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BIB110IECA ANGELICA

MELIANINO
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BIBLIOTECA

D E G L I

SCRITTORI LATINI

coLLA VERSIONE A FRONTE


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TITU S IL IV I US
TITI LIVII
PATA VINI

I HI I S T O R I A R U MI
AE URBE conni TA LIBRI QUI SUPERSUNT on INEs

EX RECENSIONE ARN. DRAKENBORCH

ACCEDUNT SUPPLEMENTA DEPERDIToaUM T. Liviu LIBRoRUM

A J O H. F R E I N S H E M I O
C O N C IN N A T' A

VOLUMEN II.

VENETIIS
E X CUD IT JosEPH ANTO NEL L I
AUREIS l)ONATUS NUMISMA TIBUS

M,DCCC, XLII
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ST O R I A IR O MI A NA
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TITO LIVIO
COI SUPPLEMENTI DEL FRE IN SEMIO

TRADOTTA

DAL C. LUIGI MABIL


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CON ANNOTArioNI

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VENEZIA
D ALLA TIP. DI GIUSEPPE ANTONELLI ED.
PREMIATo con MEDAGLIE D ono
1842
TITO LIVIO
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TITI LIVII PATAVINI
H I S T O R I A R U MI
AB URBE CONDITA LIBRI

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EPITOMIE

LIBRI VIGESIMI SEXTI

C. Fulvius ob amissum in Apulia exercitum in Gneo Fulvio se ne va in esilio per aver perduto
exsilium abit. Hannibal a Capua pulsus, Romam l'esercito nella Puglia. Annibale scacciato da Capua,
petit. Ad tertium ab urbe Roma lapidem super si reca sopra Roma. A tre miglia da essa accampossi
Anienem castra posuit : ipse vero cum duobus milli al di sopra del fiume Aniene; egli stesso con due mila
bus equitum usque ad ipsam Capenam portam, ut cavalli cavalcò sino alla porta Capena per osservare la
urbissitum exploraret, obequitavit : et quum per tri situazione della città. Ed essendo per tre giorni con
duum in aciem utrimgue exercitus omnis descendis tinui uscito a battaglia tutto l'esercito d'ambe le
set, certamen tempestas diremit: nam, quum in parti, un temporale impedi sempre lo scontro del
castra rediissent, statim serenitas erat. Capua capta l'armi; perciocchè, com'erano tornati agli alloggia
est a Q. Fulvio et Ap. Claudio consulibus. Principes menti, subito v'era serenità. Capua è presa dai con
Campanorum veneno sibi consciverunt mortem. Quum soli Quinto Fulvio, ed Appio Claudio. I primati dei
senatus Campanorum deligatus esset ad palos, ut se campani si diedero la morte col veleno. Mentre il se
curi feriretur, literas a senatu missas Q. Fulvius nato di Capua stava legato al palo per essere deca
consul, quibus jubebatur parcere, anteguam legeret, pitato, il console Quinto Fulvio si ripose in seno,
in sinu posuit, et lege agi jussit, et supplicium pere senza leggerle, le lettere speditegli dal senato, che
git. Quum in comitiis apud populum quaereretur, cui gli ordinavano di perdonare, e volle che si eseguisse
mandaretur Hispaniarum imperium, nullo id volente la legge, e consumò il supplizio. Trattandosi ne' co
mizi presso il popolo, a chi commettere il comando
suscipere, P. Scipio, P. filius, qui in Hispania cecide
delle spagne, nessuno volendo prenderlo, Publio Sci
rat, professus est se iturum: et, suffragio populi con
sensugue omnium missus, Novam Carthaginem uno pione, figlio di quel Publio, ch'era stato
ucciso nella

die expugnavit, quum ageret vigesimum quartum spagna, dichiarò che ci andrebbe : e mandato per

ºººm, ridereturgue divina stirpe creatus; quonian suffragio del popolo, e con generale consentimento
I
-

Livio 2
3 TITI LIVII EPITOME LIBRI VIGESIMI SEXTI 4

et ipse, postguam togam acceperat, quotidie in Ca prese in un solo giorno Cartagine la Nuova, nell'età
pitolio erat ; et in cubiculo matris ejus auguis saepe di ventiquattro anni, credendosi che discendesse da
numero videbatur. Res praeterea in Sicilia gestas origine celeste ; perciocchè , vestita ch'ebbe la toga,
continet, et amicitiam cum Aetolis junctam, bellum era ogni giorno sul Campidoglio : e si era veduto
gue gestum adversus Acarnanas et Philippum Mace spesso un serpente nella stanza, ove dormiva sua ma
doniae regem. dre. Il libro contiene inoltre le imprese fatte in Si
cilia, e l'amicizia stretta cogli Etoli, e la guerra
contro gli Acarnani, e contro Filippo re di Macedo
nia.
TITI LIVII

L I B E R V I G E S I MI U S S E X TU S

è3

I. (Anno U. C. 541. – A. C. 211.) Ca. Ful 1. (Anni D. R. 541. – A. C. 211) Essendo


vius Centumalus, P. Sulpicius Galba consules, i consoli Gneo Fulvio Centumalo, e Publio Sul
quum idibus Martiis magistratum inissent, senatu picio Galba entrati in carica alla metà del mese
in Capitolium vocato, de republica, de admini di Marzo, radunato il senato in Campidoglio,
stratione belli, de provinciis exercitibusque Pa consultarono i Padri intorno la repubblica, il
tres consuluerunt. Q. Fulvio, A. Claudio, prioris modo di governare la guerra, intorno le province
anni consulibus, prorogatum imperium est, atque e gli eserciti. Si prorogò il comando a Quinto
exercitus, quos habebant, decreti; adjectumque, Fulvio, e ad Appio Claudio, consoli dell'anno
ne a Capua, quam obsidebant, abscederent, prius antecedente; si decretarono loro i medesimi
quam expugnassent. Ea tum cura maxime inten eserciti, che avevano ; fu aggiunto, che non par
tos habebat Romanos; non ab ira tantum, quae tissero dall'assedio di Capua innanzi di averla
in nullam umquam civitatem justior fuit, quam presa. Quest'era il pensiero che, più ch'altro,
quod urbs tam nobilis ac potens, sicut defectione stava in cuore a Romani; non tanto per indi
sua traxerat aliquot populos, ita recepta inclina gnazione, di cui non v'ebbe la più giusta contro
tura rursus animos videbatur ad veteris imperii alcun'altra città, quanto perchè, siccome una
respectum. Et praetoribus prioris anni, M. Junio città sì nobile e potente avea colla sua ribellione
in Etruria, P. Sempronio in Gallia, cum binis trascinati seco alquanti popoli, così pareva che
legionibus, quas habuerant, prorogatum est im avrebbe, ricuperata che fosse, inchinati gli animi
perium. Prorogatum et M. Marcello, ut pro con nuovamente alla riverenza dell'impero antico.
sule in Sicilia reliqua belli perficeret eo exercitu, Si prorogò il comando anche ai pretori dell'anno
quem haberet: si supplemento opus esset, supple antecedente, a Marco Giunio nella Toscana, a
ret de legionibus, quibus P. Cornelius propraetor Publio Sempronio nella Gallia colle due legioni,
in Sicilia praeesset; dum me quem militem legeret che avevano ; similmente a Marco Marcello, ac
ex eo numero, quibus senatus missionem redi ciocchè con titolo di proconsole terminasse il
tumoue in patriam negasset ante belli finem. C. rimanente della guerra nella Sicilia coll'esercito,
Sulpicio, cui Sicilia e venerat, duae legiones, quas che aveva: se abbisognasse di supplemento, lo
P. Cornelius habuisset, decretae, et supplemen traesse dalle legioni, ch'erano comandate in Sici
tum de exercitu Cn. Fulvii, qui priore anno in lia dal propretore Publio Cornelio; purchè non
Apulia foede caesus fugatusque erat. Huic generi levasse alcun soldato di quelli, a quali il senato
militum senatus eumdem, quem Cannensibus, fi avea negato il congedo, ed il ritorno innanzi che
nem statuerat militiae: additum etiam utrorum finisse la guerra. Si decretarono a Caio Sulpicio,
que ignominiae est, me in oppidis hibernarent, cui toccata era la Sicilia, le due legioni, che aveva
neve hiberna propius ullam urbem decem milli avute Publio Cornelio, e un supplemento dal
bus passuum aedificarent. L. Cornelio in Sardinia l'esercito di Gneo Fulvio, che l'anno avanti era
dua e legiones datae, quibus Q. Mucius praefue stato nella Puglia bruttamente disfatto, e messo
rat: supplementum, si opus esset, consules scri in fuga. A questa classe di soldati avea prefisso
-

7 TITI LIVII LIBER XXVI. 8

bere jussi. T. Otacilio et M. Valerio Siciliae il senato, come a quei di Canne, non altro ter
Graeciaeque ora cum legionibus classibusque, mine della milizia, che quello della guerra; s'era
quibus pracerant, decretae. Quinquaginta Graeci pur anche aggiunto, ad ignominia d'ambedue,
cum legione una, centum Siculi cum duabus le che non potessero svernare nelle terre murate,
gionibus habebant naves. Tribus et viginti legio nè piantare i loro quartieri meno lontani di dieci
mibus Romanis eo anno bellum terra marique est miglia dalle città. Si diedero a Lucio Cornelio
gestum. nella Sardegna le due legioni, ch'erano state co
mandate da Quinto Mucio. Se occorresse supple
mento, ebbero i consoli facoltà di arrolare. Le
coste della Sicilia e della Grecia furono assegnate
a Tito Otacilio e a Marco Valerio colle ſlotte e
colle legioni, cui comandavano. Aveano i Greci
cinquanta navi con una legione, i Siciliani cento
navi con due legioni. Si fe” la guerra in quel
l'anno per terra e per mare con ventitrè legioni
Romane.

II. Principio eius anni quum de literis L. II. Nel principio di quell'anno, trattandosi
Marcii referretur, res gestae magnificae senatui in senato delle lettere di Lucio Marcio, parvero
visae: titulus honoris (quod, imperio non populi al senato magnifiche le imprese di lui; ma spia
jussu, non ex auctoritate Patrum dato. Proprae cque ai più quel titolo di onore, ch'egli s'era
tor senatui, scripserat) magnam partem homi preso, in un comando non conferitogli nè dal
num offendebat. Rem mali exempli esse, impera popolo, nè dal senato, scrivendo « il Propretore
tores legi ab exercitibus, et solemne auspicato al senato. » Esser cosa di mal esempio, che gli
rum comitiorum in castra et provincias, procul eserciti si eleggan essi il lor comandante, e che
ab legibus magistratibusque, ad militarem teme la solennità dei comizii, cui gli auspizii debbono
ritatem transferri. Et, quum quidam referendum consagrare, si trasporti agli accampamenti ed
ad sematum censerent, melius visum differri eam alle province, lungi dalla vigilanza delle leggi
consultationem, donec proficisceremtur equites, e dei magistrati, in balia del capriccio del solda
qui ab Marcio literas attulerant. Rescribi de fru to. E stimando alcuni, che si avesse a propor la
mento et vestimentis exercitus placuit: « eam cosa al senato, parve meglio differire sì fatta
utramque rem curaefore senatui. Adscribi autem, consulta sino a che fossero partiti i cavalieri, che
Propraetori L. Marcio, non placuit; ne id ipsum, avean recate le lettere di Marcio. Fu risposto,
quod consultationi reliquerant, pro praejudicato quanto al frumento ed al vestito, « che il senato
ferret. Dimissis equitibus, de nulla reprius con penserebbe all'uno ed all'altro. - Non si pose
sules retulerunt, omniumque in unum sententiae « al Propretore Lucio Marcio º per non antici
congruebant, agendum cun tribunis plebis esse, pare il giudizio su quello, ch'era tuttavia in con
primo quoque tempore ad plebem ferrent, quem sulta. Licenziati i cavalieri, non altra cosa i
cum imperio mitti placeret in Hispaniam ad consoli proposero innanzi questa; e tutti i pareri
eum exercitum, cui Cn. Scipio imperator prae consentirono in uno, che si trattasse coi tribuni
fisset. Ea res cum tribunis acta promulgataque della plebe, acciocchè al più presto le propones
est. Sed aliud certamen occupaverat animos. C. sero, chi volevano che si mandasse in Ispagna
Sempronius Blaesus die dicta Cn. Fulvium, ob al comando di quell'esercito, del quale era stato
exercitum in Apulia amissum, in concionibus comandante Gneo Scipione. La cosa fu quindi
vexabat : « multos imperatores temeritate atque trattata coi tribuni, e proposta al popolo. Se non
inscientia exercitum in locum praecipitem per che altro dibattimento di già teneva gli animi
duxisse dictitans: neminem, praeter Cn. Ful preoccupati. Caio Sempronio Bleso, avendo ac
vium, ante corrupisse omnibus vitiis legiones cusato Gneo Fulvio per l'esercito perduto nella
suas, quam proderet. Itaque vere dici posse, prius Puglia, lo travagliava fieramente nelle concioni
eos perisse, quam viderent hostem; nec ab Han al popolo, dicendo. « molti comandanti aver con
nibale, sed ab imperatore suo, victos esse. Nemi dotto i loro eserciti a rovina per temerità ed
nem, quum suffragium ineat, satis cernere, cui ignoranza: nessuno, eccetto Gneo Fulvio, aver
imperium, cui exercitum permittat. Quid inter corrotte le legioni con ogni sorta di vizii prima
fuisse inter Ti. Sempronium? Quum ei servorum di darle in mano del nemico. Quindi potersi dire
exercitus datus esset, brevi effecisse disciplina veramente, ch'erano perite innanzi che vedessero
atſue imperio, ut nemo eorum generis ac sangui il nemico, e che non erano state vinte da Anni
nis sui memorin acie esset, praesidio sociis, hosti bale, ma sì dallo stesso loro comandante. E que
-

0 TITI LIVII LIBER XXVI. - 1o

bus terrori essent: Cumas, Beneventum, aliasque sto è, perchè nessuno, dando il voto, considera
urbes eos velut e faucibus Hannibalis ereptas po abbastanza a chi affida il comando, a chi l'eser
pulo Romano restituisse. Cn. Fulvium Quiritium cito. Qual differenza tra costui e Tito Sempro
Romanorum exercitum, honeste genitos, libera nio? Questi, avuto un esercito composto di schia
liter educatos, servilibus vitiis imbuisse. Ergo vi, fece in breve colla disciplina e col vigor del
effecisse, ut feroces et inquieti intersocios, ignavi comando, che nessun d'essi in un dì di battaglia
et imbelles inter hostes essent, mec impetum mo rammentasse l'origine e il sangue suo, ed anzi
do Poenorum, sed ne clamorem quidem sustinere fosse difesa degli alleati, terrore dei nemici; e
possent. Nec, hercule, mirum esse, milites in acie strappate quasi dalle fauci di Annibale Cuma,
non stetisse, quum primus omnium imperator Benevento, ed altre città, le restituì al popolo
fugeret. Magis mirari se, aliquos stantes cecidis Romano. Gneo Fulvio, l'esercito dei Quiriti Ro
se, et non omnes comites Cn. Fulvii fuisse pavo mani, gioventù nata bene, liberalmente educata,
ris ac fugae. C. Flaminium, L. Paullum, L. Po l'imbrattò di vizii servili. Quindi avea fatto che
stumium, Cn. ac P. Scipiones cadere in acie ma fossero feroci ed inquieti cogli alleati, pusillanimi
luisse, quam deserere circumventos exercitus. ed imbelli coi nemici; nè potessero, non che
Cm. Fulvium prope unum nuncium deleti exerci l'impeto, sostenere il primo grido dei Cartagi
tus Romam redisse. Facinus indignum esse, Can nesi. Nè maraviglia, per Bacco, che i soldati non
nensem exercitum, quod ex acie fugerit, in Sici abbiano tenuto fermo, quando il loro coman
liam deportatum, ne prius inde dimittatur, quam dante primo fuggì ; si maravigliava più tosto,
hostis ex Italia decesserit, et hoc idem in Cn. Ful che alcuni cadessero combattendo, e non tutti
vii legionibus muper decretum : Cn. Fulvio fu invece si facessero compagni della paura e della
gam ex proelio, ipsius temeritate commisso, im fuga di Gneo Fulvio. Preferirono di morire sul
punitam esse: et eum in ganea lustrisque, ubi campo di battaglia Caio Flaminio, Lucio Paolo,
juventam egerit, senectutem acturum: milites, Lucio Postumio, Gneo e Publio Scipioni, più
qui nihil aliud peccaverint, quam quod impera presto che abbandonare i loro eserciti avvilup
toris similes fuerint, relegatos prope in exsilium, pati. Gneo Fulvio fu quasi il solo, che tornasse
ignominiosam pati militiam : adeo imparem li a Roma colla notizia dell'esercito disfatto. È in
bertatem Romae diti ac pauperi, honorato atque degna cosa, che l'esercito di Canne, perchè fuggì
in honorato esse. » dalla battaglia, sia stato confinato nella Sicilia,
per non doverne uscire sino a che il nemico non
sia partito d'Italia; e che siasi decretato lo stesso
per le legioni di Fulvio; e che la fuga di Fulvio
da una battaglia appiccata per sua temerità, sia
rimasta impunita; e ch'egli a passar abbia la sua
vecchiezza dove consumò la giovanezza, nelle
taverne e nei bordelli; e che i di lui soldati, che
in niente altro peccarono, che nell'essere stati
simili al lor capitano, rilegati quasi in esiglio
sopportino una milizia cotanto ignominiosa:
tanto è grande in Roma la differenza di libertà.
tra il ricco ed il povero, tra l'uomo d'alta e di
bassa condizione ! »
III. Reus ab se culpam in milites transferebat: III. L'accusato riversava la colpa da sè sopra
« Eos ferociter pugnam poscentes productos in i soldati: a che avendo essi stessi chiesta feroce
aciem, non eo, quo voluerint (quia serum diei mente la battaglia, fattili avanzare non in quel
fuerit), sed postero die, et tempore et loco aequo dì, che volevano, perchè l'ora era tarda, ma il dì
instructos, seu famam, seu vim hostium non su seguente, ordinatili in tempo e luogo vantaggio
stinuisse. Quum effuse omnes fugerent, se quoque so, non aveano sostenuto nè la lor fama, nè l'urto
turba oblatum; ut Varronem Cannensi pugna, ut dei nemici. Datisi tutti a precipitosa fuga, ci fu
multos alios imperatores. Qui autem solum se strascinato egli pure dalla frotta, come già Var
restantem prodesse reipublicae, nisi mors sua re rone nella battaglia di Canne, e come molti altri
medio publicis cladibus futura esset, potuisse ? comandanti. In qual modo avrebbe egli potuto,
Non se inopia commeatus, non in loca iniqua in restando solo, giovare alla repubblica, se non se
caute deductum, non agmine inexplorato euntem nel caso, che la sua morte fosse stata rimedio
insidiis circumventum. Vi aperta, armis, acie vi alla pubblica sciagura ? Non perchè mancante
ctum nec suorum animos, nec hostium, in p. di vettovaglie, non perchè tratto incautamente
1 I TITI LIVII LIBER XXVI. i2

testate habuisse. Suum cuique ingenium audaciam in luoghi svantaggiosi, non perchè caduto fosse
aut pavorem facere. » Bis est accusatus, pecunia in agguati; ma fu vinto a forza aperta, coll'armi,
que anquisitum: tertio, testibus datis, quum, sul campo di battaglia: non avea potuto padro
praeterquam quod omnibus probris onerabatur, neggiare nè l'animo de'suoi, nè quello dei nemi
jurati permulti dicerent, fugae pavorisque ini ci; chè la natura di ciascheduno il fa ardimen
tium a praetore ortum ; ab eo desertos milites, toso o pusillanime. " Due volte fu accusato, e si
quum haud vanum timorem ducis crederent, trattò di punirlo con pena pecuniaria; la terza
terga dedisse; tanta ira accensa est, ut capite prodotti alquanti testimonii, oltre che il carica
anquirendum concio succlamaret. De eo quoque rono d'ogni sorta d'improperii, affermando pa
novum certamen ortum: nam, quum tribunus recchi d'essi con giuramento, che il principio
bis pecunia anduisisset, tertio capitis se anguirere della paura e della fuga era venuto dal pretore,
diceret; tribuni plebis appellati, a collegae, me chè i soldati, abbandonati da lui, avean voltate
garunt, se in mora esse, quo minus, quod ei more le spalle, credendo che la paura del comandante
majorum permissum esset, seu legibus seu mori non fosse senza ragione; tanto sdegno si accese,
bus mallet, anguireret, quoad vel capitis, vel che la plebe si pose a gridare, doversi propor
pecuniae judicasset privato. » Tum Sempronius, la pena capitale. Anche su di ciò insorse nuovo
« perduellionis se judicare Cn. Fulvio, º dixit, conflitto; perciocchè avendo il tribuno proposta
diemque comitiis ab C. Calpurnio praetore urbis due volte la pena pecuniaria, e la terza volta la
petit. Inde alia spes ab reo tentata est; si adesse pena capitale, appellatosi Gneo agli altri tribuni
in judicio Q. Fulvius frater posset, florens tum della plebe, questi dissero, a ch'ei non si oppo
et fama rerum gestarum, et propinqua spe Ca nevano al collega, perch'egli, secondo che per
puae potiundae. Id quum per literas miserabiliter metteva l'usanza de maggiori, seguendo, come
pro fratris capite scriptas petisset Fulvius, negas più gli piacesse, o le leggi, ovvero il costume,
sentoue Patres e republica esse, abscedi a Capua ; procedesse insino a tanto che Fulvio, uomo pri
postguam dies comitiorum aderat, Cn. Fulvius vato, fosse condannato a pena pecuniaria, o capi
exsulatum Tarquinios abiit: id ei justum exsilium tale. Allora Sempronio disse, «ch'egli accusava
esse, scivit plebs. Gneo Fulvio di lesa maestà; - e chiede, che Caio
Calpurnio, pretore urbano, assegni il giorno dei
comizii. Il reo tentò dappoi altro soccorso, se
mai potesse assistere al giudizio suo fratello
Quinto Fulvio, allora in grande favore e per
le belle sue geste, e per la vicina speranza, che
s'impadronisse di Capua. Avendo chiesta Quinto
questa licenza con lettere piene di compassione
per la salvezza del fratello, e risposto i Padri,
ch'era dannoso alla repubblica, ch'egli si partisse
di Capua, Gneo Fulvio, venuto il giorno dei co
mizii andò da sè stesso in bando a Tarquinia :
la plebe gli confermò, come giusta, la pena del
bando.
IV. Inter haec vis omnis belli versa in Capuam IV. S'era volto in questo mezzo tutto lo sforzo
erat: obsidebatur tamen acrius, quam oppugna della guerra contro Capua: era però più tosto
batur; nec aut famem tolerare servitia ac plebs vigorosamente assediata, che combattuta; nè gli
poterant, aut mittere nuncios ad Hannibalem per schiavi, nè la plebe potean più oltre tollerare
custodias tam arctas. Inventus estNumida, qui, ac la fame, nè si potea spedir messi ad Annibale di
ceptis literis, evasurum se professus, ut promis mezzo a scolte sì fitte. Si trovò un Numida, che,
sum praestaret, per media Romana castra nocte ricevute le lettere, accertando che sarebbe pas
egressus, spem accendit Campanis, dum aliquid sato, uscito la notte per mezzo al campo Romano,
virium superesset, ab omni parte eruptionem a compiere la sua promessa, riaccese ne'Campani
tentandi. Ceterum in multis certaminibus eque la speranza, dacchè avanzava loro ancora qual
stria proelia ferme prospera faciebant: pedites che po' di forza, di tentar con frutto una gene
superabantur. Sed nequaquam tam laetum vin rale sortita. Del resto in molti fatti le zuffe eque
cere, quam triste vinci ulla parte erat ab obsesso stri riuscivan loro quasi sempre felici; nelle pe
et prope expugnato hoste. Inita tandem ratio est, destri erano al di sotto. Se non che non recava
ut, quod viribus deerat, arte aequaretur. Ex tanto piacere il vincere, quanto dolore l'essere
omnibus legionibus electi sunt juvenes, maxime in qualche parte vinti da un nemico assediato, e
13 TI'l'I LIVIl LlBER XXVI. 14

vigore ac levitate corporum veloces: eis parmae quasi debellato. Si è trovata sul fine una via
breviores, quam equestres, et septena jacula qua di pareggiare coll'arte quello, che mancava alle
termos longa pedes data, praefixa ferro, quale forze. Si trassero da tutte le legioni i giovani,
hastis velitaribus inest. Eos singulos in equos ch'eran più lesti per vigoria e leggerezza di cor
suos accipientes equites assuefecerunt, et vehi pi: si diedero loro scudi più piccioli di quelli
post sese, et desilire perniciter, ubi signum da usati da cavalieri, e sette giavellotti, lunghi quat
tum esset. Postguam assuetudine quotidiana sa tro piedi colla punta di ferro, simile a quella
tis intrepide visum est fieri, in campum, qui me dell'asta dei veliti. I cavalieri, ciascuno presone
dius inter castra murumque erat, adversus in uno sul suo cavallo, gli avvezzarono a salire in
structos Campanorum equites processerunt: et, groppa, e a saltare a terra prestamente, come ne
ubi ad conjectum teli ventum est, signo dato ve fosse dato il segno. Poi che parve, che col conti
lites desiliunt. Pedestris inde acies ex equitatu nuo esercizio si fossero fatti bastantemente intre
repente in hostium equites incurrit, jaculaque pidi, si portarono innanzi nella pianura, ch'era
cum impetu alia super alia emittunt. Quibus plu di mezzo tra il campo e le mura, ad affrontare
rimis in equos virosque passim conjectis permul i cavalieri Campani; e come si venne a tiro di
tos vulneraverunt: pavoris tamen plus ex re giavellotto, i veliti al dato segno balzano a ter
nova atque inopinata injectum est; et in percul ra; poscia, di cavalieri divenuti fanti, all'improv
sum hostem equites invecti, fugam stragemque viso si scagliano contro la cavalleria nemica,
eorum usque ad portas fecerunt: inde equitatu e scoccano impetuosamente dardi sopra dardi.
quoque superior Romana res fuit. Institutum, ut Scagliatone da ogni parte un nembo, ferirono
velites in legionibus essent. Auctorem peditum gran numero d'uomini e di cavalli; fu però più
equiti immiscendorum centurionem Q. Navium la paura per la cosa nuova ed impensata; e la
feruni, honorique id ei apud imperatorem fuisse. gente a cavallo, corsa addosso al nemico sbigot
tito, inseguendo i fuggiaschi sin presso alle por
te, ne fece strage. D'allora in poi cominciarono
i Romani ad essere superiori anche in cavalleria.
Fu stabilito che nelle legioni ci fosser sempre
dei veliti. Dicesi che l'inventore di mescolar
de fanti tra i cavalli fu il centurione Quinto
Navio, e che ne trasse grande onore dal coman
dante.
V. Quum in hoc statu ad Capuam res essent, V. Tal essendo lo stato delle cose sotto Capua,
Hannibalem diversum Tarentinae arcispotiundae era diviso Annibale tra due diversi pensieri e di
Capuaeque retinendae trahebant curae. Vicit prendere la rocca di Taranto, e di conservare
tamen respectus Capuae, in quan omnium socio Capua. Vinse però il riguardo di Capua, verso
rum hostiumque conversos videbat animos; do la quale vedeva rivolti gli animi di tutti gli al
cumento futurae, qualemcumque eventum de leati e nemici, e che dovea servire di documen
ſectio ab Romanis habuisset. Igitur, magna parte to, qualunque fosse per esser l'esito della ribel
impedimentorum relicta in Bruttiis, et omni gra lione dai Romani. Lasciata adunque gran parte
viore armatu, cum delectis peditum equitumque, del bagagliume nei Bruzii, e tutta la grossa
quam poterat aptissimis ad maturandum iter, in armatura, con un corpo scelto di fanti e di cavalli,
Campaniam contendit: secuti tamen tam raptim i più atti ad accelerare il cammino, move alla
euntem tres et triginta elephanti. In valle occulta volta della Campania. Il seguirono però, sebbene
post Tifata montem imminentem Capuae conse andasse così veloce, trenta tre elefanti. Si fermò
dit. Adveniens quum castellum Galatiam, praesi in una valle occulta di dietro al monte Tifata,
dio vi pulso, cepisset, in circumsedentes Capuam che sovrasta a Capua. Avendo preso nel venire
se vertit. Praemissis ante munciis Capuam, quo il forte di Galazia, scacciandone a forza il presi
tempore castra Romana aggressurus esset, ut dio, si voltò verso gli assediatori di Capua. Man
eodem et illi, ad eruptionem parati, portis omni dativi innanzi dei messi ad avvisare, in che tempo
bus sese effumderent, ingentem praebuit terro avrebbe assaltati gli accampamenti Romani, ac
rem : nam alia parte ipse adortus est; alia Cam ciocchè nello stesso essi pure, pronti alla sortita,
pani omnes, pedites equitesque, et cum iis Puni sboccasser fuori da tutte le porte, mise grande
cum praesidium, cui Bostar et Hanno praeerant, spavento. Perciocchè egli in persona diede l'as
erupit. Romani, ut in re trepida, ne ad unam salto da una parte, da un'altra tutti i Campani,
concurrendo partem aliquid indefensi relinque fanteria e cavalleria, e insieme il presidio Carta
rent. ita interse copias partiti sunt: Ap. Claudius ginese, alla cui testa erano Bostare ed Annone.
15 TITI LIVII LIBER XXVI. 16

Campanis, Fulvius Hannibali est oppositus: C. I Romani in tanta trepidazione, per non lasciar
Nero propraetor cum equitibus sextae legionis ne, correndo ad una parte, un'altra indifesa, si
via, quae Suessulam fert; C. Fulvius Flaccusle son divise a questo modo le genti. Appio Claudio
gatus cum sociali equitatu constitit e regione fu messo di rincontro a Campani, Fulvio ad An
Vulturni amnis. Proelium non solito modo cla nibale. Caio Nerone propretore si piantò coi
more actumultu est coeptum, sed ad alium vi cavalli della sesta legione sulla strada, che mette
rorum, equorum, armorumque sonum, disposita a Suessola; il legato Caio Fulvio Flacco colla
in muris Campanorum imbellis multitudo tan cavalleria degli alleati dirimpetto al fiume Vul
tum cum aeris crepitu, qualis in defectu lunae turno. La battaglia cominciò, non all'usato modo
silenti nocte cieri solet, edidit clamorem, ut aver col grido e col tumulto, ma oltre lo strepitar
teret etiam pugnantium animos. Campanos facile de'soldati, de'cavalli e dell'armi, l'imbelle mol
a vallo Appius arcebat Major vis ab altera parte titudine dei Campani, distribuita sulle mura, tal
Fulvium, Hannibal et Poeni, urgebant. Legio menò rumore percuotendo vasi di rame, qual
ibi sexta loco cessit: qua pulsa, cohors Hispano suole farsi in tacita notte allo svenir della luna,
rum cum tribus elephantis usque ad vallum per che a sè rivolse gli sguardi degli stessi combat
vasit; ruperatolue mediam aciem Romanorum, et tenti. Appio facilmente respingeva i Campani
in ancipiti speac periculo erat, utrum in castra dallo steccato; più grossa forza incalzava Fulvio
perrumperet, an intercluderetur a suis. Quem dall'altra parte, Annibale co' suoi Cartaginesi.
pavorem legionis periculumque castrorum Ful Quivi la sesta legione perdette terreno; respinta
vius ubi vidit, Q. Navium primoresque alios cen la quale, una coorte di Spagnuoli con tre elefanti
turionum hortatur, « ut cohortem hostium sub s'inoltrò sino allo steccato, ed avea sfondato
vallo pugnantem invadant: in summo discrimine il centro de Romani, e s'era messa tra la spe
rem verti: aut viam dandam iis esse, et minore ranza e il pericolo o di lanciarsi dentro il campo
conatu, quam condensam aciem irrupissent, in nemico, o d'essere tagliata fuori da'suoi. Come
castra irrupturos; aut conficiendos sub vallo esse. vide Fulvio la paura della legione ed il pericolo
Nec magni certaminis rem fore: paucos esse, et del campo, esorta Quinto Navio e gli altri prin
ab suis interclusos; et quae, dum paveat Roma cipali centurioni « ad assaltare la coorte nemica,
mus, interrupta acies videatur, eam, si se utrim che combatteva sotto lo steccato. La cosa era
que in hostem vertat, ancipiti pugna medios cir al sommo dello stretto; o bisognava lasciar loro
cumventuram. » Navius ubi haec imperatoris aperta la via, e si sarebbon lanciati dentro il
dicta accepit, secundi hastati signum ademptum campo con manco sforzo, che non avean fatto
signifero in hostes infert; jacturum in medios per isfondare il folto delle schiere, o tagliarli
eos minitans, ni se propere sequantur milites, et a pezzi a piè dello steccato. Nè ci vorrebbe gran
partem capessant pugnae. Ingens corpus erat, et che: son pochi, e schiusi dai loro; e quella stessa
arma honestabant; et sublatum alte signum con legione, che adesso, pel timore ch'ebbe il Roma
verterat ad spectaculum cives hostesque. Cete no, sembra rotta pel mezzo, quella stessa, se si
rum, postguam jam ad signa per venerat Hispa volti d'ambe le parti contro il nemico, col dop
norum, tum undique in eum tragulae conjectae, pio assalto è certa d'invilupparlo. » Navio, udite
et prope tota in unum acies versa : sed neque le parole del comandante, strappata di mano
hostium multitudo, neque telorum vis arcere all'alfiere l'insegna del secondo corpo degli astati,
impetum eius viri potuerunt. la drizza contro i nemici, minacciando i suoi, che
l'avrebbe gettata in mezzo alle file nemiche, se
rattamente non lo seguissero, e prendesser parte
nella pugna. Era Navio di grande statura, e le
armi gli davano rilievo; e la bandiera alto levata
avea rivolto a sè gli sguardi degli amici insieme
e de'nemici. Come però fu presso alle insegne
Spagnuole, gli si scagliò contro un nembo di
giavellotti, e tutta quasi la coorte si volse contro
lui solo; ma nè la moltitudine dei nemici, nè
il piover dei dardi poterono arrestare l'impeto
di quel prode.
VI. Et M. Atilius legatus, primi principis ex VI. Anche il legato Marcio Atilio sforzò l'al
eadem legione signum inferri in cohortem Hispa fiere della prima compagnia di quella stessa
norum coegit. Et, qui castris praeerant, L. Por legione a voltar la bandiera contro la coorte
cius Licinus et T. Popillius legati pro vallo acri Spagnuola. I legati, che presiedevano all'accani
17 TITI LIVII LIBER XXVI. 18
ter propugnant, elephantosque transgredientes pamento, Lucio Porcio Licinio, e Tito Popilio,
in ipso vallo conficiunt: quorum corporibus combattono ferocemente dinanzi allo steccato, e
quum oppleta esset fossa, velut aggere aut ponte ammazzano sullo steccato stesso gli elefanti, che
injecto, transitum hostibus dedit. Ibi per stragem erano in atto di travalicarlo; i corpi de' quali
jacentium elephantorum atrox edita caedes. Al avendo colmata la fossa, quasi sopra un argine,
tera in parte castrorum jam impulsi erant Cam o un ponte, si aperse la via a nemici di passar
pani Punicumque praesidium, et sub ipsa porta oltre. Quivi sopra i corpi de'prostesi elefanti si
Capuae, quae Vulturnum fert, pugnabatur: ne fe'crudele battaglia. All'altra parte del campo
que tam armati irrumpentibus Romanis resiste già respinti erano i Campani e il presidio Car
bant, quam quod porta, ballistis scorpionibusque taginese, e presso la stessa porta di Capua, che
instructa, missilibus procul hostes arcebat. Et mena a Vulturno, si combatteva, nè quivi non
suppressit impetum Romanorum vulnus impera tanto resistevano gli armati all'urto de'Romani,
toris Ap. Claudii, cui, suos ante prima signa quanto che la porta stessa, guernita di balestre
adhortanti, sub laevo humero summum pectus e di scorpioni, tenea, saettando, lontani i nemici.
gaeso ictum est. Magna tamen vis hostium ante Rallentò l'impeto de Romani la ferita del coman
portam est caesa: ceteri trepidi in urbem com dante Appio Claudio, il quale, mentre sulle pri
pulsi. Et Hannibal, postguam cohortis Hispano me file incoraggia i suoi, fu colpito da un gia
rum stragem vidit, summaque vi castra hostium vellotto nella sommità del petto, sotto la spalla
defendi, omissa oppugnatione, recipere signa et sinistra. Nondimeno fu grande l'uccisione dei
convertere agmen peditum, objecto a tergo equi nemici presso la porta: gli altri spaventati fu
tatu, ne hostis instaret, coepit. Legionum ardor rono respinti nella città. Annibale, poi che vide
ingens ad hostem insequendum fuit: sed Flaccus la strage della coorte Spagnuola, e che si difen
receptui cani jussit; satis ad utrumque pro devano gli accampamenti con gran vigore, la
fectum ratus, ut et Campani, quam haud multum sciata l'impresa, cominciò a ritrarre le insegne,
in Hannibale praesidii esset, et ipse Hannibal e richiamare indietro le schiere, opponendo la
sentiret. Caesa eo die, qui hujus pugnae auctores cavalleria alle spalle, acciocchè il nemico non
sunt, octo millia hominum de Hannibalis exerci le incalzasse. Fu grande l'ardore delle legioni
tu, tria ex Campanis tradunt; signaque Cartha nell'inseguire il nemico; ma Flacco fe' sonare
giniensibus quindecim adempta, duodeviginti a raccolta, pago del doppio vantaggio, e che i
Campanis. Apud alios nequaquarn tantam molem Capuani sentissero quanto poco avean da contare
pngnae inveni, plusque pavoris, quam certami sul soccorso di Annibale, e che Annibale ciò
nis, fuisse: quum inopinato in castra Romana stesso sentisse. Quelli, che scrivono di questa
Numidae Hispanique cum elephantis irrupissent; battaglia, dicono esser morti in quel dì otto mila
elephanti, per media castra vadentes, stragem uomini dell'esercito di Annibale, tre mila dei
tabernaculorum ingenti somitu ac fugam abrum Campani; e che si son tolte ai Cartaginesi quin
pentium vincula jumentorum facerent : fraudem dici bandiere, e diciotto ai Campani. Non trovo
quoque super tumultum adjectam, immissis ab presso gli altri che il fatto fosse di tanta mole;
Hannibale, qui (habuit aliquos ) gnari latinae bensì che fu più la paura, che il menar delle ma
linguae juberent consulum verbis, quoniam amis ni, essendo i Numidi e gli Spagnuoli penetrati
sa castra essent, pro se quemque militum in pro improvvisamente nel campo Romano cogli ele
ximos montes fugere: sed eam celeriter cognitam fanti; avendo questi, attraversando gli alloggia
fraudem, oppressamoue magna caede hostium ; menti, fatta strage del padiglioni con gran fra
- elephantos igni e castris exactos. Hoc ultimum casso, anche per parte dei giumenti, che, rotti
(utcumque initum finitumque est) ante deditio i legami, si fuggivano; essendosi aggiunta a quel
nem Capuae proelium fuit. Medixtuticus, qui trambusto anche la frode, coll'aver Annibale
summus magistratus apud Campanos est, eo mandati alcuni, che pratici della lingua latina
anno Seppius Lesius erat, loco obscuro tenuique (e ne aveva seco alquanti) ordinassero a nome
fortuna ortus. Matrem ejus quondam, pro pupil de'consoli, che, poi che il campo era perduto,
lo eo procurantem familiare ostentum, quum ogni soldato da sè si ritraesse a monti vicini:
respondisset aruspex, summum quod esset impe ma fu scoperto prestamente l'inganno, e affogato
rium Capuae, perventurum ad eum puerum, nihil nella grande strage de'nemici; gli elefanti furon
ad eam spem agnoscentem, dixisse ferunt: a Nae cacciati fuori dagli steccati col fuoco. Questo fu
tu perditas res Campanorum narras, ubi sum l'ultimo fatto d'arme, comunque avesse princi
mus honos ad filium meum perveniet! » Ea ludi piato e finito, ch'ebbe luogo innanzi la dedizione
ficatio veri, et ipsa in verum vertit: nam quum di Capua. Era in quell'anno medistutico, ch'è
fame ferroque urgerentur, nec spes ulla super il magistrato supremo dei Campani, Seppio Lc
Livio 2 - 2
19 TITI LIVII LIBER XXVI. 20

esset, iis, qui nati in spem honorum erant, hono sio, di nascita oscura, e di tenue fortuna. Narrano
res detrectantibus, Lesius, querendo desertam che un giorno sua madre, mentre attendeva ad
ac proditam a primoribus Capuam, summum ma espiare pel pupillo un domestico prodigio, aven
gistratum ultimus omnium Campanorum cepit. dole risposto l'aruspice,che quel fanciullo sarebbe
un dì arrivato alla carica, ch'è la suprema in
Capua, nulla trovando essa, che la confermasse
in così fatta speranza, dicesse: « Certo tu presa
gisti la rovina di Capua, se avverrà mai che mio
figlio conseguisca il primo degli onori. » Queste
parole dette per ischerzo si convertiron nel vero.
Perciocchè Capua essendo stretta dalla fame e
dal ferro, nè rimanendo alcuna speranza, nè cu
rando gli onori quelli, ch'eran pur nati alla spe
ranza di conseguirli, Lesio, dolendosi che la
patria fosse abbandonata e tradita dai più illustri
tra cittadini, fu, ultimo di tutti i Campani, pro
mosso al supremo magistrato.
vII. Ceteram Hannibal, ut nec hostes elici VII. Del resto Annibale, poi che vide che nè
amplius ad pugnam vidit, nec per castra eorum si poteva più trarre il nemico a battaglia, nè farsi
perrumpi ad Capuam posse, ne suos quoque com strada a Capua di mezzo al loro campo, anche
meatus intercluderent novi consules, abscedere perchè i nuovi consoli non gli tagliasser fuori
irrito incepto, et movere a Capua statuit castra. le vettovaglie, deliberò di cessare dalla vana im
Multa secum, quonam inde ire pergeret, volventi presa, e di ritirarsi da Capua. Ravvolgendo in
subiitanimum impetus, caput ipsum belli Romam mente diversi pensieri, dove avesse, di là par
petendi: cujus rei semper cupitae praetermissam tendo, ad andare, gli venne impeto di portarsi
occasionem post Cannensem pugnam et alii vulgo a Roma, alla sorgente stessa della guerra: cosa
fremebant,et ipse non dissimulabat: «Necopinato sempre bramata, e di cui comunemente dolevansi,
pavore ac tumultu, non esse desperandum, ali ed egli stesso non dissimulava, d'essersi lasciata,
quam partem urbis occupari posse; et, si Roma dopo la rotta di Canne, sfuggire l'occasione.
in discrimine esset, Capuam extemplo omissuros “Non era fuor di speranza, che nel terrore e
aut ambo imperatores Romanos, aut alterum ex nel tumulto impensato si potesse occupare qual
iis: et, si divisissent copias, utrumque infirmio che parte della città; e se Roma fosse in pericolo,
rem factum aut sibi, aut Campanis, bene geren subitamente o i due comandanti, o uno d'essi,
dae rei fortunam daturos esse. - Una ea cura avrebbon lasciata Capua; e se avessero diviso
angebat, ne, ubi abscessisset, extemplo dederen le lorgenti, l'uno e l'altro, fatto più debole di
tur Campani, Numidam promptum ad omnia au lui, o de Campani, avrebbon data occasione
denda donis perlicit, ut, literis acceptis, specie di qualche buon successo. » Un solo pensiero
transfugae castra Romana ingressus, altera parte lo travagliava; che come fosse partito, subito
Capuam clam pervadat. Literae autem erant ad quelli di Capua non si arrendessero. Quindi al
hortatione plenae. «Profectionem suam, quaesa letta co'doni un Numida, pronto a tutto arri
lutaris illis foret, abstracturam ad defendendam schiare, perchè, avuta una lettera, entrando,
Romam ab oppugnanda Capua duces atque exer come disertore, nel campo Romano, dall'altra
citus Romanos. Ne desponderentanimos: toleran parte si rechi a Capua nascostamente. Era la let
do paucos dies, totam soluturos obsidionem. - In tera piena di esortazioni: «La sua partenza, che
denayes influmine Vulturno comprehensas subigi sarebbe la lor salute, avrebbe richiamati i consoli
ad id, quod jam ante praesidii causa fecerat, ca e gli eserciti Romani dal combatter Capua a di
stellum jussit. Quarum ubi tantam copiam esse, fender Roma. Non si perdessero di animo: tol
ut una nocte trajici posset exercitus, allatum est, lerando ancora pochi dì, si sarebbon liberati
cibariis decem dierum praeparatis, deductas nocle dall'assedio. » Indi ordinò che le navi, fatte
ad fluvium legiones ante lucem trajecit. arrestare nel fiume Vulturno, si accostassero al
forte, che avea già fatto costruire a difesa del
luogo. Delle quali come gli fu detto tanta essere
la copia, che si poteva in una sola notte far pas
sare tutto l'esercito, preparato il cibo per dieci
giorni, condotte le legioni la notte al fiume, lo
valicò innanzi giorno.
2I TITI LIVII LIBER XXVI. - 22

VIII. Id priusquam fieret, ita futurum com VIII. Prima che questo accadesse, avendo
pertum ex transfugis, Fulvius Flaccus senatui Ro Fulvio Flacco saputo dai disertori ch'era per
mam quum scripsisset, varie hominum animi pro accadere, e scrittone al senato, gli animi delle
cujusque ingenio affecti sunt. Ut in re tam tre persone furono diversamente colpiti secondo la
pida, senatu extemplo vocato, P. Cornelius, cui natura di ciascuno. Convocato subito il senato,
Asinae cognomen erat omnes duces exercitusque come richiedeva la terribile circostanza, Publio
ex tota Italia, negue Capuae, meque ullius alterius Cornelio, soprannominato Asina, non curandosi
rei memor, ad urbis praesidium revocabat. Fabius nè di Capua, nè d'altra impresa qualunque, ri
Maximus, abscedi a Capua, terrerique et circum chiamava da tutta Italia tutti quanti erano i
agi ad nutus comminationesque Hannibalis fla comandanti e gli eserciti Romani alla difesa
gitium ducebat: « Qui ad Cannas victorire tamen di Roma. Fabio Massimo stimava cosa vituperosa
ad urbem ausus non esset, eum a Capua repul partirsi da Capua, e lasciarsi atterrire ed aggirare
sum, spem potiundae urbis Romae cepisse? Non secondo i cenni e le minacce di Annibale: « Colui,
ad Romam obsidendam, sed ad Capuae liberan che vincitore a Canne, non aveva osato di andare
dam obsidionem, ire. Romam eum eo exercitu, a Roma, respinto da Capua avrebbe preso spe
qui ad urbem esset, Jovem, foederum ruptorum ranza di pigliar Roma? Viene, non per assediar
ab Hannibale testem, deosque alios defensuros Roma, bensì per liberar Capua. La difenderanno
esse. " Has diversas sententias media sententia P. coll'esercito, che le sta presso, e Giove, testimo
Valerii Flacci vicit; qui utriusque rei memor, nio de'patti infranti da Annibale, e gli altri dei.»
imperatoribus, qui ad Capuam essent, scriben Questi diversi pareri furon vinti da un tal qual
dum censuit: « Quid ad urbem praesidii esset, parere di mezzo di Publio Valerio Flacco, il qua
quantas autem Hannibal copias duceret, autouan le avuto riguardo e a Roma e a Capua opinò che
to exercitu ad Capuam obsidendam opus esset, si scrivesse ai comandanti, ch'erano sotto Capua,
ipsos scire. Si et Romam e ducibus alter, et exer a quante fossero le forze in Roma; saper essi
citus pars mitti posset ut ab reliquo et duce et quante genti menasse Annibale con sè, o di quante
exercitu Capua recte obsideretur ; inter se com si abbisognasse a tener fermo l'assedio di Capua.
pararent Claudius Fulviusque, utri obsidenda Se si potesse mandare a Roma uno dei due co
Capua, utri, ad probibendam obsidione patriam, mandanti, ed una parte dell'esercito, purchè
Romam veniundum esset. - Hoc senatusconsulto l'altro comandante e l'altro esercito assediasse
Capuam perlato, Q. Fulvius proconsul, cui, col Capua debitamente, i consoli Claudio e Fulvio
lega ex vulnere aegro, eundum Romam erat, e tra sè divisassero qual d'essi restasse all'assedio
tribus exercitibus milite electo, ad quindecim di Capua, qual dovesse venire a Roma ad impe
millia peditum, mille equites, Vulturnum tradu dir, che fosse assediata. Portato a Capua il de
cit. Inde quum Hannibalem Latina via iturum creto del senato, il proconsole Quinto Fulvio,
satis comperisset, ipse per Appiae municipia, cui toccava andare a Roma, essendo il collega
quaeque propter eam viam sunt, Setiam, Coram, infermo per la ferita, fatta una scelta da tutti e
Lanuvium praemisit, ut commeatus paratos et tre gli eserciti, di quindici mila fanti a un dipres
in urbibus haberent, et ex agris deviis in viam so, e di mille cavalli, portolli al Vulturno. Indi
proferrent, praesidiaque in urbes contraberent, essendosi accertato che Annibale avrebbe presa
ut sua cuique respublica in manu esset. la strada Latina, egli, attraversando i municipii
della via Appia, mandò innanzi a Sezia, a Cora
ed a Lanuvio, che son su quella via, ad avvisare,
che preparassero vettovaglie, e le tenessero nelle
città, e dalle terre dell'interno le portassero in
sulla strada, e riparassero i presidii nelle città,
sì che ognuno difendesse il proprio comune.
IX. Hannibal, quo die Vulturnum est trans IX. Annibale, nel dì stesso, che passò il Vul
gressus, haud procula ſlumine castra posuit. Po turno, si accampò non lungi dal fiume. Nel sus
stero die praeter Cales in agrum Sidicinum per seguente giunse nel territorio de' Sidicini, oltre
venit: ibi diem unum populando moratus, per Cale: quivi fermatosi un giorno a saccheggiare,
Suessulam Allifanumque et Casinatem agrum via menò l'esercito per Suessola e pel contado Alli
Latina ducit. Sub Casinum biduo stativa habita fano e Casinate sulla via Latina. Si fermò due
et passim populationes factae. Inde, praeter Inte giorni sotto Casino, e pose a sacco qua e là i
ramnam Aquinumque, Fregellanum agrum ad contorni. Di là, oltrepassando Interamna ed
Lirim fluvium ventum: ubi intercisum pontem Aquino, si venne nel contado Fregellano al fiume
a Fregellanis morandi itineris causa invenit. Et Liri, dove trovò il ponte tagliato da quei di Fre
23 TITI LIVII LIBER XXVI. 24
Fulvium Vulturnus tenuerat amnis, navibus ab gelle, onde ritardargli il cammino. Avendo An
Hannibale incensis, rates ad trajiciendum exerci mibale abbruciate le navi, anche Fulvio era stato
tum, in magna inopia materiae, aegre comparan ritardato dal fiume Vulturno, provando difficoltà
tem. Trajecto ratibus exercitu, reliquum Fulvio di procacciarsi delle zattere per la grande scar
expeditum iter, non per urbes modo, sed circa sezza di legname. Passato l'esercito su queste, il
viam, expositis benigne commeatibus, erat: ala restante del cammino di Fulvio fu assai spedito,
cresque milites alius alium, ut adderet gradum, trovando cortesemente vettovaglie apparecchiate
memor ad defendendam ire patriam, hortaban non solamente nelle città, ma lungo la via. Ed
tur. Romam Fregellanus nuncius, diem noctem i soldati allegri si confortavano l'un l'altro ad
que itinere continuato, ingentem attulit terrorem. affrettare il passo, pensando, che andavano a
Tumultuosius, quam allatum erat, cursus homi difender la patria. Un messo spedito da Fregelle
num, aſfingentium vana auditis, totam urbem a Roma, continuando il suo viaggio dì e notte,
conciverat. Ploratus mulierum non ex privatis ci portò grande terrore. Il correr qua e là della
solum domibus exaudiebatur; sed undigue ma gente, che aggiungeva cose false alle vere, avea
tromae, in publicum effusae, circa deim delubra messo in tutta la città più grave scompiglio, che
discurrunt, crinibus passis aras verrentes, mixae non ne avea recato la stessa nuova. Non si udiva
genibus, supinas manus ad coelum ac deos ten soltanto il pianger delle donne dalle case private,
dentes, orantesque, ut urbem Romanam e ma ma da ogni parte le matrone, spandendosi per
nibus hostium eriperent, matresque Romanas et le strade, corrono a templi degli dei, colle di
liberos parvos inviolatos servarent. Senatus ma sciolte chiome spazzando gli altari, inginocchiate,
gistratibus in foro praesto est, si quid consulere levando alte le mani al cielo ed agli dei, e pre
velint. Alii accipiunt imperia, discedunto ue ad gando che Roma salvino dalle mani dei nemici,
suas quisque officiorum partes: alii offerunt se, e inviolate serbino le madri Romane e i pargo
si quo usus operae sit. Praesidia in arce, in Ca letti lor figli. Il senato sta sulla piazza, presto ad
pitolio, in muris, circa urbem, in monte etiam ascoltare i magistrati che volessero consultarlo.
Albano atque arce Aesulana ponuntur. Inter hunc Altri ricevon gli ordini e partono, ciascuno a
tumultum, Q. Fulvium proconsulem profectum compiere i commessi uffizii: altri si offrono, se
cum exercitu a Capua affertur; cui ne minuere occorresse l'opera loro in nessun che. Si metton
tur imperium, si in urbem venisset, decernit se guardie sulla rocca, nel Campidoglio, sulle mura,
natus, ut Q. Fulvio par cum consulibus imperium intorno la città, per sino sul monte Albano e
esset. Hannibal, infestius perpopulato agro Fre sulla rocca Esulana. In mezzo a questo trambusto
gellano propter intercisos pontes, per Frusina viene arrecato, che il proconsole Quinto Fulvio
tem Ferentinatemque et Anagninum agrum in era partito da Capua coll'esercito; al quale per
Lavicanum venit. lnde Algido Tusculum petiit: chè non fosse punto scemato di autorità venendo
mec receptus moenibus, infra Tusculum destror a Roma, decretò il senato che l' avesse eguale a
sus Gabios descendit. Inde in Pupiniam exercitu quella dei consoli. Annibale, avendo devastato
demisso, octo millia passuum ab Roma posuit ca più nimichevolmente il contado dei Fregellani,
stra. Quo propius hostis accedebat, eo major cae perchè aveano tagliati i ponti, per le terre di
des fiebat fugientium, praecedentibus Numidis; Frusinone, di. Ferentino e di Anagni venne nel
pluresque omnium generum atque aetatium ca Lavicano. Di là pel monte Algido, si drizzò alla
piebantur. volta di Toscolo, e non accolto melle mura, al di
sotto di Toscolo, a man destra, discese a Gabio;
e quindi, calato l'esercito per la Pupinia, si ac
campò ad otto miglia da Roma. Quanto più il
nemico si accostava, tanto era maggiore, scor
rendo innanzi i Numidi, la strage de' fuggitivi ;
e si facevano assai prigioni di ogni condizione,
di ogni età.
X. In hoc tumultu Fulvius Flaccus, porta X. Nel bollor di questo tumulto Fulvio Flac
Capena cum exercitu Romam ingressus, media co, entrato in Roma coll'esercito per la porta
urbe per Carinas Esquilias contendit Inde egres Capena pel mezzo della città, attraversando le
sus, inter Esquilinam Collinam que portam po Carine, si porta alle Esquilie; donde uscito, andò
suit castra. Aediles plebis commeatum eo com ad accamparsi tra la porta Esquilina e la Collina.
portarunt. Consules senatusque in castra vene Gli edili della plebe vi fecero trasportare le vet
runt: ibide summa republica consultatum. Pla tovaglie. I consoli ed il senato vennero al campo:
cuit, consules circa portas Collinam Esquilinam quivi si consultò della somma delle cose. Si con
25 TITI LIVII LIBER XXVI. 26

que ponere castra: C. Calpurnium praetorem ur venne che i consoli si accampassero tra la porta
banum Capitolio atque arci praeesse: et sematum Collina e la Esquilina; che Caio Calpurnio, pre
frequentem in foro contineri, si quid in tam su tore urbano, guardasse il Campidoglio e la rocca;
bitis rebus consulto opus esset. Inter haec Han che il senato in buon numero stesse raccolto sulla
nibal ad Anienem fluvium, tria millia passuum piazza, se ne casi improvvisi occorresse di con
ab urbe, castra admovit . Ibi stati vis positis, ipse sultarlo. Intanto Annibale portò il campo al fiu
cum duobus millibus e porta Collina usque ad me Aniene, tre miglia discosto da Roma. Quivi
Herculis templum est progressus; atque, unde attendatosi, s'inoltrò egli stesso in persona con
proxime poterat, moenia situmque urbis obequi due mila cavalli dalla porta Collina sino al tem
tans contemplabatur. Id eum tam licenter atque pio di Ercole; e cavalcando quanto più presso
otiose facere, Flacco indignum visum est. Itaque poteva, contemplava le mura e il sito della città.
immisit equites, submoverique atque in castra re Parve a Flacco indegna cosa, ch'egli ciò facesse
digi hostium equitatum jussit. Quum commis con tanta licenza ed agiatezza; quindi gli mandò
sum proelium esset, consules transfugas Numi contro alquanti cavalli, ed ordinò che la caval
darum, qui tum in Aventino ad mille et ducentos leria nemica fosse rimossa e respinta ne' suoi
erant, media urbe transire Esquilias jusserunt: accampamenti. Appiccatasi la zuffa, i consoli co
nullos aptiores, interconvalles tectaque hortorum mandarono che i disertori Numidi, ch'erano da
et sepulcra aut cavas undidue vias, ad pugnan mille e dugento sul monte Aventino, per mezzo
dum futuros rati. Quos quum ex arce Capitolio della città passassero alle Esquilie, stimando che
que clivo Publicio in equis decurrentes quidam non altri fossero più atti a combattere tra le val
vidissent, captum Aventinum conclamaverunt. late e i casamenti degli orti, tra i sepolcri e le
Ea res tantum tumultum ac fugam praebuit, ut, strade concave all'intorno. Se non che avendoli
misi castra Punica extra urbem fuissent, effusura alcuni veduti correr giù a cavallo dalla rocca e
se omnis pavida multitudo fuerit. Tunc in domos dal Campidoglio per la pubblica calata, grida
atque in tecta refugiebant, vagosque in viis suos rono che l'Aventino era preso. Questo incidente
pro hostibus lapidibus telisque incessebant. Nec produsse tanto tumulto e tanta fuga, che se il
comprimi tumultus aperirique error poterat, re nemico non fosse stato accampato alle porte, tutta
fertis itineribus agrestium turba pecorumque,quae la moltitudine spaventata si sarebbe lanciata fuori
repentinus pavor in urbem compulerat. Equestre della città. Allora si rifuggivano nelle case e sui
proelium secundum fuit, submotidue hostes sunt; tetti, e scagliavan dardi e sassi contro i suoi che
et, quia multis locis comprimendi tumultus erant, erano per le strade, credendoli nemici. Nè si
qui temere oriebantur, placuit, omnes, qui di potea far quetare il tumulto, nè metter in chiaro
ctatores, consules, censoresve fuissent, cum im l'inganno, piene, com'erano le strade di folla di
perio esse, donec recessisset a muris hostis. Et contadini e di bestiami, che l'improvviso terrore
diei quod reliquum fuit, etnocte insequenti, multi avea cacciati dentro la città. La battaglia equestre
temere excitati tumultus sunt, compressique. fu felice, e i nemici furono allontanati; e perchè
bisognava comprimere in molti luoghi i tumulti,
che accidentalmente nascevano, fu preso, che
tutti quelli ch'erano stati dittatori, consoli o
censori, avessero dritto di comandare, sino a
tanto che il nemico non si fosse discostato dalle
mura. Nel restante del giorno, e la notte susse
guente molti tumulti furono casualmente eccitati
e compressi.
XI. Postero die transgressus Anienem Hanni XI. Il dì seguente Annibale, passato l'Aniene,
bal in aciem omnes copias eduxit; mec Flaccus con spiegò tutte le sue forze in ordine di battaglia i
sulesque certamen detrectavere. Instructis utrim nè Flacco, nè i consoli la ricusarono. Schierati
que exercitibus in eius pugnae casum, in qua ur d'ambe le parti gli eserciti a cimentarsi in un
bis Roma victori praemium esset, imber ingens fatto, nel quale Roma era premio del vincitore,
grandine mixtus ita utramque aciem turbavit, ut dirotta pioggia, mista con grandine, scompigliò
vix armis retentis in castra sese receperint, nul sì fattamente ambedue le schiere, che a pena ri
lius rei minore, quam hostium, metu. Et postero tenendo l'armi rifuggironsi negli alloggiamenti,
die eodem loco acies instructas eadem tempestas non d'altro manco termendo, che del nemico. E
diremit. Ubi recepissent se in castra mira serenitas il giorno appresso nello stesso luogo uno stesso
cum tranquillitate oriebatur. In religionem ea res temporale spartì le schiere già pronte ad azzuf
apud Poemos versa est; auditaque vox Hannibalis farsi. Come s'erano rimessi negli alloggiamenti,
27 TITI LIVII LIBER XXVI. 28

fertur, « Potiundae sibi urbis Romae modo men rinasceva colla calma un bellissimo sereno. Parve
tem non dari, modo fortunam. º Minuere etiam ai Cartaginesi che la cosa avesse del prodigio;
spem ejus aliae, parva magnaque, res: magna e fu sentito Annibale a dire, a che ora gli si to
illa, quod, quum ipse ad moenia urbis Romae ar glieva la volontà, ora il potere di prender Roma.»
matus sederet, milites sub vexillis in supplemen E gli scemarono la speranza altre cose e grandi
tum Hispaniae profectos audivit: parva autem, e picciole; grande quella, che stando egli seduto
quod per eos dies eum forte agrum, in quo ipse armato sotto le mura di Roma, udì essere partito
castra haberet, venisse, nihil ob id deminuto pre un rinforzo di soldati per la Spagna a bandiere
tio, cognitum ex quodam captivo est. Id vero a spiegate; picciola l'altra, che seppe da certo pri
deo superbum atque indignum visum, ejus soli, gioniero, essersi in quegli stessi dì venduto il
quod ipse bello captum possideret haberetolue, campo, dov'egli era attendato, senza che il prez
inventum Romae emptorem, ut, extemplo vocato zo per ciò ne fosse diminuito. E gli parve atto
praecone, tabernas argentarias, quae circa forum sì superbo ed insultante, che si fosse trovato a
Romanum tunc essent, jusserit venire. His motus Roma un compratore del terreno, ch'egli, con
ad Tutiam ſluvium castra retulit, sex millia pas quistato coll'armi, possedeva e riteneva, che
suum ab urbe. Inde ad lucum Feroniae pergit chiamato subito il banditore, ordinò che si ven
ire, templum ea tempestate inclytum divitiis. Ca dessero le botteghe degli orafi, ch'erano intorno
penates aliqui accolae ejus erant; primitias fru al foro di Roma. Mosso Annibale da queste con
gum eo donaque alia pro copia portantes, multo siderazioni ritirò il campo al fiume Tuzia, a sei
auro argentoque id exornatum habebant. His miglia dalla città. Di là si avvia al bosco della
omnibus donis tum spoliatum templum : aeris dea Feronia, al tempio in quella età celebratis
acervi, quum rudera milites religione inducti ja simo per ricchezza. Ne abitavano i dintorni alcuni
cerent, post profectionem Hannibalis magni in Capenati; portandovi le primizie delle biade, ed
venti. Hujus populatio templi haud dubia inter altri doni in abbondanza, lo aveano arricchito
scriptores est. Coelius, Romam euntem ab Ereto di molto oro ed argento. Di tutti questi doni fu
devertisse eo Hannibalem, tradit; iterque ejus ab spogliato il tempio; si son trovati, partito Anni
Reate, Cutiliisque, et ab Amiterno orditur. Ex bale, grandi mucchi di rame greggio, che i sol
Campania in Samnium, inde in Pelignos perve dati, colti da riguardo di religione, aveano get
nisse; praeterque oppidum Sulmonem in Marru tato via. Del saccheggiamento di questo tempio
cinos transisse; inde Albensi agro in Marsos, hinc tutti convengono gli scrittori. Celio dice che
Amiternum, Forulosque vicum venisse. Neque Annibale, andando a Roma, deviò da Ereto per
ibi error est, quod tanti exercitus vestigia intra portarsi in quel tempio; e tesse il di lui cammino
tam brevis aevi memoriam potuerint confundi: da Reate, dai Cutilii e da Amiterno; che dalla
isse enim ea constat. Tantum id interest veneritne Campania era passato nel Sannio, indi ne' Peli
eo itinere ad urbem, an ab urbe in Campaniam gni; che, lasciato addietro Sulmone, andato era
redierit.
ne' Marrucini, poi pel contado d'Alba venuto
nelle terre de' Marsi, quindi ad Amiterno e alla
borgata di Foruli. Nè havvi qui errore, chè le
tracce di tanto esercito non s'eran potute con
fondere in sì breve spazio di età, essendo cosa
certa, che tenne quella strada; la sola differenza
è questa, se la tenesse andando a Roma, o da
Roma tornando alla Campania.
XII. Ceterum non quantum pertinaciae ad XII. Del resto non ebbe tanta pertinacia An
premendam obsidione Capuam Romanis fuit, nibale a difender Capua, quanto i Romani a
tantum ad defendendam Hannibali: namque ex stringerla d'assedio. Perciocchè dai Lucani andò
Lucanis in Bruttium agrum, ad fretum vero ac nel paese de Bruzii, sino allo stretto ed a Reg
Rhegium eo cursu contendit, ut prope repentino gio con sì veloce corso, che furon quasi impen
adventu incautos oppresserit. Capua etsi nihilo satamente oppressi dalla repentina venuta. Ben
segnius obsessa per eos dies fuerat, tamen adven chè Capua in que giorni fosse stata tutt'altro,
tum Flacci sensit: et admiratio orta est, non si che debolmente assediata, pure si accorse della
mul regressum Hannibalem. Inde per colloquia venuta di Flacco; e insorse maraviglia, che anche
intellexerunt, relictos se desertosque, et spem Ca Annibale non fosse tornato. Poscia dai discorsi
puae retinendae deploratam apud Poemos esse. vennero a conoscere, ch'erano lasciati da parte,
Accessit edictum proconsulis ex senatusconsulto e abbandonati, e che avean perduta i Cartagi
propositum, vulgatumque apud hostes : ut, qui nesi ogni speranza di conservare Capua. Si ag
29 TITI LIVII LIBER XXVI. 3o

civis Campanus ante certam diem transisset, sine giunse l'editto del proconsole messo fuori per
fraude esset. - Nec ulla facta est transitio, metu decreto del senato e diffuso tra i nemici, a che
magis eos, quam fide, continente; quia majora in qualunque Campano avanti un tal giorno deter
defectione deliquerant, quam quibus ignosci pos minato fosse passato ai Romani, sarebbe esente
set. Ceterum quemadmodum nemo privato con da castigo. r Nè ci fu alcuno, che passasse, più
silio ad hostem transibat, ita nihil salutare in me ritenendoli la paura, che la fede; chè avean
dium consulebatur. Nobilitas rempublicam dese commesse ribellandosi più gravi colpe, che se
ruerat, neque in senatum cogi poterant. In ma ne potesse perdonare. Del resto, siccome nessuno
gistratu autem erat, qui non sibi honorem adje passava al nemico di suo privato consiglio, così
cisset, sed indignitate sua vim ac jus magistratui, non si pigliava nè anche in pubblico nessuna sa
quem gerebat, dempsisset. Jam ne in foro qui lutare deliberazione. I mobili aveano abbandonata
dem, aut publico loco, principum quisquam ap la repubblica, nè si poteva fare che si adunassero
parebat: domibus inclusi patriae occasum cum in senato. Sedeva poi nel magistrato un tale, che
suo exsilio in dies exspectabant. Summa curae non avea con questo aggiunto onore a sè mede
omnis in Bostarem Hannonemolue praefectos simo, ma sì colla sua bassezza tolta la forza ed il
praesidii Punici versa erat, suo, non sociorum rispetto alla carica che sosteneva. Già non si ve
periculo sollicitos. Hi, conscriptis ad Hannibalem dea nessuno dei primati comparire in piazza, o
literis, non libere modo, sed etiam aspere, quibus, in altro pubblico luogo; chiusi nelle case aspet
« non Capuam solam traditam in manum hosti tavansi ogni dì la ruina della patria insieme colla
bus, sed se quoque et praesidium in omnes cru lor propria. Tutta la somma delle cose era pas
ciatus proditos, incusabant: abisse eum in Brut sata in mano di Bostare e di Annone, comandanti
tios, velut avertentem sese, ne Capua in oculis del presidio Cartaginese, solleciti del proprio,
ejus caperetur. At, hercule, Romanos ne oppu non del pericolo degli alleati. Essi pertanto scris
gnatione quidem urbis Romanae abstrahi ab Ca sero lettere ad Annibale non solo liberamente,
pua obsidenda potuisse: tanto constantiorem ini ma eziandio aspramente, nelle quali lo accusava
micum Romanum, quam amicum Poenum esse. no, a che avesse dato in mano a'nemici non la
Si redeat Capuam, bellumque omne eo vertat, et sola Capua, ma loro medesimi, ed il presidio
se et Campanos paratos eruptioni fore. Non cum a perire tra i tormenti: era andato ne' Bruzii,
Rheginis, neque Tarentinis bellum gesturos trans quasi voltandosi in là per non vedersi pigliar
isse Alpes ubi: Romanae legiones sint, ibi et Car Capua su gli occhi. Ma, per dio, non si potè
thaginiensium exercitus debere esse. Sic ad Can distorre i Romani dall'assedio di Capua, nè anche
mas, sie ad Trasimenum rem bene gestam; coeun assaltando Roma ; tanto il Romano è più fermo
do, conferendo cum hoste castra, fortunam ten nella nimicizia, che il Cartaginese nell'amicizia.
tando. " In hanc sententiam literae conseriptae Ma se egli tornasse a Capua e volgesse quivi
Numidis, proposita mercede jam professis ope tutto lo sforzo della guerra, essi e i Campani
ram, dantur. Hi specie transfugarum quum ad sarebbero pronti a fare una sortita. Non si erano
Flaccum in castra venissent, ut inde tempore ca passate l'Alpi per mover guerra ai Reggiani, ai
ptoabirent, famesque, quae tam diu Capuae erat, Tarentini; dove son le legioni Romane, ivi deb
nulli non probabilem causam transitionis faceret, bon essere gli eserciti Cartaginesi. Così s'era
mulier repente Campana in castra venit, scortum combattuto prosperamente a Canne, così al Tra
transfugarum unius, indicatoue imperatori Ro simeno; accostandosi al nemico, campo a campo
mano, Numidas fraude composita transisse, lite opponendo, e tentando la fortuna. » Le lettere,
rasque ad Hannibalem ferre: id unum ex iis, qui scritte con questi sentimenti, si consegnano ad
sibirem aperuisset, arguere sese paratam esse. alcuni Numidi, che mediante una mercede pro
Productus primo satis constanter ignorare se mu metton l'opera loro. Costoro, essendo venuti,
lierem simulabat: paullatim dein convictus veris, sotto apparenza di disertori, al campo di Flacco,
quum tormenta posci et parari videret, fassus id per indi, colto il tempo, sortirne, e la fame, che
ita esse; literaeque prolatae; et additum etiam travagliava Capua da lungo tempo, rendendo
indicio, quod celabatur, et alios specie transfuga verisimile ad ognuno la cagione del disertare,
rum Numidas vagari in castris Romanis. Hi supra venne al campo inopinatamente una donna Ca
septuaginta comprehensi, et cum transfugis novis puana, bagascia di uno dei disertori, e palesa
mulcatis virgis, manibusque praecisis, Capuam al comandante Romano, che i Numidi eran ve
rediguntur. Conspectum tam triste supplicium nuti per frode tramata, e che portavan lettere
fregit animos Campanorum. dirette ad Annibale: esser pronta a ciò sostenere
in faccia a colui, che gli avea svelata la cosa.
Fatto venire al confronto, colui dapprima fin
3i TITI LIVIl LlbER XXVI. 32

geva con assai fermezza di non conoscere la


donna: indi convinto a poco a poco dalla forza
della verità, vedendo ordinarsi e prepararsi i
tormenti, confessò ch'era il vero; e si produs
sero le lettere, e si aggiunse inoltre quello, che
ancora si celava, altri Numidi eziandio, sotto
apparenza di disertori, errar pel campo Romano.
Se ne presero di costoro da più di settanta, e
insieme co nuovi disertori, battuti di verghe,
e tagliati le mani, si rimandano a Capua. La vista
di così brutto supplizio abbattè gli animi de'Ca
puani.
XIII. Concursus ad curiam populi factus coe XIII. Il popolo, concorso alla curia, obbligò
git Lesium senatum vocare; et primoribus, qui Lesio a convocare il senato; e minacciavano
jam diu publicis consiliis aberant, propalam mi apertamente i principali cittadini, che già da
nabantur, nisi venirent in senatum, circa domos gran tempo si astenevano dalle pubbliche adu
eorum ituros se, et in publicum omnes vi extra nanze, se non venivano al senato, che andrebbono
cturos esse. Is timor frequentem senatum magi alle lor case, e me li trarrebbon fuori per forza.
stratui praebuit. Ibi quum ceteri delegatis mit Questa paura fe' che il senato si raccogliesse in
tendis ad imperatores Romanos agerent, Vibius gran numero dintorno a Lesio. Quivi trattando
Virrius, qui defectionis ab Romanis auctor fue gli altri di mandare ambasciatori ai comandanti
rat, interrogatus sententiam, negat, a eos, qui de Romani, Vibio Virrio, che primo avea proposto
legatis et de pace ac deditione loquantur, memi di ribellarsi dai Romani, chiesto del parere,
nisse, nec quid facturi fuerint, si Romanos in po « non si ricordano, disse, quelli che parlano
testate habuissent, nec quid ipsis patiendum sit. di ambasciatori, di pace e di dedizione, nè quel
Quid ? vos, inquit, eam deditionem forecensetis, lo, che avrebbon fatto essi stessi, se avessero
qua quondam, ut adversus Samnites auxilium avuto i Romani in poter loro, nè quello, che
impetraremus, nos nostraque omnia Romanis de avranno a soffrire. Vi pensate forse, che questa
didimus? Jam e memoria excessit, quo tempore, somigli la dedizione, colla quale demmo in altro
et in qua fortuna a populo Romano defecerimus? tempo noi e tutte le cose nostre ai Romani, per
jam, quemadmodum in defectione praesidium, impetrare il loro aiuto contro i Sanniti? Evvi
quod poterat emitti, per cruciatum et ad contu sì tosto uscito di mente in che tempo, in che cir
meliam mecarimus ? quoties in obsidentes, quam costanze ci siamo ribellati dai Romani ? come
inimice eruperimus, castra oppugnarimus? Han nell'atto di ribellarci, il presidio, che si poteva
nibalem vocaverimus ad opprimendos eos ? hoc lasciar andare, l'abbiamo tra i tormenti e gli
quod recentissimum est, ad oppugnandam Romam oltraggi trucidato? quante volte, con quanta
hinc eum miserimus? Age contra, quae illi infe furia sortimmo contro gli assedianti, e assaltam
ste in nos fecerint, repetite; ut ex eo, quid spe mo i loro alloggiamenti ? che abbiamo chiamato
retis, habeatis. Quum hostis alienigena in Italia Annibale ad opprimerli? e, cosa recentissima, che
esset, et Hannibal hostis, et cuncta bello arderent, di qua l'abbiamo spiccato a combatter Roma?
omissis omnibus, omisso ipso Hannibale, ambo Riandate all'opposto con quale accanimento ci
consules et duo consulares exercitus ad Capuam trattaron essi, onde vediate, se avete punto a
oppugnandam miserunt. Alterum annum circum sperare. Essendoci in Italia un nemico straniero,
vallatos inclusosque nos fame macerant, et ipsi e questo nemico essendo Annibale e tutto intorno
nobiscum ultima pericula ac gravissimos labores ardendo la guerra, lasciata ogni altra cosa, la -
perpessi, circa vallum ac fossas saepe trucidati, et sciato lo stesso Annibale, mandarono ambedue
propead extremum castris exuti. Sed omitto haec: i consoli, ambedue gli eserciti consolari a com
vetus atque usitata res est, in oppugnanda ho batter Capua. Egli è di già il secondo anno, che
stium urbe labores ac pericula pati: illud irae investiti d'ogni parte e chiusi ci maceran colla
atque odii exsecrabilis indicium est. Hannibal in fame, sostenendo essi pure con noi pericoli estre
gentibus copiis peditum equitumque castra op mi e gravissime fatiche, spesso trucidati sullo
pugnavit, et ex parte cepit ; tanto periculo nihil stesso steccato e in sulle fosse, e ultimamente
moti sunt ab obsidione. Profectus trans Vultur quasi privati del loro alloggiamenti. Ma lascio
num, perussit Calenum agrum; nihil tanta socio questo: è cosa vecchia ed usitata soffrir pericoli
rum clade avocati sunt. Ad ipsam urbem Romam e fatiche combattendo le altrui città. Ben questo
infesta signa ferri jussit; eam quoque tempesta è indizio di grand'ira e di odio esecrabile. Anni
33 TITI LIVII LIBER XXVI. 34

tem imminentem spreverunt. Transgressus Anie bale assaltò il loro campo con immense forze
nem, tria millia passuum ab urbe castra posuit: di cavalli e di fanti, e in parte lo prese; pertanto
postremo ad moenia ipsa et ad portas accessit. pericolo non si son mossi punto dall'assedie.
Romam se adempturum eis, nisi omitterent Ca Passato il Vulturno, mise a fuoco il contado di
puam, ostendit: non omiserunt. Feras bestias, Cale: per tanta strage di alleati non torsero
caeco impetu ac rabie concitatas, si ad cubilia et un passo indietro. Ordinò che si avviassero le
catulos earum ire pergas, ad open suis ferendam ostili insegne verso Roma istessa ; beffaronsi
avertas. Romanos Roma circumsessa, conjuges, di quella sovrastante tempesta. Valicato l'Aniene,
liberi, quorum ploratus hinc prope exaudieban si accampò a tre miglia da Roma; in fine si ac
tur, arae, foci deim delubra, sepulcra majorum costò egli stesso in persona alle mura ed alle
temerata ac violata a Capua non averterunt: tanta porte; mostrò che avrebbe lor tolta Roma, se
aviditas supplicii expetendi, tanta sanguinis no non lasciavano Capua: non la lasciarono. Le be
stri hauriendi est sitis! Nec injuria forsitan: nos stie più feroci, da cieco impeto trasportate e
quoque idem fecissemus, si data fortuna esset. da rabbia, se ti drizzi a lor covili, a lor piccini,
Itaque quando aliter diis immortalibus visum le richiami a soccorrere i suoi; ma i Romani non
est, quum mortem ne recusare quidem debeam, Roma assediata, non le mogli, i figliuoli, i cui
cruciatus contumeliasque, quas sperat hostis, dum pianti quasi sino di qua si udivano, non le are,
liber, dum mei potens sum, effugere morte, prae i focolari, i templi degli dei, i sepolcri de' mag
terquam honesta, etiam leni, possum. Non videbo giori bruttati, violati, non istornarono da Capua.
Ap. Claudium et Q. Fulvium, victoria insolenti 'l'anto son avidi di punirci, tanta han sete di suc
subnisos, neque vinctus per urbem Romanam ciarsi tutto il sangue nostro. Nè forse a torto;
triumphi spectaculum trahar, ut deinde in carce avremmo fatto lo stesso, se la fortuna ce l per
re, aut ad palum deligatus, lacerato virgis tergo, metteva. Poichè pertanto piacque altrimenti agli
cervicem securi Romanae subjiciam : nec dirui dei immortali, poi che non debbo nè anche ricu
incendigue patriam videbo: nec rapi ad stuprum sar di morire, posso, mentre son libero, mentre
matres Campanas, virginesque et ingenuos pue son padrone di me stesso, i tormenti fuggire, e
ros. Albam, unde ipsi oriundi erant, a fundamen gli obbrobrii, che mi prepara il nemico, con una
tis proruerunt, ne stirpis, ne memoria originum morte, non che onorata, dolce eviandio. Non
suarum exstaret: nedum eos Capuae parsuros vedrò Appio Claudio e Quinto Fulvio rizzarsi
credam, cui infestiores, quam Carthagini sunt. alteri nella insolente vittoria; nè sarò strascinato
Itaque quibus vestràm ante fato cedere, quam in catene per tutta Roma, spettacolo del trionfo,
haec tot tam acerba videant, in animo est, iis per indi in carcere, o legato al palo, stracciato
apud me hodie epulae instructae parataeque sunt. il tergo dalle verghe, sottoporre il collo alla scure
Satiatis vino ciboque poculum idem, quod mihi Romana; nè vedrò smantellarsi ed ardere la
datum fuerit, circumferetur: ea potio corpus ab patria; nè trarsi forzate allo stupro le matrone
cruciatu, animum a contumeliis, oculos, aures, a di Capua, le vergini ed i nobili giovanetti. Di
videndis audiendisque omnibus acerbis indignis roccaron dai fondamenti Alba, dond'erano usciti,
que, quae manent victos, vindicabit.Parati erunt, perchè non restasse memoria della stirpe ed ori
qui magno rogo in propatulo aedium accenso cor gin loro; tanto son lungi dal credere che rispar
pora exanima injiciant. Haec una via et honesta min Capua, contro cui sono più istizziti, che
et libera ad mortem: et ipsi virtutem mirabun contro Cartagine stessa. A quelli peranto di voi,
tur hostes, et Hannibal fortes socios sciet ab se che son fermi di morire, innanzi che vedere co
desertos ac proditos esse. » tanti orrori, oggi ho allestito e preparato in mia
casa un banchetto. Come sarem satolli di cibo
e di vino, sarà portato in giro quel mappo mede
simo, che mi sarà stato presentato: questa po
zione ci libererà il corpo dai cruciati, l'animo
dagli oltraggi, gli occhi e gli orecchi dal mirare
ed udire tutte le infamie e i vituperii, che desti
mano ai vinti. Ci sarà gente in pronto, che get
terà i corpi morti in un gran rogo acceso nel
cortile. Questa è la sola onorata e libera via di
andare a morte. Ammireranno i nemici stessi
il coraggio, e Annibale conoscerà quai forti al
leati ha egli traditi e abbandonati. “
XIV. Hancorationem Virrii plures audierunt XIV. Più furono quelli, si ascoltarono que
Livio 2
35 'l'ITI LIVII LlBER XXVI, 36

cun assensu, quam forti animo id quod proba sto discorso con approvazione, che quelli che
bant, exsequi potuerunt. Major pars senatus, poterono eseguire con animo forte quello, che
multis saepe bellis expertam populi Romani cle approvavano. La maggior parte del senato non
mentiam haud diffidentes sibi quoque placabilem diffidando che la clemenza del popolo Romano,
fore, legatos ad dedendam Romanis Capuam de provata spesso in molte guerre, non avesse a pie
creverunt, miseruntgue. Vibium Virrium septem garsi eziandio a favor loro, decretarono e manda
et viginti ferme senatores domum secuti sunt, rono ambasciatori, i quali dessero Capua ai Ro
epulatique cum eo; et, quantum facere potue mani. Ventisette senatori a un dipresso seguirono
rant, alienatismentibus vino ab imminentis sensu Vibio Virrio alla sua casa, e banchettarono con
mali, venenum omnes sumpserunt: inde misso lui; e alienando, quanto più poterono, col vino
convivio. destris inter se datis, ultimoque com le loro menti dal male soprastante, tutti presero
plexu, collacrymantes suum patriaeque casum, il veleno; indi, licenziato il convito, datisi le de
alii, uteodem rogo cremarentur, manserunt; alii stre e l'ultimo abbracciamento, piangendo il
domos digressi sunt. Impletae cibis vinoque ve loro e il tristo caso della patria, altri si rimasero
nae minus efficacem in maturanda morte vim per essere abbruciati nello stesso rogo, altri an
veneni fecerunt: itaque noctem totam plerique darono alle lor case. Le vene rigonfie pel cibo
corum, et diei insequentis partem quum animam e pel vino allentarono in parte l'efficacia del ve
egissent; omnes tamen, priusquam aperirentur leno nell'affrettare la morte. Quindi i più di loro,
hostibus portae, exspirarunt. Postero die porta stati agonizzando tutta la notte, e parte del dì
lovis, quae adversus castra Romana erat, jussu seguente, tutti però, innanzi che si aprissero le
proconsulis aperta est. Ea intromissa legio una porte, spirarono. Il dì appresso la porta di Giove,
et duae alae cum C. Fulvio legato. Is, quum che guardava il campo Romano, al cenno del
omnium primum arma telaque, quae Capuae proconsole fu aperta; per essa s'introdusse una
erant. ad se conferenda curasset, custodiis ad legione, e due squadroni col legato Caio Fulvio.
omnes portas dispositis, ne quis exire aut emitti Questi, avendosi primieramente fatte portare le
posset, praesidium Punicum comprehendit, se armi tutte e da offesa e da difesa, ch'erano in Ca
matum Campanum ire in castra ad imperatores pua, messe guardie a ciascuna delle porte, onde
Romanos iussit. Quo quum venissent, extemplo nessuno potesse uscire, o esser mandato fuori,
his omnibuscatenaeinjectae, jussique ad quaesto fece prigione il presidio Cartaginese, ed ordinò
res deferre, quod auri argentique haberent. Auri che il senato di Capua andasse al campo ai co
pondo septuaginta fuit, argenti tria miilia pondo mandanti Romani. Dove essendo venuti, furon
et ducenta. Senatores quinque et viginti Cales subito messi in catene e comandati di conse
in custodiam. duodetriginta Teanum missi: quo gnare ai questori tutto l'oro e l'argento, che
rum de sententia maxime descitum ab Romanis avessero. L'oro fu settanta libbre, l'argento tre
constabat, mila dugento. Venticinque senatori furon man
dati a Cale per esservi custoditi, vent'otto a Tea
no: eran quelli, pel cui consiglio specialmente si
sapeva esser nata la ribellione.
XV. De supplicio Campani senatus haudqua XV. Intorno al supplizio del senato di Capua
quam inter Fulvium Claudiumque conveniebat. non si accordavano punto Claudio e Fulvio.
Facilis impetrandae veniae Claudius, Fulvio du Claudio piegava più facile al perdono, era più
rior sententiaerat. Itaque Appius Romam ad se duro il parere di Fulvio. Quindi Appio rimetteva
matum arbitrium eius rei totum rejiciebat per tutto l'arbitrio della cosa a Roma al senato: esser
cunctandi etiam aequum esse potestatem fieri anche conveniente di lasciare a Padri l'agio di
Patribus, num communicassent consilia cum ali ricercare, se i Capuani avessero avuto intelligenza
quibus sociorum Latini nominis municipiorum ; con alcuno dei municipii confederati del nome
etnum ope eorum in bello forent et municipio Latino, e se essi e i municipii avessero aiutato nel
rum adiuti. « Id vero minime committendum la guerra i Capuani. Fulvio rispondeva, e che anzi
esse, Fulvius dicere, ut sollicitarentur criminibus ciò non era da farsi non dovendosi travagliare gli
dubiis sociorum fidelium animi, et subjicerentur animi dei fedeli alleati con dubbie imputazioni, e
indicibus, queis, neque quid facerent, neque sottoporli a indizii di gente, che non badava pun
quid dicerent, quidquam umquami pensi fuisset: to nè a ciò che facesse, nè a ciò che dicesse; che
itaque se eam quaestionem oppressurum exstin così avrebbe impedita e spenta ogni disamina. “
cturumque. “ Ab hoc sermone quan digressi Separatisi dopo questo discorso, e Appio non
essent, et Appius, quamvis ferociter loquentem dubitando che il collega, benchè parlando sì fie
collegan, non dubitaret tamen literas super tanta ramente, avrebbe aspettate le lettere di Roma
37 TITI I.IVII LIBlità XXVI. 38

re ab Roma exspectaturum; Fulvius, ne id ipsum sopra così grave argomento, Fulvio, licenziati
impedimentum incepto foret, dimittens praeto gli officiali della sua corte, onde da questi stessi
rium, tribunis militum ac praefectis sociùm im non si mettesse ostacolo al suo disegno, comandò
peravit, uti duobus millibus equitum delectis ai tribuni de'soldati e ai capitani degli alleati,
denunciarent, ut ad tertiam buccinam praesto che ordinassero a due mila scelti cavalieri, che
essent. Cum hoc equitatu nocte Teanum profe al terzo segno della tromba fossero in pronto.
ctus, prima luce portam intravit, atque in forum Andato la notte con questa banda di cavalli a
perrexit: concursuque ad primum equitum in Teano, entrò nella porta sul far del giorno,
gressum facto, magistratum Sidicinum citari jus e portossi diritto alla piazza.; e concorsa molta
sit, imperavitTue, ut produceret Campanos, quos gente al primo ingresso de cavalli, fe” citare il
in custodia haberet. Producti omnes, virgisſue magistrato Sidicino, ed ordinò che traesse fuori
caesi, ac securi percussi. Inde citato equo Cales i Campani, che aveva in custodia. Tutti furono
percurrit: ubi quum in tribunali consedisset, presentati, e battuti di verghe, e percossi di
productique Campani deligarentur ad palum, scure. Indi a sciolta briglia corre a Cale; dove
eques citus ab Roma venit, literasque a C. Cal sedutosi in tribunale, mentre si legavano al palo
purnio praetore Fulvio et senatusconsultum tra i Campani tratti di prigione, venne da Roma a
didit. Murmur ab tribunali totam concionem sproni battuti un cavaliere, e gli consegnò lettera
pervasit, differri rem integram ad Patres de del pretore Caio Calpurnio con decreto del se
Campanis, et Fulvius, id ita esse ratus, acceptas nato. Dal tribunale subito si diffuse per tutta
literas, neque resolutas, quum in gremio repo l'adunanza, che l'affare dei Campani si riservava
suisset, praeconi imperavit, ut lictorem lege agere intatto al senato. Ed anche Fulvio, stimando
juberet. Ita de iis quoque, qui Calibus erant, che così fosse, ricevuta la lettera, e non disug
sumptum supplicium. Tum literae lectae sema gellata e postasela in seno, ordinò al banditore
tusque consultum, serum ad impediendam rem che il littore facesse secondo la legge. Così anche
actam ; quae summa ope approperata erat, ne quelli, ch'erano a Cale, furono giustiziati. Allora
impediri posset. Consurgentem jam Fulvium lesse la lettera ed il decreto del senato, tardi
Taurea Jubellius Campanus, per mediam vadens però per impedire la cosa fatta, e ch'era stata
urbem turbamdue, nomine inclamavit, et, quum quanto mai accelerata, perchè non fosse impedita.
mirabundus quidnam sese vellet, rese disset Flac Levandosi già Fulvio da sedere, laurea Jubellio,
cus, a Me quoque, inquit, jube occidi, ut gloriari Campano, passando per mezzo alla città ed alla
possis, multo fortiorem, quam ipse es, virum abs turba, chiamollo per nome, e Flacco essendosi
te occisum esse. - Quum Flaccus negaret, a pro rimesso a sedere, maravigliando che mai volesse,
fecto satis compotem mentis esse, modo, probi a Fa, disse Jubellio, uccider me pure, onde tu
beri etiam se, si id vellet, senatusconsulto. dice possa gloriarti di aver ucciso un uomo assai più
ret: « tum Jebellius, . Quando quidem, inquit, intrepido, che tu non sei º Fabio dicendo, che
capta patria, propinquis amicisque amissis, quum colui era senza dubbio fuor di senno, poi che, se
ipse manu mea conjugem liberosque interfece anche il volesse, glielo vietava il decreto del se
rim, ne quid indigni paterentur, mihi ne mortis mato: e allora Jubellio, . Poi che, disse, presa la
quidem copia eadem est, quae his civibus meis; patria, perduti i congiunti e gli amici, avendo
petatura virtute invisae hujus vitae vindicta: » io stesso ucciso di mia mano la moglie ei figli,
atque ita gladio, quem veste texerat. per adver onde non soffrissero nessuna indegnità, non mi
sum pectus transfixus, ante pedes imperatoris si lascia nè anche la facoltà di morire, che si è
moribundus procubuit. lasciata a questi miei concittadini, traggasi dal
coraggio la forza di liberarmi da questa odiata
vita; - e in così dire, trapassatosi il petto col
ferro, che tenea celato sotto la veste, cadde mo
riente a piedi del proconsole, -

XVI. Quia, et quod ad supplicium attinet XVI. E perchè quello, che appartiene al
Campanorum, et pleraque alia de Flacci unius supplizio de Capuani, e parecchie altre cose era
sententia acta erant, mortuum Ap. Claudium no state fatte di volontà del solo Flacco, alcuni
sub deditionem Capuae, quidam tradunt: hunc scrivono che Appio Claudio morisse poco innanzi
quoque ipsum Tauream neque sua sponte venisse la dedizione di Capua; e che questo stesso l'aurea
Cales, negue sua manu interfectum ; sed, dum nè venisse a Cale di suo proprio moto, nè si uc
interceteros ad palum deligatur, quia parum cidesse di sua mano, ma che, mentre lo si attac
inter strepitus exaudiri possent, quae vocifera cava al palo insieme cogli altri, poco intenden
batur, silentium fieri Flaccum jussisse: tum Tau dosi, a motivo dello strepito, ciò che diceva,
39 TITI LIVII I,IBER XXVI. 4o

ream illa, quae ante memorata sunt, dixisse, «vi Flacco facesse fare il silenzio ; e che allora abbia
rum se fortissimum ab nequaquam pari ad vir Taurea dette le cose ricordate di sopra, a ch'egli,
tutem occidi; º sub haec dicta, jussu proconsulis uomo di vaglia, era messo a morte da chi non
praeconem ita pronunciasse: « Lictor, viro forti punto lo somigliava; - a questi detti il banditore
adde virgas, et in eum primum lege age. » Le aver commesso, per ordine del console, al littore,
ctum quoque senatusconsultum, priusquam securi « aggiungi le verghe all'uomo di vaglia, e comin
feriret, quidam auctores sunt : sed, quia adscri cia da lui ad eseguire la legge. - Alcuni anche
ptum in senatusconsulto fuerit, c. si ei videretur, affermano, che Flacco leggesse il decreto del se
integram rem ad senatum rejiceret, º interpre nato innanzi di metter mano alla scure; ma per
tatum esse, quid magis e republica duceret, aesti chè vi era scritto, che « rimettesse intatto l'affare
mationem sibi permissam. Capuam a Calibus al senato, se così gli piacesse, º interpretasse che
reditum est, Atellaque et Calatia in deditionem se gli fosse lasciato l'arbitrio di far quello, che
acceptae. Ibi quoque in eos, qui capita rerum più stimasse utile alla repubblica. Da Cale si
erant, animadversum. Ita ad septuaginta princi fe ritorno a Capua, e si ebbero a patti anche
pes senatus interfecti; trecenti ferme nobiles Atella e Calazia. Quivi pure si castigaron coloro,
Campani in carcerem conditi: alii, per sociorum ch'erano stati i capi. Così furon messi a morte
Latini nominis urbes in custodias dati, variis ca da settanta del principali senatori; circa trecento
sibus interierunt: multitudo alia civium Cam nobili Campani imprigionati; ed altri, dispersi
panorum venumdata. De urbe agroque reliqua per le città alleate dei Latini ad esservi guardati,
consultatio fuit, quibusdam delendam censenti perirono per varii casi; l'altra moltitudine fu
bus urbem praevalidam, propinquam, inimicam. venduta. Si trattò poi della città e del territorio,
Ceterum praesens utilitas vicit: nam propter opinando alcuni che si dovesse spianare al suolo
agrum, quem omni fertilitate terrae satis consta una città potentissima, vicina e nemica. Se non
bat primum in Italia esse, urbs servata est, ut che vinse il riguardo della presente utilità. Per
esset aliqua aratorum sedes. Urbi frequentandae ciocchè per rispetto al territorio, che si sapeva
multitudo incolarum libertinorumque et instito essere per fertilità d'ogni sorta il primo in Italia,
rum opificumque retenta: ager omnis et tecta la città fu conservata, perchè ci avessero i lavo
publica populi Romani facta. Ceterum habitari ratori del paese qualche ricetto; e a renderla
tantum, tamquam urbem, Capuam, frequentari popolosa si ritennero molti abitatori e servi ma
que placuit: corpus nullum civitatis, nec senatus, nomessi, mercanti ed artefici; tutto il territorio
nec plebis concilium, nec magistratus esse. Sine e le fabbriche furono del popolo Romano. Del
consili publico, sine imperio multitudinem, resto, si volle che Capua fosse non altro, che
nullius rei interse sociam, ad consensum inha abitata e frequentata come città; però non avesse
bilem fore: praefectum ad jura reddendaab Ro corpo municipale, non senato, non adunanze di
ma quotannis missuros. Ita ad Capuam res com popolo, nè magistrati; senza pubblico consiglio,
positae, consilio ab omni parte laudabili: severe senza comando, la moltitudine, non comunicando
et celeriter in maxime noxios animadversum : tra sè, sarebbe stata inabile a cospirare; si man
multitudo civium dissipata in nullam spem redi derebbe ogni anno un prefetto da Roma ad am
tus : non saevi tum incendiis ruinisque in tecta ministrar la giustizia. Così furono assestate le
innoxia murosoue; et cum emolumento quaesita cose di Capua, con saggezza per ogni conto lode
etiam apud socios lenitatis species, incolumitate vole. Si castigarono severamente e prestamente
urbis nobilissimae opulentissima eque, cujus rui i rei principali; la moltitudine dei cittadini fu
mis omnis Campania, emnes, qui Campaniam dispersa senza speranza di ritorno; non si usa
circa accolunt, populi ingemuissent : confessio rono crudeltà d'incendii nè di ruine contro
expressa hosti, quanta vis in Romanis ad expe i tetti innocenti e le mura; si cercò anche di
tendas poenas ab infidelibus sociis, et quam nihil sfoggiare agli occhi degli alleati una tal quale
in IIannibale auxilii ad receptos in fidem tuen apparenza di clemenza, conservando una delle
dos esset. più cospicue e più ricche città, la rovina del
la quale contristato avrebbe la Campania tutta,
e tutti i popoli, che abitano all'intorno, in fine
si sforzò il nemico a confessare, quanto fosser
fermi i Romani nel punire gli alleati infedeli,
quanto fosse impotente Annibale a difendere chi
s'era dato alla sua fede. -

