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Domande Storia Lingua

domande esame storia della lingua italiana

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1.

Concetto di variazione linguistica e assi di variazione dell'italiano :


Per variazione linguistica s’intendono tutte le varietà, le oscillazioni possibili di 1 lingua e dunque
l’importante carattere delle lingue di essere mutevoli e presentarsi sotto diverse forme nei comportamenti
dei parlanti, la lingua non è un blocco rigido ma presenta diversi usi possibili, ci sono cinque parametri
extralinguistici entro i quali si adopera una lingua e sono:
-diacronia, -tempo- l’asse diacronico è quello che si riferisce alla collocazione storica e temporale della
lingua e situa le diverse forme dell’italiano su un asse temporale dove l’italiano nel mentre può perdere
nascita della stampa a caratteri mobili Gutenberg millequattrocentocinquantacinque)
-diatopia, -spazio- che prende in considerazione la diversa provenienza geografica del parlante: ad un
estremo abbiamo i vari dialetti, poi c’è il dialetto italianizzato(che prevede l’importazione di termini italiani
nel dialetto), l’italiano regionale (che ha invece solo delle coloriture di carattere regionale) e infine l’italiano
standard (che rende irriconoscibile la provenienza del parlante).
-diafasia, -situazione comunicativa- relativa al registro usato, la variazione si articola lungo un’asse che va
dalla massima informalità alla massima formalità (gergo, trascurato, familiare, formalizzato, sostenuto,
solenne, aulico) e il parlante può e deve selezionare il registro linguistico in funzione dell’ascoltatore e della
situazione comunicativa (un medico può descrivere una patologia in modi diversi a seconda che si rivolga a
dei colleghi o ad un paziente)
-diastratia, dipende dallo strato socio-culturale del parlante (provenienza culturale, età, sesso, professione,
livello di istruzione.
-diamesia, prende in considerazione il mezzo/canale usato per la comunicazione, tradizionalmente le due
principali varietà diamesiche sono scritto e orale, nonostante per scrivere e parlare si usi comunque
l’italiano, il modo di esprimersi cambia: scrivere richiede tempo ed è più meditato, una conversazione
invece è più immediata e vengono permesse alcune inesattezze, ripetizioni ed intercalari; Gli accademici
hanno evidenziato innumerevoli distinzioni che sottolineano come il testo sia generalmente un monologo
riflessivo corredato da punteggiatura e preparato con precisione per un interlocutore distante e spesso
ignoto, mentre il parlato tende ad essere un dialogo spontaneo accompagnato da intonazione ed emotività
e volto ad un interlocutore vicino che si conosce; questa distinzione però vacilla con l’introduzione dei
nuovi strumenti di comunicazione che permettono un’oralità a distanza o una scrittura a metà tra oralità e
scritto.
Quindi l’italiano si estende in tante direzioni e lo stesso messaggio può essere trasmesso in tanti modi
diversi, ma mai sbagliati a prescindere ma sempre dipendendo dal contesto in cui vengono usati e al
ricevente a cui ci rivolgiamo.

2. Standard / neo standard :


L'italiano standard è l'italiano conforme alle regole della grammatica normativa e vale come modello di
riferimento per l'uso corretto della lingua e dell'insegnamento scolastico, si tratta della varietà d'italiano
dotata di maggiore prestigio presso la comunità linguistica e che viene trascritta nei manuali di grammatica,
impiegata nello scritto e parzialmente nel parlato.
E’ dotato quindi di stabilità, prestigio, è privo di regionalismi ed ha una funzione unificatrice, posseduto
dalle persone colte.
Inoltre, è il risultato di un lungo processo storico che ha preso avvio dal prestigio del fiorentino letterario
300esco; A livello di pronuncia non è acquisito quasi mai da nessun parlante spontaneamente.
L'italiano neostandard (o italiano dell'uso medio) si distingue sia dallo standard che dalle altre varietà
regionali. E' una varietà d'italiano propria degli usi parlati e scritti di media formalità, tipica delle persone
mediamente colte. Derivato del processo di ristandardizzazione nell'italiano contemporaneo, ovvero quel
processo mediante il quale alcuni tratti linguistici, a lungo censurati dalla grammatica, sono risaliti nella
scala di prestigio.
Aspetti grafico-fonetici del neostandard:
-limitazione delle forme ad e ed ai casi di incontro con le vocali (ad agosto, ed Elena)
Aspetti della fonologia:
-mancato adeguamento delle vocali medie toniche (e ed o aperte o chiuse)
-s sorda e sonora, z sorda e z sonora.
Cambiamenti del sistema verbale:
-estensioni delle funzioni dell’imperfetto indicativo: imp. di cortesia -volevo un’informazione-; imp.
dell’irrealtà -facevo meglio a-; imp. del periodo ipotetico -se lo sapevo ti aiutavo-; imp. del futuro nel
passato -ha giurato che mi aiutava-
-disuso del trapassato remoto
-estensione del passato prossimo a scapito del passato remoto
-preferenza del presente indicativo in luogo del futuro (domani vado casa di Paola)
-regressione del congiuntivo
Cambiamenti del sistema pronominale:
-lui e lei sostituiscono egli ed ella
-gli, le e loro sostituiti da gli
-ci attualizzante di richiamo a specifiche circostanze (averci, entrarci, starci)
-usi pronominali intensivi di verbi intransitivi (andarsene, venirsene) e transitivi (mangiarsi una pizza,
vederci un film).
-riduzione dei dimostrativi a questo/quello, oppure questo che/quello che
Aspetti morfosintattici:
-frasi relative: processi di relativizzazione, ossia il cambio di marca variazionale di alcune strategie di
costruzione della frase. Accanto alle relative standard (a cui, di cui, il quale..) esistono strutture non
standard con gradi diversi di accettabilità: mia sorella mi ha regalato il libro al quale avevo dato un’occhiata
in libreria (standard); vedeva una camicia che mancava il bottone (non accettabile).

3. Differenze fra lingua parlata e scritta


Il punto di vista più rilevante per quanto riguarda la differenza tra parlato e scritto ci viene offerto da
Halliday, per Halliday il parlato è un processo dinamico e lo scritto è un prodotto statico.
La lingua parlata è organizzata quanto quella scritta ed hanno lo stesso grado di complessità ma soddisfano
bisogni comunicativi diversi, infatti lo scritto non è linguisticamente superiore al parlato e il parlato non è
una versione rozza dello scritto
Il parlato, essendo un processo dinamico, può essere paragonato ad un film, mentre lo scritto essendo un
prodotto statico può essere paragonato a un film.
La distinzione tra parlato e scritto è connessa alla variazione diamesica, in quanto esiste una correlazione
forte tra il canale che adoperiamo e la struttura linguistica che scegliamo di adoperare.
La prima differenza è il canale che veicola il messaggio, per la modalità parlata si utilizza il canale fonico-
uditivo(qualcuno ascolta ciò che qualcun altro dice/parlato), accompagnato dall'audiovisivo e mimico-
gestuale, per la modalità scritta si utilizza il canale grafico-visivo (qualcuno legge ciò che qualcun altro ha
scritto).
Nella modalità parlata i temi sono personali e privati, c'è una prossimità emotiva, libera alternanza dei turni
di dialogo e dimensione dialogica faccia a faccia, nella modalità scritta invece si avverte una distanza
comunicativa e un distacco emotivo, i temi sono fissi, l'interlocutore è sconosciuto, e manca di spontaneità.
Ovviamente le due modalità presentano delle proprie caratteristiche; per il parlato abbiamo: utilizzo degli
elementi deittici(elementi linguistici la cui interpretazione richiede il riferimento a elementi contestuali -
qui,lì, oggi, l’anno dopo-), ridondanza(ripetizione), utilizzo di segnali discorsivi e fatismi (vero?ok?), strategia
di attenuazione (pochetto, momentino), parole pass-partout (parole dal significato generico cosa,coso,
roba); per lo scritto abbiamo: precisione, pianificazione, varietà e densità lessicale, esplicitazione degli
elementi contestuali.

4. Italiano popolare
Oltre al dialetto sono presenti altre variazioni nella penisola italiana: tra queste troviamo l'italiano regionale
il quale si riferisce a un'area definita, cioè a uno spazio geografico locale e non alle regioni come entità
amministrative. Con la denominazione di italiano regionale è usata anche quella di italiano locale che non
presenta possibilità di equivoci. La nozione di italiano regionale è stata definita per la prima volta dal
linguista Giovanni Battista Pellegrini, per poi essere ripresa anche da altre figure come Edmondo De Amicis
e Roberto Ruegg.
Il lessico italiano presenta ancora variazioni visto che la diffusione dell'italiano non comporta sempre le
affermazioni di soluzioni lessicali univoche: la differenza più evidente tra italiani locali è l'intonazione, oltre
a questo i parlanti dimostrano altre caratteristiche utilizzate inconsapevolmente come: il rafforzamento
delle consonanti all'inizio della parola (la cchiesa), l'uso di parole, espressioni o costruzioni dialettali (calare
il paniere, me tocca sentì che dicono...).
L’italiano regionale nasce dall’incontro della lingua standard, ossia l’italiano, con i dialetti locali.
Nell’italiano regionale bisogna distinguere quello parlato da chi ha una bassa istruzione e ha per lingua
madre il dialetto, e l’italiano regionale parlato da chi ha un’istruzione medio-alta e che hanno per lingua
madre proprio l’italiano regionale, i cui tratti sono rimarcati da una conoscenza del dialetto passiva e non
direttamente attiva. Tra i linguisti è ancora in corso un dibattito molto importante: c’è chi crede che
l’italiano regionale stia andando via via perdendosi grazie all’azione dello standard in tv e a scuola, mentre
altri credono che la stragrande maggioranza degli italiani adottino proprio l’italiano regionale nel contesto
familiare e con amici. Molti italiani però riescono a padroneggiare molto bene l’italiano e il dialetto, in un
rapporto di bilinguismo(due lingue con uguale funzione) o piuttosto di diglossia(due lingue di diverso rango,
una per le funzioni alte, l’altra in quelle basse).
Sul piano fonetico, l’italiano regionale si distingue da una zona all’altra molto bene grazie alla “cadenza”
data dal dialetto, in particolare ci sono alcuni luoghi, ad esempio il Veneto, in cui si tende a sonorizzare la
“s” sorda (come nella parola sbaglio o quando la s è in posizione intervocalica), inoltre si evidenzia con la
pronuncia la E e la O aperte e chiuse. Vediamo poi che dal punto di vista lessicale il dialetto influenza molto
l’italiano regionale, anzi i termini cambiano da zona a zona, e sono chiamati infatti “geosinonimi” (ovvero
parole utilizzate tra parlanti di aree geografiche differenti per esprimere significati uguali, fare filone= area
meridionale/balzare=area settentrionale, oppure anello nuziale al sud è detto “fede” e “vera”).
Gli italiani regionali per eccellenza sono quello toscano (per l’eredità lasciata dal volgare trecentesco) e
quello romano (molto vicino allo standard). CONTINUA CON SPITZER

5 Leo Spitzer: (Una figura importante per quanto riguarda l’ambito dell’italiano regionale è) Leo Spitzer
considerato il padre della stilistica ed è stato un linguista e critico letterario importante nei primi anni del
novecento.
Pubblica nel millenovecentoventuno in tedesco, e poi nel millenovecentosettntasei in italiano, l’analisi delle
lettere scritte dai prigionieri italiani durante la Prima guerra mondiale
In qualità di ufficiale dell’esercito austriaco addetto alla censura e al controllo della posta in entrata e uscita
dei prigionieri, aveva notato che questi ultimi scrivono un italiano sgramamticato, lontano da quello di
Dante e dai testi letterari; Si interessa quindi a questo italiano ricco di termini dialettali.
Il motivo per cui questi prigionieri preferiscono utilizzare l’italiano, nonostante siano dialettofoni, è che quel
poco di istruzione ricevuta era ovviamente svolta in italiano e di conseguenza era più semplice.
Caratteristiche tipiche:
-organizzazione tipica della comunicazione parlata dialogica
-elementi deittici= elementi linguistici la cui interpretazione richiede il riferimento a elementi
contestuali (qui, lì, oggi, l’anno dopo)
-sintassi segmentata (temi sospesi)
-segnali discorsivi
-uso improprio di accenti e apostrofi
Nella grafia e fonetica:
-mancata percezione dei confini delle parole (l’aradio) e univerbazione=l’univerbazione è il processo che
nella grafia unisce due parole, in origine separate, in un’unica parola pomo d’oro-pomodoro/franco bollo-
francobollo, può comportare il raddoppiamento sintattico della consonante iniziale del secondo elemento.
-grafie devianti della norma (quore, squola)
-anaptissi=sviluppo o inserimento di una vocale in un gruppo di consonanti (pisicologo)
-uso reverenziale delle maiuscole per parole che rimandano a entità e concetti ritenuti significativi e
importanti (Patria, Madre)
Morfosintassi:
-tendenza a regolarizzare i paradigmi dei sostantivi e degli aggettivi
-fenomeni di semplificazione (uso di ci al posto di gli: ci dico
-forme analogiche (facete per fate, vadi per vada)
-frasi relative non standard (che relativo indeclinato più pronome clitico: un soldato di fianco a me che gli
dissi io, con che al posto di al quale)
-utilizzo del doppio condizionale o del doppio congiuntivo per il periodo ipotetico
Lessico:
-mescolamento di parole ed espressioni eterogenee= un sostantivo che ammette il plurale di genere
diverso, es: orecchio (m,s.) orecchie (f.p.)
-lessico dialettale
-forme espressive e gergali
-termini generici
-costruzioni con il verbo fare
-malapropismi= sostituzione di una parola con un'altra di significato completamente diverso ma di suono
simile, il cui uso produce effetti comici (per es. raptus per lapsus).

6. definizione di dialetto
La parola dialetto ha diversi significati ed è principalmente una varietà di una lingua.
Il dialetto è un’idioma utilizzato da una comunità che appartiene ad una realtà socio-politica più ampia,
all’interno della quale si fa uso di una lingua comune, è usato in un’area geograficamente piccola e non
conosce una varietà standardizzata, è usato per lo più oralmente e così viene anche trasmesso nel tempo
da una generazione all’altra, non viene adoperato per funzioni istituzionali e in situazioni formali.
Può essere la lingua materna di parte della popolazione ma il suo apprendimento non avviene attraverso
l’insegnamento scolastico.
I dialetti derivano dal latino e si definiscono lingue romanze o neolatine, ma si sono modificati anche con
apporti provenienti da altre lingue, la storia dei dialetti è oggetto di studio della dialettologia scientifica.
7. Principali aree dialettali di Pellegrini (attenzione alle varietà del toscano, siciliano e sardo)
Pellegrini e Francescato comparano alcuni dialetti d’Italia e altre lingue romanze per misurarne il livello di
differenziazione.
I dialetti italiani o italoromanzi, secondo Pellegrini sono quelli parlati nei territori in cui la lingua guida o
lingua tetto, è l’italiano, quindi, per esempio non il corso (poiché in Corsica la lingua guida è il francese), né
il ladino (che ha come lingua guida in parte l’italiano, in parte il tedesco).
L’Italia può essere divisa in 5 aree dialettali:
1. dialetti settentrionali (gallo-italici e veneti)
2. friulano
3. Toscano
4. dialetti centro-meridionali (mediani, meridionali, meridionali estremi)
5. Sardo

I fenomeni linguistici che distinguono i dialetti settentrionali dagli altri sono:


- Le consonanti sorde che diventano sonore (sonorizzazione) in posizione intervocalica: non si ha ortica ma
ortiga, non fratello ma fradello, non capello ma cavello.
In alcuni dialetti settentrionali il processo di sonorizzazione può giungere addirittura fino al dileguo, ovvero
la caduta della consonante: da ortiga si passa a ortìa.
-Le consonanti doppie diventano scempie (scempiamento= riduzione di una consonante lunga o doppia a
una breve o scempia): non si ha gallina ma galina.
-Le vocali finali non accentate diverse da A generalmente cadono (apocope): non si ha cane ma can.
Dialetti Gallo-italici: sono i dialetti piemontesi, lombardi, liguri, emiliani e romagnoli e vengono chiamati
così (gallo) perché condividono elementi con il francese; Fra i fenomeni più caratteristici si hanno:
-le cosiddette vocali turbate ü ed ö ( lüna, cör), per influsso dell’antica presenza dei Celti
- il passaggio di A accentata ad E (aperta): cantè ‘cantare’, sèl ‘sale’, sempre per il sostrato(lingua
precedentemente usata che ha influenzato quella che l’ha sostituita, formalizzata da Ascoli che la ideò
avvalendosi della sua pratica con le lingue celtiche)celtico, specialmente in piemontese e in romagnolo
- parole come latte, notte (dove -tt- proviene da –ct latino: LACTEM) diventano lait o lac e noit
Dialetti Veneti: All’interno dei dialetti settentrionali quelli veneti si differenziano perché:
-non hanno le vocali turbate
-in molti di essi non c’è la caduta delle vocali finali
-non si ha né lait né lac, ma late
Toscano: Il toscano si articola in quattro varietà dialettali: gruppo pisano-lucchese; gruppo senese e
grossetano; gruppo aretino-chianaiolo e fiorentino.
Alcuni fenomeni caratteristici del toscano sono:
-la gorgia toscana: ossia l’aspirazione delle occlusive sorde (p, t, k) intervocaliche, questo fenomeno è
diffuso soprattutto nell’area fiorentina (altrove si limita alle sole velari sorde es:amiho anziché amico).
Alcuni lo riconducono all’influenza dell’antico etrusco, che aveva consonanti aspirate.
-la conservazione del suffisso –ARIUM dal latino per i mestieri che è diventato -aio (fornaio, macellaio)
-Il dittongamento spontaneo di o ed e toniche in sillaba aperta: che ha trasformato parole come pede e
bono in piede e buono
-L’anafonesi: e passa ad i, o passa ad u davanti a certe consonanti: fungo invece di fongo, famiglia invece di
fameglia dove dal toscano, questi fenomeni sono passati all’italiano standard.
I dialetti meridionali: li dividiamo in tre gruppi: area mediana, area meridionale e area estrema.
Tutta l’area ha la tendenza alla metafonesi, che consiste nella modificazione della vocale presente tonica
che può diventare più chiusa o dittongarsi, dovuta alla presenza di una i o una u finali; questo determina
anche la differenza tra generi e numero (mese, al plurale mise).
Nei dialetti mediani si mantiene la desinenza in o e u latina (uovo è ovu, così come uomo è omo).
Nei dialetti meridionali la vocale finale si indebolisce e si riduce ad una è aperta, in quella estrema invece o
ed e finali si restringono in u e i (sole è suli, vuci per voce); Il gruppo consonanti ld diventa ll: callo per caldo;
l seguita da consonante diventa r o i (soldato diventa sordato); bisogna citare il betacismo (che bbuo al
posto di vuo, bespa al posto di vespa), quindi una b rafforzata al posto della v. “nd” e “mb” diventano poi
“nn” “mb” (andiamo, annamo).
Dobbiamo notare anche il sistema vocalico diverso tra il siciliano e il toscano, in cui la é chiusa diventa i
(neve, nive) e la o chiusa diventa u (voce, vuce), questo è il cosiddetto vocalismo siciliano.
Il sardo: invece resta molto fedele alla forma latina, si conserva la –s finale, i gruppi consonantici gl, pl, bl
vedono un passaggio dalla l alla r (flammam/framma).

