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Kant (1724-1804)

Il problema generale
La Critica della ragion pura è un’analisi critica dei fondamenti del sapere. Il capolavoro di Kant
prende la forma di un’indagine atta a valutare due attività conoscitive: scienza (matematica e fisica)
e metafisica. La scienza e la metafisica si presentavano in modo diverso, infatti se la prima appariva
come un sapere fondato ed in continuo progresso; la seconda, con il suo voler procedere oltre
l’esperienza, non sembrava aver trovato il cammino sicuro della scienza. Poiché il pensiero scettico
di Hume aveva minato alla base non solo i fondamenti ultimi della metafisica, ma anche quelli della
scienza, secondo Kant era necessario riesaminare globalmente sia la struttura sia la validità della
conoscenza, così da poter rispondere concretamente riguardo questi due campi del sapere. Kant
respinge lo scetticismo scientifico di Hume, ritenendo che non ha senso dubitare della scienza,
mentre condivide lo scetticismo metafisico che porta l’uomo ad abbandonare i confini del
verificabile per avventurarsi negli spazi della metafisica. La ricerca di Kant prende la forma di uno
studio teso a stabilire come siano possibili la matematica e la fisica in quanto scienze e come sia
possibile la metafisica in quanto disposizione naturale e scienza. Mentre nel caso della matematica e
della fisica si tratta semplicemente di giustificare una situazione di fatto, chiarendo le condizioni
che le rendono possibili, nel caso della metafisica, si tratta di scoprire se esistano condizioni che
possano legittimare le sue pretese di porsi come scienza, o se sia condannata alla non-scientificità.

I “giudizi sintetici a priori”


Kant per poter rispondere alla domanda ultima e fondamentale della prima Critica, ossia “se la
metafisica sia possibile”, deve partire dall'analisi delle discipline la cui scientificità è indubitabile.
Una volta trovato il fondamento scientifico della matematica e della fisica potrà constatare se anche
la metafisica possa costruirsi su di esso. L'eredità di Hume è molto importante, infatti Kant gli
riconosce il merito di averlo risvegliato dal suo sogno dogmatico, mostrando che il principio di
causalità non ha una base oggettiva, e, raccogliendo la sfida lanciata da Hume, intende mostrare che
la conoscenza umana può essere universale e necessaria, ed al contempo feconda. Perciò Kant apre
il suo capolavoro con un’ipotesi gnoseologica di fondo: ogni nostra conoscenza comincia con
l’esperienza, da ciò non segue che essa derivi interamente dall’esperienza. Infatti, la nostra stessa
conoscenza empirica potrebbe essere un composto di ciò che ricaviamo mediante le impressioni e di
ciò che la nostra facoltà conoscitiva aggiunge da se sola. Questa ipotesi risulta convalidata dalla
presenza dei “giudizi sintetici a priori”. Kant è convinto che la conoscenza umana ed in particolare
la scienza, offra l’esempio di principi assoluti, ossia di verità universali e necessarie. Pur derivando
in parte dall’esperienza, ed attingendo da essa, la scienza presuppone alcuni principi immutabili che
ne fungono da pilastri; un esempio di questi principi sono le proposizioni del tipo: “Tutto ciò che
accade ha una causa”. Kant denomina tali principi “giudizi sintetici a priori”: giudizi poiché
consistono nell’aggiungere un predicato ad un soggetto; sintetici perché il predicato dice qualcosa
in più rispetto al soggetto; a priori perché essendo universali e necessari non possono derivare
dall’esperienza. I giudizi fondamentali della scienza non sono quindi ne i giudizi analitici a priori ne
i giudizi sintetici a posteriori. I primi sono i giudizi che vengono enunciati a priori,
indipendentemente dall’esperienza, in quanto in essi il predicato non fa che affermare, con
un'analisi basata sul principio di non-contraddizione, ciò che è contenuto nel soggetto (il triangolo
ha 3 lati). Di conseguenza tali giudizi, pur essendo universali e necessari risultano infecondi, perché
non ampliano il nostro patrimonio conoscitivo. I secondi sono i giudizi in cui il predicato dice
qualcosa di nuovo rispetto al soggetto in virtù dell’esperienza, ovvero a posteriori (i corpi sono
pesanti). Questi giudizi, pur essendo fecondi, sono privi di universalità e necessità perché poggiano
esclusivamente sull’esperienza. Invece i principi della scienza risultano al tempo stesso sintetici,
ossia fecondi, e a priori, ossia universali e necessari. I giudizi analitici a priori richiamano la
concezione razionalistica della scienza, che pretendeva di partire da taluni principi a priori (=le idee
innate) per derivare da essi tutto il sapere, delineando in tal modo il modello di un sapere universale
e necessario, ma sterile. I giudizi sintetici a posteriori richiamano invece l’interpretazione
empiristica della scienza, che pretendeva di fondare quest’ultima esclusivamente sull’esperienza ,
delineando un sapere fecondo, ma privo di universalità e necessità. Kant ritiene invece, contro il
razionalismo, che la scienza derivi dall’esperienza, ma distaccandosi anche dall'empirismo, sostiene
che alla base della scienza vi siano dei principi non derivabili dall’esperienza. Così la scienza risulta
feconda sia per quanto riguarda la materia, che deriva dall’esperienza, sia per quanto riguarda la
forma, che deriva dai giudizi sintetici a priori, che ne rappresentano i quadri concettuali di fondo.
Così la scienza in virtù di essi è anche a priori, cioè universale e necessaria. Kant ritiene che l'errore
di Hume fu quello di non cogliere la differenza tra i giudizi sintetici ed il principio di causalità.
I giudizi sintetici a priori rappresentano l’elemento che conferisce stabilità e universalità alla
scienza; senza l'esistenza di principi assoluti di fondo essa non potrebbe sussistere.

