Sei sulla pagina 1di 14

LAVORARE STANCA

Il suo primo libro - da lui stesso così considerato - fu Lavorare


stanca(Firenze 1936; edizione definitiva, 1943), una raccolta di
poesie che denotano nell'autore il riallacciarsi ad un ambito
regionale, crepuscolare (accentuato in direzione popolaresca,
dialettale in confronto con il parlato borghese crepuscolare).
Così spiega Cesare Pavese: "... Contro il sospetto che il mio sia
un piedmontese revival, sta la buona volontà di credere a un
possibile allargamento dei valori piemontesi. La giustificazione?
Questa: non è letteratura dialettale la mia - tanto lottai
d'istinto e di ragione contro il dialettismo -; non vuole essere
bozzettistica - e pagai d'esperienza - cerca di nutrirsi di tutto
il miglior succo nazionale e tradizionale; tenta di tenere gli
occhi aperti su tutto il mondo ed è stata particolarmente
sensibile ai tentativi e ai risultati nord americani, dove mi
parve di scoprire un tempo un analogo travaglio di formazione. O
forse il fatto che ora non mi interessa più la cultura americana,
significa che ho esaurito questo punto di vista piemontese? Credo
di sì; almeno, il punto di vista come l'ho ottenuto finora.".1
Questi valori piemontesi sono ben evidenziati in tutte le sue
opere. Per fare un esempio, la poetica di Lavorare stanca è di una
sconvolgente novità rispetto agli ultimi modelli della tradizione
ottocentesca, libera da ogni provincialismo.

... "Camminammo più di mezzora. La vetta è vicina,


sempre aumenta d'intorno il frusciare e il fischiare del vento.
Mio cugino si ferma ad un tratto e si volge: "Quest'anno
scrivo sul manifesto: - Santo Stefano
è sempre stato il primo nelle feste
della valle del Belbo - e che la dicano
quei di Canelli.". Poi riprende l'erta.
Un profumo di terra e di vento ci avvolge nel buio, qualche lume
in distanza: cascine, automobili
che si sentono appena; e io penso alla forza che mi ha reso
quest'uomo, strappandolo al mare, alle terre lontane, al
silenzio che dura.
Mio cugino non parla dei viaggi compiuti.
Dice asciutto che è stato in quel luogo e in quell'altro
e pensa ai suoi motori." ...
"Ma quando gli dico
Ch'egli è tra i fortunati che han visto l'aurora
nelle isole più belle della terra,
al ricordo sorride e risponde che il sole
si levava che il giorno era vecchio per loro.".2

Qui, viene accentuata in modo particolare la direzione popolaresca


presa da Pavese, soprattutto nei versi 3/7 in cui rende
pesantemente il suo campanilismo paesano e le sempre più presenti
rivalità fra paese e paese. Il segno crepuscolare lo si nota
subito dopo i sopraddetti versi: quel ritornare con la mente al
paese dal quale egli è lontano - a causa del confino - lo rende
malinconico e questo sarà l'inizio dello stile dello scrittore
piemontese che fa riscontrare spesso nelle sue poesie e nei suoi
romanzi quest'onda di malinconia. A mio parere una delle più belle
poesie di Pavese, forse la più profonda per maturità e serietà di
ogni singola parola, maliziosamente inserita al posto giusto è
sicuramente Esterno:

"Quel ragazzo scomparso al mattino non torna.


Ha lasciato la pala ancor fredda, all'uncino - era l'alba -
nessuno ha voluto seguirlo: si è buttato su certe colline.
Un ragazzo dell'età che comincia a staccare bestemmie
non sa fare discorsi. Nessuno
ha voluto seguirlo. Era un'alba bruciata di febbraio, ogni
tronco colore del sangue aggrumato. Nessuno sentiva
nell'aria
il tepore più duro.
Il mattino è trascorso
e la fabbrica libera ogni operaio.
Nel bel sole qualcuno - il lavoro riprende
fra mezz'ora - si stende a mangiare affamato. Ma c'è un
umido dolce che morde nel sangue e alla terra dà brividi
verdi. Si fuma
e si vede che il cielo è sereno e lontano le colline son
viola. Varrebbe la pena
di restarsene lunghi per terra nel sole.
Ma buon conto si mangia. Chissà se ha mangiato quel
ragazzo testardo? Dice un secco operaio,
che, va bene, la schiena si rompe al lavoro,
ma mangiare si mangia. Si fuma persino.
L'uomo è come una bestia, che vorrebbe far niente. Son le bestie
che sentono il tempo, e il ragazzo l'ha sentito all'alba. E ci sono
dei cani
che finiscono marci in un fosso. La terra prende tutto. Chi sa
se il ragazzo finisce dentro un fosso affamato? E' scappato
nell'alba senza fare discorsi, con quattro bestemmie, alto il
naso nell'aria.
Ci pensano tutti
aspettando il lavoro, come un gregge svogliato.".3

Un ragazzo dunque, un giovane operaio di una fabbrica da cui fugge


in una fredda mattina di febbraio. Fugge perché nell'aria ha
sentito qualcosa che nessun altro poteva sentire ed è corso a
sdraiarsi sulle colline. Aveva sentito l'arrivo della primavera.
"Nessuno voleva seguirlo.". Gli ultimi versi di questa poesia, fan
capire che i compagni della fabbrica, nonostante le parole dure,
sentono che quel ragazzo ha fatto qualcosa che non sarà facilmente
accantonabile; ora avvertono dentro una pena nuova, un sentimento
inquieto che non conoscevano. Anche in questa poesia, come nella
precedente, Pavese tiene ben evidenziato il titolo della raccolta
originale, appunto Lavorare stanca, in quanto nella prima poesia,
I mari del sud, vi è un sordo lamento, quasi una eco lontana che
narra la tristezza e la depressione nel vedere il sole sorgere
all'alba quando il lavoro è già iniziato da tempo e, nella seconda
poesia, Esterno, con tono pesante, ma finemente sarcastico,
facendo notare che il lavoro in fabbrica rompe sì la schiena, ma
permette di mangiare e "addirittura" di fumare. Due tipi di
stanchezza dunque: una di tipo fisico, accentuata maggiormente;
l'altra una fatica mentale, l'arrugginirsi dei sentimenti verso la
natura ed una rassegnazione alla propria condizione attuale, di
stampo quasi leopardiano: "... e il naufragar m'è dolce in questo
mar.".