8. Diglossia, dilalia, bilinguismo monocomunitario e pluricomunitario, alloglossia

La diglossia è la compresenza in una comunità linguistica di due o più lingue fra cui esiste un rapporto di
gerarchia e una netta differenza funzionale, una nelle funzioni alte e una nelle funzioni basse, una delle due
varietà è la lingua standard mentre l’altra è una sua variante locale o dialetto.

La dilalia è la varietà dell'uso formale, scritto e istituzionale che viene acquisita come lingua materna e
impiegata nelle situazioni informali, ci sono quindi due lingue di diverso rango, solo la lingua standard viene
usata per il formale e ambedue per l'informale.

Il bilinguismo è quando un individuo o una comunità linguistica hanno un repertorio formato da due lingue,
che svolgono uguali funzioni e godono di pari prestigio. Il bilinguismo monocomunitario è quando in un
area (es. Valle d'Aosta) la maggioranza della popolazione è di origine bilingue.
Il bilinguismo pluricomunitario è quando in un area si parlano più di due lingue es Svizzera dove si parla
tedesco, francese, italiano e romancio.

l'alloglossia è la situazione di una comunità (detta alloglotta) che utilizza una lingua diversa rispetto a
quella ufficiale o parlata dalla maggioranza degli abitanti di uno Stato, in poche parole in Italia, accanto alle
varietà dell’italiano e ai dialetti, si parlano o si scrivono anche altre lingue, romanze e non romanze-> si
parla così di alloglossia o eteroglossia; Alcuni esempi che chiariscono questo concetto: in Valle d’Aosta le
cosiddette varietà franco-provenzali, sono lingua materna del sedici% circa della popolazione mentre il
francese, insieme all’italiano, è la lingua ufficiale degli usi pubblici istituzionali e amministrativi.

9. Lingue di minoranza
La minoranza linguistica è un gruppo della popolazione che si insedia in modo compatto o più diffuso sul
territorio nazionale e parla una lingua alloglotta.
Con il termine di lingua minoritaria ci si riferisce ad una lingua materna parlata da una comunità linguistica
che non costituisce una realtà numericamente dominante rispetto a una data società o nazione.

10. Dialettismi e regionalismi


Regionalismi: parole usate e capite solo in una certa area geografica.(Boccaccio = recipiente di vetro, Mi
rimbalza= non mi interessa...)

Dialettismi: Si definiscono dialettismi (o dialettalismi) parole (ma anche locuzioni, forme e costrutti) di
origine dialettale inseriti in contesti di italiano, l'esempio più noto è quello di anguria al nord, cocomero al
centro e melone [d'acqua] al sud.
11. CODE MIXING CODE SWITCHING
L'alternanza di codice è la scelta da parte del parlante di utilizzare una o l'altra lingua in base alla situazione
e all'ambito comunicativo; la commutazione di codice è il passaggio da una lingua all'altra all'interno del
discorso di uno stesso parlante. La commutazione con intenzionalità è detta CODE switching, ossia il
mescolamento di due lingue da parte di un parlante che conosce bene entrambe le lingue e che usa
quest'espediente per essere più efficace nella propria comunicazione;
il CODE MIXING invece è ciò che fanno le persone quando stanno imparando una lingua e prendono in
prestito parole e strutture grammaticali dalla lingua nativa per supplire alla loro incapacità di esprimersi in
maniera corretta nella seconda lingua (incompleta padronanza di una lingua)

12. Nozione di testo


La nozione di testo (dal latino textus «(in)tessuto», participio passato del verbo texere ‘tessere’) designa
l’unità di riferimento della comunicazione linguistica, formata da uno o più enunciati: il testo è, quindi,
un’entità dotata di senso che, in un determinato contesto, permette di soddisfare un obiettivo
comunicativo. Un testo, che è dunque un’entità semantica e pragmatica dotata di un senso e di un obiettivo
comunicativo, si caratterizza principalmente per due aspetti: coerenza e coesione.
L'uso metaforico risale a Quintiliano il retore.

a. La coerenza rappresenta l’unità, la continuità e la progressività dei contenuti e del senso.


Essa costituisce la componente sostanziale (quidditas) di un testo: ovvero è ciò che rende una sequenza di
enunciati un testo. (ESEMPIO SENZA SOLDI, BAR, GELATO E CAFFE’.)
b. Con coesione si intende una certa compattezza data da collegamenti e connessioni fra le parti interne.
Essa è qualità tipica di un testo (qualitas) ma non ne è la condicio sine qua non. (ESEMPIO MAMMA
CHIESTO PORTARE OSPEDALE NONNO MALATO/A).
L’”essere testo” non dipende dall’estensione, infatti sono testi sia una semplice parola pronunciata da un
neonato, sia I promessi sposi, e solitamente le caratteristiche di coerenza e coesione si riferiscono
soprattutto alla produzione che tende verso il polo dello scritto-scritto, infatti, nel parlato si usano
procedimenti testuali diversi.
Un’ulteriore distinzione che possiamo fare in merito al testo è quella tra discorso e testo: la nozione di
discorso è tradizionalmente legata all’oralità e quella di testo all’universo scritto, negli studi linguistici
invece la differenza fra discorso e testo varia a seconda degli orientamenti di ricerca e delle prospettive di
analisi:
-Per De Saussure il discorso designa l’impiego concreto e individuale della lingua con uno scopo; sotto
l’etichetta di discorso inserisce quindi ciò che i singoli individui fanno ogni qual volta utilizzano una lingua
per comunicare: un evento concreto della comunicazione verbale.
-Per le tradizioni di ricerca francesi e svizzere invece, il livello testuale è quello relativo alla componente
semantico-linguistica del testo, specifico oggetto della linguistica del testo; il livello discorsivo invece
concerne tutti i fattori di natura extralinguistica (sociale, culturale, cognitiva) e paralinguistica (gestualità,
espressioni del volto, postura del corpo, prossimità con l’interlocutore) che rendono i testi delle entità
comunicative.
Talora infatti, la nozione di testo si riferisce solo alla produzione scritta, mentre quella di discorso è
adoperata solo per la produzione parlata e per la conversazione spontanea, tuttavia, il testo è adottato
come termine generale per individuare sia il prodotto (scritto), sia il processo (parlato).
Noi useremo sempre la parola testo come termine generale per tutte le produzioni realizzabili
indipendentemente dal codice impiegato e dalla sua concezione/organizzazione strutturale.
Oltre coerenza e coesione, possono essere individuate altre cinque condizioni senza le quali il processo
comunicativo si realizza in modo parziale e insoddisfacente:
-intenzionalità: proprietà di un testo di possedere un fine ed un obiettivo comunicativo che l’emittente
vuole far cogliere al destinatario
-l’accettabilità: la volontà del destinatario di accettare lo scambio comunicativo e di compiere lo sforzo
interpretativo
-l’informatività: proprietà del testo di modificare e aumentare le conoscenze del destinatario
-la situazionalità: proprietà del testo di essere adeguato alla situazione comunicativa
-l’intertestualità: il tipo di dialogo e di relazione (citativa o allusiva) che ogni testo intrattiene con altri testi,
del medesimo produttore o di altri.

13. Testi rigidi ed elastici


La classificazione di Sabatini è una delle tre classificazioni che utilizziamo per suddividere i testi.
-La prima classificazione si rifà alla variazione diamesica: suddivide i testi in base al canale fonico-uditivo e
canale grafico-visivo; di conseguenza la distinzione e posta fra parlato e scritto.
-La seconda classificazione si basa sulla suddivisione dei testi in autonomi e rielaborati, i testi autonomi
sono testi che non derivano da opere precedenti e i testi elaborati sono testi derivati da altri testi (riassunti,
parafrasi e commenti).
-La terza classificazione, ovvero quella di Sabatini si basa sul patto comunicativo tra emittente e destinatario
e distingue i testi in testi rigidi, intermedi e elastici:
I testi rigidi (con discorso molto vincolante) servono a stabilire norme rigorose e precisare diritti (leggi,
regolamenti, contratti, sentenze); definire e descrivere con esattezza fenomeni, materie, oggetti, luoghi,
avvenimenti, eseguire misure e calcoli(documenti di identità, certificati,progetti e relazioni in campo
scientifico, trattati di scienze e di matematica); a fornire istruzioni precise per compiere operazioni testi
tecnici (istruzioni per usare apparecchi, compiere manovre, assumere medicinali, realizzare ricette).
I testi elastici (con discorso poco vincolante) servono a: rappresentare sulla scena miti, leggende e vicende
umane(testi di teatro, copioni cinematografici e televisivi) rievocare vicende solo parzialmente vere o
rappresentare mondi fantastici (testi di narrativa, romanzi di avventura) o condividere la propria esperienza
esistenziale (testi poetici).
Testi semirigidi: (con discorso mediamente vincolante) spiegare una materia a chi non la conosce, esporre e
argomentare idee, dare consigli pratici e di comportamento (manuali, saggi critici, libri)

14. Differenza tra tipi e generi testuali


Mentre i tipi testuali distinti dalle classificazioni tradizionali sono però categorie generali, definibili con
tratti universali e reperibili in tutte le lingue e culture, i generi, al di là della loro apparente universalità,
implicano l’adattamento del messaggio linguistico alle esigenze comunicative delle diverse società: essi
variano quindi da una cultura all’altra, e anche nell’ambito della medesima cultura, da un’epoca storica a
un’altra. I tipi testuali hanno carattere universale e vanno distinti in tal senso dai generi letterari, che sono
peculiari di specifiche società e tradizioni, e che variano anche all'interno di una singola cultura.
I generi sono le forme in cui ciascun tipo si attua.

15. Le principali classificazioni in tipologie testuali come si classificato i testi?


I testi si differenziano tra di loro per gli obiettivi che si pongono e per le differenti operazioni cognitive.
I principali modelli adottati per la classificazione dei testi sono:
-la classificazione diamesica, basata sul canale di trasmissione utilizzato
-la classificazione basata sul grado di autonomia o rielaborazione di altri testi
-e la più tradizionale classificazione interpretativa, classifica i testi in base al grado di rigidità previsti dalla
comunicazione.
La diamesia influisce anche sull’organizzazione strutturale dei testi.
-C’è una distinzione per i testi articolati lungo il canale fonico-uditivo e quelli affidati al canale grafico-visivo;
e in relazione alla dimensione concettuale, la distinzione avviene tra parlato e scritto.
-Un’altra principale distinzione avviene fra i testi autonomi e i testi che rielaborano altri testi, la prima
classe include tutti quei testi la cui produzione non dipende dall’esistenza di un altro testo precedente o
anteriore; la seconda classe invece include quei testi che si basano sulla rielaborazione e la modifica di un
testo preesistente, quindi i riassunti, i verbali, le parafrasi e i commenti.
-il terzo tipo di classificazione si deve a Sabatini che distingue diversi gradi di rigidità del patto comunicativo
che lega emittente e destinatario, in tal modo è possibile fare una distinzione fra testi rigidi o altamente
vincolanti, testi mediamente vincolanti o semirigidi e testi elastici o poco vincolanti:
-Nei testi altamente vincolanti l’emittente restringe al massimo la libertà interpretativa del destinatario,
tende a garantire al testo un’interpretazione rigida e univoca evitando di ricorrere al fenomeno
dell’implicitezza. Esempi di testi altamente vincolanti sono i testi scientifici o normativi
-Nei testi mediamente vincolanti, invece, la volontà dell’emittente che il destinatario aderisca alla sua
interpretazione è mitigata dalla necessità di garantire un graduale passaggio dalle conoscenze già
possedute verso quelle presentate nel testo, questo accade ad esempio nei manuali di studio e nelle voci
enciclopediche.
-Infine sono poco vincolanti tutti quei testi in cui al contrario di quanto detto sin ora, l’emittente permette
al destinatario di avere ampio spazio interpretativo, i testi poetici e i testi narrativi sono un buon esempio di
queste possibilità: in essi l’autore esprime un proprio modo di sentire.
I testi possono essere suddivisi in cinque tipi fondamentali: descrittivo, espositivo, narrativo, argomentativo
e prescrittivo, alla quale si può aggiungere un sesto tipo, chiamato scenico o rappresentativo, che mette a
fuoco la specificità di alcuni testi al cui interno sono messi in scena atti linguistici propri e altrui e sono
riportate le parole dei personaggi (parliamo dei testi teatrali e delle sceneggiature).
Testo descrittivo: i testi descrittivi sono i risultati di una descrizione che può riguardare ambienti, edifici,
luoghi, persone, oggetti ecc., spesso è considerata “semplice” ma può presentare anche esiti molto
sofisticati, soprattutto in campo letterario; Spesso si descrive per ambientare un racconto, per sostenere
un’opinione, per informare il destinatario delle caratteristiche di un oggetto e così via.
Alla base dell’atto di descrizione si possono individuare quattro operazioni concettuali fondamentali: la
scelta di un’entità da descrivere; la selezione delle proprietà che si considerano rilevanti; l’isolamento e la
nominazione di singole sotto-parti e sotto-oggetti descrittivi; la scelta di un ordine e di una gerarchia
secondo cui presentare la proprietà selezionata..
Per quanto riguarda il tipo di progressione il topic resta costante e le proprietà che gli vengono attribuite
sono nei comment degli enunciati; Lo scarso ruolo strutturante della dimensione logica nella descrizione si
manifesta nella prevalenza di aggiunte, specificazioni e opposizioni; Infine, caratterizzano le descrizioni i
tempi verbali imperfetti continui, che sono quindi generalmente al presente e all’imperfetto indicativo.
Si parla anche di descrizioni oggettive e soggettive, le oggettive sono caratterizzate da uniformità e la loro
struttura macrotestuale è rigida; I sotto-elementi descrittivi vengono disposti secondo una gerarchia
precisa, prima la parte più elencativa e dopo una più discorsiva.
Testo espositivo: I testi espositivi si pongono l'obiettivo di trasmettere un sapere: lo scopo è quello di
illustrare una nozione a un destinatario che potrà essere in una relazione di maggiore o minore asimmetria
cognitiva rispetto alla storia del terzo; I testi espositivi includono sia testi orali che scritti.
Un’ulteriore demarcazione può essere tra testi analitici e testi sintetici: la differenza è dovuta al diverso
grado elaborazione, in entrambi avrà rilievo la componente paratestuale, cioè l’insieme di elementi che
presentano il testo e ne illustrano la struttura al lettore (titoli riassunti dei capitoli, indici ecc), inoltre i testi
possono avvalersi anche di immagini, tabelle e grafici.
Nei testi espositivi chi scrive è molto attento all’architettura logico-semantica, alla progressione topicale e
al rapporto fra noto e nuovo; Nei testi espositivi sono privilegiati alcuni movimenti logici: tra quelli più
caratteristici va incluso il movimento di motivazione mediante connettivi (perché, infatti, siccome…)
E infine, il lessico delle voci enciclopediche è di tipo specialistico e può essere un ostacolo alla
comprensione di un lettore che sia sprovvisto di nozioni.
Testo narrativo: I testi narrativi hanno come obiettivo fondamentale quello di presentare un evento o
diversi eventi tra loro collegati. Tra i generi narrativi di invenzione vi sono le fiabe e le favole, le diverse
forme di racconto breve (novella), romanzi e anche i testi in versi (poemi epici e cavallereschi).
Possiamo isolare le quattro proprietà che un testo deve possedere per essere considerato narrativo:
-rappresentare una serie di eventi tra loro connessi;
-avere un protagonista animato;
-introdurre un qualche tipo di evento scatenante che spinga un protagonista l'azione;
-presentare azioni dirette a un obiettivo e alla risoluzione di un problema.
L'obiettivo del testo narrativo è quello di offrire al lettore la rappresentazione di un mondo al centro del
quale i lettori possono immergersi nell'universo dei personaggi a catturare le molteplicità dei
comportamenti e delle emozioni che gli esseri umani adottano e provano.
Per descrivere i procedimenti bisogna porre una fondamentale distinzione fra il piano degli eventi che sono
oggetto di narrazione e la narrazione stessa: questa differenza viene descritta con la coppia storia/racconto,
a partire da questa distinzione, vi sono diversi parametri che possono essere combinati in relazione delle
categorie del tempo, del modo e della voce.
Il primo aspetto riguarda la selezione degli eventi: comporta sempre una scelta tra ciò che viene raccontato
e ciò che viene omesso, si parla di ellissi narrativa per i casi in cui alcuni eventi vengono omessi dalla
narrazione. In secondo luogo, va considerato se gli eventi sono narrati in modo analitico o in modo
sintetico-riassuntivo; Le scelte che il narratore compie relativamente alla selezione degli eventi a distanza
hanno effetti sulla velocità. La velocità è data dal rapporto tra il tempo della storia e tempo del racconto.
In base alla velocità si individuano alcune possibilità principali:
-l’ellissi;
-il sommario;
-la pausa, tipica delle descrizioni;
-la scena.
Nell’ellissi il tempo della storia è maggiore del tempo del racconto, infatti, si limita a segnalare che il tempo
della storia è trascorso, per esempio: due anni dopo; Anche nel sommario il tempo della storia è maggiore
del tempo del racconto. Nel caso della pausa lo scorrimento degli eventi si blocca, a vantaggio dello
svolgimento di una parte descrittiva del racconto. Col termine scena si designano le parti cosiddette
mimetiche del terzo, ovvero quelle in discorso diretto. Un altro parametro riguarda l'ordine con cui sono
presentati gli eventi nel mondo narrato che può rispecchiare l'ordine cronologico degli eventi e quindi vi è
omologia fra fabula e intreccio: nella fabula l'insieme degli accadimenti è raccontato nel loro logico
rapporto casuale e nel loro ordine temporale, mentre nell’intreccio si indica la successione con cui gli eventi
sono presentati nel testo. Se non vi è omologia tra fabula e intreccio, significa che nel testo sono state
introdotte delle anacronie: cioè delle alterazioni dell'ordine causale e temporale degli eventi.
Nell'intreccio può esservi l'anticipazione di accadimenti futuri o la posticipazione degli eventi precedenti:
nel primo caso si parla di prolessi e nel secondo di analessi. Veniamo ora agli ultimi parametri ossia modo e
voce: col primo termine si individuano il punto di vista e la prospettiva a partire dai quali gli eventi sono
narrati e col secondo si stabilisce chi è l'istanza enunciativa che narra il testo. Modo e voce rispondono
rispettivamente alle domande chi vede? e chi parla?.
Testo argomentativo: I testi argomentativi propongono come fine la dimostrazione e la persuasione circa la
validità di una tesi attraverso la scelta, la disposizione e la formulazione di specifici argomenti.
I testi argomentativi possono essere divisi in due sottotipi:
-il testo dimostrativo che si fonda su premesse per giungere a conclusioni che si presentano come vere;
-il testo persuasivo che si fonda su premesse la cui validità è contingente e arriva a conclusione verosimile e
probabili.
Questi ultimi ricorrono a due procedimenti: quelli associativi e quelli dissociativi: nel primo caso,
l’argomentazione tiene conto delle analogie delle affinità tra proprietà ed elementi, nel secondo
l’argomentazione procede attraverso correzioni e ridefinizione di un termine.
La struttura del testo argomentativo è caratterizzata da fissità e rigidità e richiede tre elementi:
-l’opinione, il tema o tesi generale che si intende sostenere;
-l’argomento, l’insieme delle prove a favore del tema;
-la regola generale, la garanzia sulla cui base viene giustificata la relazione tra opinione e argomento.
Nel testo argomentativo rivestono notevole importanza l’ordine con cui vengono disposti gli argomenti: si
può scegliere un ordine con andamento crescente (climax) oppure seguire un ordine decrescente
(anticlimax).
Testo prescrittivo: I testi prescrittivi hanno come fine ordinare e prescrivere, con l’obiettivo di regolare un
comportamento immediato o futuro dell’emittente e di altri soggetti, attraverso l’enunciazione di obblighi,
divieti o istruzioni.
L’obiettivo prevalente dei testi prescrittivi fa sì che siano importanti l’accurata scansione globale e la serrata
gerarchizzazione dei contenuti, questi due aspetti sono cruciali per questi testi, altrimenti si rischia che la
raccomandazione fatta nel testo sia incomprensibile per il lettore.
La presenza di un lessico specialistico può essere un forte ostacolo alla comprensione da parte di lettori
comuni non esperti, esempio: i bugiardini.
Il secondo aspetto caratteristico dei testi prescrittivi è l’importanza e la progressione del Topic e
dell’articolazione Topic-Comment: per mantenere la continuità del Topic, viene preferito l’ordine canonico
S-V-O (Soggetto, Verbo, Oggetto) e sono frequentemente usate le frasi con verbo al passivo.
Uno degli aspetti più caratterizzanti dei testi prescrittivi è che realizzano atti locutivi di tipo direttivo; nei
testi vi sono annunciati con indicatori di funzione illocutiva, che realizzano l’azione di ordinare, vietare,
istruire. Nei testi prescrittivi le forme illocutive presentano un certo grado di attenuazione e copertura, in
ragione delle necessità di adottare un atteggiamento comunicativo improntato alla cortesia verso
l’interlocutore.
Nel tipo testuale prescrittivo è di grande rilievo la forma della predicazione: ed è esteso l’uso
dell’imperativo.
È comune a molti sottotipi prescrittivi l’uso di tecnicismi, alcuni tecnicismi sono di altissima specializzazione,
altri sono invece collaterali. Si individuano anche quelle parole la cui scelta non risponde a nessuna
necessità tecnica, ma che sono preferite perché consentono innalzare lo stile, in altri casi i tecnicismi
rispondono a esigenze di univocità, esattezza e chiarezza.

