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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi

03/01/2008
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Cerchiamo l'uomo per trovare Dio


Epifania del Signore Nato Ges a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, alcuni Magi
giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: Dov' il re dei Giudei che nato?
Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo. (...) Ed ecco la stella, che
avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finch giunse e si ferm sopra il luogo dove si
trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella
casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro
scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da
Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese. A Natale Dio che cerca l'uomo.
All'Epifania, l'uomo che cerca Dio. Ed tutto un germinare di segni: come segno Maria
ha un angelo, Giuseppe un sogno, i pastori un Bambino nella mangiatoia, ai Magi basta
una stella, a noi bastano i Magi. Perfino Erode ha il segno: dei viaggiatori che giungono
dall'Oriente, culla della luce, a cercare un altro re. Perch un segno c' sempre, per tutti,
anche oggi. Spesso si tratta di piccoli segni, sommessi; pi spesso ancora si tratta di
persone che sono epifanie di bont, incarnazioni viventi di Vangelo, che hanno occhi e
parole come stelle. L'uomo la stella: percorri l'uomo e troverai Dio (sant'Agostino).
Perch Dio non il Dio dei libri, ma della carne in cui disceso. Come possiamo diventare
anche noi lettori di segni, e non scribi sotto un cielo vuoto? I. Il primo passo lo indica Isaia:
Alza il capo e guarda!. La vita estasi, uscire da s, guardare in alto; uscire dal piccolo
perimetro del sangue verso il grande giro delle stelle, dalle mille sbarre dietro cui si
rinchiude e si illude il Narciso che in me, verso l'Altro. Aprire le finestre di casa ai grandi
venti. II. Mettersi in strada dietro una stella che cammina. Per trovare Cristo occorre
andare, indagare, sciogliere le vele, viaggiare con l'intelligenza e con il cuore. Cercare gi
un po' trovare, ma trovare Cristo vuol dire cercarlo ancora. Andando di inizio in inizio,
per inizi sempre nuovi (Gregorio di Nissa). Andando per insieme, come i magi: piccola
comunit, solitudine gi vinta; come loro fissando al tempo stesso gli abissi del cielo e gli
occhi delle creature. III. Non temere gli errori. Occorre l'infinita pazienza di ricominciare,
e di interrogare di nuovo la Parola e la stella, non come fa uno scriba, ma come fa un
bambino. Come guarda un bambino? Con uno sguardo semplice e affettuoso. IV. Adorare e
donare. Il dono pi prezioso che i Magi possono offrire il loro stesso viaggio, lungo quasi
due anni; il dono pi grande il loro lungo desiderio. Dio desidera che abbiamo desiderio
di lui. Per un'altra strada ritornarono al loro paese. Anche il ritorno a casa strada nuova,
perch l'incontro ormai ti ha fatto nuovo: Cercatore verace di Dio solo chi inciampa su
una stella, scambia incenso ed oro con un ridente cuore di bimbo e, tentando strade nuove,
si smarrisce nel pulviscolo magico del deserto" (D.M.Montagna). (Letture: Isaia 60,1-6;
Salmo 71; Efesini 3,2-3a.5-6; Matteo 2,1-12)
riproduzione riservataIl Vangelo A cura di Ermes Ronchi
10/01/2008
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Dio la terra promessa dell'uomo
Battesimo del Signore Anno A In quel tempo Ges dalla Galilea and al Giordano da
Giovanni per farsi battezzare da lui. Giovanni per voleva impedirglielo, dicendo: Io ho
bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?. Ma Ges gli disse: Lascia fare per
ora, poich conviene che cos adempiamo ogni giustizia. Allora egli lo lasci fare. Appena

battezzato, Ges usc dall'acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio
scendere come una colomba e venire su di lui. Ed una voce dal cielo disse: Questi il
Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ges ricomincia dal Giordano,
quasi portasse a compimento un esodo: l'esodo di Dio, il lungo viaggio di Dio in cerca
della sua terra promessa che l'uomo: terra arida e dura, terra di spine eppure promessa. Il
Battesimo fatto di acqua, di voce, di Spirito. L'acqua del fiume come un solco di vita
arato dentro il deserto arido, perenne frontiera alla terra promessa. Ges si immerge nel
fiume per me, non per s; entra nell'acqua, dove l'uomo nasce ma non pu vivere, dove
Giovanni fa rinascere con la conversione, come una promessa di vita nuova: con me
vivrai solo inizi, uscirai dal deserto, entrerai nella buona terra. La terra promessa
dell'uomo, la sua patria Dio. Ges usc dall'acqua, lo Spirito scese come colomba, e
venne una voce. In un solo versetto, come in una miniatura, il Vangelo delinea la Trinit:
un Padre che voce, un Figlio che volto, uno Spirito che legame. La voce del Padre
parla due sole volte nel Vangelo, al Battesimo e alla Trasfigurazione, unisce il fiume
d'acqua e il monte di luce, rivelando la sua identit e la missione di Cristo e dell'uomo.
Figlio la prima parola. E subito Dio si offre come Padre, come disarmato amore: Egli
non mai tanto se stesso come quando, amoroso, d vita: non cercatemi l dove sono, ma
dove amo e sono amato (Jacques Maritain). Figlio: termine carico di pathos, vertice del
desiderio: di tutte le piste che puoi percorrere sulla terra, la pi importante quella che
conduce all'essere umano. Amato la seconda parola, sigillo della nostra identit. Il mio
nome amato per sempre. Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me. Dio
ama me come ha amato Ges, con quella intensit, con la medesima emozione, con
l'identica speranza. E con in pi tutte le delusioni di cui io sono causa; io, amore e dolore di
Dio. Mio compiacimento la terza parola. Termine bellissimo che dice gioia, esultanza,
offre l'immagine di un Dio che trova felicit. Ma quale gioia pu venire al Padre, quale
emozione gli pu regalare questa canna sempre sul punto di rompersi, questo stoppino
dalla fiamma smorta che io sono? Solo un amore immotivato spiega queste parole. Il cielo
si aperto su Cristo, si apre su noi, cos come si aprono le braccia all'amico, all'amato, al
povero, sotto l'urgenza dell'amore di Dio, sotto l'impazienza di Adamo, sotto l'assedio dei
poveri, e nessuno lo richiuder pi. (Letture: Isaia 42,1-4.6-7; Salmo 28; Atti 10,34-38;
Matteo 3,13-17).
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
17/01/2008
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Il peccato scegliere la morte
II Domenica Tempo Ordinario Anno A In quel tempo, Giovanni, vedendo Ges venire
verso di lui, disse: Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli
colui del quale ho detto: "Dopo di me viene un uomo che avanti a me, perch era prima
di me". Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perch egli fosse
manifestato a Israele. Giovanni testimoni dicendo: Ho contemplato lo Spirito
discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma
proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi disse: "Colui sul quale vedrai
discendere e rimanere lo Spirito, lui che battezza nello Spirito Santo". E io ho visto e ho
testimoniato che questi il Figlio di Dio. Viene uno che era prima di me. Vedo, con gli
occhi di Giovanni, il venire infaticato di Dio. Viene verso di me, eternamente incamminato
lungo il fiume dei giorni, caricandosi di tutta la lontananza; viene negli occhi dei fratelli,
negli uccisi come agnelli, viene lungo quella linea di confine tra bene e male, tra morte e
vita, dove ancora si gioca il tuo destino e, in te, il destino del mondo. Ecco l'agnello di
Dio, colui che toglie il peccato del mondo. Non i peccati, ma il peccato; non toglie i

singoli comportamenti malati, ma guarisce " se lo accogli " la radice del cuore dove tutto
ha origine. Il peccato del mondo una parola enorme, in cui risuonano i passi della morte.
Il peccato scegliere la morte: io ti ho posto davanti la vita e la morte: scegli. Ma scegli
la vita! (Deut 30,19). questo il comando originario, fontale, sorgente di tutti i comandi.
Legge di Dio che l'uomo scelga. Dio un imperativo di libert. Legge di Dio che
l'uomo viva. Dio un imperativo di vita. Scegliere la vita il comandamento che riassume
in s tutti gli altri, l'asse primordiale attorno a cui ruotano gli imperativi divini. Ges
venuto come datore di vita, come incremento d'umano: buono ci che costituisce l'uomo
in umanit, male ci che lo distrugge in umanit. Ecco l'agnello di Dio equivale a dire:
Ecco colui che prende su di s la morte di tutti con la propria morte. Ecco la morte di Dio
perch non ci sia pi morte. Un abisso dal quale emerge la differenza cristiana: in tutte le
religioni gli di chiedono sacrifici, Ges sacrifica se stesso; in tutte le fedi gli di
pretendono offerte, nel Vangelo Ges porta in offerta la propria vita. Nel Vangelo il peccato
presente, e tuttavia assente; Ges ne parla solo per dirci: perdonato, tolto, o almeno
perdonabile, sempre. Come Lui, il cristiano non annuncia condanne, ma testimonia il
volto di Dio capace di dimenticarsi dietro una pecora smarrita, un bambino, un'adultera,
capace d'amare fino a morire, fino a risorgere. Il peccato non conoscere questo Dio,
l'ombra sul suo volto. Ges venuto a togliere il velo che celava e oscurava il volto di Dio.
Un Dio agnello! Non l'onnipotente, ma l'ultimo nato del gregge; non il giudice supremo,
ma il piccolo animale dei sacrifici. Peccare significa non accettare questa tenerezza e
umilt di Dio. (Letture: Isaia 49,3.5-6; Salmo 39; 1 Corinzi 1,1-3; Giovanni 1,29-34)
riproduzione riservata
l Vangelo A cura di Ermes Ronchi
24/01/2008
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Chiamati dallo sguardo creatore


III Domenica del Tempo Ordinario " Anno A Quando Ges seppe che Giovanni era stato
arrestato, si ritir nella Galilea, lasci Nzaret e and ad abitare a Cafrnao (...) Da allora
Ges cominci a predicare e a dire: Convertitevi, perch il regno dei cieli vicino.
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e
Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro:
Venite dietro a me, vi far pescatori di uomini. Ed essi subito lasciarono le reti e lo
seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedo, e Giovanni
suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedo loro padre, riparavano le loro reti, e li
chiam. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Ges percorreva
tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il Vangelo del Regno e
guarendo ogni sorta di malattie e di infermit nel popolo. Matteo incide oggi le due parole
generatrici del messaggio di Ges: regno e conversione. Il regno: qualcosa che di
Dio, ma che per gli uomini. Che viene con il fiorire della vita in tutte le sue forme
(Giovanni Vannucci). Il regno di Dio il mondo come Dio lo vuole, finalmente libero da
inganno e da violenza, pi bello di tutti i sogni, pi intenso di tutte le lacrime di chi visse e
mor nella notte per costruirlo. Conversione: pensare in altra luce. Ma c' di pi: l'animale
nasce una volta per tutte, l'uomo invece non mai nato del tutto, e deve affrontare la fatica
di generarsi di nuovo: gli uomini non finiscono mai di essere pronti (Rainer Maria Rilke).
Solo chi ha speranza si converte: la speranza fame di portare a compimento ci che
abbiamo dentro in forma germinale, fame di nascere. Di vivere nascendo, venendo a pi
luce. Ges cammina lungo il mare di Galilea e guarda. E in Simone vede la Roccia su cui

fonder la sua comunit. Guarda, e in Giovanni indovina il discepolo delle pi belle parole
d'amore. Un giorno guarder l'adultera e risveglier in lei la sposa, amante e fedele. In
Nicodemo ridester il coraggioso che oser presentarsi a Pilato a reclamare il corpo del
giustiziato. Lo sguardo di Ges uno sguardo creatore, profezia. Mi guarda, e nel mio
inverno vede grano che matura, una generosit che non sapevo, una melodia che non
udivo, fame di nascere. Poi dice: vieni dietro a me! Ges chiama i pescatori ed essi
scoprono che dentro di loro non ci sono solo le rotte del lago, o la strada di casa, ma
tracciata la mappa del cielo, del mondo, del cuore dell'uomo: ecco la conversione. Ti
seguir, Signore perch ti lasci dietro nient'altro che luce, perch mi interessa solo un Dio
che faccia fiorire l'umano. Ges annunciava il Vangelo del Regno e guariva ogni sorta di
malattie: lascia dietro di s guarigione e speranza. Riprende in mano le parti fragili e deboli
dell'uomo, le lavora, le fa rifiorire, le converte alla vita. Il regno raggiunge la totalit
dell'uomo. Annunciava e guariva: la parola e la cura. Ges si prende cura dei limiti
dell'uomo. E io andr dietro a lui, ascoltando la parola e prendendomi cura di chi soffre,
prendendomi cura anche della mia vita, delle mie parti deboli e malate. Dietro a lui, per
restituire vitalit alle parti di me che soffrono: prima strada verso l'identit dell'uomo.
(Letture: Isaia 8, 23b-9,3; Salmo 26; 1 Corinzi 1, 10-13.17; Matteo 4, 12-23)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
31/01/2008
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L'attenzione ai pi deboli
IV Domenica del Tempo Ordinario - Anno A In quel tempo, vedendo le folle, Ges sal sul
monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e
insegnava loro dicendo: Beati i poveri in spirito, perch di essi il regno dei cieli. Beati
quelli che sono nel pianto, perch saranno consolati. Beati i miti, perch avranno in eredit
la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perch saranno saziati. Beati i
misericordiosi, perch troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perch vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perch saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la
giustizia, perch di essi il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi
perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perch grande la vostra ricompensa nei cieli. un Vangelo che
ogni volta ci fa pensosi e ci lascia disarmati. Non c' prova o garanzia per queste
affermazioni, sono come una nuvola di canto che seduce e riaccende la nostalgia
prepotente di un mondo fatto di bont, di sincerit, di giustizia. Un tutt'altro modo di essere
uomini. Hanno, in qualche modo, conquistato la nostra fiducia: le sentiamo vere e
affidabili, difficili eppure amiche. Non sanciscono nuovi precetti, ma sono l'annuncio
gioioso che Dio regala vita a chi produce amore. Che se uno si fa carico della felicit di
qualcuno, il Padre si fa carico della sua felicit. Ci assicurano che il senso della vita , e
non pu che essere, una ricerca di felicit. Che i misteriosi legislatori del mondo sono i
giusti, che i tessitori segreti del meglio sono i poveri. Se accogli le beatitudini, la loro
logica ti cambia il cuore, sulla misura di quello di Dio. Che non imparziale, ha un debole
per i deboli, incomincia dalle periferie della storia, ha scelto ci che nel mondo povero e
malato per cambiare radicalmente il mondo, per fare una storia che avanzi non per le
vittorie della forza, ma per seminagioni di giustizia e raccolti di pace. Sono detti beati i
poveri, non la povert. Sono beati gli uomini, non le situazioni. Dio con i poveri contro la
povert. Beati quelli che sono nel pianto: Dio dalla parte di chi piange, ma non dalla

parte del dolore. la beatitudine pi paradossale: felice chi non felice. Ma non perch la
felicit si trovi nel piangere, ma perch accade una cosa nuova: In piedi, voi che piangete,
avanti: Dio cammina con voi, asciuga lacrime, fascia il cuore, apre futuro. Un angelo
misterioso annuncia a chiunque piange: Il Signore con te. Dio con te, nel riflesso pi
profondo delle tue lacrime, per moltiplicare il coraggio. Nella tempesta al tuo fianco,
forza della tua forza. Come per i discepoli, colti di notte dalla burrasca sul lago: lui l,
nella forza dei rematori che non si arrendono, nelle braccia salde del timoniere, negli occhi
della vedetta che scruta la riva e cerca l'aurora. Beati i misericordiosi: sono gli unici che
nel futuro troveranno ci che hanno gi, la misericordia. Essa qualcosa che si porta con
s per sempre, bagaglio per il viaggio eterno, equipaggiamento e sigillo d'eternit posto su
tutta la lunghezza del tempo. (Letture: Sofonia 2,3; 3,12-13; Salmo 145; 1 Corinzi 1,26-31;
Matteo 5,1-12a.)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
07/02/2008
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Vivere scegliere la Parola


I domenica di Quaresima Anno A In quel tempo, Ges fu condotto dallo Spirito nel
deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta
notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicin e gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, di'
che queste pietre diventino pane. Ma egli rispose: Sta scritto: "Non di solo pane vivr
l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio". Allora il diavolo lo port nella
citt santa, lo pose sul punto pi alto del tempio e gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, gttati
gi; sta scritto infatti: "Ai suoi angeli dar ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle
loro mani perch il tuo piede non inciampi in una pietra". Ges gli rispose: Sta scritto
anche: "Non metterai alla prova il Signore Dio tuo". Di nuovo il diavolo lo port sopra un
monte altissimo e gli mostr tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: Tutte
queste cose io ti dar se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai. Allora Ges gli rispose:
Vttene, satana! Sta scritto infatti: "Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai
culto". Allora il diavolo lo lasci, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
Ogni tentazione sempre una scelta tra due amori: Sempre sul ciglio dei due abissi / tu
devi camminare e non sapere / quale seduzione se del Nulla / o del Tutto ti abbatter
(David Maria Turoldo). Le tentazioni di Ges riassumono i grandi inganni della nostra vita,
e il primo quello di sostituire Dio con delle cose: d che queste pietre diventino pane,
questa tutta la vita, non c' altro!. Proclamare assolute le cose. Credere che tutto il
nostro futuro gi presente in un po' di pane. Pietre o pane? Ges esce da questa
alternativa, dove l'uomo sopravvive soltanto ma non vive, dilatando la fame del corpo
verso la fame del cuore: Non di solo pane vive l'uomo. Anzi di solo pane l'uomo
lentamente muore. Una offerta di pi vita la fede: il pane un bene inequivocabile,
buono, ma pi buona la parola. Il pane fa vivere, ma pi vita viene dalla Parola di Dio. Io
non sono solo mendicante di pane, ma mendicante di cielo, di giustizia e di bellezza, di
felicit e di amore per me e per gli altri. L'uomo vive di ci che viene dalla bocca di Dio.
Bellissima parola: l'uomo vive di Dio " per questo ne prova una segreta fame inappagata "
e di ci che viene dalla sua bocca. Dalla bocca di Dio venuta la luce, con la prima parola
della genesi; poi sono venuti il cosmo e tutte le creature; venuto il bacio con cui il
creatore ha alitato il suo alito di vita sull'informe polvere del suolo che era Adamo. Da
allora, per ogni figlio d'Adamo, respirare respirarLo. Dalla sua bocca venuto il Verbo e

il Vangelo. L'uomo vive di tutto ci, vive di Dio e di creature. Riceve vita dal pane ma
anche dall'abbraccio, dalla parola di Ges e dai sogni di una creatura che gli cammina a
fianco; l'uomo vive di profezia e di parole appena sussurrate. E posso dire, ognuno sa a chi
pu rivolgersi: di Dio e di te io vivo. Anche tu sei bocca di Dio, che respira il suo respiro.
Tu, sillaba della Parola. Ges ci mostra il metodo biblico per affrontare le tentazioni. Alla
parola dell'inganno oppone la parola di Dio. Anch'io sono chiamato a scegliere: vivere
scegliere. La luce per le mie scelte la trovo nel Vangelo, fonte di uomini liberi. La forza per
scegliere viene dalla forza dei miei ideali, nasce quando evangelizzo di nuovo me stesso,
ridicendomi amori e valori; viene dalla forza con cui il Forte mi ha preso il cuore. Cos mi
oppongo a ci che d morte: con la Parola che fa vivere. Letture: Genesi 2,7-9;3,1-7;
Salmo 50; Romani 5,12-19 (forma breve: Romani 5,12.17-19); Matteo 4,1-11.
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
14/02/2008
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Vivere la fatica di liberare la bellezza


