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DAVIDE COLUSSI

*
Falso sonetto di Franco Fortini

Falso sonetto

Debole spirito, alito tenace


ch’abiti dove più buia è la mente,
dove ogni grido scende nella pace
4 e i giorni chiusi, l’erbe e i visi spenti,

tu non lasciarmi ora che intendo quanti


saranno, e soli, gli anni dei miei giorni.
Parte di me già copre l’ombra; e sperde
8 il vero, se le mani tendo, in polvere.

Tu appena un fiato sei della mia polvere.


Come alle fronde ferme nelle notti
11 d’afa dall’aria sottili parole,

parole ancora dal fondo dei sonni


so che anzi l’alba mi rechi. Ma il giorno
14 non le ritrova e non le riconosco.

1951

tit.
Falso sonetto] DG Sonetto
1 spirito,] DG spirito
4 spenti,] DG spenti
5 lasciarmi ora] BO lasciarmi, ora
6 saranno, e soli, gli anni dei miei giorni] BO DG PE59 pochi anni ancora ormai andrò nel
giorno PE69 PE pochi anni ancora andrò così nel giorno
8 il vero] BO DG PE59 le cose
9 polvere.] BO polvere;
11 parole,] BO DG parole
13 so che anzi l’alba mi rechi. Ma il giorno] BO anzi l’alba ad ogni uomo levi eguali.
14 non le ritrova e non le riconosco] BO Non lasciarmi, remoto alito, solo DG non le ri-
trova, e non ti riconosco

* Le raccolte di Fortini si citano, salvo diversa indicazione, dalle edizioni seguenti e si abbrevia-
no così: DG = I destini generali, Roma-Caltanissetta, Sciascia, 1956; FV = Foglio di via, in Una volta per
sempre. Poesie 1938-1973,Torino, Einaudi, 1978, pp. 1-58, 357-62; PE = Poesia e errore, in Una volta per
sempre cit., pp. 59-198, 363-66; QM = Questo muro, in Una volta per sempre cit., pp. 271-352, 369-71;

PER LEGGERE N. 10 - PRIMAVERA 2006


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1. Falso sonetto va a stampa con un pugno di altre poesie nel quarto qua-
derno di «Botteghe oscure», 1949; tuttavia resta poi escluso dalle plaquettes usci-
te alla macchia fra ’53 e ’55 (Sei poesie per Ruth e una per me, Una facile allegoria
e In una strada di Firenze) per figurare nei Destini generali (1956)1, più ampi e
sotto questo aspetto prelusivi alla ricapitolazione di Poesia ed errore, dove in pri-
ma edizione ’59 Fortini congloba tutto l’edito, compreso l’esordiale Foglio di
via. Importa anche notare subito nella cornice del testo, non senza qualche sor-
presa, due fatti che necessitano di interpretazione: il titolo si ribalta momenta-
neamente in Sonetto nei Destini generali; in Poesia ed errore e poi nelle ristampe
l’anno indicato in calce secondo prassi della raccolta – 1951 – risulta in effet-
ti posteriore alla sua prima comparsa in rivista (elemento nient’affatto secon-
dario, se altrove l’autore ha sentito il bisogno di avvertire: «quando nel titolo di
una composizione, o dopo la sua chiusa, si legge una data, tale indicazione è
intenzionale e vorrebbe essere intesa insieme ai versi», PS 109). Forse questa ra-
pida sequela di sillogi e date rivela già alcune prerogative del testo che qui si
vuole mettere a fuoco. Si sa che Fortini persegue alla sua opera poetica, con
crescente volontarismo, un tratto non di unitarietà ma sì di forte continuità,
com’è palmare nel caso dei componimenti che, adagiati in fine di una raccol-
ta, si riaffacciano identici nell’esergo della successiva, con aggancio per anadi-
plosi (La gioia avvenire, FV 58 e PE 61, L’ordine e il disordine, QM 352 e PS 3); e
per questa via si giunge all’audace ripresa incipitaria del primo testo di Foglio
di via nell’ultimo, appendici escluse, di Composita solvantur («E questo è il son-
no…» Come lo amavamo, il niente, CS 62-63), congedo testamentario e insieme
omaggio a una fedeltà, a un’identità nel mutamento, così che vengono a con-
giungersi alfa e omega del liber fortiniano. Posto che anche l’organamento in-
terno delle raccolte in sezioni procede attraverso giochi di rimandi e opposi-
zioni, spesso binarie2, mette conto considerare preliminarmente la varia collo-
cazione del testo nel corso della sua vicenda editoriale.
Nei Destini generali, Falso sonetto fa serie con le altre composizioni a titolo
metrico, che costituiscono un filone breve ma facilmente riconoscibile entro la

