coerenza si ristabilirebbe certamente nella dottrina

ma la sapienza poetica o civilt barbarica verrebbe


mutilata di una parte essenziale del suo organismo, perch
estetica

privata di ogni sorta di concetti,

e,

per dir

cosi, disossata.

LA POESIA E

IV.

IL

59

LINGUAGGIO

Per risolvere la contradizione conveniva dissociare poesia e sapienza poetica; del che, in verit, s'incontra qual-

che accenno presso

il Vico.
Egli confessa talvolta, quasi
involontariamente, la non corrispondenza tra la categoria
filosofica e il tipo sociale, e per quest'ultimo costretto a

ricorrere ai

cade di

press'a poco

per

dire,

es.,

assai poco ragione

e ai

pi o

meno

Gli ac-

uomini primitivi erano

nulla o

e tutti robustissima fantasia ,

quasi

che

gli

corpo e quasi niuna riflessione ovvero, dopo avere


distinte con filosofiche pretese tre lingue degli di, degli
tutti

eroi e degli uomini, osserver che

la

lingua degli di fu

quasi tutta muta pochissimo articolata;


eroi mescolata egualmente di articolata

la lingua degli

lingua degli uomini quasi tutta articolata e

pochissimo

muta

La

favella poetica

alla sapienza poetica

tempo

istorico o

il

la

(ammette ancora) sopravvive

scorre
civile,

per lungo tratto dentro il


(dice con magnifica

come

lenza del corso

dismettere
della

muta;

grandi rapidi fiumi si spargono molto denmare e serbano dolci l'acque portatevi con la vio-

immagine)
tro

et

e di

il

Anche

nei

tempi moderni non

parlare fantastico, e per ispiegare

mente pura

han da soccorrere

ci

parlari

pu

si

lavori
poetici

per trasporti de' sensi . La poesia non sembra che sia


finita con la fine della barbarie, perch pur nei tempi
civili

sorgono poeti; e

che quelli della prima epoca fosi nuovi


tali si facciano per
come il Vico vuole, con lo

sero fantastici per natura, e


arte ed industria
ossia,

sforzarsi di

perdere memoria delle parole proprie,

di

pur-

riempirsi la mente di pregiudizi


fanciulleschi o volgari, di rimettere la mente in ceppi co-

garsi delle

filosofie,

di

stringendosi, tra l'altro, all'uso della rima,


zioni, del resto facilmente confutabili,

a sminuire

l'importanza

poesia di tutti

del

fatto

si

queste restri-

affaticano invano

riconosciuto:

che

la

tempi, e non di quello solo barbarico;

FILOSOFIA DEL VICO

60

una categoria ideale e non un


zioni anzidette,
ricordati,

come

fatto storico.

la rarit e la

provano che

il

Ma

le restri-

timidezza degli accenni

Vico non era in grado di eseguire

dissociazione tra poesia e sapienza poetica, impeditone


ibridismo del concetto e del metodo stesso della Scienza

la

dall'

nuova.
Se, per altro, l'idea della poesia come pura fantasia,
nonostante tutte le confusioni e incoerenze nelle quali si

avvolge, non fosse rimasta salda nel fondo del pensiero


del Vico, e non avesse operato, per cosi dire, nel sottosuolo della Scienza nuova, non sarebbe agevole, n forse
possibile, intendere la concezione capitale

sua

che domina la

che strettamente legata con


concezione dello spirito come svi-

filosofia dello spirito, e

quell'idea. Diciamo, la

luppo,

o,

per adoperare la terminologia propria del Vico,


o spiegamento: concezione la quale, pur

come corso

senza espressa contrapposizione, superava quella ordinaria,


limitantesi quasi esclusivamente a enumerare e classificare

La dottrina degli universali fantacome spontanee formazioni mentali, universali rozzi


ma forniti di un motivo di vero, era certamente bastevole
come strumento per debellare l'empirica teoria che faceva
le facolt dello spirito.
stici

le civilt da un'alta e ragionata saggezza ordinaopera personale di Dio o di uomini sapienti, sorti
non si sa come e piovuti non si sa donde. Il Vico poneva

sorgere
trice,

chiaro

il

l'origine

dilemma
della

delle

due e non pi guise

civilt: o

nella

riflessione

di

di spiegare

uomini sa-

pienti, ovvero in un certo senso e istinto umano di uomini bestioni; e si risolveva per la seconda ipotesi, per
bestioni che via via si erano fatti uomini
i
cio per
;

pensiero che

evolve dall'universale fantastico a quello


l'assetto
sociale che procede via via dalla
ragionato, per
forza all'equit. Ma era quella concezione bastevole per fonil

si

dare la storia ideale o

filosofia

dello

spirito? Nella

fi-

IV.

LA POESIA E IL LINGUAGGIO

losofia dello spirito, essa

di simile, se

61

sarebbe tradotta in qualcosa

si

non d'identico,

alla dottrina che,

del cartesianismo e anche di

una certa

per

effetto

quale rinascita
che ebbe la scolastica di Duns Scotus, correva ai tempi del
Vico, e secondo cui la vita dello spirito si esplicava nei
gradi successivi del concetto oscuro, confuso, chiaro
tal

com' noto, fece argomento di


il Leibniz,
speciale studio le percezioni oscure e confuse, le petltes
perceptions . Dottrina nel suo intrinseco intellettualistica,
e distinto:

perch

concetti,

confusi

che

oscuri

fossero,

erano

impotente perci a dare ragione,

concetti; e

pur sempre
nonch della poesia, neppure delio sviluppo spirituale, che
non pu intendersi, nella sua dialettica quando sia costituito di differenze meramente quantitative, le quali, in
realt, non sono differenze ma identit e perci immobilit; e, infatti,

tutto quell'indirizzo fa, insieme, antieste-

tico e statico, privo di

di

una vera dottrina

una vera dottrina

dello sviluppo.

Il

della fantasia e

pensiero del Vico

invece, avverso all'intellettualismo, simpatico alla fantasia, tutto dinamico ed evolutivo; lo spirito , per lui, un
eterno dramma; e, poich il dramma vuole tesi e antitesi,
la

sua

filosofia

della

mente

impiantata sull'antinomia,

cio sulla reale distinzione e opposizione di fantasia e pensiero, poesia e metafisica, forza
ralit,

ed equit, passione e mo-

per quanto egli sembri talvolta, per

note, disconoscerla

le

ragioni gi

quanto venga talvolta


a ingarbugliarla con indagini e dottrine empiriche e con
o,

piuttosto, per

determinazioni storiche.

La forma semifantastic del conoscere


mito e la religione)

(Il

A,.nche

Vico sul mito, se non meno

la dottrina del

originale e profonda di quella circa la poesia, non del


tutto limpida, perch le relazioni tra poesia e mito sono
cosi strette che

l'ombra gettata sull'una deve necessaria-

mente stendersi

in

qualche modo

Proseguendo a indagare,

sull'altro.

come abbiamo

fatto sin qui

faremo sempre nel sguito, lo stato delle cognizioni ai


tempi del Vico secondo le varie discipline e problemi che
egli prese a trattare, ricorderemo in breve, circa gli studi

sulla mitologia,

lamente

come

tra

il

Cinque e

il

Seicento non so-

mettessero insieme grandi compilazioni letterarie di miti (delle quali gi aveva dato esempio, nel Trecento,

il

si

due teorie
non ignote del
le

ma

venissero dottamente propugnate


esplicative gi note all'antichit classica e

Boccaccio),

tutto al

Medioevo

la teoria del

mito come

allegoria di verit filosofiche (morali, politiche evia discor-

come storia di personaggi effetavvenimenti accaduti, adornate dal-

rendo), e quella del mito

tivamente

esistiti e di

l'immaginazione che divinizzava


L'allegorismo ispirava, tra

gli

eroi

l'altre, l'opera di

(evemerismo).
Natale Conti,

MythologicB sive explanationis fabularum libri decerti (1568)

FILOSOFIA DEL VICO

64

De sapientia veterum

(1609) del Bacone dove, per altro,


era
sistema
quel
proposto non senza qualche dubbio e con
la espressa cautela che, se anche non valesse come interpee

il

trazione storica, avrebbe potuto sempre mantenere

valore di moralizzazione

aut res ipsas).

Il

il

suo

antiqultatem illustrabimus
neoevemerismo era rappresentato autore(aut

volmente da Giovanni Ledere (Clericus), l'erudito ginevrino-olandese verso cui tanta reverenza e gratitudine ebbe
Vico per aver degnato di attenzione il suo
Diritto universale, e del quale fece epoca, in materia mitoa professare

il

logica, l'edizione della Teogonia esiodea;

lo segui tra gli


del
Les
autore
libro:
Banier,
fables expllques par
l'histoire (1735). Un terzo sistema, anch'esso non senza qualaltri

il

che precedente antico, derivava

dagli egiziani o dagli ebrei, ovvero dall'opera di sin-

lari,

quando non

goli filosofi e poeti inventori; e,

in

miti da popoli partico-

una pura

alcuni o di tutti

risolveva

trasmessi dall'antichit o non

miti

riportava alla rivelazione divina,


la teoria

si

e semplice ipotesi storica sulla formazione di

che

il

si

chiaro che implicava

ma un

mito sia non gi una forma eterna,

contingente prodotto dello spirito, il quale, com' nato una


volta, cosi possa morire o sia gi morto.
Il

Vico

scuola,

si

oppone risolutamente

all'allegorismo

storica; e ricorda,

alla

il

prima e
della

alla terza

derivazione

trattato baconiano dal

meditare

sull'argomento,

che vero

e per
pi ingegnoso
considerante i miti come storie sacre alte-

ch'egli giudicava

l'altra scuola,

dottrina

perla prima,

quale aveva tratto incentivo a

ma

alla

particolare dai greci, il


De theologla gentili (1642) del Vossio, la Demonstratio evangelica (1679) di. Daniele Huet, e il Phaleg et Canaan del
rate e corrotte dai

Bochart.

gentili

miti o favole

in

non contengono sapienza

riposta,

cio concetti ragionati, avvolti consapevolmente nel velo


della favola; e perci

non sono allegorie. L'allegoria im-

V. IL

porta che

MITO E LA RELIGIONE

una

abbia, da

si

il

parte,

65

concetto o significato,
due cose l'artifizio

dall'altra la favola o involucro, e tra le

che

momenti,

-quella teoria,

forma
a

ma

non

miti

neppure

in

si

un

possono scindere

significato e

loro significati sono univoci.

gnificante:

Ma

insieme.

le fa stare

in questi tre

Importa

un

si-

altres,

contenuto, non creda alla


creatori dei miti dettero ingenua e piena fede

che chi crede

e fintasi, per es., la

quelle loro creazioni;

divina, la pi

di

grande

al

quante mai se ne

prima favola

finsero in

ap-

presso, Giove re e padre degli di e degli uomini in atto


di fulminante, essi stessi che se lo finsero lo credettero,
e con ispaventose religioni lo temerono, riverirono e osservarono. Il mito, insomma, non favola ma storia, quale
possono formarsela gli spiriti primitivi, e da questi seve-

ramente tenuta come racconto

di cose reali. I filosofi che

sorsero posteriormente, servendosi dei miti per esporre in


allegorico le loro dottrine, ovvero illudendosi di ri-

modo

trovarvele per quel senso di riverenza che si porta all'antichit tanto pi venerabile quanto pi oscura, ovvero sti-

mando comodo

di giovarsi di

fini politici,

cosi

stesso, platonizzando

tale

espediente per

Platone omerizzando

Omero;

e,

loro

nel tratto

miti favole,
intrinsecamente non sono.

resero

quali in origine non erano e


Onde da dire che filosofi e mitologi furono piuttosto essi
i
poeti che immaginarono tante strane cose sulle favole,

laddove

poeti o creatori primitivi furono

e intesero narrare cose vere dei loro tempi.

veri mitologi

Per la me-

desima ragione, ossia per essere i miti parte essenziale


della sapienza poetica o barbarica, e come tale spontanei
tempi e luoghi, non si pu attribuirli a un singolo popolo che li avrebbe inventati e dal quale si sarebbero trasmessi agli altri, quasi ritrovato particolare di
in tutti

uomini particolari od oggetto

di rivelazione.

Codesta dottrina, superante

B. Croce,

La

filosofa

di Giambattista Vico.

'allegore m e

lo storici-

FILOSOFIA DEL VICO

66
srao,

un

compi

delle

tualismo,

il

come forme

altro aspetto della

rivendicazione che

forme conoscitive alogiche contro

il

Vico

intellet-

col presentarle ora


ora come prodotti accidentali o do-

le

quale

l'

negava appunto

artificiali

vuti a cause soprannaturali.

N sembra

accettabile l'opi-

nione che aggrega il Vico all'indirizzo neoevemeristico, da


lui in verit non combattuto espressamente e verso il quale
presenta anche, se si vuole, alcune superficiali somiglianze,
ma insieme con le somiglianze questa radicale diversit:
che per lui le favole non sono alterazioni di storie reali

si

riferiscono

di

necessit a individui reali,

ma

sono

intrinsecamente verit storica, nella forma che la verit


storica suol prendere nelle menti primitive.

Altra pi precisa determinazione circa la natura del


mito il Vico non d n poteva, appunto perch essendo in
concetto stesso della poesia, egli non era
i limiti tra le due forme. Parl, in
gegrado
di
e
di
mito come di cose distinte, ma non
nere,
poesia
ferm la distinzione. Eppure, il Vico si era bene imbattuto
lui

ondeggiante

in

il

di segnare

nel concetto che porge quel criterio distintivo, e l'aveva


enunciato; senonch, in cambio di valersene per la dottrina
del mito, ne aveva fatto una o alcune delle sue parecchie
definizioni della poesia.

Quel carattere poetico, quell'u-

niversale fantastico che, introdotto nell'estetica come


principio esplicativo della poesia, d origine a tante insuperabili difficolt, invece, per l'appunto, la definizione
del mito, e come tale fornisce alla scienza della mitologia
il vero
principio che le bisogna. Se il concetto del
compiere grandi fatiche pel comune vantaggio non si sa
staccare dall'immagine di un uomo particolare che abbia
di quelle fatiche, quel concetto diventa
mito, per es., di Ercole; ed Ercole insieme un individuo
che fa azioni individuali e uccide l'idra di Lerna e il leone

compiuto alcuna^
il

nemeo

o lava le stalle di Augia, ed

un concetto; come

V. IL
il

MITO E LA RELIGIONE

67

concetto dell'operosit utile e gloriosa un concetto ed


insieme, Ercole: un universale e un fantasma: un uni-

versale fantastico.

Anche quel sublime

lavoro.,

che

il

Vico diceva proprio

della poesia, di dare vita alle cose inanimate, spetta

non

ma al mito. Il quale, incorporando


immagini, ed essendo le immagini sempre
qualcosa d'individuale, viene ad atteggiarli come esseri viventi. Cosi gli uomini primitivi, che non conoscevano la
propriamente
i

concetti

alla poesia

in

cagione del fulmine e perci non ne possedevano la definizione fisica, erano tratti, miteggiando, a concepire il cielo

come un vasto corpo animato, che


medesimi quando erano in preda

a somiglianza di essi

alle

passioni, urlando, brontolando, fremendo,


lesse dire

qualche cosa.

del

loro violentissime

parlasse e vo-

mito e non della poesia si


inopia, nella debolezza

deve riconoscere l'origine nell'


della mente e nella sua inadeguazione

ai

problemi che

vuole risolvere, nella incapacit a pensare per universali


ragionati e a esprimersi con termini propri, onde sorgono
gli universali

fantastici e le

metonimie e

le

sineddoche e

ogni sorta di metafore. Le contradizioni, notate da noi nell'universale fantastico e che lo rendono inadatto a fondare

stanno perfettamente a posto nella dotquale , per l'appunto, questa contradi-

la dottrina estetica,

trina del mito;

il

zione: un concetto che vuol essere

gine

immagine

un'imma-

che vuol essere concetto, e perci un'inopia, anzi

un'impotenza potente, un contrasto e una transizione spirituale, dove il nero non ancora e il bianco muore. Infine,
sapienza poetica, cio la teologia, fisica, cosmografia,
geografia, astronomia e tutto il complesso delle restanti
la

idee e credenze dei popoli primitivi, esposte dal Vico, erano


effettivamente mito e non, come egli dice, poesia, per la

buona ragione
loro storie;

stesso adduce che quelle erano le


poesia poesia e non istoria, neppure

ch'egli
la

FILOSOFIA DEL VICO

68
pi o

meno

fantasticata. Poesia,

sentimenti e

poemi omerici

in

quanto

umane

aspirazioni della grecit; storia, gli stessi poemi omerici, in quanto erano cantati e ascoltati come racconti di fatti realmente accaduti

esprimevano

le

due forme di prodotti


rialmente

spirituali

raccogliersi in

una

sembrano mateopera, non per ci

che, se

stessa

s'identificano.

Tutto questo il Vico vede e non vede, o, meglio, ora


intravede e ora travede e perci non si pu dire che riesca
a determinare veramente la distinzione e a risolvere

blema dei rapporti

tra mito e poesia.

e ancora assai dibattuto


se cio

mito sia

il

volte che

modo

potrebbe credersi, in-

non gi

miti contengono sensi storici, e

si

pro-

netto; perch egli ripete molte

sofici, dei popoli primitivi;

bene attenzione,

il

altro importante

problema della scienza mitologica,

filosofia o storia,

vece, da lui risoluto in

Un

scorge che

ma,

in realt,

egli,

nonch

ove

filo-

faccia

si

risolverlo,

non

se lo propone neppure. I sensi storici, che il Vico assevera,


sono contrapposti non propriamente ai sensi filosofici in ge-

nere,

ma

ai sensi mistici di altissima filosofia e ai sensi

analogi, che i mitologi da lui criticati vi ritrovavano;


cio, da una parte ripetono la critica all'allegorismo e,
dall'altra,

combattono quel cattivo modo d'interpetrazione


moderni ai popoli an-

storica che trasferisce idee e costumi

La sua

teoria

si

concilia,

quella che avvicina

il

mito alla

tichi.

a dir vero, alla pari con


filosofia, e con l'altra che

ammette entrambi
speculativa, che li ammette altres

l'avvicina alla storia; con l'eclettica che


gli elementi, e

entrambi
s

ma

con la

perla ragione che

medesime come nel mito,

filosofia e storia,

cosi

costituiscono, in fondo,

in

una

cosa sola e indivisibile.

Come inopia , il mito deve essere


umana che agogna naturalmente di
ella

superato.

La mente

unirsi a Dio

donde

viene, cio al vero Uno, e che non potendo per la

V. IL

MITO E LA RELIGIONE

69

esuberante natura sensuale dell'uomo primitivo esercitare


facolt, sepolta sotto i loro sensi troppo vigorosi, di
astrarre dai subietti le propriet e le forme universali, si

la

unit immaginarie, i generi fantastici o i miti,


nel suo successivo spiegarsi o esplicarsi risolve via via

era finta

le

generi fantastici in generi intelligibili, gli universali poein ragionati, e si libera dai miti. L'errore del mito

tici

passa cosi nella verit della filosofia. Il Vico conosce e adopera un concetto dell'errore, dell'errore propriamente detto,
nascente dalla volont e non dal pensiero, il quale quanto
a s non erra mai (mens enim semper a vero urgetur quia
nunquam aspectu amittere possumus Deum) dell'errore che
;

consiste in vuote parole arbitrariamente combinate (verbo,

autem scepissime

veri vini voluntate

mentem

immo

deserunt,

nienti

mentientis eludimi oc

vim faciunt

et

Dea

obsistunt);

insomma, che, per adoperare la sua efficace descrizione, si ha quando gli uomini mentre con la bocca
dicono, non hanno nulla in lor mente, perocch la lor
mente dentro il falso, che nulla . Ma sa anche che
dell'errore,

non mai del tutto errore, appunto perch, non


potendosi dare idee false e consistendo il falso soltanto
nella sconcia combinazione delle idee, in esso sempre il
l'errore

vero, e ogni favola ha qualche motivo di verit . Perci,


lungi dal disprezzare le favole, ne riconosce il valore quasi

embrione del sapere riposto o della

di

filosofia

che

si

svol-

ger poi. I poeti (ossia, nel nuovo significato che assume nel
Vico questa parola, i creatori dei miti) sono il senso (cio,
nel nuovo significato, la filosofia rudimentale e imperfetta);
e

filosofi

losofia pi

di

Dio

tasia

sono l'intelletto dell'umanit (vale a dire, la ficompiuta, che nasce dalla precedente). L'idea

evolve a poco a poco dal Dio, che colpi la fanisolato, al Dio delle famiglie, divi parenDio della classe sociale o della patria, divi patrii,

si

dell'uomo

tum, al
Dio delle nazioni, fino a quel Dio

al

che a

tutti

Giove

FILOSOFIA DEL VICO

70
al

Dio dell'umanit. Le favole destarono Platone a inten-

dere

le tre

pene divine, che

gli

uomini, possono

non

di solamente, e

infliggere: l'oblio, l'infamia e

il

gli

rimorso;

passaggio per V Inferno gli sugger il concetto della via


purgativa onde l'anima si purifica dalle passioni, e l'aril

rivo agli Elisi quello della via unitiva onde la

mente va

ad unirsi a Dio per mezzo della contemplazione delle eterne


cose divine. Dalle somiglianze e metafore dei poeti Esopo
trasse gli esemp e gli apologi con cui dette i suoi avvisi
;

e dall'esempio, che
le

menti rozze,

si

fonda sopra un caso solo e soddisfa


svolge l'induzione, che si vale di pi
si

casi simili, quale l'insegn Socrate con la dialettica, e suc-

cessivamente

il

sillogismo, che Aristotele scoperse e che

non regge senza un universale. Le etimologie delle parole


svelano le verit intraviste dai primi uomini e deposte nel
loro linguaggio; per es., ci che i filosofi moderni con gravi
ragioni hanno dimostrato, che i sensi fanno essi le qualit

chiamate

sensibili

gi

cere della lingua latina,

rato

faccia

l'odore.

Il

adombrato nella parola

olfa-

che implica il pensiero che l'odoVico attribuisce tanta importanza

a questa connessione tra universali poetici e universali ragionati, tra mito e filosofia, da essere tratto ad affermare

che

le

sentenze dei

filosofi, le

quali non trovino precedente

e riscontro -nella sapienza poetica e volgare, debbano essere errate. Anzi, questo un altro significato che egli

assegna talvolta al rapporto tra filosofia e filologia di una


conferma reciproca tra sapienza volgare e sapienza riposta,
conciliate entrambe nell'idea di una filosofia perenne
:

dell'umanit.

Con
filosofia

la teoria del
il

mito e del rapporto di esso con la


tutt' insieme, la sua teoria della

Vico ha dato,

tra religione e filosofia. Due


a
pensieri circolano,
questo proposito, per entro la Scienza
nuova: l'uno, che la religione nasca, nella fase della debo-

religione

e del

rapporto

V. IL

MITO E LA RELIGIONE

71

bisogno mentale di dare pace


d'intendere in qualche modo le cose

lczza e dell'incultura, dal


alla

curiosit

della natura e dell'uomo (di spiegare, per es.,

il

fulmine);

l'altro,
s'ingeneri negli animi pel terrore
di colui che minaccia fulminando. E si potrebbero chia-

che

mare

le

la religione

due

pratica

teoretica e dell'origine
poich, conformemente alle

teorie, dell'origine

della

religione;
dottrine del Vico, l'uomo nient'altro che intelletto e vo-

come, fuori di queste due origini, la religione non possa averne altre. Ora, lasciando da parte la
lont, chiaro

religione nel significato pratico (della quale si discorrer


pi innanzi), la religione nel significato teoretico che cosa
altro se non l'universale fantastico, l'animismo poetico,

il

mito?

la

divinazione,

essa

si
il

lega quell'istituto che il Vico chiama


complesso dei metodi coi quali si racco-

glieva e interpetrava la lingua di Giove, le parole reali,


i
segni e cenni del Dio, finto nell' universale fantastico e

creato dall'immaginazione animatrice. E come dal mito


procede la scienza e la filosofia, cosi, parimente, dalla di-

vinazione la conoscenza delle ragioni e cause, la previsione


filosofica e scientifica.
Il Vico, a questo modo, si liberava dal pregiudizio che
cominciava a prevalere al suo tempo (si ricordino la storia
degli oracoli antichi del Van Dale, resa popolare dal Fon-

tenelle, e

il

libro gi citato del

Banier), e tanta efficacia

ebbe per un secolo ancora, delle religioni come impostura d'altrui , quando erano invece (egli dice) nate da

propria credulit

artificiale dei miti,

religioni.

turale

Ma come

. Colui che non ammetteva l'origine


non poteva ammetterla neppure delle

egli rifiutava altres l'origine

o rivelata dai miti, cosi nello stesso

ziava n pi n

meno che

l'origine naturale, anzi

delle religioni; e, quel che pi specialmente


la

sopranna-

atto pronun-

riponeva in una forma inadeguata dello

umana,

da notare,

spirito, nella

FILOSOFIA DEL VICO

72

forma semifantastica, che il mito. N bisogna fare casoqualche suo breve detto incidentale, che sembra in contrasto con questa teoria; come l dove dice che la religione

di

precede non solo

le filosofie

ma

il

linguaggio stesso,

la coscienza di qualcosa di

suppone

comune

il

quale

tra gli uomini:

equivoci derivanti dalla solita perplessit metodica e da


abito di poca chiarezza. L'identificazione della religione coL
mito, e l'origine

umana

temente espressa,

ma

delle religioni,

essenziale a tutto

non
il

solo insisten-

sistema del Vico.

Origine umana, che non esclude, nelle parole di lui, un


diverso concetto di religione: la religione rivelata, e perci di

origine soprannaturale. Egli, infatti, pone sempre,


la teologia poetica, che mitologia, e la

da un canto,

teologia naturale, che metafisica

filosofia;

e,

dal-

teologia rivelata. Ma quest'ultimo concetto


ammesso da lui, non perch si leghi ai precedenti e tutti
l'altro, la

derivino da un principio comune, si bene semplicemente


il Vico afferma
gli uni e afferma l'altro. L'origine

perch

umana,

la teologia poetica, di cui sguito la teologia

me-

tafisica, quella che vale

per l'umanit gentilesca, ossia


l'umanit
fatta
eccezione del popolo ebreo che
intera,
per
privilegiato dalla rivelazione. Per quali motivi il Vico
serbasse questo dualismo, e sopra quali contradizioni pun-

genti fosse a cagione di esso costretto ad adagiarsi, anche

questo si vedr pi oltre, e a suo luogo. Ma appunto perch quel dualismo rimase in lui senza mediazione, noi

dobbiamo, esponendo il suo pensiero, tenere fermo ciascuno dei due termini del dualismo, e, per ora, l'origine

meramente umana:

la religione

quale prodotto del

bisogno teoretico dell'uomo giacente in condizioni di relativa povert mentale. Concetto che
indiretti

ha rapporti solamente

con quello bruniano della religione come cosa ne-

cessaria alla moltitudine rozza e poco sviluppata, e con


quello campanelliano della religione naturale o perpetua,

V. IL

eterna

filosofia

MITO E LA RELIGIONE

73

razionale coincidente col cristianesimo spo-

gliato dai suoi abusi; e che ha rari e deboli riscontri negli scrittori del tempo, i quali, anche quando vi accennano
di passaggio, l'intendono in

modo

tano senza nessuna coerenza con


tono sulla religione in quanto

superficiale e lo presenle altre

ignoranza

loro idee

bat-

e trascurano la

sapienza di quella ignoranza, la religione come verit.

VI

La coscienza morale

JLie altre

dottrine del

Vico di ragion teoretica, cio


e matemati-

di logica della filosofia, delle scienze fisiche

che e delle discipline storiche, sono state gi esposte nell

'esporre la sua gnoseologia, e

primi

perch

scritti,

nella

si

desumono quasi

Scienza nuova

la

tutte dai

fase

della

appare, pi che altro, come un


limite della ricerca. Soltanto giova notare che il Vico tocca

mente

tutta spiegata

il
problema del rapporto tra poesia e storia, ma,
sempre a causa dell' indistinzione tra filosofia e scienza sociale, non gli riesce di risolverlo pienamente. Sotto un
aspetto, sembra a lui che la storia sia anteriore alla poe-

altres

perch questa, dice, presuppone la realt e contiene


una imitazione di pi; sotto un altro aspetto, che la

sia,

poesia costituisca la forma prima, perch presso


primitivi la loro storia la loro poesia e

sono

poeti.

tico, intrinseco alla storia;

storia, osserva

popoli
storici

primi
ogni modo, egli insiste sull'elemento poee di Erodoto,

che non solo

pi parte di favole,

ma

lo

libri

padre della greca


di lui sono ripieni la

stile ritiene

moltissimo dell'o-

merico, nella qual possessione si sono mantenuti tutti gli


storici che sono venuti appresso, i quali usano una frase

mezza tra la poetica e la volgare : verba ferme poStarum


come ripete altrove facendo suo un detto di Cicerone.

FILOSOFIA DEL VICO

76

N
fra

trovano svolti particolarmente nel Vico

si

tutto egli suggerisca

di Dio

il

onde

rapporti

e volont,

intelletto e volont coincidono,

magine

bench dapperche
come in Dio
pensiero generale

teoria e pratica, intelletto

la

similmente nell'uomo, im-

mente o

spirito

non

divisa in

un

pensiero e in una volont, in un pensiero che proceda per


un verso e in una volont che proceda per un altro, ma

pensiero e volont si compenetrano e formano un tutto


concezione assai superiore a quella della filosofa del
solo
suo tempo, cio del leibnizianismo, in cui persisteva il con:

cetto dell'arbitrio divino, e perci dell'irrazionalit.

Un

al-

suo e singolare pensiero importerebbe invece, per chi


concluda frettolosamente, la precedenza della pratica sulla
tro

teoria

concetti

perch

il

Vico dice che

merc l'esperienza

leggi nelle quali gli uomini

filosofi

pervengono

si

accordano come in qualcosa

di universale, e che Socrate e Platone, per es.,

gono

la

democrazia e

ai loro-

delle istituzioni sociali e delle

tribunali ateniesi.

Ma

presupponquesta suc-

cessione delle religioni che generano le repubbliche, delle

repubbliche che generano le leggi, delle leggi che generano


che egli chiama una particella della

le idee filosofiche, e

storia della filosofia narrata filosoficamente

teoria d'importanza non filosofica

Per quel che concerne

ma

appunto,

sociologica.

le dottrine

di

ragion pratica,

delle quali ora entriamo a trattare, potrebbe parere che il

Vico, diversamente che in quelle di ragion teoretica,

non

suo tempo, ma anzi


si ricolleghi proprio a un movimento del suo tempo: alla
scuola del diritto naturale. Il capo della scuola, l'iniziasia in recisa opposizione alle idee del

tore del movimento,

dei suoi

quattro

Ugo

Grozio, era da lui chiamato uno

autori, insieme con Platone, in cui trovava

appagata la sua brama di una


Bacone che gli aveva fatto sorgere

filosofia

in

idealistica,

mente l'idea

di

col

una

scienza positiva e storica delle societ, e con Tacito, che-

VI.

LA COSCIENZA MORALE

vedremo pi innanzi qual


dette di averne ottenuto.

petuamente

77

servizio gli rese o

Vico cre-

il

insieme col Grozio ricorda per-

gli altri principali autori del diritto naturale,

Pufendorf, trascurando gl'innumerevoli loro


che
considera, piuttosto che autori di scienza, semseguaci,
adornatori del sistema
groziano.
plici
il

Selden e

Il

il

ricollegamento, in un certo senso, evidente e conma anche indubi-

fessato e professato dallo stesso Vico

che egli non ader semplicemente a quella scuola,


neppure la continu al modo di chi serbi i concetti getabile

nerali e direttivi, e svolga o corregga i particolari. La continu solamente in significato dialettico, cio in quanto ne
ebbe a contrastare le tesi capitali o ad accoglierle cangian-

dole profondamente.
luzioni
ferse

diritto naturale gli offerse

Il

ma problemi,

ben determinati,

e di questi
altri,

anche se alcuni

non

so-

gli of-

e pi gravi, suscit solamente

problemi dunque o non risoluti o neppure


Vico si propose e in parte risolse.
Gli aspetti e le tendenze del diritto naturale erano molteplici, e conviene preliminarmente distinguerli ed enu-

nel suo spirito

veduti, che

il

merarli. In primo luogo, in quella scuola, presa nel suo


e nei suoi tratti essenziali, si esprimeva il pro-

complesso

gresso sociale, onde l'Europa, uscendo dal feudalesimo


e dalle guerre di religione, si dava una nuova coscienza,
spiccatamente borghese e laica
di essa fu quasi

l'altro,

ricordi che la formazione

si

alla nascita dell'anticleri-

contemporanea

cale e borghese istituto della

voleva dire, tra

massoneria

non soprannaturale

Naturale

ostilit o indifferenza di fronte al

soprannaturale e alle

tuzioni che lo

ai

conflitti

rappresentavano
a caso il Grozio fu arminiano

ingenerava. Non

dorf ebbe

liti

con teologi;

il

Tomasio

; e, quindi,

sociali
;

il

isti-

che

Pufen-

rammentato

tra

promotori della libert di coscienza. Le proteste di reverenza verso la religione e verso la chiesa, che con molta

FILOSOFIA DEL VICO

78

abbondanza quei

solevano

pubblicisti

nei

inserire

loro

ne sono come soffusi da un velo di piet),


(i quali
erano cautele da politici, che procurano di minare il ne-

scritti

mico senza

lasciarsi scorgere, di ferire coprendosi. Cautela

lodata, per es., nel Grozio da


(l'autore della

che celebra

il

dentice , quasi Messia

rale

dalla servit al

forza

di tutta la

uno dei seguaci della scuola

Pauco plenior iuris naturalis historia, 1719),


maestro come instrumentum divince provi-

venuto a redimere

super naturale

di tutta l'abilit

il

lumen natu-

e fornito perci*

occorrenti; talch,
caute versabatur

esperto delle persecuzioni scolastiche,


ne maius bilem adversus prudentiam naturalem

et

rationalem

ex latebris productam tara minis irritaret , e procedendo


a separare le leggi umane dalle divine, non prendeva di
fronte la scuola teologica con l'attaccarne gli errori fondamentali, anzi perfino la lodava nei prolegomeni dell'opera
Naturale
significava altres ci che comune agli
individui delle varie nazioni e stati onde, sotto l'aspetto

sua.

un ottimo motto d'ordine per riunire in


speranze e lotte comuni la borghesia dei vari:

pratico, forniva
certi desideri,

paesi. I trattati del diritto naturale furono, nel secolo deci-

mosettimo e nel seguente, per


nifesto dei comunisti e

il

grido

la borghesia, quel
:

do, unitevi , tentarono di essere

che

Proletari di tutto

Mamon-

il

il

perla classe operaia nel

decimonono.
In quanto quella scuola e quella pubblicistica erano mamoto pratico, l'interesse filosofico vi aveva

nifestazione di un

parte subordinata e ufficio sussidiario. Per questa ragione,

secondo luogo, le trattazioni del diritto naturale, filosoficamente considerate, non si levano di solito sopra un
in

chiaro

I principi, sui

popolare empirismo.

appoggiano, non sono approfonditi


estrinsecamente unificati;

e assai spesso

quali

si

neppure

concetti, che adoperano, sono

piuttosto rappresentazioni generali

la

forma della

tratta-

VI.

LA COSCIENZA MORALE

79

zione solo apparentemente sistematica. Qualcuno di quegli


procurava di collegare le sue dottrine giusnatura-

scrittori

con

listicbe

la

filosofia platonica,

stoica o cartesiana, ri-

saliva ad assiomi logici e metafisici,

duzione e del metodo

matematico.

si

giovava della de-

Ma

tutto codesto era

accostamento e non fusione, adornamento e non ravvivamento; e, tutt'al pi, valeva come prova di diligenza e di
seriet d'intenzioni.

La
tisti

per altro, implicita pi o

filosofia,

sero a elaborarlo speculativamente,


rito del

tempo, del quale

ci

si

meno

nei tratta-

che preaccordava con lo spi-

del diritto naturale ed esplicita nei

sono noti

filosofi

caratteri generali.

Cosicch terzo aspetto del giusnaturalismo fu, in etica, o


l'utilitarismo, ora pi o meno larvato ora apertamente
dichiarato, e a volta a volta ragionato con
tosto

matematizzante o

piuttosto

filosofia piut-

sensistica,

di

tendenze

materialistiche o di tendenze razionalistiche; ovvero (che

medesimo) un astratto e intellettualistico


moralismo, che minacciava di precipitare a ogni istante
quasi

il

nell'utilitarismo. Dal quale intellettualismo e utilitarismo,

combinati con l'impronta pratica e rivoluzionaria di quel


moto spirituale, che era rivolto piuttosto a un semplicistico
diritto

mente

da far trionfare che non a riconoscere quello realsvoltosi nella storia e ricco di tante forme e vicen-

de, derivava

il

quarto carattere di esso, cio la mancanza

l'antistoricismo della scuola, la quale


stabiliva l'astratto ideale di una natura umana fuori della
di senso storico,

storia

umana

non fusa e vivente

in questa.

Infine, borghese, anticlericale, utilitario o materialistico

com'era,

il

giusnaturalismo aveva un quinto e importante


trascendenza e la tendenza a

carattere, l'avversione alla

una concezione immanentistica dell'uomo


ciet. Carattere

nalmente,

poco

ma non

esplicato

pertanto

poco

e della

facilmente riconoscibile

complesso dei concetti di quella scuola.

so-

ragionato dottrinel

'

80

FILOSOFIA DEL VICO

Ora, l'ispirazione del Vico era genuinamente ed esclusivamente teoretica, punto pratica o riformistica; alta-

mente speculativo il suo metodo, e disdegnoso dell'empirismo; idealistico, e perci antimaterialistico e antiutilitaristico,

suo spirito;

il

la

sua gnoseologia anelante al concreto,


Per conseguenza, la sua dot-

al certo, e per storicizzante.

trina della ragion pratica, pure

prendendo

le

mosse dal

giusnaturalismo, doveva uscire diversa, anzi contraria a


questo, in tutti i primi quattro caratteri da noi enunciati.
E se in qualcosa coincideva (non nella via per pervenirvi,

ma

nel

risultamento), era appunto dove meno l'autore


nel carattere immanentistico e areligioso.

avrebbe voluto

Ma

poich

nostro proprio tema non gi la critica


naturale ebbe nel pensiero
il diritto

il

e modificazione che

del Vico,

si

bene questo pensiero

il filo

stesso,

sar opportuno,

della esposizione, seguire ordine alquanto

ripigliando
diverso da quello tenuto nel ricapitolare

vari caratteri

del giusnaturalismo, e cominciare dal vedere l'opposizione

Vico all'utilitarismo

del

scuola, e

la

dottrina

dichiarato o larvato

che egli

svolse

sul

di

quella

principio del-

l'etica.

due principali rappresentanti dell'utilitarismo nel secolo decimosettimo, che il Vico ha sempre innanzi agli occhi, sono l'Hobbes e lo Spinoza; ma ricorda insieme con
essi il Locke e il Bayle e, del secolo precedente, il MaI

chiavelli e, risalendo all'antichit, gli stoici col loro concetto del fato, gli epicurei con quello

del caso,

Cameade

col suo scetticismo, e perfino l'inconsapevole dottrina che

contenuta nel motto

Vce victis

capo dei Galli invasori di


sforzo

una

magnanimo

teoria che

le

Roma.

Brenno o
Hobbes ammirava lo

attribuito al

Dell'

nel cercare di accrescere la filosofia di

era mancata nei bei tempi della Grecia,

cio della teoria dell'uomo considerato in tutta la societ del

genere umano;

ma

diceva infelice l'evento,

fallito

il

ten-

LA COSCIENZA MORALE

VI.

tativo, che

81

(come anche quello del Locke) nel fatto risultava


L'Hobbes non si era accorto

assai prossimo all'epicureo.

che

egli

non

sarebbe potuto neppure proporre il suo


naturale dell'umanit, se il motivo

si

del diritto

problema
non gliene

fosse stato fornito per l'appunto dalla religione

comanda verso

cristiana, la quale

nonch

tutto

il

genere umano,

Agli stoici invece, al loro


fato e al loro determinismo onde furono incapaci a ragiola giustizia, la carit.

nare adeguatamente di repubblica e di leggi, a codesti


spinosisti dell'antichit , si
collegava idealmente lo Spinoza, del cui utilitarismo, diverso di spiriti tanto dal lo-

ckiano quanto

non sensu de

dall'

hobbesiano (perch

lo

Spinoza

la singolarit.

strinse lo Spinoza a ragionare di repubblica in

elevato,

mente,

rerum diiudcat

), non isfuggiva al Vico


che
debba dirsi, esso coMa, per singolare

veris

come

di

una societ che

sia di

modo poco

mercadanti

Quelle dottrine utilitarie, calunniose dell'umana natura,


parvero al Vico proprie di uomini disperati, che per la
loro vilt non ebbero mai parte nello stato, o per la loro
superbia si stimarono tenuti bassi e non promossi agli
onori dei quali per la loro boria si credevano degni; e anil povero Spinoza, il quale, non avendo,
niuna
ebreo,
perch
repubblica, mosso da livore, si sarebbe
dato a escogitare una metafisica da rovinare tutte le re-

nover tra costoro

mondo

pubbliche del

Severo

il

suo giudizio sulle con-

dizioni dell'etica ai suoi tempi, che era quale poteva essere


sulla

base di una metafisica meccanica e materialistica,

senza lume di

finalit. Cartesio fu affatto

sterile in quel
cose
che
poche
campo, perch
sparsamente ne lasci
scritte non compongono dottrina e il suo trattato delle Pasle

sioni serve piuttosto alla

mente

sterili

il

medicina che

Malebranche

Pascal, solitaria eccezione, sono


italiani,

B. Croce,

il

La

Pallavicino

filosofa

offri

il

alla

Nicole, e

morale; simili

Pensieri

del

pur lumi sparsi . Degli


appena un abbozzo di etica nel

di Giambattista Vico.

FILOSOFIA DEL VICO

82

suo trattato Del bene, e

il

Muratori, nella sua Filosofia

mo-

rale, fece

prova assai infelice.


L' utilit non principio esplicativo della moralit,,
perch proviene dalla parte corporale dell'uomo e, per
provenienza, caugevole, laddove la moralit, l' honestas, eterna. Derivare la moralit dall'utilit scamtale

biare l'occasione con la causa, fermarsi alla superfcie


non spiegare per nulla i fatti. Nessuno dei vari modi

nei quali
la

il

principio utilitario viene atteggiato dai

frode o impostura,

delle differenziazioni,

frode poteva

la

il

forza,

cio dell'organismo sociale. Quale


e trarre in inganno i supposti

mai sedurre

primi semplici e parchi posseditori di campi,

vano

affatto

ricchi,
bati,

del grave

quali vive-

contenti della sorte loro? Quale forza, se

pretesi usurpatori, erano pochi, e

molti?

filosofi,

bisogno, rende conto

Codeste spiegazioni

problema.

Quei

forti,

poveri,

sono giochetti,

deru-

indegni

quei potenti erano, in

realt, potenti d'altro che di sola forza; tanto che

si

fa-

cevano protettori dei deboli e oppugnatori delle tendenze


distruttive e antisociali: la loro legge era,

si,

di forza,

ma

a natura prcestantiori dlctata cosa che ben era lecito


ignorare al barbaro Brenno, ma non a uomini filosofi. La

forza creatrice e organizzatrice delle prime repubbliche


fa tutta umanit generosa, alla quale si debbono ri-

chiamare sempre gli Stati, quantunque acquistati con l'impostura e con la forza, perch reggano e si conservino;

conformemente
origini,

ma

al detto del Machiavelli di richiamarli alle

con l'intesa che

le origini

nella clemenza e nella giustizia.

profonde

si

trovano

Gli uomini sono tenuti

insieme da qualcosa di pi saldo dell'utilit. Societ d'uomini non pu incominciare e durare senza fede scambievole; senza che altri riposino sopra le altrui promesse e

acquetino alle altrui asseverazioni di fatti occulti. Si


pu forse ottenere questa fede col rigore delle leggi penali
si

LA COSCIENZA MORALE

VI.

contro la

menzogna? Ma

le leggi

83

sono prodotto della so-

ciet, e, perch sorga societ, necessaria quella fede


scambievole. Si dir, come dice il Locke, che si tratta di
un processo psicologico, pel quale gli uomini via via si

avvezzano a credere quando

altri loro

dica e prometta di

narrare la verit? Ma, in questo caso, quegli uomini gi


intendono l'idea di un vero, che basti rivelare per obbli-

gare altrui a doverlo credere senza niun documento


e

umano

principio psicologico dell'abitudine oltrepassato.


La causa vera della societ umana non , dunque, l'uti-

il

quale favorisce soltanto, come occasione, l'azione


della causa, e fa si che gli uomini, per natura sociale dela

lit,

boli e indigenti, e divisi dal vizio di origine, si

celebrare la loro natura sociale,

secondo

Cose,

che non muta;

circostanze

fatti,

e di qui

traggano a

rebus ipsis dictantibus

pomponiana, che

la forinola

dilezione.

il

mutano

l'illusione

Vico ripete con pre-

degli

nella moralit

che

utilitaristi,

guardano dall'esterno e si tengono alle apparenze e vedono


il mutamento e non la costanza. L'omicidio vietato
ma
;

d a colui

quale, minacciato nella


non
altrimenti
salvarsi, uccide l'ingiusto
vita,
potendo
non
mutevolezza
del criterio morale
aggressore,
importa

l'approvazione che

si

il

circa l'omicidio, perch, in quelle particolari circostanze,

non

si

che

l'

ma

tratta, in realt, di omicidio,

di

pena capitale

ingiustamente aggredito, trovandosi in solitudine,


infligge quasi per tacita delegazione sociale. Il furto
vietato;

ma

colui che, per

un pane, non viola

la

tenersi

moralit,

in vita,

prende altrui

perch esercita un

di-

fondato sull'equobono.
La sola filosofia che porti con s una vera etica sem-

ritto

bra

al

Vico

la platonica, risalente a

sico, l'idea eterna che educe

da

un principio metafi-

e crea la materia;

laddove l'etica aristotelica fondata sopra

che conduce a un principio

fisico, alla

una metafisica

materia, dalla quale

FILOSOFIA DEL VICO

84
si

educono

laio

forme particolari facendo

le

che lavori

di

Dio un vasel-

cose fuori di s. L'etica dei giureconsulti

le

romani abbonda, senza dubbio, di splendidi aforismi, ma


non altro che una semplice arte di equit, insegnata con
innumerabili minuti precetti di giusto naturale, che quelli
indagavano dentro le ragioni delle leggi e la volont del

non pu considerarsi come filosofia morale, dove fa d'uopo procedere da pochissime verit eterne,
stabilite in metafsica da una giustizia ideale. Per ragioni
analoghe il Vico non poteva appagarsi del Grozio e degli allegislatore; epper

tri

giusnaturalisti

sima, cio che

circa

quali nota in genere cosa veris-

grossi volumi recano,

loro

si,

titoli

ma-

ma poi non contengono nulla pi di ci che volgarmente risaputo. Se si pesano i principi del Grozio con
gnifici,

la bilancia esatta della critica, risultano tutti piuttosto pro-

babili e verisimili che necessari e invitti. Nella questione

punto giusto, non distinguendo l'occasione dalla causa; n inchioda , ossia non
definisce, l'antichissima disputa se il diritto sia in natura o
dell'utilit

il

Grozio non coglie

il

solo nelle opinioni degli uomini, nella quale filosofi e teo-

logi ancora

contendono con

curo; propone l'ipotesi

semplicioni ,
poich quei suoi

ma

si

lo scettico

Cameade

con Epi-

degli uomini primitivi che siano

dimentica affatto di ragionarla. E


, accortisi dei danni della

semplicioni

vengono alla vita comune, e questa determinazione loro dettata dall'utilit, il Grozio scivola
anche lui, senza avvedersene, nell'utilitarismo e nell'episolitudine bestiale,

cureismo.

Ma il Vico, invece, alla domanda se il diritto sia per natura o per convenzione risponde con la solenne dignit
Le cose fuori del loro stato naturale n vi si
adagiano
:

n vi durano

Alla

domanda donde nasca

la societ

ri-

sponde richiamando il senso umano, la coscienza, il bisogno


che ha l'uomo di salvarsi dal nemico interno che gli

LA COSCIENZA MORALE

VI.

85

rode il petto. L'origine certamente nel timore, ma nel


timore di s stesso, non della violenza altrui; nel rimorso che punge, nel pudore che tingendo di rosso il
volto dei primi uomini fa risplendere per la prima volta la

moralit sulla terra.

Dal pudore nascono tutte

le

virt,

l'onore, la frugalit, la probit, la fede nelle promesse, la

verit nelle parole, l'astensione

dall'altrui,

Celebrando la societ, l'uomo celebra

la

la

pudicizia.

natura umana.

Il pudore o coscienza morale, tradotto nella corrispondente scienza empirica, d il senso comune degli uomini d'intorno alle umane necessit o utilit, che

la fonte del

diritto

naturale delle

genti.

Questo senso

un giudizio senza alcuna ri(dice


flessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da
tutto un popolo, da tutta una nazione e da tutto il genere
umano. Giudizio senza riflessione non veramente giudizio,
dal quale la riflessione inseparabile; non giudizio anche
perch sentito e non pensato. Ma non neppure quello

comune

il

Vico)

che poi si disse sentimento , termine vago, ignoto al


Vico non meno che alla filosofia tradizionale. piuttosto

un atteggiamento pratico
dividui viventi

in

che, simile a un di presso negl' incondizioni simili, produce i simili co-

stumi dei vari gruppi sociali, da quelli di una classe particolare a quelli dell'intera umanit. Atteggiamento affatto

spontaneo (e, anche per questo definito privo di riflessione),


onde i costumi si generano dall'interno e non dall'esterno, e sono simili senza che siano copiati gli uni dagli altri

senza prendere esempio l'una nazione dall'altra ). Attraverso quel senso comune la coscienza morale s'incor-

pora in compatti e resistenti istituti; ed esso accerta


di sua natura incertissimo.

l'umano arbitrio, che

VII

Morale e religione

M.

.a il timore interno, il pudore, la coscienza morale


svegliata negli uomini dalla religione: il timore timore
di Dio, il pudore vergogna innanzi a lui. Gli uomini pri-

mitivi errano per la terra solitari, selvaggi, feroci, senza


lingue articolate, senza concubiti certi, in preda alle loro
disordinate violentissime passioni; piuttosto che uomini,

bestioni

Chi

li

Donde verr

frener?

il

soccorso che

vicenda? Non possono inuomini sapienti, che non si sa donde o come


s'introdurrebbero in mezzo a loro; non pu salvarli l'intervento di Dio: Dio si ritirato nel suo popolo eletto
loro impedisca di distruggersi a

dirizzarli

e non ha nessun commercio con la restante umanit, con


l'umanit gentilesca. Ma quei bestioni son pur uomini:
Dio, nell'abbandonarli, ha lasciato nel fondo del loro cuore

una

favilla dell'esser suo.

Ecco:

il

cielo fulmina,

bestioni

fermano, temono; si accende in loro la confusa


stupiscono,
idea di qualcosa che li supera, di una divinit. Ed essi pensi

sano, o piuttosto immaginano, un primo Dio, un Cielo o


un Giove fulminante; e a quel Dio si rivolgono per placarlo

o per invocarlo a soccorso.


corritore

Ma

debbono conformare

tento: umiliarsi alla divinit,

per placarlo e averlo socpropria vita a questo in-

la

domare

l'orgoglio e la fie-

FILOSOFIA DEL VICO

SO

rezza, astenersi da certi atti, compierne altri. Dal pensiero


della divinit riceve forza

dunque

il

conato

ossia la li-

bert, che propria della volont umana, di tenere in


freno i moti impressi alla mente dal corpo per acquetarli
o per dare loro altra direzione. E con questi atti di do-

con la libert, nata insieme la motimore di Dio ha posto il fondamento alla

minio sopra s
ralit:

il

stesso,

umana. La terra si copre di are; le grotte dei suoi


monti, dove il maschio trascina ora la femmina, vergognoso
dei concubiti innanzi al volto del Cielo o di Dio, assistono ai
vita

primi

riti

della terra
corpi.

proteggono le prime famiglie; il grembo


apre ad accogliere il pio deposito dei morti

nuziali,
si

Le prime

religioso,

e fondamentali istituzioni etiche

matrimoni, sepolture

culto

sono sorte.

Questa potenza etica- e sociale dell' idea di Dio si riafferma nel corso della storia posteriore perch, quando i
;

popoli sono infieriti con le armi, e nessun potere hanno


pi sopra di loro le umane leggi, l'unico mezzo di ridurli
. la

religione. Si riafferma nello svolgimento individuale

della vita

umana:

menti insegnare

ai

fanciulli, infatti,

la piet

non

si

altri-

pu

che col timore di qualche divi-

nit; e, nella disperazione di tutti

soccorsi della natura,

l'uomo desidera un essere superiore che lo salvi, e questo


essere Dio. Tutte le nazioni credono in una divinit
provvidente: popoli che vivano in societ senza alcuna
coscienza di Dio, per es., in alcuni luoghi del Brasile, in
Cafra, nelle Antille, sono novelle di viaggiatori, che pro-

curano smaltimento
Se cosi

con mostruosi ragguagli.


certamente), nessuna dottrina

ai loro libri

(e cosi

pi stolta di quella che pretende concepire morale e civilt senza religione. Come delle cose fisiche non si pu
avere certa scienza senza la guida delle verit astratte
fornite dalle matematiche, delle

cose morali non

si

pu

senza la scorta delle verit astratte metafisiche, e perci

VII.

MORALE E RELIGIONE

89

senza l'idea di Dio. Quando si spegne o si oscura la coscienza religiosa, insieme si spegne e si oscura il concetto
di

societ

di

stato.

Ebrei, cristiani, gentili e

maomet-

tani ebbero quel concetto, perch tutti credettero in qual-

che divinit, sia come mente infinita libera, sia come pi


mente e di corpo, sia come un unico Dio,

di composti di

mente
gli

infinita libera in

corpo

infinito.

epicurei, che attribuivano a Dio

corpo
fato.

il

caso;

gli

stoici,

che

lo

Ma non
fecero

E ottimamente Cicerone diceva ad

non potere

con

lo

ebbero

corpo e col

solo

il

soggetto al

Attico, epicureo,

ragionamento intorno alle


leggi, se prima non gli concedesse che vi sia provvidenza
divina. L'Hobbes, che rinnovava l'epicureismo, e lo Spidi

istituire

lui

noza, rinnovatore dello stoicismo, si visto che non intesero nulla di quel che siano societ e stato. Tra gli emp

uomini primitivi, brutti,

irsuti,

squallidi, rabbuffati, do-

vrebbero andarsi a disperdere quei dotti dalla sfumata


letteratura , e a capo di essi Pietro Bayle, che sostengono
che senza religione possa vivere, e viva di

fatto,

umana

societ.

La manchevolezza
argomento della

nell'

idea di Dio altres

critica che

il

Vico

muove

il

due

principale
di coloro

che egli altamente onorava come principi del diritto


naturale,. al Grozio e al Pufendorf. N l'uno n l'altro (egli

primo e proprio principio la provviGrozio non gi che propriamente la neghi, ma, per lo stesso grande affetto che porta alla verit , per meglio assodare la necessit razionale dell'umana
societ, ne vuol prescindere, e professa che il suo sistema
dice) statuisce per

denza divina.

Il

regga, tolta anche ogni cognizione di Dio; onde il Vico


socinianismo, perch pone la naturale inno-

lo taccia di

cenza in una semplicit di natura umana. Peggio il Pufendorf, il quale addirittura sembra sconoscere la provvidenza
e comincia con

un'ipotesi scandalosa ed epicurea, suppo-

FILOSOFIA DEL VICO

90

nendo 1' uomo gettato in questo mondo senza niun aiuto e


cura di Dio (senza neppure quella scintilla chiusa in petto,
che si dilater in fiamma morale); della qual cosa essendo
stato

(dallo Schwartz), cerc

ripreso

una particolare dissertazione


giunse a scorgere

di giustificarsi

(l' Apologia del 1686),

con

ma non

principio vero che solo rende possi-

il

bile spiegare la societ.

Ora perch mai, essendoci note tutte codeste energiche


affermazioni e polemiche del Vico sulla condizionalit reabbiamo asserito che il solo punto in
veramente d'accordo col Grozio, col Pu-

ligiosa della morale,

cui egli

si

trovi

fendorf, e in genere con la scuola del diritto naturale,


la

concezione affatto immanente dell'etica?

ben
dai

si

Vico non

il

osservi,

giusnaturalisti

al

Perch, se

metodo tenuto

oppone
che anzi anch'egli costruisce

scienza della societ

umana

si

prescindendo, come

il

la

sua

Grozio,

da ogni idea di Dio, e, come il Pufendorf, ponendo l'uomo


senza aiuto e cura di Dio, cio prescindendo dalla religione rivelata e dal Dio di essa. Come per quei due, materia della sua

prannaturale,
eletto,

il

indagine

il

diritto

il

diritto naturale e

non

il

so-

non quello del popolo


che sorge spontaneo nelle caverne e non

diritto delle genti e

quello che scende gi dal Sinai. L'opposizione del Vico


(da lui esposta con la consueta confusione e oscurit) si

aggira non sopra codeste affermazioni, ma sul concetto


stesso di religione. La religione, insomma, della quale
egli parla,

lavano,

il

non

la

Grozio e

medesima
il

di cui parlavano, o

non par-

Pufendorf.

Religione, come gi sappiamo, vale per il Vico non gi


rivelazione ma concezione della realt; o che si affermi,

come

nei tempi della

mente

tutta spiegata, in

forma di

metafisica intelligibile, e mova dal pensiero di Dio per


schiarire la logica nei suoi raziocini e discendere a pur-

gare

il

cuore dell'uomo con la morale; o che

si

affacci,

MORALE E RELIGIONE

VII.

91

come

nei primordi dell'umanit, in forma di metafisica poetica. Dalla religione rivelata, quando si ricerchi il fonda-

ma in qual
si pu ben prescindere
che tutda
naturale,
quella religione
potrebbe
t'una cosa con la coscienza della verit? Plutarco, descrivendo le primitive religioni spaventevoli, pone in problema se, invece di venerare cosi empiamente gli di, non samento

modo

della

morale,

si

rebbe stato meglio che non fosse esistita religione alcuna;


ma egli dimentica che da quelle fiere superstizioni si svolsero luminose civilt e sull'ateismo

non crebbe mai

nulla.

Senza una religione, mite o feroce, ragionata o immaginosa, che dia l'idea pi o meno determinata e pi o meno
elevata di qualcosa che superi gl'individui e in cui gli individui tutti

si

raccolgano, mancherebbe alla volont mo-

rale l'oggetto del suo volere.

quello che abbiamo disecondo significato, pratico o etico, della

a questo punto

stinto

parola

come

il

religione

vendica e giustifica
gli

di;

o,

si

chiarisce

nel Vico. Nel qual significato egli ridetto degli emp che il timore fece

il

anche, addita la radice della religione nel deuomini hanno di vivere eternamente, mossi

siderio che gli

da un senso comune
loro mente.

La

d' immortalit nascosto nel

religione

fondo della

in questo secondo significato,

un

fatto pratico ossia la moralit stessa,


era la verit stessa.

come nel primo

Intesa dunque la religione dal Vico o (nel primo significato) come condizione o (nel secondo) come sinonimo della
moralit, chiaro che, col censurare

il

"Grozio e

il

Pufen-

dorf per la loro trascuranza di questo importantissimo


concetto, egli non faceva altro in sostanza che ribadire la

moralismo e

critica all'insipido

quei due pensatori.

pel

tre volte ricorso all'efficace

gione. Perch se

alla

al

larvato utilitarismo di

medesimo

fine

ebbe anche

strumento del concetto di

filosofa

attribu

talora

al-

reli-

l'ufficio

di

FILOSOFIA DEL VICO

92

genere umano sollevando e reggendo l'uomo caduto, tal'altra giudic che essa sia piuttosto adatta a ragionare, e che le massime ragionate dai filosofi intorno alla
il

giovare

morale servano solamente all'eloquenza per accendere i


sensi a compiere i doveri della virt, laddove solo la religione efficace a far virtuosamente operare. Nella scienza
empirica, poi, che corrisponde a questa parte della filosofia

dello spirito,

religione (o

prima

il

Vico, mutate in due epoche storiche la


poetica) e la filosofia, fatto della

metafisica

carattere dell'epoca

il

barbarica e della seconda

quello dell'epoca civile, ovvio che dovesse sostenere, come


sostenne, che sola fondatrice di ogni civilt e della stessa
filosofia

religione, e rigettare

la

il

detto (che egli,

non

senza ritoccarlo, attribuiva a Polibio) che, se ci fossero al


mondo filosofi, non farebbero uopo religioni. Come potrebfilosofi (egli obietta), se prima non sorgano le
repubbliche ossia le civilt? e come le repubbliche potrebbero sorgere, senza l'opera delle religioni? Quel detto si

bero sorgere

deve dunque invertire: senza religione, nessuna filosofia.


la religione, fa la provvidenza divina, che addimestic

Fu
i

figliuoli dei

Polifemi e via via

Aristidi e dei Sperati, dei

Anche

il

per

ridusse all'umanit degli

concetto dello stato ferino, che nei libri dei

giusnaturalisti serviva
lico, sia

li

Lel e degli Scipioni Africani.

da

ipotesi e

isvolgere la trattazione

da espediente didasca-

indipendentemente dalla

teologia mistica senza sollevare troppi scandali, sia per in-

sinuare

le

loro

teorie

utilitaristiche, nel

Vico ricompare

nuovo contenuto. Cattolico di pure inavendo


dato
tenzioni,
pace al suo animo col separare la
rivelata
da
quella umana, egli in grado di assureligione
mere lo stato ferino come vera e propria realt. Verit
con nuovo

ufficio

ideale, in quanto rappresenta nella dialettica della co-

un momento necessario per la genesi della


momento premorale); realt storica ed empi-

scienza pratica

moralit

(il

VII.

rica,

MORALE E RELIGIONE

come approssimativa condizione

riodi di anarchia e fermentazione

della civilt o

seguono

93

di fatto in quei pe-

che precedono

il

sorgere

alle crisi di queste. I giusnaturali-

facevano ossequio, ora pi ora meno, alla dottrina tradizionale della chiesa, cio che l'umanit gentilesca, nella

sti

dispersione seguita alla confusione babelica, avesse portato seco un residuo di religione rivelata, un vago ricordo
del vero Dio, donde l'origine della vita sociale e degli
di

e bugiardi,

falsi

ragione

come

barlume del Dio vero e per questa


veniva proposto nel loro sistema
;

lo stato ferino

astratto e irreale.

Il

Vico eseguiva sul serio

la distin-

zione tra ebrei e gentili, e concepiva lo stato ferino come


privo di ogni aiuto che provenisse dall'anteriore rivelazione: uno stato nel quale l'uomo era, per cosi dire, da
solo a solo con le proprie sconvolte e turbolente passioni.

Stato

di

fatto

senza moralit,

ma

(diversamente che

nell'ipotesi

utilitaria) tutto

dal quale

esce col farsi esplicito di questo implicito.

si

esce

si

naturalmente

pregno

di esigenze

non gi per

morali, e

effetto della

Ma

grazia

divina: la vera grazia divina la stessa natura umana,


a cui partecipano i gentili al pari degli ebrei, tutti irraggiati nel volto da un lume divino.
L'uomo ha libero arbitrio, ma debole, di fare delle pase nel suo travaglio verso la virt aiutato
naturale da Dio con la provvidenza. Di certo,

sioni virt;
in
il

modo

Vico non intende disconoscere l'efficacia altres della di-

retta e personale

grazia divina; ma,

col suo solito

me-

todo, la separa dalla provvidenza naturale, che sola g' im-

porta e sola considera. A lui piacque sempre, per quel che


concerneva le controversie sulla grazia, di tenersi lontano
dai due estremi, tipicamente rappresentati, secondo

pelagianismo e dal calvinismo; e fin

lui,

dal

da giovane, studiando

opere del Ricardo (il gesuita Stefano Deschamps), teologo della Sorbona, ne accett la dimostrazione circa l'ecle

FILOSOFIA DEL VICO

94

cellenza della dottrina agostiniana, appunto perch media


tra quegli estremi. Siffatta temperata dottrina gli sembrava

propria (diceva) per meditare un principio di diritto naturale delle genti, che

diritto ro-

mano

nel

spiegasse l'origine del


ogni altro gentilesco, e per tenersi
stesso in accordo con la religione cattolica. Era
concedere che vi sia una nazione privilegiata,
e di

tempo

disposto a
l'ebrea; e

che l'uomo cristiano, nella lotta contro le passioni, sia pi.


forte del non cristiano, perch, dove non giunge la grazia
naturale, pu essere soccorso dalla soprannaturale. Ma, infine,

il

miracolo

miracolo, e

la

Scienza nuova non

scienza di miracoli.

Che
al

non

tale

terzo dei

tre

sia,

confermato dalla critica del Vico

principi

vanni Selden, celebre


poi, autore del

nam

De

ai

del

suoi

diritto

naturale, a Gio-

tempi quanto dimenticato

iure naturali

et

gentium iuxta

discipli-

hebrceo'um (1640). Diversamente dal Grozio (e avver-

sario di lui

anche in

anzi sublimava l'efficacia


sibilit

Selden non negava


della religione, n concepiva pos-

altre questioni),

il

alcuna di vita morale e civile per

fuori della rivelazione.

La

quale, fatta

il genere umano,
da Dio al popolo

ebreo, da questo sarebbe passata ai gentili per molteplici


vie di trasmissione: Pitagora, per es., avrebbe avuto per

maestro Ezechiele

Aristotele, al

tempo

in Asia, si sarebbe stretto

di Alessandro

della spedizione
in amicizia con

giusto; a Numa Pompilio sarebbe giunta qualche


notizia della Bibbia e dei profeti. C'era di che soddisfare

Simone

il

ogni animo di credente, che

si

ritraesse timoroso dai libri

degli altri giusnaturalisti avvertendone le tendenze eterodosse. Ma il Vico non vuol sapere di codesto sistema ultrareligioso.

Pufendorf

Se
la

Grozio prescindeva dalla provvidenza e il


sconosceva, il Selden aveva il torto (egli dice)

il

supporla, di farne cio un deus ex machina, senza spiegarla con V intrinseca natura della mente umana. Contrario
di

MORALE E RELIGIONE

VII.

alla filosofia, quel sistema

95

non era meno contrario

alla storia

quale anche per gli ebrei ammette in certo modo


un diritto non rivelato ma naturale, e solamente perch
sacra, la

essi

ne persero coscienza nel tempo della schiavit d'Egitto,


diretta di Dio con la legge data a

fa intervenire l'opera

Mos;

non era conforme,

nell'asserita trasfusione di

cognizioni e leggi dagli ebrei nei gentili, a quel che dice

Flavio Giuseppe degli ebrei, sempre restii a qualsiasi contatto con popoli stranieri, e a quel che il Vico supponeva
fosse detto anche a questo proposito da Lattanzio, come in

genere era privo di qualsiasi pi elementare sussidio di documenti. Cosicch la conclusione del Vico sempre la medesima: gli ebrei si giovarono altres di un aiuto straordi-

nario del vero Dio,

ma

le restanti

nazioni s'incivilirono

per opera dei soli lumi ordinari della provvidenza.


Se poi il Vico interpetrasse esattamente il Grozio e
il Pufendorf ed esattamente ne riferisse le parole, queper noi di lieve peso, perch non tanto
modo nel quale il Vico espose e giudic gli

sito

e'

importa

il

altri filosofi,

idee che egli sostenne pur attraverso i suoi fraintendimenti storici, che, a dir vero, non sono pochi. Tut-

quanto

le

tavia, sar

bene indicare di volo, circa

possono incontrarsi su questo punto,

la

le

difficolt

che

soluzione che a

noi sembra plausibile. Senza dubbio, chi, dopo aver letto


le

censure del Vico, apra il De iure belli et pacis e vi trovi


il Grozio include espressamente fra i suoi tre principi

che

fondamentali, accanto alla ragione e alla socialit, la volont divina, e che quel suo prescindere da Dio suona poco
pi di una semplice frase enfatica a significare la forza della
avrebbero efficacia etiamsi

socialit e della ragione (le quali

daremus non
umane,

esse

Deum o
summo

sine

quod
Pufendorf e

che Dio non

si

curi delle cose

scelere davi nequit >);

chi

apra
pi solenne rifiuto dell'ipotesi groziana, empia ed assurda, e la dichiarazione che le
il

vi legga

il

FILOSOFIA DEL VICO

96

leggi naturali resterebbero sospese in aria, prive di forza,


senza la volont di un Dio legislatore
pu essere tratto
;

a tacciar

il

Vico di poca diligenza o di strana puntiglioche muove a questi suoi prede-

sit ortodossa nella critica

Ma il Vico, in verit, non sapeva che cosa farsi di


un Dio messo accanto alle altre fonti della moralit, o
messovi disopra come una superflua fonte della fonte;
cessori.

che cercava Dio nel cuore dell'uomo, sentiva e scorgeva l'abisso che lo separava da coloro che non l'avevano
pi nel cuore e appena, per abito o per prudenza, lo serbaegli,

vano nelle parole. Pi sottilmente si potrebbe domandare


perch mai, se il Vico era d'accordo coi giusnaturalisti
nel prescindere dalla rivelazione, e se egli, anzich rigettare, approfondiva la loro superficiale dottrina immanentistica, si atteggiasse

a loro risoluto avversario e facesse la

voce grossa e insistesse presso prelati e pontefici nell'attribuirsi il vanto di aver esso pel primo formato un si-

stema del

diritto naturale, diverso

da quello dei

tre autori

protestanti e adatto alla chiesa romana. L' ipotesi che operasse cosi per politica cautela la proporremmo, se, invece di
lui,

avessimo innanzi, per

ma

furbo frate, un

es.,

un appassionato

Tommaso Campanella; ma

magnanimo
la

candida

personalit del Vico la esclude affatto, e solo si pu concedere che, poco chiaro com'era sempre nelle sue idee, questa

adagiasse alquanto nella poca chiarezza e, trasportato dalla sua calda fede, alimentasse le sue illusioni, fino
volta

si

a idoleggiarsi dentro di s con la veste di defensor ecclesia


nell'atto stesso che soppiantava la religione della chiesa

con quella dell'umanit.