La “rivoluzione copernicana”
Un altro problema che Kant dovette fronteggiare fu spiegare la provenienza dei giudizi sintetici a
priori. Se non derivano dall’esperienza, da dove derivano? Egli risponde a tale interrogativo
elaborando una teoria della conoscenza, intesa come sintesi di materia e forma. Per materia della
conoscenza si intende la molteplicità caotica e mutevole delle impressioni sensibili che provengono
dall’esperienza (elemento a posteriori). Per forma s’intende l‘insieme delle modalità fisse attraverso
cui la mente umana ordina tali impressioni (elemento a priori).
Kant ritiene che la mente filtri i dati empirici attraverso le forme, innate e comuni a tutti gli uomini.
Per chiarire la teoria delle forme a priori di Kant, gli studiosi utilizzarono il classico esempio che le
paragona a delle lenti colorate con cui noi guardiamo la realtà. Un altro esempio più moderno
paragona la mente kantiana ad un pc, il quale elabora i dati provenienti dall'esterno attraverso una
serie di programmi interni fissi, che rappresentano i codici di funzionamento. In tal modo anche
mutando le informazioni (impressioni sensibili), non mutano gli schemi con cui esse sono ricevute
(forme a priori). La capacità dell'uomo di determinare forme a priori universali e necessarie, ce
contengono i dati della realtà, spiega come noi possiamo formulare giudizi sintetici a priori senza il
timore di essere smentiti dall'esperienza. Ad esempio, sapendo di aver sempre addosso delle lenti
blu permanenti, potremmo dire che anche in futuro che per noi il mondo continuerà ad essere blu.
Allo stesso modo noi possiamo dire con certezza che ogni evento dipenderà sempre da cause ed
esisterà sempre in un rapporto di spazio-tempo, dato che noi possiamo percepire unicamente grazie
al principio di causa , di spazio e di tempo. Come Copernico aveva ribaltato i rapporti fra la terra e
il sole, Kant ribalta i rapporti fra soggetto e l’oggetto, affermando che non è la mente che si modella
passivamente sulla realtà, bensì la realtà che si modella sulle forme a priori attraverso cui la
percepiamo. La nuova ipotesi gnoseologica comporta la distinzione fra fenomeno e cosa in se. Il
fenomeno è la realtà che ci appare tramite le forme a priori, che sono proprie della nostra struttura
conoscitiva. Il fenomeno è l’oggetto della conoscenza in quanto condizionato dalle forme di spazio
e tempo e dalle categorie dell’intelletto. La cosa in sé è la realtà considerata indipendente da noi e
dalle forme a priori mediante cui la conosciamo, per cui per noi rimane incognita.