LC = Il ladro di ciliege e altre versioni di poesia, Torino, Einaudi, 1982; PS = Paesaggio con serpente.Versi
1973-1983,Torino, Einaudi, 1984; OI = L’ospite ingrato primo e secondo, in Id., Saggi ed epigrammi, a cu-
ra e con un saggio introduttivo di L. Lenzini e uno scritto di R. Rossanda, Milano, Mondadori, 2003,
pp. 857-1127; VPD = Versi primi e distanti. 1937-1957, Milano, All’insegna del pesce d’oro, 1987; VS
= Versi scelti. 1939-1989,Torino, Einaudi, 1990; CS = Composita solvantur,Torino, Einaudi, 1994; PI =
Poesie inedite, a cura di P.V. Mengaldo,Torino, Einaudi, 1997.Altre sigle: BO = «Botteghe oscure», IV,
1949; PE59 = Poesia ed errore. 1937-1957, Milano, Feltrinelli, 1959; PE69 = Poesia e errore, Milano, Mon-
dadori, 1969. Il testo riprodotto rispecchia l’ultima redazione d’autore, quale compare in VS 69; in
calce è disposto il breve ma non trascurabile apparato evolutivo che si ottiene dal raffronto con le
precedenti edizioni del testo: BO 99-100, DG 43, PE59 149, PE69 99, PE 121 (non sono indicate le even-
tuali maiuscole di inizio verso; la data sottoscritta figura a partire da PE59). Anticipo qui, per gentile
concessione dei curatori, l’intervento letto al XXXII Convegno interuniversitario di Bressanone
«Contrafactum». Copia, imitazione, falso (8-11 luglio 2004). Ringrazio la dott.ssa Elisabetta Nencini del
Centro Studi Franco Fortini di Siena per la cortese consulenza, Andrea Afribo per i preziosi consi-
gli; a Fabio Magro devo lo spunto stesso di questo lavoro.
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misura non vasta della raccolta (nella prima sezione Canzone e Distici, adiacen-
ti e seguite a rincalzo da Metrica e biografia; nella seconda, oltre al nostro testo,
Quartine), e a queste mirerà dunque ad allinearlo il forzoso ritocco normaliz-
zante del titolo. Ma si osservi la sequenza iniziale della sezione II, entro cui Fal-
so sonetto viene a ricoprire la terza posizione: è la medesima sequenza iniziale,
fatta salva l’estromissione di Lettera, della sezione Altri versi in Foglio di via ’46
(Foglio di via, Lettera, La rosa sepolta, Sonetto), dove, a dispetto della perfetta iden-
tità di titolo qui raggiunta, il rapporto di opposizione (su cui torneremo) che si
intuisce intrattenga Sonetto di Foglio di via e Falso sonetto si esprime nel fatto che
il secondo scalza, per dir così, dalla sua sede naturale il primo. Nella forma pri-
mitiva ’59 di Poesia ed errore, organizzata secondo cogenti vincoli temporali (le
sezioni si intitolano 1937-1940, 1941-1945 ecc. e non prevedono deroghe alla
progressione cronologica), Falso sonetto si insedia in esordio della sezione 1951-
1953. Ma quanto cogenti questi vincoli, se la data che lo contrassegna discorda
per posticipazione, come s’è detto, da quella forse di composizione e certo di
prima stampa? Si potrebbe pensare, per economia d’ipotesi, che l’anno indica-
to sia quello di ultima rifinitura, date le varianti che intercorrono fra il testo
pubblicato in «Botteghe oscure» e quello dei Destini generali; ma ciò disdice il
fatto che altrove venga scrupolosamente indicata una doppia data (ad es. Arte
poetica, PE 85, Sestina a Firenze, PE 109-10), nonché la serie di correzioni, pur
minime, introdotte poi tra ’56 e ’59 (vd. sotto). L’eventualità di date erronee
non è del resto esclusa dall’autore: «Le date sono quelle che avevo segnate al
momento della redazione o che ho creduto di ricordare» (PE59 259); e qualche
sondaggio casuale lascia supporre piuttosto che Fortini, già al momento di or-
dinare il larghissimo regesto di presenze in Poesia ed errore ’59, non si limiti ad
annoverare neutralmente gli esiti della sua vena poetica, ma li solleciti a dispor-
si, almeno in taluni casi, secondo una parabola più netta e dotata di maggiore
forza storica: così ad esempio Per una raccolta di versi e Alla moglie, editi nel ’49
accanto a Falso sonetto sullo stesso quaderno di «Botteghe oscure». Il primo, al-
lorché viene incluso su Poesia ed errore ’59 col titolo mutato in Prefazione (PE59
126, ora VPD 67), reca in calce l’anno 1950, e si comprende che venga in tal
modo a precedere l’affine Per questa luce… (PE59 127), aperta su uno scenario
che è il medesimo della poesia antecedente: vie cittadine bagnate dal crepusco-
lo di un autunno prossimo all’inverno, ora osservate dai vetri di un interno do-
mestico (persino: «In questa luce […] finché sia giorno», Prefazione, vv. 7-9; «Per
questa luce che rimane», Per questa luce…, v. 1). Analogamente Alla moglie trova
spazio, una volta assegnato al 1950 e con titolo surrogato dall’incipit (Dove
sei…, PE59 137), accanto a Da poco mi sono… (PE59 135-36), col quale condivi-
de la dedicataria e la tecnica dialogica che alterna la voce del poeta a quella del-
l’amata; e si potrà anche scorgere in questo dittico la cellula germinale della sot-
tosezione Poesie per R. di Poesia e errore ’69, dove pure Dove sei… è tralasciato.
Meno facile, a tutta prima, reperire nessi che stringano ai componimenti circo-
stanti Falso sonetto, sicché è da credere che la postdatazione ne consenta soprat-
tutto il distacco dalla produzione poetica cui temporalmente appartiene, ben ri-
levato dalla sede inaugurale di sezione che gli è assegnata.
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Tanto più articolata e selettiva appare la sistemazione intrapresa nella se-