XVII. Romani Patres, perfuncti, quod ad XVII. I Romani Padri, liberati da ogni pen
Capuam attinebat, cura, C. Neroni ex iis duabus siero per ciò, che risguardava Capua, decretano
41 TITI LIVII LIBER XXVI. 42

legionibus, quas ad Capnam habuerat, sex millia a Caio Nerone, delle due legioni ch'egli aveva
peditum et trecentos equites, quos ipse legisset, avute a Capua, sei mila fanti e trecento cavalli,
et sociùm Latini nominis peditum numerum pa a scelta di lui, e pari numero di fanti degli alleati
rem, et octingentos equites decernunt: eum Latini, con ottocento cavalli. Imbarcato questo
exercitum Puteolis in naves impositum Nero in esercito a Pozzuoli, Nerone trasportollo in Ispa
Hispaniam transportavit. Quum Tarraconem na gna. Venuto a Tarracona, e messe a terra le gen
vibus venisset, expositisque ibi copiis, et navibus ti, e tirate in secco le navi, avendo anche armate,
subductis, socios quoque navales multitudinis per crescere il numero, le ciurme, andato al fiu
augendae causa armasset; profectus ad Iberum me lbero, ricevette l'esercito da Tito Fonteio e
flumen, exercitum ab T. Fontejo et L. Marcio da Lucio Marcio: indi si move alla volta del neº
accepit: inde pergit ad hostes ire. Hasdrubal mico. Era accampato Asdrubale, figlio di Amil
Hamilcaris ad Lapides atros castra habebat in care, nel paese degli Ausetani a Pietre-Nere,
Ausetanis: is locus est inter oppida Illiturgin et luogo posto tra i castelli d'Illiturgi e di Mentissa.
Mentissam. Hujus saltus fauces Nero occupavit. Nerone occupò le bocche di quel passo. Asdru
Hasdrubal, ne in arcto res esset, caduceatorem bale, per non trovarsi rinchiuso, mandò un mes
misit, qui promitteret, si inde missus foret, se saggero a promettere, che, se si fosse lasciato
omnem exercitum ex Hispania deportaturum. uscire di là, avrebbe tratto tutto l'esercito fuori
Quam rem quum laeto animo Romanus accepis di Spagna. Avendo il Romano udito ciò con molto
set, diem posterum Hasdrubal colloquio petivit, piacere, Asdrubale domandò un abboccamento
ut Romani leges conscriberent de tradendis ar pel dì seguente, acciocchè i Romani dettassero
cibus urbium, dieque statuenda, ad quam prae le leggi per la consegna delle fortezze, e stabilis
sidia deduceremtur, suaque omnia sine fraude sero il giorno, in cui sortissero i presidii, e i Car
Poeni deportarent. Quod ubi impetravit, extem taginesi asportassero tutte le robe loro senza
plo primis tenebris, atque inde tota nocte, quod essere molestati. Il che impetrato, Asdrubale
gravissimum exercitus erat, Hasdrubal, quacum subito ordinò che durante la notte tutti i più
que posset, evadere e saltu jussit. Data sedulo grossi bagagli dell'esercito uscissero, come meglio
opera est, ne multi ea nocte exirent, ut ipsa potessero, da quelle strette. Si badò, che in quel
paucitas, quum ad hostem silentio fallendum la notte non ne uscissero molti, acciocchè la stessa
aptior, tum ad evadendum per arctas semitas ac pochezza col non far rumore e fosse più atta a
difficiles esset. Ventum insequenti die ad collo gabbare il nemico, e a trarsi fuori per que sen
quium est: sed loquendo plura scribendoque, tieri angusti e difficili. Si venne il dì seguente
dedita opera, quae in rem non essent, die con ad abboccarsi: ma col parlare e scrivere a bella
sumpto, in posterum dilatum est. Addita inse posta più cose, che non erano al proposito, con
quens nos spatium dedit et alios emittendi: nec sumato il giorno, fu rimesso l'affare al seguente.
postero die res finem in venit. Ita aliquot dies L'altra notte aggiunta diede spazio a far uscire
disceptando palam de legibus, noctesque emit altra gente; e nè anche il dì appresso si finì di
tendis clam e castris Carthaginiensibus, absum trattare. Così furono consumati parecchi giorni
ptae; et, postguam major pars emissa exercitus nel disputare palesemente dei patti, e parecchie
erat, jam ne iis quidem, quae ultro dicta erant, notti nel fare uscire occultamente i Cartaginesi
stabatur, minusque ac minus (cum timore simul dal campo; e poi che fu mandata fuori la mag
fide decrescente) conveniebat. Jam ferme pede gior parte dell'esercito, già non si stava più nè
stres omnes copiae evaserant e saltu; quum pri anche a quello, che s'era detto innanzi; esce
ma luce densa nebula saltum omnem camposque mando la fede con lo scemar del timore, sempre
circa intexit. Quod ubi sensit Hasdrubal, mittit manco si si accordava. Già quasi tutte le forze
ad Neronem, qui in posterum diem colloquium pedestri erano fuori delle strette, quando sul far
diſſerret: illum diem religiosum Carthaginien del giorno una densa nebbia ricoperse tutto quel
sibus ad agendum quidquam rei seriae esse: ne tratto e la campagna d'intorno. Il che veduto,
tum quidem suspecta fraus. Quum data esset Asdrubale mandò a Nerone a chiedere che si
venia eius diei, extemplo Hasdrubal, cum equi differisse l'abboccamento al dì seguente; chè
latu elephantisque castris egressus, sine ullo tu quello era giorno, in cui la religione vietava ai
multu in tutum evasit. Hora ferme quarta dis Cartaginesi di occuparsi di cose serie. Nè anche
pulsa sole nebula aperuit diem, vacuaque hostium allora s'ebbe sospetto di frode. Conceduta la di
castra conspexerunt Romani. Tum demum Clau lazione di quel giorno, subito Asdrubale, uscito
dius, Punicam fraudem agnoscens, ut se dolo dal campo colla cavalleria e cogli elefanti, si trasse
captum sensit, proſiciscentem institit sequi, pa senza rumore in sicuro. Verso l'ora quarta la
ratus confligere acie: sed hostis detrectabat pu nebbia cacciata dal sole mostrò il chiaro giorno,
43 TITI LIVII LIBER XXVI. 44

gnam; leviatamen proelia inter extremum Puni e i Romani videro gli alloggiamenti nemici del
cum agmen praecursoresque Romanorum fiebant. tutto vòti. Allora finalmente Claudio, ricono
scendo la frode Punica, come si accorse d'essere
stato gabbato, si pose ad inseguire Asdrubale,
pronto di venire a battaglia; ma il nemico la
schivava: si facevan però leggiere scaramucce
tra la retroguardia Cartaginese e i precursori
de' Romani.
XVIII. Inter haec Hispaniae populi, nec qui XVIII. In questo mezzo nè i popoli diSpagna,
post cladem acceptam defecerant, redibant ad che si erano ribellati dopo la rotta ricevuta, tor
Romanos, mec ulli novi deficiebant. Et Romae navano ai Romani, nè alcun altro nuovo si ribel
senatui populoque, post receptam Capuam, non lava. E a Roma il senato ed il popolo, dopo la
Italiae jam major, quam Hispaniae, cura erat: presa di Capua, non si pigliavano maggior cura
et exercitum augeri, et imperatorem mitti pla dell'Italia, che della Spagna; e si stabilì di ac
cebat. Nectamen, quem mitterent, satis consta crescerne l'esercito, e mandarvi un comandante.
bat; quan illud, ubi duo summi imperatores Nè però sapevano chi vi si dovesse mandare ;
intra dies triginta cecidissent, qui in locum duo bensì ch'era da scegliersi con diligenza straordi
rum succederet, extraordinaria cura deligendum naria quegli, che aveva a succedere in luogo dei
esse. Quum alii alium nominarent, postremum due capitani, ch'eran periti in quel paese nello
eo decursum est, ut populus proconsuli creando spazio di trenta giorni. Nominando chi uno e
in Hispaniam comitia haberet: diemque comitiis chi un altro, si venne finalmente a questo, che
consules edixerunt. Primo exspectaverant, ut, il popolo tenesse i comizii per nominare un pro
qui se tanto imperio dignos crederent, nomina console nella Spagna: e i consoli stabilirono il
profiterentur. Quae ut destituta exspectatio est, giorno dei comizii. Aveano aspettato dapprima,
redintegratus luctus acceptae cladis, desiderium che quelli, i quali si riputassero degni di sì im
que imperatorum amissorum. Moesta itaque ci portante comando, proponessero i loro nomi;
vitas, prope inops consilii, comitiorum die ta delusa la quale aspettazione, rinovossi il lutto
men in campum descendit; atque in magistratus della passata sconfitta, e un sovvenir doloroso
versi circumspectant ora principum, aliorum dei comandanti perduti. Mesta pertanto la città,
alios intuentium, fremuntdue, adeo perditas res priva quasi di consiglio, pure il giorno dei comi
desperatumque de republica esse, ut nemo au zii discese al campo Marzio; e voltisi ai magi
deat in Hispaniam imperium accipere. Quum strati, fisano in viso i principali cittadini, che si
subito P. Cornelius, Publii, qui in Hispania ceci stanno guardandosi l'un l'altro, e dolgonsi con
derat, filius, quatuor et viginti ferme annos sordo mormorio, a tale stato e disperazione esser
natus, professus se petere, in superiore, unde giunta la repubblica, che nessuno osi accettare
conspiei posset, loco constitit. In quem postguam il comando della Spagna. Quando all'improvviso
omnium ora conversa sunt, clamore ac favore Publio Cornelio, figlio di quel Publio, ch'era
ominati extemplo sunt felix faustumque impe perito in Ispagna, giovane a un dipresso d'anni
rium. Jussi deinde inire suffragium, ad unum ventiquattro, dichiaratosi che dimandava, si col
omnes non centuriae modo, sed etiam homines, locò in luogo eminente, donde potesse esser vi
P. Scipioni imperium esse in Hispania jusserunt. sto. Poi che tutti gli sguardi s'ebbero volti verso
Ceterum post rem actam, ut jam resederat impe di lui, ognuno colle grida e col favore gli augurò
tus animorum ardorque, silentium subito ortum felice e fortunato quel comando. Indi chiamati
et tacita cogitatio, quidnam egissent ? num favor a dare il suffragio, non solo tutte le centurie, ma
plus valuisset, quam ratio ? Aetatis maxime poe eziandio tutti gli uomini conferirono il comando
mitebat: quidam fortunam etiam domus horre della Spagna a Publio Scipione. Ma poi, fatta
bant nomengue, ex funestis duabus familiis, in la cosa, e sedato il primo ardore ed impeto degli
eas provincias, ubi inter sepulcra patris patrui animi, nacque subito un silenzio, una tacita con
que res gerendae essent, proficiscentis. siderazione, che avessero fatto? se forse non potè
più il favore, che la ragione? e specialmente
facea riguardo l'età: alcuni anche paventavano
la mala fortuna della casa, e il cognome del gio
vanetto, che da due sgraziate famiglie andava a
guerreggiare tra le tombe del padre cdel zio. -
XIX. Quam ubi ab re tanto impetu aeta sol - XIX. Come vide Scipione codesta inquietez
licitudinem curamque hominum animadvertit, za e travagliosa cura degli uomini per la cosa
45 TITI LIVII LIBER XXVI. 46
advocata concione, ita de aetate sua imperioque fatta con sì grand'impeto, chiamato il popolo
mandato, et bello, quod gerendum esset, magno a parlamento, favellò dell'età sua, dell'affidatogli
elatoque animo disseruit, ut ardorem eum, qui comando, e della guerra, che avea preso a gover
resederat, excitaret rursus novaretolue; et im nare, con tanta grandezza ed elevatezza d'animo,
pleret homines certioris spei, quam quantam che ridestò e rinnovò quell'ardore, che s'era al
fides promissi humani, aut ratio ex fiducia rerum quanto calmato, ed empiè i petti di più secura
subjicere solet. Fuit enim Scipio non veristan fidanza, che non suole arrecarne fede di umana
tum virtutibus mirabilis, sed arte quoque qua promessa, o ragionamento tratto da certa cogni
dam ab juventa in ostentationem earum compo zion delle cose. Perciocchè fu Scipione non sola
situs: pleraque apud multitudinem, aut per no mente ammirabile per le vere virtù, ma eziandio
cturnas visa species, aut velut divinitus mente sin da giovanetto per non so quale arte sua adde
monita, agens: sive et ipse capti quadam supersti strato a metterle in bella mostra, spacciando
tione animi, sive ut imperia consiliaque, velut presso la moltitudine, ch'ei facesse parecchie cose
sorte oraculi missa, sine cunctatione exsequeren o rivelategli da notturne visioni, o quasi divina
tur. Ad hoc jam inde ab initio praeparans animos, mente ispirategli; o perchè fosse preso da certa
ex quo togam virilem sumpsit, nullo die prius superstizione, o perchè gli ordini e consigli suoi,
ullam publicam privatamque rem egit, quam in quasi dettati da oracolo, fossero senza indugio
Capitolium iret, ingressusque aedem consideret: eseguiti. Preparando a questo gli animi altrui
et plerumque solus in secreto ibi tempus tereret. sin dal tempo, in cui prese la toga virile, non
Hic mos, qui per omnem vitam servabatur, seu mai fece cosa nè pubblica, nè privata, che prima
consulto, seu temere, vulgatae opinioni fidem non fosse andato sul Campidoglio, ed entrato
apud quosdam fecit, stirpis eum divinae virum nel tempio vi sedesse e quivi, per lo più solo,
esse; retulitoſue famam, in Alexandro Magno consumasse in segreto alcun tempo. Questo co
prius vulgatam, et vanitate et fabula parem, an stume, che conservò per tutta la vita, o delibera
guis immanis concubitu conceptum, et in cubiculo tamente, o a caso, accreditò presso alcuni la di - -
matris ejus persaepe visam prodigii ejus speciem, volgata opinione, ch'egli fosse di sangue celeste;
interventudue hominum evolutam repente, atque e rinnovò la voce, già prima corsa di Alessandro
- ex oculis relapsami His miraculis numquam ab il Grande, ed egualmente vana e favolosa, ch'egli
ipso elusa fides est: quin potius aucta arte qua fosse stato generato da un serpente di smisurata
dam, nec abnuendi tale quidquam, nec palam grandezza, che s'era veduto apparire più volte
affirmandi. Multa alia eiusdem generis, alia vera, nella stanza di sua madre, e che sopravvenendo
alia assimulata, admirationis humanae in eo juve persone, s'era all'improvviso dileguato, sparendo
ne excesserant modum: quibus freta tunc civitas, dagli occhi. Non iscemò egli mai la credenza a
aetati haudouaquam maturae tantam molem re codesti prodigii, anzi piuttosto con una sorte
rum, tantumque imperium permisit. Ad eas co di arte l'accrebbe, non negando che così fosse
pias, quasex vetere exercitu Hispania habebat, a un dipresso, e non l'affermando. Molte altre
quaeque a Puteolis cum C. Nerone trajectae cose di simil fatta, altre vere, altre infinte aveano
erant, decem millia militum et mille equites ad destata per questo giovane un'ammirazione fuor
duntur: et M. Junius Silanus propraetor adjutor di misura; in che fidando la città, commise a
ad res gerendas datus est. Ita cum triginta ma quell'età tuttora immatura un affare di sì gran
vium classe (omnes autem quinqueremes erant) mole, e un sì importante comando. Alle forze,
ostiis Tiberinis profectus praeter oram Tuscima che avea la Spagna nel vecchio esercito, e che
ris, Alpes atque Gallicum sinum, et deinde Pyre avean fatto con Caio Nerone il tragitto da Poz
naei circumvectus promontorium, Emporisi urbe zuolo, si aggiungono dieci mila fanti e mille ca
Graeca (oriundi et ipsi a Phocaea sunt) copias valli: gli si dà il propretore Marco Junio Silano
exposuit: indesequi navibus jussis, Tarraconem ad assisterlo nelle imprese. Così con una flotta
pedibus profectus, conventum omnium sociorum di trenta navi (ed eran tutte quinqueremi) partito
(etenim legationes ad famam adventus ejus ex dalle bocche del Tevere, costeggiando le rive
omni se provincia effuderant) habuit. Naves ibi del mar Toscano, girate le Alpi e il golfo Gal
subduci jussit, remissis quatuor triremibus Massi lico, indi il promontorio del Pireneo, sbarcò
liensium, quae officii causa ab domo prosecutae le sue genti a Emporia, città greca (oriondi essi
fuerant. Responsa indelegationibus suspensis va pure dalla Focea); indi detto alle navi che lo
rietate tot casuum dare coepit, ita elato ab in seguissero, andato a piedi a Tarracona, vi tenne
genti virtutum suarum fiducia animo, ut nullum una dieta di tutti gli alleati, perciocchè alla fama
ferox verbum excideret; ingensque omnibus, di sua venuta eran concorse ambascerie da tutta
quae diceret, quum majestas inesset, tum fides. la Spagna. Quivi fe'tirare in secco le navi, riman
17 TITI LIVII LIBER XXVI. 48

date le quattro triremi dei Marsigliesi, che da


casa lo aveano accompagnato per onorarlo. Poi
cominciò a rispondere agli ambasciatori, sospesi
per la varietà di tanti casi, con tale elevatezza
d'animo per la fidanza che avea nelle sue virtù,
che non gli cadde di bocca parola, che fosse alte
ra; e in tutto quello che diceva appariva insieme
la maestà e la fede. - -

XX. Profectus ab Tarracone, et civitates so XX. Partito da Tarracona, visitò le città de


ciorum et hiberna exercitus adiit: collaudavit gli alleati e i quartieri d'inverno de'soldati; e
que milites, quod, duabus tantis cladibusdeinceps lodò questi, perchè quantunque percossi da due
icti, provinciam obtinuissent: nec fructum secun sì grandi sconfitte, s'erano mantenuti nella pro
darum rerum sentire hostes passi, omni cis Ibe vincia, e non lasciando che i nemici gustassero
rum agro eos arcuissent, sociosque cum fide tu il frutto del loro prosperi successi, gli avesser te
tati essent. Marcium secum habebat cum tanto nuti lontani da tutto il paese di qua dall'Ibero,
honore, ut facile appareret, nihil minus, quam e difeso avessero con tutta fede gli alleati. Aveva
vereri, ne quis obstaret gloriae suae. Successit seco Marcio in tal guisa onorandolo, che facil
inde Neroni Silanus, et in hiberna novi milites mente appariva niente manco temer egli, quanto
deducti. Scipio, omnibus, quae adeunda agen che alcuno offuscasse la sua gloria. Indi Silano
daque erant, mature aditis peractisque, Tarraco succedette a Nerone; e i nuovi soldati furon
nem concessit. Nihilo minor fama apud hostes messi a quartieri d'inverno. Fatto e visitato
Scipionis erat, quam apud cives sociosque, et di tutto quello, ch'era da fare e visitare, tornò Sci
vinatio quaedam futuri, quo minus ratio timoris pione a Tarracona. La fama di Scipione non era
reddi poterat oborti temere, majorem inferens punto minore presso i nemici di quel che fosse
metum.lIn hiberna diversi concesserant: Hasdru presso i cittadini e gli alleati, come pure il con
sgonis usque ad Oceanum et Gades : Mago cetto di una certa divinazione del futuro, che
in mediterranea, maxime supra Castulonensem tanto più atterriva, quanto meno si potea render
saltum: Hasdrubal Hamilcaris filius proximus ragione del timore nato senza apparèrre motivo. -e
Ibero circa Saguntum hibernavit. Aestatis ejus I nemici erano andati a quartieri d'inverno in
extremo, quo capta est Capua, et Scipio in Hispa luoghi diversi: Asdrubale, figlio di Giscone sino
niam venit, Punica classis, et Sicilia Tarentum all'Oceano ed a Cadice ; Magone nei paesi entro
accita ad arcendoscommeatus praesidii Romani, terra, specialmente sopra la selva Castulonese;
quod in arce Tarentina erat, clauserat quidem Asdrubale, figlio di Amilcare svernò presso all'I
omnes ad arcem a mari aditus; sed assidendo bero ne' contorni di Sagunto. Nel fine di quella
diutius arctiorem annonam sociis, quam hosti, fa state, in cui fu presa Capua e Scipione venne in
ciebat. Non enim tantum subvehi oppidanis per Ispagna, la flotta Cartaginese, chiamata dalla Si
pacata litora apertosque portus praesidio navium cilia a Taranto per impedire le vettovaglie al
Punicarum poterat, quantum frumenti classis ipsa presidio Romano, che guardava quella fortezza,
turba navali mixta ex omni genere hominum avea bensì chiuso ogni accesso dal mare alla roc
absumebat: ut arcis praesidium etiam sine in ca; ma prolungando di troppo la sua stazione,
vecto (quia pauci erant) ex ante praeparato sus affamava più gli alleati, che i nemici. Perciocchè
tentari posset; Tarentinis classique ne invectum non si poteva col soccorso delle navi Cartaginesi
quidem sufficeret. Tandem majore gratia, quam portare ai terrazzani dalle tranquille coste, e dai
venerat, classis dimissa est. Annona haud multum porti aperti tanto frumento, quanto ne consuma
laxaverat, quia, remoto maritimo praesidio, sub va la flotta stessa e la ciurma, mista ad ogni ge
vehi frumentum non poterat. nerazione di gente; in modo, che il presidio della
rocca (perchè eran pochi) poteva sostenersi, an
che senza riceverne di nuovo, con quello provvi
sto in addietro; ed ai Tarentini, e alla flotta non
bastava nè anche quello, che vi si portava. Final
mente la flotta fu licenziata con più contentezza,
che quando venne. La carestia non s'era molto
allentata, perchè, levato il sussidio di mare, non
si potea portarvi grano dal di fuori.
XXI. Ejusdem aestatis exitu, M. Marcellus ex XXI. Sul fine della state medesima, essendo
Sicilia provincia quum ad Urbem venisset, a C. Marco Marcello dalla Sicilia venuto a Roma, il
49 TITI LIVII I.IBER XXVI. 5o

Calpurnio praetore senatus ei ad aedem Bellonae pretore Caio Calpurnio lo introdusse nel senato,
datus est. Ibi quum de rebus a se gestis disseruis che avea raccolto nel tempio di Bellona. Quivi,
set, questus leniter non suam magis, quam mili poi ch'ebbe Marcello parlato delle sue geste, do
tum vicem, quod provincia confecta exercitum lutosi modestamente non tanto della sua, quanto
deportare non licuisset, postulavit, ut trium della sorte dell'esercito, che, compiuta l'impo
phanti urbem inire liceret: id non impetravit. stagli commissione, non gli fosse stato concesso
Quum multis verbis actum esset, utrum minus di ricondurlo a casa, chiese che gli fosse lecito
conveniret, cujus nomine absentis, ob res pro di entrare in Roma trionfante; e non l'ottenne.
spere ductu eius gestas, supplicatio decreta foret, Essendosi disputato a lungo, se forse sconveniente
et diis immortalibus habitus honos, ei praesenti cosa non fosse a quello, in nome del quale assente
negare triumphum; an, quem tradere exercitum erano state decretate pubbliche preghiere, e rin
successori jussissent (quod, nisi manente in pro graziamenti agli dei immortali, al medesimo pre
vincia bello, non decerneretur), eum quasi de sente negare il trionfo, ovvero, se quegli, a cui
bellato triumphare, quum exercitus, testis meriti era stato commesso di consegnar l'esercito al
atque immeriti triumphi, abesset: medium vi successore (il che non si decretava, che a guerra
sum, ut ovans urbem iniret. Tribuni plebis ex colà non ancora terminata), quegli stesso, quasi a
auctoritate senatus ad populum tulerunt, ut M. guerra finita, dovesse trionfare, non vi essendo
Marcello, quo die urbem ovans iniret, imperium nè anche l'esercito, testimonio del meritato o
esset. Pridie, quam urbem iniret, in monte Alba non meritato trionfo; si prese la via di mezzo,
no triumphavit: inde ovans multam praese prae che entrasse ovante in Roma. I tribuni della ple
dam in urbem intulit. Cum simulacro captarum be, autorizzati dal senato, proposero al popolo
Syracusarum catapultae ballistaeque, et alia omnia che a Marco Marcello, in quel dì che fosse en
instrumenta bellilata, et pacis diuturnae regiae trato, gli fosse conservato il comando. Il dì in
que opulentiae ornamenta, argenti aerisque fa manzi che entrasse trionfò sul monte Albano;
brefacti vis, alia supellex, pretiosaque vestis, et indi entrò in Roma ovante, portando dinanzi a
multa nobilia signa, quibus inter primas Graeciae sè gran bottino. Col disegno rappresentante la
urbes Syracusae ornatae fuerant: punicae quoque presa Siracusa c'eran catapulte e balliste, e tutti
victoriae signum, octo ducti elephanti. Et non gli altri bellici stromenti, e, frutto ed ornamento
minimum fuit spectaculum cum coronis aureis della lunga pace, e della regia opulenza, grande
praecedentes Sosis Syracusanus, et Mericus Hispa quantità d'oro e d'argento cesellato, suppellet
nus: quorum altero duce nocturno Syracusas in tili d'ogni sorte, preziose vesti e molte statue
troitum erant; alter Nasum, quodque ibi praesi di mano eccellente, di che Siracusa era adorna,
dii erat prodiderat. His ambobus civitas data, quanto alcun'altra più cospicua città della Gre
et quingena jugera agri. Sosidi in agro Syracu cia. S'introdussero pur anche otto elefanti, do
sano, qui aut regius, aut hostium populi Romani cumento della vittoria riportata sopra i Cartagi
fuisset, et aedes Syracusis cujus vellet eorum, in nesi. Nè furono picciolo spettacolo Soside Siracu
quos belli jure animadversum esset; Merico Hi sano e Merico Spagnuolo, che precedevano con
spanisque, qui cum eo transierant, urbs agerque corone d'oro sul capo: colla notturna scorta
in Sicilia ex iis, qui a populo Romano defecis del primo s'era entrato in Siracusa; l'altro avea
sent, jussa dari. Id M. Cornelio mandatum, ut, ubi consegnata l'isola di Naso, ed il presidio che ci
ei videretur, urbem agrumque eis assignaret. In era. Fu data ad ambedue la cittadinanza, e cin
eodem agro Belligeni, per quem illectus ad tran quecento giugeri di terra; a Soside nel contado
sitionem Mericus erat, quadringenta jugera agri Siracusano dei terreni, ch'erano stati del re o
decreta. Post profectionem ex Sicilia Marcelli, dei nemici del popolo Romano, ed una casa in
Punica classis octo millia peditum, tria Numida Siracusa a suo piacimento, di quelle ch'erano
rum equitum exposuit. Ad eos Murgantinae desci state di alcuno dei giustiziati; a Merico ed agli
verunt terrae: secutae defectionem earum Hybla Spagnuoli, che lo avean seguitato, una casa in
et Macella sunt, etignobiliores quaedam aliae. Et città, e una possessione nella Sicilia, di quelle,
Numidae, praefecto Mutine, vagi per totam Sici che aveano appartenuto ad alcun di coloro, che
liam, sociorum populi Romani agros urebant. Su s'erano ribellati dal popolo Romano. Fu com
per haec exercitus Romanus iratus, partim quod messo a Marco Cornelio, che assegnasse loro, do
cum imperatore non devectus ex provincia esset, ve meglio gli sembrasse, codeste case e terreni.
partim quod in oppidis hibernare vetiti erant, Nel medesimo contado furono assegnati quattro
segni fungebantur militia: magisque eis auctor cento giugeri di terra a Belligene, che avea tirato
ad seditionem, quam animus, deerat. Inter has Merico a ribellarsi. Dopo la partenza di Marcello
difficultates M. Cornelius praetor et militum ani dalla Sicilia, la flotta Cartaginese mise a terra
Livio 4
5I TITI LIVII LIBER XXVI. 52

mos, nunc consolando, munc castigando, sedavit, ottomila fanti, e tre mila cavalli Numidi; si uni
et civitates omnes, quae defecerant, in ditionem rono ad essi i contadi di Murganza, e seguirono
redegit; atque ex his Murgantiam Hispanis, qui il loro esempio Ibla e Macella, e alcuni altri
bus urbs agerque debebatur, ex senatusconsulto luoghi di poco conto. I Numidi, sotto la condotta
attribuit. di Mutine, scorrendo per tutta la Sicilia,abbrucia
van tutti i poderi degli alleati del popolo Romano.
Si aggiungeva, che l'esercito Romano, indispet
tito, parte perchè non s'eran lasciati partire dalla
Sicilia col loro comandante, parte perchè gli
aveano impediti di svernare nelle città murate,
faceano debolmente il lor dovere, e mancava
loro più tosto un capo, che la volontà a sollevarsi.
ln mezzo a queste difficoltà il pretore Marco
Cornelio quetò gli animi dei soldati ora confor
tandoli, ed ora riprendendoli, e ritornò all'obbe
dienza tutte le città che s'erano ribellate; e di
queste, per decreto del senato, assegnò Murganza
agli Spagnuoli, a quali era dovuta una stanza ed
un terreno, -

XXII. Consules, quum ambo Apuliam pro XXII. Avendo ambedue i consoli il governo
vinciam haberent, minusque jam terroris a Poe della Puglia in comune, nè più temendosi tanto
nis et Hannibale esset, sortiri jussi Apuliam Ma i Cartaginesi ed Annibale, si ordinò loro che si
cedoniamo ue provincias. Sulpicio Macedonia eve spartissero a sorte la Puglia e la Macedonia.
nit, isque Laevino successit. Fulvius, Romam co Toccò la Macedonia a Sulpizio, il quale succedet
mitiorum causa arcessitus, quum comitia consu te a Levino. Tenendo Fulvio, richiamato a Ro
libus rogandis haberet, praerogativa Veturia ma, i comizii per l'elezione dei consoli, la cen
juniorum declaravit T. Manlium Torquatum et turia Veturia de' giovani, alla quale prima toccò
T. Otacilium. Manlius, qui praesens erat, gratu dare il voto, nominò Tito Manlio Torquato e
landi causa quum turba coiret, nec dubius esset Tito Otacilio. Manlio, ch'era presente, mentre
consensus populi, magna circumfusus turba ad la turba lo accerchiava per congratularsi seco
tribunal consulis venit, petitgue, ut pauca sua lui, nè si dubitava punto del consentimento del
verba audiret, centuriamoue, quae tulisset suf popolo, circondato da immensa folla, si presenta
fragium, revocari juberet. Erectis omnibus ex al tribunale del console, e chiede che ascolti al
spectatione, quidnam postulaturus esset, oculo cune poche parole, e richiami la centuria, che
rum valetudinem excusavit : « Impudentem et avea dato il voto. Levatisi tutti in aspettazione,
gubernatorem et imperatorem esse, qui, quum qual cosa fosse egli per chiedere, si scusò dall'ac
alienis oculis ei omnia agenda sint, postulet sibi cettare allegando l'infermità degli occhi: « Esser
aliorum capita ac fortunas committi. Proinde, si impudente quel governatore e quel comandante,
videretur, et redire in suffragium Veturiam ju che costretto a valersi in ogni cosa degli occhi
miorum juberet, et meminisset in consulibus cre altrui, chiegga che gli sia commessa la vita e la
andis belli, quod in Italia sit, temporumque rei fortuna degli altri. Quindi, se gli piace, ordini
publicae. Vixdum requiesse aures a strepitu et che la Veturia dei giovani ritorni a dare il voto,
tumultu hostili, quo paucos ante menses assede e rammenti nel creare i consoli, la guerra che
rint prope moenia Romana. ” Post haec quum arde in Italia, e i tempi calamitosi della repub
centuria frequens succlamasset, a nihil se mutare blica. Erano quasi ancora assordati gli orecchi
sententiae, eosdemogue consules dicturos esse; º dallo strepito e tumulto, con cui s'era piantato
tum Torquatus, « Neque ego vestros, inquit, mo il nemico da non molti mesi sotto le mura di
res consul ferre potero, neque vos imperium Roma. » Detto ciò, gridando tutta insieme la
meum. Redite in suffragium, et cogitate bellum centuria, a che non cangiava parere, e che avreb
Punicum in Italia, et hostium ducem Hannibalem be nominati consoli i medesimi ; º allora Tor
esse. » Tum centuria, et auctoritate mota viri, et quato, « nè io potrò console tollerare i vostri
admirantium circa fremitu, petit a consule, ut costumi, nè voi il mio comando. Tornate a dare
Veturiam seniorum citaret: « Velle se cum ma il voto, e rammentate che i Cartaginesi vi fan
joribus natu colloqui. et ex auctoritate eorum guerra in Italia, e che il loro comandante è An
consules dicere. “ Citatis Veturiae senioribus, nibale. » Allora la centuria, e mossa dall'autorità
datum secreto in Ovili cum his colloquendi tem del personaggio, e dal mormorio di approvazione
53 TITI LIVII LIBER XXVI. 54
pus. Seniores de tribus consulendum dixerunt de circostanti, chiede al console, che chiami la
esse, duobus jam plenis honorum, Q. Fabio et Veturia dei seniori: « Voler conferire coi mag
M. Marcello, et, si utique novum aliquem adver giori di età, e seguire il lor parere nella nomina
sus Poemos consulem creari vellent, M. Valerium de'consoli. » Come furono chiamati, si diede
Laevinum egregie adversus Philippum regem loro tempo di abboccarsi insieme segretamente
terra marique res gessisse. Ita de tribus consul nell'ovile. I vecchi dissero, che non c'era da de
tatione data, senioribus dimissis, juniores suffra liberare, che intorno a tre soggetti, due già
gium ineunt. M. Claudium Marcellum, fulgentem ricolmi di onori, Quinto Fabio e Marco Marcel
tum Sicilia domita, et M. Valerium absentes con lo, e se anche si volesse nominare alcun nuovo
sules dixerunt: auctoritatem praerogativae omnes console contro i Cartaginesi, essersi Marco Vale
centuriae secutae sunt. Eludant nunc antiqua mi rio Levino condotto egregiamente per terra e
rantes: non equidem, si qua sit sapientium civi per mare contro il re Filippo. Quindi, consultati
tas, quam docti fingunt magis, quam norunt, aut si intorno i tre, licenziati i seniori, i iuniori
principes graviores temperantioresque a cupidi vanno a dare il voto. Nominaron consoli, in loro
ne imperii, aut multitudinem melius moratam assenza, Marco Claudio Marcello, chiaro allora
censeam fieri posse. Centuriam vero juniorum per la domata Sicilia, e Marco Valerio. Tutte le
seniores consulere voluisse, quibus imperium suf centurie seguirono l'autorità di quella che prima
fragio mandaret, vi» ut verisimile sit, parentum diede il voto. Vengano adesso ad irridere i tempi
quoque hoc seculo vilis levisque apud liberos antichi. Certo se ci fosse una repubblica di sa
auctoritas fecit. pienti, quale i dotti se la fingono in mente, piut
tosto che la conoscano, son di avviso, che non ci
si potrebbe trovare nè principali cittadini più
gravi, e più lontani dall'ambizione di comanda
re, nè moltitudine di popolo più costumata. Che
poi la centuria dei iuniori abbia voluto consultare
i seniori, chi dovesse ella proporre a consoli, fe”
che sembri poco credibile la eziandio in questo
secolo invilita e debile autorità del genitori so
pra i figliuoli. º
XXIII. Praetoria inde comitia habita. P. Man XXIII. Indi si tennero i comizi per la ele
lins Vulso, et L. Manlius Acidinus, et C. Laetorius, zione dei pretori. Furon creati Publio Manlio
et L. Cincius Alimentus creati sunt. Forte ita Vulsone, Lucio Manlio Acidino, Caio Letorio e
incidit, ut comitiis perfectis nunciaretur, T. Ota Lucio Cincio Alimento. Accadde a caso, che, ter
cilium, quem T. Manlio, nisi interpellatus ordo minati i comizii, si annunziò esser morto in Si
comitiorum esset, collegam absentem daturus cilia Tito Otacilio, quegli, che pareva che il po
fuisse videbatur populus, mortuum in Sicilia esse. polo avrebbe dato collega, in sua assenza, a Tito
Ludi Apollinares et priore anno fuerant, et, eo Manlio, se non fosse stato interrotto l'ordine
anno ut fierent, referente Calpurnio praetore, delle elezioni. I giuochi Apollinari e s'erano fatti
senatus decrevit, ut in perpetuum voverentur. l'anno innanzi, e proponendo il pretore Caio Cal
Eodem anno prodigia aliquot visa nunciataque purnio che si facessero anche in questo, il senato
sunt. In aede Concordiae Victoria, quae in cul decretò che si celebrassero tutti gli anni in per
mine erat fulmine icta decussaque, ad Victorias, petuo. In quell'anno medesimo furon visti ed
quae in antefixis erant, haesit, neque inde proci annunziati alquanti prodigii. La Vittoria, ch'era
dit. Et Anagnia et Fregellis nunciatum est, mu in cima al tempio della Concordia, colpita ed ab
rum portasque de coelo tactas; et in foro Suber battuta da un fulmine, cadendo si attaccò alle
tano sanguinis rivos per diem totum fluxisse, et Vittorie, che adornavano la cornice, nè più se ne
Ereti lapidibus pluisse, et Ereti lapidibus pluisse, spiccò. E si annunziò da Anagnia e da Fregelle
et Reate mulam peperisse. Ea prodigia hostiis che le mura e le porte erano state percosse da
majoribus sunt procurata, et obsecratio in unum fulmini, e che nella piazza di Suderto eran corsi
diem populo indicta, et movemdiale sacrum. Sa rivi di sangue un intero giorno; che ad Ereto
cerdotes publici aliquoteo anno demortui sunt, eran piovute pietre, e che a Reate una mula avea
novique suffecti: in locum M.' Aemilii Numidae partorito. Si espiarono questi prodigii con le
decemviri sacrorum M. Aemilius Lepidus; in lo vittime maggiori, e s' intimarono pubbliche
cum M. Pomponii Mathonis pontificis C. Li preci per tutto un giorno, e nove dì di sagrifizii.
vius; in locum Sp. Carvilii maximi auguris M. Morirono in quell'anno alcuni pubblici sacerdoti,
Servilius. T. Otacilius Crassus pontifex quia cui se ne surrogarono di nuovi: in luogo di Ma
55
r TITI LIVII LIBER XXVI. 50

exacto anno mortuus erat, ideo nominatio in nio Emilio Numida decemviro si sagrifizii, Mar
locum eius non est facta. C. Claudius Flamen co Emilio Lepido; in luogo del pontefice Manio
dialis, quod exta perperam dederat, flaminio Pomponio Matone, Caio Livio; in luogo di Spu
abiit. rio Carvilio, augure massimo, Marco Servilio.
Perchè il pontefice Tito Otacilio Crasso era mor
to compiuto il suo anno, non si nominò in suo
luogo. Caio Claudio, sacerdote di Giove, perchè
avea presentate le viscere in modo non debito,
rinunziò al sacerdozio.
XXIV. Per idem tempus M. Valerius Laevi XXIV. In quel medesimo tempo Marco Va
nus, tentatis prius per secreta colloquia princi lerio Levino, saggiati prima con segreti abboc
pum animis, ad indictum ante ad idipsum conci camenti gli animi dei principali cittadini, venne
lium Aetolorum classe expedita venit. Ubi quum con alquanti legni leggeri alla dieta degli Etoli,
Syracusas Capuamque captam, in fidem in Sici stata precedentemente intimata a tal effetto. Do
lia Italiaque rerum secundarum, ostentasset, adie ve, poi ch'ebbe esposta la presa di Siracusa e di
cissetque, « jam inde a majoribus traditum mo Capua a far fede dei successi ottenuti nella Sici
rem Romanis colendi socios, ex quibus alios in lia ed in Italia, aggiunse a essere costume dei
civitatem atque aequum secum jus accepissent, Romani, già ricevuto sin da lor maggiori, di
alios in ea fortuna haberent, ut socii esse, quam coltivare gli alleati, altri de' quali aveano am
cives, mallent. Aetolos eo in majore futuros ho messi alla loro cittadinanza e a dritti eguali con
noré, quod gentium transmarinarum in amici seco, altri gli avevano in grado tale, che essi ama
Baruspisisanigeat Philippum eis et Macedo van meglio d'essere alleati che cittadini. Gli Etoli
mas graves accolas èsse; quorum se vim ac spiri sarebbero stati tenuti in tanto maggior onore,
tus et jam fregisse, eteo redacturum esse, ut non quanto che, di tutte le nazioni d'oltre mare, pri
his modo urbibus, quaspervim (demissent Aeto mi sarebbero venuti all'amicizia dei Romani.
lis, excedant, sed ipsam Macedoniam infestam Avean presso Filippo e i Macedoni, vicini da
habeant. Et Acarnanas, quos aegre ferrent Aetoli temersi, la cui prepotenza ed orgoglio egli aveva
a corpore suo diremptos, restituturum se in an e di già infranto, e ridurrebbe a tale, che do
tiquam formulam jurisque ac ditionis eorum. ” vrebbero non solo uscire dalle città, che avean
Haec, dicta promissaque ab Romano imperatore, tolte agli Etoli colla violenza, ma si vedrebbero
Scopas, qui tum praetor gentis erat, et Doryma inquietati nella stessa Macedonia. E gli Acarnani,
chus, princeps Aetolorum, affirmaverunt aucto che gli Etoli soffrivano di mal cuore smembrati
ritate sua, minore cum verecundia et majore cum dal lor paese, gli avrebbe rimessi sotto l'antica
fide vim majestatemdue populi Romani extollen loro giurisdizione, e sotto il loro dominio. " E
tes: maxime tamen spes potiundae movebat Acar queste parole e promesse al comandante Ro
maniae. Igitur conscriptae conditiones, quibus in mano, Scopa, ch'era allora pretore, e Dorimaco,
amicitiam societatemdue populi Romani veni capo degli Etoli, le confermarono colla loro au
rent; additumque, « ut, si placeret vellentque, torità, levando al cielo con minor verecondia,
eodem jure amicitiae Elei, Lacedaemoniique, et e con più credibilità, la potenza e la maestà del
Attalus, et Pleuratus, et Scerdilaedus essent. popolo Romano: però li moveva massimamente
(Asiae Attalus, hi Thracum et Illyriorum reges) la speranza di ricuperare l'Acarnania. Si posero
« Bellum ut extemplo Aetoli cum Philippoterra dunque in iscritto le condizioni, colle quali gli
gererent: navibus ne minus viginti quinquere Etoli venissero a collegarsi coi Romani; e fu
mibus adjuvaret Romanus. Urbium Corcyrae te aggiunto, che, « qualora piacesse e volessero,
nus ab Aetolia incipienti solum, tectaque et muri entrassero nella stessa alleanza gli Eléi, gli Spar
cum agris Aetolorum ; alia omnis praeda populi tami, Attalo, Pleurato e Scerdiledo (Attalo era re
Romani esset; darentoue operam Romani, ut dell'Asia, gli altri due, uno della Tracia, l'altro
Acarnaniam Aetoli haberent. Si Aetoli pacem dell'Illirio); che subito gli Etoli movessero guer
cum Philippo facerent, foederi adscriberent, ita ra a Filippo per terra, che il Romano gli aiu
ratam eorum pacem, si Philippus arma ab Ro tasse con non manco di venti quinqueremi; che
manis sociisque, quique eorum ditionis essent, cominciando dall'Etolia sino a Corcira, il suolo,
abstinuisset. Item, si populus Romanus foedere le case, i muri delle città col loro territorii fos
jungeretur regi, ut caveret, ne jus ei belli infe sero degli Etoli; tutta l'altra preda dei Romani.
rendi Aetolis sociisque eorum esset. - Haec con E questi si adoprassero perchè gli Etoli ricupe
venerunt, conscriptaque biennio post Olympiae rassero l'Acarnania. Se gli Etoli facessero la pace
ab Aetolis, in Capitolio ab Romanis, ut testata con Filippo, aggiungessero ai patti, che la pace
57 TITI LIVII LIBER XXVI. 58

sacratis monumentis essent, sunt posita. Morae non sarebbe valida, se Filippo non si astenesse
causa fuerant retenti Romae diutius legati Aeto dal portar l'armi contro i Romani e gli alleati
lorum: nec tamen impedimento id rebus geren e soggetti loro. Parimenti, se il popolo Romano
dis fuit. Et Aetoli extemplo moverunt adversus si collegasse col re, stipulasse che Filippo non
Philippum bellum, et Laevinus Zacynthum (par dovesse mover guerra agli Etoli, nè ai loro al
va insula est propinqua Aetoliae: urbem unam leati. » Questi furono gli accordi, scritti due anni
eodem, quo ipsa est, nomine habet); eam praeter dopo dagli Etoli nel tempio di Olimpia, e posti
arcem vi cepit, et Oeniadas Nasumque Acarna dai Romani nel Campidoglio, acciocchè fossero
num captas Aetolis contribuit. Philippum quoque monumenti consagrati dalla religione. Cagione
satis implicatum bello finitimo ratus, ne Italiam del ritardo furono i legati degli Etoli ritenuti a
Poenosque et pacta cum Hannibale posset respi Roma lungo tempo; nè ciò impedì punto il
cere, Corcyram ipse se recepit. guerreggiare. Gli Etoli si mossero subito contro
Filippo, e Levino prese e consegnò agli Etoli il
Zante (questa è una picciola isola vicina all'Eto
lia, che ha una sola città dello stesso nome): la
prese di viva forza, eccetto la rocca, non che
Oeniade e Naso, già degli Acarnani; e pensando
che Filippo fosse anche impacciato nella guerra
coi confinanti, e non potesse badare nè all'Italia,
nè ai Cartaginesi, nè agli accordi fatti con Anni
bale, si ritirò egli pure a Corcira.
XXV. Philippo Aetolorum defectio Pellae XXV. La defezione degli Etoli fu rapportata
hibernanti allata est: itaque, quia primo vere mo a Filippo, mentr'egli svernava a Pella. Quindi,
turus exercitum in Graeciam erat, Illyrios finiti perchè stava per movere l'esercito in primavera
masque eis urbes alterno metu quietas ut Mace contro la Grecia, acciocchè la Macedonia non
donia haberet, expeditionem subitam in Orici avesse a temer nulla dalla parte degl'Illirii, e
morum atque Apolloniatium fines fecit, egres delle città loro confinanti, si scagliò subito sulle
sosque Apolloniatas cum magno terrore atque terre degli Oricini e degli Apolloniati, e cacciò
pavore compulit intramuros. Vastatis proximis questi, ch'erano usciti, con gran terrore e spa
Illyrici, in Pelagoniam eadem celeritate vertit vento dentro le loro mura. Devastati i paesi vi
iter: inde Dardanorum urbem, sitam in Macedo cini all'Illirio, si volse colla stessa celerità contro
nia, transitum Dardanis facturam, cepit. His ra la Pelagonia; indi prese Sinzia città dei Dardani,
ptim actis, memor Aetolici junctique cum eo Ro che apriva loro il passo nella Macedonia; fatto
mani belli, per Pelagoniam et Lyncum et Bot ciò rapidamente, non dimentico della guerra,
tiaeam in Thessaliam descendit. Ad bellum se che avea cogli Etoli congiunti ai Romani, per la
cum adversus Aetolos capessendum incitari pos Pelagonia, il Linco e la Bottiéa discese nella Tes
se homines credebat; et, relicto ad fauces Thes saglia. Credeva di poter suscitare quelle genti a
saliae Perseo cum quatuor millibus armatorum pigliar seco la guerra contro gli Etoli; e lasciato
ad arcendos aditu Aetolos, ipse, priusquam ma alle gole della Tessaglia Perseo con quattro mila
joribus occuparetur rebus, in Macedoniam, atque armati a chiudere il passo agli Etoli, egli, in
inde in Thraciam exercitum ac Maedos duxit. nanzi che maggiori faccende l'occupassero, con
Incurrere ea gens in Macedoniam solita erat, ubi dusse l'esercito nella Macedonia, e di là nella
regem occupatum externo bello ac sine praesidio Tracia e nella Medica. Soleva questa nazione
esse regnum sensisset. Ad Phragandas igitur va scorrer sopra la Macedonia, tosto che vedesse il
stare agros, et urbem Jamphorimam, caput ar re occupato in guerra esterna, e il regno senza
cem que Maedicae, oppugnare coepit. Scopas, ubi difesa. Cominciò dunque a Fragande a dare il
profectum in Thraciam regem, occupatumque ibi guasto alle terre e a combattere Gianforina, cit
bello audivit, armata omni juventute Aetolorum, tà capitale e fortezza della Medica. Scopa, udito
bellum inferre Acarnaniae parat. Adversus quos che il re, passato nella Tracia, era quivi tratte
Acarnanum gens et viribus impar, et jam Oenia nuto guerreggiando, messa in arme tutta la gio
das Nasumque amissa cernens, Romanaque insu ventù degli Etoli, si apparecchia ad assaltare
per arma ingruere, ira magis instruit, quam con l'Acarnania. Ad affrontare il qual nembo gli
silio, bellum. Conjugibus liberisque et senioribus Acarnani, e diseguali di forze, e che vedevano
supra sexaginta annos in propinquam Epirum già perduti oeniade e Naso, ed oltre ciò piombar
missis ab quindecim ad sexaginta annos conju loro addosso l'armi Romane, pure più per ira,
rant, nisi victores, se non redituros. Qui victus che per sano consiglio si accingono alla difesa.
59 TITI LIVII LIBER XXVI. Go

acie excessisset, eum ne quis urbe, tecto, mensa, Mandate nel vicino Epiro le mogli, i figliuoli ed
lare reciperet, diram exsecrationem in populares, i vecchi oltre i sessant'anni, giurano tutti dai
obtestationem quam sanctissimam potuerunt ad quindici ai sessant'anni di non tornare, se non
versus hospites, composuerunt; precatique simul se vincitori. Acciocchè nessuno ricevesse nè in
Epirotas sunt, ut, qui suorum in acie cecidissent, città, nè in casa, nè alla mensa chiunque uscisse
eos uno tumulo contegerent, adhiberentgue hu vinto dalla battaglia, composero una spaventosa
matis titulum: HIC siT1 su NT ACARNANes, QUI, esecrazione contro i popolani, un'imprecazione
AdvERsUs vIM ATQUE INJURIAM AEToLoRUM PRO PA quanto più poterono tremenda contro chi gli
TRIA PUGNANTEs, MoRTEM occuBUERUNT. Per haec albergasse, e in pari tempo pregano gli Epiroti,
incitatis animis, castra in extremis finibus suis che a quelli di loro, che cadessero sul campo,
obvia hosti posuerunt: nunciis ad Philippum diano una sola sepoltura, aggiungendovi questa
missis, quanto res in discrimine esset, omittere iscrizione: QUI GIAccioNo GLI ACARNANI, CHE com
Philippum id, quod in manibus erat, coegerunt BATTENDO PER LA PATRIA CoNTRO LA VIOLENZA E

bellum, Jamphorina per deditionem recepta, et L' INGIUSTIZIA DEGLI EToLI, INcoNTRARoNo LA
prospero alio successu rerum. Aetolorum impe MoRTE. Avendo con questo infiammati gli animi,
tum tardaverat primo conjurationis fama Acar si accamparono sull'estremità del lor confine di
manicae: deinde auditus Philippi adventus regre rincontro a nemici. Mandati messi a Filippo,
di etiam in intimos coégit fines. Nec Philippus, che lo avvisassero in che pericolo essi fossero,
quamquam, ne opprimerentur Acarnanes, itine queste notizie lo sforzarono a lasciar la guerra
ribus magnis ierat, ultra Dium est progressus. che aveva tra le mani, sebbene avuta avesse di
Inde, quum audisset reditum Aetolorum ex Acar già Gianforina a patti, e riportati altri vantaggi.
mania, et ipse Pellam rediit. La nuova della cospirazione degli Acarnani avea
dapprima ritardato l'impeto degli Etoli; indi
quella della venuta di Filippo gli avea eziandio
sforzati a ritornarsene al paese. Nè Filippo, quan
tunque fosse venuto a gran giornate per non la
sciar opprimere gli Acarnani, si era avanzato più
oltre, che Dio. Poscia, ndito che gli Etoli s'era
no ritirati dall'Acarnania, egli pure tornò a Pella.
XXVI. Laevinus, veris principio a Corcyra XXVI. Sul principio della primavera partito
profectus navibus, superato Leucata promonto Levino colla flotta da Corcira, superato il pro
rio, quum venisset Naupactum, Anticyram inde montorio di Leucate, venuto a Naupatto, fece
se petiturum edixit, ut praesto ibi Scopas Aeto intendere che di là andrebbe ad Anticira, accioc
lique essent. Sita Anticyra est in Locride laeva chè Scopa e gli Etoli vi si trovassero in pronto.
parte sinum Corinthiacum intrantibus: breve ter Anticira è posta nella Locride dalla parte sinistra
raitereo, brevis navigatio ab Naupacto est. Ter a chi entra nel seno di Corinto; partendo da
tio ferme post die utrimogue oppugnari coepta Naupatto il viaggio per terra è breve, breve per
est. Gravior a mari oppugnatio erat; quia et tor mare. Quasi tre dì dopo si cominciò a batterla
menta machinaeque omnis generis in navibus d'ambi i lati. Dalla parte di mare l'assalto fu
erant, et Romani inde oppugnabant. Itaque intra più vigoroso, e perchè c'era nelle navi ogni sorta
paucos dies recepta urbs per deditionem Aetolis di macchine e di stromenti bellici, e perchè ci
traditur, praeda ex pacto Romanis cessit. Literae erano a combatterla i Romani. In pochi di adun
Laevino redditae, consulem eum absentem decla que avutala a patti, fu consegnata agli Etoli; la
ratum, et successorem venire P. Sulpicium: cete preda, giusta l'accordo, fu de Romani. Ebbe
rum, diuturno ibi morbo implicitus, serius spe Levino lettere, che lo avvisavano esser egli stato
omnium Romam venit. M. Marcellus, quum Idibus fatto console in assenza, e venire a succedergli
Martiis consulatum inisset, senatum eo die, moris Publio Sulpicio: se non che, infermatosi quivi
modo causa, habuit, professus, « nihil se, absente di lunga malattia, giunse a Roma più tardi di
collega, neque de republica, neque de provinciis, quel che ognuno sperava. Marco Marcello, preso
acturum. Scire se, frequentes Siculos prope ur il consolato alla metà di Marzo, il di medesimo
bem in villis obtrectatorum suorum esse: quibus, radunò il senato solamente per seguir l'uso, di
tantum abesse, ut per se non liceat palam Romae chiarando, a che in assenza del collega non trat
crimina edita fictaque ab inimicis vulgare, ut, ni terebbe nè della repubblica, nè delle province.
simularent, aliquem sibi timorem, absente colle Gli era noto, che parecchi Siciliani si stavano
ga, dicendi de consule esse, ipse eis extemplo appiattati presso Roma nelle ville de suoi detrat
daturus senatum fuerit. Ubi quidem collega ve tori, a quali tanto è lontano ch'egli non per
61 TITI LIVII LIBER XXVI. 62

nisset, non passurum quidquam prius agi, quam metta di palesare pubblicamente in Roma le colpe
ut Siculi in senatum introducantur. Delectum o da lui commesse, o infinte da suoi nemici, che
propea M. Cornelio per totam Siciliam habitum, se non simulassero di aver tema di parlare a ca
ut quamplurimi questum de se Romam venirent. rico di un console in assenza del di lui collega,
Eumdem literis falsis urbem implesse, bellum in gl'introdurrebbe subito in senato. Come tosto
Sicilia esse, ut suam laudem minuat. » Moderati sarà venuto il collega, non soffrirà che si tratti
animi gloriam eo die adeptus consul, senatum d'altro, innanzi che i Siciliani sieno ammessi in
dimisit; ac prope justitium omnium rerum futu senato. Avea Marco Cornelio fatta quasi una leva
rum videbatur, donec alter consul ad urbem ve per tutta la Sicilia, onde molti e molti venissero
nisset. Otium, ut solet, excitavit plebis rumores: a Roma a querelarsi di lui; e per iscemargli la
a belli diuturnitate, et vastatos agros circa urbem, lode avea piena Roma di lettere false, spargendo
qua infesto agmine isset Hannibal, et exhaustam che dura tuttavia la guerra in Sicilia. » Il conso
delectibus Italiam, et prope quotannis exercitus le, acquistatasi in quel dì gloria di molta mode
caesos querebantur; et consules bellicosos ambo, razione, licenziò il senato; e pareva che ci sa
viros acres nimis et feroces, creatos, qui vel in rebbe stata vacanza da ogni altro affare sino a
pace tranquilla bellum excitare possent, medum tanto che l'altro console non fosse venuto a Ro
in bello respirare civitatem forent passuri. » ma. L'ozio, siccome avviene, suscitò i rumori
della plebe: dolevansi, « che per la lunghezza
della guerra fossero devastate le campagne per
tutto nelle vicinanze di Roma, dov'era passato
Annibale ostilmente; che l'Italia fosse votata
d'uomini per le leve; che quasi ogni anno si
udissero eserciti disfatti; e che si fossero eletti
due consoli, ambedue bellicosi, ambedue caldi
troppo e feroci, i quali, non che lasciar la città
respirare alquanto in tempo di guerra, la guerra
suscitar potrebbero anche in mezzo a pace tran
quilla. »
XXVII. Interrupit hos sermones nocte, quae XXVII. Interruppe questi discorsi un incen
pridie Quinquatrus fuit, pluribus simul locis circa dio scoppiato in più luoghi ad un tratto la notte
forum incendium ortum: eodem tempore septem che precedette la festa di Minerva. Si abbrucia
tabernae, quae postea quinque, et argentariae, rono ad un tempo stesso le sette botteghe, che
quae nunc novae appellantur, arsere. Compre poi furon cinque, e quelle de'banchieri, che ora
hensa postea privata aedificia: neque enim tum si chiaman botteghe nuove. Indi il fuoco si ap
basilicae erant: comprehensae lautumiae, forum prese alle fabbriche private; chè allora non ci
que piscatorium, et atrium regium. Aedes Vestae era il gran portico; non che alle prigioni, al
vix defensa est tredecimmaxime servorum opera, mercato del pesce e all'atrio dei re. Il tempio di
qui in publicum redempti ac manumissi sunt. Vesta fu a mala pena salvato per opera massima
Nocteac die continuatum incendium fuit; neculli mente di tredici schiavi, che furono ricomprati
dubium erat, humana id fraude factum esse, quod col pubblico denaro, e messi in libertà. L'incen
pluribus simul locis, et iis diversis, ignes coorti dio durò un giorno ed una notte. Nè si dubitava
essent. Itaque consul ex auctoritate senatus pro che non fosse avvenuto per frode umana, perchè
concione edixit, qui, quorum opera id conflatum il fuoco si levò ad un tratto in più luoghi e di
incendium, profiteretur, praemium fore, libero versi. Quindi il console per decreto del senato
pecuniam, servo libertatem. Eo praemio inductus fe' bandire, che chiunque manifestasse per opera
Campanorum Calaviorum servus (Mannus ei no di cui fosse accaduto l'incendio, avrebbe in pre
men erat) indicavit, a dominos et quinque prae mio, se uomo libero, una somma di denaro, se
terea juvenes nobiles Campanos, quorum parentes schiavo, la libertà. Da cotal premio allettato uno
a Q. Fulvio securi percussi erant, id incendium schiavo de' Calavii Campani (nomato Manno),
fecisse; vulgoque facturos alia, mi comprehen denunziò, « che i suoi padroni, e inoltre cinque
dantur. » Comprehensi ipsi familiaeque eorum: nobili giovani Capuani, i cui padri erano stati
et primo elevabatur index indiciumque: « pridie fatti decapitare da Quinto Fulvio, avean procu
eum verberibus castigatum ab dominis discessis rato quell'incendio, e che ne dovevano procu
se, per iram ac levitatem ex re fortuita crimen rare altri qua e colà, se non fossero presi. » Fu
commentum.» Ceterum ut coram coarguebantur, rono dunque presi essi e tutti i loro schiavi. E
et quaestio ex ministris facinoris foro medio ha dapprima si volea screditare il denunziante e la
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beri coepta est, fassi omnes, atque in dominos denunzia, dicendo, a che colui s'era partito il dì
servosque conscios animadversum est: indici li innanzi dai padroni, perchè l'avean fatto battere
bertas data, et vigintimillia aeris. Consuli Lae colle verghe, e che per dispetto e leggerezza avea
vino Capuam praetereunti circumfusa multitudo infantata dal caso occorso quell'accusa. » Del re
Campanorum est, obsecrantium cum lacrymis, ut sto, poi che furono confrontati a faccia a faccia,
sibi Romam ad senatum ire liceret, oratum, si e che si cominciò nel mezzo della piazza ad ap
qua misericordia tandem flecti possent, ne se ad plicare gli esecutori del misfatto alla tortura,
ultimum perditum irent, nomengue Campanorum tutti confessarono; quindi i padroni e gli schiavi
a Q. Flacco deleri sinerent. Flaccus, « sibi pri consapevoli furono giustiziati. Al delatore fu data
vatam simultatem cum Campanis, negare, nul la libertà e venti mila assi. Il console Levino,
lam esse: publicas inimicitias et hostiles esse et passando per Capua, fu attorniato da una molti
futuras quoad eo animo esse erga populum Ro tudine di Capuani, che lo scongiuravano colle
manum sciret: nullam enim in terris gentemesse, lagrime agli occhi, che permettesse loro di an
nullum infestiorem populum nomini Romano. dare a Roma al senato a pregarlo, se in fine lo si
Ideo se moenibus inclusos tenere eos, quia, si potesse piegare a compassione, che non volesse
qui evasissent aliqua, velut feras bestias per agros consumare la lor rovina, nè lasciasse che Quinto
vagari, et lamiare et trucidare, quodcumque ob Flacco spegnesse affatto il nome Campano. Flac
vium detur. Alios ad Hannibalem transfugisse, co rispose, a non aver egli nimistà privata nes
alios ad Romam incendendam profectos: inven suna coi Campani: era nimicizia pubblica ed
turum in semiusto foro consulem vestigia sceleris ostile, e sempre la manterrebbe, sino a tanto che
Campanorum. Vestae aedem petitam, et aeternos sapesse nodrir essi l'animo stesso verso il popolo
ignes, et conditum in penetrali fatale pignus im Romano: perciocchè non v'ha nazione al mondo,
perii Romani. Se minime censere tutum esse, non popolo più avverso al nome di Roma. Lite
Campanis potestatem intrandi Romana moenia neva egli chiusi dentro le mura, perchè se alcuno
fieri. » Laevinus Campanos, jurejurando a Flacco ne scampasse fuori per qualche via, andrebbero
adactos, quinto die, quam ab senatu responsum vagando, quai fiere belve, per le campagne, stra
accepissent, Capuam redituros, sequi se Romam ziando, trucidando tutto quello, in che si abbat
jussit. Hac circumfusus multitudine, simul Siculis tessero. Altri eran fuggiti ad Annibale, altri an
obviam egressis Aetolisque Romam praeivit, cla dati a metter fuoco a Roma. Troverebbe il con
rissimarum urbium excidio celeberrimis viris vi
sole nella piazza mezzo abbruciata i vestigii della
ctos bello accusatores in urbem adducens. De re
scelleratezza de' Campani. Si mirò al tempio di
publicatamen primum acde provinciisambo con Vesta, agli eterni fuochi, a quel che si cela nel
sules ad senatum retulere.
l'intimo santuario pegno fatale dell'impero Ro
mano; sì che egli non reputava cosa sicura per
mettere a Capuani, ch'entrassero in Roma. Le
vino, fatto che i Campani giurassero in man di
Flacco, che sarebbero tornati a Capua cinque
giorni dopo che avessero avuta risposta dal se
nato, ordinò che lo seguitassero a Roma. Accer
chiato da questa moltitudine, entrò in Roma in
sieme coi Siciliani e cogli Etoli usciti gli incontro,
seco menandovi coloro che vinti in guerra veni
vano ad accusare riputatissimi capitani per l'ec
cidio di nobilissime città. Nondimeno i consoli,
prima che d'altra cosa, riferirono al senato delle
cose concernenti la repubblica, e del governo
delle province. -

XXVIII. Ibi Laevinus, quo statu Macedonia XXVIII. Quivi Levino espose in che stato era
et Graecia, Aetoli, Acarnanes Locrique essent, la Macedonia, la Grecia, gli Etoli, gli Acarnani
quasque ibi res ipse egisset terra marique, expo ed i Locresi ; e tutto quello ch'egli avea fatto per
suit: a Philippum, inferentem bellum Aetolis, mare e per terra: « Filippo, che avea mossa
in Macedonia retroab se compulsum, ad intima guerra agli Etoli, da lui risospinto in dietro nella
penitus regni abisse, legionemque inde deduci Macedonia, essersi concentrato nelle più interne
posse: classem satis esse ad arcendum Italia re parti del regno, e quindi potersi ritirare la le
gem. » Haec de se deque provincia, cui praefue gione che vi era ; bastar la flotta a tenere il re
rat. Consulum de provinciis communis relatio lontano dall'Italia. » Non altro disse di sè, e
65 TITI LIVII LIBER XXVI. 66

fuit. Decrevere Patres, a ut alteri consulum Ita della provincia che avea governata. La propo
lia bellumque cum Hannibale provincia esset: al sta delle province fu fatta al senato dai con
ter classem, cui T. Otacilius praefuisset, Siciliam soli in comune. I Padri decretarono, « che l'I
que provinciam cum L. Cincio praetore obtine talia, e la guerra con Annibale fosse dell'uno
ret. - Exercitus eis duo decreti, qui in Etruria dei consoli; l'altro avesse la flotta, ch'era stata
Galliaque essent; eae quatuor erant legiones: sotto gli ordini di Tito Otacilio, e insieme il go
urbanae duae superioris anni in Etruriam; duae, verno della Sicilia col pretore Lucio Cincio. »
quibus Sulpicius consul praefuisset, in Galliam Si assegnaron loro i due eserciti, ch'erano nel
mitterentur: Galliae et legionibus praeesset quem l'Etruria e nella Gallia, composti di quattro le
consul, cujus Italia provincia esset, praefecisset. gioni; le due legioni urbane, levate l'anno in
In Etruriam C. Calpurnius, post praeturam pro nanzi, si mandassero nell'Etruria; e le altre due,
rogato in annum imperio, missus; et Q. Fulvio state comandate da Sulpicio console, nella Gallia.
Capua provincia decreta, prorogatumque in an Alla Gallia ed a quelle legioni fosse preposto
num imperium. Exercitus civium sociorumque colui, che il console, cui toccasse l'Italia, prepo
minui jussus, utex duabus legionibus una legio, nesse. Nell'Esruria fu mandato Caio Calpurnio,
quinque millia peditum et trecenti equites essent; prorogatogli, finita la pretura, il comando per
dimissis, qui plurima stipendia haberent: et so un anno; e a Quinto Fulvio fu assegnato il go
ciorum septem millia peditum et trecenti equites verno del Capuano, e parimenti prorogato per
relinquerentur, eadem ratione stipendiorum ha un anno il comando. Fu ordinato che si dimi
loita in veteribus militibus dimittendis. Cn. Ful nuisse l'esercito dei cittadini e degli alleati, sì
vio consuli superioris anni, nec de provincia Apu che di due legioni se ne formasse una sola di
lia, nec de exercitu, quem habuerat, quidquam cinque mila fanti e trecento cavalli, licenziati
mutatum: tantum in annun prorogatum impe quelli, che avessero militato per più anni; e de
rium est. P. Sulpicius collega eius omnem exer gli alleati si ritennero soltanto sette mila fanti e
citum, praeter socios navales, jussus dimittere trecento cavalli, avuto il medesimo rispetto agli
est. Item ex Sicilia exercitus, cui M. Cornelius anni della milizia nel licenziare i vecchi soldati.
praeesset, ubi consulin provinciam venisset, di A Gneo Fulvio, console dell'anno antecedente,
mittijussus. L. Cincio praetori ad obtinendam Sici non si mutò nulla, nè quanto alla provincia della
liam Cannenses milites dati, duarum instar legio Puglia, nè quanto all'esercito, che aveva avuto ;
num. Totidem legiones in Sardiniam P. Manlio solamente gli si prorogò il comando per un anno.
Vulsoni praetori decretae, quibus L. Cornelius Il di lui collega Publio Sulpicio ebbe ordine di
in eadem provincia priore anno praefuerat. Ur licenziare tutto l'esercito, tranne le genti di ma
banas legiones ita scribere consules jussi, ne quem re. Si ordinò similmente, che come il console
militem facerent, qui in exercitu M. Claudii, M. fosse arrivato in Sicilia, si licenziasse quell'eser
Valerii, Q. Fulvii, fuissent; neve eo anno plures, cito ch'era stato comandato da Marco Cornelio.
quam una et viginti, Romanae legiones essent, A tener la Sicilia furono assegnati al pretore Lu
cio Cincio i soldati dell'esercito di Canne, for
manti a un dipresso due legioni. Altrettante ne
furono decretate per la Sardegna al pretore Pu
blio Manlio Vulsone, quelle stesse che avean mi
litato l'anno innanzi nella stessa provincia sotto
Lucio Cornelio. Si commise ai consoli che arro
lassero le legioni urbane in guisa, che non pren
dessero alcun soldato di quelli ch' erano stati
nell'esercito di Marco Claudio, di Marco Valerio
e di Quinto Fulvio, e che in quell'anno le le
gioni Romane non oltrepassassero il numero di

vent'una.
XXIX. His senatusconsultis perfectis, sortiti XXIX. Fatti questi decreti, i consoli si divi
provincias consules. Sicilia et classis Marcello, sero a sorte le province. La Sicilia e la flotta toccò
Italia cum bello adversus Hannibalem Laevino a Marcello, l'Italia colla guerra contro Annibale
evenit. Quae sors, velut iterum captis Syracusis, dLevino. Questa destinazion della sorte disanimò
ita exanimavit Siculos, exspectatione sortis in con sì fattamente i Siciliani, che stavansi in faccia ai
sulum conspectu stantes, ut comploratio eorum consoli ad attendere ciò ch'ella ordinasse, che,
flebilesque voces et extemplo oculos. hominum quasi fosse presa di nuovo Siracusa, il lor com
pianto e le voci lamentevoli ºppiº trassero a
converterent, et postmodo sermones praebuerint.
livio
67 TITI LIVII LIBER XXVI. 68

Circumibant enim senatum cum veste sordida, sè gli occhi di tutti, e poscia diedero motivo di
affirmantes, « se non modo suam quisque patriam, discorsi. Perciocchè attorniavano il senato in ve
sed totam Siciliam, relicturos, si eo Marcellus ste bruna, protestando, a che lascerebbero non
iterum cum imperio redisset. Nullo suo merito solamente ciascuno la patria sua, ma tutti ezian
eum ante implacabilem in se fuisse: quid iratum, dio la Sicilia, se ci tornasse nuovamente Marcello
quod Romam de se questum venisse Siculos sciat, a comandare. Senza che il meritassero, egli era
facturum? Obrui Aetnae ignibus, aut mergi freto, stato dianzi loro implacabile nemico; che fareb
satius illi insulae esse, quam velut dedi noxae ini, be ora sdegnato, poi che sa che son venuti a
mico. " Hae Siculorum querelae, domos primum Roma i Siciliani per querelarsi di lui? meglio
nobilium circumlatae, celebrataeque sermonibus, per quell'isola che i fuochi d'Etna la divorino,
quos partim misericordia Siculorum, partium in o che il mare l'inghiotta, piuttosto ch' essere
vidia Marcelli excitabat, in senatum etiam per consegnata, quasi a carnefice, al suo nemico. »
venerunt. Postulatum a consulibus est, ut de per Queste querele dei Siciliani, portate prima din
mutandis provinciis senatum consulerent. Marcel torno per le case dei nobili, poscia ripetute nei
lus, . si am auditi ab senatu Siculi essent, aliam discorsi, cui suscitava in parte la compassione
forsitan futuram fuisse sententiam suam dicere. verso i Siciliani, in parte l'invidia contro Mar
Nunc, ne quis timore frenari eos dicere posset, cello, pervennero eziandio al senato. Fu chiesto
quo minus de eo libere querantur, in cuius pote ai consoli che consultassero il senato sullo
state mox futuri sint, si collegae nihil intersit, scambiar le province. Marcello disse, a che se i
mutare se provinciam paratum esse. Deprecari Siciliani avessero di già avuto udienza dal senato,
senatus praejudicium ; nam, quum extra sortem sarebbe egli forse d'altro parere: adesso, accioc
collegac optionem dari provinciae iniquum fuerit, chè nessuno possa dire che il timore li ritiene
quanto majorem injuriam, immo contumeliam dal querelarsi liberamente di colui, sotto il poter
esse, sortem suam ad eun transferri? : Ita se del quale stan per cadere, esser egli pronto, se
matus, quum, quid placeret, magis ostendisset, nulla importa al collega, a scambiar la provincia.
quam decresset, dimittitur. Inter ipsos consules Ben pregava il senato che non anticipasse il suo
permutatio provinciarum, rapiente fato Marcel giudizio; perciocchè, se sarebbe stata ingiusta
lum ad Hannibalem, facta est: ut, ex quo primus cosa il concedere al suo collega, fuor della sorte,
adversae pugnae gloriam ceperat, in eius laudem la scelta della provincia, quanto non sarebbe
postremus Romanorum imperatorum, prosperis maggiore ingiuria, anzi oltraggio, la sorte ch'era
tum maxime bellicis rebus, caderet. toccata a lui, trasferirla nel collega ? » Così il
senato, avendo indicato piuttosto che decretato
ciò, che più gli piaceva, è licenziato. Si fa tra i
consoli lo scambio delle province, la forza del
destino tirando Marcello verso Annibale, accioc
chè, siccome nella fortuna avversa della guerra,
primo egli si aveva acquistata gloria vincendolo,
così nel mezzo delle belliche prosperità, ultimo
de'comandanti Romani a di lui lode cadesse.
XXX. Permutatis provinciis, Siculi, in sena XXX. Scambiate le province, i Siciliani, in
tum introducti, multa de Hieronis regis fide per trodotti in senato, molte parole fecero della non
petua erga populum Romanum verba fecerunt, mai cangiata fede del re Jerone verso il popolo
in gratiam publicam avertentes, « Hieronymum Romano, derivandone il merito a tutta la Sicilia;
ac postea Hippocraten et Epicyden tyrannos, « che Jeronimo, e di poi Ippocrate ed Epicide
quum ob alia, tum propter defectionem ab Ro tiranni eran loro venuti in odio sì per altre cose,
mamis ad Hannibalem, invisos fuisse sibi. Ob eam sì perchè dai Romani s'eran voltati ad Annibale.
causam et Hieronymum a principibus juventutis Fu per questo, che Jeronimo fu ammazzato quasi
prope publico consilio interfectum, et in Epi per pubblico consiglio, dai primarii capi della
cydis Hippocratisque caedem septuaginta nobi gioventù, e che alla morte di Epicide e di Ippo
lissimorum iuvenum conjurationem factam; quos crate congiurarono settanta giovani nobilissimi,
Marcelli mora destitutas, quia ad praedictum tem i quali abbandonati per l'indugiar di Marcello,
pus exercitum ad Syracusas non admovisset, in che non aveva al tempo convenuto accostato
dicio facto, omnes ab tyrannis interfectos. Eam l'esercito a Siracusa, scoperti, furon tutti messi
quoque Hippocratis atque Epicydis tyrannidem a morte dai tiranni. Quella stessa tirannia d'Ip
Marcellum excitasse, Leontinis crudeliter direptis. pocrate e di Epicide, suscitolla Marcello coll'avere
Numquam deinde principes Syracusanorum de barbaramente saccheggiati i Leontini. Non avean
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7o
sisse ad Marcellum transire, pollicerique, se ur poscia cessato i principali Siracusani di venire
bem, quum vellet, ei tradituros: sed eum primo a Marcello, e promettergli, quando gli piacesse,
vi capere maluisse : dein, quum id neque terra, di dargli in mano la città. Ma egli volle anzi
neque mari, omnia expertus, potuisset, auctores prenderla di forza. Indi, poi che, tentata ogni
traditarum Syracusarum fabrum aerarium Sosim, via per mare e per terra, non gli potè riuscire,
et Mericum Hispanum, quam principes Syracusa avea preferito, piuttosto che aver Siracusa dal
norum habere, toties id nequidquam ultro offe le mani dei principali cittadini, che gliela avevano
rentes, praeoptasse: quo scilicet justiore de causa offerta spontaneamente, di averla da Soside fabro,
vetustissimos socios populi Romani trucidaret, ac e da Merico Spagnuolo, onde farsi così una più
diriperet. Si non Hieronymus ad Hannibalem de speciosa ragione di trucidare e spogliare gli an
fecisset, sed populus Syracusanus et senatus; si tichissimi alleati del popolo Romano. Se non
portas Marcello Syracusani publice, et non, op Jeronimo, ma il popolo ed il senato Siracusano
pressis Syracusanis, tyranni eorum Hippocrates si fosser dati ad Annibale; se i Siracusani aves
et Epicydes, clausissent; si Carthaginiensium ani sero pubblicamente chiuse le porte a Marcello, e
mis bellum cum populo Romano gessissent; quid non i loro tiranni ed oppressori, Ippocrate ed
ultra, quam quod fecerit, misi ut deleret Syracu Epicide; se avessero fatta la guerra al popolo
sas, facere hostiliter Marcellum potuisse? Certe Romano coll'accanimento dei Cartaginesi, che
praeter moenia et tecta exhausta urbis et refracta avrebbe potuto fare Marcello più ostilmente di
ac spoliata deim delubra, diis ipsis ornamentis quel che fece, fuorchè smantellar del tutto Sira
que eorum ablatis, nihil relictum Syracusis esse. cusa? Certo, eccetto le mura e le case votate, e
Bona quoque multis adempta, ita ut ne nudo qui i templi degli dei rotti e spogliati, rapiti gli dei
dem solo, reliquiis direptae fortunae alere sese ac stessi ed i loro ornamenti, null'altro era rimasto
suos possent. Orare se Patres conscriptos, ut, si in Siracusa. A molti si son tolti eziandio i beni,
nequeant omnia saltem, quae compareant cogno sì che nemmen potessero sè alimentare ed i suoi
scique possint, restitui dominis jubeant. º Talia sul nudo suolo, avanzo di lor distrutta fortuna.
con questos quum excedere ex templo, ut de po Pregavano quindi i Padri coscritti, che se tutto
stulatis eorum. Patres consuli possent, Laevinus non possono, facessero almeno restituir loro
jussisset. - Maneant immo, inquit Marcellus, ut quello, che si trovasse, e si potesse riconoscere. »
coram his respondeam, quando ea conditione pro Fatte cotali doglianze, avendo Levino ordinato
vobis, Patres conseripti, bella gerimus, ut victos che i Siracusani uscissero dalla sala, onde si po
armis accusatores habeamus Duae captaehocanno tesse consultare i Padri sopra le loro domande,
urbes Capua Fulvium reum, Marcellum Syracusae . Anzi restino, disse Marcello, sì che io risponda
habeant. º
in loro presenza, poi che a tal patto facciam la
guerra per voi, o Padri coscritti, che coloro, che
abbiamo vinti coll'armi, sieno i nostri accusato
ri; e due città prese in quest'anno si levino con
tro di noi, Capua contro Fulvio, Siracusa contro
Marcello. , -