La facoltà della conoscenza e la partizione della Critica della ragion pura


Kant articola la conoscenza in tre facoltà principali: ogni conoscenza è scaturita dai sensi, da qui va
all’intelletto, per finire nella ragione. La sensibilità è la facoltà con cui gli oggetti ci sono dati
intuitivamente attraverso i sensi e le forme a priori di spazio e di tempo. L’intelletto è la facoltà
attraverso cui pensiamo i dati sensibili tramite i concetti puri o le categorie. La ragione è la facoltà
attraverso cui, procedendo oltre l’esperienza, cerchiamo di spiegare la realtà mediante le idee di
anima, mondo e Dio. La Critica della ragion pura si biforca: nella dottrina degli elementi, che si
propone di scoprire, isolandoli, quegli elementi formali della conoscenza che Kant chiama a priori,
nella dottrina del metodo, che consiste nel determinare l’uso possibile degli elementi a priori della
conoscenza, cioè il metodo della conoscenza medesima. La dottrina degli elementi si ramifica in
Estetica trascendentale, che studia la sensibilità e le sue forme a priori di spazio e di tempo,
mostrando come su di essa si fondi la matematica; mentre la Logica trascendentale, si sdoppia a sua
volta in Analitica trascendentale, che studia l’intelletto e le sue forme a priori (12 categorie)
mostrando come su di esse si fondi la fisica, e Dialettica trascendentale, che studia la ragione e le
sue tre idee di anima, mondo e Dio, mostrando come su di esse si fondi la metafisica.

Il concetto Kantiano di trascendentale ed il senso complessivo dell'opera


Nel medioevo erano denominate trascendentali quelle proprietà universali (l’essere, l’uno, il bene)
che tutte le cose hanno in comune, perciò trascendono, per generalità, le categorie in senso
aristotelico. Kant riconnette il concetto di trascendentale con quello di forma a priori, la quale non
esprime una proprietà ontologica della realtà in sé, ma solo una condizione gnoseologica che rende
possibile la conoscenza della realtà fenomenica. Inoltre Kant, fa notare che trascendentale non
significa qualcosa che oltrepassa ogni esperienza, bensì qualcosa che certo la precede a priori ma
non è determinato a nulla più che a render possibile la conoscenza nell’esperienza, ossia tutto ciò
che pur non derivando dall’esperienza la condiziona. Nella prospettiva di Kant risultavano
trascendentali non tanto le forme a priori, quanto le discipline filosofiche relative ad esse (estetica
trascendentale, analitica trascendentale…). Posto che il termine ragione s’intenda la facoltà
conoscitiva in generale e per ragion pura quella che contiene i principi per conoscere qualcosa
prettamente a priori, il titolo dell'opera “Critica della ragion pura”, può essere interpretato come
l'esame critico generale della validità e dei limiti che la ragione umana possiede in virtù dei suoi
elementi puri a priori. La critica rappresenta un’analisi delle autentiche possibilità conoscitive
dell’uomo e si configura come una specie di mappa filosofica della potenza e dell’impotenza della
ragione, in quanto depositaria dei principi a priori.

L’Estetica trascendentale (la matematica è possibile come scienza?)


Nell’Estetica Kant studia la sensibilità e le sue forme a priori, considerando la sensibilità recettiva
perché non genera i propri contenuti, ma li accoglie per intuizione dalla realtà esterna o
dall’esperienza interna. Inoltre la sensibilità è anche attiva, in quanto organizza il materiale delle
sensazioni (le intuizioni empiriche) tramite lo spazio e il tempo, che costituiscono le forme a priori
(le intuizioni pure) della sensibilità.

