Domande Storia Lingua
Domande Storia Lingua
4. Italiano popolare
Oltre al dialetto sono presenti altre variazioni nella penisola italiana: tra queste troviamo l'italiano regionale
il quale si riferisce a un'area definita, cioè a uno spazio geografico locale e non alle regioni come entità
amministrative. Con la denominazione di italiano regionale è usata anche quella di italiano locale che non
presenta possibilità di equivoci. La nozione di italiano regionale è stata definita per la prima volta dal
linguista Giovanni Battista Pellegrini, per poi essere ripresa anche da altre figure come Edmondo De Amicis
e Roberto Ruegg.
Il lessico italiano presenta ancora variazioni visto che la diffusione dell'italiano non comporta sempre le
affermazioni di soluzioni lessicali univoche: la differenza più evidente tra italiani locali è l'intonazione, oltre
a questo i parlanti dimostrano altre caratteristiche utilizzate inconsapevolmente come: il rafforzamento
delle consonanti all'inizio della parola (la cchiesa), l'uso di parole, espressioni o costruzioni dialettali (calare
il paniere, me tocca sentì che dicono...).
L’italiano regionale nasce dall’incontro della lingua standard, ossia l’italiano, con i dialetti locali.
Nell’italiano regionale bisogna distinguere quello parlato da chi ha una bassa istruzione e ha per lingua
madre il dialetto, e l’italiano regionale parlato da chi ha un’istruzione medio-alta e che hanno per lingua
madre proprio l’italiano regionale, i cui tratti sono rimarcati da una conoscenza del dialetto passiva e non
direttamente attiva. Tra i linguisti è ancora in corso un dibattito molto importante: c’è chi crede che
l’italiano regionale stia andando via via perdendosi grazie all’azione dello standard in tv e a scuola, mentre
altri credono che la stragrande maggioranza degli italiani adottino proprio l’italiano regionale nel contesto
familiare e con amici. Molti italiani però riescono a padroneggiare molto bene l’italiano e il dialetto, in un
rapporto di bilinguismo(due lingue con uguale funzione) o piuttosto di diglossia(due lingue di diverso rango,
una per le funzioni alte, l’altra in quelle basse).
Sul piano fonetico, l’italiano regionale si distingue da una zona all’altra molto bene grazie alla “cadenza”
data dal dialetto, in particolare ci sono alcuni luoghi, ad esempio il Veneto, in cui si tende a sonorizzare la
“s” sorda (come nella parola sbaglio o quando la s è in posizione intervocalica), inoltre si evidenzia con la
pronuncia la E e la O aperte e chiuse. Vediamo poi che dal punto di vista lessicale il dialetto influenza molto
l’italiano regionale, anzi i termini cambiano da zona a zona, e sono chiamati infatti “geosinonimi” (ovvero
parole utilizzate tra parlanti di aree geografiche differenti per esprimere significati uguali, fare filone= area
meridionale/balzare=area settentrionale, oppure anello nuziale al sud è detto “fede” e “vera”).
Gli italiani regionali per eccellenza sono quello toscano (per l’eredità lasciata dal volgare trecentesco) e
quello romano (molto vicino allo standard). CONTINUA CON SPITZER
5 Leo Spitzer: (Una figura importante per quanto riguarda l’ambito dell’italiano regionale è) Leo Spitzer
considerato il padre della stilistica ed è stato un linguista e critico letterario importante nei primi anni del
novecento.
Pubblica nel millenovecentoventuno in tedesco, e poi nel millenovecentosettntasei in italiano, l’analisi delle
lettere scritte dai prigionieri italiani durante la Prima guerra mondiale
In qualità di ufficiale dell’esercito austriaco addetto alla censura e al controllo della posta in entrata e uscita
dei prigionieri, aveva notato che questi ultimi scrivono un italiano sgramamticato, lontano da quello di
Dante e dai testi letterari; Si interessa quindi a questo italiano ricco di termini dialettali.
Il motivo per cui questi prigionieri preferiscono utilizzare l’italiano, nonostante siano dialettofoni, è che quel
poco di istruzione ricevuta era ovviamente svolta in italiano e di conseguenza era più semplice.
Caratteristiche tipiche:
-organizzazione tipica della comunicazione parlata dialogica
-elementi deittici= elementi linguistici la cui interpretazione richiede il riferimento a elementi
contestuali (qui, lì, oggi, l’anno dopo)
-sintassi segmentata (temi sospesi)
-segnali discorsivi
-uso improprio di accenti e apostrofi
Nella grafia e fonetica:
-mancata percezione dei confini delle parole (l’aradio) e univerbazione=l’univerbazione è il processo che
nella grafia unisce due parole, in origine separate, in un’unica parola pomo d’oro-pomodoro/franco bollo-
francobollo, può comportare il raddoppiamento sintattico della consonante iniziale del secondo elemento.
-grafie devianti della norma (quore, squola)
-anaptissi=sviluppo o inserimento di una vocale in un gruppo di consonanti (pisicologo)
-uso reverenziale delle maiuscole per parole che rimandano a entità e concetti ritenuti significativi e
importanti (Patria, Madre)
Morfosintassi:
-tendenza a regolarizzare i paradigmi dei sostantivi e degli aggettivi
-fenomeni di semplificazione (uso di ci al posto di gli: ci dico
-forme analogiche (facete per fate, vadi per vada)
-frasi relative non standard (che relativo indeclinato più pronome clitico: un soldato di fianco a me che gli
dissi io, con che al posto di al quale)
-utilizzo del doppio condizionale o del doppio congiuntivo per il periodo ipotetico
Lessico:
-mescolamento di parole ed espressioni eterogenee= un sostantivo che ammette il plurale di genere
diverso, es: orecchio (m,s.) orecchie (f.p.)
-lessico dialettale
-forme espressive e gergali
-termini generici
-costruzioni con il verbo fare
-malapropismi= sostituzione di una parola con un'altra di significato completamente diverso ma di suono
simile, il cui uso produce effetti comici (per es. raptus per lapsus).
6. definizione di dialetto
La parola dialetto ha diversi significati ed è principalmente una varietà di una lingua.
Il dialetto è un’idioma utilizzato da una comunità che appartiene ad una realtà socio-politica più ampia,
all’interno della quale si fa uso di una lingua comune, è usato in un’area geograficamente piccola e non
conosce una varietà standardizzata, è usato per lo più oralmente e così viene anche trasmesso nel tempo
da una generazione all’altra, non viene adoperato per funzioni istituzionali e in situazioni formali.
Può essere la lingua materna di parte della popolazione ma il suo apprendimento non avviene attraverso
l’insegnamento scolastico.
I dialetti derivano dal latino e si definiscono lingue romanze o neolatine, ma si sono modificati anche con
apporti provenienti da altre lingue, la storia dei dialetti è oggetto di studio della dialettologia scientifica.
7. Principali aree dialettali di Pellegrini (attenzione alle varietà del toscano, siciliano e sardo)
Pellegrini e Francescato comparano alcuni dialetti d’Italia e altre lingue romanze per misurarne il livello di
differenziazione.
I dialetti italiani o italoromanzi, secondo Pellegrini sono quelli parlati nei territori in cui la lingua guida o
lingua tetto, è l’italiano, quindi, per esempio non il corso (poiché in Corsica la lingua guida è il francese), né
il ladino (che ha come lingua guida in parte l’italiano, in parte il tedesco).
L’Italia può essere divisa in 5 aree dialettali:
1. dialetti settentrionali (gallo-italici e veneti)
2. friulano
3. Toscano
4. dialetti centro-meridionali (mediani, meridionali, meridionali estremi)
5. Sardo
La diglossia è la compresenza in una comunità linguistica di due o più lingue fra cui esiste un rapporto di
gerarchia e una netta differenza funzionale, una nelle funzioni alte e una nelle funzioni basse, una delle due
varietà è la lingua standard mentre l’altra è una sua variante locale o dialetto.
La dilalia è la varietà dell'uso formale, scritto e istituzionale che viene acquisita come lingua materna e
impiegata nelle situazioni informali, ci sono quindi due lingue di diverso rango, solo la lingua standard viene
usata per il formale e ambedue per l'informale.
Il bilinguismo è quando un individuo o una comunità linguistica hanno un repertorio formato da due lingue,
che svolgono uguali funzioni e godono di pari prestigio. Il bilinguismo monocomunitario è quando in un
area (es. Valle d'Aosta) la maggioranza della popolazione è di origine bilingue.
Il bilinguismo pluricomunitario è quando in un area si parlano più di due lingue es Svizzera dove si parla
tedesco, francese, italiano e romancio.
l'alloglossia è la situazione di una comunità (detta alloglotta) che utilizza una lingua diversa rispetto a
quella ufficiale o parlata dalla maggioranza degli abitanti di uno Stato, in poche parole in Italia, accanto alle
varietà dell’italiano e ai dialetti, si parlano o si scrivono anche altre lingue, romanze e non romanze-> si
parla così di alloglossia o eteroglossia; Alcuni esempi che chiariscono questo concetto: in Valle d’Aosta le
cosiddette varietà franco-provenzali, sono lingua materna del sedici% circa della popolazione mentre il
francese, insieme all’italiano, è la lingua ufficiale degli usi pubblici istituzionali e amministrativi.