II Domenica di Quaresima Anno A In quel tempo, Ges prese con s Pietro, Giacomo e
Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a
loro: il suo volto brill come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco
apparvero loro Mos ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a
Ges: Signore, bello per noi essere qui! Se vuoi, far qui tre capanne, una per te, una
per Mos e una per Elia. Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li copr
con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: Questi il Figlio mio, l'amato:
in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo. All'udire ci, i discepoli caddero con la
faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Ges si avvicin, li tocc e disse:
Alzatevi e non temete. Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Ges solo. Mentre
scendevano dal monte, Ges ordin loro: Non parlate a nessuno di questa visione, prima
che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti. Un fiore di luce nel nostro deserto
(Turoldo), cos appare il volto di Cristo sul Tabor. Il volto come la grafia del cuore, la sua
scrittura. Quel volto di sole ci assicura che a ogni figlio di Adamo stato dato non un cuore
d'ombra, ma un seme di luce, come nostro volto segreto. Adamo una luce custodita in un
guscio di fango: alternanza di tenebra e di luce, di ombra e di sole, di tentazione e di
trasfigurazione. In cammino per, come una linea ascendente, che avanza senza ritorni.
Ogni uomo abita la terra come un'icona ancora incompiuta, scritta come le icone
autentiche, su un fondo d'oro che la nostra somiglianza con Dio. Vivere altro non che la
fatica gioiosa di liberare la luce e la bellezza seminate, per grazia, in noi. Ges prende con
s Pietro, Giovanni e Giacomo, i primi chiamati, e li conduce su un alto monte, l dove la
terra s'innalza nella luce, dove il celeste si condensa nel candore della neve, nascita delle
acque che fecondano ogni vita. L appare un volto Totalmente Altro (K. Barth) affinch
anche il volto dell'uomo diventi tutt'altro da quello che . Il volto alto dell'uomo
comprensibile solo a partire da Ges. Ogni antropologia una cristologia incompiuta. Ogni
cristologia una antropologia che trascende se stessa in pienezza. bello che noi siamo
qui. Stare qui, davanti a questo volto, dove tutto converge: la legge, i profeti, il sole; l'unico
luogo dove possiamo vivere e sostare. Qui siamo di casa, altrove siamo sempre fuori posto;
altrove non bello, e possiamo solo camminare, non stare. Qui la nostra identit, la fine
del viaggio, di un esule il ritorno a casa. Trovare Cristo trovare senso e bellezza del
vivere. Ma come tutte le cose belle la visione non fu che la freccia di un attimo: una nube li

copr e venne una voce: Ascoltate lui. Il Padre prende la parola, ma per scomparire dietro la
parola di suo Figlio: ascoltate Lui. La fede biblica una religione non della visione, ma
dell'ascolto. Sali sul monte per vedere, e sei rimandato all'ascolto. Scendi dal monte, e ti
rimane nella memoria l'eco dell'ultima parola: Ascoltatelo. La visione del volto cede
all'ascolto del volto. Il mistero di Dio e il mistero dell'uomo sono ormai tutti dentro Ges.
Quel volto parla, e nell'ascolto di Ges, ascoltatore perfetto del Padre, anche noi
diventiamo, come lui, figli e volto del Padre. (Letture: Genesi 12,1-4a; Salmo 32; 2
Timoteo 1,8b-10; Matteo 17,1-9)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
21/02/2008
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Diventare sorgente, progetto di vita


III Domenica di Quaresima " Anno A In quel tempo, Ges giunse a una citt della Samara
chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era
un pozzo di Giacobbe. Ges dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era
circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Ges:
Dammi da bere. I suoi discepoli erano andati in citt a fare provvista di cibi. Allora la
donna samaritana gli dice: Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono
una donna samaritana? (...) Ges le risponde: Se tu conoscessi il dono di Dio e chi
colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua
viva. (...) Una brocca, un pozzo, una sorgente. Tre immagini d'acqua che si intrecciano
come un crescendo musicale, una spirale di vita che sale. Dammi da bere. Il Signore ha
sete d'acqua in quel mezzogiorno accaldato, ma soprattutto ha sete della nostra sete. Ha
sete che noi abbiamo sete di Lui. Ha desiderio del nostro desiderio, di questa povera brocca
che il nostro cuore assetato. Se tu conoscessi il dono di Dio!. Donna, non vivere solo
per i tuoi bisogni, fame, sete, amori, un po' di religione, perch quando avrai soddisfatto
questi tuoi bisogni fondamentali non avrai che un po' d'acqua in una brocca, presto finita,
sempre insufficiente. Non vivere senza mistero. Senza dono. Il dono di Dio un'acqua
viva che diventa sorgente di vita eterna. Non una brocca pi grande, non un pozzo pi
profondo, Ges dona alla samaritana di ricongiungersi alla sua sorgente. Una immagine
bellissima, con l'eternit che gi freme dentro quest'acqua, che tracima, che dilaga, che va,
che pi di ci che serve alla sete. La sorgente acqua per la sete degli altri. La sorgente
non possesso, fecondit. La donna che prendeva quanta acqua serviva alla sua sete,
diventa colei che dona. Capisce che non placher la sete bevendo a saziet, ma placando la
sete d'altri; che si illuminer illuminando altri, che ricever gioia donando gioia. Diventare
sorgente: bellissimo progetto per ogni cuore assetato di pi vita. Ricevimi, donami,
donandomi mi otterrai di nuovo: la donna abbandona la brocca e il pozzo, corre, chiama,
annuncia, testimonia: C' uno che dice tutto, che interroga il cuore! Nulla rivela il
mistero dell'uomo quanto il mistero dei suoi amori. Al segreto di una persona si accede
attraverso la rivelazione dell'amore. Passando proprio per il suo mistero di donna (hai
avuto cinque mariti...) Ges fa nascere nella samaritana il mistero di Dio. Al cui spazio si
accede per la porta del cuore. L si adora in Spirito e verit. Pregare non questione di
luoghi e citt santi, di monti o di templi: dovunque tu sei vero, ogni volta che sei vero, il
Signore con te. Come, in cuore, il canto di una sorgente. Ges colui che dice tutto di
me, che non mi chiude nei miei fallimenti, numerosi quanto gli uomini della samaritana,

ma indica futuro, affinch anch'io giunto al pozzo come mendicante d'acqua, me ne ritorni
come mendicante di cielo. (Letture: Esodo 17,3-7; Salmo 94; Romani 5,1-2. 5-8; Giovanni
4, 42-15)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
28/02/2008
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Occhi nuovi per superare il peccato


IV Domenica di Quaresima Anno A In quel tempo, Ges passando vide un uomo cieco
dalla nascita sput per terra, fece del fango con la saliva, spalm il fango sugli occhi del
cieco e gli disse: V a lavarti nella piscina di Siloe (che significa "Inviato"). Quegli
and, si lav e torn che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima,
poich era un mendicante, dicevano: Non egli quello che stava seduto a chiedere
l'elemosina?. Alcuni dicevano: lui; altri dicevano: No, ma gli assomiglia. Ed egli
diceva: Sono io!. Allora gli chiesero: Come dunque ti furono aperti gli occhi?. Egli
rispose: Quell'uomo che si chiama Ges ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi
ha detto: "Va' a Siloe e lavati!". Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la
vista. (...) Allora alcuni dei farisei dicevano: Quest'uomo non viene da Dio, perch non
osserva il sabato. Altri dicevano: Come pu un peccatore compiere tali prodigi?. E c'era
dissenso tra di loro. Allora dissero di nuovo al cieco: Tu che dici di lui (...)?. Egli
rispose: un profeta!. Dentro la luce del giorno cerchiamo tutti un'altra luce, come il
cieco dalla nascita che scopre progressivamente la verit di Ges: un profeta, il figlio
dell'Uomo, il Signore. Come lui, abbiamo bisogno di fede visibile e vigorosa, di fede che
sia pane, che sia visione nuova delle cose. Ges, dopo un gesto iniziale carico di simboli e
di tenerezza, scompare, lasciando la scena alla dialettica degli altri, tutti a difendersi, ad
attaccare, a parlare senza sosta e senza gioia. E nessuno che provi pena per gli occhi vuoti
del cieco; nessuno che si entusiasmi per i nuovi occhi illuminati. Ges non ci sta, non ha
nulla da spartire con un mondo fatto di parole e di teorie. Egli la compassione, non la
spiegazione. Esattamente ci che cerca la muta speranza del cieco: mani che lo tocchino, e
qualcuno che sugli occhi spenti metta qualcosa di proprio, come quella piccola liturgia di
mani, di fango, di saliva, di cura, che Ges celebra. Cerca partecipazione, non spiegazione.
Invece i farisei hanno edificato un mondo di parole e di sofismi, che non sa pi ascoltare la
vita. Come loro anch'io talvolta chiudo l'uomo vivente e dolente dentro la griglia della
teoria religiosa o della norma etica. un mondo cieco, dove coloro che si dicono sapienti
non sanno pi parlare alla speranza. Burocrati delle regole e analfabeti del cuore. Infatti
nelle parole dei farisei il termine pi ricorrente peccato: noi sappiamo che quest'uomo
un peccatore; sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?. Prima ancora i discepoli
avevano chiesto: chi ha peccato? Lui o i suoi genitori?. La loro una religione
immiserita a questioni di peccato. E il peccato innalzato a teoria che spiega il mondo e
interpreta la realt. E perfino l'agire di Dio. Ma il peccato non rivelatore, rende ciechi,
davanti all'uomo e davanti a Dio. E Ges capovolge immediatamente questa mentalit:
l'uomo non coincide con il suo peccato, ma il bene possibile. E non parler di peccato se
non per dire che perdonato; e per assicurare che Dio non spreca la sua eternit in castighi,
che non pu essere appiattito sul nostro moralismo. Egli compassione, futuro, approccio
ardente, mano viva che tocca il cuore e lo apre, porta luce e fa nascere. Egli vive per me e
dalle sue mani la vita fluisce per me, come fiume e come sole, gioiosa, inarrestabile,

eterna. (Letture: 1 Samuele 16,1b.4a.6-7.10-13a; Salmo 22; Efesini 5,8-14; Giovanni 9,141)
riproduzione riservata

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


06/03/2008
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Chi crede vive gi la risurrezione


V Domenica di Quaresima Anno A In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a
Ges: Signore, ecco, colui che tu ami malato. (...) Quando Ges arriv, trov Lazzaro
che gi da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come ud che veniva Ges, gli and
incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Ges: Signore, se tu fossi stato
qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a
Dio, Dio te la conceder. Ges le disse: Tuo fratello risorger. Gli rispose Marta: So
che risorger nella risurrezione dell'ultimo giorno. Ges le disse: Io sono la risurrezione
e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivr; chiunque vive e crede in me, non morir
in eterno. Credi questo?. Gli rispose: S, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio
di Dio, colui che viene nel mondo. Ges piange per il suo amico Lazzaro. Le lacrime
sono la ribellione di Ges, la stupenda arroganza dell'amico che si rifiuta di accettare la
morte dell'amico. Amore arrogante fino al grido: Vieni fuori! Ciascuno di noi Lazzaro,
amato e malato. Il pianto di Dio la nostra salvezza; l Dio dice se stesso: se amico un
nome di Dio, il mio nome amato per sempre. Chi dice Dio, dice risurrezione. Perch la
morte mette in gioco la credibilit stessa di Dio: deruba Dio dei suoi figli, lo spoglia dei
suoi tesori, riduce Dio in miseria, senza amori. Se questo per sempre, allora Dio non
pi Dio. solo un dio di morti. Ma un filo rosso attraversa tutta la Bibbia: Dio il Dio dei
vivi e non dei morti. Infatti Ges dice a Marta: Tuo fratello risorger. Ma una frase
consolatoria che Marta ha sentito tante volte in quei giorni, cui risponde con una punta di
delusione: So bene che risorger nell'ultimo giorno. Ma l'ultimo giorno cos lontano dal
mio desiderio e dal mio dolore. Allora Ges dice di pi, afferma: Io sono la risurrezione
e la vita. Prima la risurrezione, poi la vita. Non nell'ultimo giorno, bens ora. Risurrezione
un'esperienza che interessa il nostro presente e non solo il futuro. A risorgere sono
chiamati i vivi prima che i morti. Ges ci rivela che c' morte e morte, come c' vita e vita.
Come Lazzaro si addormentato, anch'io molte volte vivo una vita addormentata. C'
una vita morta, propria di chi, nella paura di perderla, si chiude nell'egoismo per trattenerla.
E c' una vita risorta: da morti che eravamo ci ha fatti rivivere con Cristo, con lui
risuscitati (Ef 2,5-6). Il vero risorto non Lazzaro, tornato alla vita mortale, ma le sorelle
di Betania e quanti credono in Ges, passati alla vita di Cristo. Noi sappiamo cosa la vita,
ne facciamo esperienza. Vita fatta di pane e di miracolo, fatta di argilla e di amore. Vita
respirare, ridere, amare, gioire, lottare con la morte, vincere, perdere, e l'infinita pazienza
di ricominciare. Ma poi c' la vita risorta, che la vita stessa di Cristo: per me vivere
Cristo (Fil 1,21). E come lui lasciarsi catturare dalla piet, saper piangere il pianto
dell'uomo, amare pace e giustizia, riempire la vita di quelle cose che durano oltre la morte,
riempirla di Dio. Allora anche se non parli mai di risurrezione, mostrerai con tutto te stesso
una vita risorta. (Letture: Ezechiele 37,12-14; Salmo 129; Romani 8,8-11; Giovanni 11,145)

riproduzione riservata

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


13/03/2008
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Da quel grido la nuova creazione


Domenica delle Palme e della Passione del Signore " Anno A Da mezzogiorno fino alle tre
del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. Verso le tre, Ges grid a gran voce: El, El,
lem sabactni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perch mi hai abbandonato?. Udendo
questo, alcuni dei presenti dicevano: Costui chiama Elia. E subito uno di loro corse a
prendere una spugna e, imbevutala di aceto, la fiss su una canna e cos gli dava da bere.
Gli altri dicevano: Lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo!. E Ges, emesso un alto
grido, spir. Ed ecco il velo del tempio si squarci in due da cima a fondo, la terra si
scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti
risuscitarono. (...) Il cuore del Vangelo il racconto di questo lungo dolore. La bella
notizia in realt narra una morte, il patire di un Dio appassionato. Su questo paradosso
Paolo centra tutto il suo annuncio: Io non voglio sapere niente altro che Cristo e questi
crocifisso. Solo inginocchiato davanti alla croce posso dire chi Dio. Voi chi dite che io
sia?. Tu sei un crocifisso amore. La croce l'abisso dove Dio si rivela l'amante. Sulla
croce il male raggiunge la sua massima intensit: riesce ad uccidere l'autore della vita.
Proprio in quell'evento Dio si esprime totalmente: in lui si precipita tutto il male del
mondo, quel male che si vince solo portandolo. E Dio d se stesso al male che lo
crocifigge, a noi che lo crocifiggiamo. Il sommo male tocca il fondo senza fondo
dell'abisso di Dio, che rivela la sua gloria: non salva se stesso, ma d la sua vita (S.Fausti).
Il nostro Dio differente, il Dio che entra nella tragedia cui inchiodata ogni sua
creatura, amore che si immerge nell'oscurit e nel grido della nostra morte, che vince
morendo. Perfino il sole di mezzogiorno sembra ribellarsi, la tenebra inghiotte la luce, la
creazione che ritorna al caos primordiale, a un in principio da cui Dio trae un mondo
nuovo. Il grido alto di Cristo che muore la voce potente del Verbo creatore, che richiama
il sole dal grembo della notte; il vagito possente e vittorioso dell'uomo che nasce. Quando
Ges muore, un'altra creazione si dischiude. Il Vangelo racconta che il sole, la terra, le
rocce, il tempio, i sepolcri, i morti e i vivi, tutto scosso e messo in discussione. Matteo sa
che l'ora che sommuove le profondit della storia e del cosmo questa. All'ora nona finiva
un mondo e ne nasceva un altro. Vertice della storia. Scendi dalla croce, gridavano. Ma
se scende, vince ancora la logica del vecchio mondo, chi ragiona in termini di potenza. Se
scende, solo un Signore onnipotente. Invece egli altro, un Amore onnipotente. Che
pu soltanto ci che l'amore pu. Solo il nostro Dio non scende dal legno. Si consegna alla
Notte, si abbandona all'Altro per gli altri. Rappresentandoci tutti nei nostri abbandoni, nelle
nostre notti, nelle desolazioni. Ogni nostro grido, ogni abbandono, pu sembrare una
sconfitta. Ma se gridato al Padre, ha il potere, senza che sappiamo come, di far tremare la
pietra di ogni nostro sepolcro. (Letture: Isaia 50,4-7; Salmo 21; Filippesi 2,6-11; Matteo
26,14-27,66)
riproduzione riservata

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


20/03/2008
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Quel pellegrinaggio verso la vita


Pasqua di Risurrezione del Signore - Anno A Nel giorno dopo il sabato, Maria di Mgdala
si rec al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata
ribaltata dal sepolcro. Corse allora e and da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che
Ges amava, e disse loro: Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove
l'hanno posto!. Usc allora Simon Pietro insieme all'altro discepolo, e si recarono al
sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse pi veloce di Pietro e
giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entr. Giunse
intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entr nel sepolcro e vide le bende per terra, e
il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un
luogo a parte. (...) Inizia l'immensa migrazione degli uomini verso la vita, pellegrinaggio
infinito che il Vangelo abbrevia nei gesti e nelle parole di Maria di Magdala, che esce di
casa quando ancora notte, quando ancora buio nel cuore. Ges apparve per primo a
Maria dalla quale aveva cacciato sette demoni. Quale statura ha intuito in lei? Che non ha
niente tra le mani, non porta aromi come le altre donne, non ha il vaso di nardo come l'altra
Maria, che ha soltanto una storia triste alle spalle, e un'attesa ardente? Mi conforta il fatto
che cos sono anch'io. Non ho nulla fra le mani da offrire al mio Signore, forse solo
qualche lacrima, delle storie tristi, peccati senza grandezza e senza dolore. Ma ora sento
che la mia povert non un ostacolo ma una risorsa per l'incontro; che la mia debolezza
non un impedimento ma una opportunit per incontrare il Signore della vita. Unica
condizione: patire la sua assenza. Come la sposa del Cantico che lungo la notte cerca
l'amato del suo cuore, cos Maria si ribella all'assenza di Ges: amare dire: tu non
morirai! (Gabriel Marcel). L'amore la prepara a intuire, forse il cuore gi ode un rotolo
profondo di pietre smosse. E vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. La pietra, sigillo
della morte definitiva, smossa, il sepolcro spalancato, vuoto e risplendente nel fresco
dell'alba. E fuori primavera. Qualcosa si muove in Maria: timore, ansia, un fremito,
un'urgenza che cambiano di colpo il ritmo del racconto. Corse allora" Pu correre ora
perch sta nascendo il giorno, deve correre perch il parto di un universo nuovo. Corre
perch l'amore ha fretta, non sopporta indugi. Corre da Pietro e dall'altro discepolo, e le sue
parole bruciano i tempi, anticipano la fede. Non dice: hanno portato via il corpo di Ges.
Ma: hanno portato via il Signore! Senza volerlo gi parla di Ges come del Signore e come
di un vivente. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse pi veloce di
Pietro. Corrono, e non per fede, forse confusamente germina un bisogno, un'antica
speranza, un'illogica ansia rimasta accesa, l'amore dato e ricevuto. Lasciarsi amare il
luogo della rivelazione di Dio! Infatti il discepolo dell'amore passivo, quello che Ges
amava, corre pi in fretta, arriva per primo alla fede, perch, secondo un detto medievale,
i giusti camminano, i sapienti corrono, ma gli innamorati volano. (Letture: Atti degli
Apostoli 10,34a.37-43; Salmo 117; Colossesi 3,1-4; Giovanni 20,1-9)
riproduzione riservata

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


27/03/2008

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La Pasqua senza la croce vuota


II Domenica di Pasqua Anno A La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre
erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne
Ges (...) e disse loro: Pace a voi!. Detto questo, mostr loro le mani e il fianco. E i
discepoli gioirono al vedere il Signore (...) Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Ddimo,
non era con loro quando venne Ges. Gli dicevano gli altri discepoli: Abbiamo visto il
Signore!. Ma egli disse loro: Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto
il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo.
Otto giorni dopo (...) c'era anche Tommaso. Venne Ges, a porte chiuse, stette in mezzo e
disse: Pace a voi!. Poi disse a Tommaso: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani;
tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!. Gli
rispose Tommaso: Mio Signore e mio Dio! Ges gli disse: "Perch mi hai veduto, tu hai
creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! (...) Se non vedo, se non
tocco, io non credo. Non crede Tommaso neppure a dieci apostoli: non viene da voi la
prova di cui ho bisogno. Io voglio sentire Cristo che tocca Lui la mia vita, Cristo che entra,
apre, solleva, e traccia strade. Non mi accontento di parole, ho bisogno di "sentire" Dio, di
un Dio sensibile, udibile, visibile; non di un racconto, ma di un avvenimento. Ho bisogno
che la sua vita scuota la mia vita, e sentire che per me, che mio. Ed ecco che Tommaso
non ricerca segni gloriosi o trionfalistici, ma vuole toccare le ferite vive e aperte della
passione, rivedere il corpo dato, il sangue versato: l condensata l'essenza della fede.
Finch non partecipi, finch non sei coinvolto nell'immenso gioco dell'amore e del dolore
di Dio, non puoi dire: io credo, Signore! Metti qui il tuo dito, tendi la tua mano!. Ges si
fa vicino, voce che non giudica ma incoraggia, e i segni dei chiodi sono a distanza di mano
e di cuore: il risorto il crocifisso. La Pasqua senza la croce vuota. La croce senza la
Pasqua cieca. Tommaso si arrende a un crocifisso amore che accondiscende alla sua
fatica di credere e consegna ancora il suo corpo; si arrende a quel foro nel fianco e neppure
si dice che lo abbia toccato. Si arrende all'amore che ha scritto il suo racconto sul corpo di
Ges con l'alfabeto delle ferite. Indelebile alfabeto, come l'amore. A ciascuno di noi Ges
ripete: guarda, stendi la mano, tocca le piaghe, ritorna ai giorni della croce; guarda a
fondo, fino alla vertigine, in quei fori; porta i tuoi dubbi al legno della croce, troveranno
risposta; non stancarti di ascoltare la passione di Dio. E Tommaso passa dall'incredulit
all'estasi: Mio Signore e mio Dio. Voglio custodire in me questo aggettivo, come una
riserva di coraggio per la mia fede: Mio. Piccola parola che cambia tutto, che non evoca
il Dio dei libri o degli altri, ma il Dio intrecciato con la mia vita, mia luce e mia ombra,
assenza e poi pi ardente presenza. Tommaso come l'amata del Cantico dei Cantici dice:
Il mio amato per me e io sono per lui. Mio, non di possesso, ma di appartenenza. Mio,
in cui mi riconosco perch da lui sono riconosciuto. Mio, perch esiste per me, mia luce e
mio dolore. Mio come lo il cuore e, senza, non sarei. Mio come lo il respiro e, senza,
non vivrei. (Letture:Atti 2,42-47; Salmo 117; 1 Pietro 1,3-9; Giovanni 20,19-31)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
03/04/2008
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Cristo cammina con ogni uomo