Vili

Morale e diritto

D<"opo

che tanto lume di originalit rifalso ai nostri occhi, non ci* riesce possibile fermare lo sguardo su
quelle dottrine e classificazioni etiche che il Vico attinse
alla filosofa tradizionale e mise soprattutto nel primo libro
del Diritto universale', quantunque esse per l'appunto riescano assai care a non pochi lettori e siano divenute quasi

popolari per

Ohe Dio

le

continue citazioni che ne sono state

sia posse, nosse, velie infinitum

nosse, velie finitura

pubblica o Stato
infra

quod tendit ad

sia

nemini reddere rationem

come

Dio, e poich

debba

fatte.

e l'uomo .posse,

in finitimi

di

immgine

nil super ius habet ,

se,

che

la re-

omnia

uni Deo, prceterea


Dio inerisce

la libert di

alla sua eterna ragione, cosi lo Stato liberamente ubbidisca


alla legge

da esso stesso

stabilita

che

comandando

litates dirigat et excequet ,

delle repubbliche quasi architetta alle

la giustizia

uti-

nella costruzione

due

giustizie parti-

commutativa e distributiva, due fabre divine che


misurano le utilit con le due misure eterne, aritmetica e

colari

geometrica,
est

ustum

oltre che

sicch

quum

eligis

quod
;

poco originali,

ci

bene possano adornarsi dei


B. Croce,

La

filosofa

est

cequum cum

metiris,

queste e altrettali

idem

sentenze,

sembrano o fallaci o vuote, sebnomi ora di Aristotele ora del

di Giambattista Vico.

FILOSOFIA DEL VICO

98

Campanella ora

di altri filosofi antichi o del

Einascimento,

Se, per dirne una, la giustizia consistesse in misurazioni,


una filosofia della giustizia non farebbe d'uopo, dovendo

bastare le scienze del calcolo e della misura.

Il

Vico me-

desimo, in un punto, svela involontariamente e ingenuamente il circolo vizioso di quella metafora scambiata per
concetto,
tra loro

dicendo che

egualmente

gli

uomini debbono

le utilit,

giusta differenza ove si tratta


per serbar l'egualit .

comunicare

solamente serbata una


e questa stessa

di meriti,

Meglio che queste viete forinole, gioverebbe andare raccogliendo le frequenti e acute osservazioni di psicologia

morale che
istile

riso,

trovano sparse nei suoi scritti, espresse in


lapidario; o ricordare la sua poco nota teoria sul
si

che egli faceva nascere dall'aspettazione delusa e dalla


mente e che perci negava cosi all'ani-

debolezza della

male come all'uomo perfetto, considerando l'uomo che ride


come un satiro o fauno, medio tra la 'bestia e l'uomo.

Ma, astenendoci da questa raccolta che estranea al


nostro intento, noteremo piuttosto che, anche nelle sopra -

menzionate comuni distinzioni e

un qualche merito;
nel tempo stesso che

classificazioni,

di

il

Vico ha

riconoscere,

per l'appunto,
propone, il necessario confondersi
e identificarsi di tutte o di molte tra quelle distinzioni. Cosi,

distinte le

due

cio,
le

giustizie, le tre virt e

col dichiarare che

codeste dualit,

tre diritti, finisce

trinit

e molteplicit

fanno tutt'uno.

tutt'uno fanno per lui anche giustizia e virt, giacch quella forza del vero o ragione umana, che virt in

quanto pugna con la cupidit, la medesima giustizia in


quanto dirige e agguaglia le utilit. Il che vuol dire che
almeno nella esposizione sistematica
il Vico non distinse,
del Diritto universale, il diritto dalla morale: distinzione
che, in verit, ebbe poco rilievo nel giusnaturalismo e ap-

MORALE E DIRITTO

Vili.

pena adombrata (per


e di

un meno

es.

nel Grozio)

99

come

quella di un pi

di moralit. Affatto moralistica, e dedotta dal

concetto etico di rimorso, altres la dottrina vichiana


della pena, la quale, inflitta dalle

che

leggi,

non sarebbe per

supplemento sociale alla coscienza individuale nel caso in cui non si purga da s per mezzo del

lui altro

il

rimorso e della pena interiore.

Ma

il

problema del rapporto tra

presso

pili,

dalla

il

morale quanto

diritto e

Vico, assente dalla formolazione teorica e

trattazione

sistematica, tanto

osservazioni particolari e circola,

Scienza nuova.

N poteva

si

pi presente nelle

pu

dire, in tutta la

essere altrimenti, atteso che quel

rapporto rimanda alla distinzione tra la volont morale e


forme di volont inferiori o anteriori; e noi sappiamo

le

che

il

Vico era da tutte

le

sue tendenze portato a profon-

darsi dentro la regione inferiore e oscura dello spirito, cosi

conoscitiva

come

come

pratica, cosi della fantasia

dell'ar-

bitrio e della passione.

se

Delle passioni avverti sempre la somma importanza; e


il darsi loro in preda, e se
giu-

non poteva approvare

dic sempre la morale epicurea una morale da sfaccendati chiusi nei loro orticelli , non approvava nemmeno
le

morali troppo austere, come quella degli

altra via riusciva anch'essa a

morale da

stoici,

che per

solitari

non

da uomini viventi in repubblica. Lo stoicismo predica, si,


un giusto eterno e immutabile e vuole l'onest norma delle
azioni

umane; ma convelle

la

natura umana,

la

disumana,

l'annienta e la induce alla disperazione pretendendola affatto insensata alle passioni, sconoscendo le utilit e necessit di natura corporea, inculcando quella

massima

pi

dura che ferro, che i peccati siano tutti eguali e che


tanto pecchi colui che batte uno schiavo quanto chi uccide
il padre. Anche il
giansenismo gli dov suscitare nell'animo
gli stessi

dubbi, se lamenta che

in odio della probabile,

FILOSOFIA DEL VICO

100

Francia

in

s'irrigidisca

ma

losofi solitari,

morale. Non

la cristiana

fi-

quelli politici bisogna seguire, e princi-

palmente i platonici, i quali riconoscono che si debbono,


non gi sradicare, ma moderare le umane passioni e farne

umane

virt. Cosi dalla ferocia, dall'avarizia, dall'ambii


tre vizi che corrono attraverso tutto il

zione, che sono

Provvidenza trae

la

genere umano,

merca-

la milizia, la

tanzia e la corte, ossia la fortezza, l'opulenza e la sapienza


delle repubbliche: di quei tre grandi vizi, che distrugge-

rebbero l'umana generazione sulla terra, plasma

la civile

felicit.

Anche circa le
sono n buone n
tali

utilit

il

Vico osserva che

ex

se

non

nenue turpes neque honestce ),


diventando solamente nel loro rapporto con la coscienza

morale

( sed

cattive

earum

incequalitas

est

tarpitudo, cequalitas

sua scienza empirica, propugna


). Nella
Grozio un ius naturale prius, al quale si riferi-

aittem honestas

contro

il

scono la tutela della propria vita e la procreazione ed educazione della prole, e lo ravvicina aH'&St&popev degli stoici.
Che esso non abbia autorit morale provato da ci, che
il

diritto

che

succede nell'ordine genetico,

gli

turale posterius (da Giustiniano definito


ratio inter

omnes homines

pevceque custoditur

constituit

et

il

ius na-

quod naturalis

apud omnes

gentes

prius iure, vince nel conflitto tra

due e segna quello anteriore della nota d'immutabilit.


Ora, sebbene questo diritto naturale primo sia esemplificato e definito in modo soltanto empirico, che cosa mai
esso , in abbozzo, se non il mero diritto, il diritto non
i

ancora eticizzato?

Ma dove
il

diritto

pi propriamente

come

distinto dalla

si

annida, presso il Vico,


concetto del

morale nel

certo: parola questa usata da lui in molteplici significati,


non bene sceverati n messi in armonia n dedotti l'uno
dall'altro,

bench

tutti

un

po' confusamente

si

raccolgano

MORALE E DIRITTO

Vili.

come abbiamo

sotto

visto,

flessa.

Il

quello

della

generale

forma

forma

quanto distinta dalla

in

spontanea dello spirito

101

ri-

certo, nella sua accezione pratica, vuol dire, tra

opposizione al vero della volont, ed , insomma,


la forza di fronte all'equit e alla giustizia, l'autorit di

l'altro,

mera volont di fronte alla volont


morale. Tale distinzione nasce piuttosto nella nostra mente, che non sia nelle parole del Vico; il quale distingue
e non distingue, e, affermato, per es., che certuni ab auctofronte alla ragione, la

ritate est, veruni

auctoritas

cum

a ratione
ratione

subito dopo afferma altres che

omnino pugnare non

potest, nani ita

leges essent, sed monstra legum . Tuttavia, per effetto


di questa trattazione del certo, la Scienza nuova gli parve

non

che contenesse una filosofia

(soggiungeva)
dicono i morali teologi

quale

giustizia esterna, che

E, cio, connetteva

la

dell'autorit;

fonte della

il

il

concetto

del certo con la distinzione e la terminologia dell'esterno


e dell'interno, gi in uso nella

morale scolastica, e che,

adoperate circa quel tempo da Cristiano Tomasio, senza


troppo merito filosofico di costui erano destinate a dare

avviamento all'indagine

filosofica dei

rapporti tra diritto

e morale.

ma

Altro

che

quel

gum
con

la

il

chiama

lettera che

dura

ma,

affine significato del

si

in contrasto

formula

leggi,

con

tuttavia

ha

la

la

della legge in quanto /legge, la quale, de-

un vero contenuto

etico, serba

pur sempre

valore che le viene dall'imperio della volont.


delle

leggi (scrive

il

Vico)

Il

lo dir lor

il

certo

un'oscure zza della ra-

gione unicamente sostenuta dall'autorit, che le


sperimentare dure nel praticarle e Siam necessitati
carle per

le-

ragione e
sua peculiare efficacia
sed certa; durum,sed scriptum est . E, insom-

valore

stituita di

certo pratico nel Vico

lettera delle

pu stare

morale, e
lex,

la

certo, che in buon

ci

fa

prati-

latino significa

FILOSOFIA DEL VICO

102

particolarizzato,

come

o,

scuole

le

dicono,

indivi-

Vico intravvede in qualche modo perfino


carattere individuale, che all'origine di ogni legge.

duato

Il

il

Il

legibus, non exemplis iudicandum precetto relativamente tardo: le prime leggi furono, per l'appunto, exem-

pla

reali

esemp

esemplari. Dagli

castighi

quelli ragionati, dei quali si valsero e si

e la rettorica;
intelligibili, si

e,

quando poi furono

derivarono

valgono la logica

intesi gli

universali

riconobbe che la legge dovesse avere carat-

tere di universalit.

La

societ primitiva che

giuridico, quasi

il

il

Vico ritrae,

nel suo aspetto

mito del diritto mero ossia della forza

Un tempo furono uomini di sformate forze di


ed
altrettanto stupidi d' intendimento, i quali stimacorpo
vano divina ogni forza superiore alla loro umana (e quepratica.

sto era

il

non

loro diritto); e gli di

altro che esseri pi

quali erano costretti a piegarsi, pur fremendo, coPolifemo, che se ne avesse avuto la facolt avrebbe

forti, ai

me

combattuto col medesimo Giove, o come Achille, che ad


Apollo diceva che, se le sue forze fossero pari, non si sgo-

menterebbe

di venire a tenzone

con

Provvidenza che codesti uomini

lui.

feroci,

Fu

consiglio della

non addomesticati

dall'impero della ragione, temessero almeno la divinit


della forza, e da essa estimassero la ragione. E su ci
si

fonda

il

della

principio

guerra. Ma

giustizia

esterna della

mito dell'et della forza non pu avere


il rigore
del concetto filosofico
e perci quei forti sono
dal Vico, per un altro verso, considerati come eticamente
il

migliori:

il

loro diritto

meno

nonch,

il

lo

fortissimi

non

il

il

il

il

vero

affermato

certo nel vero postula


sottinteso.

e optimi

vero,

puro certo:
stesso

termini identici;

diritto razionale,

ex certo
e

ma nem-

mixtum

Sedel

predominio
miscuglio
concetto del puro certo, dal Vico

MORALE E DIRITTO

Vili.

103

Vico rimprovera il Grozio e gli altri giusnaavere cominciato la storia dalla met in gi,

Quando

il

turalisti di

il periodo precedente, il rimprovero, per ci che si attiene alla filosofa della pratica,
si traduce in quello di avere dimenticato il momento ideale
della forza per guardare unicamente alla giustizia, al-

dalle et civili, e trascurato

l'equit e alla moralit.

sce l'altra ossia


dell'

Hobbes

e,

la

prima

prima

cora, di Epicuro,

momento

Il

met

della forza, che costitui-

fu invece

il

campo chiuso

di lui, del Machiavelli, e,

prima an-

quali trattarono di esso solo, con empiet

verso Dio, con iscandalo verso i principi e con ingiustizia


le nazioni . Donde agevole ricavare che la confu-

verso

tazione che

il

Vico

fa degli utilitaristi e teorici della forza,

tempo, riconoscimento e accettazione della esiche


essi
rappresentavano e che avevano il solo torto
genza
di svolgere in modo unilaterale e astratto
il suo stato fe-

, in pari

hobbesiano, con la diffesomiglia per pi rispetti


renza che da questo l'umanit si salva merc la riconosciuta
rino

all'

utilit, e dal vichiano

giosa

si

morale. Pure

il

salva merc la

coscienza

reli-

Vico non profess, per questa

parte, nessuna gratitudine all' Hobbes e allo Spinoza, al


Machiavelli o a Epicuro, perch gli parve di avere trovato
in un autore classico tutto il materiale e lo stimolo che
gli giovava, tutto il contrappeso di cui la filosofia platonica aveva bisogno. L'autore fu uno dei suoi quattro, e

quello appunto di cui si avvertito di sopra che restava a


noi ancora da vedere l'uso che il Vico ne fece: Tacito. Il
quale, a suo dire, con mente metafisica incomparabile con-

templa l'uomo qual

quale dev'essere;
universale

si

laddove

Platone

come Platone con

diffonde in

Tacito discende a tutti

tutte
i

le

parti

lo

contempla

quella scienza

dell'onest,

consigli dell'utilit,

cosi

ac-

ciocch tra gl'infiniti irregolari eventi della milizia e della


fortuna l'uomo sapiente di pratica si conduca bene. Al

FILOSOFIA DEL VICO

104

congiungimento nel suo


storico

romano

gere, nel

Seicento)

(interpetrato da

modo consueto
il

Vico

una propria idea


masse

spirito del

presso

attribu

lui,
i

l'essere

della storia

filosofo

come

politici

riuscito

eterna,

greco e dello

agevole scortacitiani del

ad abbozzare

onde se ne

for-

sapiente insieme di sapienza riposta, qual quel


di Platone, e di sapienza volgare, qual quel di Tacito >.
il

Da

Tacito, insomma, egli avrebbe ricevuto la spinta al suo


gran lavoro, che fu di rendere concreto l'ideale, e

d'inserire (come diceva, adattando un detto ciceroniano)


repubblica di Platone nella feccia di Romolo.

la

IX
La

/ome

lo spirito

storicit del diritto

conoscitivo passa dal sentire senza avanimo perturbato e commosso e

vertire all'avvertire con


indi al riflettere

con mente pura;


ferinit

spirito volitivo passa dalla

cosi,
al

analogamente, lo
e da

certo pratico

questo al vero. Nella correlativa scienza empirica

il passaggio press 'a poco quello dallo stato ferino all'eroico o


barbarico e dall'eroico al civile. Tutte le manifestazioni

della

vita si

conformano a questi

tre spezie di nature, tre spezie


diritti e

tre

di

tipi

sociali:

costumi, tre

donde

spezie di

quindi di repubbliche, tre spezie di lingue e di

scritture, tre spezie di autorit, di ragioni, di giudizi, tre


stte di tempi.

Per quanto

il

contradittorio nel determinare

Vico sia confuso e talvolta


i

particolari delle varie cor-

suo pensiero generale chiaro. Dove la ririspondenze,


flessione scarsa e la fantasia gagliarda, sono anche gail

gliarde le passioni, violenti i costumi, aristocratici ossia


feudali gli stati, sottoposte alla rigida autorit paterna le
famiglie, dure le leggi, simbolici i procedimenti dei negozi
giuridici, metaforici

Per contrario, dove


dilegua o

si

la riflessione

riempie di

passioni regolate,

linguaggi, geroglifiche le scritture.

filosofia,

predomina, la poesia
costumi si fanno miti,

popoli assumono

governi,

si

le

componenti

FILOSOFIA DEL VICO

106

delle famiglie sono anzitutto cittadini dello stato, le leggi


si

di equit, le procedure si semplificano, i


sfrondano di metafore, le scritture diventano

compenetrano
si

linguaggi

Forme miste,

alfabetiche.

samente alcuni

quali le vagheggiano artificio-

sarebbero mostri; e sebbene si osservino forme mescolate naturalmente, ossia ritenenti il


politici,

vezzo delle primiere, ciascuna forma per la sua unit si


sforza sempre, quanto pi pu, di scacciare dal suo subbietto tutte le propriet di altre forme.

Quale dei vari


e porge

il

a fondamento degli altri


per giudicarli? o quale il criterio e

tipi sociali sta

criterio

misura per giudicarli tutti quanti? Una siffatta domanda,


per il Vico, non ha senso. Ciascuno di quei tipi ha la prola

pria misura in s stesso. I governi (egli dice) debbono essere conformi alla natura degli uomini governati la scuola
dei principi la morale dei popoli. Si pu inorridire innanzi alla guerra, al diritto del pi forte, alla riduzione
:

dei vinti a schiavi, cio a cose che ripugnano ai nostri


costumi ingentiliti
ma la societ, che si esplicava con
quei costumi, era necessaria e perci buona. La divinit
;

della forza,

come

compieva

Vengono

ragione.

detto

si

l'ufficio del

di

tutta spiegata; e gli


forza,

ma

che

la

di

sopra, teneva

il

posto e

non ancora possibile impero della

poi i tempi della ragione umana


uomini non si stimano pi secondo la

riconoscono eguali nella natura ragionevole,


propria ed eterna natura umana. Altri tempi,
altri costumi, e buoni non meno, ma non pi, dei primi.
si

Tanto varrebbe domandare


vari tipi sociali, quanto se

si

et della vita individuale, la

la

misura comune di questi


la vera

domandasse quale sia


misura comune della

fanciul-

lezza, della giovinezza, della virilit, della vecchiaia. Pa-

ragone che, per l'appunto,

Come

fanciulli

il

Vico stesso mette innanzi.

tutto scelgono secondo

comportano con violenza,

gli

il

capriccio

si

adolescenti vigoreggiano per

IX.

LA STORICIT DEL DIRITTO

la fantasia, gli adulti

guidano

cose con pi pura ragione

le

vecchi con solida prudenza

107

cosi al

convenne

crescere dapprima in isfrenata libert, poi ritrovare

comodi della vita con l'ingegno

cessari, utili e

fantasia (che fu

il

secolo dei poeti);

e,

in-

genere umano,

fermo, solitario e indigentissimo nelle sue origini,

ne-

con

la

infine, coltivare la

sapienza con la ragione (che fu il secolo dei filosofi). Parimente, il diritto naturale nacque dapprima con leggi, per
libidine e di

cosi dire, di giusta

con alcune favole

rivestito

giusta violenza; poi fu

di

infine, si
giusta ragione
afferm apertamente nella sua schietta ragione e generosa
;

verit.

Con

modo

siffatto

e costumi,

di considerare e giudicare stati, leggi

Vico respingeva un'altra delle dottrine o delle

il

giusnaturalismo: quell'astrattismo e
che
abbiamo ricordato a suo luogo, e
antistoricismo,
del quale era conseguenza la concezione di un diritto napretese capitali del

positivo, e perci una


sorta di codice eterno, una legislazione perfetta, non attuata ancora pienamente ma da attuare, i cui lineamenti
turale, che

stia di

sopra

al diritto

traspaiono con molta nitidezza nelle opere dei giusnaturaattraverso il tenue velame dottrinale e filosofico. Co-

listi

dice eterno, che era poi, nella sua parte effettuale, un codice contingente e transitorio, o almeno la proposta di un

codice conforme alle tendenze riformistiche e rivoluzionarie di quegli scrittori, piuttosto


Il

Vico

si

che

filosofi,

pubblicisti.

spaccia del codice ideale eterno senza averne

l'aria: prontissimo, anzi, a riconoscere

che

il

ius naturale

philosophorum eterno nella sua idea e severissimamente


stabilito ad rationis mternee libellam . Ma dall'eternit

concessagli a parole e per ossequio alla vecchia filosofia


qua e l egli risentiva

scolastica e tradizionale, della quale

passa a negargli di fatto l'eternit e il carattere


soprastorico, perch, invece di metterlo sopra e fuori la
l'efficacia,

FILOSOFIA DEL VICO

108

che

storia, lo colloca al posto


Il diritto

gli spetta,

dentro la storia.

della violenza o eroico, cangiatosi nel diritto in-

giunge via via a un certo termine di chiarezza,


al quale per la sua perfezione altro non rimane che alcuna
setta di filosofi lo compia e fermi con massime ragionate
civilito,

sull'idea di

un giusto eterno;

e questo

raziocinamento e

il ius naturale philosophorum , estrema


forma dello svolgimento storico del diritto e non gi regola
perpetua di esso: risultamento, non misura. Di qui l'accusa

sistemazione

del Vico al Grozio che, per avere scambiato

il

ius naturale

philosophorum , il diritto composto di massime ragionate


da moralisti e teologi e in parte da giuristi, col ius naturale gentium (nella terminologia groziana per avere
:

scambiato

il

naturale con una forma

diritto

arbitrario o positivo),
i

fraintese

di

diritto

giureconsulti romani,
quali intendevano parlare solamente di questo secondo,

e perci propose correzioni e

mosse loro censure

cui colpi

vanno a cadere nel vuoto.


Il

codice eterno, considerato intrinsecamente, un'utoprima e maggiore delle utopie fu la Re-

pia; e poich la

pubblica platonica, conviene, per meglio determinare


punto di cui si tratta, osservare il comportamento del
Vico rispetto alla costruzione politica platonica. A dare

il

ascolto alle sue parole, la


stata

un

Repubblica platonica sarebbe


avrebbe

altro dei tanti incentivi e modelli che egli

avuti a concepire la Scienza nuova. Dallo studio di Platone incominci a destarsi in lui, senz'avvertirlo, il pen-

un dritto ideale eterno che celebrasuna citt uni ve r sale nell'idea o disegno della

siero di meditare
sesi in

providenza, sopra
le

repubbliche di

la

tutti

quale idea son pure fondate tutte


i
tempi, di tutte le nazioni: che era

quella repubblica ideale, che in conseguenza della sua metafisica divina doveva meditar Platone . Doveva, ma non
lo pot fare

per

l'

ignoranza

, in

cui egli era,

del

primo

IX.

uomo caduto

LA STORICIT DEL DIRITTO

109

stato

ferino e della

cio

dell'originario

sapienza, che gli successe, affatto poetica o volgare ignoranza in cui fu mantenuto per un errore comune delle menti
:

umane che misurano da

s le nature

non ben conosciute

d'altrui, di guisa che egli innalz le barbare e rozze ori-

gini dell'umanit gentilesca allo stato perfetto delle sue altissime divine cognizioni riposte, e sapientissimi di tal sa-

pienza riposta immagin quei primi uomini che furono invece, nella realt, bestioni tutti stupore e ferocia . In

cambio

di quest'errore erudito Platone, in

conseguenza

di

meditare sulla repubblica eterna e sulle leggi del giusto


eterno con le quali la Provvidenza ordin il mondo delle
nazioni e

bisogne comuni del genere


reggono sul comune senso di tutta

governa con

lo

umano onde

esse

si

le

l'umana generazione, medit in una repubblica ideale


ed in un pur ideale giusto , col quale le nazioni non
si conducono punto. E, anzi, se mai, dovrebbero discostarsenc e purgarsene, perch tra quelle determinazioni di
repubblica perfetta se ne trovano alcune disoneste e da
aborrire,

com'

la

comunanza

donne. Cosicch,

delle

il

Vico accettava da Platone l'idea di una repubblica eterna, sconvolgendola da cima a fondo con la soggiunta riserva

che

platonica,

vera repubblica

la

ma

eterna

corso storico in tutti

il

non

l'astratta

suoi vari e succes-

modi, dai bestioni non esclusi a Platone compreso. Di


codesta, che la generis Immani respublica , la magna
sivi

generis

humani

tende studiare

civitas , la

respublica universa

, egli in-

formarti, ordines, societates, negotia, leges,

peccata, pcvnas et scientiam in ea tractandi iuris , e come


tutte queste cose si venissero svolgendo a suis usque pri-

mis

human itatis

originibus, divina providentia

moderante,

moribus gentium ac proinde auctoritate , cio < per varia


ntilitatum et necessitatum fiumana rum rudimenta, sioe adeo
per ipsarum sponte rerum oblatas occasiones

La

gran

FILOSOFIA DEL VICO

110

governata da Dio
che
la
Storia.
dunque,

citt delle nazioni fondata e


t'altro,

Negando

il

nien-

fissamento del codice e la delineazione della

societ modello, non

vuole, per altro, dichiarare impos-

si

una pratica della scienza concepita dal Vico, cio,


nuova considerata sotto il triplice aspetto

sibile

della Scienza

di storia ideale, storia tipica e storia storica.

ha

Ogni verit

la sua pratica, ossia le sue

un modo

sare in

o in

conseguenze pratiche; e penun altro la natura e lo svolgimento

dell'umanit importa condursi, praticamente, nell'un modo


o nell'altro. Chi, per es., crede alla docile innocenza dei
popoli

andr verso quelli

selvatici,

col viso

sorridente,

bocca piena di buone parole, recando in mano l'abbici e il catechismo dei diritti e doveri; chi crede invece
con

la

ai bestioni vichiani,

severi

che

e, forse, il

adotter procedimenti alquanto pi

ferro e

il

fuoco. Chi pensa,

costumi valgano pi delle leggi


costumi non si cangino d'un tratto

e,

ma

come

il

Vico,

insieme, che

per gradi *e in

al facile legiferare e non


nuovo l'umanit sopra un
modello soggettivo. Codesta pratica, a ogni modo, non
pi teoria, ma azione; e quando si vuole ridurla a teoria,
o si fa un miscuglio mostruoso di determinazioni necessa-

lungo tempo

non sar incline

s'illuder di potere plasmare a

determinazioni contingenti, o, nello scansare tale


errore e sforzarsi di raggiungere una forma rigorosamente
dottrinale della pratica, si riottiene n pi n meno che
rie e di

la teoria scientifica stessa, dalla


Il

Vico ebbe

il

quale la pratica derivava.

pensiero di far seguire alla sua Scienza

nuova una Pratica della Scienza nuova;

e anzi nella

prima redazione italiana dell'opera proponeva due pratiche : 1. una nuova arte critica, da servire di fiaccola per distinguere il vero nella storia oscura e favolosa
2. un'arte come diagnostica, per determinare i gradi
;

di necessit o utilit delle cose

umane,

e,

come ultima con-

IX.

LA STORICIT DEL DIRITTO

seguenza, ottenere
bitati

modo

il

conoscere per segni induArte critica e diagnostica

di

nazioni.

delle

stato

lo

che, chi ben consideri, confluivano in


gliore conoscenza che, merc

era

conseguire circa

da.to

111

una

sola: nella mi-

principi stabiliti dal Vico,

la vita

passata e presente delle

nazioni.

Tale concetto ripetuto e schiarito in

medesimo

altri

luoghi del

scienze, discipline e arti fin oggi svolte

Vico) concernono oggetti particolari;

il

(dice

Le

libro.

la

Scienza

nuova, che investiga i principi stessi dai quali escono tutte


le discipline, invece al caso di stabilir l'xji^ o stato di
i
gradi e gli estremi per
come ogni altra cosa
l'umanit,
quali
deve
correre
e
cosicch
si apprendono
mortale,
terminare;
merc quella scienza le pratiche come una nazione, sor-

perfezione dell'intero complesso, e

quali e dentro

gendo, possa pervenire allo stato perfetto, e come, decaesso, possa sollevarvisi di nuovo. Lo stato di

dendo da

perfezione consisterebbe nel fermarsi

massime

cosi dimostrate

le

nazioni in certe

per ragioni costanti

come

prati-

cate coi costumi umani, nelle quali la ragione riposta dei


filosofi desse la mano e sorreggesse la sapienza volgare
delle nazioni, e in cotal guisa convenissero

accademie con

delle

filosofi,

vine e

cio, e gli

umane

tutti

uomini

sapienti

delle

pi riputati

repubbliche

(i

di stato), e la scienza delle di-

cose civili ossia della religione e delle leggi,

quali sono una teologia e una morale comandata che


acquista per abiti, fosse assistita dalla scienza delle divine e delle umane cose naturali, che sono una teologia e
le

si

una morale ragionata,


trarsi

fuori di

si

che- s'acquista coi raziocini; talch

fatte

massime sarebbe

il

vero errore o

divagamento, non di uomo ma di fiera. La pratica della


Scienza nuova, dunque, come si vede chiaro dal program-

ma

non era altro che il riassunto o il


della
scienza stessa, della quale metteva
duplicato
cosi

tracciato,

FILOSOFIA DEL VICO

112
in

risalto

due elementi

capitali

e quella riflessa, il certo e


conto di entrambi.

il

la

sapienza spontanea

vero, e la necessit di tener

una delle elaborazioni che il Vico fece


nuova (quella del 1731), ricompare il
di
e
la
una pratica di essa scienza, come
pensiero
parola
suona il titolo di uno speciale paragrafo conclusivo, che
Anni dopo,

in

della seconda Scienza

proponeva di aggiungere all'opera. Tutta quest'opera (cosi cominciava quel paragrafo) stata finora raegli si

gionata come una mera scienza contemplativa d'intorno


alla comune natura delle nazioni
per sembra per questo
:

istesso

mancare

di soccorrere alla

prudenza umana onde

ella si adoperi perch le nazioni, le quali vanno a cadere,


o non ruinino affatto o non s'affrettino alla loro mina; ed

in

conseguenza mancare nella pratica, qual dee essere


che si ravvolgono d'intorno a materie

di tutte le scienze

dipendono dall'umano arbitrio, che tutte si chiamano attive . Or bene: in che mai consister codesta

le quali

Cotal
pratica ne pu essere data facilmente da essa contemplazione del corso che fanno le

pratica?

qual avvertiti

nazioni, dalla
(gli

uomini

di stato) e

sapienti

delle repubbliche

loro principi, potranno con buoni

ordini, leggi ed esempli richiamar

i
popoli alla loro x;iyj
o sia stato perfetto . In altri termini: uomo avvisato,
mezzo salvato la contemplazione la sola pratica che la
;

Scienza nuova possa dare; l'altra met della salvazione

dipende non gi dall'avvisante cio dal pensiero, ma dall'avvisato, cio dal fare. Al Vico non viene neppure in
mente di porsi a determinare gli ordini, le leggi e gli
esempli

tempo

che faccia d'uopo adottare in questo o quel


perch codesta non sarebbe impresa da

e luogo,

filosofo;

come

infatti

riconosce esso stesso

chiaramente, col dire:


dar noi da filosofi, ella

si

La

subito

dopo,

pratica, la qual ne possiamo

pu chiudere dentro dell'ac-

IX.

cade mi e

LA STORICIT DEL DIRITTO

113

eh ' quanto dire nel puro campo della scienza

e della cultura.
Sarebbe, di certo, temerario pretendere di conoscere
con sicurezza le ragioni per le quali il Vico, come aveva
omesso nella prima edizione della seconda Scienza nuova
circa

le dichiarazioni

pratica che erano nella prima,

la

tralasci nel manoscritto dell'ultima


libro

per

lo

anche

il

capitoletto

sulla

meno congetturare che

la

edizione dello

Pratica.

una
che o non

pratica, non
si

la

La

il

dava, e finiva

quale, prometcol

confessare

poteva dare o era stata gi data con la teo-

ria stessa.

B. Croce,

sar lecito

ragione principale fosse

nell'avvertita vacuit di quel capitoletto,

tendo

Ma

stesso

filosofia

di Giambattista Vico.

La Provvidenza

LLia vera
que

il

e unica realt del

loro corso

il

mondo

delle nazioni dun-

principio che governa

il

corso delle

nazioni la Provvidenza. Sotto questo aspetto la Scienza

nuova si pu definire una Teologia civile ragionata


della provvidenza divina. Tra le discipline storiche
era segnata dal Bacone una historia Nemeseos . Ci che
il Bacone enunciava come poco pi che nudo titolo, il Vico
formolo come effettivo problema e svolse come teoria. I
filosofi, secondo lui, quando non avevano addirittura disconosciuto

come

materialisti e fatalisti la Provvidenza, l'ave-

vano considerata solamente sull'ordine delle cose naturali


(epper chiamavano

teologia naturale

confermando quell'attributo

di

la

metafisica),

Dio con l'ordine

fisico

che

osserva nei moti dei corpi, per es. delle kfere e degli elementi, e con la cagione finale osservata sopra le altre misi

nori cose naturali. Importava, invece, ragionare la Provvidenza sull'economia delle cose civili .

Taluno dei primi interpetri ebbe a notare (e l'osservazione stata rinnovata in sguito non poche volte) che
il

Vico adoper promiscuamente la parola

provvidenza

in significato soggettivo e in significato oggettivo

ora

come

persuasione che hanno gli uomini di una divinit provvi-

FILOSOFIA DEL VICO

116

dente

che regga

loro

destini,

stessa di questa provvidenza.

un medesimo vocabolo

zione di

ed ora come

La duplice

l'efficacia

triplice acce-

nella terminologia vichiana

non

cosa che, a questo punto, ci possa pi stupire, perch


gi pi volte finora ci siamo dovuti industriare a sciogliere
le sue omonimie o a unificare le sue sinonimie. E perci

ammettiamo subito che uno


denza

>

presso

dei

significati di

provvi-

Vico pu essere, anzi per l'appunto,

il

quello della persuasione circa la provvidenza, ossia l'idea

che l'uomo ha di Dio, dapprima nella forma del mito,

di-

pura e ragionata della filosofia. Le antiche


nazioni gentili (egli dice) incominciarono la sapienza
poetica metafisica di contemplare Dio per l'attributo della
poi in quella

sua provvidenza , sulla quale furono fondati gli auspici e


la divinazione. Senza di essa, dunque, non si forma nell'uomo la sapienza, che coscienza dell'infinito; non sorge
la moralit, eh'

che governa

le

timore e riverenza del potere superiore

cose umane.

Ma

la

provvidenza, in tale

si-

gi fatto

non d luogo a nuovo discorso, dopo di quello


da noi a proposito cosi del mito come dei rap-

porti tra

morale e religione.

gnificato,

Passando, dunque, senz'altro, alla Provvidenza nel secondo significato, ossia al suo vero e proprio concetto, ci
sembra opportuno prescindere per qualche istante dal Vico
e fornire alcuni schiarimenti dottrinali.

comune

osservazione che altro produrre un fatto,


il fatto prodotto. La conoscenza di ci che

altro conoscere

realmente un fatto

si

ottiene talora, nella vita dell' in-

dividuo, dopo parecchi anni, nella vita dell'umanit dopo

parecchi secoli. Coloro medesimi che sono i diretti agenti


di un fatto, non ne hanno di solito la conoscenza o l'hanno
assai imperfetta e fallace; tanto che sono passate in

pro-

illusioni, che, come si dice, accompagnano


l'attivit degli uomini. Il poeta crede di cantare la purit
verbio

le

X.

LA PROVVIDENZA

ed effettivamente canta

la lascivia

forza e canta la debolezza; crede di

117

crede di cantare la
essere

terribilmente

pessimista ed fanciullescamente ottimista; crede di essere Satana ed un brav'uomo inoffensivo. Non meno

s'ingannano i filosofi; e dei loro inganni non dovremo,


in verit, andar lontano a cercare esemp, perch tanti
e tanti ce ne viene porgendo proprio il filosofo che stiamo
studiando: uno di coloro che maggiormente s'illusero sulle
reali tendenze dei propri pensieri. E s'inganna l'uomo
politico che, assai

tare per
credendo

la

libert,

di lot-

semplice aiutatore di reazione, o


a ribellarsi e serve

di servire alla reazione, incita

alla libert.

perch

spesso, credendo e professando

via discorrendo.

gl'individui e

Illusioni spiegabilissime,
nel
fervore del produrre o
popoli,

appena uscenti da quel fervore, possono forse esprimere


loro stato d'animo, ma non farne quella critica che

il

il racconto storico; onde, quando non si rassegnano a tacere e ad aspettare, narrano di s stessi storie fantastiche,
verit e poesia commiste. Anzi, in questa dimostrata dif-

ficolt

di

conoscere l'agire

nell'agire

uno dei motivi

raccomandazione a parlare il meno possibile


medesimi, e della diffidenza che si prova per le au-

della saggia
di s

tobiografie e

libri

vuole, importanti,

di

ma

memorie, curiosi e anche, se si


che non porgono mai la schietta

verit storica dei fatti narrati.

Le opere umane

ci

giungono, per

lo

storico

superficiale

raccontare come

le

si

tal

modo, avvolte

sollevano dagl'individui. E
ferma all'involucro e prende a

nei fumi delle illusioni che

si

cose siano andate, facendosi portavoce

questo modo la storia della poesia si


viene conformando come il racconto delle intenzioni, delle
di quelle illusioni.

opinioni, dei fini del poeta o di quelli che gli attribuirono


i

suoi contemporanei; la storia della filosofia,

dotica dei sentimenti, delle bizze, e dei

fini

come

l'aned-

pratici dei

fi-

FILOSOFIA DEL VICO

118
losofi;

come un

quella politica,

interessi, di pettegolezzi,

di

tessuto d'intrighi, dibassi

miserie.

pi cauto o diverso ingegno storico


rie,

il

primo atto ch'egli compie

si

Ma non appena un
avvicina a quelle sto-

di soffiare sulla nebbia,

spazzare via gl'individui e le loro illusioni e guardare direttamente le cose, quali si sono prodotte nella loro successione oggettiva e nella loro origine sopraindividuale. La
storia vera e reale emerge allora di l dagl'individui, come

un'opera che

si

compia dietro

le loro spalle:

opera di una

forza diversa dagl'individui agenti: Fato, Caso, Fortuna,


Dio. Gl'individui, che prima erano tutto e riempivano la

scena coi loro gesti o coi loro gridi, ora, in questa seconda
guisa di storia, sono meno che nulla, e i loro atti e gridi,
destituiti di seria efficacia, destano riso o piet. Si
atterriti

il

Fato che

li

domina,

si

guarda

stupisce alle strane com-

binazioni del Caso e ai capricci della Fortuna, si adorano


disegni imperscrutabili della Provvidenza divina. Di co-

deste forze gl'individui appaiono a volta a volta l'inerte


materiale, i leggieri giocattoli, i ciechi strumenti.

Senonch una pi profonda considerazione va oltre anche


questa seconda veduta della storia. La piet che sembrano
destare gl'individui, la comicit che suscitano, in effetti
non meritata da essi ma dalle loro immaginazioni, o, piuttosto,

da coloro che

le

fatta dalle opere e

ma

scambiano per verit. La


non dalle immaginazioni

storia reale
e illusioni;

opere sono poi compiute dagl'individui, non certamente in quanto sognanti, ma, appunto, in quanto opele

ranti;

non nella frivolezza del loro opinare,

razione del genio,

nel sacro furore del

ma

nell'ispi-

vero, nel

santo

entusiasmo dell'eroismo. Fato, Caso, Fortuna, Dio sono


spiegazioni che hanno tutto il medesimo difetto, che di
separare l'individuo dal suo prodotto,
via,

come

si

argomentano,

il

e,

invece di cacciare

capriccio o l'arbitrio indivi-

duale dalla storia, inconsapevolmente lo rafforzano e lo

LA PROVVIDENZA

X.

119

moltiplicano. Capriccioso il cieco Fato, il Caso stravagante, il tirannico Dio; epper il Fato passa nel Caso e in
il

Dio,

Caso

in

Fato e Dio, e Dio

si

converte nell'uno e

nell'altro, tutti eguali e tutt'uno.

L'idea, che supera e corregge tanto la visione individualistica della storia quanto quella sopraindividualistica,

La

idea della razionalit della storia.

l'

gl' individui

ma

l'individualit

la

storia fatta da-

concretezza stessa

dell'universale, e ogni azione individuale, appunto perch

individuale, sopraindividuale. Non vi n l' individuo n


l'universale come due cose distinte, ma l'unico corso storico,
i

cui aspetti astratti sono l'individualit priva di univer-

e l'uuiversalit priva d'individualit. Quest'unico


corso storico coerente nelle sue molteplici determinazioni,
salit

al

modo

di

un'opera d'arte che varia e una insieme e


si abbraccia coll'altra,
ogni tono

nella quale ogni parola

di colore

si

riferisce agli altri tutti, ogni

linea

si

lega a

ogni altra linea. A tale patto solamente dato intendere


la storia, che altrimenti resterebbe inintelligibile, come
inintelligibili restano

un discorso senza

incoerente azione da

folle.

La

ma

storia

significato e

una

dunque non

di quella necessit

bert che non caso.

opera n del Fato n del Caso,


che non fatalit e di quella li-

poich la veduta religiosa che la

Dio ha, sulle altre, il vantaggio e il


merito d'introdurre una causa della storia che non sia n

storia sia opera di

n caso, e perci neppure

fato

ma

pili

propriamente causa

efficienza creativa e spirito intelligente e libero, na-

turale che, per atto di gratitudine verso questa veduta pi


alta,
tratti

non meno che per opportunit

di linguaggio, si sia

a dare alla razionalit della storia

il

nome

di

Dio

che tutto regge e governa, o della Provvidenza divina.


A denominarla cosi, purgando in pari tempo la denominazione delle sue scorie mitiche, per le quali Dio e la sua

FILOSOFIA DEL VICO

120

corrompevano di nuovo in un fato o in un


caso. Onde la Provvidenza nella storia ha, in quest'ultima
sua forma logica, il duplice valore di una critica delle
provvidenza

si

illusioni individuali, allorch


piena e sola realt

della

si

storia, e di

trascendenza del divino. E

presentano come la
una critica della

pu dire che nel punto

si

collocati e si collochino sempre,


anche senza fare professione di espliingegni naturalmente forniti di quella

di vista di essa si siano

come per

istinto, cio

cita teoria, tutti g'

particolare attitudine che

Se ora, nel tornare

al

si

chiama senso storico.


ricerchiamo quale solu-

Vico,

zione egli desse al problema della forza che muove la storia, e quale contenuto preciso avesse in lui il concetto
della provvidenza nel significato oggettivo, agevole

an-

Provvidenza

tra-

zitutto escludere che la sua fosse quella

scendente e miracolosa, che aveva formato il tema dell'eloquente Discours del Bossuet. Agevole, sia perch egli
in tutta la

sua

la

filosofia

non

fa

mai

che ridurre

il

e qui

all'

della terminologia della scuola) per

perch sopra questo punto c',


petri consenso generale.

o,

altro

innumeri volte ripete che


immanente,
sua provvidenza opera per vie naturali o (valendosi

trascendente

Non meno
come talora

si

cause seconde;
pu

sia

dire, fra gl'inter-

insistente la sua critica del fato e del caso,


tripartisce, della fortuna, del fato e del caso.

Egli avverte anche che la dottrina del fato si aggira in


vizioso, perch la serie eterna delle cagioni,

un circolo
con

quale esso tiene cinto e legato il mondo, pende


Giove e Giove insieme soggetto al fato;
onde c' rischio che gli stoici restino avvolti in quella
la

dall'arbitrio di

catena di Giove

con

la

quale vogliono trascinare le

cose umane. Quei tre concetti, ai quali corrispondono le

opportunit
se di quelle

se

si

tratta di cose desiderate, le

che avvengono oltre

la

occasioni

speranza, e gli

acci-

X.

denti

LA PROVVIDENZA

121

se di quelle che si presentano oltre l'opinione, sono

distinzioni pi che altro dell'apprendimento soggettivo, per-

ch oggettivamente pertengono a un'unica legge, la quale


potrebbe chiamarsi altres fortuna , ove con Platone si
riconosca per signora delle cose umane l'opportunit; e
tutte tre sono le manifestazioni e le vie della Provvidenza

che intelligenza, libert, necessit. Quello che

divina,
fece

il

mondo

delle nazioni

fu

pur Mente, perch

'1

fe-

cero gli uomini con intelligenza; non fu Fato, perch '1


fecero con elezione; non Caso, perch con perpetuit, sempre cosi facendo, escono nelle medesime cose .
Il Vico lumeggia nei modi pi immaginosi quella commedia degli equivoci, che sono le illusioni circa i fini delle
azioni che si compiono. Gli uomini credettero di salvarsi

dalle

minacce del

cielo fulminante col portare via le fem-

mine

nelle grotte per isfogare la libidine bestiale fuori


sguardo di Dio; e, nel tenerle ferme col dentro,
fondarono i primi concubiti pudici e le prime societ; cio
i matrimoni e le
famiglie. Si fortificarono in luoghi adatti

dello

col fine di difendere s stessi e le loro famiglie; e, in realt,

con quel

nomade,

fortificarsi in certi luoghi,


al

dei campi.
sit dalla

divagamento
I

ferino, e

ponevano fine alla vita


imparavano la cultura

deboli e sregolati, ridotti alle estreme neces-

fame e dalle vicendevoli uccisioni, per campare

chiedere riparo in quelle terre fortificate


facendosi famoli degli eroi; e cosi, senza sliperlo, vennero

la vita corsero a

ad ampliare le famiglie da famiglie di soli


miglie anche di famoli e da queste a stati

figliuoli

aristocratici

fa-

feudali. Gli aristocratici, feudatari o patrizi, credettero di

difendere e perpetuare il loro dominio quiritario sulle terre


con l'usare la pi stretta rigidit verso i famoli o plebi

che

le

lavoravano;

ma

a questo

modo

indussero

famoli,

per loro difesa, a unirsi tra loro, svegliarono in essi la


coscienza della propria forza, da plebe ne fecero uomini,

FILOSOFIA DEL VICO

122

e quanto pi fieramente

si

patrizi

sforzarono di mantenersi

stimarono patrizi e

tanto pi efficacemente
concorsero a distruggere lo stato patrizio e a creare quello
democratico. Cosi (dice il Vico) il mondo delle nazioni
esce * da una mente spesso diversa ed alle volte tutta

si

tali,

sempre superiore ad

contraria e

essi fini particoavevan proposti; de' quali fini ristretti fatti mezzi per servire a fini pi ampi, gli ha sempre adoperati per conservare l'umana generazione in que-

lari ch'essi uomini

si

sta terra .

Ma

gi da talune di queste parole del Vico

ritrarre

come

bhe

egli

coscienti

tendeva talvolta a concepire

dei

propri

fini

utilitari

si

potrebbe
gli uomini

incoscienti di

che condurrebbe logicamente a spiegare


la vita sociale con esclusivi principi utilitari, e la moralit
quelli morali.

Il

come un qualcosa
e perci di

di accidentale rispetto alla volont

non veramente morale

umana

una formazione

estrin-

seca pi o meno potente a tenere insieme gli uomini, o


l'opera nascosta di una Provvidenza extramondana. L'uti-

una pagina nella quale


sua corrotta natura, essendo

litarismo s'insinua soprattutto in


detto che l'uomo, per la

tiranneggiato dall'amor proprio pel quale segue principalla propria utilit e vuole tutto l'utile per s e niuna

mente

parte pel

compagno

non pu porre

in conato le passioni

per indirizzarle a giustizia, nello stato bestiale

mente

ama

sola-

sua salvezza; presa moglie e generati figliuoli,


ama la sua salvezza con la salvezza della famiglia; venuto a vita civile, ama la sua salvezza con
la salvezza della citt; distesi gl'imperi sopra pi popoli, ama la sua salvezza con la salvezza della nala

zione; unite
merci,
il

ama

nazioni in guerre, paci, alleanze e comsua salvezza con la salvezza di tutto

le

la

genere umano;

in tutte queste

principalmente l'utilit propria

Per

circostanze
la

ama

qual ragione,

X.

non da

che dalla Provvedenza divina deve essere

altri

tenuto dentro

tali

gliare, la civile e

ordini,

meno

123

LA PROVVIDENZA

ordini a celebrare con giustizia la fami-

finalmente l'umana societ; per gli quali

non potendo l'uomo conseguire

ci

che vuole,

al-

voglia conseguire ci che dee dell'utilit, eh' quel

che dicesi giusto . La pubblica virt romana (scrive altrove) non fu altro che un buon uso che la Provvedenza
faceva di si gravi, laidi e fieri vizi privati, perch si conservassero le citt ne' tempi che le menti degli uomini,
essendo particolarissime, non potevano naturalmente
intendere

ben comune

come sappiamo, affafto repudel Vico, fondata sulla coconcezione


etica
gnante
e perci queste sue afferscienza morale o sul pudore
Senonch

l'utilitarismo,

alla

che inconsapevolmente vi condurrebbero, non


possono spiegarsi se non come effetto del turbamento che

mazioni,

talora produceva in lui la sopravvivenza del concetto trascendente e teologico circa la Provvidenza, e anche della

poca chiarezza di pensiero, per la quale non gli riusciva


ben distinto il concetto delle illusioni indivi-

di tenere

duali da quello dei fini individuali e sostituiva talvolta

il

secondo dove avrebbe dovuto trattare solamente del primo..


Se la provvidenza divina, 1' unit della religione d'una
divinit provedente

e d vita

al

pu starsene

mondo
al

l'unit dello spirito che informa

questa religiosit non


inconsapevole' indirizzamento

delle nazioni

pensiero dell'

dei fini individuali a effetti universali,

ma deve

esplicarsi

dar vita e vigore ai fini universali direttamente, e


l'uomo sar tutt' insieme utilitario e morale, oche s'illuda

nel

di essere

morale dov'

utilitario o di esser utilitario

dov'

effettivamente morale.

ogni modo, e nonostante queste oscillazioni o piut-

tosto confusioni, concepire

degli universali e le illusioni

particolari come veicolo


come accompagnanti e eoo-

fini

FILOSOFIA DEL VICO

124

con l'azione importa concepire dialetticamente il


moto della storia e superare il problema del male.
peranti

Nel Vico, questo problema ha, infatti, pochissimo rilievo,


tanto in lui dominava l'idea che la Provvidenza governi
tutto; e perci quel che si chiama male, non solo gli si

mostrava voluto dagli uomini sotto sembianza

sum sub
mur),

veri specie,

ma doveva

una forma

mala sub bonorum

di

bene

(fal-

simulaci* s amplecti-

logicamente svelarglisi come esso stesso


bene era la barba-

di bene, a quella guisa che

rica forza costitutrice della

societ. In qualche raro

prima

luogo dei suoi primi scritti nel quale gli accade di accennare a tali questioni, il Vico nota che noi altri uomini, a
causa della nostra iniquit onde nosmetipsos, non hanc

rerum universitatem
trariano stimiamo male,

spectamus

>, le

quce tamen, quia in

mune conferunt, bona sunt .


La concezione della storia diventa
oggettiva,

cose

che

ci

con-

mundi com-

nel Vico veramente

affrancata dall'arbitrio divino,

ma non meno

cause e delle spiegazioni aneddotiche e acquista coscienza del suo fine intrinseco, che
d'intendere il nesso dei fatti, la logica degli avveni-

dall'impero delle piccole


;

menti, di essere rifacimento razionale di un fatto razionale.


Gli studi storici, a quei tempi, non erano tanto danneg-

primo errore (che anzi la concezione teologica,


fin dagli inizi del Rinascimento italiano, poteva considerarsi decaduta), quanto da quella forma di storia che apgiati dal

punto allora venne prendendo nome di prammatica, e


che restringendosi all'aspetto personale degli avvenimenti
e non raggiungendo per questa via la piena realt storica,
cercava di darsi calore e vita merc le riflessioni e gli

ammaestramenti

Un monumento

politici e morali.

di storia

sorgeva nella stessa patria del Vico, contem-

prammatica
poraneamente

alla Scienza

di Napoli

Pietro

di

nuova

Giannone,

il

la Storia civile del regno

quale

era

veramente

X.

LA PROVVIDENZA

125

l'uomo del suo paese e del suo tempo e scrisse un gran


libro di polemica e anche, per certi rispetti, di storia,
tale che,

con

la

sua altezza, d

modo

di

maggiore altezza dell'opera vichiana. Ben

ma

segnare la tanto
altro che astuzie

di papi, vescovi e abati, e semplicit di duchi e imperatori,

avrebbe saputo scoprire


lui

per

filo

e per segno

il

Vico, se avesse dovuto narrare

le origini

della propriet e della

potenza ecclesiastica nel Medioevo. E ben altro, come vedremo, egli scopri realmente nella storia, tutte le volte

che prese a indagarne qualche parte.

XI
RICORSI

Lio spirito, percorsi i suoi stadi di progresso, e dalla


sensazione innalzatosi successivamente all'universale fantastico e poi a quello intelligibile, dalla violenza all'equit,

non pu,

conformit della sua eterna natura, se non


suo corso, ricadere nella violenza e nel

in

il

ripercorrere

senso, e di l riprendere

il

moto ascensivo,

iniziare

il

ri-

corso.

codesto

ma non

il

il

significato filosofico del

modo

ricorso

vichiano,

preciso in cui lo si trova espresso negli

dove l'eterno circolo viene quasi esclusivamente considerato nelle storie dei popoli, come ricorso
delle cose umane civili. La civilt va a terminare nella
scritti del Vico,

, peggiore della prima barbache era di una fierezza generosa, laddove

barbarie della riflessione

rie del senso,

l'altra vile, insidiosa e traditrice; e perci necessario

che quella malnata sottigliezza d'ingegni maliziosi vada


a irrugginire dentro lunghi secoli di una nuova barbarie
del senso. Tuttavia, dai fatti storici e dallo

logico bisogna estrarre e depurare

corso

non

schema

concetto del

socio

ri-

per rendersi conto dell'assolutezza ed


Vico gli attribuisce, ma anche per giustifirappresentazione storica e la legge sociologica che

eternit che

care la

il

solo

il

FILOSOFIA DEL VICO

128
si

fondano sopra di esso e da esso principalmente attin-

gono la loro forza.


Le leggi di corsi e

ricorsi,

che erano state

stabilite dai

da quelli italiani del Rinascimento,


fondavano certamente anch'esse sopra qualche filosofia,

filosofi e politici greci e


si

ma

assai superficiale

onde assumevano a loro obietto

le

estrinseche e vuote forme politiche, delle quali procura-

vano

determinare

successione sopra dati di esperienza


o su vaghi raziocini. Ma il Vico ha per suo obietto le forme
di

la

che abbracciano in s

di cultura,

della vita, l'economia e

scienza e

il

fonte, che

secondo

tutti

e,

ritmo delle elementari forme dello

il

rito. Per questo, tutta l'erudizione che

vicinare

ricorsi vichiani alle

libio, del Machiavelli o del

mente

atteggiamenti

gli

diritto, la religione e l'arte, la

riportandole alla loro intima


umano, ne stabilisce la successione

linguaggio
lo spirito

il

teorie

di

spi-

spesa per rav-

si

Platone o di Po-

Campanella, riesce mediocreil Vico (il quale, come sap-

inutile: tanto pi che

piamo, pure fraintendendo spesso i suoi predecessori, non


si pu dire che volesse celarli, anzi, dove gli pareva scorgere riscontri e consensi, se ne pompeggiava) non senti
il
bisogno di ricordarle o vi accenn con poca stima.
L'vay.xXtoats di Polibio, la

sua economia della natura se-

cangiano e tramutano e al medesimo


sembrata quasi un'anticipapunto gli
zione della storia ideale eterna
pure il Vico mette Poli-

condo

la

si

quale
stati

ritornano,

bio insieme con gli altri, invitando

quanto [poco]

filosofi

lettori

a considerare

abbiano con iscienza meditato sui

principi dei civili governi, e quanto [poco] con verit, Polibio abbia ragionato sulle loro mutazioni . Il Campanella

connetteva

suoi circoli storici con leggi

astrologiche

come concepisce la catastrofe che inizia

il ricorso
Quando l'astuzia e malignit umana venuta
dove la pu venire, conviene di necessit che il mondo

il

Machiavelli ecco
:

XI.

si

purghi per uno

zione, oltre quelli

129

RICORSI

dei tre

umani

delle

modi

fame e inonda-

[peste,

nuove

religioni e linguaggi],

uomini, essendo divenuti pochi e battuti,

acciocch

gli

vano pi

comodamente

precedente

al

quale

il

e divengano migliori .

Vico quasi

l'antichissima tradizione

si

'vi-

solo

riferirsi,

di

gloria

Il

successione delle

egiziana sulla

tre et degli di, degli eroi e degli uomini, che interpetra


in guisa tutta sua e riempie di contenuto affatto nuovo.

che nel fondo, conferisce forza alla teoria sociologica vichiana dei ricorsi, il materiale storico col
quale , per cosi dire, impastata, v'introduce qualche de-

Se

la filosofa,

Vico ebbe pratica e predilezione particolare per


specialmente giuridica di Roma, donde mossero

bolezza.

Il

la storia
le

sue indagini e alla quale

si

dedic per pi anni; e que-

perch da lui meglio ricercata, sia per

sta storia, sia

la

sua stessa complessit, grandiosit e durata, fini per parergli la storia tipica o normale, da servire di misura
tutte

le altre, e gli

confuse

si

Roma

corso e ricorso.

con

stessa

la

gli offriva l'asilo di

Romolo, cio

passaggio dallo stato ferino all'ordinamento

monarchiche dapprima solo

del

legge

politico

il

le

apparenza, e
poi neppure nell'apparenza; la democrazia, uscente dalla
lotta contro l'aristocrazia e terminante nell'effettiva mo-

.aristocrazie,

narchia, cio nella forma


di qui,

pili

in

perfetta della vita civile; e

per processo degenerativo, la barbarie della

rifles-

sione ossia della civilt, che incomparabilmente peggiore


della

prima e generosa barbarie, e, conseguenza di essa,


una seconda condizione di di vagamento ferino, e la nuova
barbarie, la nuova giovent, il Medioevo. La storia di
Roma, a mala pena generalizzata e integrata qua e l con
quella della Grecia,

che formolano

prima sentono
avvertiscono

B. Cuoce,

La

le
il

il

si

scorge nelle

leggi della

degnit

vicinane

dinamica sociale. Gli uomini

necessario, dipoi

badano

comodo, pi innanzi

filosofa

di Giambattista Vico.

si

all'utile,

appresso

dilettano del

pia-

1>

FILOSOFIA DEL VICO

130

dissolvono nel lusso, e finalmente impazzano in istrapazzar le sostanze. Ci vogliono prima uomini
cere, quindi

immani

si

e goffi

come

Polifemi, affinch l'uomo ubbidisca

all'uomo nello stato delle famiglie, e per disporlo a ubbidire alla legge nello stato futuro delle citt. Ci vogliono
i

magnanimi

e gli orgogliosi

come

gli Achilli,

determinati

a non cedere ai loro pari, affinch sulle famiglie

si

costi-

tuiscano le repubbliche di forma aristocratica. Quindi si


richiedono i valorosi e giusti, quali gli Aristidi e gli Scipioni Africani, per aprire la strada alla libert popolare.

Pi innanzi, personaggi appariscenti con grandi immagini


accompagnata da grandi vizi, che presso il volgo

di virt

fanno strepito di vera gloria, quali gli Alessandri e


sari, per introdurre le monarchie. Pi oltre ancora, i
riflessivi,

quali

Tiberi, per istabilirle


e sfacciati, quali

furiosi, dissoluti

e,

Ce-

tristi

finalmente,

Neroni,

Caligola,

Domiziani, per rovesciarle.

Per effetto di questo assottigliamento della storia romana


a storia tipica, e insieme della corpulenza che la storia tipica acquista nella storia di Roma, la egge vichiana dei
ricorsi

talch se

da eccezioni, assai pi frequenti e

tutta rotta

gravi che

le
il

medesime leggi empiriche non comportino j


suo schema empirico fosse tutt'uno, come a

sembr, con

legge ideale dello spirito, parrebbe quasi


ironia l'affermata costanza di esso nell'eternit e nei mondi

lui

infiniti.

non

Il

la

disegnato corso delle cose

fecero, nell'antichit, Cartagine,

umane
Capua

(egli

scrive)

Numanzia^

che minacciarono di disputare a Roma l'imperch i cartaginesi furono prevenuti


pero del mondo
dalla nativa acutezza africana, che pi aguzzarono nei
le tre citt

commerci marittimi

dall'abbondanza della

capuani dalla mollezza del cielo e

Campagna felice; i numantini, perch nel loro primo furore dell'eroismo furono oppressi dalla
potenza romana, comandata da uno Scipione Africano, vin-

XI.

citore di

131

RICORSI

Cartagine, e assistita dalle forze del mondo.

dall'antichit saltando ai tempi moderni, gli americani cor-

rerebbero ora

il

corso

delle cose

umane,

se

non fossero

scoperti dagli europei; Polonia e Inghilterra persistono stati aristocratici (tale stimava il Vico l'Inghilterra,

stati

perch, non

come

la Francia,

monarchia

verranno a perfettissime monarchie, se


delle cose

umane

allo stato

ferino, se si apri

ma percorso naturale

assoluta),
il

non sar loro impedito da cagioni


straordinarie. Neppur il Medioevo poteva considerarsi, secondo la mente del Vico, come un vero e proprio ritorno
civili

con

lo

stabilimento della re-

ligione del vero Dio, del cristianesimo; n, a ogni

modo,

quel ritorno alla ferinit e alla barbarie sembra che sia


la sola via che si offra alle nazioni, giunte alla loro
che le nazioni corrotte
tbqiVj, al loro culmine. C' l'altra

perdano l'indipendenza e vengano sotto il dominio di


N, infine, la decadenza inevitabile, se
uomini di stato e filosofi, lavorando concordi, possono ser-

altre migliori.

bare la perfezione raggiunta e raffrenare la dissoluzione


minacciante, e se difatti (come egli nota) le poche repubbliche aristocratiche che sopravvivevano ai suoi tempi quali
residui del Medioevo (per es., Venezia), riuscivano a conservarsi con arti di sopraffina sapienza . I suoi propri

una compiuta umanit


tutte
le nazioni. Pochi
sembra
sparsa,
per
oggi,
(egli dice)
il mondo dei popoli, e quelli anmonarchi
reggono
grandi
cora barbari o durano per la perdurante sapienza volgare
di religioni fantastiche e fiere, o insiememente per effetto
del temperamento naturale dei vari popoli. Le nazioni,
infatti, soggette allo czar di Moscovia sono di mente pigra quelle del chan di Tartaria, genti molli i popoli sui
quali regnano il negus di Etiopia e i re di Fez e di Matempi

il

Vico giudica di alta civilt

rocco, deboli e parchi. Nella zona temperata

celebra un'umanit eroica, somigliante

alla

il

Giappone

romana

dei

FILOSOFIA DEL VICO

132

tempi delle guerre cartaginesi, fieri nelle armi, con una


lingua che arieggia la latina (qui il Vico fraintendeva il
ragguaglio di un missionario gesuita), con una religione
feroce di di orribili tutti carichi d'armi infeste (e qui

esagerava alquanto un passo del Bartoli) i cinesi, invece,


con una religione mansueta, coltivano le lettere e sono
umanissimi; umani ed esercitanti le arti della pace, i
popoli del gran Mogol; i persiani e i turchi mescolano
;

alla

mollezza dell'Asia la rozza dottrina della loro

reli-

ispecie temperano l'orgoglio con la


col
fasto, con la liberalit e con la gratitumagnificenza,

gione, e

turchi in

dine. Umanissima per eccellenza l'Europa, composta in


grandi monarchie e dove dappertutto si professa la religione cristiana, la quale insegna un'idea di Dio infinita-

mente pura e perfetta e comanda la carit verso tutto il


genere umano. Il Vico ferma l'occhio sulle confederazioni
dei cantoni svizzeri e delle provincie unite di Olanda (che
leghe etolie ed achee), e sul corpo dell'Impero germanico, sistema di citt libere e di principi
gli

ricordano

le

un grande stato
forma ultima degli

sovrani, che gli sembra quasi saggio di


aristocratico,
stati civili,

il

pi perfetto di tutti,
si pu intenderne altra superiore,

perch non

la prima, l'aristocrazia dei patrizi, re


sovrani nelle loro famiglie e uniti in ordini regnanti nelle
prime citt, ma riproducendola non pi barbarica, anzi

riproducendo essa

sommamente

L'Europa sfolgora dappertutto di tanta


abbonda di tutti i beni i quali possono
l'umana vita non meno pei piaceri della mente e
civile.

-umanit, che vi
felicitare

si

dell'animo che per gli agi del corpo

e tutto ci per virt

della religione cristiana che insegna verit sublimi, servita


dalle pi

dotte filosofie

dei

gentili e dalle

tre

maggiori

lingue del mondo, l'ebraica, la greca e la latina, e riu-

nente per
la

tal

modo

la

sapienza comandata con la ragionata,

pi scelta dottrina dei filosofi con la pi colta erudizione

XI.

133

RICORSI

somma civilt, garantita dal cristianesimo, sarebbe andata o stava per andare incontro a un
nuovo stato ferino? diffcile conoscere quel che veramente il Vico pensasse in proposito. C', tra i suoi versi,
dei filologi. Codesta

una canzone cupamente pessimistica ma una effusione


giovanile e, a ogni modo, piuttosto che a decadenza sociale, accenna addirittura a un'imminente fine del mondo.
;

Nelle sue lettere,

un

si fa

quadro delle condizioni

triste

ma non

spinge lo sguardo fuori


la vita sociale e
a
considerare
campo ristretto,
politica. D'altra parte, nell'ultimo suo scritto filosofico, nel
De mente heroica, volgendosi a quelli che dicevano tutto
degli studi ai suoi tempi

si

di quel

essere ormai perfetto e

affermava che

Mundus

non presentarsi nient'altro da

fare,

era nel maggior fervore di progresso:


iuvenescit adhuc; nani septingentis non ultra ab
si

quorum tamen quadringentos barbaries percurquot nova inventa? quot novee artesf qnot novee scientice
exeogitatee?... . Ma si potrebbe osservare che il De mente

hinc annis,
rit,

heroica un'orazione accademica, e che forse per questo

Vico vi fece tacere

suoi dubbi o

il

suoi intimi convinci-

come adattare nella previsione di una


imminente decadenza il sorgere di quel fatto provvidenziale
che era la Scienza nuova, la quale illuminava la vita delle
menti. In ogni caso,

nazioni e ne rendeva possibile la diagnosi e la cura? Tutto


sommato, probabile che il pensiero del Vico circa le sorti
della societ a lui

contemporanea

sia difficile

tanto a co-

un pensiero determinato su quel


mancava, essendo il suo animo tratto in qua

gliere perch, in verit,

punto a lui
da diverse e opposte tendenze e agitato fra timori

e in l

e speranze.

Se non

fosse

stata

turbata

dallo

schema

della storia

empirica dei ricorsi non sarebbe stata


costretta ad accogliere tante e tanto gravi eccezioni, n si

romana,

la teoria

sarebbe impigliata in cosi angosciose perplessit, e avrebbe

FILOSOFIA DEL VICO

134

agevolmente allogato le osservazioni storiche dell'auinsomma, si sarebbe presentata con tratti pi seme
plici
generali. Essa sarebbe consistita sopratutto nella
pili

tore, e,

determinazione e illustrazione del nesso tra epoche di prevalenza fantastica ed epoche di prevalenza intellettiva,
tra spontanee e riflesse, onde dalle prime escono le seconde per potenziamento e dalle seconde, attraverso la

degenerazione e la decomposizione,
storia politica mostra di continuo
crazie che, da forti che erano,
e

cedono all'urto

rozze

di

ma moralmente

classi

si

si

torna alle prime.

fanno

meno

vili e spregevoli,

affinate

o addirittura

pi energiche, fintanto che queste,

diventate a loro volta raffinate, raggiunta la pi alta


ritura delle idee

La

lo spettacolo di aristo-

storiche di cui portavano

il

fio-

germe, en-

trano in un periodo di decadenza e di fermentazione, dal


quale esce una nuova classe dominatrice, giovanilmente
barbara. E la storia della filosofia mostra periodi positivistici e

filosofiche

periodi speculativi, l'irrigidirsi delle soluzioni


nelle dottrine scolastiche e nei dommi, il ri-

torno alla

mera osservazione

del fatto

singolo, e

il

rina-

scente processo speculativo. E la storia letteraria ci parla


anch'essa di periodi realistici e idealistici, romantici e classicisti,

di corruttela classica che alessandrinismo e deca-

dentismo, e di barbarie romantica che da questo risorge.


Ecco altrettanti casi di veri e propri ricorsi vie hi ani.

Ma

poich la natura dello spirito, messa a fondamento di

fuori del tempo ossia in ogni istante del


non
tempo,
bisogna esagerare la distinzione dei periodi; e,
se quella legge deve avere una certa rigidezza, deve per
altro serbare anche una certa elasticit. Non bisogna mai

questi cicli,

dimenticare che in ogni epoca, per aristocratica o democratica, romantica o classica, positiva o speculativa che si
dica, anzi in ogni individuo e in ogni fatto, dato notare

momenti

aristocratici e

democratici,

romantici e

classici,

XI.

positivi e speculativi,

135

RICORSI

che quelle

'distinzioni

su grande

scala sono quantitative e di comodo: il che non deve portarci n a sostenere quella legge a tutti i rischi, cadendo
nell'artificiosit,
i

servigi che

gli

n a combatterla a oltranza, ricusando


schemi generali e approssimativi sogliono

rendere.
Perci,

non'

e'

stridenti

mana

quando

sia

cosi intesa

bisogno d'introdurre in
eccezioni che

il

corretta,

essa

modellamento

quelle
sulla

non

grosse

e
ro-

storia

e sulla sua catastrofe finale faceva necessarie,

accuse mosse

solo

ma

le

Vico di troppa uniformit si dileguano.