9. Lingue di minoranza
La minoranza linguistica è un gruppo della popolazione che si insedia in modo compatto o più diffuso sul
territorio nazionale e parla una lingua alloglotta.
Con il termine di lingua minoritaria ci si riferisce ad una lingua materna parlata da una comunità linguistica
che non costituisce una realtà numericamente dominante rispetto a una data società o nazione.
Dialettismi: Si definiscono dialettismi (o dialettalismi) parole (ma anche locuzioni, forme e costrutti) di
origine dialettale inseriti in contesti di italiano, l'esempio più noto è quello di anguria al nord, cocomero al
centro e melone [d'acqua] al sud.
11. CODE MIXING CODE SWITCHING
L'alternanza di codice è la scelta da parte del parlante di utilizzare una o l'altra lingua in base alla situazione
e all'ambito comunicativo; la commutazione di codice è il passaggio da una lingua all'altra all'interno del
discorso di uno stesso parlante. La commutazione con intenzionalità è detta CODE switching, ossia il
mescolamento di due lingue da parte di un parlante che conosce bene entrambe le lingue e che usa
quest'espediente per essere più efficace nella propria comunicazione;
il CODE MIXING invece è ciò che fanno le persone quando stanno imparando una lingua e prendono in
prestito parole e strutture grammaticali dalla lingua nativa per supplire alla loro incapacità di esprimersi in
maniera corretta nella seconda lingua (incompleta padronanza di una lingua)
18. Deissi
La deissi è il ricorso ad espressioni, che in una frase fanno riferimento al contesto spazio temporale.
La deissi personale comprende le espressioni che fanno riferimento alle persone che partecipano alla
comunicazione. La deissi sociale è un sottotipo della deissi personale che permette di riconoscere e
classificare il tipo di rapporto sociale che lega i partecipanti alla conversazione.
Il tema o topic è quel referente sul quale gli enunciati forniscono informazioni testualmente pertinenti; ciò
di cui si parla, ovvero l'argomento, dunque quella parte del messaggio che salda l'enunciato al cotesto
linguistico(composto dal testo che precede e segue una unità linguistica) e al contesto extralinguistico.
Il rema o comment è ciò che viene detto sul topic ed è l'effettivo contenuto dell'asserzione, cioè di un
affermazione verbale.
La progressione topicale è il modo in cui all'interno dell'architettura del testo, sono organizzate le
informazioni attinenti ad uno specifico referente che ha statuto di topic. (ce ne sono cinque)
23. Fonetica
La fonetica è la disciplina che studia i suoni di tutte le lingue del mondo, cioè i meccanismi della
produzione, trasmissione, e ricezione dei suoni linguistici o foni.
La fonologia, invece, studia il modo in cui alcuni suoni sono in grado di descrivere parole tra loro.
Quest’ultima studia pertanto le relazioni tra i suoni, ovvero il modo in cui tali suoni sono in grado di
distinguere delle parole, i cosiddetti fonemi. Un fono è un suono linguistico prodotto dall'apparato
fonatorio; in altre parole, esso è il suono fisico così come prodotto dal parlante mediante il passaggio
dell’aria. Un fonema è una rappresentazione astratta del suono; in altre parole, si tratta di un’unità che può
produrre variazioni di significato se scambiata con un'altra unità, e che può dunque aiutare a distinguere il
significato di una parola dall’altra.
I fonemi sono in numero limitato per ciascuna lingua (per l’italiano sono sette vocali, ventuno consonanti e
due approssimanti), tuttavia consentono infinite combinazioni.
25. MORFEMI E FONEMI
I morfemi sono la più piccola unità della lingua, dotata di significato. [Al contrario, occorre ricordare che i
fonemi costituiscono la più piccola unità priva di significato, ma capace di distinguere significati].
I morfemi si suddividono in morfemi lessicali, morfemi grammaticali (o flessivi) e morfemi derivativi.
Un morfema lessicale può esprimere il tutto o una parte del significato principale della parola o
espressione; esso fa parte di un insieme aperto, come per esempio le radici (esempio nella parola orso è
ors-)
Un morfema grammaticale dà la forma corretta nel contesto; esso fa parte di un insieme chiuso, come per
esempio gli articoli, le preposizioni, le desinenze e così via.
Un morfema derivativo si aggiunge ad un morfema lessicale cambiandone il significato (o eventualmente
funzione grammaticale) e formando, in questo modo, una nuova parola. (portare- transportare- importare)
fricativa: Fricativa è una consonante prodotta forzando il flusso d'aria attraverso uno stretto canale fatto
mettendo due articolatori vicini tra loro.
affricate: Affricativa è una consonante complessa che inizia in un plosivo e finisce come fricativa ed è fatto
fermando il flusso d'aria da qualche parte nel tratto vocale, e quindi rilasciando l'aria lentamente;
La lingua italiana standard conosce solamente quattro consonanti affricate: [ts] affricata alveolare sorda
[dz] affricata alveolare sonora [t̠ʃ] affricata postalveolare sorda [d̠ʒ] affricata postalveolare sonora
28. dislocazioni
La dislocazione è un fenomeno che serve per dare marcatezza, è molto presente soprattutto nell'italiano
parlato e in registri linguistici solitamente bassi.
Essa consiste nello staccare il complemento iniziale dal resto della frase mediante una pausa, resa
generalmente nello scritto con una virgola, e a riprenderlo mediante un pronome clitico (In linguistica,
forma monosillabica atona soggetta ad enclisi o a proclisi; in italiano i clitici hanno essenzialmente funzione
pronominale (ci, gli, la, le, lo, mi, si, ti, vi) e generalmente si appoggiano nella pronuncia ad una forma
verbale, sono graficamente staccati dal verbo se lo precedono -per es., ti vuoi decidere-, uniti se lo seguono
-per es., dimmi-, e possono combinarsi tra loro formando dei gruppi pronominali -per es., glielo, dammeli-)
con funzione anaforica, utile per mettere in evidenza una parte dell'enunciato che costituisce “il centro di
interesse comunicativo della frase”. Esistono due tipi di dislocazione: dislocazione a sinistra e a destra.
La dislocazione a destra è uno dei tratti tipici dell'italiano neostandard e presenta il complemento alla fine
della frase e lo preannuncia dal pronome atono all'inizio; si usa per esprimere un'enfatizzazione,
un'insistenza, un ripensamento o un'aggiunta: ES '' L'ho letto, quel libro'', ''la bevi, la birra''
La dislocazione a sinistra indica, lo spostamento a sinistra di una componente della proposizione, rispetto
all'occupazione solita. ( esempio : A tutti, compreremo un gelato) serve a rendere topic un elemento
diverso dal soggetto.
29. Allotropia
L'allotropia è un insieme di parole che derivano dalla medesima matrice, per via dotta o popolare, ed
ognuna si specializza poi con un proprio significato.
Poiché spesso le voci allotrope sono due (una di trafila dotta e un'altra di trafila popolare), si parla anche di
doppietti. Es: da vītium derivano vizio (modo abituale di fare qualcosa) e vezzo (atto di tenerezza
affettuosa)
A differenza delle parole di trafila popolare (o "voci ereditarie"), i latinismi (o parole "di trafila dotta")
conservano più fedelmente l'originaria forma latina; stacco che è evidente nei doppietti (o allotropi):
33. Paretimologia
Per definizione é un’etimologia apparente senza fondamento scientifico (a differenza invece dell’
etimologia); ci sono delle parole che hanno un significato diverso da quello etimologico, perché i parlanti le
approssimano. Ad esempio obliterare etimologicamente significa cancellare, nell’uso figurativo, nella trafila
popolare vuol dire dimenticare.
È Pierino [REMA] che ha rotto il piatto [TEMA]. È a Matera [REMA] che ho visto un concerto [TEMA].
Alcuni avverbi hanno funzione focalizzante, cioè quella di trasformare una parte della frase in
corrispondenza della struttura informativa dell'intera proposizione; di questa categoria fanno parte gli
avverbi anche, perfino, solamente, addirittura, ecc. Su questi avverbi si focalizza l'importanza
dell'enunciato.
[Link]
Gli omografi (dal greco omògraphos ‘dalla grafia uguale’) sono parole che hanno la stessa grafia, ma
differiscono nella pronuncia. ES ancora e ancora. / i venti e il numero venti
41. MALAPROPISMI
Quelle parole semplificate e modificate sul piano del significante per accostamento con altre più note, ad
esempio celebre per celibe.
43. CLITICI
I clitici sono pronomi, preposizioni, congiunzioni e avverbi che si trovano di solito vicino al verbo e possono
avere forme toniche o acquisire l'accento. Non possono essere messi in evidenza ma possono accumularsi
(preposizioni articolate).
44. IMPLICITI
Nozioni che non vengono espresse in un enunciato o in un testo perché vengono ricavate dal contesto o
dalle conoscenze del parlante; In grammatica: proposizioni implicite, quelle in cui il predicato è
rappresentato da una forma nominale, cioè indefinita, del verbo (infinito, gerundio, participio).
