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VITA ^-/c

DI S. AMBROSIO
ARCIVESCOVO
DI MILANO.
TOMO SECONDO.
VITA
DI S.AMBROSIO
ARCIVESCOVO DI MILANO,
Dottore della Ch es a, e Con fessore
i

DIVISA IN DUE TOMI, ED IN DODICI LIBRI,


Nove de' qualicontengono le azioni di quello Santo, e le prin-
cipali cole avvenute di quel tempo nella Chiela, e nell'
Imperio; gli ultimi tre rapprefentano il di lui
Ipirito, la condotta, e la morale:
SCRITTA IN FRANCESE
DAL Signor GOFFREDOHERMA NT Dottore della
Sorbona, e Canonico di Beauvais;
TRADOTTA IN ITALIANO,
ED ACCRESCIUTA DI ALCUNE NOTE DALP.
GIUSEPPE FRANCESCO FONTANA
CLERICO
MILANESE
Hegclare pkll'v Congrecazione
DELLA Madre di Dio.

TOMO SECONDO,

IN MILANO MDCCL.
Nella Stamperia della Birliot. Ambrosiana
APPRESSO Giuseppe Marelli
CON Lli:£iSZA D£' SUFEKIOKi E PRIVILICIO.
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DELLA VITA
Vadc. a>^e. n.^ii ut TÙJ.-x. ,rr.1 y.j'uni'f'iur.

DI S. AMBROSIO "
MILANO,
ARCIVESCOVO DI
Dottore della Chiesa, ec.

LIBRO SETTIMO,
In CUI SI sriEGANo li principali avvenimenti della Chiesa,
E dell'Imperio, prendendo dall'anno cccxc.
SINO alla MORTE DI VaLENTINIANO IL

CapitoloPrimo.
Concilio di Milano contro gli Itaciant .

Jl N quel tempo , nel quale fi fparfe in Mi-


'^ lano la fama della itrage di TefTalonica
trova vanfi in quella Citta i Vefcovi dell'
Italia, e delle Gallic, ficcome abbiamo
di lopra notato Vi fi erano efll radu-
.

nati, per quanto potiamo giudicare, a


cagione degli Itaciani, e per l'Ordina-
zione da efli fatta di Felice in Velcovo
di Treveri, ed a fine di Icdare le turbolenze da efTa luicitate

nelle Chicle della Francia Imperocché quantunque Felice


.

111 A -'^^"^
,

<5< ViTADiS. Ambrosio


aveffe del merito (a)^ fi era nondimeno refb odiofo entrando
in comunione con gli Itaciani , i quali fi erano tirata addolTo
1^indegnazione di tutti li Fedeli, per effcre ftati con le loro ac-
cufe la cagione della morte di Prilcilliano.
La fconfitta, e la morte di MalTuDo protettore degli Ita-
ciani, avendo fpogliati coftoro di tutta quella autorità, con cui
fierano fino a qi^.e! cempo mantenuti nelle loro violenze, com|:
ricaviamo dalla Cronaca di S. Profpero nell'anno ccclxxxix. ,
furono i loro Vefcovi Itacio , ed Urfacio feparati dalla comu-
nione della Chiefa, a cagione della morte di Prifcilliano , del
quale da tutti veniva difapprovato, che ne fuffero elfi ftati ac-
cufatori, ed avverfarj. Imperocché quantunque Itacio (h) prc-
tendeffe di non elTere Rato fautore della morte di Prifcilliano,
nondimeno Ipedb egli ciò confeflava nelle dilpute; quello forfè in
lui fucccdendo per fimpetuofitk del Ino ipirlio, che minacciava
a quelli, che fi opponevano a' fuoi difegni, di trattarli della
ftelìa maniera, con cui aveva trattato Prifcilliano. Della qual
cola elfendo ftato pubblicamente convinto, dilfe per ilcolparfi
non avere egli ciò fatto, che per ordine, e per configlio altrui.
Ma non ci viene fpecificato cola ci volcffe fignificare con que-
fte ambigue parole.
Oltre la (comunica contro di lui fulminata in qucfto giu-
dizio, fu ancora mandato in efilio, nel quale mori lotto Teo-
dofio I., e Valcntiniano, che fi la cffere flato uccifo nel giorno
XV. Maggio del cccxcii.
Qued' aveva comporto un libro intitolato Apologia,
Itacio
nel quale delcriveva tutti li dogmi, maleficj, e le infamie di
i

Prilcilliano. Viene egli da alcuni dichiarato ancora autore di


un altro Libro contro Varimondo Diacono Arriano. Della qual
cofa per diverfe ragioni convien dubitare. E certamente il no-
me, e la Setta di queRo Varimondo danno luogo di credere,
che il riferito Trattato fuffe comporto in quel tempo , nel qua-
le

(a) Sulfiic. Sever. Dial. ^., & l. i. i

\
{t)J Sulrbit. Sevtr. ì. z. Hifior.
Hiji.
. .

LlBRoVII. CAriTOLoI.
7
le la Spagna era piena di Barbari, ed Arriani, e per conlegucn-
za elle fia di qualche Autore del quinto fecole. In fjtti il P.Chif-
flet ha (limato di dover darlo alla luce lotto il nome di Viailio
Vclcovo di Taplo
Prorpero, e S. Ifidoro (a) hanno fcritto, ciie con Itacio
S.
fu fcomunicato ancora il VtfGovo Urlacio, come reo dello llef-
fo delitto. Ma ciò è totalmente oppolto a quanto ne ha fcritto
S. Suipicio Severo, il quale dice, che Itacio lolo fu tra' Vcicovi
deporto (^). Se pure non fi vuol dire, che qued' Urlacio fia
quello, che da queflo Autore vien detto Nardacio, e che da
ciò abbiano S. Prolpero, e S. Ifidoro prcla occafione di Icrivc-
re, che egli era flato depoflo, perchè rinunziò da le itelTo all'
Epilcopato, quantunque luffe all'ai meno colpevole dltacio.
La condannazione d'Itacio nondimeno non fu badante a
rcfìituire la pace alla Chiefa della Francia, o perchè Felice di
Treveri non volefle acconlentire alla fua dcpofizione , o per
qualche altra occulta ragione che dalla Storia non ci vien
,

detta. In fatti fino all' anno ecce, nel quale S. Sulpizio Se-
vero fcriveva (f), gli Ortodoffi erano fra di loro divifi da una
guerra, e da una dilcordia continua, che produceva pernicio-
filìimi effetti , e per edinguere la quale non fi poteva trovare
alcun mezzo. Onde tal cola diede occafione di tenere in Mi-
lano un Concilio verfo il tempo della ftrage di Teflalonica ; nei
quale

( (t) In Chron. cnif che fembra affai più divcrfo da


,
]

{b) QuelV opinione può foflcnerfi ,


Nam Oltre di che non fo le fi
Idacius .

perchè in alcune edizioni di Sulpizio farebbe detto, che Idacio era meno col-
Severo fi legge Urfacio in vece di Nar- j
pevole d'Itacio. Sembra adunque al-
dacio .Ed elfendo the non flafi vedu quanto probabile, che quelt' Urlacio,
to, che fi abbia fino a qui parlato né |
o Nardacio, fulfe qualclie Vefcovo del
di Urlacio, né di Nardacio, e per con- I partito d'Itacio, quale però fi era fe-
il

trario non (i vegga ciò the (eguille d'Ida- gnalato meno di lui E quanto ad Idacio,
.

cio, quale aveva continuamente agi-


il i ei doveva efTcre morto avanti thePnftil-

to in compagnia d'Itacio, non manca- liano f alfe privato della vita , poiché da
no alcuni , quali in luogo di Narda-
1 noi fi é di già notato,che nell'una menzio-
cius vogliono che fi legga Nam Idacius ne fi fa di lui nel Concilio di Bordeaux .

Ciò per verità fembrcrebbe più proba- {e) S. SulpK. Sevtr. Hijior. l. 2.

bile , qualora altri non Icggciiero Urja-

A IV
,

g ViTADiS. Ambrosio
quale altresì, ftante rabbominio, in cui fi avevano gliltaciani,
tutti fi cercarono i mezzi per totalmente
deprimerli.
Effendo che i Vefcovi della Francia aveffero condannati

sii Itaciani fino dal precedente


anno, vollero in quello far con-
fermare il lor giudizio da quelli dell' Italia: ciò che può cre-
derfi, che facilmente fufle loro da' Veicovi dell' Italia accorda-
to. Imperocché abbiamo veduto, che S. Ambrofio (a) {\ era
di oia aftenuto in Treveri dalla comunione degli Itaciani
nel

tempo della fua deputazione a MafTmio E noi lappiamo al- .

tresì, che Papa Siricio, ed il noftro Santo dichiararono con lo-


ro lettere, quali furono lette, ed approvate nel Concilio di
le

Torino (/'), che quelli, i quali fi leparercbbero dalla comu-


nione di Felice, fuffero ricevuti in quella della Chiela Catto-
lica. Quefta Lettera non fi è fino a noflri tempi confervata;,
ma ne abbiamo però un altra del noftro Santo diretta ad un
Signore nomato Studio (e), nella quale dimoftra l'avverfione,
che ha per un procedere si contrario allo Ipirito di dolcezza,
che deve regnare nella Chiefa, e lo detefta qual fanguinofo trion-
fo da alcuni Veicovi riportato con l'oppreffionc de' fventurati.
Trovafi altres\, che Ambrofio Icrifle a' Veicovi della Spa-
gna, a fine di pregarli a concedere la pace a Simfofio Vefcovo
ÌPrircillianifta, e che fi fece fuo mediatore con patto, che do-
vefie condannare quant' egli aveva operato di male , e che
adempire fedelmente le altre condizioni, le quali da fé me-
defimo fi era fpontaneamente impofte. Ed avendo qucfto Sim-
fofio ordinato Prete Dittinio fuo figliuolo, il quale aveva fatte
molte opre contro la Fede , S. Ambrofio non lalciò di decretare
eh' ei fc ne fteffe femplice Prete , ma che non falifle a più alto
grado. Sembra ancora, che il noftro Santo abbia fatte molte
Opere confiderabili contro i Prilcillianifti , poiché Paterno Vef-
covo di Braga, che era flato Jeguace di quclVErefia, attribui-
fce la fua converfione alla loro lettura.
Ca-

(a) Amùrof. Ef.<i6. 1


^'^ Ambrof. Ep. 52.
( i ) Concil. Tauri)!. Can. 6. I
. .

Libro VII. CapitoloII. p

Capitolo II.

Condnntnizjone di Gio'vtmano fatta nel Cottcilto di Milano


Vifa^ e libri di quefì' Eretico.

VErso quefto tempo fu l'Erefiarca Gioviniano condannato


in Milano o inConcilio, o in qualch' altra
quefto fteflb

occafione {a)^ trovandofi notato, effere la di lui condannazio-


ne leguita nel mentre che vi foggiornava l'Imperadore, e lotto
il Pontiiìcato di Siricio. Ne
parleremo adunque in quefto luo-
go, poiché S. Ambrofio
ebbe gran parte nella totale Icon-
(/»)
fitta data dalia Chiefa a quefta Erefia, che fu di affai corta
durata
Era Gioviniano Latino, e S. Girolamo (e), che vigoro-
lamente lo ha confutato, lo rimprovera, che dopo quafi 400.
anni, che la Chiela era Hata (labilità, nel qual tempo tutte
l'Erefie erano ftate prodotte da' Greci, Caldei, e Soriani, egli
lì fufte addoffato il vergognofo incarico di rinnovare le infamie

di Bafilide , acciocché la lingua Latina avefl'e altresì le lue


Erefie.
Quefto Maeftro della più voluttuofa diffolutezza era Mo-
naco di profeffione, com'egli fteffo vantavalì, ed aveva ne' pri-
mi anni della iua vita praticate aufterita di gran lunga mag-
giori di quelle, che erano in ufo preffo i pii^i mortificati, e
virtuod Solitarj. Erafi in qne' primi anni veduto andare (calzo
ne' piedi, domare la iua carne con il digiuno, cibarfi fcarla-
mente del pane più groftblano , beverc acqua pura , coprirli
con vefte nera, ma ai lommo abbietta, e ludicia, pallido nei
vol-

(a) Baronio crede, che quefto Con- 1 vi era l'Imperadore , e fotto i!Ponti-
cilio fia quello, in cui fu condannato ficaio di Siritio , è Io ftelfo metterlo
Gioviniano né cofa alcuna vi è, la
, |
in queiV anno, che in un altro,
quale o favori Tea , o combatta quefta (6) Ambrof. Ep. 7.
opinione. Ma poiché Gioviniano fu (f) Hieron. l. 2. cantra Jovsnian.
condannato in Milano nel tempo, che
[
,

IO ViTADiS. Ambrosio
volto, di ruvidezza pieno, e callofo nelle mani, per dar chiari
contrafegni del faticoio travaglio, in cui efercitavafi.
Eflcndo ulcito dal luo Monaftero per ifbbilire nel Mondo
una dottrina del tutto favorevole a' lenfi , e che vifibilmcnte

tendeva all'annientamento della Croce di Cesidi Cristo, ed


alla diftruzione del fuo Evangelio , prefe a pubblicarla in Roma,
vale a dire , in una Citta tutta inzuppata del iangue de' Mar-
tiri , quale dai Principi degli Aportoli era fiata riichiarata
e la
co' lumi della Religione Criftiana , a lolo fine di (tabilirvi Ja
lantitìi de' coftumi , l'amore della penitenza , fimilmente che la
purità della Fede. Per la qual cola S.Girolamo domanda , ie
non vi era altra Provincia nel Mondo , che fuHe capace di ri-
cevere r empietà da quello Erefiarca predicata , e nella quale
quello ferpente potefle introdurfi, toltone che in quella, ove
la dottrina di S. Pietro era (labilità fopra Gesù Cristo, pie-
tra ferma, e (labile della verità. Ma fu ofTervato, elTerfi (em-
pre dagli Eretici procurato di (labilire la loro empietà in Ro-
ma, come nel centro della Religione. E Gioviniano si fatta-
inente operando , non tentò fé non fé ciò , che i Manichei , ed
i Donatidi avevano prima di lui praticato.

Qiaantunque non fé ne fappia precifamente il tempo, egli


e certo nondimeno, che tale fcandalo fegui nel mentre che Sant*
Agodino era tuttavia giovane, e fotto il Pontificato di Siricio
come modrerà la continuazione della (loria, e prima del cccxcii.,
poiché quell'Eretico era flato di già condannato , quando San
Girolamo fcriveva contro di lui in queft'anno.
Ebbe Gioviniano la temerità (a) dì pubblicare le fue bc-
fìemmie con un opera da lui comporta , per iipargcre quefto
pertifero veleno ne' cuori di coloro , i quali bramava di avere
per feguaci. E quantunque non fufse dotato né di capacità,
né di eloquenza, nondimeno trovò molti dilcepoli, poiché alla
voluttà , della quale voleva fantificare gli ecceffi , giammai
noti mancano partitanti.
S.Gi-

( «) Sirie, apui Ambrof. £/». 6.


,

«
LIBROVII. CaPITOLoII. II
S. Girolamo (^) , che ne cita il fecondo libro , ne parla
con lomiiio dilprezzo, dicendo, che coltui era un uomo lenza
lingua, e lenza parole, e che i luoi difcorfi erano cosi infipidi,
che era più degno di compalTione , che d'invidia. Indi per
ilcreditarne lo Itile, dice: I luoi Icritti fono si barbari, e pie-

ni di tanta confufione , e tanto impuri nelle loro efpreflioni


che non ho potuto comprendere, né ciò, ch'ei voglia dire, ne
di quali prove abbia dileguo di valerfi, per iftabilirc le fue pre-
tenfioni elsendo coftui tutto gonfio non lafcia di ftrifciarfi da
:

per tutto, ed in ciafchcduno iilante guizzando sfugge, e come


un ferpente , che perduta tutta la fua forza , da fé medefimo
fi feriice , fi Ichiaccia col divincolarfi e dibatterfi , per inal-
zarli più che a lui è poliìbile
di quello ,Imbroglia talmen- .

te tutte le cofe, e le confonde in guifa, che è difficile il poter-


le dilcernere QLianto trovafi dofcuro nclii antichi autori ,
.

non può dirfi , fé non fé chiaro al confronto delle tenebre, fpar-


le da quello facitore d'enigmi. Tutte le volte, che io mi
applico a leggere la fua opera, non vi trovo né paufa , né di-
ftinzione, le non fé quando a coftui era mancata la lena. Tutte
le cole cominciano le une dalle altre , e vi dipendono infepa-
rabilmentc ;
ed é impoflibile il conofcerne la connellìone. A
rilerva poi de' paffi della Scrittura , i quali quell'eloquente
Scrittore lalcia nel loro elTerc , né ardifce di cambiare ,
per
mettere in loro vece le belle , eleganti e fiorite frafi della tua
Rettorica , tutto il reftante del fuo difcorfo ha grande relazio-
ne con tutte le materie , delle quali parla , perché nelTuna ei
ne tratta in particolare. E per verità un palfo dlGioviniano,
rapportato da S. Girolamo ne' fuoi proprj termini, corriiponde
all'idea, ch'ei ce ne fa concepire, e lalcia che noi giudichiamo
da quello frammento lopra la qualità di tutta f opera degna
veramente della confufione, e dello {regolamento dello Ipirito
del fuo autore Avendo quindi quello Santo Dottore della
.

Chiefa prefo a confutare tutto il libro di quello Erefiarca , ne


fa

(a) Hitrtn. l. i, gdv. JovìhÌm».


12 Vi T ADI S, Ambrosio
fa un compendio, e ne cita diverfi paffi ; ma fi contenta di
prenderne loitanto il fignificato, trovandoli corretto a cambia-
re termini, e le cfpreinoni , ftantecchè fé non aveffe ciò fat-
i

to , non gli farebbe nufcito di renderfi intelligibile .

Baftava intanto al Demonio, che quefto fventurato aveffe


l'audacia per corrompere quei fpiriti , i quali per
di fcrivere
la loro naturale inclinazione erano di già grandemente portati
allo Iregolato licenziofo vivere. Né con tutto l'incolto, e bar-
baro fuo ftile lafciava coftui d'eflfere un degno organo di quefto
Principe delle tenebre , che non gli aveva iipirata la fua Ere-
fia, tutta di carne, e di fangue, fé non perchè , fecondo l'ef-
preffione di Papa Siricio (^), egli è noftro antico avverfario,
mentitore fino dal principio, nemico della verità, e d'invidia
pieno verfo dell'uomo , per potere ingannare il quale fi è con-
tentato di prima ingannare le (teflb. Aggiugne quefto Papa,
avere coftui fatta continua guerra alla Caftita , date lezioni
d'incontinenza, e di diifolutezza, efferfi palciuto di crudeltà,
avere confiderata l'aftinenza come un fupplicio , avere odiato
il digiuno, e fatto predicare da' fuoi miniftri , effere inutile il
praticarlo; e che non avendo alcuna fperanza de' beni dell'altra
vita , ei li condanna con quelle parole della Sapienza citate dall'
A portolo nella lua prima epiftola a' Corinti Beviamo., mangiamoy
:

poiché dom-tni moriremo (h). Era Gioviniano degno difcepolo


di SatanaiTo ed effendocchè avelfe cominciato con lo fpirito ,
;

per finire con la carne , fece vedere con la pubblicazione delle


lue dcteftabili Maftime i progreifi da lui fatti in poco tempo in
quefta icuola d'empietà.

Ca-

( fl ) yfpud Ambrof. Ep. 16. \


{0)1. C«r. 1 5.
.

LiBRoVII. CapitoloIII. 13

Capitolo III.

Sr egola fCT^a della Dottr't?ia^ e de cojìumi di Gtovifti.ino

PErqueir
quanto pieni
Eretico,
fiano di ofcurita
vi fi fcorge nondimeno
i fcritti, ed i

l'afTcttazione
dilcorli di
, con
cui inalza il Matrimonio, per abbaffare la Verginità.

S. Girolamo {a) riduce tutta la fua dottrina a quattro


punti. Primo: Che le Vergini, le Vedove, e le Donne ma-
ritate, che hanno ricevuto il Battefimo, fono in eguale grado
di meriti, fé le altre loro opere non pongono qualche diffe-
renza tra di effe. Secondo: Che quelli, quali fono (lati ri- i

generati dal Battefimo con una piena Fede, non poffono piìi
edere vinti dal Demonio. Terzo: Che non vi è alcuna diffe-
renza tra l'aftenerfi dalle vivande, ed il cibarfene, qualora it
ne rendono grazie. Quarto: Che tutti quelli, quali avranno i

confervato il lor Battefimo, conleguiranno nel Cielo una fiefla


grazia.
Egli è facile (^) il riferire a quefti quattro capi gli altri
errori, che a lui fi attribuifcono, cioè, che quelli, i quali era-

no battezzati, potevano vivere fenza peccato. La quale per-


verfa aflerzione ha indotto S. Girolamo a trattarlo come padre
de' Pelagiani. Che i digiuni erano fuperflui. Che tutti i pec-
cati erano eguali. Sopra di che S. Agoftino (e) dice, che ef-
fendo coflui Stoico quanto a quefto dogma, egli era Epicureo
nella difefa, che intraprendeva della voluttà, e nella ricerca che
ne faceva.
Ma i Santi Ambrofio, ed Agoftino (d) afficurano, ch'egli
attaccava ancora la purità della Santiffima Vergine, infegnan-
do , che ancorché aveffe confervata la fua verginità nel
concepire Gesù Cristo, ella l'aveva nondimeno perduta nel

(.a)Hieron. 1.2, cantra Jovlnian. 1 (e) ^ugujì. h.tref.^z. I(l.Ep.Z<p.


{b) III. l.^.contra Pelag. ci. Ambr.Ep.6. '
{d) Injnl. liù. i. e. z.

/
14 Vita DI S. Ambrosio ,

partorirlo; e che coftui pretendeva con quello falfo raziocinio,


benché fottiliirmio , che non ammeitendofi ciò converrebbe ,

dire con Manichei , che il Corpo di Gesù Cristo non fufle


i

flato vero, ma fantaftico.


La frcgolatezza de' coftumi di quefto Epicuro de' Manichei
corrilpondeva alla corruzione della Tua dottrina. Imperocché
difegnando di pii^i deliramente infinuarfi nelli Ipiriti, per mez-
zo della profeflione fanta , da lui giammai non abbandonata,
e per ifpargere il veleno de' fuoi errori con maggior efficacia,
e ficurczza, non folamente non aveva lafciata la qualità di Mo-
naco, ma anzi fé la recava ad onore, e fé ne vantava a piena
bocca. Non ne praticava però le fue aufterita, ed affettava
anzi di comparire ben in carne, e ben compleflb, di avere il
colore vivo, e vermiglio, di federe alle tavole, ove fi beve-
vano vini più deliziofi, e s'imbandivano vivande, e fapori
i

degni del luffo d'Apicio, e di Baxamo, di frequentare i bagni,


i ridotti de' giuochi di zara, e le bettole. Procurava in lom-
ma di eflTere filmato un bel Monaco, affai pulito, di beli' af-

petto , ben proporzionato , e cercava di comparire leggiadro


quanto uno fpofo.
radere la barba per diflinguerfi dalli altri Mona-
Si fece
ci, che affai lunga la portavano in quel tempo. Prefe ad ufare
panni lini, velli di feta, e de' più belli panni di lana. Ver-
miglie aveva le labbra, dilicara, e nitida la pelle, i capelli
arricciati, e rilevati con dell' artificio nella fommita della fron-
te, ventre groffo, e che porgeva in fuora, le fpalle alte, la
il

gola gonfia, e così graffa, che le parole fìncopate da lui profe-


rite non ufcivano dalla fua gola, che con gran pena.
Cosi ce lo dipinge S. Girolamo. ES. Ambrofio (a) dice
ancora, che egli trovavafi ogni giorno ne' conviti, e ne' ridotti
di dilTolutezza , come fé per una forte di pentimento affai flra-
ordinario, egli provaffe del rincrelcimento per le aufterita da
lui altre volte praticate, ed avelie voluto indennizzare il fuo
corpo

( «) j4rnb)of. Epijl. j.
.

Libro VII. Capitolo ITI. 15


corpo de' digiuni, con i quali avevalo tormentato. Non volle
con tutto ciò maritarfi, non giìi perchè credeffe, che la conti-
nenza a lui ierviffe dinanzi a Dio di alcun merito per la vita
futura, ma per il iolo amore della iua quiete, e per non im-
pegnarfi nelle faftidiole cure della prefentc vita, che dal Ma-
trimonio vengono inevitabilmente cagionate.
Maravigliar quindi non dobbiamo , che una dottrina
ci

COSI carnale, qual era la fua, e che lufingava le più corrotte


inclinazioni de" figliuoli d'Adamo , trovafle molti feguaci in
Roma , come le ne gloriava , e come
Girolamo fi protefta S.
di non volergli contraltare Coloro , che aniavano le delizie,
.

troppo volentieri leguivano un uomo , che pubblicamente ic


autorizzava; e quella dichiarazione, che elTi in tuo favore fa-
cevano , il più delle volte portavali a manifeftare con maggio-
re liberta i delitti, che in legreto commettevano ,
prima che
fi confeflalTero di eifere nel numero de' tuoi feguaci
Fra tanti difordini, il più deplorabile era quello, di ve-
dere, che molte perlone dell' uno non meno, che dell' altro
feflb, le quali avevano abbracciata la continenza, e per molti
anni erano in clTa viffuti lenza ben minimo motivo di dubita-
re della loro pudicizia, fi lafciavano forprendere da' lofilmi di
queft' uomo Iceleratiffimo, il quale dimandando loro, le pre-
tendevano di effer più Santi di Abramo, di Sara, e di tanti
altri illuftri Perlonaggi dell' antico Teftamento, i quali fi era-
no maritati , otteneva , che deteftata da elfi la vita celibe ,

s'impegnaffero nel Matrimonio.


; Per quante attrattive però potefse aver queft' Ercfia per
allettare le pcrfone leniuali ; nondimeno Iddio non permile ,
che ella feduceffe alcuno de' Prelati ; ed ella fu ben predo io-
pita > ed elHnta dalla fedele , e generofa refi Renza, che le ven-
ne fatta dalla Romana Chiefa Imperocché nalcondcndo que-
.

lli Eretici entro fé fteiTi il veleno della loro malizia, per far
comparire al di fuori un efteriore di fantita , ed introducendo
inlenfibilmente la loro dottrina nella Chiefa, per corromperne
i principali membri , e dar morte a tutto il di lei corpo , te-
mer
i6 ViTADiS. Ambrosio
mer con poteva, che trafcinaflero infieme con effi
ragione fi

al precipizio molte perfonc femplici. Per la qual cofa Iddio,


affine di rompere i lacci da coftoro tefi , fece forgere contro
di loro de' Fedeli Criiìiani, illuftri per la lor nalcita, e vene-
rabili per la loro pietà; fra i quali uno fu S. Pammachio, che
poffedeva tutte quefte qualità in grado eminente, ed al quale,
dopo Dio, fi deve la condannazione di Gioviniano. Fu egli
probabilmente aJHtato , fecondo S. Girolamo (/z), da un certo
Vittorino, il quale non aveva potuto foffrire di fentirc fparfa
per Roma quella orribile propofizione, che una Vergine, ed
una Donna maritata fuflero la fteffa cofa. Quefte perfone adun-
que unitamente, e tutto ad un tratto accularono Gioviniano,
e la fua Setta a Papa Siricio con una fupplica, nella quale gli
efponevano cofe, che facevano orrore, cavate, per quanto fem-
bra, dal libro di queft' Erefiarca {b); dimandando che elleno
fuflero efaminate dalla Epifcopale autorità, e condannate dal-
la fentenza dello Spirito Santo.
Avendo adunque Siricio adunato il fuo Clero, fu concor-
demente da tutti pronunziato: efiere la dottrina, di cui fi trat-
tava , contraria a quella delia Chiefa Ed efiendocchè Giovi-
.

niano , Aufenzio , Geniale, Germinatore , Felice, Frontino,


Marcione, Gennaro, ed Ingegnofo fuisero convinti di efsere
gli autori, ed i promulgatori di quella nuova Erefia , quanti
fi trovarono prelenti a quefta deliberazione, tanto Preti, che

Diaconi, ed altri Ecclefiaftici, giudicarono, che fecondo la re-


gola di S. Paolo, Gioviniano, ed i fuoi partitanti dovefTero ef-
iere sbanditi fuori della Chiefa per fempre dalla fentenza di
Dio, e dal giudizio del Papa.
Gioviniano, e tutti gli altri da noi adefso nominati, ve-
dendofi condannati in Roma , fé ne andarono di fubito a Mi-
lano, certamente per forprendere l'Imperadore, che vi fi tro-
vava. Ma la vigilanza di Siricio impedì il male, che dalla
lor venuta in quefta Città poteva eftere cagionato . Imperoc-
ché

( « ) Hieren. Epijl. 56. I ( ^ ) Ambrof. Epifì. 1 6.


LiBRoVII. CapitoloIII. 17
che mandò contezza e della lor Erefia, e della loro condan-
nazione alla Chiela di Milano, avendo forfè Icritta ancora una
lettera particolare a S. Ambrofio , acciocché non potelsero in-
gannare alcuno, né farfi ammettere alla comunione , come Rc-
ligiofi, ficcome fi ipacciavano per tali.
e Criltiani , Vi man-
dò inoltre tre Preti, Crelcenzio, cioè, Leopardo, ed Aleffan-
dro per loftcnere con lo zelo della Fede , della quale erano
pieni, la lentenza dai Capo della Chiefa pronunziata in Roma.
La lua paltorale cura ebbe que' luccefli , che poteva defi-
derare. I luoi Legati furono teftimonj deli' abbominio, che

f Imperadore , e tutti gli altri concepirono contro de' Giovi-


nianilH , quali appena in Milano veduti, furono confiderati
i

per Manichei, e furono altresì condannati dalla comune efc-


crazione; onde rielcì affai facile a' Legati l'ottenere, che fuf-
lero tutti coltoro fcacciati dalla Citta.
Si è detto, elle a cagione di qucfli Eretici, Teodofio fa-
cefse la Legge in data di Verona, e del iii. Settembre di qucft'
anno (/j), con la quale ordina, che tutti quelli, i quali pro-
fcffavano vita Monadica, dovelfero ritirarfi nelle iolitudini , e
ne' delerti. Ma Legge, la quale affai poco durò fenz'
quefta
effere rivocata da verun altra Legge affatto contraria, non fu
fatta tanto per Gioviniano, ed i luoi leguaci, quanto per gli
airi Monaci , de' quali molti in que' tempi turbavano la quie-

te delle Citta col troppo frequentemente portarvifi .

Ambrofio, e gli altri Velcovi (/>),


S. quali fi trovava- i

no allora in Milano, ricevettero le lettere del Papa con la


venerazione ad else dovuta, e nella rifpoita, che a lui man-
darono , dopo di avere lodata la lua vigilanza , confutarono in
poche parole l'empietà di Gioviniano , fermandofi principal-
mente lopra quanto ei diceva contro la verginità della Santiffi-
ma Madre di Dio; d'onde Icmbrava ne deduceisero, che que-
lli Eretici non credevano, che Gesìi Cristo fi fufse veramen-

te incarnato, e che cadeisero quindi nell' Erefia de' Manichei.


Ma

( a ) Cod. Theodof. lib. \ 6. tit. III. /. i . I


i^b) Ambrof. Epifl. 7.

Tom. 11.
.

iS ViTADiS. Ambrosio
Ma vede in S. AgolHno (rf), che quefta era una conclufionc
fi

dedotta da Gioviniano Iteflb mal a propofito contro i Cattoli-


ci, pretendendo, che le la Santiffuna Vergine avefTe conlerva-
ta la Tua Verginità, il Corpo di Gesìi Cristo non farebbe, che
un fantalma, nel qual errore confirteva l'Erefia de' Manichei.
Querta lettera de' Velcovi adunati in Milano è iottofcrit-
ta primieramente da S. Ambrofio, indi da Evencio di Ceno,
da MalTimo d'Emona, da Felice di Zara , da S. Bafliano di
Lodi, da Teodoro di Martigny, da Colìanzo di Grange, e da
S. Sabino di Piacenza, i quali tutti aflìftettero, ficcome abbia-
mo veduto , nel ccclxxxi. al Concilio di Aquileja Oltre .

a quelli, che non vi fono nominati, vi fi trovarono Euftafio,


Coltanzo , che può eflere quello fteffo , al quale S. Ambro-
fio icrifle lopra la iua ordinazione , e Geminiano , il quale
iottolcrilTc per mano di Apero fuo Prete quantunque ei
,
vi
fi trovaflTe in perlbna , e credefi , che fia S. Geminiano di
Modona.
Dopo quefta sì vcrgognofa condannazione di Gioviniano,
la floriapiù non parla di lui per molti anni , non fapendofi
ciò , che ne leguifie , fino a tanto , che non fu pubblicata
una celebre Legge da Onorio, dalla quale chiaramente fi didu-
ce , che Gioviniano teneva delle alsemblee nelle vicinanze di
Roma. Della qual cofa efTendofi doluti i Velcovi con quell'
Lnperadore, ordmò che l'Eretico, ed i luoi feguaci fufsero bat-
tuti con flagelli armati di piombo, indi relegati in diverfc Tib-
ie, tra le quali determina precilamente a Gioviniano, come
capo, quella di Boas nella Dalmazia. Qiiefta Legge è in data
di Milano, e del vi. Marzo (b)^ lotto il Conlolato di Ono-
rio, e di Teodofio , che è il carattere dell' anno ccccxii. , onde
fi comprende la lunga oftinazione di Gioviniano, ed è diretta

a Felice Prefetto del Pretorio. Ma è diftìcile l'accomodare


quella Legge con ciò, che S. Girolamo fcrive contro Vigilanzio
nel

{a) jiiiguflin. lib, 2. cantra Julia»- 1 (^) Ced.Theodof. l. \6. tit. v. /. 5^.
tap. z. ^
eie Hxreticis
.

Libro VII. Capitolo III. ip


nel ccccvi. (a)^ cioè, che quelV Eretico aveva refo l'ultimo
fpirito nel mezzo di un convito, e che era rinato in Vigilan-
zio, come Euf'orbio in Pitagora; dinotandofi per tal maniera
la conformità de' loro errori.
Da tempo in poi non vi fu più chi oiafse di forte-
quello
nere apertamente dogmi di Gioviniano; ma non fi lafciò però
i

di tuttavia infegnarli iecretamente. Per la qual cola, ed af-


fine di annientarli, S. AgolHno (b) compoie i fuoi due libri

de' vantaggi del Matrimonio, e della ianta Verginità.

Ca-
(ìt) Eccovi la Legge tutta intiera: gilanzio iieir anno CCCCvi.: Quomodo
Jovhiianum facriUf^es agere conventus ex- Euphorbus in Pythagora rcnatus effe per-
tra mures Urbis [aerati jjima Epifcoperitm hi&etur, fic in ijh ]oviniani menr pra-
querela deplorai Quare fupra memerata
. va furrexii , ut in ijìo , & in hoc Dia-
torripi prxcipirnus , &
centufum plumbo , boli refpondere eogamur tnfidiis Cut ju- .

cum ceteris fuis participibus , & mini/iris r; dicitur : ftmen peffimum , para filios
exilio cohtberi : ipfurn autem mtichinato- tiios occifioni peccati pairis lui . llle Ro-
rem in infulam Boam fejiina celeritate manie Eccleftx autoritate damnaitis inler
deHiui : ceteris prout liberei , dummodo pbafides aves , &
carnes fuillas , non tam

fuperjìitiofa cen/urat/o exilii ipftus dif- emiftl fpiritum ,


quhn eruclavit : ijìe

cretione felvatur ,
folitariis , & Ungo [pa- caypo Calaguritanus , Cf in perverfum
tio inler fé pofitis infulis in perpetuum propter nomen viculi tnutus Quiniilianus,
deporiatis . Si rjuis autem pertinaci im- mifcet aquam vino , & de artificio pri-

probitate, velila, & dar>ìnata repetive- Jìino fua venena perfidile Catholiix l'i-

rtt,
fciat fé aMjieriorem fcntentiam jub- dei fociare conatuf Sue. Noi leggiamo in

itnrum Dal. pridie Non. Maji Medio-


. Ammiano Marcellino L. 22. e 28. , che
lan. Honor. IX. CT Theodof. V. A. A.
, riiola di Boas, della quale vien parla-
Cofi. Queft' è il carattere dell' anno to in quella Legge contro di Giovi-
ccccxii., egli è però difficile l'accor- niano, era nella Dalmazia, ed era fo-
dare quella data con le feguenti paro- vente deiHnata agli cfuli
le, fcnttc da S. Girolamo contro Vi- ( 6 ) Augujl. lib.i. Rctratìat. cap.zz.

B I I
.

IO ViTADiS. Ambrosio

Capitolo IV.

Sarnì(t7^07ie , e Barba^inno Montici di Milano efercitano


la pa-zien^:^ di S. Ambrofto

NOn più la Corte Imperiale travagliava il

lalciavalo anzi vivere in tranquilliffima pace , mentre i


noftro Santo, e

due Impcradori profetavano iomma venerazione a lui , ed al


luo merito , ed onninamente dipendevano da' laggi fuoi e falu-
tari configlj. Ma la di lui pazienza veniva nondimeno di tan-
to in tanto elercitata da domeftiche perlccuzioni, che lono l'or-
dinaria porzione de' Santi Velcovi, e principalmente di quelli,
a' quali è addofsato il regimento di una valla Diocefi, in cui

mai Tempre de' buoni, e de' cattivi in tutti li flati fi ritrovano.


Alimentava il noftro Santo un afsai copiofo numero di
virtuoUlTimi Solitarj, i quali dimorando in un Monaftero fitua-
to fuora delle mura di Milano , fpandevano da per tutto il
foave odore della loro pietà. QiiL-fta caia {a) Religiofa è pro-
babilmente quella , che S. Agoltino dice di aver veduta in Mi-
lano piena di un afsai vafto numero di Santi , che menavano
una vita ftraordinariamente perfetta, e che avevano per fupc-
riore un Prete dottifllmo, e virtuofiflìmo. K
vero, che quefto
Santo dice , che quelli Solitarj dimoravano in Citta ; ma ciò
efpone per diftinguerli dagli altri Solitarj, che fi erano ritirati
ne' deferti , e quefto nome
di Citta di Milano devefi eftendere
a tutte le fue vicinanze Benché Gioviniano non fulse del nu-
.

mero di coloro, che fi erano rinchiufi in quefto Monaftero, co-


me alcuni hanno afserito , ha nondimeno del probabile , che
quando ei venne a Milano infettafse una parte de' Monaci, che
vi dimoravano.
Almanco è certo, che due ve n'erano (/»), nomati Sar-
ma-

(«) jiugufl, demoì-ibm Ecclef.Catho-\ {b) Ambrof. Epifl. z<,.

Itctecap. ^^.
Libro VII. Capitolo IV. 21
mazione uno, e Barbaziano l'altro, quali grandemente afflig-
i

gevano S. Ambrofio a cagione delle molte accufe , che gli


venivano portate del loro rilalsamento. La di lui carità lo in-
dufle a far ad edi le neccfìfarie lalutari correzioni, ma lempre
indarno, non ne ritraendo cofloro alcun profitto. Imperocché
dopo di elTeriì alquanto, e per qualche tempo foggettati al re-
golato vivere, e di avere digiunato come gli altri, cominciò
loro a parere inlopportabile il giogo della Monadica dilciplina.
La loggczione, nella quale fi trovavano, di dimorare nel Mo-
naltero, lenza poterne uicire quando avrebbero voluto, total-
mente fi opponeva alla forte inclinazione , che avevano per la
vita licenziola Avrebbero in fatti inutilmente cercate occa-
.

fioni di rilaifatezza tra le continue mortificazioni , ed alprezze


de' loro Confratelli. Ed elTendocchè i loro trattenimenti ver-
gognofi tanto , e Iregolati fulTero aflolutamente vietati in que-
Ito luogo di orazione , e di filenzio , la loro delicatezza non
potè pm foflVire un rigore, al quale era gik qualche tempo,
che iforzatamente fi iottomettevano.
Abbandonarono quindi cofloro quella fanta compagnia ,
della quale fi poteva dire, che non erano mai ftati , lecondo
l'efprenione di S. Giovanni (/?); e nella quale avendo voluto
dopo qualche tempo rientrare, S. Ambrofio non gliele pernii-
fe, non ifcorgendo certamente nella loro condotta alcun con-
trafegno di fincera converfione. Q_uefta fermezza del Santo
rifvegliò in eflTi un affai rabbiofo fdegno; laonde per vendicarfi
di lui con detrimento della loro propria cofcienza, fi polero a
dogmatizzare, ed avendo volontariamente perduto il frutto del-
le buone opere da efli altre volte praticate, concepirono invi-
dia verfo di quelli, che le efercitavano. Per un motivo cosi
diabolico adunque fi pofero a predicare pubblicamente la vo-

luttà, configliarono a tutti la vita molle, e deliziola, loftenen-


do, che l'aUinenza, la frugalità, e la verginità non erano d'al-
cun merito dinanzi a Dio. Dicevano, che tutti gli uomini
iono

(/r ) 7. Joann. Il.v. 19.


Tcm. II. Bui
,

i2 V I T A D I S. AMBR O S I O
fono uguali gli uni agli altri per qualfivoglia azione, eh' egli-
no abbiano fatta . Eflere una follia il mortificare la fua carne
col digiuno per fottometterla allo fpirito. Non vi effere al-

cun pericolo neir abbondanza delle voluttà, ne' conviti, e nel-


le crapole . AfTerivano, che quelli, i quali erano battezzati,
nelTun bilogno avevano di applicarfi alla virtù, e che le fan-
ciulle, e le vedove dovevano maritarfi, benché avefifero fatto
voto di contenerfi , Per le quali cole chiaramente fi vede
che ambedue quelli Monaci Aportati loltenevano gli ftefli er-
rori di Gioviniano; ma circa i loro coitumi noi non ofiarno di
afferire cola alcuna .
Fu S. Ambrofio penetrato dal piìi vivo dolore, vedendo
che quelli Difcepoli della Croce di Gesù Cristo avevano ri-
nunziato a' lentimenti di penitenza in guila, che fi attribui-
vano a merito lo Ipargere nel mondo li dogmi della dottrina
di Epicuro, per far deviare i Crirtiani dallo ftretto fentiero,
che conduce alla vita, e ftralcinarli con loro in quelli eterni
precipizi, ne' quali va a terminare la via larga, e fiorita de'
piaceri del Mondo. Di coftoro certamente intende il noftro San-
to di favellare, quando deplora la difgrazia di chi abbandona una
profeffione ianta, nella quale era lungamente vifluto (a). „ Si
„ può con verità dire ( favella egli pubblicamente al luo Popo-
„ lo ), che abbiano deviato dal retto fentiero i piedi di coftoro,

„ la fperanza de' quali è inaridita, la fatica fi è ridotta al nien-

„ te, i voti fi fono raffredditi, e affatto fpenti. Eccovi un uomo,


„ il quale dopo di efferfi per alcuni anni efercitato nella pratica

„ delle virtù, nell' elatta offervanza della continenza, nel defide-


„ rio di una vita affai regolata, ed auftera, ed in feryire a Dio
„ col più accelo fervore, ha tutto ad un tratto abbandonato il
„ Monartero, ha rinunziato alle afflizioni della carne, alle afti-
„ nenze, a' digiuni, fi è immerfo ne' piaceri, e nelle delizie, e fi
„ è totalmente dato alla più sfrenata diffolutezza. Già gran tem-
„ pò egli è, che coftoro lono uiciti dal Monaltero, ed al prefente
danno

( .T ) jimbrof. in Pfalm. ^6.


Libro VII. Capitolo IV. •23

danno lezioni d'impurità, fpargono da per tutro incontinenze,


e diicrcditando la calhta , invitano gli uomini al piìi volut-
tuoio libertinaggio. Non fi potrà adunque dire con tutta ra-
gione, che i piedi di coitoro hanno onninamente traviato dal
retto (entiero, poiché loro iommamente dilpiace di effere tan-
tamente fanno una nuova lorta di penitenza, dete-
vifTuti, e
ftandu le loro buone opere, e non i loro peccati, ed i loro de-
litti? So'30 co/ìoro ti/ciri da noi ^ dice S. Giovanni, ma ejji non
erano co?t noi •
perchè [e fujfi'ro flati con noi , eglino farebbero rc-
fìati con noi {a). Qiielli lono quafi gli IlefTì termini, de' quali
fi Ambrofio, Icrivendo alla Chiela di Vercelli contro
lerve S.
di quelli due Apoftati, cola portatifi per feminarvi la loro dot-
trina Epicurea, che allora poteva tanto più facilmente efl'ervi
ricevuta, quanto che era in quel tempo quella Chiela lenza
Velcovo, non fi accordando nella elezione della perlona, che
doveva riempire quefta Sede vacante.
Ma S. Ambrofio, della di cui Provincia era quefta Chie-
fa , non tralalciò di munirla con potenti prelcrvativi contro gli
errori di coitoro per mezzo della Lettera, che le Icriife, con
la quale dandole a confiderare il peccato di Adamo, le rappre-
lenta, che primieramente la voluttà non può introdurci nel
Paradifo, cfiendo ella llata quella, che ne hi fatti da elfo ulci-
re nella perlona del noflro primo Padre. Indi le moltra la ne-
cefiita. del digiuno, praticato eziandio da Gesù Crisfo, il qua-

le ce ne ha lalciato un si chiaro eiempio per rilpingere le ten-


tazioni del Demonio. Qjieita macerazione della gola procura
di ben impriinerle con l'eleinpio ancora di Moisè, che ricevet-
te la Legge dalle mini di Dio dopo un lungo digiuno; con
quello di D miele, che di quello mezzo fi è pre vallo per chiu-
dere le fauci de' Leoni, e penetrare nell' avvenire; con quel-
lo di S. Pietro, al quale Iddio non ha rivelato il Miltero del
Eittefino de' Gentili, fé non dopo il luo digiuno, e la lua
orazione; con quello di S. Paolo, il quale prova, che le fue
fati-

( rt ) I.Joann. U. v. it).

B IV
.

24 ViTADiS. Ambrosio
fatiche, e le lue IbfFerenze a lui (late farebbero affatto inutili,
fé non vi fufl'e altra vita, che queita, e le i morti non dovef-
fero un di rilulcitare, come faiiamente fi perfuadono i Genti-
li, quali credono, che non vi fia altra felicita, che quella di
i

mangiare , e di bere , perchè noi dobbiamo in brieve morire


ancora quefto Santo nella fteffa lettera in elpor-
Si diffonde
re gii errori degli Epicurei, che fono ftati condannati da' Pa-
gani medefimi. Indi conclude, che cola ftrana farebbe, che
la Chiefa non cancellafle dal novero de' fuoi figliuoli i feguaci
di qiieffi errori ; allor quando ha voluti
la filofofia non gli
riconolcere per fuoi difcepoli. E per ultimo fa vedere i van-
raggi della lobrieta, e dell' aftinenza , a' quali aggiugne le
lodi , che con tutta ragione fono dovute alla Verginità Cri-
fìiana.
Molti anni durò queft' affare di Sarmazione, e di Barba-
zianoj e quella lunga lettera probabilmente non fu da S. Am-
brofio fcritta alla Chiefa di Vercelli, che nel cccxcvi. Ma
non era fuor di propofito il diffciamente riferirlo, e l'aggiu-
gnerlo all' Erefia Gioviniano , di cui può dirfi, eh' ei fufse
di
un maligno rampollo , almanco per la corruzione de' coftumi.

Capitolo V.

Celebre ftoria dell' abolixtonc de' Penitef2:i^eri ?iell' Oriente.


Legge di Teodofto per le Diaco73eJfe .

NEl quefl:' anno cccxc. accadde una affai celebre


corfo di
da noi altrove riferita (/?), ed è, che avendo
ftoria,
una donna peccato carnalmente con un Diacono, ed eflendofl
quello fallo relo noto, o per la pubblica confelfione, che que-
lla donna ne fece, lebbene ciò non lembra probabile, o per
conghiettura, a cui diede motivo la depofizione del Diacono
unita

(rt) Baron. ad ann. cccxc. ViedeS.JeanChrj/foJì.l. i\.c, 17.


Libro VII. Capitolo V. 25
unirà alla penitenza di quefta donna, Nettario Arcivefcovo di
Collancinopoli, col configlio di un Prete nomato Eudcmone ,

abolì nella tua Chiela l'ufficio di Penitenziere, e gli altri Vef-


covi dell' Oriente , leguendo il di lui efempio , fecero fimii-
mente la ftefia cofa nelle loro Diocefi.
Eccovi in brieve la foftanza di quefta ftoria, della quale
non ne riferiamo qui le circoitanze, per elfere ella nota a tut-
to il Mondo . I Cattolici, e gli Eretici ne hanno da efla trat-

te diverfe conclufioni . Hanno quindi pretefo alcuni, effere la


pubblica penitenza ceffata in queft'occafione. Ed altri, che
la confeffione de' privati fatta agli uomini , da quel tempo in
poi non fia più (tata in ulo. Qiielf'è una materia affai impor-
tante, quale, benché fu (lata da noi altrove trattata (</),
la
deve nondimeno avere anche qui il fuo luogo, si per l'ordine
del tempo, come a cagione della penitenza pubblica da S. Am-
brofio importa aTeodofio, la quale con ragione fi folliene effere
ftata praticata anche dopo ncll' Oriente.
Per conofcere però , quale pelo aver debbano le illazioni,
-che trar fi poflbno da quefta ftoria, convicn riflettere, che So-
crate, il quale ne èia fonte, da cui ha bevuto Sozomeno (/>),
era un Avvocato di Cofiantinopoli , poco informato dello ipi-
rito , e della difciplina delia Chiefa , ed efferne quindi deriva-
to, ch'egli lodaffe ugualmente iCattolici, e gli Eretici, quan-'*
do trovava cole, che a lui fembravano giufte, oche erano con-
formi alla fua inclinazione ; e perciò leggonfi nella fua floria
molte lodi della condotta de' Novaziani . Oltre diche, era
Socrate affai credulo , e di non troppo purgato difcernimento
nello Icegliere i documenti, e gli autori, da' quali voleva trar
materia per comporre la Ina ftoria; d'onde procede, ch'ella fia
piena d\ina gran copia di sbaglj, e che nelle cofe eziamdio
niente contraiate ci mefcoli molte circoftanze favolofe , che
non erano probabilmente in que' tempi fondate , le non fé
fopra la voce popolare. Nondimeno per fargli tutta la giufti-
:ia.

(a) Vie de S.Jean Chryfojìome. I


(*) Sotrat.l.^. t.io. Sczont. i.J.e-'ià.
20 ViTADiS. Ambrosio
zia, che le gli deve, io non credo, che di lui fi pofTa dire,
aver' e^ii avuta la mira d'ingannare i tuoi leggitori; quantun-
que quelta fia cola afi'ai ordinaria ne' Greci; e ch'egli abbia ope-
rato contro la propria iua coicienza, mettendo nella fua ftoria
cole, le quali credelTe certamente falle. Si è Socrate lalciato
lovente ingannare; ma non per queRo può giudicarfi , ch'egli
abbia prctelo di volontariamente ingannare altrui Eccovi , .

quale a me lembra pofla formarli idea si di Socrate, che di So-


zomeno, dal quale Socrate è (iato tralcritto , ed in queito luo-
go, ed in molti Debbonfi quindi da ambedue ricevere
altri .

quelle cole , nelle quali può lupporfi , che non fieno fiati in-
gannati, e nel redo, maffime in ciò che riguarda alia Chie-
,

la, debbonfi avere per ibfpetti perchè il non averli per tali,
,

è un volere ingannare le lleflb.


Giudicandone quindi giufta quefi'idea, io non penfo,che
fi poffa dubitare, che Nettario, e gli altri Velcovi dclf Oriente

abbiano tolto dalle loro Chiele il Prete Penitenziere. E quan-


tunque Sozomeno dica , che fin da quel tempo, in cui fi abolì
quelta Carica, non fi fapeva precilamente la ragione , che ave-
va indotti i Vefcovi a quefia riloiuzione; nondimeno non vie
bafiante motivo per rigettare ciò, che Socrate dice , di avere
fentito dalla bocca Itefla di un Prete , il quale non deve prefu-
merfi , che abbia voluto ingannarlo. Ciò però io intendo,
quanto alla loftanza della lloria da noi tefic narrata
, impe- ;

rocché quanto alle circofianze egli può non efiere fiato elatto,
ficcome non lo è fopra di quefio punto in tutto il refiante del-
la fua opera.
Credo però, che neffuna fede debba prefiiarfi a Socrate,
allorché dopo di aver e2,!i ioggiunto , che togliendofi il Peni-
tenziere , iafciavafi all' arbitrio di cialcheduno l'accoftarfi , o
iaftenerfi Mifterj, fembra ne voglia dedurre,
da' fagri eflcrfi

con ciò tolta penitenza, e rovinata la dilciplina della Chiefa.


la
Imperocché è bensì affai più probabile, che effendo quefio Prete
Penitenziere deftinato ad afcoitare le Confefiioni, fi lafciafTc a
cialcheduno la liberta di eleggere quel Prete, che più gii fuffe
pia-
.

Libro VII. Capitolo V. 27


piaciuto per confc-fìTarfi, e di regolarfi nella penitenza sì pubbli-
ca, che privata, iecondo l'ordine prefcritto da' Canoni, al quale
quello cambiamento punto non derogava; ma non gik, che fi
delle una piena liberta di accolbrfi, od ailenerfi dalla peniten-
za. Imperocché oltre alle prove, che trar 1: polTono da S. Gio-
vanni Griloftomo luccclTore di Nettario nella Sede di Codanti-
nopoli, e quelle, che vengono altresì Ibmminiflrate dagli altri
Padri, i quali moltrano ia neceflita della Penitenza, e della
Confeffione al Sacerdote, Sozomeno fteffo, nel raccontare que-
fta rtoria, accorda, che per ottenere la rcmiffione de'
peccati,
che fono inevitabili agli uomini, conviene confeffarli; ed è vi-

fibile, eh' egli intende della confelTione, che fi faceva agli ue-
mini. Nò può quindi crederH, ch'abbia pretefo di efporre, che
fiafi abolita nell' Oriente una cofa da elTolui riconolciuta per ne-

celfaria
Ma Nettario, il quale, come altrove fi è fatto vedere, era
un Vefcovo di mediocre abilita, non lalciava di grandemente affie-

volire la dilciplina della Chiela con l'abolizione del Penitenzie-


re , quale era Itato ftabilito per conlervarla; poiché con l'in-
il

troduzione di quello nuovo ulo avendo ciaicheduno la liberta


di eleggerfi quel Confelfore, che più gli piacele, quelli, 1 quali^
tuttavia amavano i lor peccati, e non erano ballantemente ge-
nerofi per fare una fanta violenza alle loro corrotte inclinazio-

ni, ed loro viziofi abiti, cercavano Direttori compafllonevo-


a'

li, e condilcendenti, piuttofto che quelli, i quali tra di


loro

erano i più capaci di un così difficile miniftero . Imperocché


gli uomini ione ordinariamente aliai ingiufti nel prenderli mag-
giore cura della guarigione delle malattie del loro corpo , che
della falute della lor anima; e laddove cercano i più abili, ed
elercitati medici , qualor fi tratti di ricuperare per mezzo de'
rimedj la loro corporale fallite, eleggono poi per U riianamento
della lor anima quelli, che fono preveduti di aflai icario
lume
per il difcernimenro delle loro fpirituali infermità; fembrando
a'medefimi, edere quelli più confacene alla loro fievolezza,
purché li trattino con l'indulgenza. Fin da quel tempo regna-
.

28 ViTADiS. Ambrosio
va un grande fregolamento ne' coftumi de' Fedeli nelle
affai

Chiefe dell' Oriente, del quale ne abbiamo altrove fatta un' af-
fai lagrimevole dipintura con i colori prefi in impreftito dalle
Omilie di S. Giovanni Griioftomo, che fin d'allora altamente fi
doleva, che vi erano de' Criftiani, i quali non lo erano fé non
le per convenienza. L'abolizione quindi del Penitenziere gran-
demente favori il loro rilalfamento , e non pochi furono i ferali
effetti prodotti da quefto aftievolimento della difciplina.
Crede Sozomeno, che la ftoria da noi più iopra narrata,
deffe luogo alia legge (/?), con la quale Teodofio proibiva di
annoverare le vedove tra le Diaconeffe, fé almanco non erano
giunte all'età di anni 6q. fecondo la teftimonianza di S. Paolo,
e non avevano figliuoli. Quelli fono i caratteri della Legge
del XXI. Giugno di queft'anno, e quello è quello , che ha ob-
bligato Baronio a mettere nello ftefs'anno l'abolizione del Peni-
tenziere di Coftantinopoli ; nel che Socrate non gli è contrario .

Ma a quanto dice Sozomeno


, che conveniva, che una Diaco-
neffa avefìe de' figliuoli , il tefto della Legge fembra da prima
fignificare, che non conveniva afpettare l'età d'anni 60. ie non
per quelle, che avevano de' figliuoli, quantunque da ciò, che
ne viene foggiunto, fembri comprendere quelle flefle, che non
ne avevano Aggiugne Teodofio , che quelle Diaconeffe fa-
.

rebbero iftituire de'Tutori a' loro figliuoli, e che quanto alle


lor proprie foftanze , elleno non avrebbero , che l'ufufrutto,
del quale ne potrebbero affolutamente difporre alla lor morte;
ma che niente potrebbero lafciare alla Chiefa
Con quella fteffa Legge proibiice ancora alle donne il reci-
dere i lor capelli fotto preteflo di profeffare la vita religiofa,
ed altresì ordina , che Vefcovi , i quah in quello flato le am-
i

metteranno alla partecipazione de' Sacramenti , fiano deporti.


Quantunque fevera al fommo fuffe quella Legge , nondi-
meno l'avarizia de' Cherici l'aveva refa fé non giufla, almanco
tolerabile, e necefsaria per quella feconda parte, che cafsava
tutte

ia) Cod. Theodef. Uè. 16.tit.l1J.2j. de Epìfcopis , & Ciericis .


. ,

L I B R O V I T. e A P I T O L O V. Zp
tutte le donazioni fatte alla Chiefa. Nondimeno efléndocehò
con Topporfi ad un abufo fi cadefse in un ccceflb , impedendo i
Legati Pii , che da una vera carità fi potevano efiggere , Teo-
dofio la rivocò prontamente, e fi crede, che a far ciò venifle
indotto dalle premurole iftanze fattegli da S. Ambrofio.
Con la Legge quindi del xxiii. d'Agofto dello Itefs' anno
queft'Imperadore proibì adblutamente il valerfi in avvenire di
quella Legge del xxi. Giugno, o di produrla in giudizio. Di
forta che con queftc parole lembra, eh' ei l'abbia afìfolutamcnte ,

e totalmente caflata
L'ultima parte di quefta Legge viene onninamente autoriz-
zata dal Canone 17. del Concilio di Cangria, il quale proibi-
fcc alle donne fottofcomunica il raderfi i capelli, fot-
pena di
to preteso di pietà, e fimilmente condanna ciò che Euftazio
di Sebafte aveva in quel tempo introdotto per una vana affet-
tazione. Nondimeno San Girolamo (/?) dice, che quell'ufo
era affai introdotto ne' Monafterj dell' Egitto , e della Soria
quantunque ciò fi faceflc fcgretamente. Qiierta pratica, che
allora era si rigorofamente proibita, è divenuta di poi una fa-
era ceremonia confermata da' Canoni della Chieia
,
.

In quefto flels'anno fi ereffe nel Circo di Coftantinopoli


una Piramide, e prefTo alla Chiefa una colonna, fopra la qua-
le fu poita una ftatua d'argento rapprefentante Teodofio. Se
però dobbiama credere al Conte Marcellino (Z'), gli onori di
queft'Imperadore furono amareggiati da qualche domeltica af-
flizione , avendo il fuo figliuolo Arcadio fcacciata dal palazzo
di Coftantinopoli l'Imperadrice Galla fua Madrigna Ma (e) .

efsendo quefto palso afsai fingolare, il qui accennarlo, è quan-


to polsa farfi , non efsendo poftibile il trovarne altri documenti.

Ca-

(a) Hiert»j. Ef>. 48. neir anno cccxc. che Galla morì, e
I

( b) Marcellin. Chon. I che Arcadio la fece fcppellirc , cita que-


(f ) Conviene , che Baronio abbia j
fto ftcIT» pafTo .

divcrfamente letto ; poiché dicendo


|
. ,

30 Vita DI S. Ambrosio

Capitolo VI.

Tcodofto fa ritorno a CoftantÌ7ìopol't Riporta una nuova vittoria .

nella Macedonia. Grande inalT^amento di Ruffino.

VEdesi dal Codice (a) diTeodofio, che ei dimorò nell'

Italia fino allo ipirare dell'anno cccxci. riledendo quan-


do in Milano ,
quando in Vicenza , e quando in Concordia ;

e ch'ei vi diede nuovi contralcgni dell'amor luo per la Criftia-


na Religione ,
promulgando molte Leggi ad efToiei vantaggio-
fiffime.
Prima giugnere a Coftantinopoli riportò una nuova vit-
di
toria, fé crediamo a Zofimo (^), il quale continuamente, e
quanto mai può disfigura quelVimperadore , rendendo le fue
più gloriofe azioni , vili , ed abbominevoli con odiole circo-
Itahze
Eflfendo adunque l'Imperadore, al dire di quefto Stori-

co , ritornato ,in la Macedonia da


Tefìfalonica trovò tutta
grandi turbolenze fconvolta. Imperocché quei Barbari, i
quali erano lopraviflTuti alla fconfitta di Maflìmo, eflendofi na-
Icolti nelle paludi, e ne'ftagni, che ftavano ne' contorni delle
forefte, profittando dell'imbarazzo, nel quale vedevano Teo-
dofio per la guerra civile , commettevano impunemente ogni
forta di ruberie nella Macedonia, e nella Teflalia. Ma aven-
do udita la nuova della vittoria, e del ritorno diTeodofio, ed
eflendofi naicofti in quefte lagune , ne ufcirono Tegretamente
lui far del giorno, depredarono, e via fi portarono quanto Ci
fece

(«) Teodofio giunfe a Coftantino- i dice 1. i6. Tit. x. I. ii., che fi ritro-
poli col fuo figliuolo Onorio vava in Aquileja nel xvii. di Giu-
li x. di I

Novembre dell'anno cccxci. fecondo Igne, principalmente fé noi ammettia-


Socrate, cha è affai cfatto nelle fue da- mo quanto vien detto daZolìmo, ch'ei
i

te. Imperocché fecondo il Codice 13. !fi trattenne in Telfaloniea, e riportò


IX. 4. converrebbe, che vi fulfe giunto quella vittoria fopra de' Barbari,
j

nel di xvni. Luglio, né cib potrebbe (^) Zof. lib. ^. j

accordarfi con quanto dice lo fteifo Co- 1


,

LiBRoVII. Capitolo VI. 31


fece ad cfTì Incontro nel lor cammino, indi si prontamente fi

lalvarono nel luogo del loro ritiro, che quefto Principe fteflb
dubitò, le gli autori di quelli latrocinj fufTero uomini, o Tpettri.
Non rapendo quindi Teodofio che rilolvere , ne avendo
partecipato ad alcuno ciò, che teneva in fuo cuore, prefe fcco
cinque Cavalieri, i quali conducevano con loro quattro, o cin-
que cavalli per la briglia, acciocché quando taluno de' lor ea-
valli veniflTe meno per la llanchezza , potelsero montare fopra
d'un altro , e non mancalTe quindi loro giammai cavalcatura
per eleguire quanto fi era dileguato da Teodofio, il quale con
quefta picciola (quadra korle la campagna , ulando di tutta la
circofpezione , affine di non effere icoperto per l'Imperadore ,
e chiedendo cibo a' contadini de' luoghi ove trovavafi , allorché
ne aveva bifogno.
Si fermò finalmente Tcodofio in un angufto tugurio di
una vecchia donna , alla quale dimandò in grazia di ritirarfi
al coperto , e da bevere Quella vecchia avendolo ricevuto
.

con civiltà, ed avendogli dato da bevere, e quanti aveva vi-


veri in tua cafa, lo pregò a fcrmarvifi ancora a dormire, poi-
ché la notte fi avvicinava. Avendo l'Imperadore accettata
quefia cortefe efibizione, trovò nalcofto un un angolo di quefl'
abituro un uomo, che non diceva parola, ed aveva fembian-
za di chi cerca occultarfi. Ed avendo quindi dimandato alla
Vecchia, chi fufse coflui, d'onde venifTe? ella gli rilpole: che
niente ne lapeva , e che quanto poteva dirne era , che queft'
uomo, poiché aveva intefo, che l'Imperadore Teodofio era ri-
tornato con un Armata, fiera ogni giorno ritirato in lua cafa,
ove prendeva le refezioni col fuo denaro comperate, e dalla
quale di buon mattino ogni giorno ulciva per ifcorrere la cam-
pagna da una parte, e dall' altra, né ad elfa faceva ritorno,
le non affaticare , e fianco fui far della fera per prendere il

neceisario ripcio, e coricarfi nella maniera, eh' egli vedeva.


Volendo rimperadore profittare della notizia avuta da que-
fta vecchia donna, ed accertarfi della verità di quanto ella gli
aveva detto, s'afficurò di qucit' uomo, per obbligarlo a palefa-
rc
^2 ViTADiS. Ambrosio
re chi egli fiifse ; ma non potè ottenerlo anche dopo averlo fat-

to battere con de' flagelli ; che videfi obbligato ad or-


di forta
dinare a' Cavalieri, che l'accompagnavano, che lo pungefTe-
ro per tutto il corpo con la punta delle loro Ipade , e gli di-
ceisero , che ciò facevano per comando deli' Imperador Teodo-
fio. Vedcndofi quell'uomo melso tanto alle ftrette, confclsò eh'
egli iervivad'elploratorea' Barbari nafcofti in un luogo , che loro
indicò , e delcrilse , dichiarando ad elfi ancora ciò , che dove-
vano fare.
Troncata che ebbero i Cavalieri a coflui la tefta nell'
iftante medcfimo , dice Zofimo, che parti l'Imperadore per
reftituirfi alla fua Armata , accampata ne' contorni di que-
fto luogo, e poiché vi fu giunto, condufse i luoi faldati ver-
fo le paludi, nelle quali quelìi Barbari fi erano ritirati, e fca-
ricandofi lopra di elTi, li fece tutti paflare a filo di fpada, o
dopo averli fatti ufcire dalle lagune, o fcannandoH nell'acqua
ftelsa; di forta che ei ne facelse una grandiffuTia lìrage.
Timafio, uno de' luoi Generali, ammirando il coraggio
dell' Imperadore , lo pregò di permettergli , che i fuoi ioldati
fi pafcelsero, perchè efsendo ancora digiuni più non potevano
foftenere la fatica di quefto conflirto. Pretende Zofimo, che
avendogli Teodofio accordato quanto dimandava, i\ ionalse di
fubito la ritirata , dopo la quale avendo i foldati mangiato , e
bevuto con eccefso, i Barbari trovandoli ubbriachi , e addor-
mentati, li uccidefsero con lancie, fpade, e con altri flromen-
ti da effì a queft' eflTetto trovati. Tale fventurata morte fa-
rebbe feguita air Imperadore medefimo, ed a tutta la fua Ar-
mata, le alcuni foldati, che non avevano per anche mangia-
to, non fulsero corfi alla fua tenda per dargliene avvilo. Fa
indi Zofimo, che Teodofio, avuta quella notizia, prendefse
la fuga con quelli, che ftavano intorno a lui, e lo fa (al vare
da quello pericolo per mano di Promoto , che inlegui sì ga-
gliardamente i Barbari , a legno che li uccife quafi tutti , a
rilerva di un afsai fcarfo numero, a cui le lagune fervirono an-
che per una volta di afilo.
Pro-
Libro VII. CapitoloVI. '

33
Promoto, a cui Zofimo tutta attribuilce la gloria Ji qucft'
avvenimento, non ropravifse lungamente alla riportata vitto-
ria imperocché fu ucciib in quello flelj anno in un imbolca-
;

ta, che i Barbari Se poi credere vogliamo a quello


gli telerò.

Storico, Ruffino fu quello, che lo fece uccidere, perchè aven-


dogli parlato con troppo fodenuta fierezza, quefto barbaro, che
foffrire ciò non potò, fecegli dare uno fchiaftb. Nondimeno
il filenzio di Claudiano lopra una si notabile circoftanza la rende

alquanto iolpetta. Imperocché quefto Poeta, il quale racconta


diPromoto la morte, e fa due libri d'un^ettiva contro Ruffino,
non gli rimprovera un tradimento si nero. Può ancora dirfi,
che Ruffino era baftantemente vendicato dall' af-
ftato di già
fronto dello ichiaffo ricevuto; poiché dolendofene con Teodo-
fio, quefto Principe, il quale, per rapporto del riferito Stori-
co, aveva con elso una grande confidenza, rilpole che ie fi :

continuafse ad invidiare la lua fortuna , lo vedrebbero ben pre-


fto Imperadore .

Stilìicone (^7), che era Promoto, vendicò la fua


amico di

morte lopra de' Baftarni, che l'avevano uccifo, e dopo di averli


disfatti, rinchiule coftoro Barbari, che da gran
, e gli altri

tempo faccheggiavano la Tracia, in una alsai angufta valle,


nella quale gli avrebbe tutti tagliati a pezzi, le Teodofio le-
guendo, dice quello Poeta, perniciofi configlj del Icellerato
i

Ruffino, non avelse anzi voluta fare la pace con effi.


Quefto Miniftro si celebre per il luo inalzamento, e per
la fua funella caduta, che fu un giufto lupplizio della infazia-
bile di lui ambizione , era Francete d'origine e dimorava in ,

Eaufa nella Gualcogna. EfTendofi portato alla Corte di Coftan-


tinopoli, Teodofio, che allora vi regnava, gli conferi la Cari-
ca di gran Maeftro del Palazzo , da eflb tuttavia elercitata in
quelV anno , di cui noi narriamo i più celebri avvenimenti.
Coitui non lolo profeifava il Criftianefimo, e fi era fatto bat-
tezzare nel cccxciv., ma aveva ancora una particolare amicizia
con

(rt) Cl.iudia7ì. iti Stilic. liò. J.

nm./i. e
34 Vita di S. A mbr os i o
con S. Ambrofio, che lo chiama Tuo amico [a). Ma quefl' ami-
cizia non trattenne però il Santo dal rimproverargli, che avefle
indotto Teodofio alla crudele elecuzione di TefTalonica; e, le
vogliam preltar fede a Claudiano, era coftui un uomo di tutte
lepefilme qualità, ed aveva commefìl tutti quei delitti, a' quali
può efTere portato un uom dominato dall' avarizia, dall' ambi»
zione, dalla perfidia, e dalla crudeltà.

Capitolo VII.

Concilio di Capoa^ al quale Fla'viano Ve/covo d'Antiochia


ricuja dintewcnire .

Ul finire di queft' anno cccxci. , o fui cominciare del fe-

s guente {b) fu da Teodofio accordato l'afTenlb, che fi


nelTc
te-

Ambraf. Ep. 52.


(rt) che Teodofio fu ritornato in Oriente,
(6) Noi mettiamo nel fine dell' anno e che Flaviano ( come attefta S. Am-
cccxci. , o fui cominciare del cccxcii. brofio neir Ep. 9. ) fi fu premunito con-
il Concilio di Capoa , del quale gli an- tro del Concilio con dei refcritti da lui
tichi Storici non hanno notato il tem- ottenuti da Teodofio, li quali ei certa-
po .Ma poiché fi vede , che uno de' mente non ottenne nel mentre che
I

principali affari, che vi trattarono,


fi
j
quelV Iniperadore era nell'Occidente,
fu la riunione della Chicfa d'Antiochia fiando al di lui fianco S. Ambrofio, e
divifa tra Flaviano , ed Evagrio , ha gli altri Occidentali , che erano contra-
I

troppo del probabile, che quando Teo- ri a Flaviano. In fatti S. Ambrofio ciò
dofio fece a fé venire Flaviano per or- non kppe fé non dalle Lettere di Teo-
dinargli di portarfi a Roma , ei ciò fa- filo d'Aleffandria.
celfe per obbligarlo ad intervenire a Non potiamo poi differirlo di più,
quefio Concilio Or fé Teodofio lo l'e-
. ricavandofi dalla fpofizione di Teodo-
ce venire a Coftantinopoli nell' inver- reto nel Libro V. Cap. XIII., che do-
no, non feguì che al più
ciò po il rifiuto dato la prima volta da Fla-
prefto nel
X. Novembre del cccxci. , che è il viano di venire a Roma , li Vefcovi Oc-
giorno del fuo ritorno a Coflantinopo- cidentali fecero di nuovo iftanza a Teo-
li , fecondo la fpofizione di Teodoreto Idofio, perchè ve lo mandallei e quello

nel capo 23. del 1. 5. Cefare veramente non ommife di fol-


I

Il fopra efpofto altresì prova , che il lecitarvelo. Tal fatto vi ha apparen-


I

Concilio non fu tenuto, fie non dopo za , che non fia avvenuto dopo ìa mor-
1

te
Libro VII. Capitolo VII. 35
ne/Te un Concilio nell' Italia, per le premurofe iftanzc > come
crediamo, che a lui ne furono latte dagli Occidentali, i quali
bramavano di terminare l'affare di Antiochia, e che ceffaffe
la divifione, che da gran tempo vi regnava, né più loffrire
fi

poteva da chi conservava la premura più forte di vedere riilabi-


lita l'unita della Chiefa. Ka del credibile, che elTendo Tlmpe-
radore tuttavia nell' Italia, accordaffe la convocazione di quello
Concilio, quale iembrando necedaria la prelenza di Flavia-
al

110, fu a lui intimato di trovarfi in Coftantinopoli


nel tempo,

in cui doveva arrivarvi l'Imperadore.


Non mancò egli effettivamente di trovarvifi ; ed effendo-
gli ftato dall' Imperadore comandato òi portarli a Roma, le
ne Icusò, adducendo per giudo motivo la llagione deli' inver-
no, che allora correva; ed avendo chielto di differire fino alla
primavera l'efecuzione di queft' ordine, gli fu conceduto di ri-
tornarfene ad Antiochia, per il qual effetto ottenne ancora de'
relcritti, per quanto poffiamo arguire da ciò, che ne dice S. Am-
brofio (a). Checché però ne fia, egli è certo, che Flaviano
più non intraprefe il viaggio di Capoa.
Gli altri Vclcovi però" non lafciarono di adunarfi , e di prc-
fcrivcre molti regolamenti per la difciplina della Chicla, de'
quali non ne abbiamo notizia, che per alcuni paffi, i quali ne
fanno menzione, non ne effendo a noi rimafto alcun atto. I
Canoni della Chiefa Affricana qualificano quello Concilio per
intiero, chiamandolo Plenariumy o perchè ci fuffe compofto da
tutti i Vefcovi dell' Occidente, o perchè fi debba intendere di

tutti li Vefcovi dell' Italia. Ne parla S. Ambrofio come di


un

te di Valentiniano , che accadde nel fuffe giudicato in Italia :che promct-


XIII. Maggio di qucft' anno , e fu ac- teffe di farvivenir Flaviano , ed or-
compagnata dalla follevazione di Eu- dinaffe a qucfl' effetto, che il Concilio
genio, la quale riempì tutto l'Occiden- di Capoa fud'e intimato per quel tem-
te di conturbazione , e di (ìragi . po, nel quale Flaviano vi potrebbe ef-
Crediamo adunque che Teodofio, ef- fere arrivato: e che affine di farvelo
fendo tuttavia neir Italia , acconfen- venire, gli comandale di ritrovarfi in
tiffe , per le premurofe iftanze degli Coftantinopoli al fuo arrivo.
Occidentali , che raftarc d"Antioi.hia {a) Amhrof. Ep. 9.

C II
. ,

oé Vi T A DI S. A MBR OSI O
un Concilio, quale intervenne un gran numero di Prelati;
al

ed ha molto del verolìmile, eh' ei vi prefedeffe infieme con


Papa Siricio.
Proibilce quello Concilio il battezzare due volte la ftelTa

perlona, il reiterare le Ordinazioni, il trasferire un Vefcovo di


una Sede ad un' altra. Di quello Concilio probabilmente in-
tendevano i Velcovi deir Affrica, quando citavano un Concilio
oltramarino, che proibiva l'ammettere ad alcun grado Eccle-
fialHco quelli, che erano ftati leguaci di qualch' Erefia; ed at-
tribuivano quello Canone principalmente a' Vefcovi di Roma
e di Milano.
ancora in quello Concilio dell' affare di Bonofo
Si trattò
Vefcovo di Nara (/z), la quale, per quanto ne dice la Storia,
era in quel tempo una Citta della Macedonia, o di qualch' al-
tra Provincia vicina. Un moderno Autore però pretende (/>),
che Bonofo fufie Vefcovo di Naiffa nella Dacia, che formava
una parte dell' Illiria Orientale.
Il Vefcovo accufato, era
delitto, del quale veniva quello
l'Erefia di Forino (f), d'ond' è venuto, che da quel tempo in
poi Fotiniani fono flati chiamati Bonolìani; ed allorché Papa
i

Gelafio condanna Bonofo, lembra che lo unifca a Forino. In


fatti fecondo Concilio di Arles fi ha, che i Fotiniani,
dal
ed i Bonoflani^ o Bonofiaci, feguivano lo fleffb errore. Non-
dimeno quelle erano due Sette, e due diverfe comunioni; poi-
ché fu ordinato in quello Concilio, che fi battezzalfero i Fo-
tiniani, e che quanto a' Bonofiaci , elsendo certo, che erano
battezzati nel nome della Santiflìma Trinità, fi concedeva, che
fi ricevcfsero nella Chicfa colf onzione, e l'impofizione delle
mani, facendo ad elfi fare la profelfione della Fede Cattolica.
Aveva Bonofo fatto rilbrgere l'errore di Elvidio
altresì
contro la Santiflìma Vergine , empiamente dicendo, eh' ella
fufiC madre d'altri figliuoli dopo la nafcita di Gesù Cristo .
E di

(a) Narefitauus \SacraTn. pag. 12^.


(1^) Lnc. Hojlen. Not. in GeograpbA (r) GinUéìà. Catal, Httret. tap. 14.
Libro VII. Capitolo 37 VII.
E di Bonofo certamente vuol favellare S. Ambrofio (a)-, al-
lorché volendo dillriiogere queiV errore, dice: eiserfi egli alle-
nuto dal confutarlo fino a quel tempo; ma conolcerfi finalmen-
te tanto più obbligato, quanto che fi trovava per fino un Vei-
covo in quelt' errore caduto. Vedefi quindi, che Siricio nel-
la lettera da lui Icritta ad Anicio, ed agli altri Velcovi dell'
Illiria , che è fiata data alla luce pochi anni dopo (Z») , s'ellen-
de principalmente in combattere queiV empietà di Bonofo,
quale dice eisere caduto nel!' errore de' Giudei, e mollra, che
Gesù Cristo non avrebbe giammai eletta per fua madre la
Santiffima Vergine, fé dopo di averlo partorito, avelse dovu-
ta perdere la fua Verginità con l'ufo del matrimonio Indi .

paisà a far vedere, elserfi Gesù Cristo prefi particolare cura


di rendere una autentica tcflimonianza della di lei purità, rac-
comandandola a S. Giovanni quando le ne flava agonizzando
lopra la Croce; e dice, che quefto fu il fuo tellamento quanto
alla caftitk di fua Madre, quefta la ricca eredita, che moren-
do lalciolle, e con cui ricolmolla della fua perfezione; ch'egli
refe lo fpirito , dopo di avere pronunziate queft' ultime paro-
le , e che volle confumare fintamente tutto il Millero della

noflra redenzione con quefla opera di pietà.


Da una lettera altres'i di S. AgolHno (e) deducefi che ,

un cert' Elpidio , il quale non credeva , che il Figliuolo fufse


eguale al Padre, comanda a quello Santo Dottore, che paffi il
mare e vada a farfi iftruire da Bonofo e da Giafone ambe-
, ,

due uomini dottiffimi , e gli manda anticipatamente un libro


d'un Velcovo della lua Setta. Ricevette quello Santo Dotto-
re con grande umiltà una si temeraria propofla , e gli rifpofe con
carità, alficurando Elpidio, aver egli di già prefentate per lui
le fue preghiere a Dio, acciocché gli delse l'intelligenza di un

si fublime Miflero.
Ordina adunque il Concilio di Capoa , che i Vefcovi vi-
cini

( a ) Mìbr. Ep. 9. e- de Injìitut. Vir- i {h) Cclldi. Rom. HoUhn. /.. 1 89.
^'»- f-
S- I (f) .'f;(^>0'7. £>///. 150.

Tom. ti. C 111


.