Note al testo:
1 C. PAVESE, Il mestiere di vivere, Milano 1981, ed. Euroclub, pag. 13
2 C. PAVESE, Poesie edite ed inedite, Milano 1980, ed. Euroclub
3 C. PAVESE, op. cit. pag. 105-106

LO STILE

Lavorare stanca, quindi, prima opera pavesiana?

Pavese stesso ha cercato di dare al suo operato un ordine


cronologico, in cui, oltre alle tappe stesse, indicava chiaramente
i vari passaggi stilistici e tecnici, attraverso i quali è
maturata la sua evoluzione poetica:

Lavorare stanca - 1930 - 1933 - 1936


- 1938 - 1940 Parola e sensazioni
Carcere - Paesi tuoi - 1938 - 1939
Bella estate - Spiaggia - 1940/41 naturalismo
Feria d'agosto - 1941 - 1942 poesia in prosa e
- 1943 - 1944 consapevolezza dei miti
La terra e la morte - 1945 gli estremi:
I Dialoghi con Leucò - 1945 naturalismo e simbolo
Il Compagno - 1946 staccati
La casa in collina - 1947 - 1948
Il diavolo sulle colline - 1948
Tra donne sole - 1949 Realtà simbolica
La luna e i falò - 1949

Questo quadro rende l'idea di come Pavese, ad un anno dalla sua


morte, vedesse ed inquadrasse quello che aveva fatto. In questo
disegno cronologico, tracciato da Pavese stesso, c'è però una
lacuna: infatti ha escluso una parte degli scritti giovanili, che
invece acquistano oggi, un'importanza di gran lunga superiore a
quella che lo stesso autore gli attribuiva. E' vero che Pavese
prende le mosse dal 1930 e mostra quindi di vedere in Lavorare
stanca la prima opera meritevole di considerazione; spesso però
gli autori non sono i migliori critici di sé stessi o non lo sono
in egual misura lungo tutto l'arco della loro produzione
letteraria. Il giudizio autocritico di Pavese è stato troppo
severo. Escludere i racconti giovanili, tra cui l'importantissimo
Ciau Masino, - come introduzione a tutto lo stile pavesiano - è un
grave errore. Ciau Masino è un blocco di racconti che costituisce,
nel suo insieme, quasi un romanzo e acquista molta importanza
nell'opera di Pavese per due ragioni fondamentali: la prima è che
in questi racconti si trovano già accennati quasi tutti i temi che
saranno svolti in seguito da Pavese; in secondo luogo troviamo già
posti i problemi di linguaggio che poi saranno fondamentali
nell'opera pavesiana. Il linguaggio di Ciau Masino appare come una
lingua nuova, diversa sia rispetto alla lingua italiana, sia,
soprattutto, al linguaggio letterario di quegli anni. Il
linguaggio letterario italiano era teso verso una dimensione neo
classicheggiante, mirava al bello scrivere, che non sempre
significa uno scrivere appropriato, come diceva Leopardi,
raggiungendo risultati stilistici tutt'altro che indifferenti.
Ciau Masino ha come sfondo la Torino degli anni trenta, che
corrisponde all'unico mondo che Pavese abbia veramente conosciuto,
oltre a quello delle Langhe (la sua giovinezza è infatti trascorsa
tra Torino e le Langhe). Non dimentichiamo che a Torino c'è stata
nel '21 l'occupazione delle fabbriche; che a Torino l'antifascismo
era molto sentito proprio per l'estrazione operaia e proletaria
della maggior parte della popolazione e che i germi antifascisti
erano anche molto diffusi negli strati borghesi/medio-borghesi.
Questo clima particolare incide in modo determinante e decisivo
sulla formazione di Pavese. Torino è vista come una città
miticamente tentacolare, che le fabbriche e le ciminiere rendono
così diversa da Milano, da Roma, da Firenze; una città in cui era
ancora possibile pensare ad un concetto di vita libera e di
campagna proprio perché, appena fuori città, la campagna
contrastava decisamente con l'immagine industriale della
metropoli. Tutto ciò stimolava nel giovane Pavese una serie di
suggestioni che sono poi penetrate nella sua opera. Torino era a
parte, isolata; infatti le prime incerte lettere che Pavese
indirizzava al di fuori del suo centro torinese sono intimidite e
risentono del complesso d'inferiorità che spesso i piemontesi
hanno, perché si sentono un po' stranieri in patria e imparano la
lingua italiana come una lingua straniera. Così Pavese, possiamo
veramente dirlo, ha imparato la lingua italiana come una lingua
straniera; l'ha sempre considerata quasi come una lingua di un
altro paese e, proprio per questo, il suo lavoro di stile e di
linguaggio risulta così interessante. A quell'epoca la letteratura
che dominava era quella francese; mettersi a contatto con essa
sarebbe stata per lui la soluzione più tranquilla e più semplice.
Invece, Pavese scopre l'America, anticipando un orientamento
letterario che si sarebbe affermato poi. Egli vedeva nell'America
la possibilità di realizzare quei concetti di libertà
intellettuale pratica che nella provincia italiana e nella
letteratura italiana stentava ad individuare. Ecco perché Pavese
giovane è importante, significativo; in quanto lontano dal modo di
concepire la letteratura, a quel tempo. Quindi, ecco perché Ciau
Masino diventa un punto di riferimento importante: perché le
storie parallele dell'intellettuale Masino e dell'operaio Masin,
riflettono tutta questa situazione.

CIAU MASINO
Questa raccolta di racconti si articola su due filoni: il primo è
quello dell'intellettuale Masino, intellettuale in senso lato;
l'altro riguarda la vita dell'operaio Masin. Masino e Masin: due
nomi così simili ma non uguali; non a caso il primo intellettuale,
scrittore di canzonette ritmate a blues - già qui Pavese aveva ben
chiaro il suo sogno americano - si realizza a livello personale,
vive spensieratamente, passa le serate nelle osterie con gli
amici; insomma, Masino riesce addirittura ad ottenere
l'autorizzazione per andare in America (che è sempre stato il
sogno di Pavese, che non riuscirà mai a realizzare) . Masin, al
contrario, operaio, è una figura triste, dall'inizio alla fine; la
storia di un fallimento, antiteticamente a quella di Masino, che è
tutta un realizzarsi. La vita di Masino è simbolica di tutto ciò a
cui Pavese tendeva. Masin, invece, per contrasto, rappresenta
l'impossibilità dell'operaio di inserirsi in una vita che non sia
contrassegnata sempre da una lotta continua e senza speranza.
Masin è un fallito; a lui manca qualcosa che Masino possiede: il
riuscire nella vita. Non a caso, infatti, Masin è un nome
dialettale, paesano, mentre Masino è un nome italiano. Il dialetto
entra in evidenza, anche perché Masin nella raccolta risulta più
importante di Masino, più significativo, per il fatto che nasce da
un'autentica invenzione letteraria, mentre per Masino, Pavese
aveva dei modelli ben precisi. Vorrei citare alcune tra le
disavventure accadute a Masin, che reputo importanti e di
piacevole lettura: la prima disavventura capitata a Masin è quella
di un tema - si era iscritto alle scuole serali per uscire dal suo
ghetto psicologico e sociale - su Pietro Micca, che egli svolge in
modo irriverente per il sottofondo politico che lo anima:
irridendo Pietro Micca, Masin irride gli ideali di patria, gli
ideali della società patriottico-borghese e per questa ragione
viene espulso da scuola. Il titolo del tema era il seguente:

"Parlate del gesto eroico di Pietro Micca. Suo rapporto coll'idea


di famiglia e l'idealità del sacrificio. La perenne giovinezza
della figura dell'eroe.".

Svolgimento: "Pietro Micca fu un eroe del 1706. I torinesi si


difendevano contro il re Vittorio Amedeo III. Una notte mentre la
città era nell'infausto riposo i francesi, cercarono di penetrare
dentro le mura sotterranee, dentro questi luoghi c'erano le
polvere e uno dei soldati chiamato Pietro Micca di Biella,
mediante l'erismo e il sacrificio nel sentire il rumore tese gli
orecchi e pensò che erano in cantina e mandando un soldato a
portargli da bere per passare il tempo. Il compagno che bevvero
insieme gli disse di fuggire con lui, ma Pietro Micca gli rispose
che erano sul dovere di sentinella e non dovessero abbandonare il
posto. Pietro Micca fu quando che comandò bene il picchetto e ha
detto sempre; state pronti ragazzi che abbiamo la patria in
pericolo. Ma l'eroe biellese non sapendo che tutti gli uomini
hanno grande paura e mentre egli solo beveva nel barile i
commilitoni insieme erano tutti scappati. Onde Pietro Micca si
mise sull'attenti e pensando alla patria, perché bevette un'ultima
volta ch'era proprio l'ultima e fece scoppiare la mina con una
grande fiammata che s'incendiò nel corridoio e così è stata
salvata la patria e le rovine le vedono ancora sicché il monumento
sorge, qui l'eroe s'immortalò tenendo vicino sulla piazza il
barile dove bevè l'ultima volta prima di morire.".1

Questo tema di Masin è un modello dal punto di vista linguistico,


una pagina d'antologia che oggi, alla rilettura, costituisce una
sorpresa per l'impasto fra lingua e dialetto in cui Pavese crea
una lingua nuova. In Masin c'è il desiderio di evadere, di trovare
una condizione di libertà; di poter disporre di se stesso senza
eccessivi condizionamenti, soprattutto senza padrone. Ma la vita
di Masin è un susseguirsi di disavventure. Infatti uscito dalla
scuola, Masin, che è un collaudatore di macchine, durante il suo
lavoro investe e uccide una persona. Gli viene tolta la patente e
viene licenziato. Nel breve volgere di due giorni Masin si trova
ad essere uno sbandato. Decide allora di rifugiarsi nelle Langhe
in cerca di lavoro. C'è quindi già dai primi anni di Pavese
scrittore, la mitizzazione della terra langhigiana. Dopo
successivi cambiamenti di lavoro, licenziamenti, Masin torna a
Torino, dove comincia a frequentare il mondo del varietà e dei
locali notturni. Anche questo ha un suo significato: il giovane
Pavese aveva una certa curiosità per il mondo dell'avanspettacolo,
simbolo della perdizione. Grazie a questa esperienza letteraria e
stilistica e già avendo alle spalle l'esperienza di Lavorare
stanca, Pavese può cominciare a scrivere Il carcere.

Note al testo
1 C:PAVESE, Racconti, Torino, ed. Einaudi, pagg. 24-25

IL CARCERE
Negli scritti giovanili e soprattutto in Ciau Masino, Pavese ha
bruciato molte delle storie e delle infatuazioni che altrimenti lo
avbrebbero, forse, accompagnato per tutta la vita. Quando uscì Il
carcere, pubblicato insieme a La casa in collina in Prima che il
gallo canti, alla critica sembrò strano, dato che insieme ai
racconti Pavese aveva inserito le date di compilazione dei singoli
racconti, (Il carcere '38/39; La casa in collina '47/48) che un
piccolo capolavoro quale fu definito Il carcere fosse scaturito
dalla penna di uno scrittore con così poca esperienza. Pavese
rispose che le date erano effettivamente quelle e che non gli era
costata nessuna fatica la produzione del racconto. Il Pavese in
prosa, se escludiamo Ciau Masino, comincia dal 1936 e dal '31
abbiamo il lavoro saggistico e di traduzione sulla letteratura
americana. E' vero che Pavese non scrive racconti e romanzi, ma in
fondo è abbastanza giustificato, in questo periodo, dal fatto che
da un lato abbiamo il periodo più ricco di Lavorare stanca e
dall'altro abbiamo il forte impegno nelle traduzioni e nei saggi
sulla letteratura americana. Cioè è vero che Pavese non scrive
racconti e romanzi, ma tutte le sue forze sono concentrate in
questa ricerca che darà frutti più precisi in seguito. Nel '36,
infatti, Pavese sente ormai che l'idea della poesia-racconto viene
ad essere un qualche cosa di sperimentato al massimo, viene in
sostanza ad essere un approccio letterario ormai meccanico e, a
quel punto, allora il discorso si allarga naturalmente e dalla
poesia si sfocia nel racconto. (...) "i racconti che Pavese
comincia a scrivere nel '36 sono a loro volta degli esperimenti
che portano avanti il lavoro iniziato con Lavorare stanca, ma che
di per sè già costituiscono come un'esperienza precisa e valida di
per sè. Quindi documento, è vero, di un trapasso tecnico dalla
poesia alla prosa, ma anche un documento di un lavoro letterario
non casuale, non occasionale, non estraneo al lavoro di Pavese.
Questi racconti, a partire da Terra d'esilio, del '36, sono tutti
perfettamente inseriti nell'opera di Pavese.". (...) "In fondo,
Pavese non scrive racconti per scrivere racconti, come spesso
capita a molti scrittori. Non dimentichiamoci che allora le
condizioni storiche e letterarie erano ben diverse: scrivere sulla
terza pagina di un giornale, significava scegliere una determinata
tendenza letteraria. Allora, tra il '30 e il '40, prima si
scriveva un racconto, poi si pensava a pubblicarlo. E quindi,
proprio per questo, i racconti acquistano nell'ambito dell'opera
pavesiana un pregio e un peso letterario tutt'altro che
indifferente, perché sono il documento di una ricerca condotta
giorno per giorno nell'ambito della ricerca letteraria.".1