46. SINTASSI
Lo studio delle funzioni proprie della struttura della frase; si completa con la morfologia, lo studio dei
segnali o forme che rendono intelligibili le funzioni sintattiche, e si oppone alla lessicologia, che è lo studio
delle unità di significato: per es. nella frase i genitori sono affezionati ai figli, le funzioni isolate dalla sintassi
consistono nei tre sintagmi del soggetto ( i genitori ), del predicato nominale ( sono affezionati ), della
direzione ( ai figli ); i valori lessicali che vi si oppongono corrispondono alle immagini
di genitori, affezionati e figli ; i segnali morfologici che consentono il riconoscimento delle funzioni sono
rispettivamente i, sono, ai.
52. DIATESI
La diatesi è la forma del verbo, In italiano abbiamo tre diatesi: attiva, passiva e riflessiva.
54. Di cosa parla Manzoni? Qual è la novità del modello di Manzoni? Che tipo di fiorentino prende in
considerazione?
Al momento dell’unificazione non tutti gli italiani sono in grado di parlare questa lingua, secondo Castellani
gli italofoni dopo l’unità sarebbero circa il dieci% della popolazione (De Mauro invece il due,cinque%).
Nell’ottocento la comunità dei parlanti si divideva in due parti distinte tra loro, quella di coloro che
parlavano italiano e quella di coloro che parlavano uno dei tanti dialetti d’Italia, alcuni si muovevano in un
tragitto intermedio tra i due poli opposti, parlando un italiano caratterizzato da tratti dialettali oppure un
dialetto intriso di elementi italiani. Il problema che si pone dopo l’unità è quello di servire, non solo i
letterati, ma tutti gli italiani di uno strumento linguistico unitario (una lingua coesa e unitaria)
Il veicolo più immediato è la scuola ed è proprio per la scuola, che per la prima volta si apriva a tutti i
bambini, che si affronta la questione del tipo di lingua da diffondere e insegnare, come lingua scritta e
parlata. L’unico mezzo di diffusione linguistica era il libro e ai libri i bambini accedevano attraverso la
mediazione degli insegnanti. Il problema linguistico è posto ufficialmente nella scuola per iniziativa del
ministro dell’istruzione Emilio Broglio, che nomina una commissione di esperti articolata in due
sottocommissioni: una milanese presieduta da Alessandro Manzoni e l’altra fiorentina presieduta dal
pedagogista Raffaello Lambruschini. Il ministro assegna il compito di ricercare e proporre tutti i modi coi
quali si possa rendere universale in tutti gli ordini del popolo una lingua. La premessa da cui parte Manzoni
è che la molteplicità di idiomi diventa un ostacolo quando si vuole tendere all’unità. Tanto più l’ostacolo
diventa serio in quanto non c’è concordia sul mezzo da adottare per superare la molteplicità e sostituire ad
essa un’unità. Viene stabilita una stretta relazione tra la lingua e una società che la parla: in tal modo viene
accantonata la possibilità di prendere in considerazione una lingua affidata ad un uso parziale, cioè non
condiviso da un'intera società (i parlanti dovevano essere d’accordo sul sistema linguistico da utilizzare). Il
binomio unità e molteplicità ritorna nella proposta di Manzoni che, a differenza delle teorie di Dante e
Bembo, non riguarda più la lingua scritta di un limitato numero di letterati, ma la lingua parlata dall’intera
popolazione. Tuttavia Manzoni procede individuando un modello che deve riguardare in primo luogo la
lingua parlata, cosa molto più complicata che proporre un modello di lingua scritta.
Sulla scelta del modello, si indirizza verso il toscano e può contare sulla sua diffusione plurisecolare come
lingua scritta. Il toscano letterario è unitario, mentre il modo di parlare dei toscani è variegato da un luogo
all’altro, perciò, se si vuole indicare un modello, occorre che sia privo di oscillazioni. Il problema della
variazione diatopica tra i diversi modi di parlare della Toscana è superato individuando come modello la
varietà colta di Firenze. L’attenzione di Manzoni si concentra in primo luogo sul vocabolario: l’unità della
lingua è in primo luogo l’unità del lessico. Manzoni sostiene l’idea, sul piano delle proposte concrete, di
inviare insegnanti toscani in ogni parte d’Italia. Un’attenzione specifica riguarda i libri, che dovevano essere
scritti da autori toscani, mentre uno strumento indispensabile da diffondere in ogni classe sarebbe stato un
nuovo vocabolario, stampato in edizione economica accessibile a tutti. A proposito del lessico si
raccomandava che per le materie più diffuse si proponesse una nomenclatura scientifica comune. La
relazione di Manzoni si conclude con il riconoscimento dei meriti del Ministro Broglio e queste ultime
parole, pur se riferite all’azione del ministro, sottolineano in realtà il grande merito di Manzoni, che con la
sua sensibilità intellettuale, l’attenzione ai risvolti sociali e alla sua esperienza diretta di scrittore che per
anni aveva riflettuto sulla lingua da usare, riesce a combinare la teoria con una prospettiva attenta agli
aspetti concreti dell’istruzione.
56. Cosa si perde nella copia in toscano dei testi siciliani (rima)
I testi poetici della scuola siciliana vengono letti in una veste toscanizzata perché i copisti toscani li
tradussero, ma non è questa la veste linguistica originaria. Avvenne il fenomeno del diasistema: atto di
copia di un testo linguisticamente differente dalla lingua del copista. Questo fenomeno di toscanizzazione
della lirica siciliana ha prodotto anche un fenomeno evidente nella lirica tardo duecentesca e che arriva fino
a Dante, cioè il cosiddetto istituto della rima siciliana, perché quando i copisti trascrivevano i testi della
lirica siciliana, che si basa su un sistema pentavocalico in cui esistono soltanto le cinque vocali a e i o u, il
sistema vocalico toscano e quindi anche italiano presenta invece E aperta ed E chiusa ed O aperta e O
chiusa, quindi un sistema a sette sillabe. Si chiama rima siciliana la rima di "i" con "e" chiusa ("morire" e
"cadere") e di "u" con "o" chiusa ("distrutto" e "sotto").
Dal punto di vista linguistico è presente nel placito, la dislocazione a sinistra: essa è la costruzione sintattica
della frase in cui un elemento nominale (kelle terre) è anticipato e poi ripreso da un pronome (le).
kelle terre viene quindi posto a inizio frase e ripreso nella seconda parte della formula dal pronome clitico
di ripresa le.
La dislocazione serve quindi a distribuire meglio le informazioni senza far sembrare che si parli sempre della
stessa cosa. I due elementi chiave della frase sono entrambi messi in evidenza con due procedimenti diversi
e complementari: l’oggetto, che in questo caso è anche l’argomento è in evidenza perché anticipato e
replicato tramite il pronome; il soggetto è in evidenza perché posposto al verbo e collocato alla fine della
frase.
58. che cos'è la grammatichetta? Chi è che la scrive e che cos'è? Perché viene scritta?
Prima di Bembo il volgare fu oggetto di una riflessione grammaticale ad opera di Leon Battista Alberti, che si
impegnò alla valorizzazione del volgare e delle sue valenze letterarie. La breve descrizione grammaticale del
volgare è nota come Grammatichetta e risale al periodo tra il millequattrocentotrentotto e il
millquattquarantuno. Nella tradizione grammaticale italiana questo testo è importante perché è il primo
scritto del genere in Italia, ma anche perché rimane per lungo tempo isolato: in Italia ha prevalso per secoli,
da Bembo fin oltre Manzoni, un’attenzione grammaticale concentrata sulla lingua scritta dei letterati.
Alberti non ha l’obiettivo di fissare norme fondate sull’autorità degli scrittori, ma punta a descrivere l’uso
della lingua parlata a Firenze. L’intento dell’autore è dimostrare che anche una lingua parlata è usata
secondo regole precise e riconoscibili. Le prime regole a cui l’autore si riferisce sono quelle della grafia,
l’opuscolo si apre infatti con L’ordine delle lettere, che presenta tutte le lettere dell’alfabeto disposte in un
ordine non alfabetico; esso non serve a insegnare l’alfabeto, ma a far riflettere sulla forma dei vari segni
grafici. Una grammatica volgare che comincia dalle lettere dell’alfabeto appare stravagante, tanto che
l’interesse di Alberti per la forma delle lettere è stato messo in relazione con la sua attività di architetto. La
cosa che per lui e i suoi contemporanei era la più scontata, cioè occuparsi dei segni grafici da usare nella
scrittura del volgare, sembra a noi una stravaganza meritevole di spiegazioni. Coloro che imparavano a
leggere e scrivere in volgare acquisivano un’abilità sviluppata nel riconoscere le lettere dell’alfabeto e nel
metterle per iscritto. Rivolgendosi da principio alle lettere dell’alfabeto l’autore si inserisce in una tradizione
didattica che dà grande importanza alla grafia e la Grammatichetta rientra tra gli effetti delle discussioni
sulla lingua che ebbero luogo tra gli umanisti nei primi decenni del quattrocento. Essa, se da un lato si
presenta come un’opera destinata a una riflessione personale, dall’altro viene collegata alle polemiche
linguistiche dibattute dai filologi del tempo, è quindi esplicito il rimando al dibattito sull’unicità della lingua
latina che si svolgeva nel quattrocento. A questo proposito erano state espresse due tesi opposte: Secondo
Bruni, presso i Romani esistevano due diverse lingue latine, una dei colti e una del popolo, invece per
Biondo il latino era una lingua unica, differenziata al suo interno per diversità di stile e di tono: la lingua
degli scrittori era cioè la stessa del popolo, ma rappresentava il risultato di un processo di affinamento.