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III Domenica di Pasqua Anno A (...) Due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio
di nome mmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme (...) Ed egli disse loro:
Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?.(...) Uno di
loro, di nome Clopa, gli rispose: Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ci che
vi accaduto in questi giorni? (...) Ci che riguarda Ges, il Nazareno, che fu profeta
potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le
nostre autorit lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso
(...) Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare
pi lontano. Ma essi insistettero: Resta con noi, perch si fa sera e il giorno ormai al
tramonto. Egli entr per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane,
recit la benedizione, lo spezz e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo
riconobbero (...) Undici chilometri da Gerusalemme: mmaus il simbolo della mia
distanza dalla fede e dalla croce. mmaus casa mia, quando sono tentato di tornare nel
mio piccolo angolo, via dalla comunione con gli altri, chiuso, ferito; finito il sogno in cui
tanto avevo sperato. Due ore di cammino fatto insieme: e Cristo gi si fa vicino, lo fa in
ogni esperienza d'amicizia. Due ore a parlare di lui, ed il secondo segno della sua
ardente presenza (Rilke). Non pi qui" hanno detto gli angeli. Egli per le strade del
mondo, rallenta i suoi passi al ritmo dei nostri, dentro la polvere delle nostre strade, quando
sulla mia fede scende la sera. Ogni strada del mondo porta a mmaus. Ges si avvicin e
camminava con loro. Il Signore ci raggiunge nella nostra vicenda quotidiana di viandanti.
E cambia il cuore, gli occhi e il cammino di ciascuno. Il primo miracolo cos dolce da
non accorgersene subito, cos necessario da entrare senza imporsi: mentre lo sconosciuto
spiega le Scritture, il cuore lento inizia a riempirsi di un calore nuovo. Che cosa fa
ardere il cuore? La scoperta racchiusa in una sola parola: la croce. La croce la gloria.
Non un incidente, ma la pienezza dell'amore. Parola che seminata nel cuore, lo cambia. E
cambia la comprensione dell'intera vita. Resta con noi, perch si fa sera. Egli rimase con
loro. Da allora Cristo entra sempre, se appena lo desidero. Il suo nome non solo io sono
colui che , ma diventa io sono colui che con te. La parola ha cambiato il cuore, il
pane cambia gli occhi dei discepoli: lo riconobbero allo spezzare del pane. Il segno di
riconoscimento di Ges, il suo stile unico, il suo corpo spezzato e dato, vita data per
nutrire la vita. Il cuore del Vangelo spezzare anch'io per mio fratello il mio pane, o il
tempo, o un vaso di profumo, e condividere con lui cammino, speranza e smarrimenti. La
parola e il pane insieme cambiano il cammino di ogni discepolo: partirono senza indugio e
fecero ritorno a Gerusalemme. Partire verso i fratelli, partire come se la notte non dovesse
venire pi, partire con il sole dentro. La fuga triste diventa corsa gioiosa: non c' pi notte,
n stanchezza, n distanza, il cuore acceso, gli occhi vedono. Non patiscono pi la strada,
la respirano, respirando Cristo, che in cammino con ogni uomo in cammino. (Letture:
Atti 2,14.22-33; Salmo 15;1 Pietro 1,17-21; Luca 24,13-35)
riproduzione riservata

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


10/04/2008
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Dio, pastore di libert e di futuro


IV Domenica di Pasqua Anno A In quel tempo, Ges disse: In verit, in verit io vi dico:
chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, un ladro e

un brigante. Chi invece entra dalla porta, pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le
pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce
fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo
seguono perch conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma
fuggiranno via da lui, perch non conoscono la voce degli estranei. Ges disse loro questa
similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Ges disse loro di
nuovo: In verit, in verit io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono
venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la
porta: se uno entra attraverso di me, sar salvato. Cristo, venuto dal Padre come
intenzione di bene, pastore di vita abbondante, venuto perch ciascuno sia nella vita datore
di vita, indicato da Giovanni con le seguenti caratteristiche: conosce le sue pecore e
chiama ciascuna per nome. Il Signore pronuncia il mio nome, pronuncia la mia verit, il
mio tutto; egli entra e conosce, capace cio di capire e accogliere le emozioni e i
sentimenti. Sulla sua bocca il mio nome dice intimit, e mi avvolge come un abbraccio. Mi
chiama con il nudo nome, senza evocare nessun ruolo, o autorit, o funzione, o attributo,
nel riconoscimento della mia umanit profonda, della mia pi pura umanit. Tanto pi sarai
vicino a Dio quanto pi sprofonderai nel tuo essere uomo. Senza aggettivi. E le conduce
fuori: non il Dio dei recinti, ma degli spazi aperti. pastore di libert, che non rinchiude
per paura, ma ha fiducia in ci che fuori, fiducia negli uomini, nei suoi, nel mondo.
Fiducia la prima condizione perch vita ci sia. Cammina davanti a esse. Non un pastore
di retroguardie, apre cammini e inventa strade, davanti e non alle spalle. Non un pastore
che pungola, incalza, rimprovera per farsi seguire, ma uno che precede: cammina attratto
dal futuro e non dai rimpianti, seduce con il suo andare, affascina con il suo esempio. E le
pecore ascoltano la sua voce. Lo riconoscono perch sono da lui riconosciute. Chi non
ascolta, chi sordo, rischia invece di restare nei vecchi recinti, nelle vecchie paure, in
greggi anonimi, in strade che sono non-strade. La parola assurdo ha la stessa radice di
sordo. Entra nell'assurdo chi sordo, chi non sa ascoltare. Esce dalla sordit e
dall'assurdo chi ascolta la voce, che prima ancora di ogni parola, che dice con la sua sola
vibrazione una relazione amorosa tra lui e me, un combaciare pi ampio della
comprensione. Io sono la porta. Non un muro chiuso, non uno steccato che divide, Cristo
passaggio, apertura, pasqua, breccia di luce, luogo attraverso cui vita entra e vita esce.
Cosa significa varcare quella soglia, varcare Cristo? cambiare rotta, indirizzare la prora
del cuore verso le cose che lui amava: futuro, libert, coraggio; dimenticarsi, dare tutto,
con tutto il cuore; essere pastore di vita del mio piccolo gregge; essere soglia aperta,
attraversata da molte vite. (Letture: Atti 2,14a. 36-41; Salmo 22; 1 Pietro 2,20b-25;
Giovanni 10,1-10)
riproduzione riservata

l Vangelo A cura di Ermes Ronchi


17/04/2008
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In Ges il cuore dell'uomo trova casa


V Domenica di Pasqua Anno A In quel tempo, Ges disse ai suoi discepoli: Non sia
turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del
Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: "Vado a prepararvi un posto"?
Quando sar andato e vi avr preparato un posto, verr di nuovo e vi prender con me,

perch dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via. Gli disse
Tommaso: Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?. Gli disse
Ges: Io sono la via, la verit e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.
Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete
veduto. Gli disse Filippo: Signore, mostraci il Padre e ci basta. Gli rispose Ges: Da
tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il
Padre. Come puoi tu dire: "Mostraci il Padre"? Non credi che io sono nel Padre e il Padre
in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me,
compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre in me. Se non altro,
credetelo per le opere stesse. In verit, in verit io vi dico: chi crede in me, anch'egli
compir le opere che io compio e ne compir di pi grandi di queste, perch io vado al
Padre. Nella casa del Padre ci sono molte dimore. La prima immagine che il Vangelo
disegna oggi quella di una casa. C' un luogo in principio a tutto, un luogo caldo,
familiare, che mi appartiene, una casa " non un tempio " il cui segreto basta a confortare il
cuore: Non sia turbato il vostro cuore. L abita qualcuno che non sa immaginarsi senza
di noi e ci vuole con s. L'amore conosce molti doveri, ma il primo quello di essere
insieme con l'amato. L'amore passione di unirsi con l'amato (Tommaso d'Aquino). Una
passione in grado di attraversare l'eternit. Dio stesso che dice ad ogni suo figlio: il mio
cuore a casa solo accanto al tuo. Signore, come ci si arriva? Io sono la via. La
Bibbia piena di strade, di vie, di sentieri, piena di futuro e di speranza: davanti all'uomo
non c' una non-strada, ma un ventaglio di strade. Ges specifica: la strada sono io. Non c'
allora un sentiero ma una persona da percorrere: seguire le sue orme, compiere i suoi gesti,
preferire le persone che lui preferiva, opporsi a ci cui lui si opponeva, rinnovare le sue
scelte. La sua strada conduce a un modo nuovo di custodire al terra e il cuore. Io sono la
verit. Il cristianesimo non una dottrina o un sistema di pensiero, ma una persona, e il
suo muoversi libero, regale, amorevole fra le cose. La verit ci che arde. Le mani e i
gesti di Ges che ardono in una vita inseparabile dall'amore, che mette l'uomo prima del
sabato, la persona prima della verit, che fa la verit con amore: la verit senza amore
una malattia della storia, una malattia della vita che ci fa tutti malati di intolleranza. Io
sono la vita. Io sono la sorgente, il viaggio e l'approdo della vita. Parole enormi, che
nessuna spiegazione pu esaurire o recintare. Parole davanti alle quali provo una vertigine:
il mistero dell'uomo si spiega solo con il mistero di Dio. La mia vita si capisce solo con la
vita di Cristo. Nella mia esistenza c' una equazione: pi Dio equivale a pi io; se Dio non
, io non sono. Pi Vangelo entra nella mia vita, pi io vivo. Fino ad affermare come Paolo:
per me vivere Cristo. Vita tutto ci che possiamo mettere sotto questa nome: futuro,
amore, casa, pane, festa, riposo, desiderio, pasqua. Per questo spirituale e reale coincidono,
fede e vita, sacro e realt hanno l'identica sorgente. (Letture: Atti 6,1-7; Salmo 32; 1 Pietro
2,4-9; Gv 14,1-12)

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


24/04/2008
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Se apriamo il nostro cuore a Ges


VI Domenica di Pasqua Anno A In quel tempo, Ges disse ai suoi discepoli: Se mi amate,
osserverete i miei comandamenti; e io pregher il Padre ed egli vi dar un altro Parclito
perch rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verit, che il mondo non pu ricevere

perch non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perch egli rimane presso di voi e
sar in voi. Non vi lascer orfani: verr da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedr
pi; voi invece mi vedrete, perch io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io
sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva,
questi colui che mi ama. Chi ama me sar amato dal Padre mio e anch'io lo amer e mi
manifester a lui. Se mi amate.... Ges chiede di dimorare in quel luogo da cui tutto ha
origine, da cui tutto parte, in cui tutto si decide e che tutte le religioni chiamano cuore.
Entra nel mio luogo pi importante e intimo, nel vero santuario della vita. Ma lo fa con
estrema delicatezza, perch tutto si tiene alla prima parola: se. Se mi amate. Un punto
di partenza cos umile, cos fragile, cos libero, cos fiducioso, cos paziente: se. Nessuna
minaccia, nessuna costrizione. Puoi accogliere o rifiutare, in piena libert. Se ti fai lettore
attento del Vangelo non potrai per sfuggire all'incantamento per Ges uomo libero, parola
liberante. Se mi amate osserverete. La vera molla che spinge a compiere in pienezza
un'opera l'amore. L'esperienza quotidiana lo conferma: se c' la scintilla dell'amore ogni
atto si carica di una vibrazione profonda, di un calore nuovo, conosce una incisivit
insospettata. Il Padre vi dar un altro Soccorritore e sar con voi" presso di voi" in voi.
In un crescendo mirabile Ges usa tutte le preposizioni che dicono comunione. Dio vive in
me, in me ha termine l'esodo di Dio. Se io penso al Signore non penso a qualcosa che ho
incontrato in un libro, fosse pure il Vangelo, ma ad una storia che continua fino al presente
e non ancora finita: la storia della comunione con una persona viva, la storia del suo
essere "in" me. Le parole decisive del brano di Giovanni sono: Voi in me e io in voi. Sosto
nella percezione di essere in Dio, immerso in Lui, tralcio nella madre vite, goccia nella
sorgente, raggio nel sole, respiro nell'aria vitale. Allora ti carichi di una linfa, di un'acqua,
di una fiamma che faranno della tua fede visione nuova, incantamento, fervore, poesia,
testimonianza viva. Non vi lascer orfani. Orfano parola legata all'esperienza della
morte e della separazione, ma Ges enfasi della nascita e della comunione. Altri
partiranno da altri presupposti, io riparto da Cristo e dal suo modo di liberare, di generare,
di porre luce e cuore su ci che nasce e mai su ci che muore: amare non morire. Lo
ripete anche oggi: Perch io vivo e voi vivrete. Piccola frase che rende conto della mia
speranza. Io appartengo a un Dio vivo e Lui a me. E queste parole mi fanno dolce e
fortissima compagnia: appartengo a un Dio vivo, amare non morire. (Letture: Atti degli
Apostoli 8,5-8.14-17; Salmo 65; 1 Pietro 3,15-18; Giovanni 14,15-21)
riproduzione riservata

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


01/05/2008
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Cristo, pienezza e futuro di ogni cosa


Ascensione del Signore Anno A In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul
monte che Ges aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi per
dubitarono. Ges si avvicin e disse loro: A me stato dato ogni potere in cielo e sulla
terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del
Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ci che vi ho comandato. Ed
ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Uomini di Galilea, perch
state a guardare il cielo? inutile inseguire quel volto, impossibile toccare quel corpo.
finito il tempo degli incontri e dei nomi, quando egli diceva: Pietro!, Maria!,

Tommaso! e sulle sue labbra i nomi parevano bruciare; finito il tempo del pane e del
pesce condivisi attorno allo stesso fuoco sulla riva del lago. L'ascensione la festa della
sua presenza altrimenti: della sua presenza in tutte le cose, in tutti gli uomini, in tutti i
giorni. Ges non andato lontano: andato avanti e nel profondo. E chiama a pienezza gli
uomini, il tempo e le cose. Dice Paolo: Cristo il perfetto compimento di tutte le cose.
Cristo la pienezza e il futuro di ogni cosa che esiste. Il mio cristianesimo la certezza
forte e inebriante che in tutte le cose Cristo presente, forza di ascensione dell'intero
creato, energia che alimenta la nostra esistenza e la storia umana. Un aggettivo prorompe
da Matteo e da Paolo: tutto: Andate in tutto il mondo, a tutte le genti annunciate tutto ci
che vi ho detto, ogni potere mio, io sar con voi tutti i giorni, tutto sotto i suoi piedi.
Dal giorno dell'ascensione abbiamo Dio in agguato all'angolo di ogni strada (F.
Mauriac). C' un sapore di totalit, un sapore di infinito, una pretesa di assoluto, un
superamento dei limiti di luogo, di materia, di tempo. Si apre la dimensione del Cristo
cosmico, non assenza ma pi ardente presenza, sparpagliato per tutta l'umanit, seminato in
tutte le cose, fino a che alla fine dei giorni sar tutto in tutti (Col 3, 11). Non solo in me,
in te o perfino nel cuore distratto e in quello che si crede spento, ma Cristo presente in
tutte le cose: nel rigore della pietra, nel canto segreto delle costellazioni, nella forza di
coesione degli atomi, per un nuovo cielo, per una nuova terra. Tutti i giorni e tutte le cose
sono ora messaggeri di Dio; tutti i giorni e tutte le cose sono angeli e Vangeli. E il divino
traspare dal fondo di ogni essere (Theilard de Chardin). Voi sarete miei testimoni,
testimoni che dicono: noi dipendiamo da una fonte che non viene meno; nella nostra vita
in gioco una forza pi grande di noi e che non si esaurisce mai. Il nostro compito
accogliere questo flusso di vita che ci consegnato. Accogliere e restituire " alle vene del
mondo, alle relazioni, al cuore limpido " tutto ci che alimenta la vita e che ha la sua
sorgente oltre noi. (Letture: Atti degli Apostoli 1,1-11; Salmo 46; Efesini 1,17-23; Matteo
28,16-20).
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l Vangelo A cura di Ermes Ronchi


08/05/2008
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Lo Spirito, vero cuore del mondo


Domenica di Pentecoste Anno A La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato,
mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei,
venne Ges, si ferm in mezzo a loro e disse: Pace a voi!. Detto questo, mostr loro le
mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Ges disse loro di nuovo:
Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi. Dopo aver detto questo,
alit su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi. Lo Spirito: misterioso cuore del
mondo, vento sugli abissi, fuoco del roveto, Amore in ogni amore. Lo Spirito: estasi di
Dio, effusione ardente, in noi, della sua vita d'amore. Senza lo Spirito il cristianesimo non
che arida dottrina, la Chiesa si riduce a organizzazione e codice, la morale a fatica
sovente incomprensibile, la croce a folla, Cristo rimane un evento del passato. Oggi la
Parola esplora strade diverse, prova altri colori, accumula immagini per dirci l'unica cosa
indicibile: lo Spirito Santo, respiro di Dio dentro ogni cosa e ogni figlio. Per dire l'umilt
dello Spirito Santo, che non ha neppure un nome proprio, perch tutto Dio Spirito, tutto

Dio Santo; che non sappiamo immaginare se non per simboli, che gli conservino libert,
la libert del vento, cui nessuno comanda, che fascia le formule e forma le parole, ma poi
passa oltre. Sempre oltre la sua dimora. Infatti viene lo Spirito, dice il Vangelo, la sera di
Pasqua, leggero e quieto come un respiro, come la pace: alit su di loro e disse: ricevete
lo Spirito Santo. Viene lo Spirito, nel racconto degli Atti, cinquanta giorni dopo, come
energia, coraggio, missione, vento che spalanca le porte e parola di fuoco. Viene lo Spirito,
nell'esperienza di Paolo, come bellezza, talento, carisma diverso per ogni credente. Viene,
nel salmo responsoriale, eternamente: dall'origine e per sempre, in tutti i solchi
dell'esistenza, lo Spirito genera vita, l dove pareva impossibile, quando ti sentivi finito e il
tronco dell'esistenza non metteva pi gemme, quando la storia attorno sembrava un ventre
invecchiato e sterile. Com' possibile che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua
nativa? Questo accade ancora, dentro e fuori le chiese, perch lo Spirito si rivolge a
ciascuno, direttamente al cuore di ogni uomo, e in ciascuno consolida la certezza pi
umana che abbiamo, e che tutti ci compone in unit: l'aspirazione alla pace, alla gioia,
all'amore, alla vita (Giovanni Vannucci). Consolida Cristo, pienezza dell'umano. Lo
Spirito conferma ci che a tutti caro, e cara a ciascuno diviene la sua parola. Ma quanta
fatica per uscire dal Cenacolo! Eppure lo Spirito si ripropone, umile e risoluto, pi forte
della nostra fatica, vento che indica la strada, riempie le vele, disperde le ceneri della morte
e diffonde ovunque i pollini della primavera. (Letture: Atti degli Apostoli 2,1-11; Salmo
103; 1 Corinzi 12,3b-7.12-13; Giovanni 20,19-23)
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l Vangelo A cura di Ermes Ronchi


15/05/2008
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la Trinit il segreto dell'esistere


