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La corte di Federico II di Svevia, nominato imperatore nel 1220,

era perlopiù stabilita in Sicilia. Federico concepiva il potere in


modo accentrato e unitario, quindi era l’imperatore che
comandava. Lui cercò di realizz
are una supremazia ghibellina in Italia, in questo modo Federico
si contrapponeva alla chiesa sia in campo politico che in campo
culturale. Federico aveva inoltre una predisposizione alla
fusione di culture diverse a causa della sua stessa formazione e
per quanto riguarda la poesia favorì lo sviluppo di forme liriche
in volgare ispirate alla tradizione dei trovatori provenzali.
Oggi si parla di Scuola siciliana per indicare un gruppo di poeti
attivi nel periodo tra il 1230 e il 1266. Rispetto al modello
provenzale cambia la figura della chiesa: da giullare diventa
funzionario imperiale.
I temi della loro poesia sono ripresi dalla lirica provenzale, ma
il differente ambiente politico e sociale, cioè il fatto che essi
vivono in una realtà cortigiana e non feudale, determina dei
cambiamenti. La poesia siciliana è più astratta rispetto a quella
provenzale. Inoltre l’amore viene visto come un fenomeno
psicologico e la donna è meno delineata.
Le principali strutture metriche della poesia siciliana sono la
canzone, che costituisce lo schema metrico più rappresentativo
della scuola, poi la canzonetta, che presenta argomenti meno
nobili ed elevati, e il sonetto, utilizzato per la prima volta da
Jacopo da Lentini. Il sonetto presenta 14 versi endecasillabi e
tratta argomenti discorsivi, teorici, fiosofici e scherzosi.
Il linguaggio utilizzato dalla Scuola siciliana è un linguaggio
aulico ed elevato. Il volgare siciliano ne costituisce la base, si
tratta dunque di un volgare illustre.
I canzonieri siciliani che raccoglievano la produzione poetica
della Scuola ci sono giunti trascritti in toscano. Si disegnava
inoltre una linea di continuità nella tradizione facendola
culminare nello stilnovismo toscano e ci si appropriava di
un’esperienza letteraria lontana nello spazio e nel tempo.
Insieme alla poesia lirica nacque il Canone, che fissava le
regole con cui la poesia dev’essere scritta. Alla base di tale
operazione culturale, c’è il prestigio di Dante che con il DE
VULGARI ELOQUENTIA esprime la propria ammirazione
per il linguaggio illustre dei siciliani e per la gravità del loro
stile.
Di Jacopo da Lentini, noto come il Notaro, ci restano 38
componimenti. Da lui derivano due tendenze principali: una
tragica di meditazione amorosa e di elevato contenuto teorico e
morale, in cui si distinguono i due maggiori poeti siciliani dopo
Giacomo, e cioè Guido delle Colonne e Stefano Protonotaro;
l’altra più narrativa e colloquiale, in cui si distinguono Rinaldo
D’Aquino e Giacomino Pugliese.
Nel sonetto “Amore è un desio che ven da' core” il tema
affrontato è la natura dell’amore. il sentimento amoroso è per
Jacopo da Lentini un fatto accidentale provocato dalla vista della
bellezza della donna. L’ipotesi che si possa provare amore senza
aver visto l’oggetto che lo suscita, non porta secondo il poeta ad
un vero e forte sentimento amoroso.