^8 Vita DI S. Ambrosio
cini a Bonofo, ed a' fuoi accui'atori, principalmente quelli del-
la Macedonia , Tefsalonica, decideirero quelt' affare;
e quello di
dal giudicare il quale S. Ambrofio fimilmente che Siricio Papa
fi artennero, in offequio del decreto del Concilio, che ne ave-
va commefTa la decifione ad Anifio, e ad altri Prelati, tra i
quali il più ragguardevole, che vi fi trovava, era Teofilo d'A-
lelsandria {a).
Qiianto a ciò, che concerne all' affare d'Antiochia, vi è
qualche apparenza , che Evagrio, il quale ugualmente che Fla-
viano aggognava alla di lei Sede , fi prefentaffe al Concilio di
Capoa, perchè S. Ambrofio (^), il quale fi duole, che Flaviano
non vi fia intervenuto, quafi fi ftimaffe luperiore alle Leggi, edal-
le regole della Chiela, non accufa Evagrio di aver ricuiato di ri-
trovarvifi ; ed attera di più , d'aver egli dal canto fuo folleci-
tato il giudizio. Ma
lontananza di Flaviano impedi, che
la
fi venifle alla decifione diun affare , il quale da tutti gli ama-
tori della pace ardentemente defideravafi canonicamente termi-
nato; poiché già gran tempo era, che la tranquiilitk di tutte
le Chiefe del Mondo veniva turbata da quella divifione. E
quelli, i quali avevano tentato di far ceffare per mezzo di que-
llo Concilio un si fcandalofo contralto, provarono un affai giu-
flo dolore in vedere, che la loro mediazione aveffe avuto un
cfito COSI poco felice.
Nondimeno quella fanta Affeniblea, la quale cercava tutti
i mezzi per far ceffare l'oftinata tempefta, trovò un porto afsai
tranquillo per afiìcurare la pace della Chiela, che ella conofce-
va efsere vicina a far naufragio E fu l'accordare la comu-
.

nione a tutti i Vefcovi dell' Oriente , che confelsarebbono la


Fede Cattolica. Quanto poi alla privata controverfia tra Fla-
viano, ed Evagrio, ne commilero l'efame , ed il giudizio a
Tcofilo d'Alelsandria, ed agli altri Vefcovi dell'Egitto, efsen-
do perfuafi , che il giudizio di quelli Prelati farebbe tanto me-
glio ricevuto, quant'effi erano meno impegnati in tale affare, non
avendo accordata la loro comunione ad alcuno de' due partiti
Ca-

(«) Ambrof. EpiJ}. 5. \ {b) Id. EptJÌ. 9.


.

Libro VII. Capitolo Vili. 3^

Capitolo Vili.

S. Ambrofto ft affatica per rejìituire la pace ad Antiochia


Morte ifEvagrio.

ASi'ETTAVANo i Prelati del Concilio di Capoa , che un


mezzo sì confacente allo (labilimento della riunione , e
della pace della Cliiela d'AlcHlindria dovefle prontamente ri-
metterla in una totale , e perfetta tranquillità . Ma non fu
SI facile l'ularne, com'elTi s'immaginavano, e l'ottenerne quin-

di il fine ardentemente bramato (rt).


da efli Imperocché
avendo Teotilo Flaviano di Ibttometterfi alla pre-
fatto avvifare
fa determinazione; quello Velcovo, il quale fi era Iculato d'an-
dare a Capoa, non volle portarfi al luogo determinato (ù) per
quello giudizio, ed ebbe ricorfo alle fuppliche, e procurò di ot-
tenere de' reicritti Imperiali, quali ordinavano agli Occiden-i

tali di trasferirfi nell'Oriente per ivi terminar quelt' affare.


Avendo Teofilo fcritta quefta notizia a S. Ambrofio , ne
fu altrettanto commofTo quanto amava finceramente la pace
,

della Chicla . Quantunque però con tutta ragione il noilro


Santo fi lagni del procedere di Flaviano nondimeno ne parla ,

fempre con rifpetto, e fa in quelt' occafione comparire e la lua


moderazione, e la iua equità. Imperocché febbene non fi po-
teva negare, che Flaviano avefie con una fomigliante condot-
ta commefib un afiai confiderabile fallo , ed aveffe altamente
oltraggiato il noftro Santo, poiché oltre il non curare gli inte-
refTì della Chieia, aveva altresì dilprezzata la deliberazione del

Concilio di Capoa , di cui S. Ambrofio era probabilmente l'au-


tore e lebbene per efiere iempre (tati Paolino , ed Evagrio
;

nella comunione dell'Occidente, lembrafie, che il noflro San-


to mofifo da tutte quelle confiderazioni dovefle avere tutto l'im-
pegno

(«) jimbrof. Ep. 9.


I
coHVcnia! , mollrano ch'egli già vi era
(é) Il latino feri ve convnhe ; i ter- 1 intervenuto,
mini di S. Ambrofio nel Ep. 9. itemm |

C IV
.

40 ViTADiS. Ambrosio
pegno per Evagrio, nondimeno non lo
dichiararfi in favore di
fece •
anzi , che fiCGome
difle Flaviano aveva ragione di fug-
oire il giudizio della lua cauia , cos'i Evagrio neffun motivo
aveva di follecitarla potendo si l'uno, che l'altro fondare le
:

lue pretenfioni più torto fopra de' difetti , che fi trovavano nell'
ordinazione del fuo competitore, che iopra i vantaggi, e la
giurtizia della fua propria caiifa.
Scrifle egli adunque avendo il Concilio di
a Teofilo, che
Capoa in lui rimeffa la cura di queft' affare, doveva anche per
una volta citare Flaviano , e che quando Flaviano perfiftefle
in non voler comparire, non conveniva lalciar di ammettere
alla comunione tutti gli altri Vefcovi dell'Oriente, che fegui-
vano la Fede della Chiefa , fecondo ciò , che era {tato decreta-
to in Capoa. Indi l'avverte, che dopo eflerfi da lui pronun-
ziata alcuna cofa fopra di ciò , ne deve dare avvifo al Papa >
acciocché venendo approvato dalla Romana Chiefa, (la qual
cofa ei non dubita punto, che ella fia per fare) tutta la Chie-
fa fi trovi unita in un medefimo ientimento , ed egli polfa
con giubilo raccogliere il frutto , e la ricompenfa de luoi
travaglj
Può crederfi Ambrofio non tralafciaffe di fcriverne
, che S.
a Teodofio , come il Papa , il quale con premurofe
altres'i fece
irtanze pregò Imperadore a mandare Flaviano a Roma , qua-
l'

lora ei non volefle, che fuffe giudicato dal Velcovo d'Aleflan-


dria, e rapprelentò a querto Principe , faper egli vincere i ti-

ranni, che li loUevavano contro di lui, ma non lapere cailigare


coloro, che dilprezzavano la Legge di Gesù Cristo. Teodore-
to (a) attribuilce quelle foUecitazioni a Damafo, la cui morte,
erano già tanti anni, che era feguita; a Siricio, eadAnaftafio,
il di cui Pontificato non cominciò , che dopo la morte di Teo-

dofio. Ma chiaro apparilce , aver egli con ciò voluto denota-


re, che elfi avevano prefa parte nella caula di Flaviano.
Aggiugne , che Teodofio preflato da si forti iftanze co.
mandò

(a) Theederet. l. 5. e. 25.


.

Libro VII. Capitolo Vili. 41.


mandò di nuovoFlaviano , anzi obbligollo ad andare a Roma,
a
al qual ordine Flaviano rilpole in qucfti termini: „ Signore,

Te vi lono perlone , le quali abbiano che ridire contro la mia

Fede, come i"e ella non fufle Ortodoffa, o che giudichino , che „
la mia condotta fia indegna del Sacerdozio, io voglio , che i

miei accufatori divengano mici giudici , ed io lon pronto a „
lottomettermi alla lentcnza, ch'eglino pronunzieranno lopra di „
me. Che le non fi tratta d'altro , che della mia Sede Epilco- „
pale , e del lolo articolo del Primato, e della preminenza, io „
non dilputerò contro di efli, ma cederò di buona voglia , e ri- „
nunzierò al Pontificato Inalza Teodoreto con lubiimi elogj
.

quella rifpolla di Flaviano, e dice, che avendola i'Imperadore
ammirata , gli comandò di ritornarlene al luo paefe , e di ria-
lumere il governo della lua Chicla. Ma farebbe egli forfè
ftato più degno di lode , qualora avefle preferita la pace della
Chicla a querta generofita ; e poiché il mezzo cotanto ragione-
vole, che i Padri del Concilio di Capoa gli avevano propofto
a queft' effetto non offendeva la iua colcienza , poteva egli
,

arrenderfi , determinazioni
e foggettarfi alle loro
Ha del probabile, che la
morte del giovane' Valentinia-
110 , del quale tra poco parleremo , e la ribellione d'Eugenio

arreftalsero le procedure degli Occidentali , e che quindi h efe-


guilse quanto aveva rifoluto S. Ambrofio dopo ii Concilio di
Capoa, cioè, che quand'anche non fi potelsero accordare Fla-
viano , ed Evagrio , nondimeno conveniva riunirfi in comu-
nione con quelli Orientali, che Icguivano la Fede della Chiefa,
Ma eisendocchè Evagrio poco vivefse dopo la lua elezione, la
caufa di Flaviano trovò ben prefto più vigorola dopo la di
fi

lui morte, la quale non fuccedette però prima del cccxcii. (a),
nel qual anno di lui f\u'ellando S. Girolamo, ne parla come
d'un uomo ancora vivente .

Ebbe Flaviano deprezza per impedire, che fi def-


afsai di
fe al morto Evagrio alcun fuccefsore; e tal cola certamente
affai

(17) S*crat.lib.<,.tap, 1^. Sozom. lib.7 .c«p. l'\.


Az ViTADiS. Ambrosio
afsai facilitò la di lui riconciliazionecon l'Occidente, la quale
fu dipoi da S. Giovanni Griloftomo maneggiata , e dalla Ina
prudenza Evangelica condotta a fine. Ma quelli del partito
di Paolino, e d'Evagrio continuarono tuttavia a tenere feparata-
mente le loro alsemblee , e per qualunque sforzo, che <la Fla-
viano fi ufalse per riunirli , le ne dettero fempre nella loro fe-
parazione fino all' Epiicopato di Alefsandro (a).
Attico di Coltantmopoii ci alTicura, che l'amor della pace,
e dell' unione de' Popoli aveva fatto mettere ne' facri Dittici i
nomi di Paolino, e d'Evagrio, da lui chiamati Capi di Scif-
ma eziandio Icrivendone a S. Cirillo d'Alefsandria Imperoc- .

ché il partito di Flaviano aveva finalmente prevaluto tra' Vef-


covi dell' Oriente, i quali ficcome di lui parlano con lode, cosi
non la perdonano a' luoi competitori, che gli avevano contra-
itato il polsefso della fua Sede.

Capitolo IX.

Condanita-zjone di Bono/o pronmì'ziata da Vefcovi


di Macedonia.

Concilio di Capoa avendo rimcfTo l'affare di Bonofo a' Vel-


ILcovi vicini, e principalmente ad Anifio di Teffalonica, ed
agli altri di Macedonia, come abbiamo detto, quefti Prelati
pronunziarono una lentenza, con la quale interdicevano a Bo-
nofo l'ingrefib della Chieia (h). Ciò effi probabilmente fecero
ioltanto per fofpenderlo dall' efercizio del luo miniftero, fino
a tanto che totalmente fi dilucidaffe il luo affare, poiché fem-
brava che dagli ftelfi Velcovi fi doveflTe pronunziare un altra
fentenza . Se però non fi vuol dire, che quello giudizio era
fiato fatto avanti il Concilio di Capoa, e che Bonolo avendo

^
(a) Socrat. l. 5. f. 15. Theodoret.l. 5. 1 {b ) ^inòrof.EpiJì. <i.

(-.33. ColUii.Rom.Ep. ^6.


. .

Libro VII. Capitolo IX. 45


appellato al Concilio, fuflfe rimandato a' Vefcovi, acciocché la

fua cauta fuffe di bel nuovo claminata.


Checché però ne Bonolo dopo la delegazione della lua cau-
fia,

fa , conlultò S. Ambrofio, per lapere da lui, le egli non rien-


trerebbe anche per forza nella fua Chiefa; pretendendo forfè
di far cafiare quanto fin allora fi era decretato contro di lui
Ma noftro Santo gli riipole, che non conveniva intrapren-
il

dere cola alcuna, la quale fiifle contraria a quanto era ftato de-
terminato, e che doveva anzi contenerfi tra i limiti della più
ritenuta moderatezza, e niente fare contro la fentenza di quel-
li, a' quali dal Concilio era ftata conferita l'autorità di giudi-

care in quella caufa, acciocché fi defle loro la liberta di ordi-


nare ciò, che giudicafTero conforme alle regole della giuftizia .

Ma da quanto venne in progreiTo operato da Bonofo chiara-


mente apparifce, eh' ei dilprezzò il configlio di S. Ambrofio ,
né fi aftenne dall' efercitare le funzioni fue Epifcopali
I Prelati nondimeno , a' quali era ftata commeffa l'ultima-
zione di queft' affare, ne Icridéro a Papa Siricio come per far-
lo Giudice, ed averne il iuo configlio, e nello fteffo tempo di-
moltrarono di avere un giufto orrore per l'Erefia, di cui cer-
tamente era Bonofo colpevole, cioè, che la Santiffima Vergi-
ne avcffe avuti degli altri figliuoli dopo di Gesù Cristo . Il

Papa nella fua riipofta approvò loro fentimenti fu quefto par-


i

ticolare ; ma in quanto a ciò che riguardava Bonolo , dichia-


,

rò eh' ei non poteva immilchiarvifi, perchéil Concilio di Capoa

aveva nominati effi medcfimi per Giudici, e che quindi ad efii


apparteneva il giudicarne i primi , poiché effi lo tacevano a
nome Concilio, la qual cola egli non poteva fare.
di tutto il

Dimoltra ancora di aver intefo dalla loro lettera, avere effi


dato per Coadjutore Senecione al Velcovo Baffo, acciocché lo
ajutaffe a governare la fua Chiefa, e eh' egli afpettava il regola-
mento della loro fentenza fopra di alcune altre cofe (a).
Fu

(«) Quefta lettera è tra quelle di i me ; maviene dichiarato, ch'cffa non


S. Ambrofio, e ^porta ancora il Iuo no- 1 fia fua, dalla Ikffa lettera, nella quale
riparla
.

44 ViTADiS. Ambrosio
Fu finalmente la caufa di Bonofo terminata con la fenten-
za di Anifio , Macedonia infieme con
e degli altri Prelati della
lui adunati, i quali poiché ebbero condannato Bonofo, dopo un
affai matura deliberazione altresì determinarono, che quelli,
i quali erano da lui ordinati,
Itati fuflfero mantenuti ne' loro

gradi; concedendo ad elfi quefta grazia contro la difciplina or-


dinaria, a cagione della prefente neceffith , cioè, per tema,
che quefti Ecclefiaftici non iiteffero uniti con lui, e che quin-
di non cagionaffero un grave fcandalo, fortificando il partito del
loro Vefcovo , deporto con quefta fentenza. Cofa ftrana inve-
ro ella è, che tale determinazione venga riputata condifcen-
denza , ficcome viene detta da Papa Innocenzo, poiché non
era certamente delitto , l'avere ricevuta l'ordinazione da un
Vefcovo, per fcellerato eh' ei fulfe, fempre che egli era Vef-
covo nella Chiefa Cattolica, come per tale lo dichiara il con-
figlio, di cui Bonofo richiefe S. Ambrofio. E' adunque affai
probabile , che dopo la prima fentenza pronunziata contro di
lui, ci non iafciafle di efercitare le lue funzioni, e di conferi-
re gli Ordini Sacri contro il configlio avuto da S. Ambrofio,
e che la determinazione fatta da Anifio non fi debba intendere
fé non fé rifpetto a quelli, che dopo la prima fentenza erana
Itati da lui ordinati
In fatti egli è certo , che dopo effere ifato feparato dalla
Chiefa, profegui continuamente le fue ordinazioni, e che non
folamente ammetteva agli Ordini Sacri delle perfonc fenza al-
cun efame, ma che veniva altresì accufato di averli conferiti
ad

fi parla di Baronio altresì nel vafì in S. Ambrofio, che è a Teofilo


lui . 1
,,

cccLxxxix. riconofce , non edere fua,«^-/^«//)o, fé non fi vuol dire, che il

e notafi ancora , che il Cardinale di nome di Teofilo deve efTere meflb dopo
]

Cufa confelfa, ch'ella conviene anzi a quello d'Anifio , e che quefto Teofilo
I

Siricio, che a S. Ambrofio. Ma dopo fulle per avventura qualche Vefcovo dei-
alcuni anni Ollìenio l'ha fatta flampare la Macedonia Ma il volerlo prende-
i .

in Roma fotto il nome di Siricio , col I


re per Teofilo d'AlefTandria , come fa
fuo vero tuolo , che è ad ^nifto , ed Biondello, a me fembra non avere al-
o^li nitri Ve/covi dell' Illiria . Imperoc- i cuna probabilità,
che io non intendo il titolo , che ritro-
L I B R o V 1 1. CAr I To L o I X. "45

ad alcuni contro lor voglia, lìraloinandoveli con la violenza.


Imperocché vi lono tempre ftati nella Chiela de' V^elcovi ne-
mici delle più lante regole , e che non hanno leguita altra leg-
ge, che quella ad eili prclcritta dalla loro ambizione, e dal
loro interelie.
Pretendevano Prelati della Macedonia, che tutti quelli,
i

che da Bonoio erano lìati ordinati, fulTero dalla Chiela Catto-


lica accettati , e mantenuti ne' loro gradi , gialla il decreto
di Anifio. Ma da ciò derivandone, che quelli, a' quali la co-
icienza rimproverava fregolatezze, e vizj , che li rendelTero
indegni d'clTere dalla Chiela inalzati a' Sacri Ordini, avellerò
ricorlo a Bonofo, per riceverli dalle lue mani, ed avendolo
indi abbandonato, veniiTero ricevuti nella Chiefa come Cherici,
Papa Siricio volendo eftirpare quel!' abulo, da cui ne deriva-
va un rovelciamento icandalofo di tutta la canonica difcipli-
plina , dichiarò nel ccccxiv. che il decreto di Anifio era itato
,

giulto, fin a tanto che la necefTua lo richiedette, per far cef-


lare la Scilma della Chiela d'Antiochia; ma che elfendo affat-
to celiata quella neceflitìi , a cagione della pace univerfale del-
le Chicle non doveva quefta dilpenla aver più luogo e che fé la
, ;

Chiela ufava tal volta deli' indulgenza in quella materia, ciò


ellafaceva loltanto per facilitare il ritorno di coloro, che era-
no itati tempre nelf Erefia , e non per gli apoflati , i quali
non potevano eflere ricevuti, fé non le per mezzo della peni-
tenza, quale era incompatibile con il Chcricato.
la
Ma Papa Innocenzo I. diRingue affai bene quelle perfone,
le quali erano fiate ordinate nelf Erefia, da quelle, che lo era-
no ilare da Bonoio prima eh' egli fufib condannato , ancorché
dipoi elleno l'avelTero leguito. Imp^occhè ordina, come già
fi era fattoda Anilio, che fé vorranno abbandonare il luo
partilo , e condannare il luo errore per elfere ricevuti dalla
Chiefa , la Chiela ftclfa li accoglierà con giubilo , e li man-
terrà ne' loro gradi. Da quella lettera può dedurfi, che Bo-
noio fufle già morto quand' ella fu icritta , ma non da gran
tempo .

Gen-
,,

4(5 ViTADiS. Ambrosio


Gennadio un certo Audencio Vefcovo della Spa-
(a) parla di
gna , il quale aveva fcritto un libro della Fede contro gli Ere-

tici , col quale confutava i Manichei, li Arriani, i Sabelliani


e principalmente i Fotiniani , che appellavanfi , die' egli, in
quel tempo Bonofiaci, a i quali alcuni riferifcono ciò, che Papa In-
nocenzo dice de' Fotiniani Conviene credere nondimeno, eh' efli
.

formaflero due Sette, e due comunioni affatto feparate; poiché


il fecondo Concilio di Arles ordina , che fi battezzino i Foti-
niani, ma i Bsnofiaci fi ammettano folianto alla Crefima, ed
alla impofizione delle mani, efsendo certo che furono battezzati
nel nome della Santifinna Trinità, come li Arriani.

Capitolo X.

Eccellenti qualità del giovane Valentiniano .

DOro avere Teodofio foggiornato


come abbiamo veduto
lia ,
anni
precedente anno, nel
circa tre nell' Ita-
allor-
ché parti per ritornarfene in Oriente , il giovane
vi lafciò
Valentiniano pacifico pofTefTore di tutti gli Stati di fuo Padre ;
e ciò che ridonda in maggior fua gloria, ve lo laiciò, median-
te le fue iftruzioni, ben confermato nella pietà, e nella Fede {b),
Effendofi in fatti quefto giovane Principe formato lui modello
di Teodofio , nodriva per Iddio una divozione la più fervida
e per S. Ambrofio un affetto il più tenero , ed altrettanto ac-
carezzava quefto Santo, quanto per l'addietro lo aveva perfe-
guitato ad iftigazione di fua madre, e degli Arriani della fua
Corte, e venerava qual" padre quello, che molti anni prima
aveva voluto fcacciare come nemico. Imperocché avendo le
iftruzioni ricevute da Teodofio cancellate dal fuo fpirito le ree
impreffioni ftampatevi da Giuftina fua madre, con altrettante
dimoftrazioni di ftima , e d'affetto verfo quefto Santo Arcivef-
covo

(a) Gennad.CataLHaretic.i^. I
(^) Ambrof.Epifi. <ij.
LibrgVII. Capitolo X. 47
covo riparava quegli affronti , e que' dilgufti, che da altri era
llato indotto ad apportargli. Si gloriava (a) di eflere ftato
da lui nodrito , tal volta lo chiamava col nome di padre , e
defiderava di averlo lenipre prcfTo di fé, per provare gli efTet-
ti della paterna Ina ioUtrcitudine , eflendo perlualo, non altro

cercarfi da Ambrcfio, fuorché il di lui vantaggio. E quindi


certamente ne avveniva, eh' ei dimandava perdono de' pecca-
ti di iua giovanezza, avendogli Iddio fatta la grazia di emen-

darfene, prima ancora di conolcerne la loro malizia.


Né minore a quello cambiamento era quello , che in lui
vedevafi di tutte le fue inclinazioni, ed affetti. Egli aveva
cortumi, e maturità da vecchio aflennato , quantunque fuffe
quafi tuttavia fanciullo , elsendo morto in età d'anni venti ,
ed alcuni mefi {b). Qiiali poi fuflcro le altre lue rare prerogati-
ve, facilmente può arguirfi dalla riloluzione da lui prefa di to-
talmente adenerfi dal giuoco , e da tutti li vani divertimenti
della gioventù, e di affolutamente da fé rimovcre , ed allonta-
nare tutta la licenza di queft' etìi (e). Si fludiava altresì di
addolcire tutto ciò, che vi era di afpro nella pubblica Icveri-
ta, la quale fembra effere compagna indivifibile della Impe-
riale dignità, e credeva di dovere ufare tutta la dolcezza di
un vecchio verfo le perfone, che fi trovavano in pericolo di
efiere convinte di qualche delitto. Erafi egli affai compiaciu-
to del corlo de' cavalli , e degli el'ercizj del Circo , ma aveva
in le talmente fpenta quella inclinazione, che non voleva, che
fi Circo neppure ne' giorni
faceffero quelle corf'e di cavalli nel
più folenni degli Imperadori, né per onorare la iua dignità Im-
periale. Dicevano alcuni, che l'effer egli troppo dedito alla
caccia, ed aU' uccifione degli animali, lo divertiva dall'appli-
cazione, che impiegare doveva negli affari delf Imperio; ma
fece egli in un iliante ceffare quefto lamento con dar ordine ,
che tutte in una volta fi uccideffero le belHe, che erano ne
Par-

(a ) Conclone i de obitu VaUntin.


. I ( f) Conc. 1 . in obiti* Valent. p.i6-j.

(*) HKron.EpiJì.s- '


48 V I TA D I S. AMBROS I O

Parchi del Tuo Palazzo. Ciò dando a comprendere, non po-


tere Filoftorgio (a) rimproverargli, fenz' efìfer ingiiifto, un di-

fetto, dal quale fi era si generofaniente emendato.


Alcoltava nel Tuo Coniìglio le informazioni , che fi face-
vano ibpra degli affari del fuo Stato, e cosi giovane com'era,
rifletteva da vecchio il più afiennato , quafichè fufle animato
dallo fteffo Spirito, da cui lo era fiato Daniele, eziandio fopra
quelle cole, nelle quali i vccch) ftavano dubbiofi , né fapeva-
no rifolvere, o condurre fi lalciavano dalla confiderazione del-
le perfone. Qj.!elli, che per lui nodrivano dell' invidia, l'ac-
culavano d'anticipare per intemperanza le ore delle fue refe-
zioni . Ma per chiudere a coftoro la bocca fi appigliò talmente
al digiuno, che il più delle volte dando lauti conviti a' prima-
rj Uffiziali della fua Corte, fi afteneva dal mangiare, per iod-

disfare nello fteifo tempo, e con una fomigliante condotta, tanto


a' doveri della noftra Religione, quanto a quelli della bontà, e

dell' umanità, con la quale erafi obbligato a trattare i luoi, co-


me conviene ad un Imperadore.
Fu a lui riferito, che i giovani delle più cofpicue Cafe di
Roma erano appaflionatamente innamorati di una affai bella
Commediante. Risolvette egli ben fubito di farla venire alla
fua Corte, per rimediare a quello dilbrdinc. Ed eflendocchè
quello, il quale era flato a queff effetto mandato, fé ne ri-
tornaffe fenza aver eleguita la datagli commeffione, effendofi
lafciato corrompere col danaro, egli ve ne mandò un altro,
acciocché non lembraffe, che avendo voluto correggere i vizj
della gioventù, ei non vi fuffe potuto riufcire. Alcuni però,
che finiflramente interpretavano le fue migliori intenzioni ,
prefero quindi motivo di denigrare con maldicenze il candore
della fua fama. Ma la verità è, che avendo fatta venire que-
lla Commediante nel luo Palazzo, giammai non volle vederla,
e cornandogli di ufcire ben prefto dalla lua Corte, acciocché
tutto il Mondo conolceffe, che egli aveva faputo farfi ubbidi-

___i!i
(«) Phikftorg.XI.i.
Libro VII. Capitolo X. 45^

re; ed i giovani imparaflero dal fuo efempio a reprimere la


paflìone che avevano per quella Donna, riflettendo al poco
,

calo , eh' ei ne aveva fatto , benché la tenefle in luo potere Non .

era egli ancora ammogliato ,


quando operava di una maniera
lòmigliante, e praticava una cosi efatta caftiù, come le vi fui-

ie llato coftretto da' iacri vincoli del Matrimonio.


Non vi era padrone, che avefic tanto dominio fopra di
uno fchiavo, quant' ei ne aveva fopra del fuo corpo, ne pcr-
fona vi era, che ad altri comandafle con tant' imperio, quant'
egli aveva autorità fopra le ftefib, per reprimere i movimenti della
fua gioventù con la feveritìi di una rigidamente eiatta diicipli-
na . Ammirabile era la fua pietà, e per tale la diede a cono-
fcere, allorchc venendo un d\ da un accufatore denunziate al-
cune perlone nobili, e ricche in fommo grado (cola che po-
teva rilvegliare l'avarizia in un Imperadore), e facendo iltan-
za il Prefetto di giudicarle , quello Principe gli riipofe , con
proibirgli anolutamente il dare ordine alcuno contro di elTe ,
che avelie la ben minima apparenza di crudeltà, mallimamen-
te finche non fulfero partatiche dovevano intie-
1 tanti giorni,
ramente da' Fedeli impiegarfi nella divozione. QLiando poi
paOTati alcuni giorni , ebbe l'accufatore fatta leggere la relazio-
ne de' fatti, de' quali incolpava quelle perfone, e fi (lava per
pronunziare lentenza fopra di quella caula criminale, volle,
che polli in totale liberta gli acculati, fi trovalfcro prefenti fino
a tanto, che il Prefetto rellafie pienamente informato. Giam-
mai poi né prima di quello fatto, né dopo, alcuno non vi tu,
durante il Regno di un Imperadore di queft' età, che avelfe
motivo temere di trovarfi nel formidabile imbarazzo di tcol-
di
parfi del tanto grave delitto , qual è quello di lela Maella.
Cos'i giovane, com' egli era, fi rideva di un accufa di quella na-
tura, della quale più agguerriti, e potlenti Monarchi non la-
i

iciano di temerne le ferali conteguenze.


Siccome poi amava egli ellremamente fuoi fudditi, cosi i

facevafi da elfi teneramente amare per la lollecita cura, ch'ei


fi prendeva della loro ficurezza, e tranquillità. Giammai non
.

^O V I T A D I S. A MB RO S I O

loffn, che fi cfiggefTero da effi nuove impoftc nelle Provincie


Imperocché diceva , che efTendo impotenti a pagare gli antichi
fiiflldj, non vedeva come fi potedero efiggere da effi nuovi ag-

gravj. Avevano alcune Provincie del Romano Imperio loda-


to Giuliano di avere tenuta una lomigliante condotta ; ma
ben grande era il divario , che pafTava tra quefti due Impera-
dori ;non folamente perchè uno era più giovane dell' altro ;
ma ancora , perchè laddove Giuliano avendo trovate in affai
buono (tato le fuc rendite, aveva nondimeno refo elaufto il fuo
erario all' incontro Valentiniano non avendo trovato alcun
;

fondo , era viffuto, ed aveva regnato nella doviziofa abbon-


danza di ogni forta di beni.
Io non fo , fé di quella fcarfezza di danaro nella quale ,

trovofìTi Valentiniano quando entrò al pofreflb dell' Imperio ,


fi debba intendere ciò, che dice S. Ambrofio (/?), quando par-
lando del fogno di Faraone interpretato da Giuieppe, fi duole,
che l'effetto di queilo fogno fiafi provato anche a fuo tempo ;
ftantecchè Tabulo fatto dell' abbondanza da' precedenti Impe-
radori aveffe cagionata una generale indigenza di tutte le cofe,
né fi fuffe trovato alcun Giuieppe , il quale configliaffe all' Im-
peradore di moderare gli eccelli delle fue profufioni, e di ri-
lervare alcuna cola per gli anni venturi; ma anzi coloro, che
ftavano al di lui fianco , volendo mantenerfi in una piena li-
berta di depredare tutte le folìanze dell' Imperio , aveflero a
queif effetto impedito , che fi afcoltaffero quelli , che gliene
avrebbero configliato un miglior ufo. Aggiugne quefto San-
to, che quantunque ci non aveffe l'ardire di paragonarfi a Giu-
fcppe, non vi effendo chi poteffe arrogarfi un tant' onore , non
lalciava però di affermare , non cffere quefle Vacche graffe fol-
tanto figura della pubblica diffolutezza , ma ancora della poca
cura, che fi aveva di predare a Dio il dovuto riipetto; e che
queflo fogno della temporale abbondanza non durerebbe fem-
pre , ma che verrebbe un tempo, nel quale a quefìa dovizio-
fa

( <7 ) Idem dejofeph e. 1 7.


LiBRoVII. Capitolo X. 51
fa opulenza fuccederebbe una eftrema miferia.
Ma per ripigliare le lodi , che S. Ambrofio ci ha lafciate
di Valennniano Antiava quello Principe i luoi amici fino a
:

defiderare di morire piuttolto , che doverli efporre a qualche


pericolo per iuo lervigio. La tenerezza eh' egli aveva per le
lue lorelle era si grande , che non folamente con else fi ricrea-
va, e fi Imperio; ma talvolta an-
follcvava dalle fatiche dell'

cora compiacevafi di fcordarfi del fuo grado, e della Maella


Imperiale , per dare ad effe contrafegni dei tuo affetto con in-
nocenti carezze. Qiielt' amore però non Io portava a violare
in lor favore i diritti della giuliizia. Imperocché avendo effe
un ingiulla pretenfione contro di un orfano per una terra, che
la lor madre GiulHna aveva ad efse lafciata, ei volle elami-
nar quella loro pretenfione, ed avendo conol'ciuto efsere ingiu-
fla, la rimile Giudici ordinar), ed intanto credefi, che con-
a'

figliaffe fegretamente le lue lorelle a rellituire quella terra, co-


me da else fu fatto.
Finalmente ei paffava per un uomo che tutte pofse-
,

dcffe quelle doti, di corpo non meno, che d'animo, le quali


potevano farlo giudicare degno dell'Imperio; e le egli aveffe
potuto giugnere fino all'età matura, avrebbe certamente lor-
paffato fuo padre nel coraggio, e neiramminiltrazione della
giuflizia(/»), alla quale indefeffamente applicavafi con tutta
quella attenzione, ed ardore, di cui la fua età era capace; ren-
dendo nello fleffo tempo illullre la Chiela con la lua fede, e
colla fua divozione {b).
Vedendo S. Ambrofio una sì grande benedizione del Cielo,
ed un sì felice cambiamento in un Principe, a cui sì poco ave-
va pregiudicato la peffima educazione datagli da una Madre Ar-
riana , a Dio ne rendeva continue grazie. Ma la di lui con-
tentezza non ^w di longa durata, e noi ben predola vedremo
cambiata in una meftizia uguale all'affetto, che Dio avevagli
in cuore accclb per quello Principe.

(rt") Sozom.liò.j.rap.zi. i (i) Rnffirt. lià.z.cffp. ^i.

D II
' — ,

52 Vita DI S. Ambrosio

Capitolo XI.

VaJent'tntttno nega a Pagani il ri/ìabilimefjto de loro privilegi y


cbiatna Sani Ambrofto in Francia per ejfere da lui
batteT^to , ma troppo tardi .

TRovAVASi quefto giovane Principe nelle Gallie (tf), e vi


godeva della pace, ch'egli aveva procurata a' fuoi Stati,
dante che la lua grande moderazione, e l'amore, ch'egli no-
driva perla pubblica tranquillità, aveva impedito che i Bar- ,

bari faceffera alcuna fcorreria nella Francia.


Mentre però fé ne ftava in quefta Provincia , dopo che
Teodofio lafciata l'Italia fece ritorno a Coltantinopoli, il Se-
nato mandò a lui de' Deputati per domandargli, anche per una
volta , il riftabilimento de' privilegi dal luo fratello Graziano
tolti a' Templi degli Idoli {b).
Trovavafi egli quali neceffitato ad accordare ad affi qnc-
fla domanda per la maella ftelTa del Senato , che lo lupplica-
va, per le premurofe illanze che a lui ne facevano perlone
,

perle quali aver poteva dell'inclinazione, e per l'importunità


di un gran numero di Pagani , che a lui ftavano d'intorno.
Provava egli di più in quefto tempo lo fvantaggio di non avere
preffo di le S. Ambrofio, al quale neppure aveva icritto fopra
di queiV affare, che fi era certamente trattato in fcgreto , e len-
za eh' ei ne lapeffe cola alcuna Nondimeno quefto generolo
.

Principe non temette di difpiacere agli uomini , per piacere a


Gesù Cristo, ed affolutamcnre ricusò di accondefcendere alle
richiefte del Senato E da ciò alcuni hanno creduto efferne
.

—— j» •——— — — — ^ • — .
prò-

(<?) Orof. lib.j. cap. 54. Amhrof. in 1 afTegnando a quanto fcgul in quella il
ebhu Valentin. EpiJL 35. Paulin, Vita tempo dell' ultima Lo Iteflb fìmilmen-
.

Ambrof. I
te ha fatto Prudenzio, poiché fuppone,
Paolino ha confufa quefta de-
(Zi ) 1 che la fupplica di Simmaco, da lui non
putazione del Senato con quella fatta ammcffa , fia poftenore ai viaggio di
per lo flciTo motivo nel ccclxxxiv. , |
Teodofio a Rema.

y
. ,

LiBRoVir. CapitoloXI. 53
proceduta cagione della fua morte (a).
la Infatti molta pro-
babilità vi è, che Arbogafto, autore di crfla, e che era Paga-
no di religione , fulTe uno di coloro , che Io ftimolafTero ad
arrenderfi alle preghiere del Senato. Ma cofa rara ella è il

trovare tra' Cortigiani , e tra gli uomini ambiziofi, qual era


quefto Generale, tanto zelo per la fua religione vera, o falla,
che fiafi , fino a farfene il più impegnato promotore. Sant'
Ambrofio però , che loda Valentiniano di avere fatta una si
eccella azione prima del giorno della fua morte , cioè pochi
giorni avanti, non ci dice quefta circoftanza (^).

Avendo quello giovane Imperadore verfo lo (ìei^o tempo


intefo che i , Barbari devaftavano , e minacciavano l'Alpi
che circondino l'Italia dalla parte dell' lUiria , temette , the
fotto preteso di far guerra ad altri, o forfanche ad altri Bar-
bari, attaccaffero altresì i fuoi ftati , ne' quali avevano di già
fattimolti prigionieri. Il ripofo, di cui godeva nelle Gallie,
cominciò quindi a iembrargli importuno, e sforzoflì di lafciar-
lo, e di elporlì a' pericoli della guerra, per foccorrere all'Ita-
lia. Infatti effendo già lui punto di portarfi a Milano, come
aveva ftabilito, ed avendo di già dati gli ordini neceffarj per
quefto fuo viaggio , la di lui morte impedigli l'efecuzione di
queft'imprefa.
Non però di conofcere in queft'occafione di quanto
fi lalciò
farebbe flato capace , fé più longamente avelfe vifluto Im- .

perocché i Barbari fi erano di già ritirati per il folo rifpetto ,


che alla di lui autorità portavano , e per l'afletto , che per
lui nodrivano , a cagione di lua moderazione , e della cura ,
ch'egli aveva di mantenere religiolamente con efli la pace.
Si fcufarono elfi ancora con lui , gli reftituirono i prigionieri,
e fi

(a) Baron.an. cccxcn. ìmertis Templorum privilegia dmegavit


(i) S. Ambrofio domandando a Dio '
jiflabn: viroriim caterva pentilium-, fup-
la falute dell' Imperadore VAhniin'ia- plicaèat Senatus.
\
Non metnebat homi-
no, fi cfprime con i feguenti termini: \nibus difplicere , ut lièi foli plateret in
Solve ferv» tuo munut grati/e tux , quam Chrifto,
ille nunquam negavit

Tcm.JJ.
, qui ante diem
Dm \
. .

^4 Vita di S.Ambrosio
e sforzarono di giuftificare la loro condotta , adducendo in
fi

loro dilcolpa, non aver elfi laputo, che i prefi da loro in guer-
ra, fuflero Italiani, e fudditi di queftlmperadore.
Ma
prima dell'accennato accomodamento, e nel tempo,
che tuttavia temevafi l'incurfione di quefti Barbari , S. Am-
brofio, che era il refugio più ordinario de' Grandi dell'Imperio,
e de' Popoli in tutti i pubblici affari, per accondefcendere alle
irtanze premurofe del Prefetto del Pretorio , e di altre perfo-
ne affai ragguardevoli, aveva promeffo di andare a trovare Va-
lentiniano in Vienna , ove allora trovavafi, per pregarlo a por-
tarfi in Italia; non potendo, die' egli, ingerirfi da fé rteffo di
andar alla Corte, quando neffun affare ve Io chiamava, né al-
tresì lalciar di fare quant'ei poteva per lervizio del tuo Popolo.
E per verità non vi fu Prelato, che maggior lume, e maggior
diicernimento di lui aveffe in fomiglianti occafioni Ma Va- .

ìentiniano aveva già da fé ftelfo rifoluto d'intraprendere il viag-

gio, del quale il Santo voleva fupplicarlo , e fino dal giorno,


nel quale egli aveva determinato di andarlo a trovare, fi era dato
ordine , di tenere pronto quant'era neceffario per quello viag-
gio deir Imperadore. L'andata quindi di S. Ambrofio , che
videfi felicemente prevenuto, fu impedita da quelli fleffi, che
lo avevano dimandato. Nondimeno la cola erafi già cosi di-
volgata, che fé ne fparfe la fama per tutte le parti,e ne corfe
voce fino a Vienna. Sembra, che il Santo medefimo dica, ef-
ferfi da alcune perfone affettata quefta pubblicazione del fuo

viaggio , ed averne fparfa la voce per qualche lor fine


Valentiniano , che grandemente defiderava la di lui pre-
fenza , ricevette con gioja quella novella, ed impaziente di
conferire con lui molte importanti cofe,, vedendo che non ve-
niva , fecegli fcrivere per mezzo di un Silenziario , nome in
que' tempi di un Uffizio , di portarfi da lui foUecitamente
Aveva Valentiniano due rilevanti affari da comunicare al San-
to , uno de' quali era la neceffità, alla quale trovavafi ridotto,
di premunirfi contro l'eccefTiva autorità del Conte Arbogaffo , che
più contenere non fi poteva entro a' fuoi confini; e l'altra era
l'ac
LiBRoVII. CapitoloXT. 55
laccefa brama, ch'egli aveva di ricevere il Battefimo dalle
mani di quello Santo, da effo onorato come luo padre. Im-
perocché , efiendo tuttavia Catecumeno, aveva nloluto di ri-
cevere quclto Sacramento, prima di venire in Italia (a). E
quelta loia coniìderazione era più che badante a giuftificare le
fue premure.
Non che non vi fufTero allora nella Francia mol-
è già
tilTimi lami Velcovi, che anzi lembra ve ne fuflero molti attual-
,

mente adunati, per tenere un Concilio, e Valentiniano, che


trova vafi continuamente eipollo a' pericolofi incontri, avrebbe
certamente fàno meglio ad eleggere uno di quelli, per riceve-
re un si necefìTario Sacramento, che alpettarc, com'ei fece, l'ar-
rivo di Sant' Ambrofio, con un affettazione, la quale lebbene
non era del tutto ragionevole , era nondimeno fondata nei fm-
cero affetto, ch'egli nodriva per quello Santo Prelato.
Sembra, che Valentiniano aveffe di già più volte invita-
to S. Ambrofio a portarfi da lui in Francia, e che il Santo le
ne fuflTe lempre fculato per le frequenti diflenfioni , che tra*
Velcovi inlorgevano a cagione degli Itaciani , ficcome fembra
che dir voglia S. Sulpizio Severo. Ma dopo che S. Ambrofio
ebbe ricevuta quella lettera dell' Imperadore, non avendo ca-
vallo per far quello viaggio a lue Ipele, fervendofi delle pub-
bliche vetture , parti di lubito e con tanta preltezza, e loUe-
citudine, che non ebbe campo di riflettere fopra de' funelH in-
dizj della dilavventura, che era Hata minacciata all' Imperado-
re, o per meglio dire, che già eragli lopravenuta.
Già il noltro Santo paffava le Alpi , quando ricevette la tri-
fta nuova del tragico fine di Valentiniano , che Arbogafto ave-

va fatto morire due giorni dopo, che queft' Imperadore aveva


fatto fcrivere a S. Ambrofio. Seppe egli ancora, che quello
giovane Principe aveva paffati quelli due giorni in una tale im-
pazienza, ed in una sì moietta inquietudine di vederlo, che
avendo fpedito alla fera il Corriero, già dimandava nella mat-
tina

(a) Ambrof. Ep. 57.


D IV
.

H^ ViTADiS. Ambrosio
tina del terzo giorno fé era ancor ritornato, e fé il Santo Vef-
covo veniva.
Tutta converrebbe conofcere l'ampiezza del cuore paterne
del noftro Santo, ed il fuo tenero amore verfo di quefto giovane
Principe, per concepire fin a qual fegno fuffe alto, e profondo
il fuo dolore, che tante particolari circoftanze avrebbero a lui

refo infopportabile, fé lo fpirito della Fede, dal quale era egli


continuamente animato non lo aveffe foftcnuto ncii' incontro
,

di una sì grande, e si forprendente afflizione. Videfi egli per


tanto coftretto a ritornare a Milano, bagnando tutto il cam-
mino con le lagrime, eh' ei meicolava con i gemiti di tutti i
Popoli. Vedremo poi tra breve gli ufìizj di pietà, eh' ci tri-

butò all' anima, ed alla memoria di Valentiniano; ma convie-


ne, che prima narriamo le circoftanze di quefta morte, la qua-
le elTendo^li ftata procurata da Arbogafto, ftimiamo di dover
qui narrare chi coftui fuffe , e per quali gradi fia egli falito fin

al fommo di una si crudele tirannia.

CapitoloXII.
Arbogafto fi folleva fino ad ìmpadromrjì dell' Imperio , nel quale
Valentìntano in vano Ji sforT^ di mantenerji

ARBOGASToera Francefe {a)\ e fi pretende, fen-


di nafcita
za che fé ne abbia alcun fondamento, eh' ei fuffe della
fchiatta di coloro, che erano ftati anticamente trasferiti in Fran-
cia, e che fi chiamavano Lccti Filoftorgio {b) gli da per pa-
.

dre un Barbaro, dal che potrebbe dedurfi, eh' egli abbia credu-
to , che Arbogafto fuffe Romano.
Delle fue qualità diverfi ritratti fé ne trovano nelle anti-
che ftorie , fecondo che i loro autori erano impegnati , o per la
fuperftizione del Paganefimo , o per la Cattolica Religione.
Zofi-

ia) Péiulin.Vit.Jmkof. Zs/.l.^. 1


(, ù) PMoJlorg. XJ. iz.
. .

Libro VII. Capitolo XII. 57


Zofimo Io dcfcrive (a) per un uomo da non poterfi col
danaro corrompere, ed in eftremo generolb; per un Capita-
no molto prode, e per un afilli elperto guerriero. Eunapio, il
quale era pagano ugualmente che Zolimo, fimiimente dice,
eh' era pieno di ardore , e di coraggio , d'una caitita aflai illi-
bata , ed a tal legno capitale nemico dell' avarizia, ficchè non
fuflc più ricco di un femplice loldato.
Per contrario tutti i Criltiani, i quali hanno fcritta la ì\o-
ria della Chiela , parlano di lui affai ivantaggiolamente So- .

crate gli da uno fpirito crudele, ed eftremamente fitibondo di


fangue (/»). Orofio, che poteva aflai meglio conofccrlo , lo
chiama un Barbaro, che in tutte le cole cadde ne' più viziofi
cftremi, nel coraggio, che nelle riioluzioni, nelle elecuzio-
s'i

ni, nell'ardire, e nella potenza. La qual dipintura è ftata


trovata s'i propria, e si naturale dal Conte Marcellino (e),
che ei nel favellare di lui fi è fervilo de' fteffi termini. E per
verità quanto avvenne icmbra che balfantemente lo giuftifichi.
Avcvalo Graziano impiegato con il General Bautone, che
era altresì Francele, e fé credere fi deve a Zofimo, avevali
queft' Imperadore inviati ambedue a ioccorrere Teodofio ftret-
to da' Goti nel ccclxxx. Efl^endo morto Bautone dopo il iuo
Conlolato , che notali nel ccclxxxiii., Arbogalto fi inalzò da
fé (tefib alla dignità di Generale delle Armate di Valentiniano II.,
fenza che nefl^imo l'onorafle di quella commeffione, ma per la
fola confidenza, eh' egli aveva nel fuo merito, e nel favor de'
ioldati
Dopo la disfatta di Mafllmo, che da Orofio viene a Un
principalmente attribuita, uccife egli Vittore figliuolo di quell'
Uiurpatore , e conclufe la pace con i Francefi nel ccclxxxix.
Gli Storici, che lo favorifcono, dicono, che a cagione di quello,
rilevante fervigio rellò preffo di Valentiniano, aumentando con
la fua gravita le lodevoli, e generofe inclinazioni ài quello Prin-
cipe,

(<r) Siiidas J. ylcirian. Vale/, l. Z. , {b ) Socrat.l.<. c.%. Orof. I.7. e. ^^.


rerum Francknrum 1 (
< ) Chron. Marceli.
58 ViTADiS. Ambrosio
cipe, foftenendo a guifa di feda, e ben piantata colonna l'Im-
periale Dignità, e facendo, che quanto fi operava nella Corte,
tulle diretto giulta le regole, ed il buon ordine. Aggiungo-
no, che egli h era refo cosi potente, che liberamente, ed au-
torevolmente diceva la venta a queft'Imperadore, e tutte im-
pediva quelle cole , che giudicava non doverfi fare ; e che quan-
tunque a Valentiniano talvolta riulcifse aisai moleda l'autori-
tà, eh' egli fi arrogava, e fi sforzalse di opporvifi, ciò ei fa-
ceva invano, comecché Arbogalfo fi fufse guadagnati i loldati.
Ciò alsai uniformafi a quanto ne ha Icritto Sozomeno (a),
cioè, pretenderfi da alcuni, che l'ardore delia gioventù facefse
intraprendere a quello giovane Principe cole , che non fi dove-
vano, e che Arbogalìo ne impedilse l'eiecuzione. Ma per parlar
fanamente , era quefta piuttollo fchietta tirannia nel mentovato
Uffiziale, che un fincero zelo della giuftizia. Imperocché Sul-
pizio Alcfsandro, quale in quello (telso tempo icriveva, fic-
il

Gome può dedurfi da S. Gregorio Turoneic (Z»), riferifce, che


Arbogalto teneva Valentiniano rinchiulo nel Palazzo di Vien-
na con tanto poca autorità, come le quello Principe fufse ftato
un femplice privato; che Arbogallo conferiva tutte le Cariche
della Milizia alli Francefi, ed i civili impieghi a perlone del
fuo partito, e che egli fi era afsoggettato tutti in guila, che
nefsuno Uffiziale della Corte ofava fare quanto dall' Imperado-
re gli era ftato detto favellando con lui , né tanpoco ubbidire
a' tuoi efprefiì ordini , qualora non fuffero ftati approvati da
Arbogafto . E per ilpiegare forfè quefta fervitù, nella quale
era l'Imperadore tenuto , dice S. Ambrofio , eh' egli avrebbe
dovuto mandarlo a cercare per mezzo di una lettera legreta ;
onde fi arguifce, eh' egli non era certamente padrone del fuo
fegreto, e delle fue deliberazioni.
Eflendo che quefta violenza riufcilTe a Valentiniano un
giogo inlopportabile, ei ne fcriveva continuamente a Teodo-
fio, querelandofi dei dilprezzo, che quefto Generale faceva del-
la

(«) Sozam.Ub.T.cap.zj,, ' (i) Creg.TuTon.I.z.HiJì.Franc.c^.


Libro VII. Capitolo XII. 55)

la fiu Dignità, e fcongiuriindolo a non differire d'avantaggio a


foccorrerlo , o che egli verrebbe a trovarlo Qiicfta parti-
.

colarità riferita da Zofimo può (ervire per ifpicgare quanto dice


S. Ambroilo, cioè, ciie il dilegno da Valentiniano avuto di ve-
nire in Italia,fufl'e la cagione della lua morte. Imperocché
Arbogafto potendo ragionevolmente temere, eh' ei non faceffe
quello viaggio per avvicinarfi a Teodofio, e che la conferen-
za, che avrebbero infieme tenuta lopra la di lui condotta sì

infoiente, e si oltraggiola, e l'unione di quelli due Monarchi


non cagionafle la lua rovina, verifimilmente s'indufie a preve-
nire con un azione di perfidia, e di crudeltà la diftruzione di
quella fovrana potenza, alla quale giìi da tanti anni erafi egli
inalzato con tante violenze, ed artiticj.
Valentiniano nondimeno più non potendo tolerare una fer-
vitù SI veroQonofa, che lo riduceva a non eflcre che l'ombra,
....
ed il fantalma d'un Imperadore , nel mentre clie la temerità di
un fuo fuddito tutti le ne ulurpava i diritti fenza portar-
ne il nome, cercò il mezzo di lottrarfi da quella oppreffionc
con qualche generofa riloluzione. EHTendo quindi un giorno af-
fifo lopra del fuo Reale trono, vedendo venire Arbogalto, ri-

mirollo con guardatura fpirante fierezza , e che denotava l'in-


terno fuo fdegno, e diedegli un Breve, col quale Ipogliavalo
della fua Carica di Generale Ma uopo era di qualche cofa
.

di più di quello cambiamento di volto, e di quella nuova ma-


niera di parlare per lollenere quella azione d'autorità. In fatti
Arbogafto non meno infoiente di prima, gli rifpole con un dif-
prezzo, che denotava una adìù manifefta ribellione: che hc-
come egli non gli aveva conferita quella lua Carica , cosi neppure
era in fuo potere il togliergliela, e nello lleffo tempo llracciò
il Breve, gettollo a terra , e fé ne partì. Un Imperadore, la
cui autorità fuffe Itata ben affillita, avrebbe dovuto farlo ar-
rellare neh' illante medefimo. Ma Valentiniano non palsò a
quella riloluzione , comecché temefle i loldati , e non avefle
probabilmente confultato, che il luo coraggio, ed il fuo giulto
rilentimento nel dar lomialianti dimoflrazioni ad Arbogafto,
ne
, . ,

óo ViTADiS. Ambrosio
né aveffe concertata quefta dichiarazione con alcuno de' fuoi.
Laonde altro non ne traffe, che di avere irritato Arbogafto
come una beftia feroce, contro di cui fiafi vibrato un colpo di
Ipiedo, o Icoccato un dardo fenza ferirla.
Succedette probabilmente in quefta occafìone quanto rife-
rifce Filoftorgio (/?), fé ammettere per verace lo vogliamo,
che Arbogafto avendo fatto entrare in collera quefl' Imperado-
re con parole offenfive , volle Valentiniano prendere ad una
guardia la fpada per ucciderlo ; ma che la guardia fermoUo, e
reprimere quefto traiporto, e di nafcondcrlo, dicen-
sforzoffi di
do, che non potendo foffrire di effer Imperadore, e di non po-
ter fare quanto a lui piaceva, aveva voluto uccidere fé fteffo.
Quefl' era un troppo chiaramente dichiararfi in prefenza di Ar-
bogafto, che faper non volle d'avantaggio per afficurarfi del
fuo difegno, e per far prontamente ioffrire a quefto Principe
la pena della fua imprudenza , e della fua debolezza

Capitolo XIII.

Arbognfìo fa flr angolare Vahnt'tmano

iecreto odio, da gran tempo vicendevolmente fomentato ne'


ILcuori di Valentiniano e di Arbogafto eftendo divenuto affatto
, ,

pubblico, Arbogafto ad altro più non pensò, che a cercare mez-


zi per disfarfi di Valentiniano, e di li inanzi più non tenne mi-
fura alcuna ( ^) . Per dar quindi qualche colore ad una sì nera
perfidia, diceva Arbogafto d'aver motivo di temere alcune per-
fone , che l'odiavano. Ma quefte perfone erano affatto inno-
centi, e Valentiniano aveva cuore baftante per apertamente di-
chiararfi, eh' egli voleva piuttofto morire, che permettere, che
un accufa si ingiufta efponefie quefte perfone per fua cagione a
qualche pericolo. Tutti fi adoperarono gli sforzi per riconci-
liar-

(«) Phtloflorg.XLi. \(^b) Zof.lib.Ot. Ambr.inobhnValent. Jd.Ep.i$.

i
Libro VII. CapitoloXIII. 6i
liarli, e far cenare autore di qucftc diffen-
i vani pretcrti dell'

lìoni Né dubitare certamente conviene , che l'Impcradorc


.

non accordalfe fincerarnente ie propofizioni fatte per quello ac-


comodamento ;
poiché uno de' motivi, che lo avevano indot-
to a far venire S. Ambrofio con tutta la polTibile preftezza, era
perchè ei eflTerc luo mallevadore.
potefTe
Santo, che non fi intrometteva negli affari della
Qi.ielto
Corte, non aveva faputo il pericolo, nel quale trova vafi il fuo
caro Principe, ed anche quand'egli ricevette la fua lettera, che
lo chiamava in Francia , non. fi accorfe degli affai vifibili in-
dizj , che fin da quel tempo fi difcoprivano. Valentiniano in
tanto tutto Ipcrava da lui , lo alpettava come fuo liberatore ,

e tal volta diceva a le fteflb : farò io tanto felice di vedere imo


p/jdre? E confidenza non era viziofa ,
certamente la di lui

poiché alpettava Dio nella perfona del fuo Pontefice.


Tutto il Mondo fu da quel tempo in poi perfuaio , che
la prefenza del Santo avrcbbegli infallibilmente falvata la vita,

ed il Santo ftefl'o nefluna difficolta aveva di afferire che fc


,

avefle trovato vivo Valentiniano , lo avrebbe riconciliato con


Arbogafto con offerirfi di efi'ere luo mallevadore , e di rifpon-

dere perlonalmente per tutti quelli, che quello Conte voleva


avere per lofpetti . Infatti oltre alla totale confidenza , che
Valentiniano {a) aveva in lui, Arbogafto medcfimo gloriavafì
di effere luo amico , e di fovente mangiare can lui. Ma la
modeflia fa dire a quello Santo , ch'egli non era un Elia , ne
un Profeta, per penetrare nell'avvenire, e poter quindi impe-
dire la morte quell'Imperadore , la cui vita era a lui fteffo
di

SI cara , e preziofa e che per cagione de' fnoi peccati non ave-
;

va potuto conlervargliela
egli .

QLiantunque tutte le antiche Storie afferifcano , che la


di lui morte fu tragica , nondimeno gli autori diveriamente ne
parlano. Zofimo ha fcritto , che nel mentre fi divertiva prci-
lo Vienna, lopravenne Arbogado, e lo uccife. Filollorgio {b)
rifc-

( a ) Paulin. Vit. S. Ambrof. i ( é ) Philojhri. l. XI. i


.

6Z VlT A DI S. A MBROSI O
riferifce più minutamente quefto
fatto, e diee, che paflTeggian-
do quefto Principe lungo le rive del Rodano dopo il pranlo, e
fenza la fua gente , la quale era andata a prendere la fua refe-
zione, gli afTaffini mandati da Arbogafto lo ftrangolarono con
le lor mani, e lo appefero ad un albero col fuo fazzoletto , per
far credere, che egli fi fuffe da fé ftelTo uccilb Ciò è confor- .

me a quanto ne ha detto S. Girolamo (<?), cioè che queft'Im-


peradore fu uccifo, e che di piìi vollero ancor difamarlo dopo
la di lui morte colf appendere il di lui corpo. Orofio attcfta
la fteffa cola (/»), e parla come gli altri di quefto crudele ar-
tificio de' fuoi nemici , che non tendeva ad altro , che a fargli
perdere la riputazione , dopo di avergli tolta la vita. Ruffi-
no (e), la Cronaca
Marcellino, e Sant'Epifanio aflicurano,
di
che ei fu ftrangolato ; ma S. Epifanio aggiugnc , che ei fu trovato
fìrozzato nel luo palazzo; e quefto racconto confronta totalmente
con quanto ne hanno detto Socrate, e Sozomeno (a'), i quali
hanno fcritto , che gli Eunuchi del fuo palazzo guadagnati da
Arbogafto lo ftrangolarono, mentre dormiva. Idacio, e Tiro
Profpero fi contentano di dire in generale, eh' ei fu uccifo per
ordine di Arbogafto. E ciò è quanto vi è d'incontraftabilc ;
quantunque S. Agoftino (e) ne abbia parlato con maggiore
ritenutezza, non volendo afferire fé a quefto Principe fuffe da-
ta morte dalla fcelleragine altrui , o in qualch' altra maniera,
o fé ella feguifte per accidente.
Confcrvò Valentiniano fino agli ultimi momenti del viver
fuo quel tenero, e fraterno amore, che aveva fempre avuto
per le fue Sorelle; e S. Ambrofio non ha lafciato di notare, che
nel giorno fteftb della fua morte, vale a dire, <quando fu afta-
lito da' fuoi Sicarj, altro non una si funefta eftremità,
difle in
che: Ahimè! Mie povere prevedendo lo ftato deplora-
Sorelle.'
bile, al quale si funefto accidente avrebbe ridotte quefte Princì-
peffe.
Non.
ia) Hieron. Epijì. ^. 1 (a') Soaat. l.'y. c.i^. Sozom. l.y. c.ZQ.
(ò) Oro/, lib. 5. eap. 24. j ( f ) Jugufl. Itb, 7. dt Civit. e. %6.
(f) R uffin .Uù.z.c.zi. Epiphan
Libro VII. CapitoloXIII. 6^
Nondimeno la finzione di Arbogafto , che quefto Princi-
pe, del quale egli era uccil'ore, fi tufle ftrangolato da le ftcffo,
non lalciò di Tpargerfi per tutto il Mondo, e di efierc da alcuni
creduta. Imperocché Ruffino, e Sozomeno la riferifcono lenza
rigettarla, ed eziandio S. Prol'pero l'ha inferita nella iua Cro-
naca , come una Cofa in vero aliai maraviglio-
verità coftante.
fa ella è, che laddove gli Autori Pagani, i quali hanno van-
taggiofamente parlato di Arbogafto in tutte le altre occorren-
ze, a lui, lenza efitare, attribuilcono quelV aOTaffinio; per lo
contrario alcuni Autori Crilliani fianfi lafciati perluadere da
coloro, che hanno disonorata la memoria di Valentiniano, e
fianfi lalciati effi fteffi forprendcre dagli artifizj del Tuo nemico,
che giammai non gli avrebbe tolta la vita, le non avefle avu-
to l'iniquo ditegno di rapirgli ancor la Corona.
Ma Ambrofio circa la falute di quefl'Im-
l'opinione di S.
pcradore è da fé fola badante a provare incontraftabilmente,
non efiere egli morto, che per opera dell' altrui violenza. Im-
perocché quefto Santo Dottore della Chiefa, che era provve-
duto di tanto difccrnimento, e lume per giudicare delle azio-
ni umane, non avrebbe si vantaggiofamente parlato di quefto
giovane Principe dopo la di lui morte, fé egli fufle ftato il car-
nefice di le fteflb, elereitando fopra fé mcdefimo una si rea cru-
deltà; né avrebbe confolate le di lui Sorelle, come fece, fé con
far ciò aveftt;dovuto od offendere la verità, o tradire la pro-
pria colcienza; od almanco farebbefi prefo la pena di giuftifica-
rc Valentiniano in quefto fatto, ficcome ei ftimò fuo dovere il
parlare in favore della fua falute , per la premura da lui avuta
di ricevere il Battefimo, benché effettivamente non lo aveffc
ricevuto. Né certamente fi vede, che il Santo pure una pa-
rola ne faccia in un così lungo difcorfo, qual è quello, con cui
pubblicamente elprime il fuo dolore dopo la morte di quefto
Principe; e che punto fi fermi per difcolparlo di quefto delit-
to, che da' Criftiani non fi può concepire lenza orrore, non vi
effondo alcuno, che poffa fcufare di omicidio quelli, che da
loro fteffi fi danno la morte.
Qiie-
0-4 Vita di S. Ambrosio
Qiiefto fu il deplorabile fine, che Valentiniano II. ebbe
nel XII. Maggio anno cccxcii. («), nel vigefimo anno
dell'

della Tua età, già da alcuni mcfi compiuto, dopo avere regnato
anni ledici, e cinque, o fei mefi (b).
Non fi può, lenza fentirfi muovere a compaffione, legge-
re un SI funelto racconto , il quale altresì merita, che fi faccia
feria rifieffione fopra la vanita , ed il nulla delle umane gran-
dezze, confiderando l' infelice morte di due Imperadori Criftia-
ni, di tante ottime qualità dotati. E quefta condotta della Di-
vina Provvidenza, tenuta con due tede coronate, deve iniegnarc
a tutti i Sovrani, non elTervi Corona , la quale fia immovibile ^
toltane quella, la quale Iddio rilerva nel Cielo a'fuoi eletti.

Capitolo XIV.

Il Corpo di Valenthitnno vien fepolto in Milano S. Ambrojio .

gli fa rOraT^otte funebre Eugenio è inalT^ato


.

all' Imperio da Arbogajìo .

L'Autorità', di cui godeva Arbogafto fopra delle Armate,


era polTente in guila da potere onninamente impedire,
che fi faceffero inquifizioni per la morte di Valentiniano , e fé
ne

(^) Accordano anche i PP. Benedet- gno di Valentiniano , fecondo alcune


tini della Congregazione di S. Mauro, edizioni ; e cib fi potrebbe intendere
the la morte di Valentiniano IL fe- dalla morte di Graziano, fino alla qua-
guific nel mcfe di Maggio del cccxcii. le qucito giovane Principe ebbe fol-
Ma non ammettono , che fuffe data tanto il titolo d'Imperadorc , e non
morte a Valentiniano II. nel giorno l'ercrcizio Ma il paragone, che egli
I
.

xii. , che raffaflìnio di di lui fa con Giofia, dà a vedere, che


e vogliono ,

queuo Principe fuffc mandato ad effet- convien leggere 18., come hanno fatto
to nel giorno xv., nel giorno, cioè, Baronio, ed alcuni altri, ma per tro-
precedente alla Pentecollc di queft' an- vare l'anno 18. convien contare il pri-
no cccxcii. Dd
Traduttore. mo, e l'ultimo anno per intieri. Poi-
I

(^) S. Ambrollo de Div. z, p. 115. che in fatti egli non ha regnato che 16.
I

non conta, che l'ottavo anno del Re- anni, e 5. o 6. mefi.


'
Libro VII. Capitolo XIV. Ó5
ne ricercaffero gli autori {a). Erafi egli inalzato al di fopra
delle Leggi; eleguendo una si deteltabile azione , ed un uomo,
il quale era valevole a collocare gli altri lui Trono Imperia-
le , non fi trovava certamente imbarazzato nel procurare a fé
fteflb l'impunitk dell' alfaffinamento dell' Imperadore. Ma poiché

non aveva ancora la sfrontata infolenza per dichiararfene autore,


non impedì , che a Valentiniano fi preftafiero i funebri onori.
Ciò fccefi nel giorno dopo quella morte , in cui cadeva la Fe-
fta della Pentecolle {b). E quefta confiderazione altresì fu
quella, la quale lo induffe a lafciar, che fi portafle il corpo di
quello Principe a Milano , acciocché ivi fufl'e fepolto e ven- ;

nevi accompagnato per tutto il cammino da' gemiti de' popoli,


che piangevano nella di lui morte la perdita del loro padre
comune, più toflo che quella di un Imperadore (e). Impe-
rocché non vi era alcuno, il quale non credefle, che con per-
dere querto Principe, aveva perduto il foftegno della fua fa-
miglia. Tutto il Mondo fi disfaceva in lagrime; piangevano
i privati; piangevano quelli , che temevano le funefle conle-
gnenze di quella morte; e quelli fteffi piangevano, che non
avrebbero voluto piangerla; i Barbari cioè, e quelli, che fino
a quel tempo erano paflati per Inimici. Ma più di tutti ne
erano inconfolabilmente afflitte le perfone pie , ed affezionate
alla Religione Crilliana , le quali non potevano trattencrfi dal
dare fenfibili dimoftrazioni del loro giullo dolore. Infatti dice
S. Ambrofio in queft'occafione eflére , fiata la Chiela percofia
in una guancia perdendo Graziano ,
,
e di avere ella prefenta-
ta l'altra, ed aver ricevuta la feconda percoffa, quando a lei
fu rapito Valentiniano {d). Il poi di quello Santo
dolore
Vefcovo, che inconfolabilmente piangeva la morte di quello
caro figliuolo fpirituale , come le fulfe fiato fuo unico figli-

uolo, era intenlo, che nell'infelice flato, al quale vedeva.


sj

ridotti gli affari, fi farebbe volentieri ritirato per nafconderfi.


Ma

il}) Epiphan.de/nenfuris. \ {d) LI. Ep, 57.


Ttm.U. E
. .

^5 ViTADiS. Ambrosio
Ma non potendo abbandonare la Tua Chiefa, né fpogliarfi del
Sacerdozio, almeno in qualche maniera fi nalcondeva, ftando-
fene in filenzio.
L'afflizione di Giufta, e di Grata, forelle dell' uccifo Prin-

cipe , le quali fé ne vennero allora a Milano


, fé pure di già

non vi erano , fu proporzionata alla grandezza della gratitu-


dine , di cui erano effe a lui debitrici Pianfero in fatti la morte .

del lor fratello con tutta quell'abbondanza di lagrime, che fa


loro permefifo dalla violenza di un dolore cosi penetrante . E
fino a tanto che le fue ceneri rimafero iniepolte, non potero-
no da quelle, ed ogni volta, ch'elleno entravano
effe ftaccarfi

nel luogo, ove ftavano depofitate , ne ulcivano come moribon-


de. In quella amariffima afflizione continuarono quafi per due
mefi , e fino a tanto, che da Teodofio non furono mandati gli
ordini necefiarj (a). Queft'Imperadore , appena avuta la nuo-
va della morte, inviò lue lettere a quelle Principelfe,
delcritta
fimilmente che a S. Ambrofio, per conlolare non meno le une,
che l'altro , e dare con ciò al Santo un irrefragabile atteftato
della inelplicabile afflizione , nella quale ei credeva tutto im-
merfo il tuo cuore; e per ordinare altresì nello fteflb tempo,
quant'era necefltirio, acciocché fufle in Milano fepolto il cor-
po di queft'Imperadore , e fuflero a lui predati tutti gli onori,
che gli erano dovuti.
Rompendo il noftro Santo il fuo filenzio per rifpondere a
Teodofio , gli palefa il difegno, ch'egli aveva di far collocare
il corpo di Valentiniano in una magnifica Tomba di porfido ,

che aveva fatta mettere in pronto preflb quella di Graziano


E come noi crediamo , nella pompa di quella augulla eeremo-
nia

(fl) Sembra, che il corpo di Valea- i Valentiniano fulTe porto nella Tua tom-
tiniano rimanelte infepolto almeno fino ba due mefi dopa la Tua morte, o al-
agli ultimi giorni dell' ellate di quefl' meno dopo trafportato il di lui corpo a
anno, fenza che Teodofio, da cui Ce i Milano, farà meglio dire, che fuperior
ne afpettavano gli ordini, ne mandaffe I
xjìat non fignifichi ncli' Epiftoia 57.
alcuno né tampoco fcriveffe alle Prin-
-,
j
di S. Ambrofio Teftate padata , ma i
cipefle. Ma eflendocchè ciò Ha difficile I
calori dell' cfkte , die tuttavia dara-
a crederfi, e fembri più probabile, che !
vano
LiBRoVII. CapitoloXIV. 67
nia pronunziò egli la funebre orazione in lode di Valentinia-
no, che trovafi tuttavia tra le lue Opere, poiché ei dice, che
andava egli iteffo a mettere le lue ceneri nella tomba (a).
Da quella Orazione deducefi, la grandezza d'animo, e la
tenerezza non eflere due qualith incompatibili. Imperocché,
febbcne il noltro Santo ne' grandi affari della Chiela, e dell'
Imperio era tante volte dato a conofccre di un cuore della
fi

più collante intrepidezza fornito ; nondimeno non potè tratte-


nerfi dal dare palpabili contralegni della più lenfibile affettuo-
fiffima tenerezza, nel recitare quella funebre Orazione , quale,
lembra imponìbile, ch'ei pronunziaffe lenza mandare da' fuoi
occhi un abbondante profluvio di lagrime, e fenza farne fpar-
«ere in grande copia a' luoi uditori.
Impiega egli una gran parte di effa in confolare le Sorel-
le di Valentiniano , che lo alcoltavano e (ìccome piangendo
;

efle la morte di un fratello, e di un Iraperadore , piangevano


altresì la morte di un Catecumeno, non temette egli di alTicu-
rarle della di lui lalvezza, quantunque fufie morto lenza Bat-
tefimo, perchè Fede lo aveva lavato, e la domanda,
la di lui
ch'egli aveva fatta di quello Sacramento della noftra rigene-
razione, avevalo confecrato Dice, che Dio concederà que-
.

lla grazia alle preghiere, ed a' meriti di Graziano, a' facrifi-


cj, ch'egli va ad ofi'erire per lui , ed alle orazioni di tutto il
Popolo. Promette di pregar ogni giorno, ed in tutte le notti
per elTolui, fimilmente che per il luo fratello, e di avere ambe-
due prefenti nelle lue obblazioni. Prega finalmente Iddio, di
non Separarlo da eflì dopo
morte. Né potendo un fo-
la lua
migliante favellare edere nel nollro Santo wn effetto o d'igno-
ranza, o di adulazione, noi fenza dipartirci dalla dottrina di
tutta

(«) (Quantunque fiano PP. Bene- xv. Luglio di qucft' anno cccxcir., e
i |

dettini della Congregazione di S. Wau- che, per due Ioli mefi dopo la morte
ro della ftctTa opinione, fono nondime- di queilo Principe , fi tardalTe a dare a
no piìi efatti ncir affegnare il giorno lui fepoliura, ed a rccitarfi da S. Am-
I

precifo di quella funebre pompa, quale brofio la fua funebre Orazione,


!

ogiiono, che fi celebrafle nel giorno] Del Traduttore.


E n
(^8 ViTADiS. Ambrosio
tutta la Chiefa, e mettere in forfè la neceffita del Battefimo,
dobbiamo credere, che quella cognizione non poteffe in lui de-
rivare, che da quella fiducia, la quale da una fincera, e da cc-
lefte lume rifchiarata pietà fuol eflere avvivata ne' grandi Santi,
ed in quelli, che con una ftraordinaria virtù unifcono l'autori-
tà , della quale Iddio li ha invertiti per il reggimento delle
loro greggie.
Fece Iddio la grazia alle due Principefle Giufta , e Grata
di preferire la Criftiana Verginità a tutte le grandezze del Mon-
do, ed più illuftri nozze del fecolo (<?).
alle La lor forella
Galla , quale aveva
la fpofato Teodofio , ficcome abbiam ve-
duto , rifuonar fece il fuo palazzo di lamentevoli grida, allor-
ché ricevette la nuova della morte del fuo fratello Valenti-
niano {b). Ma abbreviò Iddio il tempo della fua afflizione;
imperocché quando Teodofio Itava per partire da Ceftantino-
poli , per vendicare la morte di quello giovane Principe fui
cominciare dell'anno cccxciv. ella morì di parto.
Per ritornare adeffo allo fcelerato Arbogafto non convie- ,

ne certamente dubitare, che non avrebbe ben volentieri occu-


pato il porto , dal quale il fuo delitto aveva cacciato Valenti-
niano. Ma o conofcelfe , che il far ciò farebbe ftato un di-
chiararli pubblicamente autore della fua morte (e), o ch'egli
fufle efclufo da quefta Dignità per la fua nafcita; non ofando,
o non potendo regnare da fé ftelTo, volle farlo lotto il nome di
un altro , e fcelfe quindi Eugenio , il cui inalzamento è uno
de' più notabili avvenimenti di tutta la ftoria di quefto feco-
lo {d). La prima condizione di Eugenio era ftata quella di
profefiTore di Grammatica (£), e di Maeftro di lingua latina,
e di Rettorica, ambedue
fattamente efercitandofi ,
le quali, sì

giunfe a perfettamente poffedere Indi eflendo paflato alla .

Corte , vi aveva ottenuta una Carica di Segretario , e la di


lui eloquenza avendolo fatto falire in molta ftima , gli otten-
ne ,

. (rt) Socrat. lib. 4. cap. z6, I {d) Orof. lib. 7. cap. 51.
(i) Zof. lib. ^. i ( f ) Socrat. Ij^.t.z^. Saz. l.y.c.2Z.
( e ) Philofìorg. I
. . 1

LiBRoVII. CapitoloXIV. 6if


ne , che fufle provveduto della dignità di gran Cuftode delli
Scrigni {a).
Entrò egli nell' amicizia di Arbogafto per mezzo delle rac-
comandazioni di Ricomero, il quale era lìato Conlole nell' anno
cccLxxxiv. (^), e che a lui prelentollo , come un uomo afìTai
abile a lervirlo
Avendo Ricomero Teodofio, Arbogafto prcfe con
l'eguito
Eugenio una intiera confidenza, e lo elefTe per depofitario de'
luoi più fecreti penfieri. S. Ambrofio (r) lo aveva conolciu-
te quand' era tuttavia privato, ed attelta d'averlo onorato con
perfetta lìncerità. Qiiantunque Eugenio non fuffe Pagano, fic-
come Euftorgio ha pretefo, e noi vedremo in progredo; non-
dimeno non era troppo zelante per la Cattolica Religione.
Credendolo Arbogallo capace di qualunque attentato, co-
municogli il difegno , ch'egli aveva d'inalzarlo all' Imperio,
facendo perire Valentiniano. Avendovi Eugenio da prima re-
fiftito , cedette finalmente a quella tentazione, ed avendo con-

cepita badante ambizione per pretendervi, contribuì egli Hel-


lo all' alìalTmamento di quelt' Imperadore. Eleguita che fu
una SI nera, e si crudele perfidia, fecefi Arbogallo dichiarare
Imperadore fotto il nome di quello uomo, che a lui era onni-
namente loggetto , e che elTendogli debitore di cos\ lublime
inalzamento, doveva di lì inanzi elsere a lui non meno amico,
che fchiavo
ElTendo adunque Eugenio lalito lui trono della tirannia ,
vi fi diportò della maniera, che afpettare potevafi da un tiran-
no, e fi refe di lubito padrone di tutto l'Occidente. Ma non
era ancor loddisfatta la lua ambizione , e troppo poco lembra-
va ad un abbietto profcfTore di Grammatica , l'avere a le fog-
getta la meta del Mondo. Già lufingavafi di riportare fopra
di Teodofio un intiera vittoria, e troppo volentieri predava
fede

(a) Filoftorgio lo chiama M/r?//?/-»», fichi , che Ma^ijlrum fcriniorum .

termine, che denota ordinariamente il ( ^) 2of. Uh. 4.


Gran Maellro del Palazzo ; nondime- |
{e) Ambrof. £/>. 15.
no fi crede , che qai altro non (igni- i

T«iw. ;;. E 1 1
,

no ViTADiS. Ambrosio
fede a vani prefagj de' Pagani, che gliela promettevano; delia
quale folle Iperanza tanto più paicevafi, quanto che vantavafi
di conofcere l'avvenire per l'inlpezione delle vittime, e la co-
gnizione degli Aflri. Né mancava di mantenervelo Flaviano
Prefetto del Pretorio , di cui correva fama, che fuffe aliai ve»
ritiero nel predire le cole future, ed quale più 'di tutti gli
il

altri lufmgàva la di lui ambizione con vantaggiofe promefTe, e


con alTicurarlo quante le profperita.
di tutte Certamente ma-
ravigliare non ci dobbiamo, che i Pagani fufsero a lui cotan-
to favorevoli; poiché, lenza parlare delle grazie, che ei loro
di fubito concedette, come diremo in progrciso, vedevano Ar-
bogafto, che profefsava la lor Religione , padrone afsoluto de-
gli affari, ne punto dubitavano, che finalzamento di Eugenio
non fufse per eisere ad cffi altrettanto favorevole, quanto era
(lata contraria la grandezza di Teodofio.
Non tralalciò Eugenio di fcrivere a S. Ambrofio (a) fin
dal cominciare dell' ufurpato fuo Regno ; ma quefto Santo,
che prevedeva ciò, che doveva fuccedere, nclsuna diede ril-
pofta all' uccifore di Valentiniano

UEL-

(«) Ambrof. Ep. 15.


. .

DELLA VITA
DI S. AMBROSIO
ARCIVESCOVO DI MILANO,
Dottore della Chiesa, ce.

LIBRO OTTAVO,
Nel quale si tratta avvenimenti della
de' principali
Chiesa , e dell'Imperio, sino alla morte di Teodosio.

Capitolo I.

Ruffino è fatto Prefetto del Pretorio nelT Oriente in luogo di Ta-


zi'tno , che fu sbandito , ed il fuo figliuolo Procolo decapitato
Eugenio manda degli Ambajciadori a Teodofto

^.^;^SsENDo ordinariamente le Corti de' Re il tea-


^^^^ tro delle mondane rivoluzioni, neppure quel-
la diTeodofio potè andarne eiente; ed ella
ancora fu dalle lue, benché moderatamente,
Iconvolta, verfo lo ftelso tempo, che la ti-
rannia di Eugenio cominciava a tormarfi nol-
le Gallie . Aveva Arcadio creato Conlole
Ruffino, quel s'i celebre Miniflro di Stato, benché coHui venif-
fe dalla pubblica fama dichiarato autore della morte del Gene-
E IV rale
.

«2 Vita di S. Ambrosio
rale Promoto (a). Ma non
contcntandofi Ruffino di quefta dk
pnita, la quale avrebbe potuto rendere foddisfatta un ambizio-
ne meno infaziabile della fua, fi accinfe ad intraprendere di
perdere ancora Taziano Prefetto del Pretorio , e Procolo fuo
figliuolo, Prefetto di Coftantinopoli ; ambedue i quali, fé fi
vuol preftar fede a Ruffino d'Aquilca, d'altro delitto non era-
no rei, che d'avere esercitate le loro Cariche con una fomma
integrità, né d'altro poteva certamente Ruffino accufarli. E'
vero , che caduti che furono in difgrazia , vennero abolite al-
cune Leggi, le quali erano ftate fatte a loro perfuafione, ma
ciò non fi fece, che per il gran credito di Ruffino ; ed Arcadie
rimife nel primiero loro vigore quefte Leggi dopo la mòrte di
fuo Padre .