Biondo, con il trattato De verbis romanae locutionis sottolineava che la differenza tra lingua dei dotti e
lingua del popolo era di modo e di gradi e non di natura .La dimostrazione albertiana che il volgare è
anch’esso lingua grammaticale veniva a colpire e ad infrangere l’ipotesi del Bruni: dimostrare che il volgare
parlato aveva delle regole significava dimostrare che anche il latino parlato dai romani non fosse privo di
regole come riteneva Bruni. Le premesse ad una descrizione grammaticale del volgare si riconoscono nel
proemio al terzo libro del trattato della Famiglia. Come gli scrittori latini scrivevano per essere intesi da
molti letterati, così Alberti opta per il volgare, lingua a molti comprensibile. La decisione di adottare il
volgare comporta la necessità di impegnarsi nella descrizione delle regole della sua grammatica: Alberti
passa dunque all’illustrazione della lingua volgare. La continua confrontabilità con il latino è agli occhi
dell’Alberti un argomento decisivo per la tesi che propone la regolarità grammaticale del [Link]
l’esempio della frase agrammaticale “tu hieri andaremo alla mercati” Alberti è il primo a sancire che non si
può parlare o scrivere bene in volgare se non si conoscono e applicano le sue regole. Mai l’autore rinvia a
Dante, Petrarca o Boccaccio, che già costituivano per gli umanisti una triade di auctoritates .Ad Alberti sta
maggiormente a cuore la dimostrazione che si possa piegare a regole grammaticali la lingua in apparenza
restia a ogni regola, a tale scopo sarebbe stato poco funzionale allegare l’autorità degli scrittori.
60. Commento del testo di Dante Tanto gentile e tanto onesta pare: Grazie alla prolungata stabilità della
norma letteraria, noi oggi possiamo leggere e capire intere frasi di Dante, Petrarca e Boccaccio.
D’altra parte, è anche vero che un uso plurisecolare può avere un po' appannato nel tempo significati che
per Dante e i suoi contemporanei erano di immediata evidenza, per questo è il caso di precisare volta per
volta se vi siano state modificazioni semantiche (di significato).
Un esempio può essere notato nei primi due versi del celebre sonetto dantesco Tanto gentile:
Tanto gentile e tanto onesta pare La donna mia quand’ella altrui saluta. Ad una prima lettura nessuna di
queste parole risulta sconosciuta o difficile. Tutte le parole rientrano in quello che De Mauro seleziona
come lessico fondamentale dell’italiano contemporaneo, mentre ‘ella’ è contrassegnata come forma
letteraria.
Dopo aver accertato che queste parole hanno un’aria familiare, se vogliamo capire davvero i versi
dobbiamo tener del significato che questo lessico può assumere all’epoca di Dante:
-una donna gentile non è una persona dotata di buone maniere, ma invece significa che è capace di
sentimenti nobili ed elevati, dotata di elette qualità morali e si riferisce alla nobiltà che deriva dalla virtù;
-onesta non si riferisce al fatto che la donna non commette azioni disoneste, ma significa che manifesta
superiorità ed elevatezza morale e intellettuale, unite a compostezza, dignità e decoro nei comportamenti e
nei modi; -il verbo pare non ha il senso di ‘sembra’, che metterebbe in forse l’elogio della donna, ma
significa ‘si manifesta, appare’; -altrui qui non è un aggettivo, ma un pronome che ha il valore di ‘ciascuno,
ogni altra persona’; -infine è possibile che donna conservi ancora il significato del latino domina ‘signora,
padrona’, tanto che donna mia potrebbe perfino essere un calco di midons, l’appellativo con cui i poeti
provenzali si rivolgevano alla loro donna.
Quando ci misuriamo con la lingua letteraria del passato occorre perciò tener conto dei cambiamenti di
significato e di funzione di parole che sono rimaste inalterate nella veste fonetica.
Come si è visto, nella lettura di opere del passato, è indispensabile ricorrere all’aiuto di adeguati strumenti
di consultazione: qui abbiamo fatto ricorso al GRANDE DIZIONARIO DELLA LINGUA ITALIANA (GDLI) ideato e
diretto da Salvatore Battaglia.
La comprensione, lo studio e l’edizione di testi antichi rappresentano alcuni degli obiettivi degli studi di
storia della lingua italiana.
63. Bembo
Nella scuola di grammatica cinquecentesca, il latino continua ad essere l’unica lingua studiata, ma la
fortuna letteraria del volgare, fa si che nelle aule si introduca anche il libro in volgare, molto gradito agli
scolari; il libro in volgare era considerato indegno di considerazione da parte dei maestri.
L’esperienza di Visconti e le testimonianze di scolari del cinquecento confermano che la volontà di
apprendere una lingua non locale nasceva come libera e spontanea esigenza di menti che volevano uscire
da un orizzonte limitato. Dopo un paio di secoli durante i quali i letterati si erano orientati verso il modello
toscano, si delinea, nei primi decenni del cinquento una nuova prospettiva, secondo la quale anche la
competenza del volgare letterario deve essere conseguita attraverso lo studio.
Ciò significa che tutti i letterati italiani muovevano da una medesima condizione: tutti avevano acquisito
una lingua materna in volgare, tutti avevano acquisito il latino come lingua di cultura; tutti, per giungere al
possesso di un volgare letterario da usare nella scrittura, avrebbero dovuto acquisire attraverso lo studio la
padronanza di una lingua volgare scritta, un esempio può essere nel breve passo di Trìssino dove non si
parla di lingua o volgare toscano, bensì di Italiano, una lingua che ciascuno può imparare da sé perché
nessuno l’aveva spontaneamente acquisita come lingua materna. La nuova prospettiva linguistica implicita
nell’affermazione di Trìssino comporta una situazione in cui si definiscono diverse modalità di rapporto con
la lingua scritta, in relazione alle diverse esigenze. L’intervento di Bembo come codificatore della lingua si
realizza attraverso vari momenti.
In una prima fase Bembo lavora come filologo. Quindi l’edizione di Petrarca presso Aldo Manuzio
rappresenta l’inizio della filologia applicata a testi in volgare, prima dell’edizione aldina del Petrarca curata
da Bembo, nel quattrocento la letteratura volgare conquista prestigio, in questa ascesa del prestigio occupa
un posto decisivo una “storia antologica” della letteratura italiana curata da Lorenzo de Medici e da Angelo
Poliziano, questa antologia accompagnata da una lettera prefatoria, è nota come Raccolta aragonese, essa
fu indirizzata al principe Federico d’Aragona, particolarmente attento alla poesia in volgare. Nella lettera
introduttiva Lorenzo e Poliziano dichiarano che la letteratura ha bisogno di qualcuno che la sostenga. Un
principio importante affermato da Lorenzo e Poliziano è che la letteratura in volgare non è effimera, ma
può durare nel corso dei secoli, la prova di questa potenzialità è data dal fatto che a distanza di secoli si
possono leggere i poeti del duecento e del trecento. Se un’opera è ritenuta classica in quanto dura nel
tempo, le opere volgari hanno avuto una durata nel tempo, quindi possono aspirare allo status di classici.
Sull’idea della durata del volgare si fonda l’opera di Bembo, che avverte la necessità di conferire al volgare
una formalizzazione. Nelle Prose della volgar lingua (millecinquecentoventicinque), un trattato dialogico in
tre libri, Bembo in forma di dialogo fa riflettere i personaggi sulle “leggi e regole” del volgare.
Nelle prime pagine sottolinea la differenza tra il parlare e lo scrivere, con la lingua parlata ci si rivolge a chi è
vicino, con quella scritta a chi è lontano e a coloro che verranno in seguito, inoltre, scrivere non è cosa facile
poiché il modo di parlare non può essere paragonato alla [Link] lunga durata della scrittura e la sua
destinazione a un gran numero di lettori rendono indispensabile l’individuazione di leggi e regole che si
conservino stabili nel tempo. Proprio in vista della stabilità nel tempo la lingua scritta deve allontanarsi da
quella parlata e deve modellarsi secondo l’esempio della lingua scritta degli autori. Viene in questo modo
esteso al volgare il principio di autorità che veniva applicato alla lingua latina. Per il latino valeva il modello
degli autori classici e per l’italiano doveva valere l’autorità dei modelli linguistici più prestigiosi.A parer di
Bembo la scrittura letteraria in prosa deve seguire il modello di Boccaccio, mentre quella in poesia Petrarca.
Per la lingua poetica l’esempio petrarchesco è preferito a quello dantesco perché la lingua di Dante, meno
uniforme e più varia, non sarebbe facilmente imitabile, l’uniformità dello stile di Petrarca offre invece agli
imitatori una compattezza di stile, argomento e lingua. La lingua proposta da Bembo non sarà destinata a
competere con gli altri volgari, ma dovrà proporsi come alternativa al latino: in precedenza solo il latino
garantiva durata e fama ai testi e agli autori, dopo Bembo anche il volgare potrà favorire ambizioni di
questo tipo, il nuovo volgare letterario si pone a un livello affine a quello del latino, e sarà adatto alle
funzioni culturali di alto livello. In alternativa alla proposta di Bembo, nel cinquecento presero forma altre
opinioni che si orientavano verso una lingua contemporanea parlata. Contrario alle tesi di Bembo è
Machiavelli che afferma il prestigio di Firenze e del fiorentino, ed altri autori fiorentini, come Gelli e
Giambullari, rivendicavano la superiorità della lingua parlata a Firenze.