Comunque, dopo questa parentesi sulla formazione del racconto


pavesiano, passiamo al 1949. A Prima che il gallo canti; perché
risulta composto tra il '38 e il '48. Dieci anni, dieci anni di
lavoro per la composizione e la pubblicazione di un volume di due
romanzi brevi? No, Il carcere, primo romanzo; il secondo, La casa
in collina, tra il '47 e il '48. Cominciamo con l'analizzare il
primo dei due romanzi, lasciato in sospeso per dieci anni, cosa
che a Emilio Cecchi parve priva di senso. In una lettera del 17
gennaio '49, Pavese scrive in questi termini, rispondendo alle
allusioni di Cecchi: "Caro Cecchi, si rassegni, Il carcere, il
primo dei racconti del Gallo canti, non venne più ritoccato dopo
il 1938, se non nei nomi propri per ragioni di discrezione. Pare
strano anche a me, ma lo scrissi così, nel primo tentativo di
uscire dal mondo di Lavorare stanca, e due mesi prima di buttarmi,
stimolato dal postino di Cain, a Paesi Tuoi. Il curioso è che me
n'ero finora vergognato, e soltanto accorgendomi che La casa in
collina gli faceva da riscontro, m'indussi a pubblicarlo.".2
Pavese quindi si vergognava di un suo libro e si decise a
pubblicarlo solo dopo essersi reso conto delle affinità che lo
avvicinavano ad un romanzo appena terminato. Non meno
significativa è la risposta di Cecchi alla lettera di Pavese:

"Curiosità, io avrei creduto ci fosse stata una patinatura o una


casellatura in data più relativamente recente. Se ne impara
sempre.".3
Dunque il carcere che ha un precedente in Terra d'esilio, Pavese
lo scrive ben prima di Paesi tuoi, che, fino ad allora era
considerata l'opera più significativa di Pavese. Il carcere è
quindi molto importante nell'ambito della storia pavesiana perché
è l'anello che congiunge l'esperienza di Lavorare stanca e Paesi
tuoi. Come già detto, Pavese è un grande sperimentatore. In Ciau
Masino, si sentiva, quasi premonitoriamente, il sogno americano
del giovane autore e, da un punto di vista letterario, ciò che di
utile ci poteva essere al fine di una perfezione di stile. Ora ,
che anche con Il carcere ha superato la poesia-racconto di
Lavorare stanca, si fa avanti con tematiche che a livello di
contenuti sono simili alle precedenti, ma che mirano ad un
perfezionamento della forma. Passiamo allora a citare brevemente
ciò che Pavese propone ne Il carcere. Questo racconto sviluppa la
storia di un confinato politico durante il fascismo; è infatti la
storia di Pavese stesso, anche perché il luogo del confino è
Brancaleone calabro e il personaggio, Stefano, rispecchia
emotivamente l'uomo Pavese. Stefano è un ragazzo introverso che
non riesce a comunicare né con il maresciallo dei carabinieri
(rappresenta in questo caso l'autorità costituita e cioè tutto il
mondo dell'ufficialità che Pavese non accettava) né con gli
abitanti del luogo. I suoi rapporti con il luogo erano più aperti,
soprattutto nei confronti del mare (luogo mitico per Pavese; si
noti anche la traduzione dell'opera americana Moby Dick) che
Pavese definisce come "la quarta parete della sua prigione, una
vasta parete di colori e di frescura dentro la quale avrebbe
potuto scordare la cella.".4 Questo per quanto riguarda i rapporti
col luogo, mentre per i rapporti umani vi è un cambiamento;
infatti questi rapporti, poi, prendono un loro ritmo di confidenza
e Stefano diventa amico, non solo del maresciallo, ma anche degli
abitanti del posto. I rapporti con le donne, invece, svelano il
vero carattere di Stefano, vale a dire la solitudine, ch'egli
stesso chiama vigliaccheria, in sostanza la sua incapacità a
comunicare, che riflette anche uno stato d'animo, che è quello di
Pavese stesso. Così sembra che ogni volta che si offra amicizia e
amore a Stefano egli ne abbia paura, mentre sembra attratto da ciò
che è fuori dal proprio mondo. Questo si era già notato anche in
Ciau Masino in cui Masin, personaggio scaturito dalla pura
fantasia di Pavese, era il personaggio chiave dei due racconti
proprio per questo motivo. Tornando a Stefano de Il carcere,
entrano a questo punto in gioco i due personaggi femminili: Elena,
la padrona di casa, che è remissiva, quasi materna, che gli si
concede e che ad un certo punto vorrebbe veramente essere amata
come lei ama Stefano. Questi però non prova nulla per lei, non
sente nessun desiderio, poiché tutti i suoi desideri sono rivolti
ad un'altra donna, a Concia, la ragazza che aveva veduto girare in
paese. Pavese così la descrive: "la sola con un passo scattante e
contento, quasi una danza impertinente, levando erta sui fianchi
il viso bruno e caprigno con una sicurezza che era un sorriso. Era
una serva, perché andava scalza e a volte portava acqua.".5 Da un
lato quindi, Stefano vede la realtà subita, quindi Elena, la Elena
sottomessa e, dall'altro, antiteticamente, la realtà, non subita,
ma quella fantastica. Segue che a Stefano giunga il messaggio di
un altro confinato politico che lo invita a trovarsi e ad
incontrarsi per avviare un dialogo. Questo messaggio permetterebbe
a Stefano di uscire dal guscio dei due contrari sopracitati che lo
circonda. Stefano, invece, si lascia sfuggire questa possibilità,
non rispondendo all'invito. Poi, successivamente, arriva il
condono e Stefano può tornare a casa.