16. COERENZA E COESIONE


Un testo è regolato dalla coerenza, che riguarda il senso e dalla coesione, ovvero le regole grammaticali,
esse assicurano unitarietà, continuità, e progressione ai testi.
La coerenza rappresenta l'unità, la continuità e la progressività dei contenuti. Costituisce la componente
sostanziale di un testo(quidditas).
Il termine coerenza ha diverse accezioni: nel senso comune è inteso come non-contraddittorietà e assenza
di conflitto fra concetti (consistency) e si fonda su un sistema di criteri che sono indipendenti dal singolo
testo, perché stabili nel tempo: la consistency deriva da quella grammatica di concetti che è alla base della
nostra visione del mondo (es: i nostri genitori lavorano e allo stesso tempo badano ai figli e fanno la spesa
per la casa--> al referente sono associate azioni coerenti). Il secondo impiego di coerenza è coherence,
ovvero coerenza testuale, essa è data dalla riconoscibilità di un progetto comunicativo contingente al
singolo testo: un testo è coerente se gli enunciati che lo compongono costituiscono un messaggio unitario
(ciò che fa di un testo un testo). La coherence sviluppa un progetto comunicativo articolandolo in un
numero indefinito di enunciati che collaborano allo scopo di costruire un messaggio unitario e adeguato al
contesto.
COESIONE: La coesione di un testo è la proprietà che si manifesta precipuamente nella forma di un sistema
di reti di collegamenti linguistici tra le frasi, che indicano dipendenze e sintonie interpretative di particolari
forme rispetto al co-testo (un testo che presenta collegamenti fra le parti è coeso).
Un testo coeso è quindi un testo ben formato a livello grammaticale, con elementi
morfologici e sintattici congruenti per garantire: la concordanza di genere e numero; il corretto uso
delle forme verbali (tempo, modo e persona);

17. Spiegazione della coerenza, appropriatezza, efficacia

La coerenza rappresenta l'unità, la continuità e la progressività dei contenuti. Costituisce la componente


sostanziale di un testo (quidditas).
L'appropriatezza è la capacità del testo di essere adeguato alla situazione comunicativa e al destinatario.
L'efficacia capacità di un testo di produrre conseguenze emotive sui destinatari; un testo sarà tanto più
efficace quanto minore sarà lo sforzo cognitivo richiesto al destinatario per comprenderlo.
L'efficienza riguarda la quantità e qualità dello sforzo che il destinatario deve compiere per comprendere il
testo.

18. Deissi
La deissi è il ricorso ad espressioni, che in una frase fanno riferimento al contesto spazio temporale.
La deissi personale comprende le espressioni che fanno riferimento alle persone che partecipano alla
comunicazione. La deissi sociale è un sottotipo della deissi personale che permette di riconoscere e
classificare il tipo di rapporto sociale che lega i partecipanti alla conversazione.

19. Che cos’è l’anafora? E la catafora?


Con il termine anafora si designa un'espressione del testo che per essere interpretata richiede un rinvio ad
un elemento che compare nella porzione di testo precedente. L'insieme delle espressioni anaforiche che si
ricollegano a uno stesso antecedente si chiama catena anaforica.
Es: no, te lo dico per l’ultima volta!
La catafora è una funzione di coesione linguistica dei testi e consiste nella relazione tra un'espressione
anaforica (o "dispositivo anaforico") e un'altra espressione successiva che funge da referente: si tratta,
dunque, dell'opposto dell'anafora.
Es: Te lo dico per l'ultima volta: no!
il pronome Lo, pur costituendo una "ripresa anaforica", di fatto precede il determinante no.

20. QUALI SONO I TIPI DI ANAFORE?


Coreferenziale, per ripetizione, per sostituzione (elissi del soggetto, anafora 0, anafora grammaticale),
anafore lessicali, valutative ed empatiche (axionimi), pragmatiche, associative, incapsulatori anafori.
Gli incapsulatori anaforici sono particolari tipi di anafore, ossia forme nominali che riassumono frasi o
porzioni di testo più o meno lungo. (oggi ho studiato tutto il giorno, dopo ciò sono uscita con Giuseppe)

21. Definizione di tema e rema.

Il tema o topic è quel referente sul quale gli enunciati forniscono informazioni testualmente pertinenti; ciò
di cui si parla, ovvero l'argomento, dunque quella parte del messaggio che salda l'enunciato al cotesto
linguistico(composto dal testo che precede e segue una unità linguistica) e al contesto extralinguistico.
Il rema o comment è ciò che viene detto sul topic ed è l'effettivo contenuto dell'asserzione, cioè di un
affermazione verbale.
La progressione topicale è il modo in cui all'interno dell'architettura del testo, sono organizzate le
informazioni attinenti ad uno specifico referente che ha statuto di topic. (ce ne sono cinque)

22. Vocali, fono/ fonema


Le vocali sono foni sonori prodotti dall’aria che, uscendo, fa vibrare le corde vocali ma che non incontra
ostacoli. In posizione tonica, cioè accentate, le vocali sono sette. La A è detta vocale centrale, le vocali
anteriori sono la E aperta, la E chiusa e la I; le tre vocali posteriori sono la O chiusa, la O aperta e la U. Se
però vediamo le vocali in posizione atona, quindi senza accento, queste si riducono a cinque perché non
abbiamo più una differenza tra E ed O chiuse e aperte. Come vocale finale, la U non appare mai atona
(tribù, virtù), la E chiusa a fine parola invece è rara (perché, sicché), mentre la E aperta è più frequente
(caffè, bidè ecc.); per quanto riguarda la O, questa a fine parola risulta sempre aperta. Due vocali una dopo
l'altra in sillabe costituiscono uno iato, per evitare questo fenomeno si pratica un’elisione (lo albero diventa
l’albero).
Un fonema è un'unità linguistica dotata di valore distintivo, ossia una unità che può produrre variazioni di
significato se scambiata con un'altra unità: ad esempio, la differenza di significato tra l'italiano tetto e detto
è il risultato dello scambio tra il fonema /t/ e il fonema /d/.
Un fono è un suono linguistico, ossia un suono del linguaggio umano, prodotto dall'apparato fonatorio.

23. Fonetica
La fonetica è la disciplina che studia i suoni di tutte le lingue del mondo, cioè i meccanismi della
produzione, trasmissione, e ricezione dei suoni linguistici o foni.

24. FONO? FONETICA? FONOLOGIA? FONEMA?


La fonetica studia la produzione e la percezione di suoni linguistici (foni), e le loro caratteristiche; in altre
parole, quest’ultima descrive il modo in cui il suono si produce. Essa si concentra sullo studio fisico e sulla
descrizione fisica dei suoni così come vengono prodotti, definiti foni.

La fonologia, invece, studia il modo in cui alcuni suoni sono in grado di descrivere parole tra loro.
Quest’ultima studia pertanto le relazioni tra i suoni, ovvero il modo in cui tali suoni sono in grado di
distinguere delle parole, i cosiddetti fonemi. Un fono è un suono linguistico prodotto dall'apparato
fonatorio; in altre parole, esso è il suono fisico così come prodotto dal parlante mediante il passaggio
dell’aria. Un fonema è una rappresentazione astratta del suono; in altre parole, si tratta di un’unità che può
produrre variazioni di significato se scambiata con un'altra unità, e che può dunque aiutare a distinguere il
significato di una parola dall’altra.

I fonemi sono in numero limitato per ciascuna lingua (per l’italiano sono sette vocali, ventuno consonanti e
due approssimanti), tuttavia consentono infinite combinazioni.
25. MORFEMI E FONEMI
I morfemi sono la più piccola unità della lingua, dotata di significato. [Al contrario, occorre ricordare che i
fonemi costituiscono la più piccola unità priva di significato, ma capace di distinguere significati].
I morfemi si suddividono in morfemi lessicali, morfemi grammaticali (o flessivi) e morfemi derivativi.
Un morfema lessicale può esprimere il tutto o una parte del significato principale della parola o
espressione; esso fa parte di un insieme aperto, come per esempio le radici (esempio nella parola orso è
ors-)
Un morfema grammaticale dà la forma corretta nel contesto; esso fa parte di un insieme chiuso, come per
esempio gli articoli, le preposizioni, le desinenze e così via.
Un morfema derivativo si aggiunge ad un morfema lessicale cambiandone il significato (o eventualmente
funzione grammaticale) e formando, in questo modo, una nuova parola. (portare- transportare- importare)

26. Differenza fra suono fricativo e suono affricato.

fricativa: Fricativa è una consonante prodotta forzando il flusso d'aria attraverso uno stretto canale fatto
mettendo due articolatori vicini tra loro.
affricate: Affricativa è una consonante complessa che inizia in un plosivo e finisce come fricativa ed è fatto
fermando il flusso d'aria da qualche parte nel tratto vocale, e quindi rilasciando l'aria lentamente;
La lingua italiana standard conosce solamente quattro consonanti affricate: [ts] affricata alveolare sorda
[dz] affricata alveolare sonora [t̠ʃ] affricata postalveolare sorda [d̠ʒ] affricata postalveolare sonora

[Link]'è la morfologia lessicale


I morfemi lessicali fanno riferimento a parole il cui significato non dipende sempre dal contesto, in quanto
hanno per l'appunto un significato lessicale "pieno", come per le parole "cant+are" o "lenzuol+o".
Riferendoci alla parola "cant+are", è ovvio che i due morfemi abbiano dei compiti differenti: mentre il
morfema "cant-" fa infatti riferimento all'azione del modulare la voce seguendo un ritmo, il secondo
morfema "are" aggiunge delle informazioni al primo, qualificandone ulteriormente il significato ed
inserendolo nell'ambito dei verbi; Nel caso di "cant", parliamo di morfema lessicale, mentre nel caso di
"are" parliamo di morfema grammaticale.
Morfema flessivo sono le desinenze.

28. dislocazioni
La dislocazione è un fenomeno che serve per dare marcatezza, è molto presente soprattutto nell'italiano
parlato e in registri linguistici solitamente bassi.
Essa consiste nello staccare il complemento iniziale dal resto della frase mediante una pausa, resa
generalmente nello scritto con una virgola, e a riprenderlo mediante un pronome clitico (In linguistica,
forma monosillabica atona soggetta ad enclisi o a proclisi; in italiano i clitici hanno essenzialmente funzione
pronominale (ci, gli, la, le, lo, mi, si, ti, vi) e generalmente si appoggiano nella pronuncia ad una forma
verbale, sono graficamente staccati dal verbo se lo precedono -per es., ti vuoi decidere-, uniti se lo seguono
-per es., dimmi-, e possono combinarsi tra loro formando dei gruppi pronominali -per es., glielo, dammeli-)
con funzione anaforica, utile per mettere in evidenza una parte dell'enunciato che costituisce “il centro di
interesse comunicativo della frase”. Esistono due tipi di dislocazione: dislocazione a sinistra e a destra.
La dislocazione a destra è uno dei tratti tipici dell'italiano neostandard e presenta il complemento alla fine
della frase e lo preannuncia dal pronome atono all'inizio; si usa per esprimere un'enfatizzazione,
un'insistenza, un ripensamento o un'aggiunta: ES '' L'ho letto, quel libro'', ''la bevi, la birra''
La dislocazione a sinistra indica, lo spostamento a sinistra di una componente della proposizione, rispetto
all'occupazione solita. ( esempio : A tutti, compreremo un gelato) serve a rendere topic un elemento
diverso dal soggetto.

29. Allotropia
L'allotropia è un insieme di parole che derivano dalla medesima matrice, per via dotta o popolare, ed
ognuna si specializza poi con un proprio significato.
Poiché spesso le voci allotrope sono due (una di trafila dotta e un'altra di trafila popolare), si parla anche di
doppietti. Es: da vītium derivano vizio (modo abituale di fare qualcosa) e vezzo (atto di tenerezza
affettuosa)
A differenza delle parole di trafila popolare (o "voci ereditarie"), i latinismi (o parole "di trafila dotta")
conservano più fedelmente l'originaria forma latina; stacco che è evidente nei doppietti (o allotropi):

30. Frase con tema sospeso


E' detta tema sospeso una costruzione in cui una frase sintatticamente completa è preceduta da un
sintagma nominale isolato con funzione di tema. (quel ragazzaccio, non gli si può dir nulla che si rivolta
come un’aspide). Gli asparagi, adesso non è stagione

31. Frase scissa


La frase scissa è un periodo costituito da due proposizioni : una che contiene il verbo essere e il tema,
l'altra introdotta dal pronome che , la quale contiene il rema, l'informazione presupposta.
Es E' Giovanni che mi ha detto di te, E' a te che penso in continuazione.
Tale costrutto ha la funzione di far identificare più facilmente l'elemento nuovo ( generalmente un nome, o
un pronome, ma anche un avverbio o un sintagma preposizionale, enfatizzarlo e di spezzare il contenuto
della frase, per mantenere una continuità referenziale con il discorso precedente).