Un’altra prospettiva, orientata verso una lingua comune italiana, è la cosiddetta teoria cortigiana, che si
riferisce a posizioni tra loro differenziate: il prestigio della corte Romana è sostenuto da Colli detto il
Calmeta, secondo Castelvetro il pregio della lingua usata a Roma nasceva dal fatto che a Roma si era
affermata, grazie all’influenza del toscano e alla circolazione delle persone, una lingua della conversazione
di tono elevato. A una lingua parlata si riferisce anche Castiglione nel suo Libro del Cortegiano, in cui
rivendicava la scelta di aver seguito il proprio modo di parlare invece del toscano letterario.
Un’interpretazione particolare della lingua di Dante proveniva da Trissino, il quale dopo aver rimesso in
circolazione il De vulgari eloquentia affermava che il fiorentino non poteva assumere ruolo di modello
linguistico ma occorreva prendere atto del fatto che la lingua nella Commedia e dello stesso Petrarca era già
italiana. A differenza della proposta di Bembo, gli altri teorici intervenuti nella cosiddetta Questione della
lingua, pur argomentando le proprie prospettive linguistiche, non suggerivano modelli imitabili, né
offrivano leggi e regole di cui Bembo sentiva l’esigenza, non meraviglia quindi che fu la teoria di Bembo a
incontrare i favori dei letterati italiani. Per di più la sua proposta ha il pregio della semplicità e della
linearità: un solo autore da imitare per la poesia, solo un altro per la prosa. Il modello bembesco non
poteva in alcun modo essere imposto ad alcuno, poiché il pubblico a cui Bembo si rivolge non è costituito
da tutti gli italiani, bensì da tutti i letterati italiani: i non letterati avrebbero continuato a scrivere testi no
letterari ai quali non sarebbe stato richiesto di sfidare il tempo e di risultare leggibili per i posteri. La
letteratura non è più un bene di pochissimi, ma diventa alla portata di tutti quelli che sanno leggere, poiché
la novità del libro favorisce una nuova richiesta di cultura: Dionisotti osserva che nel cinquecento arrivano
alla letteratura gruppi sociali che prima potevano solo ascoltare la lettura di opere, per esempio si hanno le
prime donne che diventano autrici, come Vittoria Colonna.
La letteratura si estende anche alla vita culturale dei piccoli centri: esemplare è il caso della poetessa
Isabella Morra, che ha scritto un breve canzoniere in volgare di argomento amoroso, pur vivendo nel suo
piccolo castello può leggere Petrarca e dall’alfabetizzazione passa alla scrittura poetica in volgare, se fosse
nata cinquanta anni prima sarebbe rimasta analfabeta come la quasi totalità delle donne nobili nei secoli
del medioevo.
La proposta di Bembo contribuisce a creare una cultura letteraria con una lingua uniforme nelle diverse
aree d’Italia, anche in luoghi in precedenza rimasti emarginati e periferici.
Il panorama della cultura scritta dal cinquecento in poi non è uniforme, l’articolazione diastratica delle
produzioni scritte successive alla diffusione della stampa e alla codificazione bembesca si può meglio
conoscere se ci si rivolge all’ingente patrimonio delle carte d’archivio che custodiscono e tramandano
scritture prodotte e conservate non per il valore letterario, ma per necessità concrete e materiali: si pensi
agli atti processuali, alle documentazioni ufficiali e alle lettere.
Attraverso i documenti si indovina perciò un mondo di scriventi di cultura bassa o media che scrivono con
ridotta padronanza della lingua e della scrittura.
Per la storia della lingua questi documenti sono importanti perché permettono di entrare in contatto con
una realtà linguistica complessa, caratterizzata da una forte variazione linguistica.
I cronisti per esempio, usano una lingua meno uniforme di quella codificata da Bembo.
In ogni epoca della nostra storia troviamo in diastratia una realtà varia in cui le persone scrivono più o
meno come parlano.
Dobbiamo perciò abituarci a una prospettiva secondo cui per alcuni secoli la lingua letteraria di Bembo è
un’opzione per poche persone colte, mentre in altri ambienti e con altre funzioni esiste una lingua vicino al
parlato.
In questa stratificazione c’è anche spazio per la fioritura della letteratura dialettale, che dopo la
codificazione bembesca diventa costante: a praticare il dialetto in letteratura sono autori bilingui o trilingui
che scelgono la lingua della realtà quando vogliono avvicinarsi a temi più vicini alla vita quotidiana.
64. Questione della lingua, fino all’ottocento (posizione di Bembo, dei puristi e il contributo dell' unità di
Italia all'unificazione linguistica)
La questione della lingua italiana è stato oggetto di studi approfonditi da diversi teorizzatori, per via del
fatto che la lingua italiana a partire dalla sua nascita ha sempre presentato aspetti che la mettessero su un
piano di controversia spesso combattuto fra i classicisti e gli innovatori.
Tutto ebbe inizio a partire dal milleduecentonovantaquattro quando Dante Alighieri aprì, con il suo sapere e
volere, il dibattito della questione sulla lingua italiana, con la stesura del trattato sulla lingua intitolato De
vulgari eloquentia: in questo scritto, il pensatore fiorentino teorizzò per la prima volta gli aspetti del volgare
italiano, cercandone di comprendere le origini e di stabilire quali fossero i canoni per un buon uso stilistico
della lingua. Infatti, per Dante, la lingua italiana prima di tutto doveva essere una lingua di uso colto e
letterario, che non ricadesse nei canoni della bassezza popolare.
Come da prassi, nello stilare un certo tipo di opere, seppure in maniera del tutto originale, Dante descrive la
vita della lingua italiana, a partire dalla base assoluta, ovvero Adamo, il quale per primo ha portato,
attraverso la consacrazione divina, la parola all’uomo. Dante stabilisce che il linguaggio parlato differenzia
l’uomo dagli animali bruti; tutta l’opera viene ripercorsa attraverso il racconto biblico. Infine, nel De vulgari
eloquentia Dante procede in maniera ordinata ad elencare le varie sfaccettature dell’italiano volgare,
definendo delle linee geografiche, simili (concettualmente) alle linee che cinque secoli più tardi teorizzò
Ascoli. Definisce una linea di demarcazione fra gli appennini orientali e quelli occidentali, enumerando le
caratteristiche dei volgari presenti in quella regione. Infine Dante insiste sul dibattito vero sulla lingua
quando cerca di capire quale fosse la vera lingua che si dovesse parlare nell’“Italia”: il volgare migliore,
definito illustre o aulico o curiale, doveva essere una lingua pura e non impura come, per Dante, potevano
essere il Piemontese, il sardo, il marchigiano, ecc. Dante si ispira piuttosto alla lingua della corte di Federico
II, il siciliano, e al bolognese. Disprezzò anche la lingua popolare toscana. Questo trattato sul volgare
italiano, che è comunque interamente scritto in latino, ha una grande importanza nella storia medievale
europea, in quanto si tratta di un primo assoluto all’interno del panorama letterario, ma venne comunque
riscoperto nel millecinquecento dal letterato vicentino Trissino, che analizzeremo a breve.
Il Quattrocento è stato il secolo in cui si sono scontrati i cosiddetti Umanisti latini contro gli Umanisti
volgari: al centro del dibattito c’era ancora una volta la questione della lingua. Flavio Biondo, grande
studioso di antichità romana, argomentava la questione linguistica dicendo che l’italiana era una lingua
frutto di una corruzione per cause esterne. Infatti, il latino si sarebbe corrotto quando i barbari sono entrati
in Italia, dando vita ai volgari, lingue affatto paragonabili alla grandezza e all’eleganza del latino. Leon
Battista Alberti, al contrario di Biondo, era un umanista volgare e apprezzava la nuova lingua che andava
delineandosi: a tal proposito, nel millequattrocentoquaranta, l’Alberti pubblicò la prima grammatica della
lingua italiana, intitolata Grammatica della lingua toscana, tramandata attraverso una copia apografa,
conservata oggi nella Biblioteca Vaticana. Leon Battista Alberti, aveva senz’altro, rispetto a molti altri
studiosi, delle opinioni più moderate: egli pensava che il latino fosse una lingua da imitare, in quanto era
una lingua universalmente compresa, e pensava che il volgare dovesse mirare a un livello alto, da affidare ai
saggi. Per citare Claudio Marazzini: “il latino doveva indicare al volgare la strada da percorrere”.
Nel millequattrocentoquarantuno, gli sforzi dell’Alberti nella promozione del volgare, culminarono con
l’organizzazione del Certame coronario, una gara poetica in cui i concorrenti avrebbero dovuto presentare
dei componimenti poetici sul tema dell’amicizia, scritti nella lingua volgare. Il certame purtroppo non ebbe
effetti positivi, in quanto gli oppositori di Leon Battista Alberti cercarono in ogni modo di sabotare la gara,
senza dare nessun premio ai partecipanti.