Note al testo:
1, 2 e 3 PAUTASSO, Dispense di storia della letteratura italiana, Milano,
Istituto universitario di lingue moderne.
4 C.PAVESE, Prima che il gallo canti, Il carcere, Torino 1959, ed. Einaudi, pag.
9
5 C.PAVESE, op. cit., pag. 16

LA SPIAGGIA
Abbandoniamo La bella estate per passare al romanzo che, cronologicamente, chiude quello che
potrebbe essere considerato il periodo giovanile di Pavese: La spiaggia. Qui egli ha lasciato da parte
i suoi villani, i suoi operai, i suoi sabbiatori, ecc..., cioè tutta quella serie di personaggi che
popolavano il mondo di Lavorare stanca e Paesi tuoi, per cercare di scoprire com'era fatta l'altra
faccia della società. Così facendo, si era gettato nel mondo della borghesia, per vedere cosa
pensavano, cosa dicevano, coloro che passavano le vacanze al mare piuttosto che sul Po. Pavese si è
trasformato nel ruolo di narratore, registrando i fatti di cui sono protagonisti i personaggi de La
spiaggia: Doro, sua moglie Clelia, Guido e Berti. Questi i quattro personaggi attorno a cui ruota la
vicenda narrata. In questo romanzo, Pavese, si limita a narrare oggettivamente i fatti come
avvengono, senza allusioni alcune e soprattuto escludendo i simboli. Il narratore, dovrebbe
trascorrere le vacanze nella casa al mare di Doro e Clelia. Prima di partire, però, Doro gli chiede di
accompagnarlo in un viaggio nelle Langhe. In quel momento il matrimonio di Doro e Clelia è in
crisi e per Doro un viaggio nelle Langhe significa un ritorno alle origini, mentre per il narratore è
solo un'occasione per ascoltare l'amico, stare un po' con lui in un momento così difficile. Dopo il
viaggio nelle Langhe arrivano al mare. Qui entrano in gioco tutti e quattro i personaggi:
l'affascinante ambiguità di Clelia, di cui Berti, giovane studente, s'innamora; la ritrosia di Doro; la
saggezza di Guido, il solito compagno di spiaggia. Berti è il tipico personaggio pavesiano:
scontento, insicuro, che sta per affrontare la vita, che è ancora nella felice condizione di ragazzo -
qui si vede un'affinità con Ginia de La tenda. Quindi Pavese registra i vari discorsi che questo
gruppo borghese fa sulla spiaggia. Questi discorsi riescono a far capire la vita che è in corso. I
personaggi riescono a dare una dimensione reale a ciò che si racconta. Il romanzo si chiude con il
rientro a Torino e, mentre Berti è deluso di come sono andate le cose, Clelia troverà invece nella
maternità quell'appagamento che finora le era sempre mancato. In questo contrasto si trova tutto
Pavese, con le sue delusioni, con le sue amarezze, con le sue gioie. Dopo questo romanzo si ha un
periodo di silenzio che coincide con la guerra e, tra La spiaggia e il romanzo che segue, Il
compagno, vi è un altro libro, che è l'unica raccolta di racconti che Pavese abbia pubblicato mentre
era in vita, Feria d'agosto, che esce alla fine del '45 e che raccoglie una piccola parte dei racconti di
Pavese. Non è però il solito libro che raccoglie dei racconti, che spesso un autore pubblica, piuttosto
è un libro, o meglio, un romanzo a più sfaccettature e rappresenta qualche cosa di più proprio per il
modo con cui Pavese l'ha costruito. Non bisogna dimenticare che Pavese aveva in disparte Il carcere
e La tenda, che non aveva ancora pubblicati per inserirli poi nei due volumi, Prima che il gallo canti
e La bella estate, per i motivi già citati nella lettera a Cecchi.1 Infatti possiamo considerare Feria
d'agosto come un esperimento con cui Pavese ha posto le basi per la comprensione della sua ricerca
affidata ai racconti. Questo libro si suddivide in tre parti: la prima, intitolata Il mare, ha come
obiettivo della ricerca il tentativo dei personaggi che compaiono di arrivare al mare. Pavese stesso
considerava in modo particolare il mare, come ad esempio, ne Il carcere, dove esso rappresentava
una parte importante nella vita di Stefano. E' rappresentato anche qui l'elemento mitico, così come è
mito anche la città, soggetto della seconda parte del libro. Di qui la contrapposizione tra la città e la
campagna. La città è vista come la scoperta di un mondo nuovo, un mondo da penetrare, da
conoscere, da dominare. Nella terza parte troviamo, invece, La vigna, ed ecco che ci troviamo
immersi nella campagna, nel mondo contadino, in quel mondo che Pavese considerava veramente
suo. La campagna non è solo il luogo dove si coltiva il grano o la vite, dove ci sono le cascine
anzichè le case o le fabbriche come in città, ma rappresenta il luogo dove si ripete ritualmente una
serie di fatti, di avvenimenti, nei quali si ritrova il senso antico della vita. Feria d'agosto, come già
detto, fa da ponte tra La spiaggia e Il compagno, ma vale di per sè, dato che Pavese fissa in questi
racconti i punti essenziali della sua tematica e della sua visione culturale delle cose. Pavese non ha
mai dato molta importanza ai suoi racconti, dato che molti rimasero inediti fino alla sua morte, ma
Feria d'agosto, forse per la divisione in tre parti che evidenzia in modo particolare le tematiche
dell'autore, fu pubblicato. In Feria d'agosto - da ricordare che è stato scritto durante la guerra, dal
'40 al '45 - bisogna tener conto anche della sua riflessione poetica, dove acquista un'importanza
notevole la teoria del ricordo, del riconoscere, collegata al mito dell'infanzia. In pratica, Pavese,
diceva che quello che si è visto da bambini rimane nella mente e, quando viene ricordato, in quel
momento viene veramente conosciuto. Quindi ricordare e riconoscere significano in realtà
conoscere. L'infanzia è il primo approccio con la realtà delle cose, non è altro che un
immagazzinare esperienza, che poi emergerà in seguito ed allora la conoscenza è raggiunta. Di qui
nasce la sua poetica del ritorno alle origini, del ricordo contadino, che non sono fatti tecnici, ma un
vero e proprio modo di conoscere la realtà. Ora per Pavese inizia un duro periodo di vita con se
stesso: la guerra continua ed alcuni suoi amici, tra cui Antonicelli, che era presidente del Comitato
di Liberazione, Mila, Giolitti, non esitano a partire per le montagne, affiancando la lotta partigiana.
Pavese no; si rifugia durante tutto il periodo della guerra nelle Langhe. In questo periodo, in cui
avveniva la grande tragedia della guerra civile, Pavese, solo, chiuso nel suo mondo, veniva sempre
più maturando quei temi che abbiamo incontrato poi in Feria d'agosto e che troveranno
un'enunciazione ben più precisa ne I dialoghi con Leucò, che usciranno nel '47 e che Pavese
considerava la sua opera più importante. In breve: mentre questo atroce dramma coinvolgeva tutti,
Pavese si chiuse in se stesso, ad osservare, a darne un'interpretazione tutta sua. A colpo d'occhio il
non aver partecipato alla Resistenza potrebbe costituire un motivo di critica e di accusa di viltà. Ma
ognuno di noi ha un suo temperamento, che non si può ignorare; c'è chi è portato per la lotta e chi,
invece, alla partecipazione fisica a certi avvenimenti non riesce a dare un senso. Ma in fin dei conti
Pavese, sia pur indirettamente, ha partecipato anch'egli alla Resistenza, col portare avanti quelle
esigenze di libertà che erano di tutti. Le ha portate avanti da scrittore.