XXXI. Reductis in curiam legatis, tum consul, XXXI. Tornati gli ambasciatori in senato,
«Non adeo majestatis, inquit, populi Romani im allora il console, « Non sono, disse, o Padri co
periique hujus oblitus sum, Patres conscripti, ut, scritti, dimentico a tal modo della maestà del
si de meo crimine ambigeretur, consul dicturus popolo Romano e di questa mia dignità, che se
causam, accusantibus Graecis, fuerim: sed non, si dubitasse di mia condotta, avessi console, e
quid ego fecerim, in disquisitionem venit, quam console accusato da Greci, a difendere la mia
quid istipati debuerint. Qui si non fuerunt ho causa. Ma non si tratta di esaminare quello, che
stes, nihil interest, nunc, an vivo Hierone Syra ho fatto, bensì piuttosto ciò che meritavan co
cusas violaverim. Sin autem desciverunt, legatos storo di soffrire; i quali, se non ci furono nemici,
nostros ferro atque armis petierunt, urbem ac non fa differenza, ch'io abbia mal concia Siracusa
moenia clauserunt.exercituque Carthaginiensium adesso, o pure vivente Jerone. Se poi si ribella
adversus nos tutati sunt; qui passos esse hostilia, romo, se si fecero addosso ai nostri legati coll'ar
quum fecerint, indignatur? Tradentes urbem mi e col ferro, se ci han chiusa la città e le mura,
principes Syracusanorum aversatus sum: Sosim e coll'esercito dei Cartaginesi le han difese contro
et Mericum Hispanum, quibus tantum crederem, di noi, chi vorrà sdegnarsi che abbian sofferto
potiores habui. Non estis extremi Syracusanorum tratti ostili, quando essi stessi n'hanno commes
quippe qui aliis humilitatem objiciatis. Quis est so? Ho rigettato i capi dei Siracusani, che mi
vestrum, qui se mihi portas aperturum, qui ar volean consegnare la città; ho preferito Soside e
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matos milites meos in urbem accepturum promi Merico Spagnuolo, a questi soli prestando fede.
serit? Odistis et exsecramini eos, qui fecerunt, et Non siete certo gli ultimi tra i Siracusani, poi
ne hic quidem contumeliis in eos dicendis parci che rinfacciate agli altri la lor bassezza. Ora chi
tis: tantum abest, ut et ipsi tale quidquam facturi è di voi che m'abbia promesso di aprirmi le por
fueritis. Ipsa humilitas eorum, Patres conscripti, te, di ricevere i miei soldati armati in città?
quam isti objiciunt, maximo argumento est, me Avete odiato, ed esecrate tuttora quelli, che ciò
neminem, qui navatam operam reipublicae nostrae fecero; e non vi astenete nemmen quivi di cari
velit, aversatum esse. Et antequam obsiderem carli d'ingiurie; tanto è lontano, che avreste
Syracusas, nunc legatis mittendis, nunc ad collo fatto lo stesso. La bassezza medesima di coloro
quium eundo, tentavi pacem; et, postduam ne ell'è, Padri coscritti, grandissimo argomento,
que legatos violandi verecundia erat, nec mihi che non ho rigettato alcuno, che avesse voluto
ipsi congresso ad portas cum principibus respon prestare l'opera sua a pro della repubblica. E in
sum dabatur, multis terra marique exhaustis la nanzi di assediare Siracusa, ho tentata la pace,
boribus, tandem vi atque armis Syrcusas cepi.Quae ora col mandare ambasciatori, ora portandomi
captis acciderint, apud Hannibalem et Carthagi in persona a conferire. Ma poi che non si avea
nienses victosque justius, quam apud victoris po rossore di violare gli ambasciatori, nè andato io
puli sematum, quererentur. Ego, Patres conscripti, stesso ad abboccarmi alle porte coi principali
Syracusas spoliatassi negaturus essem, numquam della città, non mi si dava risposta, corsi mille
spoliis earum urbem Romam exornarem. Quae pericoli per mare e per terra, ho finalmente colla
autem singulis victor aut ademi, aut dedi, quum forza e coll'armi presa Siracusa. Di ciò che ac
belli jure, tum ex cujusque merito, satis scio me cadde di poi, han più diritto di dolersene con
fecisse. Ea vos rata habeatis, Patres conscripti, Annibale e coi Cartaginesi, che col senato di un
nae magis reipublicae interest, quam mea. Mea popolo vincitore. Se avessi voluto negare, o Padri
quippe fides exsoluta est: ad rempublicam per coscritti, che ho spogliata Siracusa, non avrei
tinet, ne acta mea rescindendo, alios in posterum di quelle spoglie adornata Roma. Quanto poi a
segniores duces faciatis. Et quoniam coram et quello, che vincitore ho tolto o dato in partico
Siculorum et mea verba audistis, Patres conscri lare ad altrui, ho la coscienza di averlo fatto e
pti, simul templo excedemus, ut, me absente, li per diritto di guerra, e secondo i meriti di cia
berius consuli senatus possit. » Ita dimissis Sicu scuno; e che ciò abbiate ad avere, o Padri co
lis, et ipse in Capitolium ad delectum discessit. scritti, per fermo e rato, ciò certo più importa
alla repubblica, che a me; perciocchè ho fatto io
il mio dovere. Interessa la repubblica, che voi,
rescindendo gli atti miei, non facciate in avvenire
più rispettivi gli altri comandanti. E poi che
avete udito in faccia, o Padri coscritti, le mie
parole, e quelle dei Siciliani, usciremo insieme
dalla sala, acciocchè, in assenza mia, consultarsi
possa più liberamente il senato. Così licenziati
i Siciliani, andò egli in Campidoglio alla leva
dei soldati.
XXXII. Consul alter de postulatis Siculorum XXXII. L'altro console propose al senato le
ad Patres retulit. Ibi quum diu de sententiis cer domande dei Siciliani. Quivi essendo insorto
tatum esset, et magna pars senatus, principe eius lungo conflitto di opinioni, gran parte del sena
sententiae T. Manlio Torquato, a cum tyrannis to, dietro il parere di Tito Manlio Torquato,
bellum gerendum fuisse, censerent, hostibus et opinava, e che si avrebbe dovuto far la guerra
Syracusanorum et populi Romani; et urbem re ai tiranni, veri nemici dei Siciliani e del popolo
cipi, non capi; et receptam legibus antiquis et Romano, non prendere colla forza, ma ricuperare
libertate stabiliri, non fessam miseranda servitute Siracusa, e ricuperata ristabilirla nell'antiche sue
bello affligi. Inter tyrannorum et ducis Romani leggi e libertà, e non ispossata, com'era, da mi
certamina, praemium victoris in medio positam seranda servitù affliggerla inoltre colla guerra.
urbem pulcherrimam ac nobilissimam periisse, Tra codesto lottare dei tiranni e del comandante
horreum atque aerarium quondam populi Ro Romano, posta nel mezzo, quasi premio del vin
mani: cujus munificentia ac domis multis tempe citore, la bellissima e nobilissima città, granaio
statibus, hoc denique ipso Punico bello, adjuta un tempo ed erario del popolo Romano, venne
ormataque respublica esset. Si ab inferis exsistat a perire; eittà, dalla cui munificenza, e da cui
rex Iliero, fidissimus imperii Romani cultor, quo doni in più tempi, e ultimamente in questa stessa
73 l'ITI LIVIl LIBER XXVI. 74

ore aut Syracusas, aut Romam ei ostendi posse? Punica guerra, era stata la repubblica soccorsa.
quum, ubi semirutam ac spoliatam patriam re Se dal soggiorno de'morti a noi tornasse Jerone,
spexisset, ingrediens Romam in vestibulo urbis, del Romano impero cultore fedelissimo, con qual
prope in porta, spolia patriae suae visurus sit ? » fronte gli si potrebbe mostrare o Siracusa, o
Haec taliaque quum ad invidiam consulis misera Roma? il quale, poi che avesse veduta la sua città
tionemdue Siculorum dicerentur, mitius tamen mezzo distrutta e spogliata, vedrebbe, entrando
decreverunt Patres causa Marcelli; a quae is gerens in Roma, sul primo suo limitare, e quasi in su
bellum victorque egisset, rata habenda esse. In la porta infisse le spoglie della sua patria? » Tali
reliquum curae senatui fore rem Syracusanam, e simili cose dicendosi a carico del console, e per
mandaturosque consuli Laevino, quod sine ja compassione del Siciliani, i Padri però, per ri
ctura reipublicae fieri posset, fortunis ejus civi spetto di Marcello, fecero un decreto più mode
tatis consuleret.» Missis duobus senatoribus in Ca rato: « doversi tenere per fermo e rato tutto
pitolium ad consulem, uti rediret in curiam, et quello, ch'egli avesse fatto nel corso della guerra,
introductis Siculis, senatusconsultum recitatum e dappoi vincitore; nel resto, avrebbe il senato
est: legatique, benigne appellati ac dimissi, ad a cuore le cose di Siracusa, e commetterebbe al
genua se Marcelli consulis projecerunt, obsecran console Levino che, quanto far si potesse senza
tes a ut, quae deplorandae ac levandae calamita danno della repubblica, provvedesse al ben essere
tis causa dixissent, veniam eis daret, et in fidem di quella città. - Mandati due senatori al console
clientelamque se urbemdue Syracusas acciperet: » in Campidoglio, acciocchè tornasse alla curia, ed
post haec consul clementer appellatos dimisit. introdotti i Siciliani, si recitò il decreto del se
nato, e gli oratori, intrattenuti benignamente, e
licenziati, si gettarono a piedi di Marcello, scon
giurandolo, a che perdonasse loro le cose, che
avean dette per procacciar compassione e sol
lievo alla loro calamità ; e volesse riceverli essi
e la città di Siracusa nella sua protezione e clien
tela. » Dopo ciò, il console, accoltili con clemen
za, li licenziò.
XXXIII. Campanis deinde senatus datus est, XXXIII. Indi fu data udienza dal senato ai
quorum orator miserabilior, causa durior erat ; Campani, il cui discorso fu assai più commo
neque enirn meritas poenas negare poterant, nec vente, la causa alquanto più difficile. Perciocchè
tyranni erant, in quos culpam conferrent: sed non potean negare di aversi meritato un castigo,
satis pensum poemarum, tot veneno absumptis, nè ci erano tiranni su cui riversare la colpa; ma
tot securi percussis senatoribus, credebant. « Pau si stimavano abbastanza puniti, essendo morti
cos nobilium superstites esse, quos nec sua con tanti senatori di veleno, tanti sotto la scure:
scientia, ut quidquam de se gravius consulerent, « Pochi mobili avanzare, cui nè la coscienza spin
impulerit, nec victoris ira capitis damnaverit; eos se ad aggravar la mano sopra di sè, nè lo sdegno
libertatem sibi suisque, et bonorum aliquam par del vincitore privò di vita; pregar essi, ch'eran
tem orare, cives Romanos, affinitatibus pleros pur cittadini Romani, la più parte congiunti per
que et propinquis jam cognationibus ex connubio antiche parentele, o per recenti cognazioni, che
vetusto junctos.» Submotis deinde e templo, paul si renda loro ed a suoi la libertà, e insieme
lisper dubitatum, an arcessendus a Capua Q. Ful qualche parte del loro beni. » Indi, fatti uscire
vius ( mortuus enim post captam Claudius consul dalla sala, si dubitò alcun poco, se si dovesse
erat), ut coram imperatore, qui res gessisset, si richiamare Quinto Fulvio da Capua (che il con
cut inter Marcellum Siculosque disceptatum fue sole Claudio era morto dopo la presa della città)
rat, disceptaretur: dein, quum M.Atilium, C. Ful acciocchè si disputasse in presenza del coman
vium fratrem Flacci, legatos ejus, ac Q. Minu dante, che avea fatto l'impresa, come già s'era
cium et L. Veturium Philonem, item Claudii le disputato tra Marcello e i Siciliani: poi vedendo
gatos, qui omnibus gerendis rebus adfuerant, in in senato Marco Atilio e Caio Fulvio, fratello
senatu viderent, nec Fulvium avocari a Capua, di Flacco, di lui legati, non che Quinto Minucio
nec diſſerri Campanos vellent; interrogatus sen e Lucio Veturio Filone, e così pure i legati di
tentiam M. Atilius Regulus, cujus ex iis, qui ad Claudio, ch'erano stati presenti a tutte le cose,
Capuam fuerant, maxima auctoritas erat, . In nè volendo che Fulvio fosse richiamato da Ca
consilio, inquit, arbitror me fuisse consulibus, pua, nè che si differisse di rispondere ai Campa
Capua capta, quum quaereretur, ecquis Campa ni, chiesto del parere Marco Atilio Regolo, che
norum de republica nostra bene meritus esset: di quelli, ch'erano stati a Capua, avea credito
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duas mulieres compertum est, Vestiam Oppiam maggiore, « Presa Capua, disse, mi sovviene
Atellamam Capuae habitantem, et Fauculam Clu d'essere intervenuto al consiglio coi consoli,
viam, quae quondam quaestum corpore fecisset; quando si ricercò quale de Campani avesse ben
illam quotidie sacrificasse pro salute et victoria meritato della patria nostra; e non essersi tro
populi Romani; hanc captivis egentibus alimen vate che due donne, Vestia Oppia Atellana,
ta clam suppeditasse. Ceterorum omnium Campa abitante in Capua, e Faucula Cluvia, in addietro
norum eunmdem erga nos animum, quem Cartha femina di partito; quella aver fatti ogni dì sagri
giniensium, fuisse; securique perculsos a Q. Ful fizii per la salute e la vittoria del popolo Roma
vio esse magis, quorum dignitas inter alios, quam no; questa aver porti di nascosto alimenti ai
quorum culpa eminebat. Per senatum agi de Cam prigionieri bisognosi. Di tutti gli altri Campani
panis, qui cives Romani sunt, injussu populi non essere stato l'animo simile a quello dei Cartagi
video posse: idque et apud majores nostros in nesi; ed aver Fulvio fatti percuoter di scure
Satricanis factum est, quum defecissent, ut M. quelli, che avanzavano gli altri per dignità, piut
Antistius tribunus pebis prius rogationem ferret, tosto che per colpa. Non vedo che il senato possa
sciretgue plebs, uti senatui de Satricanissententiae deliberare dei Campani, che son cittadini di Ro
dicendae jus esset. Itaque censeo, cum tribunis ma, senza che il popolo me lo autorizzi; il che
plebis agendum esse, ut eorum unus pluresve trovo essersi fatto dai nostri maggiori nel caso
rogationem ferant ad plebem. qua nobis statuendi dei Satricani, che si erano ribellati, avendo prima
de Campanis jus fiat. “ L. Atilius tribunus plebis il tribuno della plebe Marco Antistio proposto
ex auctoritate senatus plebem in haec verba roga alla medesima, e questa approvato che potesse
vit: a Omnes Campani, Atellani, Calatini, Sabatini, il senato dare il suo giudizio nell'affare dei Satri
qui se dediderunt in arbitrium ditionemque popu cani. Sono dunque di avviso che si debba trattare
li Romani Fulvio proconsuli, quaeque una secum coi tribuni della plebe, acciocchè uno, o più
dediderunt, agrum urbemdue, divina, humana d'essi propongano alla plebe una legge, per cui
que utensiliaque, sive quid aliud dediderunt: de ci sia data facoltà di statuire sul fatto de'Cam
iis rebus quid fieri velitis, vos rogo, Quirites. , pani. » Il tribuno Lucio Atilio, di volontà del
Plebes sic jussit: « Quod senatus juratus, maxi senato, portò alla plebe la seguente proposizione:
ma pars, censeat, qui assident, id volumus jube « Tutti i Campani, Atellani, Calatini, Sabatini,
musque. » che si dierono in potere ed arbitrio del popolo
Romano nelle mani del console Fulvio, e che
dierono con seco il contado, la città, le cose tutte
umane e divine, le masserizie, e se altro dierono,
vi domando, o Quiriti, quello che vi piace ne sia
fatto.» La plebe così ordinò: « Quello che parrà
al senato, raccolto, giurato, e colla pluralità
di voti, quello vogliamo e comandiamo.
XXXIV. Ex hoc plebiscito senatusconsultus XXXIV. In forza di questo plebiscito il se
a Oppiae Cluviaeque primum bona ac libertatem nato consultato a restituì primieramente i beni
restituit: si qua alia praemia petere ab senatu e la libertà ad Oppia ed a Cluvia: se alcun altro
vellent, venire eas Romam. » Campanis in fa premio chieder volessero al senato, venissero
milias singulas decreta facta, quae non operae a Roma. » Altri decreti furon fatti per ciascuna
pretium est omnia enumerare. « Aliorum bona famiglia Capuana in particolare, cui non è pre
publicanda: ipsos liberosdue eorum et conjuges gio dell'opera noverare. « Di alcuni doversi
vendendas, extra filias, quae enupsissent prius confiscare i beni, e vendere essi, i loro figli e
quam in populi Romani potestatem venirent. Alios le mogli, eccetto le figliuole, che si fossero ma
in vincula condendos, ac de his posterius consu ritate, innanzi che venissero in potere del popolo
lendum. - Aliorum Campanorum summam etiam Romano. Altri fossero imprigionati, e di questi
census distinxerunt, publicanda necne bona es sarebbe deliberato dappoi. ” Quanto ad altri,
sent: . pecua captiva, praeter equos, et mancipia, distinsero anche la somma del censo, onde stabi
praeter puberes virilis sexus, et omnia, quae solo lire se si avessero a confiscare i beni, o no:
non continerentur, restituenda censuerunt domi decretarono, e che i bestiami presi, eccetto i ca
nis. Campanosomnes, Atellanos, Calatinos, Saba valli e gli schiavi, eccetto i maschi giunti a puber
tinos, extra quan qui eorum, aut ipsi aut parentes tà, e tutto quello, che non fosse compreso nel
eorum, apud hostes essent, liberos esse jusserunt. fondo, si avesse a restituire ai padroni. Ordina
ita ut nemo eorum civis Romanus aut Latini nomi rono, che tutti i Campani, Atellani, Calatini,
mis esset: neve quis eorum, qui Capuae fuissent, Sabatini, eccetto quelli, i quali essi, o i loro
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dum portae clausae essent, in urbe agroveCampa padri si trovassero presso i nemici, fossero liberi,
no intra certam diem mameret. Locus ubi habita a condizione però, che nessun di loro fosse citta'
rent, trans Tiberim, qui non contingeretTiberim, dino Romano o del nome Latino; e che nessun
daretur. Qui nec Capuae, nec in urbe Campana, di quelli, che fossero rimasti in Capua nel tem
quae a populo Romano defecisset, per bellum fuis po, in cui furon chiuse le porte ai Romani, ri
sent, eos cis Lirim amnem Romam versus ; qui manga in Capua o nel contado Capuano dopo
ad Romanos transissent prius, quam Hannibal un dato giorno; si assegnasse loro un luogo,
Capuam veniret, cis Vulturnum emovendos cen dove abitassero, di là dal Tevere, che però non
suerunt. Ne quis eorum propius mare quindecim lo toccasse. Quelli, che durante la guerra non
millibus passuum agrum aedificiumve haberet. erano stati nè in Capua, nè in altra città della
Qui eorum trans Tiberim emoti essent, ne ipsi Campania, che si fosse ribellata dai Romani,
posterive eorum uspiam pararent haberentve, stessero di qua del fiume Liri verso Roma; e
misi in Veiente, aut Sutrino Nepesinove agro; quelli, che si eran dati ai Romani, innanzi che
dum ne cui major, quam quinquaginta jugerum, Annibale venisse a Capua, si mettessero di qua
agri modus esset. Senatorum omnium, quique del fiume Vulturno; ma che nessuno di tutti
magistratus Capuae, Atellae, Calatiae gessissent, questi avesse case o poderi a meno di quindici
bona venire Capuae, jusserunt. Libera corpora, miglia dal mare. Quelli che fossero trasportati
quae venum dari placuerat, Romam mitti, ac Ro di là dal Tevere, nè essi, nè i loro posteri acqui
mae venire. Signa, statuas aeneas, quae capta de stassero o possedessero, fuorchè nel territorio
hostibus dicerentur, quae eoruro sacra ac profana Veientano o Sutrino o Nepesino, purchè nessuno
essent, ad pontificum collegium rejecerunt. » Ob avesse più di cinquanta jugeri. Comandarono,
Haec decreta moestiores aliquanto, quam Romam
che i beni di tutti i senatori e di tutti quelli, che
venerant, Campanos dimiserunt. Nec jam Q. Ful aveano esercitati magistrati in Capua, in Atella,
vii saevitiam in sese, sed iniquitatem deim atque in Calazia, fossero venduti in Capua. Gli uomini
exsecrabilem fortunam suam incusabant.
di condizione libera, che si avessero a vendere,
fossero mandati a Roma, e quivi venduti. Le
imagini, le statue di bronzo, che si dicessero
prese a nemici, secondo che fossero sacre o pro
fane, si rimettessero al collegio del pontefici. Per
questi decreti si rimandarono i Capuani a casa
alquanto più dolenti, che non erano venuti a
Roma; nè più accusavano la sevizie di Quinto
Fulvio verso di loro, ma sì l'ingiustizia degli dei,
e la spietata loro fortuna.
XXXV. Dimissis Siculis Campanisque, dele XXXV. Licenziati i Siciliani e i Capuani, si
ctus habitus: scripto deinde exercitu, de remi fe la leva: indi arrolato l'esercito, si cominciò
gum supplemento agi coeptum. In quam rem a pensare al supplemento dei remiganti. Al che
quum neque hominum satis, mec, ex qua para fare non vi essendo bastante copia d'uomini, nè
rentur, stipendiumque acciperemt, pecuniae quid si trovando in quel tempo danaro nella pubblica
quam ea tempestate in publico esset, edixerunt cassa, onde acquistarli e stipendiarli, i consoli
consules, ut privati ex censu ordinibusque, sicut ordinarono che i privati, secondo la classe e
antea, remiges darent cum stipendio cibariisque il censo di ciascheduno, somministrassero, come
dierum triginta. Ad id edictum tantus fremitus altre volte, i remiganti con paga e vittuaria per
hominum, tanta indignatio fuit, ut magis dux, trenta giorni. Al pubblicarsi di questo editto
quam materia, seditioni deesset. a Secundum Si tanto fu il fremito, tanta l'indignazion della gen
culos Campanosque plebem Romanam perdendam te, che mancò piuttosto il capo alla sommossa,
lacerandamdue sibi consules sumpsisse. Per tot che la materia. « Dopo la ruina dei Siciliani e
annos tributo exhaustos nil reliqui, praeter ter dei Campani essersi assunti i consoli di perdere
ram mudam ac vastam habere. Tecta hostes incen e straziare la plebe Romana; esausti per tant'anni
disse, servos agricultores rempublicam abduxis dai tributi non altro rimaner loro, che la terra
se nunc ad militiam parvo aere emendo, nunc nuda e deserta. Aver i nemici bruciate le cose,
remiges imperando. Si quid cui argenti aerisve aver la repubblica levati i servi, che lavoravano
fuerit, stipendio remigum et tributis annuis abla i campi, ora comperandoli a poco prezzo per la
tum: se, ut dent, quod non habeant, nulla vi nullo milizia, ora ordinando leva di remiganti. Se al
imperio cogi posse. Bona sua venderent; in cor cuno aveva qualche po' di moneta o di argento,
Pora, quae reliqua essent, saevirent: ne unde re sparì anche questo nelle paghe dei remiganti, e
79 TITI LIVII LIBER XXVI. 8o

dimantur quidem, quidquam superesse. ” Haec nelle annue imposte. Non v'ha però forza, non
non in occulto, sed propalam in foro atque oculis comando, che li possa costringere a dare ciò, che
ipsorum consulum ingensturba circumfusi fre non hanno. Vendessero pure i loro beni; incru
mebant: nec eos sedare consules, nunc castigando, delissero contro le persone, che sole restano; non
nunc consolando, poterant. Spatium deinde his avanza loro nè anche di che riscattarsi. ” Così
tridui se dare ad cogitandum dixerunt: quo ipsi fremendo parlava, nè già occultamente, ma pub
ad rem inspiciendam expediendamque usi sunt. blicamente in sulla piazza e sugli occhi stessi
Senatum postero die habuerunt de remigum sup de'consoli, immensa turba di popolo raccoltosi
plemento: ubi quum multa disseruissent, cur ae all'intorno; nè potevano i consoli nè coi rim
qua plebis recusatio esset, verterunt orationem procci nè coi conforti acquetarli. Dissero in fine,
eo, ut dicerent, . Privatis id, seu aequum, seu che davan loro lo spazio di tre giorni a pensare;
iniquum, onus injungendum esse: nam unde, spazio, di cui si valsero essi pure per esaminare
quum pecunia in aerario non esset, paraturosna e disbrogliare la cosa. Raccolsero il senato il dì
vales socios ? Quomodo autem sine classibus aut seguente per trattarvi del supplemento dei remi
Siciliam obtineri, aut Italia Philippum arceri pos ganti; dove, avendo molto disputato sulla giusti
se, aut tuta ltaliae litora esse ? » zia del rifiuto della plebe, vennero finalmente
a conchiudere; a che questo aggravio, fosse giusto
o no, era pur forza imporlo ai privati; percioc
chè non essendovi danaro nel tesoro, donde si
poteva procacciarsi gente di mare? Come poi
senza flotta ritener la Sicilia, o allontanar Filippo
dall'Italia, o difenderne le coste ? »
XXXVI. Quum in hac difficultate rerum con XXXVI. In così grande imbarazzo non si
silium haereret, ac prope torpor quidam occu sapendo a che partito appigliarsi, ed essendo
passet hominum mentes, tum Laevinus consul, le menti degli uomini quasi colpite da torpore,
« Magistratus senatui, et senatum populo, sicut allora il console Levino: « Siccome i magistrati
honore praestent, ita ad omnia, quae dura atque il senato, ed il senato avanza il popolo, così deb
aspera essent, subeunda duces debere esse. Si quid bon essi essere i primi ad incontrare ogni più
injungere inferiori velis, id prius in te ac tuos grave ed aspro peso. Se vuoi alcuna cosa imporre
si ipse juris statueris, facilius omnes obedien agl'inferiori, gli troverai più facilmente obbe
tes habeas. Nec impensa gravis est, quum ex ea dienti, se innanzi ne avrai dato carico a te stesso
plus quam pro virili parte sibi quemque capere ed a tuoi. Nè par loro grave la spesa, quando
principum vident. Itaque classes habere atque scorgono i principali cittadini prendersene più
ornare volumus populum Romanum ? privatos gran parte, che non lor tocca. Vogliamo pertan
sine recusatione remiges dare? nobismetipsis pri to che il popolo Romano abbia flotte, che le
mum imperemus. Aurum, argentum, aes signa allestisca ? che i privati non ricusino di dar le
tum omne senatores crastino die in publicum ciurme ? imponiamo prima a noi stessi. Domani
conferamus; ita ut annulos sibi quisque et con noi senatori portiamo al tesoro tutto l'oro, l'ar -
jugi et liberis, et filio bullam, et, quibus uxor gento, la moneta di rame che abbiamo, sì che
filiaeve sunt, singulas uncias pondo auri relin ognuno ritenga solamente un anello per sè, per
quant; argenti, qui curuli sella sederunt, equi la moglie e pe' figli, e la berchia pel figliuolo;
ornamenta et libras pondo, ut salinum patellam e chi ha moglie e figliuole, non altro che un'on
que deorum causa habere possint: ceteri sena cia d'oro per ciascuna; e chi ebbe magistrati
tores libram argenti tantum, aeris signati quina curuli, i fornimenti d'argento del cavallo, e due
millia in singulos patresfamiliae relinquamus. Ce libbre d'argento per la saliera e la coppa al ser
terum omne aurum, argentum, aes signatum ad vigio degli dei: gli altri senatori si ritengano
triumviros mensarios extemplo deferamus, ante soltanto una libbra d'argento, e ogni padre di
nullo senatusconsulto facto; ut voluntaria collatio famiglia cinque mila assi in moneta di rame.
et certamen adjuvandaereipublicae excitet ad ae Tutto l'altro oro, argento, rame coniato, portia
mulandum animos primum equestris ordinis, dein molo subitamente ai triumviri della zecca, senza
reliquae plebis. Hanc unam viam, multa internos che ne sia fatto decreto del senato, acciocchè
collocuti, consules invenimus. Ingrediemini, diis la volontaria collazione, e la gara di soccorrere la
bene juvantibus. Respublica incolumis et privatas repubblica svegli l'emulazione prima nell'ordine
res facile salvaspraestat: publica prodendo,tua ne de'cavalieri, poscia nel resto della plebe. Dopo
quidquam serves. In haec tanto animo consensum di aver molto conferito insieme, non troviamo
est, ut gratiae ultro consulibus agerentur. Senatu noi consoli altra via. Prendetela dunque col buon
8i TITI LIVII LIBER XXVI. 82

inde misso, pro se quisque aurum, argentum et aes favore degli dei; la cosa pubblica salvata salva
in publicum conferunt, tanto certamine injecto, ut anche le private; abbandonando le pubbliche ti
prima inter primos nomina sua vellent in publi lusinghi invano di salvarle tue.» In che però fu
cistabulis esse; ut mec triumviri accipiundo, nec il consentimento sì grande, che se ne fecero ai
scribae referundo sufficerent. Hunc consensum consoli spontanei ringraziamenti. Indi, licenziato
senatus equester ordo est secutus; equestris or il senato, ognuno porta alla cassa pubblica l'oro,
dimis plebes. Ita sine edicto, sine coercitione ma l'argento e il rame monetato, tanta essendo
gistratus, nec remige in supplementum, nec sti la gara insorta, che tutti volevano scritto primo
pendio respublica eguit, paratisque omnibus ad il loro nome ne' pubblici libri; sì che nè basta
bellum, consules in provincias profecti sunt. vano i triumviri a ricevere, nè gli scrivani a regi
strare. Questo consentimento del senato fu se
guitato dall'ordine equestre, quello dell'ordine
equestre dalla plebe. Così senza editto, senza
forza usata dai magistrati, non mancò alla repub
blica nè supplemento di remiganti, nè soldo per
gli stipendii; e fatti tutti gli apparecchii per la
guerra, andarono i consoli alle lor province.
XXXVII. Neque aliud magis tempus belli XXXVII. Nè fuvvi altro tempo di guerra
fuit, quo Carthaginienses Romanique pariter va mai, nel quale i Cartaginesi ed i Romani egual
riis casibus immixti magis in ancipiti speac metu mente, pel vario avvicendare dei casi, sieno stati
fuerint. Nam Romanis et in provinciis, hinc in più sospesi tra la speranza ed il timore. Percioc
Hispania adversae res, hinc prosperae in Sicilia, chè quanto ai Romani e nelle province, quinci
luctum et laetitiam miscuerant: et in Italia, quum i disastrosi avvenimenti nella Spagna, quinci i
Tarentum amissum damno et dolori, tum arx felici nella Sicilia, aveano mescolato insieme
cum praesidio retenta praeter spem gaudio fuit: il lutto ad un tempo e l'allegrezza; e nell'Italia
et terrorem subitum pavoremoſue urbis Romae la perdita di Taranto arrecò danno e dolore,
obsessae et oppugnatae Capua post dies paucos e la rocca col suo presidio conservata porse in
capta in laetitiam vertit. Transmarinae quoque sperata letizia; e il subito terrore e la paura, che
res quadam vice pensatae. Philippus hostistem s'era avuta per l'assedio e la oppugnazione di
pore haud satis opportuno faetus; Aetoli novi Roma, pochi dì dopo per la presa di Capua
adsciti socii, Attalusque Asiae rex, jam velut de voltossi in gioia. Anche le cose d'oltre mare
spondente fortuna Romanis imperium Orientis. furono da una specie di alternativa bilanciate.
Carthaginienses quoque Capuam amissam et Ta Filippo s'era dichiarato nemico in tempo tutt'al
rentum captum aequabant ; et, ut ad moenia tro, che opportuno; s'erano aggiunti nuovi alleati
urbis Romanae nullo probibente se pervenisse in gli Etoli, ed Attalo, re dell'Asia, quasi la fortuna
gloria ponebant, ita pigebat irriti incepti, pu sin d'allora promettesse ai Romani l'impero
debataue adeo se spretos, ut, sedentibus ipsis ad dell'Oriente. Anche i Cartaginesi si pareggiavano
Romana moenia, alia porta exercitus Romanus colla perdita di Capua e colla presa di Taranto;
in Hispaniam duceretur. Ipsae quoque Hispaniae, e come si recavano a gloria d'esser venuti senza
quo propius spem venerant, tantis duobus duci contrasto sino sotto le mura di Roma, così dole
bus exercitibusque caesis, debellatum ibi ac pul vansi del mal riuscito tentativo; e si vergogna
sos inde Romanos esse; eo plus, ab L. Marcio vano d'essere stati sì altamente dispregiati, che
tumultuario duce ad vanum et irritum victoriam mentre si stavan essi ad una porta di Roma, da
redactam esse, indignationis praebebant. Ita ae un'altra uscisse un esercito alla volta di Spagna.
quante fortuna, suspensa omnia utrimdue erant, Le Spagne stesse, quanto più s'erano isperanzite,
integra spe, integro metu, velut illo tempore pri che tagliati a pezzi due sì valenti capitani ed
mum bellum inciperent. eserciti, la guerra fosse finita, e fossero cacciati
fuora i Romani, tanto più si crucciavano, che un
capitano tumultuario, qual si era Lucio Marcio,
avesse resa vana ed irrita la vittoria. Così, la for
tuna bilanciando gli avvenimenti, tutto era in
sospeso dall'una parte e dall'altra, come se
appunto allora si cominciasse la guerra.
XXXVIII. Hannibalem ante omnia angebant, XXXVIII. Ciò che più ch'altro travagliava
quod Capua, pertinacius oppugnata ab Romanis, Annibale grandemente si era, che Capua più
quam defensa ab se, multorum ltaliae populorum ostinatamente combattuta dai Romani, che difesa
Livio 2 G
83 TI I I LIVII LIBER XXVI. 84

animos averterat: quos neque omnes tenere prae da lui, gli aveva alienati gli animi di molti popoli
sidiis, misi vellet in multas parvasque partes car d'Italia; i quali nè potea tutti contenere coi
pere exercitum, quod minime tum expediebat, presidii, se non voleva sminuzzare l'esercito
poterat; nec, deductis praesidiis, spei liberam vel in molti piccioli brani, il che non gli conveniva
obnoxiam timori sociorum relinquere fidem. fare in questo tempo; nè, fuor traendone i pre
Praeceps in avaritiam ex crudelitatem animus ad sidii, lasciar libera alla speranza, o esposta al
spolianda, quae tueri nequibat, ut vastata hosti timore la fede degli alleati. L'animo di lui dedito
relinquerentur, inclinavit. Id foedum consilium, sfrenatamente all'avarizia ed alla crudeltà, lo
quum incepto, tum etiam exitu fuit: neque enim fe' piegare al partito di spogliare que luoghi,
indigna patientium modo abalienabantur animi, che non poteva difendere, onde lasciarli al neº
sed ceterorum etiam ; quippe ad plures exem mico devastati. Questa determinazione fu brutta
plum, quam calamitas, pertinebat. Nec consul Ro non meno nel suo concepimento, che infelice
manus tentandis urbibus, sicunde spes aliqua se nell'esito; perciocchè si alienavano gli animi non
ostendisset, deerat. Salapiae principes erant Dasius solamente di quelli, che soffrivano l'indegno
et Blattius: Dasius Hannibali amicus ; Blattius, trattamento, ma eziandio degli altri; chè l'esem
quantum ex tuto poterat, rem Romanam fovebat, pio andava a colpire assai più gente, che non
et per occultos nuncios spem proditionis fecerat la stessa calamità. Nè il console Romano mancava
Marcello; sed sine adjutore Dasio res transigi non di tentare or questa, or quella città tutte le volte,
poterat. Multum ac diu cunctatus, et tum quoque che se gli oſfriva alcuna speranza. Erano princi
magis inopia consilii potioris, quam speeffectus, pali cittadini di Salapia Dasio e Blattio; Dasio
Dasium appellabat: at ille, quum ab re aversus, era amico di Annibale; Blattio, quanto più il
tum aemulo potentatus inimicus, rem Hannibali poteva senza pericolo, favoreggiava i Romani;
aperit. Arcessito utroque, Hannibal quum pro e con segreti messaggi avea porto speranza a
tribunali quaedam ageret, mox de Blattio cogni Marcello di dargli la terra; ma non si potea ve
turus, starent Tue submoto populo accusator et nirne a fine senza l'aiuto di Dasio. Blattio, poi
reus; Blattius de proditione Dasium appellabat. ch'ebbe molto e lungamente indugiato, finalmen
Enimvero, ille, velut in manifestare, exclamat, te, ed anche allora più per inopia di miglior
sub oculis Hannibalis secum de proditione agi. » consiglio, che per isperanza di buon successo, se
lIannibali atoue eis, qui aderant, quo audacior ne aperse con Dasio. Ma questi avverso alla
res erat, minus similis veri visa est. « Aemulatio cosa, e nemico dell'emolo di sua potenza, svelò
nem profecto atque odium esse; et id crimen af il tutto ad Annibale. Mentre Annibale, chiamati
ferri, quod, quia testem habere non posset, libe a sè l'uno e l'altro, stavasi in tribunale spicciando
rius fingenti sit. » Ita inde dimissi sunt : nec alcune cose, per poi tosto intrattenersi di Blattio,
Blattius ante abstitit tamen tam audaci incepto, e trovandosi intanto l'accusatore ed il reo appar
quam idem obtundendo docendoque, quam ea tati alquanto dal popolo, Blattio sollecitava Da
res ipsis patriaeque salutaris esset, pervicit, ut sio a ribellarsi. Questi, come se la cosa fosse già
praesidium Punicum (quingenti autem Numidae manifesta, si fa a gridare, a che gli si propone di
erant) Salapiaque traderetur Marcello. Nec sine ribellarsi sin sotto gli occhi dello stesso Anni
caede multa tradi potuit: longe fortissimi equi bale. » La cosa quant'era più ardita, tanto sem
tum toto Punico exercitu erant. Itaque, quam brò meno verisimile ad Annibale e a quelli che
quam improvisa res fuit, nec usus equorum in eran presenti: « Esser questo ad evidenza non altro
urbe erat, tamen, armis inter tumultum captis, et che un tratto di gelosia e di odio; e l'accusa, che
eruptionem tentaverunt, et, quum evadere nequi si dava, tanto era più facile ad infingersi, quanto
rent, pugnantes ad ultimum occubuerunt; nec che non si potea provare con testimonii. » Quindi
plus guinquaginta ex his in potestatem hostium furono licenziati. Nè Blattio ristette mai dall'ar
vivi venerunt: plusque aliquanto dammi haec dita impresa sino a che, battendo sempre lo stesso
ala equitum amissa Hannibali, quam Salapia, fuit: punto, e mostrando quanto sarebbe la cosa ad
nec deinde unquam Poenus (quo longe plurimum essi stessi salutare ed alla patria, ottenne che
valuerat) equitatu superior fuit. Dasio consentisse di dare a Marcello Salapia col
presidio Cartaginese (erano cinquecento Numidi).
Nè si potè dare senza molta strage. Ci era la più
valente cavalleria di tutto l'esercito Cartaginese.
Quindi, sebbene la cosa fosse improvvisa, nè po
tessero far uso de'cavalli in città, nondimeno,
prese l'armi in sul primo tumulto, tentarono
di lanciarsi fuori, nè riuscendo loro di scampare,
85 TITI LIVII LIBER XXVI. 86

in fine perirono combattendo, e non più di cin


quanta caddero vivi in potere dei nemici; e la
perdita di questa banda di cavalli recò più danno
ad Annibale, che la perdita di Salapia; nè il Car
taginese mai dappoi fu superiore di cavalleria,
nella quale era stato dianzi assai gagliardo.
XXXIX. Per idem tempus, quum in arce Ta XXXIX. Verso quel tempo medesimo, non
rentina viz inopia tolerabilis esset, spem omnem potendo più quasi la rocca Tarentina reggere
praesidium, quod ibi erat, Romanum praefectus alla carestia, non altra speranza aveva il presidio
que praesidii atque arcis M. Livius in commeati l'omano, che vi era, e Marco Livio prefetto del
bus ab Sicilia missis habebant. Qui ut tuto prae presidio stesso e della rocca, che nelle vettova
terveherentur oram Italiae, classis viginti ferme glie mandate dalla Sicilia; e perchè passassero
navium Rhegii stabat. Praeerat classi commeati sicuramente lungo la costa d' Italia, stavasi ar
busque D. Quintius, obscuro genere ortus, cete mata in Reggio una flotta di circa venti navi.
rum multis fortibus factis gloria militari illustris. Presiedeva alla flotta ed alle vettovaglie Decio
Primo quinque naves, quarum maximae duae Quinzio, di oscuro lignaggio, del resto chiaro
triremes a Marcello ei traditae erant, habuit: in guerra per molti fatti valorosi. Ebbe dapprima
postea rem impigre saepe gerenti tres additae cinque navi da Marcello, delle quali le due mag
quinqueremes: postremo ipse a sociis Rhegi giori eran triremi: poscia, essendosi di portato
misque, et a Velia et a Paesto debitas ex foedere più volte con gran coraggio, se gli aggiunsero
exigendo, classem viginti navium, sicut ante di tre quinqueremi: egli poi altre esigendone dagli
ctum est, effecit. Huic ab Rhegio profectae classi alleati, da quei di Reggio e di Velia e di Pesto,
Democrates, cum pari classe navium Tarentina debite pei trattati, si avea formata, come s'è
rum numero, quindecim millia ferme ab urbe ad detto, una flotta di venti navi. A questa flotta,
Sacriportum obvius fuit. Velis tum forte, impro partitasi da Reggio, si fe' incontro con egual
vidus futuri certaminis, Romanus veniebat. Sed numero di navi Tarentine Democrate a Sacri
circa Crotonem Sybarimque suppleverat remigio porto, alla distanza quasi di quindici miglia dal
naves, instructamque et armatam egregie pro la città. Il Romano allora veniva a vele, non
magnitudine navium classem habebat; et tum s'imaginando di dover combattere; ma nelle
forte sub idem fere tempus et venti vis omnis vicinanze di Crotona e di Sibari avea rinforzate
cecidit, et hostes in conspectu fuere, ut ad com le navi di remiganti, e rispetto alla grandezza
ponenda armamenta, expediendumque remigem di queste, si trovava avere una flotta egregia
ac militem ad imminens certamen satis temporis mente provveduta ed armata; ed allora quasi
esset. Raro alias tantis justae concurrerunt clas al medesimo istante mancò interamente il vento,
ses: quippe quum in majoris discrimen rei, quam ed il nemico fu a vista, sì che s'ebbe tempo ba
ipsae erant, pugnarent. Tarentini, ut, recuperata stante a disporre tutto l'armamento, e a prepa
urbe ab Romanis post centesimum prope annum, rare i remiganti ed i soldati all'imminente bat
arcem etiam liberarent, specommeatus quoque taglia. Di rado altre volte due giuste flotte si
hostibus, si navali proelio possessionem maris affrontarono con tanto ardore; perciocchè com
ademissent, interclusuros; Romani, ut, retenta battevano per maggior cosa, che non eran esse
possessione arcis, ostenderent, non vi aut virtute, medesime. I Tarentini, ricuperata dopo un secolo
sed proditione ac furto. Tarentum amissum. Ita dai Romani la lor città, per liberarne eziandio
que ex utraque parte signo dato quum rostris la rocca, sperando anche, se gli potean torre con
concurrissent, neque retro navem inhiberent, nec battaglia navale, la possessione del mare, d'inter
dirimi ab se hostem paterentur, quam quis in cludere al nemico ogni speranza di vettovaglie;
deptus navem erat, ferrea injecta manu; ita con i Romani per mostrare, mantenendosi nella rocca,
serebant ex propinquo pugnam, ut non missili che avean perduto Taranto non per altrui forza
bus tantum, sed gladiis etiam prope collato pede o valore, ma per tradimento e per furto. Quindi,
gereretur res. Prorae inter se junctae haerebant; al dato segnale, corsi d'ambe le parti ad urtarsi
puppes alieno remigio circumagebantur. Ita in colle prore, nessun legno ritraendosi indietro,
arcto stipatae erant naves, ut vix ullum telum in nè soffrendo che il nemico si discostasse, aggrap
mari vanum intercideret. Frontibus velut pe pando la nave, in che si abbattevano, cogli uncini
destris acies uurgebant, per viaeque naves pu di ferro, combattevano sì da vicino, che non solo
gnantibus erant. Insignis tamen interceteras pu adopravano i giavellotti, ma pur anche le spade,
gna fuit duarum, quae primae agminis concurre quasi da corpo a corpo. Le prore stavano stretta
rant inter se. In Romana nave ipse Quintius mente appiccate le une alle altre, e le poppe
87 TITI LI VIL LIBLR XXVI. 88

erat, in Tarentina Nico, cui Perconi fuit cogno erano aggirate dai remi delle altre navi; e que
men, non publico modo, sed privato etiam odio ste eran così serrate insieme, che quasi nessun
invisus atque in ſestus Romanis; quod eius factio dardo cadeva a vòto in mare: a fronte s'incalza
mis erat, quae Tarentum Hannibali prodiderat. vano come in battaglia pedestre, e i combattenti
Hic Quintium, simul pugnantem hortantemdue passavano da nave a nave. Fu però osservabile
suos, incautum hasta transfigit: ille atque prae tra l'altre la pugna di due navi, che prime della
ceps cum armis procidit ante proram. Victor fila s'erano azzuffate insieme. Era nella nave
Tarentinus, in turbatam duce amisso navem im Romama lo stesso Quinzio, nella Tarentina Nico
pigre transgressus, quum submovisset hostes, et ne, cognominato Percome, oltre che qual pub
prora jam Tarentinorum esset, puppim male con blico nemico, odioso anche personalmente ai
globati tuerentur Romani; repente et alia a puppi Romani, perchè era della fazione, che avea dato
triremis hostium apparuit. Ita in medio circum Taranto ad Annibale per tradimento. Costui col
venta Romana navis capitur. Hinc ceteris terror l'asta passò da parte a parte Quinzio, che senza
injectus, ut praetoriam navem captam videre; guardarsi combatteva e incoraggiava i suoi; e
fugientesque passim, aliae in alto mersae, aliae questi tombolò con tutte l'armi davanti alla pro
in terram remis abreptae, mox praedae fuere ra. Mentre il Tarentino vincitore, saltato corag
Thurinis Metapontinisque. Ex onerariis, quae giosamente nella nave Romana, sbigottita per
cum commeatu sequebantur, per paucae in pote la perdita del comandante, avea rimossi i nemici,
statem hostium venere: aliae, ad incertos ventos e già impadronitisi i Tarentini della prora, i
hinc atque illimc obliqua transferentes vela, in Romani affastellati mal ne difendevano la poppa,
altum evectae sunt. Nequaquam pari fortuna per ecco improvvisa apparire alla poppa stessa altra
eos dies Tarenti res gesta: mam ad quatuor millia trireme nemica. Così la nave Romana, tolta in
hominum frumentatum egressa, quam in agris mezzo, vien presa. Quindi tutte l'altre, vista
passim vagarentur, Livius, qui arci praesidioque presa la Capitana, furon colte da terrore, e fug
Romano praeerat, intentus in omnes occasiones gendo alla sfilata qua e colà, altre furono som
gerendae rei, C. Persium, impigrum virum, cum merse in mare, altre, a forza di remi sospinte
duobus millibus armatorum ex arce emisit. Qui, in terra, rimasero poi preda dei Turini e dei
vage effusos per agros palatosque adortus, quum Metapontini. De'navigli da carico, che venivan
diu passim cecidisset, paucos ex multis, trepida dietro colle vettovaglie, pochissimi vennero in
fuga incidentes semiapertis portarum foribus, in potere dei nemici; gli altri, qua e là girando
urbem compulit, ne urbs eodem impetu capere obliquamente, secondo il vario spirar dei venti,
tur. Ita aequatae res ad Tarentum ; Romanis furono trasportati in alto mare. Non andò a Ta
victoribus terra, l'arentinis mari. Frumenti spes, ranto la cosa con eguale fortuna. Perciocchè,
quae in oculis fuerat, utrosque frustrata pariter. essendo usciti da quattro mila uomini a forag
giare, mentre divagavano qua e là pe' campi,
Livio, prefetto della rocca e del presidio Roma
no, intento a cogliere tutte le occasioni propizie,
mandò fuori Caio Persio, uomo risoluto, con due
mila armati; il quale piombando addosso a co
loro, disordinati e vagamente sparsi per la cam
pagna, poi che n'ebbe lungamente fatto macello,
gli altri pochi, di molti ch'erano, li rispinse
fuggenti dentro la città per le porte, ch'erano
mezzo aperte, onde in quell'impeto medesimo
la città stessa non fosse presa. Così le cose a Ta
ranto restavan pari, vincendo i Romani per terra,
i Tarentini per mare. La speranza del frumento,
che aveano avuto dinanzi agli occhi, fallì egual
mente e gli uni e gli altri.
XL. Per idem tempus Laevinus consul, jam XL. E così pure in quel tempo, passata già
magna parte anni circumacta, in Siciliam, vete gran parte dell'anno, il console Levino venuto
ribus novisque sociis exspectatus, quum venisset, essendo in Sicilia aspettato dai vecchi e dai nuovi
primum ac potissimum omnium ratus, Syracusis alleati, ebbe a principale e prima cura l'assestare
nova pace inconditas componere res. Agrigentum le cose di Siracusa pe nuovi avvenimenti ancora
inde (quod belli reliquum erat, tenebaturque a incomposte. Di là condusse le legioni ad Agri
Carthaginiensium valido praesidio) duxit legio gento, ch'era tenuto dai Cartaginesi con valido
89 TITI LIVII LIBER XXVI. 9o

nes: et adfuit fortuna incepto. Hanno erat impe presidio, sola parte di guerra, che restava ; e la
rator Carthaginiensium, sed omnem in Mutine fortuna arrise all'impresa. Annone era il coman
Numidisque spem repositam habebant. Per totam dante dei Cartaginesi, ma tutta la loro speranza
Siciliam vagus praedas agebat ex sociis Romano era posta in Mutine e nei Numidi. Costui, scor
rum: neque intercludi ab Agrigento vi aut arte rendo tutta la Sicilia, menava prede dalle terre
ulla, nec quin erumperet, ubi vellet, probiberi degli alleati Romani; nè si potea per forza o
poterat. Haec eius gloria, quia jam imperatoris per ingegno escluderlo da Agrigento, nè impe
quoque famae officiebat, postremo in invidiam dirgli che ne uscisse fuori quando il volesse.
vertit; ut ne bene gestae quidem res jam Hanno Questa sua gloria, perchè nuoceva alla fama del
mi propter auctorem satis laetae essent. Propter supremo comandante, in fine si convertì in invi
quae postremo praefecturam eius filio suo dedit, dia, sì che Annone non si allegrava nè anche
ratus, cum imperio auctoritatem quoque ei inter de'buoni successi per rispetto di chi n'era l'auto
Numidas erepturum : quod longe aliter evenit: re; per lo che in ultimo diede la prefettura dei
mam veterem favorem ejus sua insuper invidia Numidi al proprio figlio, onde col comando
auxit. Nequeille indignitatem injuriae tulit, con torgli anche il credito presso di loro; il che ac
festimolue ad Laevinum occultos nuncios misit de cadde assai diversamente; perciocchè coll'odio
tradendo Agrigento. Per quos ut est facta fides, suo non fe” che accrescere a Mutine l'antico
compositusque rei gerendae modus, portam ad favore. Nè sopportò egli l'indegnità dell'affron
mare ferentem Numidae quum occupassent, pul to, e tosto mandò segreti messi a Levino a trat
sis inde custodibus, aut caesis, Romanos ad id tare di dargli Agrigento. Come s'ebbe la fede
ipsum missos in urbem acceperunt. Et quum da questi, e si convenne del modo di condur
agmine jam in media urbis ac forum magno tu la cosa, avendo i Numidi occupata la porta, che
multu iretur, ratus Hanno non aliud, quam tu mette al mare, scacciandone e trucidandone le
multum ac secessionem (id quod etante accide guardie, introdussero in città i Romani, ch'erano
rat) Numidarum esse, ad comprimendam sedi stati mandati a quest'oggetto; e già inoltrandosi
tionem processit. Atdue ille, quum ei multitudo essi in ordinata schiera nel mezzo della città e
major, quam Numidarum, procul visa, et clamor nella piazza con gran tumulto, stimando Annone,
Romanus haudquaquam ignotus ad aures accidis che altro non fosse che un ammutinamento, una
set, prins quam ad ictum teli veniret, capessit sommossa dei Numidi (com'era accaduto altre
fugam. Per aversam portam emissus, assumpto volte), si fe innanzi per comprimere la sedizio
comite Epicyde, cum paucis ad mare pervenit ; ne; ma come vide da lontano ch'erano assai
nactique opportune parvum navigium, relicta più gente, che i Numidi, e gli venne all'orecchio
bostibus Sicilia, de qua per tot annos certatum il grido Romano da lui ben conosciuto, innanzi
erat, in Africam trajecerunt. Alia multitudo Poe di giungere a tiro d'arco, prende la fuga. Uscito
norum Siculorumque, ne tentato quidem certa per la porta opposta, toltosi a compagno Epici
mine, quum caeci in fugam ruerent, clausique de, giunse al mare con pochi; e trovato oppor
exitus essent, circa portas caesa. Oppido recepto tunamente picciolo naviglio, abbandonata ai ne
Laevinus, qui capita rerum Agrigenti erant, vir mici la Sicilia, per la quale s'era combattuto
gis caesos securi percussit: ceteros praedamque tant'anni, passarono in Africa; l'altra moltitu
vendidit: omnem pecuniam Romam misit. Fama dine dei Cartaginesi e dei Siciliani, senza nè
Agrigentinorum cladis Siciliam quum pervasis anche combattere, datisi ciecamente a fuggire,
set, omnia repente ad Romanos inclinaverunt. ed essendo chiusi gli egressi, fu tagliata a pezzi
Prodita brevi sunt viginti oppida; sex vi capta: in sulle porte. Levino, ricuperata la fortezza,
voluntaria deditione in fidem venerunt ad qua fe battere colle verghe e percuotere di scure
draginta: quarum civitatium principibus quum i principali di Agrigento: vendè gli altri e la
pro cujnsque merito consul pretia poenasque preda, e mandò a Roma tutto il denaro, che
exsolvisset, coegissetque Siculos, positis tandem ne trasse. Divolgatasi per la Sicilia la fama del
armis, ad agrum colendum animos convertere, la strage degli Agrigentini, tutto subitamente
utesset non incolarum modo alimentis frugifera piegò a favore dei Romani. Si ebbero in breve
insula, sed urbis Romae atque Italiae (id quod tempo venti castelli per tradimento: sei ne furon
multis saepe tempestatibus fecerat) annomam le presi colla forza, e quaranta volontariamente si .
varet; ab Agathyrna inconditam multitudinem son dati. Il console poi ch'ebbe distribuiti e pre
secum in Italiam transvexit. Quatuor millia homi mii ai capi di queste città, e pene, secondo il me
num e rant, mixti ex omni colluvione exsules, rito di ciascuno, e costretti i Siciliani, finalmente
oba ereti, capitalia ausi plerique; et quum in posate l'armi, a rivolgersi alla coltivazion delle
civitatibus suis ac sub legibus vixerant, et post terre, acciocchè l'isola non solamente fruttasse
91 TITI LIVII LIBER XXVI. 92

quam eos ex variis causis fortuna similis conglo alimenti agli abitanti, ma somministrasse, occor
baverat Agathyrnam, per latrocinia ac rapinam rendo, grani a Roma ed all'Italia (il che avea
tolerantes vitam. Hos neque relinquere Laevinus fatto sovente in varii tempi), dall'Agatirna tras
in insula, tum primum nova pace coalescente, portò seco in Italia un ammazzo di gente d'ogni
velut materiam novandis rebus, satistutum ratus sorte. Erano da quattro mila uomini, sozza me
est: et Rheginis usui futuri erant ad populandum scolanza di banditi, di falliti, la maggior parte
Bruttium agrum, assuetam latrociniis quaerenti rei di colpe capitali, e che mentre eran vissuti
bus manum. Et, quod ad Siciliam attinet, eo anno nelle loro città e sotto le leggi, e così dappoi
debellatum est. che una comune fortuna gli avea dopo varii casi
agglomerati in Agatirna, avean sempre vissuto
di ladronecci e di rapina. Non istimò Levino
che fosse cosa secura lasciar costoro, quasi fomite
di novità, in un'isola, che cominciava allora per
la fresca pace ad assodarsi; oltrechè sarebbero
stati utili ai Reggiani, che cercavan gente avvezza
ai ladronecci per saccheggiar le terre dei Bruzii.
E quanto alla Sicilia, ebbe in quell'anno fine
la guerra.
XLI. In Hispania principio veris P. Scipio, XLI. In Ispagna sul principio di primavera
navibus deductis, evocatisque edicto Tarraconem Publio Scipione, tratte fuori le navi, e chiamati
sociorum auxiliis, classem onerariasque ostium a Tarracona con editto gli aiuti degli alleati,
inde Iberi ſluminis petere jubet. Eodem legiones ordina che la flotta e i legni da carico vadano
ex hibernis convenire quum jussisset, ipse cum all'imboccatura del fiume Ibero. Avendo coman
quinque millibus sociorum ab Tarracone pro dato che le legioni, uscendo da quartieri d'in
fectus ad exercitum est. Quo quum venisset, allo verno, colà pure si radunassero, egli partì da
quendos maxime veteres milites, qui tantis super Tarracona con cinque mila alleati alla volta del
fuerant cladibus, ratus, concione advocata, ita l'esercito. Dove essendo arrivato, giudicando
disseruit: « Nemo ante me novus imperator mi che fosse bene far parole specialmente ai vecchi
litibus suis prius, quam opera eorum usus esset, soldati, ch'erano avanzati da tante stragi, chia
gratias agere jure ac merito potuit. Me vobis mato parlamento, così arringò: « Nessuno nuovo
prius, quam provinciam aut castra viderem, obli comandante avanti me potè giustamente e me
gavit fortuna: primum, quod ea pietate erga pa ritamente render grazie a suoi soldati, innanzi
trem patruumque meum vivos mortuosque fui che avesse fatta prova dell'opera loro. Hammi
stis: deinde, quod amissam tanta clade provinciae la fortuna obbligato a voi innanzi che vedessi la
possessionem, integram et populo Romano et provincia e il campo; primieramente perchè
successori mihi virtute vestra obtinuistis. Sed foste affezionati tanto a mio padre e zio, vivi
quum jam benignitate dei m id paremus atque e morti; poi perchè questa provincia con tanta
agamus, non ut ipsi maneamus in Hispania, strage perduta, voi col valor vostro la riconqui
sed ne Poeni maneant, nec ut pro ripa Iberi staste intera al popolo Romano, e a me, che a
stantes arceamus transitu hostes, sed ut ultro quelli succedo. Ma poscia che per la bontà degli
transeamus, transferamusque bellum ; vereor, ne dei pensiamo e miriamo, non a rimanere noi
cui vestrum majus id audaciusque consilium, nella Spagna, ma sì a fare che i Cartaginesi non
quam aut pro memoria cladium muper accepta ci stieno, e non a fermarsi sulle sponde dell'Ibe
rum, aut pro aetate mea, videatur. Adversae pu ro a vietare il passo a'nemici, ma sì a varcarlo
gnae in Hispania nullius in animo, quam meo, noi stessi, e portar oltre la guerra, temo che
minus obliterari possunt; quippe cui pater et questa impresa non sembri a talun di voi grande
patruus intra triginta dierum spatium, ut aliud ed ardita più, che non comporta la memoria
super aliud cumularetur familiae nostrae funus, de' recenti nostri disastri o l'età mia. Nessuno
interfecti sunt. Sed ut familiaris pene orbitas ac manco di me potè cancellare dall'animo le scom
solitudo frangit animum ; ita publica quum for fitte nostre nella Spagna, di me, il cui padre
tuna tum virtus desperare de summa rerum pro e zio nello spazio di trenta giorni, accumulandosi
hibet. Ea fato quodam data nobis sors est, ut ma l'un sopra l'altro i mortorii nella nostra famiglia,
gnis omnibus bellis victi vicerimus. Vetera omit perirono. Ma se, rimasto quasi l'unico di tutti
to, Porsenam, Gallos, Sammites: a Punicis bellis i miei, la domestica solitudine mi abbatte l'ani
incipiam. Quot classes, quot duces, quot exerci mo, d'altra parte la fortuna e virtù pubblica
tus priore bello amissi sunt ? Jam quid hoc bello non mi lasciano disperare della somma delle cose.
93 TITI LIVII LIBER XXVI. 94
memorem? Omnibus aut ipse adfui cladibus, aut, È questa la sorte nostra, per non so quale desti
quibus abfui, maxime unus omnium eas sensi. no, che in tutte le guerre d'importanza vinti
Trebia, Trasimenus, Cannae, quid aliud sunt, avessimo a riuscire vincitori. Lascio le antiche,
quam monumenta occisorum exercituum consu Porsena, i Galli, i Sanniti; comincierò dalle guer
lumque Romanorum ? Adde defectionem Italiae, re Cartaginesi. Quante flotte non si son perdute,
Siciliae majoris partis, Sardiniae. Adde ultimum quanti capitani, quanti eserciti nella prima guer
terrorem ac pavorem, castra Punica inter Anie ra? E che dirò di questa? O mi son trovato
nem et moenia Romana posita, et visum prope in presente a tutte codeste rotte, o quelle, dove
portis victorem Hannibalem. In hac ruina rerum non intervenni, m'hanno più vivamente che
stetit una integra atque immobilis virtus popoli altri percosso. Trebbia, Trasimeno e Canne,
Romani: haec omnia strata humi erexit ac sustu che altro sono, se non se monumenti di eserciti
lit. Vos omnium primi, milites, post Cannensem e consoli Romani trucidati? Agginngete la defe
cladem vadenti Hasdrubali ad Alpes Italiamoue, zion dell'Italia, della maggior parte della Sicilia,
qui si se cum fratre conjunxisset, nullum jam no della Sardegna. Aggiungete l'ultimo terrore e
men esset populi Romani, ductu auspicioque pa spavento, il campo Cartaginese piantato tra
tris mei obstitistis: et hae secundae resillas ad l'Aniene e le mura di Roma, e il visto quasi
versas sustinuerunt. Nunc, benignitate deim, alle porte Annibale vincitore. In mezzo a così
omnia secunda, prospera, in dies laetiora ac me immensa rovina sola stette intera ed immobile la
liora in Italia Siciliaque geruntur. In Sicilia Syra virtù del popolo Romano: questo rilevò e rin
cusae, Agrigentum captum, pulsi tota insula ho francò quanto giaceva prostrato al suolo. Voi pri
stes, receptaque provincia in ditione populi Ro mi, o soldati, dopo la strage di Canne, sotto la con
mani est. In Italia Arpi recepti, Capua capta. Iter dotta e gli auspizii di mio padre, faceste fronte
omne ab urbe Roma trepida fuga emensus Han ad Asdrubale, che veniva all'Alpi ed in Italia;
nibal, in extremum angulum agri Bruttii com il quale se si fosse congiunto col fratello, già sa
pulsus, nihil jam majus precatur deos, quam ut rebbe spento il nome Romano; e questi prosperi
incolumi cedere atque abire ex hostium terra successi ci dieron forza di reggere a codeste altre
liceat. Quid igitur minus conveniat,milites, quam, calamità. Ora per la clemenza degli dei tutto ci
quum aliae super alias clades cumularentur, ac riesce a bene, prosperamente, tutto va ogni dì
dii prope ipsi cum Hannibale starent, vos hic più lietamente ed alla meglio nella Sicilia e nel
cum parentibus meis (aequentur enim etiam ho l'Italia. In Sicilia si è ripresa Siracusa ed Agri
nore nominis) sustinuisse labantem fortunam po gento, si son cacciati dall'Isola tutti i nemici,
puli Romani; nunc eosdem, quia illic omnia se e la provincia è tornata in dominio del popolo
cunda laetaque sunt, animis deficere? Nuper quo Romano. In Italia si è riavuto Arpi, si è presa
que quae acciderunt, utinam tam sine meo luctu, Capua. Annibale, misurando tutta la via con fuga
quam vestro, tramsissent! Nunc dii immortales precipitosa, onde scostarsi da Roma, respinto
imperii Romani praesides, qui centuriis omnibus, nell'angolo estremo del paese de' Bruzii, non
ut mihi imperium juberent dari, fuere auctores, altro chiede tanto agli dei, quanto che gli si dia
iidem auguriis auspiciisque, et per nocturnos di trarsi salvo, ed uscire dal territorio nemico.
etiam visus omnia laeta ac prospera portendunt. Che altra cosa dunque si converrebbe meno, o
Animus quoque meus, maximus mihi ad hoc tem soldati, quanto che l'aver voi, quando accumu
pus vates, praesagit nostram Hispaniam esse: lavansi le rotte l'una sull'altra, e quasi gli stessi
brevi extorre hinc omme Punicum nomen, maria dei stavano alla parte di Annibale, sostenuta quivi
terrasque foeda fuga impleturum. Quod mens insieme co'padri miei (e mi sia lecito pareggiarli
sua sponte divinat, idem subjicit ratio haud fal a voi per onore del nome) la vacillante fortuna
lax. Vexati ab iis socii nostram fidem per legatos del popolo Romano, ed ora, che le cose tutte son
implorant: tres duces discrepantes, prope ut de qui prospere e liete, perdervi d'animo? Anche
fecerimt alii ab aliis, trifariam exercitum in di le sciagure testè accadute, fossero pur passate
versissimas regiones distraxere. Eadem in illos non tanto senza il mio, quanto senza il vostro
ingruit fortuna, quae nuper nos afflixit: nam et danno! Ora però gli dei immortali, proteggitori
deseruntur ab sociis, ut prius ab Celtiberis mos, del Romano impero, i quali ispirarono a tutte
et diduxerunt exercitus; quae patri patruoque le centurie che mi si desse il comando, essi stessi
meo causa exitii fuit. Nec discordia intestina coire e cogli augurii e cogli auspizii ed anche colle
eos in unum sinet, neque singuli nobis resistere notturne visioni ci promettono eventi lieti e fe
poterunt. Vos modo, milites, favete nomini Sci lici. Lo stesso animo mio, che fino a questo di
pionum, soboli imperatorum vestrorum, velut non mi fu mai fallace indovino, mi presagisce,
accisis recrescenti stirpibus. Agite, milites vete che la Spagna sarà nostra e che tra breve tutto
95 TITI LIVII LIBER XXVI. 96

res, novum exercitum novumque ducem traduci l'oste Cartaginese quindi scacciato empierà i ma
te Iberum, traducite in terras cum multisfortibus ri e le terre del grido e vitupero della sua fuga.
ſactis saepe a vobis peragratas. Brevi faciam, ut, Ciò che la mente da sè sola indovina, lo stesso
quemadmodum nunc moscitatis in me patris pa detta la non fallace ragione. Gli alleati Cartagi
truique similitudinem oris vultusque et linea mesi, malmenati da loro, mandano legati ad im
menta corporis, ita ingenii, fidei, virtutisque plorare il nostro aiuto: tre capitani discordanti,
exemplum expressam ad effigiem vobis reddam, quasi si fossero ribellati gli uni dagli altri, hanno
ut revixisse, aut rematum sibi quisque Scipionem spartito l'esercito in tre parti in diversissimi
imperatorem dicat. » paesi. Piomba loro addosso quella stessa mala
fortuna che ci ha testè travagliato; perciocchè
sono abbandonati dagli alleati, come fummo noi
dai Celtiberi, ed han diviso gli eserciti, il che fu
cagione a mio padre e zio della rovina. Nè l'in
testina discordia gli lascerà unirsi insieme; nè
spartiti potranno uno ad uno resisterci. Ma vi
piaccia, o soldati, favoreggiare il nome dei Sci
pioni, il rampollo dei vostri comandanti, che
quasi da recise piante rigermoglia. Su via, vecchi
soldati, guidate il nuovo esercito e il nuovo co
mandante di là dall'Ibero, e guidateli a quelle
terre, che avete corse tante volte con molti fatti
egregii. Farò in breve tempo, che come in me
riconoscete il viso, le fattezze e i lineamenti del
corpo di mio padre e zio, vi rappresenti pur
anche l'esempio e l'espressa imagine del loro
ingegno, fede e valore, sì che ognun dica a sè
stesso essere risuscitato o rinato il comandante
Scipione. -
XLII. Hac oratione accensis militum animis, XLII. Infiammati con questo discorso gli
relicto ad praesidium regionis ejus M. Silano, animi del soldati, lasciato a presidio del paese
cum tribus millibus peditum et trecentis equi Marco Silano con tre mila fanti e trecento cavalli,
tibus, ceteras omnes copias (erant autem viginti trasportò di là dall'Ibero tutte l'altre genti
quinque millia peditum, duo millia et quingenti (erano venti cinque mila pedoni, duemila e cin
equites) Iberum trajecit. Ibi quibusdam suaden quecento cavalli). Quivi però consigliandolo al
tibus, ut, quoniam in tres tam diversas regiones cuni, che, poi ch'erano gli eserciti Cartaginesi
discessissent Punici exercitus, proximum aggre spartiti in tre sì diverse regioni, assaltasse il più
deretur; periculum esse ratus, ne eo facto in vicino, egli temendo il pericolo, se ciò facesse,
unum omnes contraheret, nec par esset unus che tutti i nemici non venissero a raccozzarsi
tot exercitibus, Carthaginem Novam interim op insieme, e non poter solo esser pari a tanta gente,
pugnare statuit; urbem quum ipsam opulentam deliberò di combattere intanto Nuova-Cartagine,
suis opibus, tum hostium omni bellico apparatu città e potente per le proprie sue forze, e piena
plenam (ibi arma, ibi pecunia, ibi totius Hispa di tutte le provigioni di guerra dei nemici (quivi
niae obsides erant); sitam praeterea quum op eran l'armi, quivi il danaro, quivi gli ostaggi
portune ad trajiciendum in Africam, tum super di tutta la Spagna), situata inoltre opportuna
portum satis amplum quantaevis classi, et nescio mente per tragittare in Africa, e con porto assai
an unum in Hispaniae ora, qua nostro adjacet capace per qualunque armata navale, e forse
mari. Nemo omnium, quo iretur, sciebat, praeter il solo sulla costa di Spagna, che guarda il nostro
C. Laelium. Is, classe circummissus ita moderari mare. Nessuno sapeva dove si andasse, eccelto
cursum navium jussus erat, uteodem tempore Caio Lelio. Questi, mandato a fare il giro colle
exercitus ostenderetur, et classis portum intra navi, aveva avuto ordine di così moderare il suo
ret. Septimo die ab Ibero Carthaginem ventum corso, che ad un tempo stesso comparisse l'eser
est simul terra marique: castra ab regione ur cito di terra, e la flotta entrasse in porto. Dopo
bis, qua in septemtrionem versa est, posita: his sette giorni si venne al medesimo tempo dal
ab tergo (nam frons natura tuta erat ) vallum l'Ibero a Nuova-Cartagine per terra e per mare.
objectum. Celerum sita Carthago sic est. Sinus Si piantò il campo a quella parte della città, ch e
est maris media fere li ispaniae ora, maxime volta a tramontana; al di dietro del campo (che la
n7 TITI LIV11 LIBER XXVI. 98

Africo vento oppositus, et quingentos passus in fronte era difesa dalla natura) si oppose uno stec
trorsus retractus, paullulo plus passuum in lati cato. Ecco del resto com'è situata Nuova-Carta
tudinem patens. Hujus in ostio sinus parva insula gine. V'ha un seno di mare quasi nel mezzo
objecta ab alto portum ab omnibus ventis, prae della costa di Spagna, opposto massimamente
terquam Africo, tutum facit. Ab intimo sinu pe al vento Africo, e ritratto infra terra cinquecento
ninsula excurrit, tumulus is ipse, in quo condita passi e largo poco più. All'ingresso di questo
urbs est, ab ortu solis et ameridie cincta mari: una picciola isola, situata di fronte in alto mare,
ab occasu stagnum claudit, paullum et ad se difende il porto da tutti i venti, fuor che dal
ptemtrionem fusum; incertae altitudinis, utcum l'Africo. Dal fondo di questo seno scorre allun
que exaestuataut deficit mare. Continenti urbem gandosi una penisola, che è quello stesso rialzo,
jugum ducentosfere et quinquaginta passus pa sul quale è fabbricata la città, cinta dal mare a
tens conjungit: unde quum tam parvi operis levante e mezzodì : a ponente la chiude uno sta
munitio esset, non objecit vallum imperator gno, che si allarga alcun poco a tramontana, di
Romanus, seu fiduciam hosti superbe ostentans, acque d'incerta altezza, secondo la forza del flusso
sive ut subeunti saepe ad moenia urbis recursus o del riflusso. Si unisce la città al continente
pateret. mediante un giogo di colline largo da dugento
e cinquanta passi; e quivi, sebbene forse opera
di non grande lavoro, non oppose il comandante
Romano nessuna barricata, o per fare superba
mente al nemico mostra di fidanza, o perchè al
soldato, che dovea sovente accostarsi alle mura,
º
fosse più facile la ritirata.
XLIII. Cetera, quae munienda erant, quum XLIII. Compiute tutte l'altre munizioni, dove
perfecisset, naves etiam in portu, velut mariti occorreva, ordinò eziandio le navi nel porto,
mam quoque ostentans obsidionem, instruxit; quasi mostrando di voler attaccare la città anche
circumvectusque classem, quum monuisset prae per mare; e fatto il giro della ſlotta, avvertiti
fectos navium, ut vigilias nocturnas intenti ser i capitani, acciocchè facessero attenta guardia
varent, omnia ubique primo obsessum hostem la notte, che il nemico assediato suol fare sul
conari; regressus incastra, ut consilii sui rationem, principio i più grandi sforzi; e tornato al campo,
quod ad urbe potissimum oppugnanda bellum volendo informare i soldati per qual ragione
orsus esset, militibus ostenderet, et spem po avesse cominciata la guerra specialmente dal com
tiundae cohortando faceret, concione advocata battere Nuova-Cartagine, e per insieme confor
ita disseruit: « Ad urbem unam oppugnandum tarli nella speranza di prenderla, chiamatili a
si quis vos adductos credit, is magis operis ve parlamento, così parlò: « Se crede alcun di voi,
stri, quam emolumenti rationem exactam, mili ch'io v'abbia qui tratti ad espugnare una sola
tes, habet. Oppugnabitis enim vere moenia unius città, questi, o soldati, ha più esattamente calco
urbis, sed in una urbe universam ceperitis Hispa late le vostre fatiche, che l'utilità dell'impresa.
niam. Hic sunt obsides omnium nobilium regum Perciocchè prenderete bensì le mura di una sola
populorumque; qui, simul in potestate vestra città, ma in questa prenderete tutta la Spagna.
erunt, extemplo omnia, quae nunc sub Cartha Qui sono gli ostaggi di tutti i re, di tutti i popoli
giniensibus sunt, in ditionem tradent. Hic pecu più illustri; questi, come saran quelli caduti
mia omnis hostium, sine qua neque illi gerere nelle vostre mani, tosto consegneranno in poter
bellum possunt, quippe qui mercenarios exer vostro tutto quello, ch'è ora dei Cartaginesi.
citus alant, et quae nobis maximo usui ad con Quivi è tutto il danaro dei nemici, senza il quale
ciliandos animos barbarorum erit. Hic tormenta, non possono far la guerra, come quelli, che man
arma, armamenta, et omnis apparatus belli est, tengono soldati mercenarii; danaro, che ci sarà
qui simul et vos instruet, et hostes nudabit Po di grand'uso a conciliarci gli animi dei barbari.
tiemur praeterea quum pulcherrima opulentis Quivi son l'armi, le macchine, tutto l'apparec
simaque urbe, tum opportunissima portu egre chio di guerra, di che voi vi fornirete, e sarà
gio, unde terra marique, quae belli usus poscunt, il nemico spogliato. Conquisteremo inoltre una
suppeditentur. Quae quum magna ipsi habebi bellissima e ricchissima città, coll'opportunità
mus, tum dempserimus hostibus multo majora. di egregio porto, donde saremo provveduti per
Ilaec illis arr, hoc horreum, aerarium, arma mare e per terra di ciò, che bisogna alla guerra:
mentarium, hoc omnium rerum receptaculum cose che avremo in buon numero, e che in nu
est-Ilinc rectus in Africam cursus est: haec una mero assai maggiore torremo ai nemici; perocchè
inter Pyrenaeum et Gades statio: hinc omni questa è la rocca loro, il granaio, l'erario, l'arse
Livio a 7
99 TITI LIVII LIBER XXVI. loo

Hispaniae imminet Africa. Sed, quoniam vos nale, questo il gran ricetto di tutto. Di qua si
instructos et ordinatos cognosco, ad Carthagi naviga dirittamente all'Africa; questa è la sola
nem movam oppugnandam totis viribus et bono posata tra i Pirenei e Cadice; di qua l'Africa
animo transeamus. » Quumque omnes una voce, la Spagna tutta minaccia. Ma perchè vi vedo ben
hoc faciendum, succlamarent, eos Carthaginem ordinati ed agguerriti, passiamo con tutte le for
duxit: tum terra marique eam oppugnari jubet. ze e di buon cuore a combatter Nuova-Carta
gine. ” Ed avendo tutti ad una voce gridato,
passiamo, li conduce alla città; poscia comandò
che la si battesse per mare e per terra.
XLIV. Contra Mago Poenorum dux, quum XLIV. All' incontro Magone, comandante
terra marique instrui oppugnationem videret, dei Cartaginesi, vedendo che si faceano gli ap
et ipse copias ita disponit. Oppidanorum duo parecchi dell'assedio per terra e per mare, an
millia ab ea parte, qua castra Romana erant, ch'egli mette in ordine le sue forze. Oppone due
opponit: quingentis militibus arcem insedit: mila terrazzani dalla parte, dov'era il campo
quingentos tumulo urbis in orientem verso im Romano: tiene la rocca con cinquecento soldati:
ponit: multitudinem aliam, quo clamor, quo cinquecento ne mette sul poggio più alto della
subita vocasset res, intentam ad omnia occur città volto a Levante: impone a tutta l'altra mol
rere jubet. Patefacta deinde porta, eos, quos in titudine, che attenta a tutto corra dove il grido
via ferente ad castra hostium instruxerat, mittit. e il bisogno improvviso la chiamasse. Indi, spa
Romani, duce ipso praecipiente, parumper ces lancata la porta, manda fuori le genti, che avea
sere, ut propiores subsidiis in certamine ipso schierate sulla via che guida al campo nemico. I
submittendis essent. Et primo haud impari ste Romani, per ordine dello stesso comandante, ce-
tere acie: subsidia deinde, idemtidem submissa dettero alcun poco, ond'essere più vicini ai sus
e castris, non averterunt solum in fugam hostes, sidii da mandarsi nel calore stesso della mischia.
sed adeo effusis institerunt, ut, nisi receptui ce E dapprima non ci ebbe disparità; indi i soccorsi
cinisset, permixti fugientibus irrupturi fuisse in che venivano di mano in mano dal campo, non
urbem viderentur. Trepidatio vero non in proe solamente voltarono in fuga i nemici, ma sì dap
lio major, quam tota urbe fuit: multae stationes presso gl'incalzarono, che se non si fosse sonato
pavore atque fuga desertae sunt, relictique muri, a raccolta, pareva che misti ai fuggitivi sarebbero
quum, qua cuique erat proximum, desiluissent. penetrati nella città. Nè fu maggiore lo spavento
Quod ubi egressus Scipio in tumulum, quem nella battaglia, che nella città stessa: molte poste
Mercurii vocant, animadvertit, multis partibus furono lasciate per paura e per fuggire: si ab
nudata defensoribus moenia esse ; omnes e ca bandonaron le mura, saltando ciascuno a terra
stris excitosire ad oppugnandam urbem, et ferre dal luogo, che gli veniva più comodo. Il che
scalas iubet. Ipse, trium prae se juvenum vali avendo osservato Scipione dal poggio che chia
dorum scutis oppositis ( ingens enim jam vis mano di Mercurio, ch'eran cioè le mura della
omnis generis telorum e muris volabat), ad ur città in molti luoghi senza difensori, ordina che
bem succedit, hortatur, imperat, quae in rem tutti uscendo dal campo vadano all'assalto, e por
sunt; quodque plurimum ad accendendos mi tino le scale. Egli stesso, coperto dagli scudi di
litum animos intererat, testis spectatorque vir tre giovani gagliardi (chè già piovea dalle mura
tutis atque ignaviae cujusque adest. Itaque in ogni sorta di saettame) si fa sotto la città, esorta,
vulnera ac tela ruunt; neque illos muri, neque comanda ciò che occorre, e quello che più valeva
superstantes armati arcere queunt, quin certa ad accendere gli animi de'soldati, egli in persona
tim ascendant. Et ab navibus eodem tempore è testimonio e spettatore della virtù o codardia
ea, quae mari alluitur, pars urbis oppugnari di ciascuno. Quindi gettansi a precipizio incontro
coepta est: ceterum tumultus inde major, quam ai dardi, alle ferite; nè le mura, nè i sovrastanti
vis, adhiberi poterat. Dum applicant, dum par armati vietar possono, che non montino a gara.
tim exponunt scalas militesque, dum, qua cuique E al tempo stesso si cominciò dalle navi a com
Proximum est, in terram evadere properant, ipsa battere la parte della città che è bagnata dal mare.
testinatione et certamine alii alios impediunt. Quivi però si potea più far romore che forza.
Mentre approdano, mentre sbarcano in fretta e
scale e soldati, mentre ciascuno, com'è più vicino,
si affretta di prender terra, collo stesso avacciarsi
ed incalciarsi, gli uni gli altri s'impediscono a
vicenda. -

XLV. Inter haee repeverat jam Poenus ar XLV. Aveva intanto il Cartaginese guernite
not TITI LIVli LIBER XXVI. toº

matis muros, et vis magna, ex ingenti copia tutte le mura di armati, e ci era immensa quan
congesta, telorum suppeditabat. Sed neque viri, tità di giavellotti in grandi mucchi ammontati.
nec quidquam aliud aeque, quam moenia ipsa Ma nè dagli uomini, nè dai giavellotti, nè da
sese, defendebant: rarae enim scalae altitudini altro checchè fosse, eran difese tanto le mura,
aequari poterant, et, quo quaeque altiores, eo quanto da sè stesse; perocchè poche scale pote
infirmiores erant. Itaque, quum summus quisque van giungere alla loro altezza; e quanto ciascuna
evadere non posset, subirent tamen alii, onere era più lunga, tanto era più debole. Quindi non
ipso frangebantur. Quidam, stantibus scalis, potendo i saliti in cima andar più oltre, e non
quum altitudo caliginem oculis offudisset, ad ostante altri succedendo, le scale dal peso stesso
terram delati sunt. Et quum passim homines si rompevano; altri abbagliati la vista dell'al
scalaeque ruerent, et ipso successu audacia atque tezza, stramazzarono a terra. E qua e colà rovi
alacritas hostium cresceret, signum receptui da mando uomini e scale, e pel successo crescendo
tum est; quod spem non praesentis modo ab a'nemici l'ardire ed il coraggio, si sonò a raccol
tanto certamine ac labore quietis obsessis, sed ta; il che diede agli assediati non solo speranza
etiam in posterum dedit, scalis et corona capi per ora di riposare da sì gran lotta e fatica, ma
urbem non posse: opera et difficilia esse, et tem eziandio per l'avvenire, che la città non potesse
pus datura, ad ferendam opem imperatoribus esser presa per iscalata, nè per assalto generale;
suis. Vix prior tumultus conticuerat, quum Sci e il prenderla colle macchine esser opera difficile,
pio ab defessis jam vulneratisque recentes inte e che darebbe tempo ai loro comandanti di ac
grosque alios accipere scalas jubet, et vi majore correre in soccorso. S'era appena quetato il pri
aggredi urbem. Ipse, ut ei nunciatum est, aestum mo tumulto, quando Scipione, in luogo degli
decedere, quod per piscatores Tarraconenses, stanchi e feriti, ordina che altri freschi ed intatti
nunc levibus cymbis, nunc, ubi eae siderent, prendano le scale, ed assaltino la città con mag
vadis pervagatos stagnum, compertum habebat, gior impeto. Egli, com'ebbe inteso che la marea
facilem pedibus ad murum transitum dari, eo si abbassava, avvisato dai pescatori Tarragonesi
secum armatos duxit. Medium ferme diei erat, che giravano per lo stagno ora con piccioli schifi,
et ad id, quod sua sponte cedente in mare aestu ora, come questi toccavano il fondo, guazzando
trahebatur aqua, acer etiam Septemtrio ortus in lo, potersi facilmente giungere a piedi sino al
climatum stagnum eodem, quo aestus, ferebat, muro, menò cinquecento de' suoi a quella parte.
et adeo nudaverat vada, ut alibi umbilico tenus Era quasi mezzo giorno; ed oltrechè pel ri
aqua esset, alibi genua vix superaret. Hoc, cura flusso l'acqua da sè si ritirava al mare, anche una
ac ratione compertum, in prodigium ac deos fiera tramontana insorta vieppiù spingeva l'ac
vertens Scipio, qui ad transitum Romanis mare que inclinate, dove già la marea le portava ; ed
verterent, et stagno auferrent, viasque ante mum avea di tal maniera scoperto il guado, che altrove
quam imitas humano vestigio aperirent. Neptu l'acqua giungeva sino al bellico, altrove poco più
num jubebat ducem itineris sequi, ac medio sta che sopra il ginocchio. Scipione, quello che avea
gno evadere ad moenia. trovato esaminando e ragionando, attribuendolo
invece a prodigio ed agli dei, i quali ritraessero
e rimovessero il mare dallo stagno per dar passo
ai Romani, ed aprissero nuove vie non mai per
innanzi da vestigio umano calcate, gl'incorag
giava a seguir Nettuno, scorta del cammino,
e dal mezzo dello stagno lanciarsi appiè delle
lnull'a.

XLVI. Ab terra ingens labor succedentibus XLVI. Grande travaglio aveano gli assalitori
erat: nec altitudine tantum moenium impedie dalla parte di terra; nè l'impaccio procedeva
bantur, sed quod euntes ad ancipites utrimoue soltanto dall'altezza delle mura, ma perchè, avan
ictus subjectos habebant Romanos; ut latera in zandosi, eran soggetti i Romani ad esser colpiti
festiora subeuntibus, quam adversa corpora, es d'ambi i lati, in modo che più pativano ai fian
sent. At parte in alia quingentis et per stagnum chi, che di fronte. Ma dall'altra parte fu facile ai
facilis transitus, et in murum adscensus inde fuit: cinquecento passare per lo stagno, e di là salire
nam neque opere emunitus erat, ut ubi ipsius sul muro ; chè non era fortificato con opere, co
loci ac stagni praesidio satis creditum foret; nec me quello che avean creduto bastantemente di
ulla armatorum statio aut custodia opposita, in feso dalla natura del luogo e dal padule; nè vi si
tentis omnibus ad opem eo ferendam, unde peri avca messo nessuna posta o guardia di soldati,
culum ostendebatur.Ubiurbem sine certamine in attento ognuno a recar soccorso, dove il pericolosi
1o3 TITI LIVII LIBER XXVI. 1o4
travere, perguntinde, quanto maximo cursu pote mostrava. Come furono senza contrasto entrati in
rant, ad eam portam, circa quam omne contractum città, corrono con quanta forza più possono, alla
certamen erat. In quod adeo intenti omnium non porta, intorno a cui s'era serrata la battaglia; alla
animi solum fuere, sed etiam oculi auresque pu quale così erano intenti non solamente gli animi,
gnantium spectantiumque et adhortantium pu ma eziandio gli occhi e gli orecchi di chi combat
gnantes, ut nemo ante ab tergo senserit captam teva e di chi guardava e confortava i combattenti,
urbem, quam tela in aversos inciderunt, et che nessuno si accorse la città esser presa alle
utrimque ancipitem hostem habebant. Tunc, tur spalle, se prima non si sentirono venire i dardi
batis defensoribus metu, et moenia capta, et porta alla schiena, e non si videro il nemico a fronte
intus forisque pariter refringi coepta; et mox e di dietro. Allora, scompigliati i difensori dallo
caedendo confractis ac distractis, ne iter impedi spavento, e si son prese le mura, e si cominciò
retur, foribus, armati impetum fecerunt. Magna ad un tratto e dentro e fuori ad atterrare la
multitudo et muros transcendebat, sed hi passim porta, e messene in pezzi le imposte, onde non
ad caedem oppidanorum versi. Illa, quae portam s'impacciasse la via, gli armati entrarono furio
ingressa erat, juxta acies, cum ducibus, cum samente. Anche una gran moltitudine travalicava
ordinibus, media urbe in forum processit.lnde le mura; e questi eran volti qua e là a far ma
quum duobus itineribus fugientes videret hostes. cello dei terrazzani. Ma quelli, ch'erano entrati
alios ad tumulum in orientem versum, qui te per la porta a forma di giusto corpo coi capi
nebatur quingentorum militum praesidio, alios tani e cogli ordini loro, di mezzo alla città si
in arcem, in quan et ipse Mago cum omnibus condussero alla piazza. Indi vedendo Scipione
fere armatis, qui muris pulsi fuerant, refugerat; che i nemici fuggivano per due strade, altri al
partim copiarum ad tumulum expugnandum poggio volto a Levante, ch'era guardato da cin
mittit, partim ipse ad arcem ducit. Et tumulus quecento dei loro, altri alla rocca, dove rifuggito
primo impetu est captus, et Mago, arcem cona s'era lo stesso Magone con quasi tutti quelli che
tus defendere, quum omnia hostium plena vide erano stati scacciati dalle mura, manda parte
ret, neque spem ullam esse, se arcemque et prae delle genti ad espugnare il poggio, parte egli
sidium dedidit. Quoad dedita arx est, caedes tota stesso le guida alla rocca. Il poggio fu preso di
urbe passim factae; neculli puberum, qui obvius primo impeto, e Magone, provatosi a difendere
fuit, parcebatur: tum, signo dato, caedibus finis la rocca, poi che vide tutto esser pieno di ne
factus: ad praedam victores versi, quae ingens mici, nè rimanergli speranza alcuna, si arrendette
omnis generis fuit. colla rocca e col presidio. In sino a che la rocca
tenne, non vi fu che strage per tutta la città; nè
si perdonava a qual fosse adulto che s'incon
trasse; di poi, dato il segno, si fe fine all'ucci
sione. I vincitori si voltarono alla preda, che fu
in ogni genere grandissima.
XLVII. Liberorum capitum virile secus ad XLVII. Delle persone libere di sesso maschile
decem millia capta: inde, qui cives Novae Car ne furon prese da dieci mila; ma ne rilasciò poi
thaginis erant, dimisit: urbemdue et sua omnia, tutti quelli ch'erano cittadini di Nuova-Carta
quae reliqua eis bellum fecerat, restituit. Opifices gine, ea quali restituì la città e tutto quello che
ad duo millia hominum erant; eos publicos fore era rimasto loro dalla guerra. Gli artigiani erano
populi Romani edixit, cum spe propinqua liber da due mila; li dichiarò di ragione del popolo
tatis, si ad ministeria belli enise operam navas Romano colla non lontana speranza d'essere li
sent. Ceteram multitudinem incolarum iuvenum berati, se si fossero adoprati con zelo ne' mini
ac validorum servorum, in classem ad supple steri della guerra. L'altra moltitudine dei giovani
mentum remigum dedit; et auxerat navibus octo del paese e di servi robusti si diede alla flotta a
captivis classem. Extra hanc multitudinem Hi supplemento dei remiganti; flotta ch'egli aveva
spanorum obsides erant; quorum perinde ac si accresciuta di otto navi prese al nemico. Eran
sociorum liberi essent, cura habita. Captus et fuori di questa moltitudine gli ostaggi degli Spa
apparatus ingens belli; catapultae maximae for gnuoli, de quali s'ebbe cura, come se fossero
mae centum viginti, minores ducentae octoginta figliuoli di alleati. Fu preso anche un grande
et una: ballistae majores viginti tres, minores apparato di macchine da guerra; cento e venti
quinquaginta duae: scorpionum majorum mi catapulte della massima grandezza, dugento ed
norumque, et armorum telorumque ingens ottant'una più picciole, ventitrè baliste maggiori,
numerus: signa militaria septuaginta quatuor. cinquanta due minori: immenso numero di
Etauri argentiquerelata ad imperatorem magna scorpioni maggiori e minori, di armi, di giavel
1 o5 TITI LIVII LIBER XXVI. 1 o6

vis: paterae aurae fuerunt ducentae septuaginta i lotti; e settanta quattro bandiere. E grande
sex, libras ferme omnes pondo: argenti facti si quantità d'oro e d'argento fu portata al coman
gnatique decem et octo millia et trecenta pondo: dante; le coppe d'oro dugento settanta sei, cia
vasorum argenteorum magnus numerus. Haec scuna del peso a un dipresso di una libbra; di
omnia C. Flaminio quaestori appensa adnumera argento lavorato e coniato diciotto mila e tre
taque sunt. Tritici quadraginta millia modium, cento libbre, e numero grande di vasi d'argento.
hordei ducenta septuaginta. Naves onerariaese Tutte queste cose furono pesate e numerate al
xaginta tres in portu expugnatae captaeque: questore Caio Flaminio; inoltre quaranta mila
quaedam cum suis oneribus, frumento, armis, moggia di grano, e dugento e settanta di orzo.
aere praeterea, ferroque et linteis, et sparto et Nel porto si sono sforzate e prese sessanta tre
navali alia materia ad classem aedificandam: ut navi da trasporto, alcune col loro carico, fru
minimum omnium inter tantas opes belli captas, mento, armi, inoltre rame, e ferro, e vele, e sparto,
Carthago ipsa fuerit. ed altre materie occorrenti ad allestire una flotta;
di maniera che, di tante ricchezze conquistate,
fors'era Nuova-Cartagine la minore.
XLVIII. Eo die Scipio, C. Laelio cum sociis XLVIII. Il dì medesimo Scipione, lasciato
navalibus urbem custodire jusso, ipse in castra Caio Lelio collagente di mare alla custodia della
legiones reduxit, fessosque milites omnibus uno città, ritrasse le legioni negli accampamenti; ed
die belli operibus (quippe qui et acie dimicas ordinò che i soldati, stanchi dall'aver sostenuto
sent, et capienda urbe tantum laboris periculique in un giorno solo quante sono le fazioni della
adissent, et capta, cum iis, qui in arcem confu guerra (che aveano combattuto alla campagna,
gerant, iniquo etiam loco pugnassent) curare ed incontrato tante fatiche e pericoli nel prendere
corpora jussit. Postero die, militibus navalibus la città, e poi che fu presa, dovuto azzuffarsi an
que sociis convocatis, primum diis immortalibus che in sito svantaggioso con quelli che s'erano
laudesque et grates egit, qui se non urbis solum rifuggiti nella rocca) curassero le persone. Il dì
opulentissimae omnium in Hispania uno die com seguente, radunati i soldati e le genti di mare,
potem fecissent, sed ante eo congessissent omnis dapprima rendette lodi e grazie agli dei immortali,
pene Africae atque Hispaniae opes; ut neque ho che non solamente in un giorno stesso l'avesser
stibus quidquam relinqueretur, et sibi ac suis fatto signore della città più doviziosa della Spa
omnia superessent. Militum deinde virtutem col gna,ma vi avessero innanzi accumulate le ricchezze
laudavit, quod eos non eruptio hostium, non di quasi tutta l'Africa, e della Spagna, sì che
altitudo moenium, non inexplorata stagni vada, nulla avanzasse a'nemici, ed ogni cosa abbondasse
non castellum in alto tumulo situm, non muni a sè ed a'suoi. Di poi lodò il valore dei nemici; nè
tissima arx deterruisset, quo minus transcende l'altezza delle mura, nè il mal noto guado dello
rent omnia perrumperentolue. Itaque, quamduam stagno, nè il castello posto su alto poggio, nè la
omnibus omnia deberet, praecipuum muralis fortissima rocca potè rattenere, sì che tutto non
coronae decus ejus esse, qui primus murum ad valicassero e sforzassero. Quindi, quantunque
scendisset : profiteretur, qui se dignum eo du fosse egli debitore a tutti di tutto, l'onore però
ceret dono. Duo professi sunt : Q. Trebellius della murale corona a colui apparteneva, che
centurio legionis quartae, et Sex. Digitius socius primo montato fosse sul muro; quegli, che si
navalis: nec ipsi tam inter se acriter contende stimasse degno di tal dono, si presentasse. Due si
bant, quam studia excitaverant uterque sui cor presentarono: Quinto Trebellio, centurione del
poris hominum. Sociis C. Laelius praefectus clas la quarta legione, e Sesto Digizio, soldato della
sis; legionariis M. Sempronius Tudinatus aderat. flotta. Nè combattevan essi tanto acremente tra
Ea contentio quum prope seditionem veniret, loro, quant'era la gara, che avea ciascun d'essi
Scipio tres recuperatores quum se daturum pro svegliata nella gente del proprio corpo. Caio Le
nunciasset, qui,cognita causa testibusque auditis, lio, prefetto della flotta, sosteneva i soldati di
judicarent, uter prior in oppidum transcendis mare, Marco Sempronio Tuditano i legionarii.
set; C. Laelio et M. Sempronio advocatis partis Questa contesa piegando quasi a sedizione, ed
utriusque, P. Cornelium Caudinum de medio avendo Scipione dichiarato, che nominerebbe tre
adjecit, eosque tres recuperatores considere, et arbitri, i quali, conosciuta la cosa, ed uditi i te
causam cognoscere jussit. Quum res eo majore stimonii, giudicassero chi fosse montato primo
ageretur certamine, quod amoti tantae digni sul muro, a Caio Lelio e Marco Semproio difen
tatis non tam advocati, quam moderatores stu sori delle due parti aggiunse terzo Publio Cor
diorum fuerant; C. Laelius, relicto consilio, ad nelio Caudino; e comandò che questi tre arbitri
tribunal ad Scipionem accedit, eumque docet, sedessero e conoscessero il fatto. Trattandosi la
to7 TITI LIVII LIBER XXVI. 1 o8

« rem sine modo ac modestia agi, ac propeesse, cosa con vie maggiore accanimento, perchè s'era
ut manus inter se conserant. Ceterum, etiam si no rimossi quel personaggi di somma autorità,
vis absil, milailominus detestabili exemplo rem stati fin allora non tanto sostenitori, quando mo
agi; quippe ubi fraude ac perjurio decus petatur deratori dei due partiti, Caio Lelio, partitosi dal
virtutis. Stare hinc legionarios milites, hinc clas consiglio, si accosta al tribunale di Scipione, e
sicos, per omnes deos paratos jurare, magis quae gli espone, a che ormai non si serbava più nè
velint, quam quae sciant, vera esse, et obstrin misura, nè rispetto, e poco mancare che non si
gere periurio non se solum suumque caput, sed venga alle mani. Del resto, anche qualora non si
signa militaria et aquilas, sacramentique reli usi violenza, essere nondimeno la cosa di pessimo
gionem. Haec se ad eum de sententia P. Cornelii esempio, come quella, in cui si cerca onore alla
et M. Sempronii deferre. » Scipio, collaudato virtù colla frode e collo spergiuro. Starsi da una
Laelio, ad concionem advocavit pronunciavit parte i legionarii, dall'altra i soldati della flotta
que, «se satis compertum habere, Q. Trebellium pronti a giurare per tutti gli dei più presto quel
et Sex. Digitium pariter in murum escendisse ; lo, che sanno esser vero, e a caricare dell'onta
seque eos ambos, virtutis causa, coronis murali dello spergiuro non solamente sè stessi e le teste
bus donare. » Tum reliquos, prout cuique me loro, ma le insegne militari, le aquile e la santità
ritum virtusque erat, donavit. Ante omnes C. del giuramento. Tutto questo gli riferiva di pa
Laelium praefectum classis et omni genere laudis rere eziandio di Publio Cornelio e di Marco Sem
sibimet ipse aequavit, et corona aurea ac triginta pronio. » Scipione, lodato Lelio, chiamò i soldati
bubus donavit. a parlamento e dichiarò, « esser egli certo abba
stanza, che Quinto Trebellio e Sesto Digizio
erano ambedue montati ad un tempo stesso sul
muro; e ch'egli, in premio del valore, li regalava
ambedue della corona murale. » Regalò poscia gli
altri, secondo il merito e la virtù di ciascheduno;
sopra tutti eguagliò a sè medesimo in ogni gene
re di lode Caio Lelio, prefetto della flotta, e do
mogli una corona d'oro, e trenta buoi.
XLIX. Tum obsides civitatium Hispaniae vo XLIX. Indi si fe chiamare gli ostaggi della
cari jussit: quorum quantus numerus fuerit, Spagna, de'quali non so dire il numero quanto
piget scribere, quippe quum alibi trecentos fer fosse; perciocchè in un luogo li trovo presso a
me, alibi septingentos viginti quinque fuisse in trecento, in un altro settecento e venticinque.
veniam. Aeque et alia inter auctores discrepant. Nell'allre cose v'ha egualmente discrepanza tra
Praesidium Punicum alius decem, alius septem, gli autori. Chi dice che il presidio Punico fosse
alius haud plus quam duùm millium fuisse scri di dieci, chi di sette, chi non più di due mila uo
bit. Capta alibi decem millia capitum, alibi supra mini. Qua trovo fatti dieci mila prigioni, colà
quinque et viginti invenias. Scorpiones majores più di venticinque. Dirò tra maggiori e minori,
minoresque ad sexaginta captos scripserim, si da sessanta scorpioni, se seguo Sileno, greco scrit
auctorem Graecum sequar Silenum: si Valerium tore; se Valerio Anziate, sei mila de maggiori,
Antiatem, majorum scorpionum sex millia, mi tredici mila de'minori; tanta è l'impudenza del
norum tredecim : adeo nullus mentiendi modus mentire. Non si conviene nè anche de'capitani. I
est. Ne de ducibus quidem convenit: plerique più fanno prefetto della flotta Lelio ; alcuni
Laelium praefuisse classi; sunt, qui M. Junium Marco Giunio Silano. Valerio Anziate scrive, che
Silanum dicant. A rimem praefuisse Punico prae Arine comandava il presidio Punico, e ch'egli si
sidio, deditumque Romanis, Antias Valerius ; è arrenduto ai Romani; altri nominan Magone.
Magonem alii scriptores tradunt. Non de numero Non si conviene del numero delle navi prese, non
navium captarum, non de pondere auri atque del peso dell'oro e dell'argento, nè del denaro
argenti, et redactae pecuniae, convenit. Si ali tratto dalle vendite. S'egli è pur forza assentire
quibus assentiri necesse est, media simillima ve ad alcuni, l'opinione di mezzo e la più verisimile.
ris sunt. Ceterum Scipio, vocatis obsidibus, pri Del resto Scipione, chiamati gli ostaggi, primie
mum universos bonum animum habere jussit. ramente gli esortò tutti a starsi di buon animo:
« Venisse eos in populi Romani potestatem, qui a esser venuti in poter del popolo Romano, il
beneficio, quam metu, obligare homines malit, quale preferisce di obbligarsi gli uomini piutto
exterasque gentes fide ac societate junctas ha sto coi benefizii, che col timore, e di piuttosto
bere, quam tristi subjectas servitio. » Deinde, stringere a sè le genti straniere coll'amicizia e
acceptis nominibus civitatium, recensuit captivos, colla fede, che tenersele soggette in tristo servag
1o9 TITI LIVII LIBER XXVI. I 1 o

quot cuiusque populi essent; et nuncios domum gio. " Indi, presi i nomi delle città, passò in ras
misit, ut ad suos quisque recipiendos veniret. Si segna gli ostaggi, quanti appartenessero a ciascun
quarum forte civitatium legati aderant, eis prae popolo; e mandò messi alle case, perchè ciascuno
sentibus suos restituit: ceterorum curam benigne venisse a ricuperare i suoi. Se ci erano a caso
tuendorum C. Flaminio quaestori attribuit. In presenti gli ambasciatori di alcune città, a questi
ter haec e media turba obsidum mulier magno li restituì, e commise al questore Caio Flaminio,
matu, Mandonii uxor, qui frater Indibilis llerge che avesse cura amorosa degli altri. In questo, dal
tum reguli erat, flens ad pedes imperatoris pro mezzo della turba degli ostaggi, una donna attem
cubuit, obtestarique coepit, ut curam cultunque pata, moglie di Mandonio, ch'era fratello d'In
feminarum impensius custodibus commendaret. dibile, re degli Ilergeti, si gettò piangendo ai
Quum Scipio, a nihil profecto defuturum, º di piedi di Scipione, e si fe'a pregarlo, che raccoman
ceret; tum rursus mulier, « Haud magni ista fa dasse quanto più poteva caldmente ai custodi
cimus, inquit: quid enim huic fortunae 9on satis la cura ed il governo delle femmine. Dicendo Sci
est ? Alia me cura, aetatem harum intuentem pione, e che nulla sarebbe loro mancato, º di
( nam ipsa jam extra periculum injuriae mulie nuovo la donna, e non ci curiamo, disse, gran
bris sum ) stimulat. » Aetate et forma florentes fatto di codeste cose; e che non basta a questa
circa erant Indibilis filiae, aliaeque nobilitate nostra fortuna ? altra cura mi punge, mentre ri
pari, quae omnes eam pro parente colebant. Tum guardo all'età di queste (che quanto a me, son
Scipio, a Meae populique Romani disciplinae già fuori del pericolo di femminile insulto). - Le
causa facerem, inquit, ne quid, quod sanctum stavano d'intorno, fiorenti per età e per bellezza le
usquam esset, apud nos violaretur: nunc, ut id figlie d'Indibile, ed altre egualmente nobili don
curem impensius, vestra quoque virtus dignitas zelle, che tutte la veneravano qual madre. Allora
que facit; quae ne in malis quidem oblitae de Scipione: « farei, disse, per mio e istituto proprio
coris matronalis estis. ” Spectatae deinde inte del popolo Romano, che niente di ciò, che in ogni
gritatis viro tradidit eas, tuerique haud secus luogo è rispettabile e sacro, fosse qui violato da noi.
verecunde ac modeste, quam hospitum conjuges Che ora io badi a ciò più intensamente, il fa pur
ac matres, jussit. anche questa vostra virtù e dignità, poi che nè
meno in mezzo alle sciagure foste dimentiche del
matronale decoro. » Indi consegnolle ad uomo di
specchiata costumatezza; e gli ordinò di guar
darle con riverenza e rispetto non altrimenti, che
se fossero mogli o madri di ospiti Romani.
L. Captiva deinde a militibus adducitur ad L. Poscia gli si mena dinanzi una vergine
eum adulta virgo, adeo eximia forma, ut, qua adulta, di così rara bellezza, che dovunque passa
cumque incedebat, converteret omnium oculos. va, traeva a sè gli sguardi d' ognuno. Scipione,
Scipio, percunctatus patriam parentesque, inter chiestane la patria e i genitori, intese tra l'altre
cetera accepit, desponsam eam principi Celtibe cose, ch'ella era promessa sposa ad un giovane
rorum adolescenti: Allucio nomen erat. Extem principe dei Celtiberi, nomato Allucio. Chiamati
plo igitur parentibus sponsoque ab domo accitis, subito da casa i genitori e lo sposo, udito frat
quum interim audiret, deperire eum sponsae tanto, ch'egli amava perdutamente la sposa,
amore, ubi primum venit, accuratiore eum ser come fu quegli arrivato, Scipione drizzò la parola
mone, quam parentes, alloquitur. « Juvenis, più particolarmente a lui, che ai genitori di lei:
inquit, iuvenem appello, quo minor sit internos a Giovane, disse, mi volgo a te giovane, onde
l'ujus sermonis verecundia. Ego, quum sponsa possiamo intrattenerci tra noi due con manco
tua capta a militibus nostris ad me ducta esset, rispetto. Essendomi stata menata prigioniera
audiremoue, eam tibi cordi esse, et forma face da nostri soldati codesta tua sposa, e udendo
ret fidem, quia ipse, si frui liceret ludo aetatis, ch'ella era sommamente cara al tuo cuore, di
( praesertim recto et legitimo amore) et non res che mi facea fede la sua bellezza, siccome, se mi
publica animum nostrum occupasset, veniam mihi fosse lecito abbandonarmi ai piaceri dell'età mia,
dari sponsam impensius amanti vellem : tuo, cu specialmente in retto e legittimo amore, e non
jus possum, amori faveo. Fuit sponsa tua apud avesse la repubblica preoccupato l'animo mio,
me eadem, qua apud soceros tuos parentesque vorrei che mi fosse perdonato, se amassi intensa
suos, verecundia: servata tibi est, ut inviolatum mente la tua sposa, così di buon grado, poi che
et dignum me teque dari tibi donum posset. il posso, favoreggio l'amor tuo. Fu la tua sposa
Hane mercedem unam pro eo munere paciscor; rispettata tanto presso di me, quanto esser poteva
amicus populo Romano sis: et, si me virum bo presso i tuoi suoceri, ed i di lei genitori: ti ſu
- I 1 - TITI I,IVII LIBER XXVI. 112

num credis esse, quales patrem patruumque serbata intatta, onde poterti offerire un dono di
meum jam ante ha e gentes norant, scias multos me degno, e di te. Per codesto regalo questa
nostri similes in civitate Romana esse; nec ullum mercede sola patteggio ; sii tu amico del popolo
in terris populum hodie dici posse, quem minus Romano. E se mi stimi uomo dabbene, quali
tibi hostem tuisque esse velis, aut amicum ma furon già in addietro conosciuti da queste genti
lis. - Adolescens, simul pudore et gaudio per fu il padre mio, ed il mio zio, sappi esserci molti in
sus, dextram Scipionis tenens, deos omnes invo Roma, che mi somigliano; e potersi dire con
care ad gratiam illi pro se referendam, quoniam verità non trovarsi oggi al mondo altro popolo,
sibi nequaquam satis facultatis, pro suo animo che tu debba volere, che sia meno nemico tuo
atque illius erga se merito, esset. Parentes inde e de'tuoi, o più bramare che ti sia amico. " Il
cognatique virginis appellati: qui, quoniam gratis giovanetto, ricolmo ad un tempo di confusione
sibi redderetur virgo, ad quam redimendam sa e di gioia, tenendo la mano di Scipione, invocava
tis magnum attulissent auri pondus, orare Sci tutti gli dei che gli rendessero in vece sua le
pionem, ut id ab se donum acciperet, coeperunt; dovute grazie, poi che non aveva egli poter ba
haud minorem eius rei apud se gratiam futuram stante di ciò fare, secondo l'animo suo ed i me
esse, affirmantes, quam redditae inviolatae foret riti di lui. Indi furon chiamati i genitori ed i
virginis. Scipio, quando tanto opere peterent, parenti della fanciulla; i quali, poi che la si ren
accepturum se pollicitus, poni ante pedes jussit, deva loro senza mercede, ed a redimer la quale
vocatoque ad se Allucio, a super dotem, inquit, seco avean portato gran peso d'oro, si fecero a
quam accepturus a socero es, haec tibi a me scongiurare Scipione, che gli piacesse di riceverlo
dotalia dona accedent: º aurumque tollere, ac in dono; protestando che non gli sarebbero
sibi haberejussit. His laetus donis honoribusque men tenuti di ciò, che dell'aver ad essi restituita
dimissus domum, implevit populares laudibus intatta la fanciulla. Scipione, poi che il chiedeva
meritis Scipionis: « Venisse diis simillimum ju no con tanta istanza, promesso che il prende
venem, vincentem omnia, quum armis, tum be rebbe, ordinò che l'oro gli fosse portato davanti
nignitate ac beneficiis. » Itaque, delectu clien a piedi; e chiamato Allucio, « sopra la dote,
tium habito, cum delectis mille et quadringentis disse, che sei per ricevere dal suocero, abbiti da
equitibus intrapaucos diesad Scipionem revertit. me per giunta questo regalo di nozze; - e gli
ordinò, che si togliesse quell'oro, e lo tenesse
per suo. Lieto di questi doni ed onori, tornato
a casa, empiè tutti i suoi concittadini delle lodi
meritate di Scipione: « Esser venuto un giovane
somigliantissimo agli dei, che soggioga tutto
coll'armi, e insieme colla benignità e coi benefi
zii. » Di poi Allucio, fatta una scelta di clienti,
ritornò tra pochi giorni a Scipione con mille e
quattrocento eletti cavalieri.
LI. Scipio retentum secum Laelium, dum LI. Scipione, ritenuto seco Lelio insino a tan
captivos obsidesque et praedam ex consilio eius to che col di lui consiglio disponesse dei prigioni,
disponeret, satis omnibus compositis, data quin degli ostaggi, e della preda, poi ch'ebbe tutto
quereme, captivisque, Magone et quindecim fere assestato, datagli una quinquereme, imbarcativi
senatoribus, qui simul cum eo capti erant, in sopra i prigionieri, e Magone, e circa quindici
navem impositis, nuncium victoriae Romam mit senatori, ch'erano stati presi con lui, lo mandò
tit. Ipse paucos dies, quibus morari Carthagine a Roma messaggero della vittoria; ed egli, i pochi
statuerat, exercendis navalibus pedestribusque giorni, che avea stabilito di restarsi a Nuova-Car
copiis absumpsit. Primo die legiones in armis tagine, li consumò nell'esercitar le genti da mare
quatuor millium spatio decurrerunt: secundo e da terra. Il primo giorno dopo le legioni sotto
die arma curare et tergere ante tentoria jussit: l'armi difilarono dinanzi a lui per lo spazio
tertio die rudibus inter se in modum justae pu di quattro miglia; nel secondo fe che governas
gmae concurrerunt, praepilatisque missilibus ja sero e rinettassero l'armi davanti alle tende; il
culati sunt: quarto die quies data: quinto iterum terzo si affrontarono insieme tirando col bottone,
in armis decursum est. Hunc ordinem laboris a forma di giusto combattimento, e si saettarono
quietisque, quoad Carthagine morati sunt, ser con giavellotti non ferrati; nel quarto s'ebbe
varunt. Remigium classici que milites, tranquillo riposo; nel quinto nuova rassegna. Tennero per
in altum e vecti, agilitatem navium simulacris tutto il tempo, che stettero a Nuova-Cartagine
navalis pugnae experiebantur. Haec extra urbem questa vicenda di fatiche e di riposo. I remiganti,
113 TITI LIVII I,IBER XXVI. i 14
terra marique corpora simul animosque ad bel e i soldati marinareschi, recandosi me'dì tranquilli
lum acuebant: urbs ipsa strepebat apparatu belli, in alto mare, facean prova dell'agilità dei lor
fabris omnium generum in publica officina in legni in finta pugna navale. Questi esercizii
clusis: dux cuncta pari cura obibat. Nunc in fuori della città per mare e per terra addestrava
classe ac navali erat; nunc cum legionibus decur no ad un tempo gli animi ed i corpi alla guerra.
rebat; nunc operibus adspiciendis tempus dabat, La città stessa rimbombava dello strepito dei
quaeque in officinis, quaeque in armamentario militari apparecchi; standosi i fabbri d'ogni
ac navalibus fabrorum multitudo plurima in sin sorte rinchiusi in pubblica officina. Scipione
gulos dies certamine ingenti faciebat. His ita in attendeva a tutto con pari cura: ora visitava la
choatis, refectisque, qua quassi erant, muris, ſlotta e l'arsenale; ora passava a rassegna le
dispositisque praesidiis ad custodiam urbis, Tar legioni; ora impiegava il tempo nell'osservare
raconem est profectus, a multis legationibus pro i lavori e quello che ogni dì si facesse nelle
tinus in via aditus: quas partim dato responso officine, nella fabbrica d'armi, o nei cantieri dalla
ex itinere dimisit, partim distulit Tarraconem, molta gente, che a gara vi lavorava. Fatte queste
quo omnibus novis veteribusque sociis edixerat disposizioni, e ristaurati i muri, dov'erano con
conventum. Et cuncti fere, qui cis Iberum inco quassati, e distribuito il presidio per la città, se
lunt, populi, multi etiam ulterioris provinciae ne andò a Tarracona incontrato subito per via
convenerunt. Carthaginiensium duces primo ex da molte legazioni; parte delle quali, data rispo
industria famam captae Carthaginis compresse sta per istrada, licenziò, parte gli rimise a Tar
runt: deinde, ut clarior res erat, quam ut tegi racona, dove intimato avea l'assemblea dei vecchi
ac dissimulari posset, elevabant verbis. « Neco e dei nuovi alleati. E vi vennero quasi tutti i po
pinato adventu ac prope furto unius diei urbem poli, che abitan di qua dall'Ibero, molti anche
unam Hispaniae interceptam: cujus rei tam par di quei di là. I comandanti Cartaginesi dapprima
vae praemio elatum insolentem juvenem, im compressero la fama della presa di Nuova-Carta
modico gaudio speciem magnae victoriae impo gine; indi essendo la cosa chiara tanto, che non
suisse. At, ubi appropinquare tres duces, tres v'era più luogo a celarla o dissimularla, colle
victores hostium exercitus audisset, occursuram parole la diminuirono; e che arrivando i nemici
ei extemplo domesticorum funerummemoriam.» improvvisamente avean preso, quasi di furto in
Haec in vulgus jactabant, haudquaquam ipsi un giorno solo, non altro, una città della Spagna;
ignari, quantum sibi ad omnia virium, Cartha che invanito l'insolente giovane della riuscita di
gine amissa, decessisset. sì picciola impresa, l'avea, per intemperanza di
gioia, spacciata qual grandissima vittoria. Ma
come udrebbe avvicinarsi tre comandanti, tre
nemici eserciti vincitori, gli verrebbe subito a
mente la ricordanza delle domestiche sciagure. »
Tali cose spacciavano presso il volgo, non igno
rando essi stessi, quanto, perduta Nuova-Cartagi
me, scemate si fossero per ogni conto le forze
loro,