Vincenzo Cuoco, uno dei primi che presero a studiare con
intelligenza l'opera del Vico, notava, a proposito e contro
al

i
ricorsi, che la natura non si rassomiglia mai a s stessa,
ed l'uomo che per comporre. le sue osservazioni forma
le classi e i nomi . Verissima sentenza, ma che si volesse
ricorsi
applicare a questo caso, non varrebbe solo contro
i

vichiani, ma contro ogni sorta di scienza umana di carattere


empirico. Altri rimprovera al Vico di avere trascurato ordini
di cause che hanno importanza grande nella storia, per es.
il

clima, le disposizioni naturali delle razze e dei popoli,

avvenimenti straordinari. Ma, lasciando stare che il Vico


fece menzione pi volte di tutte queste cose mettendo in
gli

rapporto i caratteri dei popoli e i climi con le forme e


vicende degli Stati e ricordando avvenimenti e circostanze

che affrettano

il

corso naturale ossia ordinario delle na-

zioni (come, tra l'altro, nel discorrere della storia greca)


il

vero che egli

non doveva tenerne conto,

non

poteva indugiarvisi, perch il suo assunto concerneva le


uniformit e non le differenze, o certe uniformit e non
certe altre, che rispetto alle prime diventavano differenze
trascurabili. Allo stesso modo (e il paragone calzante ed
pi che un paragone) chi si faccia a notare i caratteri
generali delle varie et della vita, della infanzia, della fan-

FILOSOFIA DEL VICO

186

ciullezza, dell'adolescenza e via dicendo, trascurer di no-

tare gli acceleramenti o ritardi di sviluppo secondo

climi o le varie razze

il

vari

veri

Vico abbia negato

la

di

gruppo
che

addebiti,

vari

Nel medesimo

accidenti.

inopportuni insieme, rientra


comunicabilit e compenetra-

zione reciproca delle civilt col sostenere insistentemente

che la civilt nacque separatamente presso


sapere

nulla gli uni

degli

altri

popoli senza

e perci senza prendere

esempio reciproco. Il quale addebito stato controbattuto


osservando che il Vico non manca di ricordare casi di ef-

un popolo

ficacia di

sull'altro

e di

trasmissione delle ci-

vilt e dei loro prodotti (per es., della scrittura

alfabetica

dai caldei ai fenici e da questi agli egiziani), e che, a ogni


la sua legge non empirica ma filosofica e si ri-

modo,

ferisce alla

spontaneit

umano.
appunto l'aspetto em-

produttrice dello

Senonch, ci che in discussione

spirito

non quello filosofico della legge e la risposta


giusta sembra a noi, come si gi accennato, che il Vico
non potesse e non dovesse tenere conto delle altre circopirico e

stanze, al

modo

nello studiare le

stesso (per

varie

manifestazioni del

ripigliare

fasi

della

l'esempio) che chi

vita descrive

le

prime

fantasticare

bisogno sessuale nel

vago
o in altri fatti consimili della pubert, non tiene conto
dell'iniziazione all'amore che gli adolescenti meno esperti
possono ricevere

dai

piti esperti,

ricerca concerna

non

le

le leggi

fisiologiche

leggi

quando l'assunto

sociali

della

dell'imitazione

dello sviluppo organico.

colui

ma
che

affermasse che pur senza iniziazione e ammaliziamento

bisogno

sessuale

si

risveglia

egualmente

si

il

procaccia

soddisfazione, riaffermerebbe, senza dubbio, nient'altro che


l'incontrastabile verit di un'antichissima novellina orien-

Boccaccio inseri nel Decamerone, ma pronunzierebbe insieme il pi esatto riscontro alla famosa e tanto

tale

che

il

contrastata dignit vichiana.

XI. I

ricorsi vichiani si

si

spesso

al

creduto,

opporrebbero,

se,

137

RICORSI

oppongono

di necessit,

come

concetto di progresso sociale. Si

invece di essere semplicemente uniformi,

fossero identici, in conformit dell'idea, che

si

affacciata

nell'antichit e nei giorni nostri- a qualche cervello strava-

gante, dell'eterno ritorno delle cose singole e individuali.


Il ripercorso del corso, il circolo eterno dello spirito, pu
e deve (sebbene il Vico non lo dica) pensarsi non solo diverso nel moto uniforme, ma continuamente arricchentesi
e crescente su s stesso, in guisa che la nuova epoca del
senso sia in realt arricchita di tutto l'intelletto, di tutto
lo

e cosi la nuova epoca della


mente spiegata. La barbarie ritor-

svolgimento precedente,

fantasia o quella della


il

nata,

barbarie

Medioevo, fu per tanti rispetti uniforme all'antica


ma non per ci deve considerarsi identica se con;

tenne in s

il

cristianesimo che compendi e super

il

pen-

siero antico.

Tutt'altra questione se nel Vico sia esplicito e rilevato il concetto di progresso. 11 Vico non nega il progresso,
vi fa anche,

quando parla

delle condizioni dei suoi tempi,

ma non

qualche accenno come a una realt


ne ha il concetto, e molto meno

gli

sua

del processo

filosofia, se

procura

l'alta visione

di

fatto;

rilievo.

La

dello

spirito ubbidiente alla sua propria legge, ritiene tuttavia,

da questa mancanza di coscienza circa

il
progressivo arricchimento del reale, qualcosa di desolato e di triste. Il
carattere individuale degli uomini e degli avvenimenti ,

nel Vico, obliterato:

tanto

una

come

individui e avvenimenti stanno sol-

casi particolari di

fase della civilt

un aspetto

e perci,

dello spirito o di

sempre, Aristide con Sci-

mai Aristide come Aricome


e
Alessandro
e Cesare come
stide, Scipione
Scipione,
Alessandro e come Cesare. Progresso importa ufficio pripione, Alessandro con Cesare, non

vilegiato di

ciascun fatto, di ciascun individuo,

ciascuno

FILOSOFIA DEL VICO

138

mettendo

la propria nota,

storia, e ciascuno

insostituibile,

rispondente

con

nel

poema

maggior voce

della

al

suo

predecessore.

Ma

la

ragione per la quale

al

Vico doveva fare difetto

l'idea di progresso e la sua ricerca storica


unilaterale,

non

si

doveva riuscire

pu scorgere bene se non quando

dato uno sguardo alla sua metafisica.

si

sia

XII

La metafisica

_L
il

er

Vico

metafisica

della

realt

intendiamo

tutta e

la

non del

concezione che ebbe


solo

mondo umano;

e includiamo nel significato della parola anche l'eventuale


conclusione negativa che affermi l' inconoscibilit o la imperfetta conoscibilit di

quella suprema

una o pi

in cui le altre

si

sfere

del

reale, o di

riuniscono.

Il Vico per l'appunto (come ci noto dalla seconda


forma, che poi l'ultima, della sua gnoseologia) segn una
profonda linea divisoria tra mondo umano e mondo natu-

rale:

il

il primo trasparente all'uomo perch fatto dall'uomo,


secondo opaco, perch Dio, che l'ha fatto, egli ne ha

la scienza.

la

sua concezione della realt totale e ul-

tima, la metafisica da lui esposta tutt' insieme con la sua


prima gnoseologia, ritiene il solo valore, che questa le con-

probabile ma inverificabile congettura, la


compie nella certezza della teologia rivelata. Essa

cede, di una

quale

si

rimane perci senza possibile congiungimento con la Scienza


nuova, che procede con metodo sicuro di verit e prescinde
affatto dalla rivelazione. Il Vico non la rifiut mai
ne
;

discorre nella sua autobiografia che del 1725, contemporanea alla prima Scienza nuova; la ricorda con compia-

cimento nel 1737, cio sette anni dopo

la

seconda Scienza

FILOSOFIA DEL VICO

140

nuova, quando la sua vita scientifica era (ed egli stesso


Ma, sebbene non la rifiu-

cosi la considerava) terminata.


'

tenne sempre come appartata in -un angolo della

tasse, la

sua mente.

Sembrerebbe che, assodato questo punto, non


vesse essere,

circa la

d'importanza

filosofica.

metafisica

vichiana, altro

Pure, non cosi.

poich ogni parte della

in

ci

do-

da dire

primo luogo,

implica le altre e dalla


trattazione di una delle cosi dette scienze filosofiche par-

pu sempre desumere

ticolari si

cercar

legittimo

di

il

carattere del tutto,

scrutando

determinare,

metafisica vi implicita,

nuova, quale

filosofico quella

plemento

filosofia

scienza

la

Scienza

ossia quale

com-

logicamente sopporta e

richiede.

Ora

la

Scienza nuova, che affermava la conoscibilit


cose

piena delle

come

in

una

umane,

psicologia,

ma

non gi nella

loro superficie

nell'intima loro

natura; la

Scienza nuova, che raggiungeva di l dagl'individui la


conoscenza della Mente che informa il mondo ed Provvi-

denza;

quella

Scienza, che

con divino piacere contem-

plava l'eterno circolo dello Spinto: innalzata che


tale altezza

tendeva necessariamente

tutta la realt,

della

si

era

all'interpetrazione di

natura e di Dio

come Mente. Che

questa tendenza fosse oggettiva, della Scienza nuova, e non


soggettiva,

del Vico,

nel

quale

quella scienza,

per cosi

era pensata, quasi superfluo avvertire di nuovo.


Il Vico, come persona, non solo non la favori, ma anzi la
compresse e represse con tanta energia che non ne lasci
dire, si

apparire traccia nei suoi libri. Di nessuna dottrina filosoebbe tanto terrore, e contro nessuna polemizz con
tanta frequenza, quanto contro il panteismo e forse profica

prio questa preoccupazione polemica la sola traccia, sebbene affatto involontaria, che si possa notare nei suoi
scritti, della

tendenza che egli doveva sentire in

s.

Egli

LA METAFISICA

XII.

141

era e voleva restare cristiano e cattolico: la trascendenza,


il Dio personale, la sostanzialit dell'anima, per quanto la

sua scienza non vi conducesse, erano bisogni irrefrenabili della sua coscienza. Ma ci, come permetteva al Vico
di reprimere soltanto, e non di sopprimere, la logica e intrinseca tendenza del suo pensiero, cosi d a noi facolt
di riconoscerla nella cosa stessa.

a ragione un critico

(lo Spaventa) ebbe ad affermare che nel Vico si


affacci l'esigenza di una nuova metafisica; e un altro,

italiano

tedesco e cattolico, defini

il

sistema di lui un

teismo. Pi arrischiato sarebbe


italiano, spingersi a dire

delle

che

il

Vico progred sul concetto

due sostanze cartesiane e dei due

monade

e della stessa

attributi spinoziani

leibniziana, sorpassando

lismo e l'armonia prestabilita col distinguere


videnze,

che uno di

due

attributi,

la

natura e

lo

essi sia scala all'altro, e col

di unione e la derivazione del contrario

o sviluppo; onde

la

semipan-

forse, col ricordato critico

natura sarebbe

il

le

il

paralle-

due prov-

spirito, in

concepire

il

modo
punto

come spiegamento

fenomeno

e la base

presupposto che lo spirito fa a s


stesso per essere veramente spirito, vera unit. Perch,
potendosi dubitare che la distinzione dei due attributi o
delle due provvidenze, la naturale e l'umana, sia ben fonpropria dello spirito,

il

data e ineluttabile conseguenza del concepire la sostanza


come spirito e come mente, non si pu dedurre il passaggio evolutivo dall'una all'altra come tendenza implicita
nel concetto vichiano della mente. Per questa seconda e

tendenza occorrono, insomma, prove particodocumentarie, che si hanno bens ma insufficienti e

particolare
lari e

malsicure, e

non nel sistema

della

Scienza nuova,

ma

piuttosto in quello che cronologicamente lo precedette.


Perch anche la metafisica che il Vico deline nella pri-

ma

fase del suo pensiero non (com' sembrato a parecchi


e pu sembrare a prima vista) priva di ogni significato e

FILOSOFIA DEL VICO

142

importanza. Essa dimostra la medesima avversione contro


il materialismo e il
medesimo amore per V idealismo che

anima

le

La

meditazioni della Scienza nuova.

filosofia di

Epicuro, che prende a suo principio il corpo gi formato


e diviso in parti multiformi ultime, composte d'altre parti

che per difetto di vuoto interposto

sembrava a

lui

una

filosofia

si

fingono indivisibili,
le menti rozze

da soddisfare

e con quanto
vedeva spiegate da quel filosofo (ossia nel poema
di Lucrezio) le forme della natura corporea, con altrettanto o riso o compatimento lo vedeva tratto dalla dura

dei fanciulli e le deboli delle donnicciuole;

diletto

necessit a perdersi in mille inezie e sciocchezze per ispiegare le guise della mente. Di falsa posizione , non meno
il

dell'epicurea,

Vico accusava

anch'essa ha per principio

da quella

di

Epicuro

in ci

la

tsica

cartesiana, che

corpo gi formato, diversa


che l'una ferma la divisibilit

il

del corpo negli atomi, l'altra fa

suoi tre elementi divi-

l'una pone il moto nel vano, l'altra nel


a formare i suoi infiniti mondi da
comincia
l'una
pieno;
una casuale declinazione di atomi dal moto in gi del prosibili all'infinito;

prio loro peso e gravit;

l'altra,

suoi

indefiniti vortici

da un impeto impresso a un pezzo di materia inerte e


quindi non divisa ancora, che col moto impresso si divide
in quadrelli e impedita dalla sua

mole mette

in necessit

movere in moto retto, e, non potendo per


suo pieno, incomincia, divisa nei suoi quadrelli, a moversi circa il centro di ciascun quadrello. Cosi se Epicuro
di sforzarsi a

il

commetteva

mondo

Caso, Cartesio lo assoggettava al


Fato; e invano, per salvarsi dal materialismo, egli sovrappose alla sua fisica una metafisica alla maniera platonica,

con cui
l'altra

il

al

studi di stabilire due sostanze, una distesa e


intelligente, e di far luogo a un agente immatesi

perch queste due parti non erano congruenti nel sistema, richiedendo la sua fsica meccanica una metafisica

riale,

XII.

LA METAFISICA

143

come

l'epicurea, che stabilisce un sol genere di sostanza


corporea operante. Per simili o analoghe ragioni, il Vico
filosofie del

le

respingeva

Gassendi, dello Spinoza e del

Locke; e le fisiche di altri autori, quella per es. di Roberto


Boyle, gli parevano profittevoli per la medicina e per la
spargirica, inutili per la filosofia. Di Galileo giudicava che

avesse mirato la fisica con occhio di gran geometra, ma


non con tutto il lume della metafisica. Le sue simpatie si

che erano insieme geometri, e perci


alla fisica pitagorica o timaica, secondo la quale il mondo
consta di numeri alla metafisica platonica che dalla forma
ai

volgevano

filosofi

della nostra mente, senz'alcuna ipotesi, stabilisce per principio di tutte le cose l'idea eterna sulla scienza e coscienza

che abbiamo di certe eterne verit che sono nella nostra

mente

che non possiamo sconoscere o rinnegare;

dottrina, che
metafisici

egli

Nifo,

Ficino,

Mazzoni,

stoico, dei

alla

punti

del Rinascimento italiano,

e, infine, alla filosofia

quando risplendevano
Steuco,

Zenone

attribuiva a

Pico della Mirandola, gli

Piccolomini, gli Acquaviva e

Patrizzi.
Il

concetto fondamentale della sua cosmologia era dato

dai punti metafisici, nei quali trovava applicazione

il

rio-

matematica sulla metafisica, da lui amperamento


messo come procedere analogico costruttivo. Al modo stesso
della

che dal punto geometrico nasce la linea e la superficie, e


punto che viene definito non aver parti d la dimostra-

il

zione che le linee altrimenti incommensurabili

si

tagliano

non pi

eguali nei loro punti; cosi lecito postulare punti

ma

geometrici

metafisici,

Tra Dio, che

quali,

non

estesi,

generino

corpo, che moto,


s'interpone mediatore il punto metafisico, il cui attributo
il conato, ossia l' indefinita virt e sforzo dell'universo

l'estensione.

mandar

quiete, e

il

fuori e sostenere le cose particolari tutte. L'esi-

stenza del corpo

non

altro che

un'indefinita* virt di

FILOSOFIA DEL VICO

144

mantenerlo disteso,

la quale sta egualmente sotto cose diquantunque disuguali, ed insieme indefinita virt
di muovere che sta sotto ai moti quanto si voglia disuguali. Sotto un granello di arena vi ha tal cosa che, dividendosi quel corpicello, d e sostiene un' infinita estensione

stese

e grandezza; sicch la mole dell'universo tutto, nel corpo


del granello, se non in atto, bene in potenza e in virt.

Questo sforzo dell'universo, che sotto ogni piccolissimo


corpicciuolo, non n l'estensione del corpicciuolo n
l'estensione dell'universo; la
di ogni corpolenza, agita e

mente

muove

lare determinazione della realt


rit fondamentale. Il

tempo

si

si

di Dio, la quale,

pura

tutto.

Ogni particoaccorda con questa veil

divide, l'eternit nell'in-

diviso;
perturbazioni dell'animo diminuiscono e crescole cose
no, la tranquillit d'animo non conosce gradi
le

estese

si

corrompono,

le

inestese constano nell'indivisibi-

corpo tollera divisione, la mente non la tollera; le


opportunit sono nel punto, i casi in ogni parte; la scienza
lit;

non

il

si

divide, l'opinione genera le stte; la virt

n pi in qua n pi in

l, il

non

vizio spazia dappertutto

sta
;

il

retto uno, le cose

prave innumerevoli; in ogni genere di


l'ottimo
viene collocato nell'indivisibile.
cose, insomma,
La sostanza in genere, che sta sotto e sostiene le cose,
si

divide

nelle

due specie

della

sostanza

distesa, che e

quella che sostiene ugualmente estensioni disuguali, e della


sostanza cogitante, che sostiene ugualmente pensieri disuguali; e siccome una parte dell'estensione divisa dalma indivisa nella sostanza del corpo, cosi una parte

l'altra

della cogitazione,

cio a dire

un determinato pensiero,

divisa dall'altra ed indivisa nella sostanza dell'anima.

Proprio dell'anima
fatto ai corpi

il

conato, ossia la libert, negata af-

e Cartesio, che cominciava la sua fisica dal

conato dei corpi, la incominciava veramente da poeta e ricadeva nelle concezioni antropomorfiche dei popoli primi-

XII.

tivi.

Quelli che

LA METAFISICA

145

meccanici dicono conati, forme, potenze,

sono moti insensibili dei corpi, coi quali essi o s'appressano, come voleva la meccanica antica, ai loro centri di
gravit, o, secondo le teorie della meccanica nuova, s'allontanano dai loro centri del moto. E, al pari del conato,

e inconcepibile nei corpi la comunicazione del moto, concedere la quale tanto varrebbe quanto concedere la compenetrazione dei corpi, non essendo altro il moto che il
corpo che si muove la percossa data a una palla sol:

tanto occasione perch lo sforzo dell' universo, il quale era


si debole nella palla da far sembrare che essa si mantenesse quieta,

si

spieghi di pi e cosi

ci

dia apparenza di

pi sensibile moto. Coi cartesiani, per altro, e

in

ispecie

Vico s'accordava circa l'origine delle


inclinando
alla
concezione che Dio le crei in noi volta
idee,
per volta; coi cartesiani altres teneva che i bruti fossero

col Malebranche,

macchine

il

con tutta

la filosofia del

suo tempo ricono-

sceva la soggettivit delle qualit sensibili.


Lasciando queste ultime dottrine, alle quali

Vico ac-

il

cenna appena e che non gli sono proprie, tutta sua veramente quella fondamentale dei punti metafisici giacch
;

l'attribuzione di

essa a

un

fantastico

persona erano fusi e confusi l'eleate e

Zenone, nella cui


lo stoico

(secondo

un errore comune nella letteratura filosofica del tempo),


non pu ingannare nessuno, e non ingann il medesimo
Vico che, messo alle strette, spieg come fosse stato condotto a interpetrare a quel modo ci che di Zenone riferisce Aristotele e concluse che, se

quella dottrina non

si

voleva ricevere come zenoniana, la si prendesse per sua


propria e non assistita da nomi grandi. N, d'altro canto,

pu riportarla alla monadologia leibniziana, che dubbio se fosse nota al Vico, che il Vico a ogni modo non
si

mentova (laddove pur mentova, con parole


renza,

il

B. Cuoce,

Leibniz), e

La

filosofia

con

la

di

alta reve-

quale la somiglianza molto

di Giambattista Vico.

IO

FILOSOFIA DEL VICO

146

vaga, perch

punti metafisici non sono monadi. Se mai,


pu affermare che avesse sopra di essa

efficacia si

qualche

newtoniana (che allora si cominciava a divulgare in Italia anche per opera di taluni amici
la scoperta leibniziana e

personali del Vico) del calcolo infinitesimale

cui

ter-

mini d'infiniti massimi, minori, maggiori e via dicendo


stravolgerebbero l'umano intendimento, perch

(egli dice)

l'infinito schivo di ogni moltiplicazione e

non soccorresse una metafsica

se

la

gli attuali distesi e attuali

sotto tutti

comparazione,
quale stabilisca che

movimenti

sia

una

virt o potenza di estensione e di moto sempre uguale a


s stessa, cio infinita. E pi giustamente ancora stato

indagato

confluire

il

nella concezione vichiana delle cor-

renti platoniche (del platonismo della Rinascenza) e galileiane, particolarmente di queste ultime;

non ne diminuisce

il

che, per altro,

l'originalit.

Originalit, senza dubbio, di

un pensare fantasticheg-

giante e arbitrario, che per tal ragione rimase senza pos-

svolgimento e senza efficacia diretta sulla reconcezione del Vico. Al recensente del Giornale

sibilit di

stante
dei

letterati,

che chiamava quella metafisica un abbozzo,

un aborto,
come aborto, compiuto.

l'autore rispondeva che era affatto compiuta:

invero, piuttostq che un abbozzo,

e,

nella Scienza nuova, oltre qualche richiamo alla negata

attribuzione del conato ai corpi, c' un solo fuggevole

ma

curioso tentativo di connessione con una metafsica geomeed l


trica o aritmetica sul tipo di quella ora delineata
;

dove

si

afferma che sull'ordine delle cose

e composte

astratte e

si

corpulente
conviene l'ordine dei numeri, che sono cose

purissime, e

si

cominciano dall'uno con


ai

pochi con

civili

osserva che, infatti,


le

le aristocrazie,

monarchie

familiari,

governi

passano

s'inoltrano ai molti e tutti

repubbliche democratiche, e finalmente ritornano


all'uno nelle monarchie civili (assolute), sicch l'umanit
nelle

XII.

LA METAFISICA

147

corre sempre dall'uno all'uno, dall'assolutismo del paterfamilias a quello del monarca illuminato.

Ma

se si

pu

si

deve negar valore

alla

cosmologia

cui si avvichiana;
e
manifeste
furono
notate
dai
critici
del
sono
volge
tempo;
anche innegabile il carattere che essa ha di dinamise

smo,

le

contradizioni e

in opposizione al

oscurit in

le

meccanicismo della

poranea. L'escogitazione dei

filosofa

contem-

punti metafisici, nella quale

Dio appare il gran geometra che conoscendo fa e facendo


conosce le cose dell'universo, come il simbolo della ne-

Un Vico

cessit di risolvere la natura in termini idealistici.

un Vico agnostico, perfino un Vico immaginoso inventore di romanzi cosmologici e tsici, si trova qua
e l; ma un Vico materialista non si trova in nessuna
teologizzante,

parte dell'opera sua.

Anche questa non ardita metafisica dest sospetto di


panteismo, bench l'autore insistesse nella dottrina teologica *che il fare di Dio si converte ab intra col generato
e ab extra col fatto, e che perci

il

mondo

creato in

tempo; che l'anima umana,

la quale, specchio della divina,


pensa l'infinito e l'eterno, non terminata da corpo e
quindi neppure da tempo, e perci immortale e che in
;

qual modo

nelle cose finite, ci, se

l'infinito sia disceso

anche Dio l'insegnasse, non

si

potrebbe

intendere dal-

l'uomo. Comunque, egli stim necessario chiudere

le

ri-

sposte ai suoi critici col raccogliere le proposizioni che


dimostravano il suo ortodossismo, e ribadire che essendo

Dio altrimente sostanza e altrimente


gion d'essere o l'essenza essendo
le

le creature, e

la ra-

propria della sostanza,

sostanze create, anche in quanto all'essenza, sono diverse

e distinte dalla sostanza di Dio

La trascendenza limitava
di

la

mente del Vico

raggiungere l'unit del reale, g'

dendogli
che la conoscenza

veramente completa

di

e,

impe-

impediva anquel

mondo

FILOSOFIA DEL VICO

148

umano,

ch'egli

aveva

cipio, rischiarato.
il

cosi potentemente, con opposto prin-

Ed ecco

ora perch

progresso, non poteva averne

osservato che

il
il

Vico, senza negare

concetto. E

stato

concetto di progresso estraneo al cattolicismo e prende origine dalla riforma protestante, e che
il

perci il cattolico Vico doveva inibirselo. Ma altres il


concetto della provvidenza immanente inconciliabile col
tuttavia il Vico lo pens profondamente.
che vuol dire che non l'impulso gli mancava, ma piuttosto la possibilit di andar oltre un certo segno, dove la
cattolicismo, e
Il

sua fede sarebbe stata messa a troppo aperto sbaraglio.


Il progresso, dedotto dalla provvidenza immanente e introdotto nella Scienza nuova, avrebbe accentuato la diffe-

renza nell'uniformit, il sorgere del nuovo a ogni istante,


avrebbe
il perpetuo arricchimento del corso a ogni ricorso
;

cangiato la storia, da un rassegnato percorrere e ripercorrere il solco tracciato da Dio sotto l'occhio di Dio, in un
dramma che ha in s la propria ragion d'essere; avrebbe
trascinato nelle sue spire l'intero cosmo e reso reale il
pensiero dei mondi infiniti. Il Vico, all'affacciarsi di questa visione, arretra pauroso, si

sostituito in lui dal credente.

ferma ostinato,

il

filosofo

xnr
Passaggio alla storiografia

Carattere generale della storiografia vichiana

D,'alle

cose precedentemente discorse chiaro che la

parte storica della Scienza nuova non poteva configurarsi

come una

storia del genere

umano, nella quale

ai

popoli e

agl'individui fosse riconosciuto l'ufficio proprio e singolare

che ciascuno di

tal

uopo

avvenimenti.

essi esercit nel corso degli

Vico avrebbe dovuto chiudere

il

di pensiero, che in

il

suo sistema

un punto rimaneva spezzato

e aperto
concezione religiosa e innalzare la sua divinit provvidente a divinit progrediente, determinando i corsi e i

alla

come

ritmo interno del progresso. Ovvero, per


raggiungere nella storia, in senso diametralmente opposto,
la visione dell'individualit, doveva abbandonare la sua
ricorsi

il

germinale filosofia idealistica, togliere la divisione tra provvidenza ordinaria e straordinaria, darsi totalmente in braccio alla fede e alla tradizione religiosa, e tracciare la storia
dell'

umanit

metteva

primo

sul disegno

d' intravvedere.

partito,

lui ricostruita

come

che Dio aveva rivelato o per-

Come

filosofo, al

credente, egli repugnava al

secondo; onde

non poteva essere,

non

fu,

la storia

da

storia uni-

versale.
Per conseguenza, non fu neppure quello che si chiama
filosofia della storia, se a questa denominazione si rida

FILOSOFIA DEL VICO

150
il

significato originario di

che abbia l'occhio

una

storia

universale

(cio

maggiori e pi nascoste iuncturce

alle

rerum) narrata filosoficamente (vale a dire, pi filosoficamente che non si solesse dai cronisti, dagli aneddotisti
e dagli storiografi cortigiani, politici e nazionali).

La con-

troversia se al Vico o allo Herder spetti di aver fondato la


filosofia della storia,

dovrebbe francamente risolversi a

fa-

vore dello Herder, perch l'opera di costui ha quell'andamento di storia universale che manca alla Scienza

nuova; sebbene, d'altro canto, sia agevole trovare allo


Herder precursori in buon numero, a cominciare dai profeti ebraici e dallo schema delle quattro monarchie, che
rimase non solo nel Medioevo
derni

lo

schema costruttivo

ma

ben

oltre nei

tempi mo-

della storia universale.

sar

fuori luogo soggiungere che la cosi detta filosofia della storia in

quanto storia universale non costituisce una speciale

scienza filosofica o una storia nettamente distinguibile da


altre forme di storia (salvo che, per ismania di renderla

autonoma, non se ne faccia

una
Herder si
o di

filosofia

il

mostro di una storia astratta

storicizzata);

attribuisce

il

quando

al

Vico o allo

vanto di avere creato con

sofia della storia una

nuova scienza,

si

la filo-

rivolge loro

un complimento

di dubbia lega: il quale, per ci che in


concerne
il Vico,
stato cagione che non si
particolare
il valore' vero dall'opera sua. Infatti, la Scienza
scorgesse

nuova d'intorno alla comune natura delle nazioni , intesa


come l'equivoca scienza della filosofia della storia (Philosophie de l'histoire

intitol

il

Michelet la sua riduzione

dell'opera vichiana), non ha lasciato vedere la


Scienza nuova come nuova filosofia dello spirito e
iniziale metafisica della mente.

francese

Il dissidio che era, nella sua concezione generale, tra


scienza e credenza, riappare, nella storiografia del Vico,
come divisione e opposizione tra storia degli ebrei e

XIII.

CARATTERE DELLA STORIOGRAFIA VICHIANA

151

storia delle genti, tra storia sacra e storia profana. La


storia ebraica non and soggetta alle leggi delle altre, ebbe

un corso

tutto proprio,

colari, cio

si

spiega con principi affatto partidi Dio. La Scienza nuova,

con l'azione diretta

che nella sua parte filosofica non ne dava i principi esplicativi, non avrebbe dunque dovuto trattarne altrimenti
nella sua parte storica. E tale sarebbe stato, forse, il desi-

Ma

derio del Vico.

al

desiderio

si opponeva (senza parlare


era di premunirsi della taccia di
empiet, che non sarebbe mancata) il suo scrupolo di uomo
di fede e di buona fede, che lo spingeva a cercare una

del bisogno in cui egli

qualche armonia tra

le

due

storie, le quali,

per quanto

vise egli le ponesse (ricordando in proposito che

di-

anche un

autore gentile, Tacito, chiamava gli ebrei uomini inso>), entrambe si erano svolte sulla terra e avevano

cievoli

avuto reciproche relazioni, non foss'altro che all'origine


dell'umanit e nella sua palingenesi per opera del cristianesimo. Accadde che

il

Vico

il

quale voleva e doveva, per


il racconto della

l'indirizzo stesso della sua mente, evitare

storia universale, e attenersi insieme ai soli problemi filo-

soficamente e filologicamente trattabili, non potesse esimersi dal rompere talvolta il suo proposito, e dal tentare

un qualche congiungimento
tempo una qualche apologia
gomenti

tra le

due

storie, e in

pari

della storia sacra con gli ar-

forniti dalla scienza e dalla storia profana.

parte pi infelice ma altamente significante


dell'opera sua. Egli era costretto ad ammettere, in contrasto a tutte le sue scoperte, con istrazio di tutta la sua

questa

mente, che
bare intatte
della

la

avevano goduto il privilegio di sermemorie fino dal principio del mondo,

gli ebrei
le loro

qual cosa

le altre

nazioni

si

vantavano a vuoto, e

che perci l'origine e successione certa della storia universale dovesse domandarsi alla storia sacra. E l'esigenza
di connettere

suoi concetti circa le civilt primitive con

FILOSOFIA DEL VICO

152

con l'anno che

la cronologia biblica,

creazione

alla

del

mondo, con

si

soleva assegnare
del diluvio

la tradizione

universale e con quella dei giganti, di trovare (com'egli


dice) la perpetuit della storia sacra con la profana ,
lo port a immaginare le cose pi stravaganti. Imperver-

dunque nell'anno 1656

sato

dalla

creazione

diluvio, e

il

No, mentre gli ebrei iniziano o prosestoria con Abramo e gli altri patriarla
loro
sacra
guono
e
con
le
chi,
poi
leggi date da Dio a Mos, tutti i restanti
separatisi

figli di

i camiti e
giapetici, i primi pi tardi e per minor
tempo, i secondi e i terzi pi presto e per tempo pi lungo,
caddero nello stato ferino ed errarono per la terra, be-

semiti e

stioni stupidi e feroci.

E laddove

gli

ebrei, sottomessi al

governo teocratico, severamente educati e praticanti le


abluzioni, rimasero di giusta statura, i componenti delle
n morale n

altre razze, senza disciplina

gendosi

nitrici

sali

fisica,

travol-

fango, nello sterco e nell'urina e assorbendo

nel

come

(cosi

di sterco e di urina la terra

s'in-

grassa e diventa

feconda) crebbero in corpi mostruosi e


giganteschi. Cento anni pei semiti e dugento per le altre
due razze dur lo stato ferino; fino a quando la terra, che
era rimasta a lungo inzuppata dall'umidore del diluvio universale, asciugandosi mand fuori esalazioni secche o materie

ignite

in

aria a ingenerare

come gi sappiamo,
che Giove,

si

coscienza di

la

con

fulmini. Coi

la mitologia del cielo

fulmini,

fulminante

sveglia nei bestioni la coscienza di Dio e


s,

onde diventano uomini. Si apre

cosi

l'et degli di, che socialmente quella delle monarchie


familiari dove il padre re e sacerdote e nel corso della
si viene costituendo il sistema delle deit maggiori,
giganti merc le spaventose religioni e l'educazione

quale
e

domestica che

mento

doma

spirituale, e

la loro

merc

alla giusta corporatura

carne e sviluppa in essi

le

l'ele-

lavande, degradano via via

quale hanno

gli

uomini che

s'

in-

XIII.

CARATTERE DELLA STORIOGRAFIA VICHIANA

153

Tale,

contrailo agli inizi della susseguente

et eroica.

indicata per sommi capi, la bizzarra costruzione, fatta


dal Vico, dei cominciamenti della storia umana sulla terra,

messi in armonia coi racconti della storia sacra; e di essa


si sarebbe riso o sorriso meno, se si fosse guardato al

dramma che

vi sotto, alla tormentosa coscienza del cre-

dente che, lottando col pensatore, cerca rifugio in quelle


stravaganze. Con le quali, a ogni modo, il Vico valicava
sopra una serie di sassi vacillanti
esalazioni

(il

diluvio,

giganti, le

secche) la fiumana della tradizione religiosa e


il terreno sodo della storia critica, dove sco-

raggiungeva

priva altres

il

primo appoggio della sua filosofia dello


da osservare inoltre che il rapporto

spirito, la ferinit.

con

storia

la

ebraica

la

sola

che a

lui

s'

imponesse

come storia vera e propria, cio come un unicum, sebbene


in modo miracoloso, affatto individuato
gli sugger i

rari

accenni

gnare

che

s'

ai vari popoli

incontrano nei suoi

uno speciale

scritti

ufficio o

ad asse-

missione; onde

gli parve talvolta che gli ebrei rappresentassero la mens,


i

caldei la ratio e

giapetici la pliantasia.

Parallelamente a questa storia fantastica dei cominciamenti del genere umano sulla terra, corrono i tentativi di
apologetica biblica.

Il

Vico non tralascia

di arrecare

che dovrebbero profanamente confermare

prove

racconti della

storia sacra. Conferma, per es., del diluvio e dei giganti sa-

rebbero
il

simiglianti racconti dei greci e di altri popoli;

governo teocratico, del quale nessuna storia profana ha

notizia precisa e oscuramente vi alludono


favole,

si

e dopo

il

poeti nelle loro

riscontrerebbe nel governo degli ebrei innanzi


diluvio
gli ebrei avrebbero ignorato la divi;

nazione, perch vivevano in diretti rapporti col vero Dio,


laddove i caldei ebbero la magia o divinazione secondo i

moti degli astri e

popoli di

Europa quella per

auspici.

Si sente in tutto ci, senza dubbio, qualcosa di voluto,

un

FILOSOFIA DEL VICO

154

voler vedere o un voler non vedere, un darsi sulla voce,

un

eccitarsi alla persuasione;

come

consueto, del resto,

in molti credenti colti e scientificamente

scriver perfino
delle

una

educati.

volta, nell'esporre la genesi

forme grammaticali e nell'asserire che

Vico

Il

storica

verbi comin-

ciarono dagli imperativi e cio dai comandi monosillabici


che i padri davano a mogli, figliuoli e famoli (es, sta, i, da,
fac ecc.), che da ci si ricava un'indiretta dimostrazione
della verit del cristianesimo, perch in ebraico la terza

persona singola e maschile del perfetto rappresentata


dalla nuda radice senza alcun segno flessivo
prova evi:

dente che

i
patriarchi dovettero dare gli ordini nelle loro
famiglie a nome di un sol Dio (Deus dixit). Questo, a suo
parere, era un fulmine da atterrare tutti gli scrittori

che hanno oppinato gli ebrei essere stati una colonia uscita
da Egitto, quando, dall' incominciar a formarsi, la lingua
ebraica ebbe incominciamento da un solo Dio
mini, a dir vero, che invece di fulminare

Sono

ful-

miscredenti,

illuminano la povert degli argomenti sui quali l'apologetica si appoggia anche in un uomo come il Vico; e, oggettivamente considerando, la divisione introdotta per iscru-

polo religioso tra storia sacra e storia profana, col conse-

guente trattamento critico di questa e dommatico di quella,


e con le conseguenti strane ipotesi e difese, faceva e fa
pensare irresistibilmente che il sottrarsi della storia sacra
alla

scienza

umana provenga non dall'impotenza

della

ma dall'impotenza della storia sacra, cio,


dall'impotenza a serbarsi inalterata nella scienza; sicch
di rado uno scrupolo religioso fu di tanto pericolo alla
scienza umana,

causa della religione.


Ma il Vico aveva troppo genuino e rigoroso senso scientifico

da mettersi a

Selden o

il

Bossuet;

fare, e

per giunta a contraggenio,

onde l'armonizzamento con

il

la storia

sacra o l'apologetica rimangono in lui episodi, dai quali

CARATTERE DELLA STORIOGRAFIA VICHIANA

XIII.

si

pu prescindere.

155

poich, d'altra parte, gli era vietato

di profanare del tutto la filosofia e la storia, e di rappre-

sentare

il

movimento storico complessivo in base al criterio


non gli restava se non guardare i fatti dalche la sua filosofia gli concedeva libero:

del progresso,
l'aspetto

quello dei corsi e ricorsi, dell'eterno processo e delle


eterne fasi dello spirito. Qui era la sua forza, qui poteva

riconoscere

il

carattere

se

specifico,

non

propriamente

quello individuale, di leggi, costumi, poesie, favole, d'intere formazioni sociali e culturali che erano state fraintese
dalla storiografia fino ai suoi tempi.

anzich narrare la storia,

egli,

per questa ragione

doveva restringersi a met-

tere in luce gli aspetti comuni di certi gruppi di fatti, appartenenti a tempi e nazioni varie. Nella Scienza nuova

ha (egli dice) tutta spiegata la storia, non gi particolare ed in tempo delle leggi e dei fatti de' romani e de' greci, ma sull'identit in sostanza d'in-

si

tendere

diversit dei modi lor di spiegarsi

arrecheranno (dice ancora in altra occasione) i fatti


a modo di esempli perch s'intendano in ragion di prin

Si

imperocch vedere avverati i principi nella quasi


innumerabile folla delle conseguenze, egli si dee aspettare
da altre opere che da noi o gi se ne son date fuori o gi

cipi

sono alla mano per uscire

come sappiamo,

in quella

alla luce delle

Scienza

si

stampe . Ossia,
ha da una parte una

una descrittiva empirica, storicamente


esemplificata, nella quale i romani non stanno come
romani, ma in ci che hanno di comune coi greci o mafilosofia e dall'altra

gari coi giapponesi la storia di Roma sotto i re o ai primi


tempi della repubblica spiega le sue affinit con quella dei
;

primi secoli del Medioevo; e

ma come

Omero non

sta

come Omero,

esempio della poesia primitiva e, attraverso i


abbraccia il suo fratello, Dante. Forza e

secoli, ritrova e

limite insieme, perch la storia

non consiste

di certo, essen-

FILOSOFIA DEL VICO

156

ma senza la percezione
somiglianze come si giungerebbe a fissare le differenze? Dante non Omero, i baroni non sono i patres r
l'ateniese Solone non il romano Publilio Filone, il feuzialmente, in queste somiglianze

delle

dalismo dell'et carolingia e in genere medievale non la


costituzione sociale delle et primitive di Grecia e di Roma;

ma

certamente, per taluni rispetti, Dante pi vicino a


al Petrarca, i baroni della prima epoca

Omero che non

pi prossimi ai patres che non alla posteriore nobilt


di corte, Solone somiglia pi a un tribuno o a un dittatore
romano che a qualche altro dei sette savi coi quali suole

andare congiunto, il feudalismo medievale si rischiara col


ravvicinamento alle societ fondate sull'economia agraria.
Notare queste somiglianze significa negare o rigettare indietro altre pi superficiali e aprire la via alla conoscenza
dell' individualit,
si

indicando la regione approssimativa dove


Il Vico, piuttosto che narrare e

trova la verit piena.

rappresentare, classifica; ma c' classificazione e classificazione: quella che si fa a servigio di un pensiero superficiale e quella che si fa a servigio di un pensiero profondo.

la parte storica della Scienza nuova una grande sostituzione di classificazioni superficiali con classificazioni pro-

fonde.

In questo mbito, dov' la forza della storiografia vichiana, le deficienze e gli errori provengono non dal d
fuori dei limiti

tracciati,

quei limiti stessi.

ma

stato

da cagioni operanti dentro

allegato, in discolpa del Vico,

che gran parte dei suoi errori sono da attribuire


riali

scarsi

insufficienti

dei

storico

materiali

brama

di studio, e nel

non pu essere questione

mate-

quali egli disponeva;

scarsi e insufficienti rispetto alla nostra

sono, sempre,

ai

ma

di sapere

giudicare uno

di ci, si del

modo cauto

o incauto nel quale egli adopera i materiali di cui dispone.


Ancora stato detto che il Vico ebbe i difetti del suo tempo;

CARATTERE DELLA STORIOGRAFIA VICHIANA

XIII.

si

quale

dimenticato

si

qui

che egli nasceva nel secolo nel

era svolta la criticissima filologia di Giuseppe Sca-

ligero e di tutta la scuola olandese, e Che suoi

ranei furono in Italia lo Zeno,

vero che

la

minazioni
la

Maffei e

il

forma mentale da noi

come turbava
turbava

157

della

pura trattazione

la

scienza

ricerca

gi,

Il

descritta, del Vico,

filosofica

con

empirica e dei dati

storica

contempo-

Muratori.

il

le

deter-

storici,

col miscuglio della

cosi

filosofia e

della scienza empirica. 11 Vico era in uno stato come di


ebrezza: confondendo categorie e fatti, si sentiva molto
spesso sicuro a priori di quel che i fatti gli avrebbero detto
e

non

li

lasciava parlare e subito metteva loro in bocca la

sua risposta.

Una

frequente illusione

gli

faceva ravvisare

non ne avevano alcuno; gli mutava


combinazione
in certezza gli faceva leggere
ogni ipotetica
negli autori, invece delle parole esistenti, altre non mai
scritte e ch'egli medesimo senz'accorgersene aveva interapporti tra cose che

riormente

pronunziate e proiettate negli scritti altrui..


L'esattezza gli era impossibile, e in quella sua eccitazione
ed esaltazione di spirito, quasi la disprezzava; perch, infatti, dieci, venti, cento errori particolari che cosa avreb-

bero

tolto

genza

alla

verit sostanziale? L'esattezza, la

(egli dice)

dili-

dee perdersi nel lavorare d'intorno

ad argomenti e' hanno della grandezza, perocch ella


una minuta e, perch minuta, anco tarda virt. . Etimologie immaginose, interpetrazioni mitologiche arrischiate e
infondate, scambi di nomi e tempi, esagerazioni di fatti,
citazioni fallaci s'incontrano a ogni passo nelle sue pagine

e molte se ne possono vedere notate nella


della seconda Scienza nuova, curata dal

bella

Nicolini, e qual-

cuna ne noteremo via via anche noi a mo'

ma

edizione

di

saggio,

continuo sulla voce, e qualche volta rettificando tacitamente le sue citazioni. Sicch,

guardandoci dal dargli

come parlando

di

della sua filosofia

abbiamo osservato che

il

FILOSOFIA DEL VICO

158

Vico non era ingegno acuto, cosi, parlando della sua stodobbiamo ora dire che egli non era ingegno
critico. Ma come, negandogli col l'acume in piccolo, gli
riografia,

riconoscevamo quell'acume in grande che e la profondit,


cosi anche qui dobbiamo aggiungere che, se il Vico mancava di senso critico in piccolo, abbondava di quello
in

grande. Negligente,

ticolari; circospetto,
ziali;

scopre

il

nei par-

cervellotico, affastellato

nei punti essen-

logico, penetrativo

talora

fianco, e

tutta

la

persona

ai colpi

meschino e meccanico erudito, e intimidisce ed


atto a ispirare reverenza a ogni critico e storico, per
del

pili

grande che

sia.

se

spaziando sempre negli universali e


non die

tutto preso dalle sue geniali scoperte, molte volte

tempo

tempo e non

die agio e

campo

alla

sua forza in-

dagatrice e osservatrice di spiegarsi, e invece di storia invent miti e intess romanzi dove poi lasci che quella
;

forza liberamente

si

spiegasse,

della storia cose mirabili,

compi anche nel campo

come c'industrieremo

di venire

mostrando nei capitoli che seguono.

Ma

passare a rassegna

chiane* per confrontarle,

le

interpetrazioni

come da molti

storiche vi-

fatto ed co-

si

mune

vezzo, con quelle della storiografia odierna e lodarle o


censurarle di conseguenza, sarebbe poco concludente; perch, dove c' accordo tra

due termini del confronto,

l'ac-

cordo potrebbe essere fortuito, e, dove c' divergenza, la


dottrina recente potrebbe essere pur tuttavia svolgimento o

conseguenza del tentativo antico, e, a ogni modo, lo stato


odierno delle cognizioni storiche non porge in niun caso una
9
misura assoluta. E, d'altra parte, sarebbe fuori luogo (oltrech superiore alle nostre forze) ripigliare tutti i problemi
il Vico tratt e tocc per esaminare quel che' di vero o
di falso fosse nelle sue conclusioni, perch tanto varrebbe

che

scrivere
stri

una terza Scienza nuova, meglio conforme

tempi.

noi spetta indicare soltanto

ai

no-

principali pr-

XIII.

CARATTERE DELLA STORIOGRAFIA VICHIANA

159

blemi storici che egli si propose, riassumere le soluzioni


che ne diede, e avere l'occhio sempre allo stato della
ai tempi nostri ma ai tempi suoi, per
determinare quali progressi si debbano al Vico nella sto-

scienza non gi

ria degli studi storici.

XIV
Nuovi canoni
PER LA STORIA DEL TEMPO OSCURO E FAVOLOSO

.1

me

periodo storiografico, che precedette

un pezzo erano
cronache del mondo e

scorsi da

il

Vico, fu, co-

s' detto, tutt'altro che di credulit e di acrisia. Trai

si

tempi

in cui si

compilavano

le

accoglieva ogni favola e ogni

pi grossolana falsificazione come storia: i semi sparsi da


alcuni umanisti avevano portato i loro frutti negli eruditi
italiani, nella scuola giuridica francese, nella gi ricordata

scaligeriana, in tutti

grandi cronologi, epigrafisti, archeoche ordinarono nel secolo deci-

logi, topografi e geografi,

mosettimo
la

prime e

colossali raccolte critiche di fonti per

dell'antichit. Anzi, nel

storia

andavano correggendo

lologi

todi

le

sfatavano

fondeva, per
ticismo, o

tempo

stesso

perfezionando

che
loro

imposture e riempivano lacune,

si

fi-

medif-

effetto della filosofia intellettualistica, lo scet-

pirronismo

storico

come anche era chiamato,

col Bayle, col Fontenelle, col Saint-Evremond e altri molti,

precursori di quella polemica contro la verit e l'utilit


della storia, che doveva diventare cosi vivace nel secolo

seguente.

Quest'ultimo indirizzo era, piuttosto che critico, ipercritico,

B. Ckocjo,

mettendo capo
La

filosofia

alla distruzione della storia in ge-

di Giambattista Vico.

11

FILOSOFIA DEL VICO

162

nere; e poich lo scetticismo storico rivesti assai spesso il


carattere di paradosso a uso della societ elegante e dei

sua efficacia sul progresso degli studi fu asa provocare vigorose reazioni
una delle quali fu rappresentante il Vico) a favore

belli spiriti, la

sai scarsa, o, tutt'al pi, valse


(di

della

tradizione

dell'autorit.

Giova invece notare

le

deficienze del primo e seriamente scientifico indirizzo dei


e antiquari:

filologi

quali restituivano

testi,

svelavano

falsificazioni, ricostruivano serie di sovrani e di magistrati,

raddrizzavano

cronologia, contestavano perfino alcune


la mentalit consueta dei puri eru-

la

leggende; ma, sia per

per l'ambiente generale della cultura di


vivendo
quel secolo, pur
sempre a contatto dell'antico e
del primitivo, non sentivano punto, e non facevano senditi e filologi, sia

tire, l'antico e

il

primitivo. Fortissimi nei particolari, erano

deboli nelle cose essenziali.


si

geniali

Anche quando alcuno

dei pi

accorgeva, per es., dell'importanza dei canti po-

tempi in cui mancava o era rarissimo l'uso della scrittura, da queste e simili osservazioni non riceveva tale scossa da esserne spinto
polari,

mezzo

di trasmissione storica in

a rinnovare da cima a fondo la sua concezione della vita

come accadde invece al Vico, il quale, quasi


a un tempo, intese la forma filosofica del certo e i due
primitiva,

periodi di vita spirituale e sociale, che le corrispondevano


il periodo oscuro e
quello favoloso.

nella storia reale:

Anch'egli moveva da una sorta di scetticismo, scetticismo concernente i pregiudizi dei dotti e delle nazioni
circa l'indole e

una

fatti dell'antichit

;.

e statuiva, nel

com-

degnit , che paiono ispiBacone, di cui offrono come l'analogo


nel campo della ricerca storica. Il Vico metteva in guardia
in primo luogo contro le magnifiche opinioni che si
erano avute fino ai suoi tempi intorno alla lontanissi-

batterli,

serie di canoni o

rati agli idola del

ma

sconosciuta antichit: ingenua

illusione

di

cui

XIV. CANONI

trovava

PER LA STORIA DEL TEMPO OSCURO

la sorgente in ci

che l'uomo, allorch

si

163

rovescia

nell'ignoranza, fa di s regola dell'universo (e qui

vicina l'analogia col Bacone, perch


glia per l'appunto alla classe degli

mente

tale

pi
enunciato somi-

idola tribus

in cui la

fa di s regola delle cose, ex analogia hominis,

non

ex analogia universi). Sopra la medesima osservazione si


fonda il detto che fama crescit eundo , e il tacitiano
:

omne ignotum pr magnifico

terpetrare

un trasporto

per
dine degli antichi

nemico

Donde

il

vezzo d' in-

costumi antichi con l'aspettazione di trovarli

simili o migliori di quelli

est

di guerra;

moderni e

civili.

Cosi Cicerone,

ammirava la mansueturomani, che chiamavano ospite il

di fantasia

non avvedendosi che

la cosa

stava pro-

prio al rovescio e che gli ospiti erano hostes , stranieri


e nemici. Parimente Seneca, per provare che convenga

usare umanit verso gli schiavi, ricordava che i padroni


erano detti in antico padri di famiglia quasi che i
:

patresfamilias non fossero stati disumanissimi, nonch


contro gli schiavi e famoli, contro i medesimi loro figliuoli,

adeguati ai famoli. E per lo stesso pregiudizio il Grozio


(che veramente il Vico scambia qui col suo esegeta Gronovio e di costui fraintende le parole), volendo dimostrare
la

mitezza degli antichi germani, recava un gran numero


con

di leggi barbariche, nelle quali l'omicidio era punito


la

multa

di

pochi danari: documento, per contrario, di


tenuto a vile il sangue dei poveri vassalli

quanto

fosse

rustici,

che erano per l'appunto

gli

homnes

di

cui

parlavano quelle leggi.


In secondo luogo, ammoniva di non prestare fede alla
boria delle nazioni, che (come avrebbe osservato Dio-

doro siculo) tutte sia greche sia barbare


caldei, sciti,
si vantarono di avere, ciascuna prima delle
egizi, cinesi

altre,

bate

fondata l'umanit, ritrovati


le loro

memorie

comodi della vita

fin dalle origini

del

e ser-

mondo. Ciascuna

FILOSOFIA DEL VICO

164

non avendo per molte migliaia d'anni avuto comle altre onde potesse accomunare le notizie,
buio
della sua cronologia, simile a un uomo che,
nel
fu,
dormendo in una stanza piccolissima, nell'errore delle tedi esse,

mercio con

nebre la crede certamente molto maggiore di quanto con


le mani la toccher poi. Chi prenda quei sognati vanti per
notizie sicure, si trova nell'imbarazzo di scegliere fra tante
nazioni e tante memorie, tutte, con pari fondamento, offrentisi a gara come primitive.

Con

la

boria

nazioni

delle

il

Vico metteva la boria

quali ci che essi sanno vogliono che sia antico quanto il mondo; e perci si compiacciono nell' immaginare una inarrivabile riposta sapienza degli antichi,

dei dotti,

che coincide poi per l'appunto, mirabilmente, con le opinioni professate da ciascuno di quei dotti e da essi ammantate di antichit per

zione. In tale errore

imporne pili solennemente l'accettacadde non solo Platone, specialmente

nelle ricerche del Cratilo,

chi

ma

quasi tutti gli storici, anti-

moderni: vi era caduto

lo stesso

Vico (che pot,

dunque, studiarlo assai bene in s medesimo), quando nel


De antiquissima aveva creduto di trovare nelle etimologie
dei vocaboli latini le prove di una metafisica italiana perfettamente concorde con quella sua propria della conver-

sione tra

verum

factum

e dei punti

metafisici.

Ai quali tre pregiudizi, e pi strettamente alla boria


dei dotti, va di sguito il quarto che ora si chiamerebbe
delle fonti o degli influssi di cultura , e che il
Vico .sarcasticamente designava come quello della successione delle scuole per le nazioni. Secondo tale dottrina, Zoroastro, per es.,

avrebbe

istruito

Beroso per

la Cal-

dea, Beroso a sua volta Mercurio Trismegisto per l'Egitto,


Mercurio Atlante legislatore dell'Etiopia, Atlante Orfeo

missionario della Tracia, e finalmente Orfeo avrebbe fer-

mato

la

sua scuola in Grecia. Lunghi viaggi, e agevoli,

XIV. CANONI

PER LA STORIA DEL TEMPO OSCURO

1G5

in verit, a quelle

prime nazioni che, appena uscite dallo


vivevano appollaiate sulle montagne in siti

stato selvaggio,

poco accessibili, sconosciute

alle loro

medesime confinanti!

questi lunghi viaggi avrebbero, avuto per oggetto di diffondere invenzioni, che ciascuna nazione poteva fare senz'altro da s, e che se poi, conosciutisi tra loro i popoli

per guerre e trattati, si ritrovarono simili, fu perch contenevano un motivo comune di vero e nascevano dalle me-

desime necessit umane. C'era bisogno di supporre l'efficacia del diritto ateniese o di quello mosaico sul romano,

come usavano

pareggiatori

delle

del diritto comparato, per ispiegare

diritto, riconosciuto in Palestina, in

il

leggi

come

trattatisti

fosse formato

si

Atene

e in

Roma,

ladro di notte? C'era bisogno che Pitagora


andasse diffondendo la dottrina della trasmigrazione delle
di

uccidere

anime, che
Restava
rati

come

il

si

ritrova perfino in India?

pregiudizio circa gli storici antichi consideinformatissimi dei tempi primitivi, i quali, inil

vece, nel racconto delle

quanto o meno
Vico leggeva, o
la confessione che

origini, seppero

posteri. Per la storia greca,


credeva
di leggere, in Tucidide
meglio
di

noi

il

greci, fino alla generazione a questo storico precedente,

non conoscevano nulla della propria antichit; e osservava altres che gli storici greci solo al tempo di Senofonte cominciarono ad avere qualche notizia precisa delle
cose persiane. La storia romana si soleva principiarla da

Roma; ma con Roma certamente non nacque

il

mondo,

la

quale fu una citt nuova fondata in mezzo a un gran numero di minuti popoli pi antichi nel Lazio e per Roma
stessa Tito Livio dichiara di non entrare mallevadore della
;

verit dei fatti concernenti

i primi secoli di quella storia,


seconda guerra cartaginese, di cui .
in grado di scrivere con pi verit, ingenuamente confessa di non sapere da qual parte Annibale fece il suo

e a proposito della

FILOSOFIA DEL VICO

166

memorabile passaggio
appennine. Tanto

grande

eozie o

dalle

in
gli

dalle Alpi

Italia, se

storici antichi

erano

bene informati!

si

Per questi e altrettali motivi di scetticismo, tutto quanto


narrava dei greci fino al tempo di Erodoto e dei romani
seconda guerra cartaginese parve

fino alla

incertissimo:

un

territorio quasi res nullius,

al

Vico tutto

ove

si

poteva

entrare col diritto del primo occupante. Egli vi entrava


armato dei canoni positivi che nascevano accanto, anzi dal

grembo

di

negativi, che

quelli

abbiamo

riferiti.

Perch,

Vico

negava fede agli storici lontani dai tempi e


dei
fatti
che raccontavano, se screditava le vanteluoghi
se

il

svelava

rie nazionali, se

le illusioni e le

non rimaneva pago per

dotti,

struzione

badava a

ciarlatanerie dei

a quest'opera di die al posto del vecchio e malfido cacciato via

sostituire

giore

resistenza,

quali

era dato

il

cio

altro

nuovo di migliore qualit e di magun complesso di metodi merc i

procacciarsi

nuovi documenti con

lo

studiare meglio quelli gi posseduti. Ogni avanzamento nelle conoscenze storiche non si effettua, in verit,
in altra guisa che con questo ritorno dal racconto ricevuto
al

documento

sottostante, col quale solamente dato con-

fermare, rettificare e arricchire


Il

il

racconto.

primo metodo che il Vico addita, la prima fonte che


conoscenza delle societ antichissime,

egli schiude per la

l'etimologia delle lingue, che si soleva esercitare ai suoi


tempi in modo affatto arbitrario, col raffrontare i suoni di

qualche sillaba o lettera, e cercare altre superficiali somiglianze, inferendone la derivazione di un vocabolo da una
lingua

Ma

dall'altra, dal

latino, dal

greco o dall'ebraico.

affinch l'etimologizzare sia fruttuoso, bisogna

non

di-

lingue sono i testimoni pi gravi


dei popoli, che si celebrarono
antichi
costumi
degli
al tempo in cui si formarono esse lingue e illuminare per-

menticare che

le

PER LA STORIA DEL TEMPO OSCURO

XIV. CANONI

le lingue. Cosi le
nel bel mezzo di
1'

lingue coi costumi e i costumi con


etimologie dei vocaboli astratti ci portano
le

perpetuamente,

ci,

una

per

intelligere ,

167

societ affatto contadinesca, perch

es.,

richiama

il

legere

frutti dei

o raccogliere
disserere

campi (donde legumina );


, lo
e
la
delle
espressioni inmaggior parte
spargere semenze;
i

torno a cose inanimate

e dalle sue

bocca

parti

si

il

umani

sensi e passioni,

labbro

come

per orlo di vaso,


avanti
e
dietro, e simili. Il Vico
per

per ogni apertura,

fronte e spalle

umano

svelano trasporti dal corpo

dagli

vagheggi un etimologico comune a tutte le lingue native,


composto di radici monosillabiche e in gran parte onomatopeiche;

un

altro delle voci di origine straniera, introdotte

dopo che

le

nazioni

universale, per

come

la

si

furono conosciute tra loro; un terzo,

scienza del diritto delle genti, dal quale

guardati con
diversi aspetti dalle varie nazioni, avessero ricevuto diversi
vocaboli; e, infine, un dizionario di voci mentali, comuni

apparisse

a
le

tutte le

gli stessi

uomini,

fatti o cose,

nazioni, che, spiegando

sostanze

e le

modificazioni

uniformi circa

le idee

diverse che le nazioni eb-

bero nel pensare intorno alle stesse necessit umane o


lit comuni a tutte, secondo la diversit dei loro
cieli,

nature

costumi, narrasse le origini

utisiti,

delle diverse

lingue vocali, che tutte convengono in una lingua ideale

comune.

La seconda

fonte, schiusa dal Vico, l'interpetrazione

dei miti o favole, che, conforme alla sua dottrina, non

erano allegorie, invenzioni

imposture,

ina

la

stessa dei popoli primitivi. Nel Diritto universale

distinse quattro sensi pei quali gli di passarono:

scienza
il

Vico

dapprima

significando cose naturali, Giove il cielo, Diana le acque


perenni, Dite o Plutone la terra inferiore, Nettuno il mare,

e cosi via; poi, cose umane naturali, per es. Vulcano il


fuoco, Cerere il frumento, Saturno i seminati; in terzo

FILOSOFIA DEL VICO

163
fatti

luogo,
cielo,

sociali;

fintanto

furono assunti agli

in

che,

astri, e le

vennero divise dalle divine.

Ma

ultimo, salirono al

cose terrene e

nelle

umane

due Scienze nuove

mise in rilievo quasi esclusivamente il terzo significato,


quello sociale, che divent per lui l'originario; perch
(sembra che egli pensasse) le prime nazioni erano troppo
intente a s stesse, troppo

immerse nella loro dura

da speculare astraendo dalle cose

ficile vita,

e dif-

sociali.

Cosi

nei miti egli trov riflesse le istituzioni, le scoperte, le divisioni sociali, le lotte di

Anche

classe,

viaggi, le

guerre, dei

pei tempi abbastanza progrediti

il
popoli primitivi.
Vico fu alieno dalle interpetrazioni naturalistiche o filosofiche; e il Conosci te stesso , attribuito all'antico savio,

parve nient'altro che un monito alla plebe ateniese perch conoscesse le proprie forze, trasportato dipoi a sensi
gli

questa ermeneutica sociale, un


altro principio assai importante egli stabilisce: vale a dire
che i significati galanti, lubrici e osceni delle favole fumetafisici e morali. Oltre

rono

tutti

trarono

intrusi in tempi tardi e corrotti, che interpecostumi antichi sui propri o presero a giustifi-

care le proprie lascivie con l'immaginare che gli di ne


avessero dato l'esempio. Onde si ebbero Giove adultero,

Giunone nemica a morte della virt degli Ercoli, la casta


Diana che sollecita gli abbracciamenti degli addormentati
Endimioni, Apollo che infesta fino alla morte le pudiche
donzelle, Marte che come se non bastasse commettere adulli trasporta fin
dentro il mare con Venere,
peggio ancora, gli amori di Giove con Ganimede e dello
stesso Giove trasformato in cigno con Leda: dipinture atte

teri in terra
e,

a sciogliere il freno al vizio, come per l'appunto accadde


nel giovinetto Cherea dell'Eunuco di Terenzio. Ma nella
loro

forma

significato

originari le favole furono

tutte

severe e austere, degne di fondatori di nazioni; e, per es.,


Apollo che insegue Dafne alludeva agl'indovini o uspici

XIV. CANONI

PER LA STORIA DEL TEMPO OSCURO

169

delle nozze, che perseguitavano per le selve le donne ancora in preda ai concubiti vagabondi e nefar; Venere,
che si copre le vergogna col cesto, era simbolo pudico di

matrimoni solenni;

gli

Giove, non erano


da nozze certe

eroi, figliuoli di

frutti degli adulteri,

ma

gli eroi nati

gi
e solenni, celebrate con la volont di Giove che
i

lava negli auspici.

Omnia

mundis:

intenda

mundis

et

rive-

si

immunda im-

picchi delle montagne non potevano


da
alcove e postriboli.
produrre immagini
Oltre queste due ricche fonti delle lingue e dei miti, il
Vico ne menziona e adopera una terza, che chiama dei
le

selve e

grandi frantumi dell'antichit


bate da storici e da poeti: per
<

delle

tre

et degli

gua degli di

(ossia,

come

Omero
postilla

ser-

tradizione egiziana

uomini; quei

degli

attribuisce alla
il

nomi che

tichissimi); quegli elenchi di

memorie

cio delle

eroi e

di, degli

quattro o cinque vocaboli che

es., la

lin-

Vico, di eroi ansi

trovano in san-

t'Agostino e il Vico con altri attribuiva a Varrone e che


si riferivano ciascuno ad altrettante bisogne della vita na-

economica e

turale, morale,
di

Romolo, che Livio definisce

silum

primi tempi il luco


vetus urbes condentium con-

civile dei

e alcuni altri pochi aurei detti, luoghi d'oro

di scrittori antichi.

Frantumi finora

alla

inutili

scienza,

perch erano giaciuti squallidi, tronchi e slogati, ma che,


tersi, composti e allogati, arrecano grandi lumi. N (quan-

tunque poco il Vico se ne valga e


non vi ha troppa pratica) trascura

menti architettonici o

tempo

storico

scultori,

si

veda

fondo

in

che

monudichiarando che come del


egli di notare

documenti pi accertati sono

le

pubbli-

che medaglie ossia le monete, cosi per il periodo favoloso e oscuro sono da tenere in luogo di esse alcuni
vestigi

restati

in

marmi

che provano

gli

antichi co-

stumi: quali le piramidi egiziane descritte di geroglifici


e altri frantumi di antichit, che si trovano da per tutto,

FILOSOFIA DEL VICO

170

con

siffatti

caratteri di corpi scolpiti.

degno

di nota poi

come

gli accada perfino di dare esempio di ragionamenti


fondati sopra osservazioni di tecnica e conducenti a con-

clusioni di preistoria;

come

dove dice che una prima

et del genere umano contrassegnata dal mangiare carni


arrosto, cibo il pi schietto e semplice di tutti perch non

ha bisogno d'altro che della brace; e una seconda


dalle carni lesse, che, oltre del fuoco, hanno bisogno

et,

del-

l'acqua, del caldaio e del tripode.

Metodo potente d'indagine perii Vico


zione, istituita tra gli svolgimenti di cui

la

compara-

si

ha notizia

pi intera e quelli noti imperfettamente o frammentaria-

mente, donde la ricostruzione analogica dei secondi in


base ai primi: dimodoch, per es., il principio dell'eroismo,
scoperto a evidenza dentro la storia romana, giova a spiegare

la storia favolosa dei greci, a supplire la

gli egizi e a dare luce alle

zioni antiche.

un popolo

tronca de-

nascoste di tutte le altre na-

Senza negare il fatto delle trasmissioni da


il Vico ne
satireggiava l'abuso e ne

all'altro,

attenuava l'importanza per

le societ primitive, facendo


valere in cambio quello degli svolgimenti spontanei e adoperandosi a ricostruirli col metodo comparativo. Il quale

intendeva in modo assai largo, cio come da esercitare con materiale raccolto dai pi vari paesi e tempi. Per
egli

come

fulminante suggerisse ai primi uoricorda


che gl'indigeni d'America,
dio,
udirono
lo
quando prima
strepito e videro le stragi delle
armi da fuoco in mano agli spagnuoli, credettero che coispiegare

*il

cielo

mini l'idea di un

i
rapsodi dei poemi omerici gli richiacantastorie che sul molo di Napoli recitano

storo

fossero di;

mano

in

mente

poemi di Oliando e dei paladini le trasformazioni o metamorfosi cantate dai poeti antichi ravvicina alle fiabe

e delle fate che ancora le madri narrano per


trattenimento ai figliuoletti bambini, o alle favole che nei

dell'orco

XIV. CANONI

PER LA STORIA DEL TEMPO OSCURO

tempi del Medioevo

padre

erano sparse del mago Merlino;

si

la

focolare condotta da lui fino alle costu-

del

mitologia

manze

171

del ceppo che in Firenze, ai tempi del Boccaccio,


di famiglia

il

accendeva a capodanno sul focolare dando

incenso e spargendo vino, e di quello che la plebe napoletana brucia la sera di Natale, nonch all'uso che vigeva

regno di Napoli di numerare

altres nel

le famiglie per
e
tutti
altri
Pitone
serpente
serpenti migli
sono messi a riscontro perfino con la biscia che i

fuochi

tici

il

milanesi accampa

de Picardie

dei Visconti;

geroglifici coi rbtis

che erano in uso nel settentrione della Francia.

Riuscirebbe vano

cercare,

nella

anteriore o

filologia

contemporanea, cospicui precedenti


complesso di questi
canoni, negativi e positivi, che il Vico stabiliva per la
al

storia del

intrinseci

tempo oscuro e favoloso


a tutto

il

pensiero

perch

filosofico

essi

di

sono troppo

lui

da potere

#ver avuto altra origine fuori di questo pensiero stesso.


I rudi frammenti delle antiche leggi e costumanze e forinole romane, i poemi omerici, i vocaboli della lingua la-

tina guardati con occhio sgombro


cio con quella potenza che ha l'uomo di genio di vedere le cose diretta-

mente,

una mente tutta disposta ad apvera indole, doverono suscitare nello

elaborati da

percepirli nella loro

spirito del Vico, rispetto

mente colorita
desima rivolta

alla

dotta

ma

incolore o

storiografia del proprio tempo, quella


e rivoluzione, che

gliata nello spirito

un secolo dopo

falsa-

me-

fu sve-

di

Agostino Thierry dalle pagine di


poetica prosa dello Chateaubriand, ritraenti i Franchi e
Faramondo coi loro gesti incomposti, con le loro rozze e
atroci armi, coi loro gridi terribili e con le loro cantilene

da

barbari.