Il tramonto della civiltà letteraria siciliana coincide con il suo


trapianto in Toscana. Chiamando Siculo-toscani i nuovi poeti, si
vogliono sottolineare sia gli elementi di continuità, come la
canzone e il sonetto elaborati dai Siciliani e la loro tematica
amorosa, sia quelli di novità rispetto alla tradizione siciliana:
questi poeti sperimentano infatti altre forme metriche come la
ballata e danno ampio spazio a temi politici e civili.
Gli autori non sono più funzionari al servizio di un imperatore,
ma cittadini che partecipano in prima persona all’attività
politica. Anche la lingua non è più il volgare illustre siciliano
ma il toscano. Un ruolo di primo piano spetta a Guizzone
d’Arezzo e a Bonagiunta. Quest’ultimo potè assistere agli esordi
dello Stil novo ed entrare in tenzone con Guido Guinizzelli,
colui che fonda il dolce stil novo. Guido Guinizzelli fu a lungo
considerato un seguace di Guittone ma essendo di lui più
vecchio di 20 anni, rappresenta una linea autonoma di
mediazione fra scuola siciliana ed esperienza toscana della
lirica.(per Guido l’amore è gentile, cioè l’amore può essere
meritato solo da chi è nobile d’animo).
Il 1265 è considerato l’anno spartiacque, infatti Guittone
d’Arezzo in una sua canzone dichiara di volersi convertire.
Questa conversione lo induce a lasciare la moglie e i figli per
dedicarsi completamente ad una missione religiosa.
La sua lirica d’amore deriva dai Siciliani, ma anche direttamente
dai Provenzali, dai quali riprende la tendenza al trobar clus.
Una delle canzoni più famose di Guittone d’Arezzo è “AHI
LASSO, OR è STAGION DE DOLER TANTO”.
Essa è dedicata alla rotta di Montaperti del 1260 che causò il
declino politico della città di Firenze e che ora suscita il lamento
accorato del poeta, ispirato al genere provenzale del "planh".Si
compone di sei stanze. Nella prima stanza il poeta rievoca il
funesto evento della sconfitta, nella seconda ricorda la passata
grandezza di Firenze, nella terza constata la sua decadenza, nella
quarta il significato della sua sconfitta, nella quinta la follia
malvagia dei cittadini colpevoli, nella sesta le conseguenze dei
tristi avvenimenti nell'intera Toscana.
Dolce Stil novo è la nuova poetica che si afferma tra 1280 e il
1310 a Firenze: precursore fu Guido Guinizzelli. Il canzoniere
guinizzelliano è composto da venti soli testi. Temi tipici sono
l’identità di amore e cuore nobile, la caratterizzazione angelica
della donna e la lode dell’amata. Alla limpidezza stilistica
corrisponde un maggior impegno strutturale e dottrinario.
La novità guinizzelliana riguarda anche la ricezione: la sua
poesia non si rivolge più al potenziale vasto pubblico borghese
della civiltà comunale, ma a una ristretta cerchia colta.
L’originalità della nuova poetica stilnovistica è soprattutto
tematica e riguarda due punti essenziali: che cos’è e come agisce
l’amore. Per gli stilnovisti l’amore non è semplice
corteggiamento, ma nobilitazione interiore, adorazione di una
donna che non è più come un angelo, ma è un angelo.
Amore, poesia ed elevazione spirituale sono tre aspetti per
rappresentare l’unico valore supremo della gentilezza e della
nobiltà d’animo. Per quanto riguarda la novità sul piano
stilistico, essa riguarda l’amalgama linguistico, metrico,
sintattico che deve risultare dolce, cioè elevato, puro e musicale.
Il pubblico delle “nuove rime” è molto selezionato e ristretto,
che proviene dalla nobiltà feudale e dagli strati intellettuali più
elevati della borghesia cittadina.
Guido Guinizzelli “Al cor gentil rempaira sempre amore”:
questa canzone argomenta tutti i nuclei concettuali dello
Stilnovo. Nella prima stanza si afferma l’unione tra il cuore
gentile e l’amore, che vengono paragonati al sole con la sua luce
e al fuoco con la fiamma.
Nella seconda stanza si spiega l’effetto che ha la donna su un
cuore nobile. Ella è in grado di far nascere in esso l’amore come
la stella fa nascere la virtù nelle pietre. Nel Medioevo, infatti, si
riteneva che le pietre preziose fossero portatrici di particolari
virtù.
Nella terza stanza si dimostra che il sentimento non può
avvicinarsi ad una persona vile e indegna, perché non è nella sua
natura.
Nella quarta stanza si introduce il tema della vera nobiltà. Essa
nasce dalla bontà d’animo, che viene resa ancora più grande
dall’amore stesso.