La teoria dello spazio e del tempo


Lo spazio è la forma del senso esterno, cioè quella rappresentazione a priori, necessaria, che sta a
fondamento di tutte le intuizioni esterne del loro disporsi l'una accanto all'altra; il tempo è la forma
del senso interno, cioè quella rappresentazione a priori che sta a fondamento dei nostri stati interni e
del loro disporsi l'uno dopo l'altro. Tuttavia poiché i dati del senso esterno giungono a noi solo
attraverso quello interno, il tempo si configura indirettamente anche come la forma del senso
esterno, cioè come la maniera universale attraverso la quale percepiamo tutti gli oggetti. Così se non
tutte le cose sono nello spazio, come i sentimenti, tutte le cose sono nel tempo, in quanto tutti i
fenomeni in generale, ossia tutti gli oggetti dei sensi, cadono nel tempo. Kant giustifica l’apriorità
dello spazio e del tempo sia con argomenti teorici generali, sia con argomenti tratti dalla
considerazione delle scienze matematiche.

L'esposizione metafisica
Kant confuta sia la visione empiristica di Locke, che considerava spazio e tempo nozioni tratte
dall’esperienza, sostenendo che spazio e tempo non possono derivare dall’esperienza, perché per
fare un’esperienza qualsiasi dobbiamo presupporre le rappresentazioni di spazio e tempo; sia la
visione oggettivistica di Newton, che considerava spazio e tempo entità a se stanti, affermando che
se spazio e tempo fossero davvero principi assoluti, essi dovrebbero sussistere anche nel caso in cui
non vi fossero oggetti; sia la visione concettualistica di Leibniz, che considerava spazio e tempo
concetti esprimenti rapporti fra le cose, sostenendo che spazio e tempo non possono essere ridotti a
dei semplici di concetti, in quanto essi hanno una natura istintiva e non discorsiva, infatti noi non
astraiamo il concetto di spazio ma intuiamo i vari spazi come parti di un unico spazio,
presupponendo la rappresentazione originaria di spazio, che risulta un’intuizione a priori. Kant pur
rifiutando l'oggettivismo newtoniano, che considera lo spazio ed il tempo come realtà ontologiche a
se stanti, si avvicina a Newton per la sua dottrina dello spazio e del tempo come coordinate
assolute dei fenomeni. Assolutezza che intende giustificare su base soggettivistico-trascendentale,
facendo di esse delle condizioni del conoscere a priori.

L'esposizione trascendentale
Kant vede la geometria e l’aritmetica come le scienze sintetiche a priori per eccellenza. Sintetiche in
quanto ampliano le nostre conoscenze mediante costruzioni mentali che vanno oltre il già noto. Ad
esempio la proposizione 5+7=12, è sintetica in quanto il risultato 12 viene aggiunto tramite
l'operazione del sommare e dunque non può essere ricavato per via analitica. Le matematiche sono
così a priori, in quanto i teoremi geometrici ed aritmetici valgono indipendentemente
dall’esperienza. Il punto di appoggio delle costruzioni sintetiche a priori delle matematiche risiede
nei principi di spazio e di tempo. La geometria è la scienza che dimostra sinteticamente a priori le
proprietà delle figure mediante l’intuizione pura di spazio. L’aritmetica è la scienza che determina
sinteticamente a priori la proprietà delle serie numeriche, basandosi sull’intuizione pura di tempo e
di successione, senza la quale lo stesso concetto di numero non sarebbe mai sorto. Essendo a priori,
la matematica è anche universale e necessaria, immutabilmente valida per tutte le menti pensanti.
Kant ritiene inoltre che le matematiche si possano applicare agli oggetti tratti dall'esperienza
fenomenica, poiché essendo intuita nello spazio e nel tempo, cardini della matematica, ha una
configurazione geometrico-aritmetica.