conda edizione ’693, dove il criterio di progressione cronologica non è assolu-
to ma media con quello – e anzi gli si subordina – d’ordine motivico o tema-
tico, come da ammissione dello stesso autore in nota introduttiva: «L’ordine ora
scelto vorrebbe mettere in evidenza alcuni aggregati di temi o motivi per en-
tro una sequenza cronologica. Scritte tutte in dieci o dodici anni, tra 1946 e
1957, queste poesie chiedono di venir lette di seguito, come una storia. Di che,
se lo dica il lettore» (PE 363).Vige dunque tuttora un ordinamento legato alla
data di composizione, ma solo a patto che si dia un’omogeneità o consequen-
zialità tematica di fondo. Qui ancora Falso sonetto è chiamato a principiare una
sezione, la centrale – terza di cinque – Una facile allegoria. Poco, o così sembra,
si ricava da un’analisi di costanti e nuclei tematici che faccia centro su questa
sezione (molto meno, per abbozzare un facile confronto, che dalla precedente
In una strada di Firenze, dove è l’unità di luogo esibita nel titolo, presente o me-
moriale che sia, a imbrigliare strettamente i testi che vi afferiscono e di cui per-
dura un’eco in Ponte alla Badia, PE 130, quasi una dispersa). Emergono in sin-
tesi: 1) testi che presuppongono il contesto e l’esperienza collettiva della guer-
ra, presente e pervasiva anche al di là della sua conclusione storica (Fare e dis-
fare, Non era ancora, PE 122-23, Sono morti ormai, PE 126), come già si coglie nel-
l’ultima parte di Foglio di via e qui specialmente nella prima sezione Il ritorno;
2) testi che si collocano su uno sfondo di città industriale, che sarà nello spe-
cifico Milano (Misereor, PE 131, Piazza degli Affari, Via Verri, PE 136-38). Ora si
noti che i due filoni non si mescolano ma restano polarizzati, campeggiando
grosso modo l’uno nella prima e l’altro nella seconda parte della sezione; e im-
mediati risvolti di questa polarità si colgono nelle scelte di registro: lì il «noi»
che è voce di una forza civile e politica («Non abbiamo saputo […] saremo ar-
si», Agro inverno, PE 124, vv. 7-10; «li incontreremo […] Non guarderemo […]
Siamo soldati», Sono morti ormai, PE 126, vv. 9-12), qui il frequente restringersi
a un’esperienza individuale, che frattanto non schiva di nominare cose e paro-
le del moderno, colto nelle sue reificazioni commerciali e tecnologiche (oltre
a Misereor e Piazza degli Affari vd. anche Science Fiction, PE 139). In una raccol-
ta come Poesia e errore insomma, che per tanti versi si colloca al displuvio fra il
primo Fortini e quello della maturità poetica, la sezione significativamente
centrale apparecchia entrambe le maniere, ma, lungi dal confonderle, le tratta
secondo una logica di transizione dall’una all’altra che si riflette poi sulla scala
maggiore dell’intera raccolta. Inoltre, e molto notevole: 3) testi in cui si an-
nuncia il filone, portante nel Fortini a venire, del realismo allegorico (Parabola,
PE 129, e certo il testo eponimo della sezione, PE 133-35). 4) Pur in un qua-
dro così eterogeneo, si danno alcuni casi di connessione intertestuale che inte-
ressano Falso sonetto. Congedo (PE 144), in fine di sezione, condivide con l’altro
testo liminare non solo il titolo metrico – o per dir meglio interpretabile an-
che in accezione metrica – ma pure alcune parole-chiave (buio, v. 7, notte, v. 1,
sonno, v. 11: costellazione per la verità molto fortiniana). Fra l’uno e l’altro son-
no, il secondo tanto meno contrassegnato del primo da elementi di conflitto e
perdita, riemerge per due volte e si specifica in modi diversi il motivo del «de-
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bole spirito» ma «tenace» invocato in Falso sonetto: col nome di «fede» e «spe-
ranza» in Quartina (PE 132), dove con più forza l’accento cade sulla qualità di
resistenza («È un viso / esile, ma non cede», vv. 3-4), e in quanto presenza dei
morti, vinti e sommersi dalla storia ma revenants notturni nel sonno, in Piazza
degli Affari (PE 136-37: «i morti / i vinti che non hanno occhi né mente / gli
esangui che il gorgo vinceva / lucido sempre più in giù / e di gemiti esili ora
rigano / i sogni e qualche nostra voce», vv. 28-33). Il che, se per un verso con-
ferma il rilievo conferito a questo testo dalla posizione esordiale, per un altro
già ne fa intravedere un tratto caratteristico di maggiore indeterminazione e
chiusura che può ricevere luce dalla lettura in serie.