XV
Le societ eroiche

A,.ppunto

come

Franchi apparivano, nei compendi di

storia patria pei collegi

Francia, dispogliati di
dotti a sapienti

gesuitici e per le altre scuole


tutti

loro tratti

di

caratteristici, ri-

monarchi, a pie regine e a guerrieri de-

voti della Chiesa; cosi la storia antica e primitiva,

merc

ingenue idee dei letterati, si era venuta


di
luccicanti e falsi colori, press'a poco dei medetingendo
simi coi quali allora i Lebrun o i Luca Giordano solevano
la rettorica e le

i loro
pomposi e teatrali quadri storici. Re che
studiavano saggi provvedimenti per giovare ai popoli e
insieme non far mancare alle loro corti lo splendore che

colorire

irradia

vano

una

nobilt, re filosofi, di quelli che ave-

fatto sospirare Platone verso

regnavano o

fiorente

tempi in cui

filosofi

r filosofavano; leali e prodi capitani, pronti

sacrificarsi per la

comune

felicit

uomini

di stato

che

compievano a bella posta viaggi d'istruzione per riportare


da lontano le leggi pi ragionevoli ai loro concittadini
-aspettanti

buoni padri di famiglia, eccellenti madri, gio-

vinetti arditi e obbedienti, fanciulle innamorate e pudiche,

personificazione ciascuna di qualche virt, anzi di tutte le


virt radunate, modelli di umana perfezione;
queste le

figure che, rese sacre dalla

veneranda antichit, riempi-

FILOSOFIA DEL VICO

174

vano

libri e

greca

le

fantasie. Questi

romana;

gli

eroi della storia

e questa fastosa decorazione di cartone

dipinto o dorato bisognava stracciare e spazzar via per


procedere a ritrovare, nel pi intimo fondo dei ricordi del

genere umano,

veri eroi, della realt


non del palcoscenico:

ratura, della vita e

non

della lette-

gli eroi ignoranti,

duri verso le loro famiglie,


spietati verso le plebi, avidi, usurai e, pur tuttavia, anzi
superstiziosi, feroci,

per effetto di questi


cio

eroi,

stessi loro aspri

atteggiamenti d'animo,

virtuosi di quella virt che nei tempi primi-

come era

tivi,

egoisti,

sola possibile, sola era necessaria: la virt

della forza, della disciplina, della

cupa e intransigente re-

ligiosit.

La

falsificazione dell'eroe primitivo nell'uomo saggio e

virtuoso dei tempi colti

si

assommava, per quel che

si at-

tiene alla storia politica, nel fraintendimento delle tre parole capitali che

compendiano la costituzione dello stato:


popolo, libert. Per il fraintendimento della prima
credeva che la forma originaria dello stato fosse la mo-

re,
si

narchia assoluta sul tipo del regno di Francia, la monarchia illuminata che si appoggia sulle forze popolari e tiene
sottomessi

i
grandi, la quale , invece, prodotto tardo,
anzi ultimo, della storia. In siffatto errore si era impigliato
Giovanni Bodin, verso cui il Vico polemizza di preferenza.

Ma

il

Bodin, pi acuto degli

altri trattatisti di politica, si

avvolgeva in contradizioni, perch, quantunque entrato


nel comune errore, pure, osservando nella sognata libert

romana antica

gli effetti di repubblica aristocratica, punsuo sistema col distinguere tra stato e governo, e
affermare che Roma, ai suoi primi tempi, -fu popolare di

tell

il

ma

govern aristocraticamente; e poich neppure


questo puntello bastava a sostenere il gran peso dei fatti,
fini col confessare che quella repubblica fu aristocratica

stato

di

si

governo e

di stato, contradicendo cosi a

tutta la pr-

XV. LE SOCIET EROiCHE

175

pria dottrina sulla necessaria successione degli stati. Il


i re di
quei primi tempi non erano, a Roma,

vero che

monarchi, come non furono a Sparta n altrove. Re monarchi, ma d un tipo speciale, soggetti non ad altri che

nome di spaventose religioni col mezzo


d'immanissime pene, furono i padri o patrizi o eroi solo
al tempo delle monarchie familiari, quando ciascuna famia Dio, imperanti in

glia viveva

da

s.

Sorto

il

primo

stato, alleatisi cio

vari

patres familias eroi e costituito per tal modo un orcio,


quello patrizio, i loro re non erano altri che uno o pi di

medesimi, semplici magistrati dell'ordine. Tantoch


Roma, dopo avere in forza di una rivoluzione affatto ariessi

stocratica scacciato

e serb

Tarquin, non mut punto di stato

re nei due consoli, che erano

due re

aristocratici, ai quali

testate

diminutum

Lo

nihil

stesso

reges

annui

quicquam de regia poi


due re

carattere ebbero

di Sparta, sottomessi al pari dei consoli al sindacato e che

potevano essere dannati a morte dagli efori.


Come falsamente vennero creduti monarchici, falsamente altres quegli stati furono spacciati per popolari. Il
popolo, del quale a proposito di essi

si

parla,

non

solo

non

coincideva con la plebe, ma non la comprendeva in s

popolo era il solo ordine patrizio, e libert la


:

libert signorile; la patria


perch veramente res patrum , in-

sola libert dei patrizi, la

ben era detta


teresse dei

cosi,

soli

padri.

ridicolo

pensare che la plebe,

caterva di vilissimi giornalieri trattati come schiavi, fosse


fornita del diritto di eleggere
si

il

re, la cui elezione

riserbassero di approvare nel senato.

padri

Le relazioni

poi
tra padri e plebe consistevano di ben altro che di pacifica

convivenza, scambievole fiducia e concorde cooperazione.


Gli eroi, secondo una notizia che il Vico attribuisce ad
Aristotele, prestavano solenne

nemici della plebe

ecco

il

giuramento di essere eterni

loro spirito democratico

la

FILOSOFIA DEL VICO

176

romana virt

che

offre tanti e tanti

esemp gloriosi,

verso la plebe. Bruto, che consacra con due suoi figliuoli la sua casa alla libert; Sce-

nessuno ne

che

offre di piet

punire del fuoco la sua destra, atterrisce


Porsenna; Manlio l'imperioso, che per un felice peccato
di disciplina militare fa mozzare la testa al suo figliuolo

vola,

col

reduce da una vittoria;

Curz, che

cavallo nella fossa fatale

la salvezza dei loro eserciti

gettano armati a

si

Deci, che

si

Fabriz e

consacrano per
Curi, che rifiu-

some d'oro dei sanniti e i regni di Pirro; gli Attili Regoli, che vanno a certa morte per serbare la santit romana dei giuramenti;
che cosa fecero a pr della
non
se
plebe,
sempre pi angariarla nelle guerre, sempre
pi profondamente sommergerla nel mare delle usure, sempre pi seppellirla nelle prigioni private dei nobili, dove
i plebei
erano battuti a spalle nude a guisa di vilissimi
tano

le

schiavi ?
sciato

guai a colui tra

scorgere

la

gli aristocratici

pi piccola

voglia

di

che avesse
alleviare

la-

quei

Era subito accusato ribelle e traditore e messo a


morte; come accadde in Roma a Manlio capitolino, che

mali!

aveva salvato

Campidoglio dall'incendio dei Galli e che


pur tuttavia, per le sue simpatie democratiche, fu fatto
precipitare dal monte Tarpeo; e accadde in Isparta (la
citt

degli eroi di Grecia,

mondo)
col,

il

il

al

magnanimo

come Roma

re Agide,

il

fu degli

eroi del

Manlio capitolino di

quale, perch aveva tentato di sgravare la povera

plebe lacedemone con una legge di conto nuovo e di sollevarla con un'altra testamentaria, fu dagli efori fatto strozzare.

La celebrata

appressa con

le

nella giustizia e

romana sbalordisce chi vi si


idee moderne di una virt consistente
nella benevolenza verso il genere umano.

virt

Quale virt dove fu tanta superbia? quale moderazione


dove tanta avarizia? quale mansuetudine dove tanta fierezza? quale giustizia dove tanta inegualit?

XV. LE SOCIET EROICHE

modo che

Allo stesso

devano

verso

eroi

177

verso la plebe, durissimi proce-

proprie famiglie. L'educazione


dei fanciulli era severa, aspra, crudele: gli spartani, al
fine di avvezzarli a non temere dolori e morte, battevano
gli

le

nel tempio di Diana

i
loro figliuoli fino all'anima, talch
sovente, convulsi dal dolore, cadevano morti sotto le bac-

chette dei padri. In Grecia come in Roma era permesso


di uccidere gl'innocenti bambini di fresco nati, diversamente dai tempi moderni nei quali le delizie di che si cir-

condano

figliuoli

fanciulli

formano

la

delicatezza della

natura umana. Le mogli erano comperate con le doti eroiche (donde il costume, che rimase per solennit in Roma,
dei matrimoni

coiimptione et far re , di cui il simile viene


narrato da Tacito degli antichi Germani e si deve stimare
che fosse di tutti i popoli barbari) ed erano tenute per
;

sola necessit di natura, a uso di fare figliuoli,

come schiave

sto, trattate

il

che

si

e,

del re-

vede ancora in molte

parti del vecchio e quasi dappertutto nel nuovo mondo.


Gli acquisti dei figliuoli, i risparmi delle mogli andavano

a esclusivo profitto dei loro padri e mariti.


Rispondevano a siffatta costituzione politica e familiare
gli abiti di vita, ignari di lussi, lautezze ed agi. I giuochi erano faticosi, come lotta e corsa, per fermare le forze
e gli animi; o pericolosi, come giostre e cacce di fiere,

per adusare

al

disprezzo

delle

ferite e della

morte. Le

conducevano come guerre di religione, e perci


tutte atrocissime. Conseguenza di esse le schiavit eroiche,
nelle quali i vinti erano tenuti uomini senza Dio, onde con

guerre

si

la libert civile

nieri erano

considerati

sommamente
e Plutarco

perdevano anche quella naturale. Gli


nemici

le

prime nazioni furono

Brigantaggio e corseggio, ammessi;


veramente, Giustino) dice che gli eroi si

inospitali.

(o,

recavano a grande onore e si riputavano


con l'esser chiamati ladroni .

B. Cuoce, La

stra-

filosofia

di Giambattista Vico.

in

pregio d'armi

12

FILOSOFIA DEL VICO

178

Era, insomma, una societ uscente immediatamente da

come sappiamo, fu la crisi dello


Usciva dalla preistoria, come si direbbe mo-

quell'et degli di che,


stato ferino.

dernamente, ed entrava per

la

prima volta nella

storia,

ritenendo assai degli anteriori costumi, di quelli che il


Vico (pensando ai solitari Polifemi delle grotte) chiamava

Usciva dall'et dell'oro, dal-

imperi paterni ciclopici

l'et dell'innocenza, tanto mansueta, benigna, discreta,,


comportevole e doverosa, come vogliono i dotti e i poeti,
e che in realt fu tutto un fanatismo di superstizione ,

agitata dal continuo terrore della divinit, alla quale per


placamento offriva vittime umane (di che si hanno tracce
i

presso

fenici, gli

riche, e presso

con

la

sciti,

romani

germani, i popoli delle Ameche li sostituirono pi tardi

stessi,

cerimonia del gittare fantocci di giunco nel Tevere) :


i
propri figliuoli, come ne serba ri-

sacrificavano perfino

cordo, tra l'altro,

il

sacrificio

che Agamennone offerse

d'Ifi-

genia. Ma in quella et degli di, attraverso e per opera


di questa crudele superstizione, si fondarono le grandi istituzioni

umane:

il

culto religioso con

matrimoni,

le

la

divinazione per

sepolture. Nozze, tribunali ed

auspici,

are, e

togliere all'etere maligno e alle fiere

il

estinti, diero alle

umane belve

esser pietose

corpi degli

come

disse

Foscolo nei Sepolcri, verseggiando per l'appunto la


poi
prosa del Vico. Quei ciclopi , che adunavano e conil

fondevano in s

gli uffici del re,- del sapiente (sapiente in

divinazione) e del sacerdote, avevano posto dapprima le


loro sedi sulle alture dei monti, in luoghi d'aria ventilata
siti naturalmente forti, presso alle fontane perenni, dove erano nidi di aquile e di avoltoi (gli
uccelli, dai quali furono tratti gli auspici). Donde l'im-

e perci sana, in

portanza dell'acqua e del fuoco, diventati simboli della


famiglia; e aqua et igni si strinsero i primi matrimoni,
tra coloro che avevano l'acqua e il fuoco comuni, cio ap-

XV. LE SOCIET EROICHE

179

partenevano alla stessa famiglia, sicch dovettero cominciare tra fratelli e sorelle. Et fortemente morale, codesta
dei ciclopi sebbene non quale la finsero dipoi i poeti effeminati che licesse ci che piacesse, perch a quegli
uomini, storditi ad ogni gusto di nauseante riflessione '
;

pu anche oggi vedere da chi osservi il costume


non piaceva se non ci che era lecito, e
non era lecito se non ci che giovava. Erano giusti,
(come

si

dei contadini),

della selvatica giustizia verso

ch avevano smesso
e

magnanimi, come

il

loro dio; temperanti, per-

il

concubito ferino

forti,

industriosi

di necessit in quelle difficili e rischiose

condizioni di vita. Solo pi tardi quei primi aggruppamenti


si estesero alle pianure, che cominciarono a colti-

umani

vare; e da mediterranei che erano in origine, via via scesero alle marine, e navigarono e dedussero colonie.

Le

le

famiglie,

genti

erano dunque prima

delle

citt, e le citt furono costituite dalle genti, collegate

in ordine, dalle

come vennero

gentes maiores

case nobili antiche

poi chiamate per distinguerle

dalle

altre

accolte in sguito nell'ordine (per es., ai tempi di Giunio


Bruto, per riempire i vuoti del senato romano dopo la

cacciata dei re), le quali si chiamarono invece gentes minores . Ma quelle genti o famiglie avevano in s un elemento di differenziazione e di lotta. Le famiglie non erano

composte (come, pel solito errore di dare a vocaboli antichi significati moderni, si generalmente creduto) dalle
sole mogli e figliuoli, ma altres dai fa moli, da coloro

meno

perduranti pi a lungo nel divagamento


ferino, finalmente, come le fiere talvolta, o pel gran freddo
che,

forti e

o inseguite dai cacciatori, per campar la vita si riparano


luoghi abitati,, avevano chiesto rifugio presso i pi
forti, nelle rcche dei padri. Essi, in cambio della rice-

in

vuta protezione, lavoravano le terre dei padri, alle quali


furono come affissi e annodati, onde si appellarono anche

FILOSOFIA DEL VICO

180

nexi

ma

di

seguirono e servirono,

1^

*,

clientes

La

umano

si

dissero

perci

consorzio, dopo quella naturale del matrimo-

nio; e costitu

il

consorzio feudale, che a torto si creduto


barbari, cio del Medioevo,

alcuni tempi

di

particolare

societ dei famoli coi padri fu la seconda for-

giacch esistette in tutte


principio dei feudi

mondo. Come

eroiche e fu l'eterno

le societ

onde nacquero tutte

le

repubbliche

al

Tacito dice parlando dei Germani, a questi

famoli e clienti

suum principem

et

defendere

tueri,

sua

quoque fortla facta glorice eius adsignare, prcecipuum iuramentum erat che una delle propriet pi spiccanti dei
:

feudi. Del

resto,

non tanto

figli

degli eroi

si

distingue-

vano dai famoli quanto piuttosto visi confondevano: si distinguevano nel nome, liberi , ma si confondevano nella
eguale comune obbedienza e nella mancanza di propria
personalit.

La
contro

in cui si

necessit,
i

trovarono

famoli che sovente

all'alleanza dei padri tra

padri di garantirsi

ammutinavano, die origine

si

all'ordine patrizio

loro,

e alla

Della quale citt i famoli formarono la


diritti di cittadini, perch tali essi non
senza
prima plebe,
n
di
matrimoni
erano,
solenni, perch gli auspici stavano

citt eroica.

solo presso

avevano

padri, n di testamenti, perch

e serbarono carattere politico d'imperio.

perci esclusi dai comizi curiati, che si


dri sotto le

testamenti

Ed erano

tenevano dai pa-

armi e che restarono dipoi per trattare

sacre; sotto

quale aspetto

il

si

guardavano

le cose

in quei primi

tempi dappertutto (in Roma, come nell'Egitto o nella Germania) anche le cose profane. I re dei patrizi, che ab-

biamo detto magistrati


ticolarmente,

da opporre

Ma

ai

gli eroi

dine con la

dell'ordine, furono quindi, pi par-

loro conduttori e

capitani nella resistenza

famoli o plebei.

non provvidero

sola

resistenza,

alla

stabilit del loro or-

fatta di forza; e

come

essi,

XV. LE SOCIET EROICHE

181

sovrani nelle loro famiglie, quando si assoggettarono alla


maggiore sovranit dell'ordine formarono una specie di

feudi nobili o armati, cosi per tenere contenti in qualche modo

famoli

all'obbedienza,

concessero

pur

loro,

senza accoglierli nella cittadinanza, una specie di feudo


rustico. L'origine della propriet appare in tal modo tutta
diversa da quella leggiadramente poetica, secondo la quale
gli uomini, ornati dalle virt del secolo d'oro quando la giu-

dimorava

stizia

sulla terra,

prevedendo

rebbero potuti nascere dalla comunione,


stati benigni arbitri nel tracciare

cando che ad
di

ad

che pu

domini,

ad

altri

abbondanti

filoso-

che fanno nascere

La concessione dei

prima legge agraria,

feudi ru-

distinse

tre

bonitario o dei soli frutti concesso dai patrizi

il

ai plebei,

dirsi la

altri

ai sapienti, e infine

rei politici ,

la propriet dalla violenza.


stici,

ad

altres dall'origine

una volontaria sottomissione

da quella, escogitata da

sarebbero

tutte fertili,

altri affatto assetate,

acque perenni!; e diversa

fica di

disordini che sa-

confini dei campi, cer-

non toccassero terre

altri

tutte infeconde,

essi stessi

il

quiritario

nobile

conservato

con

le

armi

presso i padri, e l'eminente, che spettava all'ordine tutto,


cio a tutto lo Stato patrizio. E perch nella ricchezza

era riposta la forza dell'ordine, le repubbliche eroiche, per


serbare la ricchezza presso i nobili, si guardavano a tutto
potere dall'arricchire le plebi, e nelle guerre (ecco la ra-

gione politica della


vinti le sole

armi

rilasciavano loro

e,
il

medesima ragione,

clemenza romana ) toglievano ai


imponendo un tributo comportevole,
dominio bonitario delle terre. Per la

patrizi erano rattenutissimi di venire

alle guerre, nelle quali la

riva e

si

Anche

moltitudine dei plebei

si

agguer-

faceva pericolosa.
le leggi solo

pur ritenendone

lentamente

si

staccarono dalla forza,

in ogni lor parte l'impronta e

Nelle repubbliche eroiche (afferma

il

il

ricordo.

Vico, anzi fa affermare

FILOSOFIA DEL VICO

182

da

Aristotele)

offese e

non v'erano dapprima leggi da punire

ammendare

torti

privati;

onde,

mancando

le
le

leggi giudiziarie, ne veniva la necessit dei duelli e delle

rappresaglie, che perpetuavano le costumanze dell'et


dell'innocenza o et degli di. La poesia e la storia ci
descrivono alcuni di questi duelli, che erano giudizi armati, come quello di Menelao e Paride sotto le mura di

Troia e quello degli Oraz e Curiaz tra Roma ed Alba.


Consiglio della provvidenza divina, acciocch tra genti barbare e di cortissimo raziocinio, che non intendevano ragione, da guerre non si seminassero guerre, e il torto e il

qualche modo discriminati dal credere di


avere propizi o avversi gli di, secondo la vittoria o la
diritto fossero in

sconfitta.

Ai giudizi armati si accompagnarono e seguirono giumezzo di formole verbali, le quali per l'abito reli-

dizi per

si adoperavano con iscrupolo sommo di


a non alterarle pur d' una lettera {rebadando
osservanza,

gioso degli animi

verborum). Orazio, che, per l'uccisione della sorella


incorse nella legge horrendi carminis , non pot essere
ligio

assoluto

dai decemviri,

il

bench

'assolse (dice Livio)

lo tenessero

innocente; e
admiratione
virtutis
magis

popolo
qiiam iure causce . Anche piti tardi il diritto romano ritenne tanto di questi scrupoli di parole che esso appunto
l

porse argomento a pi commedie di Plauto, nelle quali i


lenoni sono raggirati dai giovani innamorati, che li fanno
trovare rei in qualche forinola di legge.
Il diritto privato rispondeva pienamente alla costituzione economica di quelle societ, che era del tutto naturale, ristretta alle cose necessarie della vita, senza uso di

danaro
poi

si

e per

il

diritto

non conosceva

contratti

che

dissero compiersi col solo consenso. Tutte le obbli-

gazioni

si

assicuravano con

furono permutazioni,

le

la

mano,

locazioni

le

prime compere

di case consistevano in

XV. LE SOCIET EROICHE

censi di suoli

183

da fabbricare, le locazioni dei terreni in


i mandati erano
ignoti.

enfiteusi, le societ e

La materialit

dei primi contratti e la violenza dei primi


via temperate, e diventarono simbofurono
via
processi
liche. Come le finzioni della forza nei riti matrimoniali

rammentava la forza vera onde i


prime femmine dentro le grotte;

giganti strascinavano le

cosi, egualmente, le cerimonie della mancipazione, dell'usucapione, della rivendicazione erano state dapprima atti realmente eseguiti. La

mancipazione si compieva, come si detto, con vera mano


ossia con forza effettiva (per es., nella occupazione, prima
i domini); l'usucapione si celebrava col continuo ingombramento dei corpi sopra esse cose possedute;
le rivendicazioni furono duelli, e le condictiones , rappre-

fonte di tutti

saglie private. Divennero poi cerimonie o favole: la mancipazione, tradizione civile con atti e parole solenni (si

quis
ita

nexum

faciet

mancipiumque,

uti lingua nuncupassit

ius esto)] l'usucapione, possesso che

con l'animo

le rappresaglie,

si finge ritenersi
azioni personali con la so-

lennit di denunziarle o intimarle al

debitore. Si porta-

rono in piazza tante maschere quante erano


e

sotto la persona o

nascondevano

tutti

maschera

di

un padre

figliuoli e tutti

le

persone,

di famiglia si

servi della casa. In-

vece delle forme astratte, che ancora mancavano, si ebbero


forme corporee animate: l'Eredit, per es., fu finta domina
delle robe ereditarie e

in

ogni particolare cosa ereditata

fu ravvisata tutta intera; l'idea del

diritto indivisibile si

materializzava nella gleba o zolla di terra, che si presentava


al giudice con la forinola hunc fundum . Quell'antica

giurisprudenza era tutta poetica: fingeva fatti non fatti,


i non fatti fatti, nati i non nati ancora, morti i viventi, i
i

morti vivi. nelle loro eredit giacenti. Introdusse tante vane

maschere senza soggetto (iura imaginaria), ragioni favoleggiate da fantasia; e le forinole, con le quali parlavano

FILOSOFIA DEL VICO

184
le leggi,

le loro circoscritte

per

role si dissero
se

bene vi

si

carmina

rifletta,

. I

misure di

tali e

tante pa-

frammenti delle dodici tavole,

vanno

nella pi parte dei loro capi

a terminare in versi adoni, che sono ultimi ritagli di versi


eroici; e Cicerone per imitazione inizi un paragrafo del
De legibus col verso: Ad Divos adeunto caste, pietatem
adhibento

vare che
delle

Nello stesso Cicerone

dodici

tavole

medesimo trovava

il

Vico riusciva a tro-

romani andavano cantando

fanciulli

tamquam

n ecessar htm

le

leggi

Carmen

il

in Eliano a proposito dei fanciulli cre-

Minosse; e in altri autori, che le leggi


secondo
una
tradizione, erano poemi della dea
egiziane,
Iside , e che in versi o in prosa ritmiche furono formo-

tesi e delle leggi di

late quelle

ateniesi.

che Licurgo diede agli spartani e Bracone agli

Tutto

diritto

il

romano antico

fu

un

serioso

Vico dice altrove) poma quoddam


poema ,
dramaticum romano rum , che si rappresentava dai romani
o (come

il

nel fro; e l'antica giurisprudenza, una severa poesia.


Questa atmosfera poetica delle societ eroiche, e questo
atteggiarsi metrico dei loro linguaggi, trovano conferma in

molte testimonianze e documenti, in osservazioni e congetture di dotti, in ragguagli di viaggiatori e missionari.


Gli ebraisti sono divisi d'opinione intorno all'essere composta la poesia ebraica di metri o di ritmi; ma Flavio Giuseppe, Origene, Eusebio (diceva

il

Vico, facendo sua un'af-

fermazione di san Girolamo) stanno a favore dei metri, e


lo stesso san Girolamo vuole tessuta in verso eroico gran
parte del Libro di Giobbe. Gli arabi, ignoranti di lettere,

conservarono

la

propria

poemi nazionali, Ano


vincie orientali
egizi

le

al

lingua con

tempo

in

tenere a

dell'impero greco. In versi

memorie

dei

defunti

memoria

cui inondarono le Proscrissero

gli

in versi

consegnarono le
cinesi; inversi altres (se-

prime, loro storie i persiani e i


condo Tacito) i germani e (secondo afferma Giusto Lipsio)

XV. LE SOCIET EROICHE

185

gli americani; e poich, delle due ultime nazioni, la prima


non fu conosciuta se non assai tardi dai romani e la seconda dagli europei solo alla fine del secolo decimoquinto,
si ha forte argomento di congetturare il medesimo per

tutte le altre nazioni barbare, antiche e

primo verso, che

Il

ma

presso gli assiri,

si

moderne.

ritrova non solo presso

greci

fenici e gli egizi, fu quello eroico;

e per la tardezza delle menti e per la difficolt della pro-

nunzia dov nascere dapprima spondaico (onde non lasci


poi

mai nell'ultima sede

dosi pi spedite le

spondeo), e solo di poi, facenmenti e le lingue, ammise il dattilo. In


lo

sguito ancora, spedendosi lingue e nienti vieppi, nacque


il verso giambico (di
piede presto, come dice Orazio), il
di
tutti
alla prosa; tanto che i primi propi somigliante
satori, anteriori

Gorgia, usarono numeri quasi

poetici

ossia giambi, e di frequente la prosa scivola in questi. In

giambo fu verseggiata la tragedia, alla quale quel verso


convenne per natura, perch nato per isfogare la collera
di Archiloco si

(come

narra che l'avesse ritrovato per

isfo-

gare la sua contro Licambe); e se del giambo si valse poi


la commedia, fu per una vana osservazione d'esem-

anche
plo

non perch

fosse connaturato

esso le

come

alla

tragedia.

Oltre che per

il

metro,

primi linguaggi di quelle so-

ciet erano poetici perch tutto


di metafore attuose,

denti, di
fetti o

il

loro corpo

d'immagini vive,

si

componeva

di somiglianze evi-

comparazioni acconce, di espressioni per

perle cagioni, per

le parti o

gli ef-

per gl'interi, di ellissi

o parlari difettosi, di pleonasmi o parlari soverchi, di ono-

matopeie o imitazioni di voci a suono, di accorciamenti,


di parole congiunte, di circonlocuzioni minute, di aggiunti

individuati, di contorsioni

modi
le

sintattiche e di

episodi. Tutti

da coloro che ignoravano


voci proprie o che nel parlare con altrui mancavano di
di farsi intendere, trovati

FILOSOFIA DEL VICO

186
voci intese da
degli

ambe

le parti. Gli episodi infatti

scegliere delle cose ci che a essi


ci che

non appartiene

torto naturale

al

di spiegarsi tutto,

come

si

spettosi che proferiscono


i

tra-

bisogna n tralasciare
il parlare con-

loro proposito

effetto di chi

sono propri

non sanno

ignoranti e delle donnicciuole, che

non sappia o

sia impedito
osservare
pu
negli irati e dicasi retto e obliquo e tacciono

verbi. Persino le singole parole di quei linguaggi recano,

nella

loro

onde sorse

abbondanza
il

parlare;

di

dittonghi, traccia

nelle lingue greca e francese, le quali

mente

del

cantare

e cosi ricche di dittonghi rimasero

immaturamente

passarono rapida-

dall'et spontanea alla riflessa.

Un

tesoro di forme eroiche deve offrire la lingua tedesca, con

sua ricchezza di voci composte che cosi felicemente traducono quelle greche e con la sua sintassi tanto pi raggirata della latina quanto la latina pi della greca. Se
la

dotti di essa lingua (ripete pi volte

con bramosia
sibile)

il

il

Vico, guardando

territorio della germanistica a lui inacces-

attenderanno a trovarne

le origini

merc

principi

della Scienza nuova, vi faranno certamente discoperte

ma-

ravigliose.

Poetica

o,

per dir meglio, mitica fu altres, presso quelle


mondo, e poetiche le storie che

societ, la concezione del

narrarono di s medesime, e cio delle loro origini e delle


loro lotte e vicende;

anzi,

come

si

visto, le loro poeti-

che concezioni di storia sociale precedono

le

loro conce-

zioni cosmologiche, fisiche e psicologiche. Applicando

flessibilmente questo criterio,

il

Vico svolse

la

in-

sua teogo-

nia naturale, sorta naturalmente nelle fantasie a certe


occasioni di umane necessit e utilit: la genesi dei dodici di maggiori, ossia di quelli che

le

genti maggiori

fnsero e in gran parte portarono seco allorch fondarono


le citt.

fulmini,

Giove o
il

il Cielo fu, col suo parlare per cenni di


datore delle prime leggi familiari; Giunone sim-

187

XV. LE SOCIET EROICHE

nozze; Diana, la castit dei connubi; Apollo,


la luce civile; Vulcano, Saturno e Cibele, rispettivamente
il fuoco appiccato alle selve per diradarle, la seminagione
le

boleggi

la cultura delle terre; Marte,

avis et focis ; Venere, la

nere

celeste

buirono

sorse accanto

combattere eroico

pr

una "Venere plebea, cui

si attri-

colombe, non gi per significare svisceratezze

le

amorose,

ma

aquile; e

un duplice

perch

degenere*

famoli, alle cui

uccelli vili a petto delle

significato, patrizio e plebeo, fu dato


e a Marte. Nelle dodici deit maggiori

parimente a Vulcano
cominciarono a riflettersi
coi

il

bellezza civile. Alla quale Ve-

tempestose relazioni dei padri


lotte e sofferenze alludono i miti di
le

Tantalo, d'Issione e di Sisifo. Ercole (le cui dodici fatiche sono storie poetiche di dodici diverse et) in quanto
lotta con Anteo carattere dei nobili delle citt eroiche,

come Anteo
nelle

prime

dei famoli ammutinati che


citt poste sulle alture

vengono ricondotti

(Anteo sollevato in aria),

vinti e annodati alla terra, e cio costretti al lavoro ser-

vile.

La

nascita della decima divinit, Minerva, esprime

l'infiacchimento o diminuzione del potere eroico, perch


Vulcano plebeo (i famoli ammutinati) con una scure (stru-

mento

di

bonitario ai plebei e
dri.

L'ultima delle

tempo

il capo a Giove.
comunicazione del dominio

chi esercita arti servili) fende

Mercurio rappresenta invece


il

la

mantenimento del quiritario

dodici

divinit,

ai

pa-

Nettuno, sorge nel

della discesa delle genti alle marine, e le favole di

Minosse, degli argonauti, della guerra troiana, del ritorno


Europa e del toro, del Minotauro, di Perseo,
di Teseo, ricordano le colonie e i corseggi.
di Ulisse, di

Il mitologizzamento della storia prosegue anche dopo


fondazione della citt. E, se non di propriamente, caratteri poetici sono quelli dei fondatori della civilt, di

!a

Zoroastro o dei due Mercuri Trismegisti, di Orfeo o di


Confucio. Esopo carattere dei soci o famoli degli eroi, e

'FILOSOFIA DEL VICO

188

perci fu detto brutto ossia privo di bellezza civile (honestas)', e dalla favola esopica della societ leonina traspare a maraviglia la realt del consorzio degli eroi coi
famoli, messi a parte delle fatiche

non

Dracone, del quale

altro

si

ma non

poi delle prede.

sa dalle storie

greche se

non che impose leggi severissime, simboleggia la crudelt


degli eroi verso i famoli. Solone o fu un capoparte della
plebe di Atene o, addirittura, un'idea degli stessi plebei
considerati sotto

ateniesi,

zioni. Pitagora e

nonch

pitagorici,

formarono setta politica di

delle

l'aspetto

nobili

loro

rivendica-

sublimi

di

quali,

filosofi,

avendo

at-

tentato di ridurre le loro repubbliche da popolari in aristocratiche, furono tutti tagliati a pezzi. Caratteri poetici

sono, nella storia romana, Romolo, al quale


tribuite tutte le leggi intorno agli ordini;

vennero

Numa,

quelle intorno alle cose sacre e alle divine cerimonie


Ostilio, delle

leggi e ordinamenti di

at-

autore di
;

Tulio

disciplina militare;

Servio Tullio, del censo (che, contrariamente alla verit

venne supposto fondamento di repubblica popoladdove


fu di aristocratica); Tarquinio Prisco, delle
lare,
insegne e divise; perfino il decemvirato e le dodici tavole
storica,

(intorno alle

Vico scrisse una speciale disserta-

il

quali

zione) diventarono caratteri poetici, perch a questi avve-

nimenti e personaggi furono riportate moltissime delle leggi


posteriori agguagliatrici della libert.
Cosi,

vole

e,

prima che

prendessero a elaborare le fasotto l'illusione d'interpetrarle, effettivamente ne


i

filosofi

e Platone, per es., introducesse in


Giove l'idea del suo etere che scorre e penetra tutto, e altri

creassero di nuove,

in

Minerva che nasce dal capo

di

Giove vedessero

raffi-

gurata l'idea eterna di Dio generata in esso Dio, a contrasto delle idee negli uomini che sono prodotte da Dio, o nel

Caos e nell'Orco
natura e

la

la

confusione dei semi universali della

prima materia delle cose,

poeti teologi vi

189

XV. LE SOCIET. EROICHE

avevano espresso

le loro idee,

fisiche, nudrite tutte di casi

poco o niente metafisiche e


e politici. Il Caos dei

umani

poeti teologi era la confusione dei semi umani nello stato


dell'infame comunione delle donne: confuso perch senz'or-

dine di umanit, oscuro perch senza luce civile. L'Orco,


mostro informe, divorava ogni cosa, perch gli uomini in
quella comunione non avevano forme d'uomini ed erano
assorbiti dal

nulla,

non lasciando, per l'incertezza


elementi del

prole, nulla di s. I quattro

mondo

della

rispon-

quattro elementi della vita sociale: l'aria dove


fulminava Giove, l'acqua delle fonti perenni, il fuoco onde

devano

ai

furono bruciate, e la terra dove si esercita il lavoro umano. L' essere e il sussistere erano concepiti il

le selve

primo come il mangiare (ancora i contadini, per dire


che l'ammalato in vita, dicono che mangia !), e il
secondo come

lo

corpo era ridotta

stare sui

talloni .

ai solidi e ai liquidi,

La compagine

del

l'anima all'aria, la

generazione al conclpere o concapere , ossia prendere d'ogni intorno i corpi vicini, vincerne la resistenza
e adeguarli e conformarli alla propria natura; e tutte le

operazioni interne dell'anima,

al

capo, al petto e al cuore.

vita di quelle societ,


Anguste, perch
erano le idee cosmografiche. Il primo cielo non fu messo
pi in su delle alture dei monti, dove i giganti videro
ristrette alla

scoppiare

non fu pi profondo di un
poco venne ampliato e profon-

fulmini; l'inferno

fosso, e soltanto a poco a

valli, come opposte al cielo, ossia alle cime


dei monti; la terra s'identificava coi confini dei campi col-

dato nelle

Col progresso dei tempi il cielo, oggetto di contemplazione per trarne auguri, si alz pi in su, e con esso
pi in su gli di e gli eroi, i quali furono affissi ai pianeti
tivati.

e alle costellazioni,

si

ebbe cosi l'astronomia poetica.

Poetica del pari era la cronologia primitiva, nella quale


gli anni erano noverati con le raccolte del frumento, come

FILOSOFIA DEL VICO

190

Post aliquot, mea regna, videns mirbor aristasmessis erat virgiliani, e anche l'uso odierno
dei contadini toscani, che, invece di tre anni , dicono

mostrano

il

il

tertia

abbiamo tre volte mietuto . La conoscenza geografica


non si estendeva di l dal paese abitato da ciascuna na

zione: che la ragione per la quale

portandosi

popoli,

in terre straniere e lontane, dettero alle

nuove

citt e ai

nuovi monti, colli, stretti, isole e promontori i medesimi


nomi, che avevano quelli della loro patria d'origine. L'Asia
o l'India fu dapprima, pei greci, la parte orientale della
Grecia stessa; l'Europa o l'Esperia, quella occidentale;
la
il

Tracia o la Scizia, la settentrionale; la Mauritania (donde


Vico faceva derivare il nome di Morea), la meridionale.

Ma noi non esporremo altri particolari (e moltissimi ne


abbiamo gi tralasciati), perch non nelle particolari determinazioni il pregio del quadro che il Vico dipinge dell'et eroica. Etimologie,

successione cronologica
delle

interpetrazioni mitiche, genesi e


deit', genesi e successione

delle

forme fonetiche, metriche o

contestabili

una per una,

damenti eruditi alquanto

stilistiche, tutte

o quasi

tutte

sono

poggiano su fon-

ma, dal loro complesso,

fragili,

sprigiona una verit che va oltre le particolari affermazioni. Il loro complesso il possente sforzo di rievocare una forma di societ e di umanit vivente senza dubsi

bio nei ricordi. e nei


bile

del

ancora qua e

monumenti sopravanzati,
frammentariamente

mondo moderno, ma che per


come sepolta

del Vico, era stata

gini estranee, di paradigmi

d'ogni sorta,
genuini.

secoli,

sotto

un cumulo d'imma-

convenzionali,

che impedivano

di

riconosci-

alcune parti
e ancora ai tempi
in

scorgerne

di
i

pregiudizi
lineamenti

XVI
Omero e la poesia primitiva

D'ella
non

gli

societ eroica fu poeta

Omero

scienze e arti pi sublimi, che

antichi avevano

mune
cora

e se tale egli fa,

pot appartenere quella profonda saggezza, quella

somma

squisita ed elevata moralit, quella


le

immaginato

dei letterati e critici

filosofi e gli

di lui, e che

del

perizia in tutte
scrittori

l'opinione

co-

secolo decimosettimo

an-

gli attribuiva.

sarebbe stato Omero, se fosse


stato filosofo; quale stolto ordinatore della greca civilt,
se avesse inteso a ordinare civilt! Il suo Giove adduce

Quale stravagante

filosofo

per misura della riverenza che


sua
Minerva, non contenta d'avere
bisognava
a
terra
stesa
Venere, percuote Marte con un sasso, Marte
a sua volta la chiama mosca sfacciata, Giunone strappa il
la forza, la forza brutale,

avergli; la

rompe sulla schiena; un semferisce


Venere e Marte. Gli eroi
mortale,
Diomede,
plice
Achille e Agamennone si scagliano l'un l'altro contumelie,
quali ora appena userebbero i servi nelle commedie, diturcasso a Diana e glielo

cendosi

occhi di cane

cuore di cervo

e conten-

dono nel modo pi rozzo per le Briseidi e per le Criseidi.


Fieri di costumi, abbandonano i cadaveri dei nemici al
pasto dei cani e corvi

intemperanti nel godere,

si

ubbria-

FILOSOFIA DEL VICO

192
cano. Altezza
spirituale

si

d'intelletto,

d'animo, equilibrio

gentilezza

cercherebbero indarno in

sentimenti. Quegli eroi

si

tutti

loro

atti

dimostrano, invece, di cortissimo

intendimento, di vastissima fantasia, di violentissime passioni, zotici, crudi, aspri, fieri, orgogliosi, diffidenti e osti-

nati

nei

propositi

e,

al

stesso, mobilissimi a ogni

tempo

presenti innanzi. Anche qui il


riscontro pi calzante pu essere offerto dalla psicologia
dei contadini; i quali, come giornalmente si osserva, a ogni

nuovo oggetto che

loro

si

motivo

di ragione che loro si dica, si rimettono, ma, perch deboli di raziocinio, lasciando subito sfuggire il concetto che li aveva persuasi, tornano facilmente al primo

proposito. Parimente gli eroi omerici talora, al primo detto


che si odono opporre, si acquetano; tal'altra, nel bollore
della collera,
si

rimembrando a un

dileguano in amarissimi

tratto

pianti; o,

cosa lagrimevole,

mentre sono

afflitti

da somma angoscia, presentandosi loro innanzi cosa lieta


(come a Ulisse la cena di Alcinoo) si dimenticano affatto
di guai e tutti si sciolgono in allegria; o, infine, mentre
stanno riposati e quieti, a un'innocente parola altrui che
loro non vada all'umore montano in si cieca collera da minacciare presente atroce morte a chi la proffer. Anche le
virt che sono loro proprie in sommo grado, quel loro
animo aperto, risentito, magnanimo e generoso, reca impresso il medesimo carattere di passionalit e d'irriflessione.
L'eroe degli eroi, Achille, colui che porta seco i fati
di Troia, per
(la

con

una privata

quale, per grave che fosse,


la

da Agamennone
non era giusto vendicare

offesa

fattagli

rovina della patria e di tutta

la nazione),

si

com-

piace che vadano in perdizione tutti i greci, battuti miseramente da Ettore. N si risolve a recar loro soccorso se

non per dare soddisfacimento a un suo privato dolore, di


avere Ettore ucciso il suo Patroclo. E almeno foss'egli venuto in quell'estremo sdegno per passione d'amore e per

OMERO E LA POESIA PRIMITIVA

XVI.

Ma

gelosia!

la Briseicle toltagli

per

da Agamennone,

da empirne

per la quale

fa tanto fracasso

e porgere

materia perpetua all'Ilade,

la

stra, in tutto

il

193

la terra e

il

cielo

Achille non mo-

corso del poema, pur un

menomo

senso di

amorosi come
pi piccolo segno
Menelao, che per Elena rapitagli muove Grecia tutta contro
Troia, ma non mai si tormenta di gelosia perch Paride
se la goda. Privo di ogni senso di umanit, Achille a
affetti

di questi

non d

il

Ettore che vuole patteggiare con lui la sepoltura se nell'abbattimento l'uccida, nulla riflettendo all'egualit del

grado, nulla
o

morte che

alla

tutti

agguaglia,

feroce

ri-

uomini patteggiarono coi leoni,


Quando
e
ebbero
uniformit di voleri? ; e
lupi
gli agnelli

sponde:

inai gli

(soggiunge), se t'avr ucciso, ti trasciner nudo


legato al mio cocchio per tre giorni d'intorno alle mura
di Troia (come realmente poi fece); e, finalmente: ti

anzi

dar a mangiare

pur

ai

miei cani di caccia

fatto, se l'infelice padre

lui a riscattarne

il

Priamo non

cadavere. Ma, anche

questo avrebbe

fosse

venuto da

in quell'incontro

sommamente pietoso (continua il Vico, rifacendo alquanto a


suo modo il testo omerico), ricevuto Priamo nella sua tenda,
il

quale di notte, con la scorta di Mercurio, era passato

mezzo al campo dei greci, e ammessolo a


cenar seco, per un sol detto che all'infelice vecchio cade
involontariamente di bocca lamentando la perdita di si vatutto

solo per

loroso figliuolo, dimentico delle santissime leggi dell'ospitalit,

non rattenuto dalla fede onde Priamo

lui affidato,

di

un

nulla

commosso

dalle

tal re, nulla dalla piet di

un

si

era tutto a

molte e gravi miserie

padre, nulla dalla venerazione di un tanto vecchio, nulla riflettendo alla fortuna
comune della quale non vi ha cosa che pili vaglia a muotal

vere compatimento, montato in una collera bestiale g' intuona sopra che gli vuol mozzare la testa Della Bri!

seicle toltagli

B. Ckoce,

La

nemmeno morto

filosofia

si

di Giambattista Vico.

placa, se l'infelice bellis-

i:>

FILOSOFIA DEL VICO

194

sima real donzella Polissena, della rovinata casa del poc'anzi


ricco e potente Priamo, divenuta misera schiava, non gli

venga

sacrificata

sepolcro e le sue ceneri assetate di

sul

vendetta non bevano l'ultima goccia di quel sangue innocente. E gi. nell'inferno Achille, domandato da Ulisse

come

vi stia volentieri, risponde che vorrebbe essere

vilissimo schiavo,

ma

vivo

con l'aggiunto perpetuo

che Omero,
canta

(jijAwv),

virt eroica.

della

un

Un

siffatto

esempio
che pone tutta la ragione nella punta della lancia,
pu altrimenti intendere se non come un uomo or-

eroe,
si

goglioso,
la

Questo l'eroe

d' irreprensibile

ai popoli greci in

non

il

quale ora

mosca per innanzi

si

direbbe che non

alla

si

faccia passare

punta del naso.

pi grandi caratteri di Omero sono tanto sconvenostra natura civile, le comparazioni delle
quali egli si vale hanno a lor materia belve e altre cose
da fanselvagge. E se per i costumi che rappresenta

Se

nevoli

alla

ciulli per la leggerezza delle menti, da femmine per la


robustezza della fantasia, da violentissimi giovani per il

fervido bollore della collera,

per le favole degne di


vecchierella che intrattenga bimbi ond' piena l'Odissea,.
non si pu attribuire a Omero nessuna sapienza riposta j
e

quel suo cotanto riuscire nelle fiere comparazioni non


certamente da ingegno addimesticato e incivilito da alcuna
filosofia. N da animo che sia umanato e impietosito da
filosofia
stile,

potrebbe nascere quella truculenza e fierezza. di


si descrivono tante e si varie e sanguinose bat-

onde

taglie, tante e si diverse e tutte in istravaganti guise

cru-

delissime specie di ammazzamenti, che particolarmente formano la sublimit dell'Ilade.

Ma
gli

chi fu,

in

realt,

antichi scrittori, che

Omero? Che
cosa

si

cosa di

trae dai

suoi

lui

dicono

poemi?

leggere l'Iliade e l'Odissea senza pregiudizi, a ogni passo


ci si

avventano

agli occhi e ci offendono

stravaganze e in-

XVI.

OMERO E LA POESIA PRIMITIVA

195

coerenze. Incoerenze di costumi, che trasportano or di qua


or di l a tempi lontanissimi tra loro: da una parte si

vede Achille, l'eroe della forza; dall'altra, Ulisse, l'eroe


della saggezza; da una parte, la crudezza, la villania, la
i

ferocia, l'atrocit; dall'altra,


di Calipso,

piaceri di Circe,

tempi dei proci, che

una

nelopi; da

tentano

lussi di

Alcinoo, le delizie

canti delle sirene,

anzi assediano

parte, costumi rustici

le

passa-

caste Pe-

e ruvidi, dall'altra

giuochi, vesti magnifiche, cibi squisiti e arti d'intagliare


in bassorilievo e fondere in metalli
da una parte, rigida
societ eroica, dall'altra, perfino, accenni a libert popolari.
;

Questi costumi cosi delicati mal si convengono con gli


altri tanto selvaggi e fieri, che nello stesso tempo si nar-

rano dei medesimi eroi, particolarmente nell'Iliade. Messi


insieme tutti a un tempo, riescono incompossibili: dai costumi dell'et troiana
del
si

tempo

di

Numa;

si

sbalza senza transizione a quelli

costretti a pensare che

ne placidi s co'ant inmitia ,


due poemi furono per pi et

talch,
i

da pi mani lavorati e condotti. Incoerenze di allusioni


geografiche, che anch'esse trabalzano in ambienti fisici
e

diversi e lontani:

settentrione

l'Iliade all'oriente

l'Odissea,

all'occidente,

della Grecia, verso


verso mezzod. In-

coerenze di linguaggio, sconcezze di favellari, che permangono nonostante l'emendazione di Aristarco, e per la
quale si sono proposte le pi strane teorie, come quella

che Omero sarebbe andato raccogliendo

da

il

suo linguaggio

tutte le varie popolazioni greche.

Dai poemi passando alle tradizioni circa il loro autore,


nessuna fede meritano le vite di Omero scritte da Erodoto
(o

da chi

altri

ne

sia l'autore) e

da Plutarco (dallo pseudo

Plutarco). Intorno a Omero mancano


mentari: proprio dove dagli antichi

che fu
buio.

il

maggior lume

Non

si

sa di

di Grecia,

Omero n

il

siamo

tempo

notizie

le
si

tratta

pi eledi questo

lasciati affatto al

in

cui visse n

il

FILOSOFIA DEL VICO

196

luogo di nascita ciascuno dei popoli di Grecia lo rivendicava suo cittadino. Si narra bens ch'egli fosse povero e
:

ma

cieco;

codeste sono di quelle minute particolarit che

mettono sospetto, come muove a riso ci che dice Longino che Omero da giovane componesse l' Iliade e da vecchio l'Odissea. Mirabile che

uomo

faccende di un

conoscessero queste private


del quale s' ignoravano poi due cose
si

tempo e il luogo E la critica deve domandarsi,


anzitutto, come mai fosse possibile che un sol uomo componesse due cosi lunghi poemi, in un'et nella quale
da nulla:

il

non esisteva ancora

una

la scrittura;

giacch

le

tre iscrizioni

d'Ippocoonte e la terza
con troppo buona fede parla il
Vossio, sono imposture, simili alle tante che sogliono eseeroiche,
di

di Anfitrione, l'altra

Laomedonte,

guire

delle quali

falsificatori di

Per

tutte

medaglie antiche.

queste considerazioni sorse

nel Vico

il

so-

Omero non fosse, per lo meno in tutto e per tutto,


un personaggio reale, ma anch'esso per la meta uno di
quei caratteri poetici ai quali si erano riportate nel-

spetto che

lunghe serie di azioni, opere e avvenimenti. Se


prova a pensare che i poemi omerici non siano
l'invenzione di un individuo, ma due grandi tesori dei
l'antichit

infatti ci si

costumi della Grecia antichissima, che contengono


del diritto naturale e dell'et eroica delle genti

la storia

greche
che a uno o due poeti singoli si pensa a un popolo intero poetante; invece che a due opere di getto, a
;

se invece

una poesia popolare

svoltasi per secoli

tutto si rischiara e

riaccorda. Si spiegano le stravaganze delle favole, perch la composizione dell' Iliade e dell'Odissea appartiene alla
si

terza et di quelle, vere e severe presso i poeti teologi, alterate e corrotte presso gli eroici, e ricevute cosi corrotte
nei due poemi. Si spiegano le variet dei costumi, richia-

manti

le-

giovane

varie et della composizione; e altres l'Omero


l'Omero vecchio, simbolo del pi antico e del

XVI.

OMERO E LA POESIA PRIMITIVA

197

pi recente tempo della Grecia primitiva. Si spiega la valuoghi di nascita e di morte, assegnati al loro
autore, e le variet dei suoi linguaggi, perch vari furono

riet dei

popoli che produssero quei canti. Si spiega, infine, perch ogni popolo greco volle Omero suo concittadino, per
la ragione cio che essi popoli per l'appunto furono que-

st'Omero; e perch fosse detto cieco e mendico, perch


tali erano di solito i cantori che giravano per le fiere recitando le storie. Bisogna dunque che Omero, perch sia
inteso nella sua verit,

venga sperduto dentro


come un'idea

la folla
o carat-

dei greci popoli


eroico di uomini greci in quanto narravano cantando le loro storie. Cosi quelle che sono sconcezze e. ine considerato

tere

verisimiglianze nell'Omero finora creduto, diventano nell'Omero qui ritrovato tutte convenevolezze e necessit. E,

aggiunge una sfolgorantissima lode d'essere stato il primo storico a noi pervenuto dell'intera
Grecia. In Omero si ha il documento della primitiva ideninnanzi tutto,

gli si

tit di storia e poesia,

una conferma

di quel

che

il

Vico

credeva di leggere in Strabone, cio che prima di Erodoto,


anzi prima di Ecateo milesio, la storia dei popoli di Grecia
fu scritta dai loro poeti. Nell'Odissea, volendosi lodare al-

cuno per avere ben narrata una storia,


raccontata da musico e da cantore .

si

dice

averla

feconde congetture istiIl Vico non si perde in poco


tuendo indagini pi particolari circa il modo di elaborazione dei poemi omerici. Propende tuttavia,

come

s' visto,

per due principali autori poeti, l'uno per l'Iliade, nativo


dell'oriente di Grecia, verso settentrione, l'altro per YOdissea, nativo dell'occidente verso mezzod; e il nome

Omero

intende come di compositore e legatore di facanto, a causa del significato puramente

vole. Ma, d'altro

nome, non da escludere,


due Omeri fossero, a loro

ideale che per lui ha quel

forse,

l'interpetrazione che

volta,

FILOSOFIA DEL VICO

198

due correnti poetiche e due gruppi di popoli o di cantori


popolari. Le persone storiche, che egli si trova innanzi,
sono i rapsodi, uomini volgari che paratamente, chi uno
chi altro, andavano recitando i canti d'Omero nelle fiere
e nelle feste per le citt

greche. Lunga et corse dalla


primitiva composizione fino ai Pisistratidi, i quali fecero
dividere e disporre i canti omerici nei due gruppi delY Iliade e dell'Odissea (donde si deduce quanto innanzi
stati una confusa congerie di cose), e ordinarono che d'indi in poi fossero cantati dai rapsodi nelle

dovessero essere

feste panatenaiche.

Comunque, non di certo in questa risoluzione materialmente intesa dell'individuo Omero in un mito o
carattere poetico l'importanza (come, forse, non la
verit) della teoria vichiana. Dalle incoerenze ch'egli non
pel primo notava, e

non sempre con esattezza

(la qual cosa,


essendo
poco rilievo,
agevole compensare
osservazioni inesatte con le molte altre esatte da lui tra-

per altro, di
le

non c'era rigoroso passaggio logico all'affermazione della non esistenza di un Omero individuo, princi-

lasciate),

pale autore di

uno

o di entrambi

renze" valevano a dimostrare che

il

poemi. Quelle incoe-

poeta o

poeti lavora-

rono sopra una ricca materia tradizionale, della provenienza pi varia per luoghi e per tempi, e non tanto
disposta a strati secondo la provenienza (che era a un dipresso

l'fpotesi

piuttosto in tutti

messa innanzi dal D'Aubignac), quanto


i

suoi strati mescolata e sconvolta.

o molti poeti, ovvero molti poeti e


loro canti, o

una societ

un abile

Uno

collettore dei

queste e altrettali ipotesi si potevano proporre (come si sono proposte


di poi) con pari diritto, e sostenere (come sono state sodi abili collettori;

stenute) con argomentazioni parimente valide e parimente


difettose perch non documentabili. Ma nel fondo di quella

risoluzione di

Omero

in

un carattere poetico (come analo-

OMERO E LA POESIA PRIMITIVA

XVI.

in altre simili risoluzioni fatte o tentate dal Vico)

gamente
era

la

199

laboriosa genesi storica at-

scoperta della lunga e

traverso cui era passata la

materia

in questo senso, ben potevano

di quei

poemi, che,

prodotto di collaborazione dell'intero popolo greco. La sostituzione a Omero


di un popolo di Omeri fu, anche questa volta, la mitologia tessuta dal Vico sulla propria scoperta: mitologia che
dirsi

<leve essere ritradotta in prosa scientifica.

Parimente l'ana-

Vico svolge del costume dei poemi omerici, oltre che non del tutto nuova, pu ben essere, ed veralisi

che

il

mente, non solo qua e Ih mista di qualche inesattezza, ma,


Ci nonostante, quel-

in genere, esagerata e unilaterale.


l'analisi,

nuove vie

progresso e apriva
tro

modo

si

alla

poteva abbattere

il

critica.

in

immenso
qual

al-

fantoccio del-

resistente

signore e buon principe,

l'eroe omerico ingentilito, gran

esempio imitabile

un

rappresentava

nell'insieme,

presa

di virt civili, militari e private, se

non

scagliandogli contro quell'Achille contadinesco, tutto passioni elementari, violento, testardo, irriflessivo, pronto al-

l'impeto generoso

N minore

ma non meno

progresso

-artistica della poesia

il

Vico

omerica

allo

sfogamento bestiale?

fa

compiere all'intelligenza
ed qui anzi la sua mag-

giore originalit. La riconosciuta mancanza di buona e


ragionata filosofia nel poeta Omero sarebbe stata per ogni
altro critico di quel

tempo

(ed era infatti pel D'Aubignac)

l'enunciazione di un grave biasimo; ma in bocca al Vico,


e in conseguenza delle sue nuove idee estetiche, suonava
si scorgevano in Omero a*l lume deli
inducevano
critici della scuola neol'intellettualismo,

lode. Gli errori, che

classica,

omerofili

ardenti, a ripetere volentieri l'ora-

quandoque bonus donnitat Homerus . Mail Vico,


* se cosi
spesso non avesse dormicchiato,
Omero non sarebbe stato cosi buon poeta ( nisi ita
ziano:

tutt'all'opposto

scepe

dormitaret,

nunquam

bonus

fuisset

Homerus!

):

FILOSOFIA DEL VICO

200

appunto perch
simo.

filosofo

non

fu,

Ebbe memoria vigorosa,

sublime

onde n

filosofie

Omero

fu

fantasia

poeta grandis-

robusta, ingegno

n arti poetiche e critiche, le


un altro poeta che

quali vennero appresso, poterono fare

per corti spazi gli tenesse dietro. Caratteri eroici si seppero fingere solamente d lui; le sue comparazioni sono
incomparabili; le sue sentenze s'innalzano, insino al cielo
sublimi, e sono individuate in coloro che le sentono, prodotte in forza di un'accesa fantasia; la sua locuzione,

piena d'evidenza e di splendore; la sua favella, tutta per


somiglianze, immagini, paragoni, priva di quelle idee di
generi e di specie che definiscono intellettivamente le cose..
Egli non delicato ma grande, perch la delicatezza una
piccola virtd e la grandezza naturalmente disprezza le
cose piccole: anzi (diceva il Vico con uno dei suoi magni-

paragoni tante volte ripetuto di poi), a quel modo che


un grande rovinoso torrente non pu far di meno di por-

fici

tare seco torbide l'acque e rotolare sassi e tronchi con la


violenza del corso, cosi in Omero si trovano sovente detti
di cose vili. Ma il torrente corre impetuoso e superbo con
tutte

le scorie

che trascina seco;

Omero, nonostante

le

sue rozzezze, e in parte a cagione di esse, pur sempre


padre e il principe di tutti gli altri poeti.
La rinnovazione della critica omerica portava implicita

il

in s la rinnovazione di tutta la

Ma

il

storia

letteraria

Vico fa solo pochi accenni ad


non era uno specialista (ignorava

storia: egli

non

scrisse da specialista, e troppe volte,

solvere col documento e col pensiero

poneva,

antica.

altri punti di questa

li

risolse

era sempre in lui


poeti ciclici

con

il

greco),

non potendo

problemi che

si

ri-

pro-

immaginazione, la quale per altro


tutta solcata da lampi di verit. Cosi i
l'

non saranno

stati

denominati a questo

modo

dal circolo di genti volgari in mezzo al quale (simili ai


Rinaldi o cantastorie, che il Vico vedeva sul molo di

XVI.

OMERO E LA POESIA PRIMITIVA

201

Napoli) declamavano i poemi, e quel circolo non avr nulla


da vedere col vilem patulumque orbem oraziano ma
;

che

fossero poco diversi dai cantastorie,

essi

non

male

osservato. Cosi non e il caso d'indugiarsi sulle sue congetture circa l'et di Esiodo o di Esopo, n si prenderanno
alla lettera le

epoche che egli stabilisce della

tre

inni religiosi, canti funerari per eroi morti,

melica o

arie per

rebbe Pindaro, che


della Grecia,

cantarono

musica
fiori

ammirata

pure, qui

lirica

e, infine, lirica

nella quale ultima rientre-

nei tempi della virt

pomposa

dove tali poeti


divario tra la lirica

nei giuochi olimpici

ben avvertito

il

primitiva e quella affinata e dotta. Della tragedia il Vico


pone l'origine nel ditirambo o satira drammatica (di cui
nessun esempio si era serbato) e in costumanze villeresche

che ravvicina a quelle che erano vive ancora ai suoi giorni


nella Campania durante la stagione della vendemmia
e
;

ne nota

le relazioni

con

quando gi era spento


affiatandosi con

la

l'epos.

lo

La tragedia nacque

spirito eroico,

poesia

omerica,

si

rozza,

perfezion

ispirandosi ai perso-

naggi di questa e rifuggendo da caratteri di nuova invenzione. Strettamente imparentata con la tragedia fu la

com-

media antica, derivata anch'essa da un coro e serbante

la

sua impronta arcaica in quel porre sulla scena personaggi


viventi e fatti reali. Un profondo rivolgimento di spirito
segn, invece, la

commedia nuova, dove

la filosofia fece

sentire direttamente la propria efficacia. Ai generi


stici

fanta-

erano succeduti gl'intelligibili e ragionati; e Monan-

nuova commedia, vissuti ai tempi


umanissimi della Grecia, presero i generi intelligibili dei
costumi umani e li portarono in ritratti nelle loro comdro e

gli altri poeti della

medie, sulle

rono perci

ma

si

quali

filosofia socratica.

sente

che passato

personaggi della
il

soffio della

fu-

e non pili personaggi pubblici


coro un pubblico che ragiona

finti di getto,

privati; e, poich

il

nuova commedia

FILOSOFIA DEL VICO

202
e di

non altro che di cose pubbliche,

non pot pi avere luogo

coro. Si

il

quel tempo, a introdurre nella poesia


eroi

moralmente

Aristotele,

perfetti.

in quella

commedia

cominciarono, circa
eroi

ottimi, gli

memore

della forte

gli

individuazione dei caratteri omerici, ancora alzava in precetto d'arte poetica che gli eroi di tragedia non siano n
ottimi

si

pessimi,

Ma

bene mescolati

grandi virt e

di

grandi
poeti
tempi
foggiarono un
eroismo di virt
dell'idea
costruita
dai fi, giovandosi
losofi: un eroismo che pu chiamarsi, perfino, galante .
vizi.

dei

Essi o finsero perci

tardi

nuove

favole

di

pianta, o le favole,

nate dapprima gravi e severe quali convenivano a fondatori di nazioni, effeminarono piegandole all'effeminarsi dei
costumi. Galante altres

il

pastoreccio

dei

bucolici

marci di amore
greci, dei Mosco e degli Anacreonte,
delicatissimo . Un'osservazione generale intorno alla let

teratura greca

romana

che

in

esse furono con tanto

confini della poesia e della

rigore guardati reciprocamente


prosa che nessun antico scrisse orazioni e poemi insieme
i

(unica eccezione forse, i cattivi versi, ridettila poemata, di


Cicerone); il che il Vico tentava di spiegare coi costumi

democratici che costringevano

samente lontani dal culto

maginosi, poco intelligibili

mento all'agevole
Della

gli oratori a tenersi studio-

modi d'espressione

di

popolo e

al

romana

il

im-

perci d'impedi-

e piena notizia delle cause

letteratura

alti e

da giudicare.

Vico non discorre con

la

larghezza usata per la greca, la quale gli porgeva docu-

menti ben pi primitivi. Intravvide, per


di essa, qualcosa di

altro, negli inizi

alla letteratura greca:

primi
primi autori della lingua latina furono i Sali, poeti
sacri; e ci convenevolmente ai principi dell'umanit delle
nazioni, le quali nei primi tempi, che furono religiosi, non
poeti e

analogo

dovettero altro lodare che gli di. E al modo stesso che


quelle pi antiche memorie a noi giunte della lingua latina,

OMERO E LA POESIA PRIMITIVA

XVI.

ossia

eroico,
fatori

203

saliari, hanno un'aria di verso


medesimo metro si sente nelle memorie dei trionromani, come nel Duello magno dirimendo, regibus

frantumi degl'inni

il

subigendis

di

Lucio Emilio Regillo, e nel

maxlmas

prosternit

legiones

Fundit, fugat,

Anche
come Livio An-

di Acilio Glabrione.

primi poeti romani cantarono storie vere,


dronico (diceva il Vico, seguendo un errore di Celio Rodigino) la Romanide, contenente gli annali degli antichi roi

mani, e Nevio e poi Ennio


persone
diversamente dai greci,

camminarono con

guerre cartaginesi; e

le

reali e

sparlava di

per

romani,

la satira

pi notorie. Senonch,

lo
i

quali nei loro costumi

giusto passo, non fecero rapido e brusco

passaggio dalla barbarie alla delicatezza, epper perderono

veduta

affatto di

ma

la loro storia degli di (che

Varrone chia-

tempo oscuro dei romani), e conservarono quindi


in favella volgare solamente la storia eroica, che si stende

da Romolo

fino alle leggi Publilia e Petelia.

La

letteratura

romana, nei suoi maggiori monumenti, opera di poeti


colti, quale fu Virgilio, che il Vico ammira per la profonda
scienza delle antichit eroiche, ma di cui dice (in contrasto con la critica neoclassica e, come a lui pareva, in accordo col sentimento di Plutarco e di Longino) che, in

quanto a forza poetica, non si pu metterlo neppure a conOmero. Di Lucrezio giudica che port in lin-

fronto con

gua

nuova materia
poetiche introduzioni e d' una

latina, e per dippi in versi, un'affatto

greca, ma, a riserva delle


o altra digressione (come quella della delicata inimitabile
descrizione della tenera giovenca che ha perduto la madre, e

quella, incomparabile

nel

genere grande, ove de-

scrive la pestilenza di Atene), del rimanente tratta le materie fisiche con istile niente diverso da quello con cui si

sarebbero insegnate in una scuola latina di filosofia naturale: laddove Virgilio, nella Georg ica, tratta dell'arte villereccia

poeticamente

Poesia colta e riflessa altres

FILOSOFIA DEL VICO

204

ii quale, come Pindaro nei tempi pomposi della


le sue odi in quelli pi sfoggiosi di
lavor
Grecia,

in Orazio,

cio ai tempi di Augusto.

Roma,

Una

letteratura che gli avrebbe offerto elementi pre-

studio della poesia primitiva, sarebbe stata


quella biblica; e il Vico muove in verit qualche passo

ziosi

per

lo

per avvicinarlesi, quando nota che la poesia fu la lingua


primitiva di tutte le nazioni, anche dell'ebrea ; che la
lingua ebraica omnis poetica

est

parabolis ac similitudinibus

non fece nessun uso della sapienza ridei


sacerdoti
posta
egiziani e tess la sua storia con parlari che hanno molto di conformit con quelli di Omero, e

referto,; e

spesso

li

che Mos

vince nella sublimit dell'espressione

Ma

subito

ne discosta, quasi un istinto lo avverta che gli poteva accadere di trattare il Pentateuco come l' Iliade e Mos come

se

Omero. Onde
con cui Dio

si

accade di estasiarsi innanzi a quel motto


descrive a Mos: Ego sum qui sum , che

gli

una profondit metafisica (egli dice) raggiunta dai greci


appena con Platone, il quale concep Dio come xb 8v, e ignodi

rata fino a tempi tardissimi dai latini; tanto che la voce


ens non latina
pura ma della bassa latinit. Ovvero insiste
i

perch

greci

un

si

osservi che nei tempi nei quali correva tra

diritto naturale tutto superstizione e fierezza, Id-

dio dette al suo popolo


circa

dogmi

una legge

della divinit e

si

si

ripiena di dignit

ricolma di umanit circa

pratiche della giustizia, che neppure negli umanissimi


tempi della Grecia l' intesero i Platoni o la praticarono gli

le

: una legge i cui sommi dieci capi contengono


un giusto eterno ed universale sull'idea ottima dell'umana
natura schiarita, che formano per abiti un tal sapiente
che difficilmente per raziocini potrebbono le massime delle
migliori filosofe; onde Teofrasto chiam gli ebrei filosofi
per natura. La volont di credere sarebbe qui tanto

Aristidi

pi efficacemente operante, e tanto pi manifesta,

se,

come

OMERO E LA POESIA PRIMITIVA

XVI.
il

sospettiamo,

Vico aveva letto

politicus del reprobo Spinoza;

gano

le

pietatem

sublimes cogtationes

admodum

si

sostiene che

Tractatus

il

dove

205
theologico-

ai profeti ebrei

si

riconoscendo loro

non insegnarono

se

ne-

la sola

non cose

simplices qace ab unoquoque facile percipi po-

terant, atque has eo stilo adornavisse iisque rationibus con-

firmavisse quibus

nem

erga

Deum

maxime

multitudinis animus ad devotio-

movevi posset

rivelate da Dio a

Mos

singularis hebraiorum imperli

e,

sparsi accenni fatti da altri critici,

dicate indagini sul

testo della

la diversit di autori dei

si

nihil aliud

afferma che
fuissent

quam

andando ben
s'

le leggi

tura

oltre gli

istituiscono spregiu-

Bibbia e sull'autenticit e

libri del

Pentateuco. Si direbbe

quasi che dalla critica biblica dello Spinoza il Vico avesse


avuto incentivo alla sua della formazione e dello spirito
dei poemi omerici, e che, passato per tal modo dalla storia
sacra alla profana, da Mos a Omero, si fosse poi ostinato
a non ripassare a niun patto da Omero a Mos, dalla storia

profana alla sacra.