Procolo figliuolo di Taziano non ebbe appena veduto co-


minciato il procefso, che temendo ciò, che in fatti avvenne,
appiglioffi all' afsai prudente partito di ritirarfi, e nafconderfi.
E buon per lui fé non avefse afcoltato il poco fano configlio
di fuo padre, che lo fece ritornare, per le fperanze che Ruf-
fino , e Teodofio ftefso gli Zofimo
diedero, come ha fcritto
Imperocché appena giunto, poco
videfi corretto a pentirfi della
accorta fua credulità; poiché fu di fubito arredato, indi dopo
la pronta relegazione di Taziano nel fuo Paefe , e dopo molte
deliberazioni , e confulte , fu per ultimo condannato al taglio
della tefta Ciò rifaputofi da Teodofio, mandogli un fuo re-
.

fcritto di grazia; ma colui, che lo portava, operando di con-


certo con Ruffino , affettò tale lentezza nel recarglielo , che
non giunfe fé non dopo i'efecuzione della fentenza.
Afterio d'Amafea predicando pubblicamente nel giorno-
S.
primo Gennajo del ecce, racconta quello fatto , infieme con al-
tri di alcuni Confoli flati a fuo tempo , ed infelicemente mor-
ti dopo il loro Confolato, ma lo racconta alquanto diverfa-
mente Imperocché die' egli, che queft' uomo fiero, quanto
.

un lione, e che credevafi invincibile, vide primieramente tron-


care

(a) Zef.liò.a,.
. .

Libro vili. Capitolo I.


73
care la tefta al fuo figliuolo, indi vide fé fteffo condannato alla
morte, a cui avrebbe certamente foggiaciuto, fé mentre itan-
do già col laccio al collo , e fui punto di eflere ftrangolato ,
rimperadore non mandava ad impedirne relecuzione ; e final-
mente dopo di avere per qualche tempo ftralcinata la m itera-
bile fua vita tra le aftìizioni, e le ignominie della fua diigra-
zia, la finì prima, che il fuo corfo compiefTe l'anno ecce.
Lo idegno di Teodofio contro di Taziano era sì implaca-
bile, che non lolo in deteflazione della di lui periona abolì tut-
te le Leggi, cheerano pubblicate per di lui configlio (a);
fi

ma tutta la Licia ancora cadde in tale difgrazia, che dichiarol-


la incapace di qualunque Carica , e Dignità , e ioltanto d'in-
fàmia degna , lenza che, per quanto ricavafi dalla Storia, fuflTe
ella colpevole d'altro delitto, che di eifere la patria di Tazia-
no. Ma effendocchè quefto fvergognamento dato alla Licia,
acciocché ne' fecoli futuri ignominiola fuffe la di lei memoria,
venifTe cagionato dalla prepotenza di Ruffino, durante il Re-
gno di Teodofio; Arcadio dopo il tragico fine di quello Mini-
Itro , reftituilla al primiero fuo onore , facendo rivivere glo-
riofa la memoria di Taziano, e di Procolo con una Legge (b)
fatta a bella porta , con la quale proibiva di trattare ingiurio-
famente alcuno degli abitatori della Licia , ed attribuiva tutte
le Leggi, che la infornavano, al folo odio di Ruffino, crude-
le nemico di quefti due Uffiziali, che era flato loro Giudice.
Claudiano (e) quindi annovera il bando di Taziano, e la mor-
te di Procolo tra le ingiuilizie di Ruffino, ed unitamente con
Zofimo ci afficura dell' innocenza di quefti due Uffiziali dell'
Imperio (d)
Nel mentre che in Coflantinopoli fi profeguiva quefto
criminale proceiso, fu a Teodofio recata la nuova della morte
di

( e ) Claudian. lìb. i.
in Ruffi»-
( a ) Cod. Theodof. /. 1 2. 1^. de bonis 1

projcnpto.um l. z^. de annona <& triùu-]


.
(^) La Cronaca d'Aleliandria non
ti!. 1. 1^1. de deciirionièus. l.iz. ^f^«-| mette l'efecuzionc di morte contro di
nonis civicis Procolo , che nel giorno vi. Dicembre
1

( b ) Ibid. lib. 9. tit. XXXVIII. l. 9. I


del cccxcili.
. . . ,

74 Vita DI S. Ambrosio
di Valentiniano, per la quale ne provò quella più molefìa af-
flizione, che pofTiamo immaginarci. Imperocché, ftendendo
i IgLiardi fopra l'avvenire, trovava un gran divario tra un gio-

vane Principe lue Cognato , che gli era debitore delia conler-
vazione de' luoi Stati, e tra perlone, con le quali nelsuna ave-
va congiunzione , né giammai poteva averne per tutto il cor-
lo del fuo regno, efsendocchè il loro coraggio, o per meglio
dire la loro temerità, e la loro ingiuftizia dovevano fempre
tcmerfi
Avendo quindi rifoluto di prepararfi a far guerra al nuo-
vo Tiranno, che vedeva come rinalcere dalle ceneri di Mafli-
mo, cercò tra gli Uffiziali del fuo Imperio i più abili a fofte-
nere degnamente le principali Cariche della fua Armata. Ave-
va difegnato di dare il fupremo comando della Cavalleria a
Ricomero , ma quelli mori nello ftelso tempo.
Nel mentre che ftava occupato in quelle deliberazioni
giunfero degli Ambafciadori mandati da Eugenio , per fapere
s'egli voleva trattare con lui , e riceverlo per collega nella di-
vifione dell'Imperio. Un
Ateniefe nomato Ruffino, era il
Capo di queft' Ambafceria («), al quale fi erano uniti alcuni
Velcovi, per domandargli la pace, della quale credevano po-
ter efsere accetti mediatori, ftante il loro fagro minifterio
Efsendocchè queft' Ambafciadore nefsuna lettera portafse
d'Arbogafto, altresì fi aftenne di parlare di lui ; ma Teodofio
jion potè trattenerfi di querelarfi della fua perfidia , e di accu-
farlo della morte di Valentiniano d'onde prendendo occafione
;

i Vefeovi di favellare, proteftarono, efserne egli innocente:


Ciò che noi crediamo, che loro non riufcifse si facile il per-
fuadergli
Quefto incontro diede occafione a Teodofio di dar prove
affattonuove della fua avvedutezza , e moderazione Impe- .

rocché in vece di trattarli con aiprezza, ficcome avrebbe fatto


qualora Hon avefse confultato che il fuo rifentimento, e di (li-
marli

( « ) Ruffin. Ub. 2. cap. vi.


Libro vili. Capitolo I.
75
marli indegni di fare una fomigliante propofizione per parte di
un (icario, e di un tiranno, ad un Imperadore, che fi era relo
celebre per tutto il Mondo
con le fue vittorie, li trattenne per
qualche tempo, aihne di aver tempo di deliberare, qual rif-
pofta dovefTe ad efTì dare. Indi parlò a' medefimi con una in-
dicibile dolcezza, e finalmente licenziolli cariclii di confidera-

bili donativi. Zofimo, che in ciò gli fa giultizia, non ci dice


qual rifpolla loro defife ma o quefta propofizione di pace fuf-
;

fe un infidia, che a lui fi tendeva per divertirlo dal prepararfi


alla guerra atiine di difenderfi da quefto uiurpatore dell'Imperio,
o eh' egli credefle non eflere cofa nò fìcura , né onorevole Fen-
trare in alcun trattato con coftui , da quanto ne avvenne vi-
defi, non avere quefta negoziazione prodotta eoia alcuna per
la quiete dello Stato , i di cui affari tenevano allora tutto il
Mondo in una grande afpettazione.

Capitolo II.

Teodofio cotìfulta S. Gioiianm d' Egitto [opra la guerra ,

alla quale fi prepara d' una ynaìùcra ajfai diverfa


da quella tenuta da Euge)2Ìo . Stima in cui
era S. Ambrofio prejfo i Fraucefi .

PARTITI, che furono quefti Ambafciadori (/?), Teodofio ad


altro non pensò, che ad apparecchiarfi alla guerra contro
Eugenio né volendo da le fteffo determinarvifi , non la intrapre-
;

fe, fé non fé dopo aver confultato S. Giovanni d'Egitto, quel


celebre folitario fuo Profeta , al quale mandò a queft' effetto
l'Eunuco Eutropio, che divenne di poi si celebre lotto Arca-
dio per il fuo inalzamento , e per la fua caduta (^), e gli
diede ordine, o di iar tutto il poflìbilc per condurre a lui que-
fto lauto Uomo, o, quando ciò non gli fufle potuto riufcire, di
rifa-

ia) Zof.l,!).^. I
(^ò) Sozam. 1,7. e. Z2. Ruffin.l.i.cti.
.

j6 ViTADiS. Ambrosio
rifapere da lui ciò che Dio bramava dal lue miniftero in que-
lla occafione: voleva, che faceffe guerra al Tiranno: fé
fé ei

doveva afpettare, che Eugenio venide ad attaccarlo, od andar


egli fteffo ad infultarlo per prevenirlo.
Non potè Eutropio ottenere da S.Giovanni, che lafciata
la fua folitudine fi portaffe da Teodofio, effendo egli un uomo,
che regolavafi anzi con ciò , che dettavagli la più efatta of-
fervanza di fua profeflìone , che con le leggi della civiltà , e
dell'umana convenienza. Diffegli nondimeno quanto fopra di
ciò Iddio avevagli fatto conofcere , afficurandolo , che Teodo-
ro farebbe vittoriofo , non però fenza perdita , e fenza fpargimento
di fangue, come gli era accaduto nella guerra di Maflìmo. Ed
aggiunfe di piìi, eh' egli morirebbe nell'Italia dopo la fua vitto-
ria , e che lafcierebbe al fuo Figliuolo l'Imperio dell'Occidente.
Avendo Teodofio (/j) premefTa ad ogni fua rifoluzione
quefta confulta, diede chiaramente a conofcere al Mondo tut-
to, non impegnarfi egli in quella guerra, ficcome aveva fatto
nella precedente , che per l'ordine , che Dio gliene aveva da-
to per mezzo del fuo Profeta
Ma da Principe Criftiano, può dirfi che vi
fé l'intraprefe
fi preparaffe da Santo Imperocché, per efprimerci con i ftefll
.

termini de'Storiei Ecclefiaftici (^), non vi fi preparò cercan-


do folamente forze , e foccorfo nelle Armate de' fuoi Capitani,
e de' fuoi Soldati , ma ne' fuoi digiuni , e nelle lue orazioni ,

nelle quali paisò le notti intiere , più confidando in effe, che


nella vigilanza delle Guardie , e delle Sentinelle del fuo Efer-
cito. Neflun luogo vi era deftinato ad orare , ch'egli non fre-
quentane in compagnia de' Preti , e del Popolo. Vedevafi ve-
ftito di cilicio prollrato dinanzi alle Tombe degli Apoftoli, e
de' Martiri sforzarfi di tirare fopra di le , e fopra delle lue Trup-
pe il foccorfo del Cielo con l' intercefTione de' Santi (r).
Affine

(a) .'iugujì. lìl>. ^. de Civit. Dei e. 26. Ime, ove Iddio lo diede a conofcere a
(è) Ruffin.liè.i.cap.^^. Giovanni Vefcovo di quella Città. Ma
(f ) Hanno alcuni Moderni fcritto, Baronio giuflamente rigetta quefto fal-
|

che egli fé n'andò in abito fconofcinto to, per non effer rapportato dagli Au-
|

a vifitare i fanti Luoghi di Gerufakra- '


tori antichi.
.

Libro vili. Capitolo II. •j'j

Affine di unire alle azioni di giuftizia le opere di pietà


,

fece egli in quell'anno, e ne' Teguenti diverte eccellenti Leggi,


conducenti, alcune al loUevamento de' Popoli (rt); altre a far
vivere i ioldati giufta le regole della militare diiciplina ; altre
a fine di perdonare le lue proprie ingiurie ; ed altre per total-
mente eftinguerc il Paganefimo nell' Oriente, nello ItefTo tem-
po che l'autorità di Arbogafto, e l'infedeltà d'Eugenio penia vano
di farlo rivivere nell'Occidente.
Si fono di già altrove rapportate molte di quelle Leggi;
laonde ci contenteremo di qui llir menzione foltanto di quella
da lui fatta li xv. Giugno di quell'anno , con la quale condan-
na tutti quelli Eretici , i quali o riceveranno, o conferiranno
gli Ordini Sacri , a pagar dieci lire per ciafcheduno ; ed or-
dina , che tutti i luoghi , ne' quali avranno elercitata la lor
religione, fiano aggiudicati al Fifco.
ordinazione flefla , che da Sant' Agofti-
Qiieila è quella
no (/») vien più volte citata, icrivendo contro de' Donatilli
Il medefimo Santo Dottore parlando delle Leggi, che da' Sovra-
ni fanno per proibire, e calligare con una giuda leverità i
fi

mali , che fi commettono contro l'ordine di Dio, dice, che ope-


rando d'una fomigliante maniera loddisfanno a' doveri delle lor
Cariche , e fervono Dio da Principi, facendo per lui ciò che i
ioli Sovrani poffono per lui fare.

Qiiedo Davide de' Criltiani , come giuflamente vien chia-


mato dal Cardinale du Perron, poteva in quella occafionc dire,
come il Reale Profeta Quelli , che ci attaccano , tutta ponga-
:

no la lor conjiden-z^ ne loro carri , e ne loro cavalli y ma noi la


-metteremo tutta nelnome del Signore nofìro Iddio , // quale noi
invocaremo (e). Imperocché Eugenio luo nemico irritava Id-
dio contro di fé con una condotta allatto oppofla a quella di
Teodofio , lafciando , che i Pagani rinnovallero nel mezzo di
Roma con troppo lacrilega sfacciataggine i loro abbominevoli
facri-

ia) VoytT. VAumóne Chretienne c.ii.\ Ej>. Parmen. l. i. contr. Crefcon. Ej:- f 4^-
( b ) Ayg. £/>. 48. «?- 50. lib. I . cantra \
( r ) Pfal. CXIX. 'J. 8.
78 ViTADiS. Ambrosio
facrificj ;
fangue delle vittime ne fcorrefTe per ogni
ficchè il

parte, fi IcannafTero delle Pecore per conoicere l'avvenire coli'


infpezione de'loro inteitini, e delle loro fibre, e permettendo a
Fla Viano, il quale era aliai elperto in quefì' arte diabolica, il pra-
ticare con piena autorità quelle fuperitizioni, ftante la ficurezza,
eh' ei dava a quello Tiranno , di avere a riportare la vittoria (a).
Dalla qual vana confidenza lafciofTì si fattamente innebriare
Eugenio, che intraprele la guerra contro Teodofio.
Eflendofi quindi refo padrone dell'Alpi Giulie, e volen-
do fortificarne i diftretti, per chiudere i pafll a queft' Impera-
dore, permife , e forfè ancora comandò , che vi fi metteflero
delle llatue di Giove , armate di fulmini doro, confegrate con-
tro quefto Principe, ma non fi fa con quali ceremonie (b).
L' immagine di Ercole era la principale Inlegna della fua Ar-
mata, quafichè fi vergognafie della Croce di Gesù Cristo (c),
la quale era fempre Hata lo ftendardo de' Criftiani dopo il
Grande Coftantino .

Adunò per tanto in numero poco men che infinito de'


foldati (d)y parte togliendone dalle guerniggioni Romane, par-
te delle Truppe Aufiliarie de' Barbari. QLiefto adunamento di
armati a lui fu altrettanto facile , quanto che Arbogafto era
padrone de' primi per l'autorità, che aveva tra i Romani, e
de' fecondi per la fua nafcita ed origine, che traeva da quefli
Barbari .Devefi qui notare a gloria della Francia, che in que-
llo SI vallo numero di nazioni, dalle quali veniva l'Armata di
Eugenio ingrolfata , ella non gli fomminiilrò da prima neppure
un foldato, quantunque egli da lei traefle la fua origine. Im-
perocché noi vediamo , che molTe a' Francefi la guerra nello
ìlelfo anno (e), nel quale aveva fatto morire Valentiniano
,
trattandoli come fuoi nemici, a cagione di Marcomiro, e di
Sunnone loro Capi, da lui altrettanto odiati , quanto che elfi
erano Francefi di nazione. E che avendo palTato il Reno ver-
fo

( b ) yiugujì. de Ctvit. Dei lib. 5. c.z6. [e) Grtgor.Turon. ltè.2. Hifter.Franc.


( f ) Theodoret. lib. 5. cap. 24. j
cap. 9.
.

LiBRoVIII. Capitolo II. 7^


fo Colonia, andò ad attaccarli nel mezzo dell'Inverno , e de-
vallò una gran parte de' loro Paefi. Ma poi portatofi egli fteT-
lo al Reno a rinnovare le alleanze de' Romani con i Re de'
Francefi, e degli Alemanni , ed a fare pompofa moflra della
fua Armata prodigiofamente numerofa, che più ancora rinfor-
zoffì per una grande quantità di Francefi, che a lei fi unirono,
condufle finalmente contro Teodofio tutte le forze di querti
Popoli
Nonpotendofi dubitare, che Arbogafto non lo accompa-
gnaffe in queilo viaggio, può narrarfi quanto Paolino (a) dice
clfere fucceduto a quefto Generale , quando S. Ambrofio fug-
giva Euoenio , fenza però additarcene il tempo precilo , ma
foltanto dicendoci in generale , ellere ciò accaduto nel tempo
della Tirannia di Eugenio , giuda il fuo coitume , di non e(fc-
re molto efatto nella Cronologia. Succedette adunque in que-
llo tempo, dice Paolino, che Arbogafto, avendo fatta la guer-
ra a' Francefi , ed avendone disfatto un gran numero , e con-
chiufa la pace con gli altri, nel mentre che fedeva a tavola con
i loro Re, fugli da elfi domandato , fé conofceva Ambrofio ,
alla quale interrogazione rifpofe , che non iolamente lo cono-
fceva , ma che era fuo amico , e che aveva lovente con lui
mangiato. allora quefti Principi, non con-
Conte, rephcarono
viene maravigliarfi,che voi fiate vittoriofo , poiché avete l'ami-
cizia di un uomo, che comanda al Sole difermarfi, e di fubito
fi ferma. Le quali parole , dice Paolino, eflergli ftate riferite
da un giovane affai timorato di Dio , il quale trovofli pre-
fente allorché furono proferite , poiché ferviva alla tavola da
coppiere Ed egli le rapporta , per far vedere in qual alta ftima
.

fulle tenutoSanto eziandio tra i Barbari, i quali tanto avevano


il
preflb
di venerazione per la fua virtù, e per la fua interceffione
Dio, che non li farebbero punto maravigliati, quando lo avel-
altro Gioluè, fermare un altra volta il
Sole.
fcro veduto, qual
^
Ciò

(«) PauUn. Vita S. Ambrof.


. .

8o Vita' DI S. Ambrosio
Ciò che non leggefi nella ftoria della tua vita, ch'egli giam-
mai abbia fatto, benché vi fi ritrovino altri miracoli.
Non erano però Ioli i Francefi ad avere pel merito di
S. Ambrofio una sì alta ftima. Noi di già abbiam veduto,
avere la affai vantaggiofa fama, che di lui correva, tirati a Mi-
lano due gran Signori della Perfia e vedremo in progreffo ,
;

eh' ella ebbe altresì la lleffa forza lopra una Regina de' Mar-
comanni.
Ma fé S. Ambrofio con la fua amicizia , e ftretta fami-
gliarità aveva onorato Arbogafio, quando lo credeva Cattolico,
e lo vedeva affezionato al giovane Valentiniano , a cui avevalo
Teodofio affidato, acciocché fufie luo Configliere, e moderato-
re di fua giovinezza avrà poi certamente tralalciato di avere
;

con Arbogafto la ben menoma corrifpondenza quando s'accor- ,

fe , effere collui divenuto uccifore di Valentiniano Per la .

qual cofa più non poteva quefto perfido avere alcun motivo
di vantarfi dell' antica amicizia , della quale fi era refo in-
degno, e la cui memoria non poteva eflergli, che materia di
confufione.

Capitolo III.

S. Ambrojto parte da Milano per isfuggire rincontro di Eugenio ;


al quale fcrive in termini ajfai forti

NEldiamo ,
ritornarfene dal Reno, ciò che feguì,
iul finire dell' anno cccxcii. , o più probabil-
come noi cre-

mente cominciare del cccxciii. venne Eugenio in Italia ,


fui
con quella gonfiezza di cuore , che cagionare in lui potevano
i vantaggi riportati da' Francefi , e con tutta quella prefunzio-

ne, di cui è capace un Tiranno , che fi promette il felice riu-


fcimento d'ogni più malagevole imprefa dalla forza del fuo
efercito { a) Il

( a ) Paulin, Vita Ambf«[.


.

LlBROVIII. eAPlTGLOlIl. 8l
Il fuo avvicinarfi a Milano coflrinfe S. Ambrofio a par-
tirfene ,
per non eflcre obbligato a vedere un Principe , ciac
fotto il nome kaiorava volefie far rivivere il Pa-
di Griltiano
ganefimo , Pagani le rendite de' loro Templi,
concedendo a'

ed il rillabilimento dell' Altare della Vittoria.


Qiicilo Santo, a cui era nota la debolezza della fede di
queft' ulurpatore dell' Imperio, e gì' iniqui impegni da lui con-
tratti con Arbogafto, previde di lubito, che larebbe caduto in
quella deplorabile condifcendenza verfo de' Pagani Per la .

qual cola avendogli Eugenio fcritto fino dal cominciare del


iuo Regno , il Santo non gli mandò alcuna lettera di rifpo-
fta (a), ed efìendogli dimandato, fé egli reicriverebbe, rifpo-
fc: cfìTere rifoluto di non farlo , perchè prevedeva, che lo for-
zerebbe ad accordare cofe , che non potrebbe permettere in
coicicnza.
Non lafciò nondimeno dopo qualche tempo di fcrivergli,
e di domandargli alcune grazie per molte perlone, le quali fi

erano a lui Imperocché moftrar voleva ad


raccomandate .

Eugenio non meno che ad Arbogafto fuo gran Governadore ,


che ficcome negli affari fpcttanti alla Religione, ed alla Chie-
fa , affai più temeva Dio, che gli uomini, e voleva piuttolto
falvare la fua anima, che guadagnare il loro favore con vili,
ed adulatorie fommcffioni; così nelle cofe, che ragionevolmen-
te fi potevano da elfi aipettare , non mancava di predar loro
tutti i doveri meritati dalla Dignità da elli occupata nel Mon-
do, ed infegnava così col fuo efemplo a' Prelati più zelanti , e pre-

murofi di confervare l'onore del , che la legge


loro carattere
della carità li deve talvolta far abbaffare fino a porgere pre-
ghiere alle perlone le più ingiufte, quand' elleno fono inverti-
te deU' autorità loro permeffa da Dio per qualche tempo, ben-
ché l'ufurpazione , che ne hanno fatta, li fottometta al rigo-
re della fua giuftizia
Quantunque però Eugenio fi trovalTe ftrcttamente impe-
gnato

(6) Ambrof. Ep. 15.

r«m. II.
g2 ViTADiS. Ambrosio
gnato con Arbogafto a cagione dell' Imperiale diadema, di cui
avevagli cortui fregiata la fronte, nondimeno non volle di fu-
bito concedere a' Pagani quanto gli domandavano che fuffero, :

cioè, redituite a' loro Templi facrileghi le rendite, di cui era-


no ftati fpogliati . Negò egli ciò a' primi Deputati mandati
a queir effetto, ed eziandio a' fecondi; ma non ebbe egli tan-
ta collanza nel rigettare una dimanda sì ingiuriofa alla Legge
Criltiana, quanta ebbero oftinazione colloro nel proieguire a
farla. Scordandofi quindi della fua fede, dice Paolino ( e da
ciò viene a comprendere eh' egli era Criftiano ) , e metten-
fi

dofi lotto de' piedi il rilpetto dovuto al vero Dio , fenza con-
fultare i Vefcovi in un affare tutto di Religione , accordò le
rendite domandatcoU.
K
vero, che per foftenere in qualche maniera il decoro
della fua riputazione dichiarò , non accordare quella grazia a'
Templi fteffi, ma a coloro, che per Templi la domandavano.
i

Ma effendo che coftoro profeffaffero il Paganefimo, quantun-


que fuffero uomini illuftri, e ragguardevoli, quella si vile, e
vergognofa conccffione di una cola tante volte negata dagli
Imperadori Crilliani, non poteva fé non cagionare un gravil-
fimo icandalo. I principali tra coloro, che quella grazia gli

richiedevano, erano Flaviano Prefetto del Pretorio, tanto ce-


lebrato nelle lettere di Simmaco, ed il Conte Arbogailo , po-
tendofi perciò riconofcere, che quello lecondo era certamente
Pagano di religione Ma aggiungendo a quello favore il ri-
.

Itabilimento dell' Altare della Vittoria, nelsuna iottigliezza era.


valevole a dilcolparlo da sì ingiulla tolleranza ; poiché queiV
era un opprimere vifibilmente la Religione Crilìiana , di cui
doveva ellerne protettore, ed un fare con troppo d'inloicnza
trionfare la fuperltizione degli Idoli.
Quella particolarità ci viene detta foltanro da Paolino, e
S. Ambrofio non efpone alcuna cofa, o perchè Eugenio non
accordaffe per allora quello rillabilimento, o perchè gradata-
mente ciò faceffc per un tacito confenfo piuttollo , che per
una cfpreffa pcrmilfione.
Seb-
LiBRoVIII. CapitoloIII. 83
Sebbene oltre modo fcnfibile fu il dolore da S, Ambrofio
provato a cagione di quello fallo commeflb da Eugenio lui co-
minciare di quelt' anno cccxciii. , ei nondimeno lo tenne naf-
codo in le ItelTo, lenza darne ben minima dimoitrazione , e
lenza palelarlo ad alcuno. Ma lapcndo, che Eugenio sforza-
vafi di venire a Milano (a)^ giudicò di dovertene partire, per-
chè credette, che dopo di eflerfi tanto apertamente dichiara-
to innanzi a Dio, ed agli uomini, contro le iltanze fatte da'
Pagani prelTo molti Impcradori per il riltabilimento dell' Al-
tare delia Vittoria, ei non poteva in un fomigliante incontro
ftarlene in filenzio, e dillimulare il torto, che fi era fatto alla
Religione Cattolica. Non già perchè l'invitta coftanza del fuo
cuore venifTc atterrita dal timore della poflanza di Eugenio (ù);
ma perchè sfuggire voleva l'incontro di un uomo che fi era ,

imbrattato con un iacrilegio; acciocché, le non poteva indur-


lo a foddisfare al fuo dovere, almeno aveffe egli la conlola-
zione di non avere mancato al fuo proprio.
Sforzoffi nondimeno di farlo rientrare in fc fteflTo con una
lettera, che gli Icrifle dopo la lua partenza, per rendergli ra-
gione delia lua condotta, la quale afficuravalo, non avere al-
tro fondamento, né altro motivo, che il timore di Dio, da
cfTolui preferito a tutte le cole; né crede, die' egli, di fare
torto alcuno agli «omini , nefluno di quefti anteponendo a
Dio.
Indi moftra d'elTerfi egli contenuto della fteffa maniera , e
; I >: per

(a) CIÒ fuccedette pocoa-'anti, che i


Italia, e dall' Italia ritornato nelle Gai-
Eugenio veniile in Italia, e noi Io mct- |
lie ,
per ripaffar di bel nuovo nell' Ita-
tiamo folamente nell'anno prefente , |
Ha . Se ciò fi afferiiTc, noi faremmo al-
fembrando, che fi diftingua da S. Am- i trcsì coltrctti a dire, o clic S. Anibro-
brofio ( Epiih 13. )
tempo da fio Itefle due anni aflente da Milano,
qiielìo I

quello del cominciamtnto dell' Impe- anche mentre Eugenia cranc tuttavia
j

rio di Eugenio E perchè pare, che Eu- lontano o che partiffe due volte a £%
. i
, ,

genio fude tuttavia in quelV anno nel- gione di Eugenio: la qual cofa con dit-
I

le Gallie, egli è più facile a crederfi, ficolta potrebbe crederfi


1
per non effer? ,

che non ne fulfe ancora ufcito, che il i


da alcuno afferita.
dire, cfler egli venuto dalle Gallit nell' 1
iù) AmLrof. Ep. 58.
F II
.

§4 Vita DI S. Ambrosio
per la cagione, con altri Principi, fcnza eh' efli fé ne
fleflTa

fiano punto oflfefi. Quindi per eludere quella vana fottigliezza di


Eugenio , il quale pretendeva di dar le rendite de' Templi
non a' Templi fteffi, ma alle perfone illuflri, che avcvangli
domandata quefta grazia, gli rapprefenta la grandezza, e la
Maefta di Dio, che confiderà il cuore, e la volontà di tutti
sii uomini : che efamina l'interno della loro cofcienza ; che
conofcc tutte le loro azioni, prima che elleno apparifcano al
di fuora; ehe penetra col fuo Divino lume fino ne' più remoti
nafcondiglj della lor anima; e che fé gì' Imperadori, che fono
uomini, non vogliono elTere ingannati, avrebbero non poco
dello ftra vagante, le pretendeffero di nafcondere alcuna cofa
a Dio. Dopo di che gli domanda, s'egli abbia fatto fopra di
ciò rifleffione ;
che quand' anche coloro , i
indi gli moftra ,

quali gli chicfero quefta grazia, l'abbiano importunato con le


loro premurofe iftanze, e con la loro iftancabile ortinazione,
ci nondimeno aveva mancato al fuo dovere col non effere in-
fìefìfibilmente cortame nel negare quanto venivagli richiefto
Il culto, e la venerazione del vero Dio vivente obbligarlo ad
una più forte, e più vigorofa refiftenza, ed a negare aflToluta-
mente una cofa tanto ingiuriofa alla fua fanta Legge. Neffu-
no invidiargli i doni da lui fatti ad altre perfone. Non ap-
partenere né a lui , cerne Vefcovo di Milano , né ad altri
Ibmiglianti a lui , il fargli rendere conto delle fue libera-
lità: né invidiare egli i vantaggi, che gli altri ne ricevono;
ma effere bensì giudice, ed interprete di ciò, che appartiene
alla Fede.
Nello fteflb tempo gl'infinua, non potere né Gesù Cristo,
né i fuoi Sacerdoti accettare i fuoi doni, e le fue offerte; vale
a dire , che non poteva effere ammeffo alla comunione Che .

pochi avranno riguardo a quant' egli avrà fatto; ma che tutti


rifletteranno fopra di ciò, che avrà avuto in idea di fare a fa-
vore del Paganefimo. Che tutto ciò, che i Pagani faranno
di poi, lark a lui attribuito, e che ancora crederanno d'aver
anch' effi parte nelle cofe , eh' egli ha fatte in loro favore : e
che
.

Libro vili. C ^ r i t o l o I II. 85


che Imperadore, deve appunto per qucfto eficre più
fé egli è
foggetto a Dio.
Gli domanda, come Preti di Gesù Cristo potranno ef-
i

fcrc dilpenlatori de' luoi doni; e dice che quefta (ìeffà quiftione
cfìTendofi anticamente propofta, i Giudei (<?), dai quali il Re
di Soria aveva voluto efiggere una fomma confiderabile di da-
naro, acciocché fufle impiegata ne' Sacrificj, non avevano vo-
luto pagarla, fé non fc con la condizione, eh' ella fulTe impie-
gata in navi, ed in alcune
altri ufi, cioè in far coftruire delle
altre cole neceffarie alla ; i Pagani Repubblica
ftedi ac- e che
condilcefero a quanto richiedevafi da' Giudei, di quel tempo
ad eflì foggetti.
Finalmente dopo di aver proteftato , che gli profefTava
tutto quel rilpetto dovuto ad un Imperadore, avendolo egli
finceramente amato, quand' era tuttavia uomo privato: né ef-
ferc poffibile, che non l'onori, mentre lo vede inalzato all' Im-
periale Dignità, termina con quelle parole: Se voi efiggetc da
me , che io vi onori , permettete che >ioi onoriamo altresì quello ,
che voi volete far credere ejjcrc l autore del vojìro Imperio
Qiierta Lettera era si c-elcbre prclTo gli antichi, che Pao-
lino ne cita diverfi pafli . La prudenza, e la generofita trovanfi
in eifa unite. E quello Epilcopale vigore, che dimoltra con
Eugenio, e con altri Principi, ci deve ridurre alla memoria
quelle eccellenti parole, eh' ei diflTe in altra occafione: Se voi
volete ( ^) , JìmilìneìJte che Dio , atterrire i peccatori , farvi te-
mere da' Re , ftcchè tutto il Mondo vegga , ejfere eglino fog-
getti a voi ugualmente che a Dio , in conftderando che voi
,

operate nel nome di Dio , dtfprezj^te gen&rofamente tutte le


cofe del Mondo , e fate tutto il pojftbile per preferire Ugno-
minia della PaJJione del Divin Salvatore a tutte le ricche-zj:^
immaginabili .

Che le quelli, i quali hanno fin a qui in ogni forta d'oc-


cafioni olTcrvato il noltro Santo operare con tanto vigore per
op-

( a ) Machab. \ ( £ ) Ambrof. tn Pfal.i 1 8. p. 93Ó.


r.w.//. F III
§(5 V I T A D I S. A M BROSIO
opporfi alle più formidabili Potenze della terra, reftano for-
prefi in vederlo abbandonare la ina Diocefi in una occafione si
difficile, e si pericolofa, nella quale era d'uopo d'un coraggio
fomigliante al fuo per loftenere l'onore , e la difciplina della
Chicla, fi può loro rifpondere: aver noi anzi più giudi moti-
vi di fare Itima della lua fapienza , che di folpettare in lui la
menoma debolezza Imperocché il fuo partire da Milano po-
.

teva fare una impreffione iopra lo fpirito di Eugenio più forte


di quella , che avrebbero cagionata le fuc rimoftranze iopra
querto uomo sì trafportato dal furore della fua ambizione . Ve-
defi di più, ch'egli non fi ritirava, fé non fé per meglio com-
battere, e per fare con una lettera forte, e rifpettofa, più di
quello, che avrebbe potuto fare con la efficacia della viva vo-
ce. Ed in fatti fé ben fi confiderà, converrà afserire : efser-
vi degli incontri importanti, ne' quali un Vefcovo può legiti-
mamente afsentarfi dalla fua Diocefi, purché lafci in fuo luo-
go perfone capaci di lupplire alla fua afsenza . Tal cofa fece
S. Ambrofio , liante la cognizione che aveva della generofita
del fuo Clero, dal quale, non ollante la fua lontananza, fi ri-
gettarono i prelenti , che Eugenio volle fare alla Chiela , per
oftentare una falfa pictìi; né tampoco fi foffrì, che egli fi unifse
all' afsemblea de' Fedeli per orare, a cagione del facrilegio da
lui commclso. Di lorta che poisa dirfi, che efsendo S. Am-
brofio alsentc dalla fua Chicia di Milano, da cui per fuggeri-
mento del fuo profondo fapere erafi allontanato , non laiciava
però di elservi prefente nella perlbna de' fuoi Preti, a' quali
la di lui apoftolica condotta aveva inlegnato a temere non al-
tri che Iddio; e la generofa refiftenza de' quali doveva cfferc

più fenfibile ad Eugenio, i di cui doni eglino ributtarono, di


quella confufìone, che a lui avrebbe cagionata il farlegli lo
ftefib rifiuto dal grande Arcivefcovo.

Ca-
. .

Libro vili. Capitolo IV. 87

Capitolo IV.

Scoprimento de Corpi de SS. Vitale , ed Agricola Martiri in Bolo-


gna y alla prefenT:^ di S. Ambrofto

Lasciata eh' ebbe S. Ambrofio la Citta di Milano (^7), fé


ne andò a Bologna, ove, die' egli fteflb, era flato chia-
mato per trovarfi ad un convito fpirituale, che vi fi faceva per
la traslazione de' SS. Martiri Vitale, ed Agricola. Avevano
quefli Santi foftenuto il loro Martirio nel tempo della perlecu-
zione di Mafhmiano , e Diocleziano , ed avendoli Iddio refi
eguali nella gloria del Martirio, malgrado la difparita della lor
condizione, eflTendo llato l'uno fervo dell' altro, aveva con ciò
dato a divedere, che ciaicheduno riceverà dal Signore la ricom-
penfa del bene, che avrà fatto, o fia fchiavo, o fia libero (^).
Vitale, ch'era il fervo di Agricola, era (fato martirizzato il
primo, ed i Carnefici fperimentarono la di lui codanza con si
tormentofi fupplizj, che parte alcuna del tuo corpo non redo
immune da' dolori, e dalle piaghe. In si crudele conflitto non
mancò però Iddio di fortificarlo con la vifionc di un Angelo,
che gli moftrava una corona , ficcome Vitale rteflb teltificò pub-
blicamente nella preghiera da lui fatta prima di rendere lo ipi-
rito al Creatore.
Agricola fuo padrone, il quale era di uno fpirito si dol-
ce dotato, che facevafi amare per fino da' fuoi nemici, eflendo
flato fimilmentc coftante nella confelfione della Fede, fu cro-
cifilTo. La relazione di Paolino fembra dinotare, che le Ofla
di quelli Santi fieno Hate rivelate a S. Ambrofio. Checché
però ne fia , furono trovati i loro Corpi alTai vicini alle tombe
di alcuni Giudei, i quali dopo di averli pcrieguitati mentre vi-
vevano, affettato avevano ancora di farfi leppcllire preflb di
effi.

( « ) Jmbrof.de hortat. ad Virginitatem. 1 ( i ) E^hef. VI. r 8


.

Paulin. de vita Ambrof. '

F IV
gg ViTADiS. Ambrosio
efiì. Dice il noftro Santo, che furono cavati nella fteffa guifa
come colgonfi le rofe fuori delle fpine . Levò egli con le lor
Offa la croce, ed i chiodi, eh' erano rtati li Itromenti del loro
fupplizio , e raccolfe il Sangue , che tuttavia conlervavafi nel-
le lor Tombe Lafciò egli agli amatori delle ricchezze la
.

premura di rintracciare l'oro , e le pietre preziole nelle vi-


Icere della Terra; e provò un eftrema gioja in vedere la Chie-
fa arricchire di quefte preziofe fpoglie. Aggiugne, che vi era
una grande quantità di chiodi, ciò che faconolcere, efserfi da
S. Agricola ricevute più ferite, che non erano i membri del iuo
corpo. La Chiefa di Nola {a) ebbe la iua parte di quelle
fante Reliquie, e le uni, infieme con molte altre, a quelle di
S. Felice Ne fu portata altresì una porzione a Clermont nel-
.

la Provincia Overgnefe in una Chiefa fatta fabbricare da S. Na-


macio, uno tra' Veicovi di quella Citta.
Compiuta che fu la ceremonia di quella traslazione, Sant'
Ambrofio andò a Faenza , ove dimorò per alcuni giorni , indi
palsò in Tofcana ad iltanza de' Fiorentini , che defideravano
di averlo prelso di loro. Imperocché egli giammai non aveva
avuta intenzione di andarvi ; e folamente vi fi portò per non
deludere la iperanza di quelli Cittadini , ai quali acciocché tro-
vafscro in quelli Martiri quel vantaggio , ch'elfi afpettavano da
lui, diede quante aveva ieco portate Reliquie di quelli Santi,
febbene avelse (labilito di darle ad altri, cioè fece ad elfi dono
del Sangue di quelli Santi, e del legno della croce, Ibpra della
quale era llato S. Vitale confitto Collocò di poi quelle Reli-
.

quie fopra l'Altare di una Chiefa , ch'ei dedicò in tale occa-


fione a S. Fiorenzo, e che da una Vedova nomata Giuliana era
fiata fatta fabbricare , da Paolino nomata la Bafilica Ambro-
fiana. Nel
dedicare quella Chiefa fece egli un Sermone al Po-
polo, che noi tuttavia abbiamo tra i fuoi trattati, lotto il no-
me di Efortazionc alla Verginità ; elsendo che la maggior par-
te

(^a) Paulin. Natal.^, S.Fclicis. Gre^or.Tttrenen.l.z.c 16.


LiBRoVIII. CapitoloIV. 8p
te di efso confifla un irtruzione fatta a tre Figliuole di que-
in
fta Dama dabbene (a).
Quella però non fu la fola benedizione , che gli abitatori
di Firenze ricevettero dal foggiorno fattovi in quel tempo da
S. Ambrofio (b). Uno de' più riguardevoli tra di loro, noma-
to Decente , il quale profelsava la religione Criltiana , aveva
un figliuolo nomato Panlofo , che nella Ina infanzia efsendo
grandemente tormentato dal Demonio, era (lato dal Santo li-
berato col loccorlo delle fue preghiere, e coU'impofizione del-
le fue mani. Non molto dopo quello fanciullo cadde amma-
lato, e fubitamente moru La di lui Madre, ch'era una Dori-
na afsai pia , e piena di viva fede , e di un grande timore di
Dio, dall'appartamento fuperiore della fua cafa , ove era mor-
to qucfto figliuolo, avendolo portato nell'inferiore, ove dimo-
rava S. Ambrofio, Io collocò nel di lui letto, mentr'egli era
alsente. Ritornato il Santo a cala, ed avendo trovato qucflo
figliuolo nel fuo letto, fi mofse a compalfione dello Rato, nel
quale vedeva l'afflitta Madre, e confiderando la i'cde , da lei
data a conolcere in queft'occafione, fece per quefto fanciullo
ciò che Elileo aveva altra volta operato per quello della fua
albergatricc dopo di elserfi egli parimente diftefo lopra di
, e
lui, come il mentovato Profeta , lo reftituì vivo alla Madre,
che morto lo piangeva. Scriffe egli ancora un libro ad illru-
zione di quefto fanciullo affine di lalciare a lui, per quando
,

ne fuflfe capace, quelli inlegnamenti, de' quali non lo era per


allora a cagione della fua infanzia. Ma s'allenne di raccontar-
gli quello miracolo, indotto a tacerlo, come può crederfi , dal-
la loia lua umiltà, quantunque Paolino abbia Icritto, non ap-
partenere a lui il dar ragione di quello fiienzio del Santo. Più
non

(/z) Non troppo chiaramente com- 1 dettini della Congregazione di S. Mau-


preiidefi, qual fia l'anno, in cui fu que- ro , i quali lo vogliono compoRo , e
fto Libro compodo, (e nel cccxciu. , |
pubblicato nel cccxciv.
o nel cccxciv. Ma fé in ciò feguire 1
Del Traduttore.
fi vuole l'opinione più accertata, con- (é) Paulin. Vtta Ambrof.
verr'a attcnerfi a quella de' PP. Bene- |
.

pò Vita DI S. Ambrosio
non trovafi quefto Trattato tra le lue opere ;
ma quefto contra-
legno della Tua Santità vivera eternamente nella ftoria della Chic-
fa , e darà a noi occafione di confeffare, che s'egli ebbe tanta mo-
deftia, per protellarfi di non effere un Elia , non lalciò di aver-
ne il doppio fimilmcnte che Elifeo Tuo diicepolo, aven-
fpirito ,

dogli Iddio conceduta la grazia di reiutcitare de' Morti di una


maniera sì miracolofa , e sì conforme alle iovrumane operazio-
ni di quefto Grande Profeta .

Dimorò Santo in Firenze fino al tempo del fuo ritorno


il

a Milano (/?), che fu il primo giorno di Agofto dell'anno fe-


guente; e contrafTe una sì ftretta unione con quella Chiela, nel
tempo del fuo foggiorno , che quando fu coftretto a Icpararfc-
ne , promife di iovente vifitarla {b) Nondimeno non fi fa,
.

eh' egli più vi tornaflb , perchè le occupazioni adoffategli dalla


Provvidenza, e dal fuoEpifcopato, non gli lafciavano la liberta
di difporre del tempo a luo piacimento. Ma per compiere
nondimeno in qualche maniera alla fua promeflfa , comparve
più volte in atto di orare dinanzi all'Altare della Bafilica Am-
brofiana , da lui ivi dedicata. Ed allorché Radagafio affedia-
va Firenze nel ccccvi. con un Armata di quattrocento mila
uomini, fecondo l'aflerzione di Zofimo; ed aveva quindi quefta
Cittcì perduta ogni fperanza di foftenerfi, il Santo, che era mor-
to nove anni avanti, apparve ad una pcrlona, nella Cafa, ove
aveva albergato , quando vi fi portò per fuggire l'incontro di
Eugenio , e promile , che la Città refterebbe libera nel dì fe-
guente, ficcome infatti avvenne, mediante il foccorfo condot-
tovi da Stilicene, e per la vittoria, che quefto Capitano ripor-
tò fopra di Radagafio.
Affinchè non fi tengano quefte apparizioni di S. Ambrofio
in conto di follie, Paolino, che le inlerifce nella fua Vita, di-
ce, effergli ftate narrate da Zenobio, ch'era Vefcovo di Firen-
ze, quand'egli fcriveva ; al quale Zenobio non da quefto Sto-
rico ie non fé giuftamente il titolo di Santo, mentre la Chiefa
lo

Ca) ^mbrof. £/. 58 \ (.b) Paulin.


. . .

LiBRoVIII. CapitoloIV. pi

Ioannovera tra i Santi fotto il giorno xxv. di Maggio. Vi fono


ancora alcune altre (torie di apparizioni del Santo, alle quali
non daremo qui alcun luogo, perchè la lor novità ce le rende
folpctte
Ambrofio erano una aflai autentica
Qiicfti miracoli di S.
approvazione della tua alTenza da Milano , durante il foggior-
no che vi fece Eugenio ed io credo, che fé tuttavia fi tro-
;

vaflero de' Vefcovi , i quali rifulcitalTero de' morti fuora de'


confini delle loro Diocefi giudicherebbe in fa-
, tutto il Mondo
vore della loro aflcnza, proverebbe nel cre-
e neffuna difficolta

dere, ch'ella non fufic cagionata da ottimi motivi .

C A P I T o Lo V.

Onorio e dichiarato Augujìo. Tcodoffi tiomhia per Generalt


Bacuro , Stilicone , ed alcttni altri Parte da Cofìanti- .

nopoli dopo la morte di Galla S. Ambrofio ritorna .

a Mila?io 7ion ofìante le minacele di Arùogajìo

UNa Guerra di tanta eonleguenza , com' era quella , che


Teodofio intraprendeva contro Eugenio, dalla quale chi
ne fuflTe ufcito vittoriofo, doveva effere Signore di tutto il Ro-
mano Imperio, certamente meritava tutta la poffibile , e la
più accurata follecitudme di quefto Principe, acciocché la giu-
ilizia della fua caufa non venifie ad afhevolirfi per l'inegua-
olianza delle forze Quindi fu , che Teodofio v'impiegò tut*
.

to queft' anno m prcpararvifi


Fece in queftotempo Teodofio dichiarare Augufto Ono-
rio tuo fecondo fioliuolo; ciò che Prolpero ed il Conte Mar- ,

Cellino afferilcono avvenuto in queft' anno , lenza dircene ne


il mcfe, né il giorno , come fa Socrate , il quale ci aflicura
che Onorio fu proclamato Augufto nel di primo Gennajo di
queft' anno (a). Si videro allora affai folte tenebre nove ore
dopo
la

(*) Philojìorg. VI. 2. Sozom.l.j.t.z.


,. . .

p2 ViTADiS. Ambrosio
la mezza notte. Ma Claudiano (a) aggiugne, che nello ftelTo
tempo, che i foldati fecero quefta proclamazione del loro giova-
ne Principe, per dargli il titolo d'Augufto, diflìparonfi affatto
queftc tenebre , e da cÌÌ'q ufci il giorno , e la luce (b). Aggiugne
ancora di fubito , che comparve una Stella , e che la Luna era
nafco-

( rt ) Claiidìnn. Uè. i . de Confulat. Ho- Sembra altresì , che Teodofio fuflTe in


7ÌQT. Socrat. /. 5. £". 24. Coftantinopoli , o poco diftante, quan-
(i) Il P. Pctavio prende in fatti do Procolo fu decapitato, e ciò leguì
queftc tenebre per un Ecliffi. Che fé nel VI. Novembre del cccxciii.
ciò vero , convien neceffariamente
è Marcellino mette la marcia di Teo-
dire, che Socrate lì (ìa ingannato, poi- dofio foltanto nel cccxciv. Ed in ol-
ché il giorno X. di Gcnnajo era in queiV tre tutte le Leggi del cccxcrii. , tol-
anno il 13. della Luna, nel quale non tone una , o due , fono in data di Co-
può feguire alcun Ecliffi Mette quin- . ftantinopoli , e ve ne fono moltiffime,
di il P. Petavio quelF Ecliffi li xx. No- e di tutti i nicfi dell' anno fuddetto
renibre , nel qual giorno , per quello Di forta che non poifa dirfi , che vi fia

motivo, noi fiamo corretti a fidare la errore in tutte, come converrebbe af-
creazione di Onorio E ciò fembra al- . ferirc, per foftenere quanto ha Bion-
trettanto ragionevole , quanto Socrate dello Primatttè p. 230. Cod. l. il. tit.
/. 5. e. 25., e dopo lui Sozomeno /. 5. I. 38. avanzato, che Teodofio non fia

e. 24. dicono, che Teodofio aveva le giammai entrato in Coftantinopoli do-


fue Truppe pronte, quando fi:ce Ono- po il mefe di Gennajo del cccxciir.
rio che dopo la di lui pro-
Augurto, e Le Leggi del feguentc anno fino al xxx.
mozione fi portò follecitamente in Oc- di Maggio fono altresì in data di Co-
,

cidente ; vale a dire, più predo che po- ftantinopoli per la qual cofa nella da-
;

tè , avendo lafciato pafTar l'inverno, ta delle due entro il mcfe di Giugno


ed eirendo partito nella primavera è facile , che vi fia errore
come Filoftorgio efprcframente atteda Può eflTere quindi aflai vcrifimile, che
Che fc Onorio fuffe (lato fatto Augu- Teodofio non partiffe da Coftantinopo-
fìo li XVI. di Gennaio del cccxciir., li , che fui cominciare di Giugno nel
converrebbe , fecondo quefti Autori , cccxciv. , trovandofi una Legge in
che fuflc partito nella primavera fe- data d'Adrianopoli , e del xvii. Giu-
guente \ la quale opinione a me fem- gno. Si può ancora, per mortrare, che
bra non poterfi foftcnere , poiché non Onorio è ftato fatto Imperadore piut-
fi faprebbe trovare alcun fatto d'armi tofto fui finire, che fuicominciare del
che fufl'e feguito in quelVanno; e (em- cccxcii!., allegare Cod. Thtodof. Uè.
bri anzi , che quefta guerra cominciaf- 16. tii. 5. /. 23., e quanto dice Clau-
fe, e fenza vcrun interrompimento fuf- diano in Conful. 4. Honor. , che ei non
fe in affai poco tempo finita. aveva ancora io. anni Egli era adun-
.

Dice in Claudiano in Conf. 3.


fatti que probabilmente nel io. anno di fua
& 4. Honor. , che la vittoria fu pron- età, che non cominciò, fé non nel ix.
ta ed ancora, che Eugenio rlmafe ma-
, di Settembre di queil' anno medefimo.
ravigliato della diligenza di Teodofio.
.

Libro vili. Capitolo V. P3


nafcofta; onde convien credere, che fcguifle un Ecliffi del Sole,
non v'eflendo il coftume di offervare nelle Cronologie le te-
nebrc, che da altro non derivaflero, che da un ammaffo di nu-
vole. E
appunto c'induce a rigettare quella particolarità
ciò
di Socrate, quantunque egli fia ordinariamente affai efatto nel-
le fuc date; cofa impoffibile eflendo, che in queft' anno feguif-
fe un Eclifli del Sole nel primo giorno di Gennajo .

Poiché Teodofio ebbe prcfa quella precauzione, la quale


riguardava la fua Cafa non meno, che tutto lo Stato, fua pri-
ma cura fu , per far avere un felice fucccdimento a quella Guer-
ra, di eleggere degli eipcrti Generali (/z). Trafcelie adunque
Timaio per comandare alle Truppe Romane , ed a lui uni Sti-
licone Effcndo che aveffe Teodofio un gran numero di Bar-
.

bari aufiliarj al fuo foldo, che erano venuti dal loro Pacfe fitua-
to di la del Danubio, e da tutti i luoghi dell'Oriente, fé devefi
credere a Claudiano, ne diede la condotta a Gainafo, ed a Ba-
curo Bacuro era originario dell'Armenia, o piuttofto d'Ibc-
.

ria , della quale Ruffino ( ^ ) lo nomina Re Era ancora Capo de' .

Domcftici tra' Romani (e), e le la teftimonianza di Zofimo


merita di cffere ammeffa , alla militare perizia aggiugneva una
bontà, che lo rendeva incapace d'ogni lorta di malizia. Ruf-
fino ((^), che lo aveva conofìiuto particolarmente nel tempo
del fuo foggiorno in Gerulalemme, perchè egli era Duca del-
le marcie della Paleftina, ed aveva da lui ientita raccontare
la SI ammirabile Storia della converfione deli' Iberia , fatta
per opera di una Servente, lo qualifica per un uomo fedeliflì-
mo, che nodriva grande affetto per la Religione, e la verità,
per un degno compagno di Teodofio , per un uomo illuftrc
in fede, in pietà, ed in ogni forta di perfezione di corpo,
e di fpirito.
Stilicone, che tanto a' tempi fi è rcfo celebre, era
fuoi
Vandalo d'origine, fé vogliampreftar fede ad Orofio {e). Quefta
nazio-

(a) Zofim. l. 4. Soerat. /. 5. f. 24. I ( Comes Domejlicorum


<r )
lozow./.y.c. 24. Claudifirì. Id) L. I. e. 12. (^ l. 2. C. 23.
(é) Ruffin. I. I. (. IO. 1 le) 0,»f. L 7. r. 4.
e^ ViTADiS. Ambrosio
nazione era vile ,
perfida , e fraudolenta . Conveniva nondi-
meno, eh' ei fufie dotato di eccellenti qualità, poiché Teodo-
fio lo Icelle tra tutti i Signori della lua Corte per iipolo di
Serena fua nipote, figliuola del luo fratello Onorio. Benché
però Claudiano faccia profclììone di effcre fuo panegirilta in
tutte le fue opere, nondimeno non fa Icendere la fua nobiltà
da più alto, che da fuo Padre, il quale aveva comandato nel-
le Arnaatc di Valente.
Alarico, che divenne dipoi si rinomato (a)^ ebbe altresì
parte in quella Guerra, e fugli da Stilicene affidata la condot-
ta di alcuni Barbari.
ElTcndo adunque le cofe in qucfto ftato fui cominciare
dell' anno cccxciv. , e difponendofi Teodofio a partire da Co-
ftantipoli, mori di parto Galla fua feconda moglie, fopra la
di cui perdita non potè piangere, che per pochiflfimo tempo,
fcmbrando a lui, che gli affari di Stato dovelTero preferirfx alla
fua domeftica afflizione. Parti adunque Teodofio con la fua
Armata, lafciando in Goflantinopoli Arcadie, ed Onorio fuoi
figliuoli, dopo avere dichiarato Jkuffino Prefetto del Pretorio,
acciocché fopraintendefse agli affari dell' Oriente (If).
Sul cominciare di quello viaggio (e) fi fegnalò Teodofio
con U fua pietà. , e con la confidenza , eh' egli aveva neli' in-
terceffione de' Santi. Imperocché giunto fette miglia lontano
da Coftantinopoli , fece le fue preghiere a Dio in una Chiefa
da lui mcdefimo fatta fabbricare in onore di S. Giovanni Batti-
Ila, e raccomandogli il felice fucceffo di queft' imprefa si per
la fua perfona, che per la fua Armata, ed in generale per tut-
ti i Romani , invocando principalmente S. Giovanni Battifla

per renderielo propizio Indi dopo quella preghiera prefe il


.

cammino verio l'Italia. L'avvenuto indipoi fece vedere, che


con tutto il fondamento aveva egli collocata ogni fua confiden-
za neli' intercelfione del Santo Precuriore di Gesù Cristo, e
che

(<t) Socrat.l.j.t. io.


|
que Marcellino, eZofimo ferivano, che
(^) Non ne può dubitare dopo
fé Teodolìo con feco condurfe Onorio,
ciò, che ne dice Qaudiaao, quantun- (e) Socrgt. l.y- 1. 24.
1
,

Libro vili. Capitolo V. 5)5

che la pietà degli Imperadori Criftiani affai piace al Dio de-


gli Elerciti, nelle cui mani loltanto Ita l'evento delle battaglie,
e la dilhibuzione delle vittorie.
Eugenio intanto preparavafi alla guerra d'una maniera
afTii Imperocché oltre i facrilcgj, de' quali fi era reto
diverfa.
colpevole, concedendo a' Pagani ciò, che non poteva, fenza
farfi reo di grave delitto, altri ne aveva commeflTi coli' aipet-

tare dalla predizione de' Demonj tutti vantaggi delle lue Ar- i

mate, con non afpirare ad altro, che a vendicarfi de' Cri-


e
ftiani, quando parti per quelV imprefa. Arbogafto, e Flavia-
no (^) irritati perchè loro negavafi di riceverli alla comunio-
ne della Chiela, dalla quale elbludevali la loro Religione, pro-
teftarono, partendo da Milano, che quando vi ritornarehbcro
vittoriofi , farebbero della Chiel'a una fenderla per i loro Ca-
valliy ed arrollcrebbero i Cherici per farli portare le armi.
Tal cofa fu da S. Ambrofro (b) notata, allorché dopo aver det-
to, che ficcome la pace di Dio ritorna fopra de' fervi fuoi
quando coloro, i quali efìTi vogliono colmare di benedizioni,
ricufano di riceverle; cosi la malizia de' peccatori , che pren-
dono a perfeguitare il giufto, ritorna in loro iVantaggio, e fa
che efli fi fcrifcano con le fteffe loro armi. Indi aggiunge, che
neir ultima guerra, ch'era quella d'Eugenio, alcuni infedeli,
e facrileghi, i quali attaccavano un Principe, la di cui con-
fidenza era in Dio, e volevano rapirgli il iuo Regno, minac-
ciavano Chicle una crudele perlecuzione.
alle Ma che quelli
milerabili privarono le fteffi della Ipcranza della vittoria, per
la fuperitiziola confidenza, che avevano nelle promelTe del Demo-
nio; e fece Iddio loftrire ad efii il caftigo meritato dalla loro
empietà, e dalle loro bellemmie, avendoli efterminati prima
che fufiero in iltato di dare la bramata efecuzione alle dilcgna-
tc vendette contro la Chieia , ed il Clero di Milano .

Subito che S. Ambrofio Icppe , elTere Arbogafio partito per


andare contro Teodofio (e), lalciò la Tolcana , e fi pole lol-
leci-

{_a) Paulin.Vita jlmhrof. I {e) Idem Ejyiji. "i^-


'
( b ) Ambrof. in Pfalm. LVI.
,

^6 Vita DI S. Ambrosio
lecitamente in viaggio per riftituirfi alla fua Citta Epifcopale
circa il XXI. d'Agolto , per ivi afpettare quefl:' Imperadore .

Imperocché egli teneva per ficuro, che Dio, la di cui poten-


za difpone affòlutamente degli Stati non darebbe in potere ,

degli empj un Principe, che in lui confidava, né fofFrirebbc,


che lungamente fignoreggiafTero gli empj fopra de' giufti, ac-
ciocché quefto Regno d'iniquità non induceffe i giufti a corrom-
pere la purità delle loro mani. Era egli affai lontano dal cre-
dere, che Dio aveffe abbandonato Teodofio; e troppo Rimava
i meriti di quefto gran Principe , per non ifperarc , che Dio

fuffe acciocché liberaffe l'Imperio Romano


per dargli ajuto ,

dal furore di un fcellerato , di un barbaro, e di un ufurpatore


cotanto indegno del Trono , che occupava Né vana fu que- .

fìa confidenza chiamò ella le benedizioni del Cielo fopra l'Ar-


,

mata del legitimo Imperadore, alla di cui vittoria affai contri-


buirono le preghiere del noftro Santo.

Capitolo VI.

Teodofto sforT^a il p^Jf^ggio delle Alpi.


1 fuoi aujìliari fono disfatti.

CREDEVA Eugenio d'efferfi impadronito di tutto il Romano


Imperio (^), effendo giunto a metterfi in poffeffo del di-
ftretto delle Alpi , né fi afpettava , che Teodofio veniffe da
Coltantinopoli a Icacciarnelo con la fpada alla mano {b). Non
era per anche a lui nota né la condotta, né il coraggio di queft'
Imperadore, il quale marciando a grandi giornate, e con tut-
ta

{a) Claudian.de quarto Cor. fui. Honor. 1 Claujlraque ctnjeSis fcopnlis duriffxma
{b) Claudiano così defcrive quefto tendunt
paflaggio : | Non alia re/cranda manti , fed pervia
- -Tetigere lecum , quo fine fub imo 1 tantum
jingujìant aditum (urvis anfra^ibus Augujio, geminifque fidem mentita ty-
alfes , rannis &c.
Libro vili. Capitolo VI. <?7

ta la ponTibile preftezza , lo forprefe in guiia che non ebbe


,

tempo di prepararfi . Laonde avrebbe potuto Tcodofio ap-


propriare a ie fteflb le parole delle quali fi Tervì il Profeta
Geremia ('?), e dire: Ln "jojìra arroganT^ ^ e lorgoslto
del 'vojìfo cuore ha del ufo voi ^ che abitata nelle caverne delle
rupi , e padrone delle jommittì delle
vi sforT^te di rendervi
più Jcojcefe , ed alte montagne
quand' anche avejìe collo- ; ma
cato il voftro nido in luogo tanto eminente y quanto quello , ove
juol porlo lAqutla ^ [apro ben io fcacciarvene Ma Teodofio vol- .

le piuttollo etprimerfi con fatti, che con parole minacciole.


i

Ed Eugenio rimafe foprafatto, nel vederlo padrone del pafliig-


gio dell'Alpi contro ogni efpettazione, ed in un tempo, nel qua-
le lo credeva tuttavia affai lontano. Tutto il Mondo quindi
riconobbe, non vi effere paffo alcuno per iftretto che fìafi , e
difficile, né montagne inluperabili peri Principi, i quali fan-
no unire il valore con la pietà; ficcome per lo contrario, non
elfere i ribelli, e gli empj ficuri anche fulle più alte cime del-
le più Icolcele montagne, e nel mezzo Armare più nume-
delle
rofe, quando Iddio, che gli ha lafciati per qualche tempo tiran-
neggiare, vuole dare efcmpli della fua giuftizia. Tale confidcra-
zione ha fatto dire ad un Autore di quel fecolo ( ^), che Demo- i

nj , a' quali lì erano inutilmente lacrificate tanto vittime, co-


noicendo meglio degli uomini le loro proprie furberie , fc ne
fuggirono i primi ,* quando Teodofio, armato dello zelo, che
aveva per la Religione, cominciò ad accoitarfi alle montagne.
Aggiugne poi ancora quefto lìelTo Autore, che dopo di
ciò i Maeftri, li quali nel Mondo inlegnavano i loro fuperili-
ziofi errori , furono coftretti a vergognolamente nalconderfi , e
che principalmente Flaviano , quel!' uomo si verfato nella
fcienza dell' avvenire , conofcendofi più colpevole per la con-
fufione del peffimo fuccelTo delle lue predizioni, che per il de-
litto di fua ribellione, non volle fervirfi della facilita, che ave-
va di potere , come gli altri , falvarfi , e credette di meritarfi
la

( a ) ]er€m. XLIX. v.i6. ' ( «^ ) /?<#«• lil>- 2- f"^- 33-


Tcm. II. G
. . . .

p8 ViTADiS. Ambrosio
la morte piuttofto per il fuo errore, che per il Tuo delitto.
Da tutto quello fembra poter arguirfi, che quefto Pagano fuf-
fe ftato desinato a guardare le Alpi , e che vedendole sforzate,
avefie voluto piuttoilo morire combattendo, per non iopravi-
vere alla fua ignominia, che falvar fé (leflb con la fiiga, dopo
le aflìcurazioni della vittoria da lui date ad Eugenio per parte
de' fuoi Demonj
Avendo Teodofio sforzato l'ingrefiTo dell'Alpi (<?), incon-
trò nel dilbendere da effe l'Armata di Eugenio in una pianura
tutta coperta della ina Infanteria, e Cavalleria. Imperocché
fapendo quefto Tiranno, che Maffmio, del quale egli imitava
la ribellione , era ftato disfatto per avere tutte ad un tempo
intraprefe molte cofe , e per avere divife le lue Truppe ,
credette di dovere appigliarfi a più faggio configlio , e di
unire infieme tutte le fue forze, e niente avventurare. Ma
la diverfa maniera di guerreggiare non impedì , che ambedue
quefti ufurpatori dell'Imperio non incontraffero la fteffa fven-
tura; volendo Iddio farli perire, dopo efferfi fervito di elfi
per efercitare la pazienza degli altri
Hanno alcuni antichi Autori detto (è), che ciò feguiffc
preffo ad un fiume chiamato Freddo , lungo le rive del quale
vi era una Citta chiamata con lo Ifeflb nome, ed era diftante
alcune leghe d'Aquileja , ed alla quale alcuni danno in oggi
il nome di Wittac, o V/ibac nella Contea di Gorizia lungo il

fiume di Wibac Teodofio , che voleva più tofto efporre


.

i Barbari fuoi ftipendiarj, che i Romani, fece avanzare pri-


ma quelli, con Gainafo, e gli altri loro Capi (r); tenendo
coftoro per gente , la cui perdita fuffe una fpecie di vittoria
Racconta Zofimo, che durante la Battaglia feguiffe una Ecliffi
del Sole cotanto tenebrofa, che fi credette, che fufle fopraggiun-
ta la notte; ma dalle tavole aftronomiche fi deduce, non po-
terfi quefta opinione foftenere, qualora fi ammetta con Socra-

te,

( tf ) Sozom. lib. 7. eap. 22. ( Claudia», de tertio Conful. Honorii


{b) Socrat.l.'^.c.i^. Philoflorg.ULz^ i^t) Zef.lih./^. Ore/, liè.y. cap. 3^.
LiBRoVIII. CapitoloVI. PP
te, che giorno di quella Battaglia fLifTe il cVi vi. Settembre.
il

Laonde fi crede, che qucll" Eclifìì pretela altro non fLifl'e,che


la temperta (ucceduta nel giorno dopo la battaglia, la quale
può facilmente giudicarfi cflere ftata accompagnata da qualche
Itraordinaria oicuritìi.
Dopo un SI oltinato reciproco conflitto , i Barbari aufilia-
r; Tcodofio cominciarono a piegare, più non potendo iofte-
di
nere i sforzi de' nemici , né refiilere al coraggio di Arbogallo,
che gagliardaiiiente li rifpingeva, di modo che dandofi alla
fuga , lalciarono fui Campo una gran parte di loro , ciò per-
mettendo Iddio, non già perchè Teodofio fufle vinto, ma ac-
ciocché non fi dicefie , che i Barbari lo avevano fatto effere
vincitore .

L'Imperadorc, che non poteva fenza provare eflrema do-


glia, eflerc fpettatore della rotta delle lue Truppe, era falito
lu lacima di un alto monte, d'onde gli era tacile il vedere
non meno i'una, che l'altra Armata, e reflTere reciprocamente
veduto. In qucfta affai molelha inquietudine avendo dcpofte
le armi, ricorle alle preghiere, ch'erano il Ino più ordinano loc-
corlo , ed eflcndofi proftrato alla prefenza di Dio con tutta l'umil-
tà propria di un lupplichevole, fece a lui quella orazione: „ Voi „
fapete, difs'egli, o Dio onnipotente, averlo intrapreia quella „
guerra nel nome di Gesù Cristo voltro Figliuolo , aflìne di „
fare una vendetta da me creduta giufta. Se io m'inganno, „
cosi penfando, voi mi punite, perchè l'abbia intrapreia. Ma „
fé io ho avuta ragione d'impegnarmivi , non elsendo fin qui ve- „
nato , che per la loia confidenza , la quale ho Icmpre avuta „
nella volita protezione, affiltcte col votlro onnipoffente brac- „
ciò i vollri fedeli lervi , acciocché le nazioni idolatre non ab- „
biano occafione di domandarci , inlultandoci ove fia il noftro „
Dio.
Generali , i quali (lavano all' intorno di quello si
Tutti i

religiolo Principe , effondo accurati , che Dio avrebbe el'au-


dita quella preghiera , prelero nuovo vigore per fare in pez-
zi i loro nemici. E Bacuro principalmente divenne a tal le-
G II g"o
. ,.,,

100 V I TA D I S. A MBROS I O

sno animofo, che fcaricandofi per ogni parte fopra quelli, che
Itavangli all'intorno, tutti gettoUi a terra a colpi di dardi, di
leve, e di fpade. Penetrò ancora per i loro Squadroni più
denfamente uniti , ed avendoli rotti fi apri una ftrada per
mezzo di mille e mille cadaveri, ftefi al fuolo in più m.ucchj
per giugnere fino alla periona di Eugenio, e togliere dal mon-
do quello Tiranno.
Se Teodofio quindi perdette molti de' fuoi aufiliarj, ne re-
ftarono altresì morti in gran numero dalla parte de' nemici (a)
Ma è d'uopo credere , che la perdita fuffe afiai maggiore dalla
tua parte; imperocché dicefi, che de' ioli Goti ne reftafìfero
morti dieci mila Bacuro fimilmcnte vi mori dopo efierfi con
.

i fuoi elpofto per la difefa della giuftizia con una generofita


ftraordinaria.
Convien qui ammirare la profondita de'giudizj di Dio, il
quale permife la morte di quefto valorofilfimo Generale, che
poteva prefiarc si rilevanti fervigj alla Religione Criftiana, ed
all'Imperio , e mantenne in vita Gainafo, e Saule, uno per
caligare l'Imperio dell'Oriente con la fua perfidia, ed impie-
gare la fua autorità in vantaggio dell' Arrianifmo e l'altro ;

ch'era Pagano , per mettere in pericolo l'Imperio dell'Occi-


dente con la facrilega fua precipitazione (^).

Capitolo VII.

Tcodojio pajfa la flotte ifj ora-:!:ione , e da Santi Giovanni ,

e Filippo gli viene promejfa la vittoria

AVENDO la le due Armate (e), tutta l'oc-


notte feparate
cupazione di Eugenio , il quale fi credeva vittoriofo
fu di ricompenfare con premj coloro, che l'avevano ben fervi-
to,

(/i) Theodoret. /. 5. f. 2. Orof. 1 (r) Zof. Iti/. 4.


(i) Theod.l.j. e. ^y. "
,

Libro VII T. Capitolo VII. loi

to, e di mandarli a cena, lenza prenderfi alcun penfisro delle


confeguenze della battaglia , come fé fufle fiata onninamente
disfatta l'Armata di Teodofio , il quale d'una maniera ben di-
verfa da quella fi regolò. Imperocché avendo fatto marciare
le fue Truppe fino dall'alba del giorno , lorprefe quelle d'Eu-
genio ancora addormentate nel loro campo , le tagliò a pezzi
ed attaccò Eugenio ftefTo , il quale aveva prefa la fuga per
porfi in lalvo.
Eccovi qualmente Zofimo in poche parole ci dcfcrive
quefta grande vittoria di Teodofio , della quale ei tutta ne da
la gloria alla fola vigilanza di quefto Principe , che loda con-
tro la fua inclinazione ,
per volere più tofto afcrivere quefta
vittoria a Teodofio , che al Dio di Teodofio
, come avrebbe
dovuto fvirc , le avefie riferita la verità di quanto allora fe-
gu'i. Convien adunque che noi ci attenghiamo non folo a quan-
to ne fta fcritto nelle opere Chie- de' più illuftri Padri della
fa, e de' più fedeli Storici (/»), ma ancora a quanto ne dice
un Poeta Pagano, oftinatifiimo nel culto de'Demonj, il quale
non ha però lalciato di rendere giuftizia a quefto gran Principe.
Dopo la battaglia del precedente giorno , Eugenio, ed
Arbogafto circondarono con i loro Soldati tutte le falde delle
montagne, per rinchiudervi Teodofio , venire ad attaccarlo
nella notte , e tutti chiudere i pallai alla fua ritirata. Quan-
tunque Teodofio niente lapelTe di ciò , che progettavafi contro
di lui, s'accorle nondimeno, el'sere egli abbandonato dalle fue
genti, eflendo gli uni morti, ed avendo gli altri prefa la fuga.
I fuoi Generali rapprefentarongli la debolezza delle lue Trup-
pe, e lo configliarono a rimettere ad altro tempo la decifione

di quefta importante guerra, a non avventurare una feconda


battaglia, ed a ritirarli per allora a far nuova leva di gente,
per ritornare nel feguente anno fui cominciare della Primavera.
veniva dettato da tutte le regole delF
Q_uefto configlio
umana prudenza ;'^ma non efsendo conforme alla viva fede dell'
Im-

(/r ) Orof. l. 7. (. 24. Sozom. l. 7. e. 24. Claudia». Theodoret. l.<,.c. 24-

r.^i/. G IH
.

I02 Vita DI S. Ambrosio


Imperadore, che dalla coftante fua fiducia in Dio veniva reta
intrepida, ed inalterabile, Teodofio afTolutamente rigettollo, di-
cendo con generofita d'animo , che cola troppo indegna fareb-
be il dar motivo a' nemici della Religione Criltiana di accufa-
re di una si grande debolezza la Croce , lopra la quale il Di-
vin Salvatore aveva operata la noftra falute , e di attribuire
una sì poisente forza alla immagine di Ercole, con la propria
fua confeffione , e con quella della fua Armata ; comecché
r immagine della Croce marciava inalberata alla telta delle
Truppe di Teodofio , e quella di Ercole precedeva l'Armata
di Eugenio
Avendo così parlato con volto rifoluto , ed intrepido, ne
gli reftando che poche Truppe , compolte di Capitani , e di
foldati, coraggio de' quali era abbattuto per lo fvantaggio-
il

lo fuccefso dell' ultima battaglia , fi ritirò in un Oratorio fitua-


to nella lommita della montagna, ov'era il fuo Campo, e vi
pafsò tutta la notte in preghiere , non fi curando né di pren-
dere cibo, né di dormire , ma ftando col corpo ftefo , e pro-
fìrato fopra la terra, e lo fpirito inalzato al Cielo, pregando
Gesù Cristo, che riconofceva potere da le lolo tutte lecofe.
Tal fatto indulse Sant' Agoftino a dire (^), che quello Principe
aveva vinto Eugenio più tolto orando, che combattendo. Né
flette egli molto a ricevere con lomma iua conlolazione la ri-
compenla della fua pietà , ed il frutto della iua confidenza in
Dio, che afiicurollo della vittoria, prima che finifse la notte.
Imperocché dopo averla pafsata in preghiere, trovofli, contra
fua voglia, opprelso dal fonno verfo quel tempo, in cui Galli i

cominciano a cantare. E itando tuttavia proltrato boccone a


terra (/»), gli parve di vedere due uomini veltiti di bianco , i
quali lo efortavano ad armarfi di un generolo coraggio ,a cacciar
ogni timore , aprender l'armi fullo fpuntare del giorno, ed a
mettere le fue Truppe in ordinanza di battaglia , afficurando-
lo, che efll a lui venivano per commefTione di Dio, affine di
loc-

{a)An§u]ì>l.<).deCivit.Deic.l6. !
( b) Theoàoret.
Libro Vili. Capitolo VII. 103
foccorrerlo, e di difenderlo. Uno di efifi diceva d'efsere S. Gio-
vanni l'Evangelitta, e l'altro S. Filippo. Ma qualunque fufle
la ficurezza, che l'Imperadore ricevette con quefta vifione, la
coniolazione da lui provata non lo diltolle dal proieguire le lue
preghiere , anzi le offerì a Dio con un fervore affai più acccfo
di prima.
Effendo un fofdato ftato fimilmente favorito della fteffa
vifione, la raccontò al luo Capitano, che giudicò cofa di affai
grande importanza il parteciparla al fuo Tribuno , a cui per
quelV effetto conduffe il loldato , che dal Tribuno fu pron-
tamente condotto dal fuo Generale, al quale effendo nota la
pietà dell' Imperadore , e credendo di fare a lui cofa affli gra-
ta, qualora gli recaffe una si gioconda notizia, parti di lubito
per comunicargliela. Teodofio alcoltolla fenza punto commo-
verfi , comecché niente di nuovo veniffe con effa a rifapere
;
indi parlogli in quefta rtianiera: „ Non ha quefto foldato per „
me avuta quefta vifione , ne per dare a me della confidenza „
col racconto di una si vantaggiosa predizione. Imperciocché io „
di già aveva preftata un intiera credenza a quelli, quali mi „
i

hanno afficurato, che riporterò la vittoria. Ma il Protettore „


del mio Imperio ha voluto partecipare si nafcofto fegreto a quefto „
foldato, acciocché non vi fia chi poffa avere ii menomo iolpet-» „
to j quefta effere una finzione, od un artifizio da me inventa- „
to, per autorizzare la riioluzione, nella quale io fono, di met- „
tere in ordinanza di battaglia la mia Armata , ed acciocché „
io polla avere un teftimonio irrefragabile , ed autentico del «
racconto, che io farò alle mie Truppe. Per verità io ha „
avuta il primo quefta vifiane, per la rivelazione, che Dio no- „
ftro comune padrone me ne ha fatta. Sbandiamo adunque da' „
noftri cuori ogni lorta di timore, e feguiamo generolamente i „
noftri Generali, e quelli, che portano le noftre Infegne. Ne „
vi fia chi giudichi della vittoria per il maggiore, o minor ni^- „
mero de' combattenti; ma confideriamo unicamente la forza, „
e la potenza de' Condottieri della noftra Armata. " Favella- „
va egli probabilmente di que' due Santi , che avendo iftillato

G IV iin
. .

I04 ViTADiS. Ambrosio


un nuovo vigore al fuo fpirito con una si miracolofa vifione,
dovevano marciare alia tefla delle lue Truppe, e foccorrerc
non meno lui, che i fuoi ne' più pericolofi cimenti.
Dette quelle parole lafciò nelF Oratorio , ove aveva fatta
la fua preghiera, gli abiti fuoi Imperiali , che dovevano effe-
re la ricompenfa dell' invincibile foccorio, che il Cielo gli pro-
metteva, aveva verfato da' fuoi occhi, dive-
e fopra de' quali
nuti come due fontane, un abbondante profluvio di lagrime.
Prcfe indi le fue armi , tenendo per ficuro , che lo ftendardo
della Croce non folamente iarebbe la fua protezione , ma che
gli farebbe infallibilmente riportare la vittoria Effendofi per .

tanto munito del fegno della Croce fece dar principio alla
battaglia , nella quale s'impegnò con tutto l'ardore immagina-
bile, effendo invincibilmente perfuafo , che ne ufcirebbe vit-
toriofo, quand' anche non da alcuno
fufle feguito nell' attacco

de' fuoi. In fatti una fede cos'i viva, quanto quella, ben me-
ritava di effere da Dio fpecialmentc favorita , e che dando
egli un si raro modello di pietà a tutti i Principi Criftianì
per quel tempo, in cui effi trovanfi in pericolofi cimenti, loro
altresì infegnaffecon queft'efempio , effere Gesù Cristo troppo
fedele nelle fue promeise , per abbandonare al furore de' loro
nemici coloro , che da lui folo afpettano affillenza , e foccorfo

Capitol© Vili.

Teodojio riporta la vittoria con varj miracoli. Morte d'Ettgenioy


e d'ArbogaJlo . ^uejìa vittoria è miracolofamente
faputa in Còfìantinopolt , ed in Egitto

DOpo che Teodofio ebbe


Armata {a)y
fua
così afficurata
difcefe dalla
, ed incoraggita la
montagna per andare ad
attaccare i fuoi nemici ; ed allora fu , che cominciò ad accor-
gerfi

{a) T/}etd»ret.l. ^. c.z^. Stzom.l.y. e. ii. Oref.l.j-e.^^.


Libro vili. Capitolo Vili. 105
gerfi del grave rilchio, nel quale trovavafi, vedendo alle fue
Ipalle le Truppe
di Eugenio, le quali fembravano pronte ad
attaccarl© alla coda lubito che egli fufTe venuto alle mani. Al
primo comprendere quello pericolo fi proitrò lubito a terra
per nuovamente implorare con le lagrime il Divino loccorlo ,
di cui provenne immediatamente gli efletti Imperocché il .

Conte Arbitrionc , che comandava alcune Truppe d'Eugenio


porte in una imboi'cata , moflb dal rifpetto, che in lui potè ril"-
vegliare la prelenza di quelV Imperadore , ichierandolì dalla
fua parte liberoUo da quel pericolo , nel quale egli ftefTo ave-
,

vaio mcflb, ed accrebbe le lue forze con quefta unione inalpet-


tata , la quale fu il primo fegno della vittoria.
Il di lui efempio fu ieguito da molti altri; conciofTiachè
cffendo di già incominciata la battaglia, Capitani , eh' era- i

no alla tefta delle Truppe di Eugenio , mandarono ad offerirfi


a Teodofio, purché accordaffe di aver per efii le dovute confi-
derazioni. Quello Imperadore fenza fermarli a deliberare lo-
pra una domanda, che a lui era si vantaggioia, loro accordò
quant' elfi da lui defideravano , ed avendo Icritte iopra alcune
tavolette, per mancanza d'inchioflro , le onorevoli condizioni
da cflì richiede , eglino fi fchierarono lotto le lue bandiere .