Domenica dopo Pentecoste - Santissima Trinit - Anno A In quel tempo, Ges disse a
Nicodmo: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perch chiunque
crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo
per giudicare il mondo, ma perch il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non
condannato; ma chi non crede gi stato condannato, perch non ha creduto nel nome
dell'unigenito Figlio di Dio. Un solo Dio in tre Persone, cos noi cerchiamo di definire
la Trinit. Ma appena lo circoscrivi, Dio evade. Non sta in ardite formule teologiche, egli
una manifestazione vitale da accogliere come il segreto del vivere. Il dogma della Trinit
porta con s ben pi che dei concetti, esprime una dimensione esistenziale: rivelazione
del segreto del vivere, sorgente della sapienza di esistere. Una sapienza sulla nascita, sulla
vita, sulla morte, sull'amore. Dice che Dio non in se stesso solitudine, ma comunione.
L'oceano della sua vita vibra di un infinito movimento d'amore. C' in lui reciprocit,
scambio, superamento di s, abbraccio, festa. Cos noi, creati s a immagine di Dio, ma pi
precisamente ancora plasmati a somiglianza del Creatore, mani impigliate nel folto della
vita; a immagine del Figlio, capace di amare come nessuno; a immagine dello Spirito,
vento che sempre oltre, fuoco sempre ardente. A somiglianza di queste tre cose insieme
fatto Adamo; non solo a immagine di Dio, ma cosa pi stupefacente ancora, a immagine
del Padre e del Figlio e dello Spirito, a somiglianza dell'intera Trinit. Una Parola di Dio
afferma in principio la nostra identit: non bene che l'uomo sia solo! In noi, il bene un
cuore plurale. Infatti neanche Dio pu stare solo (Turoldo). Dire Trinit dire amore:

sogno dolcissimo di cui non ci concesso stancarci. Senza amore nessuna cattedra pu
annunciare Dio. Dire uomo profetizzare amore, dire relazione. Solitario, l'uomo si
ammala; se si isola, muore. Nella Bibbia non Dio che antropomorfo, ma l'uomo che
teomorfo, ha la forma di Dio (Von Rad). La nostra identit quindi trinitaria: vivere
attraversati da una vita che viene da prima di noi, e che va oltre noi. Chi trattiene per s la
vita, in s la sopprime. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio. Sono le parole
sorgive che spiegano la storia, qui il segreto, la sapienza del vivere: amare equivale a
dare. Mondo amato, terra amata, io amato. Dio eternamente altro non fa che considerare
l'uomo, ogni uomo pi importante di se stesso. Allora si fa donatore, semina in noi Cristo
come lievito, sale, gemma, luce, seme. E lo Spirito porta a maturazione il grano del mondo,
il germe divino in noi, lo porta ad altezza del cuore. Un cuore che vive solo di comunione.
(Letture: Esodo 34,4b-6. 8-9; Daniele 3,52.56; 2 Corinzi 13,11-13; Giovanni 3,16-18)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


22/05/2008
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Nella fragilit di Dio il segreto della vita


Domenica dopo la Trinit Santissimo Corpo e Sangue di Cristo - Anno A In quel tempo,
Ges disse alle folle dei Giudei: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di
questo pane vivr in eterno e il pane che io dar la mia carne per la vita del mondo.
Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: Come pu costui darci la sua carne da
mangiare?. Ges disse: In verit, in verit vi dico: se non mangiate la carne del Figlio
dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e
beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciter nell'ultimo giorno. Perch la mia
carne vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio
sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per
il Padre, cos anche colui che mangia di me vivr per me. Questo il pane disceso dal
cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane
vivr in eterno. Una parola scorre sotto tutte le parole di Ges, come una corrente
sotterranea, una nervatura delle pagine: vita. Che hai a che fare con me, o carne e sangue
di Cristo? La risposta una pretesa perfino eccessiva, perfino sconcertante: io faccio
vivere! Incalzante certezza da parte di Ges di possedere qualcosa che inverte il corso della
vita, orientandola non pi alla morte ma all'eternit. La sorpresa che Ges non dice:
Prendete di me la mia sapienza. Non dice: Bevete la mia innocenza, mangiate la
santit, la divinit, il sublime che in me, la giustizia assoluta, la potenza illimitata. Dice
invece: Prendete la fragilit, la debolezza, la precariet, il dolore, l'intensit di questa mia
vita. Il mio Dio cos, conosce i sentimenti, sa la paura e il desiderio, ha pianto, ha
gridato i suoi perch al cielo, stato rifiutato dalla terra. Per questa sua fragilit il Dio per
l'uomo, con il suo dolore il Dio per la vita mia fatta di germogli amari. Quasi un Dio
minore, ma solo cos che diventa il mio Dio. Non si pu giungere alla divinit di Cristo
se non passando per la sua umanit, carne e sangue, corpo in cui detto il cuore, mani che
impastano polvere e saliva sugli occhi del cieco, lacrime per l'amico, passioni e abbracci, i
piedi intrisi di nardo, la casa che si riempie di profumo e di amicizia, e la croce di sangue. I
verbi ripetuti quasi in una incantatoria monotonia " mangiare, bere " sono innanzitutto il
linguaggio della liturgia del vivere, di una Eucaristia esistenziale, della comunione totale

con Cristo. Nella comunione il cuore assorbe il Signore e il Signore assorbe il cuore, cos
i due diventano una cosa sola (Giovanni Crisostomo). E tu sei fatto vangelo. E se sei fatto
vangelo senti la certezza che l'amore pi vero dell'egoismo, la piet pi umana del potere,
il dono pi divino dell'accumulo. Io mangio e bevo il mio Signore, quando assimilo il
nocciolo vivo e appassionato della esistenza di Ges e mi innesto sul suo tronco che il
suo modo di vivere. Chi fa proprio il segreto di Cristo, costui trova il segreto della vita. A
questo mi conduce l'Eucaristia domenicale, dove il sublime confina con il quotidiano,
l'infinito con il perimetro fragile del pane e del vino, l Dio vicino a me che temo la
solitudine e il dolore. Se solo lo accolgo, trovo il segreto della vita. (Letture: Deuteronomio
8,2-3.14b-16a; Salmo 147; 1 Corinzi 10,16-17; Giovanni 6,51-58)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


29/05/2008
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La volont del Padre? L'amore che libera


IX Domenica Tempo ordinario " Anno A In quel tempo, Ges disse ai suoi discepoli: Non
chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrer nel regno dei cieli, ma colui che fa la volont
del Padre mio che nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: Signore, Signore, non
abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato
demni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi? Ma allora io
dichiarer loro: "Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate
l'iniquit!". Perci chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sar simile a un
uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i
fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perch era
fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sar
simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia,
strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la
sua rovina fu grande. La gente ascoltava Ges e capiva. Capiva che per entrare nel suo
sogno (il regno dei cieli il mondo come lui lo sogna) non servivano lunghe preghiere, n i
riti e le formule esatte dei dottori della Legge (Signore, Signore...). Che bastava
percorrere una strada pi libera e pi viva: la volont del Padre. La gente ascoltava il
giovane Rabbi e capiva che la volont del Padre non era come gliel'avevano sempre
descritta. Aleggiava tristezza quando i farisei evocavano la volont di Dio. Era la
giustificazione di tutte le tragedie, di malattie e dolori, di torri rovinate addosso ai
costruttori, di sangue versato dai romani nelle mille rivolte di Giudea. Nasceva pace e
fiducia quando la presentava Ges: volont del Padre che nessun uomo sia solo, che
fiorisca a immagine di Dio, che abbia compagni d'amicizia e di festa, che sia creativo e
ostinato nell'amore. Non una spada minacciosa, ma l'annuncio che gli occhi dei suoi figli,
Dio li vuole pieni di dolce speranza. In quel giorno ci sar folla davanti alle porte chiuse.
Quanta gente straordinaria lasciata fuori: profeti con parole di luce, gente che cacciava
demoni, grandi taumaturghi! Ma questo ci che il Vangelo chiede? dalle cose
eccezionali che riconosceranno i suoi discepoli? No. Ma se avrete amore gli uni per gli
altri. Nel nostro servizio non contano i risultati, ma quanto amore metti in ci che fai
(Madre Teresa di Calcutta). Sulla soglia dell'eterno, l'amore cerca in te qualcosa in cui
specchiarsi, l'unica cosa che valga a dire Dio. Nella parabola delle due case, la differenza

tra quella che rimane salda e quella che va in rovina tutta in un verbo solo: mettere in
pratica o non mettere in pratica le parole ascoltate. Non nelle appartenenze o in belle
liturgie, non in profezie o prodigi, la differenza sta nel fare le sue parole, nel ricrearle in
me. la crisi del dire. La gente ascoltava Ges e capiva che c' un combaciare profondo
tra l'uomo e la volont di Dio, pi profondo delle parole, pi delle confessioni di fede, ed
in chiunque ha creduto all'amore (1 Gv), e non conta se dentro e fuori le sinagoghe e le
chiese. Ascolta e tieni salda la sua parola, anche se non la capisci, lascia che entri nella tua
memoria come seme nel terreno: dar come frutto il combaciare con Dio, una esistenza
nella consistenza. (Letture: Deuteronomio 11, 18.26-28.32; Salmo 30; Romani 3, 2125a.28; Matteo 7, 21-27)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


05/06/2008
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L'amore di Dio non si merita, si accoglie


X Domenica del Tempo Ordinario Anno A In quel tempo, Ges, passando, vide un uomo,
chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte e gli disse Seguimi. Ed egli si alz e lo
segu. Mentre Ges sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e
si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ci, i farisei dicevano ai suoi
discepoli: Perch il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?. Ges li
ud e disse: Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e
imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono
venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori. Un uomo, solo, seduto al banco delle imposte.
Uno sguardo che incrocia il suo, una parola sola: Seguimi. E Matteo naufragato in quegli
occhi; il contabile abbandona, per uno sguardo, per una parola, la logica rassicurante del
dare e dell'avere, se ne va dietro a quell'uomo, senza calcolare pi nulla, senza neppure
domandarsi dove sia diretto. Il centro della scena tutto di Cristo: Segui Me. Queste parole
senza perch, questa mancanza di ragioni, sono la vera ragione del discepolo. la persona
di Cristo la causa, il senso, l'orizzonte ultimo. Lui il nome della forza che fa partire.
Matteo si convertito a Cristo, perch ha visto Cristo convertirsi a lui, fermarsi e
girarsi dalla sua parte. La vocazione non inizia con sacrifici o rinunce, essa porta
innanzitutto un incremento d'umano. Infatti la casa di Matteo, la sua vita prima solitaria, si
veste di festa, si riempie di volti, di amici, molti si premura di dirmi, e peccatori, chiamati
ben prima di essere convertiti. Convertiti perch chiamati. Non voglio sacrifici! La
religione non sacrificio: guarisce la vita, fornisce consistenza e profondit; non la
mortificazione d lode a Dio, ma la vita piena, forte, vibrante, appassionata. Ges mangia
con Matteo, mangia con me, e mi assicura che il principio della salvezza non sta nei miei
digiuni per lui, bens nel suo mangiare con me. Ci guarisce fermandosi con noi: la sua
vicinanza la medicina, un flusso di vita che mi consegna, insieme a strade, festa, sogni,
comunione. Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori. Qual il merito dei
peccatori? Nessuno. Sono coloro che non ce la fanno, che non sono all'altezza, ma
scoprono un Dio che si fermato a guardarli. Dio non si merita, si accoglie. Ges cerca il
peccatore che in me. Non per assolvere un lungo elenco di peccati, poca cosa, ma per
impadronirsi della mia debolezza profonda. E l incarnarsi. Beata debolezza! E io, felice
d'essere debole, dimoro nella misericordia, che mi conduce verso un Regno pieno non di

santi, ma di peccatori perdonati, di gente come me. Quando sono debole allora che sono
forte. Nessun lassismo per. Vuoi restare nel peccato perch abbondi la grazia? Assurdo
(Rom 6,1). Ma oggi mi godo la festa del peccatore che ha scoperto un Dio pi grande del
suo cuore. Solo questo mi converte ancora. (Letture: Osea 6,3-6; Salmo 49; Romani 4,1825; Matteo 9,9-13)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


12/06/2008
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Il credente, operaio della compassione


XI Domenica del Tempo Ordinario - Anno A In quel tempo, Ges, vedendo le folle, ne
sent compassione, perch erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse
ai suoi discepoli: La messe molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone
della messe che mandi operai nella sua messe!. Chiamati a s i dodici discepoli, diede
loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e
d'infermit. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo
fratello; Giacomo di Zebedo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e
Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l'Iscariota,
che poi lo trad. (...) Ges, vedendo le folle, ne sent compassione. Termine di una carica
infinita, bellissima. Ges prova dolore per il dolore del mondo. Infatti: La messe
abbondante, ma non per la quantit di persone, ma perch germina nel mondo un grande
raccolto di stanchezze, di spighe gonfie di lacrime, una messe di paure come di pecore che
non hanno pastore. Nei campi ormai tempo di mietiture: il grano ha raggiunto il colore
del pane. Cos il patire dell'uomo ha raggiunto l'altezza del cuore di Cristo. Ed ecco la
risposta: un sentimento di compassione, il ministero della piet. Ed questo suo stesso
apostolato che Ges affida ai discepoli. Li fa operai di un lavoro che descrive con sei verbi:
predicate, guarite, risuscitate, sanate, liberate e donate. C' il ministero della predicazione
apostolica, al primo posto, ma subito unito al ministero della piet divina, e in un rapporto
sbilanciato, di uno a cinque. Il lavoro nel campo del Signore si esprime in gesti concreti, in
cinque opere che mostrano come il Regno dei cieli si fa vicino a chi ha il cuore ferito, e
in una sesta opera che proclama la vicinanza di Dio. Il discepolo chiamato a prendersi
cura della causa di Dio insieme alla causa dell'uomo, ad aver cura di greggi e di messi, di
dolori e di ali, di un mondo barbaro e magnifico. Pregate il signore della messe perch
mandi operai nella sua messe. Noi interpretiamo subito queste parole come un invito a
pregare per le vocazioni sacerdotali. Ma l'invito di Ges dice molto di pi: offrirmi a Dio
perch mandi me come operaio della compassione, mandi me come lavoratore della piet,
mandi me con un cuore di carne a mangiare pane di pianto con chi piange, a bere il calice
di sofferenza con chi soffre, a lottare contro il male. Mandi me, con mani che sanno
sorreggere e accarezzare, asciugare lacrime e trasmettere forza, e dire cos Dio. La messe
abbondante. Lo sguardo positivo del Signore sorprende ancora il nostro pessimismo: la
messe scarsa, le chiese semivuote. Lui vede altro: molto grano che cresce e matura,
vede che il seme buono, il terreno e la stagione e l'uomo sono buoni; la storia sale "
positiva " verso un'estate profumata di frutti. Dio guarda e vede che ogni cuore una zolla
di terra ancora atta a dare vita ai suoi semi divini che in noi crescono, dolcemente e

tenacemente, come il grano che matura nel sole. (Letture: Esodo 19,2-6a; Salmo 99;
Romani 5,6-11; Matteo 9,36-10,8)
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l Vangelo A cura di Ermes Ronchi


19/06/2008
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Dio e l'uomo: speranza intrecciata


XII Domenica del Tempo Ordinario - Anno A In quel tempo, disse Ges ai suoi discepoli:
Non temete gli uomini poich non v' nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di
segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella
luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti. E non abbiate paura di quelli
che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che
ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna. Due passeri non si vendono
forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadr a terra senza che il Padre vostro lo
voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate
dunque timore: voi valete pi di molti passeri! Chi dunque mi riconoscer davanti agli
uomini, anch'io lo riconoscer davanti al Padre mio che nei cieli; chi invece mi
rinnegher davanti agli uomini, anch'io lo rinnegher davanti al Padre mio che nei cieli.
Non abbiate paura: voi valete pi di molti passeri! Un Dio che si prende cura dei passeri e
poi si perde amoroso a contarmi i capelli in capo. Eppure i passeri continuano a cadere, gli
innocenti a morire, i bambini a essere venduti. E Dio a rassicurare i suoi: Non temete,
neppure un passero cadr a terra senza il volere del Padre vostro. Ma allora Dio che fa
cadere? lui che spezza le ali, suo volere la morte? No. Il Vangelo non dice questo.
Assicura invece che neppure un passero cadr a terra aneu, letteralmente al di fuori,
all'insaputa di Dio, di un Signore coinvolto nel volo e nel dolore delle sue creature. Nulla
accadr nell'assenza di Dio, ma nel mondo troppi cadono a terra senza che Dio lo voglia,
troppe cose accadono contro il volere di Dio: ogni odio, ogni guerra, ogni ingiustizia. Ma
nulla accade al di fuori di Dio. Egli si china su di me. Intreccia la sua speranza con la
mia, il suo respiro con il respiro dell'uomo, sta nel riflesso pi profondo delle nostre
lacrime per moltiplicare il coraggio. Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo: il
corpo non la vita, tu non sei il tuo corpo. Eppure lo ritroverai: neanche un capello andr
perduto. Per l'amante nulla insignificante di ci che appartiene all'amato. Io che desidero
essere salvato, voglio esserlo con il mio cuore e le mie emozioni, con tutte le persone che
costituiscono il mio mondo di affetti e di forza. E lo sar, perch nulla c' in me di
autenticamente umano che non trovi eco nel cuore di Dio. Ma l'immagine dei passeri e dei
capelli contati, di queste creature effimere e fragili, mi riporta ai pi fragili tra i fratelli, agli
anziani, agli ammalati, agli handicappati, a quanti non possono pi lavorare e produrre, e si
sentono inutili e impotenti. Proprio a loro Ges dice: Non temere: tu vali di pi. Anche se
la tua vita fosse leggera come quella di un passero o fragile come un capello, tu vali di pi,
perch esisti, vivi, sei amato, e Dio si intreccia con la tua vita. Signore, ho combinato
poco nella mia esistenza e adesso non riesco pi a combinare niente. E lui risponde: Tu vali
di pi, non perch produci, lavori, ti affermi o hai successo, ma perch esisti, gratuitamente
come i passeri, debolmente come i capelli, nelle mani di Dio. Su te la sua cura, in te il
suo respiro. Dove tu finisci, comincia Dio. (Letture: Geremia 20,10-13; Salmo 68; Romani
5,12-15; Matteo 10,26-33)

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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


26/06/2008
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Una domanda che fa vivere


Solennit dei Santi Pietro e Paolo Apostoli In quel tempo, Ges, giunto nella regione di
Cesara di Filippo, domand ai suoi discepoli: La gente, chi dice che sia il Figlio
dell'uomo?. Risposero: Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Ela, altri Gerema o
qualcuno dei profeti. Disse loro: Ma voi, chi dite che io sia?. Rispose Simon Pietro:
Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. E Ges gli disse: Beato sei tu, Simone, figlio
di Giona, perch n carne n sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che nei cieli. E
io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificher la mia Chiesa e le potenze degli inferi
non prevarranno su di essa. A te dar le chiavi del regno dei cieli: tutto ci che legherai
sulla terra sar legato nei cieli, e tutto ci che scioglierai sulla terra sar sciolto nei cieli.
La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo? La risposta bella e insieme sbagliata:
Dicono che sei un profeta, una creatura di fuoco e di luce, come Elia; una creatura di forza
e di vento, come il Battista; profeta, voce di Dio e suo respiro. Ma voi, chi dite che io sia?
Ges la domanda dentro le nostre risposte facili, domanda che risveglia, che fa vivere.
Dio crea la fede attraverso domande. Ma voi" La domanda preceduta da una
contrapposizione: Ma voi, voi invece, che cosa dite? Voi che mi seguite da anni, voi che mi
avete visto sorridere, piangere, respirare, moltiplicare il pane... Come se i Dodici fossero di
un altro mondo; come se non dovessero mai omologarsi al sistema. A nome di ogni
credente, Cristina Campo testimonia: Ci sono due mondi: io sono dell'altro. Pietro
risponde: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. E Ges: Su questa pietra edificher la
mia Chiesa. Pietro roccia per la Chiesa, e per l'uomo, nella misura in cui ripete che Dio si
donato in Cristo, che Cristo, crocifisso, vivente, che tutti siamo figli nel Figlio. Questa
la fede-roccia, il primato di Pietro che costruisce la Chiesa. Come Pietro, modello del
credente, anch'io sono chiamato a diventare roccia e chiave: roccia che d appoggio,
sicurezza, stabilit al fratello che mi affidato; chiave che apre le porte belle di Dio, di un
Regno dove la vita fiorisca. Come Pietro anch'io chiamato a legare e a sciogliere, a creare
cio nella mia storia strutture di riconciliazione, di prossimit. Ma tu, chi dici che io sia? Io
capisco di Cristo solo ci che vivo di Cristo. La vita non sta in ci che dico della vita, ma
in ci che vivo della vita. Cristo non uno che devo capire, ma uno che mi attrae; non uno
che interpreto, ma uno che mi afferra. La croce non ci fu data per capirla, ma per
aggrapparci ad essa. Capire Ges, definirlo, pu essere anche facile, ma comprenderlo nel senso originario di prendere per me, afferrare, stringere, possedere il suo
segreto, possibile solo se la sua vita mi ha afferrato. Corro perch conquistato, dice
Paolo. Corro perch preso, vinto, prigioniero, sedotto da Cristo. La nostra vita non avanza
per decreti, ma per una passione. Non per colpi di volont, ma per attrazione. Io sono
cristiano per divina seduzione: io, prigioniero di Cristo (Ef 4,1), afferrato da Lui, corro per
afferrarlo. (Letture: Atti degli Apostoli 12,1-11; Salmo 33; 2 Timoteo 4,6-8.17-18; Matteo
16,13-19)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


03/07/2008
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Col cuore si impara Dio