XVII
La storia

di

Roma

e la formazione delle democrazie

in societ eroiea, nel periodo di fresca origine e di


vigore nel quale l'abbiamo descritta, contiene e comprime
in s energicamente, e ne fa suo proprio sostegno, l'ele-

mento

Ma

di opposizione,

famoli o clienti o vassalli: la plebe.

questo elemento riesce a poco a poco a distaccarsi, a

contrapporsi, a lottare apertamente e ininterrottamente, in


modo da sconvolgere via via quella vecchia societ e dare

forma a una nuova, nella quale esso stesso

vita e

si

risolve:

democratica,
repubblica popolare. Il Vico
intende anche questo processo come uniforme in tutti i
ma poich le sue riferenze ad altre storie, che
popoli
la societ

la

non siano quella


pena

fa qualche

di Roma, mancano o sono vaghissime (apaccenno all'origine della democrazia ate-

niese), la descrizione

di

gine della Scienza nuova,

come ora

si

Quel che

quel processo diventa, nelle pa-

un brano

della storia

direbbe, della storia sociale di


il

Vico pot congetturare circa

e la primitiva civilt d'Italia,

romana,

o,

Roma.
le

popolazioni

non ha molta importanza,

perch in questo campo, piuttosto archeologico ed etnografico che storico, egli non condusse studi particolari. Nel

De antiquissima italorum

sapientia aveva dato all'origine

FILOSOFIA DEL VICO

208

Roma

di

lo

sfondo di un'antichissima cultura

sarebbero appropriata in

si

modo conforme

an-

italica,

teriore alla greca e proveniente dall'Egitto, che

romani

all'indole loro,

rigettando cio i presupposti teorici e prendendo i risultati


pratici (dagli etruschi la tragica religione e l'arte di schierare in battaglia,

come

poi dagli ateniesi e dagli spartani

serbando per tal modo l'ignoranza e la feroonde


sarebbe
cia;
provenuto che essi parlassero lingua di
filosofi senza essere filosofi. In sguito, il Vico ritenne an-

le leggi), e

cora per qualche tempo l'anteriorit e l'indipendenza della


pili antica civilt italica rispetto alla greca, e consider Pitagora, piuttosto che fondatore, cultore d'italica sapienza;

ma anche questa tesi

in ultimo,

sembra,

come definitivamente abbandon quella

da

lui

abbandonata,

circa l'origine della

religione, della lingua, dei costumi e delle leggi di

Roma

da imitazioni

avere

stalliere,

per questa parte errato

Tra
non

ingenuamente professando

sull'esempio del Cratilo platonico.

quali condizioni propriamente


sa dire

certo

per

Roma

l'asilo di

al

Enea

di

De Segrais

tanto
il

di

partenza che egli

divaganti e ne fanno i loro famoli.


Vico conosce la Lettre del Bo-

ne accetta

le

conclusioni, confermanti
storici antichi.

Per

lui,

troiana una favola, nata dall'incrocio di due


borie nazionali
quella dei greci, che fecero

rumore

della guerra di

loro Enea, allorch di

Roma

Troia e intrusero in

niera lo ricevettero

non molto dopo

Roma

presero a narrare la storia,

e quella dei romani, che per vantare

se

di

un

il

dubbi gi manifestati da alcuni

diverse

Vico

(1663) contro la leggenda della venuta

in Italia, e

l'origine

il

storia per altro

la

Romolo, cio le famiglie dei padri che

accolgono nel loro seno


Niente colonia troiana;
chart

nascesse,

con

storia

che, se

lui

Roma non comincia il mondo, quella


nuovo cominciamento. Il punto
assume

di

famosa origine

stra-

dunque, che non pot formarsi


tempi della guerra con Pirro (all'in-

favola,

XVII.

LA STORIA

DI

ROMA

209

circa a quelli di Fabio Pittore e Cincio Alimento), quando


i romani cominciarono a dilettarsi delle cose greche. Piuttosto, a spiegare i nomi e i miti greci misti al racconto
della primitiva storia di

Roma,

e l'alfabeto

romano tanto

simile a quello greco antico, egli sarebbe incline all'ipotesi che i romani avessero, nei loro primi tempi, vinta e
distrutta nel lido del Lazio alcuna colonia greca (rimasta
poi sepolta nelle tenebre dell'antichit), e, con l'accoglierne
in Roma come rifuggiti e soci gli abitatori, si fossero im-

bevuti di non poche tradizioni e costumanze elleniche.


Neppure s'indugia il Vico sugl'incidenti storici del periodo regio anzi, in ci una delle principali differenze
tra la sua critica e quella che era cominciata a esercitarsi,
;

si

esercit poco

.storia

romana.

Il

dopo di lui, intorno ai primi secoli della


Vico non mira a porre in luogo di aned-

doti leggendari aneddoti storici, ma a intendere la sostanza


delle istituzioni e i modi del loro cangiamento. Due idee

direttive (come

si

visto) egli

ha circa

il

periodo regio

questo non fu periodo di monarchia ma di


aristocrazia, e che sia da interpetrare conforme al tipo della
i'una, che

societ eroica o della repubblica dei padri;

nomi

dei re stiano

come

simboli o

l'altra,

caratteri poetici

istituzioni di quella societ, e talvolta anche, per

nismo

, si

raccolgano sotto di essi

dei secoli susseguenti.

Come anche

che

delle

anacro-

avvenimenti e riforme
si

avuto occasione di

accennare, l'ordinamento di Servio Tullio non era, a giudizio del Vico, da fraintendere, al modo che fecero i romani
in tempi
ch fu in

seriori,

quale pianta della libert popolare, per-

pianta della libert signorile, per la quale


i
patrizi concessero ai plebei il dominio bonitario dei campi
con l'obbligo di pagar loro, e cio ai singoli patrizi, il
effetto

censo e di servirli a proprie spese nelle guerre. E Giunio


Bruto, discacciando i Tarquin e surrogando il re con duo
consoli o re aristocratici annuali, restitu la

B. Ckoce,

La

filosofa

di Giambattista Vico.

repubblica rolt

FILOSOFIA DEL VICO

210

raana ai suoi principi, ossia riordin la libert dei signori


dai loro tiranni, non gi la libert del popolo dai signori.
L'oppressione che i patrizi esercitarono sulla plebe dopo
la loro reintegrazione

che

compiuta da Giunio Bruto,

essi suscitarono e la resistenza

la lotta

che spiegarono, furono

l'anima del nuovo svolgimento, e contengono il segreto della


grandezza di Roma, la clavis historice romance universce .
Polibio offerse di questa grandezza una spiegazione troppo
vaga col riporla nella virt o nella religione dei patrizi
e narr piuttosto

fatti di essa

gioni. Il Machiavelli

anche

virt che non le loro ca-

una volta

censurato dal Vico,

causa della grandezza romana a sparsi istituti romani civili e militari senza scoprire la fonte di quegl' istituti, cio la natura di quella societ; e un'altra,

perch

riferi la

perch ne arrec una causa parziale,

la

magnanimit

della

plebe. Plutarco gli sembra inferiore a tutti, perch, invidioso della virt e sapienza romana, attribu quella gran-

dezza alla fortuna. Ma, in verit,


le altre citt del

romani

si

sottomisero

Lazio, poi l'Italia e in ultimo

inondo,
perch ebbero giovane l'eroismo, quando tra gli altri
popoli del Lazio cominciava a invecchiare. Per quel vigore
giovanile, i patrizi furono forti nel custodire il loro ordine
e la religione su cui

si

fondava e che

lo

il

garantiva

(i

no-

com-

osserva il Vico, cosi, sempre


dappertutto,
portano verso la religione nativa, e quando prendono a
disprezzarla gran segno che una nazione vada a pere

bili,

dersi); la plebe fu

magnanima

nel volere comunicati a s

la religione, gli auspici e tutte le ragioni civili

consulti, infine, furono

si

sapienti

nell'interpetrare

giuree

con-

le antiche leggi fil filo ai nuovi casi che chiedevano


essere regolati, e si studiarono a tutto lor potere che
quanto meno e con tardi passi si estendessero le pa-

durre
di

role di

quelle. Per

tal

cagione

romano cotanto s'ingrand

principalmente l'impero

dur, perch nelle sue vi-

XVII.

LA STORIA DI ROMA

cende politiche procur


cipi. Alle gare tra gli

fermo sopra

deve

la

di stare

ordini

si

211

altres

suoi prin-

prodezza

guerra, perch i nobili naturalmente si consacravano


per la salvezza della loro patria, con la quale avevano
in

salvi tutti gli onori civili dentro

il

loro ordine, e

i
plebei
dimostrarsi
meritecompievano segnalatissime imprese per
voli degli onori dei nobili. E quando i romani stesero le

conquiste e spiegarono le vittorie sul mondo intero, essi


fecero uso di quattro norme, che gi avevano praticato coi
plebei dentro
in

clientele

le

provincie feroci ridussero

colonie,

alle

dominio bonitario dei campi,


dominio quiritario, ai municipi o

rono
il

Roma: perch
mandandovi

il

girono

lo

trattamento

stesso

di

mansuete

rilascia-

all'Italia
citt

permisero
benemerite lar-

parificazione che

aveva

ottenuto, in ultimo, la plebe.


I risultati delle

era in questione

il

prime lotte, nelle quali, secondo il Vico,


dominio bonitario dei campi (riconosciuto

gi nella costituzione serviana, ma ritolto dai nobili pei


debiti dei censi non soddisfatti), condussero al tribunato,
e, per la richiesta che facevano i plebei del dominio qui-

legge delle dodici tavole, che accolse quella


conquista plebea. Ma la legge delle dodici tavole fu, insieme, la conquista del diritto scritto, la cessazione
ritario, alla

dell'arcano onde

i patrizi
avvolgevano le leggi, che essi soli
conoscevano, intendevano e interpetravano, e perci amministravano a loro arbitrio. A questa divulgazione e fissamente del diritto scritto i patrizi non poterono bona-

riamente accondiscendere con quel desiderici plebis non


aspernari , che dice Livio; ma piuttosto vi dovettero

repugnare con quella ritrosia di cui narra Dionigi d'Alicarnasso, espressa dal mores patrio servandos, leges ferri
non oportere

La
della

storiografia

legge delle

posteriore adorn di favole l'origine


dodici tavole; e raccont, tra l'altro,

FILOSOFIA DEL VICO

212
della missione che
la

per riportarne

da Dionigi,
travaglio

si

decemviri avrebbero inviato ad Atene

nuova legge

cosa affermata da Livio e

ma

ignorata da Polibio e che il Vico con gran


sforzava di dimostrare non creduta da Varrone

da Cicerone. Come mai nella natura selvaggia e ritirata


delle prime nazioni, tra le quali non pot formarsi comue

nicazione di lingue se non dopo sorte le occasioni di guerre,


alleanze e commerci, si sarebbe da oltremare, dalla lontana
Attica, tragittata in Roma la fama della sapienza di So-

lone?

Come

romani di quei tempi avrebbero avuto nodelle leggi ateniesi da

tizia tanto esatta circa la qualit

stimarle proporzionate a sedare le contese accese tra i loro


plebei e i loro nobili? Quali ambascerie potevano cori
greci e quei romani che, ancora parecchi
anni dopo, erano maltrattati come sconosciuti dai greci di
Taranto? E che cosa dire poi di quegli ambasciatori che

rere allora tra

se

ne tornarono da Atene con

le

leggi greche nelle valigie

senza conoscere che cosa per l'appunto contenessero, talch


se per caso non si fosse trovato in Roma lo scolaro di Eraclito, Ermodoro, bandito dalla sua patria, i romani non
avrebbero saputo che farsi di quel chiuso e inattingibile tesoro? Ed Ermodoro come fece mai a tradurle con tanta

latina purit che Diodoro siculo giudica

non odorare nulla

affatto di grecismo, in guisa cosi perfetta

che nessuno

tore latino seppe pi in nessun

durre dal greco?

Come

tempo

rivesti idee

scrit-

raggiungere nel tra-

greche con voci latine

tanto proprie (per es., auctoritas), che i greci affermano


non esservi in lingua greca termini corrispondenti per
ispiegarle? Ma la lettera di Eraclito a Ermodoro dovette
essere

mandata per quelle

stesse poste, per le quali Pita-

gora aveva fatto i suoi lontanissimi viaggi per il mondo,


e, insomma, da ritenere un'impostura bella e buona; impostura la venuta stessa di Ermodoro in Italia, che non
mai un cittadino della libera e possente Efeso si sarebbe

'

LA STORIA DI ROMA

XVII.

213

recato, per trovar conforto all'esilio, nella barbarica


a

tutti

ignota fuori dei contini

del Lazio

Roma,

impostura
statua di Erinodoro, che Plinio narra vedersi ancora
suoi tempi nel

vedono

modo

Comizio, nel

la grotta della Sibilla e

la
ai

in cui ora a Napoli si

tomba

la

di Virgilio; e,

insomma, tutta la favola della origine ateniese di quelle


leggi una boria di dotti, che prima le fecero provenire
da altri popoli del Lazio (per esodagli equicoli); poi dalle
citt greche d'Italia, poi da Sparta, e finalmente da
Atene, sul qual nome, per la fama dei filosofi ateniesi, si
fermarono soddisfatti. Di certo le leggi delle dodici ta-

vole presentano somiglianze non solo con

ma anche con quelle


ma la ragione di ci

o spartane,

le leggi ateniesi

di altri popoli e

con

le

nell'uniforme corso delle


mosaiche;
nazioni. Di certo, ai decemviri furono nell'antichit attribuite leggi con evidenti tracce greche, come quella che
proibisce

il

lusso greco dei

perch, come

meno che

funerali

ma

questo accadde

non

notato, la legislazione decemvirale,

si

nomi

dei

poetico, e a essa

singoli

re,

divenne un

carattere

rapportarono tutte le leggi che dipoi


libert e che si scrissero in pubblici mosi

agguagliarono la
numenti. Ma la legge originaria delle dodici tavole, tanto
incivile, rozza, inumana, crudele e fiera,.tanto poco conveniente al

tempo

in cui

Atene sfoggiava

di

cultura,

un

gran testimonio dell'antico diritto naturale delle genti del


Lazio, dei costumi che si erano cominciati a celebrare col
fin

dall'et di Saturno.

Ottenuto

il

scritta, la lotta

cui

si

perse

il

dominio

dei

campi e la \cgge
ricominci pel diritto dei connubi: lotta di
vero significato e sulla quale gli stessi sto-

rici antichi scrissero

quiritario

cose assurde,

fosse impiantata sulla richiesta dei

immaginando che
plebei

(i

essa

quali erano

poco pi che miseri e vilissimi schiavi) di potersi liberamente imparentare coi nobili. In tal guisa la storia romana

FILOSOFIA DEL VICO

214

diventa assai pi incredibile della favolosa dei greci, perch di questa non si sa che cosa abbia voluto dire, ma
quella si oppone a tutto l'ordine dei desideri umani, presentando una plebe che prima aspira alla nobilt, poi agli
onori e magistrature, e in ultimo alla ricchezza; laddove

uomini prima desiderano ricchezze, poi uffici di stato, e


Senonch la plebe romana non bramava

gli

in ultimo nobilt.

non

ma

connubio, acni patribus ,

gi

connubio,

patrum

d'imparentarsi
(cosa che non
avrebbe ardito pretendere e che in fondo non le premeva),
ma il diritto di contrarre nozze solenni, come le contrae-

vano

coi

diritto

il

nobili.

Perch, senza

le

nobili

nozze solenni, senza

gli

auspici,
plebei non potevano esercitare in effetto il diritto
quiritario dei campi, e non potevano tramandarlo ai loro
i

congiunti, essendo privi di suit, di agnazione e di genti-

La

insomma, n pi n
quella della cittadinanza; e fu soddisfatta con
la rogazione Canuleia.

lit.

richiesta dei connubi valeva,

meno che

la quale,

Dopo

plebei avanzarono la richiesta delle

di ragion pubblica; e prima ne riportarono


imper coi consolati, e finalmente i sacerdozi e i ponteficati, e con questi insieme la scienza delle leggi. -In tal

dipendenze
g'

modo

la

Tullio,

cangi in pianta di libert popolare e il censo,


pagava ai patrizi, fu pagato invece all'erario, che

che

si

pianta di libert signorile, tracciata da Servio

si

somministrava
concernente
dal Vico

con

la

il

ai plebei le spese nelle guerre. La difficolt


cosiddetto censo di Servio Tullio fu detta

la pi aspra

sua meditazione sulle cose romane

quale riusci a risolvere l'anacronismo del censo ser-

viano e a riportare

la

riforma

al

tempo

di

Fabio Massimo.

potest di comandare
le leggi, perch le leggi precedenti, Orazia e Ortensia,
non avevano dato ai plebisciti forza di obbligare il popolo

I tribuni

tutto se

procedettero a chiedere

non nei due

la

casi particolari, a cagion dei quali la

XVII.

215

era ritirata una volta sull'Aventino e un'altra sul

si

plebe

LA STORIA DI ROMA

Gianicolo. Questa nuova conquista, che stabili la superiorit della plebe e mut la repubblica da aristocratica in

popolare, fu la legge Publilia, ordinata dal dittatore Pu-

per la quale i plebisciti >omnes quivtes teL'autorit del senato ne venne ristretta, perch

blilio Filone,

nerent

laddove, precedentemente, di quel che


liberato i padri si facevano auctores

popolo aveva deora i padri erano

il

popolo, che approvava le leggi secondo


la forinola proposta dal senato, o le antiquava, cio diessi autori

al

chiarava di non volere novit. La plebe ottenne, inoltre,


non comunicata, la censura.

l'ultima magistratura ancora

La legge

Petelia, che segui pochi anni dopo, cancell l'ul-

timo vestigio di legame feudale, il nesso (nexus), che reni


plebei, per causa di debiti, vassalli ligi dei nobili

deva

costringeva sovente a lavorare tutta


vate prigioni di costoro.

la vita nelle pri-

-e li

Quando Fabio Massimo

divisione

alla

tra patriziato e

plebe, coi corrispondenti comizi curiati e tributi, ebbe sostituita la divisione

secondo

patrimoni dei cittadini,

ri-

partiti nelle tre classi di senatori, cavalieri e plebei, l'or-

dine dei nobili venne a sparire affatto, e senatore e


cavaliere non furono pi sinonimi di patrizio , n

plebeo d' ignobile . Ma al senato rimase il dominio

sovrano sopra
nel

sato

timi o
delle

romano imperio, che era gi pasmerc i cosi detti senatoconsulti ul-

fondi del

popolo;

e,

ultimce necessitatis

armi

finch la

romana

lo

mantenne con

fu repubblica

la

forza

e
popolare
quante volte il popolo tent di disporne, tante il senato
arm i consoli, i quali dichiararono ribelli e uccisero i tribuni della plebe che avevano promosso quei tentativi. Il
;

spiega con una ragione di feudi sovrani soggetti a


maggiore sovranit, come al Vico pareva confermato dal

che

si

detto di Scipione Nasica nell'armare

il

popolo contro Ti-

FILOSOFIA DEL VICO

216

Qui
rempublicam salvam velit, consulem
con
le leggi la porta degli onori alla
Aperta
sequatur
moltitudine che comanda nelle repubbliche popolari, non

berio Gracco

restava altro in tempo di pace che contendere di potenza,

non con le leggi ma con le armi; e merc atti di potenza


comandare leggi per arricchire, quali furono le agrarie
dei Gracchi, onde provennero in pari tempo guerre civili
in casa e ingiuste fuori.

Tutta

la societ, col trionfo della

zione dello stato da aristocratico in

plebe e con la mutapopolare,

muta

fiso-

nomia. Muta, in primo luogo, la flsonomia della famiglia:


nella quale, durante l'impero del patriziato, per serbare
le ricchezze dentro l'ordine, solo tardi furono ammesse le
successioni

testamentarie e facilmente

vano annullati

che

le

testamenti veni-

aveva

il fi-

una
non
erano

da
dubitare
legittimazioni
permesse
donne succedessero. Ma nella societ democratica,

gliuolo emancipato; l'emancipazione

pena

dalla successione paterna era escluso

le

l'effetto di

poich la plebe pone tutta la sua ricchezza, tutta la sua


forza e potenza nella moltitudine dei figliuoli, si comincia
a sentire la tenerezza del sangue, e i pretori ne considerano i diritti e prendono a fargli ragione con le honorum
possessiones e a sanare coi loro rimedi i vizi o i difetti
dei testamenti, agevolando cosi la divulgazione delle ric-

chezze, che sole sono ammirate presso


il

il

significato degli istituti della propriet:

volgo.
il

Muta

dominio civile

non pi di ragion pubblica e si disperde per tutti i domini privati dei cittadini, che formano ora la citt popolare; il dominio ottimo non pi quello fortissimo, non
infievolito

da niun peso reale, neppure pubblico, e signisia libero da ogni peso pri-

semplicemente quello che


vato il quiritario non pi
fica

il

dominio di cui

il

nobile

era signore feudale e che .doveva venire a difendere nel


caso che ne fosse decaduto il cliente o plebeo, ma di-

LA STORIA DI ROMA

XVII.

217

ventato dominio civile privato, assistito da rivendicazioni,


diversamente dal bonitario che si mantiene col solo possesso.

Le forme dei

di forinole

solenni, di atti simbolici, sono

razionalizzate:
della

processi, cosi frondose di finzioni,

mente del

semplificate e

comincia a far uso dell'intelletto, ossia


i cittadini si
conformano in
legislatore^ e

si

un'idea di comune ragionevole utilit, intesa come spirituale di sua natura. Le caussce, che prima erano forinole
cautelate di proprie e precise parole, diventano affari o
negozi, che si solennizzano coi patti convenuti e, nei trasferimenti di dominio, con la tradizione naturale e sola;

mente nei

contratti che

si

dicono compiersi con

le

parole,

nei contratti verbali, cio nelle stipulazioni, le cautele


caussce >, nell'antica

mangono

ri-

propriet di questo ter-

certo delle leggi, essendosi la ragione umana


spiegata tutta, mette capo nel vero delle idee, determinate
con la ragione delle circostanze dei fatti, che una for-

mine. Cosi

il

inola informe di ogni

forma particolare

come dice Varrone), che a guisa


tutte le ultime

corpi

di luce

(formula naturai,
informa di s, in

minutissime parti della superficie loro,

opachi dei

fatti

sopra

ella

quali

diffusa. Nelle

repubbliche popolari regna Ycequum bonum, l'equit naturale.


Le crudelissime pene, che si usavano nel tempo

delle

monarchie familiari

delle

dodici tavole

e delle societ eroiche (le leggi

condannavano a essere bruciati

coloro che avevano dato


pitati

fuoco alle biade altrui,

gi dalla rupe Tarpea

in brani

debitori

falliti),

falsi

vengono

testimoni, fatti

sostituite

vivi

precivivi

da pene be-

nigne, perch la moltitudine, che composta di deboli,


di sua natura incline a compassione.
Le leggi, che erano

nelle aristocrazie poche, ferme e religiosamente osservate,


si

moltiplicano nelle democrazie e

si fanno cangevoli e
serbarono l'aristocrazia, dicescrivevano molte leggi, ma le poche

flessibili.

Gli spartani, che

vano che

in

Atene

si

FILOSOFIA DEL VICO

218

che erano in Isparta si osservavano la plebe romana, a


guisa dell'ateniese, comandava tuttod leggi singolari, e
invano Siila, capoparte dei nobili, cerc di ripararvi al:

quanto con
si

le

questioni perpetue

moltiplicarono di nuovo.

Le

perch, dopo di

stesse

lui,

guerre, crudelis-

sime nelle repubbliche aristocratiche, che distruggevano


le citt conquistate e riducevano i vinti in gruppi di giornalieri sparsi per le
citori,

gliendo

campagne a

ai vinti

il

diritto delle genti eroiche, lasciano loro

quello naturale delle genti

perch

coltivare a pr dei vin-

mitigano nelle repubbliche popolari, le quali, to-

si

umane. Gl'imperi

si

dilatano,

assai pi delle ari-

le

repubbliche popolari valgono


stocratiche per le conquiste, e pi ancora vi

valgono

le

monarchie.
in questo generale umanarsi dei costumi, scesapienza di governo, la virt politica. Gli antichi
e, avendo
patrizi facevano duramente rispettare le leggi

Eppure,

ma

la

privatamente ciascuno gran parte della pubblica utilit, a


questo grande interesse particolare, che veniva loro conservato dalla repubblica, posponevano gl'interessi privati
minori,

perci

magnanimamente difendevano

dello stato e saggiamente consigliavano

il

bene

intorno ad esso.

Per contrario, negli stati popolari, e perch i cittadini


comandano il bene pubblico che si ripartisce loro in minutissime parti quanti sono essi

che compon-

cittadini

per le cagioni che producono siffatta


gono
forma di stati, che sono affetto d'agi, tenerezza di figliuoli,
amore di donna e desiderio di vita, gli uomini sono poril

popolo, e

che promuovono le loro private utilit, e perci all'equobono, che


ci solo di cui le moltitudini sono capaci.
tati

ad attendere

cotal

alle

ultime circostanze dei

punto balza spontanea, perch

di

monarchia:

lunga mano

quella mogli ordinari scrittori di politica facevano venir

e resa

preparata
narchia che

fatti

necessaria,

la

XVII.

fuori, senza

LA STORIA DI ROMA

precorso di tante e

il

bono condizionarla,

di

un

si

219

varie cagioni che deb-

tratto, al bel principio della sto-

ria umana, cosi come (dice il Vico) nasce, piovendo l'est,


una ranocchia . E molto meno sorse artificialmente, per
effetto della favoleggiata

dell'

ignorante greTriboniano, con la quale


popolo romano si sarebbe spogliato del suo sovrano e libero imperio per conferirlo a Ottavio Augusto. La legge, che le die' vita, fu

cuzzo

legge regia

il

una legge naturale, concepita con questa


utilit

dano

forinola di eterna

che poich nelle repubbliche popolari tutti guarloro privati interessi ai quali fanno servire le pub-

ai

bliche armi in eccidio della propria nazione, per impedire


che le nazioni vadano in rovina debba sorgere un solo,

come

tra

cuncta

accepit

romani Augusto

qui

come

scrive Tacito,

nomine principia su ^ imperium


che con la forza delle armi richiami

beis civililms fessa

>>);

a s tutte

un
le

solo,

cure pubbliche e lasci

ai soggetti l'attendere

alle loro cose private o a quel tanto delle cose

pubbliche
che viene loro permesso, e si circondi di pochi sapienti
di stato per consultare con l'equit civile nei gabinetti
circa i pubblici affari. Quel solo invocato alla pari da

da plebei: dai nobili, che dopo essere stati abbassottomessi al governo plebeo, abbandonata l'antica

nobili e
sati e

aristocratica volont d'impero, non pensano se non ad


avere salva almeno la vita comoda; e dai plebei, che dopo
avere sperimentato l'anarchia o la sfrenata demagogia (della

quale non si d tirannide peggiore, essendo tanti i tiranni


quanti sono gli audaci e dissoluti delle citt), fatti accorti
dai propri mali, chiedono pace e protezione.

La monarchia

dunque, una nuova forma del governo

popolare. Perch un potente diventi sovrano, necessario

che

il

popolo parteggi per

polarmente, agguagliare

lui,

tutti

ed

egli

deve governare po-

soggetti, umiliare

grandi

per tenere libera e sicura la moltitudine dalla loro oppres-

FILOSOFIA DEL VICO

220
sione,

mantenere

popolo soddisfatto e contento circa

il

sostentamento che

gli

bisogna per la vita e circa

della libert naturale, e

il

gli usi

adoprare un ben ponderato

si-

stema

di concessioni e privilegi o a interi ordini (nel qua!

caso

chiamano

si

ticolari,

privilegi di libert ), o a persone par-

promovendo

fuori d'ordine

uomini di merito straor-

dinario e di virt eccezionali.

Nella monarchia, che governo umano al pari della


democrazia, prosegue e s' intensifica quel processo di umanamente o ingentilimento dei costumi e delle leggi, che le

repubbliche popolari avevano iniziato. Si sciolgono sempre


i
rigidi vincoli della famiglia paterna e gentilizia.
Gl'imperatori, ai quali faceva ombra lo splendore della
nobilt, si diedero a promuovere le ragioni della natura

pi

umana, comune a

nobili e a plebei
e Augusto attese a
fedeco
in
coi
messi,
quali nei tempi innanzi,
proteggere
merc la puntualit degli eredi gravati, i beni erano pas;

sati agi' incapaci di eredit, e

li

trasform in necessit di

ragione, costringendo gli eredi a mandarli ad effetto. Successe una folla di senatoconsulti, coi quali i cognati entra-

rono nell'ordine degli agnati

finch Giustiniano tolse le

differenze tra legati e fedecommessi, confuse la quarta falcidia e trebellianica, distinse poco

adegu

ab intestato

testamenti dai codicilli

, in tutto e per tutto, gli agnati

i
cognati. Tanto le leggi romane ultime si profusero in
favorire i testamenti che, laddove anticamente per ogni

leggiero motivo essi erano invalidati, poi si dovettero interpetrare nel modo che meglio conduceva a mantenerli

Caduto affatto il diritto ciclopico , che i padri


avevano esercitato sulle persone dei figliuoli, and cadendo
altres quello economico sugli acquisti dei figliuoli
onde

saldi.

gl'imperatori introdussero prima


attrarre

giovani

alla

il

guerra, poi

peculio castrense per


il

quasicastrense

per

invitarli alla milizia palatina, e finalmente, per tenere con-

LA STORIA DI ROMA

XVII.

221

quelli che non erano n soldati n letterati, il peculio avventizio. Tolsero l'effetto della patria potest alle

tenti

adozioni, le quali non

si

contennero

difficili

arrogazioni,

un sui

pater familias
st d'un estraneo
,

sottometta alla patria pote-

si

iiiris,

emancipazioni quali be-

le

per subsequens matritutto il vigore delle nozze solenni. L' impero


nome superbo che sembrava scemare la maest

nefizi e dettero alle legittimazioni

monium

paterno

nella

reputarono

ristrette

approvarono universalmente
alquanto perch difficile che un

cerchia di pochi congiunti


le

pi

<;

imperiale, fu mutato nell'altro di patria potest . L'umanitarismo della monarchia si estese anche a quella parte
dell'antica famiglia che erano gli schiavi,
ratori

raffrenata la crudelt dei

per favorirli, ampliate negli

avendo

se

non

ai

impe-

effetti e ristrette nelle solen-

nit le manomissioni; e la cittadinanza, che

dava

g'

signori verso di essi e,

prima non

si

grandi stranieri benemeriti del popolo ro-

mano, fu concessa a ognuno che, anche di padre schiavo,


purch di madre libera o affranchila, nascesse in Roma.
Le pene si addolcirono ancora, e i monarchi si adornarono
del

Le parole delle leggi


largamente interpetrate merc l'equit

grazioso titolo di

furono sempre

pili

clementi

pu dire che Costantino cancellasse affatto


le forinole, quando stabili che ogni motivo particolare di
equit faceva mancare le leggi. Si giunse all'estremo op-

naturale, e

si

privilegia ne irrogante delle dodici tavole


e privilegi erano tutte le eccezioni fatte alle leggi e det-

posto del

tate dal particolare

dalle
goli

tutto

comuni

merito dei

disposizioni.

La

mondo romano una

prio dei grandi monarchi di

che

li

traeva fuori

restrizione dei diritti ai sin-

popoli fu via via abolita


il

fatti,

sotto Caracalla

si

fece di

Roma, perch voto profare una citt sola di tutto il

sola

mondo, secondo il pensiero che Alessandro Magno espresse


dicendo che tutto il mondo era per lui una citt, della

FILOSOFIA DEL VICO

222

quale la sua falange formava la rcca. Dagli editti


pretori
lato

si

dei

pass, sotto Adriano, all'editto perpetuo compi-

da Salvio Giuliano

composto quasi tutto di

editti

provinciali.

Con
cede

il

la

monarchia,

il

posto al diritto

diritto naturale delle genti


naturale delle nazioni; onde

quella forma politica, sociale e giuridica la pi conveniente all'umana natura della pi spiegata ragione. Con
essa (come si avuto occasione di accennare) si raggiunge
da capo, dopo lungo svolgimento, quell'uno, che era delle
monarchie familiari dei primi padri e il corso delle na;

zioni

si

deve considerare

oltre jaon possibile

affatto

compiuto. Andare pi

possibile soltanto, in quella

somma

delicatezza dell'umanit ingentilita, corrompersi, imbarbarirsi con la barbarie della riflessione , e ricadere in una
sorta di

nuova

barbarie.

ferinit,

per ripassare dipoi a nuova eroica

XVIII

La barbarie ritornata

tali ricorsi

'i

un caso

il

o il Medioevo

Vico non studia e non addita se non

periodo di storia europea che, appunto ai


suoi tempi, si era cominciato a pi particolarmente delimitare dagli storici e a denominare (bench il Vico non lo
solo

il

denomini ancora

cosi)

il

Medioevo

Che quello fosse periodo,


decadenza e di barbarie,
non era di certo un pensiero che giungesse nuovo alla codi

perch, specie dal tempo dell'umanesimo, si era


distacco e l'orrore verso quei secoli mediai, et
latinitatis
, nei quali si trascurarono e dispersero
infima

scienza;
sentito

il

tesori delle letterature classiche, e

rono o

si

spensero

affatto.

buoni studi langui-

pi viva e piena questa co-

scienza, generale nell'Europa colta, era in Italia, la quale

non poteva dimenticare che,


quel periodo

medioevo

la fortuna, la

s'

inizi in

potenza e la civilt, per lei

fu la fine dell'alma

nome romano

se per altri popoli

Roma,

il

anzi l'avvilimento del

e sorgente sopr'esso l'orgoglio vandalico, vi-

sigotico e langobardico, la devastazione delle ricche citt,


la distruzione dei maestosi monumenti, che ancora mostravano dappertutto, nei loro ruderi, la lamentabile ruina. Il
Machiavelli aveva dato principio alle sue storie con la con-

citata descrizione,

che

tutti

conoscono, del cangiamento

to-

FILOSOFIA DEL VICO

224

tale, seguito alla caduta dell'Impero d'occidente. Ma passare a rassegna le rovine o raccogliere le antichit medie-

non significava ancora penetrare nell'intimo spirito


tempo cosi come notare le differenze e le deficienze d'un uomo rispetto a un altro non vuol dire intenvali

di quel

dere
Il

quell'uomo e neppure quello dell'altro.

lo spirito di

Vico inaugura

l'

costituzione

della

intelligenza dello spirito medievale, cio


sociale

mentale,

culturale

di

quel-

l'et.

pur viveva in una parte d' Italia dove molte


erano, nonch i documenti, le persistenze del medioevo,
confessa che quei tempi della barbarie seconda gli erano
Egli, che

riusciti assai pi oscuri dei tempi della barbarie prima,


dai quali anzi aveva tratto luce per comprendere l'altra.
E l'aveva compresa nell'atto stesso che l'aveva cosi bat-

tezzata:

barbarie seconda

ritornata

ricorsa ,

considerandola come esempio della legge ideale che egli

aveva

stabilita

generale,
di vita e

dei ricorsi.

11

medioevo

gli

apparve, in

come un ripresentarsi di condizioni primitive


un conseguente riprodursi del processo sociale

che da queste si svolge. Pensiero quanto originale altrettanto ricco di verit, al quale sarebbe fuori luogo opporre

che

il

Vico scopre

viduali

del

caratteri generici e

medioevo

l'appunto era

il

non

tratti indi-

perch noi sappiamo che tale per


suo problema, la ricerca dei caratteri ge;

nerici ossia delle uniformit, e che egli schivava la storia

propriamente detta per non essere condotto al bivio tra la


scienza e la fede, tra la concezione affatto immanente della
storia e perci escludente rivelazione e miracolo, e quella

zione scientifica.

come miracolosa, ribelle alla trattaAnche ai giorni nostri (la cosa degna

di essere notata)

abbiamo veduto risorgere codesto tenta-

affatto trascendente e,

rendere comportabili tra loro religione e storia,


col prescindere dall'aspetto individuale degli avvenimenti
tivo

di

LA BARBARIE RITORNATA

XVIII.

e ridurre

la storia

225

a storia d'istituzioni e di uniformit

1
.

In questa posizione, che il problema prende nel Vico, si


trova anche la ragione del fatto, che parso assai strano
in

un

nessun risalto da

cattolico, del

lui

dato al cri-

stianesimo, nel quale egli s'incontra proprio all'aprirsi del


medioevo e di cui si spaccia in poche parole col dire: che
Dio, avendo per vie

sovrumane
con

rit della religione cristiana

Roma

tro la potenza di

schiarita e ferma la ve-

la virt dei

martiri con-

e con la dottrina dei

padri e coi
miracoli contro la vana sapienza greca, e dovendo sorgere
nazioni armate da combattere in ogni parte la divinit del

permise che

suo autore,

nascesse nuovo ordine di uma-

nit tra le nazioni, perch la vera religione

secondo

lita

il

si

fosse stabi-

corso naturale delle cose umane.

Appaghiamoci dunque delle somiglianze che il Vico


viene notando tra la societ medievale e quella dei primi
secoli di Grecia e di Roma, e non prendiamo scandalo nepsue esemplificazioni e documentaIl suo pensiero storico sostanziale (come gi sappiamo) tanto gagliardo che
passa attraverso gli errori, o a essi vive in mezzo senza

pure se molto spesso

le

zioni riescano fallaci e immaginarie.

esserne consunto.

racconto o

il

Ecco

(per rifare, riordinandolo, il suo


suo quadro), ecco nel medioevo risorgere dap-

pertutto gruppi di case sui monti, e sopra il caseggiato


appollaiarsi le rcche, come gi nell'et divina dei ci
perch altro modo di scampo non v'era per le
misere genti, battute dalla violenza dei barbari invasori
e dalle lotte intestine. Le citt pi antiche, sorte nei tempi

clopi

di mezzo, e quasi tutte le capitali dei popoli, sono, infatti,

poste sulle alture;


le

gl'italiani

nuove signorie che

Si

vedano

zioni critiche,

B. Ceoc^,

La

I,

(a

allora

proposito di

si

un

chiamano

castella

tutte

formarono; e perci anche,

libro del Sorel) le

mie Conversa-

810-22.

filosofa

di Giambattista Vico.

15

FILOSOFIA DEL VICO

226
nobili

forse,

laddove
stanti,

dissero

plebei, che

si

summo

abitavano

imo, obscuro loco nati

le

valli e

Ecco

illustri loco nati ,

pianure sotto-

riaprirsi gli as ili r

specialmente presso i signori ecclesiastici, che in tanta ferocia di vita erano pi mansueti e gli oppressi e gli spau;

riti

portarsi presso costoro e porre s stessi e

loro patri-

moni sotto la loro protezione. Perci nella Germania, che


dovette essere pi fiera che le altre parti d'Europa, restarono quasi pi sovrani ecclesiastici, vescovi e abati, che
non

Un

esempio di queste formazioni politiche era, nel regno di Napoli, la badia di San Lorenzo
secolari.

A versa,

illustre

quale s'incorpor quella di San Lorenzo


che
nella Campania, nel Sannio, nella Puglia
Capua,
e nell'antica Calabria, dal fiume Volturno fino al mare picdi

di

alla

colo di Taranto, governava centodieci chiese o direttamente

o per abati e monaci a lei soggetti, e di quasi tutti quei


luoghi gli abati di San Lorenzo erano signori o baroni. E
poich nei luoghi erti e riposti si edificavano piccole chie-

per celebrarvi la messa e per compiere gli altri


di piet, quelle diventarono naturali asili dei popoli,

sicciuole
uffizi

che vi vennero fabbricando attorno

loro

abituri

che

ragione per cui dappertutto in Europa tante citt, terre


e castella s'incontrano con nomi di santi e le chiese sono
la

monumenti pi

antichi di quei tempi.

Ed

ecco, per con-

seguenza, in tutta l'Europa, non gi formarsi per la prima


volta ma tornare al mondo la feudalit, che si vaneggia
uscita dalle scintille dell'incendio che i barbari dettero al

romano (come sostengono l'Oldendorpio e tanti


giuristi), quando invece il diritto romano esso nacque
diritto

altri

dalle

prima barbarie del Lazio,


e la feudalit medievale non fu diritto nuovo delle genti
di Europa, ma un diritto antichissimo, rinnovellato con
scintille dei feudi celebrati nella

l'ultima barbarie. Altro che

del Vico, la chiamava

il

materia vile

Cuiacio) quella dei

(come,

al

dire

feudi, che

LA BARBARIE RITORNATA

XVIII.

227

invece tutta eroica e degna di essere adornata della pi


E perch mai
colta e riposta erudizione greca e romana
!

di natura le pi belle
giurisprudenza romana (con le quali lo
stesso Cuiacio mitiga la barbarie della dottrina feudale)

se

non per questa sostanziale identit


della

espressioni

riescono tanto acconce, che non


pi,

ad

Ritorn dunque nel medioevo

uomini

eroi e famoli, tra viri

mano ancora

gli

homines

si

potrebbe desiderare di

esprimere le propriet e gli attributi dei feudi ?

semplici

patres

fondamentale divisione tra

baroni

viri , in

come erano

patroni

la

padroni

varones

ben pi

di un'abile sostituzione linguistica,

ginano,

e,

in

chia-

vassalli, tra

e servi. I feudisti

che traducono

feudum

si

lingua spagnuola)

detti

eruditi,

clientela ,

fanno

come s'imma-

senza saperlo, definiscono storicamente il feudo.


medioevo dovettero essere personali,

primi feudi del

come
che

prime clientele
osservava ancora

le

si

di

Romolo: forma

ai

tempi del Vico nei regni del


kmet

di vassallaggio

settentrione, e specialmente in Polonia, dove gli

erano una specie di schiavi che quei palatini (o voievoda) spesso mettevano come poste dei loro giuochi, per-

dendone
droni.

famiglie che passavano cosi a nuovi pa-

le intere

Vennero poi

feudi rustici,

sistenti in terre incolte

che

di specie reale, con-

vincitori assegnavano ai po-

poli vinti per sostentamento, ritenendo essi le terre colte,

traducevano (con un'altra eleganza latina


con non minore verit storica) beneficia . Gli antichi

nexi

e che

feudisti

furono

nuovi uomini

ligi

dovevano riconoscere amici e nemici

legati

tutti gli

mici del loro signore e che prestavano quella che in


si

disse

opera militaris

litare servitium . Il

e nel

medioevo

legame feudale

si

si

che

amici e ne-

Roma

ridisse mi-

estese a pi larghi

rapporti politici; e come gi i re vinti diventavano alleati


e soci di Roma e servabant maiestatem populi romani ,

FILOSOFIA DEL VICO

228
cosi
i

si

ebbero feudi sovrani soggetti a maggiori sovranit,

rappresentanti delle quali, grandi re e signori di grandi

regni e numerose provincie, presero titolo di

Le repubbliche

risorsero

aristocratiche,

se

maest

non

di

costituzione, per lo meno


governo , quanto a effettivo potere politico: il che
veniva confessato dai politici e fra gli altri dal Bodin, il
stato , per

forma esterna

di

di

quale del suo regno di Francia giunse a dire che, durante


le

due linee merovingia

cratico di stato.

e carolingia, fu addirittura aristo-

aristocratici si serbarono fino al secolo

decimosesto, viventi testimoni del passato,


zia e di

Danimarca,

e si

serbava ancora,

regni di Sve-

tempi del Vico,

ai

ricordata. I primi pubblici parlamenti di

la Polonia, gi

Europa dovettero essere composti, come

il

senato di Ro-

molo, dagli anziani della nobilt, dai seniores (donde

signori ); ed erano corti armate, come gli antichi comizi curiati, di baroni ossia di pari. In quei parlamenti si
diritti o successioni o

discettavano cause feudali intorno a

devoluzioni di feudi per cagioni di fellonia o di caducazione; le quali cause, confermate pi volte con
cature, fecero

le

quei parlamenti sembrava


di Napoli, al cui

Real Maest

tali

giudi-

consuetudini feudali. Un'ombra


al

presidente

come

Vico
si

di

Sacro Regio Consiglio


dava il titolo di Sacra

ai consiglieri

il

il

nome

di

milites ,

e dalle sue sentenze non v'era appellazione ad altro giudice, ma solamente richiamo al medesimo tribunale.

Governi aristocratici, e tutti avvolti da un nimbo o da


una nube religiosa; tantoch non solo i vescovi e gli abati
erano, come si visto, assai spesso feudatari, ma i feudatari e

sovrani

si coprivano d' insegne religiose, e i re


dappertutto, per difendere la religione cristiana
quale sono protettori, vestirono le dalmatiche dei
i

cattolici

della

diaconi, consacrarono le loro persone

reali

(onde

real maest ) e presero dignit ecclesiastiche,

sacra

come Ugo

LA BARBARIE RITORNATA

XVIII.

229

Capeto che s'intitolava conte e abate di Parigi; e duchi


e abati, o conti e abati, s'intitolavano comunemente, come
appare dalle antichissime scritture, i principi di Francia.
Quei primi re cristiani fondarono religioni armate, con le
quali difesero

il

cattolicesimo contro ariani, saraceni e altri


i
pura et pia bella dei

Ritornarono con verit

infedeli.

un orbe, che

popoli eroici: la croce sopra

tutte le potenze

cristiane sostengono sulle loro corone, ricorda le croci spie-

gate in campo nelle guerre sante, nelle crociate. Ritornarono le schiavit eroiche, che durarono molto a lungo tra
le nazioni cristiane, perch, considerandosi le guerre giudizi di Dio,

biano col

divina

fossero ab-

vinti

tenevano nientemeno che bestie


cani

turchi, e questi

li

nome di porci ). Gli antichi toglievano


humana omnia ; e i barbari nuovi,

et

le citt,

cupare

li

chiamano

cristiani

credevano che

vincitori

bandonati da Dio e

e portar via

non ad

altro

(cosi

ricamai vinti

nell'oc-

attendevano che a ricercare

depositi o reliquie di santi (che

popoli in

tempi sotterravano e nascondevano con ogni diligenza), onde in quei tempi avvennero quasi tutte le trasquei

lazioni dei corpi


vestigio che

santi.

Di

popoli vinti

vittoriosi tutte le

campane

Analoghe somiglianze

si

delle citt prese.

ravvisano nell'ordinamento giu-

La somma

ridico della propriet.

diritto feudale quella dei beni

diali.

Ma

tissimo,

infievolito

pubblico: erano
stati
la

divisione

delle

cose in

feudali e dei beni alloorigine di un diritto for-

da niun peso straniero, neppure

beni direttamente acquistati e conqui-

dai patrizi o baroni, laddove

feudali

importavano

laudazione del signore, dal quale erano stati concessi.

Gli allodiali

erano in

gli allodiali

non

costumi restato come

siffatti

debbano riscattare dai generali

rispondevano dunque

ex iure optimo

quando,

in

feudali

al

al

dominio quiritario,
e solamente

bonitario

tempi pi tardi, nella nuova Europa, come gi

FILOSOFIA DEL VICO

230
in

Roma

allodiali

antica,

si

form un nuovo censo ed erario,

furono sottomessi

ai pesi

denominazione dispregiativa
fuso , in contrasto coi feudali,

di

la

e gli

pubblici, pot nascere


essi

come

beni

beni della lancia

del
Cosi,

a mo' di esempio, le provincie che di poi s' incorporarono


nel regno di Francia, erano state un tempo signorie so-

vrane, soggette feudalmente al re di quel regno, nelle quali


principi sovrani avevano i loro beni (allodiali), liberi di

ogni pubblico peso; ma, poich per successione, ribellione


o decadenza vennero a far parte del regno, quei beni fu-

rono sottoposti ai dazi e tributi e il dominio ex iure optimo si confuse col dominio privato non feudale, soggetto
a quei pesi, e gli allodi nel significato nobile divennero
una cosa sola con gli allodi nel significato volgare. I feudisti degli ultimi tempi smarrirono il valore della distin-

zione originaria, come i giuristi romani ultimi non avevano inteso il significato del dominio ex iure optimo .
Al dominio feudale si collegavano le enfiteusi, onde il laudemio rest a significare egualmente ci che il vassallo

paga

al

signore e l'enfiteuticario al padrone diretto;


, che erano le antiche clientele; i censi

commende

per effetto dei quali


nobili (e

si

era tenuti a servire nelle guerre

censuanti, o gli

le
,
i

, ri-

angari
perangar
produssero gli assidui romani); le precarie , che
dovettero essere dapprima le terre date dai signori alle
i

preghiere dei poveri; i livelli o permutazioni di beni


stabili, che in quell'economia agricola tenevano luogo dei
commerci mancanti. L'esclusione delle donne dalle successioni, ch'era dell'antichissimo diritto

nuovo nella

comune

legge salica

Germania

romano,

si

celebr di

in origine (congettura

il

Vico)

prime barbare
nazioni di Europa, e poi restata in vigore solamente nella
Francia e nella Savoia.
I

alla

castighi

a tutte

erano crudeli e

la

le altre

pena

di

morte

si

disse

LA BARBARIE RITORNATA

XVIII.

pena ordinaria

Ma neppure

nel

231

medioevo c'erano vere

leggi e procedimenti penali pei torti privati: gli ammazzamenti dei plebei o accadevano per fatto dei loro padroni

medesimi, che niuno poteva accusare; o per fatto d'altri,


e come di servi altrui si rifaceva al padrone il danno, secondo ancora si costumava nella Polonia, nella Lituania,
nella Danimarca, nella Svezia e nella Norvegia. Col
di

nome

purgazioni canoniche
(non riconosciute per altro dai
si celebravano in tutta Europa certe specie

sacri canoni)

giudizi divini o duelli

di

tempi di Bartolo, vi
Nei
giudizi intorno agli alrappresaglie.
lodi i signori se la vedevano tra loro con le armi
e nel
reame di Napoli, ancora ai tempi del Vico, i baroni non

ebbero vigore

fino ai

e,

le

coi giudizi civili


fatti

dentro

dove

la forza

tres

'i

ma

loro

con duelli vendicavano

feudi

da

altri

baroni. In

gli

attentati

una

societ

imperava, qual maraviglia che tornassero alladronecci eroici, e che il titolo di corsaro o

pirata

divenisse titolo di signoria?

mai, come

al-

lora, fu tanto varia e incostante la fortuna dei regni.


Il diritto

romano

giustinianeo, tutto penetrato dall'idea


cadde in oblio. In Francia e in

di equit, fu rifiutato e

Ispagna era gravemente punito chi osasse allegarlo nelle


cause; e certamente in Italia si recavano a vergogna i
nobili di regolare i loro affari con le leggi romane e professavano di vivere secondo quella langobardica, laddove i
plebei, che pi tardi si disavvezzano dagli antichi costumi,
praticavano alcuni diritti romani in forza di consuetudini.

in consuetudini piuttosto

ritti

mole rigide e
cosi detti
tali

che in leggi consistevano

allora vigenti, nei quali ripresero

le

nudi

cerimonie solenni e

da quelli

vestiti

importanza
si
,

distinsero

di-

le fori

patti

cio sussidiati

da

Della reverenza per le forinole


esempio la leggenda (al tempo del Vico

forinole e cerimonie.

pu valere come

creduta fatto storico)

di

quel che intervenne all'imperatore

FILOSOFIA DEL VICO

232

Corrado

III

fomentato

il

allorch prese Weinsberga, citt che aveva


suo competitore nell'impero e che egli con-

dann allo sterminio, dando legge che fossero salve le sole


donne con quanto potessero trasportare addosso. Ma quelle
donne uscirono dalla condannata citt, cariche dei loro figliuoli, mariti e padri

e l'imperatore, che stava alla porta,

a capo dell'esercito, pronto con le spade sguainate e con


le lance in resta a vendicare la collera sua spaventosa,
vide e sofferse che passassero salvi tutti, per rispetto alla
forinola letterale della legge da lui decretata.

Erano tempi analfabetici, il che


sua immagine che tornarono allora

Vico esprime con la

il
i

linguaggi

mutoli

Le lingue volgari, italiana, francese, spageroglifici


gnuola e tedesca, non erano messe in iscritto, e solo si
scriveva da pochi ecclesiastici un barbarico- latino, onde
o

chierico

signific

uomo

dotto

ma

tra gli stessi sa-

cerdoti regnava tanta ignoranza che si vedono scritture


firmate da vescovi col segno della croce, perch non sa-

pevano scrivere neppure i propri nomi. Per si


sezza una legge inglese disponeva che un reo

fatta scar-

di morte,
che sapesse di lettere, come eccellente in arte non fosse
messo a morte; e letterato , come chierico , si stese

a significare l'erudito. Di qui l'importanza e il largo uso


che ebbero le imprese gentilizie per accertare i domini

sopra case, sepolcri, campi e armenti, delle quali tante si


osservano ancora sugli edifiz di quei tempi.
Con la barbarie torn altres il predominio del verso
sulla

prosa.

medesimo

si

Le prose

padri della chiesa latina (e il


dica di quelli della greca) sono piene di nudei

meri poetici, talch sembrano cantilene. La prima lirica


nuova fu religiosa; e se non si ebbero propriamente poemi
religiosi cristiani, fu

perch

le

cose della nostra

teologia

superano ogni senso e ogni immaginazione e spossano di


troppo

la facolt poetica.

Poesia e storia

si

riconfusero;

LA BARBARIE RITORNATA

XVIII.

233

romanzieri, che furono i poeti eroici dei tempi barbari


onde poi
tornati, credettero di narrare storie vere
;

riil

Boiardo e l'Ariosto presero i soggetti dei loro poemi dalla


storia di Turpino, vescovo di Parigi. E quando, per effetto
della famosa scuola parigina e della sottilissima teologia
scolastica, la lingua francese pass di colpo dalla

come

neit alla riflessione,

mero
cosi

dittonghi

storia di

la

poema omerico.

pur

De

gestis

riempiendosi

di

Turpino sopravvisse

Gli stessi facitori dei

cantarono altro che

termini

in

Provenza

come

in

in Italia e

pugliese nel
Guniero nel Carmen

duellisti

gli uffizi altieri e le

gestis.

poeti

non meno che

Risorse la virt puntigliosa,

Francia.

quella di Achille, nella quale

.riponevano

non

in latino

poemi

scrittori del volgare in Italia

primi

astratti,

Francia quasi

in

heroicum de rebus a Frederico Barbarossa


furono

nu-

come Guglielmo

storie,

normannorum

sponta-

essa lingua serb in gran

tutta

donde uscirono

la

loro

morale

le

leggi superbe,
soddisfazioni vendicative dei cavalieri
;

Non sembra

proprio un
personaggio omerico dalla rapida commozione quel Cola
erranti, cantate

di

dai

romanzieri.

Rienzo, che (come

mentova

si

legge

l'infelice stato di
tutti

nella vita

Roma,
in

io

come

lui),

dirottissimi pianti?

ragiona, prorompono
bole fantastica era ancora una condizione
rito,

di

mentre

esso e coloro coi

nei fanciulli; perch (scrive

il

comune
Vico)

quali

L'iperdi

spi-

sovente

mi ricordo, quando vado a passeggio, che


molli clivi
si svolgono innanzi agli occhi, parevano a me bami

che mi

bino altissime montagne e dirupate . Cosi, nel medioevo,


gli Orlandi e gli altri paladini erano finti di enorme statura; e le
di

immagini degli

Cristo, della

Vergine,

esseri divini, del


si

Padre eterno,

dipingevano e scolpivano di

eccedente grandezza.

Ma

gl'ingegni umani sono a guisa dei terreni i quali


per lunghi secoli incolti, se una volta si riducono a col-

FILOSOFIA DEL VICO

234

danno nel bel principio fratti maravigliosi in perfezione, grandezza e abbondanza. Epper al tempo della

tura,

spirante barbarie d'Italia, dopo quattro secoli dei pi crudeli e tempestosi,

nacque Dante, l'Omero della ritornata

barbarie; come, poco stante, fiori la poesia delicata del.


Petrarca e la prosa leggiadra e graziosa del Boccaccio:
esemp tutti e tre incomparabili. E per la natura gi definita della barbarie,

naturalmente veritiera, aperta,

fida,

generosa e magnanima, Dante espose in comparsa persone


reali e rappresent fatti reali dei trapassati
e il suo poe;

ma

commedia in ricordo dell'antica commedia


che
teneva
il medesimo procedere. Nel qual poema
greca,
sembrano avere corrispondenza cosi Y Iliade come l'Odissea:
chiam

prima, nell'Inferno, dove Dante impieg il suo collerico


ingegno e tutto il grande della sua fantasia nel narrare
la

tante ire implacabili e nel rimembrare


di spietatissimi tormenti,

atroci di

un gran numero

degno riscontro alle tante forme

morte descritte da Omero

(le

quali

descrizioni,

che ora destano piet, agli uditori contemporanei cagio-

la seconda, cio l'Odissea,


navano, invece, piacere);
che celebra l'eroica pazienza di Ulisse, trova rispondenza
nel Purgatorio, spettacolo di pene tormentose sofferte con

dove si gode infinita


una somma pace dell'animo. E un'altra somiDante con Omero nella fisionomia della lingua

inalterabile pazienza, e nel Paradiso,


gioia con

glianza di

da

lui

adoperata, cosi varia che

opinato che egli l'avesse

quella dei suoi poemi, da tutti i diadella sua nazione: opinione dei dotti del secolo deci-

raccolta,
letti

si

come Omero

mosesto, la quale non regge aHa critica, perch indubitabile

che,

quando Dante

li

us,

essere comuni in Firenze, n vita


stata
letti

ad andarli raccogliendo

mancavano

gli scrittori.

glianza che egli ha con

quei parlari dovevano


gli sarebbe ba-

d'uomo

tempi in cui dei vari diaMa la pi sostanziale somiin

Omero

nella

sublimit poetica.

XVIII.

LA BARBARIE RITORNATA

Dante un divino poeta che

235

alle fantasie delicate

mo-

derne sembra incolto e ruvido, e agli orecchi ammorbiditi


da musiche effemminate suona un'armonia soventi volte in-

ma non

soave;

badano a

Omero,

cosi agli

uomini

dilettarsi di fiori,

di gusto austero,

che non

acconcezze e amenit. E, come


la sua sapienza riposta, ma

grande non per

egli

sua vigorosa fantasia. Certo, Dante fu dottissimo in


divinit; ma in ci, piuttosto che la sua forza, la sua
la

per

debolezza. Se Dante non avesse saputo n di scolastica n


di latino, sarebbe riuscito

anche maggior poeta, e forse

la

lingua toscana avrebbe avuto (come non ebbe la latina) un


poeta da contrapporre in tutto e per tutto a Omero. Il

modo acconcio

di

commentarlo

di dare notizie delle cose,

mentovati dal poeta, di spiegare i sentie tralasciare ogni morale e molto pi scien-

o persone

fatti

menti

di lui,

ziata allegoria

Colui che scriveva questa pagina di critica dantesca, e


rivendicava Dante dopo secoli di gusto antidantesco (o dan

tesco-grammaticale e dantesco-scolastico), e lo rivendicava


proprio negli anni della fioritura arcadica cosi ritrosa e

avversa a Dante, avrebbe meritato d'incontrarsi col genio


di Guglielmo Shakespeare, che forse egli solo, a quei tempi,
era in grado d' intendere nella sua possanza poetica. Ma
in Italia,

come

in generale fuori d'Inghilterra, dello Sha-

kespeare allora non si conosceva nulla e appena ne giunal Vico una tarda e vaga notizia, cio che gl'in;

geva

glesi,

non ammolliti dalla delicatezza del

secolo,

non

si

dilettavano di tragedie che non avessero dell'atroce, appunto come il primo gusto del teatro gl'eco fu delle nefa-

cene di Tieste e dell'empie stragi compiute da Medea


su fratelli e figliuoli. La tendenza verso la poesia e la letrie

teratura germanica rimase nel Vico, come sappiamo, un


sospiro: non gli era possibile scorgerne i precisi e particolari

lineamenti per quanto appuntasse col lo sguardo, e

FILOSOFIA DEL VICO

236

una volta che


fu per

vi accenn, sopra notizie di seconda mano,


affermare che, nella nazione tedesca, particolar-

mente nella

Slesia provincia tutta di contadini,

naturalmente poeti

andando

nascono

cerca di poesia
cio,
ingenua e popolare, gli accadde di abbracciare, senz'avvedersene, i rappresentanti della scuola slesiana, gli Hoffmannswaldau e i Lohenstein, imitatori tedeschi del suo

in

compaesano cavalier Marino! Ma questo un aneddoto,


non ad altro che a confermare con nuovo esempio gli

atto

scherzi che faceva al Vico la sua accesa immaginazione.


Come si uscisse dalla seconda barbarie e dalla costitu-

zione feudale, il Vico non dice; e sembra non aver fermato la sua attenzione sul movimento comunale, che tante
analogie gli avrebbe offerto con le lotte della plebe romana e col formarsi dell'antica democrazia. Schernisce,

per altro, anche qui, coloro che facevano sorgere le monarchie moderne, per es., la francese, di punto in bianco,
con una sorta di legge di Triboniano, per la quale (dice
ironicamente)

paladini di Francia

della loro potenza, conferendola nei


tingia.

si

sarebbero spogliati

re

della

linea cape-

Nota anche che, essendosi sparso e quindi disperso

potere dei baroni per effetto delle guerre civili nelle


quali dovevano dipendere dai popoli, fu facile raccoglierla
nei re monarchi, mutandosi cosi l'ossequio dei vassalli al

il

nell' obsequium principis . Ma speciale importanza egli d al risorgere della giurisprudenza romana (di
questo diritto naturale delle genti di Europa , come lo

barone

aveva chiamato
versit d' Italia

il

Grozio) con gli studi aperti nelle uni-

onde

l'equit naturale,

si

appresero di nuovo i principi delg' ignobili furono adeguati

nobili e

ragion civile come gi sono nella natura umana,


l'arcano delle leggi usci di mano ai feudatari, dei quali
nella

modo venne sempre pi fiaccata la


giunse al governo umano delle repubbliche
per

tal

potenza; e

si

libere e delle

XVIII.

LA BARBARIE RITORNATA

237

La gi ricorsa societ eroica aveva


contrario ricorso; e, nella civilt dei tempi
nuovi, era impossibile richiamarla in vita, come vani riu-

perfettissime monarchie.

ormai

sofferto

scirono

tentativi di restaurazione aristocratica che fecero

nell'antichit
plebei,

il

pitagorici e

Dione siracusano. Gli uomini

una volta che

coi nobili, non

si sono riconosciuti di egual natura


sopportano pi di restare inferiori a essi

E le pochissime repubbliche aristocrache


e
l
avanzavano in Europa, dovevano adotiche,
qua
molte
sollecite
cure e accorti e saggi provvediperare

nella vita civile.

menti per tenere a freno


governate.

contente

le

moltitudini da esse

XIX
Il Vico contro l'indirizzo di cultura dei suoi tempi

G'iunto,
che erano
Vico

nel contemplare
suoi, di

il

corso della storia, ai tempi,

umanit sparsa su tutte

le nazioni,

il

una rapida descrizione del mondo contemporaneo,


non soddisfatto, incerto o prudente. Come non era
alla Scienza nuova per diretto impulso di problemi

fa

e tace, se
salito

(almeno nel significato che hanno d'ordinario quecontemplazioni della Scienza nuova

politici

ste parole), cosi dalle

non discese
presenta

alla vita

attiva,

ovvia a un

piti

neppure nella forma che

uomo

si

di pensiero, del libro e del-

l'opuscolo che critichi leggi e istituti o proponga riforme.

pratica della

Anche quando, per poco, concep una


sua Scienza

che

l
,

non pens che questa pratica, per

gli spettava, potesse aggirarsi altrove

accademie

La

che

la

parte
dentro le

pratica

dentro

le

accademie

ossia nel

campo

della

per altro, pratica anch'essa e politica; e non di


certo tra le meno importanti. E uno storico o un filosofo
cultura,

non pu astenersene mai del


o

meno

tutto, se anche l'accentui pi


fortemente, la svolga con maggiore o minore am-

piezza.

Si

veda sopra, cap. IX, pp.

110-13.

FILOSOFIA DEL VICO

240
II

Vico v'insist e

la svolse

ampiamente;

anzi, la sua

prima affermazione nella vita scientifica fu appunto l'esame


dei metodi moderni di studio e di educazione, comparati
con quelli degli antichi esame il quale (dopo saggi e tentennamenti nelle prime orazioni) prese corpo nella prolusione universitaria del 1708, De nostri temporis studiorum
:

ratione. Negli anni che seguirono, tutt' intento a lavorare


alla

Scienza nuova, non dette altre pubbliche manifesta-

zioni del suo malcontento verso l'indirizzo che prevaleva

negli studi;
si

ma

con tanto maggiore frequenza e vivacit

espresse sul proposito nelle lettere private e nelle con-

versazioni, n volle tralasciar di ricordare quel ch'egli ne

pensasse nell'autobiografia. Non fa d'uopo dunque ricavare


il suo atteggiamento polemico dai sottintesi e
dagli incisi

medesimo in pi ocmut g' incisi in pro-

della sua opera capitale, perch egli

casioni rese

espliciti

sottintesi e

posizioni principali.

Quella polemica si mosse in due campi attigui, che rispondono al duplice aspetto della Scienza nuova, come filosofia dello spirito e come scienza generalizzante.
Sotto

il

primo aspetto,

il

Vico aveva fatto valere

diritti

della fantasia, dell'universale fantastico, del probabile, del


certo, dell'esperienza, dell'autorit, e quindi della poesia,

della religione, della storia, dell'osservazione naturalistica,

dell'erudizione, della tradizione.

disegnato uno schema

rito, cosi nella storia del

individuale, messa da lui


della storia. Perci

il

Sotto

il

secondo, aveva

dello svolgimento naturale dello spi-

genere umano come nella vita


a continuo riscontro con le fasi

suo esame doveva volgersi di ne-

per una parte, alle disposizioni spirituali del suo


tempo e, per l'altra, al modo in cui s'intendeva e s'impartiva allora l'educazione dei fanciulli e giovinetti. Nelcessit,

l'uno e nell'altro campo, il Vico avvertiva le medesime deficienze, ed era offeso da quel medesimo arido intellettua-

XIX. IL VICO

CONTRO

SUOI TEMPI

241

lismo che aveva reso inintelligibile il processo della mente,


e mutilato e falsato la verit della storia umana.

Ai

fanciulli,

usciti dalle scuole di

appena

grammatica,

soleva infliggere un'istruzione di logica, adoperando,


secondo le predilezioni dei maestri, ora la logica scolastica,

si

ora e pi

di

frequente quella (in sostanza anch'essa aristoche era stata elaborata dall'Arnaud e

telica e scolastica),

diceva logica di Portoreale , tutta ripiena di severissimi giudizi intorno a materie riposte di scienze superiori
e lontane dal comune senso volgare, tutta infarcita di
si

esemp tratti da tali scienze. I fanciulli avrebbero dovuto,


merc quella disciplina, farsi d'un tratto critici e purgare
la mente non solo del falso, ma perfino delle opinioni vequando, in verit,

risimili e probabili;

vano purgare, perch

la loro

di niente si

pote-

mente era ancora sgombra

scarsamente fornita, e nessuna critica potevano esercitare,


per mancanza di materia criticabile avrebbero dovuto es:

sere condotti a ben giudicare innanzi di ben apprendere,


contro il corso naturale delle idee, che prima si apprende,
poi

si

giudica e finalmente

che gli spiriti a quel


secchi nello spiegarsi
giudicare d'ogni cosa

modo
e,

ragiona. Il risultato era


educati diventavano aridi e
si

senza far mai nulla, pretendevano

restavano tutta la vita affilatissimi

nella maniera di pensare e inabili a ogni grande lavoro


critici,

per cosi dire,

ma

sterili.

rezza e arroganza nei giudizi,

quanto

civile, la

sul

quale

si

solo

legge-

ma

tica della vita, nel trattare che si

eloquenza

Donde non

incapacit nella prausa con gli uomini, nella

fonda non tanto sulla critica

verisimile e deve ottenere

il

suo

effetto, col

dire cose opportune, penetrando la psicologia dell' interlocutore e 'regolandosi in modo conforme. Della prematura

educazione logico-critica il Vico aveva fatto esso medesimo


dannosa esperienza; quando, a lui fanciullo, il gesuita

Del Balzo, che fu tra

B. Croce,

La

filosofia

suoi primi maestri, mise in

di Giambattista Vico.

mano
16

FILOSOFIA DEL VICO

242

l'opera del sommolista Paolo veneto; e l'ingegno, ancora

debole da reggere a quella specie di logica crisippea, poco


manc non vi si perdesse, tanto che, per disperazione
fatto disertore degli studi,

ne divag un anno e mezzo. Mi-

gliore ricordo

serbava, invece, perfino delle capestrerie


poetiche giovanili, alla scuola dei pili sfrenati marinisti
napoletani: divertimento (egli dice) poco meno che necessario per gl'ingegni

dei giovani, assottigliati di troppo e

irrigiditi nello studio delle metafisiche in quegli anni per

l'appunto in cui l'ingegno, per l'infocato vigore dell'et,


deve dare in trascorsi perch non si assideri e dissecchi
affatto.

Quell'et,

che

la

barbarie dell'intelletto,

cosi vigorosa di fantasia e (per gli stretti rapporti che sono


tra queste
trita

due

facolt) di

ed esercitata con

memoria, richiede

di essere

nu-

la lettura dei poeti, storici e oratori,

e con l'apprendimento delle lingue. L'arte che vi si deve


insegnare non la critica ma la topica, la vera arte del-

ingegno, ossia della facolt d'inventare; per la quale i


vengono apparecchiando la materia per giudicare
bene dipoi, perch non si giudica bene se non si conol'

fanciulli

sciuto

il

tutto della cosa e la topica fa ritrovare per cia-

scuna cosa tutto ci che

vi dentro.