LIvic 2
TITI LIVII PATAVINI

H I S T O R I A R U MI
AB URBE CONDITA LIBRI

EPITOME

LIBRI VIGESIMI SEPTIMI

C. Fulvius proconsul cum exercitu ab Hannibale ad Il proconsole Gneo Fulvio fu tagliato a pezzi con
Herdoneam caesus est. Meliore eventu a Claudio Mar tutto l'esercito da Annibale presso Erdonea. Con mi
cello consule adversus eumdem ad Numistronem pu glior esito combattè contro di lui il console Claudio
gnatum est: inde Hannibal noctu recessit. Marcellus Marcello presso Numistrone; donde la notte Anniba
insecutus est, et subinde cedentem pressit, donec con le si ritirò. Marcello lo inseguì, e poi venne strin
figeret : priore pugna Hannibal superior fuit, Mar gendolo sì dappresso, che dovette combattere; Anni
cellus insequenti. Fabius Maximus pater consul Ta bale nel primo fatto fu superiore, Marcello nel susse
rentinos per proditionem recepit. In Hispania ad Bae guente. Il console Fabio Massimo, il padre, riebbe i
culam Scipio cum Hasdrubale Hamilcaris conflixit, et Tarentini per tradimento. Nella Spagna Scipione si
vicit : inter alia captum puerum regalem eximiae azzuffò con Asdrubale figlio di Amilcare presso Be
formae ad avunculum Masinissam cum donis dimisit. cula, e lo vinse. Preso tra l'altra preda, un fanciullo
Claudius Marcellus, T. Quintius Crispinus consules, di stirpe reale, di esimia bellezza, lo rimandò con do
speculandi causa progressi e castris, insidiis ab Han ni a suo zio Masinissa. I consoli Claudio Marcello, e
nibale circumventi sunt. Marcellus occisus fuit, Cri Tito Quinzio Crispino, venuti dal campo ad esplorare,
spinus fugit. Res praeterea a P. Sulpicio praetore cadono in un agguato teso da Annibale; Marcello vi
adversus Philippum et Achaeos gestas continet. Lu restò morto, Crispino fuggì. Il libro contiene inoltre
strum a censoribus conditum est : censa sunt civium i fatti del pretore Publio Sulpicio contro Filippo, e
capita centum triginta septem millia centum et octo: contro gli Achei. I censori chiudono il lustro: si con
ex guo numero apparuit, quantum hominum tot proe tano cento trentasette mila cento e otto cittadini; dal
liorum adversa fortuna populo Romano abstulisset. che apparve quanti uomini rapiti avesse al popolo Ro
Hasdrubal, qui cum exercitu novo transcenderat Al mano la mala sorte dell' armi. Asdrubale, che avea
pes, ut se Hannibali comjungeret, cum millibus homi con nuovo esercito valicate le Alpi, onde unirsi ad
num quinguaginta sex caesus est, M. Livii consulis Annibale, fu tagliato a pezzi con cinquanta sei mila
ductu, sed non minore opera Claudii Neronis consu de' suoi, sotto la condotta del console Marco Livio,
lis: qui, quum Hannibali oppositus esset, relictis ca non meno che coll'opera del console Claudio Nerone ;
stris, ita ut hostem falleret, cum electa manu profe il quale, avendo Annibale a fronte, lasciati in modo
ctus, Hasdrubalem circumvenit. d'ingannarlo gli alloggiamenti, partito con eletta
banda, avviluppò Asdrubale.
TITI LIVII
LIBE R V I G E SI MU S s EP TIM Us

I. (Anno U. C. 542. – A. C. 2 , o.) Hie status I. (Anni D. R. 542. – A. C. 21o.) uest'era


rerum Hispaniae erat. In Italia consul Marcellus, lo stato delle cose di Spagna. In Italia il console
Salapia per proditionem recepta, Maroneam et Marcello, ricuperata Salapia per tradinento,
Meles de Samnitibus vi cepit. Ad tria millia mi prese per forza Maronea e Mele di pertinenza
litum ibi Hannibalis, quae praesidii causa relicta de' Sanniti. Quivi furono oppressi da tre mila
erant, oppressa. Praeda (et aliquantum eius fuit) soldati di Annibale, che vi erano stati lasciati
militi concessa: tritici quoque ducenta quadra a guardia. Il bottino (e non fu poco) fu lasciato
ginta millia modiòm, et centum decem millia ai soldati: vi si trovò pur anche due cento qua
hordei inventa. Ceterum nequaquam indetantum ranta mila moggia di grano e cento dieci mila
gaudium fuit, quanta clades intra paucos dies ac di orzo. Del resto, non s'ebbe tanta allegrezza
cepta est, haud procul ab Herdonea urbe. Castra di ciò, quanto fu grande indi a pochi giorni la
ibi Cn. Fulvius proconsul habebat, spe recipien sconfitta ricevuta non lungi da Erdonea. Era
dae Herdoneae, quae post Cannensem cladem ab quivi accampato il proconsole Gneo Fulvio, colla
Romanis defecerat, nec loco satis tuto posita, nec speranza di ricuperare Erdonea, che dopo la rotta
praesidiis firmata. Negligentiam insitam ingenio di Canne s'era ribellata dai Romani, città nè
ducis augebat spes ea, quod labare iis adversus posta in luogo abbastanza sicuro, nè guernita
Poenum fidem senserat, postguam, Salapia amis di sufficiente presidio. La negligenza, naturale
sa, excessisse his locis in Bruttios Hannibalem in Fulvio, era pur anche accresciuta per questa
auditum est. Ea omnia, ab Herdonea per occul speranza, che avea sentito vacillaressi nella fede
tos nuncios delata Hannibali, simul curam sociae verso i Cartaginesi, come s'intese che Annibale,
retinendae urbis, et spem fecere incautum hostem perduta Salapia, era partito da que luoghi, e
aggrediendi. Exercitu expedito, ita ut famam andato ne' Bruzii. Queste cose riferite ad Anni
prope praeveniret, magnis itineribus ad Her bale da occulti messi speditigli da Erdonea, gli
doneam contendit, et, quo plus terroris hosti ob destarono a un tempo stesso e il pensiero di ri
jiceret, acie instructa accessit. Par audacia Ro tenere la città alleata, e la speranza di assaltare
manus, consilio et viribus impar, copiis raptim il nemico sprovveduto. Coll'esercito sciolto da
eductis, conflixit: quinta legio et sinistra alacri impedimenti, a gran giornate, in guisa di preve
ter pugnam inierunt. Ceterum Hannibal, signo nir quasi la fama, si drizza egli verso Erdonea,
equitibus dato, ut, quum pedestres acies occupas e per più atterrire il nemico, vi si accosta colle
sent praesenti certamine oculos animosque cir genti in ordine di battaglia. Pari il Romano in
cumvecti, pars castra hostium, pars terga trepi ardimento, non pari in accortezza ed in forze,
dantium invaderent, ipse in Fulvii similitudinem tratte fuori in fretta le schiere, si azzuffò. La
nominis, quod Cn. Fulvium praetorem biennio quinta legione e l'ala sinistra cominciarono a pu
ante in iisdem deviceratlocis, increpans, similem gnare gagliardamente. Del resto Annibale, dato
eventum pugnae fore affirmabat. Neque ea spes segno alla sua cavalleria, che come tosto la zuffa
vana fuit: nam, quum cominus acie et peditum occupasse gli occhi e gli animi della fanteria,
i 23 TITI LIVII LIBER XXVII. 124
certamine multi cecidissent Romanorum, starent essa, fatto un giro, parte assaltasse gli alloggia
tamen ordines signaque, equestris a tergo tumul menti, parte la schiena de'nemici spaventati, egli,
tus, simul a castris clamor hostilis auditus, sextam prendendo a scherno la somiglianza del nome
ante legionem, quae, in secunda acie posita, prior di Fulvio, perocchè due anni innanzi avea vinto
ab Numidis turbata est; quintam deinde atque in quei luoghi medesimi il pretore Gneo Fulvio,
eos, qui ad prima signa erant, avertit. Pars in affermava, che non sarebbe stato diverso l'esito
fugam effusi, pars in medio caesi: ubi et ipse Cn. della presente battaglia. Nè fu vana codesta spe
Fulvius cum undecim tribunis militum, cecidit. ranza: perciocchè, essendo morti parecchi Romani
Romanorum sociorumque quot caesa in eo proelio affrontandosi nella battaglia pedestre, pure stan
millia sint, quis pro certo affirmet ? quum tre do ancor fermi gli ordini e le bandiere, il tumulto
decim millia alibi, alibi haud plus quam septem, equestre udito alle spalle, e ad un tempo le grida
inveniam. Castris praedaque victor potitur. Her ostili dalla parte degli alloggiamenti, fe'dar in
doneam, quia et defecturam fuisse ad Romanos dietro primieramente la sesta legione, che posta
comperit, nec mansuram in fide, si inde abscessis nella seconda schiera fu la prima scompigliata
set, multitudine omni Metapontum ac Thurios dai Numidi, indi la quinta, e quelli ch'erano sul
traducta, incendit: occidit principes; qui cum dinanzi colle bandiere. Parte si diede a fuggire,
Fulvio colloquia occulta habuisse comperti sunt. parte fu tagliata a pezzi nel mezzo; dove cadde
Romani, qui ex tanta clade evaserant, diversis lo stesso Gneo Fulvio con undici tribuni de'sol
itineribus semermes ad Marcellum consulem in dati. Quante migliaia di Romani e di alleati
Samnium perfugerunt. restassero morti in quel fatto, chi può dirlo con
certezza? mentre che ne trovo in un luogo tre
dici, altrove non più di sette mila. Il vincitore
s'insignorì del campo e della preda; abbruciò
Erdonea, trasportatane tutta la moltitudine a
Metaponto ed a Turio, perchè seppe, ch'ella era
per darsi ai Romani, nè sarebbe durata in fede,
s'egli ne fosse partito; e pose a morte i principali
cittadini, che furono convinti di aver tenuto con
Fulvio segreti abboccamenti. I Romani, ch'erano
scampati da tanta strage, se ne fuggirono mezzo
disarmati per diverse vie al console Marcello nel
Sannio.
II. Marcellus, nihiladmodum tanta clade ter II. Marcello, niente sbigottito per sì grande
ritus, literas Romam ad senatum de duce et exer sconfitta, manda lettere a Roma al senato colla
citu ad Herdoneam amisso scribit: t. ceterum, nuova del comandante e dell'esercito perduto
eumdem se, qui post Cannensem pugnam fero ad Erdonea : « del resto, ch'egli, quello stes
cem victoria Hannibalem contudisset, ire adversus so, che dopo la rotta di Canne avea battuto
eum, brevemilli laetitiam, qua exultet facturum. » Annibale inferocito per la vittoria, andava ad
Et Romae quidem quum luctus ingens ex prae affrontarlo, e farebbe che breve fosse la letizia,
terito tum timor in futurum erat. Consul ex di che esultava. - A Roma per verità c'era gran
Samnio in Lucanos transgressus, ad Numistronem lutto pel passato, non che timore pel futuro.
in conspectu Hannibalis loco plano, quum Poenus Il console, trasferitosi dal Sannio nella Lucania,
collem teneret, posuit castra. Addidit et aliam si accampò presso Numistrone in faccia ad Anni
fidentis speciem, quod prior in aciem eduxit: nec bale in luogo piano, mentre questi temeva il pog
detrectavit Hannibal, ut signa portis efferri vidit. gio. Aggiunse un'altra mostra di fidanza, uscendo
lta tamen aciem instruxerunt ut Poenus destrum primo a combattere; nè Annibale, come vide
cornu in collem erigeret, Romani sinistrum ad trarsi fuori delle porte le bandiere, ricusò la bat
oppidum applicarent. Ab hora tertia quum ad taglia. Disposero però le squadre in maniera, che
noctem pugnam extendissent, fessaeque pugnan il Cartaginese drizzava l'ala destra su pel colle,
do primae acies essent, ab Romanis prima legio i Romani appoggiavano la sinistra alla città. Aven
et dextera ala, ab Hannibale Hispani milites et do tirata la pugna dall'ora terza sino alla notte,
funditor Baliaris, elephanti quoque, commisso ed essendo le prime schiere stanche dal combat
jam certamine in proelium acti. Diu pugna neu tere, i Romani cacciarono innanzi nella mischia
tro inclinata stetit. Primae legioni tertia, deste la prima legione o l'ala destra, Annibale gli Spa
rae alae sinistra subiit, et apud hostes integri a gnuoli e i frombolieri Baleari, ed anche gli ele
fessis pugnam accepere. Novum atque atrox proe fanti. Stette lungamente la pugna senza piegare
125 TITI LIVII LIBER XXVII. 126

lium ex tam segni repente exarsit, recentibus ani a questa o quella parte. Sottentrò alla prima
mis corporibusque: sed noz incerta victoria di legione la terza, all'ala destra la sinistra, e presso
remit pugnantes. Postero die Romani ab sole i nemici, invece della stracca, prese a combattere
orto in multum diei stetere in acie. Ubi memo la gente fresca. Da pugna tanto allentata nuova
hostiuin adversus prodiit, spolia per otium legere se ne accese all'improvviso e feroce, freschi es
et congestos in unum locum cremavere suos. No sendo gli animi ed i corpi; se non che la notte
cte insequenti Hannibal silentio movit castra, et divise i combattenti, restando incerta la vittoria.
in Apuliam abiit: Marcellus, ubi lux fugam ho Il dì appresso i Romani stettersi in arme dallo
stium aperuit, saueiis cum praesidio modico Nu spuntare del sole insino a giorno inoltrato. Poi
mistrone relictis, praepositoque his L. Furio Pur che nessun nemico uscì loro incontro, raccolsero
pureone tribuno militum, vestigiis institit sequi. a tutt'agio le spoglie, e ammontati in un sol
Ad Venusiam adeptus eum est. Ibi per dies ali luogo i cadaveri de'suoi, gli abbruciarono. La
quot quum ab stationibus procursaretur, mixta notte seguente Annibale mosse il campo in gran
equitum peditumque tumultuosa magis proelia, silenzio, e andossene in Puglia: Marcello, appena
quam magna, et ferme omnia Cumanis secunda il dì chiaro scoperse la fuga del nemico, lasciati
fuerunt. Inde per Apuliam ducti exercitus sine i feriti con picciolo presidio a Numistrone, e
ullo memorando certamine; quum Hannibal no messo a guardarli Lucio Furio Purpureoue, tri
cte signa moveret, locum insidiis quaerens; Mar buno de'soldati, si pose dietro all'orme sue.
cellus, nisi certa luce, et explorato ante, non se Lo raggiunse presso Venosa. Quivi per alquanti
queretur. giorni, fattesi scorrerie dagli alloggiamenti, fu
ronvi piuttosto tumultuose mischie di fanti e
di cavalli, che grossi combattimenti, e quasi sem
pre a vantaggio dei Romani. Indi gli eserciti
furon tratti per la Puglia senza alcun fatto me
morando, Annibale sempre movendo il campo
la notte, spiando un luogo atto alle insidie, Mar
cello non seguitandolo che a dì chiaro, e a paese
innanzi riconosciuto,
III. Capuae interim FIaccus dum bonis prin III. Mentre che Flacco consuma il tempo in
cipum vendendis, agro, qui publicatus fuerat, lo Capua a vendere i beni dei principali cittadini,
cando (Iocavit autem omnem frumento) tempus e ad allogare il terreno, ch'era stato confiscato,
terit ; ne deesset materia in Campanos saeviendi, (ed allogollo a grano) perchè non gli mancasse
novum in occulto gliscens per indicium protra materia d'incrudelire contro i Campani, gli fu
ctum est facinus. Milites aedificiis emotos, simul da spia rilevato nuovo attentato, che occulta
ut cum agrotecta urbis fruenda locarentur, simul mente si macchinava. Tratti i soldati fuori dalle
metuens, ne suum quoque exercitum, sicut Han case, e per dar queste ad usufrutto insieme coi
nibalis, nimia urbis amoenitas emolliret, in por terreni, e temendo eziandio che le troppe agia
tis murisque sibimet ipsos tecta militariter coe tezze della città non ammollissero, come quello
gerataedificare. Erant autem pleraque ex cratibus di Annibale, anche l'esercito suo, gli aveva ob
aut tabulis facta, alia arundine texta, stramento bligati a fabbricarsi essi stessi dei tetti alla foggia
intecta omnia, velut de industria, alimentis ignis. militare presso alle porte, e lungo le mura; ed
Haec noctis una hora ut omnia incenderent, cen erano i più fatti di tavole e graticci, altri intes
tum septuaginta Campani, principibus fratribus suti di canne, tutti coperti di strame, alimenti,
Blosiis, conjuraverant. Indicio eius rei ex familia quasi a bella posta, del fuoco. Cento e settanta
Blosiorum facto, portis repente jussu proconsu Capuani, capi i fratelli Blosii, aveano insieme
lis clausis, quum ad arma signo dato milites con congiurato di abbruciar tutto questo ad un'ora
currissent; comprehensi omnes, qui in nova e medesima di notte. Scoperta la cosa da uno degli
rant, et, quaestione acriter habita, damnati ne schiavi de' Blosii, chiuse all'improvviso le porte
catique: indicibus libertas, et aeris dena millia per ordine del proconsole, corsi i soldati all'arme
data. Nucerinos et Acerranos querentes, ubi ha al dato seguale, furon presi tutti i colpevoli, e
bitarent, non esse, Acerris ex parte incensis, Nu posti ad acre tortura, condannati e messi a mor
ceria deleta, Romam Fulvius ad senatum misit. te: ai denunzianti fu data la libertà, e dieci mi
Acerranis permissum, ut aedificarent, quae incen gliaia di assi. I Nucerini e gli Acerrani, che si
sa erant: Nucerini Atellam, quia id maluerant, lagnavano di non aver dove abitare, abbruciata
( Atellanis Calatiam migrare jussis) traducti. In Acerra in gran parte, e smantellata Nuceria,
ter multas magnasqueres, quae, nunc secundae, Fulvio li mandò a Roma al senato. Si permise
127 TITI LIVII LIBER XXVII. 128

muncadversae, occupabantcogitationes hominnm, agli Acerrani, che rifabbricassero quello, ch'era


ne Tarentinae quidem arcis excidit memoria. M. stato arso: i Nucerini furono spediti ad Atella,
Ogulnius et P. Aquillius in Etruriam legati ad che così avevan bramato, detto agli Atellani, che
frumentum coemendum, quod Tarentum porta passassero a Calazia. In mezzo a tante e sì gran
retur, profecti, et mille milites de exercitu urba cose, che ora prospere ed ora avverse occupavano
no, par numerus Romanorum sociorumque, eo le menti degli uomini, non isfuggì dalla memoria
dem in praesidium cum frumento missi sunt. nè anche la rocca Tarentina. Marco Ogulnio e
Publio Aquilio partirono alla volta della Toscana
in qualità di legati a comperar grani da traspor
tarsi a Taranto, e mille soldati dell'esercito ur
bano, Romani ed alleati in egual numero, furono
colà spediti a scorta del frumento.
IV. Jam aestas in exitu erat, comitiorumque IV. Era già la state sul terminare, e vicinis
consularium instabat tempus: sed literae Marcelli, simo il tempo dei comizii consolari; ma le lettere
negantis e republica esse, vestigium abscedi ab di Marcello, che diceva esser dannoso alla repub
Hannibale, cui cedenti certamenque abnuenti blica il discostarsi un passo da Annibale, al quale
gravis ipse instaret, curam injecerant, ne aut egli stava addosso sempre, mentre si ritirava e
consulem, tum maxime res agentem, a bello avo sfuggiva di combattere, aveano dato da pensare,
carent, autin ammum consules deessent. Optimum nel pericolo o di ritrar dalla guerra il console,
visum est, quamquam extra Italiam esset, Vale che allora specialmente aveva tra le mani gran
rium potius consulem ex Sicilia revocari. Ad eum cose, o di starsi l'anno prossimo senza consoli.
literae jussu senatus ab L. Manlio praetore urbis Parve miglior partito, benchè fosse fuori d'Italia,
missae cum literis consulis M. Marcelli; ut ex iis richiamar piuttosto il console Valerio dalla Sici
mosceret, quae causa Patribus eum potius, quam lia. Lucio Manlio, pretore urbano, gli scrisse per
collegam, revocandi ex provincia esset. Eo ſere ordine del senato, mandandogli le lettere del
tempore legati ab rege Syphace Romam venerunt, console Marco Marcello, acciocchè da queste co
quae is prospera proelia cum Carthaginiensibus noscesse qual ragione moveva i Padri a richia
fecisset, memorantes. « Regem nec inimiciorem mare piuttosto lui dalla provincia, che il collega.
ulli populo, quam Carthaginiensi, nec amiciorem, Quasi in quel tempo medesimo vennero a Roma
quam Romano, aſfirmabant esse. Misisse eum gli ambasciatori del re Siface, annunziando le
antea legatos in Hispaniam ad Cm. et P. Corne vittorie, ch'egli aveva riportate sopra i Cartagi
lios, imperatores Romanos: nunc ab ipso velut nesi: dicevano a non essere il re loro ad altro
fonte petere Romanam amicitiam voluisse. , Se popolo più nemico, che al Cartaginese, nè più
natus non legatis modo benigne respondit, sed amico, che al Romano; aver egli già mandati
et ipse legatos cum donis ad regem misit, L. Ge per l'innanzi ambasciatori in Ispagna a Gneo e
nucium, P. Poetelium, P. Popillium. Dona tulere Publio Scipioni, comandanti Romani; ed ora
iogam ettonicam purpuream, sellam eburneam, aver voluto cercare, quasi nella stessa sorgente,
pateram ex quinque pondo auri factam. Protinus la Romana amicizia. Il senato non solo rispose
et alios Africae regulos jussi adire: iis quoque benignamente agli ambasciatori, ma spedì egli
quae darentur, portata, togae praetextae, et terna stesso al re con donativi Lucio Genucio, Publio
pondo paterae aureae. Et Alexandriam ad Ptolo Petelio e Publio Popillio. Gli portarono in dono
maeum Cleopatramque reges M. Atilius et M. una toga ed una tunica di porpora, una sedia
Acilius legati, ad commemorandam renovandam di avorio ed una coppa d'oro del peso di cinque
que amicitiam missi, dona tulere, regi togam et libbre. Ebber ordine di visitare subito anche gli
tunicam purpuream cum sella eburnea reginae, altri piccioli re dell'Africa, e portarono da darsi
pallam pictam cum amiculo purpureo. Multa ea loro toghe preteste e coppe d'oro del peso di tre
aestate, qua haec facta sunt, ex propinquis urbi libbre. Mandatisi inoltre Marco Atilio e Manio
bus agrisque nunciata sunt prodigia: Tusculi a Acilio in Alessandria ai regnanti Tolomeo e Cleo
gnum cum ubere lactenti natum: Jovis aedis cul patra a rammentare e rinnovar l'amicizia, porta
men fulmine ictum, ac prope omni tecto nuda rono a donar loro una toga ed una tunica di
tum: iisdem ferme diebus, Anagniae terramante porpora al re con una sedia d'avorio, e alla re
portam ictam, diem ac noctem sine ullo signis ali gina una sopravveste ricamata con velo di por
mento arsisse: et aves, ad compitum Anagninum, pora. In quella state, in cui si fecero queste cose,
in luco Dianae nidos in arboribus reliquisse: Tar molti prodigii furono annunziati dalle città e
racinae in mari haud procul portu angues magni terre vicine: un'agnella nata a Toscolo con le
tudinis mirae, lascivientium piscium nodo exul poppe piene di latte; il comignolo del tempio
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tasse: Tarquiniis porcum cum ore humano ge di Giove colpito da fulmine, e nudato di quasi
nitum : et in agro Capenate, ad lucum Feroniae, tutto il tetto: in quel dì stessi a un dipresso,
quatuor signa sanguine multo diem ac noctem alla porta di Anagnia la terra percossa da folgore
sudasse Haec prodigia hostiis majoribus procu essersi veduta ardere un giorno ed una notte,
rata decreto pontificum ; et supplicatio diem senza che il fuoco avesse alimento: gli uccelli,
unum Romae ad omnia pulvinaria, alterum, in in un borgo di Anagnia, nel boschetto di Diana,
Capenate agro, ad Feroniae lucum, indicta. aver abbandonati i nidi fatti sugli alberi: a Ter
racina serpenti di smisurata grandezza aver fatte
capriole sul mare, presso al porto, a guisa di
pesci che sgavazzano: a Tarquinia esser nato
un porco con viso d'uomo, e nel contado Cape
nate, nel bosco della dea Feronia, quattro statue
aver sudato molto sangue dì e notte. Questi
prodigii furono espiati per decreto dei pontefici
colle vittime maggiori, e si ordinarono proces
sioni in un giorno a Roma a tutti i tempii, e in
un altro nel contado Capenate al bosco della dea
Feronia.
V. M. Valerius consul literis excitus, provin V. Il console Marco Valerio, eccitato dalle
cia exercituque mandato Cincio praetori, M. Va lettere del senato, affidata la provincia e l'esercito
lerio Messalla praefecto classis cum parte navium al pretore Cincio, spedito in Africa con parte
in Africam praedatum simul speculatumque, quae delle navi Marco Valerio Messala comandante
populus Carthaginiensis ageret pararetque, mis della flotta a predare ad un tempo, ed a spiare
so, ipse decem navibus Romam profectus, quum che si facessero i Cartaginesi, e che meditassero,
prospere pervenisset, senatum extemplo habuit. egli, partitosi con dieci navi, giunto a Roma
Ibide suis rebus gestis commemoravit. « Quum felicemente, convocò subito il senato. Quivi diede
annos prope sexaginta in Sicilia terra marique conto delle cose da lui fatte. « Dopo che s'era per
saepe magnis cladibus bellatum esset, se eam pro quasi sessant'anni combattuto in Sicilia per terra
vinciam confecisse. Neminem Carthaginiensem in e per mare, e spesso con gravi danni, egli avea
Sicilia esse: neminem Siculum, qui metu inde messo fine a quell'impresa. Non esservi in Sici
fugati abfuerint, non esse: omnes in urbes, in lia un solo Cartaginese: non mancare un Siciliano
agros suos reductos, arare, serere: desertam re di quei, ch'eran fuggiti per paura: tutti ridotti
coli tandem terram, frugiferam ipsis cultoribus, nelle lor città, ne'lor poderi, arare e seminare:
populoque Romano pace ac bello fidissimum an riabitarsi finalmente quella terra desertata, frut
nonae subsidium.» Exim Mutine, et si quorum tifera pe'suoi coltivatori, e in pace e in guerra
aliorum merita erga populum Romanum erant, securissimo soccorso di vettovaglie al popolo
in senatum introductis, honores omnibus, ad ex Romano. º Indi, introdotti in senato Mutine, e
solvendam fidem a consule, habiti. Mutines etiam se alcun altro c'era, che avesse ben meritatº del
civis Romanus factus, rogatione ab tribuno ple popolo Romano, furono tutti ricolmati di cuori,
bis, ex auctoritate Patrum, ad plebem lata. Dum onde soddisfare alla promessa del console. Mutine
haec Romae geruntur, M. Valerius Messalla quin fu anche fatto cittadino Romano per legge pro
quaginta navibus quum ante lucem ad Afri posta al popolo da un tribuno della plebe, previa
cam accessisset, improviso in agrum Uticensem l'autorità del senato. Mentre si fanno a Roma
exscensionem fecit; eumque late depopulatus, queste cose, Marco Valerio Messala accostatosi
multis mortalibus cum alia omnis generis praeda all'Africa innanzi giorno con cinquanta navi,
captis, ad naves rediit, atque in Sicilia transmi discese all'improvviso nel territorio di Utica, e
sit ; tertiodecimo die, quam profectus indeerat, saccheggiatolo per gran tratto, presa molta gente
Lilybaeum revectus. Ex captivis, quaestione ha con altra preda d'ogni sorte, tornossi alle navi,
bita, haec comperta, consulique Laevino omnia e trasferissi in Sicilia, ricondotto a Lilibeo tredici
ordine perscripta, ut sciret, quo in statu res giorni poi che n'era partito. Dai prigioni, che
Africae essent. «Quinque millia Numidarum cum furono esaminati, ecco le cose che si ritrassero,
Masinissa, Galae filio, acerrimo juvene. Cartha e che si scrissero tutte per ordine al console Le
gine esse; et alios per totam Africam milites mer vino, acciocchè non ignorasse in che stato si
cede conduci, qui in Hispaniam ad Hasdrubalem fossero le cose d'Africa: « Esservi in Cartagine
traiicerentur, ut is, quam maximo exercitu pri cinque mila Numidi con Masinissa, figlio di Gala,
Ino rº" tempore in Italiam transgressus, jun
iv 10 2
giovane ardentissimo, ed assoldarsi per tutta
9
13 i TITI LIVll LIBER XXVII. 132

geret se Hannibali: in eo positam victoriam cre l'Africa altri soldati, da spedirsi in Ispagna ad
dere Carthaginienses. Classem praeterea ingen Asdrubale, acciocchè questi, passando al più
tem apparari ad Siciliam repetendam, eamque se presto in Italia con esercito poderoso si unisca
credere brevi traiecturam, º Haec recitata a con ad Annibale; in ciò credere i Cartaginesi riposta
sule ita movere senatum, ut non exspectanda co la vittoria. Inoltre allestirsi gran flotta per ricu
mitia consuli censerent, sed dictatorem comitio perare la Sicilia, e stimar egli, che non tarde
rum habendorum causa dici, et extemplo in pro rebbe molto a trasferirvisi. » Queste notizie date
vinciam redeundum. Illa disceptatio tenebat, dal console sì fattamente mossero il senato, che
quod consul in Sicilia se M. Valerium Messallam, pensarono non aver il console ad aspettare i co
qui tum classi praeesset, dictatorem dicturum es mizii, ma sì nominare il dittatore a tenerli, e
se ajebat: Patres extra Romanum agrum (eam subito ritornare nella provincia. Una disputa li
autem in Italia terminari) negabant dictatorem ratteneva, che il console diceva, che avrebbe
dici posse. M. Lucretius tribunus plebis quum de nominato in Sicilia dittatore Marco Valerio Mes
ea re consuleret, ita decrevit senatus, . Ut com salla, allora comandante della flotta: i Padri al
sul prins, quam ab urbe discederet, populum ro l'opposto sostenevano, che non si potesse nomi
garet, quem dictatorem dici placeret; eumque, nare il dittatore fuori del territorio Romano
quem populus jussisset, diceret dictatorem. Si (ch'era ristretto nei termini dell'Italia). Consul
consul noluisset, praetor populum rogaret: si ne tato il senato sopra ciò dal tribuno della plebe
is quidem vellet, tum tribuni ad plebem ferrent.” Marco Lugrezio, decretò, a che il console, innan
Quum consul se populum rogaturum negasset, zi che partisse da Roma, proponesse al popolo
quod suae potestatis esset, praetoremque vetuis chi gli piacesse che fosse nominato dittatore;
set rogare; tribuni plebis rogarunt, plebesque e nominasse quello, che il popolo volesse. Se il
scivit, ut Q. Fulvius, qui tum ad Capuam erat, di console ricusasse, il pretore ne facesse la proposta
ctator diceretur: Sed, quodie id plebis concilium al popolo: se anche questi ricusasse, allora i tri
futurum erat, consul clam nocte in Siciliam abiit, buni ne facessero la proposta alla plebe.» Avendo
destitutique Patres literas ad M. Claudium mit il console ricusato di proporre al popolo quello
tendas censuerunt, ut desertae ab collega reipu ch'era di suo diritto, e vietato al pretore che
blicae subveniret, diceret Iue, quem populus jus proponesse, i tribuni ne fecero la proposta alla
sisset, dictatorem. Ita a M. Claudio consule Q. plebe, ed essa deliberò, che Quinto Fulvio, il
Fulvius dictator dictus, et ex eodem plebiscito quale a quel tempo si stava in Capua, fosse il dit
et ab Q. Fulvio dictatore P. Licinius Crassus pon tatore. Ma il dì, che dovea tenersi l'assemblea
tifex maximus magister equitum dictus. del popolo, la notte il console nascosamente se
n'andò in Sicilia, e i Padri abbandonati ordi
marono che fosse scritto a Marco Claudio, perchè
sovvenisse alla repubblica abbandonata dal suo
collega, e nominasse egli dittatore quello, ch'era
voluto dalla plebe. Così Quinto Fulvio fu nomi
mato dittatore dal console Marco Claudio, e in
forza dello stesso plebiscito, e dallo stesso ditta
tore Quinto Fulvio fu nominato maestro de'ca
valieri Publio Licinio Crasso pontefice massimo.
VI. Dictator postouam Romam venit, Cn. V1. Il dittatore, come fu giunto a Roma, man
Sempronium Blaesum legatum, quem ad Capuam dò all'esercito in Toscana, in luogo del pretore
habuerat, in Etruriam provinciam ad exercitum Caio Calpurnio, Gneo Sempronio Bleso, ch'era
misit, in locum C. Calpurnii praetoris; quem, ut stato suo legato in Capua, eccitandolo con lettere
Capuae exercituique suo praeesset, literis excivit. a prendere il governo di Capua e dell'esercito.
Ipse comitia, in quem diem primum potuit, edi Intimò i comizii per quel primo giorno, che po
xit; quae, certamine inter tribunos dictatorem tè; i quali però non si poteron terminare per la
que injecto, perfici non potuerunt. Galeria ju disputa insorta tra i tribuni e il dittatore. La cen
miorum, quae sorte praerogativa erat, Q. Ful turia Galeria dei giuniori, cui toccava per sorte
vium et Q. Fabium consules dixerat, eodemque esser la prima a dare il voto, avea nominati con
jure vocatae inclinassent, ni tribuni plebis C. et soli Quinto Fulvio e Quinto Fabio, al che sareb
L. Arennii se interposuissent, qui, i neque ma bero ugualmente inclinate l'altre centurie, se
gistratum continuari satis civile esse, aiebant; et Caio e Lucio Arennii, tribuni della plebe, non si
multo foedioris exempli, eum ipsum creari, qui fossero opposti, i quali dicevano, e non moltº
comitia haberet. Itaque, si suum nomen dictator convenire alla civile libertà, che le cariche si
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acciperet, se comitiis intercessuros: si aliorum, continuassero, ed essere di esempio ancora più
praeterquam ipsius, ratio haberetur, comitiis se sconcio crearsi quello stesso, che teneva i comizii.
moram non facere.» Dictator causam comitio Quindi, se il dittatore accettasse la sua nomina,
rum auctoritate senatus, plebiscito, exemplis tu si opporrebbero ai comizii, se altri si nominassero,
tabatur. « Namque, Cn. Servilio consule, quum fuorchè lui, non ci metterebbono ostacolo. ” Il
C. Flaminius alter consul ad Trasimenum ceci dittatore difendeva la causa dei comizii, e col
disset, ex auctoritate Patrum ad plebem latum, l'autorità del senato, e colla deliberazion della
plebemque scivisse, ut, quoad bellum in Italia plebe, e cogli esempii. « Perciocchè nel conso
esset, ex iis, qui consules fuissent, quos et quo lato di Gneo Servilio, allorchè Caio Flaminio,
ties vellet, reficiendi consules populo jus esset; uno de' consoli, fu morto al lago Trasimeno,
exemplumque eam in rem se habere vetus L. si propose alla plebe coll'autorità del senato,
Postumii Megelli, qui interrex iis comitiis, quae e la plebe deliberò che per tutto il tempo,
ipse habuisset, consul cum C. Junio Bubulco crea che durasse la guerra in Italia, il popolo po
tus esset; recens Q. Fabii, qui sibi continuari tesse di quelli, ch'erano stati consoli, rifarne
consulatum, misi id bono publico fieret, profecto quanti e quante volte volesse; avere in ciò l'an
numquam sivisset. » His orationibus quum diu tico esempio di Lucio Postumio Megello, il quale
cartatum esset, postremo ita interdictatorem ac essendo interrè, fu creato console con Caio Giu
tribunos convenit, uteo, quod censuisset sema nio Bubulco in quel comizii medesimi, che avea
tus, staretur. Patribus id tempus reipublicae vi tenuti; non che l'altro recente di Quinto Fabio,
sum est, ut per veteres, et expertos, bellique pe il quale non avrebbe assentito mai, che gli si
ritos imperatores respublica gereretur: itaque continuasse il consolato, se non ci fosse stato il
moram fieri comitiis non placere. Concedentibus pubblico vantaggio. » Essendosi conteso lunga
tribunis, comitia habita. Declarati consules Q. mente con codesti discorsi, finalmente si venne a
Fabius Maximus quintum, Q. Fulvius Flaccus questo accordo tra il dittatore ed i tribuni, che
quartum.Praetoresinde creati, L. Veturius Philo, si stesse a ciò, che il senato deliberasse. Parve ai
T. Quintius Crispinus, C. Hostilius Tubulus, Padri esser tali le circostanze della repubblica,
C. Aurunculejus. Magistratibus in annum crea che si dovesse commetterne il governo a coman
tis, Q. Fulvius dictatura se abdicavit. Extremo danti vecchi, esperti e pratici di guerra: quindi
aestatis hujus classis Punica navium quadragin non piacer loro che si metta ritardo ai comizii.
ta, cum praefecto Hamilcare in Sardiniam traje Acconsentendo i tribuni, i comizii si tennero.
cta, Olbiensem primo, dein, postduam ibi P. Son dichiarati consoli Quinto Fabio Massimo per
Manlius Vulso praetor cum exercitu apparuit, la quinta volta, e Quinto Fulvio Flacco per la
circumacta inde ad alterum insulae latus, Carali quarta. Indi son creati pretori Lucio Veturio
tanum agrum vastavit, et cum praeda omnis ge Filone, Tito Quinzio Crispino, Caio Ostilio Tu
neris in Africam rediit. Sacerdotes Romani eo bulo e Caio Arunculeio. Creati i magistrati per
anno mortui aliquot suffectique. C. Servilius un anno, Quinto Fulvio depose la dittatura. Sul
Pontifex factus in locum T. Otacilii Crassi; Ti. finire di questa state la flotta Cartaginese di
Sempronius Ti. F. Longus augur factus in locum quaranta navi, passata in Sardegna sotto il co
T. Otacilii Crassi. Decemvir item sacris faciundis mando di Amilcare, dapprima diede il guasto al
in locum Ti. Sempronii C. F. Longi Ti. Sempro paese degli Olbii, indi, al comparire di Publio
nius Ti. F. Longus suffectus. M. Marcius rex sa Manlio Vulsone coll'esercito, girando all'altro lato
crorum mortuus est, et M. Aemilius Papus maxi dell'isola, diede il guasto al territorio Caralitano,
mus curio: neque in eorum locum sacerdotes eo e tornò in Africa con bottino d'ogni sorte. Mori
anno suffecti. Et censores hic annus habuit L. rono in quell'anno, e furono rifatti alquanti sacer
Veturium Philonem et P. Licinium Crassum, ma doti Romani. Caio Servilio fu fatto pontefice in
ximum pontificem. Crassus Licinius mec consul, luogo di Tito Otacilio Crasso. Tito Sempronio
nec praetorante fuerat, quam censor est factus: Longo figlio di Tito fu fatto augure in luogo del
ex aedilitate gradum ad censuram fecit. Sed hi lo stesso Otacilio Crasso. Parimenti fu surrogato
censores neque sematum legerunt, nec quidquam decemviro ai sagrifizii, in luogo di Tito Sempro
publicae rei egerunt: mors diremit L. Veturii: mio Longo, figlio di Caio, Tito Sempronio Lon
inde et Licinius censura se abdicavit. Aediles go, figlio di Tito. Morì Marco Marcio, re dei sa
curules L. Veturius et P. Licinius Varus ludos grifizii, e Marco Emilio Papo, curione massimo;
Romanos diem unum instaurarunt. Aediles plebis nè fu loro in quell'anno surrogato alcuno. Ed
Q. Catius et L. Porcius Licinus ex mulctaticio ar ebbe quest'anno censori Lucio Veturio Filone, e
Publio Licinio Crasso, pontefice massimo. Cras
gento signa aenea ad Cereris dedere, et ludos, pro so Licinio non era stato nè console, nè pretore,
temporis ejus copia, maguifici apparatus fecerunt.
135 TITI LIVII LIBER XXVII. 136

innanzi che fosse fatto censore; non ſe' che un


passo dall'edilità alla censura. Ma questi censori
nè rielessero il senato, nè fecero alcun atto pub
blico; glielo impedì la morte di Lucio Veturio:
poscia Licinio rinunziò alla censura. Gli edili
curuli Lucio Veturio e Publio Licinio Varo
rinnovarono i giuochi Romani per un giorno.
Gli edili della plebe Quinto Cazio e Lucio Por
cio Licino, del denaro tratto dalle multe, posero
alcune statue di bronzo nel tempio di Cerere, e
celebrarono giuochi con quel più magnifico ap
parato, che portava la ricchezza di quel tempo.
VII. Exitu anni hujus, die quarto et trigesi VII. Sul finire di quest'anno, trentaquattro
mo, quam ab Tarracone profectus erat, C. Lae giorni da che partito era da Tarracona, Caio
lius legatus Scipionis Romam venit; isque, cum Lelio legato di Scipione venne a Roma; ed entra
agmine captivorum ingressus urbem, magnum to in città con uno stuolo di prigionieri, mosse
concursum hominum fecit. Postero die in sena gran concorso di gente. Il dì appresso introdotto
tum introductus, captam Carthaginem, caput Hi in senato, espose che s'era presa in un giorno
spaniae, uno die, receptasque aliquot urbes, quae solo Nuova-Cartagine, capo di tutta la Spagna, non
defecissent, movasque in societatem adscitas, ex che riavute alquante città già ribellatesi, ed al
posuit. Ex captivis comperta his fere congruen tre nuovamente tratte in amicizia. Dai prigionieri
tia, quae in literis fuerant M. Valerii Messallae. s'intesero le cose stesse a un dipresso, com'erano
Maxime movit Patres Hasdrubalis transitus in scritte nelle lettere di Marco Valerio Messalla. Fu
Italiam, vix Hannibali atoue ejus armis subsisten rono i Padri specialmente colpiti dal passaggio
tem. Productus et in concionem Laelius eadem di Asdrubale in Italia, che pur appena resisteva ad
edisseruit. Senatus ob res feliciter a P. Scipione Annibale, e all'armi sue. E Lelio prodotto dinanzi
gestas supplicationem in unum diem decrevit: C. al popolo, narrò le cose stesse. Il senato decretò
Laelium primo quoque tempore, cum quibus ve un giorno di preghiere per le felici imprese di
nerat navibus, redire in Hispaniam jussit (Anno Publio Scipione. Comandò che Caio Lelio, come
U.C.543. – A. C. 2o9 ) Charthaginis expugnatio prima potesse, tornasse in Ispagna colle navi, colle
nem in hunc annum contuli, multis auctoribus; quali era venuto. (Anni D. R. 543. – A. C. 2o9.)
haud nescius, quosdam esse, qui anno insequenti Ho posta la presa di Nuova-Cartagine in que
captam tradiderint: quod mihi minus simile veri st'anno, colla scorta di molti scrittori, non però
visum est, annum integrum Scipionem nihil ignaro, esservi alcuni, che l'han detta presa
gerundo in Hispania consumpsisse. Q. Fabio l'anno seguente; ma erami sembrato poco veri
Maximo quintum, Q. Fulvio Flacco quartum simile, che Scipione avesse consumato un anno
consulibus, Idibus Martiis, quo die magistratum intero in Ispagna senza far nulla. Alla metà di
inierunt, ltalia ambobus provincia decreta; re Marzo, il dì stesso, che pigliarono l'uffizio, la
gionibus tamen partitum imperium: Fabius ad provincia d'Italia fu decretata a Quinto Fabio
Tarentum, Fulvius in Lucanis ac Bruttiis rem Massimo console per la quinta volta, e a Quinto
gereret: M. Claudio prorogatum in annun impe Fulvio Flacco per la quarta. Fu però diviso il
rium. Praetores sortiti provincias: C. Hostilius comando per paesi, in modo che Fabio guerreg
Tubulus urbamam, L. Veturius Philo peregrinam giasse dalla parte di Taranto, Fulvio nei Lucani
cum Gallia, T. Quintius Crispinus Capuam, C. e nei Bruzii. A Marco Claudio fu prorogata la ca
Aurunculejus Sardiniam. Exercitus ita per pro rica per un anno. I pretori trassero a sorte le
vincias divisi: Fulvio dnae legiones, quasin Si province: Caio Ostilio Tubulo ebbe la pretura
cilia M. Valerius Laevinus haberet; Q. Fabio, urbana, Lucio Veturio Filone la forense con la
quibus in Etruria C. Calpurnius praefuisset, de Gallia, Tito Quinzio Crispino Capua, Caio Arun
cretae. Exercitus urbanus ut in Etruriam succe culeio la Sardegna. Gli eserciti furono ripartiti
deret: C. Calpurnius eidem praeesset provinciae per le province in questo modo. Si diedero a
exercituique: Capuam exercitumque, quem Q. Fulvio due legioni, quelle che aveva nella Sicilia
Fulvius habuisset, T. Quintius obtineret: C. Marco Valerio Levino; a Quinto Fabio quelle,
Hostilius ab C. Laetorio propraetore provinciam che avea comandate nella Toscana Caio Calpur
exercitumque, qui tum jam Arimini erat, accipe nio: che l'esercito urbano passasse nella Tosca
ret. M. Marcello, quibus consul bene rem gesse na, del quale, non che della provincia, avesse
rat, legiones decretae. M. Valerio cum L. Cincio il comando lo stesso Caio Calpurnio; Tito Quin
137 TITI LIVII LIBER XXVII. 138

(his quoque est enim prorogatum in Sicilia im zio avesse Capua coll'esercito, ch'era stato di
perium) Cannensis exercitus datus; eumque sup Quinto Fulvio: Caio Ostilio ricevesse dal propre
plere ex militibus, qui ex legionibus Cn. Fulvii tore Caio Letorio la provincia e l'esercito, ch'e
superessent, jussi. Conquisitos eos consules in Si ra allora a Rimini. Si decretarono a Marco Mar
ciliam miserunt: additaque eadem militiae igno cello le legioni, colle quali console avea felice
minia, sub qua Cannenses militabant, quique ex mente guerreggiato. A Marco Valerio, insieme
praetoris Cn. Fulvii exercitn, ob similis iram con Lucio Cincio (che fu prorogato ad essi pure
fugae, missi eo ab senatu fuerant. C Auruncule il comando nella Sicilia) fu dato l'esercito di
jo eaedem in Sardinia legiones, quibus P. Man Canne, e detto che lo supplisse coi soldati avan
lius Vulso, eam provinciam obtinuerat, decretae. zati dalle legioni di Gneo Fulvio. Fattili cercare,
P. Sulpicio, eadem legione eademque classe Ma i consoli gli mandarono in Sicilia, notati della
cedoniam obtinere jusso, prorogatum in annum stessa ignominia, con cui militavano quei di Can
imperium. Triginta quinqueremes ex Sicilia Ta ne, e gli altri dell'esercito del pretore Gneo Fulvio,
rentum ad Q. Fabium consulem mitti jussae: ce colà mandati dal senato, irritato da una simile lor
tera classe praedatum in Africam aut ipsum M. fuga. A Caio Arunculeio si decretarono quelle
Valerium Laevinum trajicere, aut mittere, seu stesse legioni nella Sardegna, colle quali Publio
L. Cincium, seu M, Valerium Messallam. Nec de Manlio Vulsone avea tenuta quella provincia. Si
Hispania quidquam mutatum, nisi quod non in prorogò il comando per un anno a Publio Sulpi
annum Scipioni Silanoque, sed donec revocati ab cio, con ordine di ritenere la Macedonia colla
senatu forent, prorogatum imperium est. Ita pro legione e flotta che aveva. Fu commesso che di
vinciae exercituumque in eun annum partita Sicilia si mandassero trenta quinqueremi a Ta
imperia. ranto al console Quinto Fabio; che col rimanente
della flotta o lo stesso Marco Valerio Levino pas
sasse in Africa a bottinare, o vi mandasse Lucio
Cincio, o Marco Valerio Messalla. Nè si fe'can
giamento alcuno rispetto alla Spagna; se non
che fu prorogato il comando non per un anno
a Scipione ed a Silano, ma sino a tanto che fos
sero richiamati dal senato. In questo modo le
province e gli eserciti furon divisi per quel
l'anno.
VIII. Inter majorum rerum curas comitia VIII. In mezzo a pensieri della maggiore im
maximi curionis, quum in locum M. Aemilii sa portanza i comizii del massimo curione, per crea
cerdos crearetur, vetus excitaverunt certamen , re un sacerdote in luogo di Marco Emilio, ride
patriciis negantibus C. Mamilii Vituli, qui unus starono un'antica contesa; dicendo i Padri non
ex plebe petebat, habendam rationem esse, quia doversi tener conto di Caio Mamilio Vitulo,che solo
nemo ante eum, nisi ex Patribus, id sacerdotium della plebe chiedeva, perchè nessuno innanzi lui,
habuisset. Tribuni appellati ad senatum rejece fuor che patrizio, aveva ottenuto quel sacerdozio.
runt: senatus populi potestatem fecit. Ita primus Appellatosi Mamilio ai tribuni, questi rimisero
ex plebe creatus maximus curio C. Mamilius Vi la cosa al senato; il senato al popolo. Così primo
tulus. Et Flaminem dialem invitum inaugurari della plebe Caio Mamilio Vitulo fu creato mas
coégit P. Licinius pontifex maximus C. Valerium simo curione. E il pontefice massimo Publio Li
Flaccum. Decemvir sacris faciundis creatus in cinio sforzò Caio Valerio Flacco a farsi contro
locum Q. Mucii Scaevolae demortui C. Laeto sua voglia inaugurare sacerdote di Giove. Caio
rius. Causam inaugurari coacti Flaminis libens Letorio fu creato decemviro ai sagrifizii in luogo
reticuissem, mi ex mala fama in bonam vertisset. di Quinto Mucio Scevola morto. Avrei taciuta
Ob adolescentiam negligentem luxuriosamque volentieri la cagione, per cui fu Flacco sforzato
C. Flaccus Flamen captus a P. Licinio pontifice a farsi inaugurare, s'egli non si fosse da mala fa
maximo erat, L. Flacco fratri germano cognatis ma voltato a buona. Avea Publio Licinio, pon
que aliis ob eadem vitia invisus. Is, ut animum tefice massimo, vincolato al sacerdozio Caio
ejus cura sacrorum et caeremoniarum cepit, ita Flacco a motivo della sua sbadata e licenziosa
repente exuit antiquos mores, ut nemo totaju gioventù, odiato per questi vizii medesimi dal
ventute haberetur prior, nec probatior primori fratello Lucio Flacco, e dagli altri congiunti.
bus Patrum, suis pariter alienisoue, esset. Hujus Egli però, tosto che s'ebbe dedicato con fervore
famae consensu elatus ad iustam fiduciam sui, alla cura dei sagrifizii e delle cerimonie, si spo
rem intermissam per multos annos ob indigni gliò sì prestamente degli antichi costumi, che
139 TITI LIVII LIBER XXVII. 14o

tatem Flaminum priorum repetivit, ut in sena non vi fu nessuno di tutta la gioventù, che gli
tum introiret. Ingressum eum curiam quum L. andasse innanzi, e che fosse più stimato dai prin
Licinius praetor inde eduxisset, tribunos plebis cipali tra Padri, e così da suoi, come dagli strani.
appellavit Flannen. Vetustum jus sacerdotii re Dal consenso di questa fama elevatosi egli a giu
petebat: datum id cum toga praetexta et sella sta fidanza di sè medesimo, richiamò un uso da
curuli et Flaminio esse. Praetor, non exoletis molti anni intermesso pel nessun merito dei sa
vetustate annalium exemplis stare jus, sed recen cerdoti antecedenti, quello di entrare in senato.
tissimae cujusque consuetudinis usu, volebat: nec Entrato adunque nella curia fattone sortire dal
patrum, nec avorum memoriam dialem quem pretore Lucio Licinio, si appellò egli ai tribuni
quamid jus usurpasse. Tribuni, rem inertia Fla della plebe. Ridomandava l'antico diritto del
minum obliteratam ipsis, non sacerdotio, damno suo sacerdozio, diritto datogli colla toga pretesta,
fuisse, quum aequum censuissent, ne ipso qui colla sedia curule e colla tiara. Il pretore voleva
dem contra tendente praetore, magno assensu che il diritto si fondasse non sopra esempii ran
Patrum plebisque, Flaminem in senatum intro cidi tratti da vecchie cronache, ma sì sopra qual
duxerunt; omnibus ita existimantibus, magis siasi uso più recente; che nè a memoria dei Pa
sanctitate vitae, quam sacerdotii jure, rem eam dri, nè degli avi nessun sacerdote di Giove si
Flaminem obtinuisse. Consules prius, quam aveva usurpato tal diritto. I tribuni, avendo tro
in provincias irent, duas urbanas legiones; in vato giusto che questa usanza, dimenticata per
supplementum, quantum opus erat ceteris exer la inerzia dei sacerdoti, fosse di danno ad essi,
citibus militum, scripserunt. Urbanum veterem ma non al sacerdozio, non opponendosi nemmen
exercitum Fulvius consul C. Fulvio Flacco lega lo stesso pretore, con grande consentimento dei
to (frater hic consulis erat) in Etruriam dedit Padri e della plebe, introdussero il sacerdote in
ducendum, et legiones, quae in Etruria erant, senato, stimandosi però da ognuno, che egli aves
Romam deducendas. Et Fabius consul reliquias se ottenuto l'intento più per la santità della vi
exercitus Fulviani conquisitas (fuere autem ad ta, che per diritto del sacerdozio. I consoli,
tria millia trecenti triginta sex) Q. Maximum innanzi che andassero alle loro province, arrola
filium ducere in Siciliam ad M. Valerium pro rono due legioni nella città in supplemento di
consulem jussit, atque ab eo duas legiones et quanto occorresse di soldati agli altri eserciti. Il
triginta quinqueremes accipere. Nihil hae edu vecchio esercito urbano fu dal console Fulvio
ctae ex insula legiones minuerunt nec viri consegnato a Caio Fulvio Flacco legato (era egli
bus nec specie eius provinciae praesidium : mam fratello del console) da condursi in Toscana, ri
quum, praeter egregie suppletas duas veteres conducendo quelle legioni, ch'erano in Toscana,
legiones, transfugarum etiam Numidarum equi a Roma. E il console Fabio, cercate le reliquie
tum peditumque magnam vim haberet, Siculos dell'esercito di Fulvio (furono da tre mila tre
quoque, qui in exercitu Epicydis aut Poenorum cento e trentasei uomini), commise a Quinto Mas
fuerant, belli peritos viros, milites scripsit. Ea simo, suo figliuolo, che le conducesse in Sicilia al
externa auxilia quum singulis Romanis legioni proconsole Marco Valerio, e ricevesse da lui due
bus adjunxisset, duorum speciem exercituum legioni, e trenta quinqueremi. Queste legioni,
servavit: altero L. Cincium partem insulae, qua levate dall'isola, non iscemaron punto nè in
regnum Hieronis fuerat, tueri jussit; altero ipse forze, nè in apparenza il presidio di quella pro
ceteram insulam tuebatur, divisam quondam Ro vincia; perciocchè Valerio, oltre due vecchie le
mani Punici que imperii finibus; classe quoque gioni interamente supplite, avendo anche gran
navium septuaginta partita, ut omni ambitu lito numero di cavalieri e fanti Numidi disertori, ar
rum praesidia orae maritimae essent. Ipse cum rolò pure parecchi Siciliani, ch'erano stati del
Mutinis equitatu provinciamperagrabat, ut vise l'esercito di Epicide o dei Cartaginesi, gente
ret agros, cultaque ab incultis notaret, et perinde pratica del mestiere della guerra. Avendo aggiun
dominos laudaret castigaretque. Ita tantum ea ti questi esterni aiuti a ciascuna delle legioni Ro
cura frumenti provenit, ut et Romam mitteret, mane, conservò la forma di due eserciti: ordinò
et Catamam conveheret, unde exercitui, qui ad che con uno Lucio Cinzio difendesse quella parte
Tarentum aestiva acturus esset, posset praeberi. dell'isola, ch'era stata il regno di Jerone; col
l'altro egli difendeva il restante dell'Isola divi
sa in addietro dai confini del Romano impero e
del Cartaginese; avendo pur anche spartita la
flotta di settanta navi, acciocchè proteggesse le
coste marittime per tutto il giro dell'Isola. Ed
egli colla cavalleria di Mutine scorreva la provin
141 IITI LIVII LIBER XXVII. 142
cia, per visitare i campi, notare i coltivati e non
coltivati, e quindi darne lode o biasimo ai pa
droni. Con codesta diligenza tanto s'ebbe di
grano, che mandonne a Roma, e trasportonne a
Catana, onde se ne potesse fornire l'esercito, che
dovea fermarsi la state a Taranto. -

IX. Ceterum transportati milites in Siciliam IX. Del resto, i soldati trasportati in Sicilia
(eterant major pars Latini nominis sociorumque) (ed erano la maggior parte Latini ed alleati)
prope magni motus causa fuere: adeo ex parvis furon quasi cagione di grave sommossa; tanto
saepe magnarum momenta rerum pendent. Fre è vero, che da picciole cose spesso ne nascono
mitus enim inter Latinos sociosque in conciliis di gran momento. Perciocchè tra i Latini e gli
ortus: « Decimum annum delectibus, stipendiis alleati si cominciò a susurrare nelle loro assem
exhaustos esse. Quotannis ferme clade magna pu blee: « Esser già consunti dalle leve, dalla milizia
gnare: alios in acie occidi, alios morbo absumi: di dieci anni. Ogni anno sottostare a qualche
magis perire sibi civem, qui ab Romano miles grande sconfitta: altri esser morti nelle battaglie,
lectus sit quam qui a Poeno captus: quippe ab altri dalle malattie; esser più presso a perire il
hoste gratis remitti in patriam ; ab Romanis ex cittadino, fatto soldato dai Romani, che quello
tra Italiam in exilium verius, quam in militiam, preso dai Cartaginesi ; perocchè questi era gra
ablegari. Octavum jam ibi annum senescere Can tuitamente restituito alla patria dal nemico, que
nensem militem, moriturum ante, quan Italia gli rilegato fuori d'Italia piuttosto in esiglio, che
hostis (quippe nunc quum maxime florens viri a guerreggiare. Già da ott'anni il soldato di Can
bus) excedat. Si veteres milites non redeant in ne si sta quivi invecchiando per morirvi prima,
patriam, novi legantur, brevi neminem superfu che il nemico (adesso più che mai florido di forze)
turum. Itaque, quod propediem res ipsa negatura esca d' Italia. Se i vecchi soldati non tornano in
sit, priusquam ad ultimam solitudinem atque patria, se nuovi se ne levano, in breve nessuno
egestatem perveniant, negandum populo Romano avanzerà. Quindi, innanzi che si giunga all'estre
esse. Si consentientes in hoc socios videant Ro ma solitudine ed inopia, fa d'uopo negare al po
mani, profecto de pace cum Carthaginiensibus polo Romano quello, che lo stato stesso delle cose
jungenda cogitaturos: aliter numquam, vivo Han gli negherà. Se i Romani vedranno tutti in ciò
mibale, sine bello ltaliam fore. » Haec acta in consentire gli alleati Romani, certo penseranno
conciliis. Triginta tum coloniae populi Romani a far la pace coi Cartaginesi; altrimenti, vivo
erant: ex iis duodecim, quum omnium legationes Annibale, non sarà mai l'Italia senza guerra. »
Romae essent, negaverunt consulibus esse, unde Si trattò di questo nelle assemblee. Erano allora
milites pecuniamoue darent. Eae fuere Ardea, trenta le colonie del popolo Romano. Dodici di
Nepete, Sutrium, Alba, Carseoli, Cora, Suessa, queste, avendo tutti i loro ambasciatori a Roma,
Circeji, Setia, Cales, Narnia, Interamna. Novare negarono ai consoli di poter dare nè soldati, nè
consules icti, quum absterrere eos a tam detesta danaro. Furono queste Ardea, Nepete, Sutrio,
bili consilio vellent, castigando increpandoque Alba, Carseole, Cora, Suessa, Circello, Sezia,
plus, quam leniteragendo, profecturos rati, º eos Cale, Narnia, Interamna. Colpiti i consolida que
ausos esse consulibus dicere, aiebant, quod con sta novità, volendo distorli da sì detestabile
sules, in senatuut pronunciarent, in animum in disegno, persuasi che avrebbero più profittato
ducere non possent: non enim detrectationem col riprendere e rimprocciare, che col trattar
eam munerum militiae, sed apertam defectionem dolcemente, « aveano osato, dicevano, di tener
tale discorso ai consoli, ch'essi non avrebbero
a populo Romano esse Redirent itaque propere
in colonias, et, tamquam integrare,locuti magis, potuto indursi a pronunziarlo in senato; che
quam ausi, tantum nefas, cum suis consulerent. non era questo un volersi sottrarre agli obblighi
Admonerent, non Campanos, neque Tarentinos della milizia, ma un'aperta ribellione dal popolo
eos esse, sed Romanos; inde oriundos, inde in Romano. Tornassero dunque in fretta alle colo
colonias atque in agrum bello captum stirpis au nie, e come nulla fosse accaduto, quasi avessero
gendae causa missos: quae liberi parentibus de parlato a caso, non meditato un tal delitto, con
berent, ea illos Romanis debere, si ulla pietas, sultassero co' suoi, e gli ammonissero, che non
si memoria antiquae patriae esset. Consulerent eran essi nè Campani, nè Tarentini, ma Romani,
igitur de integro: mam, tum quidem quae temere oriondi del paese, e di qua stati mandati nelle
agitassent, ea prodendi imperii Romani, traden colonie e nelle terre conquistate ad aumentare la
dae Hannibali victoriae esse. ” Quum alternis stirpe. Quello che i figliuoli ai genitori, essi
haec consules diu jactassent, uil.il moti legati, il debbono ai lomani, se hanno senso di alletto,
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e neque se, quod domum renunciarent, habere, se memoria dell'antica lor patria. Si consigliassero
dixerunt, neque senatum suum, quid novi con dunque da capo, perciocchè quello, che aveano
suleret, ubi nec miles, qui legeretur, nec pecu sconsideratamente agitato, non era che un tradire
mia, quae daretur in stipendium, esset. - Quum il Romano impero, e dar la vittoria ad Annibale. »
obstinatos eos viderent consules, rem ad senatum Avendo i consoli, or l'uno or l'altro, per più
detulerunt: ubi tantus pavor animis omnium est tempo dette e ridette queste cose, gli ambascia
injectus, ut magna pars, « actum de imperio, di tori, non punto smossi, risposero, « nè aver essi,
ceret: idem alias colonias facturas ; idem socios che riferire a casa, nè il lor senato che nuova
consensisse omnes, ad prodendam Hannibali ur mente deliberare, poi che non ci era soldato da
bem Romanam. » potersi arrolare, nè danaro da darsi per le pa
ghe. » I consoli, vedendoli ostinati, riferirono
la cosa al senato. E quivi tanto spavento si apprese
agli animi di ciascuno, che la maggior parte
diceva, a essere omai spacciato l'impero; le altre
colonie farebbero lo stesso; tutti gli alleati essersi
convenuti insieme di dar Roma in mano ad
Annibale. »
X. Consules hortari et consolari senatum, et X. I consoli si mettono a confortare e conso
dicere: a Alias coloniasin fide atque officio pristi lare il senato, e dire, a che le altre colonie sta
mo fore, eas quoque ipsas, quae officio decessis rebbero in fede e nel primiero dovere; quelle
sent, si legati circa eas colonias mittantur, qui stesse, che se n'erano scostate, se si mandassero
castigent, non qui precentur, verecundiam impe de' legati, che le rimprocciassero, non le pregas
rii habituras esse. » Permissum ab senatu iis sero, avrebbono la debita riverenza all'impero. ”
quum esset, agerent, facerentolue, ut e republica Avendo il senato rimesso in loro arbitrio il dire
ducerent, pertentatis prius aliarum coloniarum e far quello, che stimassero vantaggioso alla re
animis, citaverunt legatos, quaesiveruntdue ab pubblica, saggiate prima le disposizioni delle al
iis, « ecquid milites ex formula paratos habe tre colonie, citarono i loro ambasciatori, e li
rent? » Pro duodeviginti coloniis M. Sextilius ricercarono, a se avessero in pronto i soldati,
Fregellanus respondit: « et milites ex formula secondo la convenzione. » Per diciotto colonie
paratos esse, et, si pluribus opus esset, plures Marco Sestilio Fregellano rispose: « esser pronti
daturos, et, quidquid aliud imperaret velletgue i soldati, secondo la convenzione, e se più ne
populus Romanus, emise facturos: ad id sibi ne abbisognasse, più ne darebbero e farebbero di
que opes deesse, animum etiam superesse. • Con tutto cuore quant'altro comandasse e volesse
sules, sibi parum videri, praefati, pro merito eo il popolo Romano, al che non mancavan loro
rum, sua voce collaudari eos, nisi universi Patres le forze, l'animo anche sopravanzava. I consoli
iis in curia gratias egissent, sequi in senatum jus dicendo parer loro poco per tanto merito, che la
serunt. Senatus, quam poterat honoratissimo de lor sola voce li lodasse, se tutti i Padri insieme
creto allocutus eos, mandat consulibus, ut ad non li ringraziassero nella curia, se li trassero
populum quoque eos producerent, et inter mul dietro in senato. Il senato, avendoli ringraziati
ta alia praeclara, quae ipsis majoribusque suis col più magnifico decreto, che si potesse, com
praestitissent, recens etiam meritum eorum in mette ai consoli che li presentino anche al po
rempublicam commemorarent. Ne nunc quidem polo, e tra gli altri insigni benefizii, che avean
post tot secula sileantur, fraudenturve laude sua, già fatti ad essi e a lor maggiori, rammentino
Signini fuere et Norbani Saticulanique et Brun anche quest'ultimo loro merito verso la repub
disini et Fregellani et Lucerini et Venusini et blica. E nè anche adesso, dopo tanti secoli, si
Hadriani et Firmani et Ariminenses: et ab alte taccia di loro, nè della dovuta lode si frodino.
ro mari, Pontiani et Paestani et Cosani: et me Furono i Signini, i Norbani, i Saticulani, i Brun
diterranei, Beneventani et Aesernini et Spoleti disini, i Fregellani, i Lucerini, i Venosini, gli
mi et Placentini et Cremonenses. Harum colo Adriani, i Firmani, gli Ariminesi; e lungo l'altro
miarum subsidio tum imperium populi Romani mare i Ponziani, i Pestani e Cosani; e in fra
stetit; iisque gratiae et in senatu, et ad popu terra i Beneventani, gli Esernini, gli Spoletani,
lum actae. Duodecim aliarum coloniarum, quae i Piacentini e i Cremonesi. Pel soccorso dato
I detrectaverunt imperium, mentionem fieri Pa da queste colonie stettesi saldo il Romano impe
tres vetuerunt, neque illos dimitti, neque retineri, ro; e ne furono ringraziate in senato, e presso
neque appellari a consulibus: ea tacita castigatio il popolo. Quanto alle altre dodici colonie, che
maxime ex dignitate populi Romani visa est. Ce ricusarono di obbedire, vollero i Padri che non
145 TTTI LIVII LIBER XXVII. 146
tera expedientibus, quae ad bellum opus erant, se ne facesse menzione, e che i loro ambasciatori
consulibus, aurum vicesimarium, quod in sanctio non fossero nè licenziati, nè ritenuti, nè chiamati
re aerario ad ultimos casus servabatur, promi dai consoli; questo tacito castigo parve convenir
placuit. Prompta ad quatuor millia pondo auri: sommamente alla dignità del popolo Romano.
inde quingena pondo data consulibus, et M. Mar Mentre i consoli vanno spicciando tutte l'altre
cello et P. Sulpicio proconsulibus, et L. Veturio cose, che occorrevano per la guerra, si fe trar
praetori, qui Galliam provinciam sortitus erat; fuori l'oro delle vigesime, che si riservava nel
additumque Fabio consuli centum pondo auri più intangibile erario pe'casi estremi. Se ne ca
praecipuum, quod in arcem Tarentinam porta varono quattro mila libbre d'oro: di queste
retur. Cetero usi sunt ad vestimenta praesenti se ne diedero cinquecento ai consoli, ai procon
pecunia locanda exercitui, qui in Hispania bel soli Marco Marcello e Publio Sulpicio, e al pre
lum secunda sua fama ducisque gerebat. tore Lucio Veturio, cui toccata era la Gallia; al
console Fabio furono di più aggiunte cento libbre
d'oro da portarsi nella rocca Tarentina. Del ri
manente se ne servirono per comperare a danaro
contante i vestimenti per l'esercito, che guerreg
giava nella Spagna con fama sua molta, e del
capitano.
XI. Prodigia quoque, priusquam ab urbe con XI. Si ordinò pure di espiare i prodigii in
sules proficiscerentur, procurari placuit. In Al nanzi, che i consoli partissero da Roma. La fol
bano monte tacta de coelo erant signum Jovis, gore avea percosso sul monte Albano la statua
arborque templo propinqua, et Ostiae lacus, et di Giove, e l'albero vicino al tempio, a Ostia il
Capuae murus, Fortunaeque aedes, et Sinuessae lago, a Capua il muro e il tempio della Fortu
murus portaque. Haec de coelo tacta. Cruentam na, a Sinuessa il muro e la porta. Tutto questo
etiam fluxisse aquam Albanam, quidam auctores era stato fulminato; e alcuni anche rapporta
erant. Et Romae intus cellam aedis Fortis For romo, che l'acqua del lago Albano era corsa tutta
tunae de capite signum, quod in corona erat, in sanguigna. E a Roma nella cella interna del tem
manus sponte sua prolapsum. Et Priverni sa pio della Fortuna una figurina, di quelle della
tis constabat bovem locutum, vulturiumque fre corona, da sè spiccatasi dal capo, l'era caduta
quenti foro in tabernam devolasse, et Sinuessae in mano. E a Priverno si dava per certo, che un
natum ambiguo inter marem ac feminam sexu bue avesse parlato, e che un avoltoio, a piazza
infantem; quos androgynos vulgus (ut pleraque, piena di gente, fosse volato in una bottega; e
faciliore ad duplicanda verba Graeco sermone) fosse nato a Sinuessa un fanciullo di dubbio sesso
appellat: et lacte pluisse, et cum elephanti capi tra maschio e femmina, di quelli, che il volgo
te puerum natum. Ea prodigia hostiis majoribus chiama Androgini come si usa d'altre parole,
procurata, et supplicatio circa omnia pulvinaria, più facili a duplicarsi nel linguaggio greco);
et obsecratio in unum diem indicta; et decretum, e ch'era piovuto latte, e nato un fanciullo con
ut C. Hostilius praetor ludos Apollini, sicut his capo di elefante. Si espiarono questi prodigii
annis voti factique erant, voveret faceretoue. Per con le vittime maggiori, e si ordinarono proces
eos dies et censoribus creandis Q. Fulvius consul sioni a tutti gli altari, e preghiere per un giorno;
comitia habuit. Creati censores, ambo qui non e si decretò, che il pretore Caio Ostilio facesse
dum consules fuerant, M. Cornelius Cethegus, voto, e celebrasse i giuochi d'Apollo, com'era
P. Sempronius Tuditanus. Hi censores, ut agrum stato promesso e fatto in quest'anni. In questi
Campanum fruendum locarent, ex auctoritate giorni medesimi il console Quinto Fulvio tenne
Patrum latum in plebem est, plebesque scivit. Se i comizi per creare i censori. Furon fatti censori
natus lectionem contenti o inter censores de prin due, che non erano stati ancora consoli, Marco
cipe legendo tenuit. Sempronii lectio erat: cete Cornelio Cetego e Publio Sempronio Tuditano.
rum Cornelius a morem traditum a patribus se Si propose alla plebe per autorità del senato, e
quendum ajebat: ut, qui primus censor ex iis, la plebe deliberò che i censori eletti dessero ad
qui viverent, fuisset, eum principem legerent: affitto il territorio Campano. L'elezione dei se
is T. Manlius Torquatus erat. Sempronius, a cui natori fu ritardata dalla disputa insorta tra i cen
dii sortem legendi dedissent, ei jus liberum eos sori per l'elezione del principe del senato. Toccava
dem dedisse deos. Se id suo arbitrio facturum, eleggerlo a Sempronio; ma Cornelio diceva,
Vecturumque Q. Fabium Maximum, quem tum a doversi seguire l'usanza tramandata dai mag
principem Romanae civitatis esse, vel Hannibale giori di eleggere principe del senato il primo
iudice, victurus esset. » Quum diu certatum ver dei censori ancora viventi; - e questi era Tito
Livio 2 1 o
1 47 TITI LIVII LIBER XXVII. 1 48
bis esset, concedente collega, lectus a Sempronio Manlio Torquato. Sempronio rispondeva che
princeps in senatu Q. Fabius Maximus consul: « a quello, cui dato aveano gli dei il diritto di
inde alius lectus senatus, octo praeteritis, inter eleggere, avean pur data la libertà della scelta;
quos L. Caecilius Metellus erat, infamis auctor ch'egli lo farebbe a modo suo, ed eleggerebbe
deserendae Italiae post Cannensem cladem. In Quinto Fabio Massimo, provando che questi
equestribus quoque notis eadem servata causa ; allora era il primo cittadino di tutta Roma, anche
sed erant perpauci, quos ea infamia attingeret: a giudizio di Annibale. - Dopo molto altercare,
illis omnibus (et multi erant) adempti equi, qui cedendo il collega, Sempronio elesse principe
Cannensium legionum equites in Sicilia erant. del senato il console Quinto Fabio Massimo ; indi
Addiderunt acerbitati etiam tempus, ne praete si passò ad eleggere il senato, lasciati fuori otto
rita stipendia procederentiis, quae equo publico senatori, tra quali era Lucio Cecilio Metello, auto
emeruerant, sed dena stipendia equis privatis fa re infame, dopo la rotta di Canne, di abbandonare
cerent. Magnum praeterea numerum eorum con l'Italia. Anche nel numero dei cavalieri si tenne
quisiverunt, qui equo merere deberent, atque conto di questa stessa ragione; ma erano pochis
ex iis, qui principio eius belli septemdecim annos simi quei, cui toccasse codesta infamia. Si tolsero
nati fuerant, neque militaverant, omnes aerarios i cavalli a tutti quelli (ed eran molti) delle legioni
fecerunt. Locaverunt inde reficienda, quae circa di Canne, ch'erano in Sicilia. All'acerbità della
forum incendio consumpta erant, septem taber pena si aggiunse la pena del tempo, non volendo
mas, macellum, atrium regium. che si valutassero gli anni passati a quelli, che
aveano militato con pubblico cavallo, ma che
dovessero militare altri dieci anni con cavallo
privato. Inoltre inquisirono un gran numero
di quei, che avean debito di militare con cavallo;
e di questi coloro, che al principio della presente
guerra aveano compiuti sedici anni, nè aveano
militato, furon posti tra contribuenti. Indi die
dero a rifare gli edifizii, che l'incendio avea
consumati intorno alla piazza, cioè le sette bot
teghe, il macello e l'atrio regio.
XII. Transactis omnibus, quae Romae agenda XII. Fornito tutto quello, ch'era da farsi a
erant, consules ad bellum profecti. Prior Fulvius Roma, i consoli andarono alla guerra. Primo
praegressus Capuam: post paucos dies consecu Fulvio precedendo giunse a Capua: pochi dì dopo
tus Fabius; qui et collegam coram obtestatus, et Fabio gli tenne dietro; il quale e in presenza
per literas Marcellum, ut quam acerrimo bello scongiurò il collega, e per lettere Marcello, che
detineret Hannibalem, dum ipse Tarentum oppu con guerra più che mai viva tenessero occupato
gnaret: ea urbe adempta hosti jam undique pulso, Annibale, mentre ch'egli combatteva Taranto:
nec ubi consisteret, nec quid fidum respiceret tolta questa città al nemico da ogni parte scac
habenti, ne remorandi quidem causam in Italia ciato, e che non avrebbe dove fermarsi, nè in
fore. Rhegium etiam nuncium mittit ad prae che fidare, non gli resterebbe nè anche motivo
fectum praesidii, quod ab Laevino consule adver di rimanersi in Italia. Manda eziandio un messo
sus Bruttios ibi locatum erat, octo millia homi a Reggio al comandante di quel presidio, che
mum : pars maxima ab Agathyrna (sicut antea il console Levino avea quivi collocato di rincon
dictum est) ex Sicilia traducta, rapto vivere ho tro ai Bruzii; erano otto mila uomini, la maggior
minum assuetorum : additi erant Bruttiorum parte tratti d'Agatirna nella Sicilia, (come si è
indidem perfugae, et audacia et audendi omnia detto di sopra) gente avvezza a vivere di rapina.
necessitatibus pares. Hanc manum ad Bruttium Vi si erano similmente aggiunti parecchi disertori
primum agrum depopulandum duci jussit, inde de'Bruzii, pari nell'audacia e nella necessità di
ad Cauloniam urbem oppugnandam. Imperata tutto osare. Ordinò che questa banda fosse con
non impigre solum, sed etiam avide, exsecuti, dotta primieramente a saccheggiare il paese dei
direptis fugatisque cultoribus agri, summa vi ur Bruzii, indi ad assaltare la città di Caulonia.
bem oppugnabant. Marcellus, et consulis literis Avendo costoro eseguiti gli ordini non solamente
excitus, et quia ita in animum induxerat, nemi con prestezza, ma eziandio con ardore, mano
nem ducem Romanum tam parem Hannibali,quam messi e scacciati i coltivatori delle terre, com
se, esse, ubi primum in agris pabuli copia ſuit, ex batteano fieramente la città. Marcello e perchè
hibernis profectus, ad Canusium Hannibali occur eccitato dalle lettere del console, e perchè s'era
rit. Sollicitabat ad defectionem Canusinos Poe messo nell'animo, niun altro comandante Romano
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nus: ceterum, ut appropinquare Marcellum au tanto esser pari ad Annibale, quanto lui, come
divit, castra inde movit. Aperta erat regio, sine tosto si potè foraggiare ne'campi, uscito da quar
ullis ad insidias latebris; itaque in loca saltuosa tieri d'inverno, si fe'incontro ad Annibale a
cedere inde coepit. Marcellus vestigiis instabat, Canusio. Annibale sollecitava i Canusini a ribel
castraque castris conferebat, et, opere perfecto, larsi; ma quando intese che Marcello si avvici
extemplo in aciem legiones educebat. Hannibal, nava, levò il campo. Era il paese aperto, senza
turmatim per equites peditumque jaculatores le nascondigli da poter tendere agguati ; quindi
via certamina serens, casum universae pugnae cominciò a ritirarsi in luoghi imboschiti. Marcello
non necessarium ducebat: tractus est tamen ad gli era sempre addosso, e piantava campo incon
id, quod vita bat, certamen. Nocte praegressum tro a campo; e fornito il lavoro, usciva subito
assequitur locis planis ac patentibus Marcellus : in ordine di battaglia. Annibale, lasciando che
castra inde ponentem, pugnando undigue in mu la cavalleria ed i lancieri a piedi facessero a tor
nitores, operibus prohibet. Ita signa collata, pu me qualche leggiera scaramuccia, non istimava
gnatumque totis copiis, et, quum jam nox insta necessario venire a fatto generale; nondimeno
ret, marte aequo discessum est: castra, exiguo fu tratto alla battaglia, che schivava. La notte
distantia spatio, raptim ante noctem permunita. portatosi innanzi Marcello lo raggiunse in luoghi
Postero die luce prima Marcellus in aciem copias piani ed aperti; e mentre quegli bada a piantare
eduxit: nec Hannibal detrectavit certamen, mul il campo, questi, dando addosso da ogni parte ai
tis verbis adhortatus milites, a ut memores Tra zappatori, ne impedisce il lavoro. Quindi si venne
simeni Cannarumque, contunderent ferociam alle mani a bandiere spiegate, e si combattè con
hostis: urgere atque instare eum: non iter quie tutte le forze; ed essendo presso la notte, gli
tos facere, non castra ponere pati, non respirare eserciti si separarono a vittoria indecisa. I due
aut circumspicere: quotidie simul orientem so campi, poco distanti l'uno dall'altro furono in
lem et Romanam aciem in campis videndam esse. fretta fortificati innanzi notte. Il dì seguente, sul
Si uno proelio haud incruentus abeat, quietius far del giorno, Marcello si presentò in ordine
deinde tranquilliusque eum bellaturum. » His di battaglia, nè Annibale la ricusò, avendo con
irritati adhortationibus, simulque taedio ferociae molte parole incoraggiato i suoi: « che ricorde
hostium quotidie instantium lacessentiumque, voli del Trasimeno e di Canne rintuzzassero la
acriter proelium ineunt. Pugnatum amplius dua ferocia del nemico, nemico, che gli premeva,
bus horis est. Cedere inde ab Romanis destra ala gl'incalzava, non li lasciava camminar quieti,
et extraordinarii coepere: quod ubi Marcellus non accamparsi, non respirare, non guardarsi
vidit, duodevicesimam legionem in primam aciem attorno: ogni dì bisognava vedere ad un tempo
inducit. Dum alii trepidi cedunt, alii segniter e il sole nascente, e l'esercito Romano schierato;
subeunt, turbata tota acies est, dein prorsus fusa; se uscirà Marcello d'una battaglia bene insangui
el, vincente pudorem metu, terga dabant. Ceci nato, farà la guerra più quietamente, più tran
dere in pugna fugaque ad duo millia et septin quillamente. » Irritati i Cartaginesi da queste
genti civium sociorumque : in his quatuor Ro parole, e insieme dal tedio di un nemico feroce,
mani centuriones, duo tribuni militum, M. Li che ogni dì gl'incalzava, li provocava, appicca
einius et M. Helvius. Signa militaria quatuor de rono la zuffa rabbiosamente. Si combattè più
ala, prima quae fugit; duo de legione, quae ce di due ore; indi cominciò dalla parte dei Roma
dentibus sociis successerat, amissa. mi a cedere l'ala destra, e gli straordinarii; il che
veduto, Marcello caccia innanzi sulla fronte la
diciottesima legione. Mentre altri cedono spaven
tati, altri sottentrano lentamente, tutto l'esercito
si scompiglia, indi si sbanda interamente; e
la paura vincendo la vergogna, fuggivano. Cad
dero sul campo e nella fuga da due mila e sette
cento tra cittadini ed alleati; tra questi quattro
centurioni Romani, e due tribuni de'soldati,
Marco Licinio e Marco Elvio. Si son perdute
quattro bandiere dell'ala, che prima fuggì, e due
- della legione, ch'era sottentrata agli alleati, che
cedevano.
XIII. Marcellus, postduam in castra reditum XIII. Marcello, poi che i soldati si furon
est, concionem adeo saevam atque acerbam apud rimessi negli alloggiamenti, tenne loro un discor
so aspro tanto ed acerbo, che l' orazione del
milites habuit, ut proelio, per diem totum infeli
15 I TITI LIVII LIBER XXVII. 152

citer tolerato, tristior iis irati ducis oratio esset. corrucciato comandante riuscì ad essi più grave,
« Diis immortalibus, ut in tali re, laudes grates che la battaglia sostenuta per tutto il giorno con
que, inquit, ago, quod victor hostis, cum tanto infelice successo. « Rendo, disse, e lodi e grazie
pavore incidentibus vobis in vallum portasque, agli dei immortali, quanto il consente la circo
non ipsa castra est aggressus: deseruissetis pro stanza, che il nemico vincitore, mentre voi con
fecto eodem terrore castra, quo omisistis pu tanto spavento vi gettavate dentro allo steccato
gnam. Qui pavor hic, qui terror, quae repente, ed alle porte, non abbia assaltato gli stessi allog
qui, et cum quibus pugnaretis, oblivio animos giamenti: gli avreste certo abbandonati col me
cepit? nempeiidem sunt hi hostes, quos vincen desimo terrore, con cui lasciaste il campo di
do et victos sequendo priorem aestatem ab battaglia. Qual vi prese paura, quale sgomento,
sumpsistis; quibus dies noctesque fugientibus per come poteste in un subito dimenticare chi siete,
hos dies institistis; quos levibus proeliis fatiga e contro chi combattevate? son pur questi quegli
stis; quos hesterno die nec iter facere, nec castra stessi nemici, i quali, e vincendo e inseguendoli
ponere passi estis. Omitto ea, quibus gloriari po consumaste la scorsa estate; quelli, che dì e notte
testis: cujus et ipsius pudere ac poenitere vos fuggendo non cessaste mai d'incalzare in questi
oportet, referam: nempe, aequis manibus hester giorni; che stancaste con picciole scaramucce, che
mo die diremistis pugnam. Quid haec nox, quid non lasciaste ieri nè seguitare il lor cammino nè
hic dies attulit? vestrae his copiae imminutae accamparsi. Ommetto quello di che potete gloriar
sunt, an illorum auctae? Non equidem mihi cum vi: dirò quello bensì, di che dovete aver onta, e
exercitu meo loqui videor, mec cum Romanis mi pentimento: ieri usciste dalla battaglia con parità
litibus: corpora tantum atque arma eadem sunt. di vantaggio. Quale arrecò cangiamento questa
An, si eosdem animos habuissetis, terga vestra notte, quale questo dì ? Sono scemate forse le
vidisset hostis ? signa alicui manipulo aut cohorti vostre forze, o son cresciute quelle del nemico ?
abstulisset? Adhuc caesis Romanis legionibus In fede mia, non mi par di parlare col mio
gloriabatur. Vosilli hodierno die primum fugati esercito, nè con soldati Romani: i corpi, le armi
exercitus dedistis decus. » Clamorinde ortus, ut sole son le medesime. Se aveste avuto il solito