Guido Cavalcanti appartiene ai guelfi di parte bianca e si occupa


di poesia amorosa e di politica come Dante. Cavalcanti sarà
fondatore di un Canone stilnovistico.
Si affermano un lessico e uno stile specifici e quasi tecnici.
Il pubblico della lirica d’amore sarà d’ora in poi la nuova
borghesia colta. Guido si dedicò con passione alla vivace vita
politica fiorentina, finchè gli Ordinamenti di Giano della Bella
non esclusero gli aristocratici della gestione politica che non
fossero iscritti in qualche lista.
Tema unico della poesia Cavalcanti è l’amore, vissuto come
devastante esperienza tragica.
La passione amorosa è al tempo stesso una condizione di
eccezionale intesità vitale e una minaccia di disgregazione per
l’io.
Il canzoniere di Guido è formato da poco più di cinquanta
componimenti. Sia la disgregazione dell’io sia la contraddizione
tra irrazionalità emotiva e la razionalità che indaga su di essa si
manifestano nella “teatralizzazione” che domina numerosi testi
cavalcantiani. L’amore è visto come un eccesso e una
disavventura.
Nel sonetto “Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira” il tema
centrale è la celebrazione della bellezza della donna amata che,
per il suo aspetto, è superiore a tutte le altre e di fronte a lei tutti
gli uomini restano senza parole, dimostrandosi inedeguati per
descriverla e capirne l’origine divina. L'amore diventa
esperienza religiosa e quasi mistica, anticipando tra l'altro il
concetto dell'ineffabilità della bellezza che sarà ripreso
soprattutto da Dante, tanto nella "Vita nuova" quanto nel
"Paradiso".
L’ineffabilità è l’incapacità di esprimere adeguatamente quanto
si è visto. Ciò che differenzia Cavalcanti dagli altri poeti è il
modo tragico in cui vive tale disorientamento: di fronte alla
perfezione indicibile della donna, egli prova sgomento e un
doloroso sentimento d’insufficienza.
Con il sonetto “Voi che per gli occhi mi passaste ‘l core”
Cavalcanti vuole rappresentare l’amore travolgente verso la sua
amata e le conseguenze negative che provoca la visione della
donna in lui, come un senso di smarrimento e sofferenza.
L’amore, attraverso lo sguardo, colpisce il cuore dell’uomo
come una freccia che raggiunge il suo bersaglio.
A Firenze, oltre a Dante e Cavalcanti, un ruolo importante fu
rivestito da Cino da Pistoia, che restò fedele alla nuova poetica
e soprattutto alla lezione di Dante anche dopo il tramonto del
Dolce stil novo. Lui era guelfo di parte nera e fu esiliato da
Pistoia tra il 1303 e il 1306. Il suo canzoniere contiene 165
componimenti, che affronta tematiche politiche e civili.Nelle
liriche d’amore l’apporto personale di Cino alla tematica
stilnovistica sta nella connessione tra amore e morte.
La poesia comica è una poesia che privilegia il linguaggio basso
e popolare. Si sviluppa in Toscana dopo il 1260 e offre un
orizzonte tematico interamente laico e mondano. Per quanto
circoscritta ad una regione (TOSCANA) la poesia comica si
inserisce in una tradizione letteraria ben viva a livello europeo,
trovando riscontri sia in Provenza, sia in Francia sia nella
penisola iberica. Quando parliamo di poesia comica ci riferiamo
ad una poesia leggera e che si occupa di temi cari al popolo.
Alcuni tra questi sono l’amore sensuale per una donna maliziosa
e dedita ai piaceri carnali in cui si realizza un rovesciamento
della donna angelo stilnovista e in cui si rivive anche la
tradizione misogina, ovvero di coloro che provano avversione
per le donne; l’esaltazione dei piaceri del gioco e del vino, il
bisogno costante di denaro e l’aggressione verbale, che può
avere motivazioni politiche o private, come nello scambio di
sonetti fra Dante e Forese Donati, in cui i due amici si
rinfacciano vizi di ogni genere.
Con questo genere si assiste ad un rovesciamento dei valori e
del linguaggio cortese e per quanto riguarda il pubblico ci
troviamo di fronte a personaggi appartenenti al ceto medio,
come gli artigiani.
La tendenza comica si sviluppa soprattutto a Siena grazie a
Cecco Angiolieri. Lui viene ricordato con un carattere irrequieto
e spensierato. L’opera di Cecco Angiolieri consta di oltre cento
sonetti, le cui tematiche sono l’amore, il sesso e i divertimenti
come il gioco d’azzardo. I personaggi principali sono l’amante
Becchina, una donna sposata e meschina, il padre avaro, la
moglie arcigna e pettegola. Il rapporto con Becchina alterna
slanci di passione carnale a continue liti. Al padre, Cecco
Angiolieri rivolge violenti accuse, augurandogli spesso la morte.
Nel canzoniere angiolieresco vi è un’intenzione parodistica, che
fornisce la prova definitiva del suo carattere non istintivo e
popolaresco ma colto e meditato.
Il sonetto più celebre di Cecco Angiolieri è “S’i fosse foco,
arderei ‘l mondo”.
Le prime tre strofe contengono gli 8 desideri esagerati,
distruttivi e impossibili di Cecco Angiolieri: annientare con
fuoco, acqua e vento il mondo intero e farlo sprofondare,
mettere nei guai tutti i cristiani e tagliare loro la testa, gioire
della morte del padre e della madre. Addirittura Cecco è tanto
irriverente da chiamare in causa Dio e da augurare la morte ai
genitori, che lo tengono a stecchetto e cercano di ostacolarne la
vita. Non potendo fare tutto ciò si consola con le donne,
prendendosi le più belle e lasciando agli altri le meno
desiderabili, in segno di scherno.