Note al testo:

1 Vedi capitolo Il Carcere

IL COMPAGNO E I DIALOGHI CON


LEUCÒ
Ora, nell'immediato dopoguerra, troviamo due libri, distanti l'uno dall'altro e diametralmente
opposti, che sembrano quasi scritti da due autori diversi: Il compagno e I Dialoghi con Leucò. Due
libri diversi perche il Pavese de Il compagno è lo scrittore che tenta, lui che non ha partecipato alla
lotta armata, di ripensare a quello che aveva preceduto la Resistenza, alle tensioni, alle paure e, tutto
questo, determinava un romanzo di carattere politicamente impegnato. Accanto a Il compagno
abbiamo invece I Dialoghi con Leucò,libro meno impegnato, in cui, sotto la forma del dialogo,
vengono discussi i problemi della vita contemporanea, ma tutti traslati sul piano mitologico. Da
ricordare è anche il periodo in cui vennero scritti i Dialoghi. Pavese s'innamora di Bianca Garufi,
con cui scrisse a quattro mani Fuoco grande. Egli dedica il libro (I Dialoghi con Leucò) a lei con un
sottile artificio: Leucò, infatti, è la versione greca del nome Bianca. Inoltre vi è in Pavese una
maturazione sia linguistica, sia umana. Vi è, infatti, un'avvicinamento dell'uomo all'eternità, alla
vita dopo la morte. Era evidente che un libro come Il compagno riscuotesse un certo successo, data
la tematica pressoché attuale, mentre era altrettanto evidente che I Dialoghi con Leucò suscitasse
ammirazione ed invidia per l'enorme cultura che rivelava. Nel '47, forse, si pensava che il modo
migliore per parlare della realtà fosse quello di farla rivivere, non quello di mitizzarla con eroi da
tragedia greca. Pavese replica con un'operazione ben precisa, con un ripensamento della realtà
attuale, attraverso l'esperienza degli antichi.

IL COMPAGNO

Il compagno, dei due libri era certo il più facile. E' la storia di un giovane torinese, Pablo, che passa
il suo tempo tra un'osteria e l'altra, suonando la chitarra. Da qui nascono gli incontri che egli fa con
donne e uomini; ma la vicenda prende ben presto la sua strada, che si snoda attorno al rapporto con
Linda, la ragazza di Amelio, il quale durante un viaggio in motocicletta ha un incidente e resta
paralizzato (come nel racconto Fedeltà, scritto nel '38). La figura di Amelio compare in primo piano
all'inizio, poi sembra lasciata ad un destino ormai privo di senso. Ma ecco che Amelio diventa il
punto di riferimento di tutta la storia: egli svolgeva un'attività politica ben precisa, a cui Pablo non
pensava e dalla quale poi Linda, che gli si è fatta amica, vorrebbe tenerlo distante. L'ambiente è
quello popolare e proletario delle borgate torinesi, su cui s'innesta una certa curiosità che Pavese
aveva per l'avanspettacolo. Ad un certo punto, infatti, s'inserisce nella vicenda un amico di Linda,
Lubrani, impresario teatrale, che fa conoscere a Pablo qualche attore e gli fa scoprire la vita
notturna del dopo teatro. Pablo continua a tirare avanti la propria vita senza uno scopo preciso, pur
tendando di uscirne: fa il camionista, cerca in qualche modo di trovare quel senso, soprattuto per
poter vivere con Linda. Nella seconda parte, Pavese sposta la vicenda a Roma, dove Pablo si
trasferisce dopo la rottura con Linda. Si fa nuovi amici, ha una nuova donna che ha ereditato dal
marito, morto, un negozio da ciclista. Ma soprattutto Pablo si accosta alla politica. Il romanzo
cambia subito tono: da quella che era la descrizione dell'ambiente torinese, ora diventa la
cospirazione politica nella periferia romana. Però per Pavese l'ambiente torinese era più importante
dell'ambiente della capitale dove ha inserito la tematica principale del libro - e lo si riscontra anche
durante la lettura del testo - in modo che la prima parte risulta narrativamente più importante della
seconda parte romana. Evidentemente a Pavese manca, in quest'ultima parte, quella possibilità di
resa espressiva che gli offriva Torino. Al capoluogo piemontese era chiaramente più legato e, per
esso, sentiva un interesse ben preciso, mentre per Roma, l'esposizione dei fatti risulta solo molto
descrittiva. Quindi Il compagno,il romanzo politicamente più impegnato di Pavese, a mio avviso
non risulta essere fra le sue opere più importanti, proprio per le discordanze e gli squilibri sopra
scritti. Ma leggendo il compagno si resta tuttavia colpiti per come Pavese sia riuscito a raccontare la
cospirazione politica senza entrare in un ambito mitico ed eroico, bensì raccontandola
minuziosamente, entrando anche nei minimi particolari. Una vita vista al di là del mito e della
retorica. Effettivamente, nella cospirazione, si è sempre pensato all'eroe, a colui che saziava di gesta
eroiche tutta la storia. Qui, invece, ci troviamo di fronte a dei personaggi che non hanno nulla di
eroicamente degno di considerazione, nessuna dimensione storica intellettuale: sono degli operai i
quali, a modo loro, cercano di dare alla loro attività politica un senso preciso.
IL DIAVOLO SULLE COLLINE
Il romanzo che segue cronologicamente I dialoghi con Leucò è La casa in collina, che però
abbiamo già incontrato per ragioni di confronto col romanzo che, insieme ad esso, compone il libro
Prima che il gallo canti. E' Il diavolo sulle colline il romanzo che segue e viene inserito nel libro
La bella estate. Narra di tre giovani studenti torinesi: Oreste, Pieretto e il narratore, che passano il
loro tempo, soprattutto quello notturno, a vagare per la città sulla collina - ancora tema evidente il
motivo della collina, che per Pavese è un modo di vivere. Questi giovani conversano molto, parlano
di temi comuni ai giovani e che fanno parte della loro vita. Una sera incontrano sulla collina una
macchina, con un uomo all'interno che sembra svenuto o addirittura morto. Quest'uomo, Poli - che
diventerà il vero protagonista del racconto - è in preda ad una crisi provocata da un eccesso di
sostanze stupefacenti. Poli diventerà molto importante in quanto farà sorgere ai giovani, con la sua
vita, il dubbio che possa esistere una vita diversa da quella che essi conducono. Con l'arrivo
dell'estate i tre giovani vanno in casa di Oreste nelle Langhe. Accanto alla casa di Oreste c'è quella
di Poli e, inevitabilmente, finiscono col ritrovarsi. A Torino i ragazzi incontrarono l'amante di Poli,
che poi si uccise, mentre qui incontrano la moglie. Le giornate passate in compagnia di Poli sono
giornate in cui le conversazioni toccano i temi scottanti della vita e della morte, ma soprattutto è il
problema della droga il problema chiave. Poli lascia capire come grazie alla droga l'uomo possa
acquistare una lucidità ed una capacità di giudizio che altrimenti non avrebbe. Oreste, che si era
innamorato della moglie di Poli, Gabriella, deve lasciarla perché, nonostante tutto, ella è ancora
innamorata del marito. Poli, in seguito, avrà una crisi ancora più acuta e il romanzo si chiuderà col
ritorno dei tre ragazzi a Torino. Qui la narrazione è tutta impostata sulla conversazione e sul
dialogo, lasciando poche concessioni alle descrizioni. Il paesaggio, però, non è estraneo al corso
della narrazione perché si fonde col gioco dei personaggi, diventando esso stesso un protagonista ed
un elemento essenziale della vicenda. Abbiamo notato come Pavese sia passato da uno stile di
narrazione-monologo, caratterizzata in Paesi tuoi e, in parte, anche ne Il compagno, al dialogo di
questi ultimi libri; passaggio che cominciava a profilarsi ne La spiaggia e che arriva alla
maturazione attraverso i racconti, proprio con Il diavolo sulle colline.