veniam ejus diei daret; ubi vellet, deinde expe coraggio, veduto avrebbe il nemico le vostre
riretur militum suorum animos. « Ego vero expe spalle ? avrebbe tolte le insegne a nessuna com
riar, inquit, milites: et vos crastino die in aciem pagnia, a nessuna coorte? Non si gloriava egli
educam, ut victores potius, quam victi, veniam fino a questo dì, che di aver tagliati a pezzi
impetretis, quam petitis. » Cohortibus, quaesi degli eserciti nemici, oggi per la prima volta gli
gna amiserant, hordeum dari jussit, centurio avete dato il vanto di aver fugato l'esercito.
nesque manipulorum, quorum signa amissa fue Sorse allora un grido, che si perdonasse loro il
rant, destrictis gladiis discinctos destituit; et, ut fallo di quel giorno; mettesse a prova in appresso
postero die omnes, equites, pedites, armati ades il lor coraggio, dove più volesse. « E metterollo,
sent, edixit. Ita concio dimissa fatentium, jure disse, o soldati, e domani vi condurrò sul campo,
ac merito sese increpitos; neque illo die virum acciocchè il perdono, che chiedete, l'abbiate
quemquam in acie Romana fuisse, praeter unum piuttosto vincitori, che vinti. » Ordinò, che alle
ducem ; cui aut morte satisfaciendum, aut egre coorti, le quali avran perduto le bandiere, si
gia victoria esset. Postero die ornati armatique desse orzo; i centurioni delle compagnie che le
ad edictum aderant. Imperator eos collaudat, avevan perdute, gli lasciò senza cintura colle spa
pronunciataue, « a quibus orta pridie fuga esset, de sguainate; e comandò che il seguente giorno
cohortesque, quaesigna amisissent, se in primam tutti e cavalieri e fanti si presentassero armati.
aciem inducturum. Edicere jam sese, omnibus Così fu licenziato il parlamento, confessando essi
pugnandum ac vincendum esse; et admitendum stessi d'essere stati meritamente ripresi; e che in
singulis universisque, ne prius hesterna e fugae, in quel dì non ebbe altro prode l'esercito Roma
quam hodiernae victoriae, fama Romam perve no, che il proprio comandante, a cui bisognava
miat. » Inde cibo corpora firmare jussi, ut, si lon soddisfare o colla morte, o coll'insigne vittoria.
gior pugna esset, viribus sufficerent. Ubi omnia Il di seguente si appresentarono, giusta l'ordine,
dicta factaque sunt, quibus excitarentur animi allestiti ed armati. Il comandante gli loda, e
militum, in aciem procedunt. dichiara, « che avrebbe messo nella prima fronte
i soldati, che furon primi a fuggire, e le coorti,
che avean perdute le insegne; e facea noto che
tutti aveano a combattere e vincere, e che ciascuno
da sè, e tutti insieme doveano fare ogni sforzo,
perchè non giungesse a Roma prima la notizia
153 TITI LIVII LIBER XXVII. 154
della fuga di jeri, che della vittoria di oggi. •
Indi ordinò, che si ristorassero col cibo, ac
ciocchè, se la battaglia si prolungasse, potessero
durare in forze. Come fu detto e fatto tutto quel
lo, che poteva eccitare il coraggio dei soldati,
escono in campo.
XIV. Quod ubi Hannibali nunciatum est : XIV. ll che essendo riferito ad Annibale,
« Cum eo nimirum, inquit, hoste res est, qui «Abbiam che fare, disse, con un nemico, che non
mec bonam, nec malam ferre fortunam potest. può sostener nè la buona, nè la mala fortuna: se
Seu vicit, ferociter instat victis: seu victus est, vince, insegue ferocemente i vinti, se è vinto,
instaurat cum victoribus certamen. » Signa inde rinnova la pugna coi vincitori. » Indi fe'somare
canere jussit, copias educit. Pugnatum utrimque all'arme, e trasse fuori l'esercito. Si combattè
aliquanto, quam pridie, acrius est; Poenis ad da una parte e dall'altra alquanto più fieramen
obtimendum hesternum decus admitentibus, Ro te, che il dì innanzi, sforzandosi i Cartaginesi di
manis ad demendam ignominiam. Sinistra ala ab sostener l'onore del giorno antecedente, i Ro
Romanis et cohortes, quae amiserant signa, in mani di torsi d'indosso l'onta sofferta. Dal canto
prima acie pugnabant, et legio vicesima ab dextro dei Romani combattevano nelle prime file l'ala
cornu i nstructa. L. Cornelius Lentulus et C. Clau destra e le coorti, che avean perdute le bandiere,
dius N ero legati cornibus praeerani, Marcellus e la ventesima legione posta nel corno sinistro. I
mediama aciem, hortator testisque praesens, firma legati Lucio Cornelio Lentulo, e Caio Claudio
bat. Ab Hannibale Hispani primam obtinebant Nerone comandarono dai lati; Marcello teneva
frontem, et id roboris in omni exercitu erat. forte il centro, esortatore ad un tempo e te
Quum anceps diu pugna esset, Hannibal elephan stimonio presente. Dal canto di Annibale gli
tos in primam aciem induci jussit: si quem injice Spagnuoli stavano sulla prima fronte, ed era
re ea res tumultum ac pavorem posset. Et primo questo il nerbo di tutto l'erercito. Durando la
turbarunt signa ordinesque, et partim occulcatis, pugna lungamente dubbiosa, Annibale comandò,
partim dissipatis terrore, qui circa erant, nuda che si traessero gli elefanti alie prime schiere,
verant una parte aciem: latiusque fuga manasset, se con ciò si potesse per avventura metter con
ni C. Decimius Flavus tribunus militum, signo fusione e terrore. E da principio scompigliarono
arrepto primi hastati, manipulum eius signi se gli ordini e le insegne, e parte calpestando, parte
sequi jussisset. Duxit ubi maxime tumultum con dissipando collo spavento quelli, ch'erano intor
globatae belluae faciebant, pilaque in eas conjici no, avean denudata tutta una parte di combatten
jussit. Haesere omnia tela haud difficili ex propin ti; e la fuga si sarebbe più ampiamente dilatata,
quo in tanta corpora ictu, et tam conferta turba: se Caio Decimio Flavo, tribuno de'soldati, strap
sed ut non omnes vulnerati sunt, ita, in quorum pata la bandiera di mano ad un primo astato, non
tergis infixa stetere pila (ut est genus anceps), avesse ordinato alla compagnia, di cui ell'era, di
in fugam versi etiam integros avertere. Tum jam seguitarlo. La condusse dove gli elefanti agglo
non unus manipulus, sed pro se quisque miles, merati faceano il massimo scompiglio, e comandò
qui modo assequi agmen fugientium elephanto che scagliassero lor contro i giavellotti. Questi
rum poterat, pila conjicere. Eo magis ruere in si appiccaron tutti agevolmente, lanciati da vicino
suos belluae; tantoque maiorem stragem edere, in corpi sì grossi, e in turba tanto affollata. Ma
quam inter hostes ediderant, quanto acrius pa perchè tutti non furon feriti, così quelli nel
vor consternatam agit, quam insidentis magistri cui tergo s'infissero i giavellotti (razza com'è
imperio regitur. In perturbatam transcursu bel di bestie paurosa), voltisi in fuga fecero fuggire
luarum aciem signa inferunt Romani pedites, et anche i non feriti. Allora non più una sola com
haud magno certamine dissipatos trepidantesque pagnia, ma ciascun soldato da sè, che pur poteva
avertunt Tum in fugientes equitatum immittit raggiungere lo stuolo degli elefanti che fuggiva
Marcellus, nec ante finis sequendi est factus, quam no, lanciar loro addosso giavellotti; e tanto più
incastra paventes compulsi sunt. Nam super alia, le bestie dar dentro a suoi e far rovina tanto
quae terrorem trepidationem ſue facerent, ele maggiore di quella, che avean fatto contro i ne
Phanti quoque duo in ipsa porta corruerant, mici, quanto è più pronto questo animale ala
coactique erant milites per fossam vallumque rue sciarsi trasportare dal terrore, che ad obbedire al
º incastra. Ibi maxima hostium caedes facta: comando del reggitore, che gli sta sopra. I tanti
º ad octo millia hominum, quinque elephanti. Romani si slancian dentro alle schiere scompiglia
Nec Romani, incruenta victoria fuit: mille ferme
te dal trascorrere degli elefanti; e non con molto
ҼPtingenti de duabus legionibus, et sociorum sforzo dissipate e spaventate le volgono in fuga.
155 TITI LIVII LIBER XXVII. 156

supra mille et trecentos occisi; vulnerati permul Allora Marcello scaglia la cavalleria addosso i
ti civium sociorumque. Hannibal nocte proxima fuggitivi; nè si finì d'inseguirli sino a che non
castramovit: cupientem insegui Marcellum prohi furono, pieni di paura, ricacciati dentro il campo.
buit multitudo sauciorum. Perciocchè, oltre l'altre cose, che mettean terro
re e scompiglio, due elefanti eran caduti in sulla
porta; ed i soldati erano stati costretti di balzare
entro il campo, saltando la fossa e lo steccato.
Quivi fu fatta strage grandissima de'nemici: ne
perirono da otto mila, e cinque elefanti. La vitto
ria non fu senza sangue neppur pei Romani: ne
rimasero uccisi da mille e settecento delle due
legioni, e più di mille e trecento degli alleati, e
di questi e di Romani moltissimi feriti. La notte
Annibale mosse il campo. La moltitudine del fe
riti non permise a Marcello d'inseguirlo.
XV. Speculatores, qui prosequerenturagmen, XV. Le spie mandategli dietro il dì seguente
missi, postero die retulerunt, Bruttios Hanniba-. riferirono, che Annibale si avviava verso i Bruzii.
lem petere. Iisdem fere diebus et ad Q. Fulvium Quasi in quel medesimi giorni gl'Irpini, e i Lu
consulem Hirpini, et Lucani, et Volcentes, tradi cani, e i Volscenti si diedero al console Quinto
tis praesidiis Hannibalis, quae in urbibus habe Fulvio, consegnatigli i presidii, che Annibale
bant, dediderunt sese, clementerque a consule, aveva nelle città ; e furono accolti dal console
cum verborum tantum castigatione ob errorem con clemenza, castigati solamente con parole del
praeteritum, accepti. Et Bruttiis similis spes ve passato errore. Ed anche ai Bruzii fu data simile
miae facta est: quum ab iis Vibius et Pactius fra speranza di perdono, essendo di là venuti i fra
tres, longe mobilissimi gentis ejus, eamdem, quae telli Vibio e Paczio, de' più nobili del paese, a
data Lucanis erat, conditionem deditionis peten domandare di darsi agli stessi patti, che i Lucani.
tes venissent. Q. Fabius consul oppidum in Sal Il console Quinto Fabio prese a forza Manduria,
lentinis Manduriam vi cepit: ibi ad quatuor mil castello nelle terre de'Sallentini. Quivi si son pur
lia hominum capta, et ceterae praedae aliquan presi da quattro mila uomini, e alquanto di altra
tum. Inde Tarentum profectus, in ipsis faucibus preda. Di là andato a Taranto si accampò alla
portus posuit castra. Naves, quas Livius tutandis bocca del porto. Le navi, che Livio avea seco per
commeatibus habuerat, partim machinationibus assicurare le vettovaglie, le carica parte di mac
onerat apparatuque moenium oppugnandorum, chine e di quanto occorre a batter le mura, parte
partim tormentis et saxis omnique missilium te di strumenti da trarre, e di sassi e saettume
lorum genere instruit, onerarias quoque, non d'ogni sorte; nè soltanto le navi, che vanno
cassolum, quae remis agerentur; ut alii machi con remi, ma eziandio quelle da carico, sì che
nas scalasque ad muros ferrent, alii procul ex altri portasse le macchine e le scale sin sotto le
navibus vulnerarent moenium propugnatores. mura, altri di lontano colpisse dalle navi i difen
Sae maves, ab aperto mari ut urbem aggrederen sori delle mura. Codeste navi erano disposte ed
tur, instructae parataeque sunt. Et erat liberum ordinate in guisa da assaltare la città dalla banda
mare, classe Punica, quum Philippus oppugnare del mare. Ed era il mare libero, andata la flotta
Aetolos pararet, Corcyram transmissa. In Brut Cartaginese a Corcira, poichè Filippo si dispone
tiis interim Caulonis oppugnatores, sub adven va a combattere gli Etoli. In questo mezzo nei
tum Hannibalis, ne opprimerentur, in tumulum, Bruzii, quelli che assediavano Caulonia, all'avvi
a praesenti impetu tutum, se recepere. Fabium, cinarsi di Annibale, per non essere oppressi, si
Tarentum obsidentem, leve dictu momentum ad ritirano sopra un poggio, bastantemente sicuro
rem ingentem potiundam adjuvit. Praesidium da un impeto subitano. Fabio, che assediava
Bruttiorum datum ab Hannibale Tarentini habe Taranto,fu aiutato a conseguire gran cosa da cosa
lant. Ejus praesidii praefectus deperibat amore di picciolo momento. I Tarentini aveano un
mulierculae, cujus frater in exercitu Fabii consu presidio di Bruzii, dato da Annibale. Il prefetto
lis erat. Is, certior literis sororis factus de nova di questo presidio amava perdutamente certa
consuetudine advenae, locupletis, atque interpo donnicciuola, il cui fratello era nel campo di
pulares tam honorati, spem nactus per sororem Fabio. Avvisato questi per lettere della sorella
quolibet impelli amantem posse, quid speraret, della nuova pratica stretta col forestiero, ricco e
ad consulem detulit. Quae quum haud vana co molto onorato tra suoi, venuto a speranza che
gitalio visa esset, pro perfuga jussus Tarentum si potesse col mezzo della sorella trarre codesto
157 TITI LIVII LIBER XXVII. 158

transire, acper sororem praefecto conciliatus, pri amante dove piacesse, espose al console ciò che
mo occulte animum ejus tentando, dein, satis sperava. Il che non parendo pensiero vano del
explorata levitate, blanditiis muliebribus perpu tutto, commesso colui di andare a Taranto qual
lit eum ad proditionem custodiaeloci, cui prae disertore, e fattosi per via della sorella amico
positus erat. Ubi et ratio agendae rei, et tempus del prefetto, dapprima tentando occultamente
convenit, miles, nocte per intervalla stationum l'animo di lui, poi, conosciutane abbastanza la
clam ex urbe emissus, ea, quae acta erant, quae leggerezza, a forza di carezze donnesche lo indus
que ut agerentur, convenerat, ad consulem re se a consegnare il posto, che guardava. Poi ch'eb
fert. Fabius vigilia prima, dato signo iis, qui in bero convenuto del modo di condur la cosa, e
arce erant, quique custodiam portus habebant, del tempo, il medesimo soldato, uscito la notte
ipse circuito portu ab regione urbis in orientem nascosamente della città tra gl'intervalli da una
versa occultus consedit. Canere inde tubae simul ad altra porta, riferisce al console quello, che
ab arce, simul a portu et ab navibus, quae ab s'era fatto, e quello ch'era convenuto di fare.
aperto mari appulsae erant; clamorgue undigue Fabio in su la prima veglia, dato il segnale a quei
cum ingenti tumultu, unde minimum periculi ch'erano nella rocca e che custodivano il porto,
erat, de industria ortus. Consul interim silentio fatta una giravolta, andò a mettersi occultamente
continebat suos. Igitur Democrates, qui prae alla parte della città volta a levante. Indi si udi
fectus antea classis fuerat, forte illo loco praepo rono ad un tempo stesso le trombe e dalla rocca
situs, postguam quieta omnia circa se vidit, alias e dal porto, e dalle navi, che si erano accostate
partes eo tumultu personare, ut captae urbis in dall'alto mare; e levossi a bella posta un im
terdum excitaretur clamor, veritus me inter cun menso rumore con gran tumulto dalla parte,
ctationem suam consul aliquam vim faceret, si donde ci era meno da temere. Intanto il console
gnaque inferret, praesidium ad arcem, unde ma ratteneva i suoi nel massimo silenzio. Democrate
xime terribilis accidebat sonus, traducit. Fabius, adunque, il quale innanzi era stato capitano della
quum et ex temporis spatio et ex silentio ipso flotta, posto a caso a custodire quel luogo, poi
(quod, ubi paullo ante strepebant excitantes vo che vide tutto esser quieto d'intorno a sè, e
cantesque ad arma, inde nulla accidebat vox) de l'altre parti risonare di tal tumulto, che talvolta
ductas custodias sensisset, ferri scalas ad eam par le parevan grida di città presa d'assalto, temen
tem muri, qua Bruttiorum cohortem praesidium do che mentr'egli badava, il console non facesse
agitare proditionis conciliator munciaverat, jubet. qualche forza, e spingesse innanzi le insegne,
Ea primum est captus murus, adjuvantibus reci trasporta il presidio verso la rocca, dove si udiva
pientibusque Bruttiis, et transcensum in urbem più spaventoso lo strepito. Fabio, come si accorse
est: inde et proxima refracta porta, ut frequenti e dallo spazio del tempo, e dallo stesso silenzio
agmine signa inferrentur. Tum, clamore sublato, (perciocchè di là, donde si udiva poc'anzi grida
sub ortum ferme lucis, nullo obvio armato, in re e chiamare all'armi, non più nessuna voce
forum perveniunt; omnesque undique, qui ad partiva) che s'eran levate le guardie, ordina
arcem portumque pugnabant, in se converterunt. che si portino le scale a quella parte del muro,
dove il conciliatore del tradimento avea detto
esservi il presidio dei Bruzii. Fu là, dove fu pre
so il muro dapprima, aiutati ed introdotti i nostri
dai Bruzii, poi si scese nella città; indi si ruppe
la porta vicina, onde le genti entrassero a pieno
stuolo. Allora, levato un grido, quasi allo spun
tare del giornò , senza incontrare alcuno che
fosse armato, arrivano alla piazza; e da ogni
parte rivolsero verso di sè tutti quelli, che com
battevano alla rocca ed al porto. -

XVI. Proelium in aditu fori majore impetu, XVI. Si combattè sull'ingresso della piazza
quam perseverantia, commissum est. Non animo, con più d'impeto, che di perseveranza. Non era
non armis, non arte belli, non vigore aut viribus il Tarentino pari al Romano nè per coraggio, nè
corporis, par Romano Tarentinus erat. Igitur, per armi, nè per arte di guerra, nè per forze o
pilis tantum conjectis, prius pene, quam conse vigoria di corpo. Quindi, lanciati solamente i
rerent manus,terga dederunt, dilapsique per nota giavellotti, quasi prima che venissero alle mani,
urbisitinera in suas amicorumque domos: duo ex voltaron le spalle, e dileguandosi per le note
ducibus Nico et Democrates fortiter pugnantes strade della città, n'andarono alle case loro, o
cecidere. Philemenus, qui proditionis ad Hanni degli amici. Due de'comandanti Cartaginesi, Ni
159 TITI LIVll LIBER XXVII. 16o

balem auctor fuerat, quum citato equo ex proelio cone e Democrate caddero combattendo da valo
avectus esset, vagus paullo post equus errans per rosi. Filemeno, quegli che avea ordito la ribel
urbem cognitus; corpus nusquam inventum est: lione, essendo stato trasportato fuor della mischia
creditum vulgo est, in puteum apertum ex equo dalla furia del cavallo, questo fu poi veduto an
praecipitasse. Carthalonem autem, praefectum dar vòto errando per la città; il corpo non fu
praesidii Punici, cum commemoratione paterni trovato in nessun luogo: si credette comunemen
hospitii, positis armis, venientem ad consulem, te che fosse precipitato giù da cavallo in un poz
miles obvius obtruncat. Alii alios passim sine di zo scoperto. Cartalone poi, capitano del Punico
scrimine armatos, inermes, caedunt, Carthagi presidio, mentre, deposte l'armi, se ne viene al
nienses Tarentinosque pariter. Bruttii quoque console, rammemorando l'antico paterno ospizio,
multi interfecti, seu per errorem, seu vetere in scontrato da un soldato, resta ucciso. Altri ucci
eos insito odio, seu ad proditionis famam (ut vi dono altri qua, là, senza distinzione, armati e
potius atque armis captum Tarentum videretur) disarmati, Cartaginesi e Tarentini. Furono am
exstinguendam. Tum ab caede ad diripiendam mazzati parecchi anche de'Bruzii o per errore, o
urbem discursum : millia triginta servilium ca per odio antico contro di loro, o per ammorzare
pitum dicitur capti: argenti vis ingens facti si la fama del tradimento, sì che paresse essere stato
gnatiqne; auri octoginta tria millia pondo; si preso Taranto piuttosto dalla forza e dall'armi.
gna tabùtaeque, propeutSyracusarum ornamen Indi si corse a dare il sacco alla città. Diconsi
ta aequaverint. Sed majore animo generis ejus prese trenta mila teste di schiavi; copia grande
praeda abstinuit Fabius, quam Marcellus; qui di argento coniato e lavorato, ottanta tre mila
interroganti scribae, quid fieri signis vellet (in libbre d'oro; statue e pitture tante, che quasi ag
gentis magnitudinis dii sunt, suo quisque habitu guagliarono gli ornamenti tratti da Siracusa. Ma
in modum pugnantium formati) a deos iratos Fabio si astenne da siffatta preda con più fermez
Tarentinis relinquiº jussit. Murus inde, qui ur za d'animo, che Marcello; perciocchè interrogato
bem ab arce dirimebat, dirutus est ac disjectns. da uno scrivano, che voleva si facesse delle statue
Dum haec Tarenti aguntur, Hannibal iis, qui degli dei (ed erano di colossale grandezza, vestiti
Cauloniam obsidebant, in deditionem acceptis, ciascuno alla lor foggia in atteggiamento di com
audita oppugnatione Tarenti, dies noctesque cur battenti) rispose, « che si lasciassero pure ai Ta
sim agmine acto, quum, festinans ad open fe rentini i loro dei corrucciati. » Poscia fu disfatto
rendam, captam urbem audisset; a Et Romani, ed abbattuto il muro che separava la città dalla
inquit, suum Hannibalem habent: eadem, qua rocca. Mentre si fanno a Taranto queste cose,
ceperamus, arte Tarentum amisimus. » Netamen Annibale, ricevuti a patti quelli che assediavano
fugientis modo convertisse agmen videretur, quo Caulonia, udito che il nemico batteva Taranto,
constituerat loco, quinque millia ferme ab urbe camminando, o piuttosto correndo dì e notte
posuit castra: ibi paucos moratus dies, Metapon coll'esercito, com'ebbe udito, mentre si affretta
tinos cum literis principum ejus civitatis ad Fa di soccorrerlo, ch'era stato preso; « Hanno, disse,
bium Tarentum mittit, fidem ab consule acce anche i Romani il lor Annibale : abbiamo perdu
pturos, impunita iis priora fore, si Metapontum ei to Taranto per quell'arte stessa, con cui l'aveva
cum praesidio Punico prodidissent Fabius, vera, mo conquistata. » Ma per non parere di dar volta
quae afferrent, esse ratus, diem, qua accessurus es a guisa d'uomo che fugge, pose il campo nel luo
set Metapontum, constituit; literasque ad princi go stesso, dove s'era fermato, quasi a cinque mi
pes dedit,quae ad Hannibalem delatae sunt. Enim glia dalla città. Rimasto quivi pochi di, ritirossi
vero laetus successu fraudis, si ne Fabio quidem in Metaponto. Indi manda due Metapontini a Ta
dolo invictus fuisset, haud procul Metaponto in ranto a Fabio con lettere dei principali della
sidias ponit. Fabio auspicanti prius, quam egre città ad aver promessa dal console, che non sa
deretur ab Tarento, aves semel atque iterum non rebbero puniti del passato, se gli avessero dato
addixerunt: hostia quoque caesa consulenti deos nelle mani Metaponto insieme col presidio Carta
aruspex, cavendum a fraude hostili et ab insidiis ginese. Fabio, stimando esser vero quello, che
praedixit. Metapontini, postguam ad constitutam gli si arrecava, stabilì il giorno, in cui si acco
non venerat diem, remissi, ut cunctantem hor sterebbe a Metaponto, e diede loro lettere pei
tarentur, repente comprehensi, metu gravioris principali cittadini, le quali furon portate ad
quaestionis, detegunt insidias. Annibale. Lieto questi del buon successo della
sua frode, e che anche Fabio fosse uomo da ca
dere negli agguati, ne drizza uno non discosto
da Metaponto. Fabio, consultando una e due
volte gli auspizii, innanzi che partisse da Taranto,
TITI LIVII LIBER XXVII. 162

non gli ebbe favorevoli, e consultando anche


gli dei col sagrifizio di una vittima, l'aruspice
gli disse che si guardasse dalle insidie e dalla
frode nemica. l Metapontini, poi che Fabio non
era comparso nel giorno stabilito, rispediti a
sollecitarlo di non più oltre tardare, all'improv
viso arrestati, per tema d'essere posti a grave tor
tura, palesano la trama.
XVII. Aestatis ejus principio, qua haec age XVII. Sul principio della state, in cui si face
bantur, P. Scipio in Hispania quum hiemem to vano queste cose, poi ch'ebbe Scipione consumato
tam reconciliandis barbarorum animis, partim nella Spagna tutto il verno a riconciliare gli
donis, partim remissione obsidum captivorum animi de'barbari parte con doni, parte col resti
que, absumpsisset; Edesco ad eum, clarus inter tuire gli ostaggi ed i prigioni, venne a lui Ede
duces Hispanos, venit. Erant conjux liberique scone rinomato tra i capitani Spagnuoli. Aveva
ejus apud Romanos: sed praeter eam causam egli e moglie e figliuoli in poter dei Romani; ma
etiam velut fortuita inclinatio animorum, quae oltre questa cagione vi fu anche tratto da non so
Hispaniam omnem averterat ad Romanum a Pu quale fortuita tendenza generale, che avea rivolta
nico imperio, traxit eum. Eadem causa Indibili tutta la Spagna dal dominio Cartaginese ad ac
Mandonioque fuit, haud dubie omnis Hispaniae costarsi al Romano. La stessa cagione ebbero In
principibus, cum omni popularium manu, relicto dibile e Mandonio, de'primi senza dubbio della
Hasdrubale, secedendi in imminentes castris ejus Spagna, lasciato Asdrubale, di ritirarsi con tutti
tumulos, unde per continentia juga tutus rece i suoi nelle alture, che sovrastavano al di lui
ptus ad Romanos esset. Hasdrubal, quum hostium campo, onde di colle in colle condursi secura
restantis augescere incrementis cerneret, suas mente ai Romani. Asdrubale, vedendo crescere
imminui, ac fore, ut, nisi audendo aliquid mo per tanti aumenti le forze de'nemici, scemare le
veret, qua coepissent, fluerent, dimicare quam sue, e che, se non tentasse qualche colpo ardito,
primum statuit. Scipio avidior etiam certaminis si sarebbero dileguate per la via, che aveano co
erat, quum a spe, quam successus rerum augebat, minciato, deliberò di azzuffarsi quanto più presto
tum quod prius, quam jungerentur hostium potesse. Era Scipione ancor più avido di combat
exercitus, cum uno dimicare duce exercituque, tere, e per la speranza, che il buon successo delle
quam simul cum universis, malebat. Ceterum, cose gli accresceva, e specialmente perchè in
etiam si cum pluribus pariter dimicandum foret, nanzi che gli eserciti nemici si unissero, amava
arte quadam copias auxerat: mam quum vide più di cimentarsi con un solo capitano ed eserci
ret, nullum esse navium usum, quia vacua omnis to, che ad un tempo stesso con tutti. Del resto,
Hispaniae ora classibus Punicis erat, subductis anche se avesse avuto a combattere contro più
navibus Tarracone, navales socios terrestribus nemici ad un tempo, avea coll'arte accresciute le
copiis addidit. Et armorum affatim erat capto sue forze. Perciocchè, vedendo, che le navi non
rum Carthagine, et quae post captam eam fece gli erano di nessun uso, che in tutta la costa di
rat, tanto opificum numero incluso. Cum iis Spagna non si vedeva lotta Cartaginese, tiratele
copiis Scipio, veris principio ab Tarracone egres in secco a Tarracona, aggiunse alle genti di ter
sus (jam enim et Laelius redierat ab Roma, sine ra quelle di mare. Ed aveva abbastanza d'armi, e
quo nihil majoris rei motum volebat), ducere di quelle prese a Nuova-Cartagine, e di quelle,
ad hostem pergit. Per omnia pacata eunti, ut poi che fu presa, fatte fabbricare da tanto nume
cujusque populi fines transiret, prosequentibus ro di artefici tenuti rinchiusi. Con queste forze
excipientibusque sociis, Indibilis et Mandonius sul principio di primavera uscito Scipione da
cum suis copiis occurrerunt. Indibilis proutro Tarracona (ch'era già tornato da Roma Lelio,
que locutus, haudquaquam ut barbarus stolide senza il quale non volea muover cosa d'impor
incauteque, sed potius cum verecunda gravitate, tanza) le tragge alla volta del nemico. Cammi
propiorque excusanti transitionem ut necessa nando per paesi tranquilli, seguitato ed accolto
riam, quan glorianti eam velut primam occasio da gente alleata, secondo che passava pe' confini
nem raptam. « Scire enim se, transfugae nomen di ciascun popolo, vennero a farsegli incontro
exsecrabile veteribus sociis, novis suspectum colle lor forze Indibile e Mandonio. Indibile,
esse: neque eum se reprehendere morem homi parlando a nome di ambedue, non come uomo
num, si tamen anceps odium causa, non nomen,
barbaro, stolidamente e incautamente, ma piut
faciat » Merita inde sua in duces Carthaginien tosto con modesta gravità, e più a modo di scu
º commemoravit, avaritiam contra eorum su sare qual necessario il lor passaggio alla parte
Livio 2 I I
163 TITI LIVII LIBER XXVII. 104

perbiamºue, et omnis generis injurias in se atque dei Romani, che di darsi il merito di aver colta
populares. « Itaque corpus dumtaxat suum ad questa, come prima occasione che si oſſerse,
id tempus apud eos fuisse; animum jam pridem « Sapeva, disse, che il nome di disertore era ese
ibi esse, ubi jus ac fas crederent coli. Ad deos crabile agli antichi alleati, sospetto ai nuovi; nè
quoque confugere supplices, qui nequeant homi condannar egli questo sentimento, purchè il
num vim atque injurias pati. Se id Scipionem doppio odio proceda dalla cagione, e non dal no
orare, ut transitio sibi mec fraudi apud eum, me. - Indi rammentò i loro meriti verso i co
nec honori sit: quales ex hac die experiundo co mandanti Cartaginesi, e d'altra parte la costoro
gnorit, perinde operae eorum pretium faceret. - avarizia e superbia, e le ingiustizie d'ogni sorte
Ita prorsus respondet facturum Romanus; nec praticate contro di loro, e contro i lor popolani.
pro transfugis habiturum, qui non duxerint so « Non furono pertanto sino a questo dì uniti ad
cietatem ratam, ubi mec divini quidquam, nec essi, che col corpo; era il loro cuore già da gran
humani sanctum esset. Productae deinde in con tempo colà, dove stimavano aversi in conto il
spectum iis conjuges liberique lacrymantibus dritto e la giustizia. Rifuggono supplichevoli
gaudio redduntur, atque eo die in hospitium ad agli dei anche coloro, che sostener non possono
ducti. Postero die foedere accepta fides; dimis le violenze e le ingiustizie degli uomini. Prega
sique ad copias adducendas. Iisdem deinde castris vano Scipione, che non mettesse nè a merito, nè
tendebant, donec ducibus iis ad hostem perven a demerito codesto loro passaggio: quali avver
tum est, rà che da questo dì li conosca per esperienza,
tal farà giudizio e conto delle opere loro. E farà
così veramente, risponde il Romano; nè terrà
mai per disertori coloro, che non si son creduti
legati ad una società, dove nessuna cosa ne divi
ma, nè umana si rispetta. Indi, fatte venire in
presenza le mogli ed i figliuoli di ambedue, gli
rende ad essi, che si stempravano in lagrime
d'allegrezza. In quel dì alloggiarono presso Sci
pione. L'altro giorno si strinse la ſede coll'al
leanza; e congedati si mandarono a prendere le
lorgenti. Poscia fecero coi Romani un campo so
lo, sino a tanto che dietro la loro scorta si giunse
a fronte del nemico.
XVIII. Proximus Carthaginiensium exercitus XVIII. Il più vicino esercito dei Cartaginesi
Hasdrubalis prope urbem Baeculam erat: pro era quello di Asdrubale presso la città di Becula:
castris equitum stationes habebat. In eas velites aveva dinanzi al campo alcune poste di cavalleria.
antesignanique, et qui primi agminis erant, ad Contro di queste i veliti, gli scorridori e quelli
venientes ex itinere, priusquam castris locum delle prime schiere, appena giunti e innanzi di
caperent, adeo contemptim impetum fecerunt, accamparsi, scagliaronsi con così fatta baldanza,
ut facile appareret, quid utrique parti animorum che facilmente apparve qual fosse il coraggio
esset. In castra trepida fuga compulsi equites dell'una parte e dell'altra. La cavalleria fu re
sunt, signaque Romana portis prope ipsis illata: spinta spaventata nel campo, e le insegne Roma
atque illo quidem die, irritatis tantum ad cer ne s'inoltraron quasi dentro alle porte. I Roma
tamen animis, castra Romani posuerunt. Nocte ni, non altro fatto in quel dì, che aizzare gli
Hasdrubal in tumulum copias recipit, plano cam animi alla battaglia, si accamparono. La notte
po in summo patentem: fluvius ab tergo; ante Asdrubale ritira i suoi sopra un poggio, la cui
circaque velut ripa praeceps oram ejus omnem sommità si stendeva in pianura: stavagli alle
cingebat. Suberat et altera inferior submissa fa spalle un fiumc, cui dinanzi e dintorno cingeva
stigio planities: eam quoque altera crepido haud tutto un'erta ripa. Sotto quella era un'altra pia
facilior in ascensum ambibat. In hunc inferio mura più bassa, cui fasciava un altro greto niente
rem campum postero die Hasdrubal, postguam più facile a salire. In questo piano inferiore
stantem pro castris hostium aciem vidit, equites Asdrubale, il dì seguente, poi che vide l'esercito
Numidas, leviumque armorum Baliares et Afros nemico starsi di fronte al suo campo, fe discen
demisit. Scipio, circumvectus ordines signaque, dere la cavalleria de Numidi, e i Baleari, e gli
ºstendebat, « hostem, praedamnata spe aequo Africani armati alla leggera. Scipione, girando
di ricandi campo, captantem tumulos, loci fidu intorno agli ordini e alle bandiere, mostrava lo
ria, non virtutis armorumque, stare in conspe ro « il nemico, che perduta la speranza di poter
165 TITI LIVII LIBER XXVII. i Go

ctu. Sed altiora moenia habuisse Carthaginem, reggere in campo aperto, prendendo i poggi,
quae transcendisset miles Romanus: nec tumu stava loro in fronte, più per fidanza nel sito, che
los, nec arcem, ne mare quidem armis obstitisse nel coraggio e nell'armi. Ma ben ebbe Nuova
suis. Ad id fore altitudines, quae cepissent ho Cartagine mura più alte, che pur avea superate
stes, ut per praecipitia et praerupta salientes fu il soldato Romano. Non avean resistito all'armi
gerent: eam quoque se illis fugam clausurum. » loro nè i poggi, nè la rocca, nè il mare istesso.
Cohortesque duas, alteram tenere fauces vallis, I nemici avean preso quelle alture, onde fuggire
per quan deferretur amnis, jubet; alteram, viam attraverso di precipizii e di rupi, ma chiuderebbe
insidere, quae ab urbe per tumuli obliqua in loro anche quella via di fuggire. » Quindi ordi
agros ferret. Ipse expeditos, qui pridie stationes ma che due coorti, una tenga la bocca della
hostium pepulerant, ad levem armaturam, infi valle, per cui correva il fiume, l'altra si pianti
mo stantem supercilio, ducit. Per aspreta primo, sulla strada, che serpeggiando pel colle dalla
nihil aliud quam via impediti, iere: deinde, ut città mette nel campo. Egli, le genti più leste,
sub ictum venerunt, telorum primo omnis ge che il di innanzi avean cacciato il nemico dalle
neris vis ingens effusa est in eos: ipsi contra, poste, le conduce a combattere quei di leg
saxa, quae locus strata passim, omnia ferme mis gera armatura che si stavano sul ciglione più
silia, praebet, ingerere, non milites solum, sed basso. Dapprima andarono per luoghi alpestri,
etiam turba calonum immixta armatis. Ceterum, senz'altro impedimento, che quello della strada:
quamquam adscensus difficilis erat, et prope ob poi, come furono a tiro, primieramente si lanciò
ruebantur telis saxisque, assuetudine tamen suc contro di loro un nembo di giavellotti d'ogni
cedendi muros, et pertinacia animi, subierunt sorte: esssi all'incontro, nè soltanto i soldati, ma
primi. Qui, simul cepere aliquid aequi loci. ubi i saccomanni misti agli armati scagliavan sassi,
firmo consisterent gradu, levem et concursato di che aveano copia a lor piedi, quasi tutti buoni
rem hostem, atque intervallo tutum, quum pro da trarre. Del resto, benchè la salita fosse difficile,
cul missilibus pugna eluditur, instabilem eum e fossero quasi soverchiati dalle pietre e dai dar
dem ad cominus conserendas manus, expulerunt di, nondimeno e per l'abitudine di salir le mura,
loco, et cum caede magna in aciem altiori super e per la pertinacia dell'animo, primi montarono.
stantem tumulo impegere. Inde Scipio, jussis I quali, poi ch'ebbero preso alquanto del piano,
adversus mediam evadere aciem victoribus, ce dove fermare il piede, scacciarono dal luogo un
teras copias cum Laelio dividit; atque eum parte nemico, agile sì e scorridore, e difeso dalla di
dextra tumuli circumire, donec mollioris ascen stanza, quando si scaramuccia da lontano con ar
sus viam inveniret, jubet: ipse ab laeva, circuitu mi da tiro, ma non fermo, se si vien dappresso
haud magno, in transversos hostes incurrit. Inde alle mani; e lo respinsero con grande strage sino
primo turbata acies est, dum ad circumsonantem a suoi, che si stavano sul poggio superiore. Quin
undigue clamorem flectere cornua et obvertere di Scipione, ordinando che i vincitori si facessero
ordines volunt. Hoc tumultu et Laelius subiit, largo per mezzo alla schiera nemica, divide l'al
et, dum pedem referunt, ne ab tergo vulneraren tre genti tra sè e Lelio, e gli commette che giri
tur, la xata prima acies, locusque ad evadendum intorno al poggio dalla parte destra sino a tanto,
et mediis datus est; qui per tam iniquum locum, che trova la salita più dolce : egli a sinistra, fatto
stantibus integris ordinibus, elephantisque ante non lungo circuito, piomba per fianco addosso
signa locatis, numquam evasissent. Quum ab a'nemici. Quivi cominciò a scompigliarsi la lor
omni parte caedes fieret, Scipio, qui laevo cornu gente, mentre alle grida che risonavan d'intorno
in dextrum incucurrerat, maxime in nuda ho vogliono girare le lorale, e voltare gli ordini. In
stium latera pugnabat. Et jam ne fugae quidem mezzo a questo tumulto sopravvenne anche Lelio;
patebat locus: nam et stationes utrimdue Ro e mentre si ritraggono indietro per non essere
manae dextra laevaque insederant vias, et por colpiti alle spalle, la prima schiera si diradò, e
tam castrorum ducis principumque fuga clause diede quindi spazio a quei di mezzo di spingersi
rat; addita trepidatione elephantorum, quos ter oltre; il che non avrebbon potuto fare in luogo
ritos aeque atque hostes timebant, Caesa igitur tanto svantaggioso, tenendo intatti gli ordini, e
ad octo millia hominum. fermi gli elefanti collocati innanzi alle bandiere,
Facendosi da ogni parte gran macello, Scipione,
che dall'ala sinistra era corso addosso alla destra,
combatte specialmente i fianchi del nemico denu
dati. E già non restava nè anche luogo a fuggire;
perciocchè le poste Romane s'erano piantate sul
le due strade a destra ed a sinistra, e la fuga del
i 67 TITI LIVIl LlBER XXVII. i 68

comandante e dei capi dell'esercito avea chiusa


la porta del campo; aggiuntovi l'infuriare degli
elefanti, che spauriti mettean loro tanto spavento,
quanto gli stessi nemici. Restarono adunque mor
ti da otto mila nemici.
XIX. Hasdrubal, jam antequam dimicaret, pe XIX. Già Asdrubale, avanti che si combattes
cunia rapta, elephantisque praemissis, quam plu se, portato via il denaro, e mandati innanzi gli
rimos poterat de fuga excipiens, praeter Tagum elefanti, raccogliendo quanti più potè fuggitivi,
flumenad Pyrenaeum tendit. Scipio castris hostium s'era avviato di là dal Tago verso i Pirenei. Sci
potitus, quum praeter libera capita omnem prae pione, impadronitosi degli alloggiamenti nemici,
dam militibus concessisset, in recensendis captivis conceduta ai soldati, eccetto le teste libere, tutta
decem milliapeditum, duo millia equitum in venit. l'altra preda, nell' annoverare i prigioni trovò
Ex iis Hispanossine pretio omnes domum dimisit: dieci mila fanti e due mila cavalieri, de quali
Afros vendere quaestorem jussit. Circumfusa inde rimandò a casa senza prezzo tutti gli Spagnuoli.
multitudo Hispanorum, et ante deditorum, et Ordinò al questore che vendesse gli Africani.
pridie captorum, regem eum ingenti consensu Indi la moltitudine degli Spagnuoli che si erano
appellavit. Tum Scipio, silentio per praeconem già prima arresi, non che di quelli che furono
facto, « sibi maximum nomen imperatoris esse, presi il giorno innanzi, affollatasi intorno a Sci
dixit, quo se milites sui appellassent. Regium no pione, ad una voce salutollo re. Allora Scipione,
men alibi magnum, Romae intolerabile esse: re fatto intimare silenzio dal banditore, si era, disse,
galem animum in se esse si id in hominis ingenio per lui grandissimo, più ch'altro mai, il titolo
amplissimum ducerent, tacite judicarent: vocis d'imperatore, che gli avean dato i suoi soldati;
usurpatione abstinerent. - Sensere etiam barbari il titolo di re, grande altrove, era insopportabile
magnitudinem animi, cujus miraculo nominis a Roma. Se l'aver egli anima regale stiman esser
alii mortales stuperent, id ex tam alto fastigio cosa in uomo sommamente pregiabile, tacita
aspernantis. Dona inde regulis principibusque mente il pensino, ma si astengano dal far uso di
Hispanorum divisa, et ex magna copia captorum tal nome. m Conobbero anche i barbari la gran
equorum trecentos, quos vellet, eligere Indibilem dezza dell'animo di lui, che quel nome, che gli
jussit. Quum Afros venderet jussu imperatoris altri udivano con ammirazione e stupore, egli
quaestor, puerum adultum inter eos forma insi da cotanta altezza sua dispregiava. Poi divise i
gni, quum audisset regii generis esse, ad Scipio doni ai picciolire e signori della Spagna, e disse
mem misit. Quem quum percunctaretur Scipio, ad Indibile che del gran numero de cavalli pre
«quis, et cujas, et curid aetatis in castris fuisset? si trecento ne scegliesse a grado suo. Mentre che
Numidam esse, ait, Massivam populares vocare: il questore vendeva gli Africani per ordine del
orbum a patre relictum, apud maternum avum comandante, scorto tra questi un fanciullo adul
Galam, regem Numidarum, eductum, cum avun to di esimia bellezza, udito ch' egli era di stirpe
culo Masinissa, qui nuper cum equitatu subsidio regale, mandollo a Scipione. Questi avendolo in
Carthaginiensibus venisset, in Hispaniam traje terrogato a chi, e donde fosse, e perchè di quel
cisse. Probibitum propter aetatem a Masinissa, l'età si trovasse al campo, rispose egli esser Nu
munquam ante proelium iniisse. Eo die, quo pu mida, chiamarlo i suoi Massiva: lasciato orfano
gnatum cum Romanis esset, inscio avunculo, clam dal padre, essere stato allevato presso l'avolo
armis equoque sumpto, in aciem exisse: ibi pro materno Gala, re dei Numidi, e quindi tratto in
lapso equo effusum in praeceps, captum ab Ro Ispagna insieme con suo zio Masinissa, ch'era
mamis esse. ” Scipio, quum asservari Numidam venuto di fresco colla cavalleria in aiuto dei
jussisset, quae pro tribunali agenda erant, per Cartaginesi; che impedito per l'età da Masinis
agit. Inde, quum se in praetorium recepisset, vo sa, non era mai per l'innanzi uscito a battaglia ;
catum eum interrogat, « velletne ad Masinissam ma in quel dì, che s'era combattuto coi Romani,
reverti ? » Quum, effusis gaudio lacrymis, a cu preso di nascosto senza saputa dello zio un ca
pere vero, diceret; tum puero annulum aureum, vallo e l'armi, era venuto in campo: quivi, ro
tunicam lato clavo, cum Hispano sagulo et aurea vesciato giù da cavallo, era stato fatto prigione
fibula, equumque ornatum donat, jussisque pro dai Romani. » Scipione, dato ordine che il Nu
sequi, quoad vellet, equitibus dimisit. mida fosse guardato, compiè quello, che gli re
stava a fare sedendo in tribunale. Poscia, rimes
sosi nella sua tenda, fattolo chiamare, gli doman
da, « se bramava di tornare a Masinissa? ” Co
m'ebbe risposto, piangendo a dirotto per alle
169 TITI LIVII LIBER XXVII. 17o

grezza, che veramente bramava, º allora Scipione


doma al fanciullo un anello d'oro, una tunica col
lato-clavo, un mantello alla Spagnuola, una fib
bia d'oro, ed un cavallo riccamente bardato, e il
lasciò andare, fattolo scortare da cavalieri fin
dove volesse.
XX. De bello inde consilium babitum; et, XX. Indi si tenne consiglio di guerra; e pro
auctoribus quibusdam, ut confestim Hasdrubalem ponendo taluni che Scipione inseguisse subito
consequeretur, anceps id ratus, ne Mago atque Asdrubale, egli stimando esservi pericolo che
Hasdrubal cum eo jungerent copias, praesidio Magone ed Asdrubale unissero insieme le loro
tantum ad insidendum Pyrenaeum misso, ipse forze, spedito solamente un presidio a guardare
reliquum aestatis recipiendis in fidem Hispaniae il passo de' Pirenei, consumò il restante della
populis absumpsit. Paucis post proelium factum state a ricevere in amicizia i popoli della Spagna.
ad Baeculam diebus, quum Scipio, rediens jam Pochi giorni dopo la battaglia di Becula, mentre
Tarraconem, saltu Castulonensi excessisset, Has Scipione, ritornando a Tarracona, era appena
drubal Gisgomis filius et Mago imperatores ex fuori degli stretti di Castulona, Asdrubale figlio
ulteriore Hispania ad Hasdrubalem venere, serum di Giscone, e Magone, comandanti, vennero dalla
post male gestam rem auxilium ; consilio in ce Spagna ulteriore ad Asdrubale, tardo soccorso do
tera exsequenda belli haud parum opportuni. Ibi po la rotta avuta, non però fuor di tempo per
conferentibus, quid in cuiusque provinciae regio consigliarsi intorno alle altre operazioni della
me animorum Hispanis esset, unus Hasdrubal Gi guerra. Quivi conferendo insieme, qual fosse in
sgonis, ultimam Hispaniae oram quae ad Oceanum cadaun paese della Spagna la disposizione degli
et Gades vergit, ignaram adhuc Romanorum es animi, il solo Asdrubale di Giscone opinava che
se, eo que Carthaginiensibus satisfidam, censebat. l'ultima costa di Spagna, che guarda l'Oceano e
Inter Hasdrubalem alterum et Magonem consta Cadice, non avesse ancora notizia dei Romani,
bat, - beneficiis Scipionis occupatos omnium ani e quindi fosse tuttora fedele ai Cartaginesi. L'al
mos publice privatim que esse; nec transitionibus tro Asdrubale e Magone si accordavano a pensa
finem ante fore, quam omnes Hispani milites aut re, « che i benefizii di Scipione avean guadagnati
in ultima Hispaniae amoti, aut traducti in Gal gli animi di tutti e in pubblico e in privato; nè
liam forent. Itaque, etiamsi senatus Carthaginien avrebbon fine le ribellioni sino a tanto che tutti
sium non censuisset, eundum tamen Hasdrubali i soldati Spagnuoli non fossero o confinati nelle
fuisse in Italiam, ubi belli caput rerumque summa spiagge ultime della Spagna, o trasportati nella
esset; simul, ut Hispanos omnes procul ab nomi Gallia. Quindi, sebbene il senato Cartaginese non
ne Scipionis ex Hispania abduceret. Exercitum lo avesse deliberato, avrebbe dovuto Asdrubale
ejus, cum transitionibus, tum adverso proelio im andare in Italia, dov'era il centro e il forte del
minutum, Hispanis repleri militibus. Et Mago la guerra, e per trar fuori di Spagna tutti gli Spa
nem, Hasdrubali Gisgonis filio tradito exercitu, gnuoli lungi dal nome di Scipione, e per riem
ipsum cum grandi pecunia ad conducenda mer piere il suo esercito, diminuito dalle ribellioni e
cede auxilia in Baliares trajicere. Hasdrubalem dalle sconfitte, di soldati Spagnuoli; che Magone,
Gisgonis cum exercitu penitus in Lusitaniam a consegnato l'esercito ad Asdrubale, figlio di Gi
bire, nec cum Romanis manus conserere. Masinis scone, passasse con grandi somme di danaro
sae ex omni equitatu, quod roboris esset, tria alle isole Baleari ad assoldare rinforzi; che Asdru
millia equitum expleri; eumque vagum per cite bale di Giscome si mettesse coll'esercito ben ad
riorem Hispaniam sociis opem ferre, hostium op dentro nella Lusitania, nè si azzuffasse coi Roma
pida atque agros populari. » His decretis, ad ex ni; che si desse in supplemento a Masinissa tre
sequenda, quae statuerant, duces digressi. Haec mila cavalli del nerbo dell'esercito, e ch'egli,
eo anno in Hispania acta. Romae fama Scipionis scorrendo la Spagna citeriore, soccorresse gli al
in dies crescere. Fabio Tarentum captum astu leati, e saccheggiasse le città e le terre dei nemi
magis, quam virtute, gloriae tamen esse: Fulvii ci. » Prese queste determinazioni, i capitani par
senescere fama: Marcellus etiam adverso rumore tirono ad eseguirle. Questo è quello, che in quel
esse, super quam quod primo male pugnaverat, l'anno si è fatto nella Spagna. A Roma la fama
quia, vagante per Italiam Hannibale, media ae di Scipione ogni dì più cresceva. Taranto, preso
state Venusiam in tecta milites abduxisset. Ini da Fabio più coll'astuzia, che col valore, pure
micus erat ei C. Publicius Bibulus tribunus ple
gli tornava a lode. Il nome di Fulvio andava
bis Is jam a prima pugna, quae adversa fuerat, invecchiando. Contro Marcello ci era eviandio
assiduis concionibus infamem invisumque plebi qualche mala voce, perchè, oltre l'aver da prin
171 TITI LIVII LIBER XXVII. 172

Claudium fecerat, et jam de imperio abrogando cipio infelicemente combattuto, avea di mezza
ejus agebat : quum tamen necessarii Claudii ob state messi i soldati a quartieri in Venosa, mentre
tinuerunt, ut, relicto Venusiae legato, Marcellus intanto Annibale scorreva per tutta Italia. Gli
Romam rediretad purganda ea, quae inimici de era nemico Caio Publicio Bibulo, tribuno della
cernerent; nec de imperio eius abrogando, ab plebe, e già dal primo fatto che gli era stato con
sente ipso, ageretur. Forte sub idem tempus et trario, avea sempre nelle concioni diffamato
Marcellus ad deprecandam ignominiam, et Q. Claudio, e fattolo odioso alla plebe, e già si tratta
Fulvius consul comitiorum causa Romam venit. va di ritorgli il comando; se non che i di lui pa
renti ottennero, che lasciato a Venosa il suo lega
to, Marcello tornasse a Roma a purgarsi dalle
accuse degli avversarii, nè si trattasse, assente lui,
di richiamarlo. A caso in quel dì medesimi ven
nero a Roma, Marcello per isgravarsi di quel
l'onta, e il console Quinto Fulvio per tenere i
comizii.
XXI. Actum de imperio Marcelli in circo Fla XXI. La causa di Marcello fu trattata nel circo
minio est ingenti concursu plebisque et omnium Flaminio con gran concorso della plebe, e di tutti
ordinum; accusavitoſue tribunus plebis, non Mar gli ordini. Ed accusò il tribuno della plebe non il
cellum modo, sed omnem nobilitatem. « Fraude solo Marcello, ma insieme tutta la nobiltà. . Egli
eorum et cunctatione fieri, ut Hannibal decimum è avvenuto per loro frode, per loro indugio, se
jam amnum Italiam provinciam habeat: diutius Annibale da dieci anni si ritiene l'Italia; visse
ibi, quam Carthagine, viverit. Habere fructum quivi più lungo tempo, che a Cartagine. Il popo
imperii prorogati Marcello populum Romanum : lo Romano ben coglie il frutto di aver prorogato
bis caesum exercitum ejus aestiva Venusiae sub il comando a Marcello, il cui esercito sconfitto
tectis agere. » Hanc tribuni orationem ita obruit due volte passa la state a Venosa nel quartieri. ”
Marcellus commemoratione rerum suarum, ut Marcello atterrò sì fattamente questo discorso
non rogatio solum de imperio eius abrogando del tribuno col rammentare le cose, che aveva
antiquaretur, sed postero die consulem eum in fatte, che non solo si rigettò la proposta di ritor
genti consensu centuriae omnes crearent. Additur gli il comando, ma il dì appresso tutte le centurie
collega T. Quintius Crispinus, qui tum praetor con grande consentimento lo crearono console.
erat. Postero die praetores creati P. Licinius Cras Se gli aggiunse a collega Tito Quincio Crispino,
sus Dives, pontifex maximus, P. Licinius Varus, ch'era in quel tempo pretore. L'altro giorno
Sex. Julius Caesar, Q. Claudius Flamen. Comi furon creati pretori Publio Licinio Crasso Ricco,
tiorum ipsorum diebussollicita civitas de Etruriae pontefice massimo, Publio Licinio Varo, Sesto
defectione fuit. Principium ejus rei ab Arretinis Giulio Cesare, Quinto Claudio Flamine. Ne gior
fieri, C. Calpurnius scripserat, qui eam provin ni stessi de'comizii la città fu in travaglio, temen
ciam pro praetore obtinebat. Itaque confestimeo do della defezione della Toscana. Avea Caio
missus Marcellus, consul designatus, qui rem Calpurnio, ch'era vicepretorein quella provincia,
inspiceret, ac, si digna videretur, exercitu accito. scritto, che la prima mossa era venuta da quei di
bellum ex Apulia in Etruriam transferret. Eo Arezzo. Quindi fu subito colà mandato Marcello,
metu compressi Etrusci quieverunt. Tarentino eletto console, perchè esaminasse la cosa, e se gli
rum legatis pacem petentibus cum libertate ac paresse meritarlo, richiamato l'esercito, trasferis
legibus suis responsum ab senatu est, ut redirent, se la guerra dalla Puglia nella Toscana. Compresi
quum Fabius consul Romam venisset. Ludi et dal timore, che n'ebbero, i Toscani si acqueta
Romani et plebeji eo anno in singulos dies instau rono. Ai legati dei Tarentini, chiedenti la pace e
rati. Aedilescurules fuere L. Cornelius Caudinus insieme la libertà e leggi loro, fu risposto dal
et Ser. Sulpicius Galba: plebeji C. Servilius et Q. senato che tornassero, quando il console Fabio
Caecilius Metellus. Servilium negabant jure aut fosse venuto a Roma. In quell'anno si rinnova
tribunum plebis fuisse, aut aedilem esse; quod rono i giuochi Romani ed i plebei, ciascuno per
patrem ejus, quem triumvirum agrarium occisum un giorno. Furono edili curuli Lucio Cornelio
a Boiis circa Mutinam esse opinio per decem an Caudino e Sergio Sulpicio Galba, edili della
nos fuerat, vivere, atque in hostium potestate plebe Caio Servilio e Quinto Cecilio Metello,
esse, satis constabat. Negavano che Servilio fosse stato legalmente
eletto dalla plebe e fosse edile, perchè si sapeva
che il di lui padre, uno dei triumviri agrarii, di
cui da dieci anni era corsa voce che fosse stato
173 'l'ITI LIVII LIBER XXVII. 174
ucciso dai Boi sotto Mutina, vivea tuttora, ed era
in potere dei nemici.
XXII. (Anno U. C.544. – A. C. 2o8) Unde XXII. (Anni D. R. 544. – A. C. 2o8.) L'ammo
cimo anno Punici belli consulatum imierunt M. undecimo della guerra Cartaginese presero il
Marcellus quintum (ut numeretur consulatus, consolato Marco Marcello per la quarta volta (an
quem vitio creatus non gessit) et T. Quintius noverando quello che non esercitò, perchè vi fu
Crispinus. Utrisque consulibus Italia decreta pro difetto nella elezione) e Tito Quincio Crispino.
vincia est, et duo consulares prioris anni exer Ad entrambi fu assegnata l'Italia, e i due eserciti
citus (tertius tum erat Venusiae, cui M. Marcel consolari dell'anno antecedente (il terzo, già
lus praefuerat), ita utex tribus eligerent duo, quos comandato da Marco Marcello, era allora a Ve
vellent; tertius ei traderetur, cui Tarentum et nosa), così però, che dei tre si scegliessero quei
Sallentini provincia evenisset. Ceterae provin due, che più volessero; il terzo si desse a quello,
ciae ita divisae praetoribus: P. Licinio Varo ur cui fosse toccato Taranto e il paese dei Sallentini.
bana, P. Licinio Crasso pontifici maximo pere Le altre province furono ripartite ai pretori,
grina, et quo senatus censuisset; Sex. Julio Cae come segue. La pretura urbana fu data a Publio
sari Sicilia, Q. Claudio Flamini Tarentum. Pro Licinio Varo, la forestiera a Publio Licinio
rogatum imperium in annum est Q. Fulvio Flac Crasso, pontefice massimo, con che si avesse a
co, ut provinciam Capuam, quae T. Quintii prae recare, dove piacesse al senato; la Sicilia a Sesto
toris fuerat, cum una legione obtineret. Proro Giulio Cesare, a Quinto Claudio Flamine Taran
gatum et C. Hostilio Tubulo est, ut pro praetore to. Si prorogò il comando per un anno a Quinto
in Etruriam ad duas legiones succederet C. Cal Fulvio Flacco, perchè con una legione tenesse
purnio: prorogatum et L. Veturio Philoni est, Capua, dov'era il pretore Tito Quincio, e si
pro praetore Galliam eamdem provinciam cum prorogò parimenti a Caio Ostilio Tubulo, accioc
iisdem duabus legionibus obtineret, quibus prae chè succedesse vicepretore in Toscana a Caio
tor ob tinuisset. Quod in L. Veturio, idem in C. Calpurnio nel comando di due legioni; e così fu
Aurunculejo decretum ab senatu, latumque de prorogato a Lucio Veturio Filone, acciocchè vi
prorogando imperio ad populum est, qui praetor cepretore tenesse la Gallia con le due medesime
Sardiniam provinciam cum duabus legionibus ob legioni, con cui l'avea tenuta pretore. Quello che
tinuerat: additae ei ad praesidium provinciae il senato decretò per Lucio Veturio, quello fu
quinquaginta naves, quas P. Scipio ex Hispania pur decretato per Caio Arunculeio, e fu propo
misisset. Et P. Scipioni, et M. Silano, suae Hispa sto al popolo, che gli si prorogasse il comando
niae, suique exercitus in annum decreti. Scipio della Sardegna con le due legioni, che aveva
ex octoginta mavibus, quas aut secum ex Italia ad avute: se gli aggiunsero a rinforzo cinquanta na
ductas aut captas Carthagine habebat, quinqua vi, che Scipione avea mandate di Spagna. E si
ginta in Sardiniam transmittere jussus, quia fama assegnarono per un anno a Publio Scipione e a
crat, magnum navalem apparatum eo anno Car Marco Silano le loro Spagne e i loro eserciti.
lhagine esse; ducentis navibus omnem oram lta Delle ottanta navi, che Scipione avea o seco
liae, Siciliaeque, ac Sardiniae impleturos. Et in tratte dall' Italia, o prese a Nuova-Cartagine
Sicilia ita divisa res est. Sex. Caesari exercitus ebbe ordine di mandarne cinquanta in Sardegna,
Cannensis est datus: M. Valerius Laevinus (ei quo perchè era fama, che si facesse in Cartagine
que enim prorogatum imperium est) classem, quae grande apparato navale, e con dugento legni
ad Siciliam erat, navium septuaginta obtineret: avrebbono empiute tutte le coste d'Italia, e di
adderet eo triginta naves, quae ad Tarentum Sicilia, e di Sardegna. Ed in Sicilia s'era fatto
priore anno fuerant: cum ea centum navium questo ripartimento. L'esercito di Canne fu dato
classe, si videretur ei praedatum in Africam traji a Sesto Cesare; che Marco Valerio Levino (chè fu
ceret. Et P. Sulpicio, ut eadem classe Macedo a lui pure continuato il comando) avesse la flotta
miam Graeciamdue provinciam haberet, proro di settanta navi, ch'era in Sicilia; e vi si aggiun
gatum in annum imperium est. De duabus, quae gesse le trenta navi, ch'erano state a Taranto
ad urbem Romam fuerant, legionibus nihil mu l'anno innanzi: con questa armata di cento le
tatum : supplementum, quo opus esset, scriberent gni, se gli paresse, passasse a depredare l'Africa.
consules permissum. Una et viginti legionibus eo Si prorogò il comando per un anno anche a Pu
anno defensum imperium Romanum est. Et P. blio Sulpicio, acciocchè colla sua flotta tenesse la
Licinio Varo praetori urbis negotium datum, Macedonia e la Grecia. Non si fe nessun can
- ut naves longastriginta veteres reficeret, quae giamento quanto alle due legioni, ch'erano pres
Cstiae erant, et viginti novas naves sociis navali so a Roma: i consoli levassero quel supplemento,
bus impleret; ut quinquaginta navium classe o che abbisognasse. Il Romano impero fu in quel
i 75 TITI LIVII LIBER XXVII. 176

rammaris vicinam urbi Romanae tueri posset. » l'anno difeso con vent' una legione. E fu com
C. Calpurnius vetitus ab Arretio movere exerci messo a Publio Licinio Varo pretore urbano,
tum, misi quum successor venisset. Idem et Tu « che racconciasse le trenta vecchie navi grosse,
bulo imperatum, ut inde praecipue caveret, ne ch'erano ad Ostia, ed altre venti nuove ne for
qua nova consilia caperemtur. nisse di gente, onde con una flotta di cinquanta
legni potesse difendere tutta la costa marittima
vicina a Roma. » A Caio Calpurnio fu vietato
muover l'esercito da Arezzo, se prima non fosse
venuto il successore. Lo stesso fu ordinato a Tu
bulo, e sopra tutto badasse, che da quella parte
non si machinasse qualche novità.
XXIII. Praetores in provincias profecti: con XXIII. I pretori andarono alle loro province.
sules religio tenebat, quod, prodigiis aliquot nun I consoli erano trattenuti da motivi di religione,
ciatis, non facile litabant. Et ex Campania nun perciocchè, annunziati parecchi prodigii, l'espia
ciata erant, Capuae duas aedes, Fortunae et Mar zione non riusciva a dovere. Dalla Campania era
tis, et sepulcra aliquot de coelo tacta. Cumis stato riferito, che a Capua il fulmine avea colpito
(adeo minimis etiam rebus prava religio inserit i due tempii della Fortuna e di Marte, ed alcuni
deos) mures in aede Jovis aurum rosisse. Casini sepolcri, che a Cuma (così la superstizione me
examen apium ingens in foro consedisse; et O scola gli dei anche nelle cose più meschine) nel
stiae murum portamque de coelo tactam. Caere tempio di Giove i topi aveano roso l'oro; che
vulturium volasse in aedem Jovis: Volsiniis san a Casino uno sciame grande di api s'era fermato
guine lacum manasse. Horum prodigiorum causa in sulla piazza; che il muro e la porta di Ostia
diem unum supplicatio fuit. Per dies aliquot ho erano stati fulminati; che a Cere un avoltoio era
stiae majores sine litatione caesae, diuque non volato nel tempio di Giove; che ne' Vulsini il
impetrata pax deim. In capita consulum, repu lago era corso sangue. A motivo di questi prodigii
blica incolumi, exitiabilis prodigiorum eventus ci furono precipubbliche per un giorno. S'im
vertit. Ludi Apollinares, A. Fulvio, Ap. Claudio molarono per alquanti di vittime maggiori, ma
consulibus, a P. Cornelio Sulla praetore urbis senza buon effetto; e scorse assai tempo innanzi
primum facti erant. Inde omnes deinceps prae che gli dei si placassero. L'infausto evento dei
tores urbani fecerant: sed in unum annum vove prodigii si rovesciò sul capo dei consoli, salva
bant, dieque incerta faciebant. Eo anno pestilen la repubblica. I giuochi Apollinari erano stati
tia gravis incidit in urbem agrosque ; quae ta celebrati la prima volta dal pretore Publio Cor
men magis in longos morbos, quam in pernicia nelio Silla, sotto il consolato di Quinto Fulvio e
les, evasit. Ejus pestilentiae causa et supplicatum di Appio Claudio. D'indi in poi tutti i pretori
per compita tota urbe est, et P. Licinius Varus urbani gli aveano celebrati; ma ne faceano il voto
praetor urbis legem ferread populum jussus, ut hi ogni anno, e non li celebravano in giorno deter
ludi in perpetuum in statam diem voverentur. minato. In quest'anno grave pestilenza assalì
Ipse primus ita vovit, fecit Iue ante diem tertium Roma e il contado; riuscì piuttosto in lunghe,
Nonas Quinctiles. Is dies deinde solemnis servatus. che in mortali malattie. Per questa pestilenza si
fecero processioni per tutte le contrade di Roma;
e Publio Licinio Varo, pretore urbano, ebbe or
dine di proporre al popolo che questi giuochi
si dovessero votivamente celebrare in perpetuo
in un dì determinato. Primo egli ne fece il voto,
e li celebrò i cinque di Luglio. Questo giorno
fu in appresso ritenuto sempre solenne.
XXIV. De Arretinis et fama in dies gravior, XXIV. Dagli Aretini ogni dì più crescevano
et cura crescere Patribus. Itaque C. Hostilio scri le male nuove, e con esse il pensiero de'Padri.
ptum est, ne differret obsides ab Arretinis acci Fu dunque scritto a Caio Ostilio, che non tar
pere; et, cui traderet Romam deducendos, C. dasse a pigliare ostaggi da loro; e si mandò Caio
Terentius Varro cum imperio missus: qui ut ad Terenzio Varrone, cui li consegnasse per tradurli
venit, extemplo Hostilius legionem unam, quae a Roma. Giunto Varrone, Ostilio subito comandò
ante urbem castra habebat, signa in urbem ferre che la legione, la quale era accampata presso la
jussit, praesidiaquelocis idoneis disposuit; tum porta, entrasse in città, e dispose guardie me luo
in foro citatis senatoribus obsides impetravit. ghi opportuni; poi, citati i senatori a comparire
Quum senatus biduum ad considerandum peteret in piazza, comandò loro gli ostaggi. Il senato
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-

tempus, aut ipsos extemplo dare, aut se postero chiedendo il tempo di due giorni per deliberare,
die senatorum omnes liberos sumpturum, edixit. intimogli o di consegnarli immantinente, o che
Inde portas custodire iussi tribuni militum, prae il dì prossimo avrebbe preso tutti i figliuoli dei
fectique sociùm et centuriones, ne quis nocte senatori; indi commise ai tribuni dei soldati,
urbe exiret. Id segnius negligentiusque factum: ai capitani degli alleati ed ai centurioni, che cu
septem principes senatus, priusquam custodiae in stodissero le porte, sì che la notte nessuno uscisse
portis locarentur, ante noctem cum liberis evase di città. L'ordine fu eseguito con tardanza e
runt. Postero die luce prima, quum senatus in negligenza: sette del principali senatori, innanzi
forum citari coeptus esset, desiderati, bona que che le guardie fossero messe alle porte, la notte
eorum venierunt. A ceteris senatoribus centum scamparono col figliuoli. Il dì seguente, sul far
viginti obsides, liberi ipsorum, accepti, traditi del giorno, quando si cominciò a citare il senato
que C. Terentio Romam deducendi. Is omnia in piazza, si trovarono non comparsi, e si ven
suspectiora, quam ante fuerant, in senatu fecit. dettero i loro beni. Dagli altri senatori s'ebbero
Itaque, tamquam imminente Etrusco tumultu, le cento e venti ostaggi, loro figliuoli, e si conse
gionem alteram ex urbanis Arretium ducere jus gnarono a Caio Terenzio da tradursi a Roma.
sus ipse C. Terentius, eamque habere in praesi Questi in senato rendette le cose vieppiù sospette,
dio urbis. C. IIostilium cum cetero exercitu pla che non erano innanzi. Quindi, quasi fosse im
cet totam provinciam peregrare, et cavere, ne minente una sommossa nella Toscana, lo stesso
qua occasio novare cupientibus res daretur. C. Caio Terenzio ebbe ordine di condurre ad Arezzo
Terentius, ut Arretium cum legione venit, cla l'altra legione urbana, e di guardar con essa
ves portarum quum magistratus poposcisset, ne quella città. Si volle, che coll'altro esercito Caio
gantibus iis comparere, fraude amotas magisra Ostilio scorresse tutta la provincia, e badasse
tus, quam negligentia intercidisse, ipse alias che non si desse occasione alcuna a chi bramava
claves omnibus portis imposuit; cavitdue cum fare novità. Caio Terenzio, come fu giunto colla
cura, ut omnia in potestate sua essent. BIostilium legione in Arezzo, avendo chiesto ai magistrati
intentius monuit, ut in eo spem, non moturos le chiavi delle porte, negando essi che ci fossero,
quidquam Etruscos, poneret, si, ne quid moveri e stimando che mancassero più per frode, che
posset, cavisset. per negligenza, ne fece mettere altre nuove; e
guardò bene di aver ogni cosa in suo potere, ed
ammonì accuratamente Ostilio, che allora solo
sperasse che i Toscani non si sarebber mossi,
quand'egli avesse ben provveduto, che non si
potessero muovere.
XXV. De Tarentinis inde magna contentione KXV. Indi si trattò in senato dei Tarentini
in senatu actum coram Fabio, defendente ipso, con molto calore alla presenza di Fabio, difen
quos ceperatarmis, aliis infensis, et plerisque ae dendo egli stesso quelli, che avea soggiogati col
quantibus eos Campanorum noxae poenaeque. l'armi, gli altri accusandoli, e i più pareggiandoli
Senatusconsultum in sententiam M.'Acilii factum nella colpa e nella pena ai Campani. Il senato
est, ut oppidum praesidio custodiretur, Taren decretò, secondo la proposta di Manio Acilio, che
tinique omnes intra moenia continerentur: res si guardasse Taranto con presidio, e che i Taren
integra postea referretur, quum tranquillior sta tini si tenessero dentro le mura; che si ripropo
ius Italiae esset. Et de M. Livio, praefecto arcis nesse poi la cosa nella sua integrità, quando lo
Tarentinae, haud minore certamine actum est, stato d'Italia fosse più tranquillo. Nè con minor
aliis senatuscontulto notantibus praefectum, quod contenzione si trattò di Marco Livio, prefetto
ejus socordia Tarentum proditum hosti esset; della rocca Tarentina, altri volendo colpirlo con
aliis praemia decernentibus, quod per quinquen decreto del senato, perchè per di lui negligenza
nium arcem tutatus esset, maximeque unius ejus Taranto s'era dato ai nemici; altri anzi decre
opera receptum Tarentum foret; mediis ad cen
tandogli premi, perchè ne avesse difesa la rocca
sores, non ad senatum, notionem de eo pertinere per cinque anni, e specialmente perchè s'era ri
dicentibus; cujus sententiae et Fabius fuit. Adje cuperato Taranto per di lui opera sola, quei del
cit tamen a fateri se, opera Livii Tarentum rece medio parere dicendo, che la cognizione di ciò
ptum, quod amici eius vulgo in senatujactassent; spettava ai censori, non al senato; del qual parere
neque enim recipiundum fuisse, misi amissum fu anche Fabio. Aggiunse però, a confessaregli,
foret. " Consulum alter T. Quintius Crispinus che Taranto s'era ricuperato per opera di Livio,
ad exercitum, quem Q. Fulvius Flaccus habue come gli amici di lui gliene davano vanto in
rat, cum supplemento in Lucanos est profectus. senato; perciocchè non si sarebbe ricuperato,
Livio 2
TITI LIVII LIBER XXVII. 18o
179

Marcellum aliae atque aliae objectae animo reli se non si fosse perduto. » Tito Quincio Crispino,
giones tenebant: in quibus, quod, quum bello uno de'consoli, andò ne' Lucani col supplemento
Gallico ad Clastidium aedem Honori et Virtuti all'esercito, ch'era stato di Quinto Fulvio Flacco.
vovisset, dedicatio eius pontificibus impediebatur; Marcello era ritenuto ora da questo scrupolo, ora
quod megabant, unam cellam duobus recte dedi da quello; tra quali, che avendo nella guerra
cari, quia, si de coelo tacta, aut prodigii aliquid Gallica presso a Clastidio fatto voto di un tempio
in ea factum esset, difficilis procuratio foret, quod all'Onore ed alla Virtù, i pontefici ne impedivano
utri deo res divina fieret, seiri non posset; neque la dedicazione, sostenendo, che non si potesse
enim duobus, nisi certis, deis rite una hostia fieri. debitamente dedicare una sola e stessa cella a due
Ita addita Virtutis aedes approperato opere; ne dei diversi, perchè se fosse colpita da fulmine, o
que tamen ab ipso aedes eae dedicatae sunt. Tum le accadesse altro prodigio, l'espiazione riusci
demum ad exercitum, quem priore anno Venu rebbe difficile, non potendosi sapere a qual dio
siae reliquerat, cum supplemento proficiscitur. convenisse sagrificare; perciocchè non si offre
Locros in Bruttiis Crispinus oppugnare conatus, debitamente una sola vittima a due dei, se non è
quia magnam famam attulisse Fabio Tarentum dichiarato a qual dei due. Quindi fu aggiunto
rebatur, omne genus tormentorum machimarum un altro tempio alla Virtù con lavoro molto
que ex Sicilia arcessierat; et naves indidem ac affrettato; nondimeno nessuno di que tempii fu
citae erant, quae vergentem ad mare partem ur dedicato da lui. Finalmente andò col supplemento
bis oppugnarent. Ea omissa oppugnatio est, quia all'esercito, che l'anno innanzi avea lasciato a
Lacinium Hannibal admoverat copias; et collegam Venosa. Crispino, provatosi a combatter Locri
eduxisse jam ab Venusia exercitum fama erat, ne' Bruzii, perchè si stimava che la presa di Ta
cui conjungi volebat. Itaque in Apuliam ex Brut ranto recata avesse gran fama a Fabio, avea fatto
tiis reditum, et inter Venusiam Bantiamoue, mi venire di Sicilia ogni maniera di macchine e
nus trium millium passuum intervallo, consules stromenti bellici; e si erano chiamate anche ma
binis castris consederant. In eamdem regionem vi, che battessero la parte della città, che guarda
et Hannibal rediit, averso ab Locris bello. Ibi il mare. Fu abbandonata questa impresa, perchè
ambo consules, ingenio feroces, prope quoti Annibale s'era accostato colle genti a Lacinio, e
die in aciem exire; haud dubia spe, si duobus correva la voce, che il suo collega avesse di già
exercitibus consularibus junctis commisisset sese tratto fuor di Venosa l'esercito, al quale voleva
hostis, debellari posse. unirsi. Dai Bruzii adunque si fe” ritorno alla Pu
glia, ed i consoli aveano piantato i due campi tra
Venosa e Banzia, distanti l'uno dall'altro meno
di tre miglia. Anche Annibale, stornata la guerra
daLocri,tornossi a quello stesso paese. Quivi i due
consoli, di natura fieri, quasi ogni giorno usci
vano a battaglia, con la non dubbia speranza, se
il nemico si cimentasse con due eserciti consolari
insieme uniti, che si potesse por fine alla guerra.
XXVI. Hannibal quia cum Marcello bis priore XXVI. Annibale, poi che l'anno innanzi az
anno congressus vicerat victusque erat, ut, cum zuffatosi due volte con Marcello, era stato e vin
eodem si dimicandum foret, mec spem, nec metum citore e vinto, siccome, se avesse a combattere
ex vano haberet; ita duobus consulibus haudqua nuovamente con lui, non avea più ragione di
mam sese parem futurum credebat: itaque, totus sperare, che di temere, così d'altra parte non
in suas artes versus, insidiis locum quaerebat. Le credeva di poter esser pari ai due consoli uniti;
via tamen proelia inter bina castra vario eventu quindi, voltosi tutto alle arti sue, cercava luogo
fiebant; quibus quum extrahi aestatem posse con alle imboscate. Pur si facean leggere scaramucce
sules crederentmihilominusoppugnari Locrospos tra i due campi con vario evento, colle quali sti
serati, L. Cincio, ut ex Sicilia Locros cum classe mando i consoli di trarre in lungo la guerra,
traiceret, scribunt. Et, ut ab terra quoque oppu e nondimeno sperando di poter eviandio prender
gnari moenia possent, ab Tarento partem exercitus Locri, scrivono a Lucio Cincio, che dalla Sicilia
qui in praesidio erat, duci eo jusserunt. Ea ita fu passasse a Locri colla flotta. E per batter le mura
tura per quosdam Thurinos compertum Hanni anche dalla parte di terra, ordinarono che si
bali quum esset, mittit ad insidendam ab Tarento mandasse colà parte dell'esercito, ch'era di pre
via n. 1bi sub tumulo Peteliae tria millia equitum, sidio a Taranto. Avendo Annibale ciò saputo
Pelitun duo in occulto locata: in quae inexplo da alcuni Turini, spedisce genti a mettersi sulla
ºatº euntes Romani quum incidissent, ad duo mil strada di Taranto. Quivi furono appostati sotto
18 i TITI LIVII LIBER XXVII. 18a

lia armatorum caesa, mille quingenti ferme vivi il colle di Petelia tre mila cavalli e due mila
capti: alii dissipati fuga per agros saltusque Ta fanti; ne' quali essendosi per la via abbattuti
rentum rediere. Tumulus erat silvestris inter inavvertitamente i Romani, ne furono tagliati
Punica et Romana castra, ab neutris primo occu a pezzi da due mila, e mille dugento fatti pri
patus; quia Romani, qualis pars ejus, quae ver gioni: gli altri dispersi, fuggendo per campi
geret ad hostium castra esset, ignorabant: Han e boschi, tornarono a Taranto. Tra il campo
mibal insidiis, quam castris, aptiorem eum cre Cartaginese ed il Romano v'era un poggio sel
diderat. Itaque nocte ad id missas aliquot Nu vatico, dapprima non occupato da nessuno,
midarum turmas medio in saltu condiderat, quo perchè i Romani ignoravano qual ne fosse la
rum interdiu nemo ab statione movebatur, ne aut parte, che guardava l'accampamento Romano;
arma, aut ipsi procul conspicerentur. Fremebant ed Annibale lo avea stimato luogo più atto a tes
vulgo in castris Romanis, occupandum eum tu sere agguati, che ad alloggiarvi. Quindi la notte,
mulum esse, et castello firmandum ; nec, si occu speditevi alcune bande di Numidi, le aveva oc
patus ab Hannibale foret, velut in cervicibus ha cultate nel mezzo della boscaglia, nessun de'quali
berent hostem. Movit ea res Marcellum, et colle di giorno si moveva dal luogo, per non essere di
gae, « Quin imus, inquit, ipsi cum equitibus pau lontano veduti nè essi, nè l'armi loro. Nel campo
cis exploratum ? Subjecta res oculis nostris cer Romano non altro si mormorava, se non che
tius dabit consilium. º Consentiente Crispino, conveniva occupare quel poggio, e fortificarlo,
cum equitibus ducentis et viginti, ex quibus qua per non avere, se occupato fosse da Annibale,
draginta Fregellani, ceteri Etrusci erant, profi il nemico quasi sul collo. Mosse questa osserva
ciscuntur. Secuti M. Marcellus, consulis filius, et zione Marcello, e disse al collega, « Perchè non
A. Manlius, tribuni militum ; simul et duo pre andiamo noi stessi con pochi cavalli a riconoscere
fecti sociùm, L. Arennius et M.'Aulius. Immolasse il luogo ? La cosa veduta dagli occhi nostri ci
eo die quidam memoriae prodidere consulem Mar darà consiglio più sicuro. Consentendo Crispi
cellum, et, prima hostia caesa, jecur sine capite no, partono con dugento e venti cavalli, qua
inventum ; in secunda omnia comparuisse, quae ranta, ch'erano Fregellani, gli altri Toscani.
assolent, auctum etiam visum in capite: mec id Seguitaronli Marco Marcello, figliuolo del con
sane aruspici placuisse, quod, secundum trunca sole, ed Aulo Manlio, tribuni de soldati, e insic
et turpia exta, mimis laeta apparuissent. me due prefetti degli alleati, Lucio Arennio e
Manio Aulio. Alcuni hanno scritto, che il console
Marcello aveva in quel giorno sagrificato, e che,
sparata la prima vittima, si trovò il fegato senza
testa; nella seconda poi tutto, come al solito:
anzi che la testa del fegato era comparsa grande
più dell'ordinario; non però essere piaciuto al
l'aruspice, che dopo le interiora monche e sparute,
ne fossero apparse di troppo belle.
XXVII. Ceterum consulem Marcellum tanta XXVII. Marcello del resto era preso da tanta
cupiditas tenebat dimicandi cum Hannibale, ut smania di combattere con Annibale, che non gli
numquam satis castra castris collata crederet. Tum pareva mai di accostare abbastanza campo a cam
quoque vallo egrediens signum dedit, ut ad lo po. Anche allora uscendo dallo steccato diede
cum miles esset paratus, ut, si collis, in quem spe il segno a soldati, che si stessero pronti al loro
culatum irent, placuisset, vasa colligerent, ac se posto, onde se il poggio, che andavano a ricono
querentur. Exiguum campi ante castra erat: inde scere, fosse piaciuto, raccogliessero i bagagli
in collem aperta undigue et conspecta ferebat via. e lo seguitassero. Era davanti al campo un po' di
Numidis speculator, nequaquam in spem tantae pianura, donde la strada da ogni parte aperta
rei positus, sed si quos vagos, pabuli aut ligno e veduta metteva al colle. Una vedetta, posta
rum causa longius a castris progressos possent ex quivi non per la speranza di così grande succes
cipere, signum dat, ut pariter ab suis quisque la so, ma per cogliere qualche Romano, se a caso
tebris exorirentur. Non ante apparuere, quibus vagando si allontanasse dal campo per foraggio
obviis ab jugo ipso consurgendum erat, quam o per legne, dà il segnale ai Numidi che tutti
circumiere, qui a tergo includerent viam. Tum ad un tempo escano fuori, ciascuno dai loro
undigue omnes exorti, et clamore sublato impe nascondigli. Quegli, che dal giogo doveano farsi
tum fecere. Quum in ea valle consules essent, ut incontro a Romani, non si scorsero prima che
neque evadere possent in jugum occupatum ab gli altri avessero fatto il giro, per tagliar loro
hoste, nec receptum ab tergo circumventi habe alle spalle la strada. Allora, levatisi tutti da ogni
i 8,3 TITI LIVII LIBER XXVII. 184

rent; extrahi tamen diutius certamen potuisset, parte, e messo un grido, furono addosso ai nostri.
mi coepta ab Etruscis fuga pavorem ceteris inje Trovandosi i consoli in quella valle in modo da
cisset. Non tamen omisere pugnam deserti ab non potere nè prendere il poggio, nè circondati
Etruscis Fregellani, donec integri consules hor alle spalle ritirarsi, pur si avrebbe potuto pro
tando, ipsique ex parte pugnandorem sustinebant. lungare la pugna, se i Toscani, primi a fuggire,
Sed, postduam vulneratos ambo consules, Mar non avessero messo lo spavento negli altri. Non
cellum etiam transfixum lancea prolabentem ex dimeno i Fregellani, benchè abbandonati dai
equo moribundum videre, tum et ipsi (perpauci Toscani, non cessarono di combattere sino a tan
autem supererant) cum Crispino consule duobus to che i consoli, illesi confortando, ed essi stessi
jaculis icto, et Marcello adolescente, saucio et ipso combattendo, sostentarono la pugna. Ma come
eſfugerunt. Interfectus A. Manlius tribunus mi videro ambedue i consoli feriti, Marcello anche
litum, et ex duobus praefectis sociùm M.' Aulius trapassato da una lancia moribondo cader da ca
occisus, L. Arennius captus. Et lictores consulum vallo, allora essi pure fuggirono (ed erano rimasi
quinque vivi in hostium potestatem venerunt: pochissimi) col console Crispino colpito da due
ceteri aut interſecti, aut cum consule effugerunt: giavellotti, e col giovanetto Marcello, ferito anche
equites tres et quadraginta, aut in proelio, aut esso.1 Restò morto Aulo Manlio tribuno de'sol
in fuga, ceciderunt, duodeviginti vivi capti. Tu dati, e dei due prefetti degli alleati Manio Aulio,
multuatum et incastris fuerat, ut consulibus irent preso Lucio Arennio. Vennero in mano de'nemici
subsidio, quum consulem et filium alterius con anche cinque littori de'consoli; gli altri o furono
sulis saucios, exiguasque infelicis expeditionis re uccisi, o fuggirono col console. Caddero qua
liquias ad castra venientes cernunt. Mors Mar rantatrè cavalieri o nella mischia o nella fuga;
celli quum alioqui miserabilis fuit, tum quod diciotto furon presi vivi. Si era destato gran
mec pro aetate (major jam enim sexaginta annis movimento nel campo per andare a soccorrere
erat) neque pro veteris prudentia ducis, tam im i consoli, quando vedono arrivare un console e
provide se collegamdue, et prope totam rempu il figliuolo dell'altro console feriti, e i pochi
blicam, in praeceps dederat. Multos circa uman avanzi dell'infelice spedizione. La morte di Mar
rem ambitus fecerim, si quae de Marcelli morte cello, d'altronde degna di pianto, lo fu special
variant auctores, omnia exsequi velim. Ut omit mente per aver egli in onta all'età sua (che già
tam alios, L. Coelius triplicem rei gestae ordinem oltrepassava i sessant'anni), in onta alla prudenza
edit: unam traditam fama; alteram scriptam lau di vecchio capitano, sì sconsideratamente tratto
datione filii, qui rei gestae interfuerit; tertiam, a perdizione sè, il collega, e quasi tutta la repub
quam ipse pro inquisita ac sibi comperta affert. blica. Dovrei troppo rigirarmi intorno ad una
Ceterum ita fama variat, ut tamen plerique loci cosa stessa, se riferir volesse tutto quello, che
speculandi causa castris egressum ; omnes insidiis variamente scrissero autori della morte di Mar
circumventum tradant. cello. Per lasciare gli altri, Lucio Celio narra
l'ordine del fatto in tre modi: uno tramandato
dalla fama; l'altro qual è scritto nell'elogio reci
tato dal figlio, che si trovò presente; il terzo,
ch'egli dà come investigato da lui ed avverato.
La fama del resto varia, in guisa però, che la
maggior parte lo fa uscito dal campo per una
ricognizione, tutti avviluppato in una imboscata,
XXVIII. Hannibal, magnum terrorem hosti XXVIII. Annibale, stimando di aver messo
bus, morte consulis unius, vulnere alterius, in gran terrore nei nemici colla uccisione di un
jectum esse ratus, ne cui deesset occasioni, castra console, e la ferita di un altro, per non perdere
in tumulum, in quo pugnatum erat, extemplo alcuna occasione, trasferisce subito il campo al
transfert. lbi inventum Marcelli corpus sepelit. poggio, dove s'era combattuto. Quivi, trovato
Crispinus, et morte collegae, et suo vulnere ter il corpo di Marcello, lo fa seppellire. Crispino,
ritus, silentio insequentis noctis profectus, quos atterrito dalla morte del collega e dalla propria
proximos manctus est montes, in iis loco alto et ferita, partito nel silenzio della notte susseguente,
tuto undigue castra posuit. Ibiduo duces sagaci si accampò ne' più vicini monti, che incontrò, in
ter moti sunt, alter ad inferendam, alter ad ca luogo alto e da ogni parte sicuro. Quivi i due
vendam fraudem. Annulo Marcelli simul cum capitani nemici si condussero assai sagacemente,
corpore Hannibal potitus erat: ejus signi errore l'uno nel macchinare, l'altro nello schivare gli
ne cui dolus necteretur a Poemo, metuens Crispi inganni. Annibale s'era impadronito col corpo
nus, circa civitates proximas miserat nuncios: anche dell'anello di Marcello. Temendo Crispino,
185 TITI LIVII LIBER XXVII. 186

occisum collegam esse, annuloque ejus hostem che il Cartaginese con quel sigillo non inducesse
potitum, ne quibus literis crederent nomine Mar in errore qualcheduno, avea mandato avviso per
celli compositis. Paullo ante hic nuncius consulis le vicine città, che il suo collega era stato ucciso,
Salapiam venerat, quum literae ab Hannibale al e che il nemico ne avea nelle mani l'anello; non
latae sunt, Marcelli nomine compositae: «Se prestassero fede a lettere scritte a nome di Mar
nocte, quae diem illum secutura esset, Salapiam cello. Poco innanzi era venuto a Salapia questo
venturum. Parati milites essent, qui in praesidio messo del console, quando giunsero lettere da
erant, si quo opera eorum opus esset. - Sensere Annibale scritte a nome di Marcello; « ch'egli
Salapitani fraudem, et ab ira, non defectionis la notte appresso sarebbe venuto a Salapia: stes
modo, sed etiam equitum interfectorum, rati oc sero pronti i soldati, ch'erano di presidio, se
casionem supplicii peti, remisso retro nuncio occorresse valersi in alcun che dell'opera loro. »
(perfuga autem Romanus erat), ut sine arbitro Si accorsero i Salapiani della frode, e stimando
milites, quae vellent, agerent, oppidanos per mu che Annibale cercasse occasione di vendicarsi di
ros urbisque opportuna loca in stationibus dispo loro, per lo sdegno non solamente di lor ribel
nunt; custodias vigiliasque in eam noctem inten lione, ma eviandio de'suoi cavalieri uccisi, riman
tius instruunt. Circa portam, qua venturum dato indietro il messo (era un disertore Romano),
hostem rebantur, quod roboris in praesidio erat, acciocchè i soldati senza testimonii facessero
opponunt. Hannibal quarta vigilia ferme ad ur quello, che si voleva, dispongono i terrazzani
bem accessit. Primi agminis erant perfugae Ro per le mura e ne' luoghi opportuni della città,
manorum, et arma Romana habebant. Ii, ubi ad e fanno fare quella notte sentinelle e veglie più
portam est ventum, latine omnes loquentes exci diligenti. Intorno alla porta, per cui pensavano
tant vigiles, aperirique portamjubent: consulem che il nemico venisse, appostano il miglior nerbo
adesse. Vigiles, velut ad vocem eorum excitati, del presidio. Annibale verso la quarta veglia del
tumultuari, trepidare, moliri portam; cataracta la notte si accostò alle mura. Quei della prima
dejecta clausa erat: eam partim vectibus levant, schiera eran disertori Romani, ed erano armati
partim funibus subducunt in tantum altitudinis, alla Romana. Costoro, come furon presso alla
ut subire recti possent. Vixdum satis patebat iter, porta, parlando tutti latino, svegliano le senti
quum perfugae certa tim ruunt per portam ; et nelle, e intimano che la porta si apra; esservi
quum sexcenti ferme intrassent, remisso fune, il console in persona. Le sentinelle, quasi riscosse
quo suspensa erat cataracta magno sonitu cecidit. alla voce de' suoi, darsi gran movimento, affac
Salapitani, alii perfugas negligenter ex itinere cendarsi, agitar la porta. La saracinesca, caduta,
suspensa humeris, utinter pacatos, gerentes arma, la chiudeva ; parte la levano colle stanghe, parte
invadunt; alii e turri eius portae murisque saxis, in su la tirano con le funi a tanta altezza, che
sudibus, pilis, absterrent hostem. Ita inde Han potessero ritti passarvi sotto. Appena s'era fatto
nibal suamet ipse fraude captusabiit; profectusque bastante spazio, i disertori a gara si lancian den
ad Locrorum solvendam obsidionem, quam Cin tro, ed essendone entrati da seicento, la saraci
cius summa vi, operibus tormentorumque omni nesca, lasciata andare la fune, che la teneva so
genere ex Sicilia advecto, oppugnabat. Magoni, spesa, cadde con gran fracasso. I Salapitani, altri
jam haud ferme fidenti retenturum defensurum assaltano i disertori, che, come si suole in cam
que se urbem, prima spes, morte nunciata Mar mino, portavan l'armi negligentemente alle spal
celli, affulsit. Secutus inde nuncius, Hannibalem, le, quasi tra gente amica; altri dalla torre sopra
Numidarum equitatu praemisso, ipsum, quantum la porta e dalle mura con sassi, con pali e giavel
accelerare posset, cum peditum agmine sequi. lotti travagliano il nemico. Così Annibale di là
Itaque ubi primum Numidas edito e speculis si partissi, colto dalla sua frode medesima, e an
gno adventare sensit, et ipse, patefacta repente dossene a sciogliere l'assedio di Locri, che Cincio
porta, ferox in hostes erumpit. Et primo, magis fortemente combatteva con lavori, e con ogni
quia improviso id fecerat, quam quod par viri sorte di macchine fatte venire di Sicilia. La pri
bus esset, anceps certamen erat: deinde, ut su ma speranza, che rifulse a Magone, il quale quasi
pervenere Numidae, tantus pavor Romanis est più non si credeva di poter ritenere e difendere
injectus, ut passim ad mare ac naves fugerent, la città, gli venne dalla nuova della morte di
relictis operibus machinisque, quibus muros qua Marcello. Poscia gli arrivò un messo, che Anni-
tiebant. Ita adventu Hannibalissoluta Locrorum bale, mandata innanzi la cavalleria de'Numidi,
obsidio est. le veniva dietro, quanto più poteva celeremente,
con la fanteria. Quindi, come si accorse dal se
gnale dato dalle alture che i Numidi si appres
savano, anch'egli, spalancata improvvisamente
TITI LIVII LIBER XXVII. 188

la porta, piomba furiosamente addosso a nemici.


