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l sole era tornato a squarciare il cielo estivo.

Dopo aver brillato tutto il giorno, si avviava a scendere dietro le colline e


dietro il bosco.

I temporali erano ormai lontani.

Gli uomini del paesino s’erano radunati davanti al portone chiuso della
chiesa. Chi portava un bastone, chi un falcetto, chi un forcone. Ognuno
aveva la sua da dire, tutti urlavano e si attizzavano a vicenda.

Il prete, le donne, i vecchi e i bambini se ne stavano dietro le finestre


chiuse che circondavano la piazzetta.

«Lo Governatore è bono solo a fà le chiacchiere!»

«Che mannasse li soldati!»

«Sò settimane che dice da stare boni!»

«Che aspetta? Che trovamo morto lo sesto bambino?»

«Indove sarebbe finito sto eroe ammazza orchi? Nessuno lo ha visto né


sentito!»

«È scappato! Quarcheduno l’ha aiutato a fuìre!»

«E lo sapemo tutti chi è stato!»

«Io dico: annamo da quella stregaccia maledetta che vive nello bosco! Ce
deve dicere indove è annato l’eroe! E se non parla quant’è vero Iddio la
scannamo, a lei e a quello cacasotto de lo marito suo!»

Il tempo delle parole e delle attese era finito.

Era il momento del sangue.

Ma non tutti erano d’accordo su quale sangue dovesse scorrere prima.


«Io dico: che ce ne viene de trovare l’eroe de lo Governatore? Io dico:
annamo a trovarlo noi l’Orco! Troviamolo e scanniamolo! Tutti insieme! Che
ciavesse puro la forza de dodici òmini, che noi semo venti e più! E ciavemo
le lame e li bastoni e le torce per abbruciarlo vivo!»

A quel punto, le urla si trasformarono in brusio.

Il coraggio di ammazzare una vecchia disarmata lo trovavano tutti. Ma con


un Orco gigantesco, la faccenda era diversa.

Allora emerse una vocetta stridula.

Era di un ometto magro e curvo, nascosto dalle schiene delle ultime file.

«È giusto, è giusto!», disse. «Tutto lo male nostro viene da quella bestia


malnata!»

Il brusio s’interruppe.

Tra gli uomini s’era aperto un varco. S’erano tutti voltati a guardarlo.

«Dobbiamo scovarla, scannarla e abbruciarla, che lo foco possa mondare


l’anima maledetta che tiene in quello corpo bestiale!»

«Lo dobbiamo Infilzare e abbruciare!», continuava. «Però io dico questo:


quella bestia infernale vive nello fitto de lo bosco, dallo bosco viene e nello
bosco ritorna dopo le sue orrende imprese. Ma pensiamo un attimo: chi
altro vive nello bosco?»

A questa domanda, il brusio ricominciò.

Ma l’ometto riprese a parlare e gli uomini si zittirono:

«Chi è stato a dicere sempre, in tanti anni, che la bestia non era
assassina? Chi vive nello disprezzo delle leggi de lo Signore?»

«È la vecchia!», strillò uno, dando voce ai pensieri della folla.

«Io dico», incalzò l’ometto: «troviamo la vecchia e troveremo la bestia!»


Esplose un coro di approvazione.

«Come può non sapere, quella strega? Quali segreti nasconde? Io dico:
che parli!»

E la folla s’incamminò, senza più dubbi o timori che la dividessero.

Alcuni portavano delle torce accese.

L’ospite
La carrozza attraversava il vialetto che portava alla residenza del
Governatore. Il sole di mezzogiorno infuocava ogni cosa.

Il Comandante delle guardie s’incamminò a passi lunghi, accompagnato da


due soldati.

Il Vicario Pontificio era un uomo alto, magro, con un naso aguzzo, occhi a
fessura e labbra sottili.

Scese dalla carrozza facendo commenti sugli uccelli di cui sentiva il canto
tutto intorno. Non si aspettava alcuna risposta dai soldati e, anche se ci
fosse stata, non l’avrebbe ascoltata.

Aveva braccia lunghe e nervose, mani grandi e dita sottili.

Portava la spada al fianco e aveva un lungo mantello che scendeva fino a


terra.

Era un soldato, ma al Comandante delle guardie del Governatore non era


simpatico. Il Signor Vicario usava troppe parole difficili e dava troppa
importanza ai vestiti eleganti. Ma guidava un esercito di mercenari e
rappresentava il Papa, per questo il Governatore era disposto a fargli
continue concessioni. E aveva fama di essere un tagliagole svelto di mano.

Le guardie rimasero fuori, il Comandante e il Vicario attraversarono la


soglia del portone.

Il Governatore gli andò incontro a braccia aperte.


Il Vicario lo salutò a mezza bocca. Andarono nella sala da pranzo.

Addentava il maiale arrosto dalla punta della forchetta, sorseggiava il vino


tenendo il calice con due dita, si puliva la bocca dopo ogni boccone. Non
smetteva mai di mangiare e rispondeva alle domande del Governatore solo
a monosillabi. E solo se non poteva farne a meno.

Divorava un piatto dopo l’altro, con calma ma senza mai fermarsi.

Bevve tanto di quel vino da ubriacarsi.

I discorsi del Governatore non lo interessavano affatto, sembrava appena


sentirlo.

Quando ebbe finito di mangiare e di bere, s’alzò con un grosso rutto a


bocca chiusa.

«Ora voglio riposare nelle mie stanze», disse. «Appena possibile, avrei
piacere di ricevere uno di quelli omaggi che sapete».

Piegò un tovagliolo in forma di triangolo, lo posò accanto al piatto sporco e


si incamminò senza aspettare che un servo gli facesse strada.

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