32. prestiti della lingua italiana


Si definisce prestito linguistico, una parola, una struttura sintattica, o un fenomeno che entrano a far parte
di una lingua e provengono però da una comunità linguistica diversa, in seguito al contatto tra culture
[Link] prestito può essere «non integrato», se il vocabolo esotico viene accolto nella forma originaria (e
quindi con sequenza di fonemi e morfemi estranei all’italiano), del tipo bar, computer, équipe, lager, tram,
o «integrato» nel nostro sistema fono-morfologico, al punto tale da renderlo indistinguibile dalle parole del
repertorio lessicale autoctono, se non con una competenza etimologica, come ad esempio bistecca
dall’inglese beefsteak, ingaggiare dal francese engager.

33. Paretimologia
Per definizione é un’etimologia apparente senza fondamento scientifico (a differenza invece dell’
etimologia); ci sono delle parole che hanno un significato diverso da quello etimologico, perché i parlanti le
approssimano. Ad esempio obliterare etimologicamente significa cancellare, nell’uso figurativo, nella trafila
popolare vuol dire dimenticare.

34. Cosa sono le strutture marcate dell’italiano e quali sono


Uno dei parametri adottato per distinguere diversi sottotipi di frasi è la marcatezza sintattico-informativa.
La costruzione della frase si dice marcata quando si distingue da quella di base ritenuta canonica, ovvero
quelle che non seguono la struttura: SVO=soggetto, verbo, complemento; La forma di base può essere
stravolta e si ottiene una costruzione marcata, cioè che ha un tratto in più rispetto a quella di base.
Nelle frasi marcate troviamo le dislocazioni a destra e sinistra, il tema sospeso, la frase scissa e
pseudoscissa e la frase con c’è presentativo.
Frase scissa: La frase scissa è un periodo costituito da due proposizioni : una che contiene il verbo essere e il
tema, l'altra introdotta dal pronome che , la quale contiene il rema, l'informazione presupposta.
Es E' Giovanni che mi ha detto di te, E' a te che penso in continuazione.
Tale costrutto ha la funzione di far identificare più facilmente l'elemento nuovo ( generalmente un nome, o
un pronome, ma anche un avverbio o un sintagma preposizionale, enfatizzarlo e di spezzare il contenuto
della frase, per mantenere una continuità referenziale con il discorso precedente).
Frase pseudo-scissa: Il meccanismo delle frasi scisse è ripreso per la costruzione della frase pseudoscissa, la
quale ricorre al pronome dimostrativo seguito dal pronome relativo. Si avrà, ad esempio, «Quello che mi fa
arrabbiare è la tua indifferenza» al posto di «La tua indifferenza mi fa arrabbiare».
Frase c’è presentativo: un tipo particolare di frase scissa è formato dalla struttura c’è + che (c’è Giovanni
che vuole entrare); Il fine di questo costrutto è quello di spezzare l’informazione in due momenti distinti e
più semplici, a vantaggio sia del locutore, che pianifica meglio l’enunciato, sia del destinatario che lo riceve
in due fasi distinte ciascuna contenente un’informazione più semplice dell’originale.
Tema sospeso: È detta tema sospeso (o soggetto assoluto o, alla latina, nominativus pendens) una
costruzione in cui una frase sintatticamente completa è preceduta da un sintagma nominale isolato con
funzione di tema.
Tema sospeso è quando noi abbiamo un pronome o un nome completo, Es: Maria, ha mangiato, e quindi
abbiamo il segmento del tema sospeso; spesso al suo interno troviamo la presenza del pronome clitico di
ripresa (lo)
Dislocazione a sinistra: La dislocazione a sinistra indica, lo spostamento a sinistra di una componente della
proposizione, rispetto all'occupazione solita. (esempio : A tutti, compreremo un gelato) serve a rendere
topic un elemento diverso dal soggetto, anche qui troviamo la presenza del pronome clitico di ripresa (lo)
Dislocazione a destra: La dislocazione a destra è uno dei tratti tipici dell'italiano neostandard e presenta il
complemento alla fine della frase e lo preannuncia dal pronome atono all'inizio; si usa per esprimere
un'enfatizzazione, un'insistenza, un ripensamento o un'aggiunta: ES '' L'ho letto, quel libro'', ''la bevi, la
birra'', anche qui troviamo la presenza del pronome clitico di ripresa (lo)

35. frase pseudoscissa


Il meccanismo delle frasi scisse è ripreso per la costruzione della frase pseudoscissa, la quale ricorre al
pronome dimostrativo seguito dal pronome relativo. Si avrà, ad esempio, «Quello che mi fa arrabbiare è la
tua indifferenza» al posto di «La tua indifferenza mi fa arrabbiare».

36. lessico dell’italiano (strutture marcate)


Geosinonimi: parole utilizzate tra parlanti di aree geografiche differenti per esprimere significati uguali.
(Fare filone = area meridionale/ balzare=area settentrionale)
Geo-ononimi: parole uguali che cambiano di significato nelle diverse regioni. (Temperino = coltello,
temperamatite, Attaccapanni = gruccia, appendiabiti...)

37. Cosa sono le strutture presentative?


In linguistica, si dice presentativa una parola o una struttura sintattica che introduce, o "presenta" un'entità
nel discorso, portandola all'attenzione dell'interlocutore, senza alcuna funzione strettamente grammaticale.
Tipicamente, l'entità così introdotta servirà come tema del successivo discorso. In italiano standard esiste il
cosiddetto c'è presentativo, basato sul verbo essere. Es: c'è un gatto che si trova sulla finestra.

38. Cos’è una struttura focalizzante?


In linguistica (più precisamente nella pragmatica), la focalizzazione (o rematizzazione) è la messa in rilievo
del rema ( il rema è detto anche comment o focus). Le focalizzazioni possono essere messo in atto
attraverso diverse strategie: con strumenti prosodici (intonazione)---> Pierino ha rotto il piatto! o sintattici
--> Questi espedienti sono sintatticamente marcati, in quanto modificano l'ordine comune dei costituenti
sintattici ed isolano gli elementi rematici. Un tipico strumento sintattico è la cosiddetta "frase scissa":

È Pierino [REMA] che ha rotto il piatto [TEMA]. È a Matera [REMA] che ho visto un concerto [TEMA].

Alcuni avverbi hanno funzione focalizzante, cioè quella di trasformare una parte della frase in
corrispondenza della struttura informativa dell'intera proposizione; di questa categoria fanno parte gli
avverbi anche, perfino, solamente, addirittura, ecc. Su questi avverbi si focalizza l'importanza
dell'enunciato.

39. Definizione di coppie minime


Le unità minime della fonetica sono i foni, la fonetica spiega solo come vengono prodotti i suoni, non si
interessa del senso. La fonologia si interessa ai suoni che producono un cambiamento, quindi
l'organizzazione e il funzionamento dei suoni in un sistema linguistico. Per esempio la fonologia può
studiare il sistema fonologico dell'italiano. Per fare ciò si può utilizzare la prova di commutazione, che
implica il "minimal pair" o coppia minima, implica due parole che sono identiche a eccezione di un suono
che si trova nella stesso posizione e che produce un senso diverso.
Ciò vuol dire che con la prova di commutazione bisogna trovare in una lingua due parole che hanno le
stesse lettere tranne per una; se il cambiamento di una lettera provoca un cambiamento di significato allora
possono essere definite come coppie minime.
Un esempio in italiano sono le due parole nano/mano, sono/sogno "casa" e "cassa", sono identiche con
una eccezione. La parola casa descrive un certo concetto, e nella trascrizione IPA la parola casa contiene
una consonante sonora, mentre cassa contiene una consonante sorda. Questi due suoni hanno la capacità
di cambiare il senso. In italiano sono due fonemi distinti. Un fonema quindi è un suono appartenente ad
una determinata lingua che al suo variare varia anche il significato della parola.

[Link]
Gli omografi (dal greco omògraphos ‘dalla grafia uguale’) sono parole che hanno la stessa grafia, ma
differiscono nella pronuncia. ES ancora e ancora. / i venti e il numero venti

41. MALAPROPISMI
Quelle parole semplificate e modificate sul piano del significante per accostamento con altre più note, ad
esempio celebre per celibe.

42. PRONOMI PROCLITICI E ENCLITICI


Le particelle mi , ti , si , ci , vi , ne si dicono :
Proclitiche quando precedono una parola e si scrivono quindi staccate . es. Vi amo , ti ascolto .
Enclitiche quando seguono la parola e si attaccano ad essa graficamente . es. Guardaci . ascoltateci

43. CLITICI
I clitici sono pronomi, preposizioni, congiunzioni e avverbi che si trovano di solito vicino al verbo e possono
avere forme toniche o acquisire l'accento. Non possono essere messi in evidenza ma possono accumularsi
(preposizioni articolate).
44. IMPLICITI
Nozioni che non vengono espresse in un enunciato o in un testo perché vengono ricavate dal contesto o
dalle conoscenze del parlante; In grammatica: proposizioni implicite, quelle in cui il predicato è
rappresentato da una forma nominale, cioè indefinita, del verbo (infinito, gerundio, participio).

45. Cos’è un allocutivo?


Il locutore è colui che parla, l'allocutore è colui a cui si riferisce.
L'allocuzione è il riferimento linguistico del parlante al suo interlocutore. Gli allocutivi sono le forme
impiegate dal parlante per denotare l'interlocutore. Ricordiamo tra gli allocutivi, ad esempio i pronomi
allocutivi. Abbiamo due tipi di pronomi allocutivi quelli di cortesia, e quelli naturali. La scelta di questi
pronomi avviene in base alla situazione comunicativa e alla relazione tra gli interlocutori: quelli di cortesia
(voi/lei) si usano in situazioni formali, quelli naturali (tu/voi) in situazioni informali.

46. SINTASSI
Lo studio delle funzioni proprie della struttura della frase; si completa con la morfologia, lo studio dei
segnali o forme che rendono intelligibili le funzioni sintattiche, e si oppone alla lessicologia, che è lo studio
delle unità di significato: per es. nella frase i genitori sono affezionati ai figli, le funzioni isolate dalla sintassi
consistono nei tre sintagmi del soggetto ( i genitori ), del predicato nominale ( sono affezionati ), della
direzione ( ai figli ); i valori lessicali che vi si oppongono corrispondono alle immagini
di genitori, affezionati e figli ; i segnali morfologici che consentono il riconoscimento delle funzioni sono
rispettivamente i, sono, ai.

47. FRASE, ENUNCIATO, PERIODO, PROPOSIZIONE?


La frase può essere definita come un'espressione linguistica costruita secondo le regole generali della
lingua, tale da esprimere un concetto di senso compiuto anche al di fuori di un testo e di una situazione
comunicativa.
UN ENUNCIATO (segmento scritto o orale) è una sequenza di suoni che riceve significato dal contesto. Un
enunciato costituisce dunque un atto linguistico o espressione detta in un dato momento, in un dato luogo,
da un dato individuo.
IL PERIODO, o frase complessa, è un'unità complessa del discorso, composta da più frasi semplici, o
proposizioni, combinate in una sola struttura dal senso compiuto.
La PROPOSIZIONE è l'unità elementare del discorso con un senso compiuto. Essa nella frase è composta da
un soggetto, un predicato e vari complementi.

48. SOGGETTO SEMANTICO E SINTATTICO


Il soggetto presenta caratteristiche sintattiche e semantiche: il soggetto di tipo sintattico è un sintagma
nominale che occupa la posizione di primo argomento del verbo e che controlla l'accordo con il verbo ; il
soggetto di tipo semantico può assumere ruoli tematici diversi: agente( Matteo mangia la torta) ; tema ( la
linguistica è studiata dagli studenti); paziente (matteo subisce un torto); esperiente (matteo si adira/gioisce)

49. LESSICO LESSEMA LEMMA


Il lessico è il repertorio delle parole della lingua.
Il lessema è l'unità lessicale che ha un significato autonomo.
Il lemma è una proposizione preposta alla dimostrazione di un teorema o di una tesi.
Il lemma, inoltre, rappresenta la forma di base da cui deriva un intero sistema flessionale nominale,
aggettivale e verbale; ad esempio, nel caso della nostra lingua, troviamo nel vocabolario il nome al
singolare, l'aggettivo al maschile singolare e la forma verbale all'infinito.

50. Cos’è un calco? Differenza tra calco semantico e sintattico


Il calco è un procedimento di formazione delle parole che consiste nel coniare nuovi termini riprendendo le
strutture della lingua di provenienza. Si tratta di una forma particolare di prestito, spesso utile per colmare
lacune lessicali. Si distingue in genere il calco semantico da quello lessicale. La creazione di una parola può
semplicemente consistere nel dare un significato nuovo ad un termine già esistente. Ad esempio, il verbo
realizzare viene usato nella lingua di tutti i giorni anche nel senso di 'rendersi conto'. Nel calco lessicale (o
strutturale) una parola composta può essere creata a partire da una combinazione di elementi sconosciuta
nella lingua di arrivo. Ad esempio, la parola grattacielo è un calco lessicale dall'inglese skyscraper; grattare
sta per to scrape e cielo sta per sky.
Possiamo ritrovare il calco lessicale e il calco semantico soprattutto nei testi doppiati, in questo caso questi
calchi provengono dalla necessità di sincronizzare i movimenti labiali dell'attore con la voce del doppiatore.
Un esempio per il calcolo lessicale: dannato (dall'inglese damned), invece di maledetto; Per il calco
semantico: celebrare (dall'inglese to celebrate) per festeggiare.
Questi calchi dall'inglese si sono stabilizzati nell'italiano contemporaneo proprio per effetto del doppiaggio.

51. Illustrare il concetto di valenza verbale


La valenza di un verbo è il numero di elementi necessari a completare il significato del verbo. Questi
elementi indispensabili (in genere, il soggetto, l'oggetto diretto e indiretto) sono detti "argomenti", mentre
ogni altro elemento non indispensabile (per esempio, un complemento di tempo o di luogo) è detto
"circostanziale" e l'aggiunta di circostanziali al verbo realizza l'espansione" della frase. La valenza di un
verbo è dunque il numero dei suoi argomenti, i quali, insieme al verbo, formano la frase nucleare.
Abbiamo quattro tipi di valenze verbali:
-Ci sono verbi “a valenza zero” che esprimono da soli un significato compiuto, tali sono tutti i verbi
impersonali, quali piove, nevica, grandina quindi, tutti i verbi atmosferici: Piove → senza neanche il
soggetto.
- I verbi” monovalenti” (o a valenza uno o ad un solo argomento) richiedono la presenza di un argomento
che ci dica chi compie l’azione; tali sono i verbi intransitivi come: dormire, sbadigliare, uscire, nascere,
morire, tossire, rabbrividire, sorgere, tramontare, abbaiare, miagolare, nitrire ecc. L’ argomento è il
soggetto che può essere espresso o sottointeso: Io corro; Elena è uscita; Il sole tramonta. I miei fratelli
dormivano.
-I verbi “bivalenti” ( o a valenza due o a due argomenti) completano il loro significato con due argomenti, il
primo è il soggetto e il secondo argomento sarà o un complemento oggetto o un complemento indiretto.
Tali verbi sono: amare, baciare, curare, ingannare, salutare, aiutare, mordere, costruire, distruggere, pulire,
tagliare, piacere ecc. che si completano con il complemento oggetto. Per esempio: Elena ha salutato Gianni;
La burrasca ha distrutto molte imbarcazioni. Altri verbi invece si completano con un complemento indiretto
, cioè introdotto da una preposizione e sono: giovare, appartenere, piacere, abitare, andare ecc. Per
esempio: Lo sport giova alla salute; I miei cugini abitano in una villetta.
-Infine ci sono i verbi “trivalenti” (o a valenza tre o a tre argomenti), completano il loro significato con tre
argomenti. Tali verbi sono: prestare, dare, offrire, regalare, cadere, andare, venire, scendere, salire ecc. Per
esempio: Elena ha dato un libro a Gianni; L’autobus va da piazza Garibaldi alla stazione.

52. DIATESI
La diatesi è la forma del verbo, In italiano abbiamo tre diatesi: attiva, passiva e riflessiva.

53. Ruolo di Manzoni nel dibattito fra standard e neostandard


L’italiano nel millesettecento e nel milleottocento si era già affermato o comunque si era affiancato al latino
nelle scritture ufficiali. Inoltre nel millesettecento viene introdotto anche nelle scuole e, grazie alla legge
Casati del milleottocentocinquantanove che prevede due anni di istruzione obbligatoria per tutti, gli italiani
iniziano ad apprendere lentamente la lingua. Tuttavia molti sapevano capirlo ma pochi erano in grado di
sostenere un’intera conversazione in italiano senza introdurre termini dialettali. Dal novecento abbiamo la
radio, la tv, il cinema che aiuta la diffusione di massa della lingua italiana; all’epoca solo i maestri e i libri di
testo per bambini erano la chiave per l’alfabetizzazione. Nella questione interviene Manzoni ormai anziano,
che propone un modello di italiano basato sul toscano che ha una diffusione sia scritta che parlata, dando
molta più importanza all’oralità. Di fatti bisogna prima arrivare ad un unico italiano parlato prima di parlare
di scrittura, secondo Manzoni. L’unità della lingua parte dal suo vocabolario che doveva essere
completamente riscritto, ogni testo doveva essere controllato o scritto da autori toscani, insomma si
doveva adoperare una “lingua viva” prima di definirla “buona lingua”.