E dapprima, più perchè l'assalto era stato im
provviso, che perchè fosse pari di forze, la pugna
rimaneva dubbiosa; indi, sopraggiungendo i Nu
midi, tanto spavento prese i Romani, che sbandati
fuggirono al mare ed alle navi, lasciati i lavori
e le macchine, con cui battevan le mura. Così
per la venuta di Annibale fu sciolto l'assedio
di Locri.
XXIX. Crispinus, postguam in Bruttios pro XXIX. Crispino, com'ebbe inteso essere
fectum Hannibalem sensit, exercitum, cui collega andato Annibale nei Bruzii, ordinò a Marco
praefuerat, M. Marcellum tribunum militum Ve Marcello, tribuno del soldati, che conducesse a
nusiam abducere jussit: ipse, cum legionibus suis Venosa l'esercito, ch'era stato del suo collega:
Capuam profectus, viz lecticae agitationem prae egli, partito colle sue legioni alla volta di Capua,
gravitate vulnerum patiens, Romam literas de sostenendo con pena l'agitazione della lettiga
morte collegae scripsit, quantoque ipse in discri pel dolore della ferita, scrisse a Roma lettera
mine esset. «Se comitiorum causa non posse Ro della morte del collega, e in qual pericolo fosse
mam venire, quia nec viae laborem passurus vi la stessa sua vita. «Non poter egli venire a Roma
deretur, et de Tarento sollicitus esset, ne ex Brut per la tenuta dei comizii, e perchè non credeva
tiis Hannibal eo converteret agmen. Legatos opus di poter reggere alla fatica del viaggio, e perchè
esse ad se mitti, viros prudentes, cum quibus, Taranto gli dava pensiero, su la tema che Anni
quae vellet, de republica loqueretur. » Hae lite bale dai Bruzii non si volgesse a quella parte:
rae recitatae magnum et luctum morte alterius bisognava mandargli legati, uomini di vaglia,
consulis, et metum de altero fecerunt. Itaque et co'quali s'intrattenesse delle cose pubbliche, che
Q. Fabium filium ad exercitum Venusiam mise volesse. ” Queste lettere, recitate in senato, ap
runt, et ad consulem tres legati missi, Sext. Ju portarono gran doglia per la morte di uno dei
lius Caesar, L. Licinius Pollio, L. Cincius Alimen consoli, e gran timore per l'altro. Mandarono
tus, quum paucis ante diebus ex Sicilia redisset. dunque all'esercito a Venosa Quinto Fabio il
Hinunciare consuli jussi, ut, si ad comitia ipse figlio, e si spedirono al console tre legati, Sesto
Romam venire non posset, dictatorem in agro Giulio Cesare, Lucio Licinio Pollione e Lucio
Romano diceret comitiorum causa. Si consul Ta
Cincio Alimento, ch'era da pochi dì tornato
rentum profectus esset, Q. Claudium praetorem dalla Sicilia. Furono incaricati di dire al console,
placere in eam regionem inde abducere legiones, che se egli non potesse venire a Roma ai comizi,
in qua plurimas sociorum urbes tueri posset. Ea nominasse, stando sul territorio Romano, un
dem aestate M. Valerius cum classe centum na dittatore a tenerli. Se il console fosse andato
vium ex Sicilia in Africam transmisit, et, ad Clu a Taranto, piacere al senato, che il pretore Quinto
peam urbem exscensione facta, agrum late, nullo Claudio levasse quindi le legioni, trasferendole
ferme obvio armato, vastabat. lnde ad naves ra in quel luogo, dove potesse difendere il maggior
ptim praedatores recepti, quia repente fama ac numero delle città collegate. In quella state me
cidit, classem Punicam adventare: octoginta erant desima Marco Valerio passò dalla Sicilia in Africa
ettres naves. Cum iis haud procul Clupea prospe con una flotta di cento navi, e sbarcato presso
re pugnat Romanus: decem et octo navibus ca la città di Clupea, andava saccheggiando il paese
ptis, fugatis aliis, cum magna terrestri navalique per ogni dove, senza quasi incontrarsi in uomo
praeda, Lilybaeum rediit. Eadem aestate et Phi armato. Indi i predatori tornarono in fretta alle
lippus implorantibus Achaeis auxilium tulit, quos navi, perchè all'improvviso corse voce avvicinarsi
et Machanidas tyrannus Lacedaemoniorum fini la flotta Cartaginese; ed erano ottantatrè navi.
timo bello urebat, et Aetoli, navibus per fretum, Combattè con esse prosperamente il Romano,
quod Naupactum et Patras interfluit (Rhion in non lungi da Clupea: prese diciotto navi, l'altre
colae vocant), exercitu trajecto, depopulati erant. messe in fuga, tornò a Lilibeo carico di preda
Attalum quoque regem Asiae, quia Aetoli sum di terra e di mare. E in quella state medesima
mum gentis suae magistratum ad eum proximo Filippo recò il soccorso che avean chiesto agli
concilio detulerant, fama erat in Europam tra Achei, travagliava con guerra sul confine Maca
jecturum. nida tiranno dei Lacedemoni; dagli Etoli, tras
portato l'esercito per lo stretto, che scorre tra
Naupatto e Patrasso (gli abitanti lo chiamano
! Rione), stati saccheggiati. Era pur ſama, che an
TITI LIVII LIBER XXVII, 19o

che Attalo, re dell'Asia, perchè gli Etoli nel


l'ultima dieta gli aveano conferito il supremo
magistrato del paese, sarebbe passato in Europa.
XXX. Ob haec Philippo in Graeciam descen XXX. Per questa cagione, quando Filippo
denti ad Lamiam urbem Aetoli, duce Pyrrhia, discese in Grecia, gli Etoli, sotto la condotta
qui praetor in eum annum cum absente Attalo di Pirria, ch'era stato pretore in quell'anno in
creatus erat, occurrerunt. Habebant et ab Attalo sieme con Attalo assente, gli si fecero incontro
auxilia secum, et mille ferme ex Romana classe, presso alla città di Lamia. Aveano seco le genti
a P. Sulpicio missos. Adversus hunc ducem atque ausiliarie mandate da Attalo, e mille soldati a
has copias Philippus bis prospero eventu pugna un dipresso della flotta Romana, mandati da
vit: mille admodum hostium utraque pugna oc Publio Sulpicio. Contro questo capitano e queste
cidit. Inde quum Aetoli metu compulsi Lamiae forze combattè due volte Filippo con prospero
urbis moenibus tenerent sese, Philippus ad Pha successo, e ne' due fatti uccise più di mille ne
lara exercitum reduxit: in Maliaco sinu is locus mici. Indi, standosi gli Etoli, cacciati dalla paura,
est, quondam frequenter habitatus propter egre dentro le mura di Lamia, Filippo ricondusse
gium portum, tutasque circa stationes, et aliam l'esercito a Falara. È questo un luogo nel seno
opportunitatem maritimam terrestremdue. Eo Maliaco, in addietro molto abitato per l'eccel
legati ab rege Aegypti Ptolemaeo, Rhodiisque et lente porto, e le rade sicure d'intorno, e per
Atheniensibus et Chiis venerunt ad dirimendum altre opportunità di terra e di mare. Gli vennero
inter Philippum atque Aetolos bellum. Adhibitus colà ambasciatori da Tolommeo, re dell'Egitto,
ab Aetolis et ex finitimis pacificator Amymander, dai Rodii, dagli Ateniesi, e da quei di Chio per
rex Athamanum. Omnium autem non tanta pro metter fine alla guerra tra Filippo e gli Etoli.
Aetolis cura erat, ferocioribus quam pro ingeniis Adoprarono gli Etoli a pacificatore anche Ami
Graecorum gentis; quam ne Philippus regnumque nandro, re degli Atamani, loro confinanti. Code
ejus, grave libertati futurum, rebus Graeciae sta premura di tutti non era però tanto pegli
immisceretur. De pace dilata consultatio est in Etoli, più feroci per natura, che non soglion
concilium Achaeorum; concilioque ei et locus essere i Greci, quanto perchè Filippo e il regno
suo non si meschiasse nelle cose della Grecia
et dies certa indicta: interim triginta dierum
induciae impetratae. Profectusinde rex per Thes con grave pericolo della loro libertà. Si rimise
saliam Boeotiamoue, Chalcidem Euboeae venit, ut il trattar della pace alla dieta degli Achei, alla
Attalum, quem classe Euboeam petiturum audie quale si assegnò luogo e giorno certo. Intanto
rat, portubus et litorum appulsu arceret. lnde, si ottenne una tregua di trenta giorni. Poscia
praesidio relicto adversus Attalum, si forte inte partitosi il re, attraversando la Tessaglia e la
rim trajecisset, profectus ipse cum paucis equi Beozia, venne a Calcide nell'Eubea per impedire
tum levisque armaturae, Argos venit. Ibi curatio ad Attalo, che aveva udito doversi colà recare
me Heraeorum Nemeorumque suffragiis populi colla flotta, che approdasse ai porti e pigliasse
ad eum delata, quia se Macedonum reges ex ea terra. Indi, lasciato un presidio per far fronte
civitate oriundos referunt, Heraeis peractis, ab ad Attalo, se intanto per avventura passasse,
ipso ludicro extemplo Aegium profectus est, ad partito con pochi cavalli e soldati armati alla leg
indictum multo ante sociorum concilium. Ibi de gera, venne ad Argo. Quivi, conferitagli dai voti
Aetolico finiendo bello actum, ne causa aut Ro del popolo la presidenza dei giuochi Erei e Ne
manis, aut Attalo intrandi Graeciam esset. Sed ea mei, perchè i re di Macedonia si dicevano oriondi
omnia, vixdum induciarum tempore circumacto, di quella città, celebrati i Giuochi Erei, passò
Aetoli turbavere, postouam et Attalum Aeginam subito a Egio alla dieta degli alleati molto tempo
venisse, et Romanam classem stare ad Naupactum innanzi ordinata. Quivi si trattò di por fine
audivere. Vocati enim in concilium Achaeorum, alla guerra degli Etoli, per non dar pretesto nè
in quo eaedem legationes erant, quae ad Phalara ai Romani, nè ad Attalo di entrare in Grecia.
egerant de pace, primum questi sunt quaedam Ma gli Etoli, non ancor bene spirato il tempo
parva contra fidem conventionis tempore indu della tregua, scompigliarono tutti questi maneggi,
ciarum facta: postremo negarunt dirimi bellum come udirono esser venuto Attalo ad Egina, e
posse, nisi Messeniis Achaei Pylum redderent, la flotta Romana starsi ancorata a Naupatto. Per
Romanis restitueretur Atintamia, Scerdilaedo et ciocchè chiamati all'assemblea degli Achei, dove
Pleurato Ardyaei. Enimvero indignum ratus Phi erano le medesime legazioni, che aveano trattato
lippus, victos victori sibi ultro conditiones ferre: a Falara della pace, dapprima si lagnarono di
- ne antea quidem se aut de pace audisse, aut in alcune picciole contravvenzioni all'accordo fatte
ducias pepigisse, dixit, spem ullam habentem durante la tregua; in fine dissero, non poter
191 TITI LIVII LIBER XXVII. 192

quieturos Aetolos; sedut omnes socios testes ha cessare la guerra, se gli Achei non rendessero
beret, se pacis, illos belli causam quaesisse. » Ita Pilo ai Messenii, se non si restituisse Atintamia
infecta pace concilium dimisit, quatuor millibus ai Romani, e gli Ardiei a Scerdiledo e Pleurato.
armatorum relictis ad praesidium Achaeorum, et Ma Filippo indegna cosa stimando, che i vinti
quinque longis navibus acceptis: quassi adjecis dettassero le condizioni al vincitore; «non avea,
set missae nuper ad se classi Carthaginiensium, disse, nè anche per lo innanzi dato ascolto alle
et ex Bithynia ab rege Prusia venientibus navi parole di pace, o stipulata la tregua, perchè no
bus, statuerat navali proelio lacessere Romanos, drisse speranza alcuna, che gli Etoli si sarebbono
jam diu in ea regione potentes maris. Ipse ab eo quietati, ma per aver testimonii tutti gli alleati,
concilio Argos regressus; jam enim Nemeorum ch'egli avea cercato la pace, essi ogni pretesto
appetebat tempus, quae celebrari volebat prae di guerra. » Così, senza conchiuder nulla, licen
sentia sua. ziò la dieta, lasciati quattro mila armati a pre
sidio degli Achei, ed ebbe da loro cinque galere;
le quali se avesse potuto aggiungere alla flotta
Cartaginese, speditagli di fresco, ed alle navi,
che gli venivano dalla Bitinia dal re Prusia, avea
deliberato di provocare a battaglia navale i Ro
mani, già da molto tempo in quel paese potenti
in mare. Da quella dieta si rimise in Argo; che
già si avvicinava il tempo de' giuochi Nemei,
che voleva fossero celebrati in sua presenza.
XXXI. Occupato rege apparatu ludorum, et XXXI. Essendo il re occupato nell'apparec
per dies festos licentius, quam inter belli tempo chio de'giuochi, e tra le feste di que” giorni
ra, remittente animum, P. Sulpicius, ab Naupacto distraendo l'animo da ogni cura più che non si
profectus, classem appulit inter Sicyonem et Co de fare in tempo di guerra, Publio Sulpicio,
rinthum, agrumque nobilissimae fertilitatis effuse partito da Naupatto, approdò colla flotta tra
vastavit. Fama eius rei Philippum ab ludis exci Sicione e Corinto, e devastò per gran tratto quel
vit ; raptimque cum equitatu profectus, jussis territorio di celebrata fertilità. La fama di que
subsequipeditibus, palatos passim per agros gra sto fatto distolse Filippo dai giuochi, e mossosi
vesque praeda (ut qui nihil tale metuerent) ador in fretta colla cavalleria, dato ordine ai pedoni
tus Romanos, compulitin naves. Classis Romana, che il seguitassero, assaltati i Romani qua e là
haudquaquam laeta praeda, Naupactum rediit. sbandati per la campagna, e carichi di preda
Philippo quoque ludorum, qui reliquierant, cele (come quelli che nulla meno temevano) li ricacciº
britatem quantaecumque, de Romanis tamen, nelle navi. La flotta Romana, non liela gran fattº
victoriae partae fama auxerat, laetitiaque ingenti del bottino, tornò a Naupatto. La nuova della
celebrati festi dies; eo magis etiam, quod, popu qualunque vittoria riportata sui Romani da Fi
lariter dempto capitis insigni, purpuraque atque lippo accrebbe la celebrità de' giuochi, che
alio regio habitu, aequaverat ceterisse in speciem: restavano a farsi, e si festeggiarono que giºrni
quo nihil gratius est civitatibus liberis; praebuis con grande allegrezza; ed anche tanto più, quanto -

setque haud dubiam eofacto spem libertatis, nisi che, per piaggiare il popolo, toltosi dal capo il
omnia intoleranda libidine foeda ac deformia ef diadema, non che la porpora ed ogni altra inse.
fecisset. Vagabatur enim cum uno aut altero co gna di re, si era in apparenza pareggiato agli
mite per maritas domos dies noctesque: et, altri; di che non v'ha cosa, che riesca a città
submittendo se in privatum fastigium, quo minus libera più grata. E avrebbe con questo fatto data
conspectus, eo solutior erat; et libertatem quum non dubbia speranza di libertà, se non avesse
aliis vanam ostendisset, totam in suam licentiam guastato e bruttato tutto con una intollerabile
verterat. Neque enim omnia emebat aut eblan libidine. Perciocchè andava di e notte, con uno
diebatur, sed vim etiam flagitiis adhibebat; pe
o due compagni, vagando per le case di gente
riculosumque et viris et parentibus erat, moram maritata, e abbassandosi alla forma di privato,
incommoda severitate libidini regiae fecisse. Uni quant'era meno in vista, tanto era più dissoluto;
etiam principi Achaeorum Arato adempta uxor ed avendo mostrata agli altri una larva di libertà,
nomine Polycratia, ac spe regiarum nuptiarum l'avea tutta rivolta in propria sua licenza. Non
in Macedoniam asportata fuerat. Per haec flagi tutto otteneva col danaro o colle blandizie, ma
tia solemni Nemeorum peracto, paucisque addi talvolta aggiungeva al peccato la violenza; ed
tis diebus, Dymas est profectus, ad praesidium era pericolosa cosa ai genitori ed ai mariti met
Aetolorum, quod ab Eleis accitum acceptumque tere indugio alla libidine del re. Tolse anche
193 TITI LIVII LIBER XXVII. 194
in urbem erat, eiiciendum. Cycliadas (pemes eum ad Arato, uno de'primi dell'Acaia, la moglie,
summa imperii erat) Achaeique ad Dymas regi chiamata Pollicrazia, ed era stata trasportata in
occurrere, et Eleorum accensi odio, quod a cete Macedonia sotto la speranza di regie nozze. Tra
ris Achaeis dissentirent, et infensi Aetolis, quos codeste scelleratezze passate le feste de Nemei,
Romanum quoque adversus se movisse bellum pochi dì da poi, andò a Dima a cacciarne fuori
credebant. Profecti ab Dymis, conjuncto exercitu il presidio degli Etoli, che gli Elei vi aveano
transeunt Larisum amnem, qui Eleum agrum ab chiamato e ricevuto in città. Cicliade (ch'eser
Dymaeo dirimit. citava il primo magistrato), e gli Achei vennero
incontro al re sino a Dima, e accesi d'odio contro
gli Elei, perchè dissentivano dagli altri Achei,
e avversi agli Etoli, che credevano aver tirata
loro addosso anche la guerra Romana. Partitisi
da Dima, passano coll'esercito unito il fiume La
riso, che divide il territorio degli Elei da quello
dei Dimei.
XXXII. Primum diem, quo fines hostium in XXXII. Il primo giorno, ch'entrarono nel
gressi sunt, populando absumpserunt. Postero die paese nemico, lo consumarono saccheggiandolo.
acie instructa ad urbem accesserunt, praemissis Il dì seguente si accostarono alla città in ordi
equitibus, qui, obequitando portis, promptum nanza, spedita innanzi la cavalleria, la quale,
ad excursiones genuslacesserent Aetolorum. Igno scorrendo sin presso alle porte, provocasse gli
rabant, Sulpicium cum quindecim navibus ab Etoli pronti sempre alle sortite. Ignoravano che
Naumpacto Cyllenen trajecisse, et, expositis in ter Sulpicio da Naupatto fosse passato con quindici
ram quatuor millibus armatorum, silentio noctis, navi a Cillene, e sbarcati da quattro mila uomini,
ne conspici agmen posset, intrasse Elim. Itaque fosse entrato nel fitto della notte, per non essere
improvisa res ingentem injecit terrorem, post veduto, in Eli. Quindi, tosto che tra gli Elei e
quam inter Aetolos Eleosque Romana signa atque gli Etoli riconobbero l'armi e le bandiere Roma
arma cognovere. Et primo recipere suos voluerat ne, l'improvvisa vista li pose in grande terrore.
rex; dein, contracto jam inter Aetolos et Trallos E il re da principio avea voluto ritirar le sue
(Illyriorum id est genus) certamine, quum ur genti; poi, appiccatasi di già la zuffa tra gli Etoli
geri videret suos, et ipse rex cum equitatu in ed i Tralli (son questi di nazione Illirica) scor
cohortem Romanam incurrit. Ibi equus pilo tra gendo incalzate le sue genti, egli pure con la ca
jectus quum prolapsum per caput regem effudis valleria die' dentro alla coorte Romana. Quivi
set, atrox pugna utrimolue accensa est, et ab Ro il cavallo trapassato da un giavellotto, avendolo
manis impetu in regem facto, et protegentibus rovesciato giù capovolto, atroce pugna si accese
regiis. Insignis et ipsius pugna fuit, quum pedes d'ambe le parti, i Romani facendo impeto contro
inter equites coactus esset proelium inire. Dein, il re, e difendendolo i suoi. Fu anche mira
quum jam impar certamen esset caderentTue cir bile il valore di Filippo, costretto a combattere
ca eum multi, et vulnerarentur, raptus ab suis, appiedi in mezzo a cavalli: in fine, essendo la
atque alteri equo injectus, fugit. Eo die castra battaglia troppo diseguale, cadendogli dintorno
quinque millia passuum ab urbe Eleorum posuit: parecchi morti o feriti, rapito da suoi, e posto
postero ad castellum (Pyrgum vocant) copias sopra un altro cavallo, si fuggì. Si accampò in
omnes eduxit: quo agrestium multitudinem cum quel giorno discosto da Eli cinque miglia; nel
pecoribus metu populationum compulsam audie seguente condusse tutte le genti ad un castello
rat. Eam inconditam inermemdue multitudinem detto Pirgo, dove aveva udito essersi ricovrata
primo statim terrore adveniens cepit; compensa gran moltitudine di contadini col bestiame, per
veratoſue ea praeda, quod ignominiae ad Elim ac paura del saccheggio; e trovatala al suo soprag
ceptum fuerat Dividenti praedam captivosque giungere scompigliata ed inerme, la prese subito
(fuerant autem quatuor millia hominum, pecoris in sul primo terrore; ed avea con quella preda
omnis generis ad millia viginti) nuncius ex Ma compensata l'ignominia ricevuta ad Eli. Mentre
cedonia venit, Eropum quemdam, corrupto ar attende a dividere la preda ed i prigioni (ch'era
cis praesidiique praefecto, Lychnidum cepisse: no da quattro mila uomini, e da venti mila teste
tenere et Dassaretiorum quosdam vicos, et Dar di bestiami di ogni sorte) venne un messo della
danos etiam concire. Omisso igitur Achaico bello, Macedonia coll'avviso che un certo Eropo, cor
relictis tamen duobus millibus et quingentis rotto il prefetto della rocca e del presidio, avea
omnis generis armatorum cum Menippo et Poly preso Licnido, e teneva alcune borgate dei Dassa
phanta ducibus ad praesidium sociorum, pro rezii, e tentava eziandio di sollevare i Dardani.
l . I v1o 2 13
195 l'ITI LIVII LIBER XXVII. 196
fectus ab Dymis, per Achajam Boeotiamoue et Abbandonata dunque la guerra Acaica, lasciati
Euboeam, decimis castris Demetriadem in Thes però a presidio degli alleati mille e cinquecento
saliam pervenit. uomini di ogni arma sotto il comando di Menip
po e di Polifante, partito da Dima, per mezzo
all'Acaia, la Beozia e l'Eubea, giunse in dieci
stazioni a Demetriade nella Tessaglia.
XXXIII. Ibi alii, majorem afferentes tumul XXXIII. Quivi gli si fecero incontro altri
tum, nuncii occurrunt: Dardanos, in Macedo messi recando nuove di maggiori sommosse; che
niam effusos, Orestidem jam tenere, ac descen i Dardani spargendosi per la Macedonia già
disse in Argestaeum campum; famamdue inter possedevano Orestide, ed erano discesi nella pia
barbaros celebrem esse, Philippum occisum. Ex mura di Argeste; e correr fama comunemente
peditione ea, qua cum populatoribus agri ad Si tra i barbari che Filippo fosse stato ucciso. In
cyonem pugnavit, in arborem illatus impetu equi, quella spedizione, nella quale combattè presso
ad eminentem ramum cornu alterum galeae prae a Sicione contro quei, che saccheggiavano il pae
fregit. Id inventum ab Aetolo quodam, perlatum se, balzato dalla furia del cavallo contro un al
que in Aetoliam ad Scerdilaedum, cui notum bero, si ruppe in un ramo sporto in fuori un
erat insigne galeae, famam interfecti regis vul corno dell'elmetto. Questo, trovato a caso da
gavit. Post profectionem ex Achaja regis, Sulpi certo Etolo, e portato in Etolia a Scerdiledo,
cius, Aegimam classe profectus, cum Attalo sese cui era noto il fregio di quell'elmo, sparse da per
conjunxit. Achaei cum Aetolis Eleisque haud tutto la fama dell'uccisione del re. Dopo la par
procul Messene prosperam pugnam fecerunt. At tenza del re dall'Acaia, Sulpicio, andato colla
talus rex et P. Sulpicius Aeginae hibernarunt. flotta ad Egina, si congiunse con Attalo. Gli
Exitu hujus anni T. Quintius Crispinus consul, Achei combatterono con buon esito cogli Etoli
dictatore comitiorum ludorumque faciendorum e cogli Elei non lungi da Messene. Il re Attalo e
causa dicto T. Manlio Torquato, ex vulnere mo Publio Sulpicio svernarono in Egina. Sul finire
ritur: alii Tarenti, alii in Campania mortuum di quest'anno il console Tito Quincio Crispino,
tradunt. Id quod nullo ante bello acciderat, duo avendo nominato dittatore a tenere i comizii
consules, sine memorando proelio interfecti, ve e celebrare i giuochi Tito Manlio Torquato, si
lut orbam rempublicam reliquerant. Dictator morì della ferita. Altri dicono che sia morto
Manlius magistrum equitum C. Servilium (tum in Taranto, altri nella Campania. Cosa non mai
aedilis curulis erat) dixit. Senatus, quo die per l'innanzi in nessuna guerra accaduta, due
primum est habitus, ludos magnos facere dicta consoli uccisi in battaglia di non grande impor
torem jussit, quos M. Aemilius praetor urbis C. tanza, avean lasciata vedova la repubblica. Il dit
Flaminio, Cn. Servilio consulibus, fecerat, et tatore Manlio nominò maestro de'cavalieri Caio
in quinquennium voverat. Tum dictator et ludos Servilio (era egli allora edile curule). Il senato,
fecit, et in insequens lustrum vovit. Ceterum il primo di che si raccolse, ordinò al dittatore,
quum duo consulares exercitus tam prope hostem che celebrasse i giuochi Grandi, che il pretore
sine ducibus essent, omnibus aliis omissis, una urbano Marco Emilio aveva istituiti sotto i con
praecipua cura Patres populumque incessit, con soli Caio Flaminio e Gneo Servilio, e de'quali
sules primo quoque tempore creandi, et ut eos po avea fatto voto per cinque anni. Allora dunque
tissimum crearent, quorum virtussatistuta a frau il dittatore li celebrò, e ne fece voto per un altro
de Punica esset; a quum toto eo bello damnosa quinquennio. Del resto, trovandosi due consolari
praepropera ac fervida ingenia imperatorum fuis eserciti così vicini al nemico senza chi li coman
sent, tum eo ipso anno consules, nimia cupiditate dasse, lasciata ogni altra cosa, fu sola e precipua
conserendi cum hoste manum, in necopinatam cura dei Padri e del popolo, che quanto prima
fraudem lapsos esse. Ceterum deos immortales, si creassero i consoli, e tali specialmente si creas
miseritos nominis Romani, pepercisse innoxiis e sero, che la loro abilità non avesse che temer
xercitibus: temeritatem consulum ipsorum capi dalla frode Punica; « perciocchè in tutta quella
tibus damnasse. » guerra i troppo subitani e ferventi animi dei co
mandanti aveano sempre fatto danno; e in que
st'anno medesimo i consoli per troppa smania
di azzuffarsi col nemico eran caduti sconsidera
tamente in agguati. Del resto, gli dei immortali,
avuta pietà del popolo Romano, aveano rispar
miati gli eserciti innocenti,e rovesciata la temerità
dei consoli sul capo loro. »
197 TITI LIVII LIBER XXVII. 198
XXXIV. Quum circumspicerent Patres quos XXXIV. Guardando intorno i Padri, chi
nam consules facerent, longe ante alios eminebat avessero a creare consoli, avanzava tutti gli altri
C. Claudius Nero. Ei collega quaerebatur, et vi Caio Claudio Nerone. Gli si cercava un collega,
rum quidem eum egregium ducebant, sed prom e lo stimavano bensì uomo egregio, ma pronto e
ptiorem acrioremque, quam tempora belli po fiero alquanto più che non esigevano le circo
stularemt, aut hostis Hannibal: temperandum acre stanze di quella guerra, ed Annibale nemico:
ejus ingenium moderato et prudenti viro adjun pensavano che si dovesse temperare quell'indole
cto collega censebant. M. Livius erat, multisante ardente coll'aggiungergli a collega un uomo mo
annisex consulatu populijudicio damnatus: quam derato e prudente. Ci era Marco Livio, molti
ignominiam adeo aegre tulerat, ut et rus migra anni innanzi, poichè uscì dal consolato, condan
ret, et per multos annos et urbi et omni coetu ca nato dal popolo. La quale ignominia aveva egli
reret hominum. Octavo ferme post damnationem di sì malanimo sopportata, ch'era andato a dimo
anno M. Claudius Marcellus et M. Valerius Lae rare in villa, e per parecchi anni s'era astenuto
vinus consules reduxerant eum in urbem : sed dalla città, e dal conversare con chi che sia. L'an
erat veste obsoleta, capilloque et barba promissa, no ottavo a un dipresso dopo la sua condanna
praeferens in vultu habitudue insignem memo gione i consoli Marco Claudio Marcello, e Marco
riam ignominiae acceptae. L. Veturius et P. Li Valerio Levino lo aveano ritratto alla città; ma
cinius censores eum tonderi et squalorem depo usava veste logora, capelli e barba lunga,attestan
nere, et in senatum venire, fungi que aliis publi do chiaramente nel volto e nel culto della perso
cis muneribus coegerunt: sed tum quoque aut ma la memoria dell'onta ricevuta. I censori Lucio
verbo assentiebatur, aut pedibus in sententiam Veturio e Publio Licinio l'obbligarono a radersi
ibat, donec cognati hominis eum causa, M. Livii a depor lo squallore, a venire in senato, e a soste
Macati, quum fama eius ageretur, stantem coegit nere ogni altro pubblico incarico. Anche allora
in senatu sententiam dicere. Tum ex tanto inter però, o assentiva con una semplice parola, o
vallo auditus convertit ora hominum in se cau passava da luogo a luogo per dare il suo voto,
samque sermonibus praebuit, «indigno injuriam insino a tanto che la causa di Marco Livio Macato,
a populo factam, magnoque id damno fuisse, suo congiunto, della cui fama si trattava, lo co
quod tam gravi bello nec opera, nec consilio talis strinse ad esporre in senato, fermo al posto, il
viri usa respublica esset. C. Neroni neque Q. Fa suo parere. Allora udito a parlare dopo tanto
bium, neque M. Valerium Laevinum dari colle intervallo, trasse a sè gli sguardi di tutti, e die
gas posse, quia duos patricios creari non liceret: motivo ai discorsi: « avergli il popolo fatta
eamdem causam in T. Manlio esse, praeterquam solenne ingiustizia, ed esser venuto gran danno
quod recusasset delatum consulatum recusaturus dal non aver usato la repubblica in sì grossa
que esset. Egregium par consulum fore, si M. Li guerra dell'opera e del consiglio di tal uomo.
vium C. Claudio collegam adjunxissent. » Nec Non potersi dare a Caio Nerone collega nè Quinto
populus mentionem eius rei ortam a Patribus est Fabio, nè Marco Valerio Levino, perchè non è
aspernatus. Unus eam rem in civitate is, cui de lecito creare due consoli patrizii. Regge la stessa
ferebatur honos, abnuebat, levitatem civitatis ac causa rispetto a Tito Manlio, oltre che avea egli
cusans. « Sordidati rei non miseritos, candidam to ricusato l'offertogli consolato, e il ricuserebbe di
gam invito offerre: eodem homores poenasque nuovo. Sarebbe una bella coppia di consoli, se
congeri. Si bonum virum duceremt, quid ita pro aggiungessero Marco Livio a Caio Claudio. » Nè
malo ac noxio damnassent? si noxium comperis il popolo lasciò cadere questa menzione comin
sent, quid ita, male credito priore consulatu, al ciata dai Padri. Il solo contraddicente in tutta
terum crederent? » Haec taliaque arguentem et Roma era quello stesso, a cui si conferiva l'onore,
querentem castigabant Patres, « et M. Furium, accusando la leggerezza della città. «Non mossisi
memorantes, revocatum de exilio, patriam pul a pietà di lui supplicante in veste nera, offerirgli
sam sede sua restituisse. Ut parentum saevitiam, ora contro sua voglia la toga candida: accumula
sic patriae, patiendo ac ferendo leniendam esse. re sul capo stesso onori e pene. Se lo stimavan
Adnisi omnes, cum C. Claudio M. Livium consu uomo dabbene, perchè averlo condannato qual
lem fecerunt. tristo e reo ? se lo aveano trovato reo, perchè
malamente affidatogli il primo consolato, com
mettergli il secondo ? » Confutavano i Padri sì
fatti argomenti e querele, ricordando a Marco
Furio, che richiamato dall'esiglio avea rimessa
la patria scacciata dalla sua sede: doversi, come
quella dei genitori, così addolcire la crudeltà
i 99 - TITI LIVII LIBER XXVII. - 20mo

della patria sofferendo e sopportando. » Tutti


adoprandosi d'accordo crearono console Marco
Livio insieme con Caio Claudio.
XXXV. Post diem tertium eius diei praeto XXXV. Tre giorni dopo si tennero i comizii
rum comitia habita. Praetores creati L. Porcius per l'elezione dei pretori. Furono eletti Lucio
Licinus, C. Mamilius, A. et C. Hostilii Catones. Porcio Licino, Caio Mamilio, Aulo e Caio Ostilii
Comitiis perfectis, ludisque factis, dictator et ma Catoni. Finiti i comizii, e fatti i giuochi, il ditta
gister equitum magistratu abierunt. C. Terentius tore e il maestro de'cavalieri deposero la carica.
Varro in Etruriam propraetor missus, ut ex ea Caio Terenzio Varrone fu spedito propretore in
provincia C. Hostilius Tarentum ad eun exerci Toscana, acciocchè Caio Ostilio andasse di là a
tum iret, quem T. Quintius consul habuerat: et Taranto all'esercito, ch'era stato del console Tito
L. Manlius trans mare legatus iret, viseretolue, Quincio; e Lucio Manlio andasse legato oltre
quae res ibi gererentur: simul quod Olympiae mare, e vedesse che si faceva colà: nel tempo
ludicrum ea aestate futurum erat, quod maximo stesso, perchè si aveano in quella state a fare i
coetu Greciae celebraretur, ut, si tuto per hostem giuochi Olimpici, che si celebrano con gran con
posset, adiret id concilium: ut, qui Siculi bello corso di tutta la Grecia, andasse, quando il po
ibi profugi, aut Tarentini cives relegati ab Han tesse senza tema del nemici, a quella assemblea,
nibale essent, domos redirent, scirentolue sua acciocchè i Siciliani, che vi si trovassero fuggiti
omnia, quae ante bellum habuissent, reddere po per la guerra, o i cittadini di Taranto confinativi
pulum Romanum. Quia periculosissimus annus da Annibale, tornassero a casa, e sapessero che
imminere videbatur, neque consules in republica il popolo Romano rendeva loro tutto quello, che
erant, in consules designatos omnes versi, quan aveano avuto innanzi la guerra. Perchè pareva,
primum eos sortiri provincias, et praesciscere, che soprastasse un anno assai pericoloso, ed era
quam quisque eorum provinciam, quem hostem la repubblica senza consoli, tutti rivolgendosi
haberet, volebant. De reconciliatione etiam gra verso i consoli designati bramavano che traesse
tiae eorum in senatu actum est, principio facto ro subito a sorte le province, e sapessero qual
a Q. Fabio Maximo. Inimicitiae autem nobiles provincia si aspettasse ad ognuno, e qual nemi
inter eos erant, et acerbiores eas indignioresque co. Si trattò anche in senato di riconciliarli tra
Livio sua calamitas fecerat, quod spretum se in loro, fattene le prime mosse da Quinto Fabio
ea fortuna credebat. Itaque is magis implacabi Massimo. Perciocchè ci era tra essi una segnalata
lis erat, et « nihil opus esse reconciliatione, aie nimicizia, che avea renduta a Livio ancor più
bat. Acrius et intentius omnia gesturos, timentes acerba e grave la sua stessa calamità, perocchè
ne crescendi ex se inimico collegae potestas fie credeva d'essere stato in quella sua fortuna tra
ret. » Vicit tamen auctoritas senatus, ut, positis vagliosa disprezzato. Era dunque Livio più im
simultatibus, communi animo consilioque admi placabile, e diceva, «non ci essere bisogno di
mistrarent rempublicam. Provinciae iis non per riconciliazione: avrebbero usato in ogni cosa più
mixtae regionibus, sicut superioribus annis, sed attenzione e più vigore nella temenza di dar
diversae extremis Italiae finibus, alteri adversus motivo al collega nemico d'essere da più di sè.
Hannibalem Bruttii,Lucani; alteri Gallia adversus Ottenne nullostante l'autorità del senato, che
Hasdrubalem (quem jam Alpibus appropinquare deposte le nimicizie, amministrassero la cosa
fama erat) decreta. Exercitum ex duobus, qui in pubblica di comun consenso e parere. Si decreta
Gallia,quique in Etruria essent,addito urbano,eli ron loro le province, non come negli anni antece
geret,quem mallet, qui Galliam esset sortitus. Cui denti, promiscuamente, ma distintamente negli
Bruttii provincia evenisset, novis legionibus ur estremi angoli dell'Italia; all'uno i Bruzii e i Lu
banis scriptis, utrius mallet consulum prioris anni cani contro Annibale, all'altro la Gallia contro
exercitum sumeret. Relictum a consule exercitum Asdrubale; perciocchè correva fama, ch'egli di già
Q. Fulvius proconsul acciperet; eique in annum si accostasse all'Alpi. Quegli, cui fosse toccata la
imperium esset: et C. Hostilio, cui pro Etruria Gallia, si scegliesse di due eserciti, ch'erano
Tarentum mutaverant provinciam, pro Tarento uno nella Gallia, l'altro nella Toscana, quello
Capuam mutaverunt: legio una data, cui Fulvius che più volesse, aggiuntovi l'esercito urbano.
proximo anno praefuerat. E l'altro, cui fossero toccati i Bruzii, levate
in Roma nuove legioni, si prendesse qual eser
cito voleva, di uno de' consoli dell'anno scorso.
L'esercito stato lasciato dal console, lo piglias
se il proconsole Quinto Fulvio, cui durasse il
comando per un anno. E a Caio Ostilio, al quale
20 I TITI LIVII LIBER XXVII. 2o2

avean cangiato la Toscana con Taranto, cangia


ron Taranto con Capua: gli diedero una legione,
quella che l'anno innanzi era stata comandata
da Fulvio.
XXXVI. De Hasdrubalis adventu in Italiam XXXVI. Ogni dì più cresceva il pensiero
cura in dies crescebat. Massiliensium primum le della discesa di Asdrubale in Italia. Dapprima i
gati nunciaverant, eum in Galliam transgressum, legati de' Marsigliesi avean riferito ch'egli era
erectosque adventu eius, quia magnum pondus entrato nella Gallia, e che al di lui comparire gli
auri attulisse diceretur ad mercede auxilia con animi de Galli s'erano alquanto riscossi, perchè
ducenda, Gallorum animos. Missi deinde cum iis si diceva aver egli portato seco gran somma di
legati ab Roma Sex. Antistius et M. Raecius ad danaro, onde assoldar gente. Poscia, essendo stati
rem inspiciendam retulerant, misisse se cum Mas spediti da Roma insieme con detti legati Sestio
siliensibus ducibus, qui per hospites eorum, prin Antistio e Marco Recio a riscontrare la cosa,
cipes Gallorum, omnia explorata referrent. Pro questi avean riferito di aver mandata gente sotto
comperto habere, Hasdrubalem ingenti jam coa la scorta di alcuni Marsigliesi, che visitando i
cto exercitu proximo vere Alpes trajecturum; principali della Gallia, loro ospiti, rapportassero
nectum eum quidquam aliud morari, nisi quod quanto avessero osservato. Ora tener essi per
clausae hieme Alpes essent. In locum M. Marcelli cosa certa, che Asdrubale, raccolto un grosso
P. Aelius Paetus augur creatus inauguratusque: et esercito, avrebbe la prossima primavera passato
Cn. Cornelius Dolabella rex sacrorum inaugura l'Alpi; nè altro presentemente ritenerlo, se non
tus est in locum M. Marcii, qui biennio ante mor che non erano transitabili a motivo del verno.
tuus erat. Hoc eodem anno et lustrum conditum In luogo di Marco Marcello fu creato e consecra
est a censoribus P. Sempronio Tuditano et M. to augure Publio Elio Peto, e fu inaugurato re
Cornelio Cethego. Censa civium capita centum dei sagrifizii in luogo di Marco Marcio, morto
triginta septem millia, centum et octo: minor due anni avanti, Gneo Cornelio Dolabella. In
aliquanto numerus, quam qui ante bellum fuerat. quest'anno medesimo fu compiuto il lustro dei
Eo anno primum, ex quo Hannibal in Italiam censori Publio Sempronio Tuditano, e Marco
venisset, comitium tectum esse, memoriae pro Cornelio Cetego. Si noverarono cento trentasette
ditum est, et ludos Romanos semel instauratos ab mila cento e otto teste di cittadini; numero al
aedilibus curulibus Q. Metello et C. Servilio: et quanto minore, che non era stato innanzi la
plebejis ludis biduum instauratum ab Q. Mami guerra. E si trova scritto che in quell'anno per
milio et M.CaecilioMetello aedilibus plebis; et tria la prima volta, da che Annibale era venuto in
signa ad Cereris iidem dederunt; et Jovis epu Italia, fu coperto il comizio, e che i giuochi Ro
lum fuit ludorum causa. (Anno U. C. 545. – A. mani furono rinnovati per un giorno dagli edili
C. 2o7-) Consulatum inde ineunt C. Claudius curuli Quinto Metello e Caio Servilio, ei giuochi
Nero et M. Livius iterum: qui, quia jam designati plebei per due giorni da Quinto Mamilio e Marco
provinciassortiti erant, praetores sortiri jusse Cecilio Metello, edili della plebe. Gli stessi posero
runt. C. Hostilio urbana evenit: addita et pe tre statue nel tempio di Cerere, e si tenne il ban
regrina, ut tres in provincias exire possent. A. chetto di Giove all'occasione del giuochi. (Anni
Hostilio Sardinia, C. Mamilio Sicilia, L. Porcio D. R. 545. – A. C. 2o7.) Indi pigliano il conso
Gallia evenit. Summa legionum trium et viginti lato Caio Claudio Nerone e Marco Livio per la
ita per Provincias divisas, ut binae consulum es seconda volta; i quali avendosi, già designati,
sent; quatuor Hispania haberet; tres praetores spartiti tra loro le province, ordinarono ai pretori
binas, in Sicilia, in Sardinia, et Gallia; duas C. che facessero lo stesso. La pretura urbana toccò
Terentius in Etruria; duas Q. Fulvius in Bruttiis; a Caio Ostilio: gli si aggiunse anche la forestiera,
duas Q. Claudius circa Tarentum et Sallentinos ; perchè tre di essi potessero andare alle lor pro
unam C. Hostilius Tubulus Capuae: duae ur vince. Toccò ad Aulo Ostilio la Sardegna, a Caio
banae ut scriberentur. Primis quatuor legionibus Mamilio la Sicilia, a Lucio Porcio la Gallia. La
populus tribunos creavit: in ceteras consules mi somma dalle ventitrè legioni fu divisa per le pro
serunt, vince in modo, che due fossero de'consoli,quattro
ne avesse la Spagna, due i tre pretori nella Sicilia,
nella Sardegna e nella Gallia, due Caio Terenzio
nella Toscana, due Quinto Fulvio nei Bruzii, due
Quinto Claudio ne' contorni di Taranto e dei
Sallentini; una Caio Ostilio Tubulo a Capua; e
due se ne levassero nella città. Il popolo nominò
2o3 TITI LIVII LIBER XXVII. 2o4
i tribuni per le prime quattro legioni; alle altre
li mandarono i consoli.
XXXVII. Priusquam consules proficisceren XXXVII. Innanzi che i consoli si partissero,
tur, novemdiale sacrum fuit, quia Vejis de coelo ci furono sagrifizii per nove giorni, perchè a
lapidaverat. Sub unius prodigii (ut fit) mentio Veia eran piovute pietre. Dietro alla riferta di un
nem alia quoque nunciata; Minturnis aedem Jo prodigio altri, come suole, ne furono annunziati;
vis et lucum Maricae; item Atellae murum et che era stato colpito da fulmine a Minturno il
portam de coelo tacta. Minturnenses, terribilius tempio di Giove e il bosco di Marica, e così ad
quod esset, adjiciebant, sanguinis rivum in porta Atella il muro e la porta. I Minturnesi aggiun
fluxisse: et Capuae lupus, nocte portam ingres gevano, cosa più spaventosa, che un rivo di san
sus, vigilem laniaverat. Haec procurata hostiis gue era corso per la porta, e che a Capua un lupo,
majoribus prodigia, et supplicatio diem unum entrato dentro la porta, avea sbranata la guardia.
fuit ex decreto pontificum. Inde iterum novem Questi prodigii furono espiati colle vittime mag
diale instauratum, quod in Armilustro lapidibus giori, e vi fu un giorno di preci pubbliche per
visum pluere. Liberatas religione mentesturbavit decreto dei pontefici. Indi si rinnovarono i sagri
rursus nunciatum, Frusinone infantem matum fizii per nove giorni, perchè s'era veduto piover
esse quadrimo parem ; nec magnitudine tam mi pietre nell'Armilustro. Gli animi liberati da re
randum, quam quod is quoque, ut Sinuessae bien ligiose paure conturbolli di nuovo l'annunzio,
nio ante, incertus, mas an femina esset, natus erat. ch'era nato a Frusinone un fanciullo grande,
Id vero aruspices, ex Etruria acciti, foedum ac come uno di quattrº anni; nè tanto mirabile per
turpe prodigium dicere: extorremagro Romano, grandezza, quanto che questi eziandio, come due
procul terrae contactu, alto mergendum. Vivum anni addietro a Sinuessa, nato era senza che si
in arcam condidere, provectumque in mare pro sapesse, se fosse maschio o femmina. Gli aruspici
jecerunt. Decrevere item pontifices, ut virgines chiamati dalla Toscana dissero ch'era un sozzo
ter novenae, per urbem euntes, carmen canerent. e turpe mostro: doversi, bandito dal suolo Ro
Id quum in Jovis Statoris aede discerent, condi mano, lungi dal contatto della terra, sommergere
tum ab Livio poèta, carmen, tacta de coelo aedes nel mar profondo. Lo riposero vivo in una casset
in Aventino Junonis Reginae: prodigiumque id ta, e lo gettaron lungi nel mare. Decretarono
ad matronas pertinere, aruspices quum respon egualmente i pontefici, che ventisette vergini
dissent, donoque divam placandam esse ; aedi andassero per la città cantando un inno. Mentre,
lium curulium edicto in Capitolium convocatae, composto dal poeta Livio, si stanno esse apparam
quibus in urbe Romana, intraque decimum lapi dolo nel tempio di Giove Statore, quello di Giu
dem ab urbe domicilia essent, ipsae inter se quin none regina fu colpito da fulmine sul monte Aven
que et viginti delegerunt, ad quas ex dotibus sti tino; ed avendo risposto gli aruspici che questo
pem conferrent. lnde donum pelvis aurea facta, prodigio risguardava le matrone, e ch'era d'uopo
lataque in Aventinum, pureque et caste a matro placar la dea con un dono; chiamate in Campi
mis sacrificatum. Confestim ad aliud sacrificium doglio per editto degli edili curuli tutte quelle,
eidem divae ab decemviris edicta dies, cujus ordo che abitavano in Roma e nel circuito di dieci mi
talis fuit: ab aede Apollinis boves feminae albae glia all'intorno, elessero venticinque di loro, alle
duae porta Carmentali in urbem ductae: post eas quali conferissero, ciascuna qualche somma tratta
duo signa cupressea Junonis Reginae portaban dalle lor doti. Di che poi fu fatto un bacino d'oro
tur: tum septem et viginti virgines, longam in da darsi in dono, e portato sull'Aventino, e quivi
dutae vestem, carmen in Junonem Reginam ca le matrone con casta e puramente sagrificarono.
nentes ibant; illa tempestate forsitan laudabile E subito di poi statuirono i decemviri il giorno
rudibus ingeniis, nunc abborrens et inconditum, peraltro sagrifizio alla stessa dea, del quale questo
si referatur. Virginum ordinem sequebantur de si fu l'ordine: dal tempio di Apollo per la porta
cemviri coronati laurea, praetextatique. A porta Carmentale furono condotte in Roma due vacche
Jugario vico in forum venere: in foro pompa bianche, dietro alle quali si portavano due statue
constitit; et per manus reste data, virgines so di Giunone regina, fatte di legno di cipresso, poi
mum vocis pulsu pedum modulantes incesserunt: ventisette vergini in veste lunga veniano cantan
inde vico Tusco Velabroque, per Boarium forum, do un inno in onore della dea, piacente forse
in clivum Publicium atque aedem Junonis Regi allora a quegli ingegni rozzi, ma che parrebbe
nae perrectum. Ibi duae hostiae ab decemviris ora insopportabile ed incomposto, se si riferisse.
immolatae, et simulacra cupressea in aedem illata. Seguivano la fila delle vergini i decemviri coro
nati di alloro, e vestiti della pretesta. Dalla porta
pel borgo dei Gioghi vennero in piazza: quivi
2o5 TITI LIVII LIBER XXVII. 2o6

la processione si fermò , e le vergini, tenendosi


ciascuna ad una stessa funicella, danzarono, accor
dando il suono della voce al batter de'piedi.
Indi dal borgo Toscano e Velabro pel foro
Boario si salì al poggio Publicio, e al tempio di
Giunone regina. Quivi immolarono i decemviri
le due vittime, e le statue di cipresso furon por
tate nel tempio.
XXXVIII. Diis rite placatis, delectum consu XXXVIII. Placati gli dei secondo i riti, i
les habebant acrius intentiusque, quam prioribus consoli attendevano alla leva con più severità e
annis quisquam meminerat habitum: mam et belli rigore, che alcuno si ricordasse mai fatto negli
terror duplicatus novi hostis in Italiam adventu; anni innanzi; perciocchè s'era duplicato il ter
et minus juventutis erat, undescriberent milites. rore per la venuta di un nuovo nemico in Ita
Itaque colonos etiam maritimos, qui sacrosanctam lia, e ci era meno gioventù, donde trar soldati.
vacationem dicebantur habere, dare milites co Quindi obbligavano ad arrolarsi anche i coloni
gebant. Quibus recusantibus, edixere in diem cer marittimi, che si diceva aver un dritto inviola
tam, ut, quo quisque jure vacationem haberet, bile di esenzione; e ricusando essi, s'intimò loro
ad senatum deferret. Ea die hi populi ad sena che in un dato giorno ciascuno recasse al senato
tum venerunt: Ostiensis, Alsiensis, Antias, Auxu qual fosse il suo dritto all'esenzione. I popoli,
ras, Minturnensis, Sinuessamus, et ab superoma che vennero in quel giorno, furono quelli di
ri Senensis. Quum vacationes suas quisque popu Ostia, di Alzia, di Anzio, di Anxure, di Minturno,
lus recitaret, nullius, quum in Italia hostis esset, di Sinuessa, e dal mare di sopra quelli di Sena.
praefer Antiatem Ostiensemque, vacatio observa Avendo ogni popolo presentati i suoi titoli di
ta est, et earum coloniarum juniores jurejuran esenzione, non s'ebbe riguardo, essendo il nemi
do adacti, supra dies triginta non pernoctaturos co in Italia, che a quella degli Anziati e degli
se esse extra moenia coloniae suae, donec hostis Ostiesi, e i giovani di quelle colonie furono ob
in Italia esset. Quum omnes censerent, primo bligati a giurare, che non avrebbero pernottato
quoque tempore consulibus eundum ad bellum, fuori delle lor mura oltre trenta giorni, fin tanto
(nam et Hasdrubali occurrendum esse descen che il nemico fosse in Italia. Essendo opinion ge
denti ab Alpibus, ne Gallos Cisalpinos, neve nerale, che i consoli andassero al più presto alla
Etruriam, erectam in spem rerum novarum, sol guerra (perciocchè bisognava e farsi incontro ad
licitaret; et Hannibalem suo proprio occupan Asdrubale nel suo discendere dall'Alpi, acciocchè
dum bello, ne emergere ex Bruttiis atque obviam non sollevasse i Galli Cisalpini, e la Toscana vo
fratri ire posset) Livius cunctabatur, parum fi gliosa di novità, e insieme tener Annibale occu
dens suarum provinciarum exercitibus: collegam pato in guerra, perchè non potesse uscire dall'A
ex duobus consularibus egregiis exercitibus, ct bruzzo, e recarsi incontro al fratello), Livio però
tertio, cui Q. Claudius Tarenti praeesset, electio soprastava, confidando poco negli eserciti delle
nem habere: intuleratoue mentionem de voloni sue province, mentre il collega avea la scelta dei
bus revocandis ad signa. Senatus liberam pote due begli eserciti consolari, e del terzo, ch'era
statem consulibus fecit, et supplendi unde vellent, a Taranto sotto gli ordini di Quinto Claudio; ed
et eligendi de omnibus exercitibus, quos vellent, avea fatto menzione di richiamare i voloni alle
permutandique, et ex provinciis, quos e republi bandiere. Il senato diede ai consoli piena licenza
ca censerentesse, traducendi. Ea omnia cum sum e di trarre i supplementi donde volessero, e di
ma concordia consulum acta. Volones in unde scegliere di tutti gli eserciti quelli, che volesse
vicesimam et vicesimam legiones scripti. Magni ro, e di permutarli e tradurli dalle province, co
roboris auxilia ex Hispania quoque a P. Scipione me credessero più utile alla repubblica. Tutto
M. Livio missa quidam ad id bellum auctores ciò fu fatto con somma concordia dei consoli. I
sunt: octo millia Hispanorum Gallorumque, et voloni furono levati per essere ascritti alla dician
duo millia de legione militum, equitum mille, novesima e ventesima legione. Alcuni anche scri
mixtos Numidas Hispanosque: M. Lucretium has vono, che Publio Scipione mandò di Spagna a
copias navibus adduxisse; et sagittariorum fundi Livio aiuti di molto nerbo, otto mila Spagnuoli
torumque ad quatuor millia ex Sicilia C. Mami e Galli, e due mila legionarii Romani e mille
lium misisse. cavalli, parte Spagnuoli e parte Numidi; che
Marco Lugrezio trasportò queste forze sulle navi,
e che Caio Mamilio spedì di Sicilia da quattro
mila arcieri e frombolieri.
207 TITI LIVII LIBER XXVII. 2o8

XXXIX. Auxerunt Romae tumultum literae XXXIX. Accrebbero la confusione in Roma


ex Gallia allatae ab L. Porcio praetore: « Hasdru le lettere venute dalla Gallia di Lucio Porcio pre
balem movisse ex hibernis, et jam Alpes transire; tore: se essersi già mosso Asdrubale da quartieri
octo millia Ligurum conscripta armataque, con d'inverno, e già passar l'Alpi; otto mila Liguri
junctura se transgresso in Italiam esse, nisi mit arrolati ed armati gli si unirebbero tosto che
teretur in Ligures, qui eos bello occuparet. Se avesse messo piede in Italia, se non si spedisse
cum invalido exercitu, quoad tutum putaret, pro chi tenesse occupati i Liguri in guerra; ch'egli
gressurum. » Hae literae consules, raptim con si sarebbe portato innanzi col suo debole eserci
fecto delectu, maturius, quam constituerant, exire to sin dove stimerà poterlo fare senza pericolo. n
in provincias coegerunt, ea mente, ut uterque Queste lettere obbligarono i consoli, compiuta
hostem in sua provincia contineret, neque con in fretta la leva, a portarsi alle loro province più
jungi, aut conferre in unum vires pateretur. presto che non aveano determinato, coll'inten
Plurimum in eam rem adjuvit opinio Hanniba zione che l'uno e l'altro nella propria provincia
lis, quod, etsi ea aestate transiturum in Italiam contenesse il nemico, nè lo lasciasse unirsi e
fratrem crediderat, recordando quae ipse in tran congiungere le forze insieme. Giovò molto in
situ nunc Rhodani, nunc Alpium, cum hominibus questo l'opinione di Annibale; perciocchè, quan
locisque pugnando per quinque menses exhau tunque credesse che in quella state suo fratello
sisset, haudquaquam tam facilem maturumque sarebbe passato in Italia, pure ricordandosi le
transitum exspectabat : ea tardius movendi ex perdite, ch'egli aveva fatte nel passare ora il
hibernis caussa fuit. Ceterum Hasdrubali et sua Rodano, ed ora le Alpi, combattendo per cinque
et aliorum specmnia celeriora atque expeditiora mesi contro gli uomini e contro i luoghi, non
fuere. Non enim receperunt modo Arverni eunm, si aspettava che il suo passaggio fosse sì facile e
deincepsque aliae Gallicae atque Alpinae gentes, sollecito. Questo fu il motivo per cui tardò ad
sed etiam secutae sunt ad bellum ; et quum per uscire in campagna. Del resto, tutto riuscì ad
munita pleraque transitu fratris, quae antea in Asdrubale più presto e più spedito, che non era
via fuerant, ducebat, tum etiam, duodecim an stata la sua e l'altrui speranza. Perciocchè non
morum assuetudine perviis Alpibus factis, inter solo gli Arverni, poi le altre genti della Gallia e
mitiora jam hominum transibat ingenia. In visitati delle Alpi lo accolsero, ma lo seguirono exiandio
mamque antea alienigenis, nec videre ipsi adve alla guerra; e li conduceva per luoghi la maggior
nam in sua terra assueti, omni generi humano parte spianati dal passaggio del fratello, ch'erano
insociabiles erant. Et primo ignari, quo Poenus prima intransitabili; ed essendo l'Alpi fatte
pergeret, suas rupes suaque castella, et pecorum più agevoli dalla pratica di dodici anni, passava
hominumque praedam peti crediderant: fama tra gente divenuta d'indole più mite. Perciocchè
deinde Punici belli, quo duodecimum annum innanzi non visitati mai da stranieri, nè soliti a
Italia urebatur, satis edocuerat, viam tantum Al vedere alcuno nel lor paese, non aveano società
pes esse: duas praevalidas urbes, magno interse alcuna con tutto il genere umano; e dapprima
maris terrarumque spatio discretas, de imperio ignorando dove il Cartaginese volesse andare,
et opibus certare: hae causae aperuerant Alpes avean creduto ch'ei mirasse a prendere le rupi
Hasdrubali. Ceterum quod celeritate itineris pro e i lor castelli, e far preda d'uomini e di bestia
fectum erat, id mora ad Placentiam, dum frustra mi; ma poi la fama della guerra Punica, che da
obsidet magis, quam oppugnat, corrupit. Credi dodici anni divorava l'Italia, gli avea bastante
derat campestris oppidi, facilem expugnationem mente istrutti, non altro esser l'Alpi, che un
esse; et nobilitas coloniae induxerat eum, ma passaggio, e che due nazioni validissime, distanti
gnum se excidio eius urbis terrorem ceteris ra tra loro per gran tratto di terra e di mare, com
tum injecturum. Non ipsum solum ea oppugnatio battevano per gara di signoria e di potenza.
impediit, sed Hannibalem post famam transitus Queste cagioni aveano aperte l'Alpi ad Asdrubale.
ejus, tanto spe sua celeriorem, jam moventem ex Del resto, il profitto che si era fatto colla celerità
hibernis, continuerat; quippe reputantem, non del cammino, lo avea guastato l'indugio intorno
solum quam lenta urbium oppugnatio esset, sed Piacenza, mentre piuttosto l'assedia inutilmente,
etiam quam ipse frustra eamdem illam coloniam, che la combatte. Credeva facile il prendere una
ab Trebia victor regressus, tentasset. città di pianura; e la celebrità della colonia l' a
veva indotto a pensare che con l'eccidio di
quella città grande spavento avrebbe messo nelle
altre. Nè quell'assedio ritardò lui solo, ma rat
tenne pur anche Annibale, che, udito il passaggio
di Asdrubale tanto più presto che non pensava,
2o0 TITI LIVII LIBER XXVII. 2 10

si disponeva a muoversi dai quartieri; rammen


tando non solamente quanto fosse lenta l'espu
gnazione delle città, ma eziandio, com'egli stesso,
tornando vincitore dalla Trebbia, avesse inutil
mente combattuta quella colonia medesima.
XL. Consules, diversis itineribus profecti ab XL. I consoli, partitisi di Roma per due strade
urbe, velut in duo pariter bella distenderant cu diverse, divisero come in due diverse guerre
ras hominum, simul recordantium, quas primus anche i pensieri degli uomini, i quali e si ricor
adventus Hannibalis intulisset Italiae clades; si davano che ruine avea portate all'Italia la pri
mul, quum illa angeret cura, « quos tam pro ma venuta di Annibale; ed erano eviandio in
pitios urbi atque imperio fore deos, uteodem affanno, pensando a quali sarebbero stati gli dei
tempore utrobique respubblica prospere gerere propizii tanto alla città ed all'impero di Roma,
tur? Adhuc adversa secundis pensando rem ad id sì che nello stesso tempo da per tutto le cose
tempus extractam esse. Quum in Italia ad Trasi andassero prosperamente ? s'era tirato innanzi
menum et Cammas praecipitasset Romana res, pro fino ad ora co buoni compensando i tristi succes
spera bella in Hispania prolapsam eam erexisse. si. La repubblica precipitata in Italia per le bat
Posteaquam in Hispania alia super aliam clades, taglie del Trasimeno e di Canne, l'aveano rilevata
duobus egregiis ducibus amissis, duos exercitus i successi prosperi della Spagna. Indi poi che in
ex parte delesset multa, secunda in Italia Sicilia Ispagna una ed un'altra sconfitta, perduti due
que gesta quassatam rempublicam excepisse: et sommi capitani, ebbe quasi affatto annientati
ipsum intervallum loci, quod in ultimis terrarum due eserciti, i felici eventi accaduti nell'Italia e
oris alterum bellum gereretur, spatium dedisse nella Sicilia avean rimessa la conquassata repub
ad respirandum. Nunc duo bella in Italiam ac blica; e la stessa distanza de luoghi, facendosi
cepta, duo celeberrimi nominis duces circumstare una delle guerre nelle parti estreme della terra,
urbem Romanam, et unum in locum totam peri avea dato tempo a respirare. Ora due guerre
culi molem, omne onus incubuisse. Qui eorum vengono a piombare sull'Italia, due capitani di
prior vicisset, intra paucos dies castra cum alte nome celebratissimo accerchian Roma, e tutta la
ro juncturum. » Terrebat et proximus annus lu mole del pericolo, tutto il peso s'era concentrato
gubris duorum consulum funeribus. His anxii in un luogo solo. Il primo dei nemici, che vinces
curis homines digredientes in provincias consules se, fra pochi di congiunto avrebbe il campo suo
prosecuti sunt. Memoriae proditum est, plenum a quello dell'altro. » Spaventava anche l'anno
adhuc irae in cives M. Livium, ad bellum profi prossimamente decorso, anno lugubre per la
ciscentem, monenti Q. Fabio, a ne, priusquam ge morte di due consoli. Con questo affanno in cuore
nus hostium cognosset, temere manum consere la gente accompagnava i consoli, che partivano
ret, º respondisse: « Ubi primum hostium agmen per le loro province. Fu scritto che Marco Livio,
conspexisset pugnaturum. » Quum quaereretur, andando alla guerra pieno ancora di sdegno con
quae causa festinandi esset ? . Aut ex hoste egre tro i suoi concittadini, rispondesse a Quinto Fa
giam gloriam, inquit, aut ex civibus victis gau bio, il quale lo ammoniva . di non venire alle
dium, meritum certe, etsi non honestum, ca mani, se prima non conoscesse la qualità del neº
piam. » Priusquam Claudius consul in provin mico, e che anzi avrebbe combattuto, come tosto
ciam perveniret, per extremum finem agri Lari avesse veduto il primo squadrone. ” E ricercato
natis ducentem in Sallentinos exercitum Hanni qual fosse la cagione di tanta fretta, dicesse: «O
balem cum expeditis cohortibus adortus, C. Hosti trarrò dal nemico egregia fama, o dai vinti cit
lius Tubulus incomposito agmini terribilem tu tadini se non onesta, certo meritata allegrezza. ”
multum intulit. Ad quatuor millia hominum occi Innanzi che il console Claudio arrivasse alla sua
dit, novem signa militaria cepit. Moverat ex hi provincia, Caio Ostilio Tubulo con le coorti
bernis ad famam hostis Q. Claudius, qui per leggere avendo assaltato Annibale, che pel confi
urbes agri Sallentini castra disposita habebat. ne Larinate conduceva l'esercito ne' Sallentini,
Itaque, ne cum duobus exercitibus simul confli mise in quello terribile confusione; uccise da
geret, Hannibal nocte castra ex agro Tarentino quattro mila uomini, e prese nove bandiere. Alla
movit, atque in Bruttios concessit. Claudius in fama de nemici s'era mosso da quartieri d'in
Sallentinos agmen convertit. Hostilius, Capuam verno Quinto Claudio, che avea le sue genti
petens, obvius ad Venusiam fit consuli Claudio. distribuite per le città del contado Sallentino;
quindi Annibale, per non aver a combattere ad
lbi ex utroque exercitu electa peditum quadra
ginta millia, duo millia et quingenti equites, qui un tratto contro due eserciti, di notte mosse il
bus consul adversus Hannibalem rem gereret: campo dal territorio di Taranto, e passò ne Bru
Livio a i4
2 il l'I I I LIVII LIBER XXVII. 2 1a

reliquas copias Hostilius Capuam ducerejussus, ut zii. Claudio si volse ai Sallentini. Ostilio, recan
Q. Fulvio proconsuli traderet. dosi a Capua, s'incontrò a Venosa col console
Claudio. Quivi si fece una scelta dall'uno e dal
l'altro esercito di quaranta mila fanti, e due mila
cinquecento cavalli, con i quali il console com
battesse con Annibale; il rimanente delle genti
Ostilio ebbe ordine di condurle a Capua, onde
consegnarle al proconsole Quinto Fulvio.
XLI. Hannibal, undigue contracto exercitu, XLl. Annibale, raccolto da ogni parte l'eser
quem in hibernis, aut in praesidiis agri Bruttii cito, che avea me quartieri d'inverno, o nelle
habuerat, in Lucanos ad Grumentum venit, spe guernigioni delle città de Bruzii, venne a Gru
recipiendi oppida, quae per metum ad Romanos mento nella Lucania, colla speranza di ricuperare
defecissent. Eodem a Venusia consul Romanus le terre, che per paura s'erano volte ai Romani.
exploratis itineribus contendit, et mille fere et Recasi colà pure da Venosa, fatte riconoscere le
quingentos passus castra ab hoste locat. Grumenti strade, il console Romano, e si accampa mille
moenibus prope injunctum videbatur Poenorum cinquecento passi all'incirca discosto dal nemico,
vallum: quingenti passus intererant. Castra Puni Lo steccato dei Cartaginesi pareva quasi addos
caac Romana interjacebat campus; colles immi sato alle mura di Grumento; non c'era, che la
nebant nudi sinistro lateri Carthaginiensium, distanza di cinquecento passi. Tra il campo Car
dextro Ronanorum, neutris suspecti, quod nihil taginese ed il Romano eravi una pianura; alcu
silvae neque ad insidias latebrarum habebant. In ni colli del tutto ignudi sovrastavano al sinistro
medio campo ab stationibus procursantes certa lato dei Cartaginesi, al destro dei Romani, a
mina, haud satis digna dictu, serebant. Id modo niuna delle parti sospetti, perchè non aveano nè
Romanum quaerere apparebat, ne abire hostem boscaglie, nè nascondigli, dove appiattarsi. Nel
pateretur. Hannibal, inde evadere cupiens, totis mezzo della pianura e questi e quelli, scorrendo
viribus in aciem descendebat. Tum consul, inge fuor delle porte, faceano scaramucce non degne
mio hostis usus, quo minus in tam apertis colli d'essere ricordate. A questo solamente si vedea
bus timeri insidiae poterant, quinque cohortes, mirare il Romano, di non lasciare che il nemico
additis quinquemanipulis, nocte jugum superare, partisse. Annibale, pur bramando levarsi di là,
elin aversis vallibus considerejubet.Tempus ex usciva a battaglia con tutte le forze. Allora il con
surgendi ex insidiis, et aggrediendi hostem, Ti. sole, usando l'arti nemiche, quanto ci era meno
Claudium Asellum tribunum militum et P. Clau da temere agguati in così scoperte colline, com
dium praefectum sociùm edocet, quos cum iis mette a cinque coorti, aggiunte vi cinque compa
mittebat. Ipse luce prima copias omnes peditum gnie, che di notte sormontino il giogo, e si ap
equitumque in aciem eduxit. Paullo post et ab piattino nelle opposte valli. A Tito Claudio Asel
Hannibale signum pugnae propositum est, cla lo, tribuno del soldati, e a Publio Claudio, pre
norque in castris ad arma discurrentium est su fetto degli alleati, che avea mandati con quella
blatus. Inde eques pedesque certatim portis ruere, squadra, insegna il tempo di uscire dagli agguati,
º Palati per campum properare ad hostes. Quos e di assaltare il nemico. Egli sul far del giorno
ubi effusos consul videt, tribuno militum tertiae trae fuori in ordinanza tutti i suoi fanti e cavalli.

legionis C. Aurunculeio imperat, ut equites le Poco di poi anche Annibale dà il segno della bat
gionis, quanto maximo impetu possit, in hostem taglia, e si ode levarsi dagli allogiamenti il grido
emittat: ita pecorum modo incompositos toto de'soldati che corrono all'armi; ed ecco la gen
Passim campo se fudisse, ut sterni obterique, te a piedi ed a cavallo lanciarsi a gara fuor delle
Priusquam instruantur, possint. porte, e sparsi per la pianura muoversi frettolosi
contro il nemico. Il console, vedendoli così sban
dati, ordina a Caio Arunculeio, tribuno della terza
legione, che scagli addosso a nemici la sua caval
leria con quanto maggior impeto si possa: essersi
coloro sì disordinatamente sparpagliati qua e là,
a guisa di bestiami, che si potevano atterrare,
calpestare innanzi che si ordinassero.
XLII. Nondum Hannibal e castris exierat, XLII. Non era uscito Annibale ancora dagli al
quum pugnantium clamorem audivit: itaque ex loggiamenti, quando udì le grida di quelli, che
citus tumultu, raptim ad hostem copiasagit. Jam combattevano. Scosso pertanto dal rumore, ratto
Prinus occupaveral equester terror: peditum spinge i suoi contro il nemico. Già i primi erano
2 13 TITI LIVII LIBER XXVII 214
etiam prima legio et destra ala proelium inibant. stati spaventati dall'urto della cavalleria. Anche
Incompositi hostes, ut quemque aut pediti, aut l'infanteria della prima legione, e l'ala destra
equiti casus obtulit, ita conserunt manus. Crescit degli ausiliarii entravano in battaglia. I nemici
pugna subsidiis, et procurrentium ad certamen scompigliati, come si abbattono a caso nella gente
numero augetur; pugnantesque (quod nisi in a piedi od a cavallo, così combattono. Cresce la
vetere exercitu, et duci veteri haud facile est) pugna pe'rinforzi, e si aumenta del numero della
inter tumultum acterrorem instruxisset Hannibal, gente, che accorre a sostenerla, ed avrebbe
mi cohortium ac manipulorum decurrentium per Annibale, anche in mezzo alla confusione ed al
colles clamor, ab tergo auditus, metum, ne inter terrore, ordinati i suoi (cosa non facile, se non se
cluderetura castris injecisset. Inde pavor incus a vecchio capitano e a vecchio esercito), se il gri
sus, et fuga passim fieri coepta est: minorque do udito alle spalle delle coorti e compagnie, che
caedes fuit, quia propinquitas castrorum brevio scendevan giù di corso dalle colline, non gli aves
rem fugam perculsis fecit. Equites enim tergo in se messi in panra d'essere esclusi dai loro allog
haerehant: in transversa latera invaserant cohor giamenti. Quindi cominciarono a mettersi in
tes, secundis collibus via nuda ac facili decurren paura ed a fuggire da ogni parte; e la strage fu
tes: tamen supra octo millia hominum occisa, minore, perchè la vicinanza degli alloggiamenti
supra septingentos capti: signa militaria novem fece agli atterriti più breve la fuga. Perciocchè
adempta; elephanti etiam, quorum mullus usus avendo la cavalleria nemica fitta alle spalle, gli
in repentina ac tumultuaria pugna fuerat, qua assalirono di fianco le coorti, che giù correvano
tuor occisi, duo capti. Circa quingentos Romano dalle dolci colline per via facile e spianata. Non
rum sociorumque victores ceciderunt. Postero dimeno ne restaron morti da otto mila, presi più
die Poenus quievit. Romanus, in aciem copiis di settecento; tolte nove bandiere, e degli elefan
eductis, postguam neminem signa contra efferre ti, de'quali non s'era fatto alcun uso in quella
vidit, spolia legi caesorum hostium, et suorum zuffa repentina e tumultuaria, uccisi quattro,
corpora collata in unum sepeliri jussit. Inde in presi due. Perdettero i vincitori da cinquecento
sequentibus continuis diebus aliquot ita institit tra Romani ed alleati. Annibale il dì seguen
portis, ut prope inferre signa videretur : domec te stette quieto. Il Romano, uscito colle genti
Hannibal tertia vigilia, crebris ignibus taberna a battaglia, poi che vide nessuno farsegli in
culisque, quae pars castrorum ad hostes verge contro, ordinò che si raccogliessero le spoglie
bat, et Numidis paucis, qui in vallo portisque se de'nemici uccisi, e i cadaveri de'suoi, messi in
ostenderent, relictis, profectus Apuliam petere sieme, si abbruciassero. Indi per alquanti giorni
intendit. Ubi illuxit, successitvallo Romana acies; continui minacciò sì dappresso le porte, che pa
et Numidae ex composito paulisper in portis se reva volesse assaltare il campo; sino a tanto che
valloque ostentavere, frustratique aliquandiu Annibale sulla terza veglia, lasciati accesi molti
hostes, citatis equis agmen suorum assequun fuochi, lasciate le tende dalla parte, che guardava
tur. Consul, ubi silentium in castris, et ne paucos il nemico, e lasciati alcuni pochi Numidi, che si
quidem, qui prima luce obambulaverant, parte mostrassero sullo steccato ed alle porte, partito
ulla cernebat, duobus equitibus speculatum in s'incamminò verso la Puglia. Appena si ſe'chiaro,
castra praemissis, postduam satistuta omnia esse l'esercito Romano si accostò agli steccati; i Nu
exploratum est, inferri signa jussit: tantumque midi, secondo l'ordine avuto, si mostrarono al
ibi moratus, dum milites ad praedam discurrunt, cun poco alle porte e alle palizzate, ed avendo
receptui deinde cecinit, multoque ante noctem per alquanto tempo tenuto a bada il nemico, spro
copias reduxit. Postero die prima luce profectus, mati i cavalli, raggiunsero i suoi. Il console, os
magnis itineribus famam et vestigia agminis se servato il silenzio del campo, non vedendo da
quens, haud procul Venusia hostem assequitur. nessuna parte nè anche que pochi, che sul primo
Ibi quoque tumultuaria pugna fuit, supra duo schiarire andavano qua e là vagando, mandati
millia Poenorum caesa. Inde nocturnis monta innanzi due cavalieri a spiare il campo nemico,
misque itineribus Poenus, ne locum pugnandi poi che scorse ogni cosa intorno sicura, comandò
daret, Metapontum petiit. Hanno inde (is che si entrasse dentro; e fermatosi quivi sola
enim praesidio eius loci praefuerat) in Brut mente sin tanto che il soldato corre a depredare,
tios cum paucis ad exercitum novum compa indi sonò a raccolta, e molto innanzi che facesse
randum missus. Hannibal, copiis ejus ad suas notte, ritrasse le sue genti. Partitosi il dì seguen
additis, Venusiam retro, quibus venerat itine te in sull'alba, seguendo a gran giornate la fama
ribus, repetit, atque inde Canusium procedit. e l'orme dell'esercito nemico lo raggiunse non
Numquam Nero vestigiis hostis abstiterat; et molto lungi da Venosa. V'ebbe qui pure un fatto
Q. Fulvium, quum Metapontum ipse proficisce d'arme tumultuario; furon tagliati a pezzi più di
a 15 TITI LIVII LIBER XXVII. 2 1G
e

retur, in Lucanos, ne regio ea sine praesidio esset, due mila Cartaginesi. Di là Annibale, per non
arcessierat. aversi ad azzuffare, camminando di notte per
montagne, portossi a Metaponto, da dove Anno
ne (ch'era stato alla guardia di quel luogo) fu
mandato con pochi nel paese de'Bruzii a levare
un nuovo esercito. Annibale, aggiunte alle sue le
genti di Annone, tornò a Venosa per la strada
stessa, ch'era venuto; e quindi va a Canusio.
Non s'era mai Nerone scostato dalle pedate del
nemico, e nell'andare a Metaponto avea chiamato
Quinto Fulvio ne Lucani, onde quel paese non
restasse senza presidio.
XLIII. Inter haec ab Hasdrubale, posto uam a XLIII. In questo mentre, come Asdrubale si
Placentiae obsidione abscessit, quatuor Galli e fu partito dall'assedio di Piacenza, quattro cava
quites, duo Numidae, cum literis ad Hannibalem lieri Galli, e due Numidi, mandati da lui con let
missi, quum per medios hostes totam ferme lon tere ad Annibale, avendo attraversata quasi tutta
gitudinem Italiae emensi essent, dum Metapon la lunghezza dell'Italia per mezzo a nemici, men
tum cedentem Hannibalem sequuntur, incertis tre van dietro alle tracce di Annibale, che si riti
itineribus Tarentum delati, a vagis per agros pa rava da Metaponto, trasportati dall'ignoranza
bulatoribus Romanis ad Q. Claudium propraeto delle strade a Taranto, presi dai foraggieri Ro
rem deducuntur. Eum primo incertis implicantes mani, che vagavano per la campagna, furon me
responsis, ut metus tormentorum admotus fateri nati al propretore Quinto Claudio. Avvoltolo
vera coegit, edocuerunt, literas se ab Hasdrubale dapprima con ambigue risposte, come la paura
ad Hannibalem ferre. Cum iis literis, sicuterant, degli appressati tormenti gli obbligò a confessare
signatis, L. Virginio tribuno militum ducendi ad il vero, gli dissero, che portavan lettere di Asdru
Claudium consulem traduntur. Duae simul tur bale ad Annibale. Con queste lettere, suggellate
mae Samnitium praesidii causa missae: qui ubi com'erano, son consegnati a Lucio Virginio, tri
ad consulem per venerunt, literaeque lectae per buno dei soldati, per essere condotti al console
interpretem sunt, et ex captivis percunctatio fa Claudio. Si mandarono con lui a sua guardia due
cta; tum Claudius, non id tempus esse reipubli bande di soldati Sanniti. Giunti che furono i pri
cae ratus, quo consiliis ordinariis provinciae suae gioni al console, e poi che s'ebber lette le lettere
quisque finibus per exercitussuos cum hoste de col mezzo d'interprete, e si furono interrogati,
stinato ab senatu bellum gereret, audendum ali allora Claudio, stimando non essere la repubblica
quid improvisum, inopinatum, quod coeptum non in circostanza tale, che ognuno avesse coi metodi
minorem apud cives, quam hostes, terrorem fa ordinarii a guerreggiare ne'confini della propria
ceret, perpetratum in magmam laetitiam ex ma provincia contro il nemico assegnatogli dal senato;
gno metu verteret; literis Hasdrubalis Romam ad doversi tentar qualche colpo improvviso, inopi
senatum missis, simul et ipse Patres conscriptos, nato, che intrapreso non meno atterrisse i citta
quid pararet, edocet, ut, quum in Umbria se oc dini, che i nemici, ma eseguito volgesse poi la
cursurum Hasdrubal fratri scribat. legionem a Ca grande paura in grande allegrezza, mandate le
pua Romam arcessant; delectum Romae habeant; lettere di Asdrubale al senato, informa i Padri
exercitum urbanum ad Narniam hosti opponant. coscritti di ciò, ch'egli meditava; cioè, che scri
IIaec senatui scripta. Praemissi item per agrum vendo Asdrubale al fratello, che lo avrebbe in
Larinatem, Marrucinum, Frentanum, Praetutia contrato nell'Umbria, richiamino a Roma la le.
num, qua exercitum ducturus erat, ut omnes ex gione, ch'era di Capua; facciano nuova leva a
agris urbibusque commeatus paratos militi ad ve Roma; e oppongano presso a Narni l'esercito
scendum in viam deferrent, equos jumentaque urbano al nemico. Questo scrisse al senato. Man
alia producerent,ut vehiculorum fessis copia esset. dò pur gente pei contadi Larinate, Marrucino,
Ipse de toto exercitu civium sociorumque, quod Frentano, Pretuziano, pe quali voleva condurre
roboris erat, delegit, sex millia peditum, mille l'esercito, ad avvisare che tutti dalle campagne
equites: pronunciat, occupare se in Lucanis pro e dalle città portassero in sulle strade vettovaglie
ximam urbem Punicumque in ea praesidium vel in pronto a cibare i soldati, e traessero fuori ca
Ie, ut ad iter parati omnes essent. Profectus no valli e giumenti d'ogni sorte, acciocchè i soldati
cte flexit in Picenum. Et consul quidem, quantis stanchi trovassero dove salire. Egli, di tutto l'e
maximis itineribus poterat, ad collegam ducebat, sercito di cittadini e di alleati, sceglie il miglior
relicto Q. Catio legato, qui castris praeesset. nerbo, sei mila fanti e mille cavalli; mette voce
217 TITI LIVII LIBER XXVII. 2 18

di voler prendere la città più vicina della Lucania


e il presidio Cartaginese, che ci è dentro, onde
tutti stessero pronti alla partita. Mossosi di notte,
piega il cammino verso il Piceno. In questa guisa
il console a grandi giornate, quanto più poteva,
andava ad unirsi al collega, lasciato il legato
Quinto Cazio alla custodia del campo.
XLIV. Romae haud minus terroris actumul XLIV. A Roma non era minore la confusione
tus erat, quam fuerat biennio ante, quum castra e lo spavento di quel che fu due anni innanzi,
Punica objecta Romanis moenibus portisque fue quando gli accampamenti Cartaginesi stavan di
rant: neque satis constabat animis, tam audax iter fronte alle mura ed alle porte Romane; nè ben
consulis laudarent vituperarentne. Apparebat sapevano se quella mossa così ardita del console
(quo nihil iniquius est) ex eventu famam habi fosse da lodarsi o biasimarsi. Si vedeva che se
turum. « Castra prope Hannibalem hostem reli ne sarebbe giudicato dall'esito (di che non v' ha
cta sine duce cum exercitu, cui detractum foret ingiustizia maggiore). « Si era lasciato il campo
omne, quod roboris, quod ſloris fuerit ; et con in vicinanza di Annibale senza capitano, con un
sulem in Lucanos ostendisse iter, qunn Picenum esercito, da cui s'era tolto tutto il nerbo, tutto il
et Galliam peteret, castra relinquentem nulla alia fiore. Avea fatto il console mostra di andar nei
re tutiora, quan errore hostis, qui ducem inde
Lucani, mentre invece si portava nel Piceno e
atque exercitus partem abesse ignoraret. Quid nella Gallia, lasciando il campo non d'altra forza
futurum, si id palam fiat, et aut insequi Nero guernito, che dell'errore, in cui era il nemico, il
nem, cum sex millibus armatorum profectum, quale ignorava esserne partito il comandante e
Hannibal toto exercitu velit, aut castra invadere parte dell'esercito. Che avverrebbe, se si sapesse?
praedae relicta, sine viribus, sine imperio sine o se voglia Annibale inseguire con tutte le genti
auspicio ? » Veteres ejus belli clades, duo consu Nerone partito con soli sei mila soldati, o assal
les proximo anno interfecti terrebant. « Et ea tare qui gli alloggiamenti, lasciati a cadere preda
omnia accidisse, quum unus imperator, unus e del nemico, senza forze, senza comando, senza
xercitus hostium in Italia esset: nunc duo bella auspizii ? » Spaventavano le sconfitte avute in
Punica facta, duos ingentes exercitus, duos pro addietro in questa guerra, i due consoli uccisi
pe Hannibales in Italia esse: quippe et Hasdru l'anno innanzi. « E queste sciagure avvennero,
balem, patre eodem Hamilcare genitum, aeque quando non v'era in Italia, che un comandante,
impigrum ducem, per tot in Hispania annos Ro un esercito nemico: ora son fatte due le guerre
mano exercitatum bello, gemina victoria insignem Cartaginesi, due i grandi eserciti, e due, per co
duobus exercitibus cum clarissimis ducibus dele sì dire, gli Annibali; che anche Asdrubale, nato
tis. Nam itineris quidem celeritate ex Hispania et dello stesso padre Amilcare, non men valente ca
concitatis ad arma Gallicis gentibus multo magis pitano, esercitato per tant'anni nella guerra di
quam Hannibalem ipsum, gloriari posse. Quippe Spagna a combattere coi Romani, andava famoso
in iis locis hunc coégisse exercitum, quibus ille per due vittorie, disfatti due eserciti co' loro
majorem partem militum fame ac frigore, quae egregii comandanti. Perciocchè può egli molto
miserrima mortis genera sunt, amisisset. - Adji più che Annibale stesso gloriarsi della celerità di
ciebant etiam periti rerum Hispaniae, «haud cum sua venuta dalla Spagna, non che d'aver chiamate
ignoto duce C. Nerone congressurum; sed quem all'armi le genti della Gallia, avendo raccolto un
in saltu impedito deprehensus forte, haud secus esercito in que luoghi medesimi, dove l'altro
quam puerum, conscribendis fallacibus conditio avea perduto la maggior parte de'suoi per fred
nibus pacis frustratus elusisset. - Omnia majora do e per fame, i due più funesti generi di mor
etiam vero praesidia hostium, minora sua, metu te. » Aggiungevano eziandio i pratichi delle cose
interprete, semper in deteriora inclinato, duce di Spagna, « che Asdrubale avrebbe avuto a com
bant. battere con Caio Nerone, che non eragli scono
sciuto, quello stesso, che da lui colto a caso in un
passo angusto, aveva egli, non altrimenti che un
fanciullo, con fallaci condizioni di pace gabbato.»
E facean maggiori per ogni conto le forze dei
nemici, minori le proprie, ascoltando il timore
che interpreta tutto al peggio.
XLV. Nero, postduam jam tantum intervalli XLV. Nerone, poi che s'ebbe messo a tanta
detegi consilium satis tutum
ab hoste fecerat, ust distanza dal nemico, che nulla più si rischiava
219 TITI LIVII LIBER XXVII. 22o

esset, paucis milites alloquitur. Negat a ullius palesando il disegno, drizza a soldati poche pa
consilium imperatoris in speciem audacius, re role. Sostiene, «che da nessun altro comandante
ipsa tutius fuisse, quam suum. Ad certam eos se fu preso mai un partito in apparenza più ardito,
victoriam ducere: quippe ad quod bellum collega in fatto più sicuro del suo; ch'egli li conduceva
non ante, quam ad satietatem ipsius peditum at a certa vittoria. Perciocchè a quella guerra, alla
que equitum datae ab senatu copiae fuissent ma quale il suo collega non volle andare, se prima il
jores instructioresque, quam si adversus ipsum senato non gli avesse dato sino a sazietà la
Hannibalem iret, profectus sit, eo ipsos, quan maggiore più robusta gente in fanteria e caval
tumcumque virium momentum addiderint, rem leria, non altrimenti che se andasse contro An
omnem inclinaturos. Auditum modo in acie (nam, nibale, a quella guerra medesima qualunque
me ante audiretur, daturum operam ), alterum momento di forza essi aggiungessero, farebbon
consulem et alterum exercitum advenisse, haud certo crollar la bilancia a lor favore. L'udirso
dubiam victoriam facturum. Famam bellum con lamente nell'atto della mischia (e ben mi adopre
ficere, et parva momenta in spem metumque im rò, perchè non si oda prima) essere arrivato l'al
pellere animos. Gloriae quidem ex re bene gesta tro console e l'altro esercito, darebbe loro cer
partae fructum prope omnem ipsos laturos. Sem tissima vittoria. La fama fa tutto in guerra, e
per, quod postremum adjectum sit, id rem totam piccioli momenti spingono gli animi alla paura,
videri traxisse. Cernere ipsos, quo concursu, qua ovvero alla speranza. Quasi tutto il frutto della
admiratione, quo favore hominum iter suum ce gloria, che verrà dal buon successo, lo avranno
lebretur. » Et, hercule, per instructa omnia or essi; che sempre l'ultima cosa, che viene ad ag
dinibus virorum mulierumque, undigue ex agris giungersi, sembra che abbia tratto seco il merito
effusorum, inter vota et preces et laudes ibant: di tutta. Veggon essi cogli occhi lor proprii con
illos praesidia reipublicae, vindices urbis Romae qual concorso, con quale ammirazione e favor
imperiique appellabant: in illorum armis de tris generale vien celebrato il loro arrivo. » E per ve
que suam liberumque suorum salutem ac liberta rità camminavano per luoghi tutti pieni d'uo
tem repositam esse. Deos omnes deasque preca mini e di donne di ogni ordine, accorsi a gara
bantur, utillis faustum iter, felixque pugna, ma dalle campagne, in mezzo a voti e preghiere e
tura ex hostibus victoria esset, damnarenturque lodi; li chiamavano sostegni della repubblica,
ipsi votorum, quae pro iis suscepissent; ut, quem salvatori di Roma e dell'impero, dicendo ch'era
admodum nunc solliciti prosequerentur eos, ita riposta nell'armi e destre loro la salute e libertà
paucos post dies laeti ovantibus victoria obviam sua e de' figliuoli. Pregavano gli dei tutti e le dee,
irent. Invitare inde pro se quisque, et offerre, che il loro cammino fosse felice, prospero il com
et fatigare precibus, ut, quae ipsis jumentisque battere, presta la vittoria; che starebbono a loro
usui essent, ab se potissimum sumerent: benigne carico i voti, che facessero per essi; sì che, sic
omnia cumulata dare. Modestia certare milites, come ora solleciti gli accompagnavano, così po
me quid ultra usum necessarium sumerent: nihil chi giorni di poi andassero lieti ad incontrarli
morari, nec ab signis absistere cibum capientes: tripudianti per la vittoria. Indi ognuno in parti
diem ac noctem ire: vix, quod satis ad naturale colare gl'invitava ed offriva e istantemente pre
desiderium corporum esset, quieti dare. Et ad gava, che pigliassero francamente quello, che
collegam praemissi erant, qui nunciarent adven potesse abbisognare ad essi e a lor giumenti;
tum, percunctarenturque, clam an palam, inter avrebbon dato tutto largamente e di buon cuore.
diu an noctu, venire sese vellet, iisdem an aliis Gareggiava il soldato colla moderazione, niente
considere castris. Nocte clam ingredi melius vi più pigliando, che il necessario: non mai resta
sum est.
vano, nè si scostavano dalle bandiere per pren
dere il cibo: camminavano dì e notte; appena
davano al sonno quanto ricerca il natural biso
gno dei corpi. S'erano pur anche mandati messi
al collega, che lo avvisassero del suo arrivo, e
chiedessero se voleva che si venisse palesemen
te, ovvero di nascosto, se di giorno o di notte;
se avesse a fermarsi nel campo di lui, ovvero in
altro separato. Parve miglior partito il giungere
nacostamente di notte.
XLVI. Tessera per castra ab Livio consule XLVI. Il console Livio fe'distribuire l'ordine
data erat, ut tribunum tribunus, centurio centu pel campo, che il tribuno pigliasse seco il tribu
turionem, eques equitem, pedes peditem accipe mo, il centurione il centurione, il cavaliere il ca
22 i TITI LIVII LIBER XXVII. -222

ret. Neque enim dilatari castra opus esse, ne ho valiere, il fante il fante; perciocchè non biso
stis adventum alterius consulis sentiret; et coarcta gnava allargare gli alloggiamenti, acciocchè il
tio plurium in angusto tendentium facilior futura nemico non si accorgesse della venuta dell'altro
erat, quod Claudianus exexcitus nihil ferme, prae console; ed era tanto più facile ristringer molti
ter arma, secum in expeditionem tulerat. Cete in breve spazio, quanto che l'esercito di Claudio
rum in ipso itinere auctum voluntariis agmen non aveva in questa spedizione portato seco, che
erat; offerentibus sese ultro et veteribus militi l'armi. Del resto, il numero s'era per via ingros
bus perfunctis jam militia, et juvenibus, quos sato di volontarii, offerendosi da sè e vecchi sol
certatim nomina dantes, si quorum corporis spe dati emeriti, e giovani, che concorrendo a gara,
cies roburque virium aptum militiae videbatur, se li scorgeva per bellezza di figura e robustezza
conscripserat. Ad Senam castra alterius consulis di forze atti alla milizia, gli aveva arrolati. Il
erant; et quingentos inde ferme passus Hasdru campo dell'altro console era a Sena; e Asdrubale
bal aberat. Itaque quum jam appropinquaret, te n'era discosto cinquecento passi all'incirca. Quin
ctus montibus substitit Nero, ne ante noctem ca di Nerone, di già avvicinandosi, si fermò coperto
stra ingrederetur. Silentio ingressi, ab sui quis dai monti, per non entrare negli steccati innanzi
que ordinis hominibus in tentoria abducti, cum che fosse notte. Entrati con gran silenzio, sono
summa omnium laetitia hospitaliter excipiuntur, condotti, ciascuno nelle tende da quelli di un
Postero die cousilium habitum, cui et L. Porcius simil grado, ed accolti ospitalmente, con grande
Licinus praetor adfuit. Castra juncta consulum gioia di tutti. Il dì seguente si tenne consiglio,
castris habebat, et ante adventum eorum per al quale intervenne anche il pretore Lucio Porcio
loca alta ducendo exercitum, quum modo inside Licino. Aveva questi unito il suo al campo dei
ret angustos saltus, ut transitum clauderet, modo consoli, e avanti la lor venuta, menando l'eser
ab latere aut ab tergo carperetagmen, ludificatus cito per luoghi montani, ora fermandosi in passi
hostem omnibus artibus belli fuerat: is tum in stretti per impedirne il transito, ora pizzicando
consilio aderat. Multorum eo inclinant sententiae, il nemico a fianchi, ovvero alle spalle, lo avea
ut, dum fessum via ac vigiliis reficeret militem berteggiato con tutte l'arti della guerra. Questi
Nero, simul et ad noscendum hostem paucos sibi dunque intervenne al consiglio. Molti pareri in
sumeret dies, tempus pugnae differretur. Nero clinano a questo, che mentre Nerone ristora
non suadere modo, sed summa ope orare institit, il soldato stanco dal cammino e dalle veglie,
a ne consilium suum, quod tutum celeritas fecis e si piglia alcuni giorni a riconoscere il nemico,
set, temerarium morando facerent. Errore (qui si differisse il tempo della battaglia. Nerone insi
non diuturnus futurus esset) velut torpentem stette non solo in persuadere, ma eviandio in
Hannibalem, nec castra sua sine duce relicta ag pregare con tutta la forza e che non rendessero
gredi, nec ad sequendum se iter intendisse. An il suo disegno, cui la sola celerità rendea sicuro,
tequam se moveat, deleri exercitum Hasdrubalis coll'indugiare, temerario. Annibale, quasi intor
posse, redirique in Apuliam. Qui prolatando spa pidito da un errore, che però non poteva esser
tium hosti det, eum et illa castra prodere Han lungo, non s'era mosso finora nè ad assaltare il
nibali, et aperire in Galliam iter, ut per otium, suo campo rimasto senza capitano, nè ad inseguir
ubi velit, Hasdrubali conjungatur. Extemplo si lui nel suo cammino. Innanzi ch'egli si mova,
gnum dandum, et exeundum in aciem ; abuten potersi disfare l'esercito di Asdrubale, e dar
dumque errore hostium absentium praesentium di volta nella Puglia. Chi differendo concede
que; dum neque illi sciant cum paucioribus, nec tempo al nemico, è come se desse in mano ad
hicum pluribus et validioribus remesse. » Con Annibale quel campo, come se gli aprisse la strada
silio dimisso, signum pugnae proponitur, confe nella Gallia, onde a tutt'agio, quando volesse, si
stimolue in aciem procedunt. unisse ad Asdrubale. Bisognava dar subito il se
gno, e uscire a battaglia, e valersi dell'errore,
in cui sono i nemici assenti ed i presenti, fintanto
che sanno quelli di aver a fare con pochi, questi
con molti e gagliardissimi. » Licenziato il consi
glio, si dà il segno della battaglia, e immanti
mente escono in ordinanza.
XLVll. Jam hostes ante castra instructi sta XLVII. Già i nemici stavansi schierati dinanzi
bant : moram pugnae attulit, quod Hasdrubal, al campo. Quello che ritardò la battaglia, si fu,
Provectus ante signa cum paucis equitibus, scuta che Asdrubale, fattosi innanzi con pochi cavalli,
vetera hostium notavit, quae ante non viderat, et notò alcuni vecchi scudi di soldati, che non avea
strigosiores equos: multitudo quoque major so veduti innanzi, non che alcuni cavalli sfiancati:
223 TITI LIVII LIBER XXVII. 224