Nel Cinquecento, la gara linguistica fra italiano e latino, andava confermandosi, ma al contrario dei secoli
precedenti, per la prima volta la lingua volgare, andò in “vantaggio”, nei confronti della lingua madre,
trovando per la strada dei grandi letterati che valorizzarono la futura lingua italiana: si tratta di autori come
Ariosto, Tasso, Aretino, Machiavelli e Guicciardini, fra gli altri. Oramai erano sempre più numerosi gli studi
sulla lingua e sempre più numerose le pubblicazioni riguardanti grammatiche e studi sulla lingua. Aldo
Manuzio nel millecinquecentouno stampò due classici, Virgilio e Orazio, e diede vita alle cosiddette edizione
aldine, laddove si caratterizzava il carattere di stampa corsivo. In quello stesso anno, ed è ciò che
maggiormente ci interessa, Pietro Bembo, pubblicò il Petrarca volgare sotto una sua disamina. Questo fu un
evento eccezionale: nella prefazione Manuzio, che era lo stampatore (e di fatto l’editore) dell’opera,
difendeva il lavoro del suo cliente, da coloro che avrebbero potuto constatarne l’allontanamento dagli
aspetti tipicamente latineggianti del grande scrittore trecentesco. L’opera prendeva il titolo di Le cose
volgari di Messere Francesco Petrarca. Ma le innovazioni che Bembo portò all’interno della lingua italiana
ebbero anche una pubblicazione in un’altra opera, questa volta interamente redatta da Bembo: si trattava
delle Prose della volgar lingua, pubblicate nel millecinquecentoventicinque. Qui Pietro Bembo dà grande
prova di sé cercando di elencare tutti gli aspetti innovativi di cui la lingua volgare si doveva fare portatrice.
Compariva fra gli altri, l’uso dell’apostrofo per segnare l’elisione. Come tutti gli altri teorizzatori della
questione linguistica, anche Pietro Bembo, partì dall’analisi della natura del volgare fornendo quindi prima
di tutto un analisi storico linguistica, secondo la quale il volgare sarebbe nato dalla contaminazione del
latino ad opera degli invasori barbarici, una posizione non solo difendibile ma chiaramente vera. E quando
Bembo parlava di volgare senz’altro si riferiva al toscano letterario trecentesco dei grandi autori Petrarca e
Boccaccio, e in minor misura a quello di Dante, le cosiddette Tre Corone. Nello specifico, non apprezzava
nella Commedia di Dante l’uso di un certo iperealismo stilistico. Per Pietro Bembo ci si doveva ispirare
inoltre a Cicerone, per quello che concerneva la prosa, e a Virgilio, per ciò che concerneva la poesia.
Sempre nel Cinquecento si sviluppò la teorizzazione da parte di Giovan Giorgio Trissino e di Calmeta della
teoria cortigiana della lingua, secondo la quale l’italiano migliore era quello usato nelle corti; Bembo non
d’accordo con quest’analisi, sostenne che la lingua cortigiana era una lingua di difficile definizione, per via
della tantissime sfaccettature fra le varie “Italie”, non riconducibile dunque all’omogeneità di una lingua. La
teoria del Trissino però aprì le strade ai sostenitori dei cosiddetti regionalismi. Di fatto, in ultima analisi,
Pietro Bembo stilò le regole, che vennero in buona parte accettate fatta eccezione che dai fiorentini
(Bembo era infatti un patrizio veneziano), del volgare toscano, la futura lingua italiana. La teoria della lingua
di Bembo, secondo la quale aveva stabilito quale fosse la lingua e quali fossero gli esempi da emulare, ebbe
una portata e fortuna di difficile stima, all’interno del panorama linguistico del volgare italiano, e fu così
infatti che per tre secoli, fatta eccezione qualche breve parentesi, non ci fu la necessità di attuare nuove
teorizzazioni e nuove concezioni di quello che doveva essere la concezione linguistica dell’italiano. Non a
caso è stato l’Ottocento il secolo in cui si sentirà nuovamente l’esigenza di ripensare all’italiano, un secolo
denso di avvenimenti storici che portarono a uno stravolgimento totale della lingua.
Dal Seicento all’Ottocento, come detto, si attraversa un periodo di stasi sulla questione linguistica.
Importanti passi avanti vengono fatti su quello che era lo studio della lingua. Basti pensare alla nascita delle
varie accademie, fra cui la più importante fu l’Accademia della Crusca, che a partire dal milleseicentododici
pubblicò le prime edizioni del Vocabolario italiano. Questa fu un innovazione di grande rilevanza,
soprattutto per la sua unicità e alti standard di autorevolezza. L’Accademia della Crusca era/è una sorta di
centro di ricerche nazionale per la lingua italiana. Nel seicento uscirono tre edizioni diverse del Vocabolario
italiano, nel milleseicentonovantuno, la terza fu quella più completa, composta di tre tomi con lemmi e
descrizioni molto più complete. Il Settecento è stato il secolo in cui si delinearono le gerarchie linguistiche
all’interno del panorama europeo: l’italiano assume una importanza notevole, basti pensare a Wolfgang
Amadeus Mozart che tramite il suo librettista Lorenzo Da Ponte, scriveva opere liriche in italiano. Ma allo
stesso tempo il francese, la cui importanza è paragonabile a quella dell’inglese oggi giorno, ebbe notevoli
influssi nelle letterature europee: Carlo Goldoni scriverà diverse commedie in francese, nonché le sue
bellissime Memorie, di cui consigliamo la lettura. È il secolo, il Settecento, in cui si sviluppa la filosofia del
linguaggio, tramite l’autorevole pensiero di Diderot, di Alessandro Verri e di Melchiorre Cesarotti, il quale
quest’ultimo scrisse il Saggio sulla filosofia della lingue dove analizza di fatto il pro-toscano.
Ma, come già più volte accennato, è stato l’Ottocento il secolo della svolta nella questione della lingua, in
cui fu Alessandro Manzoni a cercare una soluzione a questo dibattito, sempre aperto. Nell’Ottocento si
ebbe uno scontro fra i Puristi e i Classicisti: i primi erano caratterizzati da un’intolleranza nei confronti di
ogni innovazione e dei prestiti linguistici dall’estero. Il capofila di questa corrente di pensiero era il veronese
padre Antonio Cesari che rifletteva il suo studio nei confronti della perfezione linguistica che si era
raggiunto nel trecento. La teoria linguistica manzoniana segna una svolta nelle discussioni sulla questione
della lingua. Della lingua italiana è stato un saggio su cui Manzoni lavorò per circa trent’anni e su questi
argomenti sono presenti alcune delle sue pagine migliori e più profonde. Ma lo studio della lingua da parte
di Manzoni lo si ritrova nelle varie edizioni de I promessi Sposi nei quali possiamo osservare i mutamenti,
nonché la maturazione, dello scrittore lombardo nei vari decenni.
La carriera linguistica e letteraria di Alessandro Manzoni si divide in tre fasi. La fase eclettica è il periodo in
cui Manzoni fece l’uso di un linguaggio letterario con uno stile duttile, ricco di francesismi e milanesismi,
laddove si ha quindi un linguaggio non del tutto scorrevole e possiamo anche dire “poco italiano”. È la fase
che coincide con la pubblicazione del Fermo e Lucia, la prima stesura dei futuri Promessi Sposi. La fase
toscano-milanese coincide con la stesura della cosiddetta edizione “ventissettina” dei Promessi Sposi
pubblicata appunti fra il milleottocentoventicinque e il milleottocentoventisette (era pubblicata a capitoli).
In questa edizione la lingua è genericamente toscana e concordata con i principali dizionari italiani. L’ultima
fase, fra il milleottocentoquaranta e il milleottocentoquarantadue, è quella in cui Manzoni pubblica l’ultima
e definitiva edizione dell’opera che l’ha consacrato in questi centosettant’anni di vita: dopo uno studio
approfondito della lingua italiana che portò Manzoni a stabilirsi per qualche anno a Firenze, dopo la
cosiddetta “risciacquatura nell’Arno”, l’autore milanese pubblicò un’opera con l’uso di un fiorentino colto,
che potremo quindi chiamare italiano vero.
Nel frattempo l’Italia si unì dopo varie guerre, nell’Italia che conosciamo oggi, fatta eccezione di Roma (che
si sarebbe unita qualche anno più tardi), e il Trentino (dopo la prima guerra mondiale), e Alessandro
Manzoni nel milleottocento sessant’otto pubblicò un saggio intitolato Dell’unità della lingua e dei mezzi di
diffonderla. Ora era chiaro che l’italiano doveva diventare un mezzo veicolante e coercitivo all’interno del
nuovo paese. Si dovrà aspettare ancora qualche decennio finché esso lo divenne davvero, ma gli studi di
Manzoni rimangono comunque prestigiosi e fondamentali all’interno dell’apparato linguistico che oggi
giorno parliamo. I Promessi Sposi sono l’esempio di come gli italiani dovrebbero e potrebbero parlare, ma
la storia della/di una lingua non è mai ferma. Vediamo come si è evoluta più di recente.
L’Italia si è unita nel milleottocentosessantuno. Mentre gli italiani si sono maggiormente integrati
linguisticamente a partire dal millenovecentoquattordici dopo lo scoppio della prima guerra mondiale.