54. Di cosa parla Manzoni? Qual è la novità del modello di Manzoni? Che tipo di fiorentino prende in
considerazione?
Al momento dell’unificazione non tutti gli italiani sono in grado di parlare questa lingua, secondo Castellani
gli italofoni dopo l’unità sarebbero circa il dieci% della popolazione (De Mauro invece il due,cinque%).
Nell’ottocento la comunità dei parlanti si divideva in due parti distinte tra loro, quella di coloro che
parlavano italiano e quella di coloro che parlavano uno dei tanti dialetti d’Italia, alcuni si muovevano in un
tragitto intermedio tra i due poli opposti, parlando un italiano caratterizzato da tratti dialettali oppure un
dialetto intriso di elementi italiani. Il problema che si pone dopo l’unità è quello di servire, non solo i
letterati, ma tutti gli italiani di uno strumento linguistico unitario (una lingua coesa e unitaria)
Il veicolo più immediato è la scuola ed è proprio per la scuola, che per la prima volta si apriva a tutti i
bambini, che si affronta la questione del tipo di lingua da diffondere e insegnare, come lingua scritta e
parlata. L’unico mezzo di diffusione linguistica era il libro e ai libri i bambini accedevano attraverso la
mediazione degli insegnanti. Il problema linguistico è posto ufficialmente nella scuola per iniziativa del
ministro dell’istruzione Emilio Broglio, che nomina una commissione di esperti articolata in due
sottocommissioni: una milanese presieduta da Alessandro Manzoni e l’altra fiorentina presieduta dal
pedagogista Raffaello Lambruschini. Il ministro assegna il compito di ricercare e proporre tutti i modi coi
quali si possa rendere universale in tutti gli ordini del popolo una lingua. La premessa da cui parte Manzoni
è che la molteplicità di idiomi diventa un ostacolo quando si vuole tendere all’unità. Tanto più l’ostacolo
diventa serio in quanto non c’è concordia sul mezzo da adottare per superare la molteplicità e sostituire ad
essa un’unità. Viene stabilita una stretta relazione tra la lingua e una società che la parla: in tal modo viene
accantonata la possibilità di prendere in considerazione una lingua affidata ad un uso parziale, cioè non
condiviso da un'intera società (i parlanti dovevano essere d’accordo sul sistema linguistico da utilizzare). Il
binomio unità e molteplicità ritorna nella proposta di Manzoni che, a differenza delle teorie di Dante e
Bembo, non riguarda più la lingua scritta di un limitato numero di letterati, ma la lingua parlata dall’intera
popolazione. Tuttavia Manzoni procede individuando un modello che deve riguardare in primo luogo la
lingua parlata, cosa molto più complicata che proporre un modello di lingua scritta.
Sulla scelta del modello, si indirizza verso il toscano e può contare sulla sua diffusione plurisecolare come
lingua scritta. Il toscano letterario è unitario, mentre il modo di parlare dei toscani è variegato da un luogo
all’altro, perciò, se si vuole indicare un modello, occorre che sia privo di oscillazioni. Il problema della
variazione diatopica tra i diversi modi di parlare della Toscana è superato individuando come modello la
varietà colta di Firenze. L’attenzione di Manzoni si concentra in primo luogo sul vocabolario: l’unità della
lingua è in primo luogo l’unità del lessico. Manzoni sostiene l’idea, sul piano delle proposte concrete, di
inviare insegnanti toscani in ogni parte d’Italia. Un’attenzione specifica riguarda i libri, che dovevano essere
scritti da autori toscani, mentre uno strumento indispensabile da diffondere in ogni classe sarebbe stato un
nuovo vocabolario, stampato in edizione economica accessibile a tutti. A proposito del lessico si
raccomandava che per le materie più diffuse si proponesse una nomenclatura scientifica comune. La
relazione di Manzoni si conclude con il riconoscimento dei meriti del Ministro Broglio e queste ultime
parole, pur se riferite all’azione del ministro, sottolineano in realtà il grande merito di Manzoni, che con la
sua sensibilità intellettuale, l’attenzione ai risvolti sociali e alla sua esperienza diretta di scrittore che per
anni aveva riflettuto sulla lingua da usare, riesce a combinare la teoria con una prospettiva attenta agli
aspetti concreti dell’istruzione.

55. Primi testi in volgare


I primi testi in volgare nati in Provenza sono la sequenza di sant'Eulalia e i giuramenti di Strasburgo.
I primi testi in volgare italiano pervenuti fino a noi hanno finalità pratiche e sono l'indovinello veronese, il
placito capuano, la postilla amiatina, e l'iscrizione di san Clemente, graffito della catacomba di Commodilla,
studiato e riscoperto da Sabatini da non molto tempo.

56. Cosa si perde nella copia in toscano dei testi siciliani (rima)
I testi poetici della scuola siciliana vengono letti in una veste toscanizzata perché i copisti toscani li
tradussero, ma non è questa la veste linguistica originaria. Avvenne il fenomeno del diasistema: atto di
copia di un testo linguisticamente differente dalla lingua del copista. Questo fenomeno di toscanizzazione
della lirica siciliana ha prodotto anche un fenomeno evidente nella lirica tardo duecentesca e che arriva fino
a Dante, cioè il cosiddetto istituto della rima siciliana, perché quando i copisti trascrivevano i testi della
lirica siciliana, che si basa su un sistema pentavocalico in cui esistono soltanto le cinque vocali a e i o u, il
sistema vocalico toscano e quindi anche italiano presenta invece E aperta ed E chiusa ed O aperta e O
chiusa, quindi un sistema a sette sillabe. Si chiama rima siciliana la rima di "i" con "e" chiusa ("morire" e
"cadere") e di "u" con "o" chiusa ("distrutto" e "sotto").

57. Dove si trova la dislocazione nel placito capuano


«Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.»

Dal punto di vista linguistico è presente nel placito, la dislocazione a sinistra: essa è la costruzione sintattica
della frase in cui un elemento nominale (kelle terre) è anticipato e poi ripreso da un pronome (le).
kelle terre viene quindi posto a inizio frase e ripreso nella seconda parte della formula dal pronome clitico
di ripresa le.
La dislocazione serve quindi a distribuire meglio le informazioni senza far sembrare che si parli sempre della
stessa cosa. I due elementi chiave della frase sono entrambi messi in evidenza con due procedimenti diversi
e complementari: l’oggetto, che in questo caso è anche l’argomento è in evidenza perché anticipato e
replicato tramite il pronome; il soggetto è in evidenza perché posposto al verbo e collocato alla fine della
frase.

58. che cos'è la grammatichetta? Chi è che la scrive e che cos'è? Perché viene scritta?
Prima di Bembo il volgare fu oggetto di una riflessione grammaticale ad opera di Leon Battista Alberti, che si
impegnò alla valorizzazione del volgare e delle sue valenze letterarie. La breve descrizione grammaticale del
volgare è nota come Grammatichetta e risale al periodo tra il millequattrocentotrentotto e il
millquattquarantuno. Nella tradizione grammaticale italiana questo testo è importante perché è il primo
scritto del genere in Italia, ma anche perché rimane per lungo tempo isolato: in Italia ha prevalso per secoli,
da Bembo fin oltre Manzoni, un’attenzione grammaticale concentrata sulla lingua scritta dei letterati.
Alberti non ha l’obiettivo di fissare norme fondate sull’autorità degli scrittori, ma punta a descrivere l’uso
della lingua parlata a Firenze. L’intento dell’autore è dimostrare che anche una lingua parlata è usata
secondo regole precise e riconoscibili. Le prime regole a cui l’autore si riferisce sono quelle della grafia,
l’opuscolo si apre infatti con L’ordine delle lettere, che presenta tutte le lettere dell’alfabeto disposte in un
ordine non alfabetico; esso non serve a insegnare l’alfabeto, ma a far riflettere sulla forma dei vari segni
grafici. Una grammatica volgare che comincia dalle lettere dell’alfabeto appare stravagante, tanto che
l’interesse di Alberti per la forma delle lettere è stato messo in relazione con la sua attività di architetto. La
cosa che per lui e i suoi contemporanei era la più scontata, cioè occuparsi dei segni grafici da usare nella
scrittura del volgare, sembra a noi una stravaganza meritevole di spiegazioni. Coloro che imparavano a
leggere e scrivere in volgare acquisivano un’abilità sviluppata nel riconoscere le lettere dell’alfabeto e nel
metterle per iscritto. Rivolgendosi da principio alle lettere dell’alfabeto l’autore si inserisce in una tradizione
didattica che dà grande importanza alla grafia e la Grammatichetta rientra tra gli effetti delle discussioni
sulla lingua che ebbero luogo tra gli umanisti nei primi decenni del quattrocento. Essa, se da un lato si
presenta come un’opera destinata a una riflessione personale, dall’altro viene collegata alle polemiche
linguistiche dibattute dai filologi del tempo, è quindi esplicito il rimando al dibattito sull’unicità della lingua
latina che si svolgeva nel quattrocento. A questo proposito erano state espresse due tesi opposte: Secondo
Bruni, presso i Romani esistevano due diverse lingue latine, una dei colti e una del popolo, invece per
Biondo il latino era una lingua unica, differenziata al suo interno per diversità di stile e di tono: la lingua
degli scrittori era cioè la stessa del popolo, ma rappresentava il risultato di un processo di affinamento.
Biondo, con il trattato De verbis romanae locutionis sottolineava che la differenza tra lingua dei dotti e
lingua del popolo era di modo e di gradi e non di natura .La dimostrazione albertiana che il volgare è
anch’esso lingua grammaticale veniva a colpire e ad infrangere l’ipotesi del Bruni: dimostrare che il volgare
parlato aveva delle regole significava dimostrare che anche il latino parlato dai romani non fosse privo di
regole come riteneva Bruni. Le premesse ad una descrizione grammaticale del volgare si riconoscono nel
proemio al terzo libro del trattato della Famiglia. Come gli scrittori latini scrivevano per essere intesi da
molti letterati, così Alberti opta per il volgare, lingua a molti comprensibile. La decisione di adottare il
volgare comporta la necessità di impegnarsi nella descrizione delle regole della sua grammatica: Alberti
passa dunque all’illustrazione della lingua volgare. La continua confrontabilità con il latino è agli occhi
dell’Alberti un argomento decisivo per la tesi che propone la regolarità grammaticale del [Link]
l’esempio della frase agrammaticale “tu hieri andaremo alla mercati” Alberti è il primo a sancire che non si
può parlare o scrivere bene in volgare se non si conoscono e applicano le sue regole. Mai l’autore rinvia a
Dante, Petrarca o Boccaccio, che già costituivano per gli umanisti una triade di auctoritates .Ad Alberti sta
maggiormente a cuore la dimostrazione che si possa piegare a regole grammaticali la lingua in apparenza
restia a ogni regola, a tale scopo sarebbe stato poco funzionale allegare l’autorità degli scrittori.

59. Posizione di Ascoli alla riforma manzoniana


(dedicarsi alla comunicazione scritta, in quanto era una lingua che già prevedeva l’unità mentre Manzoni
predilige la lingua parlata).
Avrà da ridire sull’idea manzoniana Lambruschini, che ribadisce l’idea di un vocabolario limitato ad una
parte della lingua e suggerisce di avvalersi di alcuni “consulenti” della lingua per verificare che questa venga
restituita nel modo più puro possibile, che non sia corrotta dai parlanti. La purezza del fiorentino ormai,
secondo Lambruschini, si era consolidata solo nel modo di parlare del popolo contadino toscano. A dare la
sua opinione sulla questione tra Manzoni e Lambruschini è il glottologo Isaia Ascoli, che dà la sua idea nel
proemio all’”archivio glottologico italiano”. Quest’ultimo non propone una visione antitetica rispetto a
quella manzoniana, ma propone un’alternativa: Ascoli è scettico per quanto riguarda l’uso del fiorentino
corrente e non è d’accordo con il primato della lingua parlata. Porta l’esempio del “Novo Vocabolario” di
Giorgini, genero di Manzoni, e Broglio soffermandosi sull’aggettivo “novo”. L’uso della “o” e l’assenza del
dittongamento spontaneo della sillaba tonica risulta inusuale, perché ormai dall’Italiano del trecento fino a
quel momento si era consolidato l’aggettivo “nuovo” con il dittongamento. Introdurre nuove regole
confonderebbe solo gli italiani e ci vorrebbe ancora più tempo per abituarsi a nuove norme. Secondo Ascoli
è quindi importante sottolineare quell’unità che si è raggiunta nella lingua scritta e che si è consolidata sulla
base toscana, facendo riferimento al lavoro intellettuale, mentre Manzoni si concentra sull’ambiente
scolastico e il rapporto tra scolari e maestri. (I punti principali su cui Ascoli dissente da Manzoni sono il rifiuto di
riconoscere la “precedenza” del parlato sullo scritto e la convinzione che la cultura di una nazione non si misuri sul metro della
prossimità tra lingua parlata e scritta.
Il proemio di Ascoli è stato sempre contrapposto alle idee di Manzoni, ma i suoi strali polemici si indirizzano contro una prassi
scolastica in cui il purismo di stampo letterario si andava a sommare a un purismo che finiva con l’esaltare la “buona lingua”
spontaneamente usata dal popolo, laddove Ascoli auspicava che non si perdesse di vista l’italiano scritto).

60. Commento del testo di Dante Tanto gentile e tanto onesta pare: Grazie alla prolungata stabilità della
norma letteraria, noi oggi possiamo leggere e capire intere frasi di Dante, Petrarca e Boccaccio.
D’altra parte, è anche vero che un uso plurisecolare può avere un po' appannato nel tempo significati che
per Dante e i suoi contemporanei erano di immediata evidenza, per questo è il caso di precisare volta per
volta se vi siano state modificazioni semantiche (di significato).
Un esempio può essere notato nei primi due versi del celebre sonetto dantesco Tanto gentile:
Tanto gentile e tanto onesta pare La donna mia quand’ella altrui saluta. Ad una prima lettura nessuna di
queste parole risulta sconosciuta o difficile. Tutte le parole rientrano in quello che De Mauro seleziona
come lessico fondamentale dell’italiano contemporaneo, mentre ‘ella’ è contrassegnata come forma
letteraria.
Dopo aver accertato che queste parole hanno un’aria familiare, se vogliamo capire davvero i versi
dobbiamo tener del significato che questo lessico può assumere all’epoca di Dante:
-una donna gentile non è una persona dotata di buone maniere, ma invece significa che è capace di
sentimenti nobili ed elevati, dotata di elette qualità morali e si riferisce alla nobiltà che deriva dalla virtù;
-onesta non si riferisce al fatto che la donna non commette azioni disoneste, ma significa che manifesta
superiorità ed elevatezza morale e intellettuale, unite a compostezza, dignità e decoro nei comportamenti e
nei modi; -il verbo pare non ha il senso di ‘sembra’, che metterebbe in forse l’elogio della donna, ma
significa ‘si manifesta, appare’; -altrui qui non è un aggettivo, ma un pronome che ha il valore di ‘ciascuno,
ogni altra persona’; -infine è possibile che donna conservi ancora il significato del latino domina ‘signora,
padrona’, tanto che donna mia potrebbe perfino essere un calco di midons, l’appellativo con cui i poeti
provenzali si rivolgevano alla loro donna.
Quando ci misuriamo con la lingua letteraria del passato occorre perciò tener conto dei cambiamenti di
significato e di funzione di parole che sono rimaste inalterate nella veste fonetica.
Come si è visto, nella lettura di opere del passato, è indispensabile ricorrere all’aiuto di adeguati strumenti
di consultazione: qui abbiamo fatto ricorso al GRANDE DIZIONARIO DELLA LINGUA ITALIANA (GDLI) ideato e
diretto da Salvatore Battaglia.
La comprensione, lo studio e l’edizione di testi antichi rappresentano alcuni degli obiettivi degli studi di
storia della lingua italiana.

61. Prove di fiorentinità dell'italiano.


Anafonesi è una delle prove più evidenti della fiorentinità dell'italiano. E tale fenomeno fa capire come oggi
l’italiano coincide in buona parte col fiorentino letterario del trecento, assunto a modello da tutti o quasi
tutti gli scrittori d'Italia a partire dal primo cinquecento. L'anafonesi (dal greco anà "sopra" e fonè "suono" =
"innalzamento di suono") è una trasformazione che riguarda due vocali in posizione tonica, ovvero [o] e [e].
In determinati contesti queste due vocali passano rispettivamente a i e a u, o meglio é > i e o > u.

62. Fattori di unificazione linguistica dopo l'unità


Anno importante nella storia della nostra nazione, il 1861 simbolo della nuova unità nazionale. Quello
dell'unità è un avvenimento da analizzare anche e soprattutto dal punto di vista linguistico: in effetti sono
proprio la lingua e la reciproca comprensione a dar vita a quella condivisione comunicativa che deve essere
necessariamente alla base di uno stato. Immediatamente dopo l'unificazione dell'Italia, la situazione dal
punto di vista linguistico non era affatto positiva: l'italiano era in effetti adoperato da una ristretta élite,
composta esclusivamente da colti e letterati. La restante popolazione italiana, analfabeta, continuava ad
utilizzare le diverse forme dialettali proprie delle differenti zone della penisola. Fu un problema molto
sentito quello della divisione linguistica, tanto che lo stesso Alessandro Manzoni, già prima dell'unificazione
e precisamente nel milleottocentosei, si riferì all'italiano come 'lingua morta', poiché non condivisa e,
soprattutto, non parlata dalla moltitudine. Un problema che il letterato toccò con mano durante la stesura
dei Promessi Sposi, quando si accorse dell'inadeguatezza della sua lingua, non codificata in modo univoco e,
soprattutto, intrisa di francesismi, lombardismi e toscano colto. Fu però all'indomani dell'unità che
Manzoni, vicino alle problematiche del suo tempo, propose la diffusione del solo fiorentino colto, al fine di
ottenere la tanto agognata unità linguistica. Per farci un'idea dello stato in cui verteva la situazione
linguistica italiana, basti pensare che secondo De Mauro, illustre linguista italiano, all'indomani
dell'unificazione la percentuale degli italofoni si aggirava intorno al solo due,cinque% su venticinque
milioni di abitanti, benché fosse più estesa la competenza passiva dell'italiano, ovvero la capacità di
comprendere la lingua senza però saperla parlare. Come fare, quindi, per innescare un processo capace di
far abbandonare i vari dialetti a favore dell'Italiano? Il primo passo intrapreso fu quello di rendere più
capillare l'istruzione e l'alfabetizzazione lungo la penisola. Un processo che fu utile, ma che non eliminò
completamente il problema ma lo disgregò in due diversi fenomeni, ovvero la formazione dei diversi
italiani regionali (esistenti ancora oggi nelle diverse zone dell'Italia) e l'italianizzazione del dialetto. Un’
altra spinta alla nascita dell'italiano come lingua condivisa furono sicuramente le migrazioni interne dalle
campagne alla città e da nord a sud. Ma a fare la differenza furono senz'altro la stampa e i mezzi di
comunicazione di massa, allora rappresentati dalla radio e successivamente dalla TV. Ognuno di questi
mezzi contribuì a creare non solo un'apparenza condivisa all'unità nazionale, ma anche la possibilità di
apprendere la lingua italiana e diventarne 'portavoci'. Prima la radio nel millenovecentoventiquattro e poi
la televisione nel millenovecentocinquantatre, riuscirono letteralmente a irrompere negli nelle case degli
italiani, accelerando e portando a compimento il processo di italianizzazione cominciato all'indomani
dell'unificazione nazionale.