L’analitica trascendentale
La logica trascendentale ha come specifico oggetto di indagine l’origine, l’estensione e la validità
oggettiva delle conoscenze a priori che sono proprie dell’intelletto e della ragione. Sensibilità e
intelletto sono entrambi indispensabili alla conoscenza, poiché senza sensibilità, nessun oggetto ci
verrebbe dato e senza intelletto nessun oggetto verrebbe pensato. I pensieri senza intuizioni sono
vuoti, allo stesso modo le intuizioni senza concetti sono cieche.

Le categorie
Kant sostiene che le intuizioni sono delle affezioni, ovvero delle operazioni passive, mentre i
concetti sono delle funzioni, ossia delle operazioni attive, che consistono nell’orinare o
nell’unificare diverse rappresentazioni sotto una rappresentazione comune. Ad esempio quello di
corpo è un concetto, dato che, sotto di esso, possiamo individuare altre rappresentazioni, come il
metallo. I concetti possono essere empirici, ossia costruiti con materiali ricavati dall’esperienza, o
puri, cioè contenuti a priori nell’intelletto. I concetti puri si identificano con le categorie, ossia con
quei concetti basilari della mente che rappresentano le funzioni unificatrici dell’intelletto. Il
concetto è il predicato di un giudizio possibile, mentre le categorie coincidono con i predicati primi,
cioè con quelle grandi caselle entro cui rientrano tutti i predicati possibili. Kant rimprovera
Aristotele di aver rinvenuto le categorie rapsodicamente, su base ontologico-gneoseologica. Kant
formula il suo inventario su base gnoseologica-trascendentale, tramite il seguente filo conduttore:
pensare è giudicare (attribuire un predicato ad un soggetto) quindi ci saranno tante categorie (tanti
principi primi) quante sono le modalità di giudizio (quante sono le maniere fondamentali tramite cui
si attribuisce un predicato ad un soggetto). Kant fa corrispondere ad ogni tipo di giudizio un tipo di
categoria. È l’intelletto che, pensando, applica le categorie in un modo immediato.

La deduzione trascendentale
Una volta formulata la tavola delle categorie, Kant deve affrontare il problema di giustificare la loro
validità ed il loro uso, problema che egli chiama deduzione trascendentale. Kant utilizza il termine
deduzione in senso giuridico-forense, alludendo alla dimostrazione della legittimità di diritto di una
pretesa di fatto, e, come tale, la deduzione riguarda il quid iuris di una questione: ad esempio il fatto
che una persona sia in possesso di un oggetto non prova che essa, in base alla legge, abbia qualche
diritto su di esso. Così la deduzione delle categorie non consiste nel certificare che esse ssiano
adoperate nella conoscenza scientifica, ma nel giustificare la legittimità e i limiti di tale uso, ossia
nel determinare il diritto da parte della ragione di utilizzarle, diritto che come tutti gli altri è
soggetto a restrizioni. Il problema della deduzione è scoprire che cosa ci garantisce, di diritto, che la
natura obbedirà alle categorie. Kant risponde a questo interrogativo, affermando che per le forme
della sensibilità, cioè per lo spazio e per il tempo, questo problema non si presentava perché un
oggetto non può essere percepito dall'uomo se non attraverso queste forme, così un oggetto che non
è nello spazio e nel tempo non è per noi un oggetto, perché non è intuito. Mentre, per quanto
concerne alle categorie non è evidente che gli oggetti debbano sottostare ad esse. L’Io penso è quel
centro mentale unificatore, di cui sono funzioni le categorie. Egli deve accompagnare tutte le
rappresentazioni; in caso contrario si darebbe la rappresentazione di qualcosa che non potrebbe
essere pensata; il che equivale a dire che la rappresentazione o sarebbe impossibile o nulla.
L’attività dell’Io penso si attua tramite i giudizi, i quali, sono modi concreti con cui il molteplice
dell’intuizione viene pensato. I giudizi si basano sulle categorie, che sono diverse maniere di agire
dell’Io penso, ovvero le dodici funzioni unificatrici in cui si concretizza la sua attività sintetica. Non
possono venire pensati senza venir categorizzati. La natura obbedisce necessariamente alle forme a
priori del nostro intelletto. L’Io penso si configura come il principio supremo della conoscenza
umana, cioè ogni realtà deve sottostare ad esso per poter entrare nel campo dell’esperienza. Esso
rappresenta ciò che rende possibile l’oggettività del sapere. Senza l’Io penso e le categorie tramite
cui esso opera, saremmo chiusi nel cerchio della soggettività individuale e potremmo stabilire
soltanto delle connessioni particolari e contingenti. Ad esempio, senza l'io penso e le categorie, non
potrei dire i corpi pesano, ma soltanto ogni qualvolta che sollevo un corpo, sentirei un'impressione
di peso. L’Io di Kant non è un Io creatore, ma si limita semplicemente ad ordinare una realtà che gli
preesiste e senza di cui la sua stessa conoscenza non avrebbe senso.