2. Procederò sfaccettando l’analisi secondo gli aspetti dell’elaborazione che


sembrano più degni di interesse (varianti, registro linguistico, metrica), senza
tentare un commento puntuale a un componimento che continua a serbare
una quota non di oscurità ma di astrattezza, tutto giocato com’è sull’opposi-
zione di un principio di resistenza vitale che combina in sé labilità e tenacia
(spirito o alito, v. 1, fiato, v. 9) a uno stato di crisi progressiva che investe l’io
(l’ombra del v. 7): alla forza negatrice di questa non è ancora dato di separare io
e spirito, ma il rapporto, impossibile al lume della coscienza ormai disgregata
(polvere, vv. 8-9, anche alba e giorno, v. 13), si residua solo in forme di inconsa-
pevolezza (la mente dov’è «più buia», v. 2; il «fondo dei sonni», v. 12). Dell’op-
posizione di fondo che innerva il testo fa fede anche il traliccio argomentati-
vo, che procede per doppia antitesi [A-B, A-B] sfasata rispetto alle partizioni me-
triche (preghiera allo spirito perché non abbandoni l’io, vv. 1-6 / denuncia del-
la perdita progrediente di sé, vv. 7-8; sentimento di una presenza vitale ‘not-
turna’, inconscia, vv. 9-13 / ma – seconda e finale denuncia della negazione –
sua irriconoscibilità, vv. 13-14). La breve parafrasi già suggerisce la forte con-
trazione metaforica degli elementi in gioco; cui si aggiunga che le metafore
colpiscono altrettanto che i sostantivi il settore dell’aggettivazione (la mente
buia, v. 2, «i giorni chiusi, l’erbe e i visi spenti», v. 4) e che a quelle si lega, po-
tenziandole al quadrato, la similitudine dei vv. 10-13 («Come alle fronde fer-
me […]»), che sfrutta il piano analogico delle metafore come trampolino per
una nuova comparazione. E si possono notare altri aspetti di densità semanti-
ca: ad esempio, il valore ambiguo o meglio dialettico del tratto semantico [+
oscuro], ora connotato negativamente (ombra), ora positivamente (mente, notti,
sonni); oppure il fatto che nei due casi di rima identica la ripetizione del ri-
mante comporti sempre uno scarto semantico (al valore proprio, o quasi, di pol-
vere, v. 8, e giorno, v. 13, corrispondono polvere biblicamente ‘carne, corpo’, in
quanto sua materia e origine, v. 9, e giorni ‘vita’, v. 6).
Occorre affiancare alla lettura il controllo delle varianti apportate al com-
ponimento in diacronia: gli interventi si concentrano su pochi versi ma è in-
teressante che almeno uno venga a diluirsi nell’intero arco delle ristampe, se-
gno di un’attenzione puntuale che accompagna Fortini fino all’ultimo. Si
ignorino pure i ritocchi della punteggiatura, che giunge a un minimo di segni
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nella redazione dei Destini generali (cfr. vv. 1, 4, 11; ma vale la pena di ricorda-
re come per Fortini l’assenza di interpunzione equivalga in termini di princi-
pio ad oggettività di pronuncia, asciugata di ogni falsa vitalità espressiva che si
manifesta nei suggerimenti di tono, cfr. la Poetica in nuce di OI 962-63), per con-
siderare in ordine di stratificazione i tre luoghi sottoposti a mutamenti di so-
stanza (vv. 6, 8, 13-14). La modifica più larga e decisiva corregge il tiro della
clausola e cade già fra pubblicazione in rivista e prima inclusione in raccolta.
Il rifacimento («parole ancora dal fondo dei sonni / anzi l’alba ad ogni uomo
levi eguali. / Non lasciarmi, remoto alito, solo» → «parole ancora dal fondo dei
sonni / so che anzi l’alba mi rechi. Ma il giorno / non le ritrova, e non ti ri-
conosco») ottiene insieme di circoscrivere l’esperienza al soggetto, configuran-
do sull’asse paradigmatico del componimento osservato in diacronia quel pas-
saggio dalla collettività all’io che già si è notato sull’asse sintagmatico della se-
zione di raccolta, e di sostituire ai modi pateticamente mossi dell’allocuzione
il piano referto di un esito negativo. Nella sintassi, che muta di conserva, ven-
gono meno il sincronismo tra misura di verso e misura di frase e l’asindeto, sì
da annullare lo stacco, prima molto netto, della frase finale. Ma l’intervento in-
cide anche sulla tenuta complessiva del testo, obliterando in seconda battuta
ogni elemento ritornante che ne conferiva circolarità e marcatezza di chiusa:
«Non lasciarmi», v. 14, replica enfatica di «tu non lasciarmi», v. 5; «remoto ali-
to», v. 14, ad anello con l’iniziale «alito tenace», v. 1 (parziale compenso, torna
nel gioco rimico al v. 13 giorno del v. 6, con rima identica poi attenuata). E co-
sì vale per l’assetto prosodico, dove a un endecasillabo scandito su quattro ic-
tus, secondo figura costante del testo (in cinque tempi forse il v. 4), si avvicen-
da al v. 14 un endecasillabo giocato su due accenti forti di parola («non le ri-
tróva e non le riconósco»; eventualmente promovibile a ictus il non di 6a), con
esito di brusca chiusura e slegatura da quanto precede (meno scoperte ma af-
fini conseguenze si osservano anche sull’ordito delle rime, su cui più avanti).
La ricerca di un simile effetto per il verso conclusivo sarà espressamente di-
chiarata da Fortini per la propria versione del Lycidas di Milton: «l’ultimo ver-
so vorrebbe introdurre un mutamento atonale e una disarmonia senza nessu-
na eco» (LC IX); e qualcosa di simile si osserva nel precedente e per tanti versi
antitetico Sonetto (FV 43), pur misto di alessandrini ed endecasillabi, che chiu-
de su un «disarmonico» endecasillabo di 5a: «enórme érra, tésta di cáne, ai trí-
vi». Con ragioni di ulteriore asciuttezza espressiva si spiega la successiva rifini-
tura del v. 14 («ti riconosco» → «le riconosco»), che espunge infine l’unico re-
siduo grammaticale dell’originario tono vocativo. Al v. 6 si ripara poi, tra pri-
ma e seconda edizione di Poesia e errore, alla défaillance dei due avverbi tempo-
rali in consecuzione ridondante («ancora ormai andrò nel giorno» → «ancora an-
drò così nel giorno»), ma più deciso è l’intervento per l’antologia, che conse-
gue anch’esso effetti su vari piani. Quanto alla lettera del testo, si evita ogni
possibilità di intendere in senso spicciamente cronachistico-biografico – in un
testo scritto quarant’anni prima – la predizione dei «pochi» anni residui («ora
che intendo quanti / pochi anni ancora andrò così nel giorno» → «ora che in-
tendo quanti / saranno, e soli, gli anni dei miei giorni»), mentre si acquista al
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contempo altra densità e astrazione al dettato («gli anni dei miei giorni», a can-
nocchiale rovesciato:‘gli anni della mia vita’, agudeza che non disconviene alla
maniera del tardo Fortini)4. Quanto alla compaginazione metrica, si indeboli-
sce la rima identica, attestata a partire dai Destini generali, che allaccia a distan-
za i vv. 6 e 13 (giorno → giorni: giorno) e si mette la sordina sull’enjambement dei
vv. 5-6, che da sirrematico («quanti / pochi giorni») diventa – a seguire le ca-
tegorie di Menichetti – blandamente sintattico («quanti / saranno» ecc.). L’in-
tervento locale del v. 8, ancora fra ’59 e ’69, intende ovviare alla facile inde-
terminatezza della lezione primitiva, con netto rialzo tonale («le cose» → «il ve-
ro»), ma snuda anche un’opposizione fondamentale del testo, che si tende ades-
so fra titolo e variante.
È facile notare che la qualità di astrazione del testo sta in stretto rapporto con
la natura classica e per certi versi antisperimentale della lingua fortiniana. Ma
questa classicità, sempre notata dalla critica, varrà più che mai per il Falso sonet-
to, che saldamente si installa nel solco della tradizione poetica maggiore, desu-
mendone lessemi, sintagmi, giaciture ritmico-sintattiche. L’allocuzione incipita-
ria allo «spirito», ad esempio, è formalmente assimilabile a quella topica della tra-
dizione petrarchistica, dalla canzone allo «spirto gentil» (Rvf 53) in giù; e con
maggiore pertinenza si potrebbe forse rimandare al sonetto petrarchesco Spirto
felice che sì dolcemente (Rvf 352), nel quale, come qui, lo spirito reca parole all’io
(«et formavi i sospiri et le parole, / vive ch’anchor mi sonan ne la mente», vv. 7-
8, con parole-rima, ma sarà un caso, condivise dal nostro testo, vv. 2 e 11).Topi-
co è pure, fra Orazio e Petrarca, l’accostamento di polvere e ombra, vv. 7-8, ben-
ché qui fra le due si scavi una frattura (l’ombra essendo causa efficiente della pol-
verizzazione), laddove invece sarà appena il caso di notare che l’altra opposizio-
ne fra giorno e ombra, vv. 6-7, si instaura fin dall’incipit della sestina dantesca (Al
poco giorno e al gran cerchio d’ombra, Rime CI). La quale sestina predispone fra i ri-
manti anche erba (qui erbe, v. 4), lemma certo frequentissimo in Fortini, ma ar-
monico in questa fase soprattutto alla coeva Sestina a Firenze, vertice dell’ar-
cheologismo metrico fortiniano, in cui compare ancora in rima insieme ad al-
tro di dantesco5. E «visi spenti», v. 4, sembra discendere antifrasticamente dall’at-
tacco di Par. XXVI («Mentr’io dubbiava per lo viso spento […]»), dove la per-
dita di vista è procurata dall’eccesso di luce. Quanto al petrarchismo grave del
pieno Cinquecento, molto amato già dal giovane Fortini, si può avanzare il dub-
bio che il passo ai vv. 5-6, almeno in prima lezione («tu non lasciarmi ora che
intendo quanti / pochi anni»), risenta di suggestioni specificamente dellacasiane,
fra tema della brevitas vitae, inarcatura di verso in verso, e modalità sintattica del
disvelamento (si veda ad esempio l’avvio di Rime LXII: «Già lessi, e or conosco in
me, sì come», con analogo riflusso al verso seguente).
L’analisi metrica rileva come istituzionali della forma scansione tipografica
in strofe e omometria endecasillabica, ortodossa anche nel profilo ritmico (con
le avvertenze viste sopra per il v. 14). Restando alla prosodia, si noterà semmai
l'attacco tutto in levare per addensamento di parole sdrucciole («Débole spírito,
álito tenace / ch'ábiti […]»), serrate anche nella trama fonica (cfr. la serie atona
-ito, -ito, -iti). Il modulo è qui sfruttato a fondo, quasi a esibire dimostrativa-
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mente, con il suo tendenziale coincidere di ‘piede’ dattilico e parola, il persi-


