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Ripasso del tempo dei verbi (Indicativo)

Quando facciamo un’analisi di una forma verbale, sempre 5 indicazioni, dalla forma, desinenza e poi
aumento, noi sappiamo dalla forma 3° persona, singolare, aoristo, indicativo, attivo ελυσα.

I nomi dei tempi, perché indicano qualcosa, presente, futuro, solo questi due dicono qualcosa del tempo,
presente e futuro, altrimenti no, i nomi non indicano niente, forniscono altre informazioni, aoristo, tempo
inqualificato, e poi imperfetto, non finito, non completo, invece, perfetto, finito, completo, e poi
piuccheperfetto. Se riuscite a ricordare qualcosa di questa lezione.

Il tempo indica essenzialmente non quando è successa l’azione ma COME, indica quello che esprime,
quello che chiamiamo l’aspetto dell’azione, l’aspetto nel quale l’azione è vista, come è vista da chi parla,
quell’azione vista come una cosa in progressione, come un’azione ripetuta, come un’azione semplice
puntuale, come un’azione completa. QUELLO è IL SIGNIFICATO DEL TEMPO, COME VEDE L’AZIONE CHI
PARLA, L’ASPETTO DELL’AZIONE, QUELLO è IL SIGNIFICATO DEL TEMPO.

Nell’indicativo soltanto l’aspetto del verbo indica quando succede l’azione, ma essenzialmente nel primo
grado il tempo indica l’aspetto dell’azione.

Un’altra cosa introduttiva, un’altra distinzione importante.

Riguardo l’aspetto ci sono 3 possibilità: 1) puntuale, per un’occorrenza semplice, fattuale e poi in un
eventuale contesto, quell’aspetto può avere anche un’altra sfumatura, può essere anche un aspetto
ingressivo quando il verbo esprime non tanto un’azione ma uno stato, una condizione, l’aspetto del verbo
può essere per entrare in questo stato, quella è una possibilità, ma dipende dal contesto; un’altra
possibilità quando cade sull’effetto raggiunto (effettivo), quando una serie di azioni è vista in maniera
complessivo, come un intero, a prescindere dalla durata. 2) durativa, C’è un’azione in progressione o
ripetuta, quello è diverso, e quali tempi indicano un’azione progressiva? Imperfetto e presente; infine,
un’altra possibilità un aspetto perfettivo, un’azione completa, perfetta, che risulta in una condizione che
dura, quello è praticamente, per il perfetto, per indicare uno stato una condizione, adesso al presente che
risulta da un’azione nel passato, ma si parla di una condizione al presente, ma come un risultato da ciò che
è successo nel passato, quell’azione è completa, e risulta in una condizione nel presente. Questi sono i 3
aspetti possibili di un’azione.

Serve una distinzione tra tempo assoluto e tempo relativo. Il tempo assoluto è soltanto quando il verbo è
all’indicativo, soltanto, perché assoluto? Perché quel tempo è il tempo dell’azione in riferimento o non in
riferimento a qualsiasi cosa nella frase. Il punto di riferimento è fuori, è il momento in cui parla o scrive, per
quello è tempo assoluto. Per esempio: “il ragazzo entra nel biblico” il punto di riferimento è il momento in
cui io dico questo al presente, ma se io dico, “ieri il ragazzo è entrato nel biblico” dal punto di vista da
quando io parlo: “domani il ragazzo entrerà” il futuro dal mio punto di vista. Presente futuro e passato.

Invece, c’è anche un tempo relativo, per le forme del verbo fuori dell’indicativo, per l’infinito, il participio, il
congiuntivo, ottativo, imperativo. Questi sono in questo caso il verbo non è quello principale della frase, ma
riferisce a un’azione subordinata nella frase, in questo caso, il tempo del verbo indica il tempo dell’azione in
riferimento al verbo principale. Il tempo dell’infinito, del participio, denota un’azione che è simultanea,
precedente o successiva al verbo principale. Un infinito al presente indica un’azione simultanea, all’aoristo,
indica un’azione precedente, e quello al futuro un’azione successiva, ma il punto di riferimento è dentro la
frase, è il verbo principale. Se il verbo principale è al presente il tempo assoluto dell’azione principale è al
presente allora un infinito nella stessa frase esprime un’azione subordinata con un tempo relativo a quello.
Simultanea al presente è l’infinito presente, precedente al presente è passato (aoristo), successiva al
presente è futuro. Se invece il verbo principale è al passato, allora simultanea nel passato è passato, e
successiva al momento del passato è passato, e precedente è ancora prima nel passato. Il punto di
riferimento è il verbo principale. Un esempio τοθτο αληθεις εστιν, tutto si rivolge al presente, invece εφη
τοθτο αληθες ειναι (egli disse che tutto era vero), l’infinito è al presente indica simultaneità al verbo
principale, cioè al passato, “egli disse che questo era vero”.

Tempi al modo indicativo: tempo presente

Di solito 95% aspetto progressivo o ripetitivo al presente, eppure, c’è anche un’eventuale sfumatura, un
uso particolare quando si usa il presente per esprimere una cosa nel passato, e questo si chiama presente
storico, si usa in una narrazione viva in cui il narratore si presenta come testimone oculare, per rendere la
narrazione più viva, e questo lo facciamo anche noi. Τη επαθριον βλεπει τον Ιησοθν ερχομενον προς αθτον
και λεγει.. è una tecnica narrativa. Si usa il presente per un’azione nel passato.