Gli ambiti d'uso delle categorie e il concetto di noumeno


Kant non intende cercare negli oggetti o in Dio la garanzia ultima della conoscenza, ma la trova
nella stessa mente dell'uomo, fondando le premesse dell'oggettività nei limiti della soggettività.
L'originalità della soluzione kantiana è consistita anche nell'intendere il fondamento del sapere in
termini di limiti e possibilità. Le categorie, costituendo la facoltà logica di unificare il molteplice
della sensibilità, funzionano solo in rapporto al materiale che esse organizzano, ossia in connessione
con le intuizioni spazio-temporali alle quali si applicano. Esse considerate di per sé, cioè prive di
informazioni provenienti dall'interno e dell'esterno, sono vuote. Così esse risultano operanti solo in
rapporto al fenomeno, intendendo per quest'ultimo l'oggetto proprio della conoscenza umana, che è
sempre sintesi di un elemento materiale e di uno formale. Kant vuole intendere che la conoscenza
non si può estendere oltre l'esperienza. Questo principio, il quale postula una distinzione tra pensare
e conoscere, esclude che le categorie abbiano un uso trascendentale, per il quale possano essere
riferite alle cose in generale ed in se stesse, ed implica che il loro unico utilizzo possibile sia quello
empirico, per il quale vengono riferite unicamente ai fenomeni, cioè agli oggetti di una determinata
esperienza. La delimitazione della conoscenza al fenomeno, comporta un rimando alla nozione di
cosa in sé, che, pur essendo inconoscibile, è presente in tutta la gnoseologia criticista. Infatti Kant
non ha mai pensato di ridurre la realtà al fenomeno, dato che ritiene che se esiste un per noi, deve
per forza esistere un in sé. La cosa in sé costituisce il presupposto immanente del discorso
gnoseologico di Kant, il quale, nel momento in cui afferma che l'essere si dà a noi attraverso delle
forme a priori, è costretto a fare una distinzione tra fenomeno e cosa in sé. Al contempo Kant ha
sempre ribadito che l'ambito della conoscenza umana è limitato al fenomeno, poiché la cosa in sé,
che egli denomina noumeno, ossia realtà pensabile, non può divenire l'oggetto di un'esperienza.
Kant ha espresso ciò nel proprio linguaggio tecnico, a proposito del noumeno, tra un significato
positivo e uno negativo:
1) In senso positivo, il noumeno è l'oggetto di un intuizione non sensibile, ossia di una conoscenza
extra-fenomenica, che è a noi preclusa e che potrebbe essere propria di un intelletto divino dotato di
un intuizione intellettuale.
2) In senso negativo, il noumeno è il concetto di una cosa in sé, ossia l'oggetto della nostra
intuizione sensibile. In questo secondo senso, la cosa in sé, più che essere una realtà è per noi un
concetto limite, che serve per arginare le nostre pretese conoscitive. Coerentemente con queste
dottrine, Kant paragona la conoscenza scientifica alla terra ferma di un'isola, mentre assimila il
desiderio di varcare le soglie dell'esperienza alle smanie di un navigante attratto alla scoperta di
nuove terre, ma destinato a vagare inutilmente.

La dialettica trascendentale (la metafisica è possibile come scienza?)