Per

tal

seguendo il corso stesso della natura,


e filosofi e ben parlanti.

vinetti,

Un

modo, i giosi formano

correttivo, certamente, indispensabile

rante fantasia;

ma

non deve cercarsi

tosto nella geometria lineare, che in qualche

pittura, e invigorisce la

memoria

col

all'esube-

nella logica, si piut-

modo una

gran numero dei suoi

elementi, ingentilisce la fantasia con le sue delicate figure


e fa spedito l'ingegno nel doverle correre tutte e fra tutte
raccogliere

quelle

che fanno

al

caso

per dimostrare la

grandezza domandata. Senonch, anche per la geometria


ogni frutto veniva guasto dal metodo favorito nelle scuole
di allora, che era l'algebraico; il quale, non meno della

XIX. IL VICO

CONTRO

logica scolastica, assidera tutto

SCOI TEMPI

243

pi rigoglioso delle in-

il

doli giovanili, loro accieca la fantasia, spossa la

memoria,

l'ingegno, rallenta l'intendimento, danneggiando per queste quattro vie le arti belle, la conoscenza
delle lingue e delle storie, le invenzioni e la prudenza.
infingardisce

Pili

particolarmente, l'algebra affligge

esso con quel,

metodo non vede

se

non

l'ingegno, perch
ci soltanto che gli

sta innanzi ai piedi; sbalordisce la

vato

il

memoria, perch, ritrosecondo segno, non bada pi al primo


abbacina
;

perch non immagina affatto nulla; distrugge


l'intendimento, perch professa* d' indovinare. I giovani che

la fantasia,

vi

hanno speso molto tempo, messi poi a trattare gli affari


sommo rammarico e pentimento

della vita civile, con loro


vi

si

meno

ritrovano

utilit e

atti.

non facesse niuno

apprendere per poco tempo


e servirsene solo

Onde, perch recasse alcuna


si dovrebbe

di si gravi danni,

alla fine del corso

matematico

come mezzo abbreviativo. L'abito

del ra-

gionare si forma assai meglio con l'analitica metafsica,


che in ogni questione prende il vero nell'infinito dell'ente,
e pei generi della sostanza viene
ci

che

non per

la cosa

tutte

gradatamente rimovendo
le specie, finch

giunge

all'ultima differenza costituente l'essenza della cosa che

si

desidera sapere.
Tutta l'educazione soffriva dell'eccesso di matematica

come se i giovani dovessero


un mondo umano, composto

e del difetto di concretezza; e

dalle

accademie uscire

in

linee, numeri e specie algebraiche, si riempiva loro il


capo dei magnifici vocaboli di dimostrazioni , di verit dimostrate , di evidenze , e si condannava la re-

di

gola del verisimile, della quale non hanno altra pi sicura


i
politici nei loro consigli, i capitani nelle loro imprese, gli
giudici nel giudicarle, i memalati del corpo, i morali teologi nel cu-

oratori nel trattare le cause,


dici nel curare

rare quelli delle coscienze, e sopra la quale tutto

il

mondo

FILOSOFIA DEL VICO

244

acqueta e riposa in tutte le liti e controversie, in tutti


provvedimenti, in tutte le elezioni, che tutte si determinano con l'unanimit o maggioranza dei voti. Si presi
i

parava una generazione vuota e prosuntuosa, saccente e


non sapiente, razionatrice e povera di verit.
Quale l'educazione che somministravano,

tali

erano

gli

l'ambiente generale di cultura. La


quei metodi analitici assideravano

stessi educatori, ossia

poesia era morta

una volta la parola che il Vico


ripete con frequenza come bene espressiva) tutto il generoso della miglior poesia . E veramente non mai come
in quella prima met del settecento 1' Europa fu cosi vasto
deserto poetico: l'Italia si era ridotta al melodramma metastasiano
la Francia non aveva dato successori ai Cor(giova adoperare ancora

Ispagna, esaurita l'ultima grande


manifestazione dello spirito nazionale, che fu il dramma,
cominciavano l'imitazione francese e il razionalismo; l'Inneille

e ai Raeine; in

sembrava dimentica affatto di aver dato i natali


Shakespeare, e la Germania si trascinava anch'essa
dietro l'imitazione neoclassica. E non solo non nasceva
ghilterra
allo

nuova
e

poesia,

ma non

Malebranche,

il

le facolt

se

ne desiderava. Seguendo Cartesio


professavano di ammortire tutte

filosofi

dell'anima che provengono dal senso, e speciald'immaginare, che detestavano come ma-

mente

la facolt

dre di

tutti gli errori. I poeti

erano da

essi

condannati col

pretesto che narrassero favole : come se quelle


favole non fossero le eterne propriet degli animi umani,
che i filosofi politici, economici e morali ragionano e i

falso

poeti presentano in vivi ritratti.

Sull'autorit degli stessi cartesiani, lo studio delle lin-

gue formava oggetto di disprezzo non aveva detto Renato


che sapere di latino non sapere pi di quello che sapeva
:

la

fante di Cicerone?

La severa conoscenza

del

latino e

del greco era finita con gli scrittori- del cinque e seicento;

CONTRO

XIX. IL VICO
il

culto delle

lingue orientali

era

si

stanti; lavori sulla giurisprudenza

La famosa

cora solo in Olanda.

SUOI TEMPI

245

ristretto nei

romana

si

prote-

facevano an-

biblioteca napoletana del

Valletta, ricca delle pi belle edizioni latine e greche, fa

ma

per

met del suo primitivo valore, tanto era

sca-

generosamente comprata dai padri dell'Oratorio,

meno

della

la richiesta di quei libri. In Francia la biblioteca del


cardinal Dubois non trov un unico compratore e and

duta

dispersa nella vendita spicciola. I principi non amavano


pi il bel latino d'oro; e a nessuno di essi cadde in pensiero di far conservare all'eternit da penna eccellente
latina

un avvenimento

cosi

come

strepitoso

la

guerra di

successione di Spagna, paragonabile per la sua complessit

seconda cartaginese.
si vantavano i metodi nuovi, ma niuno avrebbe
indicare
le cose nuove, che si erano ritrovate per
potuto
loro mezzo. Forinole nuove e cose vecchie; e, in compenso,
solo alla

Assai

vane lusinghe di poter giungere in brevissimo tempo e con


pochissima fatica a saper tutto. La dottrina civile e politica era trascurata
tica; l'esperienza,

secolo

per la

tsica,

la tsica

poco esercitata;

precedente,

quasi

affatto

per la matemainventivo del

lo spirito

Lo

spento.

conseguenza del metodo cartesiano, invadeva

scetticismo,
il

campo

del

sapere.

Continuava
il

in

quel tempo, per tutta Europa,


lingua francese: lingua la quale, di-

altres

predominio della

versamente dall'italiana, ribelle

alla poesia e all'eloVico) nei vocaboli di sostanza, e,


poich la sostanza cosa brutale e immobile e non patisce

quenza

ricca (diceva

il

comparazioni, incapace
amplificare

di

dare colore

d'ingrandire, restia alle

alle

sentenze, di

inversioni, sterile

che periodi, posseggono


loro metrica ha versi superiori

di metafore. I francesi, piuttosto

membri

di periodi;

la

ai cosi detti alessandrini,

che sono

distrofi e

pi inerti e

FILOSOFIA DEL VICO

246

tenui degli elegiaci


n le loro parole patiscono altri accenti che non siano quelli delle due ultime sillabe. Impo;

tente al sublime, la lingua francese


al

piccolo, e per la gi notata

sostanza, ossia di
in

per altro, attissima

abbondanza

di vocaboli di

termini astratti, al genere didascalico

luogo dell'eloquenza, offre

Degnamente,

l'esprit.

critica e l'analisi erano nate in

Francia e

si

la

nuova

rivestivano di

quella lingua.

La

sola ricchezza, che in tanta povert ogni giorno

si

accresceva, erano i ristretti, le biblioteche, i dizionari delle scienze, come quelli che portavano i nomi
del Bayle, dello Hoffmann, del Moreri maniera d'apprendere la pi scioperata e casuale che si potesse mai inven:

tare. Il genio del secolo era pi

vago

di esporre in

compen-

dio quanto altri seppe che di profondarsi per passare pi

innanzi.

Sembra cosa impossibile; eppure

si

compilarono,

provava da tutti un
mercato
e si stimavano

perfino, dizionari di matematiche. Si

gran desiderio di scienza a vii


buoni i soli libri spiegati e facili, che

prestavano a forragionamento per passatempo con le dame,


condannando, col dirli inintelligibili, tutti quegli altri che
richiedevano nel lettore varia e copiosa erudizione e lo

mar

si

oggetto di

al

costringevano

tormento del molto

riflettere

combinare.

Quei dizionari e ristretti suscitavano nel Vico


di altri

simili

lessici e le biblioteche dei

il

ricordo

lavori della decadenza greca, le ecloghe,

tutta la cultura

Suidi, degli Stobei e dei Foz.

contemporanea

gli

sembrava che rinno-

caso della sapienza greca e andasse a spirare in


metafisiche inutili o dannose alla civilt, e in matematiche

vasse

il

grandezze che non sopportano


riga e compasso e non hanno nessuna applicazione. Come
altri savi uomini del suo paese, egli viveva persuaso che
occupate in

considerare

se la provvidenza divina, per


vie,

non

una

delle sue infinite secrete

la invigorisse e rinfrancasse, la

repubblica delle

CONTRO

XIX. IL VICO

SUOI TEMPI

247

correva rapidamente verso la fine. Dove era pi,


sapiente, il vero sapiente, che il Vico aveva in-

lettere

il

allora,

contrato nella storia, dapprima nella figura barbarica del


poeta teologo e poi in quella civile e razionale del filosofo

greco e del giurisprudente romano, e che vagheggiava modernamente nel maestro di eloquenza (e si direbbe nella
sua propria persona), come chiamato a dare unit, vita ed
efficacia a tutto

il

La sapienza,

sapere?

questa o quella conoscenza o

ma

la facolt

quale

somma

che comanda a tutte

apprendono

si

la

tutte

le

infatti,

non

delle conoscenze;

le discipline e dalla

scienze e tutte le arti

che

poich l'uomo mente e animo,


compongono
intelletto e volont, essa deve compiere all'uomo entrambe
queste parti e la seconda come conseguenza della prima:
l'umanit.

deve insegnare

la

a sommo bene

le

cognizione delle divine cose per condurre


cose umane. Il sapiente l'uomo nella

sua totalit e centralit, 1' uomo intero.


Altissimo ideale, senza dubbio, come
giuste tutte
alle

le critiche

al

metodo

tendenze spirituali del tempo suo.

e mirabili verit che


il

mosse

di

perfettamente
educazione e

Eppure, fra tante

lasciavano addietro di lungo tratto


secolo decimottavo, si sente nel Vico, pedagogista e cri-

tico,

si

qualcosa di retrivo. Si sente che egli, esclusivamente


delle sorti della grande e severa scienza e fisso

sollecito

l'occhio nella forma pi compiuta dell'umanit,

deva

il

non inten-

valore rivoluzionario di quello scetticismo e razio-

nalismo e di quella ribellione al passato, che erano necesguerra contro re, nobili e preti di quei

sari strumenti di

che dovevano mettere capo all'Enciclopedia; di quella scienza popolare, che preludeva al giornalismo di quei libercoli per dame e per eleganti conristretti e dizionari,

versazioni, che

avrebbero alimentato

decimottavo e temprati
Si sente in lui,

salotti

del secolo

radicalismo giacobino.
come
nel
suo
sistema
qui
filosofico, il catgli spiriti al

FILOSOFIA DEL VICO

248

che avvinghiato

tolico

al filosofo,

il

pessimista cristiano

sul dialettico dell' immanenza. Egli non sa scorprogresso nei suoi avversari, e perci non li ricono-

che grava
gere

il

ma gradini da
a
dovuto
e
che
stesso
avrebbe
lui,
giungere
egli
salire per intendere e posseder meglio s stesso. Il suo atteggiamento polemico verso la cultura del tempo compie e

sce quali veramente erano, a lui inferiori


salire per

conferma
sieme dei

l'analisi,

che

difetti della

si

data di sopra, delle virt e in-

sua

filosofia.

XX
CONCLUSIONE
Vico e lo svolgimento posteriore

Il

del pensiero filosofico e storico

Si)i aspetterebbe invano che noi, qui al termine della


nostra esposizione, aggiungessimo un giudizio, e, come si
suol dire, una valutazione dell'opera del Vico. Se il giunon

dizio

si

gi ottenuto

stessa, coincidente

come

risultante dall'esposizione

con essa; se storia e

critica

non hanno

colpa sar stata o nostra o del lettore


a ogni modo, in questo punto non rime-

tutt'uno; la

fatto

poco attento

e,

diabile con aggiunte che sarebbero appiccicature e con ripetizioni che sarebbero ridondanze.

Confessiamo anche di non nutrire simpatia per quei


che si usa mettere come conclusione dei lavori

capitoli,
critici

intorno ai

filosofi e

che contengono

fortuna delle loro idee. Giacch se


prese in modo estrinseco, nei loro effetti
tura, quella rassegna,
ticolare
losofia

Si

importanza

}t

la

storia della

idee

sociali

sono

e di cul-

sebbene non priva di certa sua parrimane estranea alla storia della fi-

propriamente detta;

veda Appendice,

le

II.

se invece sono intese

come

FILOSOFIA DEL VICO

250

vere e vive idee

filosofiche,

confluisce n pi n

il

racconto della loro fortuna

meno che con


non

la storia della filosofia

e'

ragione di far seguire alla


trattazione di uno piuttosto che di altro filosofo singolo.
Condursi diversamente effetto del pregiudizio che le idee
posteriore, la

quale

siano qualcosa di solido o di


preziose che
di cui sia

si

cristallizzato, quasi

tramandino da una generazione

sempre

possibile riconoscere

l'

gemme

all'altra e

inalterata forma

e fulgore nei nuovi diademi che esse compongono e sulle


nuove fronti che vengono a costellare. Ma le idee, effetti-

vamente, non sono altro che l'infaticabile pensiero umano,


e tramandarle davvero vale trasformarle.
Pure, un fatto che

non abbia

nessuno ha scritto sul Vico che

bisogno di spingere lo sguardo ai tempi


notare somiglianze e analogie delle dottrine
di lui con quelle che seguirono cinquant'anni o un secolo
sentito

il

posteriori e

dopo. E, quel eh' pi, anche noi, nonostante la confesi


professati criteri metodici, proviamo ora

sata antipatia e

medesimo bisogno. Perch? Perch il Vico ai suoi tempi


pass per uno stravagante e rimase un solitario; perch
lo svolgimento successivo del pensiero avvenne quasi tutto
il

fuori della sua diretta efficacia; perch

sufficientemente

ancora

il

in

alcuni

anche oggi, noto


non ha avuto

circoli ristretti,

posto che merita nella storia generale del pen-

quale mezzo si offre pi semplice per mostrare


la rispondenza delle sue dottrine, vere o false che fossero,
siero. Ora,

a profonde

esigenze spirituali, che

ricordare le idee e

tentativi simili, riapparsi

da dare

la

fisonomia

sofia e di storia?

al

fluo, si

dopo che noi abbiamo esapensiero di lai, questo richiamo

se anche,

minato nell'intrinseco
ai fatti

pi tardi cosi copiosi e intensi


lavoro di un secolo intero di filo-

il

che seguirono possa sembrare un espediente superconceder, per lo meno che, posto che la nostra

come ogni

altra orazione

debba avere

il

suo compimento

XX. IL VICO E LO SVOLGIMENTO POSTERIORE


rettorico,

nessuna perorazione

si

presenta pi spontanea

un rapido cenno

di quella che consista in

251

della filosofia e

della filologia posteriori, lumeggiate nelle loro attinenze col


pensiero vicinano.

metodo che

Si potrebbe anzi, col

barie seconda in

confronto

storia ulteriore del pensiero

con

come

egli

la

tenne per la bar-

presentare la
un ricorso delle idee

prima,

del Vico. Ricorsero, in primo luogo, la critica di lui al sapere immediato di Cartesio e il suo criterio della conver-

sione del vero col fatto, nel moto speculativo che and dal

Kant

allo

Hegel

e che

culmin nella

tesi

dell'identit del

fatto, del pensiero con l'essere. Ricorse la sua


unit di filosofia e filologia nella rivendicazione della storia contro lo scetticismo e l' intellettualismo del secolo de-

vero col

cimottavo,

figlio del

cartesianismo;

nella sintesi a priori

kantiana, che riconcili ideale e reale, categoria ed esperienza; e nella filosofia storica dello Hegel, in cui lo stori-

cismo del secolo decimonono tocc

il pi alto punto. Quell'unione di filosofia e filologia, che fu talvolta in lui unione


violenta e commistione di metodi, ricorse anche in questa

sua forma errata nella scuola hegeliana; talch siffatto indirizzo mentale potrebbe prendere a giusto titolo il nonfc
di vichismo . Ricorse la limitazione che egli aveva tentata del valore delle

la

matematiche

delle scienze

esatte,

sua critica della concezione matematica e naturali-

stica della filosofia,

nismo spinoziano e
astratto; e, perle

nella

in quella dello

matematiche

gald Stewart e da

altri)

non

ma

nei postulati

critica

del

Jacobi

al

Hegel contro

determi-

l'intelletto

in particolare, fu (dal

messo in chiaro che

nelle definizioni, e le

Du-

la loro forza
ftctiones , di

cui egli parlava, sono rientrate nella terminologia odierna


dei gnoseologi di quelle discipline. La logica poetica o la

scienza della fantasia divenne l'Estetica, cosi ansiosamente


filosofi, letterati e artisti tedeschi nel corso

indagata dai

FILOSOFIA DEL VICO

252

Kant faceva compiere un


come concetto condottrina leibniziana), e un altro gran passo

del settecento e alla quale

gran passo con


fuso (che era la

il

la critica dell'intuizione

Hegel, i quali, collocando l'arte tra le


pure forme dello spirito, si riavvicinarono al Vico. E il romanticismo (specie tedesco, ma anche pili o meno quella
lo Schelling e lo

degli altri paesi), in quanto

si

espresse in forinole teoriche,

fu vichiano, perch celebrazione della fantasia

come

ori-

ginale potenza creatrice. Ricorsero le sue dottrine sul lin-

guaggio, interpetrato non pi intellettualisticamente quale


sistema artificioso di segni, ma come libera e poetica creazione dello spirito dallo Herder e dallo Humboldt.

La

dot-

dopo che ebbe abbandola teoria della frode, riconobbe cor


religione un processo naturale, corri-

trina della religione e del mito,

nato l'allegorismo e
Hume che la

David

spondente agl'inizi della vita umana, tutti passione e immaginazione; con lo Heyne, che il mito un sermo symbolicus ,

non prodotto da arbitrio

ma

da bisogno e po-

sermonis egestas , la quale


rerum iam tum notarum s imi litud Ines
vert, dalla

Muller, che impossibile intendere

il

si
;

esprime per
con Ottofredo

mito senza rientrare

nell'intimo dell'anima umana, dove se ne scorge la necessit e

la

spontaneit.

come qualcosa

me

La

non fu pi guardata
nemico verso la filosofia, co-

religione

di estraneo o di

come inganno di gente furba alle spalle di


gente semplice, ma, come il Vico voleva, quale filosofia
stoltezza

rudimentale, onde tanto si trova nella metafisica ragionata


quanto era gi in qualche modo nella metafisica poetica
o religiosa. Similmente, poesia e storia non furono pi te-

nute disgiunte o contrapposte perch si combattessero a


vicenda e come gi uno dei grandi ispiratori della nuova
;

letteratura

tedesca, lo

Hamann

(per

tanti rispetti simile

Vico nelle tendenze, bench impari nella potenza mentale), aveva ammonito e preveduto dicendo: se la nostra
al

XX. IL VICO E LO SVOLGIMENTO POSTERIORE

poesia non vale, anche la nostra storia

Faraone

delle vacche di
storiografa

del

scolo

un

far pi

si

253

magra

poesia ravviv la
la quale da incolore

alito di

decimonono,

ridivenne pittoresca, da fredda che era acquist calore e


vita. La critica all'.utilitarismo degli Hobbes e dei Locke,
e l'affermazione della coscienza morale come spontaneo pudore e giudizio senza alcuna riflessione, si ripresent, bene

armata, nella Critica della ragion pratica; e la polemica


contro l'atomismo sociale e il conseguente contrattualismo,
nella Filosofia del diritto hegeliana. La libert di coscienza
e l'indifferentismo religioso, professati e inculcati dai pubblicisti del seicento,

come dottrina filosofica; e


Hegel, come gi al Vico,

fu negata

un popolo senza Dio sembr

allo

introvabile nella storia ed esistente solo nelle panzane dei

narratori

di

viaggi

nuando l'opera

in

paesi

o poco noti. ContiVico non aveva po-

ignoti

della Riforma, che

il

tuto conoscere n esattamente giudicare, la filosofia idealigermanica intese non gi a strappare dalla vita la

stica

religione,

ma

ad

affinarla,

ligione alla filosofia stessa.

dando valore
Il

certo,

Vico distingueva dal vero del


dal

ditazioni

Tomasio

diritto,

Kant

spirituale di re-

duro certo, che il


form tema di me-

Fichte, e

al

da costoro

che cercarono, se anche non trovarono,

ai recentissimi

criterio

al

il

distintivo tra le

due forme, e

tutti o

il

quasi tutti
forza

mostrarono viva coscienza di ci che chiamarono


o

coazione

e che era stato

come

obliato nella vecchia,

La scuola storivoluzionammo e al riforsecolo decimottavo, doveva ripigliare

superficiale e rettorica dottrina moralistica.


diritto, reazione al

rica del

mismo

astratto

del

l'altra

polemica del Vico contro

nismo

di

una repubblica

il

ideale o

platonismo o
di

un

il

grozia-

diritto naturale,

fuori e sopra la storia e misura della storia, e riconoscere

col Vico che


di

un popolo

il

diritto corrispettivo all'intera vita sociale

in

un dato momento

storico e giudicabile solo

FILOSOFIA DEL VICO

254

in relazione a questa, e vivo e plastico e in continua

come

mu-

linguaggio. Finalmente, la Provvidenza vila


razionalit e oggettivit della storia, che
cio
chiana,
osserva logica diversa da quella che le viene attribuita
tazione

il

immaginazioni e illusioni, prese un nome


non mut carattere, nell'astuzia della

dalle individuali

pi prosaico, ma
ragione, formolata dallo Hegel
velloticamente ritradotta nella

e fu spiritosamente e cer-

popolare

astuzia della

specie
Schopenhauer, e, poco spiritosamente sebbene assai psicologicamente, nella cosi detta legge wundtiana dell'eterogenesi dei fini.
dello

Sono, come

vede, quasi tutte

si

filosofia idealistica

del

le

idee capitali della

secolo decimonono, che

si

possono

considerare ricorsi di dottrine vicinane. Quasi tutte, perch ve n' ha poi qualcuna della quale nel Vico si trova
il precorrimento ma l'esigenza, non l'addentellato ma
lacuna da riempire; e per questa parte si ha non pili il

non
la

ricorso

ma

il

progresso

del secolo

decimonono sopra

lui, e dal coro gli sorgono contro voci discordanti di

di

amdue

monimento o di rimprovero. La distinzione vichiana dei


mondi dello spirito e della natura, a entrambi i quali era
applicabile

vero e

il

fatto,

ch quel

criterio

ma

mondo

scibile, e al

al

gnoseologico

della conversione tra

primo applicabile dall'uomo stesso per-

opera dell'uomo, e perci da lui cono-

secondo da Dio creatore, e perci inconoscibile

nuova filosofia che, pi


vichiana del Vico, dell'uomo semidio fece Dio, sollev la
mente umana a spirito universale o Idea, e la natura spi-

all'uomo, non fu accettata dalla

come prodotto anch'essa dello spitent


d'
intendere
rito,
speculativamente nella Filosofia
della natura . Distrutto per tal modo questo residuo di
ritualizz e idealizz e,

trascendenza, rifulse

non aveva scorto,

il

e che

concetto di progresso che


i

cartesiani e

il

Vico

loro seguaci del se-

colo decimottavo, nella loro maniera superficialmente ra-

XX. IL VICO E LO SVOLGLMENTO POSTERIORE


zionalistica,

avevano pure

255

qualche modo intravisto e

in

affermato.

Ma a questo mancato riscontro fa compenso quello pienissimo tra le discoperte storiche vicinane e la critica
e storiografia del secolo decimonono. Riscontro, anzitutto,
nei canoni metodici
nella scepsi circa i racconti degli
:

documenti

storici antichi, nella superiorit riconosci uta ai

monumenti
guaggi come
e

narrazioni, nell' indagamento dei lintesori dei concetti e dei costumi primitivi,

sulle

nell' interpetrazione sociale dei miti, nell'

importanza data
comunicazioni

agli svolgimenti spontanei sulle estrinseche

delle civilt, nell'avvertenza di

non interpetrare la psicomoderna; e via discor-

logia primitiva con la psicologia

rendo. Riscontro nelle soluzioni effettive dei problemi storici, perch furono riaffermati il carattere arcaico e barbarico delle civilt primitive greca e romana, e l'indole
aristocratica e feudale delle loro costituzioni politiche; il

come un

cerimoniale dell'antica giurisprudenza riapparve

ad azioni guerresche; il travestimento degli eroi romani in eroi democratici ebbe termine coi giacobini francesi e coi loro imitatori in Italia e

poema drammatico,

altrove;

Omero

quanto pi rude

fu
;

allusivo

considerato

poeta

tanto

Roma venne

la storia di

prattutto sulla base del diritto romano, e

grande

pi.

ricostruita so-

nomi

dei sette

re apparvero simboli di istituzioni e le origini tradizionali


di Roma tarde invenzioni greche o condotte sui modelli
greci; la sostanza di quella storia fa riposta nella lotta
economica e giuridica di patriziato e plebe, e la plebe de-

rivala dai famoli o clienti

pel primo aveva rischiarata

la lotta di classe,

di

che

il

Vico

cruda luce, fu accolta come

criterio di larga applicazione alla storia di tutti

per l'intelligenza dei maggiori rivolgimenti sociali;

tempi e
il

Me-

dioevo, segnatamente durante la restaurazione seguita

periodo napoleonico, attrasse

gli

animi e

le

al

menti, vagheg-

FILOSOFIA DEL VICO

256

giato e sospirato come il contrapposto della societ razionalistica e borghese e inteso, perci, come il periodo religioso, aristocratico e poetico che

come

cosi la

che

il

il

Vico aveva scoperto,

dell'Europa moderna. L'Italia ritrov


del
suo Dante, e quella critica dantesca,
grandezza
Vico aveva iniziata, il De Sanctis port innanzi:

l'et giovanile

come il Niebuhr e il Mommsen maturarono la storiografia


romana di lui il Wolf e posteriori critici di Omero (pari

ticolarmente Ottofredo Miiller), la teoria omerica; il Cornerai Lewis, il Pais e il Lambert, l'altra e analoga sua
teoria circa la legge delle dodici Tavole; lo
ler,

il

Heyne,

il

Miil-

l' interpetrazione dei


miti; il Grimm e
desiderato di una ricostruzione della vita

Bachhofen,

altri filologi,

il

il
Savigny e la
primitiva per mezzo delle etimologie
scuola storica, lo studio degli svolgimenti spontanei del
diritto, con preferenza data alle consuetudini sulle leggi e
;

il

codici

Troya

il

Thierry e

Fustel de Coulanges in

il

Francia,

una legione di dotti in Germania,


medioevo e del feudalismo; il Marx e

in Italia e

concezione del

Sorel, l'idea della lotta di


delle societ per

mezzo

classe e

dei

di ritorni a stati

la
il

ringiovanimenti

d'animo primitivi

e a ricorsi di barbarie; perfino il superuomo del Nietzsche rinnov, in qualche modo, l'eroe vichiano. Sono alcuni nomi soltanto, che ricordiamo alla rinfusa e un po' a
caso, perch a ricordarli

tutti e

ciascuno a suo luogo

si

dovrebbe scrivere l'intera storia del pensiero europeo nella


sua fase pi moderna: una storia che non ancora chiusa,
sebbene abbia avuto, sotto nome di

positivismo , una
parentesi di parziale ritorno all'astrattismo e materialismo
del secolo decimottavo, che essa, invece, sembra ora chiusa

fermamente.
Questi molteplici ricorsi dell'opera di un individuo nell'opera di pili generazioni, questo riscontro tra un individuo e un secolo, giustificano una definizione immaginosa

257

XX. IL VICO E LO SVOLGIMENTO POSTERIORE

pu dare del Vico, desumendola dallo svolgimento


posteriore: che egli fu n pi n meno che il secolo de-

che

si

cimonono
compendio

in

Definizione che pu valere

germe.

dottrine di lui, e contribuire a far intendere


gli spetta nella storia

come

ricostruzione ed esposizione delle

della nostra

della

filosofia

il

posto che

moderna. Egli

da

veramente accanto a quel Leibniz, al quale


da collocarvelo non perch so-

collocare
stato

spesso paragonato

migli

al

Leibniz, come

quest'intento

si

creduto

si

provano

falsi

(i

paragoni

superficiali),

istituiti

ma,

anzi,

perch non gli somiglia punto e gli quasi opposto. Il


Leibniz il potenziamento del cartesianismo: intellettualista, nonostante le piccole percezioni e la conoscenza conil dinamismo, che forse pi
nel suo effettivo pensiero;
che
immaginazione
la
sua
immensa
erudizione storica;
nonostante
antistorico,

fusa; meccanista, nonostante


nella sua

chiuso a ogni coscienza di quel che sia il linguaggio, nonostante che del linguaggio si occupasse fervidamente durante tutta la vita; antidialettico, nonostante la tentata
spiegazione del male nell'universo. Rispetto all'idealismo
posteriore, la filosofia leibniziana sta come l'espressione
pi perfetta della vecchia metafisica, che doveva essere superata; quella del Vico, come l'abbozzo della nuova me-

che doveva essere svolto e determinato. L'uno

tafisica,

suo secolo, che

si

intorno e ne proe
sonoramente
la
voce; l'altro, a un
pag rapidamente
secolo avvenire ed ebbe intorno a s il deserto e il silenrivolse

zio.

al

Ma

la

folla

il

gli si

affoll

deserto non aggiungono o

tolgono

nulla al carattere intrinseco di un pensiero.

B. Cuoce,

La

filosofa

di Giambattista Vico.

17

Luoghi del Vico adoprati o richiamati nel corso


dell' esposizione

I.

Por questo capitolo

si

vedano

De antiquissima italorum sapientia,


de' letterati

allo

la

spirito della

VI, 5.

le

il

De studiorum

due Risposte

al

ratione,

il

Giornale

<

prima parte dell' Autobiografia. Per l'accenno


Riforma (p. 8), Opere, ediz. Ferrari seconda,

(p. 22),

Genesi del nuovo orientamento gnoseologico del Vico


la certezza della storia
Opere, ediz. cit., IV, 366 sgg.

(p. 23),

V, 147;

II.

IV, 33

V, 136-7

il

mondo

-**

nuova

ridursi a

intendimento
nato

mondo umano

(p. 24),

e suo vero significato (pp. 25-6), V, 51

significato del detto che per pensare la Scienza

99; V, 51;

convenga

il

metodo cartesiano, indul'asserito metodo geometrico

sillogismo, sorite,

zione baconiana (p. 25), V, 239


della Scienza

della natura e

mondo

uno

stato di

somma

ignoranza

(pp. 26-7), IV, 33; V, 136, 50, 51;

di linee e di

numeri

e
1'

VI,

nuova

di

puro

immagi-

della matematica e la realt

in
118, 160;

qual guisa la scienza del mondo umano


la divinit delle
proceda come la geometria (pp. 29-30), V, 147
della
Scienza
nuova
la
ivi
filosofia
e la filologia (pp.
prove
(p. 30),
(p.

29);

II,

30-1), III, 200;

l'autorit e la ragione (p. 31), V, 171 sgg.;

filologia studia non solo le parole

ma

anche

le

la

cose

(ivi), V, 115,
filooggetto amplissimo della filologia, IV, 27; V, 98;
sofia e filologia ancora estranee l'una all'altra ai tempi del Vico
l'erudizione di Grozio non intrinseca al
(pp. 31-2), IV, 20 sgg.;

149;

suo argomento

(p. 32),

IV, 19;

il

disprezzo di Cartesio e del Male-

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE

260

branche contro l'erudizione

232;

(ivi), III,

la necessit di

logia necessaria
il

(ivi),

l'esigenza
V, 103;

umane

(ivi),

V, 149-50, 174; IV, 20, 248;

invidioso

il

titolo

V, 562.

(p. 34),

V, 99 (degn. XIV)
vichiane (p. 42), IV, 81
(p. 41),

d'una storia tipica

Vari significati della storia ideale eterna vichiana


la degnit sulla natura delle cose
40-1), Opere, V, 147

III.
(p.

nuova

della Scienza

la filo-

conseguenza della filosofa (p. 33), III, 200;

metodo baconiano

delle societ

ridurre

la filologia a scienza (ivi), III, 233; IV, 307; V, 98, 174;

>

in conformit delle leggi

in idea

IV.

tica

certo

Il

fatti

da

e ritenuti

lui

IV, 73; V, 91, 148-50.

(ivi),

prove metafisiche
dubbi sono asseriti dal Vico

le cosi dette

costituisce

(p. 45),

Opere, V, 97

quasi tutto

il

la

verit meditate

sapienza poe-

della seconda Scienza

corpo

le aspre difficult per discendere dalle


V, 44
nature
nostre
ingentilite a quelle degli uomini primitivi e l'idea
una
della natura simpatetica (p. 46-7), IV, 36 V, 141, 166

nuova

(ivi),

delle ragioni perch

nuova

la

errori di Platone, Giulio Cesare Scaligero,

spare Schopp (ivi), III, 232-3 IV, 194, 228


Selden e Puffendorf (ivi), IV, 20 V, 175
;

rore

commesso da

lui

Scienza del Vico

(p. 47),

V, 42;

Francesco Sanchez, Ga-

il

gli errori di Grozio,

Vico confessa

medesimo nel De antiquissima

(ivi),

l'er-

IV, 194,

228
la sapienza poetica la chiave maestra della seconda
la Logica poetica (p. 48), V, 179
Scienza nuova (ivi), V, 42
;

la sapienza riposta fu intrusa nella poesia dai


la poesia
passim, e cfr. per es. IV, 191-3;

tura

e la

220, 237;

mosso

e,

il

linguaggio

(ivi),

improprio

(ivi),

muti

(ivi),

linguaggio

il

V, 186;

la poesia

proprio

la poesia e la

me-

dell'umanit (pp. 49-50), V, 152;

losofi l'intelletto
atti

V, 115

nessuno fu insieme gran metafisico


i
poeti sono il senso, i fiIV, 200; V, 441;

tafsica (ivi), IV, 199-200;

IV, V,

necessit di na-

di articolare, canta (ivi), V, 112, 114;

prima

e gran poeta

prima operazione della mente umana (p. 49), V,


l'uomo, prima di riflettere, avverte con animo com-

anteriore alla prosa

filosofi, III,

V, 197, 466;

le

il

linguaggio

lingue articolate non

per
le origini delle
sono per convenzione (pp. 50-1), V, 209-10;
lingue furon trovate dal Vico nei principi della poesia (p. 51), V,
(p. 50),

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE

194-218, 466-7;

una

medesima

della scrittura (ivi), V, 198;

del

l'origine

261

linguaggio e

identit tra favola (poetica) ed espressione (p. 52), IV, 205;

parole reali

cinque

d'

geroglifici (ivi), V, 201, 249;

Idantura

V, 82, 201-2

(ivi),

le

alti

g-li

analoghi propapaveri troncati dal re Tarquinio (ivi), V, 202;


cedimenti espressivi presso popolazioni selvagge e i volghi (ivi),
V, 202-3

la

favoletta

sull'origine

le improse primitive furon

IV, 206;
le

imprese, bandiere, medaglie, monete

le

16; V, 230-1;

mutole

insegne e bandiere sono una sorta di

le

IV, 211-2;

da quella del Vico

rovesciate

<

canti degli uccelli

111,

275;

V, 195-7;
(ivi),

le teorie di

boriose

opinioni

(p. 53),

sibilo

il

idea ottima

(ivi),

V, 230-1

(ivi),

lingua armata

(ivi),

polemica contro

(p. 54),

la

del Patrizzi (ivi),

(ivi),

IV, 194;

non

saggio di

sull'origine della scrittura (ivi),

imprese eroiche
vero nella sua

delle

trattatisti

poesia rappresenta

IV, 224;

IV, 163

IV, 163; V, 169;

dei venti

Platone, Lazio, Scaligero, Sanchez sull'ori-

e ridevoli

IV, 202; V, 230;

nimato

lingue sono insoddisfacenti

g'ine delle

IV, 202-

(ivi),

imprese

teorie di Platone, Aristotele, ecc. sulla poesia son

delle

ha per

il

fine l'animazione dell' ina-

altro che imitazione (pp. 54-5),

V,
materia l'impossibile credibile (p. 55),
nata da inopia (ivi), III, 271-2;
III, 272; IV, 165; V, 168-9;
identit del vero dei filosofi e del vero dei poeti
V, 220, 442-3;
(ivi),

112, 238;

(ivi),

ha per propria

V, 164;

V, 220-1

V, 456 sgg.
figurato

217;

da

inopia nacquero

il

canto e

V, 164;

(ivi),
;

(ivi),

V, 182 sgg.;

delle

un caso d'afasia
identit intrinseca

(ivi),

(ivi),

V, 222;

le delicatezze

parti del discorso (ivi), V, 213

osservato dal Vico a Napoli


tra pittura e

delle

(p. 56),

del parlare

poesia

arti (belle)

(ivi),

(ivi),

VI, 40;

(ivi), III,

son frutto delle

V,

270; V,
filosofie

prima et del mondo fu tutta occupata intorno


le arti (mecprima operazione della mente (p. 57), V, 237;

(ivi),

alla

metafore

diverse forme della poesia

del verso e del metro

analogie tra la poesia e la pittura medievali

438;

le

scopo della poesia insegnare al volgo l'operare vir-

tuosamente

s =g'-j

V, 55;

la

caniche) sono poesie in certo

romano

un

IV, 225; V, 531;

la

diritto

modo

reali (ivi), V, 112, 288;

poema drammatico serioso

(ivi), III,

il

347;

poesia considerata dal Vico come teolo-

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE

262

come educatrice di volgo


gi fantastica (pp. 57-8), V, 162 sgg.
253
come
fsica
(p. 58), V,
sgg.;
immaginaria (ivi), V, 369 sgg.;
i
furon
tutti
di
sublimi
popoli primitivi
poeti (p. 58), V, 107, 443;
;

poeti sono pel Vico perfino

fanciulli (ivi), V, 112

primitivi eran nulla o assai poco ragione

la

187;

V, 212;

il

(p. 59),

uomini

quasi

poeti primitivi furon fantastici per natura, quelli di epo-

che incivilite son

come

gli

V, 379

lingua degli di fu quasi tutta muta


T immagine dei grandi rapidi fiumi (ivi), V,

tutto corpo (ivi), V, 440;


(ivi),

per industria

tali

Vico ponesse

il

274; VI, 37;

(ivi), III,

problema dell'origine della

civilt (p. 60),

IV, 24.

V.

Il

De sapientia veterum

Opere, IV, 360, 365;

(p. 64),

di

Bacone

De

il

pi ingegnoso che vero

Voss

theologia gentili del

(ivi),

la Demonstratio evangelica
Huet e Phaleg
Chanaan del Bochart
V, 80; miti non contengono sapienza
hanno significati univoci 65), IV, 169;
riposta
V, 169;

mito
di Giove fu effettivamente creduto dagli
V, 43, 111-2;
IV, 21; V, 171

dell'

et

il

(ivi),

(p.

(ivi),

il

uomini primitivi

(ivi),

V, 166;

miti sono storia vera foggiata

da

la sapienza riposta
spiriti primitivi (ivi), IV, 74; V, 18, 109;
fu intrusa in essi soltanto in tempi colti (ivi), IV, 191-3;
n poi

vennero trasmessi da un popolo

il mito
V, 80, 81;
il mito del Cielo (p. 67), IV, 164:
d'Ercole (pp. 66-7), IV, 167;
il Vico asserisce, si, che i miti contengono i sensi storici,
V, 248
ma proprianon filosofici, dei popoli primitivi (p. 68), V, 43

all'altro (ivi),

mente

egli vuol contrapporre

altissima filosofia
nei miti

(ivi),

e ai sensi

V, 169;

sensi storici ai

come

analogi

la

l'errore

(p.

69), III,

110;

96; V, 166

II,

in tempi colti

dai miti

si liberi

definizione vichiana del-

e del

falso

(ivi),

IV,

ogni favola ha un motivo di vero

(ivi),

IV, 169; V, 110;

miti sono embrione del sapere riposto

(ivi),

V, 420;

169;
i

intrusi

mente umana

(pp. 68-9), IV, 172; V, 186, 411, 220;

sensi mistici di

tori dei miti ( poeti

teologi

letto dell'umanit (ivi), V, 421;

l'idea di Dio

furono

come

(pp. 69-70), IV, 50-1;

divine e delle vie

il

senso,

si sia
i

filosofi

crea-

l'intel-

svolta storicamente

concetti

delle

tre

pene

furono ispirati a Platone


donde derivino gli esemp esopici,

purgativa e unitiva

dalle favole (p. 70), V, 387;

l'induzione socratica e

il

sillogismo aristotelico

(ivi),

V, 192;

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE


l'etimologia di

V, 165, 168;

De

De

il

(ivi),

sofa e

(p.

linguaggio

due

pensieri circolano

tra religione e filosofa (pp. 70-1),

divinazione

V, 168;

71),

(p.

oraculis ethnicorum del van Dale

V, 108;

155;

il

il

(ivi),

precedo la

la religione

IV, 193-4;

72),

rale e rivolata (p. 72), V,

da Dio

V, 379

ma

sono nate non da impostura d'altrui

le religioni

da propria credulit
il

(ivi),

della

l'origine

origine idolatria? e

V, 171

olfacere

nuova sui rapporti

nella Scienza

263

filo-

teologia poetica, natu-

popolo ebraico fu privilegiato

pi gi le citazioni al cap. XIII.


Poesia e storia (p. 75), Opere, V, 437, 109, 441;
insistenza del Vico nel notare che l'elemento poetico intrinseco
(ivi): cfr.

VI.

alla storia
(ivi),

lo stile di Erodoto
V, 109, 110, 444; VI, 15;
detto di Cicerone (ivi), IV, 400;
le istituzioni

(ivi),

V, 18;

sociali e la

il

filosofia (p. 76),

V, 532, 534;

quattro auttori

del Vico (pp. 76-7): Platone e Tacito, IV, 351; Bacone, IV, 351-2;

Grozio, IV, 366-7;

l'insistente polemica del Vico contro Grozio,

Selden, Puffendorf e gli

adornatori

del sistema groziano (pp.

76-7), III, passim, spec. 11-2; IV,

V, passim, spec.

Hobbes, Spinoza, Bayle, Machiavelli,

(p. 80):

340; V, 49; epicurei e


gallico, III, 57;
l'

Hobbes

il

gli

polemica contro

fallimento dello

spinosisti
i

Cartesio,

IV, 14;

stoici,

(pp. 80-1), V, 106;

Spinoza e

81-2):

175-7;

6,

e del

il

III,

12; Locke, IV,

tee victis

sforzo

Locke

trattatisti di etica dal

IV, 343;

dell'antichit

del

brenno

magnanimo

(p.

(ivi),

Cinquo

V, 138, 49;
al

del-

81), VI, 5;

lo

la

Settecento (pp.

Malebranche e Pascal, VI, 127; Nicolo,

Pallavicini e Muratori, VI, 98;

passim, spec. 16-20, 307-8, 391;


la polemica contro gli utilitaristi

e Yhonestas (p. 82), III,

l'utilit

la frodo e la forza

la fede nelle
(ivi), IV, 87; III, 57;
base
della
e
relativa
contro
il Locke
promesse
societ,
polemica
l'utilit

causa
non
occasione,
(pp. 82-3), IV, 39-40;
(p. 83), III,

30;

30;

il

detto di

Pomponio

(ivi), III,

l'omicidio per legittima difesa e

il

fame

l'etica platonica e l'etica aristotelica (pp. 83-4),

dei giureconsulti romani (p. 84), IV, 334;


libri dei

IV, 35

giusnaturalisti

HI, 31;

30; IV, passim; V, passim;

furto per

non corrispondono

(ivi),

IV, 334-5;
i

titoli

al loro

l'etica

magnifici dei

contenuto

(ivi),

principi di Grozio pesati con la bilancia della critica

non appariscono necessari

(ivi), III,

12;

Grozio e la questione

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL' ESPOSIZIONE

264

Grozio e la disputa se vi sia diritto

Grozio non dimostr la sua ipotesi sui


97;
e fu epicureista senz'avvedersene
43
IV,

dell'utilit (ivi), III, 30;

natura

in

IV, 17;

(ivi),

stato naturale

pudore son
il

V,

(ivi),

semplicioni

(ivi),

la

degnit

vicbiana sulle

cose fuori del loro

(pp. 84-5), V, 97 (degn. Vili)

rimorso e

il

fonti di tutte le virt (p. 85), III, 234 sgg.; IV, 49-50;

senso comune degli uomini d'intorno alle umane necessit


genti (ivi), V, 98 (degn. XI e XII)

fonte del diritto delle

costumi son generati

umano

l'arbitrio

VII.

dall' interno,

(ivi),

dall'esterno

V, 98.
fulminante fa immaginare

V, 142, 172-3;

umana

non

le

passioni

bestioni

ai

pri-

(ivi),

V, 242;

il

conato

timore di Dio fondamento della

il

IV, 291; V, 242-3, 250;

mezzo per ridurre

solo

V,

Opere, V, 165-8, 106, 142;

(p. 87),

l'origine del culto re-

ligioso, dei matrimoni, delle sepolture (ivi), V, 137:

(ivi),

incertissimo (ivi),

Il cielo

per placarla essi raffrenano


(p. 88),

131;
;

una divinit corrucciata

mitivi

vita

il

infieriti

con

la religione

armi

le

popoli
(ivi), V,
insegnata ai fanciulli mediante il timor di Dio
l'uomo disperato desidera un essere superiore
(ivi), V, 242;
cbe lo salvi (ivi), V, 142;
tutte le nazioni credono in una diil

106;

la piet

vinit provvidente

di viaggiatori

(ivi),

(ivi),

V, 138;

V, 137;

cose morali (pp. 88-9), IV, 17;


si

spegne

il

popoli senza Dio sono novelle

parallelo

(ivi),

cose fisicbe e le

le

spenta la coscienza religiosa,


il conconcetto di societ e stato (p. 89), III, 387
;

cetto della divinit presso gli ebrei,

mettani

tra

V, 138;

cristiani,

gentili e

gli epicurei e gli stoici e

il

mao-

detto di Ci-

l'Hobbes e lo Spinoza
cerone a Tito Pomponio Attico (ivi), ivi;
e la loro inintelligenza del vero concetto di societ e stato (ivi),

IV, 320; V, 106, 136, 138;

mata letteratura

Pietro

Bayle

dotti

della

sfu-

polemica contro Grozio

(ivi),
(ivi), V, 290;
contro Puffendorf (pp. 89-90), IV, 18;
IV, 17; V, 176; IV, 43;
la religione vale come concezione della realt, o che
V, 176
si affermi come metafsica intelligibile (p. 90), V, 153-4, 241-2
;

o che

come metafisica poetica

V, 163;

la

spaventosit
delle religioni primitive e polemica relativa contro Plutarco (ivi),
il vero significato
del detto che il timore fece gli
V, 253;
(p.

91),

di

(ivi),

V, 108;

un

senso comune d'immortalit nascosto

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE


nella

mente degli uomini

ma

tal'altra la

filosofia,

V, 242

compito della filosofa


l'uomo caduto (pp. 91-2), V, 96, 154;
secondo lui, adatta piuttosto a ra-

eia moralo

gionare

(p. 92),

pratica,

giova all'eloquenza

ridusse

la religione

V, 108;

142;

come
come il

Vico concepisse

il

arbitrio

libero

V, 490;

all'umanit

stato ferino

ca-

religione

V, 106, 137-8, 534;

(ivi),

lo

la

civili (ivi),

Polifemi

dei

figliuoli

pi che alla

filosofi,

tempi

Vico a Polibio

detto attribuito dal

dei

573-4;

V,

(ivi),

ratterizza l'epoca barbarica, la filosofa


il

IV, 9;

(ivi),

Vico, sollevare

pel

talora,

265

V, 97;

(ivi),

V,

(p. 93),

quale posizione
assumesse nelle controversie sulla grazia (pp. 93-4), IV, 332-3
la grazia naturale e la soprannaturalo (p. 92), V, 97
la po-

lemica contro

Selden (pp.

il

le restanti nazioni, e

(ivi),

92-3), IV, 17

V, 176

gli ebrei e

diverso aiuto loro prestato rispettivamente

il

dalla provvidenza (p. 95), V, 131, e

cfr.

citazioni

le

pi gi

al

cap. XIII.

Vili.
v.

Dio

Dio

finiium

(ivi), III,

posse, nosse. velie infinitum

97),

(p.

70-1

Opere,

22;

III, 21,

l'uomo

p.

ri.

definizione della giustizia

di

egualit e sua distinzione in commutativa e distributiva

28; IV, 334;

l'egualit e

del Vico sul riso

simo
virt

(ivi), III,

43-6;

(ivi),

IV, 14;

la

40;

28*

meriti (p. 98), IV, 46

IV, 309-13

(ivi),

le distinzioni tra le

(ivi), III, 46, 27,

due

solitari e

il

il

giustizie, lo tre virt e

IV, 335;

n buono n cattive

il

teoria

tre diritti

(p. 99), III,

e degli

giansenismo (pp. 99-100), VI, 5;

filosofi

per
la dottrina vichiana della pena
(ivi),

(ivi), III,

la

anche giustizia e

lui

stoici
filosofi

politici , e l'eccellenza della dottrina dei

platonici sulle passioni (p. 100), V, 96, 97;

j.

di

Vico annulla egli mede-

tutt'uno fanno

morale degli epicurei

immagine
come rettrice

lo Stato

le utilit

non sono

naturale prius e il
n. posterius, e polemica relativa contro Grozio (ivi), III, 49-52;
la Scienza
certo, il vero, l'autorit, la ragiono (p. 101), III, 53;
(ivi), III,

30;

filosofia

lettera

(ivi),

leggi

la

(ivi),

V, 240-1;
(ivi),

ius

nuova contiene, pel Vico, una


171;

il

dell'autorit (ivi), V, 148,

il certo
delle
53;
furono
V, 133;
prime leggi
exempla (p. 102),
il diritto primitivo fu concepito come forza materiale

IV, 45, 46;

delle

leggi

III,

le

fortissimi

per

altro,

erano anche etica-

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL' ESPOSIZIONE

266

mente

gli optimi
ex vero mixlum

III,

(ivi), III,

han cominciato

naturalisti

loro diritto era


male Qrozio e gli altri
il

63;

65,

87;

certo

il

met

la storia dell'umanit dalla

giusin gi

IV, 20, 18; V, 175;


polemica contro Hobbes, Machiaed Epicuro (ivi), IV, 171;
il
quarto aultoro del Vico:
Tacito, e come da Tacito e da Platone egli fosse indotto a medi(p. 103),

velli

una

tare

storia

di Platone e la

feccia

di

Romolo

la

repubblica

V, 96.
Il sentire senz'avvertire, l'avvertire con animo commosso,
IX.
tutte le
riflettere con mente pura (p. 105), Opere, V, 112;

il

eterna (pp. 103-4), IV, 351;

104),

(p.

manifestazioni della vita dell'umanit


sociali del

ferino

(divino), del

si

corrispondono nei

barbarico

tro tipi

(eroico) e del

ci-,

(umano) (pp. 105-6), V, 462-3; IV, 44, o cfr. passim tutto il


le forme miste vaghegquarto libro della seconda Scienza nuova;
i
giate da taluni politici son mostri (p. 106), Opere, V, 511;
govile

verni debbono esser conformi alla natura degli uomini governati


la scuola dei principi la

morale dei popoli

(ivi),

IV, 73; V, 117;

Scienza nuova seconda, ediz. Nicolini, p. 1158;


la necessit e
d'una
societ
sulla
bont
fondata
conseguente
primitiva
guerra e
sul diritto del pi forte (ivi), Opere, IV, 46

l'eguale necessit

e bont del tipo di societ fiorente nei tempi della ragione


tutta spiegata (ivi), IV, 4(5; V, 466;

le

umana

varie et della vita in-

dividuale e quello della vita delle nazioni (pp. 106-7), III, 192-3;
il tu* naturale philosophorum ammesso dal Vico a parole (p. 107),
III,

88;

ma

negato nel

fatto,

allorch egli

ritto eroico convertito in quello ingentilito e

contro Grozio (pp. 107-8), IV, 18; V,


il

lo identifica col

polemizza

al

di-

riguardo

analogamente,
Vico confessa d'essere stato indotto dallo studio di Platone a

meditare un

diritto ideale eterno

fatto diritto egli nega, allorch

tone, perche

non tenne conto dei

148, 176;

(p. 108),

IV, 335;

polemizza contro

il

ma

sif-

medesimo Pla-

bestioni tutti stupore e ferocia

una repubblica ideale


onde le nazioni non si reggono
la generis humani respublica
punto (pp. 108-9), IV, 15;
ovvero la gran citt delle nazioni fondata e governata da Dio
i co nient'altro che la Storia (pp. 109-10), III, 55; V, 571;

e medit

stumi
tiche

due

prasvolgono gradualmente (p. 110), V, 117;


nella
Scienza
Vico
alla
sua
Scienza
dal
prima
assegnate

si

le

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL' ESPOSIZIONE

267

nuova

il paragrafo sulla pra(pp. 110-1), IV, 24-5, 13, 159-60;


aggiunto in una redazione intermedia della seconda Scienza
nuova e soppresso in quella definitiva (pp. 112-3), Scienza nuova

tica

seconda, ediz. Nicolini, p. 1053 sgg.

X.

civili

La Provvidenza va

ragionata

economia delle coso

siili'

Opere, V, 13, 143-4;

(p. 115),

la sapienza poetica co-

minciata dalla contemplazione d'un Dio provvidente (p. 110), V,


168
insistente critica del Vico della fortuna, del fato e del

caso

107-8; III, 211-2, ecc.;

(p. 120), II,

di Giove

V, 172;

(ivi),

fu Mente, non Fato

umane

illusioni

IV, 34-5

Vico (pp.

circa

fini delle

V, 14, 333-5, 572

V, 143;

122-3),

(p. 123), V, 45-6

che d vita

delle

(p. 21),

azioni che

il

mondo

V, 572;
si

XI.

La

contro Polibio

cfr.

pi gi

il

V, 463;

(ivi),

di

107.

Opere, V, 536,

(p. 127),

governo

problema

il

II,

polemica relativa

la tradizione egiziana sulle tre

uomini

(p. 127), IV, 251; V, 60,


Vico trovava nella storia romana (ivi)
:

XVII;

le

degnit

formolanti

dinamica sociale (pp. 129-30), V, 116-7 (dogn.

LXVI

LXVIII) perch Cartagine, Capua e Numanzia non seguirono


corso uniforme delle nazioni (pp. 130-1), V, 558;
perch non
;

nemmeno

l'han seguito

il

le citazioni al cap.

le leggi della

eroi e degli

quel che

forme

IV, 62

(p. 128),

et degli di, degli


105, 198

delle

di

provvidente l'unit dello spirito

nazioni

barbarie della riflessione

la successione

esemp

compiono (pp. 121-2),


in una pagina del

l'utilitarismo

del male in uno dei primi scritti del Vico (p. 124),

570;

delle na-

cosa fosse la pubblica virt romana

la divinit

mondo

al

occasioni e gli ac-

quello che fece

Caso

catena

stoici e la

le opportunit, le

cidenti (pp. 120-1), III, 22;


zioni

gli

aristocratiche

gli

americani

(p. 131),

V, 561;

Inghilterra e Polonia diverranno

le

ancora

un giorno

per-

il medio
evo s'apre con lo
V, 559;
stabilimento del cristianesimo (ivi), V, 537;
le due vie offerte
alle nazioni corrotte: il ritorno allo stato ferino e il dominio stra-

fettissime monarchie

niero

(ivi),

(ivi),

uomini di stato e filosofi, lavorando di conV, 570;


contenore la dissoluzione d'una nazione (ivi), IV,

serva, posson
13;

le poche

cimottavo
557-8;

si

una

repubbliche aristocratiche persistenti nel secolo deconservano con arti di sopraffina sapienza (ivi), V,

compiuta umanit

sembra

al

Vico che sia sparsa,

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL' ESPOSIZIONE

268

nei principi del secolo decimottavo, per tutte le nazioni (pp. 131-2),
una canzone giovanile del Vico cupamente pessiV, 559-61;
mistica (p. 133), VI, 317-21 [Affetti di un disperato);
il triste
quadro dato dal Vico della condizione degli studi ai suoi tempi

(ivi),

VI, 3-17, e

nescit

cfr.

pi gi

ediz. Nicolini, pp. 348-55

climi, le

e simili son considerati talora dal

la scrittura

Mundus

iute-

nuota seconda,
razze

delle

fattori storici (p. 135),

egli

alfabetica fu trasmessa dai

(p. 136), V, 206.


Per questo capitolo, vedere

disposizioni

Vico come

Opere, III, 95, 266; IV, 73, 249-50;

che

XIX;

capitolo

127, e cfr. VI, 35; Scienza

ecc. (ivi), VI,

il

manca

d'osservare

caldei ai fenici e da

questi agli egiziani

XII.
capitolo

I,

XIII.

le

stesse fonti indicate pel

e cfr. Opere, VI, 105-6; V, 524-5.

Contrapposizione degli ebrei alle genti e della storia


sacra a quella profana (pp. 146-7), Opere, III, ijassim, specialmente
206, 207,

262-5,

342; IV, passim, spec. 51, 74-5, 76-7, 91, 151-2,


Tacito chiama
spec. 113, 131, 148, 229;

182, 252; V, passim,

ebrei

gli

81

fin dal

103-4;
III,

uomini insocievoli

(pp. 150

1),

IV, 17, e

principio del

la

249-51

memorie

(p.

151), III, 303; IV, 23;

V,

perpetuit della storia sacra con la profana

IV, 253

mondo

80; V, 108-9, 157-61;

III,

60, 61,

(p. 148),

Vico dei

la bizzarra costruzione fatta dal

cominciamenti della storia umana (pp. 152-3),

V, 79-

cfr.

privilegio degli ebrei di serbare intatte le loro

il

249-61; IV, 75-

saggio dei tentativi viebiani di apologe-

tica biblica (pp. 153-4): 1.

prove del diluvio universale e

stenza dei giganti, III, 255-7; IV, 78-9, 289; V, 104-5;


verno teocratico fu peculiare agli ebrei, III, 249, 362;

dell'esi2.

il

3.

goloro-

fu ignota la divinazione, III, 207; V, 104; 4. nei verbi ebraici la

terza persona singolare maschile del perfetto corrisponde alla ra-

dice, V, 217-8;

ria

di spiegarsi

tanto

(p. 155),

come esemp

nuova si ha tutta spiegata la stosostanza d'intendersi e diversit dei modi

nella Scienza

sull'identit in

V, 562

(ivi),

IV, 38;

fatti,

in essa, si arrecano sol-

la diligenza

minuta

e tarda

virt (p. 157), Scienza nuova seconda, ediz. Nicolini, pp. 11-2.

XIV.

rovesciato
crescit

Le magnifiche opinioni intorno


nell'ignoranza fa di

eundo

all'antichit;

regola dell'universo;

orane ujnotum pr magnifico

est

l'uomo

fama

(pp. 162-3),

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE


Opere, V, 94-5 (degn. I);

Seneca

piccolissima

95-6;

l'errore

borioso

V, 58;

164),

(p.

la

boria dei dotti

commesso da

nelle ricerche del Cratilo (ivi), V, 114;


riosi

commessi da

rioso

commesso

365

228,

di errori

esemp

V, 196-7

l'errore

e dei sognati viaggi, sopra

309; IV, 26; V, 63-4, 79;

(degn. XIII);

trasmissione delle anime


IV, 29-30;

bo-

bo-

romano

(p. 165),

(ivi),

V,

diritto

IV, 97; Scienza nuova

la dottrina pitagorica della

ritrova perfino in

si

greci fino alla

non conoscevano

invenzioni

supporre un'efficacia del

inutile

ateniese o di quello mosaico sul

<

popoli primitivi, perch occasionate

seconda, ediz. Nicolini, pp. 1101-3;

V, 63,

tutto di Pita-

le principali

privatamente in ciascuno dalle medesime necessit


98-9

(ivi),

dallo stesso Vico nel

riscontran simili presso

si

(ivi),

Platone, specialmente

De antiquissima (ivi), IV,


ridicolezza dell' immaginata successione delle

la

(ivi), III,

dotti

altri

scuole per le nazioni

gora

Vico a Cicerone,

errori attribuiti dal

V, 60, 95;

(ivi),

la boria delle nazioni


(p. 163), V, 321
l'illusione dell'uomo al buio in una stanza

Grozio

269

India

(ivi),

Opere,

generazione precedente a Tucidide

solproprie antichit (ivi), IV, 28; V, 84;


Senofonte ebbero notizia delle cose persiane

le

tanto ai tempi di

Roma fu citt nuova fondata tra molti


IV, 31; V, 85;
antichi
Livio non si fa mallevadore
IV, 27;
(ivi),
popoli pi

(ivi),

della storia

romana anteriore

IV, 28; V, 93;

la storia

alle

guerre cartaginesi (pp. 165-6),


, per la sua

greco-romana primitiva

le lingue sono i
V, 93
testimoni pi gravi degli antichi costumi dei popoli (ivi), V, 100

re

incertezza, quasi

(degn. XVII)
(p.

nullius

167),

etimologie di

le

IV, 201; V, 115-6;

167),

(p.

la

intelligere

maggior parte

disserere

dello espressioni

si svelano trasporti dal corpo umano

i tre
V, 182-3;
etimologici e il dizionario di voci
mentali vagheggiati dal Vico (ivi), IV, 236-7, 237-8, 239-41, 241-3

intorno a cose inanimate

(ivi),

cfr.

V, 211;

quattro sensi pei quali, nel Diritto universale,

Vico pens fossero passati gli di (pp. 167-8), III, 451-2;


il

del
motto
te
Conosci
stesso
IV,
significato primitivo
(p. 68),
V, 189
come, quando e perch furono intrusi signi156, 229

il

ficati

osceni nei miti

vari:

1.

(ivi), III,

Giove, Giunone, ecc.

454; IV, 185; V, 74-5, 113;


(ivi),

V, 73-4;

2.

esemp

Apollo e Dafne

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL' ESPOSIZIONE

270

(pp. 168-9), III, 452; IV, 185; V, 265;

V, 246;
245
i

IV, 244

grandi frantumi

V, 149

eroi

degli

nomi

chi di

uomini

degli

frantumi

149

Omero

carni arrosto e le

plir

marmo

carni lesse

storie favolose

V, 447;

(ivi),

il

IV, 88-9

(ivi),

V,
le

principio

romana serve a spiegare

o supi

cantastorie del Molo di Napoli

codesti

scienza

la

gli elen-

tutti

perch

V, 105;

(ivi),

alla

170), V, 430-1

(p.

metamorfosi cantate dai poeti antichi e

le

(p. 163),

(pp. 169-70), IV, 75

di altri popoli

poemi omerici

psodi dei

(p. 169),

IV, 183-4: V,

V, 105, 203;

Varrone

IV, 99; V, 102;

(ivi),

dell'eroismo scoperto nella storia


le

(ivi),

restassero fino al Vico inutili

(ivi),

IV, 251; V, 60, 105, 198;

(ivi),

vestigi restati in

) dell'antichit

di di attribuiti dal Vico a

Romolo

luco di

rottami

(o

Venere

cesto di

la tradizione egiziana delle tre et degli di,

lingua degli di ricordata da

il

3.

Giove

detti figli di

4. gli eroi

le

ra-

(ivi) r

moderne

fiabe dell'orco e delle fate o le favole medievali su Merlino (p. 170-l) r

273;

III,

mitici e
glifici

XV.
Platone

mito del focolare

rebus de Picardie

(p.

biscione dei Visconti

il

il

171),

(ivi),

serpenti
i

gero-

V, 202.

(ivi),

Opere, V, 117, 255;

a sacrificarsi per la comune

IV, 213; V, 270;

re primitivi furono immaginati

(p. 173),

V, 259-60;

felicit

es.

per

filosofi,

da

vagheggiati pronti
i
V, 359
pretesi

gli eroi,
(ivi),

viaggi d'istruzione compiuti da uomini di stato per riportare in


patria buone leggi (ivi)

cfr., per l'esempio delle Dodici Tavole,


Vico insiste a preferenza, III, 476-81 Scienza nuova seil fraintendimento delle parole
conda, ediz. Nicolini, 1061 sgg.

su cui

il

re , libert

di

governo

(ivi),

V, 356, 515 sgg.;


narchi

(p. 175),

loro famiglie

re

V, 118, 255;

ma

V, 520-1

re di

singoli eroi

spartani

(p. 178),

Opere, V, 356, 359;

monarchia assoluta

la

sopra

Roma

tutti al

e di Sparta

non furon mo-

(ivi),

V, 255;

il

carattere aristocra-

Tarquin e le analogie tra i consoli


il popolo
V, 357, 520 sgg.

V, 520;
;

la
primitivo fu composto di soli patrizi (ivi),
primitiva fu soltanto signorile (ivi), V, 357, 520;
tria

primitiva soltanto

fece

forma originaria
Bodin (pp. 174-5),

la

veri monarchi primitivi furono nello

(ivi),

tico della rivoluzione contro

romani o

popolo

erroneamente credere

res

pairum

(ivi), III,

399

libert

la

pa-

IV, 94; V,

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL' ESPOSIZIONE

271

nessuna partecipazione ebbe la plebe all'elezione dei re (ivi),


giuramento degli eroi greci d'esser nemici eterni
la crudelt del patriziato romano condella plebe
V, 121;
tro la plebe (pp. 175-6), V, 361-3; gli eroi ora n durissimi ancbo
loro giuochi, faticoverso le loro famiglio (p. 177), V, 363-5;
le loro guerre, atrocissime
sissimi
V, 286,
V, 364;
299

V, 355-6

il

(ivi),

364;

364;

342;

(ivi),

(ivi),

le

schiavit in cui tenevano

gli stranieri

culto

(p. 178),

V, 363

(ivi),

religioso

l'et

V, 253

la-

g'

umane

le vittime

V, 251-3;

(ivi),

V, 262;

V,

V, 320,

imper paterni cidell'oro fu tutta un fanatismo

offerte

agli

storica del

l'origine

matrimoni

dei

V, 168;

(ivi),
(ivi),

V, 341

(ivi),

popoli primitivi

delle sepolture

(ivi),

V, 243;

ciclopi primitivi furono, insieme,

sapienti (in divinazione) e sacerdoti

re,

(ivi),

(ivi),

l'inospitalit delle nazioni primitive (ivi), V, 80;

di superstizione

di dai

severissime

vinti,

eran da loro considerati nemici

dronecci e corseggi eroici


clopici

III,

(ivi),

302

le

prime

sedi degli eroi furon le alture dei monti presso le fontane perenni

i
V, 258;
primi matrimoni, aqua et igni (pp. 178-9), V,
il
che avevan del lecito gli uomini primivero
concetto
259;

(ivi),

tivi

(p. 179),

V, 250;

tardi

quei primi

aggruppamenti umani

scesero alle pianure e poi alle marine

(ivi), V, 128;
pi tardi
ancora navigarono e dedussero colonie (ivi), IV, 151 sgg. V,
le gentes maiores e le gentes minores (ivi), V, 132
308
le
famiglie primitive furon composte, non di soli figliuoli, ma anche
;

di famoli (ivi), V, 277;

ossia di deboli rifugiatisi presso

e che, coltivando
V, 279;
e
nexi * (pp. 179-80), V, 282;

(ivi),

donde

il

principio eterno dei feudi

terre

lo

(ivi),

anche da quel che Tacito {Germania,

mani

(ivi),

V, 283;

figli e

stinguevano soltanto pel

nome

tinamenti dei famoli fecero alleare


la citt
la

eroica

(ivi),

V, 299

prima plebe senza n

testamenti
litico d'

(ivi),

imperio

mizi curiati

(ivi), III,

V, 281;

della

344-5

V, 307-8, 332;

(p.

180),

V, 281

14) dice dei famoli dei Ger-

frequenti

si di-

ammu-

patres tra loro, da che sorse


quale i famoli costituirono

diritti politici,

Y, 809-10

(ivi),

famoli, di fronte al pater,

(ivi),

detti

V, 119, 311 sgg.;


provato

clientes

forti

dei padri, furon

n matrimoni solenni, n

quali ultimi avevan carattere po-

esclusione dei plebei dai coi

re primitivi furon conduttori

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE

272

dei patrizi nella resistenza contro

feudi nobili armati e

feudi

famoli

V, 299-300;

(ivi),

rustici (p. 181), V, 312;

la

vera

il dominio
bonitario,
propriet (ivi), IV, 83-4;
ed
eminente
perch nelle requiritario
(ivi), IV, 103; V, 312-3;
pubbliche eroiche i patrizi si guardassero dall'arricchire le plebi

della

origine

e fossero rattenutissimi dal venire


nelle repubbliche eroiche

vate (pp. 181-2), V, 122;

alle

mancavan

donde

guerre

leggi por punire

la necessit

V, 121;

(ivi),

le offese pri-

dei duelli e delle

duelli famosi: Menelao e Paride,


posteriormente s'ebbero giudizi per
V, 484
V, 485;
scrupolosissimamento interpetrate

rappresaglie (p. 182), V, 482;

Oraz

Curiaz

(ivi),

forinole verbali

come per

(ivi),

es. la lex

horrendi carminis

di

Roma

primitiva

(ivi),

qual religio verhorum, ritenuta anche nel diritto


romano degli ultimi tempi della repubblica (ivi), V, 508
porse
ristrettisargomento a pi commedie di Plauto (ivi), V, 486;
V, 240, 485;

la

simo ora

primitivo diritto privato, che ignorava

il

sensuali (pp. 182-3), V, 293-4;

il

contratti con-

simbolismo dei contratti

delle procedure di tempi pi civili deriva dalla materialit e dalla

violenza dei contratti e procedure dei tempi primitivi (p. 183),


come, per es.: nelle finzioni della forza nei riti matrimoniali, V,

246; nella mancipazione, nell'usucapione, nelle rivendicazioni, V,


526-8; nelle tante maschere portate in piazza quante eran le persone, V, 528-9; nell'Eredit finta

domina

delle robe ereditarie, V,

l'antica giurisprudenza insomma fu tutta poetica (pp. 183-4),


529;
V, 530; in versi adoni infatti vanno a terminare parecchio leggi
che i fanciulli romani
delle Dodici Tavole (p. 184), V, 224;
a
corno
le
cretosi
memoria,
quei
leggi di Minosse (ivi),
imparavano

V, 225

cone
rioso

egizia
rio

225;

poetiche del pari le leggi degli egizi, di Licurgo, di Dra diritto romano antico fu un poema seV, 225;
347; IV, 225; V, 531; la poesia ebraica, araba,
in verso consegnarono loro prime stoV, 221

il

(ivi),

(ivi), III,

(ivi),

il

giambico

le

persiani,

chinesi,

germani

e gli americani (pp. 184-5), V,

verso eroico (prima spondaico, poi dattilico) e il verso


i numeri poetici eran frequenV, 114-5, 222-3;

(p. 185),

tissimi noi primi prosatori (ivi), V, 219;

giata la tragedia e poi,

quale fosse

il

corpo

per

imitazione, la

in giambi fu verseg-

commedia

(ivi),

V, 460;

dei linguaggi primitivi (ivi), IV, 225;

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE


episodi e

gli

la

perch

parlare contorto

il

greca

lingua

V, 101, 220-1;

<p. 180),

IV, 225-6; V, 219

(p. 186),

francese sian ricche

la

lingua tedesca e

la

l'esigenza d'una

di

dittonghi

scoperte mara-

le

vigliose a cui darebbe luogo lo studiarne le origini

V, 226-7;

273

(ivi),

IV, 226;

teogonia naturale e la genesi dei

Giove o il Cielo
(ivi), IV, 255-70; V, 175;
Giunone (pp. 186-7), V, 246 sgg.;
Diana
V, 227 sgg.;
Apollo (ivi), V, 265 sgg.;
Vulcano,
(p. 187), V, 261 sgg.;
Marte (ivi), V, 286 sgg.
Saturno, Cibele (ivi), V, 274 sgg.
dodici di maggiori

(ivi),

Venere

(ivi),

V, 291 sgg.;

Marte

e di

il

V, 295 sgg.;
Tantalo, Issione, Sisifo (ivi),
Ercole che lotta con Anteo (ivi), V, 324-5;
Minerva
181),

(p.