lita visa est. Suspicatus enim id, quod erat, re anche il numero gli parve maggiore. Venuto in
ceptui propere cecinit, ac misit ad flumen, unde sospetto di ciò, ch'era, sonò in fretta a raccolta,
aquabantur, ubi et excipi aliqui possent, et notari e mandò gente al fiume, dove si andava per
oculis, si qui forte adustioris coloris, utex recen acqua, se potessero pigliare qualcuno, ed osser
ti via, essent, simul circumvehi procul castra ju vare, se a caso tra soldati alcuni fossero di colore
bet specularique, num auctum aliqua parte sit più adusto, come chi viene da lunga via: nel
vallum, et ut attendant, semel bisne signum tempo stesso ordina che si vada di lontano gi -
canat in castris. Ea quum ordine omnia relata rando il campo dintorno, e spiando, se lo stec
essent, castra nihil aucta errorem faciebant. Bina. cato da nessuna parte fosse stato allargato; e
erant, sicut ante adventum consulis alterius fue badino, se la tromba si senta sonare nel campo
rant, una M. Livii, altera L. Porcii: neutris una ovvero due volte. Essendogli stato riferito
quidquam, quo latius tenderetur, ad munimenta il tutto con ordine, l'accampamento non punto
adjectum. Illud veterem ducem assuetumque Ro accresciuto lo tirava in errore. Erano due campi,
mano hosti movit, quod, semel in praetoriis ca come avanti la venuta dell'altro console; quello
stris signum, bis in consularibus referebant ceci di Marco Livio e quello di Lucio Porcio: non si
nisse. Duos profecto consules esse, et, quonam erano aggiunte munizioni nè all'uno, nè all'altro,
modo alter ab Hannibale abscessisset, cura ange onde alloggiassero più largamente. Quello, che
bat. Minimeid, quod erat, suspicari poterat, tan fe'impressione sul capitano vecchio e avvezzo
tae rei frustratione Hannibalem elusum, ut, ubi a guerreggiare coi Romani, si fu, che riferivano
dux, ubi exercitus esset, cum quo castra collata essersi udita la tromba una volta nel campo del
haberet, ignoraret: profecto haud mediocri clade pretore, e due nel campo consolare. Ci erano
absterritum insequi non ausum. Magnopere ve dunque certo i due consoli; e in qual modo si
reri, ne perditis rebus serum ipse auxilium ve fosse un d'essi scostato d'Annibale, quest'era
nisset, Romanisque eadem jam fortuna in Italia, il pensiero, che il travagliava. Non poteva in nes
quae in Hispania, esset. Interdum, literas suas ad suna guisa sospettare quello ch'era, che Annibale
eum non pervenisse, credere, interceptisque iis, fosse stato sì solennemente gabbato, che non
consulem ad sese opprimendum accelerasse. His sapesse dove fosse il capitano, dove l'esercito,
anxius curis, exstinctis ignibus, vigilia prima dato presso al quale era il suo campo. Certamente,
signo, ut taciti vasa colligerent, signa ferri jussit. ricevuta qualche grossa sconfitta, non aveva osato
In trepidatione etnocturno tumultu duces parum Annibale inseguirlo; sicchè temeva Asdrubale
intente asservati, alter in destinatis jam ante d'esser venuto aiuto tardo a cose rovinate, e che
animo latebris subsedit, alter per vada nota Me già i Romani avessero in Italia la stessa buona
taurum flumen tranavit. Ita desertum a ducibus fortuna, che nella Spagna. Talvolta credeva che
agmen primo per agros palatur; fessique aliquot le sue lettere non fossero giunte ad Annibale, e
somno ac vigiliis sternunt corpora passim, atque che il console, avendole intercettate, avesse acce
infrequentia relinquunt signa. Hasdrubal, dum lerato il suo cammino per opprimerlo. Sbattuto
lux viam ostenderet, ripa fluminis signa ferri da questi pensieri, spenti i fuochi, dato il segno
jubet; et per tortuosi amnis sinus ſlexusque er in su la prima veglia, perchè raccogliessero le
rorem volvens haud multum processit, ubi prima robe loro, ordina che si levi il campo. Nella con
lux transitum opportunum ostendisset, transitu fusione e nel tumulto della notte, le guide, poco
rus. Sed quum, quantum mare abscedebat, tanto attentamente osservate, altra si appiattò ne'na
altioribus coercentibus amnem ripis, non inveni scondigli già innanzi coll'animo disegnati, altra
ret vada, diem terendo spatium dedit ad inse per guadi noti valicò il Metauro. Così primiera
quendum sese hosti. -
mente l'esercito, smarrite le guide, si sbanda
per la campagna; ed alcuni, stanchi dal sonno
e dalle veglie, gittansi a terra qua e colà, ed
abbandonano le bandiere. Asdrubale ordina che
insino a tanto che il giorno mostri il cammino,
le bandiere si tengano lungo la riva del fiume;
e ravvolgendosi per tutti i semi e giravolte, che
il fiume stesso faceva, non andò molto innanzi,
però determinato di passarlo, come tosto la
prima luce gli offerisse luogo opportuno. Ma
perchè, quanto più il mare si allontanava, e
tanto più alte sponde frenavano il fiume, non
gli riusciva di trovare alcun guado, avvenne, che
225 T 1TI LIVII LIBER XXVII. 226

consumando il giorno, diede tempo al nemico


d'inseguirlo.
XLVIII. Nero primum cum omni equitatu XLVIII. Nerone venne primo con tutta la
advenit: Porcius deinde assecutus cum levi arma cavalleria; indi lo seguitò Porcio colle genti ar
tura. Qui quum fessum agmen carperent ab omni mate alla leggera; e mentre questi vanno scor
parte incursarentgue, et jam, omisso itinere, rendo intorno, e pizzicando da ogni parte il
quod fugae simile erat, castra metari Poenus in nemico stanco, ed Asdrubale, lasciato stare il cam
tumulo super fluminis ripam vellet; advenit Ili mino, che somigliava a fuga, medita di accamparsi
vius peditum omnibus copiis, non itineris modo, sopra un poggio vicino alla riva del fiume, ecco
sed ad conserendum extemplo proelium instru sopraggiunger Livio con tutta la fanteria, non
ctis armatisque. Sed ubi omnes copias conjunxe come gente che va per via, ma ben sì come presta
runt, directaque acies est, Claudius dextro in ed allestita a venir subito alle mani. Poi che
cornu, Livius ab sinistro pugnam instruit: media ebbero unite le forze, e l'esercito fu in ordine,
acies praetori tuenda datur. Hasdrubal, omissa Claudio prende il governo dell'ala destra, Livio
munitione castrerum, postduam pugnandum vi della sinistra: la difesa del centro è commessa
dit, in prima acie antesigna elephantos collocat. al pretore. Asdrubale, lasciato di fortificare il
Circa eos laevo in cornu adversus Claudium Gal campo, poi che vide aversi pure a combattere,
los opponit, haud tantum eis fidens, quantum ab colloca gli elefanti nella prima fronte dinanzi
hoste timeri eos credebat. Ipse dextrum cornu alle bandiere. Intorno ad essi alla sinistra mette
adversus M. Livium sibi atque Hispanis (etibi i Galli contro Claudio, non tanto perchè fidasse
maxime in vetere milite spen habebat) sumpsit. in essi, quanto perchè credeva che il nemico
Ligures in medio post elephantos positi; sed lon li temesse. Egli prese l'ala destra contro Marco
gior, quam latior, acies erat. Gallos prominens Livio per sè e per gli Spagnuoli (chè in questi
collis tegebat: ea frons, quam Hispani tenebant, specialmente confidava, quai vecchi soldati).
cum sinistro Romanorum cornu concurrit. Dex I Liguri furon posti nel mezzo dietro gli elefan
tra omnis acies extra proelium eminens cessabat: ti; ma la disposizione dell'esercito era più lunga,
collis oppositus arcebat, ne aut a fronte, aut che larga. I Galli eran coperti dalla sovrastante
ab latere aggrederentur. Inter Livium Hasdru collina. La testa, che gli Spagnuoli tenevano, si
balemque ingenscontractum certamen erat,atrox affrontò coll'ala sinistra dei Romani; tutta la
que caedes utrimque edebatur. Ibiduces ambo, destra, sporgentesi oltre la linea del combatti
ibi pars major peditum equitumque Romano mento, restava oziosa; chè la collina opposta
rum: ibi Hispani, vetus miles peritusque Roma impediva loro l'assalire o di fronte, o di fianco.
mae pugnae, et Ligures, durum in armis genus. Il forte della mischia era ristretto tra Livio ed
Eodem versi elephanti, qui primo impetu turba Asdrubale, e si faceva d'ambe le parti atroce
veramt antesignanos, et jam signa moverant loco; strage. Quivi i due capitani; quivi la maggior
deinde, crescente certamine et clamore, impoten parte dei ſanti e cavalli Romani; quivi gli Spa
tius jam regi, et inter duas acies versari, velut gnuoli, milizia vecchia e pratica del combattere
incerti quorum essent; haud dissimiliter navi Romano; e quivi i Liguri, gente indurata nel
bus sine gubernaculo vagis. Claudius, a Quid l'armi. A questo luogo s'eran volti gli elefanti,
ergo praecipiti cursu tam longum iter emensi che al primo impeto aveano scompigliata la pri
sumus ? » clamitans militibus, quum in adver ma fronte, e cacciate indietro le bandiere; ma
sum collem frustra signa erigere conatus esset, poi crescendo la zuffa e le grida, cominciarono
postduam ea regione penetrari ad hostem non a non lasciarsi governare, e ad aggirarsi tra l'uno
videbat posse; cohortes aliquot subductas e des e l'altro esercito, quasi incerti a chi appartenes
tro cornu, ubi stationem magis segnem, quam sero, non altrimenti che navi erranti senza noc
pugnam, futuram cernebat, post aciem circum chiero. Claudio, gridando a soldati, « A che dun
ducit: et, non hostibus modo, sed etiam suis ino que abbiam corso con tanto precipizio sì lunga
pinantibus, in sinistrum hostium latus incurrit; via ? » poi ch'ebbe tentato invano di drizzare le
tantaque celeritas fuit, ut, quum ostendissent se insegne pel colle, vedendo che da quella parte
ab latere, mox in terga jam pugnarent. Ita ex non si poteva giungere al nemico, staccate alcune
omnibus partibus, ab fronte, ab latere, ab tergo, coorti dall'ala destra, dove scorgeva che, invece
trucidantur Hispani Liguresque; et ad Gallos di combattere, sarebbero piuttosto stati a guar
jam caedes per venerat. Ibi minimum certaminis dare, fatte una volta sul di dietro, nol pensando
fuit: nam et pars magna ab signis aberant, nocte non che i nemici, nè anche i suoi, piomba sul
dilapsi, stratique somno passim per agros; et, fianco sinistro del nemico; e tanta fu la prestez
qui aderant, itinere ac vigiliis fessi, intolerantis za, che appena s'eran mostrati sul fianco, già
Livio 2 15
227 TITI LIVII LIBER XXVII. 228

sima laboris corpora, vix arma humeris gesta combattevano le spalle. Quindi gli Spagnuoli
bant. Et jam diei medium erat, satisque et ca ed i Liguri son tagliati a pezzi da ogni parte, di
lor hiantes caedendos capiendosque affatim prae fronte, ai lati, da tergo ; e già la strage s'era
bebat. distesa insino ai Galli. Quivi fu minima la resi
stenza, perchè gran parte era lontana dalle in
segne, sbandatisi la notte, e sparsi qua e là dal
sonno per la campagna; e quelli, ch'eran pre
senti, stanchi dal cammino e dal vegghiare, corpi,
come sono, intollerantissimi della fatica, appena
reggeano l'armi sul dorso. Ed era già mezzo
giorno; ed ansanti a bocca aperta per la sete e
pel calore si lasciavano senza contrasto uccidere
o pigliare.
XLIX. Elephanti plures ab ipsis rectoribus, XLIX. Degli elefanti più furono gli uccisi
quam ab hoste, interfecti. Fabrile scalprum cum dai loro stessi conduttori, che dal nemico. Avean
malleo habebant: id, ubi saevire belluae ac ruere questi uno scalpello da fabbro con un martello.
in suos coeperant, magister inter aures positum, Come le bestie cominciavano ad infuriare e a
ipso in articulo, quo jungitur capiti cervix, quan lanciarsi addosso i suoi, il conduttore messo lo
to maximo poterat ictu, adigebat. Ea celerrima scalpello tra gli orecchi nella giuntura, dove
via mortis in tantae molis bellua inventa erat, ubi il collo si appicca alla testa, vel ficcava dentro
regendi spem vicissent: primusque id Hasdrubal con quanta maggior forza si poteva. S'era trovata
instituerat, dux quum saepe alias memorabilis, questa prestissima via di uccidere una bestia di
tum illa praecipue pugna. Ille pugnantes hortan tanta mole, tosto ch'ella avea tolta la speranza
do, pariterque obeundo pericula, sustinuit: ille di poterla governare; e primo Asdrubale aveva
fessos abnuentesque taedio et labore, nunc pre imaginato questo mezzo, capitano e spesso in
cando, nunc castigando, accendit: ille fugientes altri casi degno di memoria, ma più particolar
revocavit, omissamque pugnam aliquot locis re mente in questa battaglia. Egli sostenne i com
stituit. Postremo, quum haud dubie fortuna ho battenti, confortandoli ed incontrando con essi
stium esset, ne superesset tanto exercitui suum ogni pericolo; egli ora pregando ed ora rampo
nomen secuto, concitato equo se in cohortem Ro gnando infiammò i soldati stanchi e restii dal
mamam immisit. Ibi, ut patre Hamilcare et Han tedio e dalla fatica; egli richiamò i fuggitivi, e
nibale fratre dignum erat, pugnans cecidit, Num rinfrancò in alquanti luoghi la pugna. In fine,
quam eo bello una acie tantum hostium inter non essendo più dubbia la vittoria dei nemici,
fectum est, redditaque aequa Cannensi clades, vel per non sopravvivere a tanto esercito, che avea
ducis, vel exercitus interitu, videbatur. Quinqua seguito il suo nome, spronato il cavallo, si lanciò
ginta sex millia bostium occisa: capta quinque in mezzo alla coorte Romana. Quivi, come con
millia el quadringenti: praeda alia magna tum veniva al figliuolo di Amilcare e ad un fratello
omnis generis, tum auri etiam argentique. Ci di Annibale, cadde morto combattendo, Hn que
vium etiam Romanorum, qui capti apud hostes sta guerra non s'era ucciso mai in una sola bat
erant, supra quatuor millia capitum recepta : id taglia tanto numero di nemici; e pareva restituita
solatii fuit pro amissis eo proelio militibus. Nam in pari misura, per la morte del comandante e
baudouaquam incruenta victoria ſuit: octo fer la disfatta dell'esercito, la rotta di Canne. Cin
me millia Romanorum sociorumque occisa. Adeo quanta seimila nemici furono uccisi; presi cinque
que etiam victores sanguinis caedisque ceperat mila e quattro cento; immensa l'altra preda di
satietas, ut postero die, quum esset nunciatum ogni sorte, non che di oro e d'argento. Si ricu
Livio consuli, Gallos Cisalpinos Liguresque, qui perarono eziandio più di quattro mila cittadini
aut proelio non affuissent, aut inter caedem effu Romani, ch'erano in potere dei nemici; il che
gissent, uno agmine abire sine certo duce, sine fu di conforto pe'soldati perduti in questo fatto.
signis, sine ordine ullo, aut imperio ; posse, si Perciocchè la vittoria non fu già senza gran san
una coſuituri, ala mittatur, omnes deleri; « Su gue; e da otto mila tra Romani ed alleati resta
persint, inquit, aliqui nuncii, et hostium cladis ron morti. E tal prese gli stessi vincitori sazietà
et nostrae virtutis. n di strage e di sangue, che il dì seguente essendo
stato riportato al console Livio che i Galli Cisal
pini ed i Liguri, i quali non erano intervenuti
alla battaglia, o eran fuggiti dal macello, anda
vano errando in frotta senza capitano, senza
d'ITI LIVII LIBER XXVII. 23o

bandiere, senz'alcun ordine o comando, e che,


mandando solamente una banda di cavalli, si
poteva sterminarli; « Avanzi, disse, qualche nun
zio e della disfatta del nemico, e del nostro
valore. »
L. Nero ea nocte, quaesecuta est pugnam, ci L. Nerone quella notte, che succedette alla
tatiore, quan inde venerat, agmine, die sexto ad battaglia, con maggiore velocità, che non ne era
stativa sua, atque ad hostem pervenit. 1ter ejus partito, venne di nuovo dopo sei giorni a suoi
frequentia minore, quia nemo praecesserat nun alloggiamenti ed al nemico. Il di lui ritorno fu
cius, laetitia vero tanta, vi» ut compotes men celebrato bensì con minore concorso, perchè
tium prae gaudio essent, celebratum est. Nam nessun messo lo avea preceduto, ma però con
Romae neuter animi habitus satis dici enarrari tanta letizia, che appena reggea lo spirito per
que potest; nec quo incerta expectatione eventus l'allegrezza. Perciocchè non si può abbastanza
civitas fuerat, nec quo victoriae famam accepit. dire, nè narrare quale si fosse in Roma il doppio
Numquam per omnes dies, ex quo Claudium con stato degli animi, nè come prima si stesse la città
sulem profectum fama attulit, ab orto sole ad oc nella dubbia aspettazione dell'esito, nè come
cidentem, aut senator quisquam a curia atque ab dipoi, quando intese la nuova della vittoria. Non
magistratibus abscessit, aut populus e foro. Ma mai, poi che s'era saputa la partenza del console
tronae, quia nihil in ipsis opis erat, in preces Claudio, nessun senatore, dal levare al tramon
obtestationesque versae, per omnia delubra vagae tare del sole, si partì dalla curia o dai magistrati,
suppliciis votisque fatigare deos. Tam sollicitae nè mai il popolo dalla piazza. Le matrone, per
ac suspensae civitati fama incerta primo accidit, chè non potean recare nessun soccorso, voltesi
duos Narnienses equites in castra, quae in fauci a pregare e scongiurare, vagando per tutti i tem
bus Umbriae opposita erant, venisse ex proelio, pii, stancavano gli dei colle supplicazioni e coi
nunciantes caesos hostes. Et primo magis auribus, voti. Essendo la città così sospesa ed ansiosa,
quam animis, id acceptum erat, ut maiuslaetius venne primieramente l'incerta nuova, che due
que, quan quod mente capere, aut satis credere cavalieri di Narni erano arrivati al campo, che
possent; et ipsa celeritas fidem impediebat, quod stava a guardare la bocca dell'Umbria, annun
biduo ante pugnatum dicebatur. Literae deinde ziando la sconfitta dei nemici. E in principio ci
ab L. Manlio Acidino missae ex castris afferuntur avean preso più parte gli orecchi, che gli animi,
de Narniensium equitum adventu. Eae literae, come cosa grande e lieta più di quel che la mente
per forum ad tribunal praetoris latae, senatum capir potesse, o credere con certezza; e la stessa
curia exciverunt; tantoque certamine actumultu celerità impediva il prestar fede, perchè si diceva
populi ad fores curiae concursum est, ut adire accaduto il fatto due giorni innanzi. Indi ven
nuncius non posset, trahereturdue a percunctan gono lettere mandate dal campo da Lucio Manlio
tibus vociferantibusque, utin Rostris prius, quam Acidino della venuta dei cavalieri di Narni.
in senatu, literae recitarentur. Tandem submoti E queste lettere portate per la piazza al tribunale
et coérciti a magistratibus; dispensarique laetitia del pretore trassero il senato in sulle soglie del
inter impotentes ejus animos potuit. In senatu la curia; alle cui porte corse il popolo con tanta
primum, deinde in concione, literae recitatae furia e tumulto, che il messo non poteva arri
sunt; et, procujusque ingenio, aliis jam certum varvi, ritenuto da quelli che lo interrogavano e
gaudium, aliis nulla ante futura fides erat, quam gridavano doversi recitare le lettere dinanzi ai
legatos consulumve literas audissent, rostri, prima che in senato. Finalmente furono
rimossi e frenati dai magistrati, e si potè dispen
sare la gioia tra cuori, che appena la capivano.
Furono recitate le lettere prima in senato, poi
al popolo; e secondo il proprio pensare di cia
scuno, altri se n'allegrò daddovero, altri non ci
volle prestar fede, se non aveva udito prima o
messi, o lettere de'consoli,
LI. Ipsos deinde appropinquare legatos alla LI. Indi fu annunziato, che i legati si avvici
tum est: tum enimvero omnis aetas currere obvii, ogni età correre ad incontrarli,
navano. Allora

primus quisque oculis auribusquehaurire tan bramando ognuno d'essere il primo a beversi
tum gaudium cupientes. Ad Mulvium usque pon cogli occhi e cogli orecchi tanta allegrezza. Un
tem continens agmen pervenit. Legati (erant L. continuato stuolo di gente arrivò sino al ponte
Veturius Philo, P. Licinius Varus, Q. Caecilius Mulvio. I legati (erano Lucio Veturio Filone,
23 i TITI LIVII LIBER XXVII. 232

Metellus) circumfusi omnis generis hominum fre Publio Licinio Varo, Quinto Cecilio Metello)
quentia in forum pervenerunt, quum alii ipsos. attorniati da immensa folla d'ogni genere, giun
alii comites eorum, quae acta essent, percuncta sero alla piazza, altri interrogando loro stessi,
rentur, et ut quisque audierat, exercitum ho altri i lor compagni dell'accaduto; e come ognu
stium imperatoremdue occisum, legiones Roma no aveva udito l'esercito nemico disfatto, il co
nas incolumes, salvos consules esse, extemplo aliis mandante Asdrubale ucciso, le Romane legioni
porro impertiebant gaudium suum. Quum aegre esser salve, salvi i consoli, subito comunicavano
in curiam perventum esset, multo aegrius submo agli altri la gioia loro. Giunti i legati alla curia
ta turba, ne Patribus misceretur, literae in senatu con gran pena, e con pena maggiore fatta sco
recitatae sunt: inde producti in concionem legati. stare la turba, onde non si meschiasse coi Padri,
L. Veturius, literis recitatis, ipse planius omnia, recitarono le lettere in senato; poscia furono
quae acta erant, exposuit cum ingenti assensu, prodotti dinanzi al popolo. Lucio Veturio, reci
postremo etiam clamore universae concionis, tate le lettere, espose le cose più pianamente,
quum vix gaudium animis caperent. Discursum com'erano accadute, con grande contentamento,
inde ab aliis circa templa deum, ut grates agerent; e in fine anche colle grida di tutta l'assemblea,
ab aliis domos, ut conjugibus liberisque tam lae capendo appena nei petti tanta piena di allegrez
tum nuncium impertirent. Senatus, quod M. Li za. Indi altri corse ai tempii degli dei a porger
vius et C. Claudius consules, incolumi exercitu, grazie; altri alle proprie case a mettere a parte
ducem hostium legionesque occidissent, supplica di sì gran nuova e mogli e figliuoli. Il senato,
tionem in triduum decrevit: eam supplicationem per avere i consoli Marco Livio e Caio Claudio,
C. Hostilius praetorpro concione edixit, celebra salvo l'esercito, disfatte le legioni e ucciso il co
taque a viris feminisque est. Omnia templa per mandante nemico, decretò tre giorni di preghie
totum triduum aequalem turbam habuere; quum re: ne pubblicò l'ordine il pretore Caio Ostilio
matronae amplissima veste cum liberis, perinde nell'assemblea del popolo, e vi concorsero a gara
ac si debellatum foret, omni solutae metu, deis uomini e donne. Tutti i tempi in que'tre giorni
immortalibus grates agerent. Statum quoque ci ebbero sempre la stessa folla, andando le matro
vitatis ea victoria movit: ut jam inde, haud secus ne vestite riccamente co'lor figliuoli, sciolte da
quam in pace, res inter se contrahere, vendendo, ogni timore, come se la guerra fosse finita, a
emendo, mutuum dando, argentum creditum ringraziare gli dei immortali. Quella vittoria
solvendo, auderent. C. Claudius consul quum in diede anche movimento alle cose interne; sì che
castra redisset, caput Hasdrubalis, quod serva da indi in poi osarono, non altrimenti che in
tum cum cura attulerat, projici ante hostium sta tempo di pace, far contratti, vendendo, compe
tiones, captivosque Afros vinctos, uterant, osten rando, dando a prestito, pagando il danaro ri
di, dmos etiam ex iis solutosire ad Hannibalem, cevuto. Il console Caio Claudio tornato al campo
et expromere, quae acta essent, jussit. Hannibal, ordinò che la testa di Asdrubale, che avea con
tanto simul publico familiarique ictus luctu. . a servata con gran cura, portata seco, fosse gittata
gnoscere se fortunam Carthaginis, º fertur dixis davanti alle stazioni de'nemici, e si mostrassero
se; castrisque inde motis, ut omnia auxilia, quae loro i prigioni Africani, legati, com'erano; ed
diffusa latius tueri non poterat, in extremum Ita eziandio, che due d'essi disciolti andassero ad An
liae angulum Bruttios contraheret, et Metaponti nibale a riferirgli l'accaduto. Annibale, colpito
nos, civitatem universam, excitos sedibus suis, et da sì grande e pubblica e domestica calamità,
Lucanorum, qui suae ditionis erant, in Bruttium narrasi che dicesse; a scorgere in ciò il destino
agrum traduxit. di Cartagine. ” E levato il campo di là, onde
concentrare ne' Bruzii, ultimo angolo dell'Italia,
tutte le forze, che largamente sparse non potea
difendere, vi condusse, levandoli dalle lor sedi,
tutti i Metapontini, quanti erano,non che i Lucani,
che gli stavano soggetti.
TITI LIVII PATAVINI

H I S T O R I A R U M
AB URBE CONDITA LIBRI

22n
ettº 3 ºs5re

EPITOME

- LIBRI VIGESIMI OCTAVI

Res in Hispania prospere gestae a Silano, Scipionis Si narrano le felici imprese in Ispagna di Silano
legato, et ab L. Scipione fratre adversus Poenos, a legato di Scipione, e del fratello Lucio Scipione contro
Sulpicio proconsule et ab Attalo rege Asiae adversus i Cartaginesi, non che quelle del proconsole Sulpicio,
Philippum regem Macedonum, pro Aetolis, referuntur. e di Attalo, re dell'Asia, contro Filippo re di Mace
Quum M. Livio et Claudio Neroni consulibus trium donia, a favore degli Etoli. Essendo stato decretato
phus decretus esset, Livius, qui in provincia sua rem il trionfo ai consoli Marco Livio e Claudio Nerone,
gesserat, quadrigis invectus est; Nero, qui in collegae Livio, che avea combattuto nella propria provincia,
provinciam, ut victoriam eius adjuvaret, venerat, eguo entrò in Roma tirato da quattro cavalli; Nerone,
est secutus, et in hoc habitu plus gloriae reverentiae ch'era venuto nella provincia del collega per cooperare
que habuit: nam et plus in bello, quam collega, alla di lui vittoria, lo seguitò a cavallo; e in questa
fecerat. Ignis in aede Vestae negligentia virginis, quae foggia ottenne gloria e riverenza maggiore, perciocchè
non custodierat, exstinctus est: virgo caesa est flagro. aveva operato nella guerra più che il suo collega.
P. Scipio in Hispania cum Poenis debellavit quarto Nel teupio di Vesta il fuoco si estinse per negligenza
decimo anno eius belli, quinto post anno, quam ierat: della vergine, ch'era incaricata di custodirlo; e fu
exclusisque in totum possessione eius hostibus, Hispa battuta colla sferza. Publio Scipione terminò la guerra
miam recepit; et a Tarracone in Africam ad Srpha in Ispagna contro i Cartaginesi, durata tredici anni,
cem regem Numidarum duobus navigiis transvectus, e cinque anni di poi, ch'egli era andato colà, e
foedus junait. Hasdrubal Gisgonis ibi cum eo in eodem scacciati affatto i nemici da quel possedimento, ricu
lecto accubuit. Munus gladiatorium in honorem patris però la Spagna, e passato con due navi da Tarracona
patruique Carthagine Nova edidit, non ex gladiato in Africa a Siface re dei Numidi, strinse alleanza
ribus, sed ex iis, qui aut in honorem ducis, aut ex con esso lui. Quivi Asdrubale, figlio di Giscone, sedette
provocatione in certamen descendebant: in quo reguli alla stessa mensa con Scipione. Diede questi a Nuova
fratres de regno ferro contenderunt. Quum Astapa Cartagine uno spettacolo gladiatorio in onore del padre
urbs ab Romanis oppugnaretur, oppidani liberos et e dello zio, e non già di gladiatori, ma di quelli, che
coniuges rogo exstructo occiderunt, et se insuper prae entravano in lizza o per onorare il comandante, o
cipitaverunt. Ipse Scipio, dum gravi morbo implicitus perchè provocati, e in questa occasione due fratelli,
235 TITI LIVII EPITOME LIBRI VIGESIMI OCTAVI 236

est, seditionem, in parte exercitus motam, confirmatus figli di re, disputaron col ferro della successione al
discussit, rebellantesque Hispaniae populos coegit in trono del padre. Essendo la città di Astapa combat
deditionem venire; et, amicitia facta cum Masinissa tuta dai Romani, i terrazzani, alzato un rogo, vi
rege Numidarum, qui illi auxilium, si in Africam ucciser sopra le loro mogli e i figliuoli, e vi si pre
trajecisset, pollicebatur, cum Gaditanis quogue post cipitarono essi pure. Scipione trattenuto da grave
discessum inde Magonis, cui ex Carthagine scriptum malattia, poi che fu rimesso, dissipò una sedizione
erat, ut in Italiam trajiceret, Romam reversus, con insorta in una parte dell'esercito, e costrinse i po
sulque creatus. Africam provinciam petenti, contra poli della Spagna, che s'erano ribellati, a tornare
dicente Q. Fabio Maximo, Sicilia data est: permis alla soggezion de'Romani, e fatta amicizia con Masi
sumque, in Africam trajiceret, si ex republica esse nissa, re dei Numidi, che gli prometteva soccorsi, se
censeret. Mago, Hamilcaris filius, a minore Baliari fosse passato in Africa, non che coi Gaditani, poi che
insula, ubi hiemarat, in Italiam trajecit. n'era partito Magone, a cui era stato scritto da Car
tagine, che si recasse in Italia, tornò a Roma e fu
creato console. Avendo egli chiesto di passar in Afri
ca coll'esercito, ed essendovisi opposto Quinto Fabio
Massimo, gli fu data la Sicilia, però permettendogli
di tragittare in Africa, qualora ciò stimasse utile
alla repubblica. Magone, figlio di Amilcare, dalla
minore delle Baleari, dove avea svernato, passò in
Italia.
TITI LIVII V

L I B E R V I G E SI M US O CTA VUS

è 093

I. (Anno U. C. 545. – A. C. sono Quum I. (Anni D. R. 545. - A. C. 2o7) Mentre


transitu Hasdrubalis, quantum in Italiam de pareva per la passata di Asdrubale, che quanta
climaverat belli, tantum levatae Hispaniae vide parte di guerra s'era piegata verso l'Italia, d'al
rentur; rematum ibi subito par priori bellum est. trettanta sgravate si fossero le Spagne, altra quivi
Hispanias ea tempestate sic habebant Romani subito ne insorse pari alla prima. Era a quel tem
Poenique: Hasdrubal Gisgonis filius ad Oceanum po questa nelle Spagne la posizione dei Romani,
penitus Gadesque concesserat. Nostri maris ora e dei Cartaginesi: Asdrubale figlio di Giscone
omnisque ferme Hispania, qua in orientem ver s'era ritratto ben addentro verso l'Oceano e
git, Scipionis ac Romanae ditionis erat. Novus Cadice. La costa del nostro mare, e quasi tutta
imperator Hanno, in locum Barcini Hasdrubalis quella Spagna, ch'è volta a Levante, era di Sci
novo cum exercitu ex Africa transgressus, Mago pione e del dominio Romano. Avendo il nuovo
mique junctus, quum in Celtiberia, quae media comandante Annone, venuto dall'Africa con nuo
est, brevi magnum hominum numerum armas vo esercito in luogo di Asdrubale Barcino, e
set; Scipio adversus eum M. Silanum cum de unitosi a Magone, armato in breve tempo gran
cem haud plus millibus militum, equitibus quin numero d'uomini nella Celtiberia, che sta di
gentis, misit. Silanus, quantis maximis potuititi mezzo ai due mari, Scipione gli mandò contro
neribus (impediebant autem et asperitates viarum Marco Silano con non più di dieci mila fanti, e
et angustiae saltibus crebris, ut pleraque Hispa cinquecento cavalli. Silano, camminando a gran
niae sunt, inclusae), tamen non solum nuncios, giornate più che poteva (perciocchè il ritardavano
sed etiam famam adventus sui praegressus, duci e l'asprezza delle vie, e le angustie dei passi
bus indidem ex Celtiberia transfugis, ad hostem chiusi tra folte boscaglie, com'è il più della
pervenit. Eisdem auctoribus compertum est, quum Spagna), pure avanzando non solamente i messi,
decem circiter millia ab hoste abessent, bina ca ma la stessa fama di sua venuta, scortato da al
stra circa viam, qua irent, esse: laeva Celtiberos, cuni de'medesimi Celtiberi disertori, giunse al
novum exercitum, supra novem millia hominum, nemico. Si seppe dai medesimi, quando si fu alla
dextra Punica tenere castra. Haec stationibus, vi distanza di circa dieci miglia dal nemico, che sui
giliis, omnijusta militari custodia tuta et firma lati della strada, per cui andavano, c'erano due
esse: illa altera soluta neglectaque, ut barbaro campi, uno a sinistra dei Celtiberi, esercito no
rum et tironum, et minus timentium, quod in vello, di circa nove mila uomini, a destra un
sua terra essent. Ea prius aggredienda ratus Si altro dei Cartaginesi: questo essere guardato e
lanus, signa quan maxime ad laevam jubebat difeso da poste, da sentinelle, da ogni sorta di
ferri, necunde ab stationibus Punicis conspicere militare custodia ben regolata; l'altro essere
tur. Ipse, praemissis speculatoribus, citato agmine sfacciato, trascurato, come di barbari, e novizii,
ad hostem pergit. e che temevan meno, perchè eran nel proprio
paese. Silano, pensando di primieramente assal
tar questo, ordinava che si tenesse il cammino
TITI LIVII LIBE.R XXVIII. 24o
quanto più si poteva alla sinistra, onde non fosse
veduto da qualcuna delle poste Cartaginesi; ed
egli, mandati innanzi gli esploratori, ratto si
drizza al nemico.
II. Tria millia ferme aberat, quum haud dum II. Non n'era lontano all'incirca tre miglia,
quisquam hostium senserat. Confragosa loca et che nessuno ancora de'nemici se n'era accorto.
obsita virgultis tenebant colles: ibi in cava valle, I colli eran tutti ingombri di sassi e di virgulti.
atque ob id occulta, considere militem, et cibum Quivi in bassa valle, e perciò più occulta, fa che
capere jubet: interim speculatores, transfugarum il soldato si fermi e prenda cibo. Intanto torna
dicta affirmantes, venerunt. Tum, sarcinis in me rono gli esploratori, confermando il detto dei
dium conjectis, arma Romani capiunt, acieque disertori. Allora i Romani, gettati nel mezzo i
justa in pugnam vadunt. Mille passuum aberant, loro arnesi, dan di piglio all'armi, e fattisi in
quum ab hoste conspecti sunt, trepidarique re giusta ordinanza, vanno alla battaglia. Erano
pente coeptum: et Mago ex castris citato equo distanti un miglio, quando furon veduti dal ne
ad plurimum clamorem et tumultum advehitur. mico; e questi cominciò subito a trepidare. E
Erant autem in Celtibero exercitu quatuor millia al primo grido e tumulto Magone accorre subito
scutatorum et ducenti equites: hanc justam le a briglia sciolta dal campo. Erano poi nell'eser
gionem (et id ferme roboris erat) in prima acie cito Celtibero da quattro mila scutati, e dugen
locat: ceteros, levem armaturam, in subsidiis po to cavalieri; e questi (ch'era a un dipresso tutto
suit. Quum ita instructos educeret castris, vixdum il nerbo delle genti) li mette nella prima fronte;
in egressos vallo Romani pila conjecerunt. Sub gli altri, armati alla leggera, nella riserva. Trattili
sidunt Hispani adversus emissa tela ab hoste, in in sì fatta ordinanza fuori del campo, non erano
de ad mittenda ipsi consurgunt. Quae quum appena usciti dallo steccato che i Romani sca
Romani conferti, ut solent, densatis excepissent glian lor contro i giavellotti. Si chinano gli Spa
scutis, tum pes cum pedecollatus, et gladiis geri gnuoli allo scoccar dei dardi dei Romani, indi si
res coepta est. Ceterum asperitas locorum et Cel levano a lanciare i loro. I Romani, serrati insie
tiberis, quibus in proelio concursare mos est, me come sogliono, avendoli ricevuti negli scudi
velocitatem inutilem faciebat, et haud iniqua ea addensati gli uni cogli altri, allora si affrontarono
dem erat Romanis stabili pugnae assuetis; nisi corpo a corpo, e si cominciò a pugnare colle spa
quod angustiae et internata virgulta ordines di de. Del resto, l'asprezza de'luoghi, che rendeva
rimebant, et singuli binique velut cum paribus, ai Celtiberi, usi nella mischia a volteggiare qua
conserere pugnam cogebantur. Quod ad fugam e colà, inutile la loro celerità, non era punto
impedimento hostibus erat, id ad caedem eos, svantaggiosa ai Romani avvezzi a combattere a
velut vinctos, praebebat. Et jam, ferme omnibus piè fermo; se non che le strettezze de luoghi,
scutatis Celtiberorum interfectis, levis armatura ed i cespugli frapposti rompevano gli ordini, ed
et Carthaginienses, qui ex alteris castris subsidio erano costretti ad azzuffarsi uno con uno, due
venerant, perculsi caedebantur. Duo haud am con due, quasi pari con pari. Quello, che dava
plius millia peditum et equitatus omnis vixinito impaccio a nemici a fuggire, quello stesso gli
proelio, cum Magone effugerunt. Hanno, alter offriva, quasi imbrigliati, al macello. E già, uc
imperator, cum eis, qui postremi, jam profligato cisi quasi tutti gli scutati dei Celtiberi, si facea
proelio, advenerant, vivus capitur. Magonem fu strage pur anche degli armati alla leggera, e dei
gientem equitatus ferme omnis, et quod veterum Cartaginesi, ch'eran venuti in aiuto dall'altro
peditum erat secuti, decimo die in Gaditanam pro campo. Non più di due mila fanti, e tutta la ca
vinciam ad Hasdrubalem per venerunt. Celtiberi, valleria, appena appiccata la zuffa, si fuggirono
novus miles, in proximas dilapsi silvas, inde do con Magone. Annone, l'altro comandante, è preso
mos diffugerunt. Peropportuna victoria nequa vivo insieme con quei, ch'erano venuti ultimi, a
quam tantum jam conflatum bellum, quanta fu battaglia già terminata. Quasi tutta la cavalle
turi materia belli (si licuisset eis, Celtiberorum ria, e quel che v' era di vecchi fanti, seguitando
gente excita, et alios ad arma sollicitare populos) Magone, che fuggiva, giunsero dopo dieci giorni
oppressa erat. Itaque, collaudato benigne Silano, ad Asdrubale nella provincia di Cadice. I Celti
Scipio spem debellandi, si mihil eam ipse cun beri, soldato novello, disperdendosi nelle vicine
ctando moratus esset, nactus, ad id, quod reli boscaglie, se ne fuggiron quindi alle lor case.
quum belli erat, in ultimam Hispaniam adversus Con sì opportuna vittoria fu non tanto spenta
Hasdrubalem pergit. Poenus, quum castra tum una guerra di gran momento, quanto una, ch'era
forte ad sociorum animos in Baetica centimendos per iscoppiare, se potuto avessero, suscitata la
in fide haberet, signis repente sublatis, fugae ma nazione dei Celtiberi, sollecitar pur anche gli
241 TITI LIVII LIBER XXVIII. 24a
gis, quam itineris modo, penitus ad Oceanum et altri popoli a sollevarsi. Quindi Scipione, lodato
Gades ducit. Ceterum, quoad centinuisset exerci benignamente Silano, entrato in isperanza di
tum, propositum bello se fore ratus, antequam dar fine alla guerra, s'egli indugiando non ci
freto Gades trajiceret, exercitum omnem passim mettesse ritardo, a compier quello che rimaneva
in civitates divisit, ut et muris se ipsi, et armis da farsi, move alla volta di Asdrubale verso l'ul
muros tutarentur.
tima Spagna. Asdrubale, che stava allora per
avventura accampato nella Betica per tenere in
fede quegli alleati, levate all'improvviso le ban
diere, più a foggia di fuga, che di cammino,
si reca più addentro verso l'Oceano e Cadice.
Del resto giudicando, ch'egli sarebbe preso
sempre di mira fino a tanto che avesse tenuto
unito l'esercito innanzi di passar lo stretto di
Cadice, lo ripartì tutto per le città d'intorno,
acciocchè sè colle mura, e le mura coll'armi di
fendessero.
III. Scipio ubi animadvertit dissipatum passim III. Scipione, come vide la guerra essersi,
bellum, et circumferre ad singulas urbes arma per così dire, sparpagliata qua e colà, e che por
diutini magis, quam magni esse operis, retro ver tare intorno l'armi a ciascuna città sarebbe ope
tit iter. Ne tamen hostibus eam relinqueret re ra più presto lunga, che importante, tornossi ad
gionem, L. Scipionem fratrem cum decem milli dietro. Ma per non lasciare il paese in mano dei
bus peditum, et mille equitum, ad oppugnandam nemici, manda il fratello Lucio Scipione con
opulentissimam in iis locis urbem, Oringin barba dieci mila fanti e mille cavalli a combattere la
ri appellabant, mittit. Sita in Melessum finibus est città più doviziosa di que luoghi, chiamata dai
Hispanaegentis;ager frugifer: argentum etiam in barbari Oringi. È ella posta ai confini de' Meles
colae fodiunt: ea arx fuit Hasdrubali ad excursio si, pur popoli della Spagna; il territorio è ricco
nes circa in mediterranos populos faciendas. Sci di biade: i paesani ne cavan anche dell'argento.
pio, castris prope urbem positis, priusquam cir Serviva come di rocca ad Asdrubale per indi
cumvallaret urbem, misit ad portas, qui ex pro scorrere intorno addosso ai popoli entro terra.
pinquo alloquio animos tentarent, suaderentolue, Scipione accampatosi sotto la città, innanzi di
ut amicitiam potius, quam vim, experirentur cingerla di assedio, mandò alle porte alcuni dei
Romanorum. Ubi nihil pacati respondebatur, fossa suoi, che da vicino tentassero con le parole gli
duplicidue vallo circumdata urbe, in tres partes animi degli abitanti, e li persuadessero a speri
exercitum dividit; ut una semper pars, quietis mentare piuttosto l'amicizia, che il rigore dei
interim duabus, oppugnaret. Prima pars quum Romani. Poi che le risposte non erano di pace,
adorta oppugnare est, atrox sane et anceps proe circondata la città di fossa e di doppio steccato,
lium fuit: non subire, non scalas ferre ad muros divide l'esercito in tre parti, onde una sempre,
prae incidentibus telis facile erat; et jam, qui e standosi le due quiete, la battesse. Quando la pri
rexerant ad murum scalas, alii furcis ad id ipsum ma parte cominciò l'assalto, fu per verità la bat
factis detrudebantur, in alios lupi superne ferrei taglia pericolosa ed atroce. Non era facile acco
injecti, ut in periculo essent, ne suspensi in mu starsi alle mura, nè appoggiarvi le scale sotto un
rum extraherentur. Quod ubi animadvertit Sci nembo di giavellotti; e quelli, che ve le aveano
pio, nimia paucitate suorum exaequatum certamen di già appoggiate, altri n'erano buttati giù con
esse, et jam eo superare hostem, quod ex muro forche fatte a tal uopo, sopra altri si scagliavan
pugnaret; durabus simul partibus, prima recepta, dall'alto certi uncini di ferro, per cui correano
urbem est aggressus. Quae res tantum pavoris pericolo d'esser tratti così sospesi in sulle mura.
injecit fessis jam cum primis pugnando, ut et op Per lo che accortosi Scipione, che la lotta riusci
pidani moenia repentina fuga desererent, et Pu va pareggiata a motivo della pochezza de' suoi,
nicum praesidium metu, ne prodita urbs esset, e che anzi il nemico superava, perchè combatteva
relictis stationibus in unum se colligeret. Timor dal muro, richiamata la prima, assaltò la città
inde oppidanos incessit, ne, si hostis urbem in con l'altre due parti ad un tempo. Il che mise
trasset, sine discrimine, Poenus an Hispanus es tanto spavento ai nemici, già stanchi dal combat
set, obvii passim caederentur. Itaque, patefacta tere coi primi, che i terrazzani a un tratto fug
repente porta, frequentes ex oppido sese ejece gendo abbandonarono le mura, e il presidio
runt, scuta praese tenentes, ne tela procui conji Cartaginese, temendo che la città si rendesse, la
cerenturiLivio
destras nudas ostentantes, ut gladios sciate le poste, si strinse tutto insieme. Indi
2 - 16
243 TITI LIVII LIBER XXVIII. e 44
abjecisse appareret. Id utrum parum ex intervallo vennero in paura i terrazzani, che, se il nemico
sit conspectum, an dolus aliquis suspectus fuerit, entrasse in città, non facesse strage indistinta
incompertum est. Impetus hostilis in transfugas mente di quanti incontrasse, fossero Cartaginesi,
factus; nec secus, quam adversa acies, caesi: ea o Spagnuoli. Quindi, spalancata all'improvviso la
demque porta signa infesta in urbem illata; et porta, balzaron fuori a torme dalla città, tenen
aliis partibus securibus dolabrisque caedebantur dosi dinanzi gli scudi per coprirsi dai dardi, che
et refringebantur portae, et ut quisque intrave venissero da lontano, mostrando le destre ignude,
rat eques ad forum occupandum (ita enim prae onde si vedesse, ch'erano senz'armi. Se per la
ceptum erat) citato equo pergebat. Additum erat distanza non si sia ben compresa o l'una cosa, o
et triariorum equiti praesidium : legionarii cete l'altra, o se sia nato sospetto di qualche inganno,
ras partes pervadunt: direptione et caede obvio non è ben certo. Il Romano di addosso ai fuggi
rum, nisi qui armis se tuebantur, abstinuerunt. tivi, e furono fatti a pezzi, non altrimenti che
Carthaginienses omnes in custodiam dati sunt: una schiera nemica di fronte. E per la porta me
oppidanorum quoque trecenti ferme, qui clause desima entrarono le bandiere in città; e nel
rant portas: ceteris traditum oppidum, suae red le altre parti si spezzavano ed atterravano le porte
ditae res. Cecidere in urbis ejus oppugnatione coll'ascie e colle scuri; e come uno entrava a
hostium duo millia ferme; Romanorum haud cavallo, subito di galoppo correva a pigliare la
amplius nonaginta. piazza (che tal era l'ordine dato). S'era aggiun
to alla cavalleria il presidio dei triarii. I legiona
rii s'inoltrano nell'altre parti della città; e si
astennero dal saccheggiare ed ammazzare quei
che incontravano, fuorchè se si difendevano
coll'armi. Tutti i Cartaginesi furono messi in
ceppi, ed anche quasi trecento dei terrezzani,
che avean chiuse le porte; agli altri fu restituita
la città, non che la roba loro. Caddero in quella
espugnazione da due mila nemici; de' Romani
non più di novanta.
IV. Laeta et ipsis, qui rem gessere, urbis ejus IV. La presa di quella città recò gran piacere
expugnatio fuit et imperatori ceteroque exerci a quelli, che la fecero, non che al supremo coman
tui; et speciosum adventum suum, ingentem tur dante e al resto dell'esercito; e menando dinanzi
bam captivorum praese agentes, fecerunt. Scipio, a sè gran turba di prigionieri, bella rendettero e
collaudato fratre, quum, quanto poterat verbo pomposa la lor venuta. Scipione, lodato il fra
rum honore, Carthagini ab se captae captam ab eo tello colle più orrevoli parole che poteva, aggua
Oringin aequasset, quia et hiems instabat, ut nec gliando Oringi preso dal fratello a Nuova-Carta
tentare Gades, nec disiectum passim per provin gine già presa da lui, poi che l'inverno era
ciam exercitum Hasdrubalis consectari posset, in presso sì, che non poteva nè tentar l'assedio di
citeriorem Hispaniam omnes suas copias reduxit; Cadice, nè inseguire l'esercito di Asdrubale qua
dimissisque in hiberna legionibus, L. Scipione e là disperso per la provincia, ricondusse tutte le
fratre Roman misso, et Hannone hostium impe sue genti nella Spagna citeriore; e mandate le
ratore, ceterisque nobilibus captivis, ipse Tar legioni a quartieri d'inverno, inviato a Roma
raconem concessit. Eodem anno classis Romana, il fratello Lucio Scipione insieme con Annone,
cum M. Valerio Laevino proconsule ex Sicilia in comandante nemico, e cogli altri nobili fatti pri
Africam transmissa, in Uticensi Carthaginiensique gioni, egli n'andò a Tarracona. In quell'anno
agro late populationes fecit. Extremis finibus medesimo la flotta Romana, dalla Sicilia trasmes
Carthaginiensium circa ipsa moenia Uticae prae sa in Africa col proconsole Marco Valerio Levino,
dae actae sunt. Repetentibus Siciliam classis Pu si distese largamente a saccheggiare nel territorio
nica (septuaginta erant longae naves) occurrit. di Utica, e nel Cartaginese; e tolsero prede sin
Decem et septem naves ex iis capte sunt, quatuor sull'ultimo confine dei Cartaginesi presso alle
in alto mersae: cetera fusa ac fugata classis. Terra mura stesse di Utica. Nel tornare in Sicilia se
marique victor Romanus cum magna omnis ge le fe'incontro la flotta Cartaginese (erano settanta
neris praeda Lilybaeum repetit. Toto inde mari galere). Diciassette di esse furono prese, quattro
pulsis hostium navibus, magni commeatus fru affondate: il rimanente della flotta fu sbaragliato
menti Romam subvecti. e fugato. Il Romano, vincitore per mare e per
terra, si rimette a Lilibeo con bottino immenso
d'ogni sorte. Quindi, scacciate le navi nemiche
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246
da tutto il mare, si trasportarono a Roma grandi
convogli di frumento. -

V. Principio aestatis ejus, qua haec sunt gesta, V. Nel principio di quella state, in cui si son
P. Sulpicius proconsul et Attalus rex quum fatte codeste cose, avendo il proconsole Publio
Aeginae (sicut ante dictum est) hibernassent, Sulpicio, ed il re Attalo svernato in Egina (come
Lemnum inde, classe juncta, Romanae quinque et sopra si è detto) passarono indi a Lenno con la
viginti quinqueremes, regiae quinque et triginta, flotta unita, venticinque quinqueremi de'Romani,
transmiserunt. Et Philippus, ut, seu terra seu e trentacinque del re. E Filippo per essere, qualo
mari obviam eundum hosti foret, paratus ad ra bisognasse andare incontro o per terra o per
omnes conatus esset, ipse Demetriadem ad mare mare al nemico, apparecchiato ad ogni suo tenta
descendit: Larissam diem ad conveniendum exer tivo, venne in persona a Demetriade in sul mare,
citui edixit. Undique ab sociis legationes Deme e stabilì all'esercito il giorno, in cui si trovasse a
triadem ad famam regis convenerunt. Sustulerant Larissa. Alla fama della venuta del re accorsero
enim animos Aetoli, quum ab Romana societate, da ogni parte ambascerie degli alleati a Demetria
tum post Attali adventum, finitimosque depopu de. Perciocchè gli Etoli sì dopo la Romana allean
labantur. Nec Acarnanes solum Boeotique, et qui za, sì dopo la venuta di Attalo eran cresciuti di
Euboeam incolunt, in magno metu erant; sed animo, e saccheggiavano i confinanti. Ed erano
Achaei quoque, quos super Aetolicum bellum in paura non solamente gli Acarnani e i Beozii, e
Machanidas etiam Lacedaemonius tyrannus haud quelli che abitano l'Eubea, ma eviandio gli Achei,
procul Argivorum fine positis castris, terrebat: hi cui, oltre la guerra degli Etoli, dava spavento
omnes suis quisque urbibus, quae pericula terra anche Macanida, tiranno de'Lacedemoni, venuto
marique portendebantur, memorantes, auxilia ad accamparsi non lontano dal confine degli Ar
regem orabant. Ne ex regno quidem ipsius tran givi. Tutti questi invocavano il soccorso del re,
quillae nunciabantur res : et Scerdilaedum Pleu ciascuno pe' rispettivi paesi, ricordandogli che
ratumque motos esse, et Thracum maxime Mae pericoli sovrastavan loro per terra e per mare.
dos, si quod longinquum bellum regem occupas Nè dallo stesso suo regno se gli annunziavan cose
et, proxima Macedoniae incursuros. Boeoti qui tranquille: che s'eran mossi Scerdiledo e Pleurato;
dem et interiores Graeciae populi Thermopylarum e che specialmente i Medi della Tracia, se alcuna
saltum, ubi angustae fauces coarctant iter, fossa guerra lontana occupato avesse il re, avrebbon
valloque intercludi ab Aetolis, nunciabant, ne fatte scorrerie ne' paesi prossimi alla Macedonia.
transitum ad sociorum urbes tuendas Philippo Avvisavano i Beozii e i popoli più addentro nella
darent. Vel segnem ducem tot excitare tumultus Grecia, che gli Etoli chiudevan di fossa e di argi
circumfusi poterant: legationes dimittit, pollici me lo stretto delle Termopile, dove l'angustia
tus, prout tempus ac res se daret, omnibus latu delle fauci stringe la via, onde non avesse Filippo
rum se auxilium. In praesentia, quae maxime aperto il varco a soccorrere le città degli alleati.
urgebat res, Peparethum praesidium urbi mit Tante notizie di movimenti sparse d'intorno po
tit; unde allatum erat, Attalum, ab Lemno classe tevano destare un qualunque anche pigro capita
transmissa, omnem circa urbem agrum depopu no. Licenzia egli le ambascerie, promettendo che
latum. Polyphantam cum modica manu in Boeo come la circostanza e il tempo gli permettesse,
tiam, Menippum item quemdam ex regiis du darebbe a tutti soccorso. Di presente, essendovi
cibus cum mille peltastis (pelta caetrae haud somma urgenza, manda un presidio alla città di
dissimilis est) Chalcidem mittit. Additi quingenti Pepareto, donde gli si avea recato, che Attalo,
Agrianum, ut omnes insulae partes tueri possent: partito con la flotta da Lemno, saccheggiato aves
ipse Scotussam est profectus; eodem que ab La se tutto il contado intorno alla città. Manda Poli
rissa Macedonum copias traduci jussit. Eo nun fante con piccola banda in Beozia, e certo Menip
ciatum est, concilium Aetolis Heracleam indictum, po, uno de' regii capitani, a Calcide con mille
regemdue Attalum, ad consultandum de summa peltati (la pelta non è gran fatto dissimile dalla
belli, venturum. Hunc conventum ut turbaret cetra, piccolo scudo ), aggiuntivi cinquecento
subito adventu, magnis itineribus Heracleam du Agriani, onde potessero difendere tutte le parti
xit : et concilio quidem dimisso jam venit: sege dell'isola. Egli andò a Scotussa; ed ordinò che
tibus tamen, quae prope maturitatem erant, ma colà pure si trasferissero da Larissa le genti della
xime in sinu Aenianum vastatis, Scotussam copias Macedonia. Quivi ebbe avviso, che gli Etoli avea
reducit. Ibi exercitu omni relicto, cum cohorte no intimata una dieta ad Eraclea, e che il re At
regia Demetriadem sese recipit. Inde ut ad omnes talo vi sarebbe venuto a consultare della somma
hostium motus posset occurrere, in Phocidem, della guerra. Per disturbare codesta adunanza
atque Euboeam et Peparethum mittit, qui loca coll'improvvisa venuta, trasse a gran giornate
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alta eligerent, unde editi ignes apparerent. Ipse l'esercito ad Eraclea; se non che vi giunse a dieta
in Tisaeo (mons est in altitudinem ingentem ca già licenziata: dato però il guasto, specialmenle
cuminis editi) speculam posuit, utignibus pro nel seno degli Eniani, alle biade, ch'eran prossime
cul sublatissignum, ubiquid molirentur hostes, a maturarsi, rimise le genti a Scotussa. Lasciato
momento temporis acciperet. Romanus imperator quivi tutto l'esercito, torna egli colla guardia
et Attalus rex a Peparetho Nicaeam trajecerunt. reale a Demetriade. Indi, a poter accorrere ad
Inde classem in Euboeam ad urbem Oreum trans ogni mossa de'nemici, manda nella Focide, nel
mittunt: quae ab Demetriaco sinu Chalcidem et l'Eubea e a Pepareto de' suoi, che pigliassero i
Euripum petenti ad laevam prima urbium Eu luoghi più elevati, donde vedere i fuochi, che si
boeae posita est. lta inter Attalum ac Sulpicium facessero, e mette una vedetta sul Tiseo (monte
convenit, ut Romani a mari, regii a terra oppu elevato a grande altezza), donde, da fuochi accesi
gnarent. da lontano, ricevesse in un istante il segnale, se i
nemici macchinassero alcun che. Il comandante
Romano, ed il re Attalo passarono da Pepareto a
Nicea. Di là mandano la flotta in Eubea alla città
di Oreo, ch'è la prima delle città Euboiche, che
sian poste a man sinistra di quelli, che dal seno
Demetriaco vanno verso Calcide e l'Euripo. L'ac
cordo fatto tra Attalo e Sulpicio si fu, che i Ro
mani assaltassero Oreo dalla parte dal mare, le
genti del re dalla parte di terra.
VI. Quatriduo post, quam appulsa classis est, VI. Quattro giorni da poi ch'era approdata
urbem aggressi sunt. Id tempus occultis cum Pla la flotta, assaltarono la città. Quel tempo era stato
tore, qui a Philippo praepositus urbi erat, collo consumato in segreti parlamenti con Platore,
quiis absumptum est. Duasarces urbshabet, unam ch'era stato da Filippo messo a governarla. Ha
imminentem mari, altera urbis media est: cuni essa due rocche, una sovrastante al mare, l'altra
culo inde via ad mare ducit, quam a mari turris in mezzo alla città: da questa una via sotterra
quinque tabulatorum, egregium propugnaculum, conduce al mare, dove la chiudeva una torre
claudebat. Ibi primo atrocissimum contractum di cinque palchi, eccellente fortezza. Quivi da
est certamen, et turre instructa omni genere telo principio ci fu battaglia atrocissima, essendo la
rum, et tormentis machinisque ad oppugnandam torre fornita d'ogni sorta d'armi, ed essendosi
eam ex navibus expositis. Quum omnium animos sbarcato dalle navi ogni genere di macchine e
oculosque id certamen avertisset, porta maritimae d'ingegni per combatterla. Avendo questa lotta
arcis Plator Romanos accepit, momentoque arx rivolto a sè gli sguardi e gli animi di tutti, Plato
occupata est. Oppidani, pulsi inde in mediam ur re introdusse i Romani per la porta della rocca
bem, ad alteram tendere arcem. Et ibi positi verso il mare, e sul momento la rocca fu occu
erant, qui fores portae objicerent: ita exclusi in pata. I terrazzani, di là respinti nel mezzo della
medio caeduntur capiunturque. Macedonum prae città, si volsero all'altra rocca. E quivi c'era gente,
sidium conglobatum sub arcis muro stetit ; nec che chiudesse loro le porte: quindi, chiusi in
fuga effuse petita, nec pertinaciter proelio inito. mezzo, son tagliati a pezzi e presi. Il presidio
Eos Plator, venia a Sulpicio impetrata, in naves de'Macedoni, conglobatosi insieme, si fermò sotto
impositos ad Demetrium Phthiotidis exposuit: il muro della rocca; nè dandosi a fuga precipito
ipse ad Attalum se recepit. Sulpicius, tam facili sa, nè combattendo con pertinacia. Platore, otte
ad Oreum successu elatus, Chalcidem inde pro nuto da Sulpicio il lor perdono, fatti gli imbarca
timus victrici classe petit; ubi haudquaquam ad re, li pose a terra a Demetrio nella Ftiotide; egli
spem eventus respondit. Ex patenti utrim ſue si ricovrò presso Attalo. Sulpicio, imbaldanzito
coactum in angustias mare, speciem intuenti pri da sì facile successo presso Oreo, move subito
mo gemini portus in ora duo versi praebuerit: verso Calcide colla ſlotta vincitrice; dove l'even
sed haud facile alia infestior classi statio est; nam to non corrispose punto alla speranza. La larghez
et venti ab utriusque terrae praealtis montibus za del mare, venendosi a restringere d'ambe le
subiti ac procellosi se deiiciunt, et fretum ipsum parti, darebbe a prima vista l'aspetto di un dop
Euripi non septies die, sicut fama fert, tempori pio porto con due sbocchi; ma non v'ha per
bus statis reciprocat; sed temere in modum ven avventura stazione per le navi più pericolosa.
ti, nunc huc, nunc illuc verso mari, velut mon Perciocchè venti improvvisi e procellosi piombano
te praecipiti devolutus torrens rapitur. Ita nec giù dai monti altissimi dell'una parte e del
nocte, nec die quies navibus datur. Quum clas l'altra; e l'Euripo, non sette volte al giorno,
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sem tam infesta statio accepit, tum et oppidum, come fu detto, e a tempi determinati alterna il
alia parte clausum mari, alia ab terra egregie mu flusso a riflusso; ma rimescendosi il mare varia
nitum, praesidioque valido firmatum, et praeci mente qua e colà a seconda del vento, infuria,
pue fide praefectorum principumque, quae fluxa quasi torrente, che ruina da monte precipitoso;
et vana apud Oreum fuerat, stabile atque inexpu quindi non hanno posa le navi nè dì, nè notte.
gnabile fuit. Id prudenter, utin temere suscepta La flotta dunque fu ricevuta in sì malfida stazione,
re, Romanus fecit, quod, circumspectis difficul e la città, chiusa da una parte verso il mare,
tatibus, ne frustra tempus tereret, celeriter absti dall'altra fortificata egregiamente verso terra, e
tit incepto, classemque indead Cynum Locridis guardata da valido presidio, e specialmente dalla
( emporium id est urbis Opuntiorum mille pas fede dei prefetti e dei principali cittadini, fede,
suum a mari sitae) trajecit. che vana e fallace presso Oreo, stette ferma e
inespugnabile. In questo fece prudentemente il
Romano, come in cosa sconsideratamente intra
presa, che, riconosciute le difficoltà, per non
perdere il tempo, abbandonolla prestamente, e
di là trasportò la flotta a Cino di Locride (è que
sto l'emporeo della città degli Opunzii, discosto
un miglio dal mare).
VII. Philippum et ignes ab Oreo editi mo VII. I fuochi per verità vedutisi dall'Oreo
nuerant, sed serius Platoris fraude e specula elati: avean dato avviso a Filippo, ma s'eran mostrati
et impari maritimis viribus haud facilis erat in dalla specola troppo tardi per frode di Platore;
insulam classi accessus: ita res per cunctationem nè riusciva facile alla flotta, diseguale di forze in
omissa. Ad Chalcidis auxilium, ubi signum acce mare, l'accesso all'isola: così indugiando si per
pit, impigre est motus: nam et ipsa Chalcis, dette il momento. Com'ebbe avuto il segnale,
quamduam ejusdem insulae urbs est, tamen adeo ratto si mosse al soccorso di Calcide: perciccchè
arcto interscinditur freto, utponte continenti jun anche Calcide, benchè città appartenente all'isola
gatur, terraque aditum faciliorem, quam mari, stessa, pur è divisa da sì stretto canale, che con
habeat. Igitur Philippus, dejecto praesidio, fusis un ponte si congiunge a terra, ed ha più facile
que Aetolis, qui saltum Thermopylarum inside l'accesso da questa, che dal mare. Filippo adun
bant, quum ab Demetriade Scotussam, inde de que, sconfitto il presidio e fugati gli Etoli, che
tertia vigilia profectus, trepidos hostes Hera guardavano lo stretto delle Termopile, venuto da
cleam compulisset, ipse uno die Phocidis Elatiam Demetriade a Scotussa, e di là partito sulla terza
millia amplius sexaginta contendit. Eodem ferme veglia, poi che ebbe scacciati gli sbigottiti nemici
die ab Attalo rege Opuntiorum urbs capta diri in Eraclea, in un dì arrivò ad Elazia di Focide,
piebatur: concesserat eam praedam regi Sulpi che son più di sessanta miglia. Quasi quel dì
cius, quia Oreum paucos ante dies ab Romano medesimo, Attalo, presa la città degli Opunzii, la
milite, expertibus regiis, direptum fuerat. Quum saccheggiava: avea Sulpicio conceduta quella pre
Romana classis eo se recepisset, Attalus, ignarus da al re, perchè pochi giorni innanzi Oreo era
adventus Philippi, pecuniis a principibus exigen stato saccheggiato dai Romani, senza che ci aves
disterebat tempus: adeoque improvisa res fuit, sero parte le genti del re. Standosi colà ritirata
ut, nisi Cretensium quidam, forte pabulatum ab la flotta Romana, Attalo, ignorando la venuta
urbe longius progressi, agmen hostium procul di Filippo, consumava il tempo nel trar da
conspexissent, opprimi potuerit. Attalus inermis mari dai principali; e fu la cosa così improv
atque incompositus cursu effuso mare ac naves visa, che se alcuni Cretesi, scostatisi alquanto
petit; et molientibus ab terra naves Philippus dalla città in traccia di foraggi, non avessero
supervenit, tumultumque etiam ex terra nauticis scoperto da lontano i nemici, avrebbe potuto es
praebuit. Inde Opuntem rediit, deos hominesque sere oppresso. Attalo pertanto disarmato e in
accusans, quod tantaerei fortunam ex oculis pro disordine corre sbrigliatamente al mare ed alle
pe raptam amisisset. Opuntii quoque ab eadem navi; e Filippo sopraggiunge a quelli, che le ti
ira increpiti, quod, quum trahere obsidionem in ravano all'acqua, e mise lo scompiglio tra i ma
adventum suum potuissent, viso statim hoste, rinai. Indi tornò ad Opunzia, gli dei accusando
prope in voluntariam deditionem concessissent. e gli uomini, ch'egli avesse perduta quasi in sugli
Compositis circa Opuntem rebus, Toronem est occhi una sì bella fortuna. Sgridò pure con non
profectus. Et Attalus primo Oreum se recepit: in minor collera gli Opunzii, perchè avendo potuto
de, quum fama accidisset, Prusiam Bithyniae regem trarre a lungo l'assedio sino alla sua venuta, si
in fines regni sui transgressum, omissis rebus fossero quasi volontariamente dati al nemico,
25 I TITI I,IVII LIBER XXVIII. 252

atque Aetolico bello, in Asiam traiecit. Et Sulpi appena visto. Acconciate le cose in Opunzia, andò
cius Aeginam classem recepit, unde initio veris a Torone. Attalo dapprima si ritirò in Oreo; po
profectus erat. Haud majore certamine, quan scia, correndo fama che Prusia, re di Bitinia,
Opuntem Attalus ceperat, Philippus Toronem fosse entrato ne' confini del suo regno, lasciata
cepit. Incolebant urbem eam profugi ab Thebis ogni cosa, non che la guerra d'Etolia, passò in
Phthioticis. Urbe sua capta a Philippo, quum in Asia. E Sulpicio ritrasse la flotta ad Egina, d'on
fidem Aetolorum perfugissent, sedem eis Aetoli de partito era sul principio della primavera. Con
eam dederant, urbis vastatae ac deserta e priore non maggiore sforzo, che Attalo avea preso
ejusdem Philippi bello. Tum ab Torone, sicut Opunzia, prese Filippo Torone. Abitava quella
paullo ante dictum est, recepta profectus, Trito città gente fuggita da Tebe nella Ftiotide. Aven
non et Drymas, Doridis parva atque ignobilia do presa Filippo Tebe, ricorsi essi alla fede degli
oppida, cepit: inde Elatiam, jussis ibi se opperiri Etoli, questi avean lor data quella stanza, però
Ptolemaei Rhodiorumque legatis, venit. Ubiquum guastata e disertata nella prima guerra dallo
de ſiniendo Aetolico bello ageretur (adfuerant stesso Filippo. Partitosi da Torone presa, come
enim legati muper Heracleae concilio Romanorum dicemmo poc'anzi, s'impadronì da Tritonone e
Aetolorumque), nuncius affertur, Machanidam Drima, piccole terre e meschine della Doride:
Olympiorum solemne ludicrum parantes Eleos indi venne ad Elazia, avendo già ordinato, che
aggredi statuisse. Praevertendum idratus, legatis lo aspettassero colà gli ambasciatori di Tolomeo
cum benigno responso dimissis, « se neque cau e de' Rodiani. Dove, mentre si tratta di metter
sam ejus belli fuisse, nec moram (si modo aequa fine alla guerra d'Etolia (chè gli stessi legati
et honesta conditione liceat) paci facturum, º eran poc'anzi intervenuti alla dieta in Eraclea
cum expedito agmine profectus per Boeotiam, dei Romani e degli Etoli), gli viene avviso, che
Megara, atque inde Corinthum descendit; unde, Macanida avea stabilito di assalire gli Elei, men
commeatibus sumptis, Phliunta Pheneumque pe tre apparecchiavano la solenne festa de' giuochi
tit. Et jam, quum Heraeam venisset, audito, Ma Olimpici. Il che stimando Filippo doversi ante
chanidam, fama adventus sui territum, refugisse venire, licenziati i legati con benigna risposta,
Lacedaemonem, Aegium se ad concilium Achaeo « ch'egli nè stato era cagione di quella guerra,
rum recepit: simul classem Punicam, ut mari nè (se si possa ad eque ed oneste condizioni)
quoque aliquid posset, accitam, ibi ratus se inven farebbe ostacolo alla pace, º partito con una ban
turum. Paucis ante diebus in Phoceas trajecerant da di gente lesta, venne per la Beozia a Megara,
Poemi: inde portus Acarnanum petierant, quum indi a Corinto, donde, fornitosi di vettovaglie,
ab Oreo profectum Attalum Romanosque audis andò a Fliunta e a Feneo. E già venuto ad Erea,
sent, veriti ne ad se iretur, et intra Rhium (fau udito che Macanida, spaventato dalla fama della
ces eae sunt Corinthii sinus) opprimerentur. di lui venuta, s'era in fretta ritratto a Lacedemo
ne, si recò ad Egio all'assemblea degli Achei,
stimando che avrebbe quivi trovata la flotta
Cartaginese, che avea sollecitata onde aver qual
che forza anche in mare. Pochi dì innanzi eran
passati i Cartaginesi nella Focea; di là ne porti
degli Acarnani, poi ch'ebbero intesa la partenza
di Attalo e dei Romani da Oreo, per tema d'esse
re assaltati, ed oppressi dentro Rio (ch'è la bocca
del golfo di Corinto).
VIII. Philippus moerebat quidem et angeba VIII. Filippo si doleva, si cruciava, che essen
tur, quum ad omnia ipse raptim isset, nulli ta do andato con la massima prestezza dovunque
men se rei in tempore occurrisse, et rapientem occorreva, non era mai giunto a tempo, e che la
omnia ex oculis elusisse celeritatem suam fortu fortuna, strappandogli d'in su gli occhi tutte le
nam. In concilio autem, dissimulans aegritudi occasioni, deluso avesse la sua celerità. Nullostante
nem, elato animo disseruit, testatus deos homi nella dieta, dissimulando la doglia, parlò con
nesque, « se nullo loco, nec tempore defuisse, animo elevato, attestando gli dei e gli uomini,
quin, ubi hostium arma concrepuissent, eo, quan a ch'egli non avea mancato in nessun tempo, in
ta maxima posset celeritate, tenderet: sed vix nessun luogo di là correre, con quanta potè mag
rationem iniri posse, utrum ab se audacius, an giore celerità, dove s'era fatto sentire il suono
fugaciusab hostibus geratur bellum. Sicab Opun dell'armi nemiche; ma potersi appena giudicare,
te Attalum, sic Sulpicium a Chalcide, sic eisipsis s'egli più arditamente faccia la guerra, o se più
diebus Machauidam e manibus suis elapsum. Sed vilmente la sfuggano i nemici. In sì fatta guisa gli
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non semper felicem esse fugam : nec pro difficili era scappato dalle mani Attalo da Opunzia, in sì
id bellum habendum, in quo, si modo congres fatta Sulpicio da Calcide, in sì fatta questi di
sus cum hostibus sis, viceris. Quod primum esset, medesimi Macanida. Ma non ha sempre buon
confessionem se hostium habere, nequaquam pa esito la fuga; nè difficil guerra è da dirsi quella,
res esse sibi: brevi et victoriam haud dubiam nella quale, se ti riesce di azzuffarti col nemico,
habiturum, nec meliore eventu eos secum, quam sarai vincitore. Quello che importa si è, aver egli
spe, pugnaturos. " Laeti regem socii audierunt. la confessione de' suoi stessi nemici, non poter
Reddidit inde Achaeis Heraeam et Triphyliam. essi stargli a fronte; in breve ed egli riporterebbe
Alipheram autem Megalopolitis, quod suorum certa vittoria, e non avrebbon quelli, combatten
fuisse finium satis probabant, restituit. Inde, ma do, miglior successo di quel che sperano. Lieti
vibus acceptis ab Achaeis (erant autem tres qua udirono gli alleati le parole del re. Indi restituì
driremes et biremes totidem), Anticvram trajecit. agli Achei Erea e Trifilia; Alifera poi ai Mega
Inde quinqueremibus septem, et lembis viginti lopoliti, perchè provavano bastantemente, ch'el
amplius, quos, ut adjungeret Carthaginiensium la era stata di loro appartenenza. Poscia, fornito
classi, miserat in Corinthium sinum, profectus di alcune navi dagli Achei (erano tre quadriremi,
ad Erythras Aetolorum, quae prope Eupalium ed altrettante biremi), passò in Anticira. Di là con
sunt, exscensionem fecit. Haud fefellit Aetolos; sette quinqueremi e più di venti legni minori,
nam, hominum quod aut in agris, aut in propin che avea mandati nel golfo di Corinto per aggiun
quis castellis Potidaniae atque Apolloniae fuit, gerli alla flotta Cartaginese, andato ad Eritra,
in silvas montesque refugit. Pecora, quae inter città degli Etoli, ch'è vicina ad Eupalio, scese a
festinationem abigi nequierant, sunt direpta et in terra. Non si lasciaron cogliere gli Etoli; chè
naves compulsa. Cum his ceteraque praeda, Nicia quel tanto d'uomini, che si trovò o nelle cam
praetore Achaeorum Aegium misso, quum Corin pagne, o ne' vicini castelli di Potidiana e di A
thum petisset, pedestresinde copias per Boeotiam pollonia, si rifuggì ne' boschi e ne monti. I be
terra duci jussit. Ipse ab Cenchreis praeter ter stiami, che non s'era potuto menar via per la
ram Atticam super Sunium navigans, inter me fretta, furon predati e cacciati nelle navi. Con
dias prope hostium classes, Chalcidem pervenit. questi e col restante della preda mandato in
Inde, collaudata fide ac virtute, quod neque ti Egia Nicia, pretore degli Achei, andato a Corin
mor, neque spes flexissent eorum animos, horta to ordinò che le genti pedestri fossero condotte
tusque in posterum, ut eadem constantia perma per terra, passando per la Beozia. Egli da Chen
nerent in societate, si suam, quam Oritanorum crea, navigando oltre l'Attica al di sopra di
atque Opuntiorum, fortunam mallent; ab Chal Sunio, quasi per mezzo alle flotte nemiche, giunse
cide Oreum navigat, principumque iis, qui fugere a Calcide. Di là commendata la lor fede e virtù,
capta urbe, quam se Romanis tradere maluerant, perchè nè timore nè speranza gli avesse fatti
summa rerum et custodia urbis permissa, ipse vacillare, ed esortatili per l'avvenire a perseve
Demetriadem ab Euboea, unde primo ad open rare nella lega colla medesima costanza, se prefe
ferendam sociis profectus erat, trajecit. Cassan rivano la loro condizione a quella degli Oritani
dreae deinde centum navium longarum carinis e degli Opunzii, naviga da Calcide ad Oreo, e
positis, contractaque ad effectum eius operis mul consegnatone il governo e la custodia a quelli
titudinem fabrorum navalium, quia res in Grae tra primi cittadini, che amaron meglio, presa la
cia tranquillas et profectio Attali fecerat, et in città, fuggire, che darsi ai Romani, dall'Eubea,
tempore laborantibus sociislatum ab se auxilium, donde partito era dapprima per soccorrere gli
retro in regnum concessit, ut Dardanis bellum alleati, passò a Demetriade. Poscia fatto costruire
inferret. in Cassandrea i corpi di cento galee, raccolto a
tal uopo un gran numero di fabbri navali, poi che
la partenza di Attalo avea tranquillate le cose nella
Grecia, ed avea soccorsi a tempo gli alleati, re
trocedette nel suo regno per mover guerra ai
Dardani.

IX. Extremo aestatis ejus, qua haec in Grae IX. Sul fine di quella state, in cui si son fatte
cia gesta sunt, quum Q. Fabius Maximi filius le in Grecia queste cose, recato avendo Quinto Fa
gatus ab M. Livio consule Romam ad senatum bio, figlio del Massimo, mandato a Roma al se
nunciasset, consulem satis praesidii Galliae pro nato dal console Marco Livio, credere questi che
vinciae credere L. Porcium cum suis legionibus Lucio Porcio bastasse colle sue legioni a difen
esse, decedere se inde, ac deduci exercitum con dere la Gallia, e quindi poter egli partirsene, e
sularem posse; Patres non M. Livium tantum ritrarne l'esercito consolare, i Padri ordinarono
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redire ab urbem, sed collegam quoque ejus C. che tornasse a Roma non solamente Marco Livio,
Claudium jusserunt. Id modo in decreto inter ma eziandio il di lui collega Caio Claudio. Non
fuit, quod M. Livii exercitum reduci, Neronis ci fu nel decreto altra differenza, se non che or
legiones Hannibali oppositasmanere in provincia dinarono che si riconducesse l'esercito di Marco
jusserunt. Inter consules ita per literas convenit, Livio, ma le legioni di Nerone, ch'erano a fron
ut, quemadmodum uno animo rempublicam ges te di Annibale, rimanessero nella provincia. I
sissent, ita, quamquam ex diversis regionibus consoli per lettere si accordarono, che siccome
convenirent, uno tempore ad urbem accederent; aveano amministrata la cosa pubblica d'uno
Praeneste qui prior venisset, collegamibi opperiri stesso parere, così, benchè partissero da luoghi
jussus. Forte ita evenit, uteodem die ambo Prae diversi, si accostassero a Roma in un medesimo
meste venirent: inde praemisso edicto, ut triduo tempo. Quegli, che primo giungesse a Preneste,
post frequens senatus ad aedem Bellonae adesset, aveva ordine di aspettare il collega. A caso av
omni multitudine obviam effusa, ad urbem ac venne che ambedue giunsero a Preneste nel dì
cessere. Non salutabant modo universi circumfusi, medesimo. Di là, premesso un editto perchè tre
sed, contingere pro se quisque victrices des tras giorni di poi si trovasse raccolto il senato nel
consulum cupientes, alii gratulabantur, alii gra tempio di Bellona, incontrati da immensa molti
tias agebant, quod eorum opera incolumis res tudine di gente, si accostarono a Roma. I citta
publica esset. In senatu quum more omnium im dini tutti, affollatisi dintorno, non solamente li
peratorum, expositis rebus ab se gestis, postulas salutavano, ma ciascuno in particolare, bramando
sent, « ut pro republica fortiter feliciterque am di toccar le destre vittoriose de'consoli, altri si
ministrata, et diis immortalibus haberetur honos, congratulavano con esso loro, altri li ringrazia
et ipsis triumphantibus urbem inire liceret; Se vano, che per opera loro la repubblica fosse salva.
vero ea, quae postularent, decernere, Patres, In senato, poi ch'ebbero i consoli esposte le cose
merito deorum primum, dein, secundum deos, fatte da essi, secondo il costume degli altri capi
consulum, , responderunt; et supplicatione am tani, avendo chiesto, a che per la repubblica
borum nomine, et triumpho utrique decreto, in coraggiosamente e felicemente governata e si
ter ipsos, ne, quum bellum communi animo ges rendesse onore agli dei immortali, e fosse loro
sissent, triumphum separarent, ita convenit, « ut, concesso di entrare in Roma trionfando, º rispo
quoniam et in provincia M. Livii res gesta esset, sero i Padri, « che assentivano a quello, che
et eo die, quo pugnatum foret, ejus forte auspi avean chiesto, e di che prima n'avean merito gli
cium fuisset, et exercitus Livianus deductus Ro dei, poscia i consoli; - e decretata la supplica
mam venisset, Neronis deduci non potuisset de zione a nome di ambedue, non che il trionfo
provincia, ut M. Livium, quadrigis urbem ineun a ciascun d'essi, i consoli, per non separarsi nel
tem, milites sequerentur, C. Claudius equo sine trionfo, poi che non s'erano separati di parere
militibus inveheretur. » Ita consociatus trium nell'amministrare le guerra, così convennero,
phus, quum utrique, tum magisei, qui, quantum a ch'essendo accaduto il fatto nella provincia di
merito anteibat, tantum honore collegae cesserat, Marco Livio, che il dì, nel quale s'era combattuto,
gloriam auxit: « illum equitem ajebant sex die aveva egli preso gli auspizii, e che il di lui eser
rum spatio transcurrisse longitudinem Italiae, cito era stato ricondotto a Roma, mentre quello
et eo die cum Hasdrubale in Gallia signis collatis di Nerone non si era potuto ritrarre dalla pro
pugnasse, quo eum castra adversus sese in Apu vincia, che perciò i soldati seguitassero Marco
lia posita habere Hannibal credidisset. Ita unum Livio nel suo ingresso in Roma su cocchio tirato
consulem pro utraque parte ltaliae adversus duos da quattro cavalli, e che Caio Claudio venisse a
duces, duos imperatores, hinc consilium suum, cavallo senza soldati.i trionfo in questa guisa
hinc corpus opposuisse. Nomen Neronis satis fuis accomunato tra loro accrebbe la gloria all'uno e
se ad continendum castris Hannibalem : Hasdru all'altro, e più a quello, che quanto avanzava
balem vero, qua alia re, quam adventu ejus, obru in merito, tanto più avea ceduto nell' onore al
tum atque exstinctum esse ? Itaque iret alter con collega. « Lui, dicevano, avere a cavallo trascorsa
sul sublimis curru multijugis, si vellet, equis: in sei giorni tutta la lunghezza dell'Italia, e
uno equo per urbem verum triumphum vehi; combattuto a bandiere spiegate Asdrubale nella
Neronemque, etiam si pedes incedat, vel parta eo Gallia in quel dì stesso, in cui Annibale sel cre
bello, vel spreta eo triumpho gloria, memorabi deva accampato in faccia a sè nella Puglia. Così
lem fore. ” Hi sermones spectantium Neronem un solo console da una parte dell'Italia e dal
usque in Capitolium prosecuti sunt. Pecuniam in l'altra opposto aveva a due capitani, a due co
aerarium tulerunt sestertiúm tricies, octoginta mandanti, quindi il proprio senno, quinci il pro
millia aeris. Militibus M. Livius quinquagenos prio corpo. Il nome di Nerone avea bastato a
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senos asses divisit: tantumdem C. Claudius absen contenere Annibale nel campo. Asdrubale poi da
tibus militibus suis est pollicitus, quum ad exer che altro, che dalla sua venuta fu schiacciato,
citum redisset. Notatum, eo die plura carmina annichilato ? Andasse dunque l'altro console
militaribus jocis in C. Claudium, quam in con alto su cocchio tirato da quanti più volesse caval
sulem suum, jactata. Equites L. Veturium et Q. li; un solo cavallo basta per un vero trionfo; e
Caecilium legatos magnis tulisse laudibus, horta Nerone, se anche andasse a piedi, sarà sempre
tosque esse plebem, uteos consules in proximum memorabile sì per la gloria acquistata in questa
annum crearent: adjecisse equitum praerogativae guerra, sì per quella disprezzata in questo trion
auctoritatem consules, postero die in concione, fo. » Sì fatti discorsi degli spettatori accompa
quam forti fidelique duorum praecipue legato gnarono Nerone sino al Campidoglio. Portarono
rum opera usi essent, commemorantes. al tesoro trecento mila sesterzii, e ottanta mila
assi. Marco Livio ripartì tra i soldati cinquantasei
assi per testa; altrettanti ne promise Caio Clau
dio a' suoi assenti, come fosse tornato all'eserci
to. Si notò, che in quel giorno i soldati nelle
loro canzoni scherzevoli più ne drizzavano a
Caio Claudio, che al proprio lor console è che i
cavalieri celebrarono con grandi lodi Lucio Ve
turio e Quinto Cecilio legati, ed esortaron la
plebe a crearli consoli per l'anno prossimo; e
che i consoli aggiunsero il loro voto alla testimo
nianza dei cavalieri, rammemorando nel dì se
guente nell'assemblea del popolo quanto util
mente s'eran serviti della forte e fidata opera
specialmente de'due legati.
X. (Anno U. C. 546. – A. C. 2o6.) Quum X. (Anno D. R.546. – A. C. 2o6) Approssi
comitiorum tempus appeteret, et per dictato mandosi il tempo dei comizi e piacendº che tenu
rem comitia haberi placuisset, C. Claudius con ti fossero da un dittatore, il console Caiº Claudio
sul M. Livium collegam dictatorem dixit: Li nominò dittatore il collega Marco Livio; Livio
vius Q. Caecilium magistrum equitum. A M. nominò maestro del cavalieri Quinto Ceciliº Fu
Livio dictatore creati consules L. Veturius, Q. rono eletti consoli dal dittatore Lucio Veturio e
Caecilius; is ipse, qui tum erat magister equi Quinto Cecilio, quello stesso,ch'era allora maestro
tum. Inde praetorum comitia habita: creati C. de'cavalieri. Indi si tennero i comizi per la nº
Servilius, M. Caecilius Metellus, Ti. Claudius Asel mina de'pretori. Furon creati Caiº Servilio, Mlarco
lus, Q. Mamilius Turinus, qui tum aedelis plebis
Cecilio Metello, Tito Claudio Asello, Quintº Mla
erat. Comitiis perfectis, dictator, magistratu abdi milio Turino, ch'era allora edile della plebe. Ter
cato, dimissoque exercitu, in Etruriam provin minati i comizi, il dittatore, deposto l'utiziº º
ciam ex senatusconsulto est profectus ad quae licenziato l'esercito, andò per decretº del senato

stiones habendas, qui Etruscorum Umbrorumve in Toscana ad inquisire quali de'popoli della To
populi defectionis ab Romanis ad Hasdrubalem scana o dell'Umbria avessero macchinatº di ribel
sub adventum eius consilia agitassent, quique eum larsi dai Romani per darsi ad Asdrubale alla venu
auxiliis, aut commeatu, aut ope aliqua juvissent. ta di lui; e quali lo avessero soccorsº di gente, di
Haec eo anno domi militiaeque gesta. Ludi Ro vettovaglie, o d'altra cosa. Queste furon le cose
mani ter toti instaurati ab aedilibus curulibus, fatte quest'anno dentro e fuori, I giuochi Roma
Cn. Servilio Caepione, Ser. Cornelio Lentulo. ni furon tre volte rifatti tutti dagli ediliº,
Item ludi plebeji semel tot instaurati ab aedilibus Gneo Servilio Cepione e Sergiº Cornelio Len
plebis, M. Pomponio Mathone, et Q. Mamilio Tu tulo. Anche i giuochi plebei furon tutti rifatti
rino. Tertiodecimo anno Punici belli, L. Veturio una volta dagli edili della plebe Marco Pompo
Philone et Q. Caecilio Metello consulibus, Brut nio Matone e Quinto Mamilio Turinº L'anno
tii ambobus, ut cum Hannibale bellum gererent,
decimo terzo della guerra Punica, nel consolato
provincia decreta. Praetores exinde sortiti sunt, di Lucio Veturio Filone e di Quintº Cecilio Me
tello, fu decretata ad ambedue la provincia dei
M. Caecilius Metellus urbanam, Q. Mamilius pe:
regrinam, C. Servilius Siciliam, l'i. Claudius Sar Bruzii per guerreggiare contrº Annibale. Indi i
diniam. Exercitus ita divisi: consulum alteri, pretori trassero a sorte le province loro: ebbe

quem C. Claudius prioris anni consul, alteri, i urbana Marco Cecilio Metello, la forestierº
quem Q.Claudius propraetor (eae binae legiones Quinto Mamilio, Caio Servilio la Sicilia, Titº
Livio 2 17
TITI LIVII LIBER XXVIII. 26o
259
erant) habuisset exercitum. In Etruria duas vo Claudio la Sardegna. Gli eserciti furon divisi
lonum legiones a C. Terentio propraetore M. Li in questo modo. All'uno de'consoli quello, che
vius proconsul, cui prorogatum in annum impe aveva avuto Caio Claudio, console dell'anno ante
rium erat, acciperet: et Q. Mamilio, ut, collegae cedente; all'altro quello ch'era stato del propre
jurisdictione tradita, Galliam cum exercitu, cui tore Quinto Claudio (erano due legioni); nella
L. Porcius propraetor praefuerat, obtineret, de Toscana il proconsole Marco Livio, a cui era stato
cretum est; jussusque populari agros Gallorum, prorogato il comando per un anno, ricevette dal
qui ad Poenos sub adventum Hasdrubalis defe propretore Caio Terenzio due legioni di voloni:
cissent. C. Servilio cum Cannensibus duabus le a Quinto Mamilio fu commesso, che consegnata
gionibus, sicut C. Mamilius tenuerat, Sicilia tuen l'amministrazione della giustizia al collega, te
da data. Fx Sardinia vetus exercitus, cui A. Ho nesse la Gallia coll'esercito, ch'era stato del
stilius praefuerat, deportatus: novam legionem, propretore Lucio Porcio; ed ebbe ordine di dare
quam Ti. Claudiustrajiceret secum, consules con il guasto alle terre dei Galli, che alla venuta di
scripserunt. Q. Claudio, ut Tarentum, C. Hostilio Asdrubale s'eran voltati alla parte dei Cartagi
Tubulo, ut Capuam provinciam haberet, proro nesi. La difesa della Sicilia fu assegnata a Caio
gatum in annum imperium est. M. Valerius pro Servilio con le due legioni di Canne, come avea
consul, qui tuendae circa Siciliam maritimae orae fatto Caio Mamilio. Il vecchio esercito della Sar
praefuerat, triginta navibus C. Servilio praebitis, degna, al quale era stato preposto Aulo Ostilio,
cum cetera omni classe redire ad urbem jussus. ne fu richiamato: i consoli levarono una nuova
legione, con cui dovesse Tito Claudio colà passa
re. Si prorogò per un anno il comando a Quinto
Claudio, perchè al governo di Taranto, e a Caio
Ostilio Tubulo, perchè si stesse a quello di Ca
pua. Il proconsole Marco Valerio, ch'era stato a
difendere la costa marittima di Sicilia, ebbe or
dine, consegnate trenta navi a Caio Servilio, di
tornarsi a Roma col rimanente della flotta.
XI. In civitate tanto discrimine belli sollicita, XI. In una città, travagliata da sì gravi rischi
quum omnium secundorum adversorumque cau di guerra, dove le cagioni d'ogni cosa prospera
sas in deos verterent, multa prodigia nunciaban o avversa si attribuivano agli dei, molti prodigii
tur; Tarracinae Jovis aedem, Satrici Matris Ma venivano annunciati; che a Terracina il fulmine
tutae de coelo tactam. Satricanos haud minuster avea percosso il tempio di Giove, a Satrico quel
rebant in aedem Jovis foribus ipsis duo perlapsi lo della dea Matuta; e niente meno spaventavano
angues. Ab Antio nunciatum est, cruentas spicas iSatricani due serpenti entrati per la stessa porta
metentibus visas esse. Caereporcus biceps, et nel tempio di Giove. Venne da Anzio, che ai
agnus mas idemdue femina natus erat: et Albae mietitori s'eran mostrate alcune spicche sangui
duo soles visos referebant: et nocte Fregellis lu gne. A Cere nato era un porco con due capi, e
cem obortam: et bos in agro Romano locutus, un agnello maschio e femmina ad un tempo. Ri
et ara Neptuni multo sudore manasse in circo ferivano essersi veduti in Alba due soli; e a
Flaminio dicebatur: et aedes Cereris, Salutis, Fregelle di notte essere insorto un gran chiarore;
Quirini de coelo tactae. Prodigia consules hostiis e si diceva che nel contado Romano un bue avea
majoribus procurarejussi,et supplicationemunum parlato, e che nel circo Flaminio l'ara di Nettuno
diem habere. Ea ex senatusconsulto facta. Plus avea mandato fuori molto sudore; e che i tempii
omnibus ant nunciatis peregre, aut visis domi di Cerere, della Salute, di Quirino erano stati
prodigiis, terruit animos hominum ignis in aede fulminati. Fu commesso a consoli che espiassero
Vestae exstinctus; caesaque flagro est Vestalis, codesti prodigii con le vittime maggiori, e che
cuius custodia noctis ejus fuerat, iussu P. Licinii intimassero pubbliche preci per un giorno. Tut
Pontificis. Id quamquam, nihil portendentibus to ciò fu fatto per decreto del senato. Ma più
deis, ceterum negligentia humana acciderat, ta ch'altro prodigio o rapportato di fuori o veduto
men et hostiis majoribus procurari, et supplica in Roma, spaventò gli animi di tutti l'essersi
tionem ad Vestae haberi placuit. Priusquam pro spento il fuoco nel tempio di Vesta; e la Vestale,
ficiscerentur consules ad bellum, moniti ab senatu a cui toccata era la guardia di quella notte, fu
sunt, “ utin agros reducendae plebiscuram habe per ordine del pontefice Publio Licinio battuta
rent. Deim benignitate submotum bellum ab colle verghe. Sebbene questo, che nulla minaccia
urbe Romana et Latio esse, et possesine metu in va per parte degli dei, fosse anzi accaduto per
agris habitari. Minime convenire, Siciliae, quam umana trascuratezza, pure si volle che fosse
261 TITI LIVII LIBER XXVIII. 262