XIV Domenica del Tempo Ordinario - Anno A In quel tempo Ges disse: Ti benedico, o
Padre, Signore del cielo e della terra, perch hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e
agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. S, o Padre, perch cos piaciuto a te. Tutto mi
stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il
Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. Venite a me, voi tutti, che
siete affaticati e oppressi, e io vi ristorer. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da
me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo
infatti dolce e il mio carico leggero. Ti benedico, Padre, perch queste cose le hai
rivelate ai piccoli. I piccoli: di essi pieno il Regno dei cieli, pieno il vangelo. Dio ha delle
preferenze, non neutrale: i poveri, come passeri, hanno il nido nella sua mano. Davanti a
Dio non c' nulla di meglio che essere nulla, come l'aria davanti al sole, polline nel vento di
primavera (Simone Weil). L'unico merito dell'annunciatore di essere infinitamente
piccolo, solo cos l'annuncio sar infinitamente grande (Giovanni Vannucci). Venite a me,
voi tutti, che siete stanchi e oppressi, imparate da me e troverete ristoro. Ges non viene
portando una nuova etica, viene recando una coppa colma di pace. Non porta precetti
nuovi, ma una promessa: il Regno di Dio pace e gioia nello Spirito (Rm 14, 17).
legittimato a proporsi ancora agli uomini perch conforta la vita, perch parla il linguaggio
della gioia. Imparate dal mio cuore... Cristo si impara imparandone il cuore, cio il modo
di amare. Il cuore non un maestro fra gli altri, il maestro della vita. Inizia, allora, il
discepolato del cuore, per noi, discepoli sapienti e dotti, che corriamo il rischio di restare
degli analfabeti del cuore. Burocrati delle regole e analfabeti del cuore. Perch Dio non
un concetto, non una regola o una disciplina, il cuore dolce e forte della vita. E
troverete ristoro. Ristoro dell'esistenza un cuore mite, senza violenza e senza inganno,
una creatura in pace e senza presunzione, che diffonde un senso di ristoro nell'arsura del
vivere. Il mio giogo dolce e il mio peso leggero. Come pu il giogo essere un ideale per
l'uomo moderno, geloso di ogni pi piccola porzione di libert, per l'uomo che nell'ultimo
secolo ha lottato proprio per scrollarsi di dosso tutti i gioghi? Nel linguaggio della Bibbia
giogo indica la legge di Mos (cf. Ne 9, 29) che Ges ha riassunto nel comandamento
nuovo dell'amore, l'antica novit. Ma amare Dio con tutto il cuore non cristiano; anche
ebrei e musulmani hanno da amare Dio con tutto il cuore. Amare il prossimo come se stessi
non ancora cristiano, vale anche per scribi e dottori della legge. Io non amer Dio, amer
il Padre di Ges Cristo, l'Abb, lo amer come figlio. Non amer il prossimo come me
stesso, lo amer come Ges lo ama (non quanto, ma come, o ne resteremmo schiacciati)
col cuore mite e umile dell'unico che Figlio e fratello. Anch'io figlio nel Figlio, fratello
nel Fratello. (Letture: Zaccaria 9,9-10; Salmo 144; Romani 8,9.11-13; Matteo 11, 25-30)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


10/07/2008
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Quel Dio seminatore che dona la Parola di vita


XV Domenica Tempo Ordinario " Anno A Quel giorno Ges usc di casa e sedette in riva al
mare. Si radun attorno a lui tanta folla che egli sal su una barca e si mise a sedere, mentre
tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parl loro di molte cose con parabole. E disse:
Ecco, il seminatore usc a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada;
vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non
c'era molta terra; germogli subito, perch il terreno non era profondo, ma quando spunt
il sole fu bruciata e, non avendo radici, secc. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi
crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il
sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti. Il seminatore usc a seminare. Gi solo
questa frase vibra di gioia e di profezia, colma di promesse e di mietiture, presagio di
pane e di fame saziata. Ancora adesso Dio esce a seminare, e diffonde i suoi germi di vita a
piene mani, e le strade del mondo e dell'anima esultano davanti a Dio, il fecondatore
infaticabile delle nostre vite. Dio non il mietitore che valuta e pesa il raccolto, ma il
seminatore: mano che dona, forza che sostiene, giorno che inizia, voce che risveglia. Ma
quante volte io ho rallentato il corso del miracolo! Io che sono strada, io che sono campo di
pietre e sassi, io che sono groviglio di spine, cuore calpestato, superficie di pietra, che
coltivo spine e radici di veleno... Mi piace tanto questo Ges che racconta in parabole: il
seminatore usc a seminare e il mondo gravido di vita. La parabola fa parlare la vita. La
vita non vuota, non assenza: c' qualcosa di Dio nella vita. Se noi avessimo occhi per
guardare la vita, se avessimo la profondit degli occhi di Ges, anche noi in questa vita
comporremmo parabole, racconteremmo di Dio con parabole e poesia, come faceva Ges.
Noi siamo chiamati ad essere contadini della Parola, a diffonderla, con l'ostinazione
fiduciosa della parabola; con fiducia, perch la forza non nel seminatore, ma nel seme; la
forza non in me, ma nella Parola. Che non torner a Dio senza aver portato frutto. Il
seminatore usc a seminare: oggi, questa mattina, adesso, esce ancora a seminare; ed
grande questo Dio seminatore, questo Dio contadino: grande perch crede nella bont e
nella forza della Parola pi ancora che nei frutti visibili. Crede nella Parola pi ancora che
nei risultati della Parola: la Parola che vera, non i suoi esiti. Egli mi chiama a un atto di
fede purissima, a credere nella bont del Vangelo pi ancora che nei risultati visibili di
quella parola, a credere che Dio trasforma la terra e le persone anche quando non ne vedo i
frutti. Mi chiama ad amare la sua promessa pi ancora della realizzazione della promessa,
ad amare Dio pi ancora delle promesse di Dio. Questo atto di fede gioiosa e forte, oggi, il
Vangelo propone. Io non ho bisogno di raccolti, ho solo bisogno di grandi campi da
seminare e di un cuore non derubato; ho bisogno di un Dio seminatore, che le mie aridit
non stancano mai. E ancora le strade del mondo potranno esultare di vita. (Letture: Isaia
55,10-11; Salmo 64; Romani 8,18-23; Matteo 13,1-23; forma breve Matteo 13,1-9)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


17/07/2008
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La mano di Dio semina bont, generosit e coraggio


XVI Domenica Tempo ordinario - Anno A In quel tempo, Ges espose alla folla un'altra
parabola, dicendo: Il regno dei cieli simile a un uomo che ha seminato del buon seme

nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, semin della zizzania in
mezzo al grano e se ne and. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spunt anche la
zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: "Signore, non hai
seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?". Ed egli rispose loro:
"Un nemico ha fatto questo!". E i servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a raccoglierla?".
"No, rispose, perch non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche
il grano. Lasciate che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della
mietitura dir ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il
grano invece ripontelo nel mio granaio". Espose loro un'altra parabola, dicendo: Il
regno dei cieli simile a un granello di senape, che un uomo prese e semin nel suo
campo. Esso il pi piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, pi grande delle altre
piante dell'orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra
i suoi rami. Disse loro un'altra parabola: Il regno dei cieli simile al lievito, che una
donna prese e mescol in tre misure di farina, finch non fu tutta lievitata. C' un campo
nel cuore in cui intrecciano le loro radici, spesso inestricabili, il bene e il male: nessuno
solo zizzania, nessuno puro grano. La parabola racconta due modi di leggere e lavorare il
cuore. Il primo quello dei servi che fissano l'attenzione sulla zizzania: Da dove viene?
Vuoi che andiamo a raccoglierla? Il secondo quello del padrone del campo che ha
invece gli occhi fissi al buon grano: Non raccogliete la zizzania, per non sradicare anche
il grano: una sola spiga conta pi di tutta la zizzania. Quale dei due sguardi il nostro?
Quello opaco e triste dei servi che vede il mondo e le persone invasi dal male, che giudica
con durezza manichea? Quello positivo e solare del signore che intuisce, dovunque, spighe,
pane e mietiture fiduciose, e che ha messo la sua forza nella mitezza? Non strappate la
zizzania. Noi abbiamo sempre una violenta fretta di moralizzare e mettere a posto.
L'uomo infantile che in noi grida: strappa via da te, e soprattutto intorno a te, ci che
puerile, fragile, difettoso. Il signore del campo suggerisce: preoccupati del buon seme, ama
i tuoi germi di vita, custodisci ogni germoglio. Tu non sei le tue debolezze, ma le tue
maturazioni; l'uomo non coincide con i suoi peccati, ma con le potenzialit di bene. Vero
esame di coscienza leggere la vita con quello sguardo divino che cerca non l'assenza di
difetti, illusione inutile e spesso mortifera, ma la fecondit come etica della vita.
Impariamo a vedere ci che di vitale, di bello, di promettente Dio ha seminato in noi (non
orgoglio, ma responsabilit), facciamo s che porti frutto, che ogni granellino di senapa
cresca con il dono di attrarre e accogliere vite, che ogni pizzico di lievito abbia il tempo per
sollevare e rialzare i giorni inerti. Facciamo nostra l'attivit positiva, solare, vitale del
Creatore che per vincere le tenebre accende ogni giorno il suo mattino, per muovere la
massa immobile vi nasconde il lievito. Preoccupiamoci non della zizzania, dei difetti, delle
debolezze, ma di avere un amore grande, ideali forti, desideri positivi, una venerazione
profonda per le forze di bont, generosit e coraggio che la mano viva di Dio semina in
noi. Facciamo che esse erompano in tutta la loro bellezza, in tutta la loro potenza, e
vedremo le tenebre ritirarsi e la zizzania senza pi terreno. E tutto il nostro essere maturare
nel sole. (Letture: Sapienza 12,13.16-19; Salmo 85; Romani 8,26-27: Matteo 13,24-43)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
24/07/2008
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La bellezza di Dio, tesoro della vita

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XVII domenica Tempo Ordinario " Anno A In quel tempo Ges disse ai suoi discepoli: Il
regno dei cieli simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde;
poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli
simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande
valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli simile a una rete
gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando piena, i pescatori la tirano a
riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Cos
sar alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li
getteranno nella fornace ardente, dove sar pianto e stridore di denti. Un contadino e un
mercante trovano tesori. Lo trova uno che, in giorni sempre uguali, occhi fissi solo al suo
lavoro, per caso, si imbatte nella sorpresa e nell'inaudito. Ben pi del pane quotidiano. Lo
trova uno che cercatore e navigante, per il quale gioia la ricerca stessa: andare e ancora
andare, occhi che guardano oltre. Anche in giorni disillusi come i nostri, il Vangelo osa
annunciare tesori: l'esito della storia sar felice, comunque felice, nonostante tutto felice,
perch nella nostra vita sono in gioco forze pi grandi di noi, perch il nostro segreto
oltre noi, perch nell'uomo posto un eccesso di desiderio e di attese, che niente fra le cose
potr esaurire, ma solo qualcosa che viene da oltre, viene come dono immeritato. Come un
tesoro non si merita, ma si accoglie, allo stesso modo Dio non si merita, si accoglie. Il
protagonista vero della parabola non il contadino, ma il tesoro: parola cos rara per dire
Dio. Parola di favole, di innamorati, di romanzi; ma anche parola di un Vangelo che
riaccende tutte le speranze, rilancia tutti i desideri. Protagonista vera della vita spirituale
la perla preziosa, capace di convocare mercanti dagli angoli della terra, forza che da
sempre ha fatto partire discepoli del Nazareno verso i luoghi pi sperduti del mondo.
Tesoro e perla sono nomi di Dio. Contadini, cercatori o discepoli, tutti avanziamo nella vita
non per decreto, ma per scoperta di tesori, perch l dov' il tuo tesoro, l corre felice il
tuo cuore. La vita umana non statica, ma estatica: estasi, movimento, esodo da s,
desiderio di unirsi all'oggetto d'amore. Se la gioia di un innamoramento, di un che bello!
a pieno cuore, non precede le rinunce, queste non generano che tristezza, freddo,
lontananza, consumazione del cuore. La vita non etica, ma estetica: avanza non per
costrizione, ma per forza di attrazione, per seduzione di tesori; per una passione che sgorga
da una bellezza, dall'aver trovato la bellezza di Cristo e del mondo come lui lo sogna: Dio
in me, pienezza d'umano, vita bella, estasi della storia, pace e forza, sorpresa, incanto,
orizzonte, caduta e risurrezione; altre vite dentro la mia vita; un supplemento d'ali verso
pi libert, pi amore, pi coscienza. Ma quel dono deve diventare mia conquista. Allora
lascio tutto, ma per avere tutto. Vendo tutto, ma per guadagnare tutto. E il Vangelo porta
una spirale di vita crescente. (Letture: 1 Re 3, 5.7-12; Salmo 118; Romani 8, 28-30; Matteo
13, 44-52)

l Vangelo A cura di Ermes Ronchi


31/07/2008
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Un dono trasformato in miracolo


XVIII Domenica del Tempo Ordinario Anno A Sul far della sera, gli si avvicinarono i
discepoli e gli dissero: Il luogo deserto ed ormai tardi; congeda la folla perch vada
nei villaggi a comprarsi da mangiare. Ma Ges disse loro: Non occorre che vadano; voi
stessi date loro da mangiare. Gli risposero: Qui non abbiamo altro che cinque pani e due

pesci!. Ed egli disse: Portatemeli qui. E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi
sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci, alz gli occhi al cielo, recit la benedizione,
spezz i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a saziet, e
portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa
cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini. Vorrei tanto essere uno dei
cinquemila, quella sera, sul lago. Li invidio, non per il miracolo dei pani, ma per la
seduzione che hanno provato, pi forte di ogni paura: sono andati da Ges, ascoltano e
vivono, ascoltano e brucia il cuore, ascoltano e risplende la vita. Stare con lui: e quando
scende la sera, la notte e il deserto profumano di pane. Stare con lui: e sentire che pi vivo
di cos non sar mai. I discepoli, uomini pratici, dicono a Ges: Congeda la folla, perch
vadano a comprarsi da mangiare. Se non li congeda lui, non se ne andranno
spontaneamente. Ma Ges non li manda via, non ha mai mandato via nessuno. bello
questo preoccuparsi dei discepoli, ma pi bello Ges che prova compassione. Anzi,
letteralmente, preso alle viscere per loro dice: date loro voi stessi da mangiare. I
discepoli parlano di comprare, Ges parla di dare. Apre un altro modo di essere: dare senza
calcolare, dare senza chiedere, generosamente, gratuitamente, per primi. A noi, che
quotidianamente preghiamo: Dacci oggi il nostro pane, il Signore risponde: Voi date il
vostro pane. Dacci, noi invochiamo. Donate, ribatte lui. Ci sono molti miracoli in
questo racconto: il primo quello della folla che, scesa ormai la notte nel deserto, non se
ne va e rimane con Ges. Il secondo sono i cinque pani e i due pesci che qualcuno mette
nelle sue mani, fidandosi, senza calcolare, senza trattenere qualcosa per s. poco, ma
tutta la sua cena. Terzo miracolo: poco, eppure quel poco basta, secondo una misteriosa
regola divina: quando il mio pane diventa il nostro pane, il dono seme di miracolo.
Infine il quarto: la sovrabbondanza, tipica di Dio: raccolsero gli avanzi in dodici ceste.
Una per ogni trib, una per ogni mese. Tutti mangiano e ne rimane per tutti, e per sempre.
E hanno valore anche gli avanzi, le briciole, il poco che sei, il poco che sai fare, il bicchiere
d'acqua dato. Nulla troppo piccolo di ci che donato con tutto il cuore. L'unico merito
che i cinquemila possono vantare, l'unico loro diritto al pane la fame. Davanti a Dio mio
vanto esclusivo il bisogno. Di nulla mi vanter se non della mia debolezza (2 Cor 12,
5). Davanti a Dio non c' nulla di meglio che essere nulla, come l'aria davanti al sole, come
il polline nel vento (Simone Weil), nutrendo cos la nostra fame di sole e di pane, di cielo e
di mani che conoscano il dono. (Letture: Isaia 55,1-3; Salmo 144; Romani 8,33.37-39;
Matteo 14,13-21)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


07/08/2008
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Una mano tesa sull'abisso del dubbio


XIX Domenica del Tempo Ordinario - Anno A (Dopo che la folla ebbe mangiato), subito
Ges costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, finch non
avesse congedato la folla... Venuta la sera, egli se ne stava lass, da solo. La barca intanto
distava gi molte miglia da terra ed era agitata dalle onde:... Sul finire della notte egli and
verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono
sconvolti e dissero: un fantasma! e gridarono dalla paura. Ma subito Ges parl loro
dicendo: Coraggio, sono io, non abbiate paura!. Pietro allora gli rispose: Signore, se sei

tu, comandami di venire verso di te sulle acque. Ed egli disse: Vieni!. Pietro scese dalla
barca, si mise a camminare sulle acque e and verso Ges. Ma, vedendo che il vento era
forte, s'impaur e, cominciando ad affondare, grid: Signore, salvami!. E subito Ges
tese la mano, lo afferr e gli disse: Uomo di poca fede, perch hai dubitato?. Signore, se
sei tu, comanda che io venga da te sulle acque. E sulla parola del Signore Pietro scende
dentro la tempesta, senza pi riparo. Pietro domanda due cose: una giusta e una sbagliata.
Chiede di andare verso il Signore, ed la domanda assoluta, perfetta, quella di ogni
credente: che io venga da te. Poi chiede di andarci camminando sulle acque, ed la parte
sbagliata. Tu andrai verso il Signore ma in tutt'altro modo. Tu lo incontrerai ma non nei
miracoli. Pietro seguir il Signore, ma non pi attratto dal suo camminare sulle acque,
bens dal suo camminare verso il calvario; andr dietro a colui che sa far tacere non tanto il
vento e il mare, ma tutto ci che non amore. Andr dietro a colui che sa farsi prossimo
sulla strada che va da Gerusalemme a Gerico, sulla polvere di ogni sentiero e non sul
luccichio di acque miracolose. E and verso Ges, dice il Vangelo. Pietro cammina sulle
acque, perch guarda a Lui, non ha occhi che per quel volto. Poi, vedendo il grande vento
ebbe paura: inizia ad affondare, perch guarda il vento, fissa le onde. Cos noi, se
guardiamo al Signore e alla sua parola, avanziamo anche nella tempesta; se guardiamo a
noi stessi, ai nostri limiti, alle difficolt, iniziamo la discesa nel buio. Io ringrazio Pietro
per questo suo umanissimo oscillare tra fede e dubbi, tra miracoli ed abissi, per questo suo
grido: Signore, salvami. E capisco che qualsiasi mio dubbio pu essere redento, anche da
una sola invocazione, gridata di notte, nella tempesta o nella paura, gridata nel vento, come
Pietro, gridata sulla croce, come il ladrone. Pietro mostra che il miracolo non serve alla
fede, non la rafforza. Egli cammina sul lago come nessuno ha mai fatto e gi dubita. Vive
un miracolo eppure la sua fede va in crisi: Signore, affondo! Pietro dubita e affonda;
affonda e crede: Signore, salvami! Dubbio, fede, grido. Mi piace questo pescatore che
ringrazio, uomo d'acqua e poi di roccia, per questo suo umanissimo oscillare tra fede
grande, che sfida la tempesta, e fede piccola. Ed proprio l che Ges ci raggiunge, al
centro della nostra mancanza di fede. Ci raggiunge e non punta il dito contro i nostri dubbi,
ma stende la mano per afferrarci. Nei giorni della fede piccola arriva la mano forte che Dio
non ha mai cessato di tendere. E il grido di paura diventa abbraccio tra l'uomo e il suo Dio.
(Letture: Primo Libro dei Re 19,9a. 11-13a; Salmo 84; Romani 9,1-5; Matteo 14,22-23)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
14/08/2008
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Nella Cananea la fede degli esclusi


XX domenica del Tempo Ordinario - Anno A In quel tempo, partito di l, Ges si ritir
verso la zona di Tiro e di Sidne. Ed ecco una donna Canana, che veniva da quella
regione, si mise a gridare: Piet di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia molto
tormentata da un demonio. Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi
discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: Esaudiscila, perch ci viene dietro
gridando!. Egli rispose: Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa
d'Israele. Ma quella si avvicin e si prostr dinanzi a lui, dicendo: Signore, aiutami!.
Ed egli rispose: Non bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini. vero,
Signore " disse la donna ", eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola
dei loro padroni. Allora Ges le replic: Donna, grande la tua fede! Avvenga per te
come desideri. E da quell'istante sua figlia fu guarita. Pochi personaggi del Vangelo sono

simpatici come questa donna, una madre straniera che non si arrende ai silenzi di Ges, ma
intuisce sotto il suo rifiuto l'impazienza di dire s. Una madre pagana, che non conosce
Jahv, che adora Baal e Astarte, dichiarata donna di grande fede. E non per la
perseveranza nel gridare il suo dolore, quanto perch, con il suo cuore di madre, sente Dio
pi attento alla felicit che alla fedelt dei suoi figli. Crede in un Dio che considera la
salute di una ragazza pagana pi importante che non il culto dei leviti e le formule della
fede. Crede che la gloria di Dio l'uomo vivente, la creatura guarita, una ragazza felice,
una madre abbracciata alla carne della sua carne, finalmente risanata. Questa donna non ha
la fede dei teologi, ma quella delle madri che soffrono. Conosce Dio dal di dentro e sa che
la sua legge suprema che l'uomo viva, sa che Dio dimentica i propri diritti per i diritti
dell'uomo che soffre. Grande la tua fede!. Allora grande ancora la fede sulla terra,
dentro e fuori la Chiesa, perch grande il numero delle madri di Tiro e Sidone, che non
sanno il Credo ma sanno il cuore di Dio. E lo sanno dal di dentro. Non conoscono il nome
di Jahv, ma ne conoscono il cuore. Sanno che se un figlio soffre, per questa semplice,
nuda ragione Dio si fa vicino e appartiene al loro dolore. Una frase d la svolta al dialogo: i
cuccioli sotto la tavola mangiano le briciole dei bambini. Dice quella donna: non puoi fare
delle briciole di miracolo, briciole di segni, per questi cani di pagani? In questo presente di
fame e di festa, di vacanze e di miseria, una fiumana di madri cananee implorano ancora
briciole per i loro cuccioli, le implorano da noi, discepoli del nazareno: fate dei segni, dei
piccolissimi segni, almeno delle briciole di miracolo, per noi, i cagnolini della terra. Allora
si delinea il Regno, la terra come Dio la sogna: una tavola ricca di pane, una corona di
figli, briciole, e dei cuccioli in attesa. Questa immagine si fatta strada verso il cuore di
Ges e pu farsi strada verso il nostro. Affinch nessuno sia senza pane, e i cuccioli siano
trasformati in figli. La piet di Dio ci chiama a chinarci sugli ultimi, a prendere tutti gli
esclusi da sotto la tavola, a metterli tra i figli, anzi sopra il candeliere, perch anch'essi
hanno occhi di luce, perch ci sia pi luce sulla mensa e sul futuro del mondo. (Letture:
Isaia 56,1.6-7; Salmo 66; Romani 11,13-15.29-32; Matteo 15,21-28)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
21/08/2008
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Un amore che sfugge alle parole