Nella dialettica egli affronta il problema se la metafisica possa anch’essa costituirsi come scienza.
Nella tradizione filosofica il concetto di dialettica compare anche in senso positivo, infatti per
Platone essa è la scienza delle idee, per gli stoici si identifica con la logica, mentre per Aristotele
assume un significato negativo, in quanto denota sia il procedimento dimostrativo fondato su
premesse probabili, sia l'arte sofistica di costruire ragionamenti ingannevoli basati su premesse che
sembrano probabili, ma che in realtà non lo sono. Riconnettendosi al significato negativo, per
Dialettica trascendentale, Kant, intende l’analisi e lo smascheramento dei ragionamenti fallaci della
metafisica. Però quest'ultima nonostante la sua infondatezza rappresenta un'esigenza naturale e
inevitabile della mente umana.

La genesi della metafisica e delle sue idee


La metafisica è un parto della ragione, non è altro che l’intelletto stesso, il quale essendo la facoltà
logica di unire i dati sensibili tramite le categorie, è inevitabilmente portato a voler pensare anche
senza dati, come un uccello che, avvertendo l'impedimento dell'aria, immaginasse di poter volare
anche senza essa, senza rendersi conto che quest'ultima pur essendo un suo limite, è anche la
condizione immanente e, in mancanza di essa precipiterebbe a terra. Kant ritiene che la nostra
ragione è attratta verso il regno dell’assoluto e quindi verso una spiegazione globale ed
onnicomprensiva di ciò che esiste. Spiegazione che fa leva su tre idee trascendentali proprie della
ragione. Quest’ultima è costitutivamente portata ad unificare:
1) i dati nel senso interno mediante l’idea di anima, che è l’idea della totalità assoluta dei fenomeni
interni,
2) i dati del senso esterno mediante l’idea di mondo, che è l’idea della totalità assoluta dei fenomeni
esterni;
3) i dati interni ed esterni mediante l’idea di Dio, inteso come totalità di tutte le totalità e
fondamento di tutto ciò che esiste.
L’errore della metafisica consiste nel trasformare queste tre esigenze mentali di unificazione
dell’esperienza in altrettante realtà, dimenticando che noi non abbiamo mai a che fare con la cosa in
sé, ma solo con la realtà non oltrepassabile del fenomeno. La dialettica trascendentale è appunto lo
studio critico della metafisica, ossia delle avventure e dei fallimenti del pensiero quando procede
oltre l'esperienza. L'illusione strutturale che guida il pensiero in questa fuga oltre i propri limiti è
così forte che non cessa neanche quando ci si rende conto di tale illusorietà. Per dimostrare
l’infondatezza della metafisica, Kant prende in considerazione le tre pretese scienze che da sempre
sono alla base di essa: la psicologia razionale, che studia l’anima, la cosmologia razionale, che
indaga sul mondo, la teologia razionale, che specula su Dio.

La critica della psicologia razionale e della cosmologia razionale


Kant ritiene che la psicologia razionale o metafisica sia fondata su un paralogismo, ossia un
ragionamento errato, che consiste nell’applicare la categoria di sostanza all’Io penso,
trasformandolo in una realtà permanente chiamata anima. L’Io penso non è un oggetto empirico, ma
soltanto un unità formale sconosciuta a cui non possiamo applicare alcuna categoria. Kant chiarisce
che noi non possiamo conoscere l'io qual è in se stesso, ma solamente l'io fenomenico. Anche la
cosmologia razionale è destinata a fallire, perché la totalità dell’esperienza non è mai un’esperienza,
in quanto noi possiamo sperimentare questo o quel fenomeno, ma non la serie completa dei
fenomeni, l’idea di mondo cade, per definizione, al di fuori di ogni esperienza possibile. Quando i
metafisici pretendono di fare un discorso intorno al mondo nella sua totalità, cadono nelle
cosiddette antinomie, veri conflitti della ragione con se stessa, che si concretizzano in coppie di
affermazioni opposte, dove l’una (la tesi) afferma e l’altra (l’antitesi) nega. In assenza di
un’esperienza corrispondente, non è possibile decidere, dato che questi gruppi di tesi ed antitesi
sembrano risultare entrambe valide.