Italiae, colendae majorem curam esse. m Sed res espiato con le vittime maggiori, e che si facessero
haudquaquam erat populo facilis, et liberis cul preghiere nel tempio di Vesta. Innanzi che i
toribus bello absumptis et inopia servitiorum, et consoli andassero alla guerra, il senato gli avvertì,
pecore direpto, villisque dirutis aut incensis: ma a che si prendessero la cura di ricondur la plebe
gna tamen pars auctoritate consulum compulsa nel contado. Per benignità degli dei la guerra
in agros remigravit. Moverant autem hujuscerei era stata cacciata lungi da Roma e dal Lazio, e
mentionem Placentinorum et Cremonensium le potersi abitare le campagne senza timore: non
gati, querentes, agrum suum ab accolis Gallis in era conveniente, che si pigliasse maggior cura
cursari ac vastari, magnamdue partem colono di coltivar la Sicilia, che l'Italia. » Ma la cosa
rum suorum dilapsam esse, et infrequentes se non era facile al popolo, periti essendo nella
urbes, agrum vastum ac desertum habere. Mami guerra i coltivatori di libera condizione, scarseg
lio praetori mandatum, ut colonias ab hoste tue giando gli schiavi, predato il bestiame, diroccate
retur. Consules ex senatusconsulto edixerunt, ut, ed abbruciate le ville. Nondimeno gran parte,
qui cives Cremonenses atque Placentini essent, sospinta dall'autorità de' consoli, ripassò nelle
ante certam diem in colonias reverterentur. Prin campagne. Avean fatta nascere codesta menzione i
cipio deinde veris et ipsi ad bellum profecti sunt: legati dei Piacentini e dei Cremonesi, i quali eran
Q. Caecilius consul exercitum ab C. Nerone, L. venuti a dolersi che il loro contado era corso e
Veturius ab Q. Claudio propraetore accepit, no devastato dai Galli confinanti, e che gran parte
visque militibus, quos ipse conscripserat, supple dei loro coloni s'era sbandata, che avean le lor
vit. In Consentinum agrum consules exercitum città spopolate, il territorio guasto e deserto. Fu
duxerunt, passimoue depopulati, quum agmen commesso al pretore Mamilio, che difendesse le
jam grave praeda esset, in saltu angusto a Brut colonie dal nemico. I consoli per decreto del se
tiis jaculatoribusque Numidisturbati sunt, ita ut nato pubblicarono un editto, che qualunque cit
non praeda, sed armati quoque in periculo fue tadino. Cremonese o Piacentino avanti un certo
rint. Major tamen tumultus, quam pugna, fuit ; giorno tornasse alle sue colonie. Essi poi sul prin
et praemissa praeda, incolumes et legiones in loca cipio di primavera andarono alla guerra. Il con
tuta evasere. Inde in Lucanos profecti. Ea sine sole Quinto Cecilio prese l'esercito da Caio Ne
certamine tota gens in ditionem populi Romani rone, Lucio Veturio dal propretore Quinto Clau
rediit.
dio, e lo supplì co'nuovi soldati, ch'egli stesso
avea levati. I consoli condussero l'esercito nel
contado Cosentino, e saccheggiatolo tutto, essen
do le genti cariche di preda, in un passo stretto
furono alquanto scompigliate dai Bruzii, e dai
lanciatori Numidi; sì che non la sola preda, ma
furono in pericolo gli armati stessi. Se non che
fu maggiore il tumulto, che la battaglia; e man
dato innanzi il bottino, anche le legioni si misero
in salvo in luoghi sicuri. Indi andarono ne'Lu
cani. Tutta quella nazione, senza combattere,
tornò sotto la dominazione del popolo Romano.
XII. Cum Hannibale'nihil eo anno rei gestum XII. Non v'ebbe in quell'anno fatto alcuno
est; nam meque ipse se obtulit in tam recenti e con Annibale; perciocchè nè egli nella sua pub
vulnere publico privatoque, neque lacessierunt blica e privata ferita si fece innanzi, nè quieto,
quietum Romani: tantam inesse vim, etsi omnia com'era, il provocarono i Romani; tanta stima
alia circa eum ruerent, in uno illo duce cense vano rimaner forza in lui solo, benchè ogni al
bant. Ac nescio, an mirabilior adversis, quam tra cosa gli ruinasse d'intorno. E non so dire, se
secundis rebus, fuerit; quippe qui, quum et in degno fosse di ammirazione più ne'casi prosperi,
hostium terra per annostredecim, tam procul ab che negli avversi; come quegli, che guerreggian
domo, varia fortuna bellum gereret exercitu non do in terra nemica da tredici anni, sì lontano da
suo civili, sed mixto ex colluvione omninm gen casa, con varia fortuna, non con un esercito di
tium, quibus non lex, non mos, non lingua com proprii cittadini, ma misto della feccia di tutte
munis, alius habitus, alia vestis, alia arma, alii le nazioni, che non avean comuni nè leggi, nè
ritus, alia sacra, alii prope dei essent; ita quo costumanze, nè lingua, con altre fogge, altre
dam uno vinculo copulaverit eos, ut nulla mec vesti, altre armi, altri riti, altro culto, e quasi al
inter ipsos, mec adversus ducem seditio exstite tri dei, pure gli avea con un certo unico legame
rit; quum et pecunia saepe in stipendium, et sì fattamente stretti insieme, che non vi fu mai
263 TITI LIVII LIBER XXVIII. 264

commeatus in hostium agro deessent: quorum sedizione nè tra loro, nè contro il lor capitano,
inopia priore Punico bello multa infanda inter benchè spesso mancasse il denaro per le paghe,
duces militesque commissa fuerant. Post Hasdru non che le vettovaglie in paese nemico ; per
balis vero exercitum cum duce, in quibus spes mancanza di che brutti sconci eran nati nella
omnis reposita victoriae fuerat, deletum, ceden prima guerra Cartaginese tra i comandanti e i
doque in angulum Bruttium cetera Italia conces soldati. Poscia, dopo la disfatta dell'esercito di
sum, cui non videatur mirabile, nullum motum Asdrubale, e la morte di lui stesso, ne'quali pur
in castris factum ? nam ad cetera id quoque ac era posta tutta la speranza della vittoria, e che,
cesserat, ut ne alendi quidem exercitus, nisi ex ritiratosi in un angolo de Bruzii, si dovette ab
Bruttio agro, spes esset; qui, ut omnis coleretur, bandonare tutto il resto dell'Italia, a chi non fa
exiguus tamen tanto alendo exercitui erat Tum rà maraviglia, che non siavi stata mai sommossa
magnam partem juventutis abstractam a cultu alcuna nel suo campo ? Perciocchè si aggiungeva
agrorum bellum occupaverat, et mos vitio etiam anche questo a tutto il resto, che non avea spe
insitus genti per latrocinia militiam exercendi: ranza di poter nodrire l'esercito, che dalle terre
mec ab domo quidquam mittebatur, de Hispania dei Bruzii; le quali, anche se tutte si fossero col
retinenda sollicitis, tamquam omnia prospera in tivate, pur poche erano ad alimentar tanta gente;
Italia essent. In Hispania res quadam ex parte e gran parte della gioventù distratta dalla coltu
eamdem fortunam, quadam longe disparem ha ra delle terre, l'aveva a sè tratta la guerra, ed

bebant: eamdem, quod proelio victi Carthagi anche il costume proprio di quella nazione di
nienses, duce amisso, in ultimam Hispaniae oram esercitar la milizia ladroneggiando. Nè gli veniva
usque ad Oceanum compulsi erant; disparem un sol uomo di casa; ch'erano premurosi di con
autem, quod Hispania, non quan Italia modo, servare la Spagna, quasi tutto andasse in Italia
sed quam ulla pars terrarum, bello reparando prosperamente. Le cose in Ispagna per una parte
aptiorerat, locorum hominumque ingeniis. Ita avean la medesima fortuna, per l'altra assai di
que ergo prima Romanis inita provinciarum, versa; la medesima, perchè i Cartaginesi, vinti
quae quidem continentis sint, postrema omnium, in battaglia, perduto il capitano, erano stati cac
nostra demum aetate, ductu auspicioque Augusti ciati nell'ultimo confine della Spagna sino all'O
Caesaris, predomita est. lbi tum Hasdrubal Gi ceano; diversa poi, perchè la Spagna tutta era
sgonis maximus clarissimusque eo bello secun atta, non solo più che l'Italia, ma più che ogni
dum Barcinos dux, regressus ab Gadibus, rebel altra parte del mondo a rinfrescare la guerra per
landi spem adjuvante Magome Hamilcaris filio, la qualità dei luoghi e l'indole degli abitanti.
delectibus per ulteriorem Hispaniam habitis, ad Quindi la prima delle province del continente
quinquaginta millia peditum, et quatuor millia assalita dai Romani, fu domata finalmente l'ulti
et quingentos equites armavit. De equestribus ma di tutte a giorni nostri sotto la condotta e
copiis ferme inter auctores convenit: peditum gli auspizii di Cesare Augusto. Quivi allora Asdru
septuaginta millia quidam adducta ad Silpiam ur bale di Giscone, il più grande e più illustre ca
bem scribunt. Ibi super campos patentes duo du pitano in quella guerra dopo i Barcini, tornato
ces Poemi ea mente, ne detrectarent certamen, da Cadice, aiutato da Magone figlio di Amilcare
consederunt. nella speranza di rinnovare la guerra, fatte nuo
ve leve nella Spagna ulteriore, mise in arme cin
quanta mila fanti, e quattro mila e cinquecento
cavalli. Delle genti a cavallo, gli autori quasi tutti
si accordano; ma de fanti, dicono che ne fossero
condotti alla città di Silpia settanta mila. Quivi
piantaronsi i due comandanti Cartaginesi sopra
larga pianura con animo di non ricusare la bat
taglia.
XIII. Scipio, quum ad eum fama tanti com XIII. Scipione, recatagli la notizia di sì gran
parati exercitus perlata esset, neque Romanis de esercito messo insieme dal nemico, nè stiman
legionibus tantae se parem fore multitudini ra do colle Romane legioni d'esser pari a tanta
tus, ut non in speciem saltem opponerentur bar moltitudine, se non avesse ad opporre almeno in
barorum auxilia, neque in iis tamen tantum vi apparenza gli aiuti de barbari, senza però tal
rium ponendum, ut mutando fidem, quae cladis mente contare sulle forze loro, che qualora mu
causa fuisset patri patruoque, magnum momen tasser fede, il che era stato cagione di rovina al
tum facerent, praemisso Silano ad Colcham, duo padre ed allo zio, gran danno gliene dovesse ve
detriginta oppidis regnantem, ut equites pedites nire, mandato innanzi Silano a Colca, che regna
265 TITI LIVII LIBER XXVIII. 266

que ab eo, quos se per hiemem conscripturum va su vent'otto castelli, a riceverne que cavalli e
pollicitus erat, acciperet, ipse ab Tarracone pro fanti, che avea promessso di arrolare quell'in
fectus, protinus ab sociis, qui accolunt viam, mo verno, egli partitosi da Tarracona, raccogliendo
dica contrahendo. auxilia, Castulonem pervenit. intanto dagli alleati, che abitan lungo la via, al
Eo adducta ab Silano auxilia, tria millia pedi quanti pochi aiuti, giunse a Castulone. Colà Sila
tum et quingenti equites: inde ad Baeculam no gli addusse il rinforzo di tre mila fanti, e
urbem progressus omni exercitu civium, socio cinquecento cavalli. Indi avviossi alla città di
rum, peditum equitumque quinque et quadra Becula coll'intiero esercito de'cittadini e degli
ginta millibus. Castra ponentes eos Mago et alleati, che tra fanti e cavalieri ascendeva al nu
Masinissa cum omni equitatu aggressi sunt; tur mero di quarantacinque mila. Mentre attende
bassentoue munientes, mi abditi post tumulum, vano ad accamparsi, Magone e Masinissa gli as
opportune ad id positum, ab Scipione equites saltarono con tutta la cavalleria, e gli avrebbero
improviso in effusos incurrissent. Hi promptissi disturbati da lavori, se una banda di cavalli na
mum quemdue, et proxime vallum, atque in ipsos scosta da Scipione dietro un'altura opportuna
munitores primum invectum, vixdum proelio mente situata, non si fosse improvvisamente sca
inito, fuderunt: cum ceteris, qui sub signis atque gliata addosso agli sbandati. Questa, venuta ap
ordine agminis incesserant, longior et diu ambi pena alle mani, sbaragliò i più arditi, e quelli,
gna pugna fuit. Sed quum ab stationibus pri che s'eran di primo tratto portati contro lo stec
m um expeditae cohortes, deinde ex opere deducti cato, e contro gli stessi lavoratori; cogli altri,
milites, atque arma capere jussi plures et integri ch'eran venuti schierati sotto le insegne e in
fessis subirent.magnumque jam agmen armatorum ordine di battaglia, fu più lunga, e per più tem
a castris in proelium rueret, terga haud dubio po dubbia la pugna. Ma poi che accorsero dalle
vertunt Poeni Numidaeque. Et primo turmatim lor poste le coorti leggere, indi i soldati levati
abibant, nihil propter pavorem festinationemve dal lavoro, e fu fatto prender l'armi, a maggior
confusis ordinibus: dein, postguam acrius ulti numero, ed agli stanchi i freschi succedere, e che
mis incidebat Romanus, neque sustineri impetus già gran turba di armati si slanciava dagli al
Poterat, nihil jam ordinum memores, passim, qua loggiamenti alla battaglia, i Cartaginesi ed i Nu
cuique proximum fuit, in fugam effunduntur. midi voltano apertamente le spalle. E dapprima
Et quamquam eo proelio aliquantum et Romanis si ritiravano a torme a torme senza che per la
aucti et deminuti hostibus animi erant, tamen paura o la fretta confondessero gli ordini; poi,
numquam aliquot insequentes dies ab excursio come il Romano dava addosso agli ultimi con più
mibus equitum levisque armaturae cessatum est. vigore, nè si potea sostenerne l'impeto più oltre,
dimenticata l'ordinanza, si danno a fuga precipi
tosa, ciascuno alla parte, che gli tornava più ac
concia. E quantunque per quella zuffa fosse alcun
poco cresciuto l'animo ai Romani, e scemato ai
nemici, pure per alquanti giorni dappoi non
mai cessarono le scorrerie dei cavalli, e degli ar
mati alla leggera. - -

XIV. Ubi satis tentatae per haec levia certa XIV. Com'ebbero saggiate bastantemente le
mina vires sunt, prior Hasdrubal in aciem copias forze con questi lievi combattimenti, primo
eduxit: deinde et Romani processere. Sed utra Asdrubale trasse le genti fuori in ordine di batta
que acies pro vallo stetit instructa; et quum ab glia; indi uscirono anche i Romani, ma e l'un
neutris pugna coepta esset, jam die ad occasum esercito e l'altro si stette schierato dinanzi allo
inclinante, a Poeno prius, deinde ab Romano in steccato; e nessuna parte avendo dato principio
castra copiae reductae. Hoc idem per dies aliquot al combattere, di già piegando il giorno verso
factum : prior semper Poenus copias castris edu l'occaso, prima il Cartaginese, poscia il Romano
cebat; prior fessisstando signum receptui dabat: ritrassero le schiere negli alloggiamenti. Questo
ab neutra parte procursum, telumve missum, aut fu fatto per parecchi giorni. Primo sempre il
vox ulla orta. Mediam aciem hinc Romani, illimc Cartaginese metteva fuori i suoi; primo, com'e
Carthaginienses mixti Afris, cornua socii tene rano stanchi dallo starsi sull'armi, sonava a rac
bant: erant autem utrimque Hispani pro corni colta. Da nessuna parte si uscì di fila, si lanciò
bus: ante Punicam aciem elephanti castellorum dardo, si udì una voce. Stavan nel centro quinci
procul speciem praebebant. Jam hoc in utrisque i Romani, quindi i Cartaginesi mescolati cogli
castris sermonis erat, ita, ut instructi stetissent, Africani: i confederati eran sull'ale, le cui prime
pugnaturos: medias acies Romanum Poenumque, file eran d'ambe le parti formate di Spagnuoli.
TITI LIVII LIBER XXVIII. 268
267
quos inter belli causa esset, pari robore animo Gli elefanti sul dinanzi delle schiere Cartaginesi
rum armorumque concursuros. Scipio ubi haec offrivano da lontano la sembianza di altrettanti
obstinate credita animadvertit, omnia de indu castelli. Già nell'uno e nell'altro campo il discor
stria in eum diem, quo pugnaturus erat, muta so era questo, che avvrebbono combattuto col
vit. Tesseram vesperi per castra dedit, ut ante l'ordine, in cui si stavano; che i centri de due
lucem viri equique curati et pransi essent ; ar eserciti Romano e Cartaginese, cui spettava la
matus eques frenatos instratosque teneret equos. ragion della guerra, si sarebbero affrontati con
Vixdum satis certa luce, equitatum omnem cum pari forza d'animo e d'armi. Scipione, veduto
levi armatura in stationes Punicas immisit: in che si credeva questo con tutta fermezza, mutò
de confestim ipse cum gravi agmine legionum appositamente ogni cosa pel dì, in cui si dove
procedit, praeter opinionem destinatam suorum va combattere. La sera mandò l'ordine pel cam
hostiumque, Romano milite cornibus firmatis, po, che innanzi giorno uomini e cavalli fossero
sociis in mediam aciem acceptis. Hasdrubal, cla curati e cibati; i cavalieri armati tenessero i ca
more equitum excitatus, ut ex tabernaculo pro valli imbrigliati e sellati. A di non ancora ben
siluit, tumultumque ante vallum et trepidatio chiaro scaglia tutta la cavalleria armata alla leg
nem suorum, et procul signa legionum fulgentia,
gera contro le poste Cartaginesi; indi subito si
plenosque hostium campos vidit, equitatum om avanza egli col merbo delle legioni, rinforzate le
nem extemplo in equites emittit. Ipse cum pe ale fuor dell'opinione de'suoi e de'nemici co'sol
ditum agmine castris egreditur, nec ex ordine dati Romani, e messi gli alleati nel centro. Asdru
solito quidquam acie instruenda mutat. Equitum bale, riscosso dalle grida de cavalieri, come bal
jam diu amceps pugna erat; nec ipsa per se de zò fuori del padiglione, e vide il tumulto insorto
cermi poterat, quia pulsis (quod prope in vicem dinanzi allo steccato, e lo scompigliamento dei
fiebat) in aciem peditum tutus receptus erat. Sed suoi, e da lontano le bandiere folgoreggianti delle
ubi jam haud plus quingentos passus acies inter legioni, e la pianura tutta ingombra di nemici,
sese aberant, signo receptui dato, Scipio, patefa incontamente manda fuori tutta la cavalleria con
ctisque ordinibus, equitatum omnem levemdue tro quella del nemico. Egli colla fanteria esce
armaturam, in medium acceptam divisamque in dallo steccato, nè fa nessun cangiamento all'ordi
partes duas, in subsidiis post cornua locat. Inde, ne già stabilito nella disposizion delle schiere
ubi incipiendae jam pugnae tempus erat, Hispa Durava già da alquanto tempo la battaglia eque
nos (ea media acies fuit) presso gradu incedere stre rabbiosa, nè poteva da sè sola decidersi,
jubet. Ipse e destro cornu (ibi namdue praeerat) perchè i respinti avean sicuro ricetto tra i fanti,
muncium ad Silanum et Marcium mittit, ut cor il che faceano quasi a vicenda gli uni e gli altri.
mu extenderent in sinistra parte, quemadmodum Ma poi che gli eserciti non furon tra loro più
se tendentem a dextra vidissent, et cum expe lontani di cinquecento passi, Scipione, fatto sona
ditis peditum equitumque prius pugnam conse re a raccolta e spalancati gli ordini, accolta nel
rerent cum hoste, quam coire inter se mediae mezzo, e divisa in due parti tutta la cavalleria e
acies possent. Ita diductis cornibus, cum ternis gli armati alla leggera, la colloca tra il corpo di
peditum cohortibus, ternisque equitum turmis, riserva dietro l'ale. Poscia, essendo già tempo
ad hoc velitibus, citato gradu in hostem duce d'incominciar la battaglia, ordina che gli Spa
bant, sequentibus in obliquum aliis. Sinus in gnuoli, ch'erano stati nel centro, si avanzassero
medio erat, quia segnius Hispanorum signa ince di pien passo. Egli, dall'ala destra, dove coman
debant. Et jam conflixerantcornua, quum, quod dava in persona, manda ad avvertire Silano, e
roboris in acie hostium erat, Poeni veterani Marcio, che come il vedessero distendersi alla
Afrique nondum ad teli conjectum venissent, destra, essi si distendessero alla sinistra, e colla
neque in cornua, ut adjuvarent pugnantes, di fanteria e cavalleria leggera appiccassero la zuffa
scurere auderent, ne aperirent mediam aciem col nemico, innanzi che le schiere di mezzo po
venienti ex adverso hosti. Cornua ancipiti proelio tessero cozzare insieme. Così distese le ale con
urgebantur: eques, levisque armatura et velites, tre coorti di fanti, con tre di cavalli, e di più coi
circumductis alis in latera incurrebant; cohortes veliti, andavano a gran passo contro il nemico,
a fronte urgebant, ut abrumperent cornua a seguitati obbliquamente dagli altri. V'era nel
cetera acie. mezzo un vòto, perchè gli Spagnuoli cammina
vano più lenti; e già le ale aveano combattuto,
che quel che ci era di nerbo nell'esercito nemico,
i Cartaginesi veterani e gli Africani, non erano
ancora giunti a tiro d'arco, nè osavan correr sul
l'ale ad aiutare i lor combattenti, per non aprire
269 TITI LIVII LIBER XXVIII. 27o

il centro al nemico, che veniva di fronte. Le loro


ale erano incalzate da due bande: la cavalleria e
gli armati alla leggera e i veliti, attorniandole,
davano di fianco; le coorti le urtavano di fronte,
onde staccarle dal resto dell'esercito.
XV. Et quum ab omni parte haudquaquam XV. Nè pari era la pugna d'ambe le parti, sì
par pugna erat, tum quod turba Baliarium tiro perchè la torma de' Baleari e degli Spagnuoli di
numque Hispanorum Romano Latinoque militi nuova leva stava a fronte del soldato Romano e
objecta erat, et, procedente jam die, vires etiam Latino, sì perchè inoltrandosi il giorno, anche le
deficere Hasdrubalis exercitum coeperant,oppres forze cominciarono a mancare all'esercito di
sos matutino tumulto coactosque, priusquam ci Asdrubale, sopraffatto dal tumulto della mattina,
bo corpora firmarent, raptim in aciem exire. Ad e costretto a correre in fretta alla battaglia innan
id sedulo diem extraxerat Scipio, ut sera pugna zi che si rinforzassero col cibo. Scipione aveva
esset: nam ab septima demum hora peditum appunto con ogni cura indugiato, acciocchè la
signa cornibus incurrerunt. Ad medias acies ali battaglia si prolungasse ben tardi; perciocchè
quanto serius pervenit pugna; ita ut prius aestus non prima dell'ora settima i fanti si scagliarono
a meridiano sole, laborque standi sub armis, et contro le ale nemiche, e la battaglia arrivò alle
simul fames sitisque corpora afficerent, quam ma schiere di mezzo alquanto più tardi; in modo
nus cum hoste consererent. Itaque steterunt scu che il calore del mezzo giorno, la fatica dello
tis innisi: nam super cetera elephanti etiam, tu stare in sull'armi, e insieme la fame e la sete
multuoso genere pugnae equitum velitumque et avean travagliato i corpi innanzi che venissero
levis armaturae consternati, e cornibus in me alle mani col nemico. Stavansi dunque appoggiati
diam aciem sese intulerant. Fessi igitur corpori sugli scudi; chè oltre agli altri guai, anche gli
bus animisque retulere pedem, ordines tamen elefanti, costernati dalla tumultuosa foggia di
servantes, haud secus, quam si imperio ducis combattere dei cavalieri, de'veliti e degli armati
cederet integra acies. Sed quum eo ipso acrius, alla leggera, s'eran gettati dalle ale nel centro
ubi inclinatam sensere rem, victores se undigue dell'esercito. Abbattuti dunque di forze e di co
inveherent, nec facile impetus sustineri posset; raggio, si ritrassero indietro, però conservando
quamquam retinebat, obsistebatoſue cedentibus gli ordini, non altrimenti che se tutto l'esercito
Hasdrubal, «ab tergo esse colles tutumque rece retrocedesse per comando del capitano. Ma i vin
ptum, si modice se reciperent, º clamitans, ta citori, come li videro piegare, tanto più vivamen
men, vincente verecundiam metu, (quum pro te da ogni parte investendoli, nè potendosi più
ximus quisque hostem cederet) terga extemplo oltre sostenere quell'impeto, benchè Asdrubale
data, atque in fugam sese omnes effuderunt. Ac li ritenesse, e si opponesse a quelli, che cedevano,
primo consistere signa in radicibus collium, ac gridando, e che aveano i colli alle spalle ed un
revocare in ordines militem coeperant, cunctan sicuro ricetto, se si ritiravano a lento passo; o
tibus in adversum collem erigere aciem Roma nondimeno, la paura vincendo la vergogna, il
mis. Inde ut inferri impigre signa viderunt, inte Romano tagliando a pezzi quanti affrontava,
grata fuga, in castra pavidi compelluntur. Nec voltano subitamente le spalle, e tutti dannosi a
procul vallo Romanus aberat, cepissetaue tanto fuggire. Ed avean da principio cominciato a fer
impetu castra, mi se ex vehementi sole, qualis mar le insegne alle radici de'colli e rimettere il
intergraves imbre nubes effulget, tanta vis aquae soldato in ordinanza, mentre il Romano indugia
dejecisset, ut vix in castra sua receperint se vi alquanto a salir l'erta: indi come videro portarsi
ctores; quosdam etiam religio ceperit ulterius innanzi intrepidamente le insegne, rinnovata la
quidquameo die comandi. Carthaginienses,quam fuga, paurosi vanno a cacciarsi negli steccati. Nè
quam fessos labore ac vulneribus nox imberque il Romano n'era discosto, e preso avrebbe gli
ad necessariam quietem vocabat, tamen, quia alloggiamenti nemici con quell'impeto sì grande,
metus et periculum cessandi non dabat tempus, se dopo un caldo veemente, qual suole dardeggia
prima luce oppugnaturis hostibus castra, saxis re il sole, che riluce tra nugoli pregni d'acqua,
undique circa ex propinquis vallibus congestis tal diluvio di pioggia non fosse sopravvenuto, che
augent vallum, munimento sese, quando in ar appena gli stessi vincitori poterono ricoverarsi
mis parum praesidiis foret, defensuri. Sed tran nel loro campo; ed alcuni si fecero anche scru
sitio sociorum, fuga ut tutior mora videretur, polo di far più altra cosa in quel giorno. 1 Carta
fecit. Principium defectionis ab Attane regulo ginesi, benchè, rifiniti com'erano dalla fatica e
Turdetanorum factum est: is cum magna popu dalle ferite, la notte e la pioggia gli richiamasse
larium manu transfugit: inde duo munita oppida al necessario riposo, nondimeno, perchè la paura
271 "TITI LIVII LIBER XXVIII. 272

cum praesidiis tradita a praefectis Romano; et e il pericolo non lasciava tempo d'indugiare, poi
ne latius, inclinatissemel ad defectionem animis, che al primo spuntar del giorno il nemico avreb
serperet res, silentio proximae noctis Hasdrubal be assaltato l'accampamento, raccolti sassi da
castra movet. -
ogni parte dalle vicine valli, rinforzano lo stecca
to, onde difendersi coi ripari, poi che poco presi
dio avuto avrebbono dall'armi. Ma la defezione
degli alleati fece, che parve più sicuro il fuggire,
che il fermarsi. Il principio ne venne da Attane,
re dei Turdetani: egli passò al nemico con gran
moltitudine de' suoi; indi due castelli co' loro
presidii furono dai prefetti consegnati ai Romani.
Ed acciocchè, essendo gli animi una volta inclinati
a ribellione, il male non serpeggiasse più oltre,
Asdrubale nel silenzio della notte susseguente
move il campo.
XVI. Scipio, ut prima luce, qui in stationibus XVI. Scipione sul far del giorno, appena
erant, retulerunt, profectos hostes, praemisso quelli, ch'erano alle poste, gli ebbero rapportato
equitatu signa ferri jubet; adeoque citato agmi che i nemici s'eran partiti, mandata innanzi la
ne ducti sunt, ut, si via recta vestigia sequentes cavalleria, leva il campo; e si mossero con tanta
issent, haud dubie assecuturi fuerint. Ducibus celerità, che se seguito avessero le lor pedate per
est creditum, brevius aliud esse iter ad Baetim la diritta, gli avrebbero senza dubbio raggiunti.
fluvium, ut transeuntes aggrederentur. Hasdru Fu creduto alle guide, che vi fosse una strada
bal, clauso transitu fiuminis, ad Oceanum flectit; più breve per giungere al fiume Beti, dove gli
et jam indefugientium modo effusi abibant; id avrebbono assaltati nel passaggio. Asbrubale, ser
que ab legionibus Romanis aliquantum intervalli ratogli il passo del fiume, piega verso l'Oceano;
fecit. Eques levisque armatura, nunc ab tergo, e già se n'andavano sbandati a guisa di fuggia
numc ab lateribus occurrendo, fatigabat moraba schi; e questo li discostò alquanto dalle legioni
turque: sed quum ad crebros tumultus signa Romane. I cavalieri però e gli armati alla leggera,
consisterent, et nunc equestria, nunc cum veliti investendoli ora alle spalle ed ora ai fianchi, gli
bus auxiliisque peditum proelia consererent, su stancavano, li ritardavano; ma mentre a frequenti
pervenerunt legiones. Inde non jam pugna, sed assalti le bandiere fan alto, ed ora si azzuffan coi
trucidatio velut pecorum fieri; donec ipse dux cavalli, ora coi veliti e coi fanti ausiliarii, soprav
fugae auctor in proximos colles cum sex millibus vennero le legioni. Da indi in poi non fuvvi già
ferme semiermium evasit. Ceteri caesi captique: battaglia, ma sì macello quasi di pecore; sino a
castra tumultuaria raptim Poeni tumulo editis che lo stesso capitano, autore della fuga, si ritrasse
simo communierunt, atque inde, cum hostis ne nelle prossime colline con sei mila de' suoi, quasi
quidquam subire iniquo adscensu conatus esset, tutti senz'armi: gli altri furono tagliati a pezzi e
haud difficulter sese tutati sunt. Sed obsidio in presi. I Cartaginesi si fortificarono tumultuaria
loco nudo atque inopi vix in paucos dies tolera mente in fretta sulla più elevata cresta di un pog
bilis erat: itaque transitiones ad hostem fiebant. gio; e colà, tentato avendo invano il nemico di
Postremo dux ipse, navibus acceptis (nec procul salire l'erta ripidissima, si difesero con poca
inde aberat mare), nocte relicto exercitu, Gades difficoltà. Ma non si saria potuto sostenere l'asse
perfugit. Scipio, fuga ducis hostium audita, de dio che pochi di, in luogo ignudo, e privo di
cem millia peditum, mille equites relinquit Sila tutto: quindi si passava alla banda del nemico.
no ad castrorum obsidionem. Ipse cum ceteris Finalmente lo stesso Asdrubale, avute alcune
copiis, septuagesimis castris, protinus causis re navi (chè il mare non era molto discosto) di
gulorum civitatiumque cognoscendis, ut praemia notte abbandonato l'esercito, fuggissi a Cadice.
ad veram meritorum aestimationem tribui pos Scipione, udita la fuga de'nemici, lascia a Silano
sent, Tarraconem rediit. Post profectionem eius dieci mila fanti e mille cavalli ad assediare il
Masinissa, cum Silano clam congressus, ut ad campo Cartaginese. Egli col rimenente delle for
nova consilia gentem quoque suam obedientem ze in settanta giornate tornossi a Tarracona, a
haheret, cum paucis popularibus in Africam tra subito riconoscere la condotta tenuta dai re e
jecit; non tam evidenti eo tempore subitae mu dalle città, onde poter distribuire i premii secon
tationis causa, quam documento post id tempus do i veri meriti rispettivi. Dopo la di lui partenza,
constantissimae ad ultimam senectam fidei, ne Masinissa, abboccatosi segretamente con Silano,
tum quidem eum sine probabili causa fecisse. ripassò in Africa con pochi de' suoi, per disporre
273 TITI LIVII LIBER XXVIII. 274
Mago inde, remissis ab Hasdrubale navibus, Ga eziandio la nazione a prestarsi a suoi novelli
des petit Ceteri, deserti ab ducibus, pars transi disegni, non essendo allora apparsa con tanta
tione, pars fuga, dissipati per proximas civitates evidenza la ragione del subito cangiamento,
sunt: nulla manus numero aut viribus insignis. quanto di poi la fede costantissima da lui serbata
Hoc maxime modo, ductu atque auspicio P. dopo quel tempo sino all'ultima vecchiezza docu
Scipionis, pulsi Hispania Carthagimienses sunt; mentò, che mè anche allora l'avea fatto senza ra
tertiodecimo anno post bellum initum; quinto, gionevole motivo. Poscia Magone, avendogli
quam P. Scipio provinciam et exercitum accepit. Asdrubale rimandate le navi, andò a Cadice. Gli
Haud multo post Silanus, debellatum referens, altri, abbandonati dai loro capi, parte per diser
Tarraconem ad Scipionem rediit. zione, parte per fuga, si sono dispersi per le
vicine città; nessuna banda però da valutarsi nè
per numero, nè per forze. In questo modo prin
cipalmente, sotto la condotta e gli auspizii di
Publio Scipione, i Cartaginesi sono stati scacciati
dalla Spagna, l'anno decimo terzo dopo il comin
ciamento della guerra, il quinto poi che Scipione
ebbe quell'incarico e quell'esercito. Non molto
dappoi Silano tornò a Scipione a Tarracona,
annunziando terminata la guerra di Spagna.
XVII. L. Scipio cum multis mobilibus capti XVII. A recar la nuova della Spagna riacqui
vis nuncius receptae Hispaniae Romam est mis stata fu mandato Lucio Scipione con molti nobili
sus: et quum ceteri laetitia gloriaque ingenti eam prigionieri. E mentre gli altri con la gioia e le
rem vulgo ferrent, unus, qui gesserat, inexple immense lodi celebravano quest'impresa, il solo,
bilis virtutis veraeque laudis, parvum instar eo che l'avea fatta, di virtù e di vera lode insazia
rum, quae spe ac magnitudine animi concepis bile, stimava che le Spagne ricuperate poca cosa
set, receptas Hispanias ducebat: jam Africam fossero a paragone di quelle, ch'egli avea nella
magnamdue Carthaginem, et in suum decus no mente e nella grandezza dell'animo suo concepite.
mengue velut consummatam ejus belli gloriam Già mirava all'Africa ed alla grande Cartagine,
speciabat. Itaque, praemoliendas sibi ratus jam ed alla fama e nome che gli verrebbe dalla gloria
res conciliandosque regum gentiumque animos, di aver dato l'ultimo fine a quella guerra. Quindi
Syphacem primum regem statuit tentare. Masae stimando di dover predisporre le cose,e conciliarsi
sylorum is rex erat. Masaesyli, gens affinis Mau gli animi dei re e delle nazioni, deliberò di tentare
ris, in regionem Hispaniae, maxime qua sita No prima di tutto il re Siface. Era egli re dei Massessi
va Carthago est, spectant. Foedus ea tempestate li. I Massessili, nazione confinante coi Mauri, son
regi cum Carthaginiensibus erat: quod haud gra volti a quella parte della Spagna, dove massima
vius ei sanctiusque, quan vulgo barbaris, quibus mente è posta Nuova-Cartagine. Eran essi a quel
ex fortuna pendet fides, ratus fore, oratorem ad tempo stretti in alleanza coi Cartaginesi; la quale
eum C. Laelium cum donis mittit. Quibus bar pensando Scipione che non sarebbe nè più fer
barus laetus, et quia res lum prosperae ubique ma, nè più santa di quello, che suol essere ai
Romanis, Poenis in Italia adversae, in Hispania barbari, la cui fede dipende dalla fortuna, gli
nulla e jam erant, amicitiam se Romanorum acci manda oratore Caio Lelio con parecchi regali.
pere adnuit: firmandae ejus fidem nec dare, nec Alla vista de' quali rallegratosi il barbaro, e per
accipere, nisi cum ipso coram duce Romano. Ita chè allora le cose de Romani erano prospere da
Laelius, in id modo fide ab rege accepta, tutum per tutto, e quelle dei Cartaginesi avverse in Ita
adventum fore, ad Scipionem rediit. Magnum in lia, e già interamente nulle in Ispagna, consentì
omnia momentum Syphax affectanti res Africae di legarsi in amicizia coi Romani; di che però
erat, opulentissimus eius terrae rex, bello jam non volea nè dare, nè ricever fede, se non se in
expertus ipsos Carthaginienses, finibus etiam re presenza dello stesso comandante Romano. Quindi
gni apte ad Hispaniam, quod freto exiguo diri Lelio, avuta solamente promessa del re, che la
muntur, positis. Dignam itaque rem Scipio ratus, venuta di Scipione sarebbe sicura, tornò a lui.
quae, quoniam non aliter posset, magno pericu Era Siface di grande importanza per chi aspirava
lo peteretur, L. Marcio Tarracone, M. Silano alle cose d'Africa, re il più dovizioso di quel
Carthagine Nova, quo pedibus ab Tarracone iti paese, che s'era già provato in guerra coi Carta
neri bus magnis ierat, ad praesidium Hispaniae ginesi, coi confini anche del regno opportuna
elictis, ipse cum C. Laelio duabus quinquere mente posti per la Spagna, non essendone sepa
mibus "ogia proſectus tranquillo mari rati, che da picciolo braccio di mare. Stimando
l V 19 : 18
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plurimum remis, interdum et leni adjuvante pertanto Scipione che la cosa fosse da tanto, di
vento, in Africam trajecit. Forte ita incidit, ut meritare che, poichè non si poteva altrimenti, si
eo ipso tempore Hasdrubal pulsus Hispania, se cercasse anche con grande pericolo, lasciato a
ptem triremibus portum invectus,anchoris positis presidio della Spagna Lucio Marcio a Tarracona,
terrae applicaret naves; quum conspectae duae Marco Silano a Nuova-Cartagine, dove partito da
quinqueremes haud cuiquam dubio, quinho Tarracona era andato per terra a gran giornate,
stium essent, opprimi que a pluribus, priusquam egli con Caio Lelio, partito da Nuova-Cartagine.
portum intrarent, possent, nihil aliud, quam tu con due quinqueremi, navigando co'remi per lo
multum ac trepidationem simul militum ac nau più a motivo della calma, talora anche aiutato da
tarum, nequidquam armaque et naves expedien leggero venticello, passò in Africa. Avvenne a
tium, fecerunt. Percussa enim ex alto vela paullo caso, che in quel tempo medesimo Asdrubale,
acriori vento prius in portum intulerunt quin scacciato dalla Spagna ed entrato in porto con
queremes, quam Poeni anchoras molirentur; nec sette triremi, gettate l'ancore, pigliava terra,
ultra tumultum ciere quisquam in regio portu quando la vista di due quinqueremi, nessuno
audebat. Itaque prior in terra Hasdrubal, mox dubitando che non fossero nemiche, e che non si
Scipio et Laelius egressi, ad regem pergunt. potessero opprimere col maggior numero innanzi
ch' entrassero in porto, non altro fecero, che
mettere in iscompiglio e tumulto i soldati insieme
ed i nocchieri, che si adoperavano invano ad
allestire l' armi e le navi. Perciocchè un vento
alquanto gagliardo, vegnente dalla banda di ma
re, percuotendo le vele romane, cacciarono le
quinqueremi in porto, innanzi che i Cartaginesi
strappassero l'ancora ; nè alcuno osava più far
tumulto nel porto del re. Quindi Asdrubale smon
tò prima in terra, indi Scipione e Lelio discesi,
vanno al re.
XVIII. Magnificumque id Syphaci (nec erat XVIII. E parve a Siface (e non era altrimenti)
aliter) visum, duorum opulentissimorum ea tem cosa bella e magnifica per lui, che i comandanti
pestate duces populorum uno die suam pacem de'due più potenti popoli di quella età fossero
amicitiamo ue petentes venisse. Utrumque in ho venuti in un medesimo giorno a chiedergli ami
spitium invitat, et, quoniam fors eos sub uno cizia ed alleanza. Invita egli l'und e l'altro nella
tecto esse, atque ad eosdem pemates voluisset, regia, e poi che la sorte avea voluto che si
contrahere ad colloquium dirimendarum simul trovassero ambedue sotto un tetto medesimo e
tatium causa est conatus; Scipione abnuente, aut nel medesimo ospizio, cercò di tirarli a conferire
privatim sibi ullum cum Poeno odium esse, quod insieme, onde por fine alle contese; se non che
colloquendo finiret, aut de republica se cum ho Scipione diceva di non aver alcun odio privato
ste agere quidquam injussu senatus posse. Illud con Asdrubale, cui si dovesse metter fine coll'ab
magno opere tendente rege, ne alter hospitum boccarsi ; però non poter trattare col nemico di
exclusus mensa videretur, ut in animum induce cose risguardanti la repubblica senza licenza del
ret ad easdem venire epulas, haud abnuit; coena senato. E adoperandosi grandemente il re, onde
tumque simul apud regem est; et eodem etiam l'uno degli ospiti non paresse escluso dalla men
lecto Scipio atolue Hasdrubal (quia ita cordi erat sa, a persuadere a Scipione, che intervenisse
regi) accubuerunt. Tanta autem inerat comitas anch'egli al banchetto, Scipione non ricusò, e
Scipioni, atque ad omnia naturalis ingenii dexte cenarono ambedue col re; e Scipione ed Asdru
ritas, ut non Syphacem modo, barbarum insue bale (stando ciò grandemente a cuore a Siface),
tumque moribus Romanis, sed hostem etiam in sedettero eziandio sullo stesso letto. Scipione poi
festissimum, facunde alloquendo sibi conciliaret; aveva in sè tanta piacevolezza, e tanta in ogni
« mirabilioremdue sibi eum virum congresso co cosa desterità e naturale disinvoltura, che col
ram visum praese ferebat, quam bello rebus ge facondo conversare s'era conciliato non solo Si
stis. Nec dubitare, quin Syphax regnumque ejus face, uomo barbaro e non avvezzo alle Romane
jam in Romanorum essent potestate: eam artem maniere, ma lo stesso Asdrubale, nemico fierissi
illi viro ad conciliandos animos esse. Itaque non, mo; e francamente diceva, « che trattenutosi con
quo modo Hispaniae amissae sint, quaerendum quell'uomo, e vistolo di presenza, gli era sem
magis Carthaginiensibus esse, quam, quo modo brato ancor più maraviglioso, che per le cose
Africam retineant, cogitandum. Non peregrina fatte in guerra; nè porre in dubbio, che Siface
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bundum, neque circa amoenas oras vagantem ed il suo regno di già non fossero in poter dei
tantum ducem Romanum, relicta provincia no Romani; chè Scipione possedeva l'arte di conci
vae ditionis, relictis exercitibus, duabus navibus liarsi gli animi. Dover quindi i Cartaginesi non
in Africam trajecisse sese in hostilem terram, re tanto cercare, come la Spagna si fosse perduta,
giam in fidem expertam; sed potiundae Afri quanto come possano ritener l'Africa. Un tanto
cae spem affectantem. Hoc eum jam pridem vo capitano Romano, lasciata la provincia di nuova
lutare in animo, hoc palam fremere, quod non, conquista, lasciati gli eserciti, non era quasi pere
quemadmodum Hannibal in Italia, sic Scipio in grinando, o vagando per l'amenità di quelle
Africa bellum gereret. » Scipio, foedere icto cum spiagge, passato in Africa, in terra ostile con due
Syphace, profectus ex Africa, dubiisque et ple navi, affidato alla fede regia non conosciuta, ma
rumque saevis in alto jactatus ventis, die quarto sì covando la speranza d'impossessarsi dell'Africa.
Novae Carthaginis portum tenuit. Questo già da gran tempo ravvolge egli nel pen
siero, questo va mormorando apertamente, per
chè, come Annibale in Italia, così anche Scipione
non guerreggi in Africa. Scipione, stretta allean
za con Siface, partitosi d'Africa, e travagliato in
alto mare da varie e per lo più crudeli fortune,
il quarto di afferrò il porto di Nuova-Cartagine.
XIX. Hispaniae sicut a bello Punico quietae XIX. Siccome le Spagne eran tranquille per
erant, ita quasdam civitates, propter conscien conto della guerra Cartaginese, così si vedeva
tiam culpae, metu magis, quam fide, quietas esse che alcune città pel rimordimento della colpa
apparebat: quarum maxime insignes et magnitu stavansi quiete più per paura, che per fede; tra
dine et moxa Illiturgi et Castulo erant. Castulo, le quali erano maggiormente osservabili e per
quum prosperis rebus socii fuissent, post caesos l'ampiezza e per la colpa Illiturgo e Castulone.
cum exercitibus Scipiones defecerant ad Poenos. Quei di Castulone, che ne tempi prosperi erano
Illiturgitani prodendis, qui ex illa clade ad eds stati alleati de Romani, dopo l'eccidio degli Sci
perfugerant, interficiendisque scelus etiam deſe pioni e del loro eserciti, s'eran voltati alla parte
ctioni addiderant. In eos populos primo adventu, dei Cartaginesi. Quei di Illiturgo, coll'arrestare
quum dubiae Hispaniae essent.merito magis.quam ed uccidere i nostri soldati, che da quella strage
utiliter, saevitum foret. Tunc, jam tranquillis re rifuggiti s'erano appo loro, alla ribellione aggiun
bus, quia tempus expetendae poenae videbatur ta avevano anche la scelleraggine. Al primo venir
venisse, accitum ab Tarracone L. Marcium cum di Scipione, mentre le Spagne stavansi ancora
tertia parte copiarum ad Castulonem oppugnan dubbiose, si avrebbe potuto dar addosso a code
dum mittit: ipse cum cetero exercitu quintis fer sti popoli piuttosto meritamente, che inutilmente.
me ad Illiturgin castris pervenit. Clausae erant Ma adesso, poichè le cose essendo tranquille, pa
portae, omniaque instructa et parata ad oppu reva venuto il tempo di punirli, Scipione, chiama
gnationem arcendam: adeo conscientia, quid se to da Tarracona Lucio Marcio con la terza parte
meritos scirent, pro indicto eis bello fuerat. Hinc dell'esercito, lo manda ad espugnare Castulone:
et hortari milites Scipio orsus est. « Ipsos clau egli col resto delle genti in cinque giornate a un
demdis portis indicasse Hispanos, quid, ut time dipresso giunge ad Illiturgo. Le porte erano
rent, meriti essent. Itaque multo infestioribus chiuse, e tutto era apparecchiato e pronto a ri
animis cum iis, quam cum Carthaginiensibus, bel pulsare l'assalto; tanto la coscienza e il sapere
lum gerendum esse. Quippe cum illis prope sine quello, che meritavansi, era stato per essi una
ira de imperio et gloria certari; ab his perfidiae intimazione di guerra. Quindi cominciò Scipione
et crudelitatis et sceleris poenas expetendas esse. ad esortare i soldati: « Gli Spagnuoli stessi, col
Venisse tempus, quo et nefandam commilitonum chiudere le porte, aveano indicato quel che si
necem, et in semet ipsos, si eodem fuga delati fo avean meritato di temere: bisogna quindi com
rent, instructam faudem ulciscerentur; et in battere contro costoro più rabbiosamente ancora,
omme tempus gravi documento sancirent, ne quis che contro i Cartaginesi. Perciocchè contro quelli
umquam Romanum civem militemve in nulla for si lotta quasi senz'ira per la signoria e per la glo
tuna opportunum injuriae duceret. - Ab hac co ria, conviene punir questi della loro perfidia,
hortatione ducis incitati, scalas electis per mani scelleraggine e crudeltà. Era venuto il tempo, in
pulos viris dividunt, partitoque exercitu, ita ut cui vendicassero la nefanda strage del loro com
parti alteri Laelius praeesset legatus, duobus si militoni, la frode tessuta contro essi medesimi, se
mul locis ancipiti terrore urbem aggrediuntur. la fuga gli avesse balzati a quella parte; e dessero
Non dux unus, aut plures principes oppidanos. un grave documento per tutto il tempo avvenire,
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TITI LIVII LIBER XXVIII. o82

sed suus ipsorum ex conscientia culpae metus ad che nessun mai si credesse potervi essere tempo
defendendam impigre urbem hortatur. Et memi opportuno, qualunque fosse il tenore della fortu
nerani, et admonebant alii alios, a supplicium ex na, per offendere un cittadino od un soldato
se, non victoriam, peti. Ubi quisque mortem op Romano. » Eccitati da queste esortazioni del
peteret, id referre; utrum in pugna et in acie, capitano, partiscono le scale ad uomini scelti tra
ubi Mars communis et victum saepe erigeret, et le compagnie, e diviso l'esercito in modo, che
affligeret victorem; an postmodo, cremata et di ad una parte presedesse il legato Lelio, in due
ruta urbe, ante ora captarum conjugum libero luoghi ad un tempo con duplicato terrore assalta
rumque, interverbera et vincula, omnia foeda no la città. Non è un capitano, non sono i princi
atque indigna passi, exspirarent. » Igitur non pali della città, che incoraggino i terrazzani a
militarismodo aetas, aut viri tantum, sed femi difendere coraggiosamente la terra, ma sì il timo
nae puerique supra animi corporisque vires ad re di ciascuno per la coscienza del misfatto. E
sunt: propugnantibus tela ministrant, saxa in ricordavano, e gli uni agli altri li rammentava
muros munientibus gerunt. Non libertas solum no, e che di loro si cercava il supplizio, non la
agebatur, quae virorum fortium tantum pectora vittoria. Se anche ciascuno andasse incontro a
acuit; sed ultima omnium supplicia, et foeda certa morte, la differenza sta in questo, se perir
mors ob oculos erat. Accendebantur animi et cer si debba nella mischia e sul campo, dove la sorte
tamine laboris ac periculi, atque ipso inter se dell'armi spesso rileva il vinto e abbatte il vinci
conspectu. Itaque tanto ardore certamen initum tore, o più tardi, arsa e diroccata la città, nel
est, ut domitor ille totius Hispaniae exercitus, ab cospetto delle mogli e del figliuoli, fatti prigioni,
unius oppidi juventute saepe repulsus a muris, tra le battiture e le catene, dopo aver sofferto
haud satis decoro proelio trepidaret. Id ubi vidit ogni sorta d'onte e d'oltraggi. Or dunque non
Scipio, veritus, ne vanis conatibus suorum et ho solamente l'età atta alla guerra, non solamente
stibus cresceret animus, et segnior miles fieret, maschi, ma le femmine ed i fanciulli si presentano
sibimet conandum ac partem periculi capessen alla difesa, più che nol consentono le forze del
dam esse ratus, increpita ignavia militum, ferri l'animo e del corpo: somministrano i dardi ai
scalas jubet: se ipsum, si ceteri cunctentur, escen combattenti, e portano sassi sulle mura ai difen
surum mimatur. Jam subierat haud mediocri pe sori. Non si trattava solamente della libertà, che
riculo moenia, quum clamor undigue ad sollicitis infiamma unicamente i petti degli uomini risolu
vicem imperatoris militibus sublatus, scalaeque ti, ma vedevansi innanzi agli occhi gli ultimi
multis simul partibus erigi coeptae. Et ex altera supplizii, e l'ignominiosa morte di ciascheduno.
parte Laelius instat. Tum victa oppidanorum vis, Gli animi si accendevano in quella lotta di perico
dejectisque propugnatoribus occupantur muri: li e di fatiche, e nello stesso mirarsi l'un l'altro,
arx etiam ab ea parte, qua inexpugnabilis vide Quindi cominciò la zuffa con tanta ardenza, che
batur, inter tumultum capta est. -

quell'esercito domatore di tutta la Spagna ribut


tato spesso dalle mura dalla gioventù di una sola
terra, vacillava in questo non troppo onorevole
conflitto. Come Scipione vide questo, temendo che
gli sforzi vani de'suoi non accrescessero il corag
gio a nemici, e rallentassero quello de'suoi, giu
dicando di dover egli stesso farsi alla prova, e
pigliarsi parte del pericolo, sgridata l'ignavia
de' soldati, erdina che gli si rechino le scale; e
poi che gli altri stannosi titubanti, minaccia di
montare egli stesso alle mura. Già s'era fatto lor
presso con non mediocre pericolo, quando levossi
da ogni parte un grido dei soldati spaventati dal
pericolo del comandante, e in vari luoghi ad un
tempo si cominciò a rizzare le scale. Anche Lelio
incalza d'altra parte. Allora fu vinta la resistenza
dei terrazzani, e giù rovesciatine i difensori, le
mura son prese. Anche la rocca in quel trambu
sto fu presa dalla parte, che pareva inespugnabile.
XX. Transfugae Afri, qui tum inter auxilia XX. I disertori Africani, che trovavansi allora
Romana erant, et oppidanis in ea tuenda, unde nel corpo di riserva de' Romani, mentre quei
periculum videbatur, versis, e Romanis subeun di dentro son volti a difendere i luoghi, dove
28 1 TITI LIVII LIBER XXVIII. 282

tibus, qua adire poterant, conspexerunt editis si vedeva il pericolo, ed i Romani si spingevano
simam urbis partem, quia rupe praealta tegeba sin dove potevamo arrivare, osservarono, che la
tur, neque opere ullo munitam, et ab defensori parte più elevata della città, protetta essendo
bus vacuam. Levium corporum homines, et mul da una roccia altissima, non era fortificata, ed era
ta exercitatione pernicium, clavos secum ferreos vòta di difensori. Uomini, com'erano, agilissimi
portantes, qua per inaequaliter eminentia rupis di corpo e destri per molto esercizio, montano
poterant, scandunt. Sicubi nimis arduum et leve su dove meglio potevano, per le ineguali promi
saxum occurrebat, clavos per modica intervalla nenze della rupe, seco portando chiovi di ferro.
figentes, quum velut gradus fecissent, primi se Se incontravano qua e colà il sasso troppo ripido
quentes extrahentes manu, postremi sublevantes e levigato, facendosi una specie di gradini col
eos, qui praeirent, in summum evadunt: inde ficcar que chiovi a piccioli intervalli, i primi
decurrunt cum clamore in urbem jam captam ab tirando su colla mano i secondi, gli ultimi solle
Romanis. Tum vero apparuit, ab ira et ab odio vando quelli, che precedevano, giungono alla ci:
urbem oppugnatam esse.Nemo capiendi vivos,ne ma: di là scendono gridando di corso nella città
mo, patentibus ad direptionem omnibus, praedae già presa dai Romani. Allora apparve, che l'ira
memor est. Trucidant inermes juxta atque ar e l'odio, più ch'altro, aveano espugnata quella
matos, feminas pariter ac viros: usque ad infan terra. Nessuno si ricorda di far prigioni, nessuno,
tium caedem ira crudelis pervenit. Ignem deinde spalancate essendo al saccheggio tutte le case,
tectis injiciunt, ac diruunt, quae incendio absu di correre al bottino. Ammazzano indistintamente
mi nequeunt: adeo vestigia quoque urbis exstin armati e non armati, maschi e femmine egual
guere, ac delere memoriam hostium sedis, cordi mente; e la crudeltà dell'ira si distese sino alla
est. Castulonem inde Scipio exercitum ducit: strage degl'infanti. Indi mettono il fuoco alle ca
quam urbem non Hispani modo convenae, sed se, ed atterran quelle, che non può l'incendio
Punici etiam exercitus ex dissipata passim fuga consumare: tanto sta loro a cuore di spegnere
reliquae tutabantur. Sed adventum Scipionis ogni vestigio della città, e cancellar la memoria
praevenerat fama cladis Illiturgitanorum, terror di un luogo, già stanza del nemico. Poscia Sci
que inde ac desperatio invaserat; et in diversis pione conduce l'esercito a Castulone, città, ch'era
causis, quin sibi quisque consultum sine alte non solamente difesa dagli Spagnuoli ventitivi,
rius respectu vellet, primo tacita suspicio, dein ma eziandio dagli sbandati rimasugli dell'esercito
de aperta discordia secessionem inter Carthagi Cartaginese, quivi raccoltisi dalla fuga. Ma la
nienses atque Hispanos fecit. His Cerdubellus fama della rovina d'Illiturgo avea preceduta
propalam deditionis auctor; Himilco Punicis au la venuta di Scipione, e quindi gli aveva invasi
xiliaribus praeerat ; quos urbemdue, clam fide terrore e disperazione; e nella diversità delle
accepta, Cerdubellus Romano prodit. Mitior ea circostanze volendo ciascuno provvedere a sè
victoria fuit: nec tantumdem noxae admissum senza rispetto agli altri, dapprima un tacito so
erat, et aliquantum irae lenierat voluntaria de spetto, poi un'aperta discordia generò una scis
ditio. sura tra i Cartaginesi e gli Spagnuoli. A questi
Cerdubello consigliava apertamente la dedizione.
Imilcone era il comandante degli ausiliari Carta
ginesi; i quali Cerdubello, avuta segretamente
la fede dei Romani, consegnò loro insieme colla
città. Questa vittoria fu più moderata; nè la colpa
era stata tanto grave, e la volontaria dedizione
avea mitigato alquanto lo sdegno.
XXI. Marcius inde in barbaros, si qui non XXI. Indi fu spedito Marcio a ridurre i bar
dum perdomiti erant, sub jus ditionem que redi bari, se ne restavano ancora alcuni da domarsi,
gendos missus. Scipio Carthaginem, ad vota sol all'obbedienza e soggezione. Scipione tornò a
venda diis, munusque gladiatorium, quod mortis Nuova-Cartagine a soddisfare i voti fatti agli dei,
causa patris patruique paraverat, edendum, re e a dare lo spettacolo dei gladiatori, che apparec
diit. Gladiatorium spectaculum fuit non ex eo chiato aveva per la morte del padre e dello zio.
genere hominum, ex quolanistis comparare mos Non fu questo composto di quel genere di schia
est, servorum, quive venalem sanguinem habent. vi, donde sogliono trarli gl'imprenditori, o di
Voluntaria omnis et gratuita opera pugnantium quelli, che vendono il proprio sangue. Fu tutta
fuit: nam alii missi ab regulis sunt ad specimen volontaria e gratuita l'opera dei combattenti.
insitae genti virtutis ostendendum: alii ipsi pro Perciocchè altri furon mandati dai re ad esibire
fessi, se Pugnaturos in gratiam ducis: alios aeLuu un saggio del valore innato di quel popoli; altri
283 TI l I Ll VII LIBER XXVIII. 284

latio et certamen, ut provocarent, provocatique vennero a proporsi per combattere in onore del
haud abnuerent, traxit. Quidam, quas disceptan capitano; altri li trasse l'emulazione e la gara,
do controversias finire nequiverant, aut nolue pronti a provocare, e provocati a non ricusare.
rant, pacto inter se, ut victorem res sequereiur, Alcuni, che non avean potuto nè voluto le con
ferro decreverunt. Neque obscuri generis homi troversie loro disputando finire, pattuitisi che
mes, sed clari illustresque, Corbis et Orsua pa la ragione seguisse la parte del vincitore, le ter
trueles fratres, de principatu civitatis, quam Ibem minarono coll'armi. Nè c'erano soltanto uomini
vocabant, ambigentes, ferro se certaturos profes di condizione oscura, ma personaggi chiari ed
si sunt. Corbis major erat aetate. Orsuae pater illustri; tali Corbi ed Orsua cugini, i quali con
princeps proxime fuerat, a fratre majore post tendendo del principato della città, che chiama
mortem eius principatu accepto. Quum verbis vano Ibe, dichiararono ch'entrati sarebbero nel
disceptare Scipio vellet, ac sedare iras, negatum l'agone. Era Corbi maggiore di età; il padre
id ambo dicere communibus cognatis, nec alium di Orsua era stato l'ultimo principe, che avea
deorum hominumve, quam Martem, se judicem ricevuto il principato dal fratello maggiore dopo
habituros esse. Robore major, minor flore aeta la morte di lui. Volendo Scipione terminare il
tis ferox, mortem in certamine, quan ut alter piato colle parole e calmare gli sdegni, dissero
alterius imperio subjiceretur, praeoptantes, quum aver ciò negato ai comuni parenti, e che non mai
dirimi ab tanta rabie nequirent, insigne spectacu nè tra gli uomini, nè tra gli dei avrebbon altro
lum exercitui praebuere documentumque, quan giudice, che Marte. Il maggiore feroce per ga
tum cupiditas imperii malum inter mortales es gliardia, il minore pel fior degli anni, bramando
set. Major usu armorum et astu facile stolidas ambedue di morir combattendo più tosto, che
vires minoris superavit. Huic gladiatorum spe soggiacesse l'uno alla signoria dell'altro, non
ctaculo ludi funebres additi pro copia, et pro potendo essere distolti da tanta rabbia, spettacol
vinciali et castrensi apparatu. grande presentarono all'esercito, e insieme grande
documento, che immenso male sia tra i mortali
la cupidigia del dominare. Il maggiore per pra
tica d'armi e per astuzia superò facilmente l'in
considerate forze del minore. A questo spettacolo
si sono aggiunti i giuochi funebri con quanta
maggior ricchezza poterono somministrare e la
provincia, ed il campo.
XXII. Res interim nihilominus ab legatis ge XXII. Nondimeno intanto i legati continua
rebantur. Marcius, superato Baete ammi, quem rono le imprese. Marcio, valicato il fiume Beti,
incolae Certim appellant, duas opulentas civita che gli abitanti chiamano Certi, riceve a patti
tes sine certamine in deditionem accipit. Astapa due ricche città senza contrasto. Astapa era una
urbs erat, Carthaginiensium semper partis: ne città sempre della parte dei Cartaginesi; nè tanto
que id tam dignum ira erat, quam quod, extra questo destava l'ira, quanto che, senza che stretti
necessitates belli, praecipuum in Romanos gere fossero dalle necessità della guerra, portavano
bant odium. Nec urbem aut situ aut munimento a Romani un odio particolare. Nè avevano una
tutam habebant, quae ferociores iis animos face terra così difesa o per sito, o per lavori di mano,
ret: sed ingenia incolarum latrocinio laeta, ut che ne dovessero pigliare tanta ferocia; ma l'in
excursiones in finitimum agrum sociorum populi dole degli abitanti, che si dilettavano di ladro
Romani facerent, impulerant, et vagos milites necci, gli avea sospinti a fare scorrerie nel vicino
Romanos lixasque et mercatores exciperent. Ma contado degli alleati del popolo Romano, e far
gnum etiam comitatam, quia paucis parum tutum prigioni i soldati Romani, che si trovassero sban
fuerat, transgredientem fines, positis insidiis cir dati, i saccomanni e i mercadanti; e una grossa
cumventum, iniquo loco interfecerunt. Ad hanc compagnia di questi, perchè era a pochi il viag
urbem oppugnandam quum admotus exercitus giare mal sicuro, coltala in un'imboscata in sito
esset, oppidani conscientia scelerum, quia mec de malagevole, la trucidarono. Essendosi l'esercito
ditio tuta ad tam infestos videbatur, nec spes avvicinato a questa città per combatterla, i ter
moenibus aut armis tuendae salutis erat, facinus razzani, sbigottiti dalla coscienza de'lor misfatti,
in se ac suos foedum ac ferum consciscunt. Lo poi che nè pareva cosa sicura il darsi a discre
cum in foro destinant, quo pretiosissima rerum zione a nemico tanto irritato, nè v'era speranza
suarum congererent. Super eum cumulum con di salvarsi con le mura e coll'armi, prendono un
juges ac liberos considere quum jussissent ligna partito contro sè medesimi e contro i suoi spa
circa exstruunt, fascesque virgultorum conjiciunt. ventoso e fiero. Destinano un luogo nella piazza,
285 TITI LIVII LIBER XXVIII. 286

Quinquaginta deinde armatis juvenibus praeci dove ammontare quanto hanno di più prezioso.
piunt, « ut, donec incertus eventus pugnae esset, Avendo fatto sedere su questo ammontamento
praesidium eo loco fortunarum suarum corpo le mogli ed i figliuoli, vi metton legne tutto
rumque, quae cariora fortunis essent, servarent. all'intorno, e vi gettan sopra fasci di virgulti.
Si rem inclinatam viderent, atque in eo jam esse, lndi commettono a cinquanta giovani armati,
ut urbs caperetur; scirent omnes, quos euntes in e che sino a tanto che fosse dubbio l'esito del
proelium cernerent, mortem in ipsa pugna obi la pugna, facesser quivi la guardia alle loro
turos. Illos se per deos superos inferosque orare, sostanze, ed alle persone, ch'eran loro più care
ut memores libertatis, quae illo die aut morte delle sostanze. Se vedessero la cosa piegar male,
homesta, aut servitute infami finienda esset, nihil e già venuta a termine, che la città fosse per
relinquerent, in quod saevire iratus hostis posset. esser presa, tutti tenessero per fermo, che coloro,
Ferrum ignemdue in manibus esse: amicae ac i quali vedevano uscire alla battaglia, lasciata
fideles potius ea, quae peritura essent, absume avrebbono la vita sul campo stesso. Gli scongiu
rent manus, quam insultarent superbo ludibrio ravano quindi per tutti gli dei del cielo e del
hostes. » Ilis adhortationibus exsecratio dira ad l'inferno, che ricordevoli della libertà, che dovea
jecta, si quem a proposito spes mollitiave animi spirare in quel dì o con una morte onorata, o
flexisset. Inde concitato agmine patentibus por col più infame servaggio, non lasciassero cosa
tis ingenti tumultu erum punt. Neque erat ulla alcuna, contro cui potesse incrudelire un corruc
satis firma statio opposita; quia nihil minus, ciato nemico. Aveano in pugno e ferro e fuoco;
quam ut egredi moenibus auderent, timeri pote mani amiche e fedeli distruggessero le cose, che
rat. Perpaucae equitum turmae, levisque arma pur doveano perire, più tosto che lasciarle espo
tura repente e castris ad id ipsum emissa occur ste agl'insulti ed al superbo ludibrio dell'ini
rit. Acrior impetu atque animis, quam composi mico. A queste raccomandazioni fu aggiunta
tiorullo ordine, pugna fuit. Itaque pulsus eques, un'orrenda imprecazione, se speranza o debolezza
qui primus hosti se obtulerat, terrorem intulit d'animo stornasse taluno dal proposito. Indi
levi armaturae; pugnatumque sub ipso vallo fo spalancate le porte, di pien passo si lancian fuori
ret, ni robur legionum, perexiguo ad instruen con gran romore. Nè ci era di rincontro nessuna
dum dato tempore, aciem direxisset. Ibi quoque posta bastantemente gagliarda, perchè tutt'altro
trepidatum parumper circa signa est, quum caeci si poteva temere, fuorchè osassero uscir dalle mu
furore in vulnera ac ferrum vecordi audacia rue ra. Alcune poche bande di cavalli, e quei di leg
rent. Dein vetus miles, adversus temerarios im gera armatura, fatti perciò sortire dallo steccato,
petus pertinax, caede primorum insequentes sup si ferono loro incontro. La battaglia fu più dub
pressit. Conatus paullo post ultro inferre pedem, biosa per l'impeto e per l'animosità, che ben
ut neminem cedere, atque obstinatos mori in ve regolata per alcun ordine. Quindi la cavalleria,
stigio quemque suo vidit, patefacta acie (quod che s'era prima offerta al nemico, respinta gettò
ut facere posset, multitudo armatorum facile sup lo spavento tra gli armati alla leggera; e si sa
pedi tabat) cornua hostium amplexus, in orbem rebbe combattuto sin sotto lo steccato, se il nerbo
pugnantes ad unum omnes occidit. delle legioni, frapposto breve tempo ad ordinarsi,
non si fosse mosso a ricontro. Quivi pure fuvvi
alcun po' di scompiglio presso alle bandiere,
mentre coloro, ciechi per furore, con insano
ardimento si gettavano incontro alle ferite ed
alla morte. Indi il soldato veterano, immobil
mente fermo contro gl'impeti temerarii, coll'uc
cisione dei primi i secondi represse. Poscia pro
vatosi da lì a poco a farsi innanzi egli stesso,
come vide che nessuno cedeva e che tutti osti
natamente morivano, ciascuno al posto suo,
spalancato il corpo di mezzo (il che la moltitu
dine dei soldati permetteva loro di fare) abbrac
ciate l'ale de'nemici, combattendo in cerchio,
tutti in sino ad uno gli uccise.
XXIII. Atque haec tamen hostium iratorum, XXIII. Questo però si faceva da nemici cor
actum maxime dimicantium, jure belli in arma rucciati, e sul campo di battaglia, per dritto
tos repugnantesque edebantur. Foedior alia in di guerra contro gente armata, e che resisteva.
urbe trucidatio erat, quum turbam feminarum Era ben altramente spietata l'uccisione, che si
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puerorumque imbellem inermemdue cives sui cae faceva in città, gli stessi concittadini tagliando
derent, et in succensum rogum semianima plera a pezzi l'imbelle ed inerme turba delle donne e
que injicerent corpora, rivigue sanguinis flam dei fanciulli, e gettando nell'acceso rogo i corpi
mam orientem restinguerent: postremo ipsi, cae la più parte mezzo vivi, spegnendo i rivi di san
de miseranda suorum fatigati, cum armis medio gue la nascente fiamma: in fine essi stessi, stanchi
se incendio injecerunt. Jam caedi perpetratae vi della miseranda strage de' suoi, si gettaron col
ctores Romani supervenerunt: ac primo con l'armi nel mezzo dell'incendio. E già i Romani
spectu tam foedaerei mirabundi partimper obstu vincitori sopravvennero a strage terminata; ed
puerunt. Dein quum aurum argentumque, cumu al mirare dapprima sì crudel cosa, stettersi al
lo rerum aliarum interfulgens, aviditate ingeni quanto sbalorditi. Indi volendo, per la naturale
humani, rapere ex igne vellent, correpti alii flam avidità dell'uman cuore, ritor dal fuoco l'oro e
ma sunt, alii ambusti afflatu vaporis, quum re l'argento, che scintillava tra il monte dell'altre
ceptus primis, urguente ingenti turba, non esset. robe, ad altri s'apprese la fiamma, altri furono
lla Astapa, sine praeda militum, ferro ignique soffocati dal vapore, non potendo i primi retro
absumpta est. Marcius, ceteris ejus regionis metu cedere per la gran turba che li premeva. Così
in deditionem acceptis, victorem exercitum Car Astapa, senza che i soldati ne traessero alcun
thaginem ad Scipionem reduxit. Per eos ipsos bottino, fu consumata dal ferro e dal fuoco. Mar
dies perfugae a Gadibus venerunt, pollicentes, cio, avendo ricuperate a patti per la tema l'altre
urbem Punicumque praesidium, quod in ea urbe città, ricondusse l'esercito vittorioso a Nuova
esset, et imperatorem praesidii cum classe pro Cartagine a Scipione. In que giorni medesimi
dituros esse. Mago ibi ex fuga substiterat, navi vennero alcuni disertori da Cadice, promettendo
busque in Oceano collectis, aliquantum auxilio che l'avrebbon dato in mano a Romani insieme
rum et trans fretum ex Africa ora, et ex proximis col presidio Cartaginese, che ci era, e quello,
Hispaniaelocis per Hannonem praefectum coege che il comandava insiem colla flotta. Magome
rat. Fide accepta dataque perfugis, et Marcius eo s'era quivi dalla fuga fermato; e richiamate le
cum expeditis cohortibus, et Laelius cum septem navi dall'Oceano, avea raccolti alquanti aiuti
triremibus, quinqueremi una, est missus, ut terra col mezzo del prefetto Annone di là dal mare
marique communi consilio rem gererent. dalle spiagge dell'Africa, e da luoghi vicini del
la Spagna. Data la propria, e ricevuta a vicenda
la fede dei disertori, fu colà mandato e Marcio
con le coorti leggere, e Lelio con sette triremi
ed una quinquereme, acciocchè governassero la
guerra di comun consiglio per terra e per mare.
XXIV. Scipio ipse gravi morbo implicitus, XXIV. Scipione intanto caduto in grave ma
graviore tamen fama, quum ad id quisque, quod lattia, però più aggravata dalla fama, ciascuno,
audierat (insita hominum libidine alendi dein per vezzo innato negli uomini d' ingrossar le
dustria rumores), adjiceret aliquid, provinciam nuove a bella posta, aggiungendo qualche cosa
omnem ac maxime longinqua ejus turbavit; ap a quello che ha udito, scompigliò alquanto la pro
paruitoue, quantam excitatura molem vera fuisset vincia, e massimamente le parti più remote; e
clades, quum vanus rumor tantas procellas exci si conobbe quanta mole di guai suscitata avrebbe
visset. Non socii in fide, non exercitus in officio la vera calamità, se un vano romore avea destata
mansit. Mandonius et Indibilis, quibus (quia re tanta procella. Non fermi stettero nella fede gli
gnum sibi Hispaniae, pulsis inde Carthaginiensi alleati, non fermo nel dovere l'esercito. Mando
bus, destinarantanimis) nihil prospe contigerat, nio ed Indibile, cui nulla riuscito era a seconda
concitatis popularibus (Lacetani autem erant), et delle speranze (perchè si aveano in cuor loro,
juventute Celtiberorum excita, agrum Suesseta scacciati i Cartaginesi, promesso il regno delle
num Sedelanumque sociorum populi Romani Spagne), sommossi quei del paese (erano i Lace
hostiliter depopulati sunt. Civilis alius furor in tani), sollevata la gioventù dei Celtiberi, posero
castris ad Sucronem ortus. Octo ibi millia mili ostilmente a sacco il contado dei Suessani e dei
tum erant, praesidium gentilus, quae cis Iberum Sedetani, alleati del popolo Romano. Altro furore
incolunt, impositum. Motae autem eorum mentes civile si accese nel campo a Sucrone. Erano quivi
sunt non tum primum, quum de vita imperatoris otto mila soldati, guardia messa a tenere in freno
dubii rumores allati sunt, sed jam ante, licentia i popoli che abitano di qua dall'Ibero. Nè avean
ex diutino, ut fit, olio collecta, et nonnihil, quod cominciato a sommoversi allora soltanto, che si
in hostico lazius rapto suetis vivere arctiores in sparsero dubbie novelle della vita del coman
pace res erant. Ac primo sermones tantum oc dante, ma già innanzi per licenza prodotta, come
289 TITI LIVII LIBER XXVIII. 29o

culti serebantur, « si bellum in provincia esset, accade, dal lungo ozio; e ancora perchè avvezzi
quid sese inter pacatos facere? si debellatum jam a vivere più largamente di rapina in terra nemi
et confecta provincia esset, cur in ltaliam non ca, trovavansi nella pace maggiormente alle stret
revehi? » Flagitatum quoque stipendium proca te. E da principio non si spargevano, che occulti
cius, quam ex more et modestia militari erat; et discorsi; a se si ha guerra nella provincia, a che
ab custodibus probra in circumeuntes vigiliastri si stanno essi in paese pacato? E se la guerra è
bunos jacta; et noctu quidam praedatum in finita, e l'impresa terminata, perchè non si ricon
agrum circa pacatum ierant: postremo interdiu ducono in Italia? » Si dimandaron anche le pa
ac propalam sine commeatu ab signis abibant. ghe con più insolenza, che non si suole secondo
Omnia libidine ac licentia militum, nihil instituto il costume e la disciplina militare; ed avean le
ac disciplina militiae, aut imperio eorum, qui guardie scagliate villanie contro i tribuni, che
praeerant, gerebatur. Forma tamen Romanorum visitavano le poste, ed alcuni erano usciti la notte
castrorum constabat una ea spe, quod tribunos a predare sul territorio amico: finalmente di
ex contagione furoris haud expertes seditionis giorno e palesemente partivano dalle insegne
defectionisque rati fore, et jura reddere in prin senza averne avuto licenza. Tutto si faceva a
cipiis sinebant, et signum ab eis petebant, et in libito, a capriccio dei soldati, senza rispetto agli
stationes ac vigilias in ordinem ibant; et, ut vim istituti e alla disciplina militare, senza avere
imperii abstulerant, ita speciem dicto parentium, gli ordini da chi comandava. Durava nondimeno
ultro sibi imperantes, servabant. Erupit deinde la forma degli accampamenti Romani per la sola
seditio, postguam reprehendere atque improbare speranza, che si stimavano che i tribuni, presi
tribunos ea, quae fierent, et comari obviam ire, dallo stesso furore, partecipato avrebbono alla
et propalam abnuere, furoris eorum se futuros sedizione e ribellione; ond'è che gli lasciavano
socios, senserunt. Fugatis itaque ex principiis, ac render ragione nelle lor tende, e lor chiedevano
post paullo e castris tribunis, ad principes sedi il segno, e andavano per ordine alle poste, e a far
tionis, gregarios milites, C. Albium Calenum et la guardia; e siccome aveano infranta la forza
C. Atrium Umbrum, delatum omnium consensu del legittimo comando, così comandando volon
imperium est; qui, nequaquam tribuniciis con tariamente a sè stessi, conservavano l'apparenza
tenti ornamentis, insignia etiam summi imperii, di soldati obbedienti. Scoppiò di poi la sedizione,
fasces securesque, attrectare ausi: neque venit tosto che videro i tribuni riprendere e disappro
in mentem, suis tergis suisque cervicibus virgas vare ciò, che si faceva, e opporsi, e palesemente
illas securesque imminere, quas ad metum alio negare di farsi giammai compagni del lor furore.
rum praeferrent. Mors Scipionis falso credita oc Cacciati pertanto i tribuni dalle lor tende, e da
caecabat animos; sub cujus vulgatam mox famam lì a non molto anche dagli alloggiamenti, il co
non dubitabant totam Hispaniam arsuram bello: mando è trasferito di comune consentimento ai
in eo tumultu et sociis pecunias imperari, et di capi della sedizione, Caio Albio Caleno e Caio
ripi propinquas urbes posse; et, turbatis rebus, Atrio Umbro, soldati gregarii; i quali, non con
quum omnia omnes auderent, minus insignia tenti punto dei tribunizii ornamenti, osaronº
fore, quae ipsi fecissent. trattare i fasci e le scuri, insegne del sommo
potere: nè venne loro in pensiero, che quelle
verghe e quelle scuri, che si faceano recare in
nanzi a terrore degli altri, sovrastavano alle spalle
e teste loro. La morte di Scipione falsamente
creduta acciecava le menti; al cui primo divº
garsi non dubitavano che tutta si accenderebbe
in guerra la Spagna, e che in cotanto scºmpi
gliamento si potrebbe impor denari agli alleati,
o saccheggiare le vicine città, e che nel generale
trambusto, tutti osando tutto, sarebber menº
avvertite le cose, ch'essi avesser fatto.
XXV. Quum alios subinde recentes nuncios, XXV. Aspettandosi in appresso altri più fre
non mortis modo, sed etiam funeris, exspecta
schi messaggi non solo della morte, ma eziandio
de'funerali di Scipione, nè sopravvenendo alcu
rent, neque superveniret quisquam, evanesceret
mo, e dileguandosi il romore, nato senza fonda
que temere ortus rumor; tum primi auctores re
quiri coepti; et, subtrahente se quoque, ut cre mento, allora si cominciò a ricercarne i primi
didisse polius temere, quam finxisse, rem talem autori; e sottraendosi ognuno, onde parer piut
videri posset, destituti duces jam sua ipsi insi
Livio 2 s,
tosto di aver leggermente creduta, che intantº
19
291 TITI LIVII LlBER XXVIII. 292

gnia, et provana imagine imperii, quod gererent, la nuova, i capi della sedizione, abbandonati, già
veram justamque mox in se versuram potestatem paventavano essi stessi le loro insegne, e che in
horrebant. Stupente ita seditione, quum vivere vece della vana imagine del potere, stesse fra
primo, moxetiam valere Scipionem, certi aucto poco a piombar su di loro una vera e legittima
res afferrent, tribuni militum septem ab ipso Sci autorità. Intorpiditasi a questa guisa la sedizione,
pione missi sunt. Ad quorum primum adventum certi messaggi annunziando dapprima che Sci
exasperati animi; mox, ipsis placido sermone pione era vivo, indi eziandio ch'era sano, Scipio
permulcentibus notos, cum quibus congressi ne stesso mandò colà sette tribuni del soldati
erant, leniti sunt. Circumeuntes enim tentoria Al primo giunger de'quali gli animi s'inaspri
primo, deinde in principiis praetorioque, ubi ser rono; poi, raddolcendo essi con buone parole
mones inter se serentium circulos vidissent, allo i più noti, co' quali s'erano abboccati, si quieta
quebantur, percunctantes magis, quae causa irae rono. Perciocchè, girando da principio intorno
consternationisque subitae foret, quam factum le baracche de'soldati, indi inoltrandosi alle tende
accusantes. Vulgo a stipendium non datum ad dei capi e al padiglione maggiore, come vedevan
diem jactabatur, et, quum eodem tempore, quo cerchi di persone, che s'intrattenessero insieme,
scelus llliturgitanorum exstitisset, Post duorum parlavan secoloro, chiedendo più tosto qual fosse
imperatorum duorumque exercituum stragem, la cagione del malcontento e della subita com
sua virtute defensum nomen Romanum ac retenta mozione, che riprendendo l'accaduto. Comune
provincia esset: Illiturgitanos poenam nozae me mente si allegava, a che non s'era data la paga
ritam habere; suis recte factis gratiam qui exsolvat, al dì, che si doveva; e che in quel tempo, in cui
non esse. . Talia quaerentes « aequa orare, seque scoppiata era la perfidia degl'Illiturgitani, dopo
ea relaturos ad imperatorem, respondebant. Lae l'eccidio di due comandanti e di due eserciti,
tari, quod nihil tristius, nec insanabilius esset: et avendo essi col lor valore difeso il nome Roma
P. Scipionem deim benignitate, et rempublicam no e conservata la provincia, ben avean pagata
esse gratiae referendae. » Scipionem bellis assue la meritata pena quei d'Illiturgo, ma non v'era
tum, ad seditionum procellas rudem, sollicitum chi rendesse degna mercede al merito loro. »
habebat res, ne aut exercitus peccando, aut ipse A così fatte doglianze i tribuni rispondevano,
puniendo, modum excederet. In praesentia, ut « ch'erano giuste le lor dimande, e che le avreb
coepisset, leniter agi placuit, et, missis circa sti bono rapportate al capitano: rallegrarsi che il
pendiarias civitates exactoribus, stipendii spem male non sia più grande, nè più difficile a sanar
propinquam facere. Edictum subinde propositum, si, e che per benignità degli dei Publio Scipione
ut ad stipendium petendum convenirent Cartha e la repubblica ben aveano di che ricompensarli.»
ginem, seu carptim partes, seu universi mallent. Scipione, avvezzo alla guerra, inesperto nelle
Tranquillam seditionem jam perse languescentem, procelle sediziose, era travagliato dal pensiero
repentina quies rebellantium Hispanorum fecit. che o l'esercito peccando, o egli castigando non
Redierantenim in fines, omisso incepto, Mando eccedesse la misura. Presentemente gli piacque
mius et Indibilis, postduam vivere Scipionem al di operar con dolcezza, come avea principiato, e
latum est: mec jam erat aut civis, aut externus, mandati esattori per le città tributarie, far na
cum quo furorem suum consociarent. Omnia cir scere la speranza del prossimo pagamento. Indi
cumspectantes consilianihil reliqui habebant.prae pubblicossi un editto, che si recassero a Nuova
ter non tutissimum a malis consiliis receptum, ut Cartagine a ricevere lo stipendio, o a parte a
imperatoris vel justae irae, vel non desperandae parte, o tutti insieme, come volessero. La subita
clementiae sese committerent: etiam hostibus eum quiete degli Spagnuoli, che parean volersi ribel
ignovisse, cum quibus ferro dimicasset. Suam se lare, tranquillò la sedizione, che già da sè s'illan
ditionem sine vulnere, sine sanguine fuisse: nec guidiva. Perciocchè Mandonio ed Indibile, poi
ipsam atrocem, nec atroci poena dignam ; utin che intesero Scipione esser vivo, lasciata l'im
genia humana sunt ad suam cuique levandam cul presa, s'erano rimessi a casa; nè ci era cittadino
pam nimio plus facunda. llla dubitatio erat, sin o forestiero, col quale associar potessero il lor
gulaene cohortes, an universi ad stipendium pe furore. Esaminando seco stessi tutti i partiti da
tendum irent. Inclinavit sententia, quod tutius prendersi, non altro ne restava loro, che quello
censebant, universos ire. non però sempre sicuro di ritrarsi dalle male
macchinazioni per abbandonarsi o alla giusta ira
del capitano, ovvero alla sua clemenza, di cui
non potevano ancora disperare. Aveva egli per
donato a'nemici, co quali avea pur combattuto
coll'armi: la loro sedizione era stata senza ferite,
293 TITI LIVII LIBER XXVIII. 294
senza sangue, nè atroce di per sè, nè meritevole
di pena atroce; tanto egli è vero, che gli uomini
son più del dovere ingegnosi nell'alleggerire le
lor colpe. Questo restava a decidersi, se le coorti
una ad una, ovvero se tutti insieme andassero
a pigliare le lor paghe. Il parere del maggior
numero, perchè riputato il più sicuro, si fu che
andassero tutti insieme.
XXVI. Per eosdem dies, quibus haec illicon XXVI. In que giorni medesimi, mentre co
sultabant, consilium de iis Carthagini erat; cer loro si consigliavano a questa guisa, si teneva
tabaturque sententiis, utrum in auctores tantum consulta a Nuova-Cartagine de'fatti loro ; e si
seditionis (erant autem hi numero haud plus, disputava se si avessero a punire i soli autori
quam quinque et triginta) animadverteretur, an della sedizione (e non erano più di trentacinque),
plurium supplicio vindicanda tam foedi exempli o col supplizio di maggior numero vendicare
defectio magis, quam seditio esset. Vicit senten una più tosto ribellione, che sedizione di tanto
tia lenior, ut, unde orta culpa esset, ibi poena pessimo esempio. Vinse il parere più mite, in
consisteret: ad multitudinem castigationem satis modo che la pena si fermasse, dov'era nata la col
esse. Consilio dimisso, ut id actum videretur, ex pa; quanto alla moltitudine, bastare la riprensio
peditio adversus Mandonium Indibilemque edi ne. Licenziato il consiglio, s'intima all'esercito,
citur exercitui, qui Carthagine erat, et cibaria ch'era in Nuova-Cartagine, acciocchè paresse
dierum aliquot parare jubentur.Tribunis septem, che vi si fosse trattato di questo, la spedizione
qui et antea Sucronem ad leniendam seditionem contro Mandonio ed Indibile, e che si proveg
ierant, obviam exercitui missis, quina nomina gano di cibo per alquanti giorni. Mandati incon
principum seditionis edita sunt; ut eos, per ido tro all'esercito, che veniva, que sette tribuni,
neos homines benigno vultu ac sermone in hospi ch'erano andati prima a Sucrone a calmare la
tium invitatos sopitosque vino vincirent. Haud rivolta, si consegnan loro cinque nomi de prin
procul jam Carthagine aberant, quum ex obviis cipali autori della sedizione, acciocchè, invitati
auditum, postero die omnem exercitum cum M. a cena da persone destre con viso e parlare affa
Silano in Lacetanos proficisci, non metu modo bile, e addormentati nel vino, gli arrestino. Non
omni, qui tacitus insidebat animis, liberavit eos, erano discosti gran tratto da Nuova-Cartagine,
sed laetitiam ingentem fecit; quod magis habi quando la notizia avuta da quelli, che incontra
turi solum imperatorem, quam ipsi futuri in po vano, tutto l'esercito il dì seguente partire con
testate eius essent. Sub occasum solis urbem in Marco Silano alla volta de' Lacetani, non sola
gressi sunt, exercitumque alterum parantem om mente liberolli da ogni tema, che stava loro ta
nia ad iter viderunt. Excepti sermonibus de in citamente in cuore, ma die' loro grande allegrez
dustria compositis, « laetum opportunumque ad za, pensando che il comandante rimanendo solo,
ventum eorum imperatori esse, quod sub ipsam sarebbe egli piuttosto in loro balia, che non essi
profectionem alterius exercitus venissent, º cor in poter suo. Entrarono in città sul tramontare
pora curant. A tribunis sine ullo tumultu aucto del giorno, e videro l'altro esercito allestir ogni
res seditionis, per idoneos homines perducti in cosa per la partenza. Accolti con discorsi a bella
hospitia, comprehensi acvincti sunt. Vigilia quar posta preparati, a esser cara al capitano ed op
ta impedimenta exercitus, cujus simulabaturiter, portuna la lor venuta, essendo giunti in sul par
proficisci coepere. Sub lucem signa mota, et ad tire dell'altro esercito, º curano le lor persone.
portam retentum agmen, custodesque circa omnes Gli autori della sedizione, tratti da gente destra
portas missi, ne quis urbe egrederetur. Vocati negli alberghi, sono arrestati e legati dai tribuni,
deinde ad concionem, qui pridie venerant, fero senza tumulto. Alla veglia quarta i bagagli del
citer in forum ad tribunal imperatoris, ut ultro l'esercito, di cui si fingeva la partenza, comin
territuri succlamationibus, concurrunt. Simul et ciarono a difilare. Sul far del giorno le insegne
imperator in tribunal escendit, et reducti armati si mossero, e alla porta si fe far alto alle schiere,
a portis inermi se concioni ab tergo circumfude e si mandaron guardie a tutte le porte, onde
runt. Tum omnis ferocia concidit, et, ut postea nessuno uscisse di città. Indi chiamati a parla
fatebantur, nihil aeque eos terruit, quam prae mento quelli ch'eran venuti il giorno innanzi,
ter spem robur et color imperatoris, quem affe corron essi con fierezza al tribunale del coman
ctum visuros crediderant, vultusque, qualem ne dante, quasi per incutergli terrore con le grida.
in acie quidem ajebant meminisse. Sedit tacitus Al tempo stesso Scipione salì il tribunale, e ri
paulisper, donec nunciatum est, deductos in chiamati dalle porte i soldati armati circondarono
295 TITI LIVII LIBER XXVIII. 296

forum auctores seditionis, et parata jam omnia alle spalle la disarmata moltitudine. Allora venne
esse, meno ogni ferocia, e come poi confessavano,
niente tanto li spaventò, quanto fuor della loro
aspettazione, la vigoria e il colorito del coman
dante, che credevano di vedere mal affetto, e
quel suo volto, quale dicevamo non l'aver mai
veduto nè anche in un giorno di battaglia. Se
dette egli tacito alcun poco, insino a che gli fu
recato, che gli autori della sedizione eran di già
sulla piazza, e che tutto era pronto.
XXVII. Tum, silentio per praeconem facto, XXVII. Allora, fatto intimare silenzio dal
ita coepit: « Numquam mihi defuturam oratio banditore, così cominciò: «Non ho mai creduto,
nem, qua exercitum meum alloquerer, credidi; che mi avessero a mancar le parole, qualora
non quo verba umquam potius, quam res, exer dovessi favellare al mio esercito, non perchè io
cuerim, sed quia propea pueritia in castris ha mi sia piuttosto esercitato in far parole, che
bitus, assueram militaribus ingeniis. Ad vosquem fatti, ma perchè sin quasi dalla mia puerizia
admodum loquar, nec consilium, nec oratio allevato in campo, io m'era avvezzato alle ma
suppeditat: quos ne quo nomine quidem appel niere militari. Oggi non trovo nè concetti, nè
lare debeam, scio. Cives ? qui a patria vestra de espressioni per parlare con voi; con voi, cui non
scistis: an milites? qui imperium auspiciumque so nemmeno con qual nome vi debba chiamare.
obnuistis, sacramenti religionem rupistis. Hostes? Cittadini? voi, che vi ribellaste dalla vostra pa
corpora, ora, vestitum, habitum civium agnosco: tria? o soldati? che vi sottraeste al comando, ed
facta, dicta, consilia, animos hostium video. Quid agli auspizii, e rompeste la santità del giura
emim vos, nisi quod llergetes et Lacetani, aut mento? nemici? riconosco i corpi, i volti, le ve
optastis aliud, aut sperastis? Et illi tamen Man sti, le fogge de'cittadini; veggo i fatti, i detti,
domium atque Indibilem, regiae mobilitatis viros, i pensieri, i sentimenti de'nemici. E veramente,
duces furoris secuti sunt: vos auspicium et impe che altro avete bramato, che sperato, fuor che
rium ad Umbrum Atrium et Calenum Albium quel medesimo, che gl'llergeti e i Lacetani? Pur
detulistis. Negate, vos id omnes fecisse, aut factum questi han seguitato, quai capi del lor furore,
voluisse, milites: paucorum eum furorem atque Mandonio ed Indibile, uomini di regia nobiltà;
amentiam esse, libenter credam negantibus: nec voi deste il comando e gli auspizii in mano ad
enim ea sunt commissa, quae vulgata in omnem Umbro Atrio e a Caleno Albio. Negate sì certo,
exercitum sine piaculis ingentibus expiari possint. o soldati, che tutti abbiate fatto o voluto far
Invitus ea, tamquam vulnera, attingo; sed misi questo; esser ciò stato il furore, la frenesia di
tacta tractataque sanari non possunt. Equidem, pochi, e volentieri vel crederò; chè non si son
pulsis Hispania Carthaginiensibus, nullum locum commessi tali misfatti, che resi comuni a tutto
tota provincia, nullos homines credebam esse, l'esercito, non si possano espiare, se non che con
ubi vita invisa esset mea: sic me non solum ad grandi supplizii. Tocco di mal grado, quasi fos
versus socios gesseram, sed etiam adversus hostes. sero ferite, codeste cose; ma non si possono
In castris en meis, quantum me opinio fefellit! sanare, se non son tocche e trattate. Per verità,
fama mortis meae non accepta solum, sed etiam poi ch'ebbi scacciati i Cartaginesi dalla Spagna,
exspectata est. Non quod ego vulgari facinus per non mi pensava che vi fosse luogo, che vi fos
omnes velim (equidem si totum exercitum meum sero uomini in tutta la provincia, a quali fosse
mortem mihi optasse crederem, hic statim ante in odio il viver mio; tal io m'era diportato non
oculos vestros morerer; nec me vita juvaret, in solamente verso gli alleati, ma eziandio verso
visa civil us et militibus meis), sed multitudo i nemici. Ecco, che nello stesso mio campo
omnis, sicut natura maris, per se immobilis est, (quanto n.'ha ingannato il mio pensiero!) la no
venti et aurae cient; ita aut tranquillum, aut pro tizia della mia morte non solamente fu accolta,
cellae in vobis sunt; et causa atque origo omnis ma eziandio aspettata. Non che io ne voglia
furoris penes auctores est: vos contagione insani incolpar tutti (perciocchè se credessi che tutto
stis; qui mihi ne hodie quidem scire videmini, l'esercito bramato avesse la mia morte, qui subito
quo amentiae progressi sitis, quid facinoris in sugli occhi vostri mi ucciderei; nè mi sarebbe
me, quid in patriam parentesque ac liberos ve cara una vita, odiosa ai soldati e cittadini miei),
stros, quid in deos, sacramenti testes, quid ad ma ogni moltitudine è, come il mare, di sua ma
versus auspicia, sub quibus militatis, quid adver tura immobile, i venti e l'aure il commovono;
sus morem militiae disciplinam que majorum, così voi pure o tranquilli siete, o in burrasca; e
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TITI LIVII LIBER XXVIII. 298

quid adversus summi imperii majestatem ausi si la cagione e l'origine d'ogni imperversare attri
tis. De me ipso taceo: temere potius, quam avide, buir si deve ai primi autori: voi non impazzaste,
credideritis: denique ego sim, cujus imperii tae che per contagione. E nè pur oggi mi sembrate
dere exercitum minime mirandum sit. Patria comprendere a qual grado di demenza vi siete
quid de vobis meruerat, quam cum Mandonio et spinti, qual attentato abbiate commesso contro
Indibili consociando consilia prodebatis? Quid di me, quale contro la patria, i genitori, i figliuoli,
populus Romanus, quum imperium, ablatum ab quale contro gli dei, testimonii del vostro giura
tribunis suffragio populi creatis, ad homines pri mento, quale contro gli auspizii, sotto i quali
vatos detulistis? quum, eo ipso non contenti, si militate, quale contro il costume della milizia
pro tribunis illos haberetis, fasces imperatoris e la disciplina dei maggiori, quale in fine contro
vestri adeos, quibus servus, cui imperarent, num la maestà dell'impero. Taccio di me; creduta
quam fuerat, Romanus exercitus detulistis. In avrete la mia morte piuttosto per leggerezza, che
praetorio tetenderunt Albius et Atrius; classicum per brama; sia pur io tale finalmente, che non
apud eos cecinit; signum ab iis petitum est; se v'abbia di che maravigliarsi se l'esercito è noiato
derunt in tribunali P. Scipionis; lictor apparuit; del mio comando. Ma che vi aveva fatto la patria,
sub moto incesserunt; fasces cum securibus prae che volevate, associando i vostri a consigli di
lati sunt. Lapides pluere, et fulmina jaci de coe Mandonio e d'Indibile, tradire? che il popolo
lo, et insuetos foetus animalia edere, vos portenta Romano, quando, tolto il comando ai tribuni,
esse putatis: hoc est portentum, quod nullis ho creati dai suffragii del popolo Romano, lo passa
stiis, nullis supplicationibus, sine sanguine eorum, ste in mano ad uomini privati? quando non
qui tantum facinus ausi sunt, expiari possit. » - contenti di tenerli in luogo di tribuni, voi, dico,
esercito Romano, trasferiste i fasci del vostro
capitano a coloro, che non ebbero mai nè pure
uno schiavo, cui comandare? Albio ed Atrio si
allogarono nel padiglione proconsolare; la trom
ba sonò dinanzi ad essi; ad essi fu chiesto il se
gno; sedettero nel tribunale di Publio Scipione;
apparve il littore; si fecero innanzi, rimossa
la turba; i fasci colle scuri li precedettero. Voi
chiamate portenti il piover delle pietre, lo sca
gliarsi de fulmini dal cielo, il nascere di mostri
non più veduti; questo sì, questo è portento,
che non si può con nessuna vittima, con nessune
preci espiare, se non è col sangue di coloro, che
osaron commettere sì gran misfatto. “
XXVIII. « Atdue ego (quamduam nullum XXVIII. « E vorrei pure (benchè nessuna
scelus rationem habet) tamen, ut in re nefaria, scelleraggine ha in sè ragione, che la giustifichi)
quae mens, quod consilium vestrum fuerit, scire vorrei, trattandosi di un infame attentato, saper
velim. Rhegium quondam in praesidium missa pure qual fosse la vostra mente, quale il disegno.
legio, interfectis per scelus principibus civitatis, Altre volte una legione mandata a Reggio in
urbem opulentam per decem annos tenuit. Pro presidio, scannati perfidamente i principali cit
pter quod facinus tota legio, millia hominum tadini, stette padrona per dieci anni di quella
quatuor, in foro Romae securi percussi sunt. Sed ricca città. Pel quale delitto tutta quella legione
illi primum, non Atrium Umbrum semilixam, no di quattro mila uomini fu nella piazza di Roma
minis etiam abominandi ducem, sed Decium Ju decapitata. Ma prima di tutto non ebbero a capo
bellium tribunum militum secuti sunt: nec cum un Atrio Umbrio, quasi della feccia più vile, di