Ma nel tempo che quelli ludditi ribelli fi dichiara-


fteflb ,

rono in fuo favore (rt) , trovò ancora motivi di timore tra


le fue fchiere più fedeli , e veterane Poiché dando quelle .

chiufe entro il recinto della montagna , e tardando le loro

fquadre a portarfi al campo di battaglia, a cagione dell' imba-


razzo del bagaglio, e de' loldati , che ad elle impedivano il
cammino , vedendo quello Principe , che la Cavalleria nemi-
ca traeva grandi vantaggi da quefta lentezza nel mnoverfi ,
fcele di fubito a terra, ed avanzandofi lolo alla teda della lua
Armata prele ad incoraggirla con quefte laute, ed efficaci pa-
role : Ov è il Dio di Teod'jfio? Non avrebbe egli si fatta-
mente parlato, le non fufle dato ficuro di avere prcflb di fé
Gesù

{a) Ambrtf. in obitu Thcodof.f. wj.


.

io6 ViTADiS. Ambrosio


Gesù Cristo; non vi effendo chi pofTa ui'are di un fomiglian-
te linguaggio, fé non è pienamente perfuafo della ftretta unio-
ne con quello Divino Salvadore. Baltarono quindi quelle pa-
role accompagnate dal Tuo elempio per tutti eccitare, e rinvi-
gorire i Tuoi loldati ; di fotta che quantunque la iua vec-
chiezza laiciafle ad efli il vantaggio di efiere a lui lupcriori
quanto alle forze del corpo, nondimeno la fua fede aflai più
forte, e vigorofa della loro, gli dava l'altra fcorta di efiere ad
elTi gran lunga fuperiore nel coraggio
di
Avendo Eugenio Icoperto da lontano, che Tcodofio fcen-
deva per combattere , comandò alle lue Truppe di prendere
l'armi, e di metterfi in ordinanza di battaglia Indi effsndofi .

pollo fopra di una picciola prominenza, diceva, che Teodofio


cercava di morire con la fpada alla mano; ma per non lafcia-
re a lui neppure quella gloria , e quella conlolazione nella di
lui fconfitta , comandò a' fuoi Capitani di prenderlo vivo, e
di condurglielo con i piedi , mani
e le legate. Sembrava in
vero, ch'egli avefl'e qualche motivo di
coi\ favellare, né fuf-
fe, in così peniando, oltre modo preluntuofo, tanto l'Armata
di Teodofio compariva picciola in paragone della tua.
Ma il legitimo Imperadore era afliitito (a) da Prorettori
poffenti, che al Tiranno erano ignoti; e quando fi fcoccarono
i primi dardi, o dinanzi ancora, che la battaglia incominciaf-

fe, i Santi Apofloli Giovanni, e Filippo , che avevano pro-


meflb il loro loccorlo a Teodofio, gliene fecero ben prello ve-
dere l'effetto. Imperocché s'alzò tutto ad un tratto un vento affai
poffente , ed impetuolo, il quale prele a direttamente foffiare
con una portentofa violenza contro i foldati d'Eugenio. Qiie-
llo vento fece , che quanti dardi efii fi sforzavano di lanciare

contro de' loldati di Teodofio, tutti prontamente rivolgendofi


contro di loro, feriffero foltanto quelli, da' quali erano flati
vibrati, così che dalle loro mani cadendo le armi, più ne ripiglia-
re, né ritenere le poteffero, e che difordinandofi le loro file,
reitaf-

( a ) Amhr»J, m Pfalm. XXXVJ.p. 6^z.


.

Libro vili. Capitolo Vili. 107


reftafTero cos\ dilarmati efpofli alle frcccie de' loro
nemici, da"
quali non potevano in alcun modo difendere, ftantecchè la
fi

polvere dando nc-1 loro volto li coitringcva a tener chiufi ^li


occhi per tema di perderli. Qiielta tcmpefia però cotanto fu-
rioia era tunella loltanto per Eugenio; ed all'Armata di Teo-
doiìo apportava neflun nocumento, ed incomodo. Tutti dar- i

di de' loidati di Teodofio s'alzavano nell' aria, ed andavano


anche più lontano di quello, che l'ordinaria forza degli uomini
fembrall'e poterli fpingcre ; e quafi nelTuno ve n'era, che an
dalfe a vuoto, e che non aprifle qualche ferita prima di cade-
re a terra
S. Ambrofio, ch'erano allora tanto celebri nel
e Ruffino,
Mondo, d'una fomigliante maniera ci dcfcrivono quelle parti-
colarità, le quali da Orollo non fono Rate inferite nella fua
Storia, che citando per mallevadori gli occhi dì un copiofo
numero di perione, tuttavia nel mondo viventi, e eh' erano
fiate ipettatrici di quefto miracolo. S. AgofEino non dilfe fé
non ie quanto aveva fcntito raccontare da' foldati fteffi d'Eu-
genio, i quali avevano provati i più gagliardi sforzi della fpa-
ventola violenza di quelli turbini.
Ciaudiano Hello (/?), benché Pagano, e di lovcrchio at-
taccato all' Idolatria, non ha potuto difpenlarfi dal fare tefti-
monianza della verità di quello miracolo con elegantifTimi verfi,
che dalla poiterità fono (lati preferiti a tutto ciò , eh' ei ha
Icrirto di più iublime , e pompofo. Attribuiva egli all' amo-
re, che Dio aveva per Teodofio , quella dichiarazione, che il
Cielo aveva fatta, combattendo in fuo favore, e quella van-
taggiola congiura de' venti, eh' egli aveva come chiamati col
fuono della iua tromba per abbattere i tuoi nemici. S. Ago-
ftino, ed Orofio rapportano una parte di quelli vcrfi, quan-
tunque il riferito Poeta ubbriaco di tutte le fuperllizioni del
Paganelìmo ridicololamente aduli Onorio, attribuendo al delli-
no del Figliuolo, che non per anche giugneva all' età d'anni
dicci,

( « ) Claudia», rie tcrtio Confnl. Honor,


. .

io8 Vita DI S. Ambrosio


dieci, od undici, ciò che era dovuto alla fola fede, ed alla fola
pietìi dei Padre. Ma quelli impetuofi turbini abbatterono non
meno l'animo, che il corpo de' foldati d'Eugenio, i quali per-
dettero di fubito ogni coraggio , comecché non fufle ad effì dif-
fìcile il conofcere, che Dio combatteva contro di loro. Quin-
di benché non avefiero coftoro perduta, che affai poca gente ,

e che Arbogalfo facefle quanto può afpettarfi da un uomo di


coraggio; nondimeno altri prefero la fuga, ed altri abbaffan-
do le armi, dimandarono grazia a Tcodofio, che loro di fubi-
to la concedette
Ma quefto Principe vittoriofo volendo che intieramente
reflaffero decifi gli affari dell' Imperio in quella feconda batta-
glia , loro comandò di condurgli il Tiranno. Ed effi per ub-
bidire a queff' ordine, corfero in tutti fretta all' altura, nel-
la quale erafi il Tiranno trattenuto durante la battaglia , di
cui ne aipettava tuttavia l'evento Vedendo . coftui la fua gen-
te venire vcrfo di lui a briglia fciolta, ed a tutta carriera,
credette, che cosi s'afifrettaffero ,
per recargli la prima nuova
della fua vittoria, e con quella vana fiducia loro dimandò, fé
gli conducevano legato Teodofio Ma reftò altamente forpre-.

lo nel fentirfi da efli rilpondere, che non gli conducevano Teo-


dofio , ma che venivano anzi per impadronirfi della fua perfo-
na, e lui fteffo condurre a Teodofio, ffantecchè il Padrone dell'
Univerfo cosi comandava. Lo fecero indi di fubito alzare dal-
la lua iedia, lo legarono, e Io conduffero dinanzi a quello,
che pochi momenti prima ei pretendeva di avere fuo prigio-
.nipro. Zoflmo dice, che ei fu prefo fuggendo. Checché però
ne fia , tutti convengono, che fu prefentato a Teodofio fpo-
oliato delle divile Imperiali, e con le mani legate dietro le
fpriUe
Qiicfto Imperadore vittoriofo vedendolo dinanzi a fé, rim-
proverogli la morte
Valentiniano, l'iniqua ufurpazione dell'
di
Imperio, e l'ingiuffa guerra da lui intraprefa con tanta teme-
rità. BeiTollo altresì del fuo Ercole, e della vana confidenza,
che aveva avuta m
quell'immagine; tutte cole, che dovevano
far
.

Libro vili. Capitolo Vili. lop


far morire di confufione quen^ufurpatore, quale avendo fem-
il

pre fatta profeilìone di Crillianelimo, non erafi pofcia vergo-


gnato di marciare in guerra con quella vana ollentazione della
tua compiacenza per i Pagani , che lo avevano abbagliato con
r empietà de' loro prelagj
Paffando quindi Eugenio dall' infolenza , e dalla fierezza
d'un Tiranno all'umiltà di un lupplichevole, ridotto a non do-
ver più fperare , che nella (ola clemenza del vincitore , voile
impiegare le fue preghiere per ottenere quella vita, della qua-
le fi era refo indegno con la fua ambizione , e con la fua ribel-
lione. Ma nel mentre ch'ei flava prollrato a' piedi di Teodo-
fio per domandargliela , i foldati gli tagliarono la tefta , efe-
guendo così la troppo giufta fentenza , che contro di coftui era
Hata da queft'Imperadore pronunziata.
Fu quella tella pofla nella lommita di una picca, e povia-
ta per tutto il luo Campo Tale comparla obbligò coloro, che
.

tuttavia erano del fuo partito andar a gettarfi a' piedi di


, di
Teodofio , ed a dimandargli perdono , che conceduto loro fu
prontamente, e di buona voglia, avendo Teodofio talmente uniti
li vinti con i vincitori , che giammai non ebbevi diviiione tra

di efli, neppure dopo della lua morte.


Arbogado, ch'era la cagione di tutto il male , forpafsò
tutti gli altri tuoi delitti con un eccelso di furore , divenendo
egli iteflb carnefice di le medefimo. Imperocché dilperando
di poter ottenere la ftefia grazia allora accordata da Teodofio
a quelli, iquali fi erano abbandonati alla di lui clemenza,
velocemente ne fuggì per le più dirupate montagne.
le Ma
accorgendoli di elTerc dappertutto infeguito , fi palsò con più
colpi di Ipada da parte a parte il corpo , due giorni dopo la Batta-
glia, come lembra, che dica Claudiano.
Ecco qual fu la giuda fentenza da Dio pronunziata fopra
quelli due partiti, uno fperava con umiltà in lui (olo,
de' quali
lenza confidare negli uomini; e l'altro luperbauiente prelumc-
va per la folle fiducia , che aveva nelle lue proprie forze , ed
in quelle degli Idoli. Di forta che Teodofio affai meno fi ral-
legrò
no ViTADiS. Ambrosio
leorò nella fua vittoria di aver fatto morire un Tiranno, che
di avere recata confufione alle vane Iperanze
Pagani, tra i de'

quali ,
quelli , che furono più
ropravififero tormentati
, dall'

ignominia , che (offrivano , di vederfi ingannati dalle lor fal-


le divinazioni, di quel che lo fulfero coloro, che perirono uc-
cifì dal ferro, di vederfi disfatti dal rigore della lor iorte.
Teodofio (a)y il qual voleva che la fua pietà aveffe la
miglior parte nel fine di quella Battaglia, ficcome l'aveva avu-
ta ne' fuoi principi, fece atterrare tutte le ftatue di Giove, le
quali erano fiate porte fopra dell'Alpi. Ed avendogli detto
alcuni de' fuoi foldati con quella libertk , che la vittoria nuo-
vamente riportata dava a più fedeli fervi di un si buon Prin-
cipe che farebbero flati affai contenti di ricevere rutti i colpi
,

de' fulmini di quefle llatue, ch'erano d'oro, ei loro li dono li-


beralmente .

Quella vittoria vien confiderata non tanto per un effetto


ordinano dell'umana prudenza di un faggio Imperadore, quan-
to per una flraordinaria ettufione della grazia del Cielo , che
compiacevaG di ricolmare dei fuoi doni in quella occafione un
Principe Crifliano. E S. Ambrofio (^), che l'attribuifce alla
pietà di Teodofio, la paragona a quelle antiche vittorie affat-
to miracolofe daDio anticamente concedute a Mosè, a Giofuè,
a Samuele , ed a Davide .

Tutto ciò, che noi ne abbiamo fin a qui riferito, ne è una


prova più che badante. Ma conviene loggiugnerc, che cffen-
do un indemoniato ufcito dallo fleffo Tempio (e), nel quale
quello religiolo Imperadore aveva fatta la fua orazione, diflan-
te fette miglia da Coflantinopoli, ed efsendo inalzato per l'aria
dal Demonio proferì delle ingiurie contro S. Giovanni Battifla,
e rinfacciandogli la fua tefla recila, gridò ad alta voce: Co.fi
dunque tu mi juperi ^ e mi mandt in rovina la mia Armata?
Qi.ielli, che fi trovarono prefenti ,
quando ciò iuccedette , e
eh' era-

(fl) jiiigufl. I (f) Sczom.


'
(6) Ambraf.Epijì.ió.
.

Libro vili. Capitolo Vili. iii


ch'erano impazienti, fimilmente che molti altri , di ricevere
nuove della guerra, pieni di maraviglia fecero particolare ri-
flefhonc lopra quelle parole , e non molto dopo Cepperò da
quelli ftefifi , che fi erano trovati nella battaglia , eflerc (lare
proferite nello fteffo giorno dell'avvenimento decifivo di qi-'.-fta
Guerra, dei quale non ne furono meno certificati dal lume, e
dalla gioja dc'Santi, che dalla confufione de' Dcmonj. Impe-
rocché quando fu recata in AlefiTandria la nuova di quella dif-
fatta, Rutiino , che ne ha tramandata la ftoria alla pofterita ,
e ritrovavafi allora nella Tebaide con S. Giovanni d'Egitto, la
rileppe nello ftefl'o giorno , che fegu\ , dalla bocca di quello
fanto Profeta, il quale gli foggiunie, che Teodofio non Copra-
vi verebbe lonzamente a quella vittoria.

Capitolo IX.

Piefiì di Tcodojto^ il quale perdona a [noi nemici^


anche a perjuajione dt S. Ambrofio .

TEODOSIO obbligato a riconofcere la grazia a lui compar-


tita da Dio con una pietà proporzionata alla grandezza
del beneficio , non trovò maniera più propria per foddisfarvi,
che di uiare una grande mifericcrdia verfo de' vinti Quello .

egli fece d'una maniera, di cui non v'è eiempio in tutta l'an-
tichità (/«), egli ha fatti meritare gli elogj non lolode'Cri-
(liani , coinè di S. Ambrofio, di S. Agodino, e di Orofio ma ;

ancora de' Poeti Pagani , i quali fono itati coflretti a lodare


una SI eccella , e maravigliofa virtù
Infatti elsendo ch'ei fufse aisai più vittoriofo di fé ftelso,
che de' fuoi capitali nemici, contcntandofi di vedere eftinta una
SI grande , e si pericolola Guerra dal iangue di due fole perlo-

ne , d'Eugenio cioè , e d'Arbogallo , dante che gU altri ribeili ful-


fcro ioggiaciuti alla forte dell' armi , e non uccifi per luo or-
dine.

(a) j1mbrof.Ep.l6. Orof. i. j . e. ^^,


.

ut ViTADiS. Ambrosio
dine, perdonò a' loro Figliuoli, i quali fi rifuggiarono nella
Chiefa, quantunque non fufscro ancora Criftiani
Volle egli , che quella occafione fervifse loro per abbrac-
ciare il Crillianefimo Egli li amò con un affetto del tutto
.

Griftiano, e fu lontano dal privarli de' loro beni, che anzi


s'i

gli onorò con delle Cariche , e delle Dignità della fua Corte y
e del fuo Imperio. Non foffri , che vi fuise alcuna particolare
inimicizia dopo la vittoria; non efsendofi diportato come Cin-
na , Mario , ed altri fomiglianti , i quali non vollero
Siila ,

dar fine alle civili guerre dopo ch'elleno erano fiate terminate
con loro vantaggio , ed elfi avevano col loro rifentimento ol-
trepafsati eziandio i più ampli confini della loro vittoria. Ed
efsendocchè la fua unica afflizione fufse , che quefte guerre fi

fufsero mofse, non volle, ch'elleno recafsero nocumento ad al-


cuno, dopoché furono terminate d'una maniera si gloriola per
lui, e SI vantaggiofa per la Religione CrilHana.
Convien però qui confefsare, che una parte della gloria
dovuta a quella bontà diTeodofio appartiene a S. Ambrofio (a).
Ed efsendocchè queft'Imperadore veramente Criltiano fufse per-
fuafiffimo , efser egli onninamente debitore della fua vittoria
al Cielo, in vece di far inalzare archi trionfali, e di fegnalarfi
con altre fomiglianti magnificenze, come gli altri Principi era-
no llati foliti di fare in fomiglievoli occafioni , fcrifle a Sant'
Ambrofio a puro fine di pregarlo , che rendeffe grazie a Dio
della vittoria da eflblui riportata.
Credendo per avventura Teodofio, che il noflro Santo fuf-
fe afl'ai diftante da Milano, moftra nello fcrivergli d'efiere per-
fuafo , ch'ei fiafene allontanato, perchè dilperalfe , che l'armi
del fuo Principe aveflero un felice luccefìTo. Era peraltro ma-
nifeftamente falla la perfuafione del Principe vincitore ,
poiché
S. Ambrofio era Milano, come abbiamo veduto.
già ritornato a
La ficurezza però , che S. Ambrofio aveva de' meriti di Teo-
dofio, e che a Dio farebbe accetta i'oftia, che le gli offerirebbe
a no-

{a) Ambrof. Ep. 58.


Libro vili. Capitolo IX. 115
a nome di quefto Principe, fece si ch'ei fi conformafTe con tut-
to il giubilo del luo cuore alli di lui defiderj Avendo quindi .

per quello motivo polla lopra l'Altare la lettera fcrittagli da


Teodofio, la tenne nelle mani nel mentre che offeriva il Sacri-
fìcio, acciocché la fede dell' Iniperadore parlaffe con la mano
del Velcovo, ed i caratteri della mano di quello Principe si re-
ligiofo facelTero le Sacerdotali funzioni, ed offeriffero la Divina
Ortia per le mani Gesù Cristo.
del Pontefice di
Dopo ch'ebbe Ambrofio foddisfatto
S. a quefto dovere ver-
fo Dio, Icrilfe a Teodofio per mezzo d'uno de'Ciamberlani del
medefimo Principe, a motivo di rallegrarfi con lui della ripor-
tata vittoria (/z). Si protefta in quella lettera, altro non
avanzargli da defiderare, fuori che il compimento della fua pie-
tà ,
nuovi contrafegni , perdo-
della quale lo Icongiura a dar
nando a' ribelli, principalmente a coloro , che non erano an-
cor caduti in quello fallo, vale a dire, che non avevano por-
tate le armi, che per Eugenio, né avevano avuta parte negli
affari di MalTimo .

Scrifle il Santo a Teodofio ancora una feconda lettera ,


che noi non abbiamo, ed oltre quella (^), un altra, che gli
mandò per uno de' luoi Diaconi nomato Felice, il quale noi
abbiamo probabilità di credere elfere quello, che fu dipoi Vel-
covo di Bologna (e). Non gli fcrilfe però loltanto per fod-
disfarc a' doveri della civiltà, ma ancora per intercedere a fa-
vore di coloro, i quali riconolcendofi colpevoli per la parte da effì
prefa in quella ribellione, fi erano rifugiati nella Chiefa. Ed
clfendocchè la fua maggiore premura fuffe d'ottenere grazia per
quelle perfone, non potendo più foffrire il dolore, che le loro
lagrime gli cagionavano , non volle afpettare , che Teodofio
venilfe a Milano, ma gli fpedi appella il fuo Diacono per iol-
lecitare il loro perdono .

Né di ciò fu contento, ma foflenne ancora generofamen-


tc

(a) Ambrof. Ef. 58. 1 (


'^
) PdMn. de Vit. jimbrof.
ib) Li. Ef. 16. I

Ttm. II-
H
114 ViTADiS. Ambrosio
te diritto, e la fantira degli afili.
il
Aveva Teodofio manda-
to a Milano uno de' luoi Segretari di Stato, nomato Giovanni,
il quale fu dipoi Prefetto del Pretorio, e noi crediamo effere
quello, che prefe Porpora nel ccccxxiii. dopo la morte di
la

Onorio; ed aveva a lui dato ordine di mettere nella fua fal-


vaguardia coloro, che fi erano rifugiati nella Chiefa, affine,
per quanto fcmbra , di mettere in ficuro la loro vita , fin' a
tanto che l'Imperadore diiponeife di effi.
S. Ambrofio, che aveva Ifimato iuo dovere il non allon-
tanarli dalla iua Sede, per poter effere pronto ad opporfi a quei-
1-e violenze, che per avventura voluto fare a quelle per-
fi fuffe
fone, avendo fentito, effere Giovanni venuto
a Milano per ef-
fettuare quefto comando, le n'andò in perlbna a trovare l'Im-
peradore in Aquileja, per intercedere a prò di quefti mifcra-
bili , né {tentò guari ad ottenere grazia per coftoro , avendo a
trattare con un Principe Criliianiffimo , che non nodriva ver-
fo di lui che deli' affetto , e della venerazione , e che gliene
diede nello fteffo iitante prove ftraordinarie, gettandofi egli
Iteffo a' fuoi piedi per proteltargli, averlo le fue preghiere, ed
i fuoi meriti fatto lalvo in tanti pericoli. Di forra che Teo-
dofio vincitore d'Eugenio akriffe a fua gloria d'effere vinto dal-
la pietà Ambrofio
di S. Avendo quindi il Santo ottenuto
.

quanto dimandava, ritornò di lubito d'Aquileja a Milano, ove


Teodofio giunte un giorno dopo di lui (a).
Nel loggiorno, eh' ei fece in quella Metropoli, edificò
tutti i Fedeli con una azione di pietà affai conforme, le non
alle ordinazioni, almanco allo ipirito, ed a' defiderj della Chie-
fa {b) Imperocché per quanto giuda fuffe la guerra, eh' egli
.

era ftato obbligato a foltenere nondimeno il dilpiacere ch'egli


,

ebbe dei fangue, che fi era Iparlo nella battaglia, lo indulfc


ad

(a) Baronio crede, che Teodofio per i che quefti due Apoftoli fiano rapprefen-
rieonofcere il foccorfo predatogli dai |
tati . Ma i volti cuiiiati in .quella Me-
SS. Giovanni , e Filippo faceffe llam- daglia non potrebbero per avventura
pare una medaglia da lui rapportata cfTere di Arcadio, e di Onorio?
all' anno cccxciv. , nella quale crede ! (i) Ambrof. dcobituTheodof.f.zii.
LiBRoVIII. CapitoloIX. 115
ad aftenerfi da' Sacramenti fino a tanto , che avefle ricevuta
una teltimonianza della grazia divina con l'arrivo de' iuoi
Figliuoli.
per verità, fecondo che ne penfa un Santo Padre (/v),
E
per quanto giuili, e legitimi poflano eflere gli omicidj , che fi
commettono nelle guerre, e quantunque i Principi, che ri-
mangono vittoriofi, Ipargendo il iangue de' lor nemici, fi fac-
ciano alzare de' trofei come illuftri mcriumenti delle loro vit-

torie- nondimeno fé fi vogliono confiderare le cofe per fé ftef-

fc, e fare rifleflìone fopra la tanto ftretta alleanza, che tutti


gli uomini hanno gli uni con gli altri , per la partecipazione
d'una Iteffa natura; iomiglianti omicidj non poflbno affoluta-
mente Quindi è , che non fenza un
paffare per innocenti .

ragionevole motivo aveva Moisè ordinato nell' antica Legge,


che quelli, che ritornavano dalla battaglia, ftefsero per qual-
che tempo fuora del Campo , e fi purificafsero prima di en-
trarvi.
L'ufo degli ultimi fecoli può fare tenere in conto di rigi-
da una fomigliante dilciplina. Ma può forfè darfi, che S. Am-
brofio abbia egli flelso configliata quelU umiltà a Teodofio ,
poiché parlando de' Giudici {b)^ i quali fono obbligati a pro-
nunziare fentenze di morte in calligo de' delinquenti, nel rif-
pondere che fa ad un Minillro, che avcvalo fopra di ciò conful-
tato, dice, che quantunque ei non voglia negare ad elfi afib-
lutamente la comunione, come altri del fuo tempo facevano;
nondimeno ei non può le non approvare, e lodare quelli, che
fé ne altengono da loro medcfimi.
Alcuni Storici fanno intraprendere a Teodofio verfo la fine
di quell'anno un fecondo viaggio a Roma (e); ma efsendoc-
chè

(«) Ifider.Peltif.l.^. Ep. 200. 1babile da quanto dicono Socrate L'^jì


ib) ^mhrnf. Ep. 51. \c. 26., e Soioineno /. 8. e. ^8., cHè
(f) Che Teodofio non fi accoftafTe 1 non li ftcc venire, (e non quando tro-

a' S?cramenti , fé non fé dopo il ri- vavafi infermo per la malattia, di fui
torno de' Figliuoli , vien refo poco prò- |
morì ; fé però non vuol dirfi ,
eh' ei fi

anima-
H II
6 . , . ,

Il Vita DI S. Ambrosio
ammalaffc dopo k fua vittoria, e che gli Imperadori tre fole volte C erano
l'idropifia , delia quale morì , non lo veduti in Roma. Or
ed'endo certo, che
lafcialle dopo di effa lungamente fo- Coftantino vi andò nel cccxir., Co-
pravvivere. Ma fiafi in una maniera, Hanzo nel cccxvii. , e Teodofio nel
od in un' altra, egli è difficile l'accor- CCCLXxxix. , neffuna probabilità vi è,
dare ciò con Zolìmo , il quale preten- ch'ei vi ritornalfe ancora nel cccxciv.
de, che Teodofio andaffe a Roma im- Ncffuno Storico quindi , e ncffun Au-
mediatamente innanzi alla fua morte. tore , o Cronolagilta , oltre i tre da
Prudenzio Symmach. dice fimil- noi già citati, pur una parola ne dice.
/. i. in
mente come Zofimo che quando Teo- Ed ancora di quelli tre Teodoreto cer-
, ,

dofio andò a Roma , e vi proibì l'Ido- tamente non nomina Roma che per ,

latria , aveva di gik vinti i due Tiran- dire, che Teodofio era in Occidente.
ni MafTimo , ed Eugenio. E s'egli è Ed il titolo di vincitore di due Tiran-
vero, come dice Teodoreto /. 5. f. 25., ni, che Prudenzio gli da, può cadere
eh' ei fia andato a Roma molto tempo in generale fopra la perfona di quefto
dopo la morte di Paolino, e di poi ab- Principe, fenza che qaefto Poeta abbia
bia voluto obbligare FUviano ad andar- pretefo , eh' ei l'abbia acquiftato fino
vi , conviene che ciò fia feguito dopo da quel tempo
la disfatta d'Eugenio. Si potrebbe dedurre dalla narrazione
Nondimeno il tempo, che pafsò dal di Zofinio ( poiché ei non lo dice ef-
giorno vr. Settembre, ne! quale fucce- prelTamente ), che Onorio fufTe andato
dettequefta disfatta, fino al giorno xv ri. a Roma con fuo Padre. Ma egli è vi-
Gennaio, nel quale Teodofio morì in fibile in Claudiano , che dopo elTervi
Milano, fembra affai breve, ed impro- andato nel cccLxxxix. cffendo ancor
prio per credere, ch'egli fia andato a fanciullo, prima d'elTere Imperadorc,
Roma, e che ne fia ritornato. In oltre e prima della guerra d'Eugenio , ei non
non avrà egli potuto partire da Mila- vi ritornò, che per cominciare il fuo
no, fé non dopo avervi fatti venire da fello Confolato , cioè verfo la fiae del
CoRantinopoli fuoi Figliuoli , fé non
i ccccni.
fi vuol dire, ch'egli abbia fatto quello Stilicone può efTervi ftato , come di-
viaggio, fenza avere prima partecipato ce Zofimo, ed ancora avervi fatto pro-
de' Sacramenti clamare Onorio Imperadore ; la qual
Dice Claudiano mConf.Htnor.^ che cofa però da quel!' Autore fi attribui-
quando Roma volle ottenere da Teo- fce a Teodofio. Dice altresì Zofimo,
dofio il Confolato per i due Fratelli che Serena moglie di Stilicone volle ri-
Olibrio , e Probino , ella gli mandò mirare la (tatua di Cibcle, e che aven-
de' fuoi Deputati a pie' dell' Alpi ; va- do veduto penderle fui petto un' affai
le a dire ad Aquilcja, od a Milano; preziofa collana , da lei la tolfe , e fé
né dice egli eh' ei fuffe allora afpetta- la pofe al collo; della qual cofa rim-
to in Roma , né eh' ei vi andalle in proverandola una vecchia Veilale , che
tutto queir anno. Ma anzi in un al- tuttavia viveva, ella la fece maltrat-
tro luogo, cioè de Confiti. 6. Honor. tare , e cacciare da quelli di fuo fegui-
dice, che ne' cent' anni, che avevano to , malgrado tutte le imprecazioni
preceduto i! fedo Confolato d'Onorio, che colici mandava contro di lei , de!
vale a dire dal cccxv. fino al cccciv. fuo Manto , e de' fuoi Figliuoli . Que-
fto
. 1 . . ,

LiBRoVIII. Capitolo X. 117


che difficilmente unire fi poflTa con le altre circoftanze della no-
fìra lloria , noi ci afterremo di qui metterlo , contro ciò che
ne tentiamo .

Capitolo X.

Teodofio fa ventre in Italia Onorio^ prciòijce i facrijiTJ


de Pagani , e fojìiene Flaviano d'Antiochia

DOpo
mente
la disfatta d'Eugenio applicoffi
nel regolare gli attari dei fuo Stato
Teodofio principal-
(^), come
ie prevedere ciò che doveva accadergli, cioè , che ben prefto
gli lopraltava la morte, giuda l'eiprefla predizione di S. Giovan-
ni d'Egitto. Mandò quindi di (ubito in Oriente per far di la
venire il Ilio Figliaolo Onorio; e credefi , eh' ei mandaffe an-
cora per l'altro fuo Figliuolo Arcadio , fecondo l'afìferzione di

alcuni Storici, benché da altri fi afferifca il contrario, e prin-

cipalmente da Ruffino, il quale ha lalciato fcritto, che Teodo-


fio , nel far venire Onorio, ordinò, che Arcadio governafle

nell'Oriente l'Imperio , eh' ei da gran tempo pofledeva (/»).


Di

fioStorico aggiugne, che Stilicone aven- fata Serena moltianni addietro ; poi-
do comandato, che 11 toglieflero alcune ché Maria loro figliuola fu maritata
lame d'oro .itrai grolle, di cai le porte ad Onorio fino dal cccxcviii., nel
del Campidoglio erano coperte, fi tro- qual anno , per quanto giovane ella
vò fcolpito in latino fotto di quelle fuffe , non poteva avere meno di anni

lame Si confervano per nn cattivo Re


:
dodici
Attribuifce Zolimo a quelk due azioni (,7) Rufflti.l.z. c.^4. Socrat.l.^.c.2-j.

ladifgrazia, che di poi fuccedette a Sti- Soz6m. Claudian. de ^.Confiti. Honor.


licone . E~ vero, che l'avarizia è lem- jimbrof. de obitu Theod.
pre colpevole, niairiniamente quand' el- (ó) Baronio crede, eh' ei faccffe al-
la rende la verità odiofa ; ma per azio- Arcadio. S. Ambrolio in
tresì venire
Figliuoli lo ven-
ni affai pili peccaminoie aveva Stilico- fatti dice, che i fuoi
nero trovare. Paolino parla della ftef-
ne meritato lo fdegno di Dio . a

Flffa Baronio tal fatto all' anno fa maniera. Teodoreto, /. 5. f. 2<5.


cccLxxxix., e può aver ragione; ef- fuppone , che fuffero ambedue
prefcnti
lua morte. E la Cronaca d'Alcf-
fendo certo, che Stilicone aveva fpo- alla
fao-

Tov,. II.
H 1 1
ii8 ViTADiS. Ambrosio
Di forta che fembri affai probabile, che S. Ambrofio, e Paoli-
no Vita abbiano per figura parlato d'Ono-
fcrittore della di lui
rio folo , come di molti , o che con Onorio fiafi condotto a
Teodofio alcun altro de' Tuoi Figliuoli , come la fua Figliuola
Placidia , la quale può avere fatta dimora dopo di ciò nel!'
Occidente.
Kfimilmente certo, che Serena Moglie diStiIicone,e nipo-
te di Teodofio, da effo confideratacome fua Figliuola, venne con
Onorio, o più torto ella venne dall'Oriente paffando per l'Illiria .
Effendo Onorio giunto a Milano, fu da fuo Padre ricevu-
to nella Chieia, e prelenrato a S. Ambrofio {n). Imperoc-
ché ei non credeva di poter procurare a quefto giovane Prin-
cipe una più potente protezione, quanto che l'amicizia di quefto
Santo Vefcovo , dal quale aveva ricevute tante benedizioni per
l'anima lua, e per la prolperita del fuo Imperio, nel dividere il
quale tra fuoi Figliuoli voleva loro lalciare come una delle
i

più confiderabili parti di lua eredita il rifpetto , e la venera-


zione, ch'ei aveva fempre avuta per quello Santo Prelato.
Indi dichiarò Onorio Imperadore (/>>), dandogli per fua
parte l'Italia, la Spagna, le Gallie, tutta l'Affrica, e fllliria
Occidentale, e nominò Stilicene per Generale delle fue Truppe,
e per attendere a' fuoi affari. La giovinezza del fuo Figliuolo
era un male inevitabile, e tutta l'umana prudenza non vi po-
teva rimediare , che fcegliendo tra' fuoi iudditi quello , eh' ei
gm-

fandria rapporta, che iVrcadio ritornò i ga quali fubito che Teodofio racco-
,

da Roma dopo la morte di fuo Padre. I mandò i due Figliuoli a Scilicone.


fuoi
Gli altri Storici però non dicono, che 1 Baronie altresì accorda che Arcadie
,

Arcadio venifl'g Occidente; fembra


in i non affiftelle a' funerali fatti in Milano
anzi che tutti fuppongano, ch'ei fi fer- i per Teodofio dieci giorni dopo la fua
maffe in Collant inopoli ; e Ruffino , /. 2. morte .Quindi lafciando di attenerci
e. 34. , dice, che Teodofio, facendo ve- 1
alla Cronaca d'AlelTandria la cui au-
,

nire Onorio, comandò ad Arcadio di toritì è di poco pefo, ftiraiam proba-


governare ncU' Oriente l'Imperio, che |
bile quanto abbiam detto, che S. Am-
da lungo tempo vi poffedeva. Claudia- 1 brofio , e Paolino parlaffero per figura
no in 3. Confiti. Honor. defcrivendo il d'Onorio folo, come di molti,
viaggio d'Onorio, niente affatto dice 1 (a) Piudin.Vit. Ambrof.
del fuo Fratello, quantunque foggiun- I {b) Zaftn:. !iù. 4.
,

Libro vili. Capitolo X. iip


giudicava il più capace per aduterlo co' fuoi configlj , e difende-
re i con la generale condotta delle ine Truppe .
Tuoi S:ati
Aveva egli formato qnelto dilegno lopra Stilicone , quand'en-
trare lo fece nel luo parentado, dandogli per moglie una delle
fue nipoti, ed era allora convinto delia Ina fedeltà, per i ler-
vigj da lui predatigli nell'ultima battaglia. Ma i grandi Im-
pieghi lono gagliardiffime tentazioni per gli uomini ambiziofi
ed è difccile il non ialciarfi abbagliare dallo fplendore d' una
corona, quando uno fé le trova vicmo, e fi conolce in pofitura
di poter foddisfare alle proprie più impetuole , e fegrete incli-
nazioni. Comprendeva Teodolìo baitaniemente la mente, e
la mano di Stilicone; ma per quanto ei fufle illuminato, non
aveva penetrato ben adentro nel luo cuore; né fapeva , che la
fedeltà di quelt'Uffiziale non avrebbe refiftito alla prova della
qualità di Sovrano, la quale ha indotto a commettere un ecce-
dente numero d' ingiuftizie, e di delitti a' più grandi uomini in
tutti i lecoli.
Efl'endochè non convenga in alcun modo dubitare, che il

Senato di Roma tralafciafle di mandare a Teodofio una folenne


ambalceria dopo la Ina vittoria, e che Teodofio aveflfe di giìi
ad iltanza del Senato conceduto il Conlolato del leguente anno
ad Olibrio, ed a Probino, fembra probabile, eh' ei parlaflTe in
Milano a quelli Deputati della Itefla maniera, con la quale di-
chiara Zofimo, eh' ei parlaffe in Roma nell' Affemblea del Se-
nato. Fece, die' egli, venire dinanzi a ie tutti i Senatori, che
tuttavia leguivano le antiche ceremonie de' Romani, e loro
ragionò, per efortarli a laiciare la Religione, nella quale ave-
vano fin allora vilfuto , e ad abbracciare la Fede Criftiana,
la quale ci libera da' noltn peccati. Né tampoco uno di quelli

(
Zofìmo ,
profies,ue a dir il quale era lempre Itato zelantifii-

mo Paganefimo ) volle arrenderfi alle perfuafioni di Teo-


del
doro, né abbandonare le ceremonie, con le quali la Citta era
ftata fondata, e iuflifteva dopo il corfo di quafi mille e ducent'
anni. Allora Teodolìo dichiarò ad elfi, troppo trovarfi aggra-
vaio l'erario dai diritti, che vi filevavano per i Sacrificj, e le
H IV altre
120 Vita DI S. Ambrosio
altre ceremonie Pagane, e che quindi voleva abolirle, sì per-
che aveva biiogno di danaro per la luffiftenza delle lue Arma-
te, come perchè quefta forta di fpefe a lui certamente
affai dil-

piaceva. Riipofero i Senatori ( feguita Zofimo ad elporre ) non

poterfi le ceremonie convenevolmente celebrare, e fecondo


lor-

dine, qualora ciò che abbifognava per le loro Ipefe, non fuffe
fomminirtrato dallo Stato; ma niente poterono ottenere. Cef-
farono quindi i facrificj , e tutte le altre ceremonie del Paga-
nefimo furono intieramente trafcurate. Cacciaronfi altresì i
Sacerdoti , e le Sacerdotefse degli Idoli , e tutti i Templi con-

feorati al loro culto rimafero abbandonati.


Ciò che da Zofimo Pagano deplorafi come un gran male,
non ha fervito , che a daf in tutti i fecoli futuri un affai lu-

minofo rifallo alla pietìi di Teodofio e la malignità della fua ;

penna avvelenata ha molto più contribuito alla gloria di queft'


Impcradore Criftiano, che gl'intieri panegirici. Imperocché
cofa giufta ella era che quello Principe impiegafse a gloria
,

di Gesù Cristo, unico autore della iua vittoria, i vantaggi


da lui ricevuti nella disfatta d'Eugenio, e che eisendo a lui
debitore dello fìabilimento della fua Corona , facefse regnare
in tutto l'Imperio la Religione Criitiana coli' abolizione de' fa-
crificj , e delle ceremonie Pagane , le quali dal Tiranno da lui
fconfitto erano fiate In fatti fenza quella azione
rirtabilite.

di pietà, la di lui vittoria farebbe fiata affai imperfetta, e tanti


facrificj abbominevoli , che fi farebbero offerti ne' Templi de-
sinati all'Idolatria , farebbero (lati altrettanti monumenti del
credito , e dell'empietà di Arbogallo , e della vergognoia tol-
leranza d'un Principe , il quale contentandofi di afficurare la
fua quiete, avefse avuto dell'indifferenza, e della freddezza per
gl'intereffi di quel Dio, che protettavafi di adorare.
In tanto che Teodofio le ne llava nell'Occidente {a}^ con-
tinuando fempre la divifione nella Chieia d'Antiochia, i Vei-
covi

(ij) Theodoret. l. 5. e. 25. •


1 era in Roma , ma noi l'abbiamo gi^
Teodoreto nondimeno dice, eh' egli |
fpiegato per l'Occidente.
Libro vili. Capitolo X. 121
covi Occidentali, che non erano della comunione di Flavlano,
rinovarono le querele di gik fatte contro quello Prelaro , quale
accufavano di tirannia contro la Chicla.
Ma rimperadore dimandò loro, in che confiftcfle la tiran-
nia, di cui accufavano quefto Vefcovo, e prefe a follcnerlo con
tanto calore , s'egli flefso fufse flato Flaviano , ed avefse
come
parlato in difefa di una caufa fua propria. Allora quando gli
replicarono: non poter cfll combattere contro l'Imperadore,
né entrare in un si ineguale contrafto ; rifpofe con efortarli a
cooperare alla pace , ed alla reconciliazione delle Chiefe , con
terminare quella differenza , e dar fine a sì ingiufta difputa ,
loro rappretentando, che Paolino di già era morto, e che la
promozione di Evagrio era ingiufta. Vi era ancora della pro-
babilità , che Evagrio altresì fufse già morto , come abbiamo
di fopra notato Teodofio quindi mollrò a quefti Vefcovi, che
.

tutte le Chiefe dell'Oriente, tutte quelle dell'Afia , di Ponto,


e della Tracia erano della comunione di Flaviano, e che tutta
riUiria riconolceva quefto Vefcovo per capo di tutti i Pre-
lati dell'Oriente. Teodoreto, del quale noi fin'adefso abbia-
mo riferite le proprie parole, dice che i Vefcovi dell'Occidente
arrendendofi alle perfuafioni di Teodofio , promilcro di dar fine
a queft' inimicizia, e di ricevere i Deputati, che loro fi mande-
rebbero, perchè fi effettuafte quefta reconciliazione.
Certamente dopoil rifpetto avutofi da queft' Imperadore

per S.Melecio nel Concilio di Coftantinopoli, ficcome abbiamo


riferito in più di un'opera, non dobbiamo maravigliarci, che
Teodofio lorteneffe la caufa di quello , che gli aveva pofta la
Corona fui capo, come Dio ftello avevagli fatto vedere in fo-
gno . Aveva egli certamente faputo, quanto da Flaviano erafi
fatto per la conlervazione della Fede nella Chiefa di Antiochia
durante l'cfiglio di quello ianto Velcovo, e di gran longa mag-
giore quindi era la premura, eh' egli aveva di difingannare gli
Occidentali, gagliardamente prevenuti contro Flaviano , come
non era egli in iftato di laiciarfi prevenire a fvantaggio di quel
Velcovo, di foccombcre all' oftinatezza delle loro querele
Ag-
122 Vita DI S. Ambrosio
Aggiunge Teodoreto, che per quefto motivo Flaviano man-
dò a Roma Beroea
Acacio diMa egli unifce in una fteffa
.

relazione, per fola coerenza della fiia materia, cofe, che non
fono fuccedute fé non dopo molto tempo . Non occorre però
aflegnarc altra caufa della riconciliazione di Flaviano con
rOccidente, che quella del pcffimo fucceflb delle querele dique-
fti Velcovi contro di lui, e della fermezza, con cui Teodofio

fi dichiarò in fuo favore; ftantecchè quella rifpofta dell' Im-


peradore contribuì a difporre gli fpiriti , facendo vedere a'
Velcovi dell' Occidente, non poter elfi fperare di vincere Flavia-
no , e di opprimerlo col pelo dell' autorità Imperiale E fé .

eglino dopo di ciò celTarono di pretendervi per tutto il reftante


della vita di Teodofio, meno ancora fi lafciarono lufingare da
qaefto penfiero dopo la di lui morte, ftantecchè la divifione da
lui fatta del tuo Imperio tra Arcadie, ed Onorio fuoi due figliuo-
li, toglieva più che mai agli Occidentali il mezzo di guada-
gnare gì' Imperadori d'Occidente, e di tirarli al loro partito.

Capitolo XI.

Prefagj della morte di Teodofio S. Ambrojio fcrive a


. S. Severo
di Napoli . Ritiro di S. Paolino a Nola .

LO fconvolgimento molte Provincie dell' Europa per i


di
continui terremoti, che durarono dal mefe di Settembre
fino a quello di Novembre, diede luogo a molte fpecolazioni («).
S. Ambrofio fteflb fi perfuafe (/»), che quefti fuffero preiagj
della proifima morte di Teodofio, la quale era fiata altresì pre-
detta dalle continue pioggie , e dalle denle , e tenebrole neb-
bie , che affai frequenti fi videro in quefto tempo. Non tra»
fcurò per tanto l'Imperadore un sì falutare avvertimento, eh'
egli aveva di già ricevuto dalla bocca del fuo Profeta S. Gio-
vanni

( « ) Chronic. Marceli. 1 ( ^ ) Ambrof. de obitu Theedof.


. , ,.

Libro vili. Capitolo XI. 123


vanni d'Egitto, e raccoile nel fuo cuore quanti aveva fenti-
mcnti di pietà per prepararfi a comparire dinanzi al Tribuna-
le di quel Sovrano Giudice, la cui kntenza decide della forte

de' Re ugualmente, che di quella de' loro ludditi.


In quelV anno probabilmente S.Ambrofio (a) fcriflTe a Se-
vero Velcovo nella Campagna per raccomandargli un Prete ,
che l'amore di un tanto npolo, e di una Criitiana tranquillità
aveva fatto venire dalli ultimi confini della Perfia, e gli ave-
va fatti fcegliere i lidi, e le innocenti delizie della Campania,
per ivi fervire a Dio lontano da' molefti tumulti del Mondo
Il noltro Santo defcrivendo con poche parole un si deliziofo
ed amabile foggiorno, attenta, trovarfi egli allora in una fitua-
iiione affai contraria a quefto filenzio, e ad un si pacifico riti-
ro; poiché conofceva egli continuamente elpofto a' lolleva-
fi

menti , ed alle violente agitazioni de' Barbari , alle tempefte


della guerra, ed alla crudeltà delle battaglie, dalle quali vede-
vafi circondato, come da un maretcmpeftofo; e nel mentre che
veniva aflediato combattuto da tutte quelle traverfie , e
, e
pericoli, ientivafi altresì opprelfo da un gagliardo timore degli
aliai più formidàbili mali dell' altra vita Quefto rimore è il .

Iblito linguaggio de' Santi, i quali per qualunque pace trovino


nella loro colcienza nondimeno temono, penlando alla Divi-
;

na giuftizia . In quefta lleffa lettera ei dice ancora di cfTere


già vifluto cinquantatrè anni
Sicrede, che Severo, a cui ella fu fcritta, fia quel Vel-
covo di Napoli, che la Chiela onora come Santo li xxx. d'A-
prile (^), e dedicata al di cui nome vedefi in Napoli una Chie-
la affai antica, ed in Sorrento una Cappella, che Giovanni Duca
di Napoli diede all' Abazia di Monte Cafino.
Il Martirologio Romano dice di S. Severo , che rifufcitò

un morto per convincere d'impoftura un calunniatore , da cui


veniva opprefta una vedova, e de' pupilli ancora lotto prete-
fto

(a) j^nibrof. Ep. 52. i


/. i- cap. 6. BollmA. ad ^o. Jfril. pag.
(A; Baron. 50. Aprii. Ferdinand., TÒJ.
Ughell. :vn, 6. Ital. San-. Leo Ojlicn.
.

124 Vita DI S. Ambrosio


fìo di un falfo debito ; e che da quel tempo in poi cominciofTì
ad invocarlo in ajuto degli agonizzanti Era si gloriola la di .

lui fama, mentre tuttavia viveva il noftro Santo, che perfino


iPagani profetavano per lui della venerazione, avendo Simmaco
alTerito, che tutte le diverte Sette erano concordi nella riipet-
tofa venerazione , che profeffavano alla di lui virtù, ed al luo
merito. Ma la Campania acquiftò verlo quello medefimo tem-
po un ofpite affai più illuftre, che Giacomo, quel Prete di Per-
fìa , di cui abbiamo teilè favellato. Fu quelli il celebre San
Paolino , che dopo avere rinunziato alla Porpora de' Senatori,
ed alla Dignità Coniolare , fece affatto pubblica profeffione dell'
Evangelica perfezione verio Tanno cccxcii. (a).
Era quello Santo ftato iempre nudrito nella Fede dalla
carità, e dall' affetto di S. Ambrofio ( />), quale egli chiama
il luo ammirabile Padre, e la forgente di quanto egli aveva di
bene , avvegnacchè fuffe ftato battezzato in Bordeaux da S. Del-
fino ed ordinato Prete da Lampridio, per accondefcendere a
,

tutto Popolo , che con una generale colpirazione , ed una


il

fanta violenza lo volle promoffo al Sacerdozio. Tutto quello


egli Icrive a S. Alipio, che lo aveva certamente conolciuto in
Milano nel ccclxxxvii. ,
quando vi fu battezzato conSant'A-
goftino
Allorché S. Ambrofio (e) ricevette la nuova di quello
ritiro di S. Paolino , il quale rinunziava a tutti i fuoi beni per
ritirarfi inNola , e della fanta riloluzione della lua moglie Te-
rafia, che era affai gencrofa per tutta conlacrarfi a Dio, fimil-
mente che il fuo marito, non potè trattenere in fé fteffo la
gioja, che ne provò; ma comunicolla di fubito al fuo caro
amico S. Sabino Vefcovo di Piacenza per rallegrarfi con lui di
quella si eccelfa opera della grazia. Ben prevedeva egli, che
quella sì llraordinariamente generofa rifoluzione di due perfo-
naggi

(«) S.Paolino non fi ritirò dagl'im- ] varfi con i ftefiì pafii , de' quali fi è
pieghi del fecolo in qi>eft'anno, come fervito Baronie,
ha creduto Baronio , ma verfo l'anno i (i) PauliK.Epij}.^^.
cccxcii. , come può facilmente prò- 1
(e) Ambrof.Epifi. ^o.
. ,

Libro vili. Capitolo XI. 125


naggi della primaria nobiltà , i quali rinunciavano a tutte le
cole , farebbe cenfurata da coloro , eh' erano pieni di umani
fentimcnti, mafTime del Mondo. Ma ei fi beffava delle
e di
vane querele, che i Grandi del iecolo ne farebbono , e delle
dicerie , che pubblicarebbono iopra il cambiamento di abi-
to , eh' era allora il primo effetto della mutazione de' coftu-
mi, quando uno vi fi impegnava con una pubblica dichiara-
zione. Neffun conto ei fciceva d'unsi ingiufto giudizio, ne po-
teva foffrire , che fi fuffe cosi fedele, ed elatto in conformarli
alle regole della vanita, e della menzogna, e sì negligente poi
quando trattavafi della verità , e della falute Finalmente .

condannava apertamente coloro , che moffi da umane rifleffio-


ni fi adcnevano dal fcriamente confiderare , ed adempire i do-
veri della Religione Criftiana, così (anta in fé medefima, e cosi
facra punto nulla confiderando le niinaccie fatte dal Figliuo-
,

lo di Dio neir Evangelio (-?), né temevano la confufione , che


dovranno un dì foffrire dinanzi al fuo Padre celefte coloro
che di lui fi faranno vergognati nel cofpetto degli uomini.
Non aveva certamente S. Ambrofio veduto S. Paolino dopo
la fua converfione, quando o in queft' anno, o nel precedente
fcriffe quella lettera. Ma quefto nuovo convertito nell' an-
darfene a ove aveva rifoluto di compiere la fua vita
Nola ,

preffo la Tomba , aveva potuto vedere il noftro Santo


di S. Felice
in Firenze , nella quale Città aveva egli paffata la maggior
parte di queft' anno (b). Lo fteffo S. Paolino attellò nel fe-
guente anno , che quello Santo Arcivelcovo lo aveva voluto
unire al fuo Clero. Di forra che, in qualunque luogo ei di-
moraffe, fu fempre riputato Prete di Milano, quantunque fufse
ftato ordinato Prete in Ilpagna (r). Si è pretelo, che S. Am-
brofio ardentemente defideraffe di averlo per lucceffore, e fi è
ancora

a) Marc.FIII.v. 58.
( 1 no Doveva egli dire da Firen7e, nelLi
.

(i) Baronie crede, che S. Paolino qua! Città abbiam veduto, che S. Ani-
an-iando a Nola, ove aveva rifoluto di |
brofio fi fermò per la maggior parte di
menare il reliante della (uà vita prcflo 1 quelV anno
la Tomba di S. Felice ,
pafl'afl'e da Mila- '
{e) Epijl- 40.
J25 VjTA DI S. Ambrosio
aggregato al fito
ancora fuppofto, eh' ei l'abbia efFertivamente
Clero {a). Ma le parole di S. Paolino non racchiudono poH-
tivamentc quello fenfo; ed è aflai probabile , eh' egli non ac-
cettaffe quell' efebizione, eh' era contraria alia
regola ordina-

ria della Chieia ; poiché non la racconta ,


che per far vedere
l'affetto, che S. Ambrofio aveva per lui, e
l'obbligazione, che

a lui correva di amarlo, e di onorarlo. Può nondimeno dirfi,


che S. Paolino non era per recarfi a fcrupolo una cola, la qua-
e sì ze-
le veniva approvata da un Arcivefeovo si illuminato,
lante per la difciplina della Chiefa .

Checché però ne fia , che quefta cofa non


egli è certo ,

fu effettuata, e che S. Ambrofio non ebbe la coniblazione di


arricchire la fua Chiefa di Milano di un sì illuftre acquilo,
il quale era dcftinato dalla Divina provvidenza
al Popolo d^i

Nola, o per meglio dire a tutto il Regno fpirituale di Gesù


Cristo.

Capitolo XII.

Morte di Teodofto , al quale da S. Amhrofia nj'ien fatta


la funebre Ora-z^one hi Milano,

ERa già qualche


tinopoli (^), e vi
tempo, che afpettavafi Teodofio
facevano i ncceffar) preparativi per
fi
in Coflan-

riceverlo come Imperadore l'Univerib con quella trion-


di tutto
fale magnificenza, ch'era dovuta alla grandezza, ch'egli fi era
acquiftata con l'ultima fua vittoria. Infatti egli vi ritornava
fui cominciare dell' anno cccxcv. , facendovifi accompagnare
da un Armata Francete, e da tutte le forze del (e), fé Mondo
non ne veniva trattenuto da mortale idropifia , cagionatagli
dalli fatieofi incomodi fofferti nella guerra contro di Eugenio .

Appe-

(a) Baron.an.cccxcw. \
(r) Socrat.liò. ^.cap.i^.
(b) Zof.l.^, Ambr.irt obituThcodof.
. ,

Libro vili. Capitolo XII. 127


Appena fi lenti ammalato (a)^ fi ridufle alla memoria
la predizione di S.Giovanni d'Egitto, e credette, che più non
rifanerebbe. Ma
per morire da Imperadore , che deve por-
tare fino al lepolcro la cura , e l'amore de' fiioi fudditi , quan-
to più fi vedeva vicino al Tuo fine, tanto più applicavafi al re-
golamento degli all'ari dell' Imperio, per impedire que' mali,
da' quali viene lo Stato ordinariamente opprefìb dopo la morte
del luo Principe
Efiendocchè niente gli reftafle da dirporre per i fuoi Figli-
uoli , avendo loro di già dato quanto aveva , fi contentò di
raccomandarli al loro Parente, cioè a Stilicene, che aveva fpo-
fata la lor Cugina; e che gloria vafi, che queft' Imperadore gli
avefìfe affidata, morendo, la cura, e l'educazione de' due Prin-
cipi Arcadio , ed Onorio , ed il governo de' loro Stati (b).
Ebbe nondimeno una lomma premura di perfuadere ad ambo-
due quefti Principi , che nel dividere le Provincie, che loro la-
fciava in eredita ciafchcduno di loro fi sforzaflc di aver tutto
,

intiero lo zelo , ch'egli aveva avuto per la pietà. „ Impe- „


rocche per lei, diceva egli, la pace negli Stati confervafi; „
per lei la guerra fi eftingue ; per lei fi luperano i nemici, e „
s'inalzano de' trofei, e fi riportano le vittorie.
Non gli reftando adunque cos' alcuna da ordinare per i l'uoi
Figliuoli, ed avendo, fecondo Claudiano, di già fatto conclu-
dere il maritaggio di Onorio con Maria Figliuola di Stilicene
e di Serena, per mezzo del reciproco loro conlenfo , a fine di
rendere (labile la quiete della lua Caia con quello matrimonio,
fece il fuo Tefianiento fol tanto per il bene, ed il vantaggio
de' Popoli (e).
Con quelta mira confermò il perdono di già da lui con-
ceduto a coloro , che avevano portate le armi contro di eflb,
e che non aveva potuto fino allora aflblvere, per qualunque
difpiacere, ch'ei ne provafle, a cagione delle oppofizioni di una
periona , che non è nominata .
Con-

(/t) Sozoni. 111/. 7. cap. 19. 1 (^c) Ambrof.


(^) Theodoret. lib. 5. cap. 29.
. , ,

128 Vita DI S. Ambrosio


diminuzione di im importa, che egli
Confermò ancora la

aveva promefla a molti Popoli, della <]^uale un Miniftro aveva im-


pedito l'effetto ma l'oppofizione medefima fervi a rendere quefto
;

Miniltro odioio, ed il Teltamenio di queft'Imperadore più illu-


ftrc , e più gloriolo. Né folamente incaricò a' iuoi Figliuoli
l'efecuzione di ambedue quelle cole; ma ancora ufando di una
più efatta precauzione, ne lafciò una Legge affatto ftefa, ac-
ciocché non fuffe in libertà de' fuoi fucceffori il potere per l'av-
venire obbliare quefta difpofizione delia iùa ultima volontà, la
quale credefi, che dall' Imperadore Onorio fuffe fedelmente ele-
guita. Trovando in ciò Claudiano fuo Panegirifta {a) la ma-
teria di far rifaltare la di lui bontà con eleganti verfi (^), ne'
quali dice , efTerfi veduti ceffare ietto il fuo Regno gli ecceffi-
vi, ed infopportabili accrefcimenti de' tributi e che quindi più ;

non fi vedevano vendere all'incanto i beni de' Cittadini; l'ava-


rizia più non faceva ad alta voce chiamare coloro , che altre
volte ne facevano ii ripartimento; e le rendite del Principe più
non fi accrefcevano con l'impoverimento de' ludditi.
Ma effendocché Teodofio aveffe fempre amata la Chiefa
fi prefe negli ultimi momenti del viver tuo maggior penfìero
di procurarne i fuoi vantaggi , che di cercare alleviamento al
male, dal quale veniva oppreffo. Ed effendocché ne fuffe al-
tresì flato fempre il protettore, credette di dovere prenderfene
particolare cura fino all'ultimo fuo refpiro, per portare al Tri-
bunale di Gesù Cristo incontraftabili contrafegni del luo zelo
per gl'intcreffi della fua Spofa Qiiindi fu, che con quefle .

grandi azioni di giuftizia , e di pietà volle coronare tutte le


buone opere da lui fatte nel corfo della fua vita.
Socrate, e Sozomeno hanno fcritto , che godendo Teodo-
fio ottima falute , dopo una malattia da lui fofìerta , afiiftette

ad

(«) Claudian.deéf.Confulat.Honor. , Non infeliees tabuU , n»n hafla rrfixas


( i ) Claudiano fi fpiega in quefti ter- j
Vendit opes ; avuia JeBor n»n voce ei-
mini: tatur
j

Imfia continui ceffant augrtìcnta tri- Nec tuti privatis crcfcunt £r»ria dam
%Hti ; nts
Libro vili. CapitoloXII. 125?

ad una corfa di Cavalli; ma che in quello ftefTo giorno dopo


aver pranzato venc-ndo tutto ad un tratto da grave malattia
oppredb, mandò il iuo Figliuolo a preliedere a' giuochi , ed ei
nella ieguente notte fé ne mor'i. La confidenza , che Teodo-
fio aveva in S. Ambrofio, era si grande, che chiamavalo per

nome eziamdio mandando l'ultimo reipiro , non potendo di lui


Icordarfi in quel momento si preziolb, e si terribile, dal quale
dipende l'eternità. I Storici Ecclcfiaftici atteftano, che quefta

morte fegui in Milano , ed alcuni di loro, come Socrate, e


l'Autore della Cronaca d'Aleffandria, dicono, che legni li xvii.
Gennajo. Regnò egli anni xvi. meno due giorni. Della ina
eth poi diverlamente parlafi , altri la fanno giugnere a 50.
anni, ed altri a 60. (a).
Il noftro Santo, che lo aveva fempre afTiftito con i fuoi

configli, ^ loUenuto con le lue orazioni , gli relè dopo la mor-


te tutti gli uflizj della pietà Criftiana , e pronunziò la iua fu-
nebre Orazione (b) nella Chiefa, nel quarantefimo giorno de'
luoi Funerali, alla prefenza d'Onorio, e della fua Armata (e) .

Cominciò da' preiagi, di cuiabbiam già fatta menzione, quali i

erano altrettanti pubblici avvili di quefta morte; e dice, che


fé ne vedeva allora il funefto avveramento. ConfeOa aver
tutto il Mondo ragione di piangere inconiblabilmente un Prin-
cipe , che a lui era ftato tolto , e che era llato folito di raddolcire
quando viveva le amare afflizioni di quefto Mondo, e di pre-
venire con la Iua indulgenza la punizione de' delitti. Avere
Teodofio lalciata la terra, ma lafciandola non avere perduto
il

Egli ha cominciato a regnare


((/) fecondo iPP. Benedettini della Con-
il giorno XIX. Gennajo del ccclxxix. gregazione di S. Mauro. E fé é vero,
Ruffino, e Marcellino gli danno 17. che Tcodofio nioriife nel ;cn. Gennajo
anni di regno , contando per due anni dello flcfs' anno, e che quefta funebre
il primo, e l'ultimo, che non fanno Orazione fuffe pronunziata nel quaran-
che uno. Socrate, e Sozomeno dico- tefimo giorno de' fuoi funerali \ ciò ne-
no , aver egli vilfuto 60. anni ; ma Vit- ceiiarianientc dovrà elfere iucceduto nel
tore non gli dà che anni 50. di vita. giorno XXVI. FeI>'i;ra;o dello llefs'anno .

(6) Quilk funebre Orazione fu re- Del 'Irr.diUtirc .

citata nei mele di Febbrajodel cccxcv. ( f ) cimbra]. Coiic. in obitu Thcodof.

Ttnt. n. I
i?o ViTADiS. Ambrosio
ilRegno, ed averlo foltanto cambiato in un altro incompara-
bilmente migliore; effendo ftato chiamato, a riguardo, e per
ragione della fua Reale dignità , a quella Celelte Gerufalem-
me, nella quale trovandofi felicemente Itabilito, diceva: Sic-
come ci era Jìato detto , 'vediamo ejfere nella Città del Signo-
re delle Virtù , nella Dio , da lui fondata
Città del nojìro
perche duri in eterno (a). Soggiunic Molti trovarli privi :

a cagione di quella morte della paterna protezione , con la


quale avevali continuamente affirtiti; ma i luoi Figliuoli elTerc
quelli , che avevano la maggior parte in quella perdita. Non
poterli però dire, che li avefl'e abbandonati , perchè avevali
falciati eredi della fua pietà. Né averli egli certamente ab-
bandonati, poiché loro aveva acquiflata la grazia di Gesù Cri-
sto, e la fedeltà della fua Armata, la quale aveva da lui im-
parata quella importante maflima, che Dio favorifce la pietà,
e rigorofamente punifce la perfidia.
Dice, che l'Imperadore Onorio, il quale aflifte a quella
ceremonia dinanzi agli Altari, gli rende quello funebre uffizio
nel quarantefimo giorno, ad elempio di Giuleppe , che della
fteffa maniera aveva praticato dopo la morte del luo padre Gia-

cobbe ; preferendo quelV ufo alla pratica d'alcuni altri , che al-
tri giorni fceglievano per lomiglianti uffizj di pietà , altri pre-

ftandogli nel terzo giorno, altri nel fettimo, ed altri nel vige-
fimo Ma che Onorio imitando Giuleppe aveva voluto lod-
.

disfare a quella obbligazione quaranta giorni dopo la morte dei


padre fuo Teodofio, il quale aveva imitato Giacobbe nella qua-
lità di Soppiantatore, avendo foppiantata la perfidia de' Tiran-
ni, e diftrutti gli Idoli delle nazioni.
Loda Ambrofio il Tellamento di queft' Imperadore , e
dice, eh' era tutto pieno di carità, concedendo di bel nuovo a' ri-
belli del fuo Stato l'abolizione del delitto della loro ribellione ;

e proffiegue a dire , che fé le ultime volontàed i Teflamenti de'


,

moiibondi hanno forza, e fermezza fempre durevole, non po-


trà

(«) Pfal. XLVIL V. 7.


Libro vili. Capitolo XII. 131
tra darli , che il Tcftamento di un s\ gran Principe non
mai
abbia e vigore, ed effetto.
Indi dopo aver lodata la viva fede di Teodofio , aggiun-
ge, che quella confiderazione obbliga i luci Figliuoli a man-
tenergli una fedeltà , e coftringe i luoi ludditi ad
inviolabile
avere per elli unpaterno, a lui dovendo qualche cofa
affetto
di più dopo la leguita morte, di quel eh' effi a lui dovevano
mentre viveva. Che in fritti le è delitto il violare i diritti
de' minori , ancorché fi tratti di fighuoli di perlone private ,
quanto più lo lark , e quanto d'mgiullizia pieno, qualor fi trat-
ti de' figliuoli dell' Imperadore, e d'un Impcradore, quale è

(tato quello, tutto compaffione, pietìi, e fede. Niente effer-

vi di più eccellente, la fede di un Principe, che non


quanto
fa infuperbirfi potenza, né gonfiarfi d'orgoglio, e che
per la
per motivo di compatimento ha per gli altri della condelcenden-
za. EflTerfi da quello Imperadore di augufta memoria creduto

di ricevere un favore quando veniva pregato a perdonare qual-


che fallo e che quanto più aveva mollrata commozione nel-
;

lo fdegno, tanto più era dilpollo ad accordare il perdono a


quelli, che lo avevano offclo. Elsere llaro il Ino fdegno una
fpecie di privilegio ,
per cui poteva taluno prometterfì gli ef-
fetti della fua indulgenza. Di lorta che, laddove ordinaria-
mente fi teme la collera negli altri Sovrani, in lui per contra-
rio fi defideralTe. Avere in lui trovato il loro fcampo delin- i

quenti, perchè quantunque fornito fufTe e di potere, e d'au-


torità iopra degli altri , nondimeno voleva piuttofto dolcemen-
te rimproverarli come padre, che punirli come giudice. At-
tefta , aver egli lovente veduti tremare per lo ipavento quel-
li , eh' ei riprendeva ma dopo d'elfere itati convinti de' com-
;

meffi delitti , e ridotti alla dilperazione, averli veduti partire


da lui pienamente contenti, per avere da elio ottenuta quella
affoluzione, di cui giammai non averebbero olato di lufingarfi.
Che luo dilegno era di correggere , e non di punire. Ch' egli
era giullo Giudice, e non arbitro rigorolo del caligo, non
negando mai il perdono a quelli , che confelTavano il loro de-
I n litto,
132 ViTADiS. Ambrosio
litto o rimettendo al giudizio di Dio quelli , che io nafcon-
,

devano negli impenetrabili ritiri della loro cofcienza. E eh'


egli tenendo quella condotta f^iceva , che gli uomini affai più
temefiero di eflcrc corretti dalla lua bocca che di effere calli-
,

gati de' loro eccelTi ; perchè egli operava con tanta ritenutez-
za, che voleva piuttodo guadagnare gli uomini con la religio-
ne , che col timore.
Si promette, che queft'Imperadorc efTendo ftato pieno di
fede , e di compaflione , fia divenuto un potente intercciTore
preflb di Gesù Cristo per i fuoi Figliuoli , e per tutto l'Im-
perio; poiché un uomo mifcricordiofo rendcfì a Dio accetto;
e poiché trattandofi benignamente gli altri , fi fa a fé fteffo
vantaggio, e fi guarilcono le proprie piaghe con i rimedj da
fé applicati a quelle di coloro, che ci hanno offcfo. Chiun-
que ia perdonare , die' egli , confeffa di effere uomo , e ticn
dietro alle orme impreffe da Gesù Cristo , il quale eflendofi
veftito della nolira carne, ha voluto piuttofto venire in que-
fto Mondo come redentore, che come giudice. Che perciò
fpiegoffi in quefìi fenfi Davide :lo mno il Signore , perchè fi
degna di afcoltare la mia voce , quando a lui io offro le mie
preghiere (a). Non poterfi fentire recitare quefto Salmo nel-
la Chiefa fenza perluaderfi, effere Tcodofio che parli. A
lui
fembrare, che quelle parole piene di pietà efcano dalla fua
bocca, poiché ei ne vede gli effetti. Avere quello Principe
veramente amato , flantecchè adempì tutti i doveri dell' amo-
re ; conferve i fuoi nemici, e fé gli relè affezionati; perdonò
a quelli, che lo avevano offefo, né ioffri, che fi vedeffero pe-
rire gli ufurpatori del fuo Imperio. Si diffunde il Santo iopra
quefla particolarità, e dice: che quando l'anima di Teodofio
fi feparò dalla terra cosi piena di pietà, e di Spirito Santo,
gli Angeli , che la precedevano , avendole dimandato ciò che
aveffe fatto , mentre era nel Mondo, ella fi era contentata di
rilpondere ad effi io ho amato , ciò che fpicgava lo fteffo ,
:.

quan-

(^) Ffalm.CXIV.v.i.
Libro vili. Capitolo XII. 133
quanto che dire: ho adempita la legge, e niente ho tralcu-
io

rato neir oficrvanza deli' Evangelio .

Avendo poi il Santo Ipiegati d'una maniera aflai tenera


rutti verletti di quelto Salmo, da lui applicati a Teodofio,
i

palla ad inalzare l'umiltìi di quelio Imperadorc, e principal-


mente quella da dimoltrara nella lua penitenza, e dice:
lui
avere egli avute divcrle ragioni di amare quello Principe, del
quale delcrivc l'eterna felicita con colori aflai vivi. E di qui
prende occafione di favellare di quella di Graziano, e di quella
altresì delGrande Coftantino.
Finalmente chiude la fua Orazione, confolando il fuo Fi-
gliuolo Onorio , alla prefenza del quale egli la pronunzia , e
dice che il dilpiaccre , che ha di non potere accompagnare il
:

corpo di fuo Padre fino a Coftantinopoli è uguale a quello di ,

quanti l'afcoltano; non vi eflendo alcuno degli alianti, che non


brami feguirlo in quella funebre pompa. Attefta, che quello
giovane Imperadore neflfuna proverebbe fatica , e dilagio nel
foddisfare a quello dovere , qualora non veniffe trattenuto in
Milano dalle necelTita della Repubblica le quali dalli ottimi ,

Principi fi preferifcono a' loro Padri, ed a' lor proprj Figliuoli.


Averlo fuo Padre fatto Imperadore , ed averlo Iddio invertito
di quefla augufta Dignità, non folamente per fervire a tuo Pa-
dre, ma eziamdio, per comandare al Mondo tutto. Non do-
ver egli temere , che la Ipoglia mortale di Teodofio giaccia ne-
gletta, in qualfivoglia luogo poflfa ella elfere portata. Che
l'Italia non mai nodrira un si ingiuiìo fentimento, quell'Italia,
la quale, elTcndo Hata fpettatrice dello Iplendore di tanti trionfi
di quello gran Principe, ed eflfendo (lata da lui per la feconda
volta liberata dal furor de' Tiranni , già onora l'autore della
fua liberta. Che Coftantinopoli non farà meno grata dell' Italia
dopo aver per la feconda volta mandato quelt' Imperadore a
riportare vittorie , non avendo potuto trattenerlo nel recinto
delle lue mura, durante la Guerra d'Eugenio. Elfere vero,
che quella Cittk alpettava il fuo ritorno , per onorare il fuo
trionfo con pubbliche lolenniiìi, e con f inalzamento de' trofei,

T.«.//. 1 III %^*


17 A Vita DI S. Ambrosio
fopra de' quali ella fpcrava di fcolpirvi tutte le Vittorie di Teo-
dofio ; e ch'ella fi prometteva
vedere l'Imperadore di tutto di
il Mondo ed accompagnato
circondato dall'Armata Francefe
,

da tutte le torze dell'Univerfo Ma che Teodofio va ad en- .

trar in eflfa con un potere , ed una gloria aflai più grande , e


di cui maggiore giammai non aveva avuto, né fperare poteva;
poiché fchiere di Angeli, e di Spiriti Celeiti precederanno que-
lla funebre pompa, poiché un innumerabile elercito di Santi
lo (eguira in quefto viaggio. Invidia egli pertanto la felicita
di Coftantinopoli , che ha la bella lorte di ricevere un Citta-
dino del Paradifo, e di racchiudere in un augufto avello un abi-
tatore di quelU celefte Citta.

Capitolo XIII.

Il Corpo di Teodojìo è portato a Cofìantinopolt,


Elogio di quejf Imperadore .

ESSENDO flato il Corpo di Teodofio imbalfamato dopo la


di morte , fu condotto a Coftantinopoli con tutte
lui
le ceremonie, e pompe, che poffiamo immaginarci; ed emen-
do ftato ricevuto da Arcadio, fu nell'viii. o ix. di queft' an- ,

no collocato nella Tomba degl'Imperadori {a).


Eccovi , qual fu il fine di quel gran Principe , che più
gloriofo riputa vafi ,
per eflere membro della Chiefa, che per
effere Imperadore della Terra , Ambrofio,
e del quale dice S.
che troppo diffidi cofa farà il trovarne un fomigliante. Tutti
i Storici Ecclefiaftici il commendano
fuo coraggio , e la fua
pietà. E onore vien
queft' a lui fimilmente fatto da' più illu-
ilri Padri della Chiefa, da S. Ambrofio, cioè, il quale giam-

mai non fi ftanca di far a lui degli encomj, daS. Agoftino (^),
e da Sinefio Vefcovo di Tolemaide (e).

{a)
i

Socrat. Ub. 7. cap. i.


.

Chron. t
Al-
_— .^
— .

(b) AuguJl.liii.^.deCivit.Deic.JÓ.
^_

Alexan. Zof. /. 4. I (»3 ^ynej\ de regno .

A
Libro vili. C a titolo XIII. 135
Alcuni de' Padani ancora fono ftati dalla di lui virtù co-
ftrctti a lodarlo. Simmaco (a) da a lui delle lodi in molte
lue lettere , quantunque ei non avefTe tutti i motivi di eflTere
propenio ad amarlo e quantunque i pregiudizi da Teodofio
,

recati agl'interenTi del Paganefimo, ch'era la paflione doininan-


te di quello Senatore, l'obbligafTero a dichiararli a lui contrario.
Temilto Filoiotb ne parla altresì vantaggioiamente.
Ma niente può aggiugnerfi a quanto ne dice di lui Aure-
lio Vittore benché del pari egli fufle Pagano , e benché icri-
,

vendo dopo la Tua morte avelie una piena liberta di non tacere
alcuno de' luoi difetti , e di vendicarli delle perfecuzioni da lui

tante volte fatte al Paganefimo , con rendere odiofa la di lui


memoria. „ Teodofio, dice Aurelio Vittore (ù) raffomiglia- „
va a Trajano nel corpo, e ne' cortumi , per quanto può dedur- „
lene da' ferità degli antichi autori , e da' ritratti , che a noi ne re- „
ftano. Egli era fimilmente che lui di datura alta, ed aveva „
membra , capigliatura , e bocca fomiglianti a quelle di quello „
Principe; né altro divario vi era, le nonché egli aveva meno „
di barba , Ifantecchè iovente fé la Iterpava , e che i luoi oc- „
chi erano alquanto più piccioli. Io non io però, i"e nel di lui „
volto tanta compariflTe amabilità, e vivacità di colore, quan- „
ta fé ne vedeva in quello di Trajano; e le il di lui portamen- „
to da uguale maefla andaffe accompagnato. So bene , che „
quanto alle perfezioni dello fpirito , tanto elleno avevano
„ fo-

miglianza con quelle di Trajano, che niente dir fi può di Tra- „


jano, che non pofla altresì applicarfi a Teodofio , le attenere „
GÌ vogliamo alle antiche ftorie. Era egli d'uno fpirito pieno di „
dolcezza , affatto popolare , e che credeva niente dilUnguerlo „
da' luoi fudditi , toltone gli abiti , e gli ornamenti citeriori , gene- „
ralmente onorando tutti gli uomini, ma principalmente gli uo- „
mini da bene. Era un Principe, che ugualmente amava tutti „
i fpiriti lemplici , ma che non laiciava di ammirare i dotti, „
purché l'innocenza della lor vita non andaffe dilgiunta dalla „
loro

(a) Sjfmmach. l. ^.Ep. 8 1. /. 2. E/^.i 3. I {b) Jurcl. Victor, e. 75.


I IV
i^<S Vita DI S, Ambrosio
„ loro erudizione: che con cuore veramente grande, grandi dif-
„ penlava donativi: che
chiamava a fé i Cittadini, fenza verun
„ altro motivo, che di averli una volta conolciuti, per aver con
,, effi converfato, allorché egli era uomo privato; e che colma-

„ vali d'onori , di ricchezze , e d'ogni torta di benefizj ,


princi-

„ palmente s'erano del numero di quelli , de' quali aveva fperi-


„ mentata la fedeltk ne' pericolofi avvenimenti della fua vita.
„ Aveva nondimeno tanto d'awerfione ai vizj, con i quali cra-
„ no meicolate le ottime qualità di Trajano , mafliine l'eccefìTo
„ del vino, ed il defiderio di fegnalarfi con i trionfi, che giam-
„ mai non mofTe guerra ad alcuno , né prefe l'armi, fé non tro-
„ vandovifi coftretto , e fece efprelTamentc una legge, con cui
„ proibiva l'ammettere ne' conviti e fonatori, ed altri fomiglianti
„ miniftri d'impurità, che vi fi chiamavano prima del fuo Regno.
„ Tanta poi era la che aveva di mantenere ne' fuoi
premura ,

„ Stati la caftita , e la continenza , che proibì i maritaggi con


„ le Cugine germane, fimilmente che con le Sorelle. Era egli
„ mediocremente dotto, le fi paragona a coloro, che fpiccavano
„ in letteratura ma penetrava ntUe azioni de' fuoi predeceflbri, ed
;

„ aveva un cftrema curiofita d'informarfene, giammai non ceffan-


„ do di parlare con efecrazione di quelli , de' quali aveva lette
„ azioni fuperbe , crudeli, e contrarie alla liberta. Ciò che fa-
„ cevagii avere orrore per Cinna, Mario, Siila, e general-
dell'

„ mente per tutti quelli, che fi erano ufurpato il dominio; ma


„ principalmente per i perfidi, e per gli ingrati. F
vero, che fi
„ Idegnava, quando veniva impropriamente trattato; mapronta-
„ mente rapacificavafi , e dopo aver dati ordini feveri , e rigo-
„ rofi , tal volta li moderava , per poco , che fé ne ritardafle

„ l'efecuzione. Avevagli la natura gratuitamente dato ciò che


„ Auguflo aveva imparato dal macftro , che avevagli infegna-
„ ta la Filolofia, il quale efiendofi accorto della fomma facilità,
„ ch'egli aveva nello fdegnarfi, per tema, che quella paffìone
,5 non lo trafportaflfe a qualche violenza, gli fuggeri, che quan-
„ do ei cominciava ad adirarfi , riandaffe colla memoria le ven-
„ tiquattro lettere dell' alfabeto Greco , acciocché quefla agita-
zione
LiBRoVIII. CapitoloXIII. 137 .

zione di fpirito quale è di troppo grande importanza, ef-


, la „
iendo divertita d'altro oggetto, per quello picciolo intervallo, „
venilTe a moderarfi. Ma ciò, che aftatto raro è negli uomini, „
videfi in quello Principe, il quale ampliata ch'ebbe, in prò- „
grefTo di tempo , la Tua Imperiale Dignità, affai migliore diven- „
ne di quello, che fune (tato per l'addietro, maflìmamente dopo „
di avere riportato vittoria dalla guerra civile. Imperocché da „
quel tempo in poi fi applicò a dare un buon regolamento per i vi- „
veri , ed a reftituire a molti de' fondi , togliendo eziamdio dal fuo „
erario fomme confiderabili d'oro, e d'argento, per dare ad elfi „
un abbondante ricompenfa quanto dal Tiranno era llato loro
di „
levato, e diflipato; fuperando con far ciò anche que' Principi , „
che paflano per più giufti, e compaffionevoli, i quali in forni- „
glianti occafioni hanno appena praticato di reftituire a' loro fud- „
diti i perduti nella guerra, e le lor terre affatto ro-
fondi da elfi „
vinate. Che le iar menzione debbefi delle fue ottime qualità, „
e di quanto da lui praticavafi nel Gabinetto, e nella fua Corte, „
cofc tutte, che per effere fegretc , e nafcofte , fono d'ordinario „
più oficrvate da quelli, che fono naturalmente curiofi ; egli ama- „
va il fuo Zio, come fé fuiTs (tato fuo Padre; trattava i Figliuoli „
del fuo Fratello morto, come proprj; aveva „
fé fuflero flati fuoi

un paterno affetto per i fuoi congiunti; era polito, e di umor ^,


giojale ne' iuoi conviti , da' quali teneva lontana ogni funtuofi- „
ta, ed ogni ecccffo; converlava famigìiarmentc con ogni iorta „
di perfone,ed era nella converfazione dolce sì, ma grave; per „
i fuoi fudditi era un Padre pieno di tenerezza, e perla fua Mo- „
glie era un Marito tutto tranquillità, e pace, (guanto agli„
efercizj del corpo, ei non vi cercava il fuo piacere, né li pra-„
ticava fino a Itancarlene ; amava di divertire per follevare lo „
fpirito, quando ne aveva tempo; e fi ferviva della lua arti- „
nenza , e della fobrieta , come di un eccellente regolamento „
del luo vivere.
Filoltorgio difcepolo d'Eunomio (/j), che Teodofio aveva
per-

(a) Philoflorg. XI. 2.