TRA DONNE SOLE


Anche il terzo romanzo di La bella estate tratta temi drammatici come abbiamo in Il diavolo sulle
colline, ma qui la dimensione della vita risulta ancora più tragica. Tra donne sole, appunto il terzo
romanzo, è anch'esso la registrazione attraverso il dialogo e la conversazione, di fatti e di
avvenimenti che ruotano attorno a Clelia, la protagonista, registrando così un ulteriore diario degli
altri. L'ambiente che troviamo in questo romanzo è l'ambiente della borghesia torinese. La novità e
importanza di questo romanzo sta nel fatto che Pavese riesce a far concordare il tempo della
memoria di Clelia - protagonista - con il tempo quotidiano. Clelia, partita alla ricerca di un mondo
infantile, trova la grottesca e banale tragedia di queste donne, di questa Torino, di questi sogni
realizzati. Questa realizzazione di Clelia, partita da Torino ancora ragazza è un fatto molto
importante del romanzo in quanto poi ella torna donna, ricca d'esperienza e, quindi, di possibilità di
giudizio. A Roma, dove si era trasferita, ha fatto carriera e ritorna poi in quella Torino da cui era
partita, con la coscienza di aver realizzato qualcosa. Il ritorno a Torino, però, non è casuale; deve,
infatti, aprire per conto della ditta presso la quale lavora, una grande sartoria. Tornando aTorino
trova un mondo che non è più il suo: allora viveva in un ambiente proletario, abitava in una casa
popolare. Clelia però non si sente legata al mondo della società-bene che frequenta, anche perché la
sua posizione ha come religione unica il solo lavoro, mentre la società-bene passava il proprio
tempo a spettegolare. La stessa sera che Clelia arriva a Torino, nel suo albergo avviene un tentato
suicidio da parte di una ragazza. Rosetta, la ragazza che aveva tentato il suicidio, viene conosciuta
poi da Clelia perché fa parte di quel gruppo di amiche che ella finirà per frequentare. Il pensiero di
Clelia è sempre fisso al perché quella ragazza avrebbe dovuto suicidarsi. Sembra un che di
misterioso; pare che Rosetta abbia avuto una relazione con un'amica, Mornina e che quella sia la
motivazione del tentativo di suicidio. Ma in realtà il problema è più profondo e resta sempre
nell'animo di Rosetta. La conclusione del racconto è anche la conclusione della storia di Rosetta.
Infatti, quando sembrava tutto dimenticato, anzi quando sembrava che Rosetta avesse addirittura
recuperata una certa felicità, ella scompare e, questa volta, si uccide davvero. Un altro romanzo che
si conclude con un contrasto: il suicidio di Rosetta, il fallimento della vita; dall'altra parte abbiamo
il realizzarsi della vita da parte di Clelia, il realizzarsi del suo lavoro. Ancora una volta Pavese non
si limita a narrare le vicende dei suoi personaggi, bensì li fa parlare, esprimere; insomma, fa
raccontare a loro stessi la storia della loro vita. Quello che è strano è il fatto del suicidio di Rosetta
che avviene nello stesso identico modo in cui avverrà, un anno più tardi, quello di Pavese: una
stanza d'albergo, dei sonniferi, nessuna apparente ragione. Ora, meditando sull'affermazione
precedente, viene spontaneo riguardare all'indietro, nei vari personaggi femminili che abbiamo
incontrato. Clelia, soprattuto, rispecchia quello a cui Pavese aspirava: la libertà, le soddisfazioni;
Rosetta, la sua pena segreta, il suicidio. I precedenti personaggi femminili, anch'essi copia conforme
dei sogni di Pavese. I personaggi maschili, invece, rappresentano il Pavese reale: Stefano, Corrado,
personaggi la cui scommessa, con un margine di rischio molto ampio, è quasi sempre perduta. Ad
esempio, la scommessa di Clelia è vinta, mentre quella di Stefano, di Corrado e di altri personaggi
no.