XXI Domenica del Tempo Ordinario Anno A In quel tempo, Ges, giunto nella regione di
Cesara di Filippo, domand ai suoi discepoli: La gente, chi dice che sia il Figlio
dell'uomo?. Risposero: Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Ela, altri Gerema o
qualcuno dei profeti. Disse loro: Ma voi, chi dite che io sia?. Rispose Simon Pietro:
Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. E Ges gli disse: Beato sei tu, Simone, figlio
di Giona, perch n carne n sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che nei cieli. E
io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificher la mia Chiesa e le potenze degli inferi
non prevarranno su di essa. A te dar le chiavi del regno dei cieli: tutto ci che legherai
sulla terra sar legato nei cieli, e tutto ci che scioglierai sulla terra sar sciolto nei cieli.
Allora ordin ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. La gente chi dice che
sia il Figlio dell'uomo? La risposta bella e al tempo stesso sbagliata: dicono che sei un
profeta, voce di Dio e suo respiro. Ges pone la seconda domanda, preceduta da un ma:
Ma voi " come se i Dodici fossero di un altro mondo, mai omologati al pensiero dominante
" voi chi dite che io sia? La terza domanda implicita, diretta a me: tu chi dici che io sia?
Ges non chiede: Cosa avete imparato? Che parola vi ha colpito? Qual il centro del mio

insegnamento? Ma: chi sono io per te? Tu con il tuo cuore, con la tua fatica, la tua gioia e il
tuo peccato, tu cosa dici di Ges Cristo? Le parole pi vere sono sempre al singolare, e mai
parole d'altri. Non servono libri o catechismi, non studi, letture, o risposte imparate, ma
ciascuno dissetato alle fonti di Dio, inciso un giorno dalla spada a due tagli della sua
Parola, ciascuno, caduto e risorto, pu dare la sua risposta. Tu sei per me un crocifisso
amore. L'amore ha scritto il suo racconto sul tuo corpo con l'alfabeto delle ferite,
indelebili come l'amore. Tu sei per me un disarmato amore, che mai sei entrato nei
palazzi dei re, mai hai radunato eserciti, e in questo mondo di arroganti hai detto: Beati i
miti, gli inermi, i tessitori di pace. Tu sei per me un inseparato amore, perch nulla mai,
n angeli n demoni, n cielo n abisso, nulla mai ci separer dal tuo amore di Dio (cf. Rm
8, 39). Nulla, mai. Due parole assolute, perfette, totali: inseparabile sono dall'amore. I due
simboli di oggi sono la chiave e la roccia. Pietro roccia nella misura in cui ancora
trasmette Cristo, tesoro per l'intera umanit. roccia nella misura in cui mostra che Dio
vivo fra noi, crocifisso amore, disarmato amore, inseparato amore. Ma ogni discepolo
roccia e chiave. Chiave che apre le porte belle di Dio, roccia su cui far conto per costruire
la casa comune. Chiamato a legare e sciogliere, a creare nel mondo strutture di
riconciliazione. Voi chi dite che io sia? Non mi basta dire Dio; Cristo non ci che dico di
lui, ma ci che vivo di lui, come la vita non sta nelle mie parole sulla vita, ma nel mio
patirla: Mi guardano negli occhi / e rimangono estatici / perch capiscono che io ti ho visto
/ ti ho sentito / e che qualche volta almeno / ti ho anche tradito (Alda Merini). Non una
dottrina, non una morale, il cristianesimo una Persona, un dolcissimo sogno sempre
tradito, ma di cui non ci concesso stancarci. (Letture: Isaia 22,19-23; Salmo 137; Romani
11,33-36; Matteo 16,13-20)
riproduzione riservata
l Vangelo A cura di Ermes Ronchi
28/08/2008
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Il Crocifisso, seduttore innamorato


XXII domenica Tempo ordinario-Anno A In quel tempo, Ges cominci a spiegare ai suoi
discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei
capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in
disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: Dio non voglia, Signore; questo non ti accadr
mai. Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo,
perch non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!. Allora Ges disse ai suoi
discepoli: Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e
mi segua. Perch chi vuole salvare la propria vita, la perder; ma chi perder la propria vita
per causa mia, la trover. Infatti quale vantaggio avr un uomo se guadagner il mondo
intero, ma perder la propria vita? (...) Domenica scorsa Pietro confessava Ges, oggi
Ges sconfessa Pietro ? e tutta la nostra logica ? presentandosi in modo inaccettabile,
come colui che deve molto soffrire. Ges sa che non saranno mai i potenti a risolvere le
lacrime del mondo o gli errori del singolo. Il male si risolve solo portandolo. Sulla croce.
Che cos' la Croce, se non l'affermazione alta che Dio ama altri, e me fra questi, pi della
propria vita? La Croce l'abisso dove Dio diviene l'amante. il segnale massimo lanciato
da Dio all'uomo, il punto ultimo in cui tutto si incrocia: le vie del cielo, della terra e del
cuore. E la croce che il discepolo deve prendere? Per capire che cosa intenda Ges forse
basta sostituire la parola croce con la parola amore: Se qualcuno vuol venire con me,

prenda su di s tutto l'amore di cui capace. La croce del discepolo non sono i disappunti
quotidiani, le fatiche o le malattie: cose solo da sopportare. La croce vera, dice Ges, da
prendere, non da sopportare. Da scegliere, come riassunto di un destino e di un amore:
Scegli per te il giogo dell'amore. Non amare solo un lento morire. Ricordati che il vero
dramma dell'uomo non perdere la vita, ma non incontrare nessuno che valga pi della
propria vita, non avere nessuno per cui valga la pena dare la vita. Tutti, io per primo,
abbiamo paura del dolore, del sacrificio fino al dono di s; ci sia concesso per di non aver
paura di amare. Come fa Dio, il grande seduttore. Non guardare il dolore, guarda l'amore.
Tra i nomi di Dio Geremia introduce quello di seduttore: mi hai sedotto Signore e io mi
sono lasciato sedurre (I lettura). In Dio c' desiderio, cuore di carne, passione, bellezza. Un
Dio innamorato. Era impossibile resistergli, resistere alla passione di Dio per me. Eppure
Geremia si sente solo e incompreso, e protesta la sua amarezza. Pietro deluso nel suo
entusiasmo, incompreso nel suo realismo. Dio che seduce e delude? Che conquista e poi
lascia smarriti? S, perch chiama a pensare i suoi pensieri, a seguire i suoi passi, ad avere i
suoi sentimenti, ti allontana dal vecchio cuore. E se all'orizzonte si staglia una croce, Pietro
non ci sta, e io con lui, e mi sento un po' tradito. Allora ci soccorre Geremia: Ma nel mio
cuore c'era come un fuoco ardente, mi sforzavo ma non potevo contenerlo... Senza questo
fuoco, la passione di Dio per me, io sarei niente. Guadagnerei il mondo ma perderei me
stesso. (Letture: Geremia 20,7-9; Salmo 62; Romani 12,1-2; Matteo 16,21-27)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
04/09/2008
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Se il mondo nuovo inizia nelle relazioni quotidiane


XXIII Domenica del Tempo Ordinario Anno A In quel tempo, Ges disse ai suoi discepoli:
Se il tuo fratello commetter una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se
ti ascolter, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolter, prendi ancora con te una o
due persone, perch ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non
ascolter costoro, dillo alla comunit; e se non ascolter neanche la comunit, sia per te
come il pagano e il pubblicano. In verit io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra
sar legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sar sciolto in cielo. In verit
io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque
cosa, il Padre mio che nei cieli gliela conceder. Perch dove sono due o tre riuniti nel
mio nome, l sono io in mezzo a loro. Un ritornello risuona in ogni versetto di questo
Vangelo: mai senza l'altro. N isolamento, n questione di numeri, tutto inizia dall'incontro,
dalla pi piccola comunit: io-tu, due che si amano, la complicit festosa di due amici, una
madre abbracciata al suo bimbo, due oranti, e Dio l, come il terzo fra i due, come forza
di coesione del cosmo. Il Vangelo ci chiama a pensare sempre in termini di noi. La
costruzione del mondo nuovo inizia dai mattoni elementari io-tu, dalle relazioni quotidiane
fondamentali. Quando un io e un tu si accolgono e diventano un noi, il legame che si
crea apre sul venire di Dio, via di Dio. In principio, il legame. Anche in principio alla
stessa Trinit. Il Vangelo pone una condizione: che il noi sia composto non per caso o
per necessit, per violenza o per inganno, non nel nome di interessi o di paure, ma nel
nome di Ges. Il nome di Ges : passione d'amare, giustizia, pace, mitezza, limpido
cuore. Il nome di Ges fratello. Se tuo fratello commetter una colpa contro di te, va' e
ammoniscilo: Dio un vento di comunione che ci sospinge gli uni verso gli altri. Se tuo

fratello sbaglia, tu va', tu per primo inizia il cammino. Ma che cosa mi autorizza a
intervenire nella vita dell'altro? La ragione tutta in una parola: fratello. Solo se porti la
speranza e la gioia dell'altro, se hai assaporato le sue lacrime, se lo ami, allora sei
autorizzato a intervenire. Non la verit che mi legittima, ma la fraternit. Accetter la tua
verit purch si sposi con la tenerezza (E.Pound). Tutto quello che legherete sulla terra... Il
potere di sciogliere e legare non ha nulla di giuridico, consiste nel mandato fondamentale
di tessere nel mondo strutture di riconciliazione: ci che avrete riunito attorno a voi, le
persone, gli affetti, le speranze, lo ritroverete unito nel cielo; e ci che avrete liberato
attorno a voi, di energie, di vita, di audacia e sorrisi, non sar pi dimenticato, storia
santa. Ci che scioglierete avr libert per sempre, ci che legherete avr comunione per
sempre. Ma a che cosa serve la presenza di Cristo in mezzo a noi? Che cosa porta, che cosa
genera? Cristo la sorgente del rapporto buono con l'altro, la roccia solida su cui poggia la
casa del mondo, la misura alta dell'io e del tu che diventano noi, quella forza di amare che
ti convoglia nello stellato fiume (M. Luzi). (Letture: Ezechiele 33,7-9; Salmo 94;
Romani 13,8-10; Matteo 18,15-20)
riproduzione riservata

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


11/09/2008
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La croce, punto di congiunzione tra Dio e il mondo


Esaltazione della Santa Croce Nessuno mai salito al cielo, se non colui che disceso dal
cielo, il Figlio dell'uomo. E come Mos innalz il serpente nel deserto, cos bisogna che sia
innalzato il Figlio dell'uomo, perch chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti
ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perch chiunque crede in lui non vada
perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per
condannare il mondo, ma perch il mondo sia salvato per mezzo di lui. L'unica parola che
il cristiano ha da consegnare al mondo la parola della Croce. Dio entrato nella tragedia
dell'uomo, perch l'uomo non vada perduto, con il mezzo scandalosamente povero e debole
della croce. Per sapere chi sia Dio devo inginocchiarmi ai piedi della croce (Karl Rahner).
Tra i due termini, Dio e mondo, Dio e uomo, che tutto dice lontanissimi, incomunicabili,
estranei, le parole del Vangelo indicano il punto di incontro: il disceso innalzato, al tempo
stesso Figlio dell'uomo e Figlio del cielo. Cristo si abbassato, scrive Paolo, fino alla
morte di croce; Cristo stato innalzato sulla croce, dice Giovanni, attirando tutto a s. Tra
Dio e il mondo il punto di congiunzione la croce, che solleva la terra, abbassa il cielo,
raccoglie i quattro orizzonti, crocevia dei cuori dispersi. Colui che era disceso risale per
l'unica via, quella della dismisura dell'amore. Per questo Dio lo ha risuscitato, per questo
amore senza misura. L'essenza del cristianesimo sta nella contemplazione del volto del
crocifisso (Carlo Maria Martini), porta che apre sull'essenza di Dio e dell'uomo: essere
legame e fare dono. Ha tanto amato il mondo da dare il Figlio. Mondo amato, terra amata.
Da queste parole sorgive, iniziali ripartire: Noi non siamo cristiani perch amiamo Dio.
Siamo cristiani perch crediamo che Dio ci ama (P. Xardel). E noi qui a stupirci che, dopo
duemila anni, ci innamoriamo ancora di Cristo proprio come gli apostoli. Quale attrazione
esercita la croce, quale bellezza emana per sedurci? Sulla croce si condensa la seriet e la
dismisura, la gratuit e l'eccesso del dono d'amore; si rivela il principio della bellezza di
Dio: il dono supremo della sua vita per noi. Lo splendore del fondamento della fede, che ci

commuove, qui, nella bellezza dell'atto di amore. Suprema bellezza quella accaduta
fuori Gerusalemme, sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia annullare in quel poco di
legno e di terra che basta per morire. Veramente divino questo abbreviarsi del Verbo in un
singulto di amore e di dolore: qui ha fine l'esodo di Dio, estasi del divino. Arte di amare.
Bella la persona che ama, bellissimo l'amore fino all'estremo. In quel corpo straziato, reso
brutto dallo spasimo, in quel corpo che il riflesso del cuore, riflesso di un amore folle e
scandaloso fino a morirne, l la bellezza che salva il mondo, lo splendore del fondamento,
che ci seduce. (Letture: Numeri 21,4b-9; Salmo 77; Filippesi 2,6-11; Giovanni 3,13-17).
riproduzione riservata

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


18/09/2008
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Una bont che va oltre la giustizia


XXV domenica Tempo ordinario - Anno A In quel tempo, Ges disse ai suoi discepoli
questa parabola: Il regno dei cieli simile a un padrone di casa che usc all'alba per
prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accord con loro per un denaro al giorno
e li mand nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano
in piazza, disoccupati, e disse loro: "Andate anche voi nella vigna; quello che giusto ve lo
dar". (...) Usc di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto (...). Uscito
ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano l e disse loro: "Perch ve ne state
qui tutto il giorno senza far niente?". Gli risposero: "Perch nessuno ci ha presi a giornata".
Ed egli disse loro: "Andate anche voi nella vigna". Quando fu sera, il padrone della vigna
disse al suo fattore: "Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino
ai primi". (...) Finalmente un Dio che non un "padrone", nemmeno il migliore dei
padroni. altra cosa: il Dio della bont senza perch, che crea una vertigine nei normali
pensieri, che trasgredisce le regole del mercato, che sa ancora saziarci di sorprese. Intanto
il signore di una vigna: fra tutti i campi la vigna quello dove il contadino investe pi
passione e pi attese, con sudore e poesia, con pazienza e intelligenza. il lavoro che pi
gli sta a cuore: per cinque volte infatti, da uno scuro all'altro, esce a cercare lavoratori.
questa terra la passione di Dio, e coinvolge me nella sua custodia; questa mia vita che gli
sta a cuore, vigna da cui attende il frutto pi gioioso. Eppure mi sento solidale con gli
operai della prima ora che contestano: non giusto dare la medesima paga a chi fatica
molto e a chi lavora soltanto un'ora. vero: non giusto. Ma la bont va oltre la giustizia.
La giustizia non basta per essere uomini. Tanto meno basta per essere Dio. Neanche
l'amore giusto, un'altra cosa, di pi. Se, come Lui, metto al centro non il denaro, ma
l'uomo; non la produttivit, ma la persona; se metto al centro quell'uomo concreto, quello
delle cinque del pomeriggio, un bracciante senza terra e senza lavoro, con i figli che hanno
fame e la mensa vuota, allora non posso contestare chi intende assicurare la vita d'altri oltre
alla mia. Dio diverso, ma diversa pienezza. Non un Dio che conta o che sottrae, ma
un Dio che aggiunge continuamente un di pi. Che intensifica la tua giornata e moltiplica il
frutto del tuo lavoro. Non fermarti a cercare il perch dell'uguaglianza della paga, un
dettaglio, osserva piuttosto l'accrescimento, l'incremento di vita inatteso che si espande sui
lavoratori. Nel cuore di Dio cerco un perch. E capisco che le sue bilance non sono
quantitative, davanti a Lui non il mio diritto o la mia giustizia che pesano, ma il mio
bisogno. Allora non calcolo pi i miei meriti, ma conto sulla sua bont. Dio non si merita,

si accoglie. Ti dispiace che io sia buono? " No, Signore, non mi dispiace, perch sono
l'ultimo bracciante e tutto dono. No, non mi dispiace perch so che verrai a cercarmi
anche se si sar fatto tardi. Non mi dispiace che tu sia buono. Anzi. Sono felice che tu sia
cos, un Dio buono che sovrasta le pareti meschine del mio cuore fariseo, affinch il mio
sguardo opaco diventi capace di gustare il bene. (Letture: Isaia 55,6-9; Salmo 144;
Filippesi 1,20-24.27; Matteo 20,1-16)

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


25/09/2008
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Discepoli nei fatti, non a parole


XXVI domenica Tempo ordinario - Anno A In quel tempo, Ges disse ai capi dei sacerdoti
e agli anziani del popolo: Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e
disse: "Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna". Ed egli rispose: "Non ne ho voglia". Ma poi
si pent e vi and. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: "S, signore". Ma
non vi and. Chi dei due ha compiuto la volont del padre?. Risposero: Il primo. E
Ges disse loro: In verit io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel
regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto;
i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste
cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti cos da credergli. Un uomo aveva due figli, e
si potrebbe tradurre cos: un uomo aveva due cuori. Siamo tutti cos, contradditori e incerti,
con due cuori: uno che dice s e uno che lo contraddice. Abbiamo tutti due anime: quella
dell'apparire e del fingere per gli altri, e quella dell'essere veri anche se nessuno vede e sa.
Non si illude Ges. Conosce bene come siamo fatti: non esiste un terzo figlio ideale, in cui
senza contraddizioni avvenga l'incontro perfetto del dire e del fare. Cos noi: cristiani solo
a parole o con i fatti? Primo attore della breve parabola il padre, che va' verso i suoi figli,
si fa vicino, li cerca, chiede loro di lavorare in una vigna che non dice mia, ma
sottintende nostra, che al rifiuto non si scandalizza e non si deprime. C' poi un figlio
vivo e reattivo, impulsivo, che prima di aderire a suo padre prova il bisogno imperioso,
vitale, di fronteggiarlo, di misurarsi con lui, di contraddirlo, che non ha nulla di servile,
libero da sudditanze e da paure. L'altro figlio, che dice e non fa, invece un adolescente
immaturo, che si accontenta di apparire, cui importa non la verit e la coerenza ma il
giudizio degli altri. Qualcosa poi accade e viene a disarmare il rifiuto del figlio che ha
detto no. Tutto in una parola: "si pent", cio "cambi il modo di vedere" il padre e il
lavoro. Il padre non pi il padre-padrone cui obbedire o cui ribellarsi, ma colui che
progetta il bene della casa, che non ha bisogno di lavoratori ma di figli. La vigna pi che
fatica e sudore, diventa il luogo dove, nel vino, racchiusa una profezia di gioia e di festa
per tutta la casa. La differenza decisiva tra i due ragazzi: uno diventa figlio e coinvolto,
l'altro rimane un servo esecutore di ordini. Chi dei due ha fatto la volont del padre? il
passaggio centrale: volont di Dio non mettere alla prova l'obbedienza o la coerenza dei
figli, invece una vigna dai grappoli colmi di sole e di miele. Il suo progetto, suo e mio, si
realizza nei frutti buoni che ognuno pu portare per la vita del mondo. Ci che Dio sogna
non l'obbedienza o la fatica, ma far maturare la vigna della storia. Se agisci cos fai
vivere te stesso, dice il profeta Ezechiele nella I lettura, fai viva la tua vita! E il vangelo si
diffonder a partire da tutte le piccole vigne nascoste, dove ciascuno si impegna a rendere
meno arida la terra, meno soli gli uomini, meno contraddittorio il cuore. (Letture:
Ezechiele 18,25-28; Salmo 23; Filippesi 2,1-11; Matteo 21,28-32)