128 Vita DI S. Ambrosio
perfeguitiito più di verun altro Eretico, accufa queft' Impera-
dore d'efTcrfi lafciato trafportare dalle delizie del palato. Ma
benché dia a un accula affatto contraria alle lodi, che in
lui

ciò gli dà Vittore; non lalcia però di commendare il iuo zelo


per lo diltruggimento del Paganefimo, e di dire avere egli :

perciò meritata da Dio un affatto ftraordinaria felicita.


Il folo Zofimo è quello, il quale crudelmente lacera la
fama di quefio Principe, ma talvolta con contradizioni affai
vifibili. Per qual cola il Cardinale Baronio fi è creduto
la
obbligato a confutare le fue calunnie. QLiefta imprefa non è
troppo difficile a loftenerfi, e farebbe ancor più facile, fé noi non
avefhmo perduta un Opera comporta in lode di Teodofio da
S. Paolino, allorché ftavafi in Nola, la quale da S. Girolamo
vien chiamata una dotta , ed eloquente Apologia , e da Gcn-
nadio (a) un eloquente Panegirico, col quale quello Santo mo-
Ifrava, efferfi da queft' Imperadore Criftiano vinti gli usurpatori

dcir Imperio piuttofto con la fua fede, e con le lue orazioni,


che con la fua refiftenza, e colla forza delle fue armi S. Pao-.

lino fteflb (b) parlando di quefta fua Opera dice, non aver in
effa tanto lodato nella perlona di Teodofio un Imperadore ,
quanto un Servo di Gesù Cristo, né un Sovrano, che ulafse di
fua potenza fignoreggiando con orgoglio, ma più torto un Re, il
quale non l'elercitava fé non ubbidendo a Dio con umiltà, co-
me a fuo Padrone, e Signore e che Teodofio era Re, più per
;

la fua fede viva, ed ardente, che per la fua Reale autorità,


S. Girolamo quindi fcrivendo a S. Paolino ha detto , che Teo-
dofio era affai felice per avere avuto un tale Oratore, che lo
difendeffe , e che quefto Santo aveva aggiunto un nuovo Splen-
dore alla Porpora Imperiale di Teodofio, ed aveva confecrata
l'utilità delle fue Leggi per tutti i fecoli futuri.

DEL-

(rt) Hieron. Ep.Z^. Gennad.CatalJ {b) Paulin, Ep, 9.


I3P

DELLA VITA
DI S. AMBROSIO
ARCIVESCOVO DI MILANO,
Dottore della Chiesa, ec.

LIBRO NONO,
Nel quale si tratta tre ultimi anni della sua vita
de' ,

E di alcune sue particolari azioni sino alla morte.

Capitolo I.

// Santo dijcopre tniracolofamente i Corpi de Santi Martiri


Na-z^no , e Celfo .

Ddio, che già tante volte aveva date %\ gran-


di benedizioni alla pietà di S. Ambrofio con
la rivelazione delle Reliquie de' Santi Mar-
tiri, volle di bel nuovo conlolarlo con la Ico-
perta de' Corpi de' Santi Nazaro , e Cello ,
alcuni anni prima , che gli accordafie nel
Cielo la ricompenfa di tutte le lue apolìoli-
che fatiche. Paolino (tf), il quale attella, elsere quello Santo
iopra-

( « ) Paulin. Vita S. Ambrof


140 Vita di S. Ambrosi©
fopravifluto per tre anni a Teodofio , racconta queft' avveni-
mento imniediatamente dopo aver parlato delia morte del
di
mentovato Imperadore, e noi altresì terremo quelt' ordine.
Durando la perlecuzione della Chiela , facevanfi talvolta
fervire a' fpettacoli , ed a' popolari divertimenti i Criftiaai
condannati a morte per la Fede, e la Religione Criftiana da
efli profelTata (a). Si ftralcinavano quelli di Milano al Tea-
tro, che allora era fuori della Città, o per eflere uccifi ne'
pubblici giuochi dalle mani di eiperti gladiatori , o per effere
sbranati da' denti delle fiere , o per lafciare la vita in altri
lupplizj più crudeli , e la feverita degli Editti Imperiali giu-
gneva a tale di privarli della fepoltura. La generofa pietk
nondimeno degli altri Criftiani, che ad efli fopravivevano, in-
ducevali a feppellirli ne' prati , o ne' giardini fituati ne' con-
torni della Città, contentandofi di gettare fopra i loro corpi
un poco di terra.
Credefi che Nazaro , il quale era un uomo nobile di na-
scita , fufle martirizzato lotto Nerone , con un giovinetto no-
mato Celfo, e fufle fepolto nella maniera teftè defcritta , cioè
in un giardino, e che Dio avefle rilervata alla fantità di Sant'
Ambrofio la rivelazione del luogo della fua fepoltura. Paoli-
no, che fu preiente ad un sì felice diicoprimento , dice, che
il fangue, il quale fi trovò nella tomba di Nazaro, era frefco,

e vermiglio , come fé fufTe flato fparfo in quel medefimo gior-


no Ed aggiunge, che la tefta di quefto Martire , la quale
.

era ftata recila da quefti empj fu trovata con i capelli , e la


,

barba cosi intiera, ed incorrotta, che fi farebbe detto, ch'ella


fufle ftata allora recifa, e porta nel fepolcro. Si protefta però,
niente maravigliato di quelto prodigio, avendo Gesù
eflerfi egli

Cristo detto Evangelio a' iuoi Diicepoli


nell' cf>e fion perde- :

ranno un fol c.ipello della lor tejìa Aggiunge ancora , che da efla
.

ne ufciva un si ioave, e gagliardo odore, di cui ne furono pieni


tutti gli aftanti, che non è da paragonarfi a' più grati profumi.
Poi-

(«) Antiquìtates Medìolanenfes Cajìillioneì p. iij.


Libro IX. Capitolo I. 141
Poiché fu tolto da terra il Corpo di quefto Santo Mar-
tire, e che venne collocato fopra di un letto, tutti quelli, i
quali avevano alTilUto a quello primo ritrovamento , andarono
ad accompagnare S. Ambrofio per far con lui orazione ove era
il Santo Martire Cello nello iteflb giardino. Non fi ricorda-
vano però , che quelto Santo Arcivefcovo giammai aveffc fat-
ta orazione in quL-tto luogo; poiché, fempre che oflervavafi ,

eh' egli andava a fare la lua orazione in alcun luogo, ove giam-
mai non era ftato da prima, fé ne deduceva, che Dio gli avei-
fe fatta qualche nuova rivelazione. Seppero nondimeno da
quelli, a' quali era commefla la cura di quello luogo, che i loro
antenati avevanli refi avvertiti di un antica tradizione, palla-
ta da padre in figlio , di non ul'cire giammai da quel luogo ,
né elfi , né i loro dilccndenti per tutta la loro pollerita, perchè ivi
fi erano anticamente nalcolti de' preziofiflimi telori E vera- .

mente erano qucfii tefori preziofififimi, poiché erano delia na-


tura di quelli , fopra de' quali neffun diritto polTono avere i
vermi e la corruzione, né poifono eiTere difterrati, e rapici da'
ladri, perché Gesù Cristo fteflo ne veglia alla loro cuftodia,
e la Corte Celclk è il loro vero foggiorno; comecché Cristo
ftelTo era Itato la loro vita, e la morte un vantaggiofo guadagno.
Dappoiché fi fu tralportato ( continua a favellare Paoli-
no), il Corpo Santo Martire alla Bafilica degli Apo-
di quefto
fìoli , nella quale fi erano già da molto tempo innanzi colloca-

te le Reliquie de' Santi Apofioli, con una univerfale divozio-


ne, nel mentre che S. Ambrofio parlava al Popolo, un inde-
moniato cominciò a gridare ad alta voce, che Ambrofio lo tor-
mentava. Ma volgendofi il Santo verfo di lui: „ Taci, gli
difie, milerabile Demonio; non è Ambrofio, che ti tormen-
ta, mala fede di quefii Santi, e la tua invidia, perché tu vedi
falire gli uomini al luogo, d'onde tu lei Itato precipitato per
il tuo orgoglio imperocché Ambrofio non
, , ciò che fia gon- la

fiarfi di vanità. " Dette quindi eh' ebbe quelle parole, co-
lui, che gridava, fi ammutolì, e nello fieOb iftantc rimafe ,

quant' era lungo, ftefo lui fuolo , né piij proferì pur una fiUa-
ba, ne fece il ben minimo movimento.
La
.

142 Vita di S. Ambrosio


La Chiefa quindi di Milano aggiunfe quefto nuovo tefo-

ro di benedizioni, e di grazie alle antiche lue fpirituali ric-

chezze, delle quali ne fece parte ad altre Chicle a le vicine,


e di cui la Francia altresì parteciponne in progrefìTo di tempo.
S. Paolino (a) ne fece uno de' più preziofi ornamenti della
Bafilica di Nola. S. Gaudenzio, avendo avuto del langue di

S. Nazaro, che fi era portato a Brelcia nel gefìTo, con quello


de' Santi Gervafio, e Protafio , dice, eh' ei fi Itimava piena-
mente contento per poOTedcrlo, e collocò nella fua Chiefa le
Reliquie di quefti Martiri, i quali fi erano, die' egli, rivelati
da le (leffi qualche tempo prima al Santo Arcivelcovo Ambro-
fio Ennodio di Pavia (/>) ne mandò per mezzo di uno de'
.

fuoi Diaconi ad alcuni' Vefcovi dell' Affrica, per animarli alla


coftanza nella perfecuzione, che foffrivano per la difefa della
Fede, coir efempio di quelli invincibili foldati di Gesù Cris-
to, i il loro martirio lotto Nerone, come dal-
quali fofiennero
lo fteffo Ennodio ventihiamo afiicurati in un Inno da lui com-
pollo in lode di S. Nazaro. Imperocché quando S. Ambrofio
trovò il fuo Corpo, e quello di S. Celfo di lui compagno nel
conflitto della Fede, non fi lapeva ancora in Milano il tempo,
nel quale elfi avevano iofferto il martirio (e).
La Citta d'Embrun fu altresì arricchita diquefte Reliquie
prima d'alcun altra Citta della Francia. Ma le frequenti fcor-
rerie de' Barbari avendo cancellata la memoria del primo ac-
quifto, eh' ella ne aveva fatto, diedero luogo a molte falle re-
lazioni, per le quali S. Gregorio di Tours (d) fi è indotto a
credere che quefti due Santi avelfero ioft'erto il martirio in
,

Embrun Vi è ftata in Francia ancora una Bafilica intitolata


.

di S. Nazaro, alla quale il Velcovo Leonzio diede una più au-


gufta forma, come noi ricaviamo da un Epigramma di For-
tunato [e). Delle Reliquie di quelli due Santi ne furono al-
tresì

( a ) Fault». Ep. 2. & Natali 9. S.Fe- {d) Gregor. Turon. de gloriti Mart,
licis . cap. 47.
(A ) Ennod. Ticitt. Epijl. 1 1 ( f ) Vnnant. Fortunat. Ub. i.
(f) Paul'in.VhaS.JImbrof. .
. .

Libro IX. Capitolo I. 143


tres'iportate a Parigi {a). Vi era ancora in Coftantinopoli
una Cappella di S. Nazaro, la quale era (tata riitabilita dall'
Imperadorc Bafilio {b). Finalmente quelH fiori CelelH, i qua-
li erano Itati trovati in un giardino fituato ne' contorni di Mila-

no iparlcro la loro divina fragranza per tutta la terra e quello


, ;

fu frutto dell' odorato Ipirituale di S. Ainbrofio, che eifendo


animato dallo Ipirito , e dalla forza de' Martiri , aveva altresì
ricevuto da Dio un dono allatto particolare per Io dilcoprimen-
to, e dilcernimento delle loro Reliquie.
miracolo feguito quando quelle Reliquie fi trovarono
Il

per la confeflìone medefima de' Demonj, e per il favellare di


quell'indemoniato, ai quale S. Ambrofio impoie filenzio, fu
una teflimonianza autentica della veritk di quefte Reliquie ,
fimilmente che della umiltà del noftro Santo E fé Dio non .

volle, che queflo Energumeno fuffe liberato dal maligno Spi-


rito , che lo agitava , ciò fu per iuoi lecreti giudizj , che da
noi debbonfi con profonda venerazione adorare.

Capitolo II.

5". Ambrofto mantiene ti diritto degli ajìli . Storia di Teodulo


Convcrjione di Fr itigli la Regina de' Mareomanni

ESSENDO (lati fatti Confoli nell' anno cccxcvi. i due Im-


peradori Arcadio , ed Onorio (e), prcienioffi a S. Am-
brofào una nuova occafione di difendere i diritti della Chicla,
e le immunita de' luoghi Santi. Nel mentre che l'Impcrado-
re Onorio faceva nell'Anfiteatro combattere delle Fiere, che
gli erano (tate mandate dalla Libia , e che il Popolo correva
in folla ad aflìftere a quello fpettacolo il Conte Stilicone,
, a
perluafione d'Eulebio Prefetto della Citta, permife a' loldati
di

(«) j^imoin.lib.z.de geJUs FrancoT. I (e) Paultn.Vita Ambrof


th^
(b) CrArrn.
Cfdrcn •
,.

lAA ViTADiS. Ambrosio


di andare a levar per forza un certo Crefconio dalla Chiefa
ov' erafi rifugiato. Vedendo S. Ambrofio , che quefto delin-
quente erafi falvato fin fopra l'Altare per trovarvi un ficuro
afilo, fece quanto potè per difenderlo dalla violenza di coloro,
che volevano frapparlo dall'Altare , e circondollo con alcuni
de' fuoi Ecclcfiaftici , che fi trovavano allora nella fua Ghiefa;
ma efTendocchè quefti Ecclefiaftici fulTero in affai fcarfo numero,
e perciò impotenti a refiftere a tanti foldati, i capi de' quali
profcfTavano l'Arianifmo, furono coftretti a cedere alla lor vio-
lenza, né poterono impedire, che non ritornaffero all'Anfitea-
tro con lo fventurato Crefcoitio , che coftoro troppo volentieri
vi ftralcinavano , lafciando la Chiela nel pianto, e nell'affli-
zione del violamento delle fue fante immunita. Ne provò
S. Ambrofio un cftremo dolore, ed effendofi proftrato dinanzi
all'Altare , longo tempo lagrime in abbondanza
vi versò per
Quefte lagrime però ebbero forza ballante per ottenere , che
Dio fi moveffe a compaffione del Santo , e vendicafTe pronta-
mente l'oltraggio, ch'era ftato fatto alla fua Chiefa. Infatti
ritornati che furono i foldati all'Anfiteatro , e rclo ch'ebbero
ragguaglio a quelli , che li avevano mandati ; effendo fuggiti
alcuni Leopardi, corfero, con quanta lena avevano, al luogo,
nel quale ftavano affifi coloro , che già trionfavano di avere
cos'i oltraggiata la Chiefa , né da efTo fi partirono , fé non do-

po avere intieramente sbranati coftoro Vedendo il Conte Sti-


.

licone qucflo si pronto rilentimento della Divina giuftizia, eb-


be tal diipiacere degli ordini da le dati , ftante che con effi fi
fuffe meritato un si terribile caftigo , che ne diede foddisfazio-
ne a S. Ambrofio per molti giorni , e rilafciò Crelconio, ch'era
ftato levato dalla Chiefa, né fece a lui alcun male. Ma per-
ché coflui era convinto di enormi delitti , a' quali non poteva
in altro modo foddisfare , mandoUo in efiglio. Né per altro
motivo ciò fece Stilicone, che per accordargli qualche poco di
tempo dopo la intiera abolizione de' fuoi delitti .

Lo (teffo Dio, che aveva altre volte fatto fcendere il fuo-


co
Libro IX. Capitolo IT. 145
co dal Cielo (/?) per divorare un Capitano, e dieci foldati da
lui condotti, diede a conofcerc coll'elemplare cattigo di quefti
lòldati, quali avevano deprezzate le nmoltranze di S. Am-
i

brofio, qualmente gl'intereflì della lua Chieia, e l'onore do-


vuto a quefto Santo Veicovo, troppo a lui importavano. Non
volle S. Ambrofio in queft' incontro né parlare imperiolamente,
né ulare, come Elia, di lua autorità affoluta, né altro opporre
alla violenza de' luoi nemici , che la lua debolezza , e le lue
lagrime. Imperocché ei certamente fi rammentava di quanto
Gesù Cristo aveva una volta rilpollo a' SS. Giovanni, e Gia-
como, due de' fuoi più cari, ed intimi Apoftoli, allorché con
lo fteffo zelo d'Elia dimandarongli la permifTione di fare fcen-
dere dal Cielo il fuoco ad incenerire i Samaritani. Ed eragU
rimafta ben imprelTa nella mente la riprenfione da Gesù Cristo
ad effi fatta in queft'occafione , cioè, che non fapevano a qua-
le Ipirito erano chiamati. Né fi era Icordato (1^) di quanto
aveva icritto lopra di quella materia, cioè: „ che
egli fteflb
non conviene Icmpre trattare con rigidezza i peccatori, per-
ché dolcezza , con cui fi trattano , ed é utiliffima a chi la pra-
la
tica facendo loro efcrcitare la pazienza , ed aliai coopera all'
emenda di chi ha commelTo l'errore, e fi vorrebbe corretto.
Non trattandofi però in queft'occafione degl'interefiil per-
fonali di Sant' Ambrofio, non afpettò Iddio, ch'egli chiedelTc
vendetta dell'ingiuria fatta alla Chiefa; ma prevenne egli lìef-
fo le fue dimande, ed inlegnò a Stilicone coll'elemplare calìigo
de' loldati , i quali 'avevano allora efeguiti i fuoi ordini, a più
non darne di fomiglianti con tanta inconfideratezza.
Verlo quefto tempo verifimilmente fegui (r), che S. Am-
brofio andando al Palazzo, feguito da Paolino, e da alcuni al-
tri luoi miniftri, uno di elfi avendo meffo un piede in fallo cad-
de a terra; per la qual cofa Teodulo Notajo del Santo non potè
trattenerfi dal ridere. Ma il Santo cflendofi a lui rivolto diffe:
voi.

(a) IV. Rtp,. T.


r (O i^aiiUii.
( i ) Ambrcf. Comment. in Lue. \
,

lAÓ Vi T A D I S. A MBRosro-
Tio/, che fiate in piedi ^ guardatevi dal cadere. Ed appena ebbe^
il Santo proferite quelle parole, che Teodulo , il quale rideva

della caduta d'un altro, fi vergognò della Tua. Ciò che fu


una general iftruzione a tutti quelli , i quali per la maligniti
della nollra natura trar vogliano grandi vantaggi da' falli del
loro proITimo. Ed avendo Paolino ftclTo notato querto fatto,
che non iembra importante, come gli altri, noi abbiam cre-
si

duto di non doverlo tralaiciare Teodulo {a) fu di poi Vcf- .

covo di Modona , ed il di lui governo fatto in quefta Chiefa


ebbe ottimi fuccefli, e fu ricolmato di benedizioni {b). Dalla
maniera, con la quale parla Paolino di Teodulo , fi deduce,
che quefti fufle di già morto, quand' egli Icriveva la fuccen-
nata di lui caduta.
La converfione però di Ffitigilla Regina de' Marcomanni
fu in quello tempo un affai notabile avvenimento (r) Aven- .

do quella Principefla udito parlare del Santo da un Criftiano


andato dall'Italia nel fuo paefe, e lentendofi dalla di lui fama
commofla , credette in Gesù Cristo , di cui quello Vefcovo
era un si fedele lervo, ed avendo mandati de' prelenti alla Chie-
fa di Milano per mezzo di alcuni Tuoi Ambafciadori, di loro
fi valfe, per pregare il Santo a mandarle in ilcritto l'illruzio-
ne , eia regola , con cui ella doveva condurfi Ciò fece il .

Santo, Icrivendole una eccellente lettera, in forma di Cate-


chilmo , con la quale altresì l'eforta a perfuadere al fuo Marito
il mantenere la pace con i Romani. ProdulTe quella lettera
nello Ipirito di quella Regina gli effetti da S. Ambrofio defi-
derati, ed avendo ella perlualo al fuo Marito quanto dal Scinto
le veniva fcritto, ei fi diede a' Romani con tutto il lue Popo-
lo.

((?) Ughell. uno tutto ad un tratto, nel mentre che


I

(^) Ughello nella Storia de' Vefco- | il Popolo vi fi trovava adunato; quan-

di di Modona dice, che Teodulo fece |


tunque Facqua fude di già (alita fino
coftniire una Chiefa in onore di S. An-,- i alle fineflre . Ma fomiglianti ftoric, le

brofio fuo predccelforc, attribuendo al- I quali non fono aiitenticate da alcuna
le fuc preghiere confervazione della
la antica telìiinonianza , non meritano di
Città, e della Chiefa di Modona in i elfere con ficurezza accettate,
una grande inondazione, la quale fifcr- 1 (r ) Paultn.
Libro IX. Camtolo II. 147
lo . Indi ella ftefla con tutta fretta fi pofc in viaggio per Mi-
lano, ove non ebbe la felicità di trovarvi tuttavia il Santo, il

quale era di già morto, quand'ella vi giunte.


ebbe ella adunque minore zelo della Regina Saba ,
Non
effendo venuta dalle edreme parti del Mondo , non per moti-
vo di curiofità, né per una Icmplice brama di fperimentarc la
fapienza di S. Ambrolìo, come quella celebre Principefl'a aveva
fatto , nel volerfi alTicurare Salomone con le
della fapienza di
fue dimande, e col proporre i per motivo di
fuoi enimmi ;
ma
fua falute, e per aiccltare la viva voce di quello, che aveva
avuta la carità d'inilruirla con i fuoi ferirti egualmente pieni
d' unzione che di Celefle lume
,
Giudicò ella della forgente .

dai rivi, e sforzofli di avere parte nella diltribuzione del Ce-


lefte pane, con cui il Popolo di Milano veniva quotidianamen-
te riltorato. Ma la UelTa fede, che la faceva venire da si re-

mota parte, doveva a lei recare una piena conlolazione , con-


fiderando, che il fuo viaggio non le larebbe inutile, e che Id-
dio in ricompenfa della lua buona volontà fupplirebbe alla di
lei irruzione, ed al fuo Rabilimento nella pietà con altri mez-
zi , che non erano noti ad altri, fuorché a lui folo, e ch'ella
doveva umilmente alpettare dalla fua provvidenza.
Abbiamo noi motivo di deplorare la perdita della lettera
dal noftro Santo fcritta a quella Regina ; poiché oltre le ilku-
zioni generali iopra la Fede in quella contenute, noi certamen-
te vi troveremmo la condotta da tenerfi con le perione di reale
condizione, e delle eccellenti lezioni per nuovamente convcr- i

riti. Diede però Ambrofio baltantemente a conolcere lo Ipiri-


to , dal quale veniva in quelF occafione animato poiché fa- ;

cendo una SI illuRre conquida a Gesìj Cristo, procurava agli

Imperadori, ed a tutto il Romano Imperio quella nuova al-


leanza. E la fecondità della grazia nella di lui perlona non
poteva più vifibilmente rifplendere, che col trarre a buon par-
tilo i Re , ed i Popoli più barbari col loio odore della lua pietà.

K IT Ca-
148 ViTADiS. Ambrosio

Capitolo III.

5". Ambrojto fcrìve alla Ch'tefa di Vercelli , alla quale ancora Ji


porta in perfona per procurare l'eleT^one di S. Onorato .

ESSENDO morto verloquefto tempo Limenio Vefcovo di Ver-


celli, Euiebio, il Popolo di quefta Chie-
e fucceflbre di S.
la, che dall' anno ccclxxxi. fino allora era (lato retto da quc-
fto Veicovo , non fi accordava nel dargli un iucceffore, quan-
tunque gi^ gran tempo fufse, che la di lui morte era feguita.
Della qual dilcordia S. Ambrofio, che ne era il Metropolita-
no, fommamente le ne affliggeva. E per verità deplorabile
cofa ella era , che quefta Chiela , alla quale tant' altre erano
fiate folite di domandare de' Vefcovi , non ne avefle alcuno ,
nel mentre che tutte le Chieie della Liguria, dell' Emilia, del-
la antica Venezia, e di altre Provincie ne erano provvedute.
Ciò, che però più lenfibile rendeva Santo la fua af-
al noftro

flizione, era l'attribuirlene a lui fteflb la colpa, benché ingiu-


ftamente ; poiché vano era lo Iperare , che quello Popolo fa-
cefl'e elezione alcuna, fino a tanto che fuffe tra fé divifo, che

durante la difcordia potcffe il Santo darvi il ben minimo provve-


dimento, e che alcuno volelTe rifolverfi ad accettare il gover-
no di una Chiela si piena di turbolenza, e di tumulto.
Quelli motivi per tanto, che iommamente affliggevanlo,
lo induUero a forivere una lunga lettera , di cui parte ne im-
piegava neir inalzare il merito di S. Euiebio, e parte in loda-
re la penitenza, la verginità , e le altre Crifliane virtù da' Mo-
naci Sarmazione , e Barbaziano con lomma inlolenza fcredi-
tate come inutili, e per ultim.o da con effa molte iftruzioni a'
Cittadini di Vercelli, Ipettanti al regolamento de' loro coftumi, e
principalmente al perdono delle ingiurie , per dar fine a tutti i
privati litigi, i quali, per quanto fembra, erano quelli, che im-
pedivano l'accordarfi nell' eleggere un Vefcovo.
EfTendo che quefta lettera neppure una parola dica di Li-
menio
.

Libro TX. Capitolo III. 141?

menio fuccenbre di S. Eulebio, hanno alcuni creduto, ch'ella


fia \t..ui iLfirta immediatamente dopo la morte di qnefto San-

to, Icbbenc non pofia in alcun modo loitcnerfì; imperocché ol-


tre refTere Eulebio morto fino dal ccclxx. fecondo S. Girolamo,
cinque anni avanti l'elezione di S. Ambrolio in efla fi parla ,

di quella di Nettario, laonde ella non può efTerc Itata icritta


più preHo della fine dell' anno ccclxxxi, Qiielli poi, quali i

pretendono, che queita lettera fia apocrifa, non debbono aflb-


lutamente meritar fede. Ma le la Vita di S. Gaudenzio di No-
vara (»»), la quale non è Hata icritta, che verlo il fine del
DCCLX. al tempo di Leone Velcovo della medefima Citta , e
contemporaneo di Papa Paolo, merita qualche credenza, può
con molta probabilità giudicarfi , che quelta lettera di S. Am-
brofio Icritta alla Chiela di Vercelli non fuffe baftantemente
forte per metterla in pace, e che finalmente ei fufie colìretto
ad andarvi in perlona. Imperocché in ella raccontafi, che men-
tre S. Gaudenzio originano d'Ivrea, il quale aveva elercitato
l'ufiizio di Lettore nella Chiela di Vercelli, di cui fu dipoi elet-

to Velcovo (/>), ie ne (lava ritirato, dopo la morte di S. Eu-


lebio, la cui Chiela aveva governata per tre anni, cadde in
penfiero a S. Ambrofìo di fare a lui una vifita, nel ritornarfene
da un viaggio da lui fatto a Vercelli, non ad altro fine certa-
mente, che per dare un lucceflbre a Limenio Ma che quan- .

tunque il Santo avefle rifoluto di vifitare nel fuo ritorno San


Giudenzio; nondimeno mentre Itava per andarvi, riflettendo,
eflere troppo inoltrato il giorno , per aver tempo e di effettua-
re

(/r) BoU^nd. 22. Jan. Tom. 2. gis cujìodiam in prjcdiil.rryì Urbcm ( Vcr-

(^) Doveva più torto dire: di cui celìenjem ) futffet dejìinatus ( Gauden-
fu polcia Vicario , come fi ricava da- tias ) , uhra citraque prtecavens Dei Pjegiy
-
gli Atti Ikilì della Vita di S. Gaudcn- non fivit eum lupi nwrfiéus hniari -
210 predo ii Bollando, ove fta rcgiflra- vicem egrepii Pajloris in pricdicìa Eccìc-

to , che da S. Eulebio fu mandato Gau- fia repr^fentans


Ne per verità vi è
.

denzio, che gli era compagno nelT elì- alcuna memoria, che S. Gaudeii/.'O fia
glio, di ritorno a Vercelli,
per ammi- giammai ihitoVcfcovo di Vercelli.
nidrare il governo di quella Chiefa : D(l l'rtiduttorc
Dum ab Eiijebio pio Pajiore fropter ^fc-
T,m. II.
K III
,

i^o Vita di S.Ambrosio


re quello fno defiderio , e di andare ove fi era prefiffo di giu-
onere, prolegui il lue viaggio. Ma dati appena pochi paffi
tutto ad un tratto il fuo cavallo fatto reltio come fé fuffc
flato fu l'orlo d'un precipizio, fi fermò, né più volle muoverfi.
Per la qual cofa credette il Santo, elfere volere di Dio, eh' ei
vifitaflTe S. Gaudenzio. Infatti appena ebbe rivoltato verfo della
Citta il fuo cavallo, prele egli di lubito a camminare come prima.
Ed effendo S. Gaudenzio venuto ad incontrarlo, fi faluta-
rono, ed abbracciarono; e ne'difcorfi, che infieme tennero, il
noltro Santo gli dilfe, come minacciandolo: Fot farete Fefcovoy
pci- quanto io "veggo. Al che Gaudenzio fenza punto commo-
verfi , rilpofe :Sì io lo faro ; e non già voi ^ ma un altro mi con-
fecrerà. Sembra quindi, che Dio avelfc rivelato l'Epifcopato
di S. Gaudenzio a S. Ambrofio, e la morte di S. Ambrofio a
S. Gaudenzio, e che ambedue aveflero il dono di profezia.
Infatti elstndofi ieparati, ed eisendo S. Ambrofio morto poco
dopo il fuo ritorno a Milano, S. Gaudenzio fu eletto Vefcovo
di Novara dal Popolo, col confenfo dell' Imperadore Onorio.
Tenendo quindi dietro a quella traccia , non può dubi-
tarfi, che Onorato di Vercelli, il quale affiilette nel feguente
anno alla morte di S. Ambrofio , non fu Itato fuccelfore di Li-
menio, ficcome Baronie ha icritto Era quelli un Prelato di
.

un merito Angolare, e meritevole, che S. Ambrofio tutte im-


piegaffe le lue lollecitudini per far riulcire la iua elezione (<?),
poiché la Chiela l'onora come Santo nel xxviir. di Ottobre,
ed il fuo Epitafio, che leggcfi tuttavia in Vercelli nella Chie-
fa di S. Eulebio , contiene grandi elogj della purità della fua
fede, dell' eloquenza de' fuoi difcorfi , e della fantita della fua
condotta .

Convenevole cofa ella era, che quanti Santi Vefcovi fi


trovavano in Italia, aveflero della cornlpondenza con S. Am-
brofio, eh' era l'ornamento dell' Epilcopato dì tutto il fuo fe-
colo . E quindi fu, ch'ei contrafle una s'i Itretta amicizia con
un

(rt) Ferdinand. Vghell.Ital.facrA'tem. ^.pag, 1049.


Libro IX. Capitolo III. 151
un altro Gaudenzio, che onorava allora l'Iralia , e che è di-
venuto celebre nella Chieia per la ina icienza, per i luoi fcrit-
ti, e per i luoi dilcorfi che tuttavia a noi relhmo , e princi-
,

palmente per rumilia, con la quale ricusò l'Epilcopato di Bre-


Icia dopo la morte di S. Filaltno; ne giammai sindufTe ad ac-
cettarlo, le non quando S. Ambrolìo , che prcledette a queft'
elezione, vinle la di lui refillenza con le minacele della ico-
munica, e dell' altre pene, che la Chiela ha pode^à di fulmi-
nare. Non fi la però il tempo predio, nel quale ciò iegui; ma
non può eflTcre iucceduto più tardi del ccclxxxv.

Capitolo IV.

Diverfc particolarità della condotta di S. Ambrofio .

PRiMA che palTiamo a narrare le ultime azioni di S. Am-


brofio, la lua malattia , morte, riferiremo alcune lue
e
particolari azioni, delle quali non abbiamo potuto favellare giu-
Ita lordine de' tempi, che per altro lono in eltremo profittevoli
per quelli, che dalla loro pictk poifono efiere portati a cercare
eiemplari nell' apoltolica condotta del più illultre, e più eroi-
co Prelato , che il quarto leccio , quel lecolo si fecondo di
grandi Uomini, abbia dato all' Occidente.
Paolino (<?) volendo delcriverc la maniera di vivere te-
nuta da S. Ambrofio dopo la lua Ordinazione, dice, che pra-
ticava una ftraordinaria attinenza; che affai vegliava , e itava
in continue fatiche occupato; che ogni giorno aifliggeva il iuo
corpo; e che d'ordinario non pranzava, che nel Sabbato , e
nella Domenica , o nelle Felle de' più celebri Martiri.
Pranzava nel Sabbato (/»), perchè allora in Milano non
fi digiunava in tal giorno , neppure in Qiiarefima. Imperoc-
ché il Santo era periuaio, che in quella lorta di pratiche, le
quali

( a ) PaiiVm, Vit. S- Ambrof, I ( 6 ) Aug, Ep. 8o. Ambrof. Ep, io,


K IV
,

1^2 ViTADiS. Ambrosio


quali fono loltanto di diritto pofitivo, l'ufo ha forza di legge.
Ne avveniva quindi, che quando ei trova vafi in qualche luo-
po, nel quale fi digiunafl'e nel Sabbato, ei parimente digiuna-
va in quel giorno, oiTervando la regola da lui data a S. Agolti-
no per Santa Monica , che in lomiglianti cole conveniva fe-
guire il coftume della Chiela , nella quale uno truvavafi.
Non interveniva giammai ad alcun convito nel iuo Paefc,
per qualunque iftanza gliene fulfe fatta , temendo che quelle
occafioni , elfendo frequenti , come inevitabilmente erano in
una SI vafta Citta , qual è Milano , nella quale fovente veni-
vano gì' Imperadori , egli inlenfibilmente non fi avvezzafle ad
oltrepafTare i limiti della temperanza. La qual pratica di Sant'
Ambrofio fu abbracciata da S. Agoftino fuo Figliuolo fpirituale,
e da molt' altri iuoi eguali , come legge da ofiervarfi da tutti
coloro, che amano il regolato vivere.
Nondimeno allorché trovavafi fuori di Milano concedeva
tal volta quella grazia a' fuoi amici (a), e convitava eziara-
dio i principali Signori dell'Imperio, come il Conte Arbogafto,
i Conloli , ed i Prefetti , i quali llimavanfi onorati da fomi-
gliante dimellichezza, e reputavanla uno de' maggiori loro van-
taggi ; non vi effendo uomo della fua profeflione in quel fecole,
che fuffe in maggiore ftima tenuto di lui preflb i più potenti
perfonaggi della Terra. Il pretendere però, dice Baronio,che

per appreftare ad elfi talvolta de' pranzi, faceffe delle ipele ,


che non convenilfero alla povertà da lui profeffata ; ed il vo-
lere giuliificare con la lua condotta il luffo , e la profufione
che fin da quel tempo era pur troppo fii migliare a molti Prela-
ti, e recava Icandaio a' Pagani medefimi, farebbe un razioci-
nio aflai Itravagante , e contrario non meno alle regole della
Chiefa, che della Logica, e del buon lenlo.
S. Agoltino, che più di verun altro del fuo fecolo aveva
fatta diligente oflervazione fopra la condotta di S. Ambrofio ,
lodava in lui due cofe affai conlìderabiU (^} Una di non im- .

pic-

car) Angiijì.lib.ó.CoHf.cap.^. \
(ò) Pojjìd. devita Augujì, cap.-j.
.

LiBRoIX. CapitoloIV. 153


piegare mai le fue raccomandazioni a prò di quelli , i quali entra-
no nella Corte, per elercitarvi la profelììone dell'armi, per te-
ma che non riulcendo in quell'impiego, non le ne aitribuifle
la colpa a quello , che fi era adoperato , acciocché vi fulTero
ammeiri : L'altra era di giammai non intrometterfi in alcun
maritaggio, contentandofi, quando le parti fi erano accordate,
di andarvi, le ne veniva pregato, o per confermare, ed auto-
rizzare il loro contratto, o per benedirli. Imperocché temeva,
die' egli, che quelli , i quali fi fuflero , mediante l'opera Tua ,
maritati, venendo di poi ad eflere mal loddisfatti del loro ma-
trimonio, non maledicelìero, nel querelarfi, chi era flato l'au-
tore del lor maritaggio.
Che fé noi penetreremo nelle più fegrete flanze della fua
cafa, per elTere iltruiti delle particolarità della fua vita, vedre-
mo, come ci afficura Paolino, che quello Santo non fi difpen-
fava dallo fcrivere con la propria fua mano i fuoi libri, fempre
che il fuo corpo non era abbattuto da qualche grave incomo-
do , e non gli mancavano per tal uopo le neceifarie forze, fic-
chè fufTe coftretto a valerfi del miniflero altrui { a) Tal .

coftume egli praticava, e per meglio imbeverfi di ciò, che


fcriveva , e per ponderare con maggiore maturità le lue Ope-
re, ed ancora perchè travagliando egli la notte, non voleva
incomodare i fuoi dimeftici. Ciò che altres'i denota in quello
Santo una bontà maravigliofa , ed una dolcezza , di cui le ne
trovano pochi elempj
Effendo che portafTe tutto il fuo Popolo nelle fue vifcere,
ogni d'i offeriva per hu il Sagrificio , quale poteva offerire con
tanto più difantita, quanto che tutta la fua vita era un con-
tinuo lacrificio d'orazioni , di giutlizia , e di milcricordia , e
quanto che avendo inviolabilmente conlervata fino alla morte
r innocenza del fuo Battefimo, e la grazia della fua Ordinazio-
ne , egli era fempre in idato di portar alf Altare un nuovo
fuoco , ed una nuova venerazione per la maella dei divini Mi-
ller).

(a) Ambro[. Ep. 6^.


j<j. ViTADiS. Ambrosio
fìerj. fempre pronto ad efporre la fua vita per ia
Efl'endo
fiu Greggia, prepara vafi con una fame fpirituale, ed una lete
acceriflima a quello cibo Ceiefte, che loitanto era capace di ri-
ftorarlo; ed il rant'ulo,che faceva del prcziolo Sangue diGhsù
Cristo, gì' inlegnava a Ipargere il iuo in difela della Fede, per
laChiela, e per la protezione de' deboli , quando opprefli li
vedeva dall' ingiuflizia de' potenti del lecolo.
Operava egli con grande attività , ed era si infaticabile
nelle ceremonie Ecclefiaftiche, che cinque, o i'ei Vclcovi non
avrebbero potuto fare nell'ami-ninillrazione del Sacramento del
Battefimo, ciò ch'egli da le iolo era lolito di fare , tanto il iuo
zelo gli fomminiftrava forze per il iervigio del Iuo Divino Pa-
drone , e per contribuire col fuo miniltero a procurargli de'
Figliu-oli fpirituali. E quantunque fernbraffe, ch^ il digiuno,
e le continue mortificazioni da lui con tanta feverita praticate
dovelTero togliergli le forze; nondimeno fi vedeva, che davan-
gli anzi un nuovo vigore ne' giorni desinati alle più folenni
ceremonie, ne' quali tutto il Mondo maravighavafi , rifletten-
do ad una si infaticabile attività .

Era egli continuamente importunato da Perfone che a ,

lui venivano per loro affari , e che da elfo erano ne' loro bifo.

gni {a) affilfite; ed il poco tempo che libero gli lafciavano,


appena ballava per riparare con le neceffarie refezioni, ed un
bene fcarlo ripolo , le forze del fuo corpo , e con la lezione
quelle del fuo fpirito La porta della fua camera giammai
.

non era chiufa ad alcuno, ed era libero a cialeheduno l'entrar-


vi , fenza farlo prima avvillire di chi veniva. Sembrava la
fua cafa quella di tutto il Mondo; ed effendocchè non defle egli

udienze, le non che gratuite, non vi era di bilogno d'impie-

gare introduttori mercenarj , per effere ammeffi dal Santo Vef-


covo , la cui carità , ed umiltà rendevanlo acceffibile a chic-
chelTia Trovavano quindi facilmente i poveri in lui un porto dopo
.

il naufragio, e la perdita de' loro beni; i miferabili un luogo


di

( « ) Au^ufl. Hb. 6. Conf. (ap 5.


. .

LiBRoIX. Capitol©IV. 155


di rifugio ed un afilo ; gli afflitti un confolatorc ; ed ogni
,

torta di pcrfone continui elempli di virtù, e di iantitìi


Nel mezzo però di tante, e s'i diverfe occupazioni punto
non perdeva dell'interno fuo raccoglimento, e benché piena-
mente loddisfaceflc alle obbligazioni di carità, di cui conofce-
vafi a tutti debitore, giammai non lalciava di prefentare a Dio
il tributo delle fue lodi, e di rinovarne il fervore a milura del-
le preflanti necellita , che trovavafi coilretto a raccomandargli
ne' diverfi affari della fua Chiefa, e del Romano Imperio, il
quale ha fovcnte trovato nella di lui perfona un invincibile
protettore.

Capitolo V.

Il Saftto fi sforma di e/ìirparc diverfi abufi vzforti nel Juo


Popolo , e proibijce di portar da majìgtave Jopra
le Tombe de trappajfati

PErcondotta
quanto S. Ambrofio inceflantemente
Greggia , e per quante benedizioni fa-
della fua
vegliafTe fopra la

celfe icendere lopra della fua Chiela col fervorolo luo orare ,
non potè impedire, che con i buoni non vi fuflero iempre mef-
colati de' cattivi, ficcome d'ordinario in ogni luogo luccede.
Vi erano quindi in Milano molti CriRiani, che fi manteneva-
no fani, e vigorofi nella Ipirituale vita per la robullezza , ed
i poflenti rimedj loro fomminiltrati da una loda pietà, e dalle

efercitate virtù. Ma
ve n'erano altresì moltiffimi di ammala-
ti, e di feriti, alle piaghe de' quali egli a fomiglianza del ca-
ritatevole Samaritano applicava il vino di una leverà correzio-
ne, e l'olio della paterna tenerezza, e compaflione.
Rimprovera egli in un Sermone al luo Popolo la negli-
genza nel venire ad afcoltare i fuoi Ragionamenti (/?), e gli
dimo-

(a) Amòraf. Scrm. 5. de diverf. f. iz6.


l'^ó Vita DI S.Ambrosio
dimoflra, che ficcome le iltrnzioni , che daini incefTantemen-
re fi tanno, Tono utiulfime per la laiute di coloro, che ne pro-
fitrano, e fi correggono; cosi elleno rendono melculabili quel-
li, che perfiltono ne' loro falli, nèadaltro lervono, che ad ac-
crefcere i loro iupplizj.
In un altro luogo fi duole con i fuoi Uditori della poca
cura, eh' effi fi prendevano d'intervenire alla Chiela [a)^ par-
ticolarmente quando alcuna inditpeniabiìe neceihta lo coltrin-
geva ad afìfentarlene ; e loro dimoitra, che m queite occafioni
la iua alTenza èlegitima, perchè la fola pietà ne è la cauia ;
ma che la loro è ineicui'abile, per efTere un effetto prodotto lol-
tanto dalla loro tralcuragine. Loro altresì dimo;tra lu quelfo
propofito , che quantunque fia egli ailente dalla Chiefa, Gesù
Cristo non lafcia d'efservi lempre preiente, perchè trovafi da
per tutto, e che s'eglino non troveranno il loro Velcovo entran-
do in querto fanto luogo, purché vi vengano con le difpofizio-
ni , che i veri fedeli fono obbligati a portarvi, vi troveranno
il Divin Salvatore, che è il Velcovo de' Vefcovi. Aggiugne,
che fé un Criltiano non va alla Chiefa , fé non quando vi è in
efsa il Vefcovo , dinioftra effervnfi ahzi portato per il defiderio
di vedere un uomo, che per motivo di adorarvi Iddio, e che
codeifo non foddisfa al dovere di Criftiano , ed ha lòltanto la
mira di compiere i doveri della civiltà dovuta ad un amico pie-
no di condelcendenza. Indi fi sforza di rifvegliare in efli un
falutare dolore colle lue riprenfioni, e dice (^): „ Che l'amo-
5, re ha de' pungoli, e che fanno ferite tanto più dol-
de' Iproni ,

5, ci, e gradite, quanto più dolorofe; poiché una correzione fan-


5, ta è preferibile a qualunque indulgenza, che proceda da adu-
5, lazione e che come l'acqua fi purifica dopo di eflerfi per qual-
:

55 che tempo agitata; cosi la pietà de' iuoi Uditori è un effetto


j5 del rigore delle fue correzioni. " Ma nel leguente Difcorfo li
confola, e loro Ipiega l'Evangelio al fuo folito.
Un giorno , nel quale aveva predicato contro l'avari-
zia

(rt) Ambref. Uè. i. in Hexaemcr. ci.! (ò) Id. Serm. 5. de diverf.


Libro IX. Capitolo V. 157
zia (^)ì fent'i la fera un gran rumore, ed avendo domandato
quale potefle cirerne la caula , fu a lui detto , che facevafi per
loccorrere la Luna, che Itava per venir meno , vaie a dire,
ch'era vicina ad ecclidarfi. Non potè di lubito trattenerfi dal
ridere per una iomigliante follia , la quale vedevafi effere de-
rivata da' Pagani; ma efl'endocchè ella offendefì'e la pietà non
meno, che la ragione, ei la riprele pubblicamente alcuni gior-
ni dopo.
Fu ad intraprendere gagliardi combattimen-
egli obbligato
ti per efìirpare dalla fua Chiela una luperftizione , tanto più
difficile a vincerfi, quanto più ella era radicata, e fparfa quafi
dappertutto e fi difendeva con un apparente pretefto di pie-
,

tà {b). Erafi introdotto un coftume in diverfi luoghi della


Chiefa, di portare del pane, del vino, e delle carni fopra le
Tombe de' Martiri, ne' luoghi d'orazione, ove s'amminiltrava-
no Sacramenti, e ne' Cimiterj lotto preteso di onorare que-
i

fti Santi, e di lolle vare i Morti. E quantunque vi fuffero del-


le perlone, le quali praticavano quelta cerimonia con fobrie-
tìi; nondimeno ve ne erano di quelle, che ne abufavano flra-

namente , ubbriachezza , ed a molti ecceffi


loggettandofi all'

di gola; di torta che, ed i più fanti luoghi, ed i più lolen-


ni giorni vcniflero profanati con crapole vergognofe, e facrile-
ghe. Imperocché quefti milerabili credevano di non poter el-
fere elauditi da Dio , qualora non avedero profeguito a beve-
re lopra le Tombe de Martiri fino a fera (e). Il Santo non

celiava di deplorare una ù flrana follia degli uomini, che pren-


devano l'ubbriachezza per un che fi immaginava-
lacrificio, e
no di procnrarfi con le lor crapole il favore, e la protezione
de' Santi Martiri , che col digiuno fi erano preparati a foifrire
i tormenti, ed il martirio. S. Paolino di Nola (é/), il quale
è (tato Vefcovo nello (teflb fecolo, deplora altresì queft' abu-
fo, dimandando, fé quelli gran Santi, che noi dobbiamo ono-
rare

(rt) Jlmùrof. Serm. 4. de dtverf. i {e) Id. df Elia, & jejiinio cap. 17.

{b) Aug. lib. 6. Conf. Ep. 64. Paitlin. Natal. S. Fehtts p. 614-
Id. i C<0
.

jtf^ ViTADiS. Ambrosio


rare come noftri Maefìri , approvino dopo la lor morte ciò,
che hanno condannato in vita; e le l'Altare di S. Pietro gradi-
va una pratica sì contraria alla fua dottrina. Gemeva egli in
vedere che nel mezzo della Fede , e della pace della Chiefa,
,

il Demonio inlultaffe a Gesù Cristo, ed a' Santi Martiri con

quella forta di peccati, che fenza alcun rimorfo pubblicamen-


te fi commettevano
Non
potendo adunque S. Ambrofio più lungamente foffri-
re una pratica , che leco traeva s\ abbominevoli abufi , e che
troppo aiToinigliavafi alla luperftizione praticata da' Pagani ne'
funerali, più tolerare non la volle, ed alTolutamente la proibì
ad ogni lotta di perlone. Per la qual cofa reftò ella abolita
anche nella maggior parte dell' Italia , ed in molte altre Pro-
vincie, per felatta difciplina, e la fevera correzione de' Santi
Velcovi, i quali ieriamente penfavano alla futura vita.
S. Agoltino, ch'era ulcito da Milano pieno di rilpetto per
S. Ambrofio, e col più accefo defiderio di praticare in ogni
occafione con la più puntuale fedeltà le divine iikuzionida lui
imparate nella fua fcuola, allorché fu Prete di Ippona sfor-
zoffi di eftirpare dal campo della Chiefa dell'Affrica quefta ve-

lenola erba, la quale vi fi era da gran tempo radicata ; e ne


fcriffe a queft' effetto una lunga lettera ad Aurelio (/?), eh'
era ftato fatto Velcovo di Cartagine , e come tale era Prima-
te di tutta TAffrica Né vane furono le rappretentanze fatte
.

da Agoftino ad Aurelio; imperocché il Concilio tenuto in Ip-


pona nel cccxciii., confermato dal terzo di Cartagine nel
cccxcvii. proibì agli Ecclefiaftici il mangiare nelle Chiele, ed
ordinò, che altresì fi faceffe quanto far fi poteva per diftoglie-
re 1 laici da fomigliante coftume, al quale fi erano i Popoli
talmente affezionati, che i Velcovi, i quali affiftettero a que-
fti Concilj, giudicarono, che non convenifie opporvi altro, che

delle rimoftranze ; e cominciarono quindi quella riforma dal


Clero, per farla indi paffare fino a' laici, ficcome dal Conci-
lio Niceno erafi altra volta praticato a riguardo dell' ulura.
Fa

(ff) Epijì. 64.


LtbroIX. CatitoloV. 15P
Fu finalmente l'ubbriachezza sbandita dalla Bafilica di

Cartagine, non oliante le oppofizioni degli uomini carnali, i

quali fi sforzarono di lollcnere la loro antica fuperftizione con


una pericoloia fedizione, nella quale S. Agoftino corfe rifchio
di perdere la vita (-7). Ne deve crederli, che fi trattafle al-
lora d'abolire colhime degli Agapi (/'), poiché il medefimo San-
il

to Dottore difende quelto colhime dalle calunnie de' Manichei;


e per lo contrario pone in opera tutti gli sforzi fuoi più polfeiì-
ti, e tutto impiega racutifilmo fuo zelo in molti de' tuoi Ser-

moni, per totalniente elHrpare un abufo s'i pericolofo, ed ab-


bominevolc (e). „ I Martiri, die' egli in uno de' fuoi Ser- „
moni, odiano le voltre tazze, ed i voltri vafi abbominano le „
;

voltre graticole, e le voftre pentole; deteftano le voftre eccef- „


five crapole, e le voftre ubbriachezze. Ciò io non dico per „
offendere quelli, che non fono colpevoli di fomiglianti diior- „
dini, ed abufi; ma perchè quelli, che ne fono convinti, ap- „
plichino quant' io dico a loro ftefli. I Martiri, si, i Martiri „
odiano quello coftume, né amano coloro, che lo mantengono. „
Sembra altresì, che per declamare contro di quell' abufo,
S. Agoftino, in un altro Sermone (<^), introduca la crapola a
dire: „ Vivete finché fiere vivo. Trattate amorevolmente voi „
fteifo. Voi morrete un di , né fapete il quando. Voi igno- „
rate, chi abbia ad eflere un di l'erede de' beni , che prefente- ,.
mente polTedctc. Voi negate alla voftra bocca la foddisfazione „
di bevere, e di mangiare. E quando farete morto, il voftro „
crede forfè non metterà pur una tazza fuUa voftra tomba , o „
ì'egii ve ne metterà alcuna , ciò farà per inebriare fé fteflb , né la- „
fciera cadere lopra di voi la menonaa goccia " Cos'i, per far con- .
^>^

cepire dell'orrore a fuoi uditori contro l'intemperanza, faSant'


Agoftino parlare la crapola, la quale, ficcome aveva impara-
to da Ambrofio Ino Padre, e fuo Maeftro , non è mai tanto
S.
pericolofa, che quando ella fi copre col pretefto della pietà.
C A-
{a) Jugu/Ì. Scrnu de diverf.
r^.
\
{e) Jugufì- Serm.loi.de divcrf.
i6.
{ù) FMulin.Vit.JmèroJ.cjp.io. Ju-\ (.d) idem Scrm.Ar^.de divcrf. cap.
gujì.lib. io. cantra Faufi.cap.zo. \
.

1^0 ViTADiS. Ambrosio

Capitolo VI.

Condotta tenuta da S. Amhrofto nel governo


dtil fuo clero.

LA fublime idea, che dal noftro Santo fi è Tempre avu-


grandezza, e della Tantita dello ftato Ecclefia-
ta della
Itico , lo ha relo premurofo di fare fua continua , e princi-
pale occupazione la dilciplina , e la riforma del fuo Clero
Qiiindi oltre le regole , eh' egli ha prefcritte per il governo de'
Miniftri di Gesù Cristo, li quali devono fervire quai canali,
degni di far colare fopra de' popoli le grazie del Cielo ; narrere-
mo noi qui alcuni fatti dorici, i quali ci difcoprono, quali fen-
timcnti lopra di quello particolare Ambrofio nodriffe.
Nel correggere il Popolo , perchè non frequentava la
Chiefa (/?), più acremente ne rimprovera alcuni de' fuoi Ec-
clefiaflici, non potendo foffrire quella negligenza in perione in-
difpenfabilmente obbligate ad affaticarfi nella fantificazione
degli altri.
Non può meglio giudicarfi dell' eftrema fua efattezza nel
non foffrire gravi diiordini nelle perfone confegrate al minifte-
ro degli Altari , che da quanto ei dice ne' fuoi libri degli Of-
fizj {b) intorno alla vigilanza da lui ufata nel difcernere il
merito di coloro , che vi afpiravano Infatti chiaramente fi
.

vede, ch'egli efciudeva da quefto miniftcro per difetti, i qua-


li, rimirati con lo fcarfo lume della maggior parte degli uomi-

ni, non apparivano molto confiderabili. Imperocché attefta,


non aver egli giammai voluto ammettere al Chericato uno
de' fuoi amici, che tutte a bella porta cercava le occafioni di
preftarc fcrvigio alla Chiefa , foltanto perchè coftui aveva un
geilo affai indecente, ciò ch'egli prendeva per un contrafegno
di poco regolato interno. E per verità fi vide , colf andare
del

i^a') An:b,of.f:nr..ii,.dsdr::rf. 1
(ò) Idtm Uè. i.Offic. cap. \2.
Libro IX. Capitolo VI. 161
del tempo , ch'ei non s'ingannava , e che fondatamente ne
congetturava.
Un altro, di già impegnato nello (lato Chericale , prima
di effere inalzato al Vclcovado, commife un fallo , per cui il
Santo lo (olpele dall' elercizio del luo miniltero ;
al quale indi
lo riabilitò, ma con proibirgli di trovarfi con lui nelle Ecclefia-

fìiche funzioni, Itante che Icorgefl'e nel luo citeriore non lo qua-
d'iniolcnza, che offendeva i luoi occhi.
le indizio E ciò che
ne legni, diede infatti a conolccre , che il Santo con tutto il
fondamento, di coftui poco vantaggiolamentc giudicala; im-
perocché abbandonò quefli la Chiela, fnnilmente che l'alerò te-

Itè mentovato. E le il primo fu all'ai difgraziato per rinun-


ziare allaFede Cattolica , allorché veniva pcrleguitato dagli
Ariani, favoriti dall' Imperadrice Ginftina; il feconda non lo
fu meno di lui, parimente rinunziandovi, per lottrarfi dal com-
parire dinanzi a Prelati, ed a' Giudici EcclefialUci, a rendere
conto di certo danaro, che d'clferfi da lui prefo veniva denun-
ziato in giudizio. Il folo mancamento di modeftia notato dal
Santo in coftoro glieli fece anticipatamente conolccre per quel-
li, ch'erano, e la grave loro caduta fece, che tutto il Mondo

ammiraffc la profonda penetrazione di Ambrofio , e lo affai


rilchiarato fuo dilcernimento .

Quella materia ci obbliga a nen ommettere una ftoria con- f


fiderabile riferita da Sozomeno (/»), il quale benché fia folito
d'effcre poco fedele, principalmente nelle circoltanze de' fatti,
nondimeno non venendo che da lui lolo riferita , ed effendo di
qualche importanza , fumo corretti a qui inferirla con le lue
proprie parole, poiché non ne polfiamo avere altronde notizia .
Geronzio ( dice queftoAutore) elercitando l'Offizio di ,

Diacono lotto S. Ambrofio Velcovo di Milano, o con furberia, y

o con dileguo d'ingannare gli altri, o perchè egli lleffo fuffe Ita- ,

to ingannato dagli artificj, e dalle illufioni del Demonio, pre- ,

tefe, non fi la come, d'efferfi impadronito di una Lammia in ,

tempo

(«) S«z9m, lib.Z.cap, 6.

Ttm- II.
*-
,

i52 Vita di S. Ambrosio


5>
tempo di notte , d'averla rafa, e di averla chiufa in un mulino.
Avendo S, Ambrofio fentito, efierlì da cortai fatto quello rac-
conto indegno del lagro fuo miniitero , obbligollo a ftarfene
SI

ritirato in cala, ed a purgarfi da quello fallo con la penitenza.

V Ma Gcronzio , e per eflere eccellente medico , e per avere il


dono dell'eloquenza, e di pcrluadere agli altri tuttociò, che
voleva, e per efleril quindi acquiilato un gran numero di amici,
fi ritirò a Coltantinopoli, come le beffar fi veleffe di quello fanto
Vefcovo,ed infultarlo. " Q^iiando ciò feguiffe , Sozomeno non
lo dice può nondimeno venfimilmcntc crcderfi , che ciò fuc-
;

cedeflTe tra gli anni cccLxxxiii. , e ccclxxxviii. Imperocché


Valcntiniano, che regnava in Italia, era tuttavia fanciullo ia
quel tempo, ed era folito a confultarc Teodsfio in tutti gli af-
fari di confeguenza.
Checché però ne fia , fé credere dobbiamo a Sozomeno
Geronzio s'infinuò tanto in alTai poco tempo nell' amicizia di
alcune perfone di Coflantinopoli , molto accreditate prefib di
quella Corte, che fu ben preito per le loro raccomandazioni in-
alzato al Vefcovado di Nicomedia. Ne fu ordinato da Elia-
dio Vefcovo di Cefarca nella Capadocia , il quale volle dargli
quella dimoflrazione di riconolcenza, per aver Geronzio procu-
rata al fuo Figliuolo una Carica delle più onorevoli nella Corte.
„ Avendo S. Ambrofio rifaputociò, che facevafi in Coltantinopoli,
„ IcrilTe a Nettario, che n'era Vclco^'o , per indurlo a deporre

„ Geronzio, ed a non (offrire nella di lui perfona l'oltraggio, che


5, da lui faccvafi alla difciplina della Chiela. Ma benché Netta-
„ rio tutti impiegaffe i fuoi sforzi per togliergli rEpilcopato,giam-
,. mai non potè riulcirvi , perchè tutti Cirtadmi di Nicomedia
i

„ vi fi oppolero con una generale conlpirazione. San Giovanni


„ Griloltomo però , che luccedette a Nettario nella Sede di Co-
„ ftantinopoli, lo depoie, e foltitui a lui Panfofio, eh' era flato
5, precettore della Moglie dell' Imperadore Arcadie, ilquale ben-
5> ché fuffe uomo di pietà , e di collumi , e maniere affai morige-

3, rate , e dolci , e di tutte le ottime qualità fornito, a' Nicome-


5, dienfi nondimeno punto non piaceva
Ef*
Libro IX. CAriTOLoVI. i<^3

ElTendofi adunque Ipeflc volte foUcvati fino a dare in fedi- „


zione, rapprefenta vano in pubblico, ed in privato le obbliga- „
zioni, che avevano a Geronzio, le alTutcnze, che ogni di nce- „
vevano da lui per ia vaita capacita , ch'egli aveva nell' eierci- „
zio della medicina, e la pratica caritatevole che ne faceva, „
,

alfiitendo ugualmente a' ricchi, ed. a' poveri, con molta afiid ai- „
ta, e difintcrelfe. Lodavano altresì le lue virtù, e di lui par- „
lavano vantaggiolamenrc, e con tutto quel calore, che lo-
alVai „
gliono li amici moltrare nel favellare delle perione , alle quali ,i

lono affezionati. Correvano per tutte le ftrade di Gollantino- „


poli, ed in tutte le pubbliche piazze cantando falmi , diman- „
dando a Dio, ch'ei loro mantenefie Geronzio hcI grado di Vef- „
covo di Nicomedia, e facevano a quelt'efietto tutto ciò, che „
il Popolo ordinariamente fuol praticare in occafione di terremo- „
ti, od in tempo di ficcita, o quando Iddio manda qualche altra „
forta di miferia, e d'afflizioni. Ma tutti quelli sforzi furono „
ad elfi intieramente inutili ; e loro malgrado fi lepararono fi- „
nalmente da Geronzio con gemiti, e con lagrime, e furono „
coiìretti a ricevere Panlofio per loro Velcovo , coniervando „
però lempre ne' loro cuori odio, e timore pel luo governo.
Qiielta fu , lecondo Sozomeno , una delle cagioni della
depofizione di S. Giovanni Grilodomo , il quale lalcioffi in ciò
condurre o dallo zelo , ch'ei in le Iteffo noJriva per la giufti-
zia , o dal rilpetto , eh' egli aveva per la memoria di S. Am-
brofio , o dalle preghiere di Simpliciano, lucceffore del noltro
Santo. Lnperocchè S. Ambrofio era morto prima, che San
Giovanni Griloltomo ialiffe fui trono Epilcopale di Cofiantino-
poli; e quanto ei poteva aver fatto in quclt' occafione a riguar-
do di S. Ambrofio, ad altro fine non era, che di mantenere la
fraterna corrilpondenza, la quale deve paffarc tra' Velcovi, fen-
za confiderare la diilanza de' luoghi , né lalontananza delle
Provincie, e de Regni. E fé quella lloria è vera, può con ra-
gione dirfi, che S.Giovanni Griloftomo ha voluto iupplire, p
alla tiepidezza, od alla poca credenza di Nettario luo prcde-
ceffor? . Ma con tutto ciò la relazione ài Sozomeno deve ef-

L II fere
.

i(S]^ ViTADiS. Ambrosio


ferefemprc rofpetta, allorché tratrafi di S.Giovanni Grifofto-
mo, contro del quale prende ogni occafione di dimoftrarc il iuo
contragcnio, ed avverfione.

Capitolo VII.

De Difcepoli del Santo , e particolarmente


di S. Felice di Como

tre Ecclcfiaftici de' quali abbiamo favellato, furono


SEbaftantementc
i ,

per non apportare al Santo quell


infelici,
onore , e quella confolazionc, che i Padri afpettare fogliono
da' proprj figliuoli, e furono a lui anzi cagione di dolore, e di
umiliazione; non mancarono però altri Difcepoli, i quali ono-
rarono gì' inlcgnamcnti apprefi nella fua Icuola , profittarono
della educazione da lui ricevuta, e lo conlolarono nell' afflizio-
ne cagionatagli da altri, o con la loro formidabile caduta, o
col loro fraudolento procedere, o con la loro ambizione. Non
parliamo noi qui di S. Agoftino, la cui converfione è ftata il
più illultre frutto della fua predicazione, ed avrebbe pienamen-
te compiuta la fpirituale fecondità del piij Santo Vefcovo del
Mondo, quand' anche da lui non fi fuffe dato alla Chicfa, ch«
un Ibi uomo di quello incomparabile merito , valevole ad ac-
quiftarle con la fua converfione un infinita di padri, e di figli-
uoli . Niente altresì noi diremo di S. Paolino Vefcovo di No-
la , uno de' più illullri uomini del fuo fecolo, il quale fi glo-
ria della cura, e della carità, che S. Ambrofio aveva per lui.
Paolino, che Icrviva al Santo di Segretario quando mori,
e che ha defcritta la di lui Vita , fi è refo celebre con queft'
Opera, di cui ha arricchita la poftcrità. Né meno rinomato
e ragguardevole egli è divenuto per lo affai valido, ed oppor-
tuno foccorfo da lui preftato alla Chiefa, quando dichiaroffl de-
latore contro Pelagio, e Celeftio , cmpj autori di una delle più
dctcftabili Erefic, che giammai ufciffero dall' Inferno, per to-
gliere

I
. .

Libro IX. Capitolo VII. 1^5


gliere a Gesù Cristo il fuo carattere di Salvadore , e di Re-
dentore.
Teodulo quale ha altresì fervito il Santo nel me-
(/7), il

defimo impiego di Segretario, ha governata la Chiefa di Mo-


dena con aflai manifclta approvazione del Cielo , e con la ge-
nerale loddisfazione del Ino Popolo.
Venerio, e Felice, ch'erano ftati fuoi Diaconi, fimilmen-
te che Paolino, e Teodulo, furono di poi inalzati ali" Epifco-
pato ; Felice a quello di Bologna , e Venerio a quello di Mi-
lano. Hanno ambedue quelh Velcovi accreiciuto il Catalogo
de' Santi (^)- elTendo il primo invocato dalla Chiefa li iv. Di-
cembre, ed il fecondo li iv. Maggio. Venerio viene grande-
mente lodato da Papa Anaftafio, da S.Girolamo, e da S. Paolino
Velcovo di Nola, e da S. Ennodio Vefcovo di Pavia (e), che
ci ha lafciato un Epigramma fatto in lua lode, nel quale coni-
menda la purità de' fuoi coftumi fimilmente che della fua elo-
quenza , e la cura , eh' ei prendevafi di nodrire col latte della
divina parola i figliuoli fpirituali della Chiela
Fra quelli, a' quali lono (late da S. Ambrofio impofte le
mani per inalzarli all' Epifcopato, S. Gaudenzio tiene un affai
illuftre luogo, ecredefi, che S. Onorato di Vercelli fuffe al-
tresì del numero di quelli, ficcome abbiamo di (opra notato.
Fra quelli però develì incontraftabilmente annoverare San
Felice Velcovo di Como, che dal Santo fu ordinato Vefcovo
il primo giorno di Novembre , e del quale la Chiela ne cele-

bra la memoria li xiv. Luglio (d) La prerogativa di primo .

Vefcovo di Como non lo rende tanto ragguardevole , quanto


ve lo fa la ftrettiflima, e particolare amicizia da lui avuta con
S. Ambrofio, il quale fembra , che tutto ftempri il fuo cuore
nelle lettere, che a lui Icrive
Egli è facile il giudicare della fua apoftclica virtù ,
per
la

(^) Paulin. Vit. Ambrof. \Hteron. apolog. 2. aclver/. Ruffin. PttH-

Ib) Martyrd. Roman. Ferdinand.'. Un. Ep. io. ad Sner. Ennod. r.pigr.yc).
Ughdl. tom. 2. & 4. hai. Sacrx . (d) ylnib,: Ep. 60. Martj/rol. Rom.
\

(f) jinajl.if. ad Joan. Elicrofolymit. Ughell. tom. -). p. 237.


\

Ttw. II. L 1 I I
lS6 V I TA D I S. A MBRos r o

la fcelta, che Ambrofio per confccrarlo Vefcovo


di lui fece S.
della Città di Como, nella quale non vi era ancora, che un
affai fcarfo numero di Opera), quantunque la meffe vi fuffe af-
fai copiofa per le benedizioni da Dio prontamente veriate fo-
pra del luo Miniftro. Ma benché quello Santo Velcovo tro-
vale in Como pochiffimi Preti per aifirterlo nelle lue funzio-
ni, nondimeno ei vi convertì la maggior parte de' Cittadini ,
che ricevettero la parola di Dio per mezzo delle falutari iftru-
zioni, che loro diede.
S. Ambrofio era a lui unito col vincolo di una si ftretta
amicizia, che non poteva trattenerfi dal querelarfi , che non
lo veniffe fpeffo a vifitare. Della qual cola fcufandofi Felice,
con dire, che non vi erano perfone, le quali poteffcro aiutar-
lo, e che prendelfero cura della fua Chiela quand' ei n'era af-
fente; il noftro Santo gli replicava , che quel Dio, il quale gli
aveva date in Como molte perfone atte a ricevere la veritk
della fua dottrina , e ad elsere rifchiarate dal lume delle fue
irruzioni, a lui altresì concederebbe de' Miniftri abili per fol-
levarlo, e toglierlo dalla neceflTita di addurre fcufe per difpen-
farfi dal venirlo a trovare; e che quindi ei potrebbe più Ipef-
fo godere della dolce conlolazione , che recavangli le lue vifite .

Avendogli un giorno Felice mandati de' Tartuffi d'una


fmifurata grandezza (/?), il Santo gli mandò a dire, che ne
aveva fatta parte a' fuoi amici, e ne aveva rifervati alcuni per
fé ; ma nel ringraziarlo di un regalo , che confeffava elfergli ftata
affai caro , aggiugne , che non doveva però perluaderfi , che
quello dono fuffe badante a toglierlo dalla collera, nella qua-
le era con lui , a fupplire al iuo mancamento , ed a rendere
legitime le fue fcufe.
Avendogli
Felice fcritto un altra volta (^) in occafio-
S.
ne del giorno anniverfario della fua Ordinazione , del quale
gliene rinovava la memoria , per implorare di nuovo iì foccor-
fo delle fue preghiere, S. Ambrofio ricevette la di lui lettera
con

( a ) ^mè.-of. Epifi. 60. I ( * ) Idem Epijì. 60.


.

LiBRoIX. CapitoloVII. i6y


con tanto giubilo, che dopo averla letta fi trovò affatto gua- -

rito da un male, che lo travagliava. Rilpondendo poi a quc-


fta lettera lo prega, o piuttollo da amico gli comanda d'inter-
venire alla dedica di una Chiela, che S. Baflìano Velcovo di
Lodi aveva fatta fabbricare a lue Ipefe, ed alla quale ceremo-
nia S. Balfiano llelfo eltremamente defiderava, eh' ei fi ritro-
vale. S ingegna di periuadergli come neceflario quello viag-
gio, e che non pofla da elfo dilpenfarfi, per averne egli ftelTo
data parola a S. Baffiano
Qiielta lettera ci fa particolarmente conofcere il merito
di S. telice. Imperocché promettendogli S. Ambrofio le lue
orazioni per l'anniverfario della Ina Ordinazione, gli domanda
reciprocamente le lue con tutta fimmaginabile premura. Gli di-
ce quindi, „ che ficcome ei lo accompagnerà in iipirito, cosi „
lo lupplica di farlo con lui entrare in iipirito in quel fecondo„
Tabernacolo, che è il grande Santuario. Lo prega di non ilcor- „
darfi di lui, quando profumerà colle lue preghiere queft' Alta- „
re, eh' è tutto d'oro. Gli dice, elfer egli quello Altare, che è

nel lecondo Tabernacolo, d'onde la fua preghiera piena di fa- „
pienza, a guila d'incenlo, s'inalza fino al Cielo. Elfere in lui„
l'Arca del Teltamento, tutt' all' intorno coperta d'oro, vale a „
dire, la Icicnza di Gesù Cristo , e la dottrina della Divina ,^
Sapienza . Trovarfi in elso vaio d'oro pieno di manna, cioè
il „
il ricettacolo dello fpirituale alimento, e delle Divine verità. „
Stare in lui la verga d'Aronne, la quale è il fimbolo della gra- „
zia del luo Sacerdozio, quella verga, che elsendo da prima „
arida ha prodotti de' fiori in Gesìj Cristo. Vedervifi altresì „
i Cherubini che Itendono le lor ali fopra le tavole del Te-Ita-
, „
mento, perla profonda cognizione, ch'egli ha delle Divine „
Scritture. Potervifi ancora rimirare il Propiziatorio, nella lom- „
mua del quale placidamente ripola il Verbo , che è Dio , e „
l'immagine invifibile di Dio, che a lui dice, come a Mosè: Io „
vi parlerò dall' alto del Propiziatorio , Itando nel mezzo di due „
Cherubini. Imperocché Gksìi Cristo parla a noi d'una ma- „
niera, che intendiamo il luo linguaggio; poiché i tuoi dilcorfi „
L IV fono
.

I 58 V I T A D I S. AMBROS I O
fono puramente fpirituali, ed egli giammai non parla delle
cofe del Mondo , ficcome egli fteiso fi dichiara quando dice
nel fuo Vangelo Io aprirò la m;a bocca per parlare con pa-
:

rabole ( /? )
da
Qiieft' elogio fatto S. Ambrofio a S. Felice è tanto pia
valevole a farci concepire merito di S. Felice, quanto per
il

una parte fi fa, qualmente


noltro Santo era aisai illumina-
il

to per lo difcernimento delle virtù, e quanto per l'altra fiamo


convinti, qualmente egli era incapace di adulare alcuno. Ma
contro la lua intenzione ei lodava inlenfibilmente ie ftcflb con
lodare quefto Santo Vefcovo, che aveva da lui ricevuta ogni
iftruzione per l'Ecclefiaftico miniftero, e che fi era fondato nel-
la pratica delle virtù cogli efempli datigli dal noftro Santo in
ogni forta di occafioni .

Capitolo Vili.

Storta della Vergine Ivdtcta accufata dì delitto,

UNo importanti , e de' più imbarazzati avveni-


de' più
menti , accaduti nell'Epiicopato del noftro Santo, fu
la controvcrfia inforta tra un Vefcovo , ed una Vergine Cri-
ftiana, per decidere la quale fu d'uopo di tutta l'avvedutezza ,
e di tutto l'Epifcopale vigore del noftro Santo.
Viveva in Verona una Vergine nomata Indicia (^), dal-
la quale non fi era abbracciata la profclTionc di quello ftato, fé
non dopo la prova di molti anni, e con l'approvazione di San
Zenone, che può crederfi fia ftato Vefcovo di Verona, e dal
quale erale ftata conferita la benedizione. Aveva ella dimo-
rato in Roma con Santa Marcellina , nella cafa , che apparteneva
a quefta Santa, ed a S. Ambrofio fuo fratello, nel tempo, che
il medcfimo Santo erane alTente; né giammai fi era veduta in

lei

(a) Mmh. XJII. » ( è ) ^mbrof. Epiji. 46. & 47.


LiBRoIX. CapitoloVIII. i5<?

lei cofa, che non fafle degna della fantith, e della modeflia di
una Vergine Criftiana Il luo difcernimento avevala lempre
.

tenuta lontana dalla converfazione degli uomini, né in alcun tem-


po ii era potuto tacciarla di alcuna famigliarità con eili. Le
perfone , che la conolcevano, e che avevano con lei maggiore
confidenza , facevano atteitati vantaggiofillimi dell' innocenza
de' fuoi collumi, e della Ina converlazione, e proteftavano con
giuramento non aver effe giammai veduta in lei cola , che
,

meritafse ben menomo rimprovero.


il

Efsendo in Verona, ove dimorava con la fua forella , ma-


ritata ad un uomo chiamato Maffimo , ella vi fu fempre ono-
rata, come una perfona , che vivefse giuda le regole dello fta-
to, al quale Iddio avevale fatta la grazia di chiamarla. La
vifitavano le altre Vergini della Città, ed i Preti , che le ren-
devano queft'onore, a cagione della caftita, e della carità da efsa
praticata con tal perfezione, ficchè potelse dirfi , elserne ella
un eccellente elemplare. Non fi poteva a lei altro rimprove-
rare , le non che non andava di cala in cala per vifitare ogni
forra di perlone , e per efercitare con loro uffizj di civiltà. Ma
quella accula ridondava in fuo vantaggio, ne poteva elTere fonda-
ta, le non iopra l'eflTere ella troppo guardinga nello ftarfene in
filenzio, in ritiro, ed in lolitudine, eh' è la cofa più convene-
vole allo lìato, ed alla pudicizia di una Vergine.
Nondimeno quefta fua (lelTa virtuofa ritiratezza fu quella,
che foggettolla alla perfecuzione di alcune perfone, le quali of-
fendendofi , ch'ella non rendeffe vifita alle lor Mogi)
ficcomc ,

elle pretendevano , che da lei fi faceffe, tale, per quello da elTe

immaginato difprezzo , contro di lei concepirono fdegno , che


l'aggravarono , per quanto fi crede , dell' ingiufta accula , che
fulle apporta Imperocché fu fatta correre voce , eflere al-
.

cune povere donne andate in tutta fretta ad un Moniftero per


pubblicarvi , avere Indicia partorito un Figliuolo , che fi era
fatto morire; ed efferfi quefta nuova dal Moniftero fparfa per
la Città. Quefte donne erano probabilmente Mercuria, Lea,
e Teodula, delle quali parleremo in appreflb.
Maffi-
170 Vita di S. Ambrosio '

Maffimo, che da affai poco tempo era divenuto affine di

Indicia per avere poc'inanzi ipolata la iua lorella, avendo, per


quanto egli pretendeva, uditala pubblica voce, che fi era fpar-
fa ad aggravio di quefta innocente Vergine , e commofTo, dice-
va egli, da dolore paterno per la vergognofa infamia , che ne
fopraveniva alla Iua cafa , ricorfe di lubito a Siagro Vefcovo
di Verona, per chiedergli giullizia, e ve Io lollecitò con si im-
portune preghiere, e con si gagliardi Ichiamazzi, che da quello
Prelato gli fa con iilravagante precipitazione accordato quan-
to domandava, di chiamare cioè i Teltimonj alla Chieia. Ma
non comparendo le donne, che avevano, per quanto fi diceva,
fparfa quella voce , effendo Hate obbligate a fuggire , come
di poi fi rifeppe, fu ftabilito, che fuffero lolamente lentiti Re-
nato , Leonzio , i quali divolgavano di avere udito dire da
e
quefte donne , quanto di Ipettante ad Indicia dicevafi , avere
cileno palefato. Cofloro però fembrar dovevano altrettanto
fofpetti , quanto MalTimo ItelTo, che promoveva quello giudi-
zio con gran calore , ve li aveva condotti. Una si irregolare
condotta tenuta nel cominciamento di quefto giudizio dava ba-
ftevolmente a conofcere , altro non elTere l'accula data ad Indi-
eia, che una mera calunnia. Per tale ancora la dichiarava-
no, e la fuga delle donne, alle quali fé ne attribuiva l'origine,
che per veritk lembrava una pura affettazione , si per parte di
effe , che per parte di coloro, che le avevano fubornate, ed il
non trovarfi ehi comparifle in qualità di acculatore giacché ;

Maflimo ftcffo, che in fatti lo era, giammai non volle prender-


ne il nome, certamente per tema d'eflcre convinto di calunnia.
Era coflui il principale autore di tutta la tragedia, ed era quel-
lo, che ne aveva formato l'intreccio con iftenderne il procefib,
con denunziare di propria bocca la Iua Cognata , e tutti porre
in opera mezzi, perchè fuffe condannata. Ma eflendo ch'ei
i

prove, o per meglio dire, conofceffe dentro


diffidalTe delie fue
di le , di non poterne produrre alcuna, temeva con ragione un
peflimo evento a quefta Iua temeraria imprefa , e che l'alto luo
declamare contro la riputazione di quefta Vergine innocente, e
con-
Libro IX. Capitolo Vili. 171
contro l'onore di Ina famiglia, apportare gli dovefTe la confu-
fione di vedere le ItefTb condannato dal Ino Velcovo a quella
pena , a cui voleva fune fatta loggiacere la Ina Cognata .Qiian-
to poi a' Teltimonj, oltre l'effere convinti di faiiìtaper la loro
manifelta contradizione , altre eccezioni avevano, che troppo
debole rendevano la loro teltimonianza , ed incapace di lervirc
di prova, quand'anche fufìTe flato vero ciò che dicevano. Im-
perocché erano coftoro, per quanto fi alTeriva, Eretici, e per-
ione vili, ed infami, che de' vizi più abbominevoli, e de' mez-
zi più iniqui fi valevano, per potere con piena liberta commet-
tere i più enormi ecceffi, ed erano altresì perlone, che Indicia
ftefla era fiata coflretta a cacciare dalia fua cala , ftantechè le
loro operazioni fmentifTero la profelTione , che facevano o di
continenza, o di Criftianefimo . Infatti Renato, ch'era uno
di quelli teltimonj, fu trovato colpevole di delitti enormi. Di
fortà che effendo coftoro per una parte nemici dichiarati di que-
lla Vergine, e per l'altra, perione infami, erano aflblutamen-
te incapaci di fare alcuna tcdimonianza contro di lei.
Non fi vedeva però, qual poteffe efiere il motivo dell'odio
di Malsimo contro della fua Cognata , e ciò che l' induceffe a per-
feguitarla d'una maniera si oltraggiofa; né altro poteva, per
quanto lembra, addurfcne, fé non che elTendofi infieme ritrovati
in campagna, Indicia non aveva voluto alloggiare in lua cafa,
non gik perchè ella alcuna avverfione aveffe alla di lui perlona,
ma pel lolo amore della purità, per la giufta premura di conler-
vare il Ino buon nome, e per tema di offendere gli occhi di co-
loro, a' quali non era noto, effere ella a lui unita col nodo d'una
sì ftretta parentela. L'odio intanto concepito da Maffimo con-
tro di lei a cagione di ciò, portoUo, ritornato che fu alla Citta,
a lepararla intieramente dalia fua lorella, dividendo con un muro
la cala , nella quale egli , e la fua moglie infieme con Indicia

avevano fino allora abitato.