63. Bembo
Nella scuola di grammatica cinquecentesca, il latino continua ad essere l’unica lingua studiata, ma la
fortuna letteraria del volgare, fa si che nelle aule si introduca anche il libro in volgare, molto gradito agli
scolari; il libro in volgare era considerato indegno di considerazione da parte dei maestri.
L’esperienza di Visconti e le testimonianze di scolari del cinquecento confermano che la volontà di
apprendere una lingua non locale nasceva come libera e spontanea esigenza di menti che volevano uscire
da un orizzonte limitato. Dopo un paio di secoli durante i quali i letterati si erano orientati verso il modello
toscano, si delinea, nei primi decenni del cinquento una nuova prospettiva, secondo la quale anche la
competenza del volgare letterario deve essere conseguita attraverso lo studio.
Ciò significa che tutti i letterati italiani muovevano da una medesima condizione: tutti avevano acquisito
una lingua materna in volgare, tutti avevano acquisito il latino come lingua di cultura; tutti, per giungere al
possesso di un volgare letterario da usare nella scrittura, avrebbero dovuto acquisire attraverso lo studio la
padronanza di una lingua volgare scritta, un esempio può essere nel breve passo di Trìssino dove non si
parla di lingua o volgare toscano, bensì di Italiano, una lingua che ciascuno può imparare da sé perché
nessuno l’aveva spontaneamente acquisita come lingua materna. La nuova prospettiva linguistica implicita
nell’affermazione di Trìssino comporta una situazione in cui si definiscono diverse modalità di rapporto con
la lingua scritta, in relazione alle diverse esigenze. L’intervento di Bembo come codificatore della lingua si
realizza attraverso vari momenti.
In una prima fase Bembo lavora come filologo. Quindi l’edizione di Petrarca presso Aldo Manuzio
rappresenta l’inizio della filologia applicata a testi in volgare, prima dell’edizione aldina del Petrarca curata
da Bembo, nel quattrocento la letteratura volgare conquista prestigio, in questa ascesa del prestigio occupa
un posto decisivo una “storia antologica” della letteratura italiana curata da Lorenzo de Medici e da Angelo
Poliziano, questa antologia accompagnata da una lettera prefatoria, è nota come Raccolta aragonese, essa
fu indirizzata al principe Federico d’Aragona, particolarmente attento alla poesia in volgare. Nella lettera
introduttiva Lorenzo e Poliziano dichiarano che la letteratura ha bisogno di qualcuno che la sostenga. Un
principio importante affermato da Lorenzo e Poliziano è che la letteratura in volgare non è effimera, ma
può durare nel corso dei secoli, la prova di questa potenzialità è data dal fatto che a distanza di secoli si
possono leggere i poeti del duecento e del trecento. Se un’opera è ritenuta classica in quanto dura nel
tempo, le opere volgari hanno avuto una durata nel tempo, quindi possono aspirare allo status di classici.
Sull’idea della durata del volgare si fonda l’opera di Bembo, che avverte la necessità di conferire al volgare
una formalizzazione. Nelle Prose della volgar lingua (millecinquecentoventicinque), un trattato dialogico in
tre libri, Bembo in forma di dialogo fa riflettere i personaggi sulle “leggi e regole” del volgare.
Nelle prime pagine sottolinea la differenza tra il parlare e lo scrivere, con la lingua parlata ci si rivolge a chi è
vicino, con quella scritta a chi è lontano e a coloro che verranno in seguito, inoltre, scrivere non è cosa facile
poiché il modo di parlare non può essere paragonato alla [Link] lunga durata della scrittura e la sua
destinazione a un gran numero di lettori rendono indispensabile l’individuazione di leggi e regole che si
conservino stabili nel tempo. Proprio in vista della stabilità nel tempo la lingua scritta deve allontanarsi da
quella parlata e deve modellarsi secondo l’esempio della lingua scritta degli autori. Viene in questo modo
esteso al volgare il principio di autorità che veniva applicato alla lingua latina. Per il latino valeva il modello
degli autori classici e per l’italiano doveva valere l’autorità dei modelli linguistici più prestigiosi.A parer di
Bembo la scrittura letteraria in prosa deve seguire il modello di Boccaccio, mentre quella in poesia Petrarca.
Per la lingua poetica l’esempio petrarchesco è preferito a quello dantesco perché la lingua di Dante, meno
uniforme e più varia, non sarebbe facilmente imitabile, l’uniformità dello stile di Petrarca offre invece agli
imitatori una compattezza di stile, argomento e lingua. La lingua proposta da Bembo non sarà destinata a
competere con gli altri volgari, ma dovrà proporsi come alternativa al latino: in precedenza solo il latino
garantiva durata e fama ai testi e agli autori, dopo Bembo anche il volgare potrà favorire ambizioni di
questo tipo, il nuovo volgare letterario si pone a un livello affine a quello del latino, e sarà adatto alle
funzioni culturali di alto livello. In alternativa alla proposta di Bembo, nel cinquecento presero forma altre
opinioni che si orientavano verso una lingua contemporanea parlata. Contrario alle tesi di Bembo è
Machiavelli che afferma il prestigio di Firenze e del fiorentino, ed altri autori fiorentini, come Gelli e
Giambullari, rivendicavano la superiorità della lingua parlata a Firenze.
Un’altra prospettiva, orientata verso una lingua comune italiana, è la cosiddetta teoria cortigiana, che si
riferisce a posizioni tra loro differenziate: il prestigio della corte Romana è sostenuto da Colli detto il
Calmeta, secondo Castelvetro il pregio della lingua usata a Roma nasceva dal fatto che a Roma si era
affermata, grazie all’influenza del toscano e alla circolazione delle persone, una lingua della conversazione
di tono elevato. A una lingua parlata si riferisce anche Castiglione nel suo Libro del Cortegiano, in cui
rivendicava la scelta di aver seguito il proprio modo di parlare invece del toscano letterario.
Un’interpretazione particolare della lingua di Dante proveniva da Trissino, il quale dopo aver rimesso in
circolazione il De vulgari eloquentia affermava che il fiorentino non poteva assumere ruolo di modello
linguistico ma occorreva prendere atto del fatto che la lingua nella Commedia e dello stesso Petrarca era già
italiana. A differenza della proposta di Bembo, gli altri teorici intervenuti nella cosiddetta Questione della
lingua, pur argomentando le proprie prospettive linguistiche, non suggerivano modelli imitabili, né
offrivano leggi e regole di cui Bembo sentiva l’esigenza, non meraviglia quindi che fu la teoria di Bembo a
incontrare i favori dei letterati italiani. Per di più la sua proposta ha il pregio della semplicità e della
linearità: un solo autore da imitare per la poesia, solo un altro per la prosa. Il modello bembesco non
poteva in alcun modo essere imposto ad alcuno, poiché il pubblico a cui Bembo si rivolge non è costituito
da tutti gli italiani, bensì da tutti i letterati italiani: i non letterati avrebbero continuato a scrivere testi no
letterari ai quali non sarebbe stato richiesto di sfidare il tempo e di risultare leggibili per i posteri. La
letteratura non è più un bene di pochissimi, ma diventa alla portata di tutti quelli che sanno leggere, poiché
la novità del libro favorisce una nuova richiesta di cultura: Dionisotti osserva che nel cinquecento arrivano
alla letteratura gruppi sociali che prima potevano solo ascoltare la lettura di opere, per esempio si hanno le
prime donne che diventano autrici, come Vittoria Colonna.
La letteratura si estende anche alla vita culturale dei piccoli centri: esemplare è il caso della poetessa
Isabella Morra, che ha scritto un breve canzoniere in volgare di argomento amoroso, pur vivendo nel suo
piccolo castello può leggere Petrarca e dall’alfabetizzazione passa alla scrittura poetica in volgare, se fosse
nata cinquanta anni prima sarebbe rimasta analfabeta come la quasi totalità delle donne nobili nei secoli
del medioevo.
La proposta di Bembo contribuisce a creare una cultura letteraria con una lingua uniforme nelle diverse
aree d’Italia, anche in luoghi in precedenza rimasti emarginati e periferici.
Il panorama della cultura scritta dal cinquecento in poi non è uniforme, l’articolazione diastratica delle
produzioni scritte successive alla diffusione della stampa e alla codificazione bembesca si può meglio
conoscere se ci si rivolge all’ingente patrimonio delle carte d’archivio che custodiscono e tramandano
scritture prodotte e conservate non per il valore letterario, ma per necessità concrete e materiali: si pensi
agli atti processuali, alle documentazioni ufficiali e alle lettere.
Attraverso i documenti si indovina perciò un mondo di scriventi di cultura bassa o media che scrivono con
ridotta padronanza della lingua e della scrittura.
Per la storia della lingua questi documenti sono importanti perché permettono di entrare in contatto con
una realtà linguistica complessa, caratterizzata da una forte variazione linguistica.
I cronisti per esempio, usano una lingua meno uniforme di quella codificata da Bembo.
In ogni epoca della nostra storia troviamo in diastratia una realtà varia in cui le persone scrivono più o
meno come parlano.
Dobbiamo perciò abituarci a una prospettiva secondo cui per alcuni secoli la lingua letteraria di Bembo è
un’opzione per poche persone colte, mentre in altri ambienti e con altre funzioni esiste una lingua vicino al
parlato.
In questa stratificazione c’è anche spazio per la fioritura della letteratura dialettale, che dopo la
codificazione bembesca diventa costante: a praticare il dialetto in letteratura sono autori bilingui o trilingui
che scelgono la lingua della realtà quando vogliono avvicinarsi a temi più vicini alla vita quotidiana.

64. Questione della lingua, fino all’ottocento (posizione di Bembo, dei puristi e il contributo dell' unità di
Italia all'unificazione linguistica)
La questione della lingua italiana è stato oggetto di studi approfonditi da diversi teorizzatori, per via del
fatto che la lingua italiana a partire dalla sua nascita ha sempre presentato aspetti che la mettessero su un
piano di controversia spesso combattuto fra i classicisti e gli innovatori.
Tutto ebbe inizio a partire dal milleduecentonovantaquattro quando Dante Alighieri aprì, con il suo sapere e
volere, il dibattito della questione sulla lingua italiana, con la stesura del trattato sulla lingua intitolato De
vulgari eloquentia: in questo scritto, il pensatore fiorentino teorizzò per la prima volta gli aspetti del volgare
italiano, cercandone di comprendere le origini e di stabilire quali fossero i canoni per un buon uso stilistico
della lingua. Infatti, per Dante, la lingua italiana prima di tutto doveva essere una lingua di uso colto e
letterario, che non ricadesse nei canoni della bassezza popolare.
Come da prassi, nello stilare un certo tipo di opere, seppure in maniera del tutto originale, Dante descrive la
vita della lingua italiana, a partire dalla base assoluta, ovvero Adamo, il quale per primo ha portato,
attraverso la consacrazione divina, la parola all’uomo. Dante stabilisce che il linguaggio parlato differenzia
l’uomo dagli animali bruti; tutta l’opera viene ripercorsa attraverso il racconto biblico. Infine, nel De vulgari
eloquentia Dante procede in maniera ordinata ad elencare le varie sfaccettature dell’italiano volgare,
definendo delle linee geografiche, simili (concettualmente) alle linee che cinque secoli più tardi teorizzò
Ascoli. Definisce una linea di demarcazione fra gli appennini orientali e quelli occidentali, enumerando le
caratteristiche dei volgari presenti in quella regione. Infine Dante insiste sul dibattito vero sulla lingua
quando cerca di capire quale fosse la vera lingua che si dovesse parlare nell’“Italia”: il volgare migliore,
definito illustre o aulico o curiale, doveva essere una lingua pura e non impura come, per Dante, potevano
essere il Piemontese, il sardo, il marchigiano, ecc. Dante si ispira piuttosto alla lingua della corte di Federico
II, il siciliano, e al bolognese. Disprezzò anche la lingua popolare toscana. Questo trattato sul volgare
italiano, che è comunque interamente scritto in latino, ha una grande importanza nella storia medievale
europea, in quanto si tratta di un primo assoluto all’interno del panorama letterario, ma venne comunque
riscoperto nel millecinquecento dal letterato vicentino Trissino, che analizzeremo a breve.
Il Quattrocento è stato il secolo in cui si sono scontrati i cosiddetti Umanisti latini contro gli Umanisti
volgari: al centro del dibattito c’era ancora una volta la questione della lingua. Flavio Biondo, grande
studioso di antichità romana, argomentava la questione linguistica dicendo che l’italiana era una lingua
frutto di una corruzione per cause esterne. Infatti, il latino si sarebbe corrotto quando i barbari sono entrati
in Italia, dando vita ai volgari, lingue affatto paragonabili alla grandezza e all’eleganza del latino. Leon
Battista Alberti, al contrario di Biondo, era un umanista volgare e apprezzava la nuova lingua che andava
delineandosi: a tal proposito, nel millequattrocentoquaranta, l’Alberti pubblicò la prima grammatica della
lingua italiana, intitolata Grammatica della lingua toscana, tramandata attraverso una copia apografa,
conservata oggi nella Biblioteca Vaticana. Leon Battista Alberti, aveva senz’altro, rispetto a molti altri
studiosi, delle opinioni più moderate: egli pensava che il latino fosse una lingua da imitare, in quanto era
una lingua universalmente compresa, e pensava che il volgare dovesse mirare a un livello alto, da affidare ai
saggi. Per citare Claudio Marazzini: “il latino doveva indicare al volgare la strada da percorrere”.
Nel millequattrocentoquarantuno, gli sforzi dell’Alberti nella promozione del volgare, culminarono con
l’organizzazione del Certame coronario, una gara poetica in cui i concorrenti avrebbero dovuto presentare
dei componimenti poetici sul tema dell’amicizia, scritti nella lingua volgare. Il certame purtroppo non ebbe
effetti positivi, in quanto gli oppositori di Leon Battista Alberti cercarono in ogni modo di sabotare la gara,
senza dare nessun premio ai partecipanti.
Nel Cinquecento, la gara linguistica fra italiano e latino, andava confermandosi, ma al contrario dei secoli
precedenti, per la prima volta la lingua volgare, andò in “vantaggio”, nei confronti della lingua madre,
trovando per la strada dei grandi letterati che valorizzarono la futura lingua italiana: si tratta di autori come
Ariosto, Tasso, Aretino, Machiavelli e Guicciardini, fra gli altri. Oramai erano sempre più numerosi gli studi
sulla lingua e sempre più numerose le pubblicazioni riguardanti grammatiche e studi sulla lingua. Aldo
Manuzio nel millecinquecentouno stampò due classici, Virgilio e Orazio, e diede vita alle cosiddette edizione
aldine, laddove si caratterizzava il carattere di stampa corsivo. In quello stesso anno, ed è ciò che
maggiormente ci interessa, Pietro Bembo, pubblicò il Petrarca volgare sotto una sua disamina. Questo fu un
evento eccezionale: nella prefazione Manuzio, che era lo stampatore (e di fatto l’editore) dell’opera,
difendeva il lavoro del suo cliente, da coloro che avrebbero potuto constatarne l’allontanamento dagli
aspetti tipicamente latineggianti del grande scrittore trecentesco. L’opera prendeva il titolo di Le cose
volgari di Messere Francesco Petrarca. Ma le innovazioni che Bembo portò all’interno della lingua italiana
ebbero anche una pubblicazione in un’altra opera, questa volta interamente redatta da Bembo: si trattava
delle Prose della volgar lingua, pubblicate nel millecinquecentoventicinque. Qui Pietro Bembo dà grande
prova di sé cercando di elencare tutti gli aspetti innovativi di cui la lingua volgare si doveva fare portatrice.
Compariva fra gli altri, l’uso dell’apostrofo per segnare l’elisione. Come tutti gli altri teorizzatori della
questione linguistica, anche Pietro Bembo, partì dall’analisi della natura del volgare fornendo quindi prima
di tutto un analisi storico linguistica, secondo la quale il volgare sarebbe nato dalla contaminazione del
latino ad opera degli invasori barbarici, una posizione non solo difendibile ma chiaramente vera. E quando
Bembo parlava di volgare senz’altro si riferiva al toscano letterario trecentesco dei grandi autori Petrarca e
Boccaccio, e in minor misura a quello di Dante, le cosiddette Tre Corone. Nello specifico, non apprezzava
nella Commedia di Dante l’uso di un certo iperealismo stilistico. Per Pietro Bembo ci si doveva ispirare
inoltre a Cicerone, per quello che concerneva la prosa, e a Virgilio, per ciò che concerneva la poesia.
Sempre nel Cinquecento si sviluppò la teorizzazione da parte di Giovan Giorgio Trissino e di Calmeta della
teoria cortigiana della lingua, secondo la quale l’italiano migliore era quello usato nelle corti; Bembo non
d’accordo con quest’analisi, sostenne che la lingua cortigiana era una lingua di difficile definizione, per via
della tantissime sfaccettature fra le varie “Italie”, non riconducibile dunque all’omogeneità di una lingua. La
teoria del Trissino però aprì le strade ai sostenitori dei cosiddetti regionalismi. Di fatto, in ultima analisi,
Pietro Bembo stilò le regole, che vennero in buona parte accettate fatta eccezione che dai fiorentini
(Bembo era infatti un patrizio veneziano), del volgare toscano, la futura lingua italiana. La teoria della lingua
di Bembo, secondo la quale aveva stabilito quale fosse la lingua e quali fossero gli esempi da emulare, ebbe
una portata e fortuna di difficile stima, all’interno del panorama linguistico del volgare italiano, e fu così
infatti che per tre secoli, fatta eccezione qualche breve parentesi, non ci fu la necessità di attuare nuove
teorizzazioni e nuove concezioni di quello che doveva essere la concezione linguistica dell’italiano. Non a
caso è stato l’Ottocento il secolo in cui si sentirà nuovamente l’esigenza di ripensare all’italiano, un secolo
denso di avvenimenti storici che portarono a uno stravolgimento totale della lingua.
Dal Seicento all’Ottocento, come detto, si attraversa un periodo di stasi sulla questione linguistica.
Importanti passi avanti vengono fatti su quello che era lo studio della lingua. Basti pensare alla nascita delle
varie accademie, fra cui la più importante fu l’Accademia della Crusca, che a partire dal milleseicentododici
pubblicò le prime edizioni del Vocabolario italiano. Questa fu un innovazione di grande rilevanza,
soprattutto per la sua unicità e alti standard di autorevolezza. L’Accademia della Crusca era/è una sorta di
centro di ricerche nazionale per la lingua italiana. Nel seicento uscirono tre edizioni diverse del Vocabolario
italiano, nel milleseicentonovantuno, la terza fu quella più completa, composta di tre tomi con lemmi e
descrizioni molto più complete. Il Settecento è stato il secolo in cui si delinearono le gerarchie linguistiche
all’interno del panorama europeo: l’italiano assume una importanza notevole, basti pensare a Wolfgang
Amadeus Mozart che tramite il suo librettista Lorenzo Da Ponte, scriveva opere liriche in italiano. Ma allo
stesso tempo il francese, la cui importanza è paragonabile a quella dell’inglese oggi giorno, ebbe notevoli
influssi nelle letterature europee: Carlo Goldoni scriverà diverse commedie in francese, nonché le sue
bellissime Memorie, di cui consigliamo la lettura. È il secolo, il Settecento, in cui si sviluppa la filosofia del
linguaggio, tramite l’autorevole pensiero di Diderot, di Alessandro Verri e di Melchiorre Cesarotti, il quale
quest’ultimo scrisse il Saggio sulla filosofia della lingue dove analizza di fatto il pro-toscano.
Ma, come già più volte accennato, è stato l’Ottocento il secolo della svolta nella questione della lingua, in
cui fu Alessandro Manzoni a cercare una soluzione a questo dibattito, sempre aperto. Nell’Ottocento si
ebbe uno scontro fra i Puristi e i Classicisti: i primi erano caratterizzati da un’intolleranza nei confronti di
ogni innovazione e dei prestiti linguistici dall’estero. Il capofila di questa corrente di pensiero era il veronese
padre Antonio Cesari che rifletteva il suo studio nei confronti della perfezione linguistica che si era
raggiunto nel trecento. La teoria linguistica manzoniana segna una svolta nelle discussioni sulla questione
della lingua. Della lingua italiana è stato un saggio su cui Manzoni lavorò per circa trent’anni e su questi
argomenti sono presenti alcune delle sue pagine migliori e più profonde. Ma lo studio della lingua da parte
di Manzoni lo si ritrova nelle varie edizioni de I promessi Sposi nei quali possiamo osservare i mutamenti,
nonché la maturazione, dello scrittore lombardo nei vari decenni.
La carriera linguistica e letteraria di Alessandro Manzoni si divide in tre fasi. La fase eclettica è il periodo in
cui Manzoni fece l’uso di un linguaggio letterario con uno stile duttile, ricco di francesismi e milanesismi,
laddove si ha quindi un linguaggio non del tutto scorrevole e possiamo anche dire “poco italiano”. È la fase
che coincide con la pubblicazione del Fermo e Lucia, la prima stesura dei futuri Promessi Sposi. La fase
toscano-milanese coincide con la stesura della cosiddetta edizione “ventissettina” dei Promessi Sposi
pubblicata appunti fra il milleottocentoventicinque e il milleottocentoventisette (era pubblicata a capitoli).
In questa edizione la lingua è genericamente toscana e concordata con i principali dizionari italiani. L’ultima
fase, fra il milleottocentoquaranta e il milleottocentoquarantadue, è quella in cui Manzoni pubblica l’ultima
e definitiva edizione dell’opera che l’ha consacrato in questi centosettant’anni di vita: dopo uno studio
approfondito della lingua italiana che portò Manzoni a stabilirsi per qualche anno a Firenze, dopo la
cosiddetta “risciacquatura nell’Arno”, l’autore milanese pubblicò un’opera con l’uso di un fiorentino colto,
che potremo quindi chiamare italiano vero.
Nel frattempo l’Italia si unì dopo varie guerre, nell’Italia che conosciamo oggi, fatta eccezione di Roma (che
si sarebbe unita qualche anno più tardi), e il Trentino (dopo la prima guerra mondiale), e Alessandro
Manzoni nel milleottocento sessant’otto pubblicò un saggio intitolato Dell’unità della lingua e dei mezzi di
diffonderla. Ora era chiaro che l’italiano doveva diventare un mezzo veicolante e coercitivo all’interno del
nuovo paese. Si dovrà aspettare ancora qualche decennio finché esso lo divenne davvero, ma gli studi di
Manzoni rimangono comunque prestigiosi e fondamentali all’interno dell’apparato linguistico che oggi
giorno parliamo. I Promessi Sposi sono l’esempio di come gli italiani dovrebbero e potrebbero parlare, ma
la storia della/di una lingua non è mai ferma. Vediamo come si è evoluta più di recente.
L’Italia si è unita nel milleottocentosessantuno. Mentre gli italiani si sono maggiormente integrati
linguisticamente a partire dal millenovecentoquattordici dopo lo scoppio della prima guerra mondiale.
L’esercito italiano era molto vario linguisticamente: i battaglioni erano formati da soldati di varie regioni,
così un sardo che mai era uscito dalla sua isolanità andò a combattere al fianco di un veneto. Spesso
l’italiano era solo un mezzo non conosciuto ai più, ma è da questo momento che si scopre realmente che
l’Italia è unita e che combatte sotto un’unica bandiera e che nel futuro si deve creare anche un’unica
bandiera linguistica. Dopo la guerra l’italiano, grazie anche agli investimenti dei programmi fascisti,
conoscerà una più ampia diffusione del suo uso. Ma ancora dopo la seconda guerra mondiale i dialetti
verranno lentamente soppiantati, naturalmente per un uso più marginale e più informale, a favore dell’uso
dell’italiano comune.
Nel millenovecentosessantaquattro Pierpaolo Pasolini, regista, scrittore, pensatore, teorizzò una nuova
questione sulla lingua italiana: dai suoi studi pubblicati egli affermava la nascita di un neo-italiano, laddove
la capitale linguistica italiana, non era più Firenze o Roma, bensì il cosiddetto triangolo industriale formato
da Milano, Torino e Genova con lo sviluppo di una nuova lingua tecnologica, legata alla nuova classe
capitalistica, segnata da un linguaggio più grezzo e meno espressivo. Il nuovo italiano portò alla
semplificazione sintattica del periodo, con una netta e drastica diminuzione dei latinismi e con la prevalenza
dell’influenza della tecnico-scientifica rispetto a quella della letteratura, con di fatto, una perdita di prestigio
della lingua. Questo era il pensiero di Pierpaolo Pasolini, l’ultimo a teorizzare sulla questione della lingua.
Dopo di lui, al contrario si sono aperti i dibattiti, per la salvaguardia dei dialetti e degli alloglotti che oggi
vanno via, via scomparendo in un mondo sempre più globalizzato e glocalizzato.