stere di un principio ritmico anche in un componimento vincolato nel metro
come Falso sonetto, secondo la tensione fra «metricità» e «ritmicità» intrinseca a
ogni testo poetico su cui ha insistito il critico6: è troppo supporre nell'insi-
stenza del pattern ritmico una figura del principio vitale invocato, tenace nella
sua flebilità? Tra i vocaboli sdruccioli poi soltanto la doppia occorrenza, ma in
punta di verso, di polvere, vv. 8-9: già sotto questo piano si disegna una linea di
mutamento e sviluppo progressivo del testo. Le astuzie formali del componi-
mento si riversano però in massima parte nel settore delle rime7. Prima quar-
tina ABAB (con B imperfetta di un niente); seconda quartina più sfrangiata: v.
5 consonante con B (enti: quanti), poi solo deboli assonanze (scalena giorni: pol-
vere, vv. 6-8; piena mente: SPErde, vv. 2-7, che allittera per compenso, a monte
della rima, con SPEnti del v. 4). Più nulla di regolare nelle terzine, che le asso-
nanze (e consonanze) tuttavia consentono di ricomporre nella formula elisa-
bettiana CDCDEE: polvere: parole, vv. 9-11, ancora scalena ma allitterante, not-
ti: sonni, vv. 10-12, giorno: riconosco, vv. 13-14 (in prima battuta eguali: solo, ri-
conducibili per via di consonanza o qualcosa di più a C: ancora il distico fina-
le viene distaccandosi dai versi precedenti). Però notiamo anche le contro-
spinte della retorica: la rima identica polvere a cerniera tra i vv. 8-9, che mima
l'istituto, obbligatorio nel sonetto delle origini, di connettere strutturalmente
mediante ripetizione fronte e sirma; l'anadiplosi su parole al tornante fra prima
e seconda terzina, che similmente demarca lo spigolo e insieme fluidifica il pas-
saggio (e seconda quartina e prima terzina cominciano con tu); l'altra rima
identica o quasi (per introduzione della variante) giorni: giorno, vv. 6-13, per cui
- è stato osservato - anche in questo testo agirà il modello della sestina, molto
potente nella metrica fortiniana.