Qiialunquc Velcovo , che fulTe ftato mediocremente illu-

minato , avrebbe gagliardamente rigettata un'accufa cosi vifi-

bilmente difettofa, quant'era quefta intentata contro d' Indicia,


ed
172 ViTADiS. Ambrosi©
ed avrebbe facilmente conofciuto, effere ella effetto d'una
affai

paffione violenta. Ma Siagro Vefcovo di Verona, il quale per


la dignità del fuo carattere era più d'oga' altro obbligato ad ef-
fere protettore delleVergini , ricevette di fubito una si irrego-
lare, ed ingiufta depofizione , e fenza configiiarfi con alcuno
de'fuoi Fratelli, cioè fenza confultare alcuno de' Velcovi vici-
ni, ed afcoltare le difefs dell'acculata, ordinò di fubito, ch'ella
fufse vifitata dalle allevatrici.
Indicia, che non poteva ignorare la fua innocenza, e che
nel mezzo perfecuzione confervava tutto il pudore ,
di quefta
che richiedeva lo ftato, del quale già da tant'anni faceva pro-
feffione , non potè rilolverfi di fottometterfi ad una si ingiufta
fentenza; e fperando di trovare altrettanta benignità in Milano
nella perlona di S. Ambrofio , quant' aveva trovata durezza, ed
ingiultizia in Siagro , ella portò la fua caufa al Tribunale del
noftro Santo.

Capitolo IX.

S". Ambrofto caJJ'a la fenten':i^a da Siagro pronufi^Jat/t


co'/ìtro d Indicia.

noftro Santo non ftato già da gran tempo avva-


SE il fuffe
lorato da quella invincibile fortezza, che inalza al di fo-
pra d'ogni umano e del riflcffo eziandio , che aver
rifpetto ,

potrebbefi per le più perlbne (<?), avrebbe certamente


iiluftri

lafciata opprimere Indicia dall' autorità di Siagro, eh' era uno


de' tuoi più intimi amici, e da lui appellavafi una parte di fé
fìeffo. Ma conobbefi in queft' occafione la verità di quant' egli
aveva una volta fcritto a Teodofio (^), che non può ripren-
dere con maggior libertà fé non quello, il quale finceramentc
ama, e che per parlare principalmente di fé, quant' ci più fi
vede-

(«) j^mèrof. Ep. 5Ò. 57. l ( ^) W. Ep. ij.


.

Libro IX. Capitolo IX. 173


vedeva obbligato ad unaperfona, tanto più credeva di dover-
le apertamente diicoprire la verità, quand' anche aveffc cono-
fciiito doverlene quella ofi'endcrc Eflendolì quindi propofta
.

quella regola , ed avendola Tempre inviolabilmente praticata


con gì' Imperadori ftcflì , non poteva fcordarfcne in queft' oc-
cafionc, nella quale fi trattava di correggere il fallo d'uno de'
iuoi Confratelli ; ed era convinto, chela dignità, la quale inal-
za i Veicovi fopra gli altri uomini , non da loro la libertb. di
operare da tiranni
Vidcfi adunque il noftro Santo Giudice fovrano d'una si
fcabrofa caula , la quale Maflimo accompagnato da due tefti-
monj, e da perlonc, che avevano pubblicata la fcandalofa vo-
ce, che correva d'Indicia, veniva ad attitare in Milano, per-
chè dal Tribunale di quella Chiefa Metropolitana fulTe del tut-
to opprefTa la iua Cognata. Siagro, che non fi era per anche
accorto dell' irregolarità del fuo procedere, IcrifTe a S. Ambro-
fio diffuiamente (opra quello particolare, e prcgollo, o con una

fola lettera, o con molte, ad avere prefente, che fé Indicia


non fufl'c ftata vifitata, non fi farebbe potuto più rifpondcrc
per l'avvenire iopra l'integrità di alcuna Vergine Che il ricu-
:

larfi da lei di lottometterfi a quella prova della fua purità, era


una confeflìone del fuo delitto. Che guardaffe bene di non dare
motivi a quelli di Verona d'effere mal foddisfatti del luo giu-
dizio : a pronunziare Iopra Indicia
Effcre egli flato obbligato
la fentenza da lui data, perchè avevangli alcune perlone fatto
fapere, ch'elleno fi ritirerebbero della iua Epilcopale comunio-
ne, qualora pretcndeflè di ricevervi Indicia lenza eh' ella fufle
vifitata e perciò domandava, che tale difamina fi faceffe alla
;

prelenza di Marcellina lorella del Santo. Per ultimo sforza-


vafi di far altresì vedere, non dover Mafilmo paflare per ac-
cuiatore .

Avendo conteneva in quella let-


Indicia faputo quanto fi

tera , benché non l'avcfle letta, ne portò un altra a S. Ambro-


fio, con la quale Siagro fteflb, che l'aveva fcritta fui comin-
ciare del di lei procedo, le diceva, che Maflimo, o di fuo pro-
prio
^jA ViTADiS. Ambrosio
prio movimento, o mofifo da altri , la denunziava come colpe-
vole d'un grave delitto. Indi ioggiunle:
ballare quclte iole
parole per far vedere , che Maifiino era veramente il di lei
acculatore.
S. Ambrofio, che voleva operare in quefta caufa con al-

trettanta moderazione, quant' era (tata la precipitazione mata


in quello giudizio dal fuo Confratello , IcrifìTe a Siagro , non
per rinfacciargli una si manifelta contradizione , ma per eOTere
da illuminato ; e Siagro non potendo ditTimulare quanto
lui
aveva in termini cosi precifi fcritto ad Indicia, fu coilrerco a
dire, avergli Mafllmo riferito, clTere Indicia acculata di un de-
litto infame: e tal cola era onninamente ridicola.
Maffimo intento con impegno accefiffimo a portar inanzi
quella criminale illanza, tutte intanto faceva le azioni di un
vero acculatore. Affrettava il giudizio della caufa, sforza vafi
di farla avanzare co' fuoi artifizj, fcriveva, e mandava lettere,
e fpargeva diverfe voci per eccitare l'orrore, e lo Idegno di tut-
ti contro dell' accufata. Ma
quando S. Ambrofio volle prima
di procedere, che qualcheduno fi dichiaralse acculatore, Maf-
fimo s'ollinò di non volerlo efsere, ed in vano il Santo prefsoUo
fu quello particolare.
I Teltimonj Mercuria che dal Santo vengono chia-
, e Lea ,

mate perfone altrettanto difpregievoli per la loro condizione,


quanto deteftabili per l'orribile loro fcelleratezza , erano Hate
coftrette a partirfene da Milano da quelli Iteffi , che ve le ave-
vano condotte; e Teodula era fuggita, efsendole noto, che fa-
rebbe interrogata fopra un delitto, che dicevafi avere ell^ itefsa
commefso con Renato.
Né quella era la fola fcelleraggine , della quale era tenu-
to reo quello miferabile ; imperocché veniva aìtres'i acculato
d'efserfi abufato di una fervente, la quale era prontiflima a fo-
ftenerglielo in faccia. Ed oltre a ciò ,
quando S. Ambrofio
volle interrogare lui , e Leonzio , ed informarfi dell' origine di
quefV affare, ambedue quelli teftimonj non poterono tra di loro
accordarfi , quantunque fufsero e l'uno e l'altro venuti inCeme
a Mi-
Libro IX. Capitolo IX. 175
a Milano, ed avelsero con tutto il lor comodo difpofta per in-
tiero la loro trama Dopo di ciò avendo Renato altamente
.

minacciato di prontamente partirfene con gli altri, fi? di van-


taggio prolongavafi queft' affare, videfi S. Ambrofio obbligato
a decretare, che tulse nel d'i Tegnente onninamente decifo. Mi
quelli furbi non comparvero.
Benché la decifionc di quella cauta non fufse afsai diffici-
le, non ne accuiatore, né teltinionj contro d'Indi-
vi efsendo
cia, S. Ambrofio nondimeno fece radunare i Vefcovi, per de-
ciderla infieme con effi; e fece altresì noto a Santa Marcellina
fua iorella, che Siagro defiderava, che Indicia fufse in ina pre-
lenza vifitata ; ma rigettando quella Santa una fomigliantc
propofizione , contentoffi di fare una folenne te(timonian7.a del-

la llima, che aveva per la virtù d'Indicia. dare neNé ella

poteva alcuna, la quale fufse efprefsa con termini più vantag-


giofi , che col proteftarfi , come fece , dcfiderarc ella con tut-
to l'ardore del luo cuore , che Gesù Cristo la facefse compa-
gna di quella Vergine nel fuo Regno .

In tanto mentre attitavafi quella caufa, Indicia ftava con-


tinuamente in compagnia di Paterna , dal noflro Santo chia-
mata fua figliuola, la virtù della qual Vergine era si nota al
Mondo tutto, che il fuo amore per Indicia era una convincen-
te prova dell' integrità di quell'acculata, ed un incontraftabile
attellato della di lei innocenza Qualunque lemplicc parola
.

avelse quindi quella Vergine sì efemplare pronunciata in fa-


vore d'Indicia, allorché ne fu da S. Ambrofio interrogata, po-
teva equivalere a qualunque più facro giuramento. Pa- Ma
terna non fi contentò folamente di parlare in ditela dell' inno-
cenza d'Indicia; ma volle di più lolennemente protellare, non
trovarfi da lei in Indicia cola, che non fuTse di eleinplariflima
quali
edificazione, ed onninamente aliena da que' delitti, de'
veniva Indicia ingiultamente aggravata.
Fu iriterrogata la Nudrice d'Indicia , la quale e
altresì
per la tua età, e per lacondizione non poteva ignorare
tua
la verità del fatto, del quale trattavafi, né cos' alcuna
dire,
che
. .

175 Vita dtS. Ambrosio


che vi fiifse contraria; ed cìU pure attsltò, non aver cos' al-
cuna veduta, né laputa d'Indicia, che fuise contraria al di lei
onore
Dopo tutte quefte ricerche , e dopo tante teftimonianze
SI vantaggiole per Indicia, i Vclcovi pronunziarono, non aver

ella fatta cos' alcuna , che offendere potelse la fua verginità


Che Leonzio e Renato reltafsero Icomunicati fino a tanto,
,

che fulsero refi degni della milericordia della Chiela, median-


te una fincera penitenza, e che avelsero pianto amaramente
il loro peccato e che MafiTimo fperar potrebbe di elscrc rice-
;

vuto alla comunione, Tempre che correggelse il fiio errore.


Avendo S. Ambrofio pronunziata quella ientenza, man-
dolla di lubito a Siagro, accompagnata da una lettera afsai ef-
ficace, e forte, a cui da principio col dirgli: Che fé quelli di
Verona in iomigliante occafione laranno mal foddisfatti di al-
cuno, certamente lo faranno di Siagro, e non di lui; poiché
vengono fovente a Milano di afsai accelo fdegno ripieni contro
del loro Velcovo, e ne partono rappacificati. Che le fin' a
queir iflratìte aveva egli creduto alle minaccie fattegli di fepa-
rarfi dalla fua comunione , in calo che ei vi ricevefle Indicia
fenz' efscre vifitata, fapefse, non avere più motivo di temer
ciò, per efsere ftato liberato dalla pena, che avrebbe avuta
nel giudicarla . EfìTerc a fua notizia , non mancare perfone in
Verona , le quali erano pienamente perlualc dell' innocenza
d'Indicia. Sembrargli però cola affai (trana, che un Velcovo,
come lui, che fi deffe legge a' Velcovi , e loro fi pre-
foffriffe

fcriveffero le lentenze, che debbono pronunziare.


Gli dimoftra l'errore da lui fatto nell' ordinare la vifita di
una Vergine da nefsun accufatore incolpata, e da neisuno abile
teftimonio convinta ; efsendo quefte vifitc troppo molerte a per-
lone d'onore, ed altresì alsai incerte, giuda il lentimento de'
più eiperti Medici , e fecondo l'efperienza ; che lenza andar in
traccia di antichi efempli , tutto il Mondo fapeva, quant'era
poc' innanzi fuccedwto in Akina, nella quale clsendo itata vifi-
rata una perfona di quefto felso , ed efsendo (lata pronunziata
fen-
.

LiBRoIX. CapitoloIX. 177


fentcnza fvantaggiola alla di punta , fu ella di poi efporta
lei

ad una ieconda vifita in Milano, non per luo ordine, benché


in quel tempo ei vi false Velcovo ma per ordine di Niceta
,

Segretario di Stato, a cui ella apparteneva, e che la allevatri-


ce, che vifitolla, nella quale lolpettare non fi poteva né igno-
ranza , né mala fede, avendo giudicato in favore della iua Ver-
giniià, la cola non lalciò di reitare lempre indecila.
Entrando di poi nella generale quiltione , le fia permefso
il fcrvirfi di lomigliante mezzo, fembrache inclini a rigettarlo

alsolutamente, od almanco a non lervirfene, le non per quel-


le, che dal timore dell'infamia, piìi tolto che dall'amore del-
la purità, vengono tratteHute nel loro dovere. S. Agoftino

fuo dilcepolo (a) è ftato altresì della itefsa opinione circa que-
llo efperimcnto della calHta delle fanciulle, e lo ha fempre ri-
putato un mezzo alsai dubbioio, ed incerto.
A quclta lettera , un altra il noftro Santo n'aggiunge (l>)
diretta alio ftelso Siagro , per dolerfi con lui da amico dell'in-
giuria da elso fatta in quella occafione alla Verginità , e per
moltrargli la cura , che Dio fi è fempre prcfa di vendicare le
ingiurie recate alla caftitk Gli racconta a quefto propofito
.

tutta la ftoria, che fta regiftrata nel libro de' Giudici della Mo-
glie del Levita, e della guerra, di aui ella fu la cagione.

Capitolo X.

Ultime a^Joni del Santo ,

ALTRO a noi non refta ,


prima di paffare a deferi vere la
morre del noltro Santo, che riferire le ultime lue azio-
ni, le quali fono come l'ultimo profumo da lui fritto lalire fino
al Trono di Dio vivente , prima di offerirfi a lui in olocaulto
con l'ultimo fuo facrificio.
Era

(4) AugMfi.lib.deCivit.Dci. I {b) Ambtof. Epift . ^7


Titti. II. M
.

lyg Vita di S. Ambrosio


Era noftro Santo più pieno di meriti, che carico d'an-
il

ni, e fi potava ragionevohn-^nte Tperare , che Dio fufìTe per


lonoamente confervarlo a vantaggio della ina Chiela, quando
fece vedere in quell'anno cccxcvii. giudicar egli di non dover
più differire a dare a lui la ricompenfa delle fue apoltolichc
fatiche.
L'amore, che aveva per Iddio, crefceva
il noftro Santo
coni giorno più nel luo cuore (a) ^ e veniva accefo da una
ardente fete di polTederlo con tutta quanta la fua capacita
Aveva egli una fanta impazienza di vedere, in qual maniera
quefta Divina Maella fi comunichi a' fuoi figliuoli nel Regno
eie' Cieli, faziando le loro brame colla manifellazione della fua

gloria. Già da molti anni erano, eh' ei defiderava di morire,


avendo incominciato ad accenderfi in lui quefta brama, fino da
quel momento, in cui il fuo Fratello Satiro fé ne parti da que-
llo Mondo (b). Troppo amabile cola a lui fembrava, l'anda-
re fciolto da' legami del corpo ad unirfi con Gesù Cristo. Cre-
deva di non effere del numero di quelli , a quali è neceffario il

vivere pel vantaggio de' fuoi Fratelli Era perfuafo, che col .

morire lottrarrebbefi dal pericolo di peccare. Come cofa quin-


di per lui in ertremo vantaggiola rimirando la morte, inceffan-
temente domandava a Dio di effere prontamente liberato dalle
milerie di quefta vita. Imperocché era a lui cagione, dice Pao-
lino (e), di prorompere in continui gemiti, il riflettere, che
l'avarizia , radice di tutti i mali , andava ogni giorno più cre-
fcendo, maffmiamente nelle perione coftituite in dignità. Di
forra , che facendo effe , o, per meglio dire, rovinando tutte le
cofe per far acquifto di danaro, all' eltremo penolo gli riufcifr
fé il dovere trattare con effe , per raccomandare loro affari di
giuftizla o di carità
, Qtielto dilordme infatti era la cagione
.

di tutti mali, ch'erano venuti a fcaricarfi lopra fltalia, nel-


i

la quale , in ogni momento , tutte le cofe andavano di male


in

(«) Jugujì. Ep. 112. I


(f ) Pctulin. Vit. Ambrof.
( Zi
) Ambrof. de obhit Satj/rt . 1
Libro IX. Capitolo X. lyp
in peggio; e fu altresì quello, che dopo non molto tempo pro-
dulie il totale roveiciainento di tutto rimperio dell'Occidente.
Ottenne quindi S. Ambrofio , che le fervorole preghiere,
le quali da lui coatuiu.imcate fi facevano per ottenere la gra-
zia di ulcire da qnelto Mondo, fuiTero pienamente elaudite; e
non lolamente ebbe egli la conlolazione di morire in eia poco
avanzata; ma ottenne ancor quella di anticipatamente rilape-
re il tempo della iua morte, la quale ei predille a' luoi dilcepoli,
loro manifeltando che le ne Itarebbe con eflì loltanto fino a
:

Palqua.
Poco avanti la morte del nodro Santo , uno de' fervi del

Conte Stilicone , il quale dopo eflere Itato liberato dal Demo-


nio dimorava nella Bafilica Ambrofiana, per le gagliarde iitan-
ze fattene dal fuo Padrone , falfificava lettere , in virtù delle
quali , coloro , che con elio contrattavano per averne alcuna , ve-
nivano inveliti della dignità di Tribuno. Era coitui sì mani-
feltamcnte convinto di quello delitto, che furono carcerati tutti
coloro , che dopo efferfi fatti provvedere di quella Carica , la
etercitavano Si trattò quindi di procefìTarlo; ma Stilicone vi
.

fi oppole, né volle che fulfe punito. Ciò rilaputofi da S. Am-


brolio , procurò prima , che Stilicone facefle rilalciare quanti
erano itati carcerati per cagione di colini. Indi gagliardamen-
te declamando contro de' fraudolenti artificjdi quell'ingannato-
re , moitrò defiderio , che fulle la di lui frode , ficconie con-
veniva, ievcramente caltigata. Ma vedendo, che nelTun cafo
fi faceva delle lue giulle rimoilranze, fatto chiamare , e venire

dinanzi a le quello falfificatore, avendolo dopo varie interroga-


zioni trovato reo di un si enorme delitto , pronunziò lentenza
contro di lui, e dille con S. Paolo (/?): conviene y che cojìuijìa
dato in potere di S/itannJfo , perchè dijìrugga la di lui carne , ne
piti quindi commetta nelT avvenire Somiglianti eccejft Non .

aveva il Santo ancor (ìnito di proferire quelle parole, che il


maligno Spinto già faceva in pezzi quello federato lervo di
Sti'

(/j) J. Cor. 5.

M li
igo ViTADiS. Ambrosio
Stiliconc. Paolino, che trovò preferite a quefto miracolo,
fi

dice, che in tutti gli aftanti cagionò maraviglia infieme , e ter-


rore. Infatti cola non v'era, quanto quella, che potefle fare
maggiormente rifplendere la fantitk di quelV Uomo apoltolico.
Imperocché le S.Giovanni Griloflomo (^) vuole fi concepiica
un affai alta idea del merito di S. Paolo, per raflbluto dominio,
che diede a conofcere di avere l'opra il Demonio, allorché, per
caftigare un incelhiofo Corintio , di lui fi valfe con la fteffa fo-
vranitìi, con cui i Giudici, ed i Magidrati impiegano il mini-
fiero de' Carnefici nelT eiecuzione delle loro lentenze : come
non dovremo noi formarne una aflai vantaggiofa della fantita di
Sant' Ambrofio, poiché Io vediamo in quelVoccafione andare
fornito d'un autorità niente inferiore a quella dell' Apoftolo,
,

facendo rientrare il Demonio nel corpo di quello Falfario, che


ne era fiato liberato dalle preghiere della Chiefa. L'ampia, e
quafi luprema autorità del fuo padrone Stilicene parente dell'

Imperadore Onorio, Generale delle fue Armate, e primo Mi-


nifiro de' fuoi Stati poteva bensì fottrarre quefto federato dalla
feverita delle Leggi, e procurargli l'impunita del fuo delitto ;
ma non poteva già liberarlo dallo zelo di S. Ambrofio, il quale
vedendo Tabulo, che coftui faceva della lua guarigione, dopo
efiere fiato liberato dal maligno Spirito, credette , che a lui fuf-
fe necefiaria queft' umiliazione , e Io diede colla loia potenza
della fua parola a Satana, del quale fi era fatto miniltro, com-
mettendo falfita s\ pregiudicievoli a tutto il Romano Imperio.
Che le con quella si tremenda azione diede S. Ambrofio
a conolcere il luo zelo, fece con altre, verfo quello tempo,
provare gli effetti della lua beneficenza, e della fua tenerezza,
lìmilmente che del potere, che Dio gli aveva dato fopra i De-
monj . Imperocché aggiunge Paolino, che in quefii Itefii gior-
ni fi videro molti indemoniati del tutto liberi per l'impofizione
delle fue mani , e per un femplice fuo comando . E laddove
S. Martino fu riprelo da un Angiolo, e vide in le fteflb alquan-
to

(rt) Chryfdfl. homil. z$. ad Pop. Antioch,


Libro IX. Capitolo X. i8i

to dirainuito il miracoli, per aver ufa-


dono, chs aveva di far

ta qualche condclcendenza nell' affare degli Itaciani ; al con-


trario S. Ambrolìo, che relufcitava i morti , e cacciava ugual-
mente che lui i Demoni, fece negli ultimi giorni della fua
vita vedere quefta effufione della Ina fantità coli' operazione
de' miracoli.
Accadde qucfto medefimo tempo, che Niceta ,
altres'i in

il quale era in guila tormentato dalla gotta, che non poteva


quafi mai comparire in pubblico, effendofi accodato ali' Alta-
re per ricevere Sacramenti, ed avendo prorotto in im alto
i

grido, perchè il Santo, lenza accorgcrfene, gli aveva fchiac-


ciato un piede, fentì una voce, che gli difle Andate pure ^ :

che adeffo camminerete [en-z^ doglie In fatti la di lui guari-


.

gione fuccedette si immediatamente a queftc parole, che quan-


do il Santo Vefcovo fpirò, atteftò quell'uomo, piangendo per
tenerezza, eh' egli non aveva giammai fentito da quel tempo
in poi alcun dolore ne' piedi. Chi quindi era flato cagione del
dolore di quello uomo fu la di lui guarigione, ed il pafleggie-

ro toccamento di S. Ambrofio in quella parte addolorata , atto


naturalmente a non altro,, che ad accreicere il fuo male, in-
comparabilmente più giovogli , che i foccorfi della medicina,
della quale tutti aveva inutilmente impiegati i rimedj. Dob-
biamo noi profeffarci obbligati a Paolino Segretario di S. Am-
brofio, per averci confervata la memoria di tanti miracoli ope-
rati da quello Santo, i quali fi non trovano altrove regidrati,
e de' quali può egli farne a tutta la pofterita una tellimonian-
za altrettanto fedele, quanto che ebbe egli la grazia di vederli
con i propr) occhicola che troppo di rado ritrovafi ne' più
:

clalTici Autori de' primi fecoli Quello che polTiamo noi però
.

raccogliere da tante, e tanto flraordinarie azioni di quello San-


to, è, che dopo elTcre llato dagli Imperadori venerato come
il più virtuofo, e fanto Vefcovo del loro fecolo, e per la fua
virtù avuto nella più alta ftima da' Tiranni fteflfi , volle Iddio
altresìdare un irrefragabile tcftimonianza della lublimitk del
fuo merito con una vifibile anticipazione delle ricompenle, che
III M a lui
.

i8z Vita di S. Ambrosio


a lui preparava nel Cielo, e con dar a conofcere a tutta la
terra la perdita, eh' ella flava per fare di un si amabile con-
folatore di tutti gli afflitti, {a)
Non
(a) Nonavendo lo Scrittore Fran- Piftola di S. Paolo fé ne flava ritto
cefe di quella Vita fatto alcuna menzio- in piedi preffo all'Altare, per afpet-
ne della prodigiofa afiìlknza di S. Ani- tare la benedizione di Ambrofio, il
brofio al Funerale di S. Martino a mo- , quale dormiva Molti degli alianti
.

tivo, come crediamo, che alcuni Au- oflcrvando il fonno ilraordinario del
tori r hanno fuppolta apocrifa, ingan- Prelato rillettero per quali tre ore,
nati forfè dalla vana computazione de- ncffuno avendo coraggio di avanzarfi
gli anni, che in quel tempo fi ufava a dcllarlo. Dopo
lungo fpazio di
si

nella Francia, e nell' Italia, coficchè tempo molti infieme Io (vegliarono,


fembri che S. Ambrofio fia premorto a dicendo: l'ora è avanzata; coman-
S. Martino ; Non vogliamo però noi date o buon Vefcovo al Lettore di
omettere di farne memoria, ftantechè adempire il fuo ufficio; ftantechè il
raccontandola S. Gregorio Vefcovo di popolo è quafi ftanco di afpettar tan-
Tours, il quale fcriveva foltanto 179. to .Rifpofe allora Ambrofio, come
anni dopo il fatto, e fedeva nella me- fcolfo da gagliardo foporc Non vi :

defima Chicfa, in cui era feguito mi- turbate , miei fratelli , mentre molto
racolo così ftupendo, e ritenendone la „ recommi di piacere l'avere così dor-
Chiefa di Milano la perpetua tradizio- „ mito , perchè Dio Signore degnolTi
ne tanto nelle Lezioni del fno Brevia- di nianifeftarmi un gran miracolo .

rio per la Fcfta di S. Martino, quanto Sappiate pertanto, che il Sacerdote


nel Mofaico antichilTimo, che adorna Martino fratello noftro pafsò felice-
il Coro della Bafilica Ambrolìana, ol- mente alla eterna vita ; e che io (Icf-
tre molti altri tellimon; d'ogni fede de- fo concorfi a celebrargli i funerali ;

gnilTimi , fi mancarebbe aldovere di Avendo già io offerto giullaco- il

veri figliuoli del Santo Dottore , fé la- ftume l'incruento Sacrifìcio, non po-
fciafTimo nelle tenebre della dimenti- tei finire di leggere il Capitolo , per-
canza un prodigio così luminofo. Scri- chè in tal tempo voi mi fveglialle
ve adunque S. Gregorio nel Libro IL Prefi quanti ciò udirono dallo llupo-
Gap. I. de' Miracoli di S. Martino con re, marcarono con efattezza il gior-
quelli fcntimenti: „ S. Ambrofio cele- no fonno di Ambrofio; e
e l'ora del
brava la fanta Meffa in giorno di Do- poco dopo ebbero accertato rifcon-
menica, giuda il fuo coilume, ed il tro , che in quel tempo appunto eranfi
Lettore le gli approfllmava col Li- celebrate le efequie al Santo Vefco-
bro facro, per ricevere dal cenno del vo di Tours " Comechè conven-
.

Prelato permiffione di leggere Già gono tutti li Scrittori , li quali accet-


la .

erafi letta la Profezia in quella Do- !tano, e fofìengono la verità di quello

„ menica , che venne in feguito alla mirabile avvenimento, che fia feguito
„ morte di S. Martino, ed il Lettore negli ultimi mefi della vita di S. Am-
'

,,.difpofto a leggere uno fquarcio della I


brofio, fotto il prefente Capitolo ne ab-
biamo
.

LiBRoIX. Capitolo X. 183


Non debbefi però tralafciare di qui narrare una cofa , la

quale ha non poco dello ilraordinario, e ci viene riferita da


Paolino . Dice adunque qucfto Storico , che ftando in letto
S. Ambrofio tenutovi dall' ultima Tua malattia, e dettando a
lui la ipiegazione del Salmo quarantefimo terzo, videfi tutta la
di lui telta coperta di fuoco , e che quello fuoco convertitofi
tutto ad un iitante in una fiammella, entrò infcnfibilmente nel-
la di lui bocca, della llclTa guifa, che un padrone entra nella
Tua cafa dopo di che divenne il volto del Santo bianco al pari
;

della neve, nò ricuperò il naturale luo colore le non dopo qual-


che tempo. Paolino, che, come fi è detto, fu fpettatore di
quello miracolo , venne da tale liordimento fopraffatto , che rima-
le immobile, né potè profeguire a fcrivere quanto dal Santo
gli veniva dettato finché quefta vifione non cominciò a dil-
,

parire. Gli rilovvenne nondimeno perfettamente di quanto il


Santo gli dettava fopra di un palio della Scrittura; poiché
S. Ambrofio, per ammalato che fufle, non ceisò mai in tutto
quel giorno o di dettare, o di fcrivere ma con tutto ciò non
;

potè compiere la Ipiegazione di quello Salmo. Paolino fece


confapevole dell' avvenuto miracolo il Diacono Callo, col
quale dimorava , e da cui era alhltito ne' luci bilogni E quello .

Diacono, uomo pieno della grazia del Signore, modrando a


Paolino la conformità, che vi era tra quclt' avvenimento, e
quanto fi legge nel principio degli Atti degli Apoiloli, lo refe
per-

biamo inferita la memoria, non enfen- Cardinale Federigo Borromeo Arcivef-


1

do quello il luogo di fenderci a for- covo di Milano di fempre celebre ri-


mare una Differtazione per foltenerla, cordanza dovendo dare alla luce il Brc-
\

quando già tra li Scrittori Milanefi ne viario Ambrofiano riformato, fece efa-
1

hanno eruditamente trattato li dottif minare da' più inlìgni Letterati , de*
fimi Gian-Pietro Puricelli ne' Ma. lu- quali n'era egli Mecenate, con fom-
I

menti della Balilica Ambrofiana num. ma diligenza quefto iklfo controverfo


1

82. ed 8:5., e Giufeppc Anto)io Salfi prodigio, e fu decifo di ritenerne reli-


ncUc Vindicie per il poiTello de' Corpi giofamente la memoria nella preacccn-
!

de'SS. Martiri Protafio e Gervafio num. nata Lezione per la Fella di S. Marti-
\

89. Sappiamo che la memoria di tale no V:fcovo di Tours , giuda il rito


|

prodigio fia Hata levata dal Breviario della Chiefa Milaiiele.


1

Romano \ ma giova i'alTerire , che il I Dei Traduttore


M IV
.

ig^ Vita DI S. Ambrosio


perfuafo che una vifione di fimil fatta fufle un evidente con-
,

trafegno della dilcefa dello Spirito Santo (opra di S. Ambrofio.


Quantunque però la Ipiegazione di quello Salmo Uà. ri marta
imperfetta, e mancante di alcuni verfetti, nondimeno quanto di
effa noi abbiamo, deve leggerfi con ifpeciale venerazione; poiché
il Santo era si pieno di Dio quando dettolla, che la di lui fantitk

paflava dal iuo cuore arifplendere fui di lui volto, come wn pe-
gno di quella gloria, di cui doveva tra poco effere coronato .

Capitolo XI.

Malattia , e morte di S. Ambrofio .

DOpo quale
che Santo ebbe confecrato un Vefcovo
il

Paolino {a) non


del nome, ci dice il
Pavia,
di
cadde in
una grave malattia, che fu l'ultima, ed il generale rimedio
di tutte le infermità del fuo corpo ;
poich' ella lo fece
paflTa-

re da quella vita ad un altra pienamente felice Rifaputofi .

appena da Stilicene, che il Santo era trattenuto nel letto da


mortale infermità, tetnette ciò, che doveva feguire a riguar-
do degli interefli di tutto l'Imperio, e diife: che morendo un
SI grand' uomo, a tutta 1 Italia iopraftava una univerfale ro-

vina .Quefto Politico non aveva certamente il dono di pro-


fezia, ma ciò che avvenne fece troppo chiaramente conofce-
re la verità di quefta predizione; e convenne confeffare, che
la fuffiftenza, e la confervazione dello Stato dipendeva in qual-
che maniera dalla vita di S. Ambrofio , il quale non farebbe
flato meno venerato da' Goti , e da' Vandali , di quello , che
lo era ftato fin' allora dagli altri nemici dell' Imperio , fé Dio
aveffe prolongato il fuo ioggiorno fopra la terra
Quefta previdenza di Stilicene non fu foltanto un indi-
zio, ed una lode pafteggiera , ma fu un affai autentica tefti-
mo-

(<i) Paulin.Vtt.Ambrof. .
.
,

Libro IX. Capitalo XI. 185


monianza della ftimach'egli aveva per S. Ambrofio
, Im-
.

perocché avendo fatti radunare i più ragguardevoli , ed i più


nobili Cittadini di Milano , che fapeva elfere amici intrinieci
di S. Ambrofio, li con minacele, e con perluafioni
collrinle e
dolci, ed obbliganti, ad andare da quefto Santo per indLirlo
a domandare a Dio, che io lafciafTe vivere ancora per qual-
che tempo. Ma allorché da effi ne fu al Santo fatta que-
fta ricerca , egli loro diede una rifpolta degna della ftraor-
dinaria fua fapienza Io dicendo , òo vìjfuto tra di vci.
: ,

duna maniera , che mi trattiene dal vergognarmi di vivere an-


cora per qualche tempo ; ed io altresì non temo di morire , per-
che- r abbiamo da fare con un buon Padrone (a). Avendo $. Ago-
ftino rifaputa quella rilpolta si piena di fapienza, e di pieiìi
ne ammirava tutte le parole, ed altamente le commendava.
ElTendocchè non fulTc poffibile il parlare né più giuito , né più
mifurato fopra di quello particolare. In fatti all' entrare nei
loro vero fenfo, dicendo il Santo, che non temeva di morire,
perché l'aveva da fare con un buon Padrone, voleva denotare,
che la purità de' fuoi collumi non cagionava in lui alcuna gon-
fiezza di cuore, né alcuna prelunzione; e dicendo: aver egli vil-
futo d'una maniera , che lo tratteneva dal vergognarfi di vive-
re ancora per qualche tempo, ei parlava Iccondo l'idea, e la
cognizione , che aveva del giudizio , che gli uomini potevano
fare di lui, confiderandolo come uomo.
Ed
elTendocché conolcefle la feveritk, ed il rigore, con cui
Iddio deve giudicarci, dimoftrava d'aver minor confidenza ne'
fuoi meriti, che nella bontà del Signore, al quale ogni giorno
diceva nelle lue orazioni Perdonateci le nofìre ojfefe , come
:

noi perdoniamo a quelli , che ci hanno oltraggiato .


In queflo tempo , nel quale il Santo giaceva ammalato,
Cafto , Polemio , Venerio, e Felice, i quali erano allora Dia-
coni, trovandofi tutti inficme nella camera, ove il Santo gia-
ceva ammalato, per conferire lopra di quello, che converreb-
be,

{a) Pojfid.cap.xj.
,

i85 Vita DI S. Ambrosio


be ordinare Vefcovo in fuo luogo dopo la di lui morte , ed
avendo pronunciato il nome di S. Simpliciano, ch'era un Pre-
te di Milano , affai avanzato in età, quantunque parlaflero
d'una voce cosi bafla, che appena potevano tra di loro inten-
derfi , nondimeno il Santo, che flava nell' altra eitremita del-
la ftanza, come fé fuffc flato prefente al loro dilcorlo, ed avef-
fé approvata la Icelta, che dicevano di quello Prete, difle per
tre volte gridando: E' vero^ che è ciffat •vecchio^ ma è da bene.
Rimalcro cffi si forprefi , e fpaventati da quelle parole, che
neir iftante medefimo fé ne fuggirono. Non ebbe però egli
altro fuccelTore dopo la fua morte, che quello Vecchio, da eflb-
lui per tre volte nominato Vefcovo di Milano. Venerio
del quale abbiamo teftè fatta menzione , fuccedette a Simpli-
ciano. Felice era Vefcovo di Bologna nel tempo, che Paoli-
no fcriveva la Vita di S. Ambrofio. E Cafto, e Polemio, eh'
egli aveva nodriti come frutti di un eccellente albero ,
profe-
guirono ad effere Diaconi nella Chiefa di Milano.
S. Simpliciano quindi fu nominato Vefcovo da S. Ambro-
fio fleffo, come Sant' Atanafio lo era flato nello fleffo fecolo da

S. Aleffandro. Ed il Clero, ed il Popolo di Milano fecero in


quella occafione , per il rifpetto, ch'ebbero per il loro Santo
Prelato, ciò che gli AlefTandrini avevano fatto per onorare il
giudizio del loro Vefcovo. QLiefto Simpliciano è quello fteffo,
il quale noi abbiam veduto avere avuta tanta parte nella con-

verfione di S. Agoftino, per la cura, ch'ei fi prele di fcioglie-


re i fuoi dubbj nelle conferenze da lui tenute con quello Santo ,
e per avere fovente ripetuto allo fleffo Santo Dottore ciò che
egli medefimo aveva udito dire da un certo Platoniano, che
conveniva fcrivere in lettere d'oro ne' luoghi più eminenti del-
le Chiefe il principio dell'Evangelio di S.Giovanni {a).
Baffiano Vefcovo di Lodi fu altresì uno di quelli , che af-
fiftcttero S. Ambrofio fu l'ultimo della fua malattia, e flandofe-
ne egli intorno al fuo letto , e pregando con lui in que' mo-
menti

( a ) Augujl. Uè. 10. eie Civit. Dei caf. 2 j.


. ,
.

Libro IX. Capitolo XI. 187


menti sì preziofi ed importanti , vide noftro Signore Gesù
,

Cristo , che veniva con un volto ridente al noltro Santo , il


quale morì dopo una sì G,ioconda vifione. Qiielta particolari-
ù. dalla bocca ikffa di Balìiano fu raccontata a Paolino.
Il tcrvoroio amore del Santo aumentavaiì vifibilmentc a

milura , che le forze del fuo corpo s'indebolivano. E nel gior-


no in cui cominciando dalle undici ore dopo la mezza
morì ,

notte, fino al momento, in cui refe lo ipirito, pregò tempre


con le braccia iìele in forma di croce , con iomma edificazione
degli aitanti , che vedevano il movimento delle fue labra, ma
non intendevano ciò eh' ei diceva.
Onorato Vefcovo di Vercelli, eficndofi coricato in un ap-
partamento luperiore per prendervi qualche ripolo, udì per tre
diverfe volte una voce, che lo chiamava, e gli diceva: Levati
prontamente , ed ajfrettati , perche egli è in procinto di partire
Eflendo adunque dilcelo nel luogo, in cui il Santo fi ritrovava,
gli diede il Corpo del noftro Signore, il quale fabito che da Sant'
Ambrofio fu ricevuto, relè lo ipirito a Dio, portando con lui
nell'altro mondo un sì eccellente Viatico, acciocché, dice Pao-
lino , eflendo (tata la fua anima nodrita, e fortificata con que-
fto Divino alimento, godefle nel Cielo della converfazione de-
gli Angioli , de' quali aveva condotta la vita nel mentre che
dimorava lopra la terra , e la compagnia d'Elia, col quale sì
grande aveva fomiglianza , non avendo giammai , al pari di Elia
temuto di parlare ai Re, ed alle più formidabili Potenze della
Terra , a cagione del timore di Dio, di cui era ripieno.
Succedette querta morte (a), come noi crediamo, nell'an-
no

(a) Baronio ha creduto, che S. Am- nel cccxcviii. al xvii. d'Aprile. Ma


brofiofia morto nella notte del Sabato oltre la manifefta violenza da efTì fatta
precedente alla Domenica, ciò che po- all<r nun-,cra!i cifere da elfi citate , per

co conformafi alle parole di Paolino. trovare il lor computo , non v' è (lato

I Continuatori di Bollando hanno fin a qui alcuno, quale abbia detto,


il

fatta una particolare Difiertazione nel- che il noltro Santo moriile nel xvii.
la Prefazione del loro primo Tomo dei d'Aprile; e la Chicfa di Milano, e la
mefc d'Aprile alia p. 38., per moftra- Romana, e tutti gli antichi Autori fo-
ie , che S. Ainbrofio non è morto , che 1 no contrarj a quella data
,

igg - Vi T A DI S. A M&ROSIO
no cinquantefimo fettimo di fua età, nella notte del Venerdì,
o del Sabbato Santo, come può dedurfi dalle parole di Paolino,
il quale dice , che il Tuo corpo fu portato nella grande Chiela
innanzi giorno , e che vi dimorò per tutta la notte precedente
alia Fetta di Pafqua , e che fu di la tolto fu l'apparire del giorno
della Domenica. Sembra adunque, efservi egli flato dal Saba-
to innanzi giorno , fino alla mattina della Domenica. Ciò però
che è certo, e che fu iempre creduto, fi è eh' ei fia morto in
giorno di Sabato , poiché nel giorno quarto d'Aprile non cade-
va la Pafqua, né in quell'anno, né in quelli, che fona o poco
avanti, o poco dopo.
Eccovi qual fu l'avventurofo fine di uno de' più grandi
e de' più fanti Vefcovi , che la Chiefa abbia giammai nodriti
nel fuo feno, dopo gli A portoli, e che abbia dato a conofcere
in tutte le operazioni della lua Epifcopale vita , ciò che pofsa
un iol uomo per la fantificazione degli altri , allorché efsendo
vifibilmente chiamato da Dio mantiene un inviolabile fedeltà
nelli elercizj del fuo miniltero. Egli ha adempiti tutti i dove-
ri d'un difenfore della Fede, d'un diftruttore delle Erefie, d'un
arbitro dei Re , e degl' Imperadori , di un confervatore della
purità delle Vergini, di un protettore delle Vedove, e delli Or-
fani, di un padre de' poveri , d'un confolatore degli afflitti; e
fiè iempre veduto collante, ed intrepido ne' più pericolofi ci-
menti. Ha fempre conlervata negli onori una virtuofa mo-
derazione , ed ha fempre da le tenuto lontana ogni forta d'af-
prezza,edi terrore. E' egli ttato finceramente umile nell'ope-
razioni de' miracoli, nniforme nelle lue azioni, e perfettamen-
te fomigliante a fé medefimo. Non lo ha la provvidenza im-
pegnato in una infinità di conflitti, che per farnelo ufcire vit-
toriolo lenza effufione di fangue. Ha egli accoppiata la fua
fortezza con una fapienza incomparabile , ed ha loftenuta la
fua iapienza con una intrepidezza fovrumana. Egli ha avuto
per la Chiefa un amore tenero, perfeverantc , invariabile, ef-
ponendo inceffantemente la fua vita per la confcrvazione de^
luoi diritti, ed impiegando continuamente le lue vigilie, i fuoi
fudo-
. .

Libro IX. Capitolo XI. i^p


fudori, e le fue fatiche, per far regnare Gesù Cristo nel cuo-
re de' luci Figliuoli. La
fua cariti lo ha refo acceflibile a pili
piccioli nello lleflb tempo, che la grandezza del tuo animo fa-
ceva tremare innanzi a lui i Grandi del Mondo; ed è flato ge-
neralmente amato, e Itimato dagli uni non meno che dagli al-
tri, perchè la iua unica mira era di renderli degni di fedelmen-
te fcrvire il fuo Divino Padrone. Avendo imparata la fua dot-
trina nella fcuola dello Spirito Santo, il quale afTift'i alla fua Or-

dinazione con una Itraordinaria effufione di grazie, e di lumi,


ha egli formato un gran numero di tanti Veicovi pel governo
di molte Chieie dell'Italia; ed i fuoi fcritti fimilmente che le
fue azioni iftruifcono continuamente i Predicatori dell' Evange-
lio , e lomminilbano a' più celebri Pallori regole eccellenti per
la loro condotta. Finalmente tutti quelli, che ameranno ve-
ramente la Chiela, e le defidereranno Pallori degni di lucce-
dere asUApoftoli, non potranno giammai defiderarne a lei de'
più perfetti, le non le quando domanderanno a Dio, che ad efìTa^
in quelli ultimi tempi, tali Pallori conceda, che meritino di el-
fere paragonati a S. Ambrofio.

Capitolo XII.

Diverfe apparì-zjotù di S. Ambrofio nel gtorno de fuoi fufjeìrult ;

e qualche tempo dopo la jua morte

QUESTA morte {a) ^ la quale era per la Chiefa di Mila-


no una troppo luttuola perdita, non impedii, che fi
"
cclebrafTero ,
giufta l'ordinaria confuetudine, le folenni
ccremonie del Battefimo Ma ben fi conobbe , qual infatica-
.

bile Operajo fi fufìTe in quel di perduto, poiché cinque Vefcovi


non poco dentarono a far tutti infieme ciò ch'era fiato egli io-
Vito di compiere da fé folo
Iddio,

(/r) Paultn.
,,

ipo Vita di S. Ambrosio


Iddio , che fi è fempre compiaciuto
comunlcarfi alledi

anime iemplici, ed innocenti, e che al tempo iii S. Cipriano


rivelava a' piccioli fanciulli la periecuzione , di cui veniva mi-
nacciata la Chieia, Icielfe altresì de' fanciulli, per rendere nota
la gloria del loro lanto Velcovo. Infatti di queiti fanciulli
vene furono, i quali lo videro ufcire dalle fonti, d'onde effi

avevano allora ricevutoBattefimo: Altri dicevano, itarlene


il

egli affilo nella lua Cattedra, e nel fuo trono Epiicopale: Al-
tri indicandolo col dito a' loro padri , afficuravano , che lo ve-
devano pafTegoiare . Ma
quelli , che non avevano gli occhi
dello fpirito tanto puri ,
quanto quelli de' loro figliuoli , non
giugnevano a comprendere quanto in una maniera ienfibile af-
ficuravano di vedere quelli teneri fanciulìetti, la maggior par-
te de' quali atteftavano , di vedere una ftella lopra dei di lui
corpo.
Comparfo appena il fanto giorno di Pafqua , e compiuti
che furono i Divini Sacramenti, cioè o le ceremonie, che fi fo-
levano allora fare nella notte della Rilurrezione del Signore
o forte il Sagrificio dell' Altare offerto prima di dar fepoltura al
Santo, cominciandofi a levare il di lui Corpo per portarlo alla
Bafilica Ambrofiana, ove fu lepolto, una truppa di Demonj fi
pofe a SI altamente gridare, che dal Santo venivano tormenta-
ti , che non fi poteva {offrire il fracaffo, ch'effi facevano con le

loro ftrida, ed i loro urli. Né ciò fegui lolamente in Milano;


poiché in dlverle Provincie udironfi grida ipaventofiffime
le quali erano altrettante prove del merito, e della lantira di
S. Ambrofio, E quefti miracoli duravano ancora, quando Pao-
lino fcriveva la lua Vita.
Si videro altresì uomini, e donne venire in folla con de'
pannilini per con effi toccare il Corpo di quello Santo nella
maniera , che potevano. Innumerabili furono le perfone di
ogni et^a, feffo, e condizione, che da tutte le parti accorlero
per onorare la pompa de' fuoi Funerali, a' quali vollero inter-
venire non folamente i zelanti Criftiani, ma ancora Giudei, i

ed i Pagani. Quelli però, che formarono la più confiderabi-


le
Libro IX. Capitolo XII. ipi
le parte di una così folenne ceremonia, furono nuovi battezza- i

ti , che in ben ordinate Ichicre precedevano quelta funebre


pompa .

Nel giorno ftenb delia fua morte apparve il Santo nelF


Oriente a più perlone di fanta vita in atto di orare con e fife , e
di loro imporre le mani. Ciò fi rileppe per mezzo d'una lettera,
la quale fu dalla parte dell'Oriente fcritta al Santo (leflb, co-
me fé fulTc (iato ancora vivo: La qual lettera efscndo fiata ri-
cevuta dal ilio fuccelTore Simpliciano, fu confcrvata nel Mo-
nallero di Milano, con la iua data, la quale fa vedere, cflere
ella fiata fcritta nel giorno flellb della morte del Santo.
Atteila altresì Paolino, elsere ftato aflicurato da Zenone
Vefcovo di Firenze, che avendo il Santo promelso a' Fiorentini
neir ultimo fuo ^àaggio, da eflfo fatto alla loro Citta, che fa-
rebbe Ibvente andato a vifitarli, loro mantenne quella promel-
fa con darfi dopo la fua morte a vedere in atto di orare dinanzi
air Altare della Bafilica Ambrofiana , eh' egli aveva fatta
erissere nella loro Cittìi. E
che trovandofi Firenze afsediata
da Radagafio, ed avendo perduta ogni Iperanza
i Fiorentini
di follenere la loro patria , eisendo S. Ambrofio comparfo ad
uno de' loro Cittadini , nella Cafa , ove era ftato alloggiato
nel tempo, che fuggiva la perfecuzione di Eugenio, afilcurol-
lo che nel feguente giorno fi Icioglierebbe l'aisedio , e liberi
,

renerebbero i Fiorentini da ogni timore,, Per tale annunzio tutti


s'incoraggironoi Cittadini, e quanto fu predetto, in fatti feguì.
Imperocché eisendo nel dì tegnente venuto Stilicene a foccor-
rerla con tutta la fua Armata, diede una totale fconfitta agli
afsediatori. . Panfofia Dama
Fiorentina fu quella, che relè con-
fapevole di quella particolarità Paolino , che l'ha di poi tra-
mandata a tutta la polleritli.
Né quella fu la loia volta, in cui S. Ambrofio volle dare
a conofcerelacura, che anche fi prendeva degl'
dopo morte in-

tcrclfi del Romano Imperio, del quale, mentre viveva, era


ftato il Protettore.
Neil' anno cccxcviii., che venne in feguito immediata-
mente
ipi ViTADiS. Ambrosio
mente morte, Mifcezcl, che comandava all' Armata
alla fua
Romana contro Giidoae fuo fratello, diiperando
nell' Affrica

di lalvare ie (teflro, e le lue Trappe, perchè non avendo che


cinque mila uomini, conolcevafi impotente a foftenerc l'mcontro
di lettanta mila, che componevano l'Armata diGildone, vide
in fogno S. Ambrofio, che teneva un balione nella mano, ed
eflendofi Maicezel gettato a' kiol piedi col più profondo rilpet-
to, il Santo percoflTe col fuo ballane la terra in un luogo , che
precifamente indicogli, e gli diffe per tre volte qu't^ qui^ qui.y
acciocché comprendefle , che in capo a tre giorni riporterebbe
la vittoria nello rtelfo luogo , nei quale gli era a lui compar-
fo Ed avendo quello Generale lu la ficurezza di quella rive-
.

lazione data la battaglia, terminò felicemente quella Guerra,


dalla quale ne ufci vittoriofo , ficcome il Sarfto avevagli pre-
detto.
Riferifce Orofio {a) la fleffa cofa quafi ne' fleffi termini,
e Marcellino altresì attefla (^), che Maicezel rimale vittorio-
fo pel ioccorioavuto da S. Ambrofio, e per l'avvilo, eh' egli
avevane ricevuto da lui in fogno. Né è neceffario, che que-
lli due Autori non abbiano fcritto quello fatto, che appoggia-
ti alla fede di Paolino; imperocché Mafcezel, dalla di cui boc-

ca Paolino l'aveva lentito dire in Milano, l'aveva altresì rac-


contato a molti Prelati di un altra Provincia; ed il di lui rac-
conto avevali nuovamente confermati nella credenza d'un fat-
to SI miraeololo. Ed elTendocchè Paolino dica, ch'egli era
allora in una Provincia, che diftingue chiaramente da Milano;
quella Provincia lenza dubbio è l'Affrica, in cui è certamente
flato quello Segretario di S. Ambrofio, il quale per commelfio-
ne altresì avutane da S. Agollino fcriflc quella Storia, ed a lui
indirizzoUa. Oltre di che avendo Mafcezel vinto nell' Affri-
ca, ha del verifimile, che gli Affricani fuffero i primi, a' qua-
li raccontaffe, in qual maniera aveva disfatta la numerofa Ar-

mata di Gildonc.
Quando

(«) Orof.lib.y.cap.-^i. I {b) Marccllin.Chron.


. ,

Libro IX. Capitolo XII. ip^


portate in Milano le Reliquie de' Santi
Quando furono
Martiri Silino, Martirio, ed Alcirandro , pochi mefi dopo la
morte di S. Ambrofio (/?), apparendo quclto Santo ad un Vef-
covo della Dalmazia l'avvisò di trovarfi ai lor ingreflb , di cui
indicogliene il giorno, afficurandolo , che vi ricupererebbe la

viltà, ficcome avvenne.


Altri miracoli ancora fi videro operati in caftigo di alcu-
ne perlone , che olcuravano la memoria del noftro Santo, e
lo ferivano nella riputazione. Paolino ha creduto di doverli
con ^li altri raccorre , dicendo , averli Iddio permeili si per
corres^gere coloro, ch'erano dediti alla maldicenza; come per
farammirare gli effetti della fua grazia nel tuo Santo , e per
comprovare la" venta delle parole della Scrittura, che minac-
cia di efterminare, e di perdere coloro, che in legreto dico-
no male del loro prolfimo.
Un Prete della Chiefa di Milano , oriondo però dell' Affrica,

oltragG^iando colle lue maldicenze la memoria del noftro Santo in


un convito , ov' erano alcune perlone pie , che inorridite della ma-
lignità della lingua di coftui, fé ne partirono, tutto ad un tratto
da mortale ferita colpito cadde a terra, d'onde levato, e portato
lui luo letto, non ne ulci, che per effere condotto al fepolcro.
Attefta Paolino, di avere veduta in Cartagine cola lomi-
gliante a quefta. Mangiando io, dice Paolino, alla tavola di
Fortunato Diacono di Aurelio, con Vincenzo di Coloffite, e
Mauranio Velcovo di Bolite, e raccontando io la funefta morte
di Donato ad alcuni Vefcovi ad alcuni Diaconi ed a Mauranio
, ,

il quale unitamente con colìoro diceva male di S. Ambrofio con ,

fommo ftupore di quanti fi trovavano infierr.'?, Mauranio provò


avverato in fé fteffo quanto di un altro a lui fi raccontava; poi-
ché nel medefimo luogo, e nello fteffo iftante reftò Mauranio
mortalmente ferito , un letto , indi alla
fu portato lopra di
caia, in cui alloggiava, ove non giunfe, che per morirvi.
I c^-

{a) Buonio ciò mette nel ecce. ^ i mo, pochi mefi dopo la morte di S.Am-
ma fuccedctte in quefi' anno medtfi- i brolio

Tom. II. N
.

ip4 V" I T A D I S. A M BROS I O


(lati a quelle perfone, che parlavano male del
I caftighi
nolìro Santo , fanno baltantementc vedere , che le più emi-'
nenti virtù non vanno efenti da' velenofi morfi della calun-
nia; e che coloro, che hanno avuto dell' odio contro de'
Santi lenza alcun motivo , mentre vivevano , nodrifcono
quelV odio nel fondo del proprio cuore fin dopo la loro
morte. Ma gli el'emplari caliighi di quelli calunniatori mo-
ftrano ad uno Iteffo tempo , che ficcome Iddio ama tenera-
mente i fuoi amici , così confiderà come ingiurie fatte a fc
Hc^o gli oltraggi, che fi fanno alla loro riputazione; ne
fempre differilce fino alla fine de' fecoli ad accertare i lor
nemici, che non lenza ragione la Scrittura lo chiama il Dio
delle vendette.

Capitolo XIII.

Di due appar'iT^ont di S. Ambrojìo aggiunte dal Traduttore

S
ALle miracolofe apparizioni
dente Capitolo narrate dal
di
Sig.
S.

ne
Ambrofio, nell'antece-
Hermant, due altre
aggiugneremo , con le quali quello noltro Santo, anche dopo
alcuni fecoli, ha voluto alTicurarci di quella particolare affiften-
za, con cui ha fempre protetta, e difeia quella Metropoli, fia-
ta una volta cura.
affidata alla di lui pallorale vigilantiffima
Wippone , che {a) ritrovofll in tutti gli avvenimenti di
Conrado, cognominato Salico , dopo avere narrate le violen-
ze da quello Impc^-adore commefle, e contro Ariberto Arcivef-
covo di Milano, e contro de'Milanefi, parlando del Miracolo
lucceduto nel giorno della Pentecolle , dice che in quello iolen-
ne giorno avanti l'ora di Terza, mentre Conrado aflediava un
certo Cartello di S. Ambrofio detto Curbitum , cioè Corbctta ,
come
((t) jlpnd Ptirheili in Monument.Ba-\ 12. p. 2. tom. 1. jlpelogifmoYumMedie-
ftlicte Ambrofianse Mediolan. n. 2:^9. pn^. \lanenfium&c. pag. z^o.
400. , & apud Nicolaitm Sormanum tap. \
,

Libro IX. Capitolo XIII. IP5


come lo denominano i per quanto ne attefta
noftri Scriitori ,

Puricelii (/?); e nello (leflb tempo, in cui dichiarava Arci-


velcovo di Milano Ambrofio Canonaco, in luogo di Ariberto,
dal cielo, che allatto chiaro riluceva adorno della più Iplendi-
da Icrenita , tutt'alT improvilo ne ulcirono tuoni ù Ipavcnte-
volmente lonori, e ne furono vibrali con tale impetuola vee-
menza fulmini in tanta co^)ia , che ioprafatti dal più alto ter-
rore quanti fi trovavano in quello luogo accampati, molti ne
morirono si d'uomini , che di cavalli, e molti divennero si
fattamente inlenlati , che appena dopo alcuni meli poterono
ricuperare l'uio de' loro fenfi Soggiugne poi, che quelli tuo-
.

ni, e quedi folgori furono lentiti, e veduti loltanto da coloro,


i quali (lavano accampati poiché facendo ritorno al campo
;

quelli, che non vi fi erano trovati nel tempo de' tuoni , e de'
folgori, aflicurarono di non avere iomiglianti Ipaventevoli cole,
né udite, né vedute, le quali attelta Wippone , che da molti
furono tenute per miracolole.
Né lembra invero, che da noi diverfamente penfare fé
ne debba, tutta avendo l'apparenza di miracolole quelV ire del
cielo, che modo certamente dalle polfenti preghiere di S. Am-
brofio vendicava s\ì oltraggi fatti e ad un luo SuccelTore, e ad
un Popolo da lui fpecialmentc protetto ficcome più chiaro
;

apparirà da quanto dietro la icorta d'altri Storici foggiungere-


mo in apprclfo.
Non molto diverfamente da Wippone ci vengono le ftcffe
cofe dclcritte da Arnulfo (l>)^ il quale altresì viveva in quel
tempo, e dal quale vcnghiamo di più afiìcurati, che i tuoni
ed i folgori furono da grofTa, e denla grandine accompagnati,
e che Bertaldo Segretario di Conrado, per cui configlio da que-
llo Principe fi era e privato Aribcrto del Vefcovado, e fatto de-
vallare il Territorio de' Milanefi , fu da tale fpavento alTalito ,
che divenne in quell'illante furioiamente pazzo.
Wippone però, ed Arnulfo non tòno l'oli ad afficurarci di
cosi

Crt) Furiceli, ibid. (i^ Purht'.L ibid.


I

N il
,

ipó Vita di S. Ambrosio


fpaventevole fucceflb, del quale altresì ce ne fanno tefti-
cos'i

monianza Vincenzo Bellovacenfe, l'autore delia gran Cronaca


Belgica, Sigonio, e moltifTinii altri Storici citati da Puricelli (a).
Maficcome Arnulfo ha dovute aggiugnerc due circoltan-
ze, tralafcìate da Wippone nel racconto di queflo fatto, cosi
quelli Storici, nel ridirci quanto Wippone, ed Arnulfo ci affi-
curano effere fucceduto in quelV oc:afione , fi fono altresì tro-
vati obbligati ad aggiugncrvi altre particolarità, per cui, co-
me fi chiaramente apparifce , che il noftro Santo fu
è detto
,

quello che indufle il cielo ad armarfi in difeia di quella no-


,

ftra Metropoli. Imperocché tutti quedi Storici , nel defcriver-


ci quello fatto , concordemente dicono , che mentre Conrado
nel folenne giorno della Pentecofte aflìfteva alla MefìTa celebra-
'
ta da Brunone \'"efcovo, che doveva in effa confecrare Ambro-
fio Prete Cardinale della Chiefa di Milano , e Cappellano di

Conrado, folUtuito da quell'Imperatore allo da lui deporto


Ariberto , fu nel cielo veduto da Brunone, da Conrado, da
Bertaldo fuo Secretarlo, e da tre altri, S. Ambrofio , che in
aria maeflevolmente Idegnola , tenendo impugnata una fpada
fembrava volefìTe con efla invertire flmpcradore, il quale at-
territo dai minaccievole alpetto del nortro Santo , più che da'
tuoni, e da' folgori , i quali immediatamente ne fuccedettero,
per fottrarfi da quel totale eccidio, a cui avrebbe foggiacciuto
qualora averte olato di fare temeraria refirtenza ad un si portente
difenfore, deporta affatto la prefa riioluzione di foggiogare Mi-
lano, ufci ben prefto dell' Italia, e fé ne ritornò in Germania,
ove mori nel mxxxix.
Eflendo poi il nortro Santo comparfo a Conrado con volto
minaccevole , e di fpada armato nel giorno della Pentecofte
del Mxxxvii. come affermano tutti gli Storici, che fomiglian-
te apparizione rapportano , lembra le ne debba dedurre, che
ciò fuccederte nelle vicinanze di Corbetta , ftantecchè Wip.
pone , dorico contemporaneo , e teftimonio di veduta , affer-
ma,

( «) Furiceli, ibid. pag. 40 1 . C^' 402.


.

Libro IX. Capitolo XIII. ipy


ma, che Conrado attualmente aflediava quefto luogo nel gior-
no della Pentecolìe di quell'anno mxxxvii.
Trovandofi nondimeno alcuni Storici {^)
benché aflai -,

poftenori a Wippone, i quali afTerifcono efìTere il noftro Santo


comparfo a Conrado nello teflc delcritto atteggiamento , nel
mentre che quclt'Impcradore rtando accampato col Tuo eler-
cito nelle vicinanze di Milano flringeva con forte afTedio que-
fta Citta, ed o nella Bafìlica Ambrofiana, fituata allora fuora
delle mura Milano, od in altra Chiela poco diftante da que-
di
fta Citta, voleva, che fulTe confecrato Veicovo il da lui elet-
to rucceffore d'Ariberto, che colla fuga erafi fottratto dalla vio-
lenza di quelV Imperadore, giammai
non giudicare
ardirei di
degno d'approvazione quanto dietro la Icorta di quefti Storici
ne dice l'EruditilTimo Dottore Nicolò Sormani (^), favel-
lando della feguente maniera: yldmoto exercitu ni dcdant per-
fugam extrcma civibus defjunciat His denegantibus Ò" una ciim
.
,

[acro Principe occumbere parafisi Rex die Pentecojìes ad portam


S. Ambrofii produrlo vallo in Ambroftanam Bajtlicam , qu£ tum
extra muros erat , vel aliam co^nominem in fuburbio fuccedsns ,
no'viim ibi inftitucre Mediol.mi Prxftdem p.irat Horrendum nji- .

sìt ! Sole in medio oborta nox ^ iinis hofìium ca/ìris incubuit ^ reli-

qua circum illujìriy ac ridenti aeli plaga. Tum miri ^ Jupraque


nìodttm natura horrifoni ronitrus crepuere : pavor ipfe exanimes
fìernit : nonnullos elingues , ac ftderatos , ceu fpirantia quidam
Jiniulacra oculis hiantibus diu dejìixitIn eo flammarutn prodi-
.

giali atque nubium vortice fìat S. Ambrofìus immani cultro in


,

jugulum Conradi ^ ni cceptis abfcedat illich^ jamjam imminens


Checché però ne fia ,lempre vero, elferfi in quella
larà
cotanto pericolola occafione da S. Ambrofio protetta la no-
ftra Città.
Qiielta però non fu la fola volta, che il noftro Santo die-
de a conolcere di vegliare alla fua difefa. Trecento due anni
dopo, cioè nel giorno xxi. Febbrajo del mcccxxxix. altri ne
diede

(.a) PurùcU. iòici. 1 {b) Nicol. Sormani ibid. pag. Zig.


T<,m. II. Nili
,

ip8 Vita di S. Ambrosio


diede vifibiii contrai'egni in Parabiago, luogo non molto dinan-
te da Milano.
Lodrifio Vifconti, che per avere cofpirato contro la Citt^
.
'

di Milano ne era flato sbandito, raccolta da varie parti molta


gente d'armi s'incamminò alla volta di quefta Citta per uiur-
parne il dominio. Ned elTendogli flato da Pinalla Aliprandi
pel icarfo numero impedito il pafTaggio dell'
de' luoi fbldati,
Adda, potè fenza verun contralto giugnere fino a Legnano, ed
unirfi alli Svizzeri, che già vi erano giunti, e che formavano
una parte del iuo elercito. Vedendofi Lodrifio in Legnano,
fi prometteva di entrare nel feguente giorno in quefta noltra
Citta. Ma l'impenfato arrivo in Parabiago delle Truppe fpc-
ditegli contro da Azzo, tolfelo dal fuo inganno, e io coftrinfe
a venir a battaglia , la quale effendo da Luchino foftenuta con
indicibile valore, già faceva a Lodrifio temer la fconfitta Non .

fi perdendo però d'animo Lodrifio, e penetrando dentro le Trup-

pe di Luchino con i fuoi più forti guerrieri , tale ne fece ftra-


ge, che cagionando in effe confufione , e difordine , comincia-
rono a piegare; indi rimafto prigioniero il valorofo Luchino,
dandofi alla fuga lafciarono , che Lodrifio fi rallcgraffe d'cffere
vincitore ; ma giugnendo in Parabiago Roberto colle poche
fue Truppe, e con i fuggitivi, che riprefo nuovo coraggio fi
erano ad effe uniti , fu Luchino rimelTo in liberta , e nuova-
mente da lui infieme con Roberto attaccato l'efercito di Lodri-
fio, il quale ripigliato il primo ardire, pofefi a combattere con
si veemente ferocia, che mal potendo l'armata di Luchino trop-

po inferiore di numero ioltenerne l'impeto , già la vittoria fi


dichiarava un altra volta per Lodrifio,
Qiiando tutto d'improvifo d'infolita luce rifplendendo il
Cielo, ed a fé traendo gli Iguardi di tutti, ecco fopra rilucen-
tenuvola comparire S. Ambrofio in abito da Vefcovo affilo fo-
pra bianco, e feroce deftriero , con un flagello nella delira, in
aria macftevolmente minaccevole, ed in atto di icaricare per-
cofle fopra de' combattenti dell' iniquo Lodrifio. Tremò Lo-
drifio a tale inafpettata prodigiofa comparfa del Santo , e timi-
de
.

Libro TX. Capitolo XIII. ipp


de tanto ne divennero, e fpauritc le fue Truppe, che i noftri
per il contrario da lovrumano coraggio invigoriti, poterono far-
ne languinofiffima llrage, e chiudere finalmente quella batta-
glia con un affatto compiuta vittoria
Per tramandare poi alla pofterità la memoria di un si ri-

levante benefizio, e renderne perpetua la riconolcenza al loro


liberatore, il Principe, ed il Popolo di Milano ordinarono, che
nel luogo di Parabiago, ov' erafi ottenuta quella si iegnalata
vittoria per la teftè narrata apparizione di S. Ambrofio, fi co-
flruifTe una Chief'a, e fi dedicale a quello Santo, intitolando-
la, come anche al prelente chiamafi, S. Ambrofio della Vitto-
ria .Indi fu decretato, che ogn' anno nell' aniiiverlario gior-
no di quella vittoria , li Signori Vicario , e Dodici di Provi-
fione fi portalfero a quella Chiefa per fare al Santo in rendi-
mento di grazie una convenevole obblazione. Ciò che per
molti anni fi praticò. Ma afiai gravolo riulcendo per gì' in-
comodi, da cui giammai non va dilgiunta la ilagione d'In-
verno , fu {labilità , che fomigliante obblazione fi facelfe
nella Chiefa di S. Ambrofio ad nemus nel Giovedì dopo Paf-
qua di Rilurrezione. Efiendofi ciò fimilmente per molti anni
adempito, finalmente fu riloUito,. chea quello dovere di grati-
tudine fi foddisfacefle , come anche in oggi coftumafi, nella Ba-
filica di S. Ambrofio di Milano, e nel giorno xxi. Febbrajo,
giorno anniveriario di quella cotanto celebre vittoria, e che
chiamafi il oiorno della Fella della Vittoria di S. Ambrofio in
Parabiago»
Qjl quella rinomata apparizione ne derivato il coflu-

me di dipingere S. Ambrofio con un flagello nella delira , co-


me vuole Donato BoITl {a). Di effa molti fono gli Storici, che
ne parlano, come può vederfi nella parte feconda del primo to-
mo dell' cruditiifima Dilertazione Apologetica data alla luce dal
lopra mentovato Dottore Sormanl nel mdccxl. , e nel libro
flam-

C« ) Donato BoJfiadan,MCCcyixxvìxuapf.dDo>i-ClaMdio Cavalero pag. 66,


N IV
.

200 Vita di S. Ambrosio


ftampato nel mdccxlv. da Don
Claudio Cavalero (/?); da
ambedue i quali , dopo efferfi fedelmente , e colle rteflfe loro
parole rapportato quanto quelli Storici ne dicono , da elTi al-
tresì rapportafi, ma principalmente dal iecondo , tutto affatto
intiera, e ne' fuoi proprj termini una Memoria, che non ci
lafcia luogo a dubitare, elTcrci ella ftata tramandata da Scrit-
tore non molto poiieriore a quella prodigiofa apparizione , o
fé ne confideri la iemplice, ed incolta ina maniera d'efprimerfi,
o fi rifletta alla proceda, che nel tuo principio vi fi legge ne'
feguenti precifi termini elprelsa (^) Acetiche la felice memo- :

ria del corufcante miracolo del Glortcftjjiyno Santo Ambrofto pa-


trone della biclita Citta di Milano non tranfìjfe in oblivione
alla pojìerità ; ma
più prefìo accrejca la divo-zione ^ ed il fer-
vore qual pareva ejfere cjìitìto ^
.^
quello ho intefo da perfo- &
7ie antiche &
de grande autorità , quali furono prefenti al
miracolo , &
alla guerra , sforT^romi fecondo la tenerità del
mio debile ingegno reprefentare con pih brevità potrò ec.
Dopo le quali parole, e dopo efserfi in quefta memoria
afsai diffulamente, con le più minute circoilanze defcritta
e
la tanto nota battaglia , giugnendofi all' apparizione di Sant
Ambrofio , ella ci viene efpofta colle feguenti parole (e ):
Adoncha l'anima Beata de Ambrojìo com' è natura de fpiritu
quando vogliono ejfere conofciuti da gì' occhi humani ajfunfc
un corpo Aereo com' è Judicio de tutti li Theologi volendo
sfeguire quello gf era comejfo & in forma d'un bello Vefcovo
con uno Cavallo bianco tenendo in la mano deflra la fcoriata
& con la fini/ira regi èva
Cavallo non toccando però la ter-
il

ra , ma volava per faere . Et fé fa de fopra al globo o fia


adunamento de loro Barbari &
gli mena-z^^ con la fcoriata &
per tal comminaT^one gli fece timidi , imobili Li Con- & .

dottieri che menarono tali Barbari nel Contado de Milano ve-


dendo che non folo la Città fé defendeva per li Cittadini &
da

( rt ) Nicol. Sorniani ibtd. cap. 1 1 . pag. 1 ( ó ) Claud. Cavaler. ivi pag. 8 1

zoj.&fcqq. Claud. Cavaler. Raccontai (r) Ibid.pag.^^.


Jjiorico&c.pag. 61^. fino alla pag. 80.
Libro IX. Capitolo XIII. 201
da la gente d'arme forsjìier't ; ma anche fé confervava per di-
vin aJHto , lajfata ogni fperan-zj &
confufi per il Miracelo de
tale Apparitionc non cejfarono di jìringere li Cavalli finche
non furono al loco fecuro fuora del Contado ne mai più oltra
ardite de intraprendere tale ìmprefa contro la Cittù fin al
prefente giorno lajfando li SvÌ7:jri ne la pifla , quale non fé
pojfendo movere fremevano con li denti &
majjimamente Mal-
herba cb' era nel dejìro corno non fé potevano defendere hiafìe-
mava contra Dio , Ò' Santo Ambrofto in fua lingua in quefìa
forma , maledetto fta quel Camifone bianco , che poi ne ha me-_
narz^ìto con la Jcoriata mai la mia fpada ha pojfuto fare il

colpo & quefìe parole a tutti fono note a tutti gli h ahi tanti
de Parabiago ec
Veggendo noi adunque , efTerfi il noftro Santo nelli anda-
ti tempi prela particolare cura della d'ifela di quefta no(tra
Citta, Iperar poiFiamo, ch'egli fia per loccorrerla in ogni fuo
pericololo evento , qualora noi non ce ne rendiamo immerite-
voli , dandoci in preda a quei vizj , che troppo egli abbomi-
na, come del tutto oppofti a quelle virtù, le quali da lui furo-
no con tanta perfezione, mentre viveva , elercitate, come fi

vedrà ne' leguenti tre libri, ne' quali dal nollro Autore ci viene
delcritto il di lui fpirito, condotta, e morale.

DEL'
A ,

202

DELLA VI T
DI S. AMBROSIO
ARCIVESCOVO DI MILANO,
Dottore della Chiesa, ec.

LIBRO DECIMO,
Nel quale si comincia a rappresentare il di lui spirito,
E LA SUA morale .

Capitolo I.

Ri[petto y ed amore del Santo per la Chìefa.

Uantunque carattere dello Spirito di Sant'


il

Ambrofio ballantemente rifplenda in tutte le


lue azioni, ne alcuna ve ne fia, la quale non
dia a vedere la purità de' tuoi lumi, la gran-
dezza , e l'elevazione dell'anima fua, lupe-
riore a tutte le mondane cole , e l'eminenza
abbiamo nondimeno cre-
della fua fantita,noi
duto, che quell'Opera farebbe imperfetta, qualora non ci sfor-
zaffimo di entrare nella iua interiore vita , come in un divino
lantuario ,
per difcoprirvi l'origine di tante , e sì rare virtù
che
Libro X. Capitolo I. 205
che ce lo hanno fatto fin a qui ammirare per una delle più ma-
ravigliolc opere delia grazia.
Tra tutti i millerj, de' quali Iddio gli aveva data rintcUi-
genz.i , avevagli particolarmente fatta conoicere la maggiore
di tutte le lue opere, cioè la lua Chieia , per averlo fino dall'
eternità prelcelto ad efferne Padre , e difcnlore. Quello San-
to ne cercava f origine nel terreltre Paradilo, e fapeva , che
quello Ipirituale edifizio, il quale non conleguirk la fua ultima
perfezione , che nel Cielo, quando fark conlumato nella glo-
ria, occuperà fino alla fine de' fecoli lo zelo degli uomini Apo-
flolici , e l'attività dclli Angeli . Qiùndi non lenza motivo ei
dice (a): „ Che Mosè ci rapprelenta Iddio, il qual opera, co- „
me lervendofi di mani corporali, per formare Adamo, ed Eva. „
Infatti quando Iddio comandò, che il Mondo fuflb fatto , nello „
fteflb iftante il Mondo fu fitto, e la Scrittura dice, efiere egli „

flato formato, ed intieramente compiuto con una fola parola. „


Ma quando trattali di narrare la creazione dell'uomo , quello „
Profeta procura di rapprefentarci le mani di Dio impiegate in „
qualche maniera nel perfezionare quefto lavoro. E quando „
io rifletto fopra le opere da Dio fatte con tanta arte, ed indù- „
flria, mi
lento coftrctto a concepire in quefto paffo della Geneiì „
alcuna cofa di più di quella , che io a prima villa vi leggo „ .

Ma l'Apollolomi toglie dalla mia ignoranza, dandomi l'intel- „


ligenza delle feguenti parole: ^eff offo
mie ojfa^ „h tolto dalle
e cjuejìa carne dalla mia carne , ed ella fi chiamerà moglie^ per „
ejfere fiuta tratta dal [no marito E mi efpone il loro fen- „
.

lo colla rivelazione dello Spirito Santo , allorché dice ^e/ìo :



Sacramento è grande (ò) . Qiial Sacramento? Eccovelo Di :

due , eh' eglino erano , diventeranno una fola carne ; perlocchè „
luomo tibbandojìerà juo padre ^ e fua madre per ifìarfene unito alla „
fua moglie. Ed ancora dice nello flelfo luogo, che noi /iamo i „
membri del fuo corpo , formati della fua carne , e delle fue ojja . „
Ma qual è quella moglie , per la quale noi abbandoniamo no- „
Uro

(tf) Ambrof. l. z. Commetit. ia Lue. (.ì.\ {b) Ephcf. ^. v. ^l . & ^Z.


204 Vita di S. Ambrosio
)5
ftro padre, e noftra madre? La Chiefa, che effendofi infieme
}) radunata da diverfe nazioni idolatre per formare un fol corpo,
y)
lafcta fuo padre, e fua madre; perlocchè a lei dice Davide con
ilpirito di profezia: Scordatevi del vojìro popolo^ e della cafa di
V
vopro padre (a). E qual è quell'uomo, per cui ella deve ri-
nunziare a' fuoi proffimi; fé non forfè quello, di cui fta fcritto:
)?
£• venuto dopo di me un twmo , c/je è Jìato fatto avanti di me ,

5>
perchè era prima di me. Effendocchè egli fia quello, che fi è
)5
addormentato , che fi e ripofato , e che fi è rialn^ato , perchè il Si-
?5
gnore lo ha [oficnuto {b). E quale è quefta cofta , di cui noi
5)
fìamo flati formati, fé non una iorgente di vita? Imperocché
?>
quando dal faldato gli fu trapaffato il Cofìato con una lancia , ne
5) ufcì fubito acqua ^ e fangue (e), che fu fparfo per la vita del

>>
Mondo , la qual vita del Mondo altro non è , che la cofta di Gesù
55
Cristo, che è il iecondo Adamo Imperocché Adamo il primo uo-
.

>5
mo e fiato creato con un anima vivente , ed il fecondo Adamo è flato
>5
riempito di uno fpirito vivificante (d) Gesù Cristo è il iecondo
.

» Adamo , e la lua cofta è la vita della Chiefa Noifiamo adunque i .

55
membri del Juo corpo , cavati dalla fua carne , e dalle fue offa ( f ) .

55
Ed ei parlava forfè di quefta cofta, quando diceva: lo mi fono
» accorto , che è uj'cita una virtù da me (/)• Queft' è quella co-
» fta , che è ufcita da Gesù Cristo fenza alcuna diminuzione
>5
del fuo corpo ; imperocché queft' è una cofta fpirituale , e non

?5
corporale. E lo fpirito non foffre divifione , ma dijìribuifce i

»5 fuoi doni a ciafcheduno , come pili a lui piace {g). Queft' è

?5
queir Eva , che è la madre di tutti i viventi. Stantecchè
55
quando voi fentite dire nell'Evangelio: che fi cerca tra i morti

55
quello^ che è vivo (h); queft' elpreflìone vi fa capire, che
55
quelli, che fono privi di Gesù Cristo, fono morti, non cf-

55
iendo partecipi della fua vita, perchè Gesù Cristo è la vita.
55
La Chieia dunque è la madre de' viventi , che Dio ha edifica-
ta

(«) Ffai. 44.


i ò) Joan. i.v.^o. P/à/. 3. (/) Lue. 8.
( e )Joan. 19. V. 35. (g) 1. Cor. 12. v.j.
((i) l.Cor. 15. 1.45. (/;) Lue. 24. r. 5.
Libro X. Capitolo I. 205
ta fopra il fond.imento degli Apolìoli, e de' Profeti, della quale „
Gesù Cristo llelTo è la principale pietra dell'angolo (a). „
Venga adunque Iddio proficgue a dire il poltro Santo edi-
, , „
fichi la donna , io parlo di Eva , che è ftata la coadjutrice di „
Adamo, e della Chieia , che è quella di Gesù Cristo non ; „
perchè quello Divin Salvatore abbia bilbgno di alcun ioccorlo , „
ma perchè noi imploriamo la lua aiTillenza, e defideriamo di „
acquiltare la grazia di Gesù Cristo per mezzo della Chieia. „
Per quello ella è edificata, ella è formata , ella è figurata, ed „
ella è creata. E per quello motivo la Scrittura ufa una nuova „
cfprcfTione , dicendo , eflere noi edificati fopra il fondamento „
degli Apoftoli, e de' Profeti. E quella cala Ipirituale preien- „
temente fi inalza per formare un ordine di fanti Preti. „
Venite adunque Signore, edificate quefta donna , edificate „
quefta Città, e lalciate che il volito fervo venga con voi. Im- „
perocché io a voi credo, quando voi dite: cùe egli mi fabbri- „
cherà una Cifra (b). Eccovi la donna, che è la madre di tut- „
to mondo, eccovi quella cala Ipirituale, eccovi quella Città,
il

che viverà eternamente, perchè ella non fa che cofa fia morire. „
Qiieft' è la Citta di Gerulalemme , che prelcntemente fi vede „
fopra la terra , e che farà un di inalzata al di lopra di Elia ; „
che, non è (lato, più che un fol uomo. Ella farà inalzata al di fo- „
pra di Enoch la di cui morte non fi trova regiftrata nella Scrittu-
; „
ra, perchè è llato rapito , acciocché la malizia non mutalfe il „
fuo cuore. Per contrario la Chieia è amata da Gesù Cristo, „
come (uà fpola, piena di gloria, lauta, lenza macchie, e fen- „
za rughe. Non è adunque più convenevole, che tutto il cor- „
pò di Gesù Cristo fia tralportato un di nel Cielo , che un „
lolo uomo privato, al quale Iddio ha fatta quella grazia? Ec- „
covi qual è la (peranza della Chieia. Sarà ella certamente ra- „
pira, farà inalzata , iàrà trafportata nel Cielo. Elia fu rapito „
m un cocchio di fuoco ; e la Chieia farà altresì rapita. Se voi „
non credete a me , credete a S. Paolo, per la cui bocca Grsìj „
Cris-

(a) Ephef. 2. ». 20. 1 (i) Jfai. 45.