Venere celeste e Venere plebea (ivi),


duplice significato anche dei miti di Vulcano

V, 289 sgg.;

V, 298-9;
Mercurio (ivi), V, 316 sgg.;
Nettuno (ivi),
(ivi), V, 304 sgg.;
Minosse (ivi), V, 338
V, 339 sgg.
gli argonauti, la guerra

ritorno

il

troiana,

di Ulisse,

Europa

il

il

toro,

Minotauro

(ivi),

Zoroastro (ivi), V, 61-2,


V, 339;
Perseo, Teseo (ivi), V, 340;
63
i
due Mercuri Trismegisti (ivi), V, 67 sgg., 71
Orfeo
194
Confucio
72
(ivi), V, 58,
(ivi), V,
sgg.
Esopo (pp. 187-8),

V, 192-3;
s SS-'j

Dracone

(p. 188),

Roma

sette re di

Solone
V, 188

decemvirato
e
190-1;

V, 191-2;

(ivi),

V,

(ivi),

le

il

(ivi), V, 191; Scienza nuova seconda, ediz. Nicolini,


Platone introdusse nel mito di Giove l'idea
pp. 1093-1141;
dell'etere (ivi), Opere, IV, 192 V, 249
altri filosofi in Minerva,

Dodici Tavole

che esce dal capo di Giove, veggon descritta la sapienza divina


altri ancora, nel caos e nell'orco, la confusione
V, 304;

(ivi),

dei semi universali della natura

(ivi),

IV, 191;

cosa fossoro in-

vece per gli uomini primitivi il caos e l'orco (p. 189), V, 369;
a che cosa corrispondessero per essi i quattro elementi del mondo
(ivi),

V, 371;

del

compagine

V, 372 sgg.;
l'inferno

(ivi),

nomia poetica

90VV,
XVI.
sta che

come
corpo

come

il

(ivi),

(ivi),

come
l'astro-

V, 383;

la

terra

la cronologia poetica (pp. 189-

filosofia

(p. 183),

sussistere, la

la

A Omero

La

astronomico

il

dell'anima

come

comunemente

B. Croce,

cielo

interne

V, 391 sgg.;

V, 386;

394 sgg.;

essi concepissero l'essere e


e tutte le funzioni

geografa poetica

(ivi),

(p.

V, 389;

190),

V, 403 sgg.

non pot appartenere quella sapienza ripogli si suole

attribuire (p. 191), V, 422;

di Giambattista Vico.

18

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE

274

quale stravagante filosofo

424;

V, 425

e quale stolto ordinacaso egli sarebbe stato (ivi), V,,


quali sconcezze egli fa dire e compiere a Giove, Minerva,

tore della

civilt

Marte, Giunone
Achille e

donano

(ivi),

greca in

V, 423-4;

(ivi),

tal

quali contumelie

Agamennone! (ivi), V, 424;


cadaveri dei nemici a cani e corvi

ubbriacano (pp. 191-2), V, 425

scambiano

si
(ivi), V, 423
dimostrano di cortissimo in-

si

si

omerici abban-

gli eroi

tendimento, come oggi i contadini (p. 192), V, 380-1


per un
nonnulla passan dal riso al pianto, dalla calma alla - collera be;

stiale (ivi), V,

381;
360-1

426;

carattere di

le

son

passione e irriflessione

tutti

(ivi),

V,

Achille (pp. 192-4), V, 359-61, 381, 360, 426,

comparazioni omeriche hanno per oggetto belve e ali costumi


(p. 194), V, 425;
degli eroi ome-

tre cose

selvagge

rici o le

favole da vecchiarella

dell'Odissea

V, 427;
lo stile truculento d'Omero (ivi), V, 425;
nei poemi omerici vi
sono incoerenze di costumi (p. 195), Y, 429-32, 452;
incoerenze
(ivi),

di allusioni geografiche (ivi),

V, 428;

giacch l'Iliade trabalza

all'oriente della Grecia, l'Odissea all'occidente (ivi), V, 448;

in-

coerenze di linguaggio (ivi), V, 448;


come sorse la strana opinione (alla quale, fino al 1725, aveva acceduto lo stesso Vico: cfr.
279; IV, 198; VI, 38) che Omero fosse andato raccogliendo
suo linguaggio dalle varie popolazioni greche (ivi), V, 429 VI,
nessuna fede meritano le vite di Omero dello pseudo Ero42;
Ili,
il

doto e dello pseudo Plutarco


di Grecia

V, 427 sgg., 448;


(p.
l'

196), V, 449;

Iliade,

V, 449;

(ivi),

s'ignora la patria e

tempo
non

lo si afferma, ci

Omero

V, 448;

(ivi),
(ivi),

met

che

poemi omerici sieno due grandi

carattere poetico

Grecia antichissima
tante (ivi), V, 451;

riche

(ivi),

(ivi),

si

'ivi),

V, 449-50;

(ivi),

V, 455;

spiegano

IV, 185; V, 113,437;

stumi, l'Omero

(pp. 195-6),

la scrittura
le tre

giovane

le

per

per la

se infatti si pensa

tesori dei

se a

non

iscrizioni

V, 448;

Vico sospett che Omero fosse

queste ragioni

ma

V, 445-448;

tutte

un

maggior lume

visse

ostante, povero e cieco

eroiche allegate dal Voss sono imposture


il

del

dice perfino che da giovane componesse

si

da vecchio l'Odissea

esisteva ai tempi di

in cui

il

costumi della

un popolo

intero

poe-

stravaganze delle favole

ome-

si

l'Omero

spiegano le variet dei co vecchio


, il vario luogo

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE


assegnato a Omero, la variet dei

di nascita

V, 451-2;

Omero pertanto deve

dei poeti greci (p. 197), V, 452;


tere poetico di

275

dialetti, ecc. (pp. 196-7),

essere sperduto dentro la folla

come un

e considerato

uomini greci in quanto narravan cantando

caratle loro

cosi le sue pretese sconcezze e inverisimiglianze diventano acconcezze e necessit (ivi), V, 450
egli
storie (ivi), V, 450;

ha
primo
documento della primitiva identit di storia e poesia (ivi), V,
e la conferma che prima d'Ecateo Milesio la storia dei
444;
stato

storico della gentilit (ivi), V, 454;

il

in lui si

il

greci fu scritta da poeti

ben raccontata una


445;

V, 445;

(ivi),

nell'

da aedo

Vico propende per due principali autori-poeti

il

448, 452;
di favole

omero

(ivi),

significa per lui

V, 445

redazione pisistratea

ha

Odissea di chi

storia si dice averla narrata

(ivi),

V,

(ivi),

V,

compositore e legatore

quel che egli dice dei rapsodi e della


nisi ita
V, 445-6
scepe dor-

(p. 198),

Homerus (p. 199), III, 235;


appunto perch non filosofo, Omero fu poeta grandissimo (p. 200),
ebbe memoria vigorosa, fantasia robusta, ingegno
V, 443, 453
mitaret,

nunquam bonus

sublime

(ivi),

fuisset

i caratteri eroici si seppero


fingere solle sue comparazioni sono incomV, 435, 442;
la sua locusue sentenze, sublimi (ivi), V, 442;

tanto da lui
parabili;

V, 453;

(ivi),

le

zione piena d'evidenza e di

splendore

non

ma

delicato

grande

(ivi),

V, 441

di tutti gli altri poeti (ivi), V, 434, 453;

Molo

tastorie del

di Napoli (pp. 200-1),

Vico sull'et di Esiodo

V, 78;

le

tre

tragedia greca

nuova

(p. 195),

gedia e l'eroismo

lirica

il

il

il

V, 447;

(ivi),

padre

can-

Esopo

V, 457-8;

(ivi),

commedia antica

la

e principe

congetture del

e di

(ivi),

sua

la

V, 442

poeti ciclici e

greca

V, 434, 456-60;

galante

V, 380-1;
creonte (ivi), IV, 178
(p. 202),

(p. 201), V, 81, 446-7;

epoche della

(pp. 201-2), ivi

egli

V, 453;

(ivi),

favella tutta per somiglianze, immagini, paragoni

la

precetto d'Aristotele sugli eroi di tra

foggiato

dai

poeti

pastoreccio galante

di

di

tempi

Mosco

tardi

Ana-

perch nella letteratura greca e romana


furon serbati con tanto rigore i confini tra la poesia e la prosa (ivi),
VI, 46;

456;

poeti sal della primitiva letteratura latina (ivi), V,

frantumi

degli inni saliari (p.

Andronico, Nevio, Ennio

(ivi),

V, 226;

203), V, 224;
i

Livio

romani perderon

di

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE

276
veduta

calogo
ebrei

Lucrezio

Ego sum

163;

sum

qui

Virgilio

XVII.

lo

IV, 25;

per natura (ivi),


Nel De antiquissima

filosofi

Roma

parallelo tra

(ivi),

IV, 145; V, 131;

(p. 198),

VI, 138;

(ivi),

294; IV,

(p. 204),. Ili,

detto

il

V, 100-1

(ivi),

(ivi),

V,

Orazio (pp. 203-4),


la poesia fa la lingua primitiva anche della nazione

V, 458;
ebraica

eroica

storia

388; IV, 200;

degli di e conservarono in favella volgare

la loro storia

soltanto la loro

detto

il

Mos

carattere

Omero,
del de-

Teofrasto

di

sugli

265; IV, 187; V, 131.


Vico aveva dato alla storia

III,.
il

sfondo di un'antichissima cultura italica proveniente


in sguito ritenne andall'Egitto (pp. 207-8), II, 59-60, 142-3;
cora Pitagora cultore d'italica sapienza (p. 208), II, 144 III, 309;

di

ma

abbandon definitivamente

poi

romani da

derivazione degli

la tesi della

professando d'avere errato sull'esempio del Cratilo platonico (ivi), IV, 228;
per lui con la
suo punto
storia di Roma non comincia il mondo (ivi), IV, 27

istituti

istituti stranieri,

di

partenza

Romolo

di

l'asilo

IV, 249-50; V, 86-7, 102, e

(ivi),

niente colonia troiana (ivi), V, 416;


la leggenda
passim;
della venuta di Enea in Italia il frutto dell'incrocio della boria

preferibile l'ipogreca e della boria romana (pp. 208-9), V, 416;


tesi che i romani in tempi antichissimi avessero distrutto una co-

lonia greca nel

(ivi),

fu

V, 355-8;

ridiche

ma

Roma

il

V, 355-8

473;

velli, cosi

la

la

vaga

adduce Polibio

furon

signorile

smo

clavis historice

il

periodo

aristocrazia

la

li-

rivoluzione

nobili

la

sparsi

(p. 210),

si

474;

che

la

ripone nella

romani ebbero giovane

fondava

magnanimit della plebe

tutti Plutarco,

(ivi), III,

patrizi furono forti nel custodire

dine e la religione su cui


i

riferisce a istituti

la

474; V, 510;

V, 102;

romance universa?

che della grandezza romana


474; V, 510;
sbaglia anche il Machia-

inferiore a

(ivi), III,

(ivi),

quando

di

simboli di istituzioni giu-

V, 325-8;

(ivi),

spiegazione

(ivi), III,

quando

V, 510;

fortuna

ma

censo di Servio Tullio fu pianta di

come quando ne arreca quale causa


(ivi),

V, 410-1

monarchia

di

Tarquin obbe carattere aristocratico, non popolare (pp.

209-10)*,
III,

re di

bert non popolare,

contro

(p. 209),

periodo non

V, 190-1;

(ivi),

Lazio

lido del

Roma

regio a

(ivi),

V, 122;

disprezzano una religione nativa,

il

l'eroi-

loro or-

giacch,

gran segno

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE


che una nazione vada a perdersi

(ivi),

V, 277;

gnanima

condizioni sociali

l'impero romano

giurecon-

secondo

leggi

ma-

la plebe fu

nel volere religione, auspici e diritti civili, e

sulti sapienti nell'interpetrar le antiche

277

le

mutate

(ivi), V, 122;
ingrandi e
dur perch rest sempre fermo sui suoi principi (pp. 210-1), V,

509;

gare tra patrizi e plebei nelle guerre

le

s'

(p. 211),

V, 122;

norme applicarono i romani cosi nelle lotte interne tra


patrizi e plebei, come nella conquista del mondo (ivi), IV, 148-51
come la plebe ottenesse il dominio bonitario, poi il
V, 344;
quattro

quiritario e con questo la legge delle Dodici Tavole (ivi), IV, 110-2;
con
V, 86-7; Scienza nuota seconda, ediz. Nicolini, pp. 1133-7;
questa la plebe conquist il diritto scritto o cess l'arcano onde i

colsero

desideri

ma

dice Livio,

la

leggi

della

con

V, 123;

(ivi),

le

avvolgevano

patrizi

la

(ivi),

Opere, V, 123;

plebe non

ritrosia

con

la

patrizi ac-

condiscendenza che

che narra Dionigi

d'Alicarnasso

leggenda dei tre commissari inviati ad

Atene

Roma

quella che fu poi la legge delle Dodici Tavole


venne creduta da Livio e Dionigi (p. 212), Se. nuo. sec, ed. cit.,

per riportare a

pp. 1119-22;
124-5

ma

ignorata da Polibio

non creduta da Cicerone

nuo. sec, ed.

cit.,

(ivi),

Opere, VI, 146-7; V,

481

(ivi), III,

V, 126-7

Se.

come mai all'ancor barbara Roma


fama di Solone? (ivi), Opere, IV,

pp. 1125-7;

sarebbe potuta giungere la


come i romani avrebbero potuto aver notizia cosi esatta
circa la qualit delle leggi ateniesi? (ivi), IV, 67;
eran possi-

"66;

bili allora

sec, ed.

ambascerie tra greci e romani? (ivi), IV, 67; Se. nuo.


come mai .si trovava proprio a Roma Er1095;

cit., p.

modoro per tradurre


ed.

cit.,

le

pp. 1095, 1097;

tanta latina purit?


p. 1125;

doro?

(ivi),

impostura
Italia,

67-8;

(ivi),

come

egli

Opere,

avrebbe

Opere, IV, 67; Se. nuo. sec, ed.


siffatta

la

(ivi),

.Se.

nuo. sec,
con

fatto a tradurle

IV, 67; Se. nuo. sec, ed.

che dire della falsissima lettera

impostura
-Se.

leggi portato di Grecia?

la

cit.,

di Eraclito a Erniocit.,

venuta

pp. 1095-6;
d'

Ermodoro in

impostura
sua statua nel Comizio (pp. 212-3), Opere, IV,

lettera,

nuo. sec, ed.

cit.,

pp. 1097-1110;

Dodici Tavole una boria di

dotti,

che

l'origine ateniese delle

le fecero

da diversi popoli (p. 213); Se. nuo. sec,


lo simiglianze, che esse presentano con

ed.

cit.,

provenire via via


pp. 1122-1140;

le leggi ateniesi,

spartane

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE

278

e di altri popoli, son

da attribuire

uniforme delle nazioni

al corso

Opere, V, 69; S* mio. sec, ed.

(ivi),

pp. 1101-5;

cit.,

come

spieghi la disposizione decemvirale sul lusso dei funerali


Opere, V, 191; Se. nuo. sec, ed.

zione decemvirale divenne un carattere poetico


70; V, 191; Se. nuo.

sec., ed.

1140;

p.

cit.,

1106-8, 1140;

cit.,

ma

la

pp. 1117-8; Opere, V, 85;

legge origi-

connubi e
310, 495-6

la
;

Lex

Ptetelia (p. 215), V, 91;

V, 331;

(ivi),

V, 125;

come

dalla

(ivi),

V, 499, 501

democratica

(ivi),

V, 502;

istituti della

propriet (pp. 216-7), V, 327-8, 493-4;

dure giudiziarie
534;

(p. 217),

le

guerre

monarchie

spontanea della

alle

V, 523;

(ivi),

(pp. 318-9), V,

V, 505;

men

crudeli di-

V, 475-6

62, 401;

l'origine

la favoleg-

(pp. 219-20), V, 125-6, 513-5; Scienza

della patria potest (p. 221), V, 501;

V,

le

pene

nell' interpetrazione

si

gentilizia,

merc

l'incre-

l'indebolimento

(p. 220), Opere, V, 503

l'alleviamento della schia-

addolcirono ancora

delle

nuova

sotto l'impero si sciolsero

l'istituzione dei tre peculi (pp. 220-1), V, 503-4;

(ivi),

tendenza delle democrazie

sempre pi i rigidi vincoli della famiglia


mento dei fedecommessi e dei testamenti

522-3

negli Stati ariconquiste (ivi), V, 524;


contrario degli Stati popolari, l' interesse

monarchia

legge regia

(ivi),

nelle proce-

caussce

seconda, ediz. Nicolini, pp. 1145-53;

vit

si

stocratici, per
pubblico preposto alle utilit private

<

nelle

(pp. 217-8), V, 507-8;

(p. 218),

altro, al

giata

guerre

giunse alYcequum bonum (ivi), V,


da pene severissime a pene miti (ivi), V, 521-2;
le

leggi si moltiplicarono

vennero

le

dell'epoca

si giungesse a quella dell'epoca


analoghi mutamenti accaduti negli

V, 531-2;

dal certo delle leggi

134, 534-5;

e delle

senatoconsulto

romana

famiglia

il

Gracchi e

aristocratica

riforma di Fabio Massimo

la

dominio sovrano del senato e

il

successive

le

Publilia (pp. 214-5), V, 89-91

ultimee necesstatis (pp. 215-6), V, 91-2;


civili (p. 216),

dell'antico

la lotta pei

V, 33-4, 325-S;

(p. 214),

concessioni fatte alla plebe e la

Lex

V, 100

(ivi),

rogazione canulea (pp. 213-4), IV, 54-5, 123; V, 85,


quando fosse effettivamente promulgato il cosi detto

censo di Servio Tullio

la

e fiera (ivi),

un gran testimonio

Lazio

diritto naturale delle genti del

legisla-

Opere, IV,

(ivi),

naria delle Dodici Tavole, rozza, inumana, crudele


ivi,

la

si

(ivi),

leggi

prese

il

(p. 213),

V,

sopravvento

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE

l'equit naturale (ivi), V, 508;

Caracalla a tutto

cittadinanza fu concessa da

la

mondo romano

il

279

V, 523;

(ivi),

dai singoli

il

pass all'Editto perpetuo (p. 222), V, 523


diritto naturale delle genti, insomma, cede il posto al diritto na-

editti dei pretori si

turalo dello nazioni

(ivi),

V, 505;

dopo lungo svol-

e si ritorna,

gimento, a quell'uno ch'ora delle monarchie familiari dei primi


padri

con

rinit,

V, 524-5;

(ivi),

la

possibile ormai

barbarie della riflessione

por ripassare a una nuova ed

imbarbarirsi

soltanto

e ricadere

una nuova

in

barbarie

eroica

fe-

V,

(ivi),

570-1.

XVIII.
La barbarie seconda o ricorsa riusci* al Vico pi
oscura della barbai'ie prima (p. 224), V, 33, 536-7, 550;
il nessun risalto dato dal Vico al cristianesimo (p. 225), V, 537;
ri-

risorsorgono gruppi di case sui monti (pp. 225-6), V, 259;


rigono, con le chiese e i conventi, gli asili (p. 226), V, 540;
la feudalit medievale un diritto
sorgono i feudi (ivi), V, 556

(pp. 226-7), V, 555-6;

227), V, 542, 544-5;

antichissimo rinnovellato con l'ultima barbarie

non

vile

ma

eroica la materia dei feudi

ritorna la divisione
il

feudo offettivamente, come vien tradotto dai feudisti,

tela

V, 543;

(ivi),

del medioevo
i

famoli (p.

eroi

tra

IV, 101

(ivi),

(ivi),

tempi

primi e

1'
547,
medievale

gli

opera

gli

uomini

militateti

(ivi),

ligi

romana

soci

di

V, 554

il

(ivi),

Roma

antica e

V, 537;

armate

V, 537-8;

V,

feudi

gli

le

cause discettate in questi

Sacro Real Consiglio napoletano

carattere religioso dei feudatari


(ivi),

dei

medievali e dei tempi moderni


Svezia, Daniil senato di Romolo e i parla-

marca, Polonia (p. 228), V, 555;


menti medievali (ivi), V, 552-3;
(ivi),

militare servitium

soggetti a maggiore sovranit medievali (pp. 227-8), V, 547


Stati aristocratici

tradu-

nexi

secondi

tempi
il

personali

foudisti

clien-

V, 546;

(ivi),

che

V, 545

dei

feudi

kmet polacchi

V, 546-7;

(ivi),

beneficia

V, 542;

(ivi),

V, 545;

feudi rustici medievali

cono eccellentemente

Romolo

le clientele di

Ugo Capeto

del

medioevo

le

schiavit

(ivi),

V, 554-5;

e dei re
V, 540;
le
537
228-9), V,

(ivi),

(pp.

pura

et

pia

eroiche ricorse

bella
(ivi),

medievali

religioni

ricorsi (p. 229),

V, 539-40;

la

caccia alle reliquie di santi e l'obbligo nei popoli vinti di riscat-

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL' ESPOSIZIONE

280
tar le

campane

V, 538;

(ivi),

medievali

livelli

beni allodiali e

(pp. 229-30), V, 551-2, 327-8;

le

enfiteusi,

V, 548;

(p. 230),

beni feudali

censi, le

l'esclusione

precarie,

delle

donne

la crulegge salica (ivi), V, 498, 552;


delt delle pene medievali (pp. 230-1), V, 522;
ma nemmeno
nel medioevo c'erano leggi e procedure pei torti privati (p. 231),

dalle successioni e la

V, 553

483, 539;

Regno
corsi

diritto

stiti

V, 539

V, 508-9

(ivi),

feudale

V, 549;

(ivi),

ladronecci e

l'oblio nell'alto

corseggi eroici

la

medioevo del

165;

nudi

patti

diritto giusti-

di

presa

Weinsberg

tempi mutoli o analfabetici

letterato (ivi), V, 231

le

non eran messe

in

(p. 232),

V, 231-2;

ch

excellens in arte

letterato

significhi

non

chierico

(ivi),

V, 231

debet inori

anche

erudito

(ivi),

scriveva

si

perci equivaleva

tuttavia molti vescovi

firmare se non col segno di croce

norma

latino (ivi), VI, 37;

III di

(pp. 231-2), V, 488;

lingue italiana, francese, spagnuola


soltanto da pochi ecclesiastici
V, 539

iscritto (ivi),

il

patti ve-

su Corrado

l'aneddoto leggendario

e tedesca

un barbaro

ri-

tutto a base di consuetudini fu invece

III,

(ivi),

Hohensthaufen
ritornarono

nel medioevo fu incostantissima la fortuna dei

V, 520;

(ivi),

nianeo

duelli tra

di Napoli (ivi), V, 550

(ivi),

regni

purgazioni canoniche e le rappresaglie (ivi), V,


i baroni per
questioni allodiali, specie nel

le

(ivi),

non sapevan
origine

V, 234;
Y, 234
;

della

perl'

im-

la
portanza nel medioevo delle imprese gentilizie (ivi), V, 539;
prosa dei padri della Chiesa piena di numeri poetici (ivi), V,

perch non ebbero poemi religiosi cristiani


VI,
romanzieri medievali credettero di narrare storie vere
45-6;
la storia di Turpino sopravvisse in Francia
(p. 233), V, 438-9;
Guglielmo Pugliese e
quasi poema omerico
225), V, 101

Guntero
furono
V, 226, 438;
poeti
primi scrittori vol nei cavalieri erin
Provenza
gari
Italia, Francia,
VI, 37;

ranti ricorse la virt puntigliosa degli eroi omerici


V, 361;
222

si

(ivi),

(p.

(ivi),

(ivi),

Cola di Rienzo
i

molli clivi

di

enorme

si

dipingevan

paragone

(ivi),

(ivi), III,

statura, allo
le

(ivi),

quel che parevano al Vico fanciullo


i
270;
paladini medievali eran finti

V, 425;

stesso

modo che

immagini degli

tra gl'ingegni

umani

di

eccedente grandezza

esseri celesti
i

terreni

(ivi),

V, 438;

incolti (pp. 233-4

il

VI,

43;

LUOGHI DEL VICO RICHIAMATI NELL'ESPOSIZIONE

281

perch

Dante, Petrarca, Boccaccio

Dante chiamasse

suo poema
rallelo tra V Inferno e V Iliade,
(ivi),

VI, 38;

(ivi), III,

Dante

il

il

il

linguaggio di

(p. 234), ivi;

commedia

VI, 39-40;

(ivi),

V, 439;

Purgatorio e Paradiso e

Omero

il

279; IV, 198-9; VI, 38.42; V, 429;

(p. 235),

V, 425;

se Dante

linguaggio di Dante

la

divinit

non avesse saputo

44;

il

di

maggior poeta (ivi), IV, 200;


debba commentare la Divina Commedia (ivi), VI,

teatro inglese

di sco-

lastica e di latino, sarebbe riuscito

in qual guisa si

pa-

V Odissea

(ivi),

VI, 38;

poeti

slesiani (p. 236),

polemica del Vico contro il Bodin a proposito delil mutamento


l'origine della monarchia francese (ivi), V, 556;
il ridell'ossequio al barone neWobsequium principis, V, 544;
la
dei
moderni
diritto
e
civilt
giustinianeo
tempi
sorgere del
V, 226;

la

(pp. 236-7), V, 557-8.

XIX.
le

Per questo capitolo

prime pagine

VI,

3-6), al

si

vedano

il

De studiorum

dell'autobiografia e le lettere

De Vitry

(VI, 7-10) e al Solla (VI, 10-7).

alla sapienza, Opere. V, 153.

ratione,

all'Esperti {Opere,

Per l'accenno

APPENDICE

Intorno alla vita e al carattere

AiJla

trasfigurazione rettorico-leggendaria,

inizi e nel fervore del

poeti, dei

filosofi,

che negli

Risorgimento nazionale,
compi dei
di quasi tutti gli uomini pi o meno rapsi

presentativi della storia


trioti, liberali, ribelli, o

l'altare, si tent

Vico *

di G. B.

italiana,

atteggiandoli

come pa-

almeno frementi, contro

per un momento

il

trono e

di sottomettere anche,

con

bacchetta magica, Giambattista Vico. E si


tra
disse,
l'altro, che il Vico, consapevole della grave scossa
che il suo pensiero dava alle tradizionali credenze religiose,

lieve

tocco

di

e messo in guardia da amici,

Poich

il

si

era industriato a cingere di

lavoro precedente rigorosamente ristretto all'analisi


non d alcun cenno della vita e del carattere

della filosofia vichiana e

personale del Vico, non riuscir sgradito trovare in appendice la conferenza, che su quest'ultimo argomento io tenni alla Societ napoletana
di storia patria

il

14 aprile 1909, e che,

nella Voce di Firenze (a.

moria, che

il

I,

Vico nacque in Napoli

dice nell'autobiografia), e mori

cono tutti

messa in

iscritto, fu poi inserita

biografi): cfr. nella

il

Aggiungo, per me28 giugno 1668 (non 1670, com'egli


23 gennaio 1744 (non il 20, come di-

n. 43, 7 ottobre 1909).


il

nuova edizione

del V Autobiografia, car-

teggio e -poevie varie (Bari, Laterza, 1911), pp. 101, 123, 124.

APPENDICE

286

modo che

tenebre la Scienza nuova, in

solo

intendi-

fini

Ma

potessero scorgere dove andasse a parare.

tori

sta leggenda, che corse soprattutto

tra

que-

napole-

patrioti

non pot reggere a lungo,


lume del buon senso e Cataldo

tani dei primi dell'Ottocento,

nonch

alla critica, al

ne fece giustizia l
certo, nel riguardo oggettivo, che le dottrine del Vico
recavano implicita una critica cosi della trascendenza criIannelli, fin dal 1817,

stiana e della teologia come della storia del cristianesimo.


Potr darsi, nel riguardo soggettivo, che il Vico, durante

sua giovinezza (della quale sappiamo ben poco), fosse


travagliato da dubbi religiosi. Oltre che nelle sue letture,

la

poteva trovare tentazioni a questi dubbi nella societ


i quali non erano rari i li-

egli

dei giovani suoi coetanei, tra


bertini
di

, o,

allora,

come anche

gli

si

epicurei

trovano chiamati nelle scritture

ateisti

2
.

In una lettera

del 1720 al padre Giacchi, egli dice che in Napoli

davano

di

ed errori

lui fin

come accade,

dalla sua prima giovinezza e debolezze


nella

questi,

fissi

criteri

eterni

memoria, diventavano,

per giudicare tutto

e compito che per avventura altri faccia di poi

ricor-

si

il

3.

bello

Quali

veda, per tutta la questione, Croce, Bibliografa vichiana,

Si

pp. 91-5.
2

Nei Giornali del Confuorto

napol.,

XX.

C. 22, voi. Ili,

f.

(rass. nella Bibl. della

Ili), sotto l'agosto 1692:

Societ stor.

Sono state

carcerate nelle carceri di San Domenico del tribunale del Sant'Officio

alcune persone civili, tra quali il dottor Giacinto di Cristofaro, figlio


del dottor Bernardo; e molti altri sono scampati via, quali seguitano

volendo che l'anima morisse col corpo >.


noto matematico e giureconsulto napoletano, pel
veda F. Amodeo, Vita matematica napoletana, parte III (Napoli,

la setta degli epicurei o ateisti,


Il

De

Cristofaro

il

quale si
Giannini, 1905), pp. 31-44, e fu amico del Vico. Altre notizie intorno
agli

epicurei

di

Napoli di quel tempo, in Carducci, Opere,

pp. 235-6.
3

Lettera del 12 ottobre 1720.

voi. II,

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO

287

erano mai codesti errori e debolezze ?

De

uno, anzi la Sinopsi

universi iurte tino principio

che ne dava
il

il

E quando

usci

il

le
prime voci avverse, che
erano tinte da una simulata piet

programma,

Vico senti levarsi,

contro

et fine

quali egli trov scudo e conforto nella religione


cio nell'assenso del Giacchi, primo lume del

le

stessa,

severo e pi santo ordine de' religiosi l Ma come


delle accuse che su questo punto gli si facevano non ci
.

pili

resta notizia particolare, cosi dei dubbi religiosi, che po-

terono travagliarlo, non si ha nemmeno la generica certezza.


Tutti gli scritti del Vico mostrano che nel suo animo si
assideva grave, salda, immota, come colonna adamantina,
la religione cattolica
salda e forte cosi da non essere nep:

pure

in piccola parte intaccata dalla critica,

che egli inau-

gurava, dei miti. N soltanto in tutte le esteriori dimostrazioni il Vico fu cattolico irreprensibile, e sottomise sempre ogni parola che mettesse in istampa alla doppia cene privata, degli amici ecclesiastici, e fra

sura, pubblica

zimarre sacerdotali e cocolle fratesche, pi ancora che fra


toghe di giuristi, men la sua vita filosofica e letteraria;

ma

scrupolo d'intermettere il
Grozio, non sembrandogli dicevole che un cat2
ed ebbe cosi
tolico commentasse un autore protestante
egli giunse perfino allo

commento

al

delicato punto d'onore cattolico da


la

polemica circa

non accettare nemmeno

suoi sentimenti religiosi

Questa

dif-

(diceva ai critici del Giornale de' letterati), come


quella che mi fate sull'immortalit dell'anima, dove par

ficolt

che premiate la

mano con ben

sette argomenti, se

non mi

fusser fatte da voi, io giudicherei che andassero pi alta-

mente a penetrare

in

parte la quale, quantunque

Ivi.

Autob., ed. cit., p. 39.

si

pro-

APPENDICE

288

tegga e sostenga con la vita e coi costumi, pure s'offende


con la stessa difesa. Ma trattiamo le cose! \. Il suo cattolicesimo

mostra scevro

si

di materialit e superstizioni,

nel costume del

specie a Napoli
dove in ogni avvenimento della vita privata e pubblica interveniva attore e direttore san Gennaro era cattolicesimo
cosi generali

tempo, e

di

animo

contro

sunse

non

le

mente

e di

non

alta,

credenze popolari e

le parti di

censore;

di

volgo.

Ma neppure

le superstizioni

pago

di

il

Vico as-

non parlarne, come

parla delle debolezze di persone e d'istituzioni che


sono oggetto della nostra reverenza.
si

ii

Disposizione d'animo analoga per pi rispetti a quella


verso la religione ebbe il Vico verso la vita politica e sociale.

Non

era

nulla

in,

lui

dello

spirito

combattivo da

apstolo, propagandista, agitatore e congiurato, che fu di

Rinascenza; in ispecie di quel Bruno


Campanella, che egli (bench, e forse perch,
napoletano) non nomina mai. Certo, il suo tempo e il suo

alcuni

filosofi

della

e di quel

paese non furono luogo e tempo di rivolgimenti e rivoluzioni


contrasti che suscitano grandi azioni

e di quegli ardenti

e passioni politiche. Pure, vi


(il

francese e l'austriaco), e

si
si

agitarono partiti politici


un certo desiderio

profil

d'indipendenza nazionale, e sorsero uomini che dettero


l'opera e la vita a questi fini, e furono perseguitati e

andarono profughi;

tempo

come

Le

al

pi

cose,

alto

cio,

non

e,

segnatamente, giungeva in

punto

le

la

lotta

dello

Stato

obiezioni religiose, che a lui

quel
contro la

suonavano

offesa personale (Risposta al Giornale de' letterati, in Orazioni ecc.,

ed. G-entile-Nicolini, pp. 266-7).

VITA E CARATTERE DEL VICO

I.

Chiesa, e di Napoli contro

come

del quale

sempre

di

Roma, con Pietro Giannone,


movimento il Vico tacque

tutto quel

parve non

289

nemmeno

essersi

accorto.

La vita

politica stava alta sopra il suo capo, come il cielo e le


stelle; ed egli non si protese mai nel vano sforzo di attin-

gerla.

Come

le

controversie religiose, cosi quelle politiche

e sociali furono

uomo

limite della sua attivit.

il

apolitico. Di che non

gionarlo

di

mite, e

una

pu

si

fargli

Era veramente
colpa n accail
suo li-

uomo ha

perch ogni
esclude l'altra, un lavoro esclude gli

fiacchezza,
lotta

altri lavori.

Non che

egli si ritraesse da ogni contatto con la porappresentanti di essa. Purtroppo, dovette corteggiare assai di frequente e l'una e gli altri, con istorie, orazioni, versi ed epigrafi, latini e italiani; i quali
litica e coi

basterebbero da

soli

a ricostruire la serie delle

vicende

cui and- soggetta Napoli dalla fine del secolo decimosettimo alla met del decimottavo il viceregno spagnuolo, la
:

congiura e rivoluzione
zione e

il

striaca,

il

il

regno

tentata

dagli

autonomisti, la rea-

rassodato viccrcgno spagnuolo, la conquista au-

viceregno austriaco,
Carlo Borbone....

di

bisogni conversevole

',

la

Ma

riconquista spagnuola e
egli,

e professore di

molto pei suoi

eloquenza nella

regia universit, doveva fornire i componimenti letterari,


richiesti dalle solennit del giorno; cosi come il drappiere

lavorava, per le medesime occasioni, le frange, e lo stuccatore le volute e gli svolazzi. E quali frange e quali svolazzi

Perdurava

la

moda

letteraria secentesco-spagnuola;

e 'ci basta per gran parte a spiegare quel che nelle lodi
profuse dal Vico ci sembra, ed , iperbolico e barocco. Del

suo animo indifferente e innocente pu dare esempio quel

In Autob., ecc.. ed.

B. Crock,

La

filosofia,

cit.,

p.

142.

di Giambattista Vico.

19

290

APPENDICE

luogo dell'autobiografia, dove, dopo aver fatto ricordo del

Panegyricus Philippo V inscriptus, da lui composto per ordine dell'ultimo vicer spagnuolo duca di Ascalona, continua, come se niente fosse, col riattacco di un semplice

appresso
Appresso, ricevutosi questo reame al dominio austriaco, dal signor conte Wirrigo di Daun, allora
governatore delle armi cesaree in questo regno, ebbe l'or-

dine

comporre le iscrizioni pei funerali espiatori di


1
cio dei due ribelli
Giuseppe Capece e Carlo di Sangro
contro Filippo V, che il governo precedente aveva messi

di

a morte, qualche anno prima, nella repressione della congiura di Macchia, dal Vico narrata, veridicamente bens

ma

con ossequio

al

governo

costituito, nel

De parthenopea

coniuratione.

Ma non

c', nel Vico, bassezza;

deve

se

e,

dirsi,

in

retore e panegirista, non pu dirsi adulatore. L'adulatore, l'uomo senza coscienza, vilipende e

quei suoi

scritti,

calunnia gli avversari degli uomini da


pisce

adulati, o col-

lui

vinti; e questo bassezza. Il Vico,

conoscendo chi

il

quale, pur

napoletano, che
aveva inviato agli Ada lipslensa la noterella contumeliosa
contro di lui, e fremendo d'ira, e potendo facilmente rofosse

l'

italiano,

anzi

il

vinarlo (perch quella noterella era anticattolica), generosamente non volle mai svelare quel nome 2 presta, si, i suoi
,

servigi di professore d'eloquenza,


interessi

dei suoi

lodati

ma non

traffica

con

gli

padroni. Della Vita di Antonio

Carafa, composta per commissione, e col provento della


quale marit una figliuola, dice che la lavor temprata
di onore del

giustizia che

subietto, di
si

riverenza verso

dee aver per la verit

Autob., ed. cit., p. 56.

Lettera del 4 dicembre 1729; in Autob.,

Autob., ed. cit., p. 38.

3.

principi e di

E, per tornare

ecc., ed. cit.. pp.

20910.

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO

291

caso sopraricordato del Capece e del Sangro, quando


nel De parthenopea conluratione egli narra la morte di
al

quei due nemici della parte trionfante, mostra anche allora, in taluni particolari, il suo animo gentile; e del Ca-

non

pece, che

volle arrendersi ai soldati spagnuoli, scrive

ostentali s pectus

ned eamque

infestis

armis

efflagitans,

inexoratus occubuit, fortissimum mortis genus si causa cohonestasset ; e pel Sangro, riferita la voce della grazia fat-

de

da Luigi XIV e giunta troppo tardi, aggiunge: unmaior damnati, qui iam poenas persolverat, misera-

no

tagli

l
.

Senza dubbio, non poteva essergli, e non gli era, nascosto che la pi parte degli individui da lui lodati valeva

A leggere i suoi scritti panegiristici parrebbe


che Napoli avesse allora una nobilt splendida di virt, di

ben poco.

cultura, di dottrina; eppure, informando

che

gli

aveva chiesto notizie circa

in Napoli,

il

il

padre De Vitry

condizioni degli studi


Vico non celava la realt: i nobili sono adle

dormentati da' piaceri della vita allegra

2.

Un

suo motto

ma sempre

satirico circa

quella nobilt, spesso pezzente


la fame in casa pur di sfogcocchi
e altre gale, ci stato serin
con
pubblico
giare
bato dal suo scolaro Antonio Genovesi 3 A proposito del
fastosa e capace di soffrire

Laurenzano formulava la teoria che gli


nobili non possono essere se non eccellenti *

letterato

duca

scrittori

di

eppure, tra le sue carte io ho trovato


libro di quel signore, riscritto

XIX,
2
3

Opp., ed. Ferrari,


377 sgg.

In Autob., ecc., ed.


Diceva che molti

I,

da cima a fondo dallo stesso

191.

tiravano

le

carrozze colle budella

121).
1

In Autob., ecc., ed.

manoscritto di un

pp. 367, 368; e cfr. B. Croce, in Critica,

cit., p.

il

cit.,

pp. 215-6.

(ivi,

APPENDICE

292

Vico K Contradizioni

e transazioni

da pover'uomo, schiac-

ciato dalla miseria e divenuto riguardoso e timido; tanto

che riesce

difficile

determinare fino a qual punto egli am-

mirasse a parole e per compiacenza, e fin a qual altro il


suo sentimento d' inferiorit sociale si mutasse in effettiva

ammirazione per coloro che avevano e ricchezze e dignit


e tutto quello che a lui mancava, e che stavano cosi in
alto, ed erano i signori .
in

Perch, com' risaputo, le sue condizioni economiche


furono sempre tristissime. Figliuolo di un libraiuccio di
Napoli, fu dapprima costretto a recarsi

come precettore

domestico in un borgo selvaggio del Cilento; poi, tornato


a Napoli, tent invano di ottenere il posto di segretario
della citt, e, avuta per concorso nel 1699 la cattedra di
rettorica,

rimase per trentasei anni in quell'ufficio con lo


di cento ducati (lire 425). Invano tent,

stipendio annuo

nel 1723, di passare a cattedra di


fosse sfortuna, fosse

inabilit (

maggiore importanza:

uomo

di

poco spirito

in-

torno alle cose che riguardano l'utilit , si riconosceva


esso stesso) 2 dove rinunziare a ogni avanzamento univer,

Era

dunque, ad aiutarsi un po' coi lavori


letterari del genere- detto di sopra, e pi ancora con le
lezioni private; e non solamente (oltre quella nella pubsitario.

costretto,

blica universit)

scendeva

teneva scuola a casa sua,

le altrui scale

giovinetti, o addirittura

famiglia: la

moglie era analfabeta, senza


di curare

donne analfabete, incapacissima

Bibl. vidi., pp. 27-S.

Antob., ed.

cit.,

p. 24.

ma

saliva e

come insegnante di grammatica a


a fanciulli. Non fu fortunato nella
le

virt

le

pi piccole

delle

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO

293

faccende domestiche; cosicch il marito doveva farne le


parti. Dei figliuoli, una femmina gli mori dopo lunga ma-

dopo quei lunghi dispendi che inacerbiscono le


malattie dei poveri
un figliuolo maschio gli die grandi

lattia, e

dolori ed egli

fu

costretto a invocare

l'intervento della

per chiuderlo in una casa di correzione. La sua


irrazionale e sublime tenerezza paterna fu tanta, in questa occasione, che al vedere dalla finestra gli uffiziali di
polizia

polizia,

da

lui

figliuolo sciagurato

richiesti,

quali venivano a portar via

il

ed amato, corse a costui gridandogli

Figlio mio, salvati!

},

Ebbe, invero, animo affettuosissimo

il

che

si

pu

ri-

trarre, fra l'altro, dall'orazione piena di nobilt e di dol-

cezza che compose per la morte della sua amica donna


Angela Cimini, dagli accenti di piet e di sdegno che ha
nella Scienza
la storia, o

nuova per

per

le plebi

oppresse, di cui investiga

Priamo

le dolenti figure di

e di Polissena,

da certi sparsi segni


quella dignit (la XL) dove

di cui risente la poesia; e perfino

per es., in

sti-

ricome,
corda che le streghe, per solennizzare le loro stregonerie,
uccidono
spietatamente e fanno in brani amabilissimi

listici,

innocenti bambini

e tutto

si

turba,

in

modo

inop-

portuno ma significante, per la sorte di quei piccini, che


adorna nella commossa fantasia di superlativa amabilit!
I

maggiori conforti domestici

Luisa, colta e poetessa, e

gli

dal

vennero dalla

figliuolo

figliuola

Gennaro, che

lo

suppl e poi gli successe nella cattedra. Quando, nell'elogio della contessa d'Althann, accenna sarcasticamente ai
filosofi

sotto

che ragionano passeggiando per gli ameni giardini


i
portici dipinti, non nauseati n afflitti dalle

mogli che infantano

e dai

figliuoli

Villakosa, nelle aggiunte alVAulo.

che nei morbi

(ed. cit., p. 79).

APPENDICE

294

si sente che parla per diretta esperienza


languiscono
e che lo pungono ricordi angosciosi della propria vita
l

familiare.

Accade molto spesso, specie ai giorni nostri, di osservare gli uomini di qualche ingegno emanciparsi da questo
o quello dei pi umili doveri; e tanto pi bisogna ammirare quest'uomo di genio, che invece li accett tutti e (per
adoperare una parola che il Flaubert disse di s medesimo), pensando da semidio, visse

costantemente da bor-

ghese, anzi da popolano. Egli aveva preso l'abitudine di


leggere, scrivere, meditare e comporre i suoi lavori ragionando con amici e tra lo strepito de' suoi figliuoli ~.

La
vano

salute ebbe

sempre malferma

mastro Tisicuzzo

gli

amici

lo

chiama-

debole assai da giovane, stra-

da ulceri alla gola, da dolori alle cosce'


gambe. Insomma, quel riposo, quell'ozio, quella tranquillit, che altri filosofi goderono per tutta la loro vita,
ziato in vecchiaia

e alle

manc sempre.

o per lunghi tratti di questa, al Vico

dovette fare da Marta e da Maddalena


le necessit pratiche

memente con
gnatagli

fin

sue e dei suoi

Egli

travagliandosi per

travagliandosi insie-

adempiere alla missione assedalla nascita e dare forma concreta al mondo


s stesso, per

spirituale che gli

si

agitava dentro.

IV

Non

c' bisogno, dunque, di foggiare o desiderare

un

Vico eroe, cercandolo nella vita religiosa, sociale e politica, quando il Vico eroe ci sta innanzi, ed appunto
questo: l'eroe della vita filosofica.

Opp., ed. Ferrari, VI, p. 235.

Autob., ed. cit., p. SS.

In Autob. y ed.

cit,, p. 120.

stato notato

da

altri

I.

che

VITA E CARATTERE DEL VICO

ebbe carissima

egli

vati di essa ( eroismo

la
,

parola
eroico

eroe

295
e tutti

, ecc.); e

deri-

ne fece con-

tinuo uso e svariatissime applicazioni. L'eroismo era, per


lui, la forza vergine e strapotente, che appare negli inizi
e riappare nei ricorsi della storia. Questa forza egli doveva
sentire in s medesimo, nel lavorare per la verit e nel-

abbattendo ostacoli d'ogni sorta, nuove vie alla

l'aprire,

scienza. Per questa forza, superate le giovanili incertezze,

smarrimenti, gli avvilimenti, che talvolta lo fecero cadere in un cupo pessimismo individuale e cosmico (come
si vede dalla canzone Affetti d'un disperato), pot sollevarsi
gli

alla sicura professione di

De

nel

metodo

nostri temporis studiorum

scientifico,

che enunci

ratione, e al suo

primo

tentativo di applicazione filosofico-storica, rappresentato dal

De antiquissima italorum

sapientia', e da questo, poi, dissuo stesso pensiero e ritessendo col


resto una nuova tela, giungere al De uno universi iuris

facendo in parte

il

uno

e *alla Scienza

nuova

dopo venticinque anni (egli diceva delle scoperte contenute in questa) di continova ed aspra meditazione .
principio

et fine

L'opera, menata a termine da quel povero maestro di

grammatica e rettorica, da quel pedagogo che un satirico


contemporaneo raffigura stralunato e smunto, con la ferula in mano ', da quel tormentato paterfamilias, stupisce

quasi, spaventa: tanta

e,

vi condensata.

somma

di energia

un'opera di reazione

e di

mentale

rivoluzione

insieme reazione al presente per riattaccarsi alla tradizione dell'antichit e del rinascimento; rivoluzione contro
il presente e il passato per fondare quell'avvenire, che si
:

chiamer

poi, cronologicamente, secolo decimonono.


Nel campo della scienza, l'umile popolano diventava

Ivi,

p. 120.

APPENDICE

296

da signori

che egli falsamente lodava nelle misere scritture dei superbi cavalieri
e dei pomposi mitrati del suo tempo, era veramente il suo.
aristocratico; e quello

stile

Egli aborriva la letteratura galante e socievole, che cominciava a diffondersi dalla Francia in Italia e negli altri

paesi d'Europa,

libri

per

le

dame

2.

Ma non meno

rifuggiva da quella maniera di trattazioni che si chiamano


ora manuali , e in cui si espongono per filo e per segno
definizioni elementari e cose gi da altri accertate: libri

che possono giovare soltanto ai giovani 3 ai quali per altro


il Vico
gi abbastanza si sacrificava nella cerchia della
,

scuola perch dovesse poi sacrificar loro anche qualcosa


della propria inviolabile vita scientifica. In questa mirava

ad altro pubblico che a giovinetti, cavalieri e dame: quando


suo primo pensiero, la sua prima pratica
Come riceverebbero le cose da lui meditate un Pla-

scriveva,

era

il

un Varrone, un Quinto Muzio Scevola?

tone,

conda

e la se-

Come

ricever queste cose la posterit *. Dei


innanzi agli occhi, esclusivamente,
aveva
contemporanei,
la

di

Repubblica letteraria, l'Ordine dei dotti, le Accademie


Europa; un pubblico, a cui non bisognava ripetere ci-

che gi era stato trovato e detto nel corso della storia


delle scienze e che esso aveva bene a mente, ma porgere
soltanto pensieri che fossero reale avanzamento del sapere:

non

libri

ma piccioli libricciuoli, tutti pieni


Un pubblico ideale, insomma, che in-

voluminosi,

di cose proprie

5.

egli confondeva talvolta con quello dei dotti


professione e dei critici da riviste letterarie; donde,.

genuamente
di

la Autob., ed.
In Autob., ed.

216.

cit.,

p.

cit.,

p. 186.

Ordz., ecc., ed. cit., p. 215.

Scienza nuooa, ed. Nicolini, p. 51.

Oraz., ed. cit., p. 51.

I.

poi, le

VITA E CARATTERE DEL VICO

frequenti sue delusioni.

metafisica,

sembrava a

particolare efficacia,

libri

297

materia

brevi, in

che avessero (come infatti hanno)


acconciamente paragonata alle medilui

che brievemente propongono pochi punti ,


le quali fanno molto pi profitto nelle cose dello spirito
cristiano che non le prediche pi eloquenti e pi spietazioni sacre,

gate da facondissimi predicatori

[
.

Per quest'amore

brevit, fu restio dall'aggravare di


blica

troppi
repubche gi non regge sotto il peso
lasci
orazioni, stamp per dovere il De ratione, ed

letteraria,

inedite le

alla

libri la

2
ebbe, infine, a manifestare pi volte il desiderio che, di
tutte le sue opere, sola gli sopravvivesse la Scienza nuova,

la

quale conteneva condensate e perfezionate tutte

le

sue

indagini precedenti.
All'aristocrazia dell'ideale

si

concezione della vita scientifica

accompagnavano
il

nella sua

pi nobile decoro e la

pi profonda lealt. Dalle sue polemiche si potrebbe ricavare un intero catechismo circa il modo in cui si debbono

condurre le dispute letterarie. Bisogna (egli dice) non mirare a vincere nella disputa, ma a vincere nella verit;

onde voleva che quelle si svolgessero con sedatissima


maniera di ragionare , perch chi ha potenza non minaccia e chi ha ragione non ingiuria variate tutt'al pi
da piacevoli motti, i quali diano a divedere gli animi de'
;

ragionatori esser placidi e tranquilli, non perturbati e com. Agli avversari, che movevano obiezioni vaghe,
faceva notare Il giudizio in termini troppo generali

mossi

e gli

non

uomini gravi non hanno mai


le particolari e

fatte .

di risposta

deguato se

determinate opposizioni, che loro sono

Ai medesimi, quando

raffinato

nella lettera a Celestino Galiani del 18

novembre

si

appellavano

al

Oraz., ed. cit., p. 253.

Tra

le altre,

1725 (Autob., ed.

cit., p.

170-1), e

il

cui autografo presso di me.

APPENDICE

298

buon gusto del

quale ha sbandito, ecc. ecc. ,


Questa invero una grande opposizione, perch opposizione non ; perch, ritirandosi gli
avversari al tribunale del proprio giudizio, con quel dire
di

'

il

secolo,

rispondeva sdegnoso:

codesto che tu dici non ho idea

',

da avversari diven-

Alle autorit non intendeva appoggiarsi,


disprezzava; dovendo l'autorit farci considerati a investigare le cagioni che mai potessero gli autori, e massimamente gravissimi, indurre a questo o a quello

gono giudici

ma neppure

le

opinare . E, accusato di avere commesso il medesimo peccato di Aristotele attribuendo errori ai filosofi per poterli

con agevolezza confutare, protestava dignitosamente: Io


mi contento del mio poco sapere ingenuo, che essere comparato di mal costume ad un gran filosofo . Della sua
equanimit pu dare esempio lo splendido elogio che egli
fa di Cartesio, contro

il

quale pure era rivolto tutto

lo

sforzo maggiore del suo pensiero. La sua lealt attestata


dal pronto riconoscere i propri errori: Confesso (dice,
in un punto, ai critici del Giornale dei letterati) che la mia
l.

gi questo (scrive nella seconda Scienza nuova) dee sembrare fasto a taluni che noi
divisione viziosa

non contenti de' vantaggiosi giudizi da

tali

uomini dati

alle

disapproviamo e ne facciamo rifiuto;

perch questo argomento della somma venerazione e stima


che noi facciamo di tali uomini anzi che no. Imperciocch
nostre opere, dopo

le

rozzi ed orgogliosi scrittori sostengono le loro opere anche


le giuste accuse e ragionevoli ammende d'altrui

contro
altri,

che per avventura sono di cuor picciolo, s'empiono

de' favorevoli giudizi dati alle loro, e per quelli stessi non
pi s'avanzano a perfezionarle; ma a noi le lodi degli uo-

mini grandi hanno ingrandito l'animo di correggere, sup-

Si

vedano

pass, le Risposte, in Oraz., ecc., ed. cit.

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO

forma

ed anco in miglior

plire

stra

di

299

cangiar questa

no-

'.

Vita scientifica proba, come di serio ricercatore del


vero
vita sentimentale commossa e rapita, come di chi
:

giunga a faccia a faccia col vero a lungo bramato e cercato, ed esulti di poterlo annunziare agli uomini. Di qui
la sua alta poesia, che non gi nei versi, ma nelle prose,
e,

segnatamente, nella Scienza nuova. Il Vico poeta


il Tommaseo): dal fumo d luce, dalle metafisiche

(scrive

astrazioni trae imagini vive:

gionando, dipinge; e per- le

ma

gia,

vola; onde in

che in odi assai

lirico

maginazioni

le

raccontando, ragiona

e,

ra-

cime de' pensieri non passeg-

un suo periodo sovente pi estro


2
Certo, fossero anche tutte im.

sue dottrine, quella nascita che egli descrive

della societ, quella rappresentazione delle et primitive e


delle lotte in cui

si travagliano e assurgono, splenderebbe


sue gigantesche figure, con le sue robuste passioni, col divino immanente in quegli aspri petti,
come un mirabile poema; e il De Sanctis vide infatti nella

ognora, con

le

l'andamento di un poema, quasi di una


nuova Divina commedia. E, come Dante sublime, fu anche
pi di Dante severo; e se le labbra del ghibellin fuggiasco pur si mossero talvolta * un poco a riso , il Vico
leva veramente innanzi alla storia un volto che giammai non rise . Del resto, egli che ha avuto tante censure
pel suo stile, non era scrittore volgare; anzi, studioso
della buona forma e della toscanit 3 non meno che sotScienza nuova

tile

estimatore,

al

Scienza nuova, -ed.

G. B. Vico

cit.,

latini

4
.

p. 10.

La storia civile nella letteraria,


un giudizio sul Vico scrittore, ivi,

e il suo secolo (nel voi.:

Torino, Loescher, 1872),


pp. 9-10.

del Capasso, di vocaboli

dire

p.

Pi ampiamente

104; cfr.
ora,

il

Nicolini, nella introd. alla sua ediz.

della Scienza nuova.


3

Autob., ed. cit., pp. 10-11

In Autob., ed.

cit.,

p. 120.

cfr.

Opp., ed. Ferrari, VI, 45, 140.

APPENDICE

300

Ma componeva male

suoi libri, perch la sua mente


non padroneggiava tutta la materia filosofica e storica,
che aveva accumulata scriveva confusamente, perch con
i

dmone donde, le sproporzioni nelle varie parti dell'opera, nelle singole pagine,
nei singoli periodi. Rende talora immagine di quella botfurore e

tiglia

di

come

in

cui parla

preda a un

il

poeta, piena d'acqua e

capovolta
che vorrebbe uscire, tanto
via angusta, che a goccia a

di botto, nella quale l'umore,


s'affretta e intrica

per la
goccia fuori esce a fatica . A fatica o a fiotti, disordinatamente. Un'idea che egli sta enunciando, gliene richia-

ma

un fatto, e il
in una volta,

un'altra, e questa

egli vuol dire tutto

un

fatto
e

altro fatto;

ed

perci le parentesi si

aprono nelle parentesd, con ritmo spesso vorticoso. Ma quei


suoi periodi disordinati, come erano materiati di pensieri
originali, cosi sono tutti contesti di

role scultorie, di espressioni

frasi possenti, di pa-

commosse, d'immagini

pitto-

resche. Egli scrive male, se cosi piace dire; ma di quello


scriver male
, del quale i grandi scrittori portano con
s

il

segreto.

L'eroismo

filosofico

del Vico

non

si

afferm

soltanto

nella lotta interiore con s stesso per l'elaborazione della


scienza,

ma

fu sottomesso

posizione mentale, da
e, sotto

lui

ad

altre e

pi dure prove.

raggiunta, avversa

al

La

presente

specie di reazione, vlta all'avvenire, lo condan-

nava necessariamente all'incomprensione. codesta, senza


dubbio, la sorte di tutti gli uomini di genio: incompresi
intimamente, anche quando la fortuna sociale sembra secondarli ed

essi

sollevano entusiasmi

e trovano in

folla

motto che, secondo la leggenda, lo


Hegel avrebbe pronunziato sul letto di morte ( uno solo
scolari e ripetitori. 11

I.

de' miei scolari

VITA E CARATTERE DEL VICO

mi ha

inteso, e questi

301

mi ha frainteso

),

esprime a meraviglia tale necessit storica: chi perfettamente inteso nel suo tempo, muore col suo tempo. Pure,
di rado o non mai la sproporzione tra il proprio pensiero

incomprensione dei contemporanei fu cosi grande come


nel caso del Vico. Se altre cagioni d'infelicit non l'aves-

e la

sero tormentato, sarebbe bastata quest' una.

laude

che

poi

Il

desio di

animi non volgari desio di ve-

negli

dere compartecipato, assentito e universalizzato negli altri


spiriti ci che a essi sembra vero e buono, rimase sempre

un van desio .
Tanto pid l'incomprensione e l'indifferenza lo angosciavano, in quanto, com' facile supporre, aveva piena colui

per

scienza, dell' importanza delle proprie scoperte. Egli sapeva

che

la

Provvidenza

sima; sapeva di esser


tria, e in

aveva

gli

conseguenza

affidato

nato per

dell'Italia,

una missione

altis-

della sua pa-

la gloria

perch quivi nato, e non

Allorch mand fuori


come
di
avere dato fuoco a
nuova, gli pareva
una mina, e ne aspettava da un momento all'altro lo scoppio e il fragore. Non ne segui nulla: la gente non gliene
onde egli scriveva a un amico, dopo qualche
parlava
giorno: In questa citt si io fo conto di averla mandata
in Marrocco, esso riusci letterato

u.

la Scienza

e sfuggo tutti i luoghi celebri per non abbattermi in coloro a' quali l'ho mandata, e, se per necessit

al deserto

sfuggita li saluto: nel quale atto non


n pure un riscontro di averla ricevuta, mi
confermano l'opinione che io l'abbia mandata al deserto 2
egli addivenga, di

dandomi

essi

Egli aveva creduto, addirittura, a un effetto rapido e immediato; e sperato di trovare gli animi pronti e gl'intelletti

aperti a

ricevere e

fecondare

suoi pensieri,

In Aulob., ed. cit., p. 48.


Lettera al Giacchi, 25 nov. 1725, in Anteo., ed.

cit., p.

175.

APPENDICE

302

nientemeno che tra

suoi contemporanei e conoscenti di

occupati a comporre e mandare a memoria prediche verbose, tra i verseggiatori che rimavano
sonettuzzi, tra gli avvocati che scrivevano allegazioni!

Napoli

tra

frati

Trov, invece, moltissimi scettici e indifferenti, e non


pochi irrisori. Gi il libro sul Diritto universale, quando

comparve, venne generalmente ripreso per oscuretto ,


come c'informa il Metastasio l e fu poco letto e avventatamente censurato per le stravaganze che la lettura disat;

tenta e a salti faceva trovarvi in ogni punto 2 Il padre Paoli,


cui l'autore ne aveva donato copia, vi scrisse sopra un
.

distico celiando sull'incomprensibilit dell'opera

3
.

Peggio

per la Scienza nuova: si sa che Nicola Capasso (che


pure era dotto uomo e bene affetto verso il Vico), provatosi
fu

a leggerla, cred di avere smarrito ogni scintilla d'intenbuffoneggiando, eorse a farsi tastare il polso dal
medico Cirillo *. Un erudito senese, nel riferire le impres-

dimento,

una sua

sioni di

suo

e,

visita al Vico e della

lettura di qualche

privo di criterio e secnobile napoletano, interrogato a Venezia dal


Finetti circa quel che si pensasse a Napoli del Vico, disse
lo defin stravagante,

scritto,

catore

Un

un certo tempo costui era passato per uomo davma che dipoi, per le strane sue opinioni, aveva

che, per

vero dotto,
acquistato

fama

Scienza nuova?
l'altro),

2
3

di

squilibrato.

, insiste

il

E quando

Finetti.

era gi diventato affatto pazzo!

Ivi,

p.

die fuori

6. I

maldicenti

In Autob., ed.

Lettera di G. N. Bandiera del 1726, ed. dal Nicolini

cit., p, 143.

113.

Critica,

lo

118.

Latter al Giacchi del 12 ottobre 1720, in Aniob., ed.


Ivi, p.

la

Oh, allora (rispose

XV

cit.,

p. 119: cfr. p. 76.

(1917), pp. 295-97.

In Autob.,

p.

119.

ristamp.

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO

303

colpivano perfino nella modesta professione da cui traeva il


sostentamento, dicendolo buono ad insegnare a' giovani

dopo aver fatto tutto il corso de' loro studi, cio quando
erano stati da essi gi resi appagati del lor sapere o,
pi insidiosamente, che egli era adatto non a insegnare,
;

ma

a dar buon indirizzo ad essi maestri

'

e, cio, ri-

sua superiorit soltanto per farsene un arda


gomento
danneggiarlo nella gi cosi stentata sua vita

conoscevano

la

pratica.
vi

generale indifferenza e alla

alla

malignit dei critici potevano formare


e lodatori,

che anche

al

leggerezza o alla
compenso gli amici

Vico non mancarono.

Come

sareb-

bero potuti mancargli, se egli ne faceva una trepida ed attenta cultura artificiale? Si veda, per es., in qual modo col-

cappuccino padre Giacchi. Lodava di costui le


il divinissimo
ammirabili
opere
,
ingegno , la rara

tivasse

il

sublimit delle meravigliose e divine idee . Gli annunziava


aver dato a leggere ai letterati della citt l'epistola elo-

di

giativa ricevuta da
*

sublime

il

lui,

torno del

e che tutti ne

concepire

(eppure egli proprio,


iscrizioni che il Giacchi compo-

rifaceva in latino d'oro le

neva

un

latino fratesco

avevano ammirato

Gli comunicava, altra volta,


un Giacchi avevano destato invidia ed erano
state prese da taluni per adulazioni. Eguali fatiche spendeva per propiziarsi l'arcivescovo di Bari, Muzio di Gaeta,
un vanitoso, tutto pieno del proprio merito (negli Elogi del
Gimma fa perfino lodare la sua avvenenza), e che non sa-

che

in

!)

le lodi di

peva parlare se non


1

Autob.,

1.

un panegirico

di s stesso, autore di

e.

Furono pubblicate da me

di tftvo in Sscondo nappi, alla

in Napoli nobiliss.,

BUA. deh., pp.

XIII

70-2.

(190-J),

f.

I,

APPENDICE

304

papa Benedetto XIII, pel quale, lodato e rilodato dal


si saziava mai, e provocava, anzi chiedeva espres-

di

Vico, non

samente, nuove

lodi.

della linfa desiderata:

Vico a

il

inaffiarlo

pazientemente

maravigliosa opera di V. S.

la

I. ;

il suo
dire da signore ; le
digressioni demosteniche ;
l'eloquenza, che fu la favella filosofica, con la quale parlarono gli antichi accademici greci, tra i latini Cicerone,

tra

ritirato

poi

niun

gl'italiani

cato Francesco
in

gli

che V.

fosse tra

egli

intendimento, che

S.

I.

All'avvo-

era stato scolaro e

che

provincia, insinuava

nuova aspettava che


d'alto

altro

Solla, che

volessero

si

era

sua Scienza

la

pochissimi forniti
riceverla con mente
i

pregiudizi circa i principi dell'umanit


sgombra
Erano artifizi ingenui, fanciullaggini pietose, con le quali
di tutti

procurava di dare un'illusoria soddisfazione al suo bisogno


di riconoscimento e di lode, e un calmante ai suoi nervi
eccitati.

Ma anche

modo raccoglieva

a questo

veri. Nelle lettere del Giacchi,

costui avesse intesa

almeno

le

di Gaeta,

una

non

frutti assai po-

che provi che

parola

sola delle dottrine vichiane o che

avesse considerate con serio interesse. Monsignor


dopo molti giri eli frasi, gli confessa di avere

pi ammirate che intese

le

opere di

lui

certamente,
ad
ammirare
occupato
la propria prosa. Il Solla, nel quale il Vico sembrava riporre tante speranze, giudicava l'orazione per la morte

non

le

aveva neppur

->

e,

lette, tutto

donna Angela Cimini cosa superiore a tutte le altre


opere dell'autore e alla stessa Scienza nuova. Un simile
incauto complimento rivolgeva al Vico un altro ammidi

ratore,

pur caldo e affettuoso, l'Esteban

che o banali

gli

In Autob., ed.

Ivi, p. 251.

Ivi, pp.

195-6.

3
.

Lodi generi-

giungevano talvolta (ma pi spesso per-

cit.,

p. 202.

I.

dar vano,

VITA E CARATTERE DEL VICO

ostinati, la

trascuranza e

305

silenzio), in

il

ricam-

bio di alcuno dei tanti esemplari delle proprie opere, che

inviava non solamente


di

Roma,

ma

di Napoli,

ai letterati

Padova, anzi

di Pisa, di

di

Germania,

a quelli

di Olanda,

1
Egli
d'Inghilterra: ne mand, perfino, a Isacco Newton
ottenne, tutt'al pi, di farsi considerare erudito tra centi.

naia di eraditi e letterato tra migliaia di letterati: dotto


uomo, insomma; ma niente altro.

Senza dubbio,
tra

Vico ebbe, tra

il

giovani, schietti ammiratori.

modesti, tra gli oscuri,

Di costoro era

sacro, Gherardo de Angelis;


poi
il
frate Nicola Concina
Solla ed Esteban

oratore

altri pochi.

Ma, se

il

il

poeta,

gi ricordati

di

Padova

loro affetto era grande, la loro intel-

Anche

ligenza era scarsa.

il

Concilia confessava, in

mezzo

non intendere troppo


entusiasmi,
bene: Oh quanti fecondissimi e sublimissimi lumi vi sono
Cosi avessi io talento da farne uso e da comper entro

#1 fervore

dei suoi

di

fondo ed il mirabile artificio, che panni alquanto di ravvisare! *. Il miglior ufficio, che codesti
amici potessero adempiere, era di lenire con parole buone,
se non con intima corrispondenza di pensieri, l'animo esa-

prendere

il

Esteban, concludendo la
lettera nella quale procura di rimediare a quel che gli era

cerbato del Vico. Cosi faceva

l'

scappato dalla penna a proposito dell'orazione per la Cimini, e ripeteva frasi che aveva dovuto cogliere sulla

bocca del maestro:

Vivete sicuro che la Provvidenza,

per canali da V. S. non immaginati, far sorgere a V. S.


una fonte perenne di glorie immortali \ Il gesuita pa!

dre Domenico Lodovico (autore del distico, che si legge


sotto il ritratto del Vico), ricevuta la seconda Scienza

Autob., ed.

In Autob., ed. cit., p. 231.

Ivi, p. 205.

B. CitOCE,

La

cit.,

filosofa

p. 55.

di Giambattista Vico.

20

APPENDICE

306

nuova, mand all'autore, con pratico senno, un po' di vino


della cantina e un po' di pane del forno della casa gesui'

Nunziatella, con una graziosa letterina nella


quale lo pregava di accettare codeste cosucce, comech
della

tica

semplici,

quando n pure

il

offerte de' rustici pastorelli

bambino Ges

gli

rifiuta le rozze

suggeriva di aggiungere

nella simbolica dipintura che precede l'opera, accanto all'al-

un piccolo nano in atteggiamento di chi ammirando


ammuta come il montanaro di Dante, scrivendovi sotto
con
significante dieresi il nome: Lodo-vico *. Tra i tanti
fabeto,

giovani della sua scuola, erano alcuni, tutti pieni della dottrina di lui, pronti a difendere il maestro a spada tratta *-T
ma si sa che cosa valgano codesti entusiasmi di giovani.