LA LUNA E I FALÒ
In La luna e i falò, opera conclusiva dell'attività di Pavese, troviamo raccolti i temi che abbiamo
trovato, passo passo, in tutta l'opera pavesiana; abbiamo il tema del ritorno: il protagonista ritorna a
S.Stefano Belbo, da dove era partito ancora ragazzo per recarsi in America, dove si è arricchito e
ora può permettersi una vita agiata. Non è più il ragazzino che veniva mandato a lavorare nei campi,
ma è qualcuno oggi che potrebbe essere a sua volta padrone. Altro tema tipico pavesiano è il
ritornare con la mente a quella che è stata la vita da ragazzo, però vista alla luce dei nuovi tempi e si
tramuta in una ricerca dell'identità del protagonista con il mondo che, oggi, davanti a se, vede
ovviamente cambiato. Tutto è cambiato sotto il profilo storico: c'è stata la guerra, la Resistenza, ma
è cambiato soprattutto perché è cambiato lui. In La luna e i falò, Pavese è riuscito a sintetizzare
tutti gli schemi che aveva in precedenza sperimentato. È riuscito a racchiudere anche i suoi miti: il
mito della città e della campagna, della fuga e del ritorno e anche, chiaramente, il mito
dell'America, ormai tipico dei libri di Pavese, in quanto resta solo un sogno, perché in America non
c'è mai andato e non ci andrà mai. Poi ci sono tutti i suoi odii, i suoi interessi, la sua curiosità di
conoscere e di capire la vita contadina. Abbiamo insomma il raggiungimento di una perfezione di
stile, perché la sintesi di cui sopra non si attua solo nei contenuti, ma soprattutto nello stile. E
questo, Pavese lo sapeva? Ne era cosciente o è un fatto casuale? Difficile dirlo, ma a mio parere
sembra abbastanza chiaro che Pavese avesse in mente, a questo punto, un disegno ben articolato del
suo operato, in modo da poter raggiungere quella perfezione stilistica, che per anni era andato
cercando. Ad esempio, il dialetto. Il dialetto in La luna e i falò, si fonde così bene con la lingua in
modo da non trovare alcun distacco. Questo era stato uno degli esperimenti di Pavese e ora, alla
conclusione del suo operato, è giunto a quel perfetto impasto tanto cercato. Il dialogo non è così ben
evidenziato come abbiamo visto in Tra donne sole, comunque i dialoghi tra Nuto, l'amico d'infanzia
del narratore ed il narratore stesso, sono però molto significativi, per come riescono a tornare con la
mente al passato con un dialogo attivato al presente, ad esempio come il ragazzino Cinto, nel quale
il protagonista vede se stesso in tenera età. Infine il tempo, che sappiamo per l'opera pavesiana aver
molta importanza. Qui il tempo non è solo il ricordo del protagonista, ma fa da contrasto alle
vicende narrate e si fonde con il paesaggio. Tempo che ha un suo ritmo ben preciso, ma che diventa
frenetico col precipitare degli eventi, i tragici avvenimenti della guerra, della Resistenza, di alcuni
di questi personaggi che, con la morte, determinano il decadere, non solo dell'uomo, ma dell'intera
società. La morte, elemento anch'esso tipico dei romanzi di Pavese, esplode, qui, nelle pagine finali
de La luna e i falò con la stessa violenza con cui esplode nella parte finale di Paesi tuoi. Qui vi è
una scena drammatica, come nel caso di Gisella di Paesi tuoi,in cui un personaggio, Valino, compie
l'eccidio della propria famiglia e dà fuoco alla casa. Accanto a questo c'è la morte di Irene e Santina,
due delle ragazze che il protagonista aveva conosciuto da bambino ed è questo il trascorrere del
tempo. Il trascorrere della vita, che viene annientato dal ritmo inarrestabile della realtà che brucia
ogni cosa che trova sul proprio cammino. A mio parere, questo è il libro più bello di Pavese, sia per
la riuscita compattezza delle varie situazioni, per il suo risultare scorrevole, sia perché studiando
tutto l'operato di Pavese ci si sente sollevati vedendo come un uomo sia riuscito a dire tutto quello
che aveva da dire, non dicendolo e basta, ma facendo notare come sia difficile comunicare,
soprattutto con sè stessi, tanto che sono stati necessari anni di sperimentazione, sia di stile del
comunicare, sia di contenuti, che hanno reso Pavese cosciente di sè stesso e del suo modo di vivere.
In questo libro, Pavese è riuscito a trasformare ogni cosa, ogni evento, ogni personaggio in mito e in
simbolo, che era poi l'obiettivo a cui egli tendeva. A questo punto Pavese, dopo essere riuscito ad
avere veramente uno stile, dopo averli consumati tutti adoperandoli, forse, ha chiuso anche la sua
capacità d'inventare ancora uno stile. Arrivato alla perfezione con La luna e i falò, l'esperienza si è
chiusa. Chissà, forse non sarebbe più stato in grado di mettere a punto nuovi stili. In questo senso
La luna e i falò, a mio parere, è l'opera conclusiva; non per il fatto che non abbia più scritto perché
è morto, ma proprio perché non aveva più niente da inventare. Se non fosse morto, sarebbe rimasto
un Pavese che sarebbe riuscito solo a concepire nuove edizioni di La luna e i falò. In pratica, se
non si fosse suicidato l'uomo Pavese, si sarebbe suicidato lo scrittore Pavese, in quanto avrebbe
avuto coscienza di essere al limite estremo, di aver detto cioè, tutto quello che aveva da dire.

Il 27 agosto 1950, in una camera d'albergo a Torino, Cesare Pavese si tolse la vita. Lasciò scritto a
penna sulla prima pagina de I dialoghi con Leucò:

"Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.".1

Con ciò egli ci lascia a questa vita che, a mio parere, va vissuta per quanto ridicola e senza senso
possa sembrare, ma lasciandoci rimanda a noi ciò che a lui era stato mandato da anni d'esperienza:
il riuscire a comunicare con gli altri. C'è da ricordare, inoltre, che Pavese, con le sue opere e le sue
pene è forse riuscito a farci comprendere come nel mondo, così visse la solitudine.

Note al testo:

1 OGGI, Trent'anni della nostra vita, Milano 1977, ed. Rizzoli, pag. 22