Le critiche alle prove dell'esistenza di Dio


Anche la teologia razionale risulta priva di valore conoscitivo. Dio rappresenta l’ideale della ragion
pura, cioè quel supremo modello personificato di ogni realtà o perfezione che i filosofi
concepiscono come l’Essere da cui derivano e dipendono tutti gli esseri. La tradizione ha elaborato
tutta una serie di prove dell’esistenza di Dio, che Kant raggruppa in tre classi: prova ontologica,
cosmologica e fisico-teologica.
La prova ontologica (Anselmo) pretende di ricavare l’esistenza di Dio dal semplice concetto di Dio
come essere perfetto, affermando che, in quanto tale, Egli non può non esistere. Kant obbietta
sostenendo che non risulta possibile saltare dal piano della possibilità logica a quello della realtà
ontologica, in quanto l’esistenza è qualcosa che possiamo constatare solo per via empirica, e non
dedurre per via puramente intellettiva. Kant sostiene infatti che l’esistenza non è un predicato ma un
fatto esistenziale affermabile solo mediante l’esperienza. La prova ontologica è impossibile se vuol
derivare da un’idea una realtà; contraddittoria se nell’idea di perfettissimo assume già
quell’esistenza che vorrebbe dimostrare.
La prova cosmologica gioca sulla distinzione fra contingente e necessario, affermando che se
qualcosa esiste, deve anche esistere un essere assolutamente necessario; ma io stesso per lo meno
esito, dunque, esiste un essere assolutamente necessario. Il limite di questo argomento consiste in
un uso illegittimo del principio di causa, in quanto esso, partendo dall’esperienza della catena degli
enti eterocausati, pretende di innalzarsi, oltre l’esperienza, ad un primo anello incausato.
La prova fisico-teologica fa leva sull’ordine, sulla finalità e sulla bellezza del mondo per innalzarsi
ad una Mente ordinatrice, identificata con un Dio creatore, perfetto ed infinito. Però l'ordine e la
finalità della natura manifestano un ordinatore o architetto del mondo, non un creatore. Per questa
prova Dio è richiesto solo dall'ordinamento delle cose, non dalla loro materia. Mentre Dio deve
essere considerato come il creatore assoluto di tutta la realtà. Ma per giungere a tanto questa prova
deve considerare la contingenza del mondo, ricadendo così nella prova cosmologica, la quale ricade
a sua volta in quella ontologica. La prova fisico-teologica pretende di stabilire l’esistenza di una
causa infinita e perfetta, ritenuta proporzionata ad esso, ma così facendo, non si accorge che gli
attributi che essa da al mondo sono indeterminati e relativi a noi e quindi non autorizzano a passare
dal finito all’infinito, sostenendo che la causa di tutto è una causa infinita e perfetta.

La funzione regolativa delle idee


Le idee della ragion pura anche se non possono avere un uso costitutivo, per Kant possono e devono
avere un uso regolativo, indirizzando la ricerca intellettuale verso quell'unità totale che
rappresentano. Infatti ogni idea è una regola che spinge la ragione a dare al suo campo d'indagine,
ossia all'esperienza, non solo la massima estensione, ma anche la massima unità sistematica. In tal
modo l'idea psicologica spinge a cercare i legami tra i fenomeni del senso interno e rintracciare in
essi una maggior unità come se fossero manifestazioni si una sola sostanza semplice. L'idea
cosmologica spinge a passare da un fenomeno naturale all'altro, dall'effetto alla causa e alla causa di
questa causa e così via, procedendo all'infinito, come se la totalità dei fenomeni costituisse un unico
mondo. Infine, l'idea teologica, addita all'intera esperienza un ideale di perfetta organizzazione
sistematica, che essa non raggiungerà mai, ma che proseguirà sempre, come se tutto dipendesse da
un unico Creatore. Le idee, cessando di valere dogmaticamente come realtà, verranno
problematicamente in questo caso, come condizioni che impegnano l'uomo nella ricerca naturale.

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