3. Perché «falso» dunque il sonetto che abbiamo sotto gli occhi? Almeno
per due ordini di ragioni. La prima, di natura formale, è del tutto evidente: la
distribuzione dei versi in quartine e in terzine basta a evocare nel lettore quel-
lo che Fortini ha chiamato in un importante saggio metrico lo «spettro» del
sonetto. Ora questo spettro sembra materializzarsi nella prima quartina ma per-
de poi progressivamente di consistenza con lo sfaldarsi del profilo rimico. Quel
che si credeva essere un ‘vero’ sonetto si rivela per ‘falso’, e il poeta, compli-
cando il gioco di attese e tradimenti, ne dà argutamente avviso nel titolo. Di
per sé niente di strano, e niente di più novecentesco, se è vero, come ha osser-
vato ancora il Fortini critico riguardo ai falsi endecasillabi di Luzi, che l’infra-
zione serve a sottolineare il carattere «‘stilistico’ e, perciò appunto, allusivo» del-
l’omaggio alla servitù metrica: come quelli anche Falso sonetto è un faux exprès8.
Del resto la procedura stessa seguita dal sonetto, con l’allentarsi progressivo del-
l’armatura rimica, non è nuova, e attraversa tutto il secolo passato, da Govoni
e Campana a Bandini e Raboni, anche nella variante estrema che prevede non
sfaldamento ma interruzione stessa del componimento, come nella Prova per un
sonetto di Zanzotto ma ad esempio già in Gatto (e forse anche le due quartine
FALSO SONETTO DI FRANCO FORTINI 97

a rime incrociate di Ascoltando un intervento sull’Alfieri, OI 1009, sono da inter-