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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


02/10/2008
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Nella nostra vigna la vendemmia avviene ogni giorno


XXVII Domenica Tempo ordinario -Anno A In quel tempo, Ges disse ai capi dei sacerdoti
e agli anziani del popolo: Ascoltate un'altra parabola: c'era un uomo, che possedeva un
terreno e vi piant una vigna. La circond con una siepe, vi scav una buca per il torchio e
costru una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne and lontano. Quando arriv il
tempo di raccogliere i frutti, mand i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i
contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono.
Mand di nuovo altri servi, pi numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da
ultimo mand loro il proprio figlio dicendo: "Avranno rispetto per mio figlio!". Ma i
contadini, visto il figlio, dissero tra loro: "Costui l'erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la
sua eredit!". Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verr
dunque il padrone della vigna, che cosa far a quei contadini? (...) Vigna d'uva selvatica
in Isaia, vendemmia di sangue nel Vangelo di Matteo: la domenica delle delusioni di Dio.
Io sono cos, vigna e delusione di Dio. Isaia e Matteo raccontano la cura appassionata di
chi ha piantato la vigna, l'ha cinta come un abbraccio, vi ha scavato un tino, eretto una
torre, e poi l'ha affidata alle cure d'altri: e inizia la storia perenne di un amore e di un
tradimento. Da un lato la nobilt d'animo del padrone, dall'altro la brutalit violenta e
stupida dei vignaioli. Eppure il tradimento dell'uomo non in grado di fermare il piano di
Dio: la vigna dar frutto e Dio non sprecher la sua eternit in vendette. Nelle vigne
stagione di frutti. In noi invece la vendemmia avviene ogni giorno, viene con le persone
che cercano pane, Vangelo, giustizia, un po' di coraggio e una breccia di luce. Cosa trovano
in noi? Vino buono o uva acerba? Tutti cadiamo nell'errore dei vignaioli: l'atteggiamento
sterile di calcolare e prendere ci che la vigna (che lo Stato, la Chiesa, il gruppo, la
famiglia, la comunit), gli altri ci possono dare. Anzich preoccuparci di ci che noi
possiamo donare, far nascere e maturare. Ci arroghiamo il ruolo di vendemmiatori, anzich
quello di servitori della vita. Anzi, il mio ruolo pi vero quello di una piccola vite, di un
tralcio innestato su Cristo, chiamato a dare frutto, senza contare, per la fame e la gioia
d'altri. Il sapore profondo di questo frutto espresso da Isaia: aspettavo giustizia,
attendevo rettitudine, non pi grida di oppressi, non pi sangue. Il frutto che Dio attende
una storia che non generi pi oppressi, sangue, ingiustizia e volti umiliati. Cosa far il
padrone della vigna, dopo l'uccisione del Figlio?. La soluzione proposta dai Giudei
logica: una vendetta esemplare, nuovi vignaioli, nuovi tributi. La loro idea di giustizia
riportare le cose un passo indietro, ritornare a prima del delitto, mantenendo intatto il ciclo
immutabile del dare e dell'avere. Ma Ges non d'accordo e introduce la novit propria del
Vangelo. Il sogno di Dio non il tributo pagato, ma una vigna che non maturi pi grappoli
rossi di sangue e amari di lacrime, ma grappoli gonfi di sole e di luce. Per questo venuto
Cristo, vite e vino di festa. Su di lui mi fondo, in lui mi innesto, di lui mi disseto, di lui
godo. Cresco di lui, che riempie di vita le strade del mondo, di vino buono le giare di Cana.
(Letture: Isaia 5,1-7; Salmo 79; Filippesi 4,6-9; Matteo Mt 21,33-43).
riproduzione riservata

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


09/10/2008
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Alla festa del re senza l'abito nuziale


XXVIII Domenica Tempo ordinario - Anno A In quel tempo, Ges (...) disse: Il regno dei
cieli simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mand i suoi servi a
chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mand di nuovo altri servi
(...) ma quelli non se ne curarono (...); altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li
uccisero. Allora il re (...) fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro citt.
Poi disse ai suoi servi: (...) andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete,
chiamateli alle nozze. (...) Quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e
buoni, e la sala delle nozze si riemp di commensali. Il re entr per vedere i commensali e
l scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. Gli disse: Amico, come mai sei
entrato qui senza l'abito nuziale? (...) Tre immagini riassumono la parabola di oggi: la
prima quella di una sala vuota, preparata per una festa cui nessuno partecipa. In principio
il dono; in principio un Dio inascoltato e ignorato che sogna una reggia piena di volti felici
e di canti. Neanche Dio pu restare solo. Il suo come un esodo perenne in cerca
dell'uomo, primo di tutti gli esodi da ogni solitudine. In principio un Dio che ha bisogno di
dare per essere Dio, che dall'eternit celebra il rito dell'amicizia: Andate per le strade e
quelli che troverete, buoni e cattivi, chiamateli. Disposto perfino a stare in compagnia di
gente non all'altezza, inadatta, sbagliata o cattiva. E noi ci aspettavamo che accanto a Dio
potessero sedere solo i buoni, i senza peccato, i puri, i meritevoli. Ma Dio non si merita, si
accoglie! E la sala si riemp di commensali. Il paradiso non pieno di santi, ma di
peccatori perdonati, di gente come noi. La seconda immagine quella delle strade. Se il
dono non accolto e le case si chiudono, il Signore apre strade lungo le siepi. Sono le
strade percorse dai servi, ma prima ancora dagli invitati che se ne vanno al proprio campo
e ai propri affari. La strada il simbolo della libert delle scelte: alcuni le percorrono verso
la festa, altri verso i campi e gli affari. In queste poche parole nascosto il motivo del
rifiuto: gli invitati sono troppo impegnati per avere il tempo di vivere, seguono una logica
mercantile e contabile, estranea alla gratuit del tempo e del dono. Cos siamo noi: pronti a
dare a Dio qualcosa in cambio di qualcosa (preghiere in cambio di aiuto) ma non a dare e
ricevere gratuitamente amicizia. Non ad amare riamati. La terza immagine quella
dell'abito nuziale. L'uomo che non l'ha indossato non peggiore degli altri, buoni e cattivi
si confondono nella sala stracolma. Ma lui non si confonde con gli altri: isolato, separato,
solo, non pu godere la festa perch non porta il suo contributo di bellezza. Forse
quell'uomo non ha creduto al re: non possibile che un re inviti a palazzo straccioni e
vagabondi. Ha la mentalit di quelli che hanno rifiutato, l come se fosse altrove. il
dramma dell'uomo che si sbagliato su Dio, che non immagina un Regno fatto di festa,
convivialit, godimento. Cos' l'abito nuziale? Cristo: rivestitevi di Cristo, passare la
vita a vestirci e rivestirci di Cristo, dei suoi gesti e dei suoi doni. (Letture: Isaia 25,6-10a;
Salmo 22; Filippesi 4,12-14.19-20; Matteo 22,1-14)
riproduzione riservata

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


16/10/2008
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Dio non un Cesare pi grande d'ogni Cesare ma servo di tutti per amore
XXIX domenica Tempo ordinario - Anno A In quel tempo, i farisei se ne andarono e
tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Ges nei suoi discorsi. Mandarono
dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: Maestro, sappiamo che sei
veritiero e insegni la via di Dio secondo verit. Tu non hai soggezione di alcuno, perch
non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di' a noi il tuo parere: lecito, o no, pagare il
tributo a Cesare?. Ma Ges, conoscendo la loro malizia, rispose: Ipocriti, perch volete
mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo. Ed essi gli presentarono un
denaro. Egli domand loro: Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?. Gli risposero:
Di Cesare. Allora disse loro: Rendete dunque a Cesare quello che di Cesare e a Dio
quello che di Dio. Una domanda trappola, una domanda malvagia, costruita per
amplificare tensioni e divisioni: lecito o no pagare le tasse a Roma?. Al nemico,
all'invasore. Posta a Ges, che intendeva eliminare il concetto stesso di nemico. Se
avessimo fra le mani quella moneta romana, capiremmo molto di pi: il profilo
dell'imperatore non era un semplice omaggio al cesare di turno, ma indicava la propriet:
egli era il proprietario di quell'oro e chi l'aveva in mano ne era solo un proprietario
temporaneo. Questa moneta appartiene Cesare, non dovete far altro che restituirla. Ma la
profezia di Ges sorge nella seconda parte della risposta, quando alla questione politica e
storica, sul rapporto tra uomo e uomo, risponde conducendoci in profondit, al rapporto tra
uomo e Dio. L'iscrizione sulla moneta diceva al divino Cesare o al dio Cesare. Proprio
questa sintesi pericolosa Ges vuole disinnescare: Cesare non Dio. Rendete a Dio quello
che di Dio. Ma che cosa gli appartiene? La terra, l'universo e tutti i viventi (salmo
24,1); io appartengo al Signore (Isaia 44,5). A Cesare vadano le cose, a Dio le persone.
Cesare non ha diritto di vita e di morte sulle persone, non ha il diritto di violare la loro
coscienza, non pu impadronirsi della loro libert. A Cesare non spetta il cuore, la mente,
l'anima. Spettano a Dio solo. Ad ogni potere umano detto: Non appropriarti dell'uomo.
L'uomo cosa di un Altro. Cosa di Dio. A me dice: Non iscrivere appartenenze nel cuore
che non siano a Dio. Libero e ribelle a ogni tentazione di possesso, ripeti a Cesare: Io non
ti appartengo. La risposta di Ges ha come intenzione quella di allargare il problema: non
di teorizzare l'autonomia delle realt mondane, o la separazione dei poteri, ma quella di
prendere le radici stesse del potere e di capovolgerle al sole e all'aria. Per Ges Dio non il
potere oltre ogni potere, amore. Non il padrone delle vite, il servitore dei viventi. Non
un Cesare pi grande degli altri cesari, ma un servo sofferente per amore. Tutt'altro modo
di essere Dio. Ges impiega un verbo che non vuol dire solo date, ma pi precisamente
restituite, ridate indietro. Perch nulla di ci che hai tuo, di nulla sei proprietario, se
non del cuore. Sei figlio di un dono, che viene da prima di te e va oltre te. Tu, talento d'oro,
dono che porta coniata l'immagine di Dio, devi restituire niente di meno di te stesso, ma
soltanto a Lui. (Letture: Isaia 45, 1.4-6; Salmo 96; Tessalonicesi 1, 1-5; Matteo 22, 15-21)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


23/10/2008
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Il cristiano ama al modo di Ges


XXX domenica Tempo ordinario " Anno A In quel tempo, i farisei, avendo udito che Ges
aveva chiuso la bocca ai sadduci, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della
Legge, lo interrog per metterlo alla prova: Maestro, nella Legge, qual il grande
comandamento?. Gli rispose: "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta
la tua anima e con tutta la tua mente". Questo il grande e primo comandamento. Il
secondo poi simile a quello: "Amerai il tuo prossimo come te stesso". Da questi due
comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti. Amerai con tutto" con tutto" con
tutto" Per tre volte Ges ripete l'appello alla totalit, all'impossibile. Perch l'uomo ama,
ma solo Dio ama con tutto il cuore, lui che l'amore stesso. Ripete due comandi antichi e
noti, ma aggiunge: il secondo simile al primo. Amerai il prossimo simile ad amerai Dio.
Il prossimo simile a Dio, ha corpo, voce, cuore simili a Dio. Questo lo scandalo, la
rivoluzione portata dal Vangelo. Ama Dio con tutto il cuore. Eppure, resta ancora del cuore
per amare il marito, la moglie, il figlio, l'amico, il prossimo e perfino il nemico. Dio non
ruba il cuore, lo moltiplica. Non sottrazione ma addizione d'amore. La novit del
cristianesimo non il comando di amare Dio: amano il loro Dio molti uomini, lo fanno i
mistici di tutte le religioni. Neppure quello di amare il prossimo come te stesso proprio
del cristianesimo, presente com' nel primo Testamento. La novit del cristianesimo non
l'amore, bens l'amore come quello di Cristo. Gli uomini amano, il cristiano ama al modo
di Ges. L'amore Lui: quando lava i piedi ai discepoli, quando piange per l'amico morto,
quando esulta per il nardo profumato di Maria, quando si rivolge al traditore chiamandolo
amico, e prega per chi lo uccide, e neppure il suo sangue tiene per s, e ricomincia dai pi
perduti, e intende cancellare il concetto stesso di nemico. Amatevi come io vi ho amato.
Non quanto, ma come; non la quantit ma lo stile. O rischiamo di esserne schiacciati.
Impossibile amare quanto lui, ma possibile seguirne le orme, coglierne il sapore, il lievito,
il sale e immetterlo nei giorni: come ho fatto io, cos anche voi. Amerai. Tutto il nostro
futuro in un verbo, presentato per non come una ingiunzione, un secco imperativo, ma
coniugato al futuro, perch amare azione mai conclusa, perch durer quanto durer il
tempo. Perch un progetto, anzi l'unico. E dentro c' la pazienza di Dio. Un futuro che
traccia strade e indica una speranza possibile. Non un obbligo, ma una necessit per vivere,
come respirare. Amare, voce del verbo vivere, voce del verbo morire. Cosa devo fare
domani, Signore, per essere vivo? Tu amerai. Cosa far l'anno che verr, e poi dopo, per il
mio futuro? Tu amerai. E l'umanit, il suo destino, la sua Storia? Solo questo: l'uomo
amer. Amare vuol dire non morire. Va' e anche tu fa' lo stesso. E troverai la vita. (Esodo
22,20-26; Salmo 17; 1 Tessalonicesi 1,5-10; Matteo 22,34-40)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


30/10/2008
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Le porte della morte aprono alla vita


Commemorazione di tutti i fedeli defunti In quel tempo, Ges disse alla folla: Tutto ci
che il Padre mi d, verr a me: colui che viene a me, io non lo caccer fuori, perch sono
disceso dal cielo non per fare la mia volont, ma la volont di colui che mi ha mandato. E
questa la volont di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha

dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno. Questa infatti la volont del Padre mio: che
chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciter nell'ultimo
giorno. La liturgia non ha pianti, perch ci di cui fa memoria non la morte, ma la
risurrezione. La liturgia non ha lacrime, se non asciugate dalla mano di Dio; essa infatti
non pronuncia parole sulla fine ma sulla vita. Se tu fossi stato qui mio fratello Lazzaro
non sarebbe morto. Marta ha fede in Ges, eppure si sbaglia. Cos noi ripetiamo le sue
parole e il suo errore: in questa malattia del mio familiare, dov' Dio? Se Dio esiste, perch
questa morte innocente? Se Tu sei qui, i miei cari non moriranno" Invece Dio qui,
sempre, ma non come esenzione dalla morte. Ges non ha mai promesso che i suoi amici
non sarebbero morti. Per lui il bene pi grande non una vita lunga, un infinito
sopravvivere; l'essenziale non sta nel non morire, ma nel vivere gi una vita risorta.
L'eternit gi entrata in noi molto prima che accada, entra con la vita di fede (chiunque
crede in Lui ha la vita eterna), entra con i gesti del quotidiano amore. Il Signore ci insegna
ad avere pi paura di una vita sbagliata che della morte. A temere di pi una vita vuota e
inutile che non l'ultima frontiera che passeremo aggrappandoci forte al cuore che non ci
lascer cadere. Chi ci separer dall'amore di Cristo? N angeli n demoni, n vita n morte,
nulla ci potr mai separare dall'amore (Rm 8,35-37). Questo mi basta. Se Dio amore, mi
vendicher della mia morte. La sua vendetta la risurrezione, un amore mai pi separato.
Dio salva, questo il suo nome. Salvare significa conservare. Per sua precisa volont nulla
andr perduto, non un affetto, non un bicchiere d'acqua fresca, neanche il pi piccolo filo
d'erba. Una preghiera per i defunti, forse la pi bella, invoca: ammettili a godere la luce del
tuo volto. I verbi della fede cedono ad un verbo umile e forte, inerme ed umanissimo:
godere. La ragione cede alla gioia, la fede al godimento. L'eternit fiorisce nei verbi della
gioia. Perch Dio non risposta al nostro bisogno di spiegazioni, ma al nostro bisogno di
felicit, lo per i miei sensi, lo spirito, gli affetti e il cuore, per la totalit della mia
persona. La nostra esperienza sostiene che tutto va dalla vita verso la morte. La fede
cristiana dichiara invece che l'esistenza dell'uomo va da morte a vita. Dal santuario di Dio
che la terra e dove nessun uomo pu restare a vivere, le porte della morte conducono
verso l'esterno. Ma su che cosa si aprono i battenti di questa porta? Non lo sai? Sulla vita!
(Letture: Giobbe 19,1.23-27a; Salmo 26; Romani 5,5-11; Giovanni 6,37-40).
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l Vangelo A cura di Ermes Ronchi


06/11/2008
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Sono i figli di Dio il suo tempio


Festa della dedicazione della Basilica Lateranense Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e
Ges sal a Gerusalemme. Trov nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e,
l seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacci tutti fuori del
tempio, con le pecore e i buoi; gett a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesci i
banchi, e ai venditori di colombe disse: Portate via di qui queste cose e non fate della casa
del Padre mio un mercato!. [...] Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: Quale
segno ci mostri per fare queste cose?. Rispose loro Ges: Distruggete questo tempio e in
tre giorni lo far risorgere. [...] Egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu
risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla
Scrittura e alla parola detta da Ges. Gi un'ora dopo i mercanti avevano rioccupato il loro

posto; il belato degli agnelli e il tubare delle colombe si fondeva di nuovo con il mormorio
delle preghiere. Eppure il gesto di Ges non rimasto senza effetto, proclama ancora: non
farai mercato della fede, non farai valere la legge scadente dello scambio, la legge gretta
del baratto, dove tu dai qualcosa a Dio, perch Lui in cambio dia molto a te. Gesto e parole
di Ges sono profezia per oggi: se allora il tempio era diventato mercato, ora, senza pudore
alcuno, il mercato globale ad essere diventato il tempio, il luogo dove si adorano i nuovi
idoli, il falso dio del denaro. Ges ha molto amato il tempio di Gerusalemme, lo ha
ammirato, si indignato coi mercanti, ha pianto per la sua distruzione imminente. Lo ha
chiamato casa del Padre eppure lo ha anche radicalmente contestato: Distruggete questo
tempio e io in tre giorni lo far risorgere. Voi distruggete, io riedifico. La sua opera pi
vera ricostruire; l'azione propria di Dio far risorgere. L dove gli altri ti fermano, egli ti
fa ripartire; l dove eri caduto, egli ti fa rialzare e risveglia la vita. Parlava del tempio del
suo corpo. Il vero tempio non indicato dal giro delle pietre ma dal perimetro vivo di un
corpo di carne, il suo, tenda della Parola. Alla teologia del tempio di pietra, Ges ci insegna
a sostituire la teologia del tempio di carne: i figli di Dio sono il santuario di Dio. E se
appartengo a Cristo, anch'io sono tenda di Dio. E lo il mendicante, l'immigrato, lo
straniero la cui sola presenza mi infastidisce. facile adeguarsi a un Dio che abita le
cattedrali, prigioniero delle pietre e delle mura degli uomini. Un Dio cos non crea
problemi, ma non cambia nulla della vita. Il vero problema per noi rappresentato da un
Dio che ha scelto come tempio l'uomo (Pozzoli), che ci ha insegnato a sostituire alla
teologia del tempio, la teologia dei figli di Dio come tempio di Dio. Non fate della casa del
Padre mio un mercato! Ges non si rivolge ai custodi dei templi, o all'istituzione, ma a
ciascuno: la casa ultima del Padre sei tu. Casa ingombra di pecore e buoi, di denari e di
colombe, che non lascia pi trasparire Dio, invitata a diventare di nuovo trasparente, terra
aperta al cielo. Dio ancora in viaggio, il Misericordioso senza tempio cerca un tempio, il
Dio che non ha casa in cammino e cerca casa. La cerca proprio in me. (Letture: Ezechiele
47,1-2.8-9.12; Salmo 45; 1 Corinzi 3,9c-11.16-17; Giovanni 2,13-22)
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l Vangelo A cura di Ermes Ronchi


13/11/2008
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Chiamati alla pienezza e alla creativit