2o6 Vita di S. Ambrosio
„ Cristo medefimo ha parlato: noi faremo tra/portati ^ die egli ^

„ entro alle nuvole^ per andare inanzi a Gesù Cristo, nel nìCT^
„ xo dell' aria ; e quindi noi viveremo fenipre con il Signore (a),
„ Dio manda adunque molte forte di perione per l'edificazione di

„ quefta Citta. Ei vi manda de' Patriarchi vi manda de' Pro- ,

„ feti, vi manda l'Arcangelo Gabriele, vi deputa un infinita di


„ Angeli , una numeroja truppa dell' armata celejìe loda Id-
ed
j^ dio (^), perchè quefta Citta fi va continuamente edificando.
„ Molti fono a lei mandati ; ma Gesù Cristo folo è quello ,
„ che la fabbrica. Può nondimeno dirfi , che Gesù Cristo non
„ fia folo , perchè fuo Padre è con effolui. E quantunque egli
„ folo fia quello, che l'edifica , nondimeno non attribuilce a fé

„ iolo quefta grazia, e queft' onore. Noi leggiamo nella Scrittu-


„ ra , che per fabbricare il Tempio di Salomone , il qual era la
„ figura della Chiefa , vi erano fettanta mila opera), che porta-
„ vano de' pefi fopra le loro fpalle , ottanta mila lavoratori di pie-
„ tre, e tre mila e feicento foprainrendenti per dirigere la ftrut-
„ tura di queft' edifizio. Vengano adunque gli Angioli per impie-
„ garfi in quefta grand' opera; ripuliicano elfi le pietre di quefta

„ fpirituale fabbrica, taglino ciò che le noftr' anime, le quali fono


„ appunto le pietre, hanno di fuperfluo; tolgano, ed appianino
„ tutto ciò, ch'elleno hanno di ineguale. Vengano altresì de'

„ portatori, poiché fta Icritto de' Fedeli: che faranno portati lo-

„ pra le fpalle ( e ) .

CapitoloII.
Jl Santo rapprefenta al fuo Popolo i 'vantaggi della
comunione della Chieja.

ESSENDO S. Ambrofio da Dio, perchè fufse


ftato prefcelto
il difpenfatore delle ricchezze della Chiefa, e l'economo

delle fue Ipirituali delizie, maravigliare non ci dobbiamo , le


volen-

{a) I. Thejfal. 4. v. 17. (5) Lue. 1. (f) Ifai. 60.


Libro X. Capitolo IL 207
volendo infinuare ne' fiioi figliuoli un fanto difgufto delle pafleg-
gere voluttà, e de' conviti, nc'quali regna diiordinc,e l'in- il

temperanza, abbia adoperata la lua eloquenza per rappreien-


tarc a' luci Uditori i vantaggi, che fi ricevono nella comunio-
ne della Chieia „ Se voi volete mangiare [die' egli (/z) ] , ic
.

VOI volete beverc, venite al convito della Sapienza, che invi- „
ta lutti ad alta voce dicendo: Venite^ mangiate ti pane ^ che „
io vi do ^ e bevete il vino , che vi ho preparato {b). Se voi „
vi compiacete di afcoltare i cantici , che cantare fi fogliono „
per rallej^rare coloro , che fi trovano nelle adunanze de' con- „
viti, alcoltate la Chiefa, che vi eforta, e che canta non lo- „
lamente ne' Cantici , ma nella Cantica de' Cantici quelle pa- „
role cotanto amabili: Mangiate wiei cari amici. Bevete ^ ed „
inebriatevi miei fratelli ( e ) Ma quella ubbriachezza
. rende „
lobrii, per clTere ella un effetto della grazia , e non dell' in- „
temperanza, e produce in noi allegrezza, e non vacillamento „
di corpo. Né temiate già, che nel convito della Chieia fia- „
no per mancarvi né grati odori, né foavi profumi, né deli- „
zioie vivande, né bevande di diverfe lorti , né illuftri com- „
menfali , né miniltri , che a voi fervano con tutta la più edit- „
ta proprietà. E qual cola vi è di più nobile di Gesù Cristo, „
il quale e minidra, ed è miniitrato nel convito della Chiefa? „
Abbracciatevi erettamente a lui, e vi unite a Dio ftefib ; né „
moftrate ivogliatezza , o naufea per una tavola , che Gesù „
Cristo ha lecita , dicendo Io fono entrato nel mio orto ,
:

mia forella , mia fpofa Io ho mietuta la mia mirra con
.

i miei profumi Io ho mangiato il mto pane col mio miele .
.

Il convito della Chiefa è celebrato in un orto, cioè nei Para- „
difo terrellre, nel quale ftava Adaino avanti che commettclTe „
alcun peccato e ledeva Eva prima che concepifTe , e par-
; „
toriffe il fallo , di cui fu refa colpevole Qui voi mieterete „
.

la mirra, vale a dire la fepoltura di Gesù Cristo, acciocché „


effendo fepclliti con lui nel Battefimo ,
per morire al peccato , „
V9Ì rifufcitiate , come egli è rifujcitato da morte (d ) Qiii „.

voi

{a) Ltb.l.dtAbd&Cainc.'^. {b) Prov.g.v,<,. {c)Ca»t.^. {el)Rom.6.


.

208 Vita DI S. Ambrosio


„ voi mangiarete di quel pane , che fortifica il cuore dell' uo-'
„ nio (^). Voi gufterete di quel miele, che addolcirà il voftro
„ palato. Voi bcverete del vino melcolato col latte , cioè, del
„ vino in cui la bellezza , e la fincerita fitroveranno unite , o
„ perchè la feniplicitk vi è affatto pura , o perchè la grazia vi
„ fi ritrova fenza alcuna macchia; quella grazia, che rimette i

„ peccati, che nodrilce i fuoi figliuoli col latte delle fue confo-
y,- lazioni , acciocché ipoppati dalle delizie della terra, giungano.
„ pienezza dell' età perfetta.
alla O Ijdraele^ la cafa di Dio è-
„ grande ^ e di una vafìa ejìenfioìie fi è il luogo del fuo pojfejfo .
„ Kampia , e no?} ha limiti ; è alta , ed è fen^^ mifura (b) .

„ In quefta cala adunque voi vi riftoreretc con le vivande, e con


„ i Ipirituali liquori , per mettervi in iftato di più non foffrire né
„ fame, né lete. Imperocché chiunque ivi mangia , giugne ad
„ intieramente iaziarfi; e chiunque ivi beve, beve fino ad ineb-
y>
briarfi
Ma temendo, che quefti fentimenti, quantunque valevoli
a conlolare, ed incoraggire, lafciaffero nondimeno nello fpiri-
to poveri qualche timore di elTere per la loro indigenza
de'
eiclufi da quefta grazia , procura il Santo di togliere dalla lor
mente un penfiero si baffo, e carnale, moftrando ad effi in più
luoghi delle lue opere: Effere la Chiefa madre comune, apri-
re ella indifferentemente il fuo feno a tutti i fuoi figliuoli , e
non deludere da' fuoi fpirituali beni né ricchi, né poveri.
Qiieft' é quanto lembra a noi poffa dedurfi dalla fpiegazio-
nc, eh' ei fa di quelle parole di Davide, il quale dimandando
di effere alcoltato da tutte le nazioni del Mondo, fi rivolge in-
differentemente agli uomini della terra , ed a' Grandi dei Mon-
do , a' ricchi, ed a' poveri (r). „ Davide cos'i favella (dice
„ Ambrofio ), per moftrare , eh' egli chiama tutti gli uomini.
„ Imperocché qual è fuomo della terra , fé non il Figliuolo dell'
„ uomo? E qual è l'uomo fpirituale, fé non quello, che porta
la

{a) Pfnlm. 10^. [ ( *"


) Enarrat. ir» Pfaim. 48.
{b) Baruch. 3. v. 24.
,

Libro X. Capitolo II. lop


la qualità di figliuolo d; Dio f Uno è compofto di fangue , e
di carne , generato dalia volmra deli' uomo l'altro traode
:

la fua origine da Dio rtcfìTo. V^e ne Tono nella Chiela di quel-


li, che fono doviziofi in ogni Torta di parole, e di fcienze; ed

altri ve ne iono, che neflTuno pofseggono di quelli beni, e che


trovandofi privi di queite cole , non Iono perciò poveri , né lafcia-
no d'efler ricchi, e di abbondare di grazie, perchè il povero ha
efclamato ^ ed il Signore lo ha efaudito {n) Al contrario vi
.

fono de' ricchi, che tono luperbi, e de' poveri, che iono umili.
Tutti fono chiamati alla Chiefa, acciocché tutti fiano rilcat-
tati da Gesù Cristo, nel quale trovano gli infermi il medi-
co, i fani un macftro, che loro infegna la fapienza, i prigio-
nieri un redentore, e quelli, che vivono in liberta, un degno
rimuneratore delle loro buone opere La Scrittura fanta edi-
.

fica tutto il Mondo. Ciafcheduno vi trova, o la guarigione


delle fue piaghe, o lo riftàbilim:;nto de' Tuoi meriti. Quella voca-
zione pertanto, che viene ugualmente fatta al ricco, ed al po-
vero nella elortazione di Davide, ci invita a mantener tra di
noi una fpecie d'umiltà, e di uguaglianza , acciocché per una
parte il ricco non rimiri il povero con dildegnofo difprezzo
e per l'altra il povero non invidj il ricco; ma una ftciTli gra-
zia tenga l'uno con l'altro uniti perchè il nollro Divino Sal-
;

vatore eflendo ricco fi è fatto povero , affine di effere falvato-


re de' poveri, ugualmente che de' ricchi.
Si diffonde Aiubrofio nobilmente fu quefta materia anche in
un altro luogo, allorché avendo paragonata la Chiefa ad una Vi-
gna, dice {h): „ Che i pali, che ne loftengono le viti, e che „
le rendono uguali le une alle altre, c'infegnano, elfcre d'uopo „
confervare l'uguaglianza nella Chiefa , affinchè quelli, che poi- „
feggono delle ricchezze, o che fono codituiti nelle dignità, non „
fi lafcino gonfiare dall' orgoglio; ed i poveri, e le perfone più „
difpreggevoli per la baffczza della lor condizione, non fi laici- „
no avvilire , né vincere dalla diiperazione . Conviene , die' „

((j) Pfalm. 35. I (i) L.l-inHtxaemer.cap.iz.


210 ViTADiS. Ambrosio
egli, che tutti godano nella Cliiefa di una mcdefima liberta ^

e che a tutti fi faccia la ftelTa giuftizia, e la ftelTa grazia. Per


quello motivo la torre di quefta Ipirituale vigna è fabbricata
nel mezzo di elfi, acciocché proporre fi poflano da tutte le parti
gli efempli di quelli divini lavoratori , e di quelli fpirituali
pefcatori, che hanno meritato di eflere inalzati fino alla fom-
mita, ed alla più fublime fortezza delle criltiane virtù; ed ac-
ciocché quelli luminofi modelli fiano capaci di iollevare gli af-
fetti delle noftre anime, e di far si, che in vece di arpeggia-
re nella naturale loro baffezza , s'inalzino alle celcfti cole in
guila, che non vi fia tra di noi , chi non fia degno di poter
dire con fiducia: // nojìro diritto di cittadinani^a è nel Cielo (a),
A quell'effetto, ed acciocché le tempelle del fecolo non fiano
valevoli a far piegare , vigna fpiritua-
e cadere a terra quefta
le, ella abbraccia tutti quelli, che danno d'intorno a lei, ed al
fuo leno li ftringe con altrettanti pampini, e lacci, quante
fono le azioni di carità, eh' ella fa; e quindi trova nella loro
unione il fuo ripofo. La carità adunque è quella, che ci uniice
alle celefti cole, e che ci fa inalzare la mente fino al Cielo. Jm-
perocchè chiunque dimora nella carità , Iddio abita in lui , e lui
in Dio {b). Perciò dilTe Gesù Cristo Se ripoferete in me ^
:

io ripoferò in voi . E ficcarne il tralcio della vite non puh pro-


dur frutti da fé Jlejfo , ma conviene che jìia attaccato alla vite ;
, così voi non potrete produrne alcuno , fé non rimarrete in me . lo

, fon la vite della vigna ^ e voi ne fiete i tralci (e).


Fa altresì un altra rifleffione {^d) fopra quefta unione di
tutte le membra della Chiefa , dicendo: „ Non cflervi con-
„ gregazione alcuna , che non tragga il fuo nome da qualche
„ particolare paefe, al quale ella fia debitrice della fua origine,
„ come gli Egiziani, gli Etiopi, i Soriani, i Giudei, gli Arabi
„ portano il nome delle loro Provincie, e delle loro terre ; ma
„ che per cflere noi formati da molti diverfi Popoli, né potendo
quin-

ci) P;&/7//)/». 5.1;. 20. I (f )/««»«. 15. V. 4. 5.


(6) I. JoiT««. 4. 11. 15, ' (d) Enarrai, in Pfalm. -^6.
,

Libro X. Capitolo II. 211


quindi portare il nome
una fola nazione , né avere nome
di
particolare lopra la terra , ne riceviamo uno dal Cielo , e ci 51

appelliamo il Popolo di Gesì^i Cristo.


Le nortre citeriori azioni però non fono quelle le quali ,

fanno a noi meritare quello nome, del quale noi ne fiamo de-
gni (blamente fin a tanto, che dimoriamo nella carità, e nell'
unita della Chiela, la quale fa, che noi fiamo a lei uniti, ed
a tutte le lue membra. E ficcome
Popoli, che fono fedeli
i

a' loro Principi, entrano negli intercnfi de' medefimi, e pren-

don parte ne' profperi eventi delle lor armi , e ne' vantaggi
che elfi riportano dalla disfatta de' loro nemici; così i Criftia-
ni, che tono il Popolo di Dio, s'interefTano ne' beni, e ne'
mali della loro lanta madre la Chiela.
La Chiela , [dice il noftro Santo (a)"] è il modello della
giuftizia, ad cfTa tutti hanno diritto. Ella prega in comune.
Ella opera in comune. In efla vedefi una vicillìtudine di per-
fecuzioni; e febbene fembra , che ella tal volta venga meno,
come la luna; nondimeno non è poflìbile, ch'ella intieramen-
te manchi. Può ben ella edere da qualch' ombra ofcurata, ma
non può mancare; perchè quantunque ella iofira del decadimen-
to a cagione della morte di quelli , che nella perfecuzione le
fono tolti; ciò nondimeno ad altro non lerve , che a farle ac-
quiftare la fua pienezza per la generofa collanza de' fuoi Mar-
tiri , dante che divenendo più illultre per le vittorie di quefti

fuoi figliuoli, che verfano il fangue per Gesù Cristo, fparge


per tutto il mondo un più abbondante, e luminolo calore, per
mezzo della lor divozione, e della loro fede. Ella è quella, in
cui compiuta vedefi la predizione del Patriarca Giacobbe, che
Zàbulon ebiterà longo il mare^ affinchè effendo fuor di pericolo
confideri i naufragi di coloro , che prrilcono intorno a lei, e
li vegga sbattuti da contrarj fconvolgimenti del mar tempello-

fo di quello Mondo , che tralportare fi lafcia da tutti i venti


delle umane opinioni, nel mentre che egli fermo, ed immobi-
le

( a ) L. l.de 0^1;. cap. 29. L. 4. in Hexaem. cap. 3.

O II
212 ViTADiS. Ambrosio
„ le dimora fopra lo (labile fondamento della fede , acciocché fia
„ fomigliante alla Chiefa, che è sìfanta, e si facra, e che effen-
„ do fondata , e radicata nella fede, rimira le tempefte degli Erc-
„ tici , ed i naufragi de' Giudei , per aver elfi rinegato il divino
„ Piloto, che fi era incaricato della loro condotta. Abita ella
„ adunque in vicinanza de' flutti ma non è da elfi
, né percof-
„ fa, né agitata; libera quindi da ogni pericolo trovafi ella in
„ iftato di porgere foccorlo a' miferabili. Di forra che, fé quel-
„ li, che fono sbattuti dalla violenza delle tempefle, voglio-

„ no rifugiarfi nel porto, la Chiefa è pronta a riceverli, come un


„ vero porto di falvamento, ed a (tendere , per cosi dire, le lue
„ braccia , per offerire il fuo feno si tranquillo , e si placido a quel-
„ li , che fono efpofti a' pericoli , e per moflrare loro un luogo , ove

„ ritirandofi poflTono trovare ficurezza. Le Ghie fé adunque fono


„ come i porti di xMare, che circondano tutti i lidi, e che fi offeril-
„ cono da fé (tefh a tutte le perfone agitate dalla tempefta, per
„ dir loro , efl'erc ivi un luogo di rifugio preparato per ricevere
„ i Fedeli, nel quale i Valcelli sbattuti da' venti poflono fottrarft
„ dalla lor furia, e porfi in lalvo.
Che le quelli , i quali avendo dell'affetto per le efteriori
cofe, confiderano la valla eftenfione de' Regni, e degli Imperj;
debbono i Criftiani fentirfi particolarmente conimoffi per tro-
varfi rinchiiifi nel corpo di Gesù Cristo, che tutti tiene rac-
colti gf Imperj del mondo in un folo dominio, affine di favo-
rire lo ftabilimento della fua Chiefa , da lui fparfa per tutta
la terra, quando venne nel mondo. Tutto quefto da il noflro
Santo mirabilmente a vedere nello fpiegare quelle parole di
Davide , il qual dice che Dio ha fatto cejfare le guerre in tutto
:

luniverfo (a). „ Avanti che l'Imperio Romano, (dic'egli)


„ fi ftìffe fparfo per tutto il Mondo, non (blamente i Re di ciaf-
5, cheduna Citta, gli uni agli altri movevano guerra; ma i Ro-
„ mani fteffi erano fovente efpofti allo fconvolgimento delle ci-
5, vili difcordie. Combattè Mario contro di Cinna, ed il Roma-
no

(m) Enarrai, in P/alm. 4^.


.

Libro X. CapitoloII. 213


no fangue fu fparlo dall'una, che dall'altra parte.
si Si lol- „
levò indi Siila , e turbò la vittoria di Mario con nuove guer- „
re civili. Lepido, e Sertorio dopo di ciò fi ribellarono con- „ /
tre il Romano Imperio. Celare attaccò Pompeo ed eccitò , „
il furore de' Galli contro le armi Romane, e dopo aver disfar- „
to li vecchio Pompeo , iuperò il luo figliuolo nella Spagna .

Io non dirò cola alcuna de' Triumviri, quali, di nemici el- i
,,

fendo divenuti amici , laiciaronfi indi tralportare a lulcitare „


tumulti, ed a far atti d'oltilitk gli uni contro degli altri. Né „
tampoco dirò, avere il mare rolTeggiato di fangue Romano nella „
battaglia di Capo Figalo. Tante ftragi furono cagione, che i „
Romani effendo ttanchi di quelfa longa, e funella ferie di guerre „
delfero il loro Imperio a Giulio Celare, e fi vedelfero quindi cef- „
fare tante intcftine battaglie. pace fé ne tralfe il 5,Da quelU
vantaggio, che gli Apoftoli
utilmente mandati per tutto „
fuflTero

rUniverlo, avendo lor detto Iddio: Andate , ed infegnate a „


tutte le Ha':s:^iofjt (a). Che i Regni, i quali fcmbravano non „
avere tra di loro alcuna comunicazione per le inluperabili „
montagne abitate da' Barbari, delfero loro un palfaggio libero, „
come le Indie a S. Tommalo, e la Perfia a S. Matteo. Ma ac- „
ciocché potefl'ero (correre una più valla elfenfione di paele, „
fparfe Iddio per tutto il Mondo la poffanza del Romano Im- „
perio nel nalcerc della Chiela , e fece celfare i contralti degli „
Regni, e delle Provincie con la pace,
fpiriti, e la divifione de' «
che loro diede. E quindi fu , che uomini , i quali vivevano „
fotto un folo Imperio fopra la terra , impararono ad umilmen- „
te riconolcere l'afibluto Imperio di un Dio onnipoffente , per „
mezzo della Fede, che abbracciarono, e che pubblicamente »
profelfarono
Né per altro un Profeta chiama
Chiefa una corona di la
gloria^ e lallegreT:^:^ ^ le non perchè ella
d'i tutta la terra (b)
incorona Gesù Cristo, che è -il fuo capo. „ Imperciocché, „
(come dice il noftro Santo) egli non poteva elfere incoronato „
in

(a) Matih. a8. I


(^) Thrcnor.z.
l.mlT. O III
214 Vita DI S. Ambrosio
„ in altra maniera (a). Infatti il Patriarca Giufeppe ha avuta
„ la corona di caftitk, S. Paolo quella della giullizia, S. Pietro
„ quella della fede.
Ciafcheduna virtù ha avuta la fua corona.
„ Ma Gesù Cristo folo è ftato fregiato della corona della glo-
„ ria, che la Chiela gli ha dato, ed in cui tutte le corone fi con-
„ tengono , non facendo ella folamente la parte di una corona
„ particolare , ma eflendo ella lo fplendorc , la gloria , e la ri-
„ compenfa di ogni forta di corone.
Finalmente non vi èperlona, che non debba preferire la
qualità di membro della Chiefa a tutti gli immaginabili van-
taggi, „ confidcrando, [ come dice ilnoftro Santo (^) ], che fi
attacca oftilmente Gesù Cristo , quando fi attacca la fua
Chiefa, perchè Gesù Cristo è ed offelb, ed onorato anche
nell'infimo de' fedeli, come fi è dichiarato egli ftefib con quel-
le parole dell' Evangelio quanto voi farete a qualcheduno de
:

ìninimi de" mìei fratelli , fappiate che voi lo fate a me (e) , ed


eflendocchè non vi fia Criftiano , il quale non ifperi di cfferc
un giorno inalzato nel Cielo cosi non vi è alcuno , il quale
;

non debba rimirare con giubilo la Chiefa, come un cocchio, di


cui Gesù Cristo fia condottiere ad eflb lui delUnato per quefto
„ grande viaggio (</).

Capitolo III.

VenevaTÌone del Santo per le fante Scritture^ delle quali


ne raccomanda la lettura a tutti i Crtfìiani,

TRa tutti i che della Chiefa compongono


fpirituali tefori,
la ricchezza, i più rari, ed i più preziofi fono da Sant'
Ambrofio Itimati il Corpo di Gesù Cristo, ed il libro delle
divine Scritture. Moflb quindi da queita confiderazione reputa
egli

(<») OBonttr. 1^. in Pfai. 11%, i (e) Matth. 25.


Ib) In Miehgam Preph. I {d) OSlon. 2. i>t Pfaì. Il8.
Libro X. CapitoloIII. 215
egli la Chiefa una mutica Betrelemme, una cafa del pane , ove
da lei fi nodnicono i iuoi figiiuoii con quello celclte ali-
mento (a).
Avendo però noi altrove raccolti i più belli paflTi Tpcttan-
ti al Miltero dell' Eucanlìia (h); qui loltanto ne rapporte-
remo alcuni, con i quali il noltro Santo ci rapprefenta la pa-
rola di Dio, come un alimento, da cui lue forze traggono le
noltre anime. Ne prende egli il motivo dalla rilpofta data da
Gesù Cristo al Demonio , allorché tentato di cambiare le
pietre in pani, avendo alla Scrittura ricorlo, di quello sì info-
iente nemico ne rilpinfe l'aflalto con dirgli: Sta ferino ^ che
Vuomo non vìve folainente dì pane , ma d'ogni parola , che efce
dalla bocca di Dio ( r ). „ Vedete voi, [dice S. Ambrofio {d)'\

di quale forta d'armi ei fi vale per difendere l'uomo dalla fpi-

rituale malignità del fuo nemico, e per renderlo agguerrito in

guila, ficchè tutti luperare polTa le attrative, e gli allettameli-

ti dell'intemperanza? Non fi prevale egli del iuo aflbluto pò- „
tcre, né opera iovranamente da quel Dio, che è, perchè que-

fta maniera di operare per me farebbe ftata infruttuofa ; ma

come uomo impiega in lua difefa un mezzo, di cui egli, non „
meno che noi, polTiamo valerci, per moftrare, che la fua ani- „
ma elTendo intenta a nodrirfi del paicolo de' libri Santi , non fi „
prende penfiero dell^ corporale fame, e trova il fuo alimento „
nella Divina parola Pel defidcrio quindi di queft' alimento „
.

Moisè più non curavafi di mangiar pane. Per il violento ardore „


di quella ftelTa brama non lenti Elia la fame , ed i difagi , che

un longhiflimo digiuno poteva a lui cagionare. Infatti chiun- „
que giugne alla felicita di elTere difcepolo delDivin Verbo, più „
avere non puote alcuna brama del pane terreno, e materiale, „
venendo riltorato dalla loda iollanza del pane Celefte ftante „ ;

che le cole di Dio fono indubitatamente preferibili alle pura- „


il mente
.•

(«) OSicnar.-;. inPfal.\\%. . (r ) Matth-O,. i>. 4.


ib) NtlCOjficiodelSS. Serramento. |
\d) L^.Ctmmtnt.inLM.f./^.
O IV
,

2IÓ ViTADiS. Ambrosio


„ mente umane , ed i beni fpirituali a quelli del corpo Cofa aduti- .

„ que giufta ella è, che quelli, i quali amano la vera vita, de-
„ fiderino quefto pane, che fortifica il cuor degli uomini con una
„ loftanza inienfibile.
Per lo fteflb motivo altresì difle il noftro Santo (a), non
vi efferc per la noftr' anima cofa né più utile, né più delizio-
fa , quanto , fé cosi è lecito di favellare , l'inumidire la di lei
aridità con le divine Scritrure, e fare ch'elleno fccndano fo-
pra di noi a guila di ruggiada „ Allorché dunque ( die' egli )
.

„ voi farete feduti per mangiare col Principe {b) ; confiderate


„ chi è quello Principe, ed eflendo entrati in quefto sì deliziolo
„ Paradilo, e trovandovi ammeftì al convito della fapienza, coti-
„ fiderate attentamente ciò che viene dinanzi a voi imbandito La .

„ Scrittura è il convito della Sapienza , e quanti libri ella contie-


„ ne, tante fono le portate, che dalla Chiela vengono a voi
„ appreftate Fate particolare riflelTione fopra le imbandigioni,
.

„ che compongono ciafcheduna portata ; indi ftendete la mano


„ a fine di regolare e la voftra condotta , e le voftre operazioni con
„ le cofe da voi lette, o che voi avrete da Dio ricevute, e di

„ far comparire fuUe voftre operazioni la grazia, eh' egli vi ha,


„ fatta.
Ma ficcome non bafta nodrirfi , fé non fi digerifcono le vi-
vande tramandate allo ftomaco ; cosi i più foltanziofi nudri-
menti appreftati a' Criftiani dall' Evangelica predicazione, o
dalla lettura de' Libri fanti , non debbono folamente occuparli
nel tempo, che o leggono, od afcoltano la divina parola; ma
vuole il noftro Santo, che per mezzo di una continua meditazione
paflare li facciano nella foftanza della lor anima. „ Riandate (e)
„ (dic'cgli), colla voftra mente dì, e notte, ed a tutte l'ore le di-
„ vine Scritture per non lafciarvi fuperare nella Icienza di effe
5, da un Dottore dell' antica Legge, o da un Giudeo, il quale

„ da voi confultato non vi rifpondcrebbe cofa, che non fi conte-


nere

(«) L. 1 . de Offic. e. ^1. ^


(e) OBenar. 19. in Pfal. ili.
ib) Prov. 2^. V. I-
Libro X. Capitolo III. 217
neflTe in quefti fanti Libri.Nelle loro Sinagoghe non fi parla ,,
giammai di atiari ; ma gli uni agli altri iuccedcndo „
temporali
continuamente procurano, che mai non vi fia nelle loro aflcm- „
biec veruno intervallo , in cui fi ceffi dallo ftare occupati in „
quella divina parola. E voi Criftiani, che avete Gesù Cris- „
To per Macftro, voi non fate altro, che dormire, né temete, „
che dica di voi: ^ueflo popolo neppure code labbra mt otiora (^a)? „
Imperocché le il Giudeo lo onora almeno con le labbra , voi „
neppure lo onorate con quefta fenfibile, ed elleriore apparen- „
za. Che fé il cuore di quelto Popolo, che colle labbra Tonora, „
è affatto vuoto d'amore di Dio , come potrà il volUo cirerne „
pieno, poiché neppure colle labbra lo onorate? E fino a quan- „
do lafcierete , che il fonno vi renda si vergognoiamente tra- „
fcurati per la voltr' animar Che gli affari temporali totalmen- „
te vi occupino, e vi facciano foltanto foUeciti, fino a render- „
vi inquieti delle cole di quella terra? Dividete adunque il vo- „
ftro tempo con Dio, ed il Mondo e poiché non potete Itare „
;

continuamente applicati agli atiari del lecolo, almanco nel mcn- „


tre, che le tenebre della notte vi impcdilcono il trattarne, „
trattenetevi con Dio , cercate le \oltre delizie nell' orazione , „
cantate de' Salmi per non addormentarvi, rubate qualche ora „
al voitro tonno con un latrocinio, che fia utile alla voftr' ani- „
ma , andate di buon mattino alla Chiefa, offerite a Dio le pri- „
mizie della voftra divozione ; e dopo ciò , le avete necetlita „
d'occuparvi negli atiari del lecolo, potrete prima francamente „
dire al Signore: I miei occhi fi jono a voi ifìal:^7ti prima del „
giorno per contemplare la vo/ìra Legge; indi andare a trattare „
con ficurezza i di grande gradimen-
voliri affari. Cola invero „
to di Dio ella é, cominciare la giornata con Inni, e Cantici, „
e colle Beatitudini, che voi leggete nell'Evangelio. Qual „
maggiore felicita può per voi darfi, che mettervi in iiiato di „
ricevere la benedizione della parola di Gesù Cristo, e tare in „
maniera, che nel tempo Iteflo , in cui voi la proferite con la „
vo-

(a) I/ai. Z9. Matth. 15.


2i8 ViTADiS. Ambrosio
j, volira bocca, e la rivolgete nella voftra mente, come un foa-
„ ve cantico, vi efercitiate nella pratica di qualche virtù, a
„ fine di rendervi meritevoli della benedizione di Dio.
Ma la divina parola non ha iolamente la iodezza del pane
per nodrire le noltr' anime. Ella ha altresì la dolcezza del
miele; ed il noltro Santo fi compiace di farcene concepire le
innocenti delizie , Ipiegando le tegnenti parole del Salmifta :

„ / vofìri oracoli Jo^io a me dolci ; e lo fono più di quello lo Jìa


„ // miele al mio palato. Con ragione ( die' egli ) il Profeta ac-

„ tribuiice una tanto loave dolcezza a qucfti oracoli divini , per-


5, che eglino ci inlegnano come ottenere la rcmillione de' nortri
„ peccati, e la vita eterna, ed afficurandoci della rilurrczione de'
„ morti, tolgono dalle noftr' anime tutta l'amarezza di quella si
„ crudele morte, che deve eternamente durare. Sono ejft^ dice
„ Davide, pih dolci che non è il miele al mio palato.
.^
E perchè
„ le voi'trc parole hanno cominciato ad eflTere a noi si dolci, e
„ foavi , voi dite alla Chicfa, Mia Spofa un favo di miele difìtl-
„ // da vojìri labbri (a) . Impariamo noi da Salomohe ciò, che
„ dir voglia un favomiele, cioè un dilcorfo dolce, e loave (^),
di
„ com' parlando figuratamente.
egli intende di dire, Per veri-
5, ta quello favo è eccellente , e la Chiela vi trova un affai de-

„ liziolo nodrimento, che ha il fapore, e l'odore d'un miele, ca-

„ vato dalla fpirituale abbondanza di molti Profeti , come da tan-


„ te diverfe api. Queft' è quel miele, di cui la Spofa de' fagri
„ Cantici dice: Io ho mangiato il mio pane col mio miele ; io ho
j, bevuto il mio vino col mio latte (e). Il raiftico dilcorfo delle

„ divine Scritture (d) è come un pane, che fortifica il cuor dell'


„ uomo. Ma il difcorlo morale che ci conduce alla pratica,

„ delle virtù, è affai più dolce, e più tenero, perchè l'interiore


„ della noftr' anima con piacere fi nodrifce di fomiglianti illru-
„ zioni, che riguardano il regolamento de' noftri coftumi. Im-
55 perocché ficcome il miele addolciice l'amarezza della noltra boc-
ca )

(tf) Cant.^, I (r) Cemt.*,.


{b) Prov.ó. '
{d) Pfalm.io^.v.ìj.
Libro X. Capitolo III. 21^
ca, cagionata o dall' ardore della febbre , o da qualch' altra „
malattia così i cuori , che fono abbattuti dalla triftezza del- „
;

la penitenza, reflano ricreati da quefti teneri difcorfi , de' qua- ,5


li tutta piena è la Scrittura per regolare i coftumi de'Criftiani.

Dilìilla miele dalle labbra de' Predicatori, quando i membri
il

della noftr' anima infranti per le fofferte funefte cadute, e rovine, „
reftano rilanati dalle parole tratte da' fanti Libri. Gran diva- „
rio pafla tra la forza, ed il calore della divina parola , fimil- „
mente che tra la forza , ed il calore del vino ; non clTcndo il lat- „
te, che una figura della purezza , e dello iplendorc de' fpiri- „
tuali difcorfi. Mangiate miei cari amici ^ dice la Sapienza , be- „
'vete^ ed iuebbriatcvi comecché fia vantaggiofa quella ubbria-
.,

chezza, che trafportando fanima a fanti eccelli, ed alla pra- „
tica di azioni le più eroiche , le fa provare nello (teflb tempo „
un eftrema dolcezza poiché da lei Igombrando ogni forta d'in-
; „
quietudine, fa che trovi in quello deliziofo vino una compiu- „
ta allegrezza Quanto è mai vantaggiofa l'ubbriachezza di
.

quella ipirituale tavola 1 La coppa di quejìo "vifio , che [anta- „
mcììte inebbria , coni ella è d'inefplicabile dolccT^Twi ripiena ! Ma ,>

avete voi ancora le feguenti parole in un altro luogo de' Sai- „


mi: Riempite d'acqua i ftioi rivi y fate fruttificare le fue piati- „
te (a)y perchè ficcome quando inzuppata , e come „la terra è
inebbriata dalla celcfle pioggia, veggonfi d'ordinario germoglia- „
re le femenze, e moltiplicarfi i frutti così quando la parola „ ;

di Dio, qual pioggia , che cade dal Cielo, ha inebriate, fé „


così è lecito il dire, le vene della noflra terra, cioè le poten- „
ze dell' anima noftra per mezzo della predicazione, fa ella in „
efla nafcere gli affetti, ed defiderj di molte, e diverte virtù, „
i

e fa in lei crefcerc i frutti della Fede, e di una fanta divo- „


zione , di forta che non fenza ragione dire di lei fi poffa: Foi „
avete vifttata la terra ^ e l avete intiebriata (b). Imperocché „
la Sapienza Divina l'ha vifitata , coprendofi di umano corpo ,>
per la guarigione degli infermi , ed ella l'ha inebbriata con la „
fpiri-

(<t) Pfalm. 2t, 1 (i) Pfflm.ó^.


220 Vita di S. Ambrosio
„ fpiritualc grazia, per colmare di confoldZioni , e delizie quel-
„ li, che tro\^avanfi nioleitaci dall' uiq iietudiiie, e dalia turbo-
„ lenza.
Ci rapprefenta ancora S. Ambrofio la divina parola come
un fuoco celelle , che purifica le nollr' anim^j , ed accende in
eiTe un lauto ardore, che a loro rende amabile qualfi voglia
azione di picca. Cosi egli Ipiega le leguenti parole del Sal-
milla La: vofìra parola è ajjatto avampante , e dA "vcfìro fervo
viene unicamente amata (a). Indi dopo avere domandate qual
fia il fuoco, che Cbsli Cristo è venuto ad accendere ne! n.jo-
vo Teftamento, rilponde „ eflere quello, che deve .iCcendere
„ coir ardore della cognizione di Dio i più fegreti affetti ielle
„ noftr' anime, che deve far ardere la Fede, e la divozione nel
„ cuore degli uomini, e fulcitarvi la brama della virtù. Gere-
„ mia delcrive il calore di quello fuoco, allorché dice: Aver egli
j, un fuoco , la cut fiamma penetra co' Juoi ardori fino nelle Jue

„ offa {b). Cleofa , e quell'altro Dilcepolo , che nel giorno


„ di Palqua andavano con Gesù Cristo da Gerufalemme ad un
5, vicino Borgo, lentivanfi accefi dal fuoco de' fuoi celcfti dif-
„ corfi , quando l'uno all' altro dicevano: E non era tutto accefo

„ ;/ nojìro cuore quand' ei ci fpiegava le Scritture {e)? Q_uelto fuo-


„ co adunque altro non è, che la parola di Gesù Cristo, fuo-
„ co veramente falutare, che comunicandoci il fuo fanto calore
„ non altro abbrucia , che i nollri peccati (d). Qiieiti è un
„ fuoco accefo in affai vigorola materia , che mette alla prova
„ l'oro Apoftolico {e). Con quefto fuoco l'argento de' coltami,
„ o delle opere fi purifica, e per mezzo di elfo le prezioie pie-
5, tre acquilfano nuovo iplendorc, e l'erba, e la paglia fi conlu-
„ mano. Ha egli adunque la virtù di purificare la noftr' ani-
5, ma, e di diftruggere l'errore. Ciò ha fatto dire al noftro di-
„ vin Macftro: Voi di già ftete puri a cagione della parola^ che
„ io vi ho detto (/) Quell' è quel fuoco , che arde dinanzi al
.

Signo-

ia) Pfglm. Ili. I (^d) i.Corinth.S-


^
i^b) Jerem. cap.io. !
(«) Pfalm. 113.
(c^Xnf. 24. j
lf)Jeann.i^.v,^.
Libro X. CapitoloIII. 221
Sij^nore (/»), non eflendo pofTibile Io ftare alla prefenza di Dio, „
qualora non fi abbia entro ie ilenb l'ardore della divozione. „
Accendete quefìo fuoco nelle voftre anime , acciocché il lume „
di Grsìi Cristo in erte rilplenda. li Roveto, che vide Mosè, „
era tutto avvampante di quelto fuoco, né fi conlumava {b). „
Imperocché la parola di Dio abbrucia foltanto per correggere „
la cofcienza del peccatore , e non per dillruggerlo , e per per- „
derlo. Qiiello fuoco mortifica, ed eftingue ordinariamente i „
funedi incendi ^^^^^ fiamme materiali Finalmente i tre Gio- „
.

vani Ebrei eflendo bruciati da quello fuoco non poterono né „


temere, né provare l'effetto di quella fornace ardente, nella „
quale furono gettati (e). " Non lenza ragione adunque quello „
fedele Servo di Dio moftraavere s'i grand' affetto alla pa-
di
rola di Dio^ che è si accefa, che introduce nelle noftr' anime
la carità, e da effe ne sbandilce il timore.
Ma eflendocchè quella parola fia formata per opera dello
Spirito Santo , cne è difcelo lopra gli Apolloli fotto la figura di
lingue di fuoco, e che Gesù Cristo aveva promeflb come una
pioggia ceìelìe; maravigliare non ci dobbiamo, ie S. Ambro-
gio, il quale perfettamente pofl'edeva l'intelligenza delle divine
Scritture, lìafi prevalfo di quefle diverle comparazioni, per
raccomandarne il buon ufo. Imperocché per accenderlo in
un Veicovo, gli dice {d) „ eflere la Scrittura tanta un ma- „
re , che contiene fenfi affai profondi , e naicofti , ed in elfo „
trovarfi gii enigini, ed i mifterj più impenetrabili de' Profeti, „
ed eflere in elfo entrati con tutta la dovizia delle lor acque mol-

ti fiumi, de' quali alcuni ve ne fono , die' egli, l'acqua de quali

e dolciflima, e chiarilfmia, e ne' quali vi fi trovano altresì del-

le fontane viv«, che col loro zampillare fi alzano fino alla vita „
eterna; poiché nella Scrittura vi fono de' dilcorfi dolci, quan- „
to il più purgato miele, e de'fentimenti loavilfimi, che riltora- „
no i loro uditori con una ipecie di Ipirituale bevanda, e ad efli „
fanno

{a) Deutefon.%. \ (c)Dan.^.


{b) Exod.i. '
Id) EfiJi-i9-adConJìant.
.

222 Vita di S. Ambrosio


delle maffime di una falubre morale.
„ fanno gnftare la dolcezza
qualmente in diverfi fiumi lono le (ante
„ Voi adunque vedete,
divile In effe voi troverete, con che potere piena-
„ Scritture
:

„ mente, ed ordinatamente laziare la voftra lete, ciò che vi con-


„ verrà bevete da prima, ciò che dovrete dopoi
forbire, e ciò che

„ riferbare dovrete fui finire della voftra fpirituale refezione .


„ Raccogliete quivi quell'acqua celelte, della quale Gesù Cristo
„ è la iorgente, ed è quella, di cui uopo èfervirfi, periodare Id-

„ dio. Raccogliete da molti luoghi quell' acqua , la quale lì


„ cava da' icritti de' Profeti , ed è in elfi fceia come la pioggia
„ dalle nubi. Chiunque raduna l'acqua, che fcorre dalle iom-
„ mita delle montagne, o che la cava dalle forgenti , fino a fé
„ la fa falire , indi la fa fcendere fopra degli altri , della ftefla

„ maniera, che la ruggiada cade dalle nubi. Riempitene adun-


„ que la voftr' anima, acciocché la voftra terra ne fia imbevuta,
„ e venga irrigata da quefte domeftiche fontane. Chiunque leg-
„ gè molto la Scrittura fanta , e ne pofliede l'intelligenza, ne
„ riempie fé fteflb, e dopo eflerne riempito, ne innaffia gli altri,
„ fecondo quelle parole della Scrittura ^a?ido le nubi fofjo
:

,,
piene fpargono l'acqua fopra la terra ( « ) .

Capitolo IV.

Che fecondo Amhrofio la fola Chiefa pojfiede V 'tntelltgcn\a


S.
delle Scritture , e che gli Eretici ne corrompono il fetìfo

NOn di è,
vi efTendo cofa più divina della parola di
che per la di lei intelligenza fi
Dio, quin-
richiedono anime
purificate, ed orecchie fpirituali; e queft' intelligenza, ci af-
ficura il noftro Santo, in vano
fuori della Chiefa.
cercarfi

5, Imperocché , [ die' egli (^), ] molti credono d'avere quefta


„ inteUigenza , e quefte orecchie interiori, ma s'ingannano; poi-
ché

(«) Eccl. Il, ' (^) Libalo. Cemment. in Lue. c.z2~


. ,

Libro X. CapitoloIV. 223


che di quefto vantaggio foltanto godono quelli che ritrovanfl „
,

nella Chiela; ed affatto ne iono privi coloro, che (tanno fuori „


di effa

Per quefta ragione paragona egli baci de' Giudei a quelli i

di Giuda, che non baciò Gesù CaisTo, che con le labbra, len-
za avere per poiché il culto de' Giudei effen-
lui alcun affetto ;

do puramente ,
punto non piace a Dio, che fi que-
citeriore
rela per bocca di un Profeta che que/ìo popolo lonora colle
;

labbra^ ma che ti fuo cuore è ^[f^i lontano da lui. „ Colui, „


[dice il poltro Santo (<«)]> che non ha né la Fede , né la Ca- „
ritk, è incapace di dare alcun Impe- „
bacio a Gesù Cristo.
rocche il bacio efprime la violenza dell'amore, ed ove non v'è

amore, non vi è né fede, né affetto, de' quali la dolcezza de' „
baci è figura. La Chiela per contrario non ceffa di baciare i „
piedi di Gesù Cristo (^), e per quefto nel Cantico de' Can- „
tici ella non domanda folamente un bacio , ma molti perchè „
;

a lomiglianza di Maria Maddalena, quella fanta Donna, ella fi „


applica ad afcoltare tutti dilcorfi di quefto divin Salvatore, „
i

ella aicolta tutte le fue parole, quando leggefi l'Evangelio, „


ed i Profeti, e le conferva fedelmente nel fuo cuore LaChie- „ .

fa adunque è quella fola , che può imprimere baci lopra di „


Gesù Cristo, effendo fua fpofa; (tantecchè i baci fono come „
pegni del coniugale affetto , ed un privilegio del matrimonio „ .

Come quindi potrebbe darfi, che i Giudei aveffero de' baci per „
dare a Gesù Cristo, i Giudei, che né credono in lui, né Iono „
perluafi , ch'ei per anche venuto al Mondo?
fia

Ma i Giudei non fono i foli , che fiano privi dell'intelli-


genza delle Scritture ; gli Eretici , che fi vantano di polTcder-
la , non ne dilcoprono altresì che la luperficie , e non ne pe-
netrano il vero lenfo , perché non hanno né la Fede , né la
Carità Egli è certo , che il folo mancamento della Carità ,
.

da cui fono alieni, balta per convincerli, di non intendere il


vero fenlo delle Scritture: perché la fola Carità n'é la chiave
ed

(«) £/.;/?. 18. \ (6) Luci.


. ,

224 Vita di S. Ambrosio


ed riducono tutte a quefta divina virtù
eflTe fi A torto quin- !

di pretenderebbono coftoro d'intendere i lacri Libri, mentre li


corrompono con le perniciofe loro interpretazioni, e fono quai
vermi , che rodono , trapaflano , e dividono infenfibilmente
qucfta preziofa verte di GesìiCristo. „ L'Evangelio, [ dice
il noftro Santo (^) ] è fcritto aTeoHlo, vale a dire, a quello
che ama Dio. Se voi amate Iddio, quello libro è icritto per
voi; e fé egli è fcritto per voi , ricevete qnefto dono , che vi
fa un Eyangelifta , e fedelmente cuftodite nel più intimo della
voftr' anima quello sì preziofo pegno del voftr' amico. Cujìo-
dite con V ajuto dello Spìrito Sntito , che abita in noi , il depO'
[ito , che 'vi e fiato confidato {b) Procurate di confiderar-
.

lo attentamente, e di fovente efaminarlo. La fedeltk è la pri-


ma dilpofizione, che da noi aver devefi a riguardo de' pegni
che ci lono flati affidati ; ma è duopo un altra diligenza , ac-
ciocché i vermi, o la ruggine non li diftruggano L'Evange- .

lio è un eccellente pegno , ma guardate bene, che i vermi, o


la ruggine non lo confumino nella voftr' anima, entro la qua-
le i vermi lo divoreranno, fé dopo averlo letto, ficcome con-
viene, voi non crederete ciò che creder fi deve. Gli Eretici
fono vermi. Fotino è un verme. Arrio è un verme. Chiun-
que fepara il Verbo da Dio, ne lacera la di lui velie. Fotino
Iquarcia quella velie , così leggendo il principio dell'Evange-
lio di S. Giovanni al principio era il Verbo.) ed il Verbo era con
:

Dio e Dio era.


.f
Allor quando per confervare intiera quella
vede convien leggere, ed il Verbo era Dio. Chiunque lepara
Gesìi Cristo da Dio, lacera altresì quella velie , e nullameno
la lacera, chi così legge : la vita eterna conftjìe in conofeere voi.^
voi che fletè Dio vero (f), né vi aggiugne la cognizione
il folo
di Gesù Cristo. Imperocché la vita eterna non confillc fo-
lamente in conofeere il Padre, come un vero Dio, ma per pofle-
dcre la vita eternamente durevole, convien altresì conolcere,
che

{a) L. i.Cemmtnt.inLuf. • (^c)Joan. 17. v. 3.


( ^ ) 2. Tìm. 1 I
.

Libro X. CapitoloIV. 225


che Gesù Cristo è Dio, è vero Figliuolo di un Dio vero.
Il conoiccre Gesù Cristo, lenza credere la lua divinità, od il

mifJero del iuo corpo , e della lua incarnazione , è un verme


che rode quella vclte. Arrio è un verme. Sabellio è un ver-
fne. Lo Ipinto fluttuante di quelli , che hanno de' dubbj cir-
ca la Fede, è lottopolto ad enferc divorato da' vermi; ad cfTere
mangiati da' quali lono altresì foggeiti coloro, che non credo-
no, che il Padre, ed il Figliuolo fiano una ftelTa cola, quanto
alla natura Divina. Il lacerare ciò che Ita fcritto: Mio Padre
ed io ftamo una [ìejj'a cofa {a)^ è un dividere quell'unita del
Padre, e del Figliuolo, con due diverle nature. Ogni Ipirito,
che non crede, che Gesù Cristo abbia veftito umana carne,
è un verme, eflendo un vero Anticrilto; dove che quelli, che
iono di Dio , conlervano la Fede, né fon foggetti ad eflere di-
vorati da quelH vermi, che rodono gli abiti. Imperocché tut-
to ciò , che è divilb ni fé ftelTo , fimilmente che il regno di Sa-
tanaflo, non può eflere permanente.
Che
qucfto paragone de' vermi deve ricoprire di confu-
le
sone gli Eretici, che abufano della parola di Dio, debbono elli
altres'i in eftremo vergognarfi, d'avere imparata nella fcuola del
Demonio ftcffo quelta si perniciofa arte di corrompere le Scrit-
ture. Imperocché venghiamo noi
aflicurati da S. Ambrofio,
circrfi il Demonio
maelho degli Eretici, abufando della
fatto
Scrittura, per tentare Gesù Cristo nel deferto. „ Imparate ,

[ die' egli da quello efempio , che SatanaflTo prende tal


(^), ]
volta la figura d'Angelo di luce, e fi vale delle Scritture fan-
te , cumc di lacci , per effere d' inciampo , e di rovina a' Fedeli
Ciò egli fa nella perlona degli Eretici , con quello mezzo egli
fvelle la Fede dal fondo del cuore, e dalle vilcere de' fedeli,
ed indi ne rovelcia la giultizia , e la pietà. Non vi lafciate
adunque forprendere dagli Eretici per alcuni tefli , od efempli
tolti dalle laute Scritture, che elfi pofTono allegare, e credete
pure che gonfj fiano di prelunzione, e d'orgoglio, per la trop-
po

(tf) ]oan. 13. V. 30. ( è ) X. 4. Ctmmcrìt, in Lue. e, 4.


I

Tpm il.
,

2t6 Vita di S.Ambrosio


„ pò vantaggiofa opinione, che enfi hanno della loro dottrina.
„ Imperocché il Demonio fi ferve ugualmente , che elfi , delle
„ tcltimonianze delle Scritture , non già per ammaeftrare gli uo-
„ mini, ma per ingannarli, e per fedurli.

Capitolo V.

patita di un perfetto Crijì'tano rapprefent/tte al vìvo


da Saiìi" Amhrofto .

QUANTO fi è ne' precedenti capitoli detto della Scrittura


fanta bafterebbe per farci concepire una ben alta idea
'dell'eccellenza della Religione Crilliana , comecché la
parola di Dio non fia fiata fcritta in quelli adorabili Libri
fuori che per elTcre il nodrimento dell' uomo Criltiano Ma il .

noftro Santo, che ne efprimeva la realtà, in tutte le fue azio-


ni ha voluto una perfetta immagine in mol-
altresì lafciarcene
ti luoghi de' fuoi fcritti, de' quali ne raccorremo qui alcuni, o

per nollra irruzione , o per noftra vergogna; poiché pochi vi


lono, i quali arrofllre non fi debbano della tanto grande fpro-
porzione, che trovafi tra le obbligazioni del loro ftato, e lo frc-
golamento de' loro codumi , e della loro condotta.
Per farne qui un qualche abbozzo , convien feriamente
riflettere col noitro Santo lopra la qualità d'immagine di Dio,
la quale è ftata impreffa fino nel più profondo dell' anima no-
ftra nella prima nolfra creazione ; e lopra l'alleanza , che noi
abbiam contratta con Gesù Cristo per mezzo del miftero del-
la nollra Redenzione. „ Applicatevi o uomo [ dice S. Am-
„ brofio (rt),] alla cognizione di voi (leflb. Dio dice alla vollr'
„ anima nel Cantico de' Cantici: Se voi vi cono/cete^ voi che fie-
„ te la pit{ bella tra tutte le femmine {b). Rammentatevi adun-
5,
que , effere voi ftato formato di ilerco non già , ma di terra ,
ed

ia) Ambrof. in Pfallii. OElon. io. \ {b) Cam. x.


Libro X. Capitolo V. 227
ed avere Dio mefìTo in voi col fjo foffio un anima vivente {a),

Infatti l'uomo è un opera magnifica, formata dal loffio del fia-„
to di Dio. Riflettete particolarmente l'opra voi ftelTo, come „
dice la Legge {b) Dico lopra voi Iteffo , cioè
. , In la vollr' „
anima. Non fiano gli affari del lecolo, e del Mondo, ed i

penficri della terra valevoli ad occuparvi in guiia , che dal far „
CIÒ vi fraltornino. Applicatevi con tutto lo sforzo del voltro „
fpirito a conlìderare quello, il cui loffio è ftato la caula, ed il „
principio della voftra vita L'uomo , dice il Savio (e) , e una
.

gran cofa^ né nj't è nienre di pth prezjojo^ e di più raro., quanto „
quello.^ che ha della coìnpajjione ; ma egli è difficile il trovarne „
unoy che fta fedele Intendete adunque in che confida la vo-
.

ftra grandezza, e qual fia il voltro pregio, e la voitra eccel- „
lenza. La terra, d'onde voi fiete ftato tratto, è una prova del- „
la voftra balfczza ma la virtù è un diftintivo della voftra glo-
; „
ria, ma Fedeun contralegno della voftra rarità, e la qua-
la è „
lita di Dio è un atteftato della voftra eccellenza ,
d'immagine „
e della voftra preziofita. Evvi cola più pregievole , e più „
grandiofa, quanto l'immagine di Dio? Deve ciò rendere la „
voftr' anima in eftremo fedele alla lua grazia, acciocché il vo- „
ftro cuore fia una rapprefentazione della fomiglianza di quel- „
lo, che vi ha formato; ed acciocché attentamente rimirando „
la voftr' anima , non vi fu chi non riconolca in efla il luo fa- „
citore . Evvi cola più preziola dell' umiltà Griftiana, la qua- „
le fa, che con la cognizione, che voi avete del voltro corpo, „
e della voftr' anima, voi per una di quefte due cole vi abbaf- „
fiate , e per l'altra vi riconofciate ? La carne vi rende propen- „
fo, e vi porta naturalmente al male; la compaffionc vi rende „
pcrfuafo, che da voi fi acquifta a voi fteftb quella affifienza, „
che preftate ad altri; che quanto da voi elee, a voi ritorna; „
e che quanto voi fate, tutto ridonda in voltro vantaggio. Il „
vigore, e la forza deli' anima voftra, che ha tanta vivacità, „
quel

(a) Cenef. i.
i
(f) ProV, 20.
{b) DeutCT. 4. 1

P II
.

228 Vita di S. Ambrosio


quel ientimento, che è capace di ragione, d'intelligenza, e di
giudizio, e che vifibilmcnte companlce degno albergo d'un s\
grand' ofpite, non perderà il vantaggio di fua natura, né fi
ridurra a renderfi indegno del nome,
d'uomo. e della qualità
Imperocché la Scrittura non appropria quefto
non a nome fc

quello, che è creato ad immagine, e fimilitudine di Dio. E


per denotare il peccatore, ella non fi vale del nome d'uomo,
ma di quello o di Terpente, o di mulo, o di cavallo, o di
quaich' altro animale irragionevole . No7ì vi ajfomigliate ^ dice
Davide ( ^ ) , ^l cavallo , ed al mulo , che fono [en-z^ ragione
Siringete con un morfo , ed una briglia la bocca di coloro , che
non ajfomigliano a voi. E Gesù Cristo parlando di Erode
dice Andate a dire a quella volpe (b), S. Giovanni ha fimil-
:

mente chiamato il Popolo GÌMàco ra-:^^ di vipere (e). O uo-


mo voi fiete adunque l'opera di Dio, e quanto Dio vi ha dato,
è un fingolariffimo beneficio. Guardatevi adunque dal perde-
re ciò, che da Dio vi è (tato dato. Voi avete ricevuta da lui
una grande grazia, quand' ei vi ha creato a fua immagine , e
ciò vi elpone ad un più rigoroio caltigo , qualora voi ve ne
abufiate. Imperocché Iddio non calliga in voi la fua fomi-
glianza, ma punilce quello , che eiTendo flato creato a fomi-
glianza di Dio , non ha corrifpo.to alla grazia ricevuta Il .

di lui cafligo adunque cade lopra il ceTare d'efiere a fomiglian-


za di Dio, vale a dire, lopra il voilro peccato.
Più oltre ancora pafTa S. Ambrofio col fuo ragionare , e
giugne ad inalzare l'uomo lopra degli Angioli. „Gli Angioli
( die' egli ) fono itati creati da Dio per effere impiegati in di
lui lervigio; ma l'uomo é rtato formato a fomiglianza di lui.
Sebbene gli Angioli lo fuficro , la Scrittura non lo dice , fic-
come di noi lo attefta. Abbiamo noi quindi alcuna prerogati-
va, che forfè non hanno gli Angioli, avendo Iddio foprabbondato
con la fua grazia, dove aveva ioprabbondato il peccato (d).
Gesù

ia) Pfal. 31. ,


(r) L'.c. 5.
(ù) Lue. I?. I (^) ^om. 5.
.

Libro X. Capitolo V. 2 2p
Gesù Cristo è nato a noi da una Vergine; imperocché leg- „
giamo: Che un Ramhmo è n.ito a noi ^ e che un Figliuolo è fìnto „
dato a noi \a). Per noi egli fi è veltito di carne , o piutto-

ito fi è velino di noi con queita carne da lui prefa, allorché

ha collocato il Figliuolo dell' uomo lopra il trono dello tlelTo „
Dio. Io altro non leggo degli Angioli , fé non che Ihnno

ritti dinanzi al trono di Dio, ed adempiono verlo di lui do- „ i

veri del proprio minilkro {h). Degli Angioli non già, ma



degli uomini lultanto io leggo, efi'ere flati iepolti con Gesù

Cristo, e refulcitati nella di lui periona {e). Finalmente „
dice l'ApolloIo, effere noi Itati vivificati con Gesù Cristo

per la lua grazia, eflere noi itati fatti falvi, averci egli fatti

rifulcitare con lui, ed il Padre averci fatti federe alla fua de-

(tra con Gesù Cristo. Il Figliuolo dell' uomo adunque é quel-

lo, che ha feduto alla dcftra di Dio, non gli Angioli, non

gli iVrcangioli, non i Cherubini, non i Serafini, a' quali quefto

SI eccello onore non é fiato conceduto. Lodano gli Anoioli „
Iddio nel Cielo; ma il Figliuolo dell' uomo fia affilo alla di lui

defira Il Figliuolo dell' uomo é lodato dalla bocca degli An-
.

gioii {d) per aver vinti gli Angioli ribelli, per avere trionfa-

to delle Ipirituali potenze , per avere refi gli uomini forni-

glianti agli Angioli, quegli uomini medcfimi , che prima di

ciò erano lojjoetti al contacio della morte.
Per confeguire però quefia gloria è uopo operare giufta i

dettami della migliore, e più nobile parte di noi medefimi.

Imperocché (come dice il noftro Santo) ciò, che abbiamo di „
fingo, e di putredine , ci accomuna con le beftie ; ed il no-

ftro Dio ha data alla noltr' anima una eccellente, e particolare

prerogativa , acciocché l'uomo difiinguendofi , ed inalzandofi „
ibpra il reftante degli animali, loro altresì comandi. Ma per „
potere ad efii comandare, convien eh' ei fia l'oggetto a Dio. „
All' uomo però nella Scrittura inlegnafi in qual maniera debba

ler-

(«)//". 9. -u. 6. (e) ;?,3W. 6. Ephtf.j.v.i.


I

( b ) Jpocal. o.
Hebr. Apccal.
\
ià) 1 . 3

Ttm. II. Pili


.

2->Q Vita DI S. Ambrosio


„ lervirc a Dio, per potere giugnere un dì al pofleflfo di quefto
„ Regno. Imperciocché chiunque lerve Gesli Cristo ferve alla
„ venta , e per conleguenza deve allenerfi dalla menzogna
„ Chiunque ferve alia giurtizia, deve da fé tenere lontana l'iniqui-
„ tà. Chiunque ferve un Dio sì puro, ed affatto efente da ogni
„ benché menoma macchia , deve con tutta la più puntuale elat-
„ tezza olfervare le regole, e la dilciplina della caltita. Chiun«
„ que ferve alla luce, deve odiare le tenebre de' peccati.
Non vi efifendo alcuno tra' Criitiani, il quale non debba
dare il fuo fangue, e la fua vira in lervigio di Gesù Cristo,
per averci egli rifcattati col prezzo ineltimabile del Ino fangue;
„ Voi fiere a lui debitore [ dice S. Ambrofio (^)] del fangue,
„ con cui egli vi ha riicattato; e quantunque ei non fempre l'è-
„ figga,non perciò voi lafciate di cflerne a lui fempre debitore.
„ Comperatevi adunque Gesù Cristo non con l'oro, che da pò-
„ chi fi pofTiede, ma col prezzo Ileiro del voftro fangue , che a
„ voi è comune con tutti gli uomini, ognuno de' quali lo pof-
„ fiede per natura, benché pochi tra di elfi vi fiano , che a lui
„ lo offerilcano per quel religiofo timore, che debbono avere per
„ lui. Gesù Cristo a voi ridomanda una cola , che già gli
„ appartiene. Egli ha data la vita a tutto il Mondo. Egli ha
„ offerta la fua morte al fuo Padre Iddio per tutto il Mondo.
„ Soddisfate quindi voi al voilro Autore, con pagare a lui quan-
„ to gli dovete per iftretta obbligazione di legge Qi-iello con- .

„ tratto, che voi avete fatto con lui, non è di poca impor-
„ tanza. Pochi vi fono, che facilmente entrare poflano in que-
5, (to commercio, e comperare Gesù Cristo. Le Vergini, del-
5, le quali fi fa menzione nell' Evangelio, ed a cui quello Divin
„ Salvadore ha chiula la porta , non iono fiate feparare dalia
„ compagnia del loro Spolo, le non perché elleno non fi erano
„ prefa la neceffaria cura di comperare dell' olio, né furono iti
„ tempo ad efeguire quanto dalle prudenti Vergini fu loro detto,
55 cioè : Atidate piuttojìo da quelli , che ne •vendono , e comperate-
ne

(«) AmbroJAib. i. da]ofeph Patita,-.


Libro X. Capitolo V. 231
ne quatJto ve ne bifogna (a). Né per altro motivo viene firn il- ,j
mente lodato nell' Evangelio quel Mercatante, che per compc- „
rare una pieziolìflima perJa vendette tutte le Itie ricchezze, {b). „
Ma qualunque merito pofTa avere un Criltiano, egli è in- „
degno di qucito nome, le non fi confiderà lopra la terra come „
uno itranicro, per poter dire con Davide: Io Jofio /opra la ter- „
ra come un vitJggiatore ^ ed un fore/ìiero: Signore mi date a co- „
7iofccre i vojìri precetti (e). Imperocché ( come dice il nottro „
Santo) queito linguaggio non è quello d'ogni lorta di perione, „
né può egli con ragione ularfi, che da un uomo , il quale ab- „
bia rinunciato a tutti i piaceri della terra, e fiafi fpogliato del „
dcfiderio i^\ tutte le cole del Mondo. Quello lolamente è lo- „
reltiero lopra la terra che può dire
, li nojìro diritto di citta-
:

dinanT^ e nel Ciclo (d) ; che può querelarfi di troppo lunga- „
mente vivere l'opra la terra; che può dire, eflTere Itanco, ed „
annojato della troppo lunga durata di quefta caduca vita; che „
ha del rincrcfcimento , o del diipiacere per la lunghezza di „
quella dimora, della quale un Santo ha detto: Infelice colui , „
c/jc dimora /opra la terra (e); che non teme d'eflere dilciolto „
da' legami del corpo, e che ha una piena fiducia d'elVere con „
Gesù Cristo, quando ciò a lui accadera; queft' uomo è vera- „
mente forertiero lopra la terra ; poiché egli é Cittadino della „
mcdcfima Citta de' Santi, e domcltico della cala llelTa di Dio, „
e va a le iteffo radunando un teloro nel Cielo Eflendocché.

quclV uomo fia ulcito da quello fpirituale Egitto , nelTuna bra- „
ma egli ha di ritornarvi, né punto teme od il fine di lua vec- „
chiezza , rappreflamento delia morte. Non fabbrica egli „
grana) per rinchiudervi i luoi raccolti , come le avefle da ol- „
trepaÓiare que' termini, che Iddio gli ha preicritti di vita; e „
non eflendo ricco, che per la fecondità delle lue virtù, raduna „
egli beni aliai più ftabili ; beni, che la vecchiezza non potrà „
fargli perdere, né tampoco la morte potrà togliere ad eflblui. „
Ca-
{a) M^tth.2'^.v.^. I {d) Philipp, i.v.i^.
\b) Ibidem l'i. V. 4.'^. {e) Jpocal.i.
le) Pjalm. 118. Offon. 19. j

P IV
.

2:52 Vita DI S. Ambrosio

Capitolo VI.
t

Che per ejfere un vero Cri/li ano convlen ejfere tutto dì Gesù
Cristo, ed un perfetto ritratto delle fue virth,
e delle fue perfe7;joni

SAnt' Ambrosio , a cui erano pienamente note le obbliga-


zioni di un vero CrilHano, non ne aveva ai certo un idea
troppo bafla , e tutte rinchiudevale in una parola dalla mag-
gior parte de' fedeli lovente ripetuta, e che lebbene vien pro-
ferita dallabocca di quafi tutti gli uomini, non fi trova però
nel cuore , che di pochiflimi. Sono elleno quelle obbligazio-
ni comprele in quel verlo del Salmifta: Salvatemi ^ poiché io
fon tutto vofìro , altra cofa ìion cercando , che i vofìri precetti .

Imperocché, come dice il nolfro Santo (^), „ quelle parole


„ fono facili a proferirfi, e fembrano comuni a tutti; ma pochi
„ vi fono , che fiano in illato di valerfene , dante che affai icar-

„ fo fia il numero di quelli, i quali poffono dire a Dio: Io fono

j, tutto vofìro. Con vien pertanto, che un uomo llia unito a Dio
„ con tutte le fue forze, e fia incapace di rivolgere i fuoi pen-
„ fieri ad altro oggetto; ed affinchè un uomo ulare poffa quella
„ efpreffione uopo è , eh' egli poffa dire a Dio mofìrateci il vo- :

„ fìro Padre ^ e ciò a noi bafìa {b). Molti vi fono, a' quali non
„ bada il conofcere Dio, ed il loro numero è copiofiffmio. Tanti

„ popoli , tante nazioni , tante perfone ricche credono, che fia

„ una povertà il fervire a Dio; e quello, il quale Ita al di lopra

„ uomini, e
di tutti gli ampiezza è immenla, fembra loro
la cui

„ picciolo, e limitato, ed il Figlmolo di Dio, nel quale tutte le


„ cofe fi comprendono, ad effi non bada. Quell' uomo ricco fi-
„ nalmente, di cui fi fa menzione nell'Evangelio, ed a cui Gesù
„ Cristo diffe: Se vuoi ejfere perfetto ^ va ^ vendi quanto hai^ e
), dallo a poveri (e), fi perfuale , che Dio a lui non ballerebbe,
e le

{«) InPfdm.iii.v.zi. I {b) ]oann.i^.v.^. 1 Matth.ip.v.tl.


Libro X. Ca>»itoloV1. 235
e fé ne parò pcnfofo, e malinconico, come le ciò, che vede- ,,
vafi obbligato ad abbandonare, fuffe di un prezzo affai maggio- „
re, di quanto egli aveva dilegnato di eleggere. Può adun- „
que un uomo dire Io fono tutto •vojìro quando però può dire „
: ^
:

lEcco , che noi ahb'unm la[ctato tutto , e ri abbiamo fcguito Cosi „ .

parlare lokanto poffono gli Apoftoli; ma non tutti gli Apodo- „


li; imperocché Giuda era Apoltolo , e ledeva alla tavola di „
Gesù Cristo con gli altri Apoftoli, e come effi diceva: Io „
fo?ì tutto vo/ìro , ma lo diceva
colla bocca , e non col cuore „ .

Venne quindi Satanaffo ad impoffeflarfi di lui , e dopo effere in „


lui entrato, cominciò a dire: Gesìi , queft' uomo non è voftro, „
ma mio: non è il Tuo fpirito occupato, le non in ciò, che „
concerne i miei intereffi: Egli non da l'ingrcffo nel fuo cuore, „
fé non a cofe , che a me appartengono: Mangia egli alla vo- „
ftra tavola; ma fi pafce, e fi nudriice con me: Ha egli rice- „
vuto il pane , che voi gli avete dato ma nello fteffo tempo ha „
;

tgli ricevuto il mio danaro: Beve egli con voi; ma vende a „


me il voftro fangue Egli è voftro Apoftolo ; ma non lafcia „
:

d'effere pronto a' miei voleri , e del numero de' miei fervi .

Un uomo del mondo non può altresì dire a Dio : Io fon tutto „
•uofìroy poiché egli ha un infinita di padroni E fé ei preten-
. „
de di SI fattamente favellare , a lui di iubito dice l'impurità Voi :

fiete mio , poiché voi non bramate , che le voluttà della car- „
ne: Voi vi fiete venduto a me , per l'amore che voi portate „
a quella giovane donna: Quando voi vi fiete follazzato con „
quella proftituta io vi ho numerato il danaro, col prezzo del
, „
quale voi vi fiete venduto a me. L'Avarizia altresì gli dice :

L'oro, e l'argento, che voi poffedete, è il prezzo di voltra ichia- „
vitù. Io ho comperato il dominio della voftra perfona , allor- „
che voi avete acquiftata quefta terra, e voi mi avete venduta „
la voftra liberta , nel poffederla. A lui dice la crapola
Voi fie- :

te mio: Il convito, da voi fatto in un lol giorno, è il prezzo, „
e la compra di tutta l'eHenfione della voftra vita: Quando voi „
facefte quella elorbitante Ipcfa di comeftibili, voi impegna-
si „
(le per tempre la voftra tefta , e facefte con me un contratto, „
m
234 Vita di S. Ambrosio
j, in vigore del quale io fono divenuta voftra padrona. Ma ciò
che è aliai peggiore per voi, fi è, che qu.mto nu e convenuto
sburlare per acqwillarvi , vale affai più di quello, che voi pote-
te valere. La voftra imbandigione colta afiai più della voftra
perlona, ed il lulTo della voftra tavola di un lol giorno è prefe-
ribile a tutto il tempo della voftra vita. A lui altresì rivol-
ta l'ambizione gli dice: Voi certamente fiete tutto mio. Non
„ lapete voi, che il mio dilegno nel farvi comandare agii altri è
„ ftato di rendervi mio fchiavo? Non iapete, che invcftendovi
„ potenza , io ho voluto affoggettarvi alla mia? Non
di quefta
„ lapete voi , che quando il Principe del Mondo ha moftrati a
„ Gesù Cristo ftefto noftro Divin Salvatore tutti i Regni del
„ mondo, gli ha detto Io vi darò tutte quefle coje , fé projìran-
:

„ dovi avanti a ine voi mi adorerete ^a)? Ogni uomo adunque


„ defideroio, che gii altri fiano a lui loggetti , fi lottomette egli
„ fteftb il primo con la fua ambizione. Tutti i vizj in folla fi fan-
„ no inanzi a queft' uomo amatore del Mondo , ne alcuno ve
„ n'ha, che a lui non dica: Voi fiete mio. Evvi (chiavo più
„ dilpregevole di coftui , iopra del quale tanti padroni hanno
„ nello fteftb tempo le medcfime pretenfioni? Se voi adunque vi
5, trovate in si deplorabile condizione , come potete voi dire a
5, Gesù Cristo: lo fo7i tutto voflro? Imperocché egli rilpon-
„ dera di iubito: Tutti quelli che mi dicono^ Signore^ Signore.^.^

„ non entreranno perciò nel Regno de' Cieli {b) ; e tutti quelli che ,

„ mi dicono lo fono tutto -voflro


: non fono perciò miei. Voi ^

„ fiete veramente mio le la voftra cofcienza non ilmentifce le


,

j, voftre parole; fé la difpofizione della voftr'anima, e le voftre


„ opere non fi oppongono a' voftri difcorfi. Io non nego , che
„ mio fia un uomo, quando rinunzia a fé medefimo, e vi rinun-
„ zia per amor mio. Io non voglio avere tra' miei fervi un uo-
„ mo, che ha tanti padroni. Imperciocché come può egli elfere
5, mio , fé nello fteffo tempo , che colla bocca mi dice Io fon :

„ tutto vofìro., mi rinega colle fue opere, e fi da in potere, ed


intie-

(«) Matth. 4. 11. ^. 1 (^) llfid. 7. V. 21.


Libro X. Capitolo VI. 135
intieramente foggetrafi al Demonio colle fue operazioni ì Co- „•
lui, che tutto avvampa di fiamme d'impurità, mio non è poi- „ ;

che mia è la caditi Colui , che


. è dommato da quella si inu- „
mana cupidigia , che lo conduce ad opprimere i deboli , ed a Ipo- „
gliarli de' loro beni , non è mio ; poiché mia è la liberalità „ .

Colui che ftadi in una continua agitazione, ed inquietudine, „


e tralportare fi lalcia da ogni vento, e da ogni mutazione, non „
è mio; poiché mia è la tranquillità. Un uomo non è mio , „
quando fi abbandona all' ubbriachezza , ed agli eccefli della era- „
pola; quando infettare fi lalcia, e corrompere dall'ambizione; „
quando è poffeduto da un ertremo defiderio delia vanagloria del „
Mondo e fanatico per si violenta paflione giugne ad eiporfi ad
, „
ogni fotta di pericoli, né fa contenerfi entro giufti , ed inno- „ 1

centi confini di una lodevole moderazione Io tono la pace , „


.

né lo ciò che fiafi la querela , ed il contralto Come potrò io „ .

annoverare tra quelli , che riconofco per miei , un uomo , di „


cui il Demonio verrk a dirmi: egli è mio; poiché egli fi é „
proftrato dinanzi a me. Io trovo in lui molti contrafegni del- ,,

la mia Ibvranita, onde non veggo , come voi polliate avere lo- „
pra di lui alcuna pretenfione. F vero , che fi arroga il vo- „
Itro nome, ma egli porta altresì le mie divife, e fa profeffione „
di elTere al mio iervizio. ,7

Non è adunque di Gesù Cristo, fé non chi va efente da „


ogni delitto. Non è di Gesù Cristo le non chi può affcrire „
di edere continuamente fuo fervo. Imperocché coloro , che „
fono foggetti all' incoftanza, come lo fono io , che dominar mi „
lafcio quando dalla triftezza, quando dalla collera , non fono „
di Gesù Cristo. n
La collera fi prefenta dinanzi a queft' amatore del Mon- „
do, dicendogli : Tu appartieni a me , che un ora fa tu eri „
mio, e Ipero, che lo larai di bel nuovo. La triltezza fimil- „
mente a lui dice: Tu fei mio, una fol ora é paffata, dacché „
tu eri di mia dipendenza, e di mia giurildizione , poiché eri „
talmente nel dolore immerfo, e si ftraordinariamente abbat- „
tuto , che foUevare non potevi l'afflitto tuo fpirito dalla tota- „
. • le
2^6 ViTADiS. Ambrosio
.„ cofternazione, in cui trovavafi, né tampoco alzare gli occhi;
le

„ e ie alcun altra avverfa cofa ti fuccedera, tu tornerai ad el-


„ lere mio nella ilels'ora. Quello adunque può prometterfi d'el-
„ Dio, che può dire come S. Paolo: L^ cojcien'z^ di nien-
fere di
5, te mi rimprovera (a). Quindi era, che quett' Apoltulo dice-
„ vafi fervo di Gesù Cristo, perchè non li conoiccva loggetto
„ ad alcuno. Ma io talvolti fono di Dio, talvolta della triftez-
„ za, o della collera, o delle parole inutili. Colui per tanto,
„ che ha molti padroni, non può dire con verità Signore Gesù ^ :

„ fofio tutto vofìro . Ed io altresì credo , che a cagione di iomi-


„ glianti padroni abbia aiTerito S. Paolo: A^ìcorchh altri vi Jiano^
„ / quali chiamnììfi Dei , o uel Cielo , o ttella terra , e che quin-

5, dì vi Jì ano molti Dei f


e molti Signori^ 'nondimeno non v è per
5, noi , che un foto Dìo , che è il Padre , dal quale tutte le cofe

5, hanno ricevuto il loro ejfere , e fono fiate create (h) Eifen- .

5, docchè adunque queft' Apollolo fuffe tutto affatto del Verbo ,

5"^ volevano fperimenfare GEsh Cristo,


5, domanda a' Corinti:

5, che parlava per la di lui bocca . Io fono ^ diceva, di Gesù Cri-

5, sto, e Gesù Cristo gli rifpondeva, voi fiete mio. Final-


5, mente Gesù Cristo mandando Anania a S. Paolo , gli diffe:

5, Andate a trovare queft' uomo ^ perchè egli è un i/ìromento da me

„ eletto (e). E perchè egli ha perfevcrato ad eflere di Gesù


„ Cristo , ha meritato di riportare la corona della giuftizia, per
„ aver compiuto il fuo conflitto {d).
5,
Con il Profeta Davide
ragione adunque ha detto: lo fon
5, tutto vofìro , perchè egli è flato fempre del Signore. E per
3, rendere ragione dell' aver egli detto: Io fon tutto vofìro ^ ag-

5,
giugne , non cercando io altra cofa , che di appartenere a
5, Gesù Cristo. Sono gli altri, o Signore, folleciri di far ac-
„ quifto di gemme, ma io non cerco, che i voftri precetti, che
„ fono gli abbigliamenti della Criiliana giuftizia Unifcono al- .

;>,
tri le cafe della Citt^, e della campagna le une alle altre, dan-
do

(«) I. Cor. 4.
I
(f) ^f?. 9.
C^) I. Cor. 8.7;. 5.<5. I ià)z.Tm.i,.
.

Libro X. Capitolo Vf. 237


do COSI un aflai ampia cftenfione a' loro palazzi, come fé vo- „
lelìero abitare Ioli nella terra, ed elTere elTi ioli i padroni di „
queft' elemento, che è comune a tutti gli uomini. Si sforza- „
no altri d'impadronirfi d'una parte dell' aria , ma io trovo tut- „
ta l'ampiezza di mia eredita ne' voftri precetti . Ne io faprei „
rifolvermi a pofledere fé non ciò, che da voi affolutamcntc di- ,•>

pende. Il danaro, che io voglio ammaffare, è un danaro fpi- ,5

rituale, che unicamente confiltc ne' voftri oracoli. Dio è la „


mia porzione lo jo7t tutto "jojìro ; perchè la parte , che io
. „
pretendo nella mia eredità, non confifte né nell'oro, nènell'ar- :,

gento, ma Gesù Cristo lolo.


in
Il fin qui detto da S. Ambrofio può a noi baftare per ren-
derci periuaiì, affai fcarfo elfere il numero de' veri Criftiani in
quefti ultimi fecoli; poiché non merita di portar quefto nome
chi continuamente, e con ragione non può dire a Dio col cuo-
re, e colla bocca: Io fon tutto vojìro ; e iempre che il pec-
cato, che fignoreggia nella maggior parte de' Fedeli , può trat-
tenere dal fare una tale dichiarazione
C'infegna ancora nello iteflb tempo il Santo , che quan-
tunque la ftrada la quale conduce alla vita , fìa per le ftefla au-
,

gnila; nondimeno non lalcia di elfere fpazioia per i veri Cri-


Itiani,perchè che dilata i loro cuori , li porta ad
la carità ,

amare per fino i loro nemici „ O uomo, die' egli (//), quanto „
.

ampia è la voftra eftenfione, qualunque volta il voflro lenno, „


e la voftr' anima incapaci non fieno della vada eftenfione de' „
divini Comandamenti] Vafto è il precetto della carità: Ama- „
/f, ei dice, i vojìri nemici {b). Tutti ei comprende gli uo- 55
mini nella tenerezza della carità, non ne efcludendo neppure i „
nemici. Imperocché da che vi fono comprefi per fino ne- i „
mici potrà elferne alcuno elclufo ? A tal riguardo diffc l'Apo- „
•ftolo (e) Vivete in pace ^ fé ciò vi è pojjibile-, per quanto dt-
: „
pende da voi ^ con ogni for t a di perfone Non fi può dire né . „
a' Giudei, né a Pagani, che abbiano la pace con tutto il Mon- „
do:

{a) Ambrof.ineumdtmOihìì. I {e) Ronuiz. v.i%.