L’esercito italiano era molto vario linguisticamente: i battaglioni erano formati da soldati di varie regioni,
così un sardo che mai era uscito dalla sua isolanità andò a combattere al fianco di un veneto. Spesso
l’italiano era solo un mezzo non conosciuto ai più, ma è da questo momento che si scopre realmente che
l’Italia è unita e che combatte sotto un’unica bandiera e che nel futuro si deve creare anche un’unica
bandiera linguistica. Dopo la guerra l’italiano, grazie anche agli investimenti dei programmi fascisti,
conoscerà una più ampia diffusione del suo uso. Ma ancora dopo la seconda guerra mondiale i dialetti
verranno lentamente soppiantati, naturalmente per un uso più marginale e più informale, a favore dell’uso
dell’italiano comune.
Nel millenovecentosessantaquattro Pierpaolo Pasolini, regista, scrittore, pensatore, teorizzò una nuova
questione sulla lingua italiana: dai suoi studi pubblicati egli affermava la nascita di un neo-italiano, laddove
la capitale linguistica italiana, non era più Firenze o Roma, bensì il cosiddetto triangolo industriale formato
da Milano, Torino e Genova con lo sviluppo di una nuova lingua tecnologica, legata alla nuova classe
capitalistica, segnata da un linguaggio più grezzo e meno espressivo. Il nuovo italiano portò alla
semplificazione sintattica del periodo, con una netta e drastica diminuzione dei latinismi e con la prevalenza
dell’influenza della tecnico-scientifica rispetto a quella della letteratura, con di fatto, una perdita di prestigio
della lingua. Questo era il pensiero di Pierpaolo Pasolini, l’ultimo a teorizzare sulla questione della lingua.
Dopo di lui, al contrario si sono aperti i dibattiti, per la salvaguardia dei dialetti e degli alloglotti che oggi
vanno via, via scomparendo in un mondo sempre più globalizzato e glocalizzato.
66. Nel quattrocento quali sono le teorie che riguardano le origini del volgare?
Prima di Bembo il volgare fu oggetto di una riflessione grammaticale ad opera di Leon Battista Alberti, che si
impegnò alla valorizzazione del volgare e delle sue valenze letterarie. La breve descrizione grammaticale
del volgare è ora nota come Grammatichetta e risale al periodo tra il millequattocentotrentotto e il
millequattrocentoquarantuno. Nella tradizione grammaticale italiana questo testo è importante perché è il
primo scritto del genere in Italia, ma anche perché rimane per lungo tempo isolato: in Italia ha prevalso per
secoli, da Bembo fin oltre Manzoni, un’attenzione grammaticale concentrata sulla lingua scritta dei letterati.
Alberti non ha l’obiettivo di fissare norme fondate sull’autorità degli scrittori, ma punta a descrivere l’uso
della lingua parlata a Firenze.
L’intento dell’autore è dimostrare che anche una lingua parlata è usata secondo regole precise e
riconoscibili.
Le prime regole a cui l’autore si riferisce sono quelle della grafia, l’opuscolo si apre infatti con L’ordine delle
lettere, che presenta tutte le lettere dell’alfabeto disposte in un ordine non alfabetico; esso non serve a
insegnare l’alfabeto, ma a far riflettere sulla forma dei vari segni grafici.
Una grammatica volgare che comincia dalle lettere dell’alfabeto appare stravagante, tanto che l’interesse di
Alberti per la forma delle lettere è stato messo in relazione con la sua attività di architetto.
La cosa che per lui e i suoi contemporanei era la più scontata, cioè occuparsi dei segni grafici da usare nella
scrittura del volgare, sembra a noi una stravaganza meritevole di spiegazioni.
Coloro che imparavano a leggere e scrivere in volgare acquisivano un’abilità sviluppata nel riconoscere le
lettere dell’alfabeto e nel metterle per iscritto.
Rivolgendosi da principio alle lettere dell’alfabeto l’autore si inserisce in una tradizione didattica che dà
grande importanza alla grafia e la Grammatichetta rientra tra gli effetti delle discussioni sulla lingua che
ebbero luogo tra gli umanisti nei primi decenni del quattrocento.
Essa, se da un lato si presenta come un’opera destinata a una riflessione personale, dall’altro viene
collegata alle polemiche linguistiche dibattute dai filologi del tempo, è quindi esplicito il rimando al dibattito
sull’unicità della lingua latina che si svolgeva nel quattrocento.
A questo proposito erano state espresse due tesi opposte: Secondo Bruni, presso i Romani esistevano due
diverse lingue latine, una dei colti e una del popolo, invece per Biondo il latino era una lingua unica,
differenziata al suo interno per diversità di stile e di tono: la lingua degli scrittori era cioè la stessa del
popolo, ma rappresentava il risultato di un processo di affinamento.
Biondo, con il trattato De verbis romanae locutionis sottolineava che la differenza tra lingua dei dotti e
lingua del popolo era di modo e di gradi e non di natura.
La dimostrazione albertiana che il volgare è anch’esso lingua grammaticale veniva a colpire e ad infrangere
l’ipotesi del Bruni: dimostrare che il volgare parlato aveva delle regole significava dimostrare che anche il
latino parlato dai romani non fosse privo di regole come riteneva Bruni.
Le premesse ad una descrizione grammaticale del volgare si riconoscono nel proemio al terzo libro del
trattato della Famiglia.
Come gli scrittori latini scrivevano per essere intesi da molti letterati, così Alberti opta per il volgare, lingua
a molti comprensibile.
La decisione di adottare il volgare comporta la necessità di impegnarsi nella descrizione delle regole della
sua grammatica: Alberti passa dunque all’illustrazione della lingua volgare.
La continua confrontabilità con il latino è agli occhi dell’Alberti un argomento decisivo per la tesi che
propone la regolarità grammaticale del volgare.
Con l’esempio della frase agrammaticale “tu hieri andaremo alla mercati” Alberti è il primo a sancire che
non si può parlare o scrivere bene in volgare se non si conoscono e applicano le sue regole.
Mai l’autore rinvia a Dante, Petrarca o Boccaccio, che già costituivano per gli umanisti una triade di
auctoritates.
Ad Alberti sta maggiormente a cuore la dimostrazione che si possa piegare a regole grammaticali la lingua
in apparenza restia a ogni regola, a tale scopo sarebbe stato poco funzionale allegare l’autorità degli
scrittori.
Nella seconda metà del quattrocento, prima della codificazione bembesca, il toscano, per prestigio
culturale e diffusione, condiziona anche la lingua di testi non letterari scritti da persone colte; un esempio è
una lettera del poeta milanese Gaspare Visconti che scrive a Francesco Gonzaga.
In testi del genere si notano tre diverse componenti nella veste linguistica: tratti latini o latineggianti, tratti
toscani e quelli della varietà locale.
Sono in latino le formule di saluto iniziali e finali della lettera, con altri latinismi grafici e fonetici che si
distribuiscono come fregi che denotano ricercatezza nella scrittura.
La componente toscana risalta nella dittongazione di può e suoi e altri elementi toscaneggianti sono
l’articolo plurale gli, le preposizioni articolate de' e al, il condizionale in -ei e il congiuntivo imperfetto con
desinenza -i.
L’attenzione con cui Visconti sorveglia la propria lingua scritta fa si che i tratti del volgare lombardo si
riducano a poco: da notare alcune grafie con consonante scempia e la preposizione de.
A una tendenza comune della prosa cortigiana quattrocentesca invece risale l’omissione del che.
Accanto al prestigio del latino si delinea il prestigio del modello toscano, punto di riferimento tra le diverse
realtà cortigiane italiane, che cominciano a orientarsi verso una lingua che si distacchi dalle caratteristiche
locali.
L'attenzione di De Mauro
Tutto quel che si sapeva di 'Sulla geografia...', era quanto Tullio De Mauro ne riferiva in ‘Storia linguistica
dell’Italia unità (millenovecentosessantatre). Il compianto, illustre linguista aveva letto una breve
recensione della tesi di Rüegg e ne aveva tenacemente cercato una copia, che trovò infine nella biblioteca
dell’Università di Tubinga e gli confermò il valore dello studio. De Mauro, intervistato dalla Rete Due della
Radio svizzera RSI, rileva come il focus della ricerca fossero per la prima volta i parlanti, le persone, i loro
comportamenti linguistici e la ricostruzione del loro patrimonio lessicale. “Veniva fuori lo sforzo che si stava
compiendo allora in Italia, di costruire al di fuori della lingua letteraria, nella quotidianità, un terreno
comune, delle forme capaci di essere comprese da Palermo a Milano”.
S.B.: Questo è uno degli aspetti innovatori della sua opera. Era cosciente che si trovava in un momento di
transizione sociale di grandissima importanza. Un momento di passaggio da una realtà rurale, artigianale, a
una di tipo urbano, con i mass media (i giornali, la radio e la nascente televisione) che cambiavano
radicalmente i dati di partenza della realtà linguistica e provocavano cambiamenti epocali, prioritariamente
in contesto urbano.
La conferma della giustezza del suo lavoro l’abbiamo in una raccolta di studi del 2013, La lingua delle città
Link esterno dove si riprendono le impostazioni di Rüegg (pur applicate con mezzi e personale più
adeguati): la città come luogo dove la 'langue' [intesa come insieme di convenzioni linguistiche che rendono
possibile la comunicazione] viene interpretata e realizzata attraverso la 'parole' [l'atto, la facoltà individuale
del parlare].