XXXIII Domenica Tempo Ordinario " Anno A Avverr come a un uomo che, partendo per
un viaggio, chiam i suoi servi e consegn loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un
altro due, a un altro uno, secondo le capacit di ciascuno; poi part. Subito colui che aveva
ricevuto cinque talenti and a impiegarli, e ne guadagn altri cinque. Cos anche quello che
ne aveva ricevuti due, ne guadagn altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo
talento, and a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo
molto tempo il padrone di quei servi torn e volle regolare i conti con loro (...). Questa
parabola la sintesi delle due forze opposte di cui si nutre ogni vita: l'emozione e la
disciplina, il talento e il lavoro. In quale servo mi riconosco? Nei primi due, quelli che
lavorano il loro capitale, il loro splendido dono: e vedono il mondo, gli uomini, il tutto
come un dono iniziale che progredisce, un giardino incompiuto che deve crescere e fiorire?
Oppure mi riconosco nel terzo servo, quello che non fa progredire niente, uomo inutile al
futuro? Il cuore segreto delle cose un appello a crescere; una spirale d'amore crescente

l'energia. Come per il campo arato che non pu restituire in estate solo il seme che ha
ricevuto, cos per noi, tra semina e mietitura, il nostro ruolo la moltiplicazione. Pena il
non senso della vita. Il terzo servo ha un cuore malato, senza desiderio. un esule della
creazione, esiliato e inutile, non a immagine del Dio creatore, che sparge a piene mani i
suoi germi di luce e di vita, con magnifica esuberanza. Il terzo servo non crea pi: solo
conserva. Ma il mondo e il cuore non ci sono dati come cose da conservare, come fragili
miracoli che possono rompersi fra le mani, ma devono ascendere gloriosamente verso la
pienezza. Non siamo dei conservatori di cose preziose e minacciate, ma dei creatori di
opere nuove, servitori della forza lievitante nascosta dentro tutto ci che vive. Solo cos la
nostra vita non sar inutile al divenire comune. Cos per i primi due servi: nella loro
mente non c' un rendiconto che incombe e turba i sonni, ma una vita che chiede di
crescere. Vocazione nostra di essere emozionati e disciplinati artefici di creazione; il
nostro incarico, il nostro vanto, di lasciare il mondo un po' pi bello di come l'abbiamo
trovato. C' nel Vangelo tutta una teologia del seme, del lievito, del germoglio, della
gemma, di inizi come doni pieni di grazia. A noi tocca il cammino, gli itinerari di emozione
e disciplina, l'estate odorosa di frutti. Dio la primavera del cosmo: a noi il compito di
creare l'estate dei frutti. Il mondo un giardino incompiuto e incamminato. La parabola il
poema della creativit, senza voli retorici: nessuno dei servi crede di poter salvare il
mondo. Tutto invece odora di casa, di viti, di olivi, di lana, di lavoro e di attesa. Il padrone
tuttavia non vuole per s i talenti, essi restano ai servi fedeli. Anzi li moltiplica: questa
spirale d'amore crescente il nome segreto di tutto ci che vive. (Letture: Proverbi 31,1013.19-20.30-31; Salmo 127; 1 Tessalonicesi 5,1-6; Matteo 25,14-30)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


20/11/2008
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Chi tocca i poveri sfiora il cielo di Dio


XXXIV Domenica Tempo Ordinario-Anno A Cristo Re dell'Universo Allora il re dir a
quelli che saranno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredit il
regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perch ho avuto fame e mi avete
dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto,
nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a
trovarmi. [...] In verit io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei
fratelli pi piccoli, l'avete fatto a me. Padre che sei nei cieli... ma il cielo di Dio sono i
poveri. E quando la tua mano tocca un povero dalla vita dolente, le tue dita stanno
sfiorando il cielo di Dio. Dove entreremo solo se saremo prima entrati nella vita di chi
soffre. Perch Ges sta nel posto dove noi non vorremmo mai essere, nell'ultimo posto; in
coloro che incarnano non i tuoi sogni, ma le tue paure e i tuoi dolori: Dio naviga in un
fiume di lacrime (Turoldo). La cosa che mi commuove, delle cose ultime, che Dio non mi
giudicher scorrendo l'elenco delle mie debolezze, ma quello dei miei gesti di bont; non
indagher le mie ombre ma annoter i semi di luce o il polline di bene che ho seminato.
Distogli il tuo sguardo dal mio peccato, supplicava Davide nel salmo del pianto. Ed ecco
che Dio esaudisce quel grido, nell'ultimo giorno distoglier il suo sguardo dal male, per
sempre lo fisser sul bene. Sul bene concreto: e l'umilt della materia cos importante che
Dio vi ha legato la salvezza, l'ha legata a un po' di pane, ad un bicchiere d'acqua, ad un

vestito donato, ai passi di una visita. Non alle cose per, ma al cuore detto dalle cose.
Questa la grandezza della fede evangelica: il tema del supremo confronto tra uomo e Dio
non il peccato ma il bene. Misura dell'uomo, misura di Dio, misura della storia il bene.
Il nostro futuro, cielo e paradiso, generato dal bene che io, tu, noi abbiamo donato al
Lazzaro infinito, al Lazzaro innumerevole della terra. Il giudizio di Dio l'atto che dice la
verit ultima dell'uomo, e per trovarla non guarder me, ma intorno a me: le mie relazioni,
la porzione di poveri e di lacrime e di amori che mi affidata e che devo custodire con la
mia vita. Se c' qualcosa di eterno in noi, se qualcosa di noi rimane quando non rimane pi
nulla, questa cosa solo l'amore. Dio non ti sorprende in un momento di debolezza,
quando non ce la fai a vivere in un modo pi nobile e puro, ma colui che
instancabilmente ti sospinge al bene. Che non misura le tue debolezze, ma incalza la tua
bont. Il povero di cui parla il Vangelo colui che viaggia ai limiti dell'esistenza. E se lo
guardi, ti senti naufragare. Il povero, per la sua fragilit, ti obbliga a confrontarti con le
cose estreme, con la vita a rischio, metafora di fallimento e di morte. Ma anche maestro
di fede perch incarna l'evidenza che tutti noi viviamo solo perch custoditi da altri, che
esistiamo solo perch accolti da Qualcuno, impaziente di ripetere: Vieni, benedetto!
(Letture: Ezechiele 34,11-12.15-17; Salmo 22; 1 Corinzi 15,20-26a.28; Matteo 25,31-46)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


27/11/2008
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Avvento, l'attesa che apre all'amore


I Domenica di Avvento Anno B In quel tempo, Ges disse ai suoi discepoli: Fate
attenzione, vegliate, perch non sapete quando il momento. come un uomo, che
partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo
compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il
padrone di casa ritorner, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate
in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi,
lo dico a tutti: vegliate!. Avvento il tempo dell'attesa. Il profeta Isaia apre le pagine di
questi giorni come un maestro dell'attesa e del desiderio. Si attende non per una mancanza,
ma per una pienezza, una sovrabbondanza. Come fa ogni donna incinta, quando l'attesa
non assenza, ma evento di completezza e di totalit, esperienza amorosa dell'essere uno e
dell'essere due al tempo stesso. Il mio avvento come di donna in attesa, quando la
segreta esultanza del corpo e del cuore deriva da qualcosa che urge e gonfia come un vento
misterioso la vela della vita. Attendere con tutto me stesso significa desiderare, attendere
amare (Simone Weil). Cos io attendo un Signore che gi vive e ama in me; ogni
persona attende un uomo e un Dio che gi sono dentro di lei, ma che hanno sempre da
nascere; l'umanit intera porta il Verbo, gravida di un progetto, custodisce il sogno di
tutta la potenzialit dell'umano, l'attesa di mille realizzazioni possibili, porta in s l'uomo
che verr. Attendere, allora, equivale a vivere. Ma a vivere d'altri. Un doppio rischio
incombe su di noi: il cuore indurito, secondo Isaia (perch lasci che si indurisca il nostro
cuore?), e quella che Ges chiama una vita addormentata (vegliate, vigilate, state
attenti... che non vi trovi addormentati). Qualcuno ha definito la durezza del cuore e la vita
addormentata come il furto dell'anima nel nostro contesto culturale. Il furto della
profondit, dell'attenzione, il vivere senza mistero, il furto del cuore tenero: un tempo

senza piet, ci siamo negati al suo abbraccio e siamo avvizziti come foglie. Scrive un
poeta: Io vivere vorrei / addormentato / entro il dolce / rumore della vita (Sandro Penna).
Io no, voglio vivere vigile a tutto ci che sale dalla terra o scende, vegliando su tutti gli
avventi del mondo: sulle cose che nascono, sulla notte che finisce, sui primi passi della
luce, custodendo germogli, e la loro musica interiore. Vivere attenti il nome dell'avvento.
Vivere attese e attenzioni, due parole che derivano dalla medesima radice: tendere verso
qualcosa, il muoversi del corpo e del cuore verso Qualcuno che gi muove verso di te.
Vivere attenti: agli altri, ai loro silenzi, alle loro lacrime e alla profezia; in ascolto dei
minimi movimenti che avvengono nella porzione di realt in cui vivo, e dei grandi
sommovimenti della storia. Attento alla Vita che urge, tante volte tradita, ma ogni volta
rinata. (Letture: Isaia 63, 16b-17.19b; 64, 2-7; Salmo 79; 1 Corinzi 1,3-9; Marco 13, 33-37)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


04/12/2008
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Ripartire dalla buona notizia di Dio


II Domenica di Avvento Anno B Inizio del vangelo di Ges, Cristo, Figlio di Dio. Come
sta scritto nel profeta Isaa: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparer
la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi
sentieri, vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di
conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e
tutti gli abitanti di Gerusalemme. [...] Giovanni era vestito di peli di cammello, con una
cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava:
Viene dopo di me colui che pi forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i
lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzer in Spirito
Santo. Inizio del vangelo di Ges Cristo. Inizio della buona notizia. A partire da che cosa
ricominciare a vivere, a progettare? Da una buona notizia. Non ricominciare mai da
pessimismo, non dai problemi, neppure dall'illusorio primato della realt che sembra
dominare nel mondo. Ricominciare da una cattiva notizia solo intelligenza apparente,
priva di sapienza di vangelo. Ricominciare dalle buone notizie di Dio: e subito, fin dalle
prime parole, Marco mostra come fare per accorgersene e per accoglierle. Tutta
l'esperienza dell'uomo spirituale riassunta in questi pochi versetti. Il primo passo porta a
Isaia e Giovanni e potrebbe definirsi cos: cercare profeti. Come Isaia, profeta uno che
apre strade anche nel deserto, tracce di speranza anche l dove sembrava impossibile;
che non si mimetizza n si lascia omologare dal pensiero dominante. I profeti creatori di
strade e liberi come nessuno: ascoltarli diventare come loro. La seconda caratteristica di
ogni profeta di essere in attesa, insoddisfatto di ci che ha, cuore affaticato dal richiamo
di cose lontane. Isaia e Giovanni annunciano un Altro (viene uno pi grande) hanno il loro
centro altrove: in un desiderio, un orizzonte, una persona. Annunciano che la vita non
statica ma estatica, uscire da s, vivere incamminati. Come un profeta, ogni uomo
spirituale costantemente in viaggio, alla ricerca di ci che ancora non ha, la sua casa
oltre: allora pronto per nascite ed inizi. In terzo luogo, profeta colui che ri-orienta la
vita: predicava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Il peccato
l'esperienza di chi non riesce a raggiungere la propria meta ed ha perso la strada. Il perdono
Dio che indica di nuovo il punto di arrivo e fa ripartire, carovana che si rimette in viaggio

all'alba, vento per la nave che salpa. Perdono un nuovo inizio, un nuovo mare, un nuovo
giorno. Il peccato perdonato non esiste pi, annullato, cancellato, azzerato. Ed il bene che
revoca il male. Il bene vale di pi: buona notizia di Ges Cristo. Il Vangelo Dio che viene
portando amore, e tutto ci che non-amore non-Dio. Dio viene e sa parlare al cuore, e
lo insegna ai suoi profeti: parlate al cuore di Gerusalemme, ditele che finita la notte
(Isaia). il pi forte, dice Giovanni, proprio perch l'unico che parla al cuore,
teneramente e possentemente toccando il centro dell'umano. (Letture: Isaia 40,1-5.9-11;
Salmo 84; 2 Pietro 3,8-14; Marco 1,1-8)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


11/12/2008
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Giovanni, testimone della luce


III Domenica di Avvento Anno B Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era
Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perch tutti
credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme
sacerdoti e levti a interrogarlo: Tu, chi sei?. Egli confess e non neg. Confess: Io
non sono il Cristo. Allora gli chiesero: Chi sei, dunque? Sei tu Elia?. Non lo sono,
disse. Sei tu il profeta?. No, rispose. Gli dissero allora: Chi sei? Perch possiamo
dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?. Rispose: Io
sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il
profeta Isaa. (...). Venne un uomo mandato da Dio.... per dare testimonianza alla luce.
Ecco cos' un profeta: testimone della luce e non dell'ombra; annunciatore del bene non
dello sfascio o del degrado del mondo; sentinella del positivo non dei difetti o dei peccati
che assediano ogni epoca e ogni vita; testimone che ogni Adamo ha conservato in s, sotto
la tunica di pelle, una tunica di bellezza che il Messia, nei giorni pi veri, riporter alla
vista e alla gioia di tutti. Come Giovanni, io voglio testimoniare un Dio di luce, un Dio
solare e felice, che ha fatto risplendere la vita (2 Tm 1,10), ha dato splendore e bellezza
all'esistenza, ha immesso e continua a seminare frammenti di sole dentro le vene oscure
della storia. Io testimonio non obblighi o divieti, ma il fascino della luce; profeta non della
legge ma della grazia, non della verit ma della bont immensa che penetra l'universo, di
un Dio liberatore, che va in cerca dei prigionieri per rimetterli nel sole. Con i miei peccati e
le mie ombre, con tutte le cose che sbaglio e non capisco, con la mia fragilit e i miei
errori, nonostante tutto, io posso essere testimone che Dio luce e in lui non vi sono
tenebre (I Gv 1,5); che il mondo si regge su di un principio di luce, un principio di bene e
di bellezza, che da sempre, pi antico, pi profondo, pi originale del male. C' una
primogenitura della luce, nella Bibbia e nell'uomo: in principio Dio disse: sia la luce. Il
mondo non poggia sul male o sul peccato, non si regge neppure su di un moralismo
rigoroso e sterile, ma sulla primogenitura del bene che discende dal cuore di luce di Dio.
Tu, chi sei? Chiedono a Giovanni ed egli per tre volte risponde: io non sono. Maschere che
cadono: io non sono ci che gli altri credono di me, io non sono il mio ruolo e nemmeno il
mio peccato. Io sono voce, un Altro la parola; io sono voce, trasparenza di qualcosa che
viene da oltre, eco di significati che sono da prima di me, che saranno dopo di me.
Giovanni ha trovato la sua identit, ma in un Altro. Solo Dio svela quello che io sono in

profondit: il mio segreto oltre me. La sua venuta non mortifica ma incrementa la mia
persona. A Natale Dio entra e l'uomo diventa un nido di sole (Turoldo). Venne un uomo
mandato da Dio: ognuno quest'uomo mandato, ognuno voce e sillaba della Parola,
testimone che Dio c', che Dio luce. E il tuo cuore ti dir che tu sei fatto per la luce.
(Letture: Isaia 61,1-2.10-11; Luca 1; 1 Tessalonicesi 5,16-24; Giovanni 1,6-8.19-28)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


18/12/2008
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La radice della fede nella gioia


IV Domenica di Avvento Anno B In quel tempo, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in
una citt della Galilea, chiamata Nzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della
casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse:
Rallgrati, piena di grazia: il Signore con te. A queste parole ella fu molto turbata e si
domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: Non temere,
Maria, perch hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce
e lo chiamerai Ges. Sar grande e verr chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli
dar il trono di Davide suo padre e regner per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo
regno non avr fine (...) Tra pochi giorni Natale. E ci sentiamo ancora una volta
impreparati. La liturgia allora ci prende per mano e ci accompagna, additando colei che
meglio ha vissuto l'attesa di Dio: santa Maria. Con lei come modello, di colpo capiamo che
cosa il Natale: non il ricordo di un fatto storico accaduto in quel tempo, ma l'accoglienza
di un fatto che avviene ora: l'incarnazione di un Dio che gi germina in me. Il Vangelo
dell'annunciazione comincia con sette nomi propri (sette il numero della completezza) di
luoghi e persone che affollano la pagina di Luca e mostrano che il venire di Dio coinvolge
la totalit della vita. Maria cos importante perch il punto di incontro tra Dio e la
materialit della nostra vita. L'angelo entr da lei, nella sua casa: un giorno qualunque,
in un luogo qualunque, un annuncio consegnato nell'intimit, nella normalit di una casa.
nella casa che Dio ti sfiora, ti tocca. Lo fa in un giorno di festa, nel tempo delle lacrime,
quando dici alle persone che ami parole che si sognano eterne. cos bello pensare che
Dio ti sfiora non solo nelle liturgie solenni delle Cattedrali, o in giorni speciali, ma
soprattutto nella vita comune! Come nella Messa il sublime confina con una tovaglia, un
calice e un pane, cos nella casa l'immenso si insinua nelle piccole cose finite di ogni
giorno. La prima parola dell'angelo chire, gioisci, sii felice; non dice: fai, alzati,
inginocchiati, prega; solo: gioisci. Il primo Vangelo lieta notizia e precede qualunque
tua risposta. La fede ha radice nella gioia. Il perch della gioia detto con la parola
successiva: piena di grazia, riempita della vita di Dio, sei amata teneramente,
gratuitamente, per sempre. Ecco il nome di Maria: amata per sempre. Il mio nome.
L'angelo aggiunge: Il Signore con te. In questa mia vita inadeguata il Signore con me.
In questa mia vita distratta e invasa, il Signore ancora con me. L'angelo fa eco all'antica
parola: sono stato con te, dovunque sei andato. Parole di un Dio innamorato, che nessuna
creatura potr mai dirti, per quanto ti ami; nessuno pu affermare: sono stato con te,
dovunque, sempre. Nessuno sar con me dovunque io andr. Nessuno stato con me in
tutti i passi che ho compiuto, che ho perduto, che ho ritrovato, Dio solo. E quando Ges
lascer i suoi, l'ultima parola sar eco della prima: Io sar con voi tutti i giorni, fino al

consumarsi del tempo, al compiersi dell'incarnazione. (Letture: 2 Samuele 7,1-5.812.14.16; Salmo 88; Romani 16,25-27; Luca 1,26-38.)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
27/12/2008
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Rovina, risurrezione, contraddizione


Santa Famiglia di Ges, Maria e Giuseppe (Anno B) Quando furono compiuti i giorni della
loro purificazione rituale, secondo la legge di Mos, [Maria e Giuseppe] portarono il
bambino [Ges] a Gerusalemme per presentarlo al Signore " come scritto nella legge del
Signore (...). Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio (...)
Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver
veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si rec al tempio e, mentre i genitori vi
portavano il bambino Ges per fare ci che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch'egli
lo accolse tra le braccia e benedisse Dio dicendo: Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo
servo vada in pace, secondo la tua parola, perch i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo,
Israele (...). Portarono il bambino a Gerusalemme, per offrirlo al Signore. Il figlio dato
ai genitori e subito da loro offerto ad un sogno pi grande, intrecciato da subito alla sorte
di Dio e della citt dell'uomo. Per dire che i figli non sono nostri, stanno ad una profondit
abissale che non raggiungeremo mai, appartengono alla loro vocazione. Devono realizzare
non i nostri desideri, ma il desiderio di Dio. Questa la prima santit della famiglia: santit
quando nella mia casa mi sento amato e sono capace di amare, dimorando dentro un
amore pi grande della mia casa, quello di Dio. Allora la vita fiorisce in tutta la sua
misteriosa densit e bellezza. Nel tempio il bimbo passa dalle braccia di Maria a quelle di
Simeone, in un gesto carico di fiducia. Simbolo grande, invito forte a prendere fra le
proprie braccia, con fiducia, la misteriosa presenza di Dio, che si incarna, che abita, che si
offre nel volto, nei gesti, nello sguardo di ognuno dei miei cari. Fra le mie braccia, come il
santo Simeone, io stringo, stringendo te, la Divina Presenza. Io abbraccio, abbracciando te,
le impronte delle dita di Dio su di te. Sfiorando con lo sguardo o la carezza, o ascoltando
ogni mio familiare, potr pregare con la gioia di Simeone: i miei occhi hanno visto la tua
salvezza. Potr dire ad ognuno dei miei: tu sei salvezza che mi cammina a fianco.
Simeone dice tre parole immense: egli qui per la rovina e la risurrezione di molti, segno
di contraddizione. Rovina, risurrezione, contraddizione. Tre parole che danno respiro alla
vita. Vale per me oggi la sua profezia: Sii per me rovina e risurrezione, Signore. Non
lasciarmi mai nell'indifferenza, Cristo mia dolce rovina (Turoldo) che rovini il mio mondo
di maschere e bugie, che rovini la vita illusa. Contraddicimi, Signore: contraddici i miei
pensieri con i tuoi pensieri, questa mia amata mediocrit, le sicurezze del Narciso che in
me, l'immagine falsa che ho di te. Sii mia risurrezione, quando sento che non ce la faccio,
quando ho il vuoto dentro e il buio davanti; dopo il fallimento facile, la fedelt mancata,
l'umiliazione bruciante risorgi con le cose che amavo e credevo finite. Anche a te una
spada, Maria: non sei esente dal dolore. La fede non produce l'anestesia del vivere. Ma non
lascia mai affondare nella banalit. E se la spada sar contraddizione e sembrer rovina,
verr comunque, nel terzo giorno, la terza parola di Simeone: egli risurrezione. (Letture:
Genesi 15,1-6; 21,1-3; Salmo 104; Ebrei 11,8.11-12.17-19; Lc 2,22-40)

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