65. quarantana e ventisettana


Manzoni modifica l’edizione ventisettana dei promessi sposi snellendola moltissimo e eliminando quattro
componenti:
-il lessico volgare toscano
-lombardismi
-latinismi
-francesismi
Il motivo per cui Manzoni opta per questa sintesi è il parlar finito, ovvero quel modo di scrivere e parlare
comune a tutti.

66. Nel quattrocento quali sono le teorie che riguardano le origini del volgare?

Prima di Bembo il volgare fu oggetto di una riflessione grammaticale ad opera di Leon Battista Alberti, che si
impegnò alla valorizzazione del volgare e delle sue valenze letterarie. La breve descrizione grammaticale
del volgare è ora nota come Grammatichetta e risale al periodo tra il millequattocentotrentotto e il
millequattrocentoquarantuno. Nella tradizione grammaticale italiana questo testo è importante perché è il
primo scritto del genere in Italia, ma anche perché rimane per lungo tempo isolato: in Italia ha prevalso per
secoli, da Bembo fin oltre Manzoni, un’attenzione grammaticale concentrata sulla lingua scritta dei letterati.
Alberti non ha l’obiettivo di fissare norme fondate sull’autorità degli scrittori, ma punta a descrivere l’uso
della lingua parlata a Firenze.
L’intento dell’autore è dimostrare che anche una lingua parlata è usata secondo regole precise e
riconoscibili.
Le prime regole a cui l’autore si riferisce sono quelle della grafia, l’opuscolo si apre infatti con L’ordine delle
lettere, che presenta tutte le lettere dell’alfabeto disposte in un ordine non alfabetico; esso non serve a
insegnare l’alfabeto, ma a far riflettere sulla forma dei vari segni grafici.
Una grammatica volgare che comincia dalle lettere dell’alfabeto appare stravagante, tanto che l’interesse di
Alberti per la forma delle lettere è stato messo in relazione con la sua attività di architetto.
La cosa che per lui e i suoi contemporanei era la più scontata, cioè occuparsi dei segni grafici da usare nella
scrittura del volgare, sembra a noi una stravaganza meritevole di spiegazioni.
Coloro che imparavano a leggere e scrivere in volgare acquisivano un’abilità sviluppata nel riconoscere le
lettere dell’alfabeto e nel metterle per iscritto.
Rivolgendosi da principio alle lettere dell’alfabeto l’autore si inserisce in una tradizione didattica che dà
grande importanza alla grafia e la Grammatichetta rientra tra gli effetti delle discussioni sulla lingua che
ebbero luogo tra gli umanisti nei primi decenni del quattrocento.
Essa, se da un lato si presenta come un’opera destinata a una riflessione personale, dall’altro viene
collegata alle polemiche linguistiche dibattute dai filologi del tempo, è quindi esplicito il rimando al dibattito
sull’unicità della lingua latina che si svolgeva nel quattrocento.
A questo proposito erano state espresse due tesi opposte: Secondo Bruni, presso i Romani esistevano due
diverse lingue latine, una dei colti e una del popolo, invece per Biondo il latino era una lingua unica,
differenziata al suo interno per diversità di stile e di tono: la lingua degli scrittori era cioè la stessa del
popolo, ma rappresentava il risultato di un processo di affinamento.
Biondo, con il trattato De verbis romanae locutionis sottolineava che la differenza tra lingua dei dotti e
lingua del popolo era di modo e di gradi e non di natura.
La dimostrazione albertiana che il volgare è anch’esso lingua grammaticale veniva a colpire e ad infrangere
l’ipotesi del Bruni: dimostrare che il volgare parlato aveva delle regole significava dimostrare che anche il
latino parlato dai romani non fosse privo di regole come riteneva Bruni.
Le premesse ad una descrizione grammaticale del volgare si riconoscono nel proemio al terzo libro del
trattato della Famiglia.
Come gli scrittori latini scrivevano per essere intesi da molti letterati, così Alberti opta per il volgare, lingua
a molti comprensibile.
La decisione di adottare il volgare comporta la necessità di impegnarsi nella descrizione delle regole della
sua grammatica: Alberti passa dunque all’illustrazione della lingua volgare.
La continua confrontabilità con il latino è agli occhi dell’Alberti un argomento decisivo per la tesi che
propone la regolarità grammaticale del volgare.
Con l’esempio della frase agrammaticale “tu hieri andaremo alla mercati” Alberti è il primo a sancire che
non si può parlare o scrivere bene in volgare se non si conoscono e applicano le sue regole.
Mai l’autore rinvia a Dante, Petrarca o Boccaccio, che già costituivano per gli umanisti una triade di
auctoritates.
Ad Alberti sta maggiormente a cuore la dimostrazione che si possa piegare a regole grammaticali la lingua
in apparenza restia a ogni regola, a tale scopo sarebbe stato poco funzionale allegare l’autorità degli
scrittori.
Nella seconda metà del quattrocento, prima della codificazione bembesca, il toscano, per prestigio
culturale e diffusione, condiziona anche la lingua di testi non letterari scritti da persone colte; un esempio è
una lettera del poeta milanese Gaspare Visconti che scrive a Francesco Gonzaga.
In testi del genere si notano tre diverse componenti nella veste linguistica: tratti latini o latineggianti, tratti
toscani e quelli della varietà locale.
Sono in latino le formule di saluto iniziali e finali della lettera, con altri latinismi grafici e fonetici che si
distribuiscono come fregi che denotano ricercatezza nella scrittura.
La componente toscana risalta nella dittongazione di può e suoi e altri elementi toscaneggianti sono
l’articolo plurale gli, le preposizioni articolate de' e al, il condizionale in -ei e il congiuntivo imperfetto con
desinenza -i.
L’attenzione con cui Visconti sorveglia la propria lingua scritta fa si che i tratti del volgare lombardo si
riducano a poco: da notare alcune grafie con consonante scempia e la preposizione de.
A una tendenza comune della prosa cortigiana quattrocentesca invece risale l’omissione del che.
Accanto al prestigio del latino si delinea il prestigio del modello toscano, punto di riferimento tra le diverse
realtà cortigiane italiane, che cominciano a orientarsi verso una lingua che si distacchi dalle caratteristiche
locali.

67. ROBERT RUEGG


Prime inchieste svolte da uno studioso svizzero a metà degli anni cinquanta a proposito dell’italiano
regionale (Rober Ruegg)?
Sessant'anni fa, lo svizzero Robert Rüegg indagò le variazioni regionali della lingua italiana
parlata nelle città. Una ricerca innovativa della quale pochi, al tempo, colsero il valore e che soltanto di
recente è stata pubblicata in italiano. Perché? Intervista al linguista e docente Sandro Bianconi, che ne ha
curato la traduzione.
‘Sulla geografica linguistica dell’italiano parlato’ è la tesi di laurea, datata millenovecntocinquantasei, del
linguista e ricercatore svizzero Robert Rüegg. È stata pubblicata a fine duemilasedici dall’editore Franco
Cesati in cooperazione con l’Osservatorio linguistico della Svizzera italiana Pionieristico e
incompreso Rüegg, studente di filologia romanza all’Università di Zurigo, al tempo non fu capito. Aveva
tentato di delineare dei confini geografici dell’italiano parlato allestendo, senza poter contare su modelli
esistenti, un questionario di duecentoquaranta domande sottoposto a circa centoventi informatori. Non
avendo fondi per attraversare la Penisola, aveva fatto capo a emigrati italiani a Zurigo e studenti della
Normale di Pisa, provenienti dai principali centri d’Italia da Palermo a Milano, più qualche voce dalla
Svizzera italiana.
Si era reso conto che variazioni linguistiche non affioravano solo tra dialetti ma anche come differenze
lessicali nella lingua unitaria. Il suo studio prese in considerazione anche la letteratura e il cinema, nei quali
stava entrando, man mano, l’italiano parlato, quotidiano. Proprio in questi ambiti avrebbe voluto
approfondire la sua ricerca, ma i suoi stessi professori non lo incoraggiarono a continuare.

L'attenzione di De Mauro

Tutto quel che si sapeva di 'Sulla geografia...', era quanto Tullio De Mauro ne riferiva in ‘Storia linguistica
dell’Italia unità (millenovecentosessantatre). Il compianto, illustre linguista aveva letto una breve
recensione della tesi di Rüegg e ne aveva tenacemente cercato una copia, che trovò infine nella biblioteca
dell’Università di Tubinga e gli confermò il valore dello studio. De Mauro, intervistato dalla Rete Due della
Radio svizzera RSI, rileva come il focus della ricerca fossero per la prima volta i parlanti, le persone, i loro
comportamenti linguistici e la ricostruzione del loro patrimonio lessicale. “Veniva fuori lo sforzo che si stava
compiendo allora in Italia, di costruire al di fuori della lingua letteraria, nella quotidianità, un terreno
comune, delle forme capaci di essere comprese da Palermo a Milano”.

Sulla geografia linguistica dell'italiano parlato

TVS: Perché il lavoro di Rüegg si concentrò sulle città?

S.B.: Questo è uno degli aspetti innovatori della sua opera. Era cosciente che si trovava in un momento di
transizione sociale di grandissima importanza. Un momento di passaggio da una realtà rurale, artigianale, a
una di tipo urbano, con i mass media (i giornali, la radio e la nascente televisione) che cambiavano
radicalmente i dati di partenza della realtà linguistica e provocavano cambiamenti epocali, prioritariamente
in contesto urbano.

La conferma della giustezza del suo lavoro l’abbiamo in una raccolta di studi del 2013, La lingua delle città

Link esterno dove si riprendono le impostazioni di Rüegg (pur applicate con mezzi e personale più
adeguati): la città come luogo dove la 'langue' [intesa come insieme di convenzioni linguistiche che rendono
possibile la comunicazione] viene interpretata e realizzata attraverso la 'parole' [l'atto, la facoltà individuale
del parlare].

TVS: La televisione darà un grande impulso allo sviluppo dell’uso parlato dell’italiano. Il dialetto, dal
dopoguerra, lascia sempre più spazio alla lingua unitaria, anche in ambito familiare e quotidiano. Possiamo
dire che Rüegg indaga l’italiano parlato sul nascere?

S.B.: L’italiano parlato esisteva già, evidentemente. Ma la linguistica italiana non se ne era mai occupata.
I glottologi studiavano i dialetti -da tutti i punti di vista- oppure si occupavano della lingua scritta, in
particolare di quella letteraria. Tra i due estremi non c’era lo spazio, l’attenzione o la volontà di
documentare come l’italiano venisse parlato nella quotidianità.

Rüegg aveva questa sensibilità e preoccupazione che anticipavano i tempi. Indagò i mutamenti della lingua
nelle dimensioni che saranno proprie delle ricerche successive, cioè: la variazione socio-culturale, la
variazione nel tempo, la variazione geografica e la variazione stilistica.