Se quegli scolari avessero penetrato davvero le dottrine


o qualche parte delle dottrine vicinane, se ne sarebbero

vedute

le

tracce nella letteratura e nella cultura della geal Vico


e, invece, non ne fu nulla o

nerazione che segui


quasi.

Appena qualche sentenza, qualche affermazione

sto-

rica, qualche concetto isolato e superficialmente inteso fu


ripetuto a Venezia dal Conti, a Padova dal Concina, in
Ispagna da Ignazio Luzn (il quale aveva dimorato a Na-

poli negli anni della pubblicazione della Scienza

nuova)

e qualche cosa di pi nella patria dell'autore, dal


vesi e particolarmente da
G' invidi,

leggieri,

Geno-

Ferdinando Galiani.
pettegoli,

calunniatori, gl'inin-

eccitavano nel Vico scoppi di collera violenta.


Di questo suo peccato si confessa nell'autobiografia, dicendo
che con maniera troppo risentita inveiva contro o gli
telligenti

errori d' ingegno o di dottrina o


suoi emuli, che

In Autob., ed.

Ivi, p. 121.

Ivi, p. 122.

mal costume dei

doveva con cristiana

cit.,

pp. 218-4.

carit, e

letterati

da vero

fi-

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO

losofo, o dissimulare o compatirgli

peccato non

Ma, in fondo, quel


Dante, vi trovava

di

al

307

pari
gli spiaceva:
qualche bellezza. L'orazione per la Cimini contiene una
specie d'inno alla collera, alla collera eroica , che
negli animi generosi co' suoi bollori turbando

confondendo ogni mal nata

riflessione della

e dall'imo

mente, da cui

nasce la razza vile della fraude, dell'inganno, della menzogna, fa ella gli eroi aperti, veritieri e
sandoli della verit,

arma

li

scrivere

nello

si

si,

interes-

campioni della ragione

forti
2.

incontro ai torti ed alle offese

Bench

fidi,

guardasse

a tutto potere

dal cadere in quella passione 3 la collera si sente tumultuare mal repressa nelle lettere private, in tutte quelle
punte contro i dotti cattivi , che amano pi l'erudi,

zione che la verit

memoria

tutto

versazione

poi,

era,

nel 1736,

Quando,

contro

comune

il

uomini che

degli

e fantasia , e via dicendo. Nella con-

quel

che

sembra, mordacissimo.

Damiano Romano pubblic un

tro la tesi vichiana relativa alle dodici tavole,

conta

il

Romano medesimo), sebbene

coi titoli di

dottissimo

e di

il

libro con-

.Vico (rac-

vi fosse stato trattato


e con
ogni
addent in maniera

celeberrimo

altra dimostrazione di reverenza,

ci

che fu di ribrezzo e di orrore a chiunque vi


, vedendo egli di malissima voglia che

sente

si

trov pre-

un garzone

Ma agli scoppi di
ricadute nella pi profonda tristezza. In un sonetto, egli si dice oppresso da quel fato
che
l'ingiusto odio altrui cre sovente , onde si era np-

come

noi

collera

si

si

fusse con lui cimentato

alternavano

le

Ivi, P p. 96, 120-1.

Opp- eJ. Ferrari, VI, p. 254.

Autob., ed. cit., p. 76.

In Autob., pp. 120-1.

*.

APPENDICE

308

umano

partato dal consorzio

Da

si

quel torpore

a vivere solo con s stesso.

riscoteva, talvolta, per qualche istante:

Poi ricaggio in me stesso, e da mie gravi


cure sospinto a tornar l dov'era,
di me, non per mia colpa, ho da dolermi 1
.

VII

in

Eppure, fra tanti tormenti e contrariet e delusioni,


tristezza che veniva frequente a rico-

mezzo a questa

il Vico prov una delle pi alte


dell'uomo: quel vivere di meditazione scevra e
pura di passione, che allora senza la compagnia tumultuosa e grave del corpo vive veramente l'uomo solo.... ;

prirlo dei suoi neri veli,


felicit

quella vita di sicuro possesso, perch

medesimata con

presta e presente, che gli dimostra

l'anima, sempre
essere fisso nell'Eterno che tutti
ziante nell'infinito
si

il

colma

di

che tutte

le

il

suo

tempi misura, e spa-

cose comprende; e

finite

una eterna immensa

gioia,

non

in

certi

luoghi invidiosamente n in certi tempi avaramente ristretta, ma che senza uggia di emulazione, senza tema
di

scemamento, per ci unicamente in esso

si

potrebbe
comunicata

se ella fosse tuttavia a pi e pi

lui accrescere

umane menti

Della verit raggiunta non dubit


mai, pur continuando sempre a elaborarla: sopra il sistema
presentato nel libro del Diritto universale la sua mente
e diffusa

3
riposava sodisfatta
che
dolori
aveva cosi acerbamente

(egli dice)

Le

fatiche, e gli stessi

erano cari,
perch attraverso di essi era pervenuto alle sue scoperte
sofferti, gli

In Autob., ed.

Opp., ed. Ferrari, p.

Lettera al Giacchi del 12 luglio 1720, in Autob., ed.

cit.. p. 325.
2i7.

cit., p. 188.

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO

309

Benedico ben
venticinque anni da me spesi nella meditazione di siffatto argomento, ed in mezzo le avversit della
mia fortuna e le remore che mi facevano gli esempli infelici
degl'ingegni, che han tentato delle nuove e gravi disco-

verte....

*.

Come poteva non benedire

quelle fatiche e

quei dolori e quelle avversit, se ogni qual volta

si

solle-

vava dal tumulto passionale dell'uomo empirico e dalle


lotte dell'uomo pratico, la sua mente gli mostrava la necessit ineluttabile e di quanto egli aveva operato e di
quanto aveva sofferto, e l'ima e l'altra necessit strette in

modo tra loro da formarne una sola e indivisibile?


La sua stessa dottrina filosofica gli porgeva dunque

la

medicina del male, e promoveva nel suo animo la catarsi


liberatrice: quella dottrina che aveva per centro l'idea

immanente

della Provvidenza

necessit storica.

o,

come

si

disse poi, della

Sia pur sempre lodata la Provvidenza,


che quando agl'infermi occhi mortali sembra ella tutta
severa giustizia, allora pi che mai impiegata in una

somma

benignit!

Perch da questa opera

aver vestito un nuovo

uomo

io

mi sento

provo rintuzzati quegli stimoli di pi lamentarmi della mia avversa fortuna, e di


pi inveire contro alla corrotta moda delle lettere che mi
e

ha fatto tal'avversa fortuna; perch questa moda, questa


fortuna mi hanno avvalorato e assistito a lavorare que-

Anzi (non sar per avventura egli vero, ma mi


piacerebbe che fosse vero), quest'opera mi ha informato
st'opera.

un certo spirito eroico, per lo quale non pi mi perturba alcun timore della morte e sperimento l'animo non
pi curante di parlare degli emoli. Finalmente, mi ha
di

fermato come sopra un'alta adamantina rcca

p.

Lettera

178.

al

il

giudizio

card. Corsini del 15 dicembre 1725, in Autob., ed.

cit.,

APPENDICE

310
di Dio,

quale fa giustizia alle opere d'ingegno con

il

stima dei saggi

uomini cio

degli

di

altissimo

la

inten-

dimento, di erudizione tutta propria, generosi e magnanimi, intenti a conferire opere immortali nel comune
delle lettere , che
l.

simi

sit di tutto ci

deva nella
metteva

sempre

La Provvidenza
che

vita, e,

da per tutto furono pochis-

mostrava, dunque, la necesera accaduto e ancora gli accagli

gli

inculcandogli la rassegnazione, gli pro-

la Gloria.

Vili

Cosi l'uomo collerico diventava perfino tollerante: di


quella tolleranza, di quella indulgenza superiore che non
da confondere- col volgare tollerantismo. L'Universit,
nella quale

aveva sperato fare avanzamento

aveva rivolto il pensiero nel comporre


non aveva voluto sapere di lui ed egli
;

le
si

prime opere,
era tutto riti-

rato in s stesso a meditare, la Scienza nuova.

ceva con sorriso in cui

si

e verso cui

Dunque

(di-

sente ancora alcunch di amaro),

questa mia opera io la debbo all'Universit, che, riputandomi immeritevole della cattedra e non volendomi oc-

cupato a trattar paragrafi


tarla:

mi ha dato

l'agio

di

medi-

Un
avergliene pi grado
fiorentino Sostegni, in un sonetto a lui indiriz-

posso

di questo?

io

amico,
zato, usciva in parole di biasimo contro la citt di Napoli,
che aveva tenuto in poco conto il suo gran figlio. E il
il

Vico, nella risposta, giustifica con nobili parole la patria,

dura con lui perch molto da lui aspettala e molto aveva


voluto ottenerne:

In Autob., ed.

Lettera al Giacchi del 25 novembre 1725, in Autob.. ed.

p. 134.

cit.,

pp. 120-1.
cit.,

VITA E CARATTERE DEL VICO

I.

311

Severa madre non vezzeggia in seno


figlio, che ne fia poscia oscura e vile;
ma grave in viso ancor l'ode e rimira l

Da questa condizione di spirito nacque Y Autobiografia-.


opera che stata mal giudicata e del tutto fraintesa dal
Ferrari, il quale vi biasima il teleologismo dominante e
mancanza

una spiegazione psicologica


della vita del Vico *. Come se il Vico medesimo non avesse
3
E che cosa
professato che l'aveva scritta da filosofo
significa scrivere da filosofo la vita di un filosofo, se non
vi

lamenta

la

di

intendere l'oggettiva necessit del suo pensiero e scor-

gerne gli addentellati anche dove all'autore, nel momento


che lo pens, non apparivano del tutto chiari? 11 Vico

medit nelle cagioni cosi naturali come morali, e nelda

l'occasioni della fortuna; medit nelle sue ch'ebbe fin

fanciullo o inclinazioni o avversioni pi ad altre spezie di


studi che ad altre; medit nell'opportunitadi o nelle tra-

versie onde fece o ritard

suoi progressi

medit, final-

mente, in certi suoi sforzi di alcuni suoi sensi

diritti,

quali poi avevangli a fruttare le riflessioni, sulle quali lavor l'ultima sua opera della Scienza nuova, la qual appruovasse tale e non altra aver dovuto essere la sua
vita letteraria

4
.

L' Autobiografia del

Vico

insomma,

l'applicazione della Scienza nuova alla biografa dell'autore,


alla storia della propria vita individuale

metodo ne

il

quanto originale, altrettanto giusto e vero. Che poi il Vico


riuscisse solo in parte nel suo assunto, e, cio, non potesse fare la critica e la storia di s

In Autob., ed.

cit.,

IV

p. 825.

Nell'introd. al

Autob., ed. cit., p. 62.


L. e.

voi. delle Opere.

stesso

come sono

in

312

APPENDICE

grado di farla
saranno quelli

insistere.

critici e gli

storici

odierni, e altrimenti

troppo ovvio perch vi si debba


L' Autobiografia termina anch'essa-con una befuturi,

nedizione alle avversit, un riconoscimento della Provvidenza e una certezza di fama e di gloria.

IX

Negli ultimi anni di sua vita il Vico, aggravato dalla


dalle domestiche cure e dalle malattie, ri-

vecchiaia,

nunzi

affatto agli studi

Da

la

tremante

l.

man

cade

e de' pensier s' chiuso

esclamava

due

in

versi, pieni

il

il

mio

stile

mio tesauro

-,

lacrime, di un

di

sonetto

per una possibile ristampa, le


e
alla
seconda
correzioni
Scienza nuova, e le inaggiunte
nel
definitivo
manoscritto
corpor
dell'opera; pens per
del

1735.

Prepar

un momento

allora,

mettere a stampa l'operetta De cequilibrio


corporis animants, composta molti anni prima e che and
3
poi smarrita
adempi ancora a qualche obbligo di uffizio,
di

come, nel 1738, all'orazione per


bone.

Ma

gi nel 1736 o nel 1737

le
il

nozze di re Carlo Borfigliuolo

aveva comin-

ciato a sostituirlo nella scuola, e nel gennaio 1741 riceveva

definitivamente la cattedra dalla quale il padre si ritirava *.


il Vico tra i suoi, come un vecchio soldato exacta

Viveva

nel ricordo delle battaglie combattute, nella coscienza del dovere compiuto. Il buon figliuolo gli faceva,
militici,

'

Autob., ed. cit., p. 75.

In Autob., ed.

mondo de
3
-i

cit.,

p.

326 (sonetto del 1735 per

le

nozze di Rai-

Sangro).

Autob., ed. cit., 75: cfr. Bibl. vich., pp. 38-9, Sec. tuppL, p. 6.

In Aidob.y ed.

cit.,

p. 123.

I.

VITA E CARATTERE DEL VICO

313

ogni giorno, qualche ora di lettura dei classici latini da


lui pi amati e studiati un tempo. E, in questo suo tra-

monto, gli fu risparmiato, almeno, il tormento dei tormenti: quello che strazi negli ultimi anni di vita un filosofo tanto di lui pi fortunato, Emanuele Kant, ansioso
di dare sguito e compimento al suo sistema filosofico e
consumantesi

in

una

sterile lotta coi pensieri

che

gli sfug-

che non pi gli obbedivano. Il Vico


givano
aveva detto tutto ci che doveva dire, e conobbe da s
e le parole

quale grande storico di s stesso, il momento in


cui la Provvidenza aveva terminato in lui l'opera sua,
chiudeva il tesoro dei pensieri che gli aveva cosi largastesso,

mente aperto per


la

penna.

tanti anni e gli

comandava

di

deporre

II

La fortuna del Vico

narrazione delle vicende alle quali and soggetta


la fama del Vico non dev'essere sostituita o frammischiata
la

e giudizio del pensiero vichiano, perdendo


storia della filosofia propriamente detta o
turbandola con la storia della cultura 1 Ma anche

all'esposizione
di vista la

quando poi
passi a questa seconda storia, bisogna guarun
altro
darsi da
genere di errore: dalla pretesa di giungere a determinare, merc quella narrazione, se l'opera
si

del Vico fosse o no culturalmente utile, e


di utilit le

si

debbano riconoscere.

di significato e la corrispondente

quanti gradi

indagine priva
misurazione impossibile &
Siffatta

eseguire perch (se ben si consideri) un unico discepolo


pu valere le decine e le centinaia, un effetto solo pro;

dottosi dopo secoli

compensare un'efficacia ritardata per

un oblio immeritato riuscire altrettanto memorabile


e ammonitivo quanto una fama meritatissima, e una medesecoli,

i
principali risultati delle ricerche da me
esposte nella Bibliografia vichiana e nei due
Supplementi (efr, in questo volume, p. 342), ai quali lavori

Restringo in breve

fatte sull'argomento

annessi

ed

rimando per maggiori particolari


che qui
i

Si

si

affermano.

veda sopra,

pp. 249-50.

per la documentazione delle cose

APPENDICE

316

sima verit, scoperta due volte in modo indipendente, da


questa stessa duplicazione e apparente superfluit ricevere
il crisma della sua ineluttabile necessit. L'opera del

come
Vico

concluso di solito) fu del tutto inutile,

perch apparsa fuori tempo ossia troppo presto, e rimasta sconosciuta


(si

o giunta a notizia

quando non poteva insegnare pi

E, col dire ci,

blasfemato contro la storia, la quale

si

nulla.

non ammette nulla d'inutile ed

e sempre, in ogni sua parte,

opera (avrebbe detto

della

il

Vico)

cui ampie utilit non lecito


umane, corte di una spanna.

Ebbe

il

Provvidenza

alle

applicare piccole misure

Vico rinomanza, lettori, intenditori e seguaci


decimottavo? Si risposto, con pari

nel corso del secolo

no e

risolutezza,

si

e,

a provare la risposta affermativa,

si

sono andati raccogliendo con molta diligenza i ricordi che


del nome e delle dottrine del Vico si trovano sparsi negli
scritti di quel secolo, accumulando sospetti e indizi su
tracce inconfessate delle sue idee, che
italiani

libri

non
di

si

Ma un

stranieri.

scorgerebbero in
pensatore come il Vico
si

pu dire propriamente conosciuto se non quando

lui sia

lo spirito

cati a

stato clto il pensiero fondamentale e risentito


animatore. Ora la maggior parte dei fatti arre-

documento

dell'opera sua concernono

dell'efficacia

dottrine particolari, che, avulse dal complesso, furono accettate o contestate n pi n


altro critico

suo.

Tale

meno

di quelle di qualsiasi

ed erudito o dicitore di paradossi del tempo


il

caso,

in

primo luogo, della teoria circa

l'origine della legge delle dodici tavole, discussa nella po-

lemica che

si

agit fra Bernardo Tanucci e Guido Grandi

dal 1728 al 1731, oppugnata nel 1736 da

accolta in Francia nel 1735 dal

Damiano Romano,
e rammentata nel

Bonamy

1750 dal Terrasson; delle nuove interpretazioni storiche


circa

primi tempi di Roma, ricordate dallo Chaslellux,

guite e svolte dal

Duni

e,

se-

attraverso costui, sfruttate dal

FORTUNA DEL VICO

II.

317

Da Bignon; delle ipotesi sulla preistoria e sulle origini dell'umanit, adoperate e alterate dal Boulanger in Francia e
da Mario Pagano in Italia; dei concetti storici e politici,
e di quelli sulla poesia
il

presso

il

Galiani,

Questione

e sul

Pagano,

che

linguaggio
il

Cesarotti e qualche altro.

sostanziale era quella del

pili

trovano

si

metodo

di stu-

diare e giudicare le istituzioni politiche e le leggi; per la


qual parte il Montesquieu fu messo a paragone col Vico

e accusato di essersi valso largamente della Scienza nuova


senza citarla. ormai accertato che nel 1728 Antonio Conti
in

Venezia consigli

il

futuro autore dell'Esprit des lois


comprare a Napoli

al

risulta dai diari di quest'ultimo) di

(come

libro del Vico: consiglio che fu

certamente messo

in atto

rec a Napoli l'anno dopo, perquando


Montesquieu
ch un esemplare della Scienza nuova, nell'edizione del
si

il

serba

si

1725,

ancora

nella

biblioteca

del castello de la

Ma ingegno

troppo diverso rispetto al Vico, e troppo

meno profondo, era

quello dello scrittore francese, da trarre

Brde.

nutrimento da un'opera come la Scienza nuova; e i


vestigi d' imitazione, che si creduto di scorgere nell'Esprit
des lois, sono assai contestabili e, in ogni caso, di scarsa
vitale

importanza. Deve

mente
mento

dirsi,

per altro, che

il

merito

general-

attribuito al Montesquieu, di avere introdotto l'ele-

prendendo per tal modo


(come poi scrisse
lo Hegel) la legislazione, quale momento dipendente di una
totalit in rapporto a tutte le altre determinazioni che forstorico nel diritto positivo,

a considerare

mano

al

Come
cosi

il

veramente

un popolo o di un'epoca;
questo
ordine cosi di tempo come di eccellenza, spetta

Vico.
il

Montesquieu per

Wolf per

la questione

sersi giovato tacitamente


il

filosofica

carattere di

il

inerito, in

invece

in guisa

la

scienza della legislazione,

omerica, fu sospettato di es-

delle speculazioni vicinane.

Wolf, quando nel 1795 die fuori

Ma

Prolegomena ad Home-

318

APPENDICE

rum, ignorava, almeno direttamente, la Scienza nuova,


che non conobbe se non di nome nel 1801 e di fatto l'anno
dopo, pel dono che di quel libro gli fece il Cesarotti. da noi concetti del Vico circa il carattere bar-

tare per altro che

mancanza di riposta sapienza nell'epos omerico


erano (forse per opera del Galiani) divulgati nel 1765 dalla
barico e la

Gazette Uttraire de l'Europe del Suard e dell' Arnaud


e,
meglio ancora, che la Scienza nuova era conosciuta e ado;

perata dal filologo e archeologo danese Zoega (il quale la


cita in un suo saggio' su Omero, composto nel 1788 seb-

bene pubblicato assai pi tardi); e che con lo Zoega teneva


carteggio lo Heyne, il quale accus poi il Wolf di avere
attinto alle sue

legomena

lezioni per la teoria presentata nei Pro-

in verit, sin dal 1790 manifestava l'idea di

(e,

una genesi graduale


quelle teorie gi

si

morie del Merian.

dei

poemi omerici);

profilavano nel
I concetti

Wood

e,

infine,

e in alcune

vichiani con o senza

il

che
me-

nome

dunque penetrati in qualche misura


nell'ambiente filologico tedesco e il Wolf ne ebbe indubdel loro autore erano

biamente un certo sentore indiretto. E, in ogni caso, resta sempre, anche qui, il fatto riconosciuto da tutti co-

hanno studiato la questione che la teoria omerica,


cosi come si trova esposta dal Wolf, dovrebbe dirsi non
wolfiana ma vichiana, perch tale veramente in quasi
loro che

suoi tratti fondamentali. Del resto,

il Wolf, filologo di
anch'esso
pensatore assai
gran lunga superiore
ideali
era
in
d'intendere
le
motivazioni
non
minore,
grado
dottrina
che avevano condotto il suo predecessore a quella

tutti

al

Vico

ma

intorno a

Omero; com' chiaro

perficiale,

che nel 1807 vi scrisse intorno.

Certamente a Napoli, nel


molti

secolo

decimottavo,

fu

in

una confusa coscienza

chiana
stesse

dall'articolo, alquanto su-

ma

non

della grandezza dell'opera viin che propriamente questa grandezza consi-

si

sapeva determinare, perch facevano ancora

II.

FORTUNA DEL VICO

319

e la preparazione adeguate. E fuori


Germania in particolare, dove questa preparazione c'era, o almeno ce n'era assai di pi, l'opera del
difetto l'esperienza

d'Italia, e in

Vico rimase generalmente sconosciuta, in parte per il dierano caduti sin dalla fine del seicento i

scredito in cui

libri italiani, in

parte per

offriva agli stranieri.


le

mani

caso

si

di

uomini

divertisse

Quando

atti a

le difficolt

la

che

lo stile del

Vico

Scienza nuova capit tra

comprenderla, sembra come se

impedirne loro

la

seria

lettura

il

Lo Hamann si procur la Scienza nuova da


Firenze nel 1777, in un tempo in cui si occupava di economia e di fisiocrazia, immaginando che vi si trattassero tali

l'intelligenza.

materie; e rimase deluso quando, nella scorsa che le dette,


avvide di avere innanzi una selva di ricerche filologiche,

si

per giunta con scarsa acribia.

eseguite

11

Goethe l'ebbe a

Napoli, nel 1787, con grandi raccomandazioni, dal Filangieri e la port seco in Germania e nel 1792 la prestava
al Jacobi; ma solo per una felice combinazione, piuttosto
che per una vera conoscenza o per un chiaro intuito, avvicin il nome del Vico a quello dello Hamann. Lo Herder

(che anch'esso conobbe l'opera del Vico non forse nel


1777 merc l'accenno fattogliene dallo Hamann nel loro
carteggio,

ma

piuttosto nel suo viaggio d'Italia nel 1789),

ne discorse nel

1797 in termini affatto generici e senza


avvertire nessuno dei molteplici rapporti che al Vico lo

stringevano, in ispecie nelle dottrine sul linguaggio e sulla


poesia.
I

la

soli

che nel secolo decimottavo veramente penetrassero


e, pur senza volerlo,

tendenza fondamentale del Vico

ne riconoscessero

la genuina grandezza, furono (a nuova


conferma della salda contestura spirituale del cattolicesi-

mo) gli avversari cattolici, che egli, allora, ebbe


numero: il Romano, il Lami, il Rogadei, e sopra
Finetti. Videro costoro che

il

Vico, nonostante

in

buon

tutti,

il

suoi fermi

APPENDICE

320
propositi di

Provvidenza
stiana, e di

non

lo

ortodossia

religiosa, coltivava

un' idea

della

difforme da quella della teologia crifaceva continua menzione a parole, ma

affatto

Dio

lasciava poi operare effettivamente,

come Dio

che

per-

distaccava con taglio cosi netto


storia profana e storia sacra da giungere a una dottrina
'affatto naturale e umana delle origini della civilt (merc
sonale, nella storia;

quelle della religione (merc il timore,


il pudore e l'universale
fantastico), laddove la dottrina
tradizionale cattolica ammetteva una certa comunicazione
lo stato ferino) e di

tra la storia sacra e la profana, e nella religione e civilt

pagana riconosceva il lievito operante di una qualche noche,


tizia, sia pur vaga, della primitiva verit rivelata;

pure protestando di accogliere e rafforzare l'autorit della


che la
Bibbia, egli la minava e scrollava in molti punti;

sua critica

alla

tradizione storica profana, condotta con

di ribellione al passato,

poteva aprire l'adito


superbo
a dannosissimi abusi, perch istigava ad applicare il medesimo spirito e metodo alla storia sacra, come fece poi
spirito

l
Un'invettiva, insomma, nella quale erano
Boulanger
indicate tutte le parti che dovevano diaccuratamente
gi

il

poi entrare a comporre il grandioso elogio che il secolo decimonono avrebbe indirizzato al Vico. Nacque per tal modo
tra gli

autore;

uomini
di

di chiesa

una certa diffidenza verso questo


tempo

che, tra l'altro, fu effetto pi tardi, al

della restaurazione, la polemica antivichiana del

vescovo

Colangelo, preceduta da un giudizio del regio censore Lorenzo Giustiniani, che diceva la Scienza nuova: un libro
il

quale diede luogo a segnare un'epoca molto infelice in

Europa

La

il Vico
porse materia a un libro
pi oltre in questo volume, p. 339.

critica dei cattolici contro

assai istruttivo del

Labanca:

cfr.

II.

FORTUNA DEL VICO

321

Quasi a contrasto, tra

i
giovani che in Napoli, sulla
secolo deci mot tavo, coltivavano con ardore gli

del

line

studi sociali e politici e

imminente rivoluzione,
rato

come

si
il

accingevano all'opera attiva della


Vico cominci a essere conside-

scrittore anticlericale e anticattolico, e sorse la

leggenda (ricordata in altra parte di questo volume ') che


il Vico avesse di proposito e per
accorgimento reso oscuro
il suo libro per salvarsi dalla
censura ecclesiastica. Quei
giovani presero a leggere e a vantare la Scienza nuova;
disegnarono di ristamparla, perch era divenuta rara, con

opere dell'autore e con gli scritti inediti; prepararono lavori espositivi e critici sul sistema filosofico e sto-

le altre

rico del Vico; taluno, come il Pagano, si prov a rielaborarlo mescolandolo con le idee del sensismo francese,

tal

altro,

come

il

non ne fu

Filangieri,

bench molto

lo

ammi-

dai sogni

del pi roseo rifortedesco Gerning, che capit a Napoli,


not questo fervore di studi intorno al Vico e augur una
rasse,

mismo;

nel 1797

distolto

il

traduzione o almeno un estratto tedesco della Scienza nuova.

E quando

caduta della repubblica napoletana del 1799


spinse quei giovani (quelli, tra essi, che scamparono dalle
la

stragi e dai

patiboli

della

reazione borbonica) agli

nell'Italia superiore e specialmente in

del Vico ebbe

suoi primi ardenti

Lombardia,

al

esili

fama

apostoli e missionari.

Vincenzo Cuoco, Francesco Lomonaco, Francesco


altri patrioti meridionali fecero

la

Salii

conoscere la Scienza nuova

Monti, che ne tocc nella sua

di Pavia del 1803

Ugo

prolusione universitaria
Foscolo, che ne accolse parec-

chi pensieri nel carme dei Sepolcri e nei saggi di critica;


ad Alessandro Manzoni, che doveva poi istituire nel Discorso sulla storia longobarda un celebre raffronto tra il

Vico e

Si

il

Muratori; e ad

veda sopra,

B. Cuoce, La

filoso/la

altri

minori.

Il

Cuoco inform

pp. 285-6.

di Giamhaltisia Vico.

81

322

APPENDICE

intorno al Vico
Histoire
esule,

il

il

Degrando, che allora lavorava

di Giulio Michelet;
coli

alla

sua

compare
sgstmes philosophiques; un altro
De Angelis, metteva la Scienza nuova tra le mani
des

il

Salti

discorreva del Vico negli arti-

Revue encyclopdique

della

scritti in francese.

in

volumi ed opuscoli

Anche per suggerimento

di quei napoMilano ristampata la Scienza nuova;


e altre edizioni e raccolte di opere minori vicinane non
letani, fu nel 1801 a

tardarono a comparire. Per tali vicende, e in quel pridecennio del secolo decimonono, il Vico, da reputa-

mo

zione quasi esclusivamente municipale e napoletana, per-

venne a reputazione nazionale e italiana.


Senonch, conforme alle loro personali disposizioni e
tendenze del tempo,

alle

mento che
siero, fu

di

il

primo

e principale

ammaestra-

patrioti .studiosi del Vico trassero dal suo pen-

politico o di filosofia

politica

e cio, la

quel giacobinismo e di quel filogallismo che

fatto cosi cattiva

siero del

Vico

li

critica

avevano

prova negli avvenimenti del 1799. Il penguid a concetti pi concreti, e gener

un'opera di capitale importanza, il Saggio storico sulla rivoluzione, napoletana (1800) di Vincenzo Cuoco. Similmente,
alcuni decenni dopo,

Ballanche, nei suoi JEssais de palingnesie sociale (1827), scriveva che il Vico, se fosse stato
noto in Francia nel secolo decimottavo, avrebbe esercitato
il

un'azione moderatrice e benefica sulle rivoluzioni sociali

che seguirono.

Un

altro

particolare aspetto

del Vico, la

riforma ch'egli aveva iniziata della metodologia storica


e della scienza sociale a servigio della storia, fu avvertito
e lumeggiato

Sulla natura

umane

dall'archeologo Cataldo Iannelli nel libro:


scienza delle cosa e delle storie

e necessit della

Foscolo principalmente, e coloro che da


presero ispirazione, fecero penetrare nella critica e storia letteraria qualcosa delle concezioni vichiane sulla in(1818). Il

lui

terpetrazione storica della poesia.

II.

FORTUNA DEL VICO

323

Invece, in Germania, il Jacobi, che aveva letto il De


<intiquissima, si collocava subito nel centro del pensiero

scorgendo e additando ln dal 1811, nel


suo libro Uber den gottlichen Bingen und ihrer Offenbafilosofico vicinano,

tra

ning, lo stretto rapporto

sione del vero col fatto,


si

il

conver-

principio della

e la teoria kantiana

che non

intendere

se non
perfettamente concepire
di
grado
costruire; dalla quale un sol
conduceva poi (egli notava) al sistema dell'idenLa medesima cosa riconobbe il Baader, che trovava
e

possa

ci che si in
passo
tit.

sistema la conferma e

fondamento del prinbuona traduzione della


Scienza nuova, pubblicata nel 1822 dal Weber, non sembra
avesse fortuna; n del Vico sembra che conoscesse nulla lo
in questo

cipio enunciato

dal Vico.

Ma

il

la

Hegel, che tante affinit sostanziali e formali

(in ispecie

nella

Fenomenologia) ha col pensatore napoletano e al quale doveva essere rimproverata la mania triadica, come gi il
cattolico Finetti aveva rimproverato il Vico di star sempre

sulla regola del

trine

filologiche

Bockh

tre .

tedesche

e di tanti altri

riscontri

delle

nuove dot-

del

Niebuhr, del Miiller, del


con quelle vicinane furono volen-

messi in luce; e caratteristico l'atteggiamento del


Niebuhr, il quale, conoscesse o no l'opera del Vico quando
tieri

pubblic la prima edizione della sua Eomische Geschichte,


conobbe senza dubbio dipoi per comunicazione che gliene

la

lece

il

Savigny e per

l'articolo

di confronto:

Vico

und

Niebuhr, pubblicato nel 1816 dallo svizzero Orelli; eppure

continu a tacerne per non si sa quale dispregio o dispetto,


nel che fu imitato poco lodevolmente dal Mommsen.
In Francia, la divulgazione del pensiero del Vico si dovette al Michelet, che ne tradusse le opere e che ancora
negli ultimi suoi anni chiamava l'Italia: cette seconde mre
et nourrice qui, jeune, m'allatta de Virgile, et, mar, me nourrit de Vico, puissants
cprdiaux qui tant de fois ont renou-

324
vele

APPENDICE

mon

scrisse

cceur

che

il

Michelet, per

il

primo

o tra

primi,

Vico non era stato inteso nel secolo decimot-

il

tavo, perch parlava al decimonono. Fecero corona al Michelet,, oltre

minier, lo

il

Ballanche

gi,

Chateaubriand,

isfuggirono

che

il

il

rapporti tra

Jouffroy, il Ler(a parecchi dei quali non


"Vico e quella filosofia tedesca
ricordato,

il

Cousin

il

Cousin per l'appunto divulgava allora in Francia),

e pi tardi

1 Cournot

il

Laurent,

il

e moltissimi

Vacherot,

De Ferron, il Franck,
ammir il Vico Au-

il

altri: lesse e

guste Comte, che nel 1844 ne scriveva allo Stuart Mill, e

Leone Gambetta ideava, da giovane, una storia


generale del commercio condotta sullo schema vichiano
dei ricorsi
La popolarit ottenuta per qualche tempo
perfino

in

Francia dal nome del Vico fu tanta che vi

si

accenna

scherzosamente in pi luoghi dei romanzi del Balzac e nel


Bouvard et Pcuchet del Flaubert. Ma l'efficacia di un pensiero di quella qualit

duratura

non poteva essere n profonda n

nel tenace intellettualismo e spiritualismo fran-

che essa raggiunse forse


da cercare nelle teorie del Fustel de Coulanges sulla citt

cese. Il pi cospicuo risultato

antica e sull'origine della feudalit.


Ma, per tornare all'Italia, se qui le aspirazioni al risorgimento nazionale, che portavano a rivendicare e celebrare
tutte le glorie italiane, innalzarono

il

nome

del Vico col-

locandolo quasi a lato di quello di Dante, il simultaneo


risorgimento filosofico, nel districarsi dal sensismo e materialismo del secolo decimottavo,

non poteva non

fare capo

all'ultimo grande filosofo idealista italiano e giovarsi del


suo pensiero e valersi della sua autorit. Del Vico si raccolsero allora le opere complete e
zioni dei singoli trattati.

si

poich nel

moltiplicarono

moto

le edi-

politico del Ri-

seguirono e in parte s'intrecciarono due correnti, la neoguelfa e la radicale e il simile accadde in quello
filosofico con le due tendenze idealjstico-cattolica e idea-

sorgimento

si

II.

325

rosminiano-giobertiana e bruniano-hege-

listico-razionale,

liana;

FORTUNA DEL VICO

Vico, cattolico e insieme libero filosofo,

il

com'

assai bene,

facile intendere, alle

si

prestava
opposte simpatie e

due scuole. Si vennero cosi


formando
due immagini diverse, entrambe storicamente giustificate, bench una lo ritraesse piuttosto quale

alle opposte interpetrazioni delle

di lai

egli volle essere e l'altra quale effettualmente fu. Il


cattolici liberali era soprattutto
il

platonico,

lista dei

il

il

mistico del Dio inconoscibile,

prologhi

sofo schiettamente

restante Europa,

tgli

da contrapporre a

della Riforma;

il

tradiziona-

il

perci anche

al Diritto universale, e

italiano

Vico dei

Vico dei punti metafisici,


filo-

quelli della

Vico dei razionalisti,

invece, l'audace ed eretico scopritore della Scienza nuova,


e perci filosofo europeo da mettere nella compagnia di
Cartesio e Spinoza, di Kant e di Hegel. La prima imma-

pu vedere nei

si

gine

Tommaseo

e di altri

menticare quelli

di

pinse

presso

forse

Vico dei cattolici.

i'

filosoft

tra

un nobile

rico Cenni, che, meglio


il

Rosmini, del Gioberti, del

libri del

molti,

quali

scrittore
d

tutti,

non bisogna

di-

napoletano, Enamorosamente di-

La seconda immagine

e critici, che dal 1840 in poi

si

si

ritrova

educarono

alla scuola dell'idealismo

germanico; e segnatamente in
Bertrando Spaventa e in Francesco de Sanctis, che cominciarono a vedere con chiarezza le relazioni tra il Vico e il
pensiero europeo anteriore e posteriore, e a convertire i
semplici accenni e le vaghe impressioni di altri su tal
proposito in interpetrazioni scientifiche e in giudizi determinati. E che gl'interpetri e critici del secondo indirizzo
cogliessero nel segno e quelli cattolico-liberali o cattolicoidealisti si soffermassero in una posizione insostenibile,

riproducendo nella loro irresolutezza


solutezza e l'incoerenza
tra

l'altro,

liberali

ma

dalla

medesima

incoerenza l'irre-

del Vico, era provato,

diffidenza e ostilit che cattolici

pia coerenti (come lo spagnuolo

meno

Giacomo

Bai-

APPENDICE

326

mes) seguitarono a dimostrare tenacemente verso l'autore


della Scienza nuova.

Non

piccola efficacia esercit

italiana del

il

Vico nella storiografia

medesimo periodo, concorrendo a formare un

pi verace senso storico e spesso rischiarando le questioni


che si dibattevano, come quella della condizione delle popo-

romane sotto i Longobardi, a proposito della quale


Manzoni richiam la vichiana libert signorile *. E
suo pensiero domin gli studi di giurisprudenza, special-

lazioni
il
il

mente

nell'Italia meridionale; e,

sebbene non producesse

in

questo campo grandi frutti scientifici, conferi a quei giuristi


un'elevatezza e larghezza di criteri e una concretezza di
giudizi, che rimasero dipoi un ricordo e un desiderio.

Dopo

il

1870, con la decadenza della filosofia in Italia

e fuori, lo studio del

rantennio non

opere di lui.

si

senti

Vico decadde; e per oltre un qua-

neppure

il

bisogno di ristampare

La monografia del Cantoni, che

le

del 1867,

nonostante alcune parti pregevoli, mostra gi chiarissimi i


segni della decadenza, perch tutta fondata sul concetto che

Vico tanto migliore quanto meno metafisico e pi


psicologo e storico; n ci detto in relazione all' intrinseca debolezza che il Cantoni gli addebita in cose di filoil

sofia,

ma

pel sottinteso convincimento, che nel critico,

della vanit di ogni metafisica,


solo nelle

teste

immaginose

buona a suscitare entusiasmi


e confusionarie degli italiani

del mezzogiorno. Al grande idealista della Scienza nuova


fu riserbato perfino l'obbrobrio degli omaggi dei positivisti;

quali, nella loro meravigliosa ignoranza che quasi

innocenza, non dubitavano e non dubitano di allegare a

conferma della loro professione

Si

di fede

veda sul largo influsso vichiano

Storia della storiografa italiana nel secolo


dei nomi.

XIX

in

metodica

il

detto:

quel periodo la mia

(Bari, 1921): cfr. l'indice

II.

veruni
fatto,

FORTUNA DEL VICO

327

ipsum factum ; e cio, a senso loro, il vero il


che si vede e si tocca o che si crede

fatto bruto,

il

di vedere e toccare. Scarsi gli scritti che recarono qualche


serio contributo alla conoscenza di punti particolari delle

sue dottrine. L' interesse pel Vico si ravvivato solamente


nell'ultimo decennio col generale ravvivarsi degli studi
filosofici.
I

due migliori lavori generali intorno al Vico, comsi debbono al cattotedesco Carlo Werner (1881), che ne espose con grande

parsi sullo scorcio del secolo passato,


lico

diligenza le dottrine filosofiche e storiche, giudicandole col


criterio del teismo speculativo (svoltosi sotto l'influsso del

Baader

seconda

quale
senza dubbio assai pi favorevole dello psicologismo del
e all'inglese RoCantoni alla comprensione del Vico;
berto Flint (1884), che scrisse per la raccolta dei Plrlosoe della

filosofia schellinghiana),

il

phicol classics una breve monografia sullo stesso argomento,


esatta nei particolari e, se non profonda, guidata da lim-

pido buon senso. E di recente, mentre il Sorel in Francia


la fecondit di alcune dottrine del Vico e spe-

ha mostrato

cialmente di quella dei ricorsi, tentandone applicazioni alla


storia del cristianesimo primitivo e alla teoria del movi-

mento proletario odierno, in Germania dal Biese e dal


Mauthner ne sono stati richiamati in onore i concetti sulla
metafora e sul linguaggio.
Nondimeno, il Vico non ha ottenuto

il

posto che gli

spetta nei libri dedicati alla storia della filosofia

nei quali

moderna;

o sia quello dello Hoffding o l'altro, che gli

tanto superiore, del Windelband, o qualunque altro


voglia,

il

filosofo italiano,

tutto sotto silenzio,

sia

si

passato del

appena viene ricordato come colui che

Bossuet e prima dello Herder, tentato

avrebbe, dopo
dubbia scienza della
il

quando non

Filosofia della storia .

la

Questa poca
considerazione nasce in parte dalla scarsa conoscenza di

APPENDICE

328

quel che fu realmente


di

Vico, la cui molteplice energia


gnoseologo, di teorico dell'etica, dell'estetica, del di-

ritto,

della

nome

di

il

rimane come seppellita

religione

filosofo della storia .

effetto del contraccolpo

dalla storia

politica

che

dalla

sotto quel
Ma, per un'altra parte,

la storia della filosofia risente

storia

della cultura;

onde

pensatori, la cui fortuna sociale segui quella non felice


dei popoli e degli stati ai quali appartennero, o che per
altre

cause e incidenti non operarono abbastanza largacivilt europea, sono sacrificati ad altri, di

mente nella

gran lunga meno importanti sotto l'aspetto

filosofico,

ma

pi efficaci o pi noti come esponenti di vita sociale e


rappresentanti d'indirizzi di cultura; e dove si terrebbe
impossibile ignorare, a mo' d'esempio, il Paley o il D'Holbach o il Mendelssohn, sembra naturale ignorare un Giambattista Vico, che pure , in mezzo a costoro, gigante tra

pigmei.

Il

che quanto sia storicamente ingiusto dimo-

strato, in tesi teorica, dalla distinzione, su cui insistiamo,,

tra storia

della filosofia

e storia

della cultura;

e,

nel

caso particolare del Vico, da tutto il nostro lavoro, dal


quale appare evidente la lacuna che la trascuranza dell'opera di lui lascia aperta nella storia generale del pensiero europeo ai principi del secolo decimottavo.

Ili

Cenni bibliografici

Opere del Vico

I.
.1
pi antico scritto del Vico, che ci sia pervenuto,
canzone Affetti di un disperato, composta di certo
prima che l'autore raggiungesse il venticinquesimo anno,
a Vatolla nel Cilento (dove si trattenne per circa un novennio come pedagogo in casa Rocca), e stampata con la

la

data di Venezia, Gonzatti, 1693. Seguirono versi e orazioni


di carattere quasi meramente rettorico.
Il

carattere filosofico

si

accentua nelle

sei orazioni

che

Vico lesse nell'universit di Napoli dal 1699* al 1707 e


che, non messe a stampa da lui, furono poi ritrovate e
il

pubblicate dal Galasso (Napoli, Morano, 1869). In queste


orazioni, sebbene si mostrino alcune tendenze della sua

mente, c' ancora la filosofia tradizionale, non senza qualche traccia di cartesianismo. L'opposizione al cartesianismo, e insieme la professione metodica del Vico, si affer-

mano perla prima

volta nell'orazione perla solenne inau-

gurazione degli studi dell'anno 1708, intitolata:

De

nostri

temporis studiorum rat ione, pubblicata dall'autore stesso

330

APPENDICE

l'anno dopo (Napoli, Mosca, 1709). Un lungo cscurso ( 1215) contiene uno schizzo della storia della giurisprudenza
romana, primo saggio degli studi storici che condussero

pi tardi al Diritto universale e alle due Scienze nuove.


L'anno seguente apparve la prima costruzione filosofica e

storica

del Vico:

pientia ex linguai

latiice

il

De antiquissima

italorum

originibus emenda, o meglio

il

sa-

solo

primo libro (Napoli, Mosca, 1710); gli altri due non furono
mai pubblicati, ma di quel che dovessero contenere pu dare
idea ci che se ne dice nell' Autobiografa. Oltre la gnoseologia (nella prima forma) e la metafisica del Vico (da lui mantenuta poi sempre salda), il De antiquissima tenta di ritrarre
la prima volta la sapienza primitiva o un caso particolare di quella sapienza (l'italica); quantunque, come si
gi detto nel testo del nostro lavoro, il tentativo sia fondato

per

sull'idea che quella sapienza fosse filosofica, e condotto col


criterio della trasmissione delle civilt dal Vico poi rifiutato,

come

rifiut l'opinione tradizionale, ivi

ancora accolta,

dell'origine ateniese della legge delle dodici tavole. Inaccettabile

che

il

giudizio del Cantoni (G. B. Vico, p. 38)


antiquissima formi una strana anomalia nella

dunque

De

il

storia del pensiero del Vico, essendo contrario a

tutta la

sua vita scientifica, alle sue tende'nze, ai principi e al metodo che quasi universalmente applic poi nelle sue ricerche
storiche

*,

ed vero l'opposto, che esso

del futuro svolgimento, senza del

tendere

il

pensiero

posteriore.

quale

come ad alcune

primo anello

impossibile in-

Le censure, che

nale de' letterati d'Italia (1711, tomi


alla tesi storica

il

e Vili)

il

Gior-

mosse

cosi

delle tesi filosofiche del

De

antiquissima, dettero origine a due importanti Risposte


del Vico (Napoli, Mosca, 1711 e 1712), nelle quali le sue
idee gnoseologiche e metafisiche sono difese e schiarite. Alla
parte non pi messa in istampa del De antiquissima si rian-

nodavano

le

meditazioni di

filosofia della

medicina, dalle

CENNI BIBLIOGRAFICI

III.

3?>1

Vico trasse un opuscolo: De (Equilibrio corporis animantis, che molti anni dipoi pensava di pubblicare e che

quali

il

-andato

perduto

onde

di quelle,

come

delle

sue specula-

zioni di fisica (che dovevano costituire il Liber physicus),


non si sa altro se non ci che egli stesso dice nell'autobiografia.

Tralasciando
quali

il

per commissione, dei

gli scritti rettorici e

pi esteso

il

(Napoli, Mosca, 171 G),

De

rebus gestis Anton ii Campitevi


nuovi frutti del suo pensiero (che

and concentrando sui problemi morali e storici), prima


accennati in una prolusione del 1719 della quale il sommario nell'autobiografia, furono condensati dal Vico, in
si

italiano, nel 1.720, in

pagine

fitte

un programma a stampa

a due colonne, noto sotto

il

nome

di

quattro

di Sinopsi

del diritto universale, e svolti nell'ampia trattazione: De


universi iuris uno principio et fine uno liber units (Napoli,
Mosca, 1720), compiuta l'anno dopo dal Liber alter qui est
de constantia iurisprudentis, e accresciuta nel 1722 dalle

Kotce in dioos libros, ecc., che rappresentano

avanzamento

un

ulteriore

suole designare nel


suo complesso, seguendo l'esempio dello stesso autore, col
nome di Diritto universale.

Questo

(ivi)

libro,

presenterebbe
giudizio non

il

la

quale opera

si

secondo

il

culmine

dell'attivit scientifica del Vico:

meno

Cantoni (op.

inaccettabile del

(Opp., V, 10-11) rifiut

il

cit.

p. 243), rap-

precedente. L'autore

Diritto universale, perch gli pa-

reva che vi perdurassero il pregiudizio e


scendere dalla mente di Platone e
degli

la

pretesa di
a

altri filosofi

quelle degli uomini primitivi, onde in esso avrebbe errato

in alquante materie ma
bozzo della Scienza nuova
sulla poesia vi sono

anche a ragione, abqual veramente. Le idee

lo disse
,

ancora perplesse, Omero non

vi an-

cora un mito, i canoni mitologici sono meno unitari di quel


che divennero poi, per l'origine delle XII tavole si affaccia

APPENDICE

332

un'ipotesi ibrida, la teoria dei ricorsi vi appena debolmente adombrata, e insomma cosi la storia ideale eterna

come la gnoseologia, sulla quale essa si fonda, sono ancora immature. L'opera rifusa nelle posteriori, salvo ci
che riguarda la generale filosofia etica e giuridica (che non
molto originale) e salvo alcuni svolgimenti storici che
nelle opere posteriori ricompaiono solo in accenno.

andato perduto

divisa in due
trine

libri,

manoscritto di

il

in cui

per via negativa

mente polemico. In modo


cisa,

le

ritrovano

comune natura
principi di

positivo, invece, e in

nei Principi

espose

torno alla

un'opera italiana,
Vico esponeva le sue dotossia con metodo prevalenteil

forma con-

una Scienza nuova

di

delle

nazioni, per

la quale

in-

naturale

altro sistema del diritto

Mosca, 1725), che sono coKOsciuti con


denominazione (anche questa proveniente dall'autore

delle genti (Napoli,


la

Prima scienza nuova.


Nello stesso anno in cui pubblic

medesimo)

di

nuova, cio nel


studi:

Vita

1725,

il

Vico narr

la
la

Prima
storia

scienza
dei suoi

G. B. V. scritta da s medesimo, che fu

di

inserita nella Raccolta di opuscoli scientifici e filologici del

Caloger (Venezia, Zani, 1728, voi. I, pp. 145-256). Dei


minori scritti di questo periodo sono notevoli altres le
in morte della contessa di Althann (1724) e
marchesana della Petrella Angiola Cimini (1727); il

due orazioni
della

volumetto Vici vindicice (Napoli, Mosca, 1729), contenente

una

difesa di carattere personale (con un'importante digres-

sione teorica sul riso) contro una maligna noterella inserita negli Acta lipsiensia del 1727 intorno alla Scienza

nuova; e alcune lettere bellissime


gioli, all'Esperti, al

la

sua opera e

De Vitry

al Giacchi, al

Degli An-

e al Solla, sul contrasto tra

condizioni degli studi a quel tempo.


scienza nuova il Vico pens di aggiungere
le

Alla Prima
una lunga serie

di Annotazioni

(effettivamente poi scritte

III.

ma

333

CENNI BIBLIOGRAFICI

andate disperse) in una ristampa che se ne preparava a


il 1728 e il 1730. Ma poich questa non ebbe

Venezia tra
pi effetto
se

e,

non

d'altro canto, quel libro

non proprio per

le

lo

soddisfaceva

materie (egli dice), per l'ordine terisolse a dare un'esposizione affatto

nuto (Opp.,'V, 11), si


nuova delle sue dottrine nei

una Scienza nuova d'intorno

de' principi di

libri

Cinque

comune natura

alla

delle na-

questa seconda impressione con pi propia maniera condotti e di molto accresciuti (Napoli, Mosca, 1730),

zioni, in

formano

che

Cantoni

una

la

Seconda scienza nuova. Quantunque

il

consideri quest'opera come


degenerazione del pensiero del Vico, essa
risultato necessario e la forma perfetta a cui

(op. cit., pp. 238-9)

senile

invece

il

mettono capo

tentativi

ed

precedenti;

De antiquissima

libro

il

che,

con l'autobiografia, basta


a fornire tutto l'essenziale per la conoscenza del pensiero
di lai. Nel Diritto universale e nella Prima scienza nuova
insieme col

pu spigolare soltanto qualche particolare dipoi tralasciato; ma, pel resto, vi compaiono le medesime dottrine
della Seconda scienza nuova in un modo meno profondo

si

meno

sicuro,

e,

meno

certamente,

vichiano.

Il

con-

fronto particolare tra queste tre opere fu eseguito con


diligenza nei sommarietti apposti dal Ferrari alle sue edizioni della Prima e della Seconda scienza nuova e moltis;

simi altri riscontri e pi particolareggiati possono vedersi


ora nella edizione della Scienza nuova, curata dal Nicolini.

Anche

alla redazione

mutarne l'ordine
tra

1731 e

il

il

del 1730

e la sostanza,

V., senza quasi

il

pi

and facendo, negli anni

1736 circa, molte

variazioni

aggiunte,

che poi incorpor per gran parte nel testo in un manoscritto definitivo, sul quale fu condotta l'edizione dei Principi di

una Scienza nuova d'intorno

poli,

alla

comune natura

morte del V. (Nanella stamperia muziana, 1714). Sono serbati nella

delle nazioni, uscita

sei

mesi dopo

la

334

APPENDICE

Biblioteca nazionale di Napoli gli autografi cosi di questo


manoscritto come di due altri anteriori di aggiunte e correzioni, dai quali trassero alcuni

Giordano (Napoli, 1818) e


ora tutti
lini

per

Dopo

la

la

brani rimasti inediti

il

Del Giudice (Napoli, 1862), e


brani inediti e le varianti ha estratto il Nicoil

sua edizione.

Seconda scienza miova,

sime cose: notevoli, tra

il

Vico scrisse pochisDe mente heroica

esse, l'orazione

(Napoli, 1732), l'aggiunta all'autobiografia (1731) e alcuni


sonetti, nei quali, sebbene composti (come quasi tutti i suoi
versi) per occasione e

l,

una

fecero due raccolte,

una

commissione, risuona, qua e

nota personale.
II

Ristampe, raccolte e traduzioni

Degli

scritti

minori del Vico

si

delle sole Latince orationes, a cura di F. Daniele (Napoli,


1766), e l'altra, ricca di cose inedite ma non esente da

raffazzonature dell'editore, degli Opuscoli italiani e latini,


in quattro volumi, a cura di C. A.

larosa (Napoli, 1818-1823).

Il

de Rosa marchese di Vil-

Villarosa ebbe

avanzava delle carte del Vico dal

tutto ci che

figliuolo di costui,

Gen-

naro; e i preziosi autografi si serbano ancora a Napoli


in casa dei miei cari amici ingegneri Tommaso e Vincenzo,

de Rosa

di Villarosa.

Delle Opere complete la prima, e si pu dire unica edizione perch riprodotta in tutte le altre, quella di Giuseppe Ferrari in sei volumi (Milano, Classici italiani, 1835-7),

ristampata con qualche miglion*nento nel 1852-54. Le


Opere a cura di N. M. Corcia (Napoli, tipografia della Si-

due voli.), sono, invece, una scelta; e le Opere


a cura di F. Preclari (Milano, Bravetta, 1835) si arrestano
al primo e disordinato volume. Incompleta e disordinata
billa, 1834,

CENNI BIBLIOGRAFICI

III.

anche l'edizione

335

di Napoli, Iovene, 1840-41, che segue l'edi-

ma pur contiene qualche bazzecola inedita.


Materialmente condotta sulla ferrariana, e poco corretta,
zione del Ferrari,

l'edizione napoletana delle Opere


la tipografia dei Classici

tore

in otto

Morano)

(i

primi volumi presso

italiani, e gli

volumi (III, 1858,

altri

presso l'edi-

III, 1861,

IV, 1859,

V-VI, 1860, VII, 1865, Vili, 1869); la quale, per altro, e


la pi completa di tutte, essendovi unite la Sinopsi, le Istituzioni oratorie e le Orazioni latine edite dal Galasso (che

vennero fuori dopo l'edizioAe Ferrari); vi sono aggiunte


anche versioni italiane del De ratione, del De antiquissima
e del Diritto universale, a cura dell'avv. F. S.
Scritti inediti o sparsi del V.,

non compresi

Pomodoro.
in

nessuna

edizioni, sono raccolti nel Croce, Bibliografa vichiana e Primo e Secondo supplemento, e Nuove ricerche,
di tali

2;

un opuscolo di B. Donati: si veda pi oltre.


edizione critica della Seconda scienza nuova stata

e in

Una

pubblicata nella Collana dei classici della filosofia moderna


da B. Croce e G. Gentile (Bari, Laterza, 1911-16,

diretta

Fausto Nicolini, che si e valso


per essa degli autografi ed ha arricchito l'edizione Ferrari,
che conteneva solo i brani soppressi di quella del 1730,
voli. 3).

di tutti

dovuta

al

d. r

brani delle redazioni intermedie fino al testo del

1744; ha, inoltre, riscontrato

le citazioni

vichiane e recato

luoghi degli autori classici e moderni ai quali

in nota

riferiva

il

V.

additati

si

molti errori d'erudizione, procu-

rando sempre che fosse possibile di mostrarne


schiariti

la genesi;
punti oscuri col riferimento alle altre opere del
finalmente, ha riformato (secondo un desiderio

Vico; e,
pi volte espresso anche da autorevoli letterati come il
Tommaseo) l'ortografia e la punteggiatura. Dell'edizione
ferrariana sono riprodotti in questa del Nicolini, ma algli utili sommarietti-. In un'ampia intro-

quanto ritoccati,
duzione si studia

il

Vico scrittore e

si

da notizia delle sue-

336

APPENDICE

cessive redazioni e rimanipolazioni

due escursi mostrano come


teoria omerica e

vole; e le ricerche

minuto indice

della Scienza nuova',

Vico giunse via via alla sua


all'altra analoga sulla Legge delle XII Tanei

tre

il

volumi sono agevolate da un

analitico.

Lo stesso Nicolini, col Croce


una nuova edizione delle Opere

col

Gentile, attende a

complete, che far parte

della raccolta degli Scrittori a" Italia del

Laterza e

il

cui

disegno e indice particolareggiato si pu leggere nel Croce,


Secondo supplemento alla Bibliografia vichiqna (pp. 102-113).
Di questa edizione sono stati pubblicati il voi. I {Le orazioni inaugurali,

il

De

italo rum sapientia e le

polemiche, a

cura del Gentile e del Nicolini, 1914), e il voi. V {L'autobiografia, il carteggio e le poesie varie, a cura del Croce, 1911).
Le opere latine del V. sono state pi volte tradotte in
italiano: il De antiquissima da un anonimo, che forse fu
Vincenzo Monti (1816), e poi dal Sarchi (1870); il primo
libro del Diritto universale dal Corcia (1839), dall'Amante
(1841), dal Giani (1855) e dal Sarchi
libri,

nonch

il

De

ratione e

il

(1866), e tutti

due

De

antiquissima, come si
Seconda scienza nuova fu

gi detto, dal Pomodoro. La


tradotta in francese, ma molto abbreviata, da Giulio Michelet (col titolo: Principes de la philosophie de l'histoire,
Paris, Renouard, 1827, e pi volte ristampata), e di nuovo,

completa, da un anonimo che si designa come l'auteur


de l'Essai sur la formation du dogme catkolique e che
fu la principessa di

Renouard,

1844).

Belgioioso

Completa anche,

la traduzione tedesca di

W.

Cristina Trivulzi

(Paris,

ottime note,
(Leipzig, Brock-

e fornita di

Weber

E.

suggerimenti e aiuti ebbe da Gaspare


inglese, si ha solo la versione del libro su

haus, 1822), che


Orelli.

In

Omero, condotta
nell'opera

di

II.

sulla

francese del

Michelet

inserita

Nelson Coleridge, Introduction

study of the greek classic poets (3.

ediz.,

to

the

London, Murray,

1846). Il

337

CENNI BIBLIOGRAFICI

III.

Michelet tradusse alcune delle operette minori


si accompagnano alla Scienza nuova nell'edi-

del V., che

zione CEuvres choisies de V. (Paris,

Hachette, 1835, e in

ristampe). Del primo libro del Diritto universale si ha un


compendio in tedesco di K. H. Miiller, primo volumetto
di

una

serie

non

proseguita di Kleine

Schriften del V.

(Neubrandeburg, Brnslow, 1854).

Ili

Biografia dkl Vico

supplemento dell'autobiografia,

come continuazione
degli Opuscoli, voi.

di
I

il

Villarosa raccolse

anni della vita del Vico, e

le notizie degli ultimi

scritto

quello

nella

le

mise

sua edizione

(1818).

Questo supplemento, e tutto ci che di poi venuto


fuori di documenti o di ricordi di contemporanei intorno
al V., si trovano raccolti nel quinto volume della nuova
edizione, annunziata di sopra
intitolato: L'autobiografia,

il

(p. 303),

delle opere del V.,

carteggio e le

poesie varie, a

cura di B. Croce (Bari, Laterza, 1911). Posteriormente,


alcune aggiunte, in Croce, Nuove ricerche, 1, e Nuove
curiosit storiche (Napoli, Ricciardi, 1922), pp. 123 52, e nel

volumetto del Donati.

IV
Letteratura intorno al Vico

Le

monografie intorno al Vico, che possano


con frutto (quella del Ferrari, pur cosi
benemerito editore, La mente del V., degna di essere
tre

sole

ancora essere

lette

pietosamente dimenticata), sono


B. Croce,

La

filosofa

di Giambattista Vico.

22

APPENDICE

338

Carlo Cantoni, G. B.

1.

V., studi critici e

comparativi

(Torino, Civelli, 1867). Cfr. per alcune riserve A. Faggi,


in Rivista filosofica italiana, voi. IX, 1906, pp. 593-606, e

G. Gentile, in Critica, voi. V, 1907, pp. 197-201.


2. Karl Werner, G. B. V. als Philosoph und gelehrter
Forscher (Wien, Braumller, 1881). Cfr. Zeitschrift far Phi-

und philos. Kritik, voi. LXXII, 1883, pp. 139-152.


Robert Flint, V. (Edinburgh a. London, 1884). Tra-

losophie
3.

duzione italiana

veda

Si

ci

di F. Finocchietti (Firenze,

che intorno a esse

si

1888).

detto

di

sopra,

pp. 326-7.
Dei lavori hi'cvi di carattere generale hanno singolare

pregio
1.

alle

B. Spaventa, G. B. V., in Prolusione e introduzione

lezioni di filosofia (Napoli, Vitale,

opera ristampata col

titolo:

La

pp. 83-102:
filosofia italiana nelle sue
1862),

relazioni con la filosofia europea, a cura di G. Gentile (Bari,


si veda a pp. 111-135 di questa ristampa.
de Sanctis, Storia della letteratura italiana (Na-

Laterza, 1908);
2.

poli,

F.

Morano, 1870; molte ristampe),

3. F. Fiorentino, Lettere sopra la

voi. II, pp. 342-362.


'

Scienza nuova

'

(Fi-

renze, 1865); ristampate in Scritti vari (Napoli, Morano,


1871), pp. 161-211.
4.

E. Cauer, G. B. V.

und

seine Stellung zur

modernen

Wissensciaft (nel Deutsclies Museum, diretto da R. Prutz


e W. Woelfsohn, Leipzig, Hinrichs, a. I, 1851, voi. I,

pp. 249-265).
Per la trattazione pi o
sono da tenere presenti

meno

larga di parti speciali

1.

F. A.

Wolf, G.

B. V. iiber den

Homer

(nel

der Alterthumsicissenschaft, Berlino, 1807, voi.

II,

Museum
pp. 555-

570).
2.

sches

J.

K. von Orelli, V. und Nebuhr (nello Scnceizeridi Aarau, voi. I, p. 184 segg.).

Museum

III.

C. Iannelli,

3.

CENNI BIBLIOGRAFICI

Sulla natura

delle cose e delle storie

umane

839

necessit

della scienza

(Napoli, Porcelli, 1818, e Mi-

lano, Fontana, 1832).

una

Exierico Amari, Critica di

4.

scienza della legisla-

zione comparata (Genova, Istituto dei sordomuti, 1857). Cfr.


intorno a questo libro K. Werner, E. A. in seinem Verhltniss

zu G. B. V. (Wien, 1880; dai Sitzung sberi elite der

phil.-histor.
voi.

Classe della

Accademia imperiale

di

Vienna,

XCVI).

F. Acri, Teoria del V. intorno alle idee o paradimmi


Abbozzo di una teoria delle idee, Palermo, Lao, 1870;
e con modificazioni nel volume
Vidcbimus in cenigmate,
5.

(in

Bologna, Mareggiani, 1907, pp. 287-313).


E. Cenni, esposizione della metafisica del V., a pp. 109182 del volume nel quale nessuno la cercherebbe, perch
6.

il

titolo

suona: Considerazioni sull'Italia ad occasione del

traforo del Gottardo (Firenze,

E. .Bouvy,

7.

De

Cellini,

1884).

V. Cartesii adversario (Paris, Hachette,

1889).
8. E. Bouvy, La critique dantesque au dix-huitime
de: Dante et V. (Paris, Leroux, 1892).
9.

rigi,

sie-

G. Sorel, Etude sur V. (nel Devenir social, di Pa1896); e si veda, altres, dello stesso au-

voi. II,

tore: Le systme historique de

Renan

(Paris, Jacques, 1905),

passim.
10. B.

Labanca, G. B. V.

poli, Pierro,
11.

suoi critici cattolici (Na-

1898).

G. Rossi, V. nei tempi di V. (nella Rivista

italiana, voi. II,

filosofica

1899, pp. 294-319, e seconda parte, ivi,

voi.

X, 1907, pp. 602-G34).


Maugain, Etude sur revolution intellectuelle de
l'Italie de 167 1750 environ (Paris, Hachette, 1909).
12. G.

13. G. Finsler, Homer in der Neuzeit


Goethe (Leipzig, Teubner, 1912).

von Dante

bis

APPENDICE

340

Studi vichian

G. Gentile,

14.

1915). Contiene, tra l'altro,

Lo svolgimento
Giorn. stor. d.

Principato,

della filosofia di G. B. V., pp. 15-143.

Nicolini, Ferdinando

15. P.

(Messina,

un'importante monografia su

leti.

Hai.,

Galloni

1918, voi.

LXXI.

G. B. V.,

in

Divagazioni omeriche (Firenze, Ariani, 1919).


0. v. Gemmingen, Vico, Hamann und Herder, Inau-

16. Id.,
17.

gural-dissertation (Bona-Leipzig, Noske, 1918).


18. A. Scrocca, G. B. V. nella critica di B. Croce (Napoli, Giannini, s. a., ma 1919), dal punto di vista cattolico.

Benvenuto Donati, Autografi

19.

documenti vichiani

note per la storia del pensiero del

inediti o dispersi,

V*.

(Bologna, Zanichelli, 1921).


20. Circa i miei lavori precedenti sul V., si avverta che
la materia del capitolo sulla dottrina estetica vichiana,
5

(Bari, Laterza, 1922), cap. V, pp. 249-

265, rielaborata in

forma pi matura nel capitolo IV della

B. Croce, Estetica

presente monografia;
VI,

pp.

1908,

lo scritto sull'Etica del V. (in Critica,

71-77)

rifuso nei capp.

Lineamenti di

quello sui

storia, letteraria

VI- Vili; e cosi


in G. B, V.

(ivi,

pp. 460-80), nei capp. XVI e XVIII gli altri scritti sparsi
hanno, in genere, interesse solamente erudito, filologico o
;

polemico.

Posteriormente alla

ho pubblicato:

1.

prima ed. di questo libro,


Le fonti della gnoseologia vichiana (in

Atti d. Acc. Pontan., voi.


sullo Hegel
2.

La

e altri scritti

XLII

ristamp. nel voi. Saggio

di storia della filosofia, Bari, 1913);

dottrina del riso e dell'ironia in G. B. V., ristamp.,

ivi; 3. Il Vico e la critica omerica, ristamp., ivi; 4.

cesco

Bianchini

tiche (Bari,

Fran-

G. B. Vico, ristamp. in Conversazioni

1918), II, 101-109;

5.

cri-

Il Vico e Gius. Ferrari,

124-30. Dell'influsso del V. sugli studi italiani nel


corso del secolo decimonono ho trattato ampiamente nella
ivi,

II,

Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono (Bari,

III.

341

CENNI BIBLIOGRAFICI

1921). Sulla posiziono del V. nella storia della critica dantesca, v.

La

poesia di Dante

a
(3.

ed., Bari, 1922), pp. 173-4,

179-80.

Del resto, tutta

la letteratura

vichiana (con estratti dei

libri, opuscoli e articoli pi rari e

come

tutte le pi

minute notizie

con documenti

inediti),

sulle edizioni degli scritti

si trovano raccolte nelle tre memorie, alle quali


pi volte si fatto riferimento: B. Croce, Bibliografa vichiana contenente nella parte I il catalogo delle edizioni,
traduzioni e manoscritti delle opere di G. B. V. ; nella

del V.,

parte li, quello dei giudizi e lavori storico-critici intorno


al V. sino all'anno corrente; nella parte III, lettere inedite
del V. e al V.,
rie

documenti

e altri scritti inediti

o rari, e va-

appendici illustrative (Napoli, 1904; estratto dagli Atti

dell'Accademia

pontaniana l di Napoli,

pp. xn-127, in 4.);

Supplemento

voi.

XXXIV,

di

alla Bibliografia vichiana

1907; estr. dagli Atti cit., voi. XXXVII, di pp. 34,


in 4.), e Secondo supplemento (ivi, 1911, estr. dagli Atti cit.,
(ivi,

riunite

anche tutte e tre in


volume col titolo Bibliografia ciciliana, raccolta
di tre memorie presentate all' Accademia pontaniana di Napoli nel 1903, 1907 e 1910, con appendice di F. Nicolini
(Bari, Laterza, 1911). Continuazione di queste memorie

XL,

voi.

un

di pp. 116, in 4.);

sol

le Nuove ricerche sulla vita e le opere del V. e sul vchismo, in Critica, voli. XV-XIX, 1917-21. Si veda anche
Per la biografia di G. B. V., ivi, XIX, pp. 371-87 (e ora

sono

in

Nuove

123-52).

curiosit

storiche, Napoli,

Ricciardi, 1922,

pp.

INDICE DEI NOMI

Attico Tito Pomponio, 89.


Attilio Regolo, 176.

A bramo,

Aubignac

152.

Achille, 102, 130, 191, 192-4, 195,


199, 238.
Acilio Glabrione, 203.
Acquaviva M., 143.
Acri F., 339.

Adamo,

178, 191, 192, 193.

Agide, 176.
Agostino (s.), 169.
Alcinoo, 192, 195.
Alessandro, 94, 130, 137, 221.

Amante E., 336.


Amari E., 339.
Anacreonte,

202..

Anfitrione (iscrizione

di),

196.

Angelis (de) A., 322.


Angelis (de) Gh., 305, 332.
Annibale, 165.
Anteo, 187.
Apollo, 102, 168, 187.
Arcbiloco, 185.
Ariosto, 233.
Aristarco, 195.
Aristide, 92, 130, 204.
Aristotele. 15, 25, 35, 48, 51, 53,
70, 94, 97, 145, 175, 182, 202,
298.
Arnaud, 241.
Ascalona (duca d'), 290.

Atlante, 164.

198, 199.

Baader, 323, 327.


Bachhofen, 256.

53.

Adriano, 222.<