'
(b) Matth.'^.
, .

2^8 Vita DI S. Ambrosio


do eiTendocchè effì appena amino quelli, che fono a loro più
;

profTimi , al contrario de' Criftiani, a' quali non è permeilo il


lalciare di amare i loro (ledi nemici. Quando io parlo d'un
Criftiano, io parlo d'un uom
la pienezza della perfetto, tutta
divinità trovandofi in Gesù Cristo
poiché voi vi attri- . E
„ buiie il fuo nome, ed aver volete quello titolo, e quella qua-
„ lita , perchè non vorrete voi produrre quelle opere, che ad un
„ tal nome corrilpondono ? E d'onde deriva , che voi avete
„ una SI grande avverfione alla voltra perfezione ? Alcoltate
„ quello SI ampio precetto: Benedite coloro , che vi perjeguttano^
» e ÌÌ07I li m dedite .

Capitolo VII.

Che fecondo S. Amhrofto , // Crijìiano è un viaggiatore , che fi


,

sforza di arrivare al Cielo con la pratica della perfezione


Che la fervitk da lui prejìata a Gesù lo rende
libero . Che è un faldato , e quali deb-
bano ejfere le fue armi

LA grazia del Criftianefimo riabilitando


acquiflo di quella eterna felicità, per cui fu da Dio crea-
un Criftiano all'

to, induce S. Ambrofìo a confìderarlo come un viaggiatore,


che fi propone la cclefte Geruialemme, ed il foggiorno dell'
Eternità per termine del fuo viaggio. „ Di così difficile cam-
„ mino [ dice S. Ambrofìo C-'?) ] non è così facile il trovare
5, chi ne batta le vie; cioè il rinvenire un uomo, il cui Ipirito,
„ e volontà, pochifiimo commercio,
abbiano fa- e quafi neffuna
„ migliarità col fuo corpo. che non abbia la ben Un uomo,
,, menoma focietà con i vizj; che fia affatto infenfibile a quanto

5, vi è di più amabile, e lufinghevole; che vedendofi nell' inal-


„ zamento della più florida prolperità , non rimiri con difprezzo
colo-

( (T
) Ambrof, Enarrai, i . tn Gencf. ad Horcntian. ^.417.
Libro X. Capitolo VII. 235.

coloro, che a lui fono inferiori; che vincere non fi lafci dalla „
mitezza; che non fi opponga alle lodi, che fente darfi alle „
pcrfone di pietà, diminuendone la loro fama , ed il merito; „
che non fi laici dominare da veruna ambizione, e da defiderio „
alcuno di gloria, e che foffochi nel fuo cuore quante accende- „
re vi potrebbono vili , e terreftri brame l'avarizia, e la cupi- „
digia delle caduche ricchezze. Un uomo, la cui anima vale- „
vole fia a refiftere a' più poderofi aflalti della triftezza, né pof- „
fa concepire il ben minimo rilentimento per qualunque più „
ignominiolo oltraggio, ned effere refa inquieta dal fofpetto, o „
fcolTa con violenta'^ agitazione dalla impurità, o contro della „
quale poffano prevalere le carnali paffioni, e che giammai non ,>

pofla eflere tolta dalla tranquillità di lua quiete, fiafi dall' appe- „
tito delle vanitk, o da' lufinghevoli allettamenti delle voluttà. „
Se voi quindi mi date un uomo, che a qucfte sì vantaggiofe „
difpofizioni unifca le virtù tutte , la caltitìi , la fobrieta , I-a ,,
temperanza; un uomo, che ncffuna provi difficoltà nel repri- „
mere gli fregolati movimenti delle paffioni, eziandio più miti; „
che fappia ritenere dentro i confini di una lodevole modera- „
zione, e le fue cupidigie, ed i fuoi piaceri; che fia di baftan- „
te equità fornito per difcernere le oicure ed imbarazzate co-
, „
fé, e con uno Ipirito di tranquillità regoli le dubbiolc, ed in- „
certe che godendo affoluta padronanza fopra tutti i movi-
; „
menti e della carne , e dello ipirito mantenga le potenze in- „
teriori, ed elteriori in perfetta concordia , qual arbitro pieno „
di lapienza , e di rettitudine; e che finalmente fi trovi in una „
fincera diipofizione di riportare la corona del Martirio ,
qual- „
ora le nò pofla temere d'efiere da
gliene preientafle l'occafione , „
peflfimo configliere diil-olto ; queit' uomo farà da Dio , che è „
luo padre, fano ialite al Cielo, non folamente come luo ami- „
co, ma ancora come fuo figliuolo, acciocché ivi in lempiterno »
goda delle ricchezze della lua gloria, e della fua eredità.
Ma quello inalzamento del Criltiano non è il lolo vantag-
gio , che venga apportato dalla grazia della noftra ianta Reli-
gione. Ella ci fa altresì contrarre alleanze maravigliofe , le
quali
,

2^0 Vita di S. Ambrosio


quali in verun altra profelTiGne non fi trovano; ed ella fola è
quella, che può renderci tutto ad un tempo liberi, e Ichiavi.
Servire alla giuitizia (^), è la vera li-
, dice il nottro Santo
bertà. Imperocché un fervo , che è chiamato iervo del Signo-
re, è da lui fatto libero; e per contrario un uomo libero, il quale
è (lato chiamato al fervizio del Signore , divien iuo fervo, e
fuo fchiavo L'uno non meno, che l'altro di quelti ftati lono
.

al fommo eccellenti, ed in eltremo defiderabili; poiché si l'u-


no, che l'altro, ci foggettano a Gesù Cristo, fotto del qua-
le preziofa è la fervitù , e gloriofamente vantaggioia è la liber-
5, ta. La liberta è preziola per eflere acquilfata dal mento di
„ un fangue si preziolo , e divino ; e la fervitù è gloriolamcnte
5, vantaggioia ,
perchè i luoi legami , e le fue catene non fono

5, effetti dellafchiavitù, nella quale fi cade commettendo de' pec-


5, cati; né gemere fotto quell'eforbitante pelo, con cui ci
ci fa

5, oprimono gli enormi delitti; anzi il di lei giogo è affatto diver-


„ fo da quello, al quale volontariamente fi foggettano coloro, che
„ commettono cadono in iniquità, ed in difordi-
degli ecceffi, e
5, ni, che troppo (convengono all'onore delia primiera lor nalci-
5, ta Applicatevi o uomo allo ftudio della vera umiltà. Klrui-
.

5, tevi o uomo nella fcuola del grande Apoftolo , ed


apprendete
5, quale fia la forza , e la
virtù delle fue maffime falutari. Voi
„ dite, che fiete fchiavo; lappiate , che fiete libero voi vi van- ;

5, tate di effere libero, e voi fiete e fervo, e fchiavo. Imperoc-


„ che quello, il quale è fiato rifcactato come fchiavo, poffiede

„ la libertà; e quello , il quale effendo libero per la condizione

5, entrato
di fua nalcita è nella nolfra fanta Religione, ha il bei
j, vantaggio di riccnofcerfi fchiavo di Gesù Cristo, fotto l'im-
5, perio
del quale la fervitù, ugualmente che la libertà, lono un
„ incontraftabile ficurezza Chi potrà mai contraffare a S. Paolo
.

„ una piena cognizione del diritto? E non ha egli forfè faputo


„ diftinguere un rifcattato da un libero , allorché parlando non
55 già a cafo , ma di una maniera la più naturale , e la più pro-
pria

( fl ) Ambrof. lib, i . de]acob , & vita beata eap. 3.


Libro X. Capitolo VII. 241
pria ha detto ( /?): ^Juello , che sjjetido fchtavo ^ è chiamato al
fervtT^jo del Signore ; e Jimìlments quello., che ejfendo libero vi è
chiamato, diviene jchia'uo di Gesù Cristo. Infatti noi fumo
tutti redenti da Gesù Cristo , e neffuno di noi è libero, poi-
ché quanti fumo, fiamo nati nella lervitù, e nella Ichiavitu-
dine. Perchè adunque vi attribuite la liberta con un orgoglio
inloffribile, voi che fiete fchiavo per la condizione della vollra
naicita? Perchè vi vantate ingiuftamente di quei vani titoli di
nobiltà, voi, che avete ereditata la ichiavitù, venendo al mon-
do? Non lapete voi, che il peccato di Adamo, e d'Eva vi
aveva pofti in fervitù ? Non fapete voi , che Gesù Cristo
non vi ha lemplicemente comperati , ma vi ha rilcattati ?
L'Apoftolo S. Pietro vi dice ad alta voce: Noti eJJ'cre fiati voi
con lo sborfo di cofe corruttibili , comt l'oro , e l' argento rijcat- ,

tati dalla vanità paterna , ed ereditaria della vofìra prima vita y


ma dal [angue pre-ziofo di Gesù Cristo Agnello immacolato {b)
Voi adunque fiete redento da Gesù Cristo. Voi fiete Ino
Ibhiavo per il titolo della voftra creazione. Voi lo fiete per
quello della voftra redenzione , e debitore a lui fiete della vo-
ftra fervitù , come a voftro Signore , e come a vollro Reden-
tore. Né
v'immaginiate, chela qualità di redento fia rilpet-
to a voi una qualità inferiore a quella di perfona libera Se .

voi ne confiderate l'onore, e la dignità, ella è uguale; le voi


riflettete alla ficurezza della voftra perlona , ella è ancora più
vantaggioia, e più eccellente. Ella è uguale per la grazia di
una maggiore precauzione, che v'impedilce il cadere; più fic-
cura, perchè vi premunifce controia tentazione dell'orgoglio.
Voi non fiete ftato porto in liberta, le non perchè vi rammen-
tiate fempre dell'Autore della voftra liberazione , e perchè voi
reftiateconvinto dell'obbligazione di conofcere quello, al qua-
le voi fiete debitore di una obbedienza legittima, per non de-

cadere da quello Itato di liberta in caftigo della voltra eftrema ,.

ingratitudine Può darfi alcuno più felice di voi , poiché voi


. >.

regna-

ci ) 1. Cor. 7. X. 22. I
( ^) I. PfM. r. i8,

Tarn. II. Q.
242 Vita di S. Ambrosio
regnate fotto il Signore , al quale fervile , e poiché voi fietc
?>
falariato dal voftro padrone, e dal voftro protettore?
»
Può vederfi nelle opere del noftro Santo (<?) un affai ion-
go diicorfo, ch'ei fa per provare, che il folo (apientc è libero.
Effendocchè i Filoiofi Pagani aveffcro impiegati de' proliffi ra-
gionamenti, per attribuire quefta lapienza, egli moItra,non tro-
varfi effa che nella Religione Criftiana, e per conleguenza i foli
Criftiani effere liberi. Imperocché dopo avere rapportata una
lettera affai generola di Calano Gimnolofiila degli Indiani, fcrit-
ta ad Aleffandro il Grande , fa quella rifleffione. „ Eccovi,
„ die' egli, delle eccellenti parole; ma parole, che altro per veri-
„ ta non fono, che parole. Eccovi una ammirabile coftanza, ed
„ una lettera maravigliofa ; ella però non lalcia d'effere una let-
„ tera d'un Filoiofo. Ma donzelle femplici , ma eccclfe tanto
» fra di noi per l'accefiffima brama di morire, fi fono formata una
fcala per alcendere fino al Cielo. Che dirò delle lantc Tecla,
Agneie, e Pelagia , quelle tanto nobili Verginelle, che quafi
piante di raro innefto crefcendo fui cominciare del loro vivere,
fono ite incontro alla morte, come le andaffero all'immortalità?

Ha una vergine efultato per la gioja da lei provata, vedendofi


nel mezzo de' lioni, e fi è fatta vedere aJpettare intrepida i
morfi di quelle feroci beftie, che rugivano d'intorno a lei. E
per confrontare le azioni de' noftri Santi con quelle de' Gimno-
lofifti, S. Lorenzo ha col generofo fuo operare date convincenti

prove di quell'invitta intrepidezza , di cui Calano non ne ha


date altre prove , che di vantarfene; poiché S.Lorenzo effen-
do bruciato vivo, e fopravivendo alle fiamme, che lo tormen-
?>
tavano, diffe al fuo tiranno: rivolta^ e mangta. Il conflitto

))
de' tre giovanetti della diicendenza di Abramo, che
erano cat-
tivi in Babilonia, e quello de'Macabci, iono altresì illuftri mo-
5>
numenti di quefta generofiia; poiché i primi cantavano nel mez-
zo delle fiamme, ed i fecondi mvecc d'implorare pietà nel men-
55 tre che erano tormentati, fgridavano il lor crudele perfecuto-
rg>

(4) 'Enarrut, in Pfiil. 104.


Libro X. Capitolo VII. 243
re per maggiormente irritarlo.
,
D'onde chiaramente dedu-
cefi, efTere il Savio libero. Ma qual Eroina vie più Inblime,
e generola di S. Pelagia, la quale vedendofi circondata da' per-
lecutori, diceva, prima di prclentarfi dinanzi a loro Trop- :

po volentieri io muojo, ne perlona olerà Itendere la mano fo-

pra di me
per toccarmi diloneftamente nelTuno potrà vantarli :

d'aver violata la mia Verginità con ifguardi impudichi. Io


porterò con me il mio onore, e la mia caftita Io falverò la .

mia pudicizia , né per verun attentato ella contrarra alcuna


macchia. QLielti Icclerati , e quelli carnefici niente profitte-
ranno iopra di me con la loro intolenza. Purché Pelagia fe-
gua Gesù Cristo , nelTuno le toglierà la fua liberta , nefluno
le rapirà né la generofita della lua tede , né la gloria della fua
pudicizia, né vantaggio di lafciare, invece d'una feconda po-
il

Ilerita, una affai illultre fama di fua prudenza , e del fuo fa-
pere. Quefto mio corpo, che è foggetco alla fervitù, dimore-
rà fopra la terra , ma farà difefo dalla crudeltà de' miei car-
nefici , perché elfi non potranno farne alcun ufo. La libertà
adunque di quella Vergine è Rata (traordinariamente generolà ;
poiché trovandofi circondata da una truppa di manigoldi, ella
giammai non ha temuto mezzo de' pericoli, a' quali fi ve-
nel
deva cipolla, di perdere tutto ad un tempo e la purità, e la
vita.
S. Ambrofio confiderà ancora il Griftiano come un folda-
to, che trovifi in continua guerra , che deve combattere ma
con fiducia, avendo Dio per protettore , e per armi, che lo
rendono invincibile, la pratica de' fuoi Comandamenti. „ Io „
mi ricordo [ dice il Santo { a ) predicando al fuo Popolo ] ài „
avervi più volte detto , non doverfi da noi temere gli Itrepi- „
ti, ed i tumulti della guerra, ed il numero de' nollri nemici, „
avvegnacchè (Iraordinariamente copiolo pofiTa effere, né dove- „
re Ipavcntarci, perchè, come dice l'Apollolo S.Giovanni (/^), „
quello, che è in noi, è più grande di quello, che è nel Mon- „
do :

{a) Serm. i . de Elifao Froph. \ ( i) i . Jo. 4. "u.


.

244 Vita di S. Ambrosio


do; cioè, che Gesù Cristo ha maggior forza per difendere i

fuoi fervi , di quella ne abbia il Demonio per lufcitare contro


di efli degli avverlarj . In fatti quantunque il Demonio radu-
ni le fue truppe da tutte le parti, e le armi di crudeltà , e
di furore contro di noi; nondimeno facile è il vincerle, ed il
diftruggerle, perchè il noftro divin Salvadore procura al fuo
Popolo un più forzofo loccorfo, e per ogni parte lo circonda
di truppe aufiliarie , ficcome ci dice il Profeta con quelle pa-
role : Gli yingfol't del Signore fi accampano nel me-i^ di quel-
li ^ che lo temono^ per metterli in ftcure-z^ ^^^^ ^^ l'An-
i^)'
gelo del Signore lalva da' pericoli quelli , che Io temono ;
chiunque ha il fanto timore di Dio non deve temere i barba-
ri, né paventare il furore de' iuoi nemici , purché oflTervi i
Comandamenti di Gesù Cristo con una fedeltà inviolabile .
Imperocché i Comandamenti di Gesù Cristo fono armi, che
rendono invincibili i Criiliani , ed il timore di Dio sbandifce
dalle lor anime il vano terrore de' loro nemici. Le armi, eh'
egli ci badate per difenderci, fono l'orazione, l'elemofina, ed
il digiuno, il quale è quello, che più di tutti ha forza per di-
fenderci . L'elemofina poi ha affai maggior efficacia della vio-
lenza , e del latrocinio; né v'è freccia alcuna, che con mag-
gior forza , e violenza vada a ferire i noftri nemici , quanto
la preghiera. In fatti convien vedere da vicino i fuoi nemici
per ferirli con delle freccie ma l'orazione li trapaffa , quand'
;

anche trovinfi affai lontani da noi

Ca-

(«) Pfal. 33. V. 8.


. .

Libro X. Capitolo Vili, 245

Capitolo Vili.
Che un Crijìiang deve onorare Dio col rendimento di gmxje ,
e con una continua oraT^ione

SAnt' Ambrosio non folamente


perfuade come necefTaria
ci
la preghiera per nemici, ma altresì ce la
refifterc a' noftri
raccomanda, come uno de' più elTenziali doveri della Religio-
ne Cnlliana ; ne può ioffrire ringratinidinc , e l'acciecamento
di coloro, i quali elicendo da Dio ricolmati di bencfizj, né po-
tendo luflìflere fenza il di lui foccorfo , non fi curano né di
ringraziarlo de' Tuoi doni , né di meritarfi le fue grazie con
continue orazioni
Sono coftoro, die' egli (/z), fervi ingrati del Signore, i „
quali non lo temono come lor padrone, ed avendo l'onore di „
eflere luoi figliuoli, non fi curano di onorarlo come lor padre.

Iddio dice per bocca d'un fuo Profeta (^): Se io fono njojìro „
Signore , 00' e il timore , che voi ftete obbligati ad avere per me? „
e Je io fon vofìro Padre , ov è l amore , che voi mi dovete ? „
Cioè, le voi fiete fervo di Dio, loddisfate al dovere, che vi „
ftringe con effolui di un rilpettofo timore ; e le voi fiete fuo „
figliuolo, rendetegli, come a veltro Padre, ciò, che una pietà „
piena d'affetto, e di tenerezza efigge da voi. Ma voi non lo „
ringraziate de' fuoi beneficj. Voi non amate Dio , né altresì „
lo temete. Adunque voi fiete verlo di lui od un fervo ribel- „
le, od un figliuolo protervo, e baldanzofo. „
Chi è adunque vero Criftiano deve inceffantemente pub- „
blicare le lodi di fuo Padre, e del fuo Signore, e fare tutte le „
fue azioni per la di lui gloria, fecondo quelle parole dell' Apo- „
dolo: O voi mangiate.^ beviate^ qualunque altra cofa fac- „
date , fate tutto per la gloria del Signore ( f ) Voi vedete „ .

quali

(a) Serm. in MalachiamProphetam. i {e) i. Cor. IO. •v. 5.


(A) Maiach. 1. V. 6. \

T,m. u. Qui
,

2a5 Vita di S. Ambrosio


„ quali debbono cffere i conviti de' Criftiani , fecondo S. Paolo ,
„ acciocché la grazia di Gesù Cristo, piuttofto che le vivande
„ imbandite iopra la tavola , fia il loro nodrimento , e le loro
„ delizie ; ed acciocché la frequente invocazione del nome di
„ Dio affai più contribuifca alla fulliiìenza degli uomini, che il
„ copiofo numero delle vivande loro appreftatc , ed affine che
„ effi ridorino la loro fame con i rendimenti di grazie , piutto-

„ fto che con l'abbondante lautezza de' cibi corporali.

„ Fate ogni cofa , dice quello grande Apoftoio, per la gloria


„ di Dio. Vuole egli adunque, ciò infinuando, che tutte le no-
„ ftre azioni fieno fritte in compagnia di Gesù Cristo , ed alla
„ fua prelenza ; di lorta eh' egli fia l'autore, ed il principio di
„ quanto noi facciamo di bene, e di quanto omettiamo di male,
„ iul riflelTo di quella
s'i llretta famigliarità, che noi abbiamo con

„ lui. Imperocché ogni uomo, il quale fa effere Gesù Cristo


„ con lui, fi vergogna di cedere alle tentazioni, che lo affalgono;
„ e di commettere azioni indegne alla prefenza di Gesù Cristo,
„ il quale ci foccorre, ed aflifte nelle opere di pietk, e ci prefer-

„ va dalle male operazioni.


„ Quando adunque noi ci alziamo fu lo fpuntar dei giorno,
„ prima di ufcire dalia noftra camera, rendere dobbiamo grazie
„ al noftro Salvadore, e premettere a tutte le azioni domeniche,
„ nelle quali ci farà d'uopo occuparci nel reftante del giorno
„ quefta azione di pietà, ringraziandolo, che ci, abbia confervati
„ nella precedente notte, e lalciati placidamente dormire ne' no-
„ ftri letti. A qual altro mai, fuori che a Dio debbefi attribuire
„ la confervazione di quello, che dorme? poiché abbandonandofi
j,taluno al fonno , ed obbliando quant' ha di vigore , e di forza , egli
„ è talmente fuora di le ilefìTo, che più non fa né ciò, eh' egli fiafi,
„ né ove trovifi, ridotto all'impotenza di affiftere a fé medefl-
„ mo. Perlocché è neceflàrio , che Dio affilia quelli, che dor-
„ mono, eflendo eglino incapaci di procurare a loro fteffi alcun
„ foccorfo, ed egli in fatti é quel folo, che in tempo di notte
„ prelerva gli uomini da' pericoli, altri non vi efiendo, che per
j, loro veglj Io dunque fono a lui debitore della bontà , che
.

ha

I
LiBkoX. Capitolo Vili. 247
ha acciocché io pofTa dormire con ficurezza, ri-
di vegliare, ,

cevcndoci egli come nel leno di un dolce ripofo, mentre noi ,

andiamo a coricarci ne' nollri letti, e conlervandoci come in ,

una fpecie di tcloro di tranquilliti, e di pace, col difenderci ,

dalla luce coli' ol'curiti delletenebre della notte , con cui ci ,

copre, e ci circonda, acciocché la malizia degli uomini, che, ,

durante il giorno, ci perleguitavano , fia reipinta dalle tene- ,

bre, ed acciocché l'olcurita dia a quelli, che lono fianchi, ed ,

affaticati, quella pace, e ripofo, che loro non verrebbe accor- ,

data, per mancanza di umanità, da quelli, che fono della loro ,

fleffa Ipecie, e natura .In fatti gli uomini, che odiano i loro ,

nemici, non fapendo più ove trovarli in tempo di notte per ,

continuare contro di elfi le loro perfecuzioni , e violenze , de- ,

fìftono, loro mal grado , dal contrailare quella pace, che non ,

avevano voluta di buona voglia ad effi accordare. Noi dob- ,

biamo adunque , quando ci alziamo , rendere grazie a Gesù ,

Cristo, e munirci, avanti dar cominciamento ad ogni azione ,

della giornata , col legno del divin Salvadore .Non eravate ,

voi premurofi de' fegni , quando voi eravate tuttavia dediti ,

alla luperllizione del Paganefimo , e non ricercavate voi allo- ,

ra con ilcrupoloia , ed aniiofa lollecitudine quelli, che lembra- ,

vano promettere a voi vantaggiofi avvenimenti ? Io non vo- ,

glio adelTo, che manchiate nel fiflare il numero di quefli fegni; ,

lappiate per tanto, un folo a voi convenirne, cioè quello di Gè- ,

su Cristo, il quale è da le folo ballante per afficurare la fé- ,

licita, e la proiperita di tutto il Mondo. Quelli, che ave- ,

ranno coniultato quello legno, prima di dar principio a femi- ,

narc, mieteranno la vita eterna. Qiielli, che lo avcranno di- ,

nanzi agli occhi nell' intraprendere il gran viaggio del Cielo, ,

vi arriveranno felicemente. Qi.ie(to nome adunque è quello, ,

che deve regolare la noflra condotta, e che da noi debbefi ri- ,

petere in tutti i momenti della noflra vita, perchè, come dice ,

i'Apoflolo, i?i lui viviamo , ci moviamo , e ftamo (<?). Con-


viene

Q IV
248 Vita di S. Ambrosio
„ viene poi ancora lodare Iddio la fera colla Salmodia, e canta-
„ re con ianta compiacenza la fua gloria, acciocché avendo dato
„ fine a tutti i noltri travaglj, che iono altrettanti combattimen-
„ ti , meritiamo di gallare la dolcezza del ripolo , come frutto
„ della noftra vittoria, e che il fonno, che ci fa fcordare di tut-
„ te le noltre fatiche, ne fia come la palma, e la ricompenfa.
Né a' foli folitarj, ed alle Iole vergini Criftiane, ma a
tutto il Popolo di Milano raccomandava S. Ambrofio l'orazio-
ne della notte, fpiegando quelle parole di Davide: lo mi al-
Zanja nel me-zj^ della notte per conjejfare , e lodare la fomma
giujìlzja de comandamenti
-vojìri Né credeva d'imporre a' lai-
.

ci del fuo tempo un giogo troppo duro , ed iniopportabile,


quando loro proponeva di alzarli a mezza notte per pregare
Iddio. „ Il giorno, diceva (z^), non baila per la preghiera,
„ conviene adunque levarfi di notte per applicarvifi , ed ancora
„ a mezza notte. Gesù Cristo fteflb ha paiTata tutta la notte
„ in queft' efercizio , a fine d'invitarvi col luo efemplo a pregar
„ Dio. Dimandava egli al fuo Padre la remilTione de' vollri
„ peccati, quando nella preghiera occupavafi ; e quantunque ci
„ ve la imploralTe dal luo Padre, non lalciava però di procurar-
„ vela colla fua propria potenza, e colla fua fuprema autorità.
„ Ma riflettete, che il Profeta non vi dice folamente, che vi al-
„ ziate a mezza notte, ma eh' ei vi obbliga ad alzarvi di notte,
„ e principalmente a mezza notte; imperocché aveva già detto,
„ che conviene levarfi di notte Signore^ quefte fono le fue pa-
:

„ role, io mi ricordo del vofìro nome in tempo di notte, Tut-


„ ti pofibno ridurfi alla memoria il nome di Dio, fenza però al-
„ zarfi Tutti pofTono alzarfi , ed indi domandare a Dio quan-
.

„ to ad elfi verrà in mente. Perlocchè il Salmifta aggiugne:


„ lo mi levo nel ìnezj^o della jìotte , per inlegnarvi , effere
„ quello il tempo proprio per lorgcre dal letto. Né fenza ra-
„ gione aggiunte il Salmifta le feguenti parole, per lodarvi^ vale
„ a dire, che noi dobbiamo pregare Dio principalmente in que-
llo

(M) O^on*r. 8 in Pfalm. 118.


.
"Libro X. Capitolo Vili. 245?

fto tempo, e piangere i né a lui domandare il „


noltri peccati;
perdono (olamente da noi per l'addietro commein, ma „
di quelli
altresì la grazia di ichivare quelli , che porremmo commette-

re per l'avvenire. „
E ciò perchè [ profiegue a dir Sant' Ambrofio ] in quefto „
tempo ci alTalgono molte tentazioni; perchè quefto è il tempo, „
in cui i piaceri della carne tutte pongono in opera le loro In-

finghe, e le loro forze per indurci a compiacerla; perchè allo- „
ra il Demonio , che ci tenta , cagiona in noi delle illufioni „ .

Quello è il tempo, in cui fi quanto


bevuto, e man-
digeriice fi è

giato, in cui lo llomaco è infermo, in cui lo Ipirito foccombe al „
lonno, in cui l'anima è ingombrata; di Iona che il calore, che „
iì fomenta nel dormire, fi accrelce nel corpo di quelli, che ri- „
polano; o fé non fi prende fonno, non fi ha vigore baflevole per „
refillerc a quefte violente agitazioni. Né lafcia il Demonio di „
raddoppiare in fomir;lianti cimenti li fuoi sforzi, e di tutte tende- „
re le lue infidie, per far cadere coloro, che non iftanno bene all'

erta. I fpiriti maligni fimilmente fpargono fopra di noi le loro „
tenebre, e fi sforzano
indurci ad ogni fpecie di colpa in que- „
d'
fto tempo, nel quale nefluno può eflervi o complice, o Ipet-

tatore de' noflri misfatti. Varj coftoro fufcitano contrafti, e „
tumulti nel cuore di chi dorme, e le da eflb viene loro fatta „
refiftenza ,
procurano di abbattere la fua fermezza , con prò- „
porre a lui l'elemplo di alcuni Santi , divenuti colpevoli di falli

fomiglianti a quelli , ne' quali fi sforzano di farlo cadere ma „ ;

che da elfi poi furono efpiati con la penitenza, e de' quali altresì „
elfi ne ottennero l'implorato perdono. Imperocché, febbene „
il noftro nemico di mala voglia ci proponga alcuna penitenza „
da altri praticata ; nondimeno per potere iorprendere coloro , „
che attentamente vegliano fopra loro fteffi , e facilmente in- „
durli a que' peccati, che loro iuggerifce di commettere , li lu- „
finga con la fperanza di ottenerne un di il perdono. Ed al- „
lorchè trova qualche miferabile, che a lui dia orecchio, e vede, „
che non tanto l'amore della virtù , quanto il timore della pena „
lo allontana dal vizio, gli fa fare molte ri-flelfioni pericolofe
, „
e lo
2<o Vita di S.Ambrosio
„ e lo fa internamente difcorrere: Da chi fon io prefente-
cosi

j, -niente veduto? Io fono circondato dalle tenebre^ e dalle muraglie.

j, VAltiJfimo non mi vede I nofiri peccati fin a lui non gtungo-


.

„ no , ne ei fi prende la pena di conftderare le difonefìe noftre aTJio-


„ }2Ì (a). L'ufo, e la fperienza ci fanno conofcere, che ciò pur
„ troppo fuccede , né mancano efempli, che di ciò ne convinco-
„ no, non vi eflendo alcuno, che vada elente dalla tentazione.
„ E ficcome poi il tempo della notte è affai fecondo di tentazio-
„ ni; così egli è il tempo de' caftighi, e de' fuppliz), come fuc-
„ cedette ne' primogeniti degli Egizj , i quali furono nella mez-
„ za notte efterminati.
Avendo S. Ambrofio narrata quella mifteriofa ftoria dice,
che ficcome Mosè, per prevenire il terribile efietto della ven-
detta di Dio , fece mangiare l'agnello Palquale al luo Popolo ;
cosi i debbono difenderfi dalle tentazioni del lor ne-
Criftiani
mico, mangiando il Corpo di Gesù Cristo , in cui trovafi la
remiffione de' peccati preghiera della divina reconciliazio-
, la
ne, e la protezione eterna. „ Ricevete [die' egli] il noftro Si-
„ gnor Gesù Cristo nella voftr' anima, come in un luogo, nel
5,
quale ei debba fare la fua dimora. Ov' è il Corpo di Gesù
„ Cristo, ivi altresì è egli fteffo . E quando il voltro nemico
„ vedrk , che l'albergo da voi preparatogli è ripieno dello fplen-
„ dorè della divina prefenza, riconofcendo , che quel luogo, nel
„ quale egli fperava di far entrare le fue tentazioni , viene a lui
chiufo da Gesù Cristo , prenderà la fuga , e prontamente fi riii-
rerk, di modo che voi pafferete la meta della notte lenza fcanda-
lo, e fenza effere affaliti da alcuna tentazione. Il facrificio del-
la fera vi ricorda altresì l'obbligazione , che a voi corre di non

„ ifcordarvi mai di Gesù Cristo, c nel mettervi a giacere nel vo-


„ Uro letto, dimenticare non vi potrete di un Dio, al quale voi
„ avrete prefentata la voftra preghiera fui finire del giorno , ed
„ il quale avrà faziata la voftra fame , dandovi per alimento il
5>
proprio fuo Corpo. Imperocché lo fteflb penfiero, nel quale
voi

( « ) Eccl. 23.
Libro X. CAriTOLoVIII. ~ 251
voi vi farete fidati la fera , vi ripaffcra prontamente entro lo „
fpirito, quando voi vi rilveglierete. Gesù Cristo fteflb vi „
rifvegliera , e vi avvifcrk di alzarvi , e voi vi munirete coli' „
armi dell' orazione in un tempo, nel quale il Demonio ci attac- „
ca colie più violente tentazioni.
Propone ancora il Santo lu quello particolare la preghiera
fatta da S. Paolo, e da S. Siila nella prigione , durante la not-
te, e conchiude con le feguenti parole: „ Alzatevi adunque, e „
fate che la voltr' anima fi rilVegl). Qiiellojche vi cuftodifce, „
non fi lalcia lorprendere dal fonno, fé non vi trova addormen- „
tati; ed ei fi leverà, fé la voftra vigilanza lo rifveglia , e co- „
manderà ai venti, ed allora il voftro cuore, che era agitato da „
tante tempeftc, goderà di una maravigliofa tranquillità. Con- „
viene adunque, che noi ci leviamo a mezza notte , perchè que- „
fto è il tempo , in cui luol venire lo Ipolo Procurate, che que-
.

fio fpofo non vi trovi addormentati guardatevi dal lafciarvi op-
; „
primere dal fonno in guifa, che non polTiate accendere la voftra „
fiacola. Conviene alzarfi per lodar Dio e per rendergli le,

dovute grazie Conviene altresì confeflare i luoi eterni giù-
.

dizj, ed attribuire alla fua giuftizia tutto il bene, chea noi ne „
deriva. Ed o fiamo ricchi, o godiamo d'una perfetta fanità, „
cofa doveroia ella è , che tributiamo quella riconoicenza alla „
giuftizia del Signor noftro, perchè è giufto ed acciocché tro- ; „
vandoci noi caduti in quefta noftra corporale infermità, perla „
dilgraziata forte della noftra natura, che è adeffo priva di que' „
vantaggi, de' quali una volta godeva, ci ci ajuti a iollevarcene, „
ufando di iua mifericordia nel darci quella forza, e vigore, che „
a tal uopo richiedcfi. Chiara cofa adunque ella è, che né dì, „
né notte, né in qualfivoglia tempo dobbiamo ceffare di adem- „
fiere quefto dovere , e che nefllin momento vi ha , in cui non „
fiamo tenuti a rendere inceffantemente grazie a Dio.
E forza il confeflfare , che quefto difcorfo di S. Ambrofio
fia poco conforme a' coftumi della maggior parte de' Criftiani

del noftro fecolo , le orecchie de' quali fi offenderebbero, le i

predicatori, che loro annunziano le Evangeliche verità, ad elfi


per-
. .

252 ViTADiS. Ambrosio


perfiiaciefrero l'alzarfi nella notte per pregare Iddio . Ma noi
a non altro dobbiamo attribuire queft' edrema dilicatezza, che
alla noftra tiepidezza, ed al noftro rilafTamento, né ol'are dob-
biamo di acculare il noftro Santo di uno zelo indilcreto, poiché
abbiam veduto efferfi fimilmente da S. Giovanni Griloftomo rac-
comandata al Popolo di Coftantinopoli quefta pratica di orare
in tempo di notte dalla quale ei neppure efenta i piccioli
,

fanciulli

Capitolo IX.

Che la preghiera è una efclama':i^07ìe dell' anima , che ne denota


il fervore^ e che ella deve ejfere accompagnata
dalla perfeveran7:a

che da noi fi è riferito della condotta di S. Ambrofio,


CIÒ,
e de' felici da Dio conceduti alla fua pietà ne'
luccelTi
più pericolofi affari della Chiefa, e dell'Imperio, ci deve ren-
dere invincibilmente intefi de' lumi ftraordinarj da lui avuti
circa l'efficacia dell'orazione , della quale con una maniera la
più penetrante ieppe infinuarne l'amore a' fuoi popoli. Una
però delle più importanti lezioni da lui date fu quefta mate-
ria, è d'applicarvifi con fervore, e con perfeveranza, non di-
mandando a Dio, fé non fé cole degne di un anima veramen-
te Criftiana.
Tale neceffità ce la dinota particolarmente , fpiegando
quelle parole del Salmifta: Mio Dio^ io ho indri^^ati verfo di
voi i ahi clamori della mia voce con rutto /' affetto del mio
piti

cuore ; efauditemi , ve ne prego , acciocché )o ojfervi i vojìri co-


mandamenti Imperocché dopo aver propofto l'efempio di quc-
,

fto gran Re, il quale fi è veduto perfeguitato in tutto il corfo


della lua vita , quando da Saule , e quando dal luo proprio
Figliuolo, dice: che quefti nemici vifibili dovevanfi da lui te-
mere meno degl'invifibili , che ci fanno guerra, e per difen-
derfi
Libro X. Capitolo! X. 253
derfi da i quali , cioè dagli aflalti de' Demonj , alzava Davide
verfo Iddio i iuoi clamori con tutto il tuo cuore . „ Per ve-
rità, [die' egli (a)] allorché fi tratta di gridare contro il De-

monio, convien anzi impiegarvi la forza dell' animo, e del cuo-


re, che quella della vocg . Nondimeno il cuore non lalcia di
avere la Tua voce, ficcome il langue ha la iua, che giugno fino „
a Dio , il quale dille a Caino L^ "joce del [angue del tuo fratello „
:

grida "verfo dì me (If). Forma adunque il nodro cuore le lue „


grida, che non fono elteriori , e icnfibili, ma che confillono nel- „
la lublimitade'peniìeri, e nell'armonia delle virtù. Grida la „
Fede in tuono ben alto, e lonoro; ed a cagione dello fpirito , „
che ci vien Ibmminiftrato dall'adozione di figliuoli di Dio, noi „
alziamo le nolìre voci, e diciamo Mio Padre., mio Padre (e), „
e lo Ipirito di Dio parla in noi. La giullizia, e la calHtà han- „
no altresì una voce affai alta, gagliarda, e penetrante; poiché „
elleno fanno parlare i Santi anche dopo la loro morte, ne Io- „
lamente tanno efli parlare, ma ancora gridare, come Abele (d). „
Per contrario l'anima del peccatore ne parla, né grida, mentr' „
egli vive, poiché ella è morta , ella niente ha né di lublime, „
né di magnifico, ne di fomigliante a quella degli Apolloli, de' „
quali fta Icritto , eòe il Juono della lor foce ha rimbombato per ,>
tutta la terra , e che la loro parola Jt è fatta Jentire fino alle

ejìremità della terra (e).

Mosé (/) balbettava, e parlava con della difficolta; non- „
dimeno Dio lo intendeva meglio di tutto il rcftante del fuo Popò- „
lo. Si fa egli tuttavia intendere ogni giorno nella Chiefa, ed Ioli
„ i

Giudei fono quelli, che non l'intendono , perché quantunque „


aprano le orecchie del corpo per alcoltare i tuoi diicorfi, il loro „
cuore non ne ha f intelligenza. Dio dice altresì ad un altro „
Profeta Al-:^te la vofìra voce con tutte le 'vofìre forze (5)
:
)>

Nondimeno non trovafi Icritto , che Anna abbia gridato nel „


fuo

( a) Ambrof. ORon. 1 9. in PJal. 1 1 8. (O Pfnl. 18. V. 4.


( i) Gcn. 4. ( / ) Exod. 4.
( f ) Rom. 8.
{ci) I. Tini, 4.
.,

2<d. ViTADiS. Ambrosio


fuo cuore come Mese, ma folamente dicetì , che ella parla-
va (<«). E ciò ferie, perchè ella domandava de' figliuoli , cioè
perchè la grazia da lei domandata con sipremurofe irtanze, non
confifteva, che in un bene privato, e non in pubbliche bene-
dizioni. Ma perchè ella ricorreva a Dio per domandargli de'
figliuoli, promettendo quand' ei gliele avet-
di offerirli a lui,
fe conceduti, per quefto che ella parlava con Dio
dicefi foltanto
,

Al contrario di Mosè dicefi, che gridava, perchè non prega-


va egli per le flieffo, ma per tutto il fuo Popolo, e per quello
©bbligò Iddio a dirgli Perchè gridate -voi così ?
: In fatti ei
gridava per uno zelo pieno di pietà , e per uu profondo lenti-
mento , onde la di lui voce rilonava fino nel Cielo, doman-
dando una grazia, che richiedeva miracoli i più grandi , edi più
celefti , qual era quella di poter cambiare gli elementi. Final-
mente , per qui tutta rapportare la ferie di quella ftoria , Faraone
flava in procinto di ifcagliarfi fopra di lui , e fopra tutto il luo
Popolo, ed effendo circondato da una infinita di carri Egiziani
gagliardamente incalzava gli Ifdraeliti. Da una parte il Po-
polo di Dio vedevafi attorniato da una prodigiofa moltitudine
di nemici, e dall' altra il mare fi opponeva al fuo paffaggio
e gli impoffibilitava il ritiro , e la fuga . Più a lui non reftava
luogo di confidare nelle fue armi , e di fperare nelle fue forze.
Qi-ieflo Profeta fentiva folamente intorno a fé il confufo mor-
morio di un Popolaccio ammutinato, che neffuna compafTione
meritava, flantecchè colle fue doglianze rimproveravagli, che
a lui farebbe (lato più vantaggioìo i'afibggettarfi nell' Egitto
a' più inlofiVibili pefi che difgra-
di duriffima oppreffione ,

ziatamente perire nel deferto con sì crudel morte . Que-


flc doglianze però a lui nelTun foccorfo recavano , né alcun fo-
glievo, né erano valevoli, che a rendere più enorme il fuo pec-
cato. Mosè adunque flava nel mezzo di quello Popolo, da
fomma triftezza oppreffo , pieno d'inquietudine , e per i peri-
coli, a' quali vedeva efpollo il fuo Popolo, e per le di lui do-
glianze,

(«) I. Reg, I. ,
Libro X. CapitoloIX. 255
glianze ed afpettava radempimento delle promeffe fattegli da
,
5>
Dio , e lenza dire la menoma parola andava tra le ItelTo pen-
lando di qua! mezzo Icrvirebbcfi la di lui Previdenza per affi-
fterlo in queit' occafione , rammentandofi della Tua bontà, e
fcordandoli dell' ingiuria , che a lui faceva quella s\ ingrata
gente. Allora fu, che Iddio gli diffe Perchè efclamate voi w
:

coù verfo d't me? Noto non è a me l'elleriore luono della pa-
rola di Mosè, ma non laicio però di riconolcere la di lui voce.
ti
Io leggo nella Scrittura elprelTo loitanto il luofilenzio; male
fuc opere m' inducono a credere, eh' egli effettivamente indi-
»
rizzava le lue voci a Dio . Il Popolo prorompeva in alti fchia-
mazzi e Dio non l'afcoltava. Mosè neppure una parola di-
,

ceva, e Dio afcoltava la di lui voce. Qiiindi è , che Iddio non


dice al Popolo Perchè gridate voi così ? perchè il Popolo non
:

gridava verlo Dio quando co' luoi clamori domandava cole così
ingiulte , ed indegne di effere domandate da uomini .» Ma a Mosè
folamente dice Iddio: Perchè gridate voi verfo di me? Voi folo
liete quello che a me indirizzate le voftre voci , poiché voi
,
>?
folo fiete quello, che in me collocate la vcitra fperanza Al- .

tri non v'è, che a me rivolto favelli, fuori di voi; poiché

voi lolo liete quello, che afpcttate, che il mio nome fia an- •)•)

nunziato per tutta la terra Mosè adunque gridava nel fuo


.

cuore, né v'c alcun favio, che non faccia la Itefla cola. Fi-
nalmente la Sapienza Itclfa alzando il tuono di fua voce , ci 5)
invita a riltorarci alla lua tazza, e ci dice: Lafciate la follia ^ 5)
e cercate la fapienr!:^ (a). Qjjefto difcorfo è affatto lublime ,

quella elortazione venir non può, che da una voce gagliarda,


»
e poffente; poiché ella promette la lapienza ad uomini itolti,
ed inlenlati .Gesù Cristo ftelfo alzava la fua voce per
dire:^ Se alcuno ha Jet e ^ a me ne venga ^ e beva (b), E cer-
tamente ei gridava ad alta voce, allorché con quelle parole „
chiamava gli uommi al Regno de' Cieli, ed invitava a quella „
bevanda sì adorabile , che infundc nelle noltr' anime il frutto „
della vita eterna. Do-

(#) Prov. 9. I ( *) Ji»iy>n- 7- "v- 27.


2<6 ViTADiS. Ambrosio
Domandate adunque quando voi pregate, cioè
cofe grandi

„ beni eterni, e non tranfitorj, e caduchi. Pregate Dio, che a
„ voi conceda cole affatto divine, e celefti , acciocché voi fiate
„ come gli Angeli di Dio nel Cielo Non vi curate di pregare
.

„ Dio, che vi conceda argento, perchè egli è loggctto alla rug-


„ gine; né oro, perchè non è, che un metallo; né tenute, che
„ altro non fono, che terra. Somigliante preghiera non giugne
„ a Dio, il quale non alcolta domande, che giudica indegne di
„ effere da lui elaudite, né afcolta , che quella voce, la quale

„ dalla pietà formafi in un cuore, quella voce sì piena di divo-


„ zione, e di grazia. Non convien adunque folamente gridare,
„ ma gridare con tutto il cuore. E ficcome i clamori, che for-
„ manfi con il corpo , fi fanno perfettamente allorché tutta aprefi,
„ la bocca per gridare ; così convien gridare fpiritualmente con

„ tutto il cuore, le vogliamo, che Dio a noi conceda eccelle grazie,


„ ed ottenere bramiamo dalla iua beneficenza, che fieno eiaudite le
„ noftre preghiere, e le noftre domansle Efiggeva egli dal Po-
.

„ polo tal forta di voci , e di clamori ; ma perchè non fentiva


„ egli quefto mirteriolo favellare, amaro gliene faceva il rim-

„ provero, dicendogli: ^uejìo Popolo mi otiora colle labbra^ ma


„ // fuo cuore è aj^at loììtano da me (^). Iddio adunque efau-
„ dilce foltanto quelli, il cui cuore a lui avvicinafi; d'onde for-
j, za è concludere , neceffariamente richiedcrfi , che il cuore par-
„ li, acciocché il fuo dilcorlo poffa effere afcoltato . La gran-
„ dczza, e l'inalzamento del Crirtiano conofcefi dalla qualità del-
„ le cofe, ch'egli deve domandare a Dio; e quando egli a lui
„ accoftafi per mezzo dell'orazione, è obbligato a foUevarfi fo-
„ pra le ftelfo, e lopra tutti gli affetti baffi, e terreni, per non
„ defiderare che beni fpirituali, e degni dell' eccellenza del fuo
,

„ ftato . Dice pertanto 11 noftro Santo , averci voluto Gesù


„ Cristo ciò denotare, quand' egli fece la fua orazione fopra di
„ una montagna. Tutti quelli, che pregano, die' egli (^), non
„ falgono, per ciò fare, fopra di una montagna; imperocché vi
è una

'
(^a^ Manh.\<j.v.^. \ {l>) Lio. ^. Commentar, in Lue. e. 6.
.

Libro X. Capitolo IX. 257


è una forta di preghiera, la quale tramutafi in peccato (/?);
ma chiunque la orare, come conviene, lollevandofi dalle cole
della terra a quelle del Cielo , alcende fino alla fommitìi di
ciò 5 che può degnamente occupare le Tue foilccitudini, con la
ricerca di beni 1 più eccellenti, e piìi lublimi Ogn' uomo, .

che è anfiolamenre loUecito delle ricchezze , e degli onori di


quello Mondo , o che vuole ingiuftamente impoffefrarfi delle
terre del luo proflTinio, non alcende fopra una montagna, ma
quello loltanto vi fi porta, che cerca Dio, ed a lui tlomanda
il ioccorlo della lua grazia per compiere lautamente la fua car-

riera. Tutti coloro, che lono grandi, tutti quelli, che han-
no uno fpirito lublime , ed elevato alcendono il monte. Im-
perocché non ha il Profeta detto indifferentemente ad ogni for- „
ta di perlone: Salite [opra dd mo7ìte voi ^ che annun'ziatc l'È-

•vangeito a Gi'rufalcmmc (/»). Salite fopra quello monte non
con i piedi del voftro corpo , ma colla fublimita delle vodrc
azioni, e (eguite Gesù Cristo, per potere voi fteffi divenire
una moutagna , ftantecchè egli è circondato da' monti (e).
Per quello dice l'Evangelio , che i ioli Dilcepoìi lalirono fui
monte con quello divin Salvadore .

Ma qualunque traggafi vantaggio dalla preghiera, ella ci


fark inutile qualora vada dilgiunta dalla fiducia., e dalla perfe-
vcranz.1 Imperocché Gesìi Cristo vuole , che fi batta {d)
,

alla di lui porta per domandargli del pane, e la nollra impor-


tunità è da lui gradita. Non vi è ai-certo cofa, che da noi
Ipcrare non fi debba, dopo l'efprefTo comando da lui a noi s'i
fovente replicato di pregarlo „ Imperocché quando Iddio ci
.

promette alcuna cola (dice il noflro Santo) deve animarci col-


la fperanza di ottenere quanto gli domandiamo, acciocché, fic-
comc le di lui efibizioni allettano la nollra obbedienza, cosi
le lue proraefle impegnino la nollra fede, e folleviuo la noftra

Iperanza coli' elpe'ttazioae de' beni eterni, e della milericordia


di

{b) Pfalm.io^. {e) Pfalrn.iliS^.v.2.


I

( i ) Ijai. 40. -y. 9. '


( <^ ) Lib. 7. in Lue. cap. 1 1

Tom. II. R
. . ,,

258 Vita di S.Ambrosio


di Dio, riflettendo alla tenerezza, e coaipafTione, che foglio-

„ no gli uomini avere per quelli , che Tono a loro fimili pur-
;

„ che però cofe giufte da noi lì domandino, acciocché la nollra


„ preghiera non ci venga afcritta a peccato. Non fi è quindi
„ vergognato S. Paolo di fovente raddoppiare la Tua preghiera
„ per tema di moltrare diffidenza della milericordia di Dio , o
„ di avere concepito difguito per non avere iubito ottenuto quant'

„ ei domandava. Per la qual cofa^ die' egli, io ho pregato tre


„ volte il Signore (<j), facendo vedere con quefte parole, acca-
„ dere fovente, che Dio ci neghi le cofe, che gli domandiamo
„ nelle noftre orazioni, perchè egli giudica eflcre a noi inutili,

„ iebbcnc crediamo, che elleno debbano eflerci vantaggiofc.

Capitolo X.

Lodi del digiuno , e dell' ajìinenxj Crijìiana , cavate da fcritti


di S. Ambrojìo

Uale il noftro Santo per la


affetto nodrifle fobricta, ed

q; il da quale fpirito di mortificazione fuflfe egli


digiuno , e
animato j chiaramente ce lo dimoltrano non meno le da
noi già narrate lue aufterita, che l'intiero libro da lui compo-
fto, per ioddisfarc al concepito difegno di proporre al iuo Po-
polo le virtù di Elia, e le lue maravigliole azioni (^) , a fine
d'animarlo con la fpiegazione di quelta importante materia
come col fuono di una tromba, a prepararfi alla grande fcfta
di Pafqua.
Dopo efferfi in quello libro primieramente detto dal no-
fìro Santo, che la Croce di Gesù Cristo è la vittoria de'Cri-
fìiani, e la di lui Pafqua il loro trofeo, aggiugnc: „ Che que-
llo divin Salvatore ha voluto combattere prima di vincere,
non già che a lui d'uopo fuffe il combattere , per fuperare i fuoi
nemi-

car ) 2. Corinth. 12. v. 8. \ {b) De Elia , &/r}nntf


Libro X. Capitolo X. 25P
nemici, ma per prercriverne a noi la maniera di combatterli,

e darci indi la grazia, per trionf=.irne. Avere egli digiunato, „
e dopo quello Tuo digiuno eflerfi a lui prefentato il Tentato-

re, ed avere, a fine d'attaccarlo, vibrato contro di lui per pri-

mo dardo, quello della gola , dicendogli Se fiere Figliuolo di
:

Dio , comandate , che quejìe pietre droenguno pane (a) . Ma che „
ficcome erafi il Demonio lervito di quella infidia per far cade-

re Gesù Cristo nelle lue reti col defiderio di alimento, cosi

il noltrò Signore fi valfe del digiuno per difenderfi dalle lue reti,

e da' luoi lacci, dicendogli: L'uomo tion 'vi'ue di fola pane , ma

d'ogni parola di Dio . E laddove Adamo fu prefo dal Demo- „
nio con quello laccio ; per lo contrario ogn'uomo è (tato libe-

rato dalle diaboliche infidie con la rifpofta data da Gesù Cristo

al luo nemico, per deludere la di lui fraudolenta propofizione.

Lalciare quindi non poflfiamo di confedlire [ profiegue a dire

il noftro Santo (^)], che il digiuno abbia una maraviglioia et-

ficacia, e lomminittri per combattere una maniera bella tanto,

ed amabile, avendo Gesù Cristo lleffo collocate in eOb le fue

delizie, di modo che abbia ballante forza per inalzare gU uo-

mini fino al Cielo. Per valermi più tollo d'elempli d'uomini, „
che di quello di Dio (lefìTo ; la parola, che ulcì dalla bocca di

Elia, dopo avere digmnato, chiufe il Cielo al popolo Giudeo
, „
il quale era caduto nel facrilegio. Imperocché avendo il Re
Acabbo fatto erigere im Altare, affine che lopra di cflb vi fuf- „
fé adorato l'Idolo di Baal, appena quello Profeta ebbe aperta

la bocca, più non cadde né pioggia, né ruggiada fopra la ter-

ra per tre anni e mtzzo di feguito. Meritavano certamente „
cofloro di efferc cosi caftigati per la loro ingordigia, ed intem-

pcranza; ed era ben giullo , che il Cielo fuffe chiulb a caftigo „
degli empj, che avevano imbrattata la terra colle loro diUblu- „
tezze , e delitti. Ma cofa giuda altresì ella era , che quello „
fìeflb Profeta fulTe mandato da Dio alla Vedova di Sarepta nel-

la Sidonia , per condannare quello facrilego Principe ; e che que-

^*
___^ •

R II
2éc Vita di S. AMBRoSttì
fta donna, la quale aveva preferita la devozione della fua ani-
ma al nodrimento del luo corpo, meritAlTc d'elfere la loia cfen-
tata tra tutte l'altre da quello univerlale caftigo della pubblica
ficcita. Per virtù del digiuno rilulcitò egli il figliuolo di quc-
„ fla Vedova. A cagione del digiuno, altro far non dovette ,
„ che proferire una parola, per far cadere la pioggia. In pre-
„ mio del digiuno egli è ftato inalzato al Cielo in un cocchio di
„ fuoco. Un digiuno di quaranta giorni gli ha fatto godere dei-
„ la prefenza di Dio. Per virtù del fuo digiuno egli ha fermato
„ le acque del Giordano, ed è pafìTato a piedi afciutti quello fiu-

„ me, che feccofìlì in un illante. Qi.ianto più finalmente ha di-


„ giunato, tanto più ha meritato.
„ Aggiugne S. Ambrofio , effere il digiuno l'immagine di
„ una vita tutta celelte, il nodrimento dell'anima, il cibo dello
„ fpirito, la morte del peccato, la dirtruzion de' delitti , un ri-
„ medio falutare, la radice della grazia, il fondamento della ca-
„ ftita
, ed una fcala per giungere più prontamente a Dio. Il

„ digiuno in fatti fu quella fcala, per la quale Elia fall al Cielo,


„ prima di efiervi tralportato (opra del cocchio. E quella fo-
„ brieta, ed altinenza fu l'eredita da lui lalciata al fuo difcepolo
„ Elifeo nel iepararfi da lui. S. Giovanni Battifta, il quale e
„ venuto nel mondo con la virtù, e con lo fpirito di Elia; che
„ come lui fi è applicato al digiuno , vivendo nel deferto, né fi

55
fecondo la natura, ed è Itato llimato, non un uomo,
fibile

j, ma un Angiolo; elfendo Itato fcritto a di lui vanto: Io mando


„ dinanzi a voi il mio Angelo^ che vi preparerà la via («).
In apprelfo rapprelenta Ambrofio il digiuno come una ve-
rte, che CI copre di fantita, e di luce, e ci difende da quella
vergognola nudità , alla quale eravamo itati alsoggettati dal
peccato di Adamo. Dopo di che paffa al digiuno praticato da
Mosè lopra la montagna ne' quaranta giorni della fua dimora
con

{a) Matth. II. V. IO.


Libro X. Capitolo X. 261
con Dio, per ricevere l.i Legge dalle fue mani. Moftra i van-
taggi Itraordinarj riccvuri dalle madri di Santone, e di Samue-
le, dopo averlo oOervato, e qualmente Elilco praticoUo a ri-
guardo dc'luoi diicepoli. Fa confiderare l'effetto cagionato
dal digiuno ne' tre giovanetti , che furono gettati nella forna-
ce di Babilonia , e quello parimente accaduto a Daniele get- ,

tato nella foffa de' lioni. Indi foggiugne: „ Che il digiuno


è la fcuola della continenza, la dilciplina della caftita, rumiltà
dello Ipirito, la mortificazione della carne, il modello della fo-
brieta , la regola della virtù , la purificazione dell'anima, il
fondo, e l'erario delia compafllone Criftiana , l'arre, che infon-
de negli uomini la dolcezza , l'attrattiva della carità , la ora-
zia, che rende venerabili i vecchj, e la falvaguardia delia gio-
vinezza .

Il reftante del libro , dal noftro Santo fcritto fu quefta


materia, è una gagliarda invettiva , con cui condanna il ludo
de' conviti , gli ecceffi della gola , i difordini , e le diflblutez-
ze, che fono confeguenze dell' ubbriachezza, e dell'
le naturali
intemperanza , e rimprovera l'acciecamento , e la durezza di
coloro , i quali da quefto maledetto impegno vengono ditiolti
dall' accoftarfi al Batteilmo, ed a' miflerj ddla Chiefa. Elfen-
docchè ei fuffe un efatto imitatore di San Bafilio, ha prefe da
lui ad impreltito molte cofe, le quali trovanfi inierite in quefto
trattato; ma
l'unzione della fua pietà pcrfonale vi fi fempre U
vedere; né v'è chi non confefiTi, parlar egli, e fcrivere fopra
di ciò per l'abbondanza del fuo cuore.
Si diffonde ancora altrove il nofìro Santo (a) fopra i ma-
ravigliofi effetti del digiuno , veduti nella converfione de' Ni-
niviii, il Re moftrando d'efferfi fcordato della fua di-
de' quali
gnità, fi Ipoghò della reale porpora, fi tolfe dal capo il diade-
ma, velti di facco, e di cilicio, né ricorrendo ad altro, fuor
fi

che digiuno, ed .all'orazione, perfalvar il fuo Popolo minac-


al
ciato per parte di Dio di una generale fovverfione , divenne
un

(«) Enarrat. i. injonam,


Ttv,. II. R I I I
2<^2 Vita di S. Ambrosio
un vero Re della giuftizia, più non fi rammentando del fupre-
mo potere, che aveva egli lopra Dal cui elem-de' Tuoi Stati.

pio commolTa tutta la Citta di Ninive pure praticò un , ella

«enerale digiuno, e fu si afflitta, e compunta, che da elfo non


volle ne andaflero efenti non che i vecchj, ed i fanciulli, ma
né tampoco le beftie. „ Cofa invero maravigliofa ella è [ foggia-
gne poi S. Ambrofio ] che le beftie digiunino per la falute, e
la confervazione di quefta Citta, quantunque elleno non fiano
colpevoli de' dilei delitti. Tal elempio, fratelli, ci obbliga, al-

lorché fiamo efpofti a pubbliche afflizioni, a digiunare tutti in-


differentemente, e ad implorare la milericordia di Dio con una
generale attinenza E per veritk, cola ftrana farebbe, che i
.

Crirtiani ricufaflero di fare per la lor propria falute quanto fe-


cero le beftie in quefta occafione per la ialute degli uomini.
Né altro può dirli di coloro, i quali non oflervano il digiuno ,
che da' Preti vien ordinato , le non che fiano più ftupidi de'
bruti medefimi. Imperocché non è egli un efler beftia il non
comprendere i mali, che ftanno per ifcaricarfi fopra di elfi, e
che già pendono fopra delle loro teite? (piando una beftia ve-
de una fofla, ella le ne allontana, e fchiva precipizi; e voi i

non volete per mezzo del digiuno difendervi dal pericolo, che
avete dinanzi agli occhi? Conviene per verità effere caduto in
una Ipecie di dilperazione , per voler mangiare , allorché uno
fentefi obbligato all'attinenza , e voler ridere , quando è necef-
fario il piangere . Né altra forra di dilperazione ha certa-
mente voluto condannare l'Apottolo, allorché diffe: Penftamo

a bere-, domani
ed a mangiare^ morremo (a).
po'ichhNella qual
brutale dilperazione giammai Iddio non ci laici incorrere.
Ma tutto ciò, che S. Ambrofio ha detto di più infinuan-
te, e di più forte, per infpirare l'amore del digiuno a' Crittia-
ni, può ridurfi a quefta loia confiderazione , che non avendo
Gesù Cristo digiunato per le medefimo, ma per noi, il fuo
elempio deve eflere a noi una legge inviolabile. „ Imperocché
[come

(a) 2. Cor. 15. V. 32.


.

Libro X. Capitolo X. 253


[come dice quefto gran Santo (^)'}^ noi fumo
non per „ falvi ,

linremperanza, ma per il digiuno. Ed il motivo, che ha in- „


dotto Gesù Cristo a digiunare, non è flato per meritare al- „
cuna grazia, ma per darcene una lalutare irruzione
Maravigliare quindi non ci dobbiamo, le il noftro Santo
ci eforta col Salmilta (h) „ a vellirci del digiuno, come di una „
prezioia velie (r), e ci dice, che le il Santo Patriarca Giù- „
Teppe non fulTe Itato coperto dà quello si decorolo ornamento del- „
la lobrictk, e dell'alHnenza, larebbe itato Ipogliato della bian- „
ca velie dell' innocenza , e della lanuta dalla Iregoiata paflìo- „
ne di una donna impudica, ed adultera; ficcome per il contra- „
rio Adamo non fi larebbe veduto ridotto ad una vergognofa nu- „
dita, qualor avefle , qual ricca velie, coniervato il digiuno. „

Capitolo XI.

Ejferft da S. Ambrofto ne fuoi trattati , e fermcmi d'imojìra-


ta la necejjità di fare elcmoftna , e prcjcì'ttta la maniera
di joddtsfare crijìtannmcnts a quejìo dovere,

ERa ripieno,
imponìbile, che Ambrofio avendo
non impiegaire quant'

cuore
S.
aveva egli
il di cari-
di fpirito, e
di eloquenza, per infinuare al fuo Popolo l'obbligazione, che
tutti abbiamo di redimere i noftri peccati con le elemofine.
Dopo avere rotti i calici, ed i lacri vafi della Chiela per loc-
correre i miferabili nelle pubbliche neceflìta , cola ftrana fareb-
be Hata, ch'egli avefle tralalciato di favellare fopra di una ma-
teria delle più importanti di tutta la morale Crilìiana, e che
non meno riguarda la falute de' giufti, che la giuilificazione
de' penitenti Si fono di già raccolti inunopera (//) degli ec-
.

cellenti paflì del Santo Dottore, per confermare quella gran-


de

(a) Lib. 3.de Fideta^.z. i (e) Enamt, in Pfal. "JZ,


( b ) Pj'al. 68. I ( ^ ) Dans CAumofrie Chret tenne f. 24.
R IV
2(^4 Vita di S. Ambrosio
de verità, e fi è impiegata la di lui autorità per dimoftrarc ,
che quelli, a' quali la debolezza non permette di digiunare nel-
la Qiiarefima , debbono fare maggiori limofine. Si è altresì
fatto vedere, che iecondo S. Ambrofio (a) è fpediente con-
vertire in carità lo ftromento dell' avarizia. E fi fono ancora
rapportate alcune regole da lui prefcritte per foddisfare a quelV
obbligo di carità, e di giuftizia. Noi qui adunque inferiremo
foltanto alcune altre confiderazioni cavate da' fuoi fcritti, che
quali gemme di fplendore ripiene dalla Chiefa vengono dili-

gentemente cuftoditi ne' fuoi preziofi tefori.


Defcrive egli gli effetti maravigliofi della liberalità Cri-
ftiana con quelle parole del Savio: L'acqua ejìhigue rardore del
fuoco ^ e l'elemofma reftfle al peccato {b ) „ Eccovi, die' egli,
.

„ una grande parola , la quale deve eflcre alcoltata , e ricevuta


„ da tutto il Mondo con fomma premura, ftantecchè ella pro-
„ mette la grazia di una nuova rifurrezione a quegli uomini , che
„ fono già quafi morti , e che daU' ardore de' loro peccati fono
„ (iati ridotti ad una deplorabile arlura ; affine che l'clemofina

faccia ad elfi quanto l'acqua opera in prò delle piante inaridi-


te, che da lei fono fatte rivivere con un nuovo umore. Vale
a dire, che quelli, i quali erano (tati deplorabilmente infelici
per perdere la vita della grazia , e foggiacere alla morte del
„ peccato, fiano dair elemofina a nuova vita richiamati: e nul-
„ lameno che quelli, i quali per un funefto avvampamento dell'
„ avarizia erano rimarti conlunti , ritornino ad effer lalvi per
„ mezzo della miiericordia , la quale divenendo per loro una
5, lalubre lorgente , li ajuti ad eltinguere con lanta liberalità le
„ fiamme, che elfi Iteffi avevano accele con i loro peccati, ed
5, ecceflfi. Vale a dire altresì, che quelli, i quali per l'addietro
j, con brutale prodigalità avevano fcialacquato il loro danaro nel
5, commettere adulterj, con un commercio totalmente ad elfi van-
5, taggioio lo difpenfino per l'avvenire a fine di altenerfi da traf-
porti

(/») Serra, fa: 5. poji diem C'merum . \ {è ) Eccl. 5.


De Elitf, & Jejiin, C.20. Officiar. l.z. c.i6.\
Libro X. Capitolo XI. 205
porti tanto ingiufti, ed abbominevoli ; ed a fine , per cosi dire, „
di ricomperare l'innocenza della maniera, con cui aveva-
(lefla „
no comperata l'iniquitk. Imperocché avendo Gesù Cristo „
detto a' luoi Dilcepoli Fate elemofwa , e tutte le vojìre cofe
: „
faratjuo monde ^ lubito che voi fate elemofina, per quanto fiate „
lordo , e fiate aggravato di delitti , voi cominciate ad efferc „
innocente ; poiché l'elemofina ha per fua innata proprietà di „
purgare ciò, eh' era (tato imbrattato dall'avarizia laonde di- ; „
Ipenlando voi a' poveri le voftre foltanze, cancellate le mac- „
chie da voi contratte con le voftre frodi, e i voftri ladrocinj. „
Ben vedete adunque , qualmente all' elemofina congiunte van- „
no grazie, e benedizioni, e che ella é da fé fola, e per fc ftef- „
fa valevole a redimere peccati da voi commeflTi.
tutti i

Ma
la giuftizia , alla quale i Criftiani fono obbligati ad
afpirare, deve effere eterna, come quella di Dio medefimo,
di cui dice il Salmifta La vejìra gtuft'tTittt è la giujì'fzìa eter-
:

na^ e la -vofìra legge e la verità (a). „ Imperocché molti vi „


fono (dice il noftro Santo) che non fi ufurpano i beni altrui, „
ma non danno ad altri la ben menoma parte de' fuoi. Altri „
vi fono, che iniquamente ingiufti la roba altrui fi ulurpano , „
e per attribuirfi qualche apparenza di giuftizia , fogliono di- „
fpenfare dell' elemofina a' poveri. Ma quefta non è la giufti- „
zia eterna.
Condanna ancora in un altro luogo le elemofine ,
egli
che non fono fatte con una intenzione pura, e fincera , e dice
pcrderfcne tutto il loro frutto, e tutto il merito per le viziofe
circoftanze, che l'accompagnano. „ Io vi accordo [dice il San- „
to (^)], che il peccato pofla eflere diminuito dalie limofine , „
che fi difpenfano a' poveri; ma conviene, che la fede rendale „
meritorie. che mai gioverebbe difpenfare fuoi beni, fé non „
A i

fi aveffe la grazia. della canta? Alcuni vi fono, che affettano „


di comparire liberali per folo motivo di vanità,
acciocché col „
non

a ) Pfalm. 1 18. v. 142.


( Enéirm. ini C ^ ) ^lù. z.cU Pxnit. ca]). 0.

hunc
ncPftilm.
Pftilm Oclonar.x'è. '
2ÓÓ Vita di S. Ambrosio
non eflerfi rifervata alcuna cofa per loro ftefiì , e moftrato cosi
un totale dilprezzo delle terrene cole, acquiftino la Uima, e
oli applaufi del Popolo . Ma coitoro cercando la lor ricom-

„ penfa in quello Mondo,


radunano per l'altra vita; né
niente
„ loro reità che fperare nell' eternità , avendo di già ricev^ito
,

tutto ciò, che pretendevano, lopra la terra. Altri vi fono,



„ che avendo donati i loro beni allaChiela, per un non fo qua-
„ le impeto, e precipitazione di Ipirito, lenza prima avere lo-

„ pra di ciò maturamente penlato , ed effervi indotti da una ri-


„ foluzione ferma, e collante, rivocano indi le donazioni da elfi
„ fatte, e ciò operando non ricevono né la prima, né la iecon-
,, da ricompenfa ; perchè fi fono refi indegni della prima , non
„ regolando con la prudenza quella buona azione ; né poflbno
„ pretendere alla feconda, per il iacrilegio da eflì commeffo con
Altri poi ancora vi fono quali pen-
„ quella rivocazione . , i fi

5, tono d'avere dillribuiti i loro beni a' poveri.


Deplora S. Ambrofio l'acciecamento degli avari, che non
fanno radunare veri teiori, e gli (limola a far elemofina, al-
lettandoli con dimollrare ad eflì, ciò eflere vantaggiolo a'. loro
proprj intereflTi. „ Qiiando noi moriamo, die' egli (^7), tut-
„ to ciò, che noi poffediamo in quello Mondo, e quanto noi la-
„ fciamo a noftri eredi, tutto da noi lì perde. Imperocché ciò,
5, che da noi
non può portarli con noi , a noi punto non appar-
„ tiene. La fola virtii è quella, che accompagna i morti, e la

„ fola mifericordia è quella, che ci fiegue nell' altra vita, anzi


5, ci precede per prepararci un felice perpetuo loggiorno in. quei

j, celelli tabernacoli. Q_uel poco di danaro, che fi diipenla , ac-

„ quilla a' morti gli eterni tabernacoli , come ci vien inlegnato


„ da' comandamenti di Gesù Cristo, il quale ci dice: Impiega-
5, te le rtcchcTjie mal acquijìate in farvi degli amici , acciocché

„ quando voi verrete a mancare , vi ricevano ne taberfiaceli eter-


„ 7ii {b). Quello comando adunque è onninamente vantaggio-
„ fo alla vollra falute , e valevole ad animare i più tenaci ava-
ri >

( rt ) LìL 7. in Lue. cap. 7. l ( i ) Lue, 1 6. v. 9.


Libro X. Capitolo XI. lój
ri , e ad allcttarli a cambiare le cole caduche , e corruttibili „
con le eterne, ed i beni terreftri , e tranfitorj con quelli di „
Dio. Qiiindi, dice il noftro Santo (/r) ipiegando quello paf- „
io dell' Evangelio, che Gesù Cristo con tutta ragione chia- „
ma le ricchezze ingiufte , perchè il defiderio di effe in molte, „
e diverle maniere ci tenta, e più di un allettativo adopra per „
indurci alla loro fervitù. Quindi è ancora, che Gesù Cri- ,»

STO altresì dice Se non ficte jìati fedeli nclV tifo di un be?ìc
:

/ìi-aniero ^ chi vi darà i vofìri proprj (Z»)? Le ricchezze ibno „
fìraniere a noftro riguardo , perchè elleno non fono fecondo „
l'ordinario corfo della natura , perchè elleno non nafcono con ,j

noi, né paffano con noi all'altro Mondo. Ma per contrario „


Gesù Cristo è di noi, perchè egli è la vita, ed egli ò venuto „
in fua cafa^ ed i fuoi non lo ha?wo ricevuto (e) Nefluno adun- .
,,,

que vi darà ciò, che è voftro, perchè voi non avete creduto, „
che ei fuffe voftro , né lo avete ricevuto , come ve ne correva ,,

l'obbligo. Qiiefto paffo altro non è, per quanto fembra, che „


un rimprovero fatto alli fraudolenti, ed avari Giudei, i quali „
non effendo ftati fedeli nell' ufo de' loro beni , che dovevano „
dividere con i poveri , per la cognizione , che effi avevano , „
che quefti beni loro non appartenevano in proprietà , per ef- „
ferfi da Dio dati i frutti della terra a tutti gli uomini per loro „
comune ufo, fi fono refi indegni di ricevere Gesù Cristo bene „
si preziofo, per far acquifto del quale Zaccheo ha data la meta „
di tutte le lue foftanze. Lalciamo adunque di effere cotanto „
vili col icrvire a' ftranieri, giacche altro padrone non abbia- „

mo, né altro Signore, che-GEsù Cristo.


Quella durezza de ficchi verfo i poveri è un effetto dell'
i

orgoglio loro infpirato dalle ricchezze; né farebbero effi inlenfi-

bili alle afflizioni de' milerabili , le il luffo non li rendeffe inu-


mani. Deplora S. Ambrofio il loro acciecamento , e la lo-

ro ingiulfizia con quelle penetranti parole. ,> L'ampiezza, „


die'

{^ a) In Lue. cap. l6. {e) Joaìin. l. V. II.


|

(6) Liem cap, 1 6. V. 12. '


26S Vita Dif S. Ambrosio
„ die' egli (/?) 5magnificenza delle voitre fale,e de' voftri ap-
e la

„ partamenti vi ,
quando deverebbero anzi
gonfian di orgoglio
„ edere a voi motivi d'afflizione, e di dolore; poiché entro a que-
„ fti vaiti edificj , capaci di ricoverare intieri popoli, la fievole
„ voce de' poveri non può farfi ientire; qnerto però loro non reca
„ alcun pregiudizio , perchè niente ad eflì gioverebbe il gingne-
„ re delle loro flebili voci alle voftre orecchie. Ed è pofiibile,

„ che le voftre (leffe fale non vi ricoprano di confufione, né vi fac-

„ ciano rientrare in voi poiché, mentre vi sforz.ite di o!-


fteffi
;

„ trepaflare i confini delle voftre ricchezze con quelle voftre si


„ magnifiche fabbriche, fiete coltretti ad accorgervi , che tutta-
„ via ne reltano ne' volìri Icrigni, e che molto avete di luperfluo.
„ Voi veftite d'oro le muraglie della voltra caia, e fpogliate i po-
„ veri, e loro togliete per fino gli abiti, che coprono la ior nu-
„ dita. Un uomo ignudo grida dinanzi alla voitra porta,
affatto

„ e voi non vi prendete di lui alcuna pena. Un uomo aftatto


„ ignudo vi efpone con le fue grida la iua miferia, e voi non vi
„ date altro penfiero, che di iapere con qual forta di marmo
„ voi laftricherete il volfro pavimento. Un povero inutilmen-
„ te vi domanda , clie Io ioccorriate con qualche danaro. Un
„ uomo vi chiede del pane, nel mentre che il voltro cavallo mor-
„ de un freno d'oro , e voi non i'alcoltate . Voi vi compiacete di
5,
preziofi, e pompofi ornamenti, nel mentre che tant' altri non
5, hanno con che nodrirfi. Ricco Ipietato , qual terribil giudi-
5, zio tirate voi fopra voi (teffol II popolo viene meno per la fa-

„ me , e voi chiudete i granai. Il popolo piange, e geme, e


„ voi vi trattenete nel voltare , e rivoltare una pietra preziota ,
„ che brilla in un voftro anello] Ah crudele , potrete togliere «
tant' anime dalle fauci di m.orte e far non lo volete, quando -fl
3) ,

con la fola pietra del voftro anello potrefte confervare la vita ad h


un Popolo intiero Imparate da Giobbe, di qual maniera deb-
.'

bono parlare i ricchi (b). Io ho liberato^ die' egli, // pevera


5)
dalle mani dell' uom pojfente , che l opprimeva , e fono flato il pro-
tettore

(«) l.dcNabuthecap.i^, 1 {ò)Jobza.


Libro X. Capitolo XL i6^
tenore deli' Oifuno derelitto, ^lelli , cve /iav.ino per perire y ,,
mi ricolmavano di benedf3:io7}i
, vedova da me
e la bocci della „
confolata , me ne nttgurava le piìt perenni Io mi vcjìiva della.

gtufìixia Io
. er^: l'occhio de' ciechi , il piede de" Troppi , ed il Pa- „
dre degli Orfani. Lo /Iraniero , die' egli (a), non dorrr.iva „
ftìorì della mia cafi , e la mia porta era aperta a tutti quelli , „
che venivano a ricoverarviji Se io ho peccato per impruden:^^
.

non ho occultato il mio fallo , e la cohjtdsr azione della mnltitu- „
dine , e della pili numerofa frequen-^a di popolo non mi ha trat- „
tenuto dal palefarlo alla prefen-z^ di tutti Io non ho fofferto ,
.

che un ammalato ufcijfe dalla tnia cafa fen-z^ la dovuta ajjifìen- „
"Za., e fen-za riportarne alcun foccorfo dalla mia liberalità. Se „
mi è paffata tra le mani qualche promeffa di un debitore , o qual- „
che obbliga'zjo?ie in ifcritto , io /' ho incerata nell' ijlante medejì- ,,

mo per togliermi la fperan^a


,
giammai ricuperare il -mio ere- „
di
dito. Cosi favella Giobbe, quel Giobbe, il quale altresì fi prò- „
tefta d'avere pianto fopra tutti gli ammalati, d'avere prorotto „
in gemiti iopra tutti quelli, che vedeva in neceflltà, nel men- „
tre, eh' egli era nell' abbondanza, e d'avere riguardati come „
giorni peffimi quelli ne' quali vedeva fé mcdcfimo in una co-
, „
piofa abbondanza di beni, egli altri in una iomma indigenza. „
E le cosi parla quello , che giammai non ha refi efaufti di la- ,,

grime gli occhi della vedova quello che giammai non ha


;
, „
mangiato folo il fuo pane, fenza farne parte all'Orfano; quel- „
Io, quale è (tato allevato , nodrito , iitruito fino dalla lua
il „
giovinezza nel più tenero paterno afietto , che giammai non „
ha difprezziti nudi , anzi ha coperti , e fepolti i morti , ha
i „
rifcaldati gli ammalati colla lana delle fue pecore, non ha op- „
preffo il pupillo, mai non fi è compiaciuto delle fue ricchezze, j,

né mai fi è rallegrato della caduta de' fuoi nemici; fé un uomo, „


che poffedeva tanti beni , è Itato volontariamente povero nei „
mezzo di tante ricchezze , né ha tratto altro vantaggio da „
un SI. doviziofo patrimonio , che quello di praticare le opere „
della milericordia ; che farà di voi nell'altro mondo , voi che „
non fapece fare un buon ufo de' voRri beni , che loffritc una „
foni-

ca) 70^31.
270 Vita di S. Ambrosio
„ foinma, e deplorabile mendicità nel mezzo delle voftre abbon-
,j danti ricchezze, delle quali non ne diiptrnlate giammai una bea
„ menoma parte ad alcuno, e colle quali giammai non porgete
„ ad altri alcun loccorlo?
Ma eirendocchè la carità di S. Ambrofio fuflfe da fovr-
umano lume rilchiarata, delbrive egli altrove il dilcernimento,
di cui fa d'uopo uiare nella diilribuzione Jellc elemoHne ; e
quantunque (uo intento fia di prircipaluieiitc illruirne gli Ec-
clefialtici; le regole nondimeno da lui ad efli prefcritte, pedo-
no praticarfi da chiunque s'impiega in queli'elercizio di com-
paflione, acciocché non fìa indotto ad appiicarvifi dalla vanita,
ma dalla giuftizia ; (tantecchè giammai ne' poveri ftata non fia
tanto ingorda, ed impudente, quanto ella è a' noflri tempi,
l'avidità nel domandare. '„ Vengono, die' egli (<?), delle per-
„ fone robufte , vengono alcuni , che nelTun altro motivo hanno
„ di chiedere elemofina, fé non l'ingiulta brama di condurre una

„ vita oziofa , e vagabonda; vengono colioro per godere de' fon-


„ di, deftinati al follievo de' poveri, e togliere ad elfi la maniera
„ di ricevere alcun foccorfo, ne fi contentano di quel poco, che
„ lo