Si può usare il presente per indicare un’azione nel futuro, presente futuristico, in un’asserzione fiduciosa,
quando si parla di una cosa che sicuramente succederà, forse sotto l’influenza dell’aramaico.
Ordinariamente alcuni indicatori temporali del futuro ci sono nella frase: και υμεις γινεσθε ετοιμοι, οτι η
ωρα ου δοκειτε ο υιος του ανθρωπου ερχεται cioè avverrà sicuramente, implica la prontezza per il futuro,
ma sì verrà nel momento che non pensate.

Tempo futuro

Il futuro è venuto dopo, è stato aggiunto dopo, non indica l’aspetto perché non è ancora successo, è solo
un’eventualità nel futuro è sempre un po’ vago, ma c’è anche un uso modale nel futuro, al posto di un
verbo per un’espressione volitiva, di un’intenzione, liberazione, domanda, anche al posto dell’imperativo,
imitando quello dell’ebraico, un futuro categorico. Ad esempio, quello è il momento dell’arresto di Gesù
ιδοντες δε οιο περι αθτον το εσομενον ειπαν. Κυριε, ει παταξομεν εν μαχαιρη, ma di solito si userebbe il
congiuntivo, qui abbiamo un futuro al posto di un congiuntivo, e poi questo è più chiaro: ηκουσατε οτι
ερρεθη, Αηαπησεις τον πλησιον σου, και μισησει τον εχθρον σου. Εγω δε λεγω υμιν, Αγαπατε τους
εχθρους υμων και προσευχεσθε υπερ των διωκοντων, tu lo farai, è un futuro categorico.

Tempo imperfetto

Per un’azione nel passato per un fatto storico, visto in progressione, o come ripetuta azione, questo è un
bell’esempio, al momento della moltiplicazione di pani: “Gesù avendo preso (participio aoristo) i 5 pani e i
due pesci, avendo αναβλεψα avendo alzato gli occhi al cielo benedisse (aoristo) poi κατεκλασεν azione
semplice, e poi εδιδου li dava ai discepoli affinché loro li distribuissero” dov’è il miracolo, quando succede
questa moltiplicazione, nel dare, “dava” “stava dando”. Quella è la distinzione, ha implicazione esegetica
quell’imperfetto, i primi tempi sono all’aoristo ma εδιδου è all’imperfetto. Le altre azioni sono puntuali,
sono azioni viste come momenti discreti, azioni semplici, ma quello di “dare” attira l’attenzione perché è
un’azione progressiva, di solito è il contrario nella narrazione, i verbi all’imperfetto indicano le circostanze e
l’azione principale è all’aoristo, perché quello è proprio alla fine l’uso dell’imperfetto, qui invece, è
all’incontrario, secondo lui per indicare, si tratta di una moltiplicazione, una progressione un’azione
continuata.

Specialmente con i verbi di “chiedere” e “ordinare”, perché non è perfetto senza la risposta o l’obbedienza:
ος ιδων Πετρον και Ιωαννην μελλοντας εισιεναι εις το ιερον, ηρωτα (imperfetto) ελεημοσυνην.

L’imperfetto anche con verbi che denotano qualche cosa che è fallita, ad esempio nel momento della
crocifissione: “davano da bere a Lui un vino misto και εδιδουν αθτω πιειν εσμυρνισμενον οινον. Ο δε ουκ
ελαβεν” davano nel senso di cercare di dare. Spesso per descrivere azioni in progressione quando un’altra
azione ha avuto luogo, e quell’altra azione è quella principale, è al centro della narrazione, le altre sono solo
circostanze: αναφαντες δε την Κυπρον, και καταλιποντες αυτηεν ευρωμεν...

Tempo aoristo
Per un azione semplice “benedisse, spezzò e dava”. Ma ci sono altre sfumature.

Può essere aspetto ingressivo, quando il verbo esprime, non un’azione ma uno stato, una condizione,
quando quel verbo indica l’entrare nello stato ad esempio: γινωσκετε γαρ τηεν χαριν του κυριου ημων
Ιησου χριστου, οτι δι υμας επτωχεθσεν, πλουσιος ων, ινα υμεις τη εκεινου πτωχεια πλουτησητε Gesù pur
essendo ricco si è fatto povero per voi, affinché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà. Questo è
l’aoristo nell’aspetto ingressivo.

Un altro aoristo complessivo, quando si parla di una serie di azioni nel tempo, non un’azione semplice, ma
una serie di azioni, si usa l’aoristo quando questo è visto come un insieme, è visto globalmente, allora
aspetto complessivo:

Ειπον ουν οι Ιουδαιοι, Τεσσαρακοντα και εξ ετεσιν ψκοδομηθη ο ναος

E poi c’è un aoristo gnomico, per esprimere un proverbio: “a che cosa il Regno di Dio è paragonabile a un
uomo che va a seminare, ma c’è l’aoristo perché è un principio, un proverbio.

Perfetto e piuccheperfetto

Perfetto è per una condizione al presente che risulta da un’azione nel passato, invece piuccheperfetto,
un’azione o una condizione nel passato risultato da un’azione nel più passato.