TVS: La ricerca di Rüegg è un lavoro incompiuto. Come sarebbe dovuto proseguire?

S.B.: I materiali raccolti avrebbero dovuto permettergli, con ulteriori indagini, di generalizzare la parte più
interessante del suo discorso, relativa ai geosinonimi, che ha approfondito in maniera notevole dal punto di
vista culturale e della storia delle parole [Rüegg, per questa analisi, scelse 10 lemmi sui 240 di partenza
dell'indagine]. Avremmo avuto un'opera unica, ricca e documentatissima di una fase ben precisa della
storia dell’italiano di metà del Novecento.

68. Chi era Stefano Guazzo? Nato a Casale-Monferrato nel millecinquecentotrenta (morì a Pavia nel
millecinquecentonovantatre), fu l'autore di un testo che ebbe enorme fortuna nel XVI secolo e in secolo
successivo in Europa. Si tratta de La civil conversazione , edita a Brescia nel
millecinquecentosettantaquattro e poi a Venezia nel millecinquecentosettantanove, e poi successivamente
varie edizioni, traduzioni e ristampe per tutta Europa. Un successo pari al "Cortigiano" di Castiglione o al
"Galateo" di Della Casa. Ne derivò una diramazione anche linguistica dei concetti da lui propagandati, in
tutte le culture nazionali europee. Si tratta dei valori 'civili' della grazia, misura, creanza, onore, garbo,
discrezione. Nella forma consueta del dialogo, il nobile Stefano Guazzo affrontava per la prima volta un
argomento che, nei precedenti trattati sulle buone maniere e sul comporta mento, era stato solo sfiorato: i
modi del parlare tra gente non volgare, intesi nel segno di una civiltà di costumi a cui sovrin tende l'aurea
mediocritas di chi, giovane o vecchio, uomo o donna che sia, da farsi guidare dall'intelligenza, dal gusto,
dalla consapevolezza che può esservi familiarità anche nelle differenze di status, di condizione, di età, di
sesso. Di qui la caratteristica peculiare di questo testo, e anche la causa della sua in credibile fortuna fino al
XVII secolo: la leggerezza delle argo mentazioni, la piacevolezza della scrittura anche dal punto di vista
linguistico, la facilità e eleganza dello stile argomenta tivo. Il tutto reso accattivante dall'abbondanza di
exempla, di aneddoti, di battute gnomiche facili da ricordare e divertenti. Lo stile è giocato tutto sul registro
dell'umanità. Sullo sfondo, la città di Casale con i suoi panorami mentalmente salutari e distesi, il minuzioso
dettaglio delle conversazioni condotte nel tono tranquillo che rassicura e orienta il lettore. Su tutto, la
«regula universalissima» come diceva Castiglione mezzo secolo prima, della «grazia»: regola etica e
estetica, in grado di qua lificare con misura e eleganza profonde e discrete anche i con tatti interpersonali.
La vita associata è vista come naturale an tidoto alla solitudine. Afferma uno degli interlocutori che «il vero
diletto» è «quello che naturalmente apporta piacere a tutte le persone in universale»: ne consegue che «la
solitudine, quan tunque sia grata agli uomini oppressi da malinconia, non è però aggradevole, anzi è noiosa
a tutti gli altri uomini». La «civiltà» diviene forma del vivere, indipendentemente dalla classe sociale. Vi è
una fiducia sfegatata nelle capacità della parola, antica (negli esempi del passato e nei testi canonici) e
vivificatrice nel suo nuovo percorso moderno. Il testo di Guazzo è un reticolo di citazioni, un serbatoio
ipertestuale.

[Link], Adstrato e Sostrato


Sostrato: lingue alle quali il latino si va sovrapponendo nella sua espansione storica;
Adstrato: lingue vicine territorialmente, a cui il latino non si sovrappone;
Superstrato:lingue dei popoli che vengono ad abitare spesso come vincitori, nei territori romanizzati.

70. Architettura dell’italiano Berruto


IL REPERTORIO LINGUISTICO E L’ARCHITETTURA DELL’ITALIANO
-Il repertorio linguistico individuale è l’insieme delle risorse linguistiche disponibili nella comunicazione
parlata e in quella scritta, posseduto dai parlanti;
-il repertorio comunitario è l’insieme delle risorse linguistiche collettive proprie di uno specifico momento
storico.
In Italia si adoperano più lingue: accanto all’italiano, sono usati anche i dialetti, le lingue delle comunità
alloglotte storiche, le lingue dei nomadi e quelle dei migranti. Siamo abituati a pensare che normalmente
un individuo o una comunità utilizzino una sola varietà di lingua. In realtà un grandissimo numero di
individui e di comunità linguistiche possiede un repertorio complesso che includono due o più lingue. I
rapporti tra le lingue di un repertorio possono essere di vario tipo:
-bilinguismo e individui o comunità bilingui: un individuo o una comunità linguistica che hanno a
disposizione un repertorio formato da due lingue, che svolgono uguali funzioni (stesse possibilità e domini
d’uso) e godono di pari prestigio, nessuna viene percepita come subordinata;
-bilinguismo individuale: del singolo parlante;
-bilinguismo sociale: di un’intera comunità linguistica.
Esempio: è bilingue un bambino figlio di genitori che parlano due lingue diverse, e che le acquisisce tutte e
due fin dall’infanzia. In Italia: Bolzano, detta Alto Adige o (tedesco-italiano) (bilinguismo bicomunitario), Val
d’Aosta (francese-italiano). Altre comunità possiedono invece due varietà di lingua, che però, a differenza
del bilinguismo, non sono percepite come equivalenti e non possono essere usate in tutte le circostanze.
Parliamo di diglossia, ovvero la compresenza in una comunità linguistica di due o più lingue fra cui esiste un
rapporto gerarchico e una netta specializzazione funzionale. Una delle due varietà, in questi casi, è una
lingua standard, mentre l’altra è una sua variante locale, o dialetto. Ferguson ha definito la prima varietà
alta (lingua A), usata solo nelle situazioni formali, religiose, letterarie, scritte, ecc; e la seconda varietà bassa
(lingua B), usata solo nella conversazione informale e privata. Ogni individuo acquisisce la prima lingua a
scuola, mentre seconda lingua come lingua materna, nella primissima infanzia, ossia nella socializzazione
primaria Esempio: latino= varietà alta, volgari= varietà bassa. L’Italia contemporanea, con la compresenza
di lingua e dialetti, non è più un esempio di diglossia, perché:
-esistono moltissimi individui che apprendono l’italiano come lingua madre;
-l’italiano è utilizzato anche nelle conversazioni informali.
Questa particolare situazione è stata definita da Gaetano Berruto dilalìa, ossia la varietà dell’uso formale,
scritto e istituzionale viene acquisita anche come lingua materna e impiegata nelle situazioni informali e
nella conversazione.
-Bilinguismo: due lingue con uguale funzione.
-Diglossia: due lingue di diverso rango, una solo nelle funzioni alte, l’altra in quelle basse.
-Dilalia: due lingue di diverso rango, solo lingua standard nelle funzioni alte, ambedue nelle funzioni basse.
A questi fenomeni si collega quello dell’alternanza di codice, ossia la scelta da parte del parlante di
utilizzare l’una o l’altra lingua in base alla situazione e all’ambito comunicativo, e anche la commutazione di
codice, ossia il passaggio da una lingua all’altra all’interno del discorso di uno stesso parlante. Infatti, come
con altre lingue, l’italiano può essere commutato con il dialetto nel discorso di un parlante. La
commutazione con intenzionalità e consapevolezza è detta code-switching, ossia il mescolamento di due
lingue da parte di un parlante che conosce bene entrambe le lingue e che usa quest’espediente per essere
più efficace nella propria comunicazione o per trasmettere messaggi complessi avvicinandosi
all’interlocutore. Il code-mixing, invece, è ciò che fanno le persone, grandi e bambini, quando stanno
imparando una lingua e prendono in prestito parole e strutture grammaticali dalla lingua nativa per supplire
alla loro “incapacità” di esprimersi in maniera corretta nella seconda lingua e dunque testimonia
un’incompleta padronanza di una o due lingua (questo processo fa emergere distanza comunicativa). Oltre
alla variazione interlinguistica, esiste un altro tipo di variazione, interna ad una medesima lingua, detta
variazione intralinguistica. Accanto a varianti sociolinguisticamente equivalenti, ve ne sono altre che non
sono affatto neutre dal punto di vista sociale e che non sono equivalenti nell’uso (la scelta di una forma o
l’altra dipende dal carattere culturali dei parlanti o può essere in correlazione con il dominio d’uso e il
canale attraverso cui avviene la comunicazione). Si definisce varietà di una lingua un insieme coerente di
elementi che tendono a presentarsi in concomitanza con determinati caratteri extralinguistici. Per questo la
lingua italiana può essere descritta con un fascio di varietà diverse, impiegate, in un dato momento storico,
spazio, situazioni comunicative differenti, dipendenti dal mezzo, così come le caratteristiche sociali e
culturali dei parlanti. Compongono il quadro variazionali della lingua italiana sia la varietà propria degli usi
colti, sia quelle dei semicolti. Le dimensioni diatopiche e diafasiche sono intraindividuali: cioè sono
dinamiche e negoziabile da uno stesso individuo, che può primo rimodularle in relazione alle diverse
situazioni comunicative. La dimensione diastatica è, invece, interindividuale: varia da persona a persona. Le
varietà di lingua si dispongono gerarchicamente in un certo spazio linguistico secondo una rete di rapporti
che costituisce quella che è stata chiamata “architettura della lingua”. L’architettura di una lingua è un
continuum multidimensionale rappresentabile con uno schema elaborato da Gaetano Berruto. Sono
presenti 3 assi di variazione:
-dall'alto in basso è raffigurato l'asse della variazione diastratica (in alto la varietà auliche letterarie, in basso
in italiano popolare);
-da sinistra a destra è raffigurato l'asse la variazione diamesica (a sinistra le varietà scritte e a destra le
varietà parlate);
-l'asse obliquo raffigura la variazione diafasica (in alto a sinistra sono rappresentati gli usi formali
dell'italiano in basso a destra quelli informare).
Esclusa è la dimensione della variazione diatopica: Berruto la considera sempre presente la pone sullo
sfondo del suo modello.
-Il quadrante in alto a sinistra ospita le varietà formali e scritte (italiano letterario, tecnico scientifico e
burocratico);
-il quadrante in basso a destra ospita le varietà informali e parlate (l'italiano informale trascurato e
popolare);
-la zona centrale ospita italiano standard (letterario) e italiano neostandard.
Con l'italiano standard si designa la varietà di italiano dotata di maggiore prestigio presso la comunità
linguistica: è assunta come modello di riferimento per la sua correttezza, viene descritta nel manuale di
grammatica ed è oggetto di insegnamento in ambito scolastico. L'italiano standard è il risultato di un lungo
è complesso processo storico che ha preso l'avvio dal prestigio e dalla forza modellizzante del fiorentino
letterario trecentesco. Lo standard può presentare infiltrazioni provenienti da altre aree. Esempio: il
suffisso-aro, di origine romana, sostituito in alcune parole a quello fiorentino-aio. Romano: panchinaro,
pataccaro... Fiorentino: libraio, notaio... A livello di pronuncia l'italiano standard è di fatto virtuale. La
pronuncia è adoperata soprattutto da specifici gruppi professionali che sono in grado di parlare senza
inflessioni regionali (attori, doppiatori), infatti, non è acquisito quasi da nessun parlante spontaneamente.
Va tenuto conto che nemmeno come modello astratto lo standard è pienamente condiviso, dal momento
che, nel Novecento, le pronunci settentrionali sono divenute un punto di riferimento per alcuni parlanti.
Perciò, la varietà standard non si trova al punto di incontro dei tre assi, ma si sposta in alto a sinistra. Il
processo di ristandardizzazione in atto in italiano contemporaneo è quel processo mediante il quale alcuni
tratti linguistici, a lungo censurati dalle grammatica e tenute ai margini dell'impiego corretto della lingua,
sono progressivamente risaliti nella scala di prestigio e hanno cambiato marca variazionale. Questo
processo non è stato caotico e ha portato il riconoscimento di una varietà di italiano propria degli usi parlati
e scritti di media formalità, tipica delle persone veramente colte: a questa varietà si è dato il nome italiano
neostandard e di italiano dell'uso medio. Berruto attribuisce una minima marcatezza diatopica al
neostandard, mentre, Sabatini la esclude per l'italiano dell'uso medio, che nella sua proposta è una varietà
panitaliana, distinta da l'italiano regionale delle classi corte. Differenze tra standard e neostandard.

Aspetti grafico-fonetici:
-le forme ad e ed sono utilizzate ormai ai soli casi di incontro con la stessa vocale (ad agosto, ed Elena);
-la scomparsa della i prosteica davanti a parole che iniziano con s+consonante, seguite da una parola che
inizia in consonante (in istrada o per sbaglio, resiste solo per iscritto ).
Aspetti della fonologia:
-mancato adeguamento delle vocali medie toniche (e e o aperte e chiuse);
-mancato adeguamento delle consonanti fricative dentali scempie intervocaliche (s sorda e sonora) e delle
affricative dentali intervocaliche (z sorda e z sonora).
-Cambiamenti del sistema verbale:
-estensioni delle funzioni dell'imperfetto indicativo:
-imperfetto di cortesia (volevo un’informazione);
-imperfetto dell'irrealtà (facevo meglio a…);
-imperfetto del periodo ipotetico (se lo sapevo ti aiutavo);
-imperfetto del futuro nel passato (ha giurato che mi aiutava);
-disuso del trapassato remoto;
-l'estensione del passato prossimo a scapito del passato remoto;
-la preferenza del presente indicativo il luogo del futuro (domani vado a casa di Paola);
-una regressione del congiuntivo.

Cambiamenti del sistema pronominale:


-lui e lei sostituiscono egli ed ella;
-gli, le, loro sostituiti da gli;
-ci attualizzante di richiamo aspecifiche circostanze (averci, entrarci, starci);
-usi pronominali intensivi di verbi intransitivi (andarsene, venirsene) e transitivi (mangiarsi una pizza,
vederci un film);
-riduzione dei dimostrativi a questo/quello, oppure questo che/quello che.

Aspetti morfosintattici:
-Frasi relative: processi di relativizzazione, ossia il cambio di marca variazionale di alcune strategie di
costruzione della frase. Accanto alle relative standard (a cui, di cui, il quale…) esistono strutture non
standard con gradi diversi di accettabilità. Esempio: mia sorella mi ha regalato il libro al quale avevo dato
un’occhiata in libreria (standard); vedeva una camicia che mancava il bottone (non accettabile).

Negli ultimi decenni, anche per effetto delle scritture digitale dei social media, sono state proposte nuove
modellizzazione dell'architettura dell'italiano contemporaneo. Lo schema proposto da Antonelli punta
rappresentare:
-la persistente incidenza della dimensione diatopica, che investe anche gli usi scritti;
-lo spostamento verso il centro è la tendenza a la sovrapposizione fra italiano parlato colloquiale, italiano
regionale, italiano informale-trascurato;
la risalita dell'italiano tecnico-scientifico verso il punto più estremo della diafasia e della diastratia;
-lo standard viene legato ai contesti scolastici (italiano standard scolastico) e lo standard al suo uso
giornalistico (italiano neostandard giornalistico);
sostituzione dell'italiano burocratico con italiano aziendale, diffuso anche nella pubblica amministrazione;
inserimento dell'italiano digitato, sotto il nome di e-italiano, che rappresenta una varietà dell'uso scritto
mediato dal computer.
I cambiamenti in atto nella architettura dell'italiano contemporaneo nel rapporto fra norma e uso sono
frutto dell'intreccio di fenomeni diversi. Accanto alla varietà dell'italiano e dei dialetti, esistono altre lingue:
ci troviamo di fronte al fenomeno delle eteroglossia o alloglossia, ossia la presenza o l'uso di una lingua
diversa nell'ambito di un territorio linguistico definito o di un paese. Esempi di alloglossia: Valle d'Aosta
(francese-italiano), Alghero(italiano-catalano), luoghi dell'Italia centro-meridionale in cui si usano varietà di
albanese. Francese e catalano sono esempi di lingue alloglotte romanze, la varietà di albanese è un esempio
di lingua alloglotta non romanza. La presenza di alcune parlate alloglotte è il frutto di spostamenti e
migrazione risalente all'età medievale (varietà albanesi). Un secondo aspetto è la loro presenza in aree di
frontiera, in cui esiste una continuità territoriale transfrontaliera (varietà alloglotte occitane). Diverso è il
caso in cui la presenza di comunità alloglotte sia stata determinata da mutamenti di confine. Esempio: nella
provincia di Bolzano adoperano varietà di tedesco diverse sia dal punto di vista diatopico che diafasico, a
seconda che le situazioni comunicative siano più informare o di media informalità. Le comunità di
tradizione alloglotta vivono in contesti di plurilinguismo: la lingua alloglotta è soltanto una delle
componenti del repertorio linguistico delle comunità interessate. Le diverse lingue presenti nei repertori
plurilingui non sono necessariamente adoperate da tutti i parlanti di una comunità, non sono impiegate
nelle medesime situazioni comunicative e possono avere un diverso prestigio perse parlanti. In Valle
d'Aosta il francese è poco vitale come varietà acquisita in modo spontaneo in contesto familiare, infatti,
viene appresa attraverso l'insegnamento, ma la maggior parte della popolazione dichiara di avere
competenze passive o attive del francese. Questo si deve al dominio del ducato di Savoia sulla Valle d'Aosta
nel milleottoccentosessanta e in seguito alla dichiarazione del francese come lingua amministrativa. Nel
corso del Settecento ha insegnato nelle scuole comunali e anche dopo l'unità non ha perso il suo ruolo di
lingua di prestigio. In Alto Adige accanto al bilinguismo italiano-tedesco, nel repertorio si riconosce il
tedesco standard e le varietà tedesche locali.

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