pretarsi come la fronte di un sonetto inconcluso, visto il fitto intreccio di ri-
mandi parodici alle rime alfieriane)9. Il titolo con indicazione metrica si asso-
cia poi a tanti altri novecenteschi, talora con identica funzione attenuativa co-
me quello zanzottiano e già di Bertolucci (Prova di sonetto, peraltro posteriore
a Fortini e perfettamente regolare anche nelle rime).
Ma c’è un secondo ordine di ragioni, di natura non formale ma ideologi-
ca, cui si può tentare di avvicinarsi ancora per via formale, allargando lo sguar-
do alla vicenda complessiva dei sonetti nell’opera di Fortini e rilevando a qua-
le altezza si collochi il nostro testo. Dei quattro sonetti o para-sonetti giovani-
li contenuti nella prima versione di Foglio di via, i due rifiutati si situano a due
estremi: di rime e misure regolarissime è Mesi per bambini (PE59 14), che con
forte stravaganza tonale si snocciola in filastrocca, mentre Dedicando poesie futu-
re (PE59 9, ora VPD 12) combina in discordanza apparente con le partizioni stro-
fiche endecasillabi e settenari, legati da una rima e da qualche assonanza10. I
due restanti si pongono come immediato e necessario termine di confronto al
Falso sonetto. Vice veris (FV 36) esplora la possibilità di camuffare il metro com-
pattando quattordici endecasillabi in un blocco fuso, anche sintatticamente, al-
la Montale di Finisterre: qualche accenno di rima su uno sfondo di irrelati nei
primi otto versi, tre coppie di rime perfette o quasi negli ultimi sei, quindi con
andamento rovesciato. Più importante è Sonetto (FV 43), antitetico al nostro fin
dal titolo, che alterna equamente endecasillabi e alessandrini, ma rima com-
piutamente in tutte le sedi e volge il metro venerando all’urgente tema dello
sterminio ebraico. E dopo il Falso sonetto? Il gioco è molto meno scoperto in
American Renaissance (PE 153), che non solo cancella parzialmente il disegno ri-
mico ma incrocia e scherma le forme del sonetto, sollecitato dal tema di com-
pianto funebre, con quelle della saffica, abbreviando l’ultimo verso di ciascuna
strofa. Poi il metro tace nelle raccolte della maturità, Una volta per sempre e Que-
sto muro, e si riaffaccia, trent’anni dopo e mutato nel profondo, solo in Paesag-
gio con serpente e tra gli epigrammi dell’Ospite ingrato secondo. Domina la scena
qui il manierista che lavora «di seconda intenzione» (secondo la formula del-
l’autore), d’après Góngora, Shakespeare, il petrarchismo ecc. (Al pensiero della
morte e dell’inferno, Da Shakespeare, Sonetto del ragno, PS 75-78; Traduzione imma-
ginaria da Mallarmé, Sonetto dell’alloro, OI 1066 e 1069), e intraprende una cor-
rispondenza in versi con il campione dell’Ipersonetto, Zanzotto (Per l’ultimo del-
l’anno 1975 ad Andrea Zanzotto, PS 39; Due sonetti per A.Z. 1977, OI 1071-72;
Dell’agosto, PI 32)11. E quando, in Composita solvantur, vengono esercitati anco-
ra, a tanta distanza, i metri della tradizione, compreso il sonetto (Gli imperato-
ri…, Aprile torna…, CS 34 e 36), sui temi della storia presente nelle Canzonette
del Golfo, questi sono modulati ormai nella chiave del puro virtuosismo metri-
co e del sarcasmo. È significativa anche un’assenza: Storia (VPD 84), datato ’54,
cioè di poco successivo al Falso sonetto, come quello promuove a tema scacco
e perdita dell’io, ma la riuscita delle rime è perfetta; Fortini lo disperde.
Nella storia fortiniana della forma Falso sonetto sembra dunque attestarsi nei
pressi di un punto di crisi e svolta; d’altro canto si è visto quanto improprio sa-
98 DAVIDE COLUSSI

rebbe sostenere che il grado di infrazione formale crescente che si manifesta


nel componimento segni il progressivo svincolamento del poeta dagli obblighi
tradizionali della forma, che di fatto non conoscerà più le operazioni di sotti-
le mascheratura e occultamento osservate nelle prime raccolte. Né tantomeno
può venire in discussione l’ammissibilità teorica per Fortini di una forma che
reagisca e tenda all’estremo la propria dialettica col contenuto: è su una tale
posizione di principio che si fondano prove come Sonetto e ancora le Canzo-
nette del Golfo. Il metro in quanto istituto estrinseco tutela l’oggettività, che si
potrà anche declinare, a norma del Fortini critico, in termini di socialità, co-
me «forma» di una «presenza collettiva»12.Tuttavia questo non procede nei fat-
ti senza pervenire a un’impasse, che viene espressamente tematizzata nel tardo
Considero errore… di Composita solvantur, in versi lunghi non rimati, che vera-
mente del sonetto conserva solo lo «spettro» cioè la partizione strofica: lì l’au-
tore fa palinodia dei sonetti satirici che si leggono poche pagine prima («Ho
guastato quei mesi a limare sonetti, / a cercare rime bizzarre. Ma la verità non
perdona», CS 74, vv. 5-6). La seconda stagione del sonetto fortiniano si chiude
su una posizione di irrisolutezza: la limatura, l’accurata resa della forma non in-
contra la verità. In Falso sonetto, dove si rappresenta una soggettività irrelata, una
«psicologia» – per usare un’antitesi cara a Fortini – che non sa trasfondersi in
«storia», è la crisi psicologica posta a tema, con quanto di oscurità e di regres-
so vi è implicato, a trovare il suo opposto dialettico nel vincolo metrico. Ma il
surplus di classicismo formale (si pensi alla densa intertestualità che abbiamo
notato) consente d’altra parte alle forme consegnate dalla tradizione lirica per
la sonda introspettiva dell’io di rivelare il loro carattere non funzionale, la loro
separatezza e ‘falsità’. L’oggettività della forma si fa qui figura della realtà chiu-
sa, di ombra e polvere, in cui è costretto il soggetto, e se quel che distingue il
nostro testo da altre prove fortiniane è l’evidenza conferita alla pur blanda in-
frazione del metro, che occhieggia dai luoghi marcati del titolo e dello sche-
ma rimico, allora il ‘falso’ formale, per negazione della negazione, custodisce
una «debole» ma «tenace» possibilità di verità. Col che si spiegherà meglio an-
che l’esatta collocazione – insieme riepilogativa e inaugurale – di Falso sonetto
nel continuum storico di Poesia e errore.

NOTE
1 Cfr. C. Fini, L. Lenzini, P. Mondelli, Indici per Fortini, con due contributi di F. Fortini, Fi-

renze, Le Monnier, 1989, p. 31.


