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TORQUATO TASSO: IL POETA

TORMENTATO
Torquato Tasso, personalità inquieta nella storia della letteratura italiana,
viene collocato nel periodo di transizione tra la fine del Rinascimento e l’inizio
del Barocco (500-600). Ci troviamo nella fase di stallo tra la Riforma della
Chiesa Cristiana e la Controriforma Luterana, dove molte sono le tensioni
scaturite dal Papa con la vendita delle indulgenze e delle cariche ecclesiastiche.
Si cercava quindi di rendere la religione Cristiana pura come in origine. Proprio
come Petrarca, Tasso sente di essere diverso da altri poeti suoi contemporanei,
siccome ricerca un’ideale non ancora contemplato nel suo secolo di
riferimento. Impaurito dal maestoso potere della chiesa Riformista, inizia a
soffrire di manie di persecuzione, che lo portano ad avere visioni e a tentare
omicidi. Due furono gli avvenimenti che caratterizzarono questa fase di
instabilità psichica, nel primo, scagliò un coltello contro un servo, perché
riteneva di essere spiato, mentre, nel secondo, si presentò sotto mentite
spoglie a casa della sorella a Sorrento, annunciandole la propria morte per
mettere alla prova il suo amore. La sublimazione delle istanze psicologiche del
poeta trovano pienamente sfogo nell’Epistolario, opera personale e sincera,
nella quale riecheggiano i temi della vita tormentata e conflittuale, ambientati
nella Corte Ferrarese degli Este. Il Tasso esprime a pieno la sofferenza fisica,
cercando spesso gli appoggi, anche se mancanti dell’ambiente cortigiano. Il
dolore emerge specialmente nelle lettere composte all’interno dell’ospedale S.
Anna, dove appaiono, insieme ai turbamenti di una mente malata e
tormentata da incubi, le lettere riguardanti una delle tante revisioni della sua
opera maxima: La Gerusalemme Liberata. Proprio sfogliando la Gerusalemme
Liberta riesce ad emergere a pieno l’essenza e l’animo maniacale e
perfezionista del poeta. L’idea di comporre un poema epico venne a Tasso
all’età di soli 15 anni, scrivendo Il Gierusalemme, un poemetto su ispirazione
dell’Amadigi (opera massima del padre), nel quale veniva trattato il tema
dell’arrivo dei crociati nella città lagunare di Venezia, lasciandolo però
interrotto. Il poema che conosciamo oggi, la versione del 1581, è ben diverso
dall’edizione del 1584, poiché è senza censura. Il tema centrale, quello epico-
religioso e si ramifica attorno alle imprese belliche del cavaliere cristiano
Goffredo di Buglione. L’eroe centrale è Goffredo, ma intorno a lui si
dispongono una schiera di paladini (personaggi secondari) che hanno il ruolo di
incorniciare ed esaltare le sue imprese. Tasso, con la poetica aristotelica,
riforma la scrittura, mettendo a punto un metodo “scientifico” dell’arte
letteraria. La nuova riformazione, quindi si distacca dal modello Ariostesco,
dove vari filoni si intrecciano tra di loro (“entrelacement”), mantenendo, però,
una forma letteraria sublime e colta, utilizzando le regole di Bembo. Tasso
afferma che la storiografia è tratta dal vero, ovvero ciò che è veramente
accaduto, mentre la poesia tratta del verosimile, ciò che sarebbe dovuto
avvenire. Il poeta si affida, per scrivere l’opera, ad ambi due i concetti, ossia
racconta i fatti utopicamente (l’uso della magia) rimanendo però su un
fondamento storico (le crociate). Tasso, successivamente, affronta l’argomento
del diletto e del giovamento. Per lui, la poesia non può prescindere dal diletto.
Un diletto può essere anche indirizzato al giovamento, poiché egli riteneva che
alla poetica spettava l’edone, anche se trattava argomenti intricati. Il diletto
inoltre, doveva essere rafforzato dal meraviglioso cristiano, ovvero Dio, angeli
e figure infernali, che dovevano apparire verosimili in quanto appartenenti alla
verità della fede. Ad ispirare Tasso furono varie opere: gli immancabili e
secolari poemi epici classici, come Iliade, Odissea e Eneide, che narrano le
imprese belliche delle civiltà antiche, ma anche i più moderni Boiardo e
Ariosto, con l’Orlando Innamorato e l’Orlando Furioso. L’intento è di tipo
pedagogico, siccome lo scrittore vuole celebrare la maestà e la grandezza del
potere ecclesiastico durante il periodo della controriforma. La magia è una
chiave di volta, siccome Il poema risente inevitabilmente del richiamo
magnetico dell’edonismo rinascimentale e del fascino sinistro del mondo
magico-demoniaco. La magia, quindi, è lo strumento degli avversari pagani,
contrapposto al miracolo divino cristiano. Non si discosta un vero e proprio
sentimento di religiosità, seppur l’opera è basata interamente su questo tema.
La religiosità di Tasso è ambigua, siccome presenta una di facciata e una
interiore: la prima è quasi “costretta” (per il clima di paura) ed è prevalente
sulla seconda che risulta, invece, più intima e meno esplicita. Proprio questo
doppio comportamento ambivalente prende il nome di bifrontismo spirituale.
Nel poema si riscontra un triplice scontro su tre piani differenti: il cielo contro
l’inferno, cristiani contro pagani e Goffredo contro i “compagni erranti”. Tali
sfaccettature convogliano in un unico filone: Goffredo. Lo stile alto, sublime e a
tratti ironico, si contrappone una lirica dotata di morbide cadenze musicali. La
composizione è in endecasillabi con frequenti enjambements. Nella
Gerusalemme Liberata, vengono tratte le vicende dell'ultimo anno della prima
Crociata del 1096-1099, che portò all'assedio e alla conquista del Santo
Sepolcro tramite la crociata guidata da Goffredo di Buglione. Le forze infernali