TVS: La televisione darà un grande impulso allo sviluppo dell’uso parlato dell’italiano. Il dialetto, dal
dopoguerra, lascia sempre più spazio alla lingua unitaria, anche in ambito familiare e quotidiano. Possiamo
dire che Rüegg indaga l’italiano parlato sul nascere?
S.B.: L’italiano parlato esisteva già, evidentemente. Ma la linguistica italiana non se ne era mai occupata.
I glottologi studiavano i dialetti -da tutti i punti di vista- oppure si occupavano della lingua scritta, in
particolare di quella letteraria. Tra i due estremi non c’era lo spazio, l’attenzione o la volontà di
documentare come l’italiano venisse parlato nella quotidianità.
Rüegg aveva questa sensibilità e preoccupazione che anticipavano i tempi. Indagò i mutamenti della lingua
nelle dimensioni che saranno proprie delle ricerche successive, cioè: la variazione socio-culturale, la
variazione nel tempo, la variazione geografica e la variazione stilistica.
S.B.: I materiali raccolti avrebbero dovuto permettergli, con ulteriori indagini, di generalizzare la parte più
interessante del suo discorso, relativa ai geosinonimi, che ha approfondito in maniera notevole dal punto di
vista culturale e della storia delle parole [Rüegg, per questa analisi, scelse 10 lemmi sui 240 di partenza
dell'indagine]. Avremmo avuto un'opera unica, ricca e documentatissima di una fase ben precisa della
storia dell’italiano di metà del Novecento.
68. Chi era Stefano Guazzo? Nato a Casale-Monferrato nel millecinquecentotrenta (morì a Pavia nel
millecinquecentonovantatre), fu l'autore di un testo che ebbe enorme fortuna nel XVI secolo e in secolo
successivo in Europa. Si tratta de La civil conversazione , edita a Brescia nel
millecinquecentosettantaquattro e poi a Venezia nel millecinquecentosettantanove, e poi successivamente
varie edizioni, traduzioni e ristampe per tutta Europa. Un successo pari al "Cortigiano" di Castiglione o al
"Galateo" di Della Casa. Ne derivò una diramazione anche linguistica dei concetti da lui propagandati, in
tutte le culture nazionali europee. Si tratta dei valori 'civili' della grazia, misura, creanza, onore, garbo,
discrezione. Nella forma consueta del dialogo, il nobile Stefano Guazzo affrontava per la prima volta un
argomento che, nei precedenti trattati sulle buone maniere e sul comporta mento, era stato solo sfiorato: i
modi del parlare tra gente non volgare, intesi nel segno di una civiltà di costumi a cui sovrin tende l'aurea
mediocritas di chi, giovane o vecchio, uomo o donna che sia, da farsi guidare dall'intelligenza, dal gusto,
dalla consapevolezza che può esservi familiarità anche nelle differenze di status, di condizione, di età, di
sesso. Di qui la caratteristica peculiare di questo testo, e anche la causa della sua in credibile fortuna fino al
XVII secolo: la leggerezza delle argo mentazioni, la piacevolezza della scrittura anche dal punto di vista
linguistico, la facilità e eleganza dello stile argomenta tivo. Il tutto reso accattivante dall'abbondanza di
exempla, di aneddoti, di battute gnomiche facili da ricordare e divertenti. Lo stile è giocato tutto sul registro
dell'umanità. Sullo sfondo, la città di Casale con i suoi panorami mentalmente salutari e distesi, il minuzioso
dettaglio delle conversazioni condotte nel tono tranquillo che rassicura e orienta il lettore. Su tutto, la
«regula universalissima» come diceva Castiglione mezzo secolo prima, della «grazia»: regola etica e
estetica, in grado di qua lificare con misura e eleganza profonde e discrete anche i con tatti interpersonali.
La vita associata è vista come naturale an tidoto alla solitudine. Afferma uno degli interlocutori che «il vero
diletto» è «quello che naturalmente apporta piacere a tutte le persone in universale»: ne consegue che «la
solitudine, quan tunque sia grata agli uomini oppressi da malinconia, non è però aggradevole, anzi è noiosa
a tutti gli altri uomini». La «civiltà» diviene forma del vivere, indipendentemente dalla classe sociale. Vi è
una fiducia sfegatata nelle capacità della parola, antica (negli esempi del passato e nei testi canonici) e
vivificatrice nel suo nuovo percorso moderno. Il testo di Guazzo è un reticolo di citazioni, un serbatoio
ipertestuale.
Aspetti grafico-fonetici:
-le forme ad e ed sono utilizzate ormai ai soli casi di incontro con la stessa vocale (ad agosto, ed Elena);
-la scomparsa della i prosteica davanti a parole che iniziano con s+consonante, seguite da una parola che
inizia in consonante (in istrada o per sbaglio, resiste solo per iscritto ).
Aspetti della fonologia:
-mancato adeguamento delle vocali medie toniche (e e o aperte e chiuse);
-mancato adeguamento delle consonanti fricative dentali scempie intervocaliche (s sorda e sonora) e delle
affricative dentali intervocaliche (z sorda e z sonora).
-Cambiamenti del sistema verbale:
-estensioni delle funzioni dell'imperfetto indicativo:
-imperfetto di cortesia (volevo un’informazione);
-imperfetto dell'irrealtà (facevo meglio a…);
-imperfetto del periodo ipotetico (se lo sapevo ti aiutavo);
-imperfetto del futuro nel passato (ha giurato che mi aiutava);
-disuso del trapassato remoto;
-l'estensione del passato prossimo a scapito del passato remoto;
-la preferenza del presente indicativo il luogo del futuro (domani vado a casa di Paola);
-una regressione del congiuntivo.
Aspetti morfosintattici:
-Frasi relative: processi di relativizzazione, ossia il cambio di marca variazionale di alcune strategie di
costruzione della frase. Accanto alle relative standard (a cui, di cui, il quale…) esistono strutture non
standard con gradi diversi di accettabilità. Esempio: mia sorella mi ha regalato il libro al quale avevo dato
un’occhiata in libreria (standard); vedeva una camicia che mancava il bottone (non accettabile).
Negli ultimi decenni, anche per effetto delle scritture digitale dei social media, sono state proposte nuove
modellizzazione dell'architettura dell'italiano contemporaneo. Lo schema proposto da Antonelli punta
rappresentare:
-la persistente incidenza della dimensione diatopica, che investe anche gli usi scritti;
-lo spostamento verso il centro è la tendenza a la sovrapposizione fra italiano parlato colloquiale, italiano
regionale, italiano informale-trascurato;
la risalita dell'italiano tecnico-scientifico verso il punto più estremo della diafasia e della diastratia;
-lo standard viene legato ai contesti scolastici (italiano standard scolastico) e lo standard al suo uso
giornalistico (italiano neostandard giornalistico);
sostituzione dell'italiano burocratico con italiano aziendale, diffuso anche nella pubblica amministrazione;
inserimento dell'italiano digitato, sotto il nome di e-italiano, che rappresenta una varietà dell'uso scritto
mediato dal computer.
I cambiamenti in atto nella architettura dell'italiano contemporaneo nel rapporto fra norma e uso sono
frutto dell'intreccio di fenomeni diversi. Accanto alla varietà dell'italiano e dei dialetti, esistono altre lingue:
ci troviamo di fronte al fenomeno delle eteroglossia o alloglossia, ossia la presenza o l'uso di una lingua
diversa nell'ambito di un territorio linguistico definito o di un paese. Esempi di alloglossia: Valle d'Aosta
(francese-italiano), Alghero(italiano-catalano), luoghi dell'Italia centro-meridionale in cui si usano varietà di
albanese. Francese e catalano sono esempi di lingue alloglotte romanze, la varietà di albanese è un esempio
di lingua alloglotta non romanza. La presenza di alcune parlate alloglotte è il frutto di spostamenti e
migrazione risalente all'età medievale (varietà albanesi). Un secondo aspetto è la loro presenza in aree di
frontiera, in cui esiste una continuità territoriale transfrontaliera (varietà alloglotte occitane). Diverso è il
caso in cui la presenza di comunità alloglotte sia stata determinata da mutamenti di confine. Esempio: nella
provincia di Bolzano adoperano varietà di tedesco diverse sia dal punto di vista diatopico che diafasico, a
seconda che le situazioni comunicative siano più informare o di media informalità. Le comunità di
tradizione alloglotta vivono in contesti di plurilinguismo: la lingua alloglotta è soltanto una delle
componenti del repertorio linguistico delle comunità interessate. Le diverse lingue presenti nei repertori
plurilingui non sono necessariamente adoperate da tutti i parlanti di una comunità, non sono impiegate
nelle medesime situazioni comunicative e possono avere un diverso prestigio perse parlanti. In Valle
d'Aosta il francese è poco vitale come varietà acquisita in modo spontaneo in contesto familiare, infatti,
viene appresa attraverso l'insegnamento, ma la maggior parte della popolazione dichiara di avere
competenze passive o attive del francese. Questo si deve al dominio del ducato di Savoia sulla Valle d'Aosta
nel milleottoccentosessanta e in seguito alla dichiarazione del francese come lingua amministrativa. Nel
corso del Settecento ha insegnato nelle scuole comunali e anche dopo l'unità non ha perso il suo ruolo di
lingua di prestigio. In Alto Adige accanto al bilinguismo italiano-tedesco, nel repertorio si riconosce il
tedesco standard e le varietà tedesche locali.