2 In particolare sono stati studiati gli aspetti di strutturazione di Questo muro: cfr. G. Gronda,

Il «Falso vecchio». Connessioni intertestuali in una sezione di «Questo muro», in Per Franco Fortini. Con-
tributi e testimonianze sulla sua poesia, a cura di C. Fini, Padova, Liviana, 1980, pp. 87-112; E. Te-
sta, Il libro di poesia.Tipologie e analisi macrotestuali, Genova, Il Melangolo, 1983, pp. 134-39 (che
ne nega peraltro i caratteri propri del macrotesto); P.V. Mengaldo, «Questo muro» di Franco Forti-
ni [1996], in Id., La tradizione del Novecento. Quarta serie, Torino, Bollati Boringhieri, 2000, pp.
291-96.
3 Sul passaggio da Poesia ed errore ’59 a Poesia e errore ’69 si vedano: G. Raboni, Ipotesi su una

ristampa [1969], in Id., Poesia degli anni sessanta, Roma, Editori Riuniti, 1976, pp. 175-78; A. Be-
FALSO SONETTO DI FRANCO FORTINI 99

rardinelli, Franco Fortini, Firenze, La Nuova Italia, 1973, p. 64; P. Sabbatino, Gli inverni di Fortini.
Il rischio dell’errore nella cultura e nella poesia, Foggia, Bastogi, 1982, pp. 143-86.
4 Non è impossibile che sulla variante agisca direttamente il ricordo di Góngora, De la bre-

vedad engañosa de la vida, sonetto ben intonato al fortiniano e con analoga contrapposizione: «Mal
te perdonarán a ti las horas, / las horas que limando están los días, / los días que royendo están
los años», vv. 12-14.
5 Cfr. C. Calenda, Di alcune incidenze dantesche in Franco Fortini [1984], in Id., Appartenenze

metriche ed esegesi. Dante, Cavalcanti, Guittone, Napoli, Bibliopolis, 1995, p. 147; sul dantismo di
Fortini vd. anche S. Carrai, Un «souhait» di Fortini: «La buona voglia», «L’ospite ingrato», IV-V,
2001-2, pp. 357-62.
6 Cfr. F. Fortini, Metrica e libertà [1957], in Id., Saggi italiani, Milano, Garzanti, 1987, pp. 332-

33. Ma il ricorso a due o più proparossitoni in un verso è tipico del primo Fortini, sia pure in
forme meno accese: «Un fiore d’erba / d’aliti cauti anima le pietre» (Sestina a Firenze, PE 109, vv.
5-6), «gli esangui che il gorgo vinceva / lucido sempre più in giù / e di gemiti esili ora rigano / i
sogni e qualche nostra voce […]» (Piazza degli Affari, PE 137, vv. 30-33), «ai voli esili e ripidi dei
rami» (Metrica e biografia, PE 173, v. 2), «canali, aliti d’auto, voli e fulmini» (Cisalpina, PE 179, v. 9);
dove si vede come la figura si ripresenti in un contesto già notato per la sua parentela tematica
con Falso sonetto e nel congegno metrico della sestina (ed ecco, molti anni dopo, nella versione
Da Shakespeare, pseudosonetto elisabettiano a schema 14 + 2: «animo di rivolgersi e resistere», PS 77,
v. 14). Sullo stilema sembra verosimile l’influsso di Montale, su cui P.V. Mengaldo, Da D’An-
nunzio a Montale [1966], in Id., La tradizione del Novecento. Prima serie,Torino, Bollati Boringhie-
ri, 1996, pp. 70-71.
7 Riprendo e integro qua e là le osservazioni sullo schema di Falso sonetto già svolte da P.V.

Mengaldo, Un aspetto della metrica di Fortini [1996], in Id., La tradizione del Novecento. Quarta serie
cit., p. 275.
8 F. Fortini, Verso libero e metrica nuova [1958], in Id., Saggi italiani cit., p. 342.
9 Cfr. di Govoni Dialogo delle rondini tornate col poeta (finale del poeta) in Fuochi d’artifizio

(ABAB CDCD E’’FE’’ FXX; in corsivo assonanze e consonanze), di Campana Poesia facile in Quader-
no (ABBA CDDC AXE FEF), di Bandini Mure San Michele in In modo lampante (ABABCD CDXX XEEX),
di Raboni Da qualche anno cerco di invecchiare in Quare tristis (ABBA CDDC EFFE X’’X’’); per gli in-
terrotti cfr. di Gatto Il giogo in Isola (ABAB CDCD EFE), Naufragio in Morto ai paesi (ABAB CDCD EFF),
di Zanzotto Prova per un sonetto in IX Ecloghe (ABAB C). Ricavo le schede dal Repertorio metrico del
sonetto novecentesco di prossima pubblicazione, a cura di E. Benzi, P. Benzoni, F. Magro, C.E. Rog-
gia, F. Romanini e di chi scrive.
10 Cfr. ancora, qui e avanti, Mengaldo, Un aspetto della metrica cit., pp. 274-76.
11 Altri sonetti epistolari potranno eventualmente emergere dalle corrispondenze private

dell’autore: uno indirizzato a Giovanna Gronda è pubblicato ora ne «L’ospite ingrato», III, 2000,
p. 343; un altro caso è osservato da N.Tonelli, Aspetti del sonetto contemporaneo, Pisa, ETS, 2000, p.
21 (e vd. le pp. 18-19).
12 Fortini, Metrica e libertà cit., p. 334.
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