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tentano, senza successo, di ostacolare l'assedio spargendo discordie nel campo
cristiano e distogliendo i Crociati dal loro dovere con tentazioni di vario tipo,
anche se alla fine, Goffredo saprà riportare i suoi "compagni erranti" sulla retta
via e assicurare il buon esito della guerra con la vittoria finale. Lasciando
incompiuto il progetto del Gierusalemme, Tasso si inizia a cimentare nel
romanzo cavalleresco, stendendo il Rinaldo, prendendo ispirazione
dall’Amadigi, poema scritto dal padre. Il Rinaldo rappresenta in dodici canti le
imprese, di armi e amori, del paladino carolingio Rinaldo. Tasso si rispecchia
totalmente nell’eroe, soprattutto per il sogno di gloria e di amore nel luogo
della corte. Come nella Gerusalemme, l’autore prende ispirazione dalle opere
scritte dai grandi antichi e moderni, come Virgilio, Omero, Ariosto e Bembo. Lo
stile è totalmente autoritario e formale e i temi trattati sono quelli della morte,
della languida passione amorosa, delle armi e dei paesaggi idilliaci. Una
costante delle opere di Tasso è la corte, ossessione per lui più grande. Anche
nelle rime è presente questo tema, specialmente in quelle d’amore, che
trattano del suo sentimento verso la Duchessa Eleonora d’Este (figlia di Alfonso
d’Este e Lucrezia Borgia) e verso Laura Peperara. Questo tipo di lirica apre la
strada a Marino e alla lirica Barocca. La lingua di fondo Petrarchesco e l’uso di
metafore, danno vita a una saliente e intensa sensualità. I temi trattati sono
quelli dell’amore e delle figure femminili che diventano un tutt’uno con la
natura. Altra categoria è quella della Lirica Encomiastica, che si ispira a quella
classica composta da Pindaro e Orazio. Il tono si fa più elevato, sostenuto e
maestoso, dedicandosi ancor di più sui temi del fascino del potere regale e sul
pensiero della morte. Ultimo blocco di rime, infine, è quello dedicato alla Lirica
Sacra, nel quale la poesia oscilla tra un’ornamentazione lussuosa e la
riflessione sulla vanità delle umane possibilità (umane posse). Anche qui
vengono trattati molteplici temi come il peccato e la ricerca di consolazione
nella chiesa. Specialmente in questo ultimo gruppo riusciamo a comprendere
alcuni passaggi fondamentali della vita del poeta. La produzione drammatica
del Tasso si dispone in due gruppi: Il Dramma Pastorale, L’Aminta, e la
tragedia, Il Re Torrismondo. L’Aminta è una “fabula pastorale”, genere a metà
tra la tragedia e la commedia, scritta da Tasso. Composta nel 1573, su
ispirazione dei poeti classici come Teocrito e Virgilio, racconta la storia di un
rapporto d’amore difficile. Il pastore Aminta ama smisuratamente la ninfa
Silvia, che purtroppo non ricambia lo stesso sentimento. Dafne, un’amica di
Silvia, suggerisce ad Aminta di recarsi ad una fonte dove Silvia è solita bagnarsi.
Nel mentre, un satiro sorprende Silvia e tenta di abusare di lei. Aminta, giunto

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in tempo, libera la ninfa impaurendola e facendola fuggire nel bosco. Proprio in
questo luogo, viene ritrovato un velo della fanciulla macchiato di sangue,
facendo credere a tutti che Silvia fosse morta. Aminta in preda al panico e alla
disperazione si getta da un dirupo. In realtà Silvia è viva e apprendendo la
notizia della morte di Aminta, in preda al rimorso del gesto compiuto, lo cerca.
Trova il corpo stramazzato a terra e, d’un tratto, nota che con il suo pianto,
Aminta riprende i sensi. La vicenda si chiude con il matrimonio dei due. Il Re
Torrismondo è l’unica tragedia scritta da Tasso durante gli anni ferraresi. Una
prima edizione portava il nome di Galeato Re di Norvegia, questa purtroppo
non venne terminata causa ricovero al S. Anna. Il tema trattato è quello
dell’incesto. Dopo la dimissione dal S.Anna, scrisse una nuova tragedia sulla
base della vecchia, Il Re Torrismondo, cambiandone il nome dei personaggi e
dandole un nuovo titolo. Torrismondo, principe dei Goti, chiede in moglie la
figlia del re di Norvegia, Alvida, con l’intento di cederla poi al suo amico
Germondo, che ne è innamorato; una volta ottenutala, però, durante il viaggio
di ritorno in Gotia se ne innamora a sua volta e ne viene ricambiato. Ma
quando viene a sapere che Alvida è in realtà sua sorella, cerca di allontanarla
da sé: allora, disperata, Alvida si uccide, e si uccide anche Torrismondo. Tasso
dopo una vita tormentata, si congeda a Roma, nel convento di Sant’Onofrio sul
Gianicolo, ove vi mori nel 1595.

Marco Saverio Cofone IV B LSA

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