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L’essere si fermò.

Rimase un po’ in silenzio, come valutando le parole di Giovanni. Poi disse:

«I lupi ti mangiano, perché hanno fame».

«I lupi a me non mi mangiano perché se ci provano gli strappo via la


mascella, uno per uno».

«Nessuno strappa via la mascella de li lupi!», rispose l’essere.

«Io sì!», continuò Giovanni. «Lo mio nome è Benforte e tutti lo sanno! Puro
li lupi lo sanno! Non hai sentito come fuìrono pe la paura? È perché mi
videro! Tutte le bestie de lo bosco sanno che sono Benforte de nome e de
fatto!»

Dopo qualche istante di silenzio, nel buio, l’essere parlò di nuovo:

«Io non t’ho sentito mai. Dentro lo bosco ce vivo ma non t’ho sentito mai!»

«Nemmanco io t’ho sentito mai!», rispose Giovanni. «Chi sei tu?»

«Io sò l’Orco».

Una caverna
L’Orco aveva fatto strada nel buio del bosco, finché erano arrivati nella sua
dimora.

Una caverna.

Profonda, sudicia, oscura.

«Non tieni come fare luce?», chiese Giovanni.

C’era stato un tempo in cui era stato giovane, belloccio, svelto di mano,
furbo, con la risposta sempre pronta.

Aveva imbrogliato, rubato, scommesso.


La prima cosa che aveva fatto, quando la creatura gli era arrivata alle
spalle, era stata trattenersi: per poco non si era pisciato addosso. Non
aveva mai provato un terrore simile in tutta la vita. Il terrore del buio, del
mostro, l’orrore senza limite d’una creatura che violenta e squarta nel fitto
del bosco.

Ma la paura aveva riacceso in lui un fuoco che credeva estinto da anni:


Giovanni Benforte voleva sopravvivere.

E allora si era messo a parlare alla creatura nel buio come a un suo pari,
come se lui stesso fosse un essere del bosco, mezzo uomo mezzo belva.

Disse in tono di sfida:

«Nella mia caverna tengo sempre no mucchio di torce! E no foco acceso


per mangiare carne cotta!».

L’Orco rispose:

«E dove sta questa tua caverna?»

«Uno giorno te la mostrerò, forse. Se saprò che mi posso fidare. È lunga


quattro volte questa e ci stanno pellicce di animali per dormire. Ci stanno
sette capre che me danno lo latte. E sette volte sette galline che me danno
li ovi ogni mattina!»

«È tutta la vita che vago dentro a sto bosco ma una caverna co le galline
non l’ho veduta mai», rispondeva sospettoso l’Orco.

Giovanni aveva intuito subito che il mostro era di mente tarda. Poteva
dargli a bere molte sciocchezze, se stava attento e si mostrava sicuro a
sufficienza.

«Una torcia la tengo», disse l’Orco. Poi si chinò a terra e prese ad


armeggiare con delle pietre.

Dopo qualche minuto una fiamma prese a ballare accanto al mostro.

E Giovanni lo vide.
Era alto molto più di lui. La testa era incassata tra le enormi spalle, coperte
da una pelliccia scura.

Alle mani aveva lunghi artigli scuri. Il naso era grosso e schiacciato, con
narici larghe che ricordavano quelle di un animale. Il mento e tutta la
mascella erano deformi e incassati all’indietro e grosse zanne sporgevano
fuori dalla bocca.

La faccia era coperta da una barba rada e lunghi capelli sudici scendevano
sulle spalle.

La vecchia aveva detto il giusto: probabilmente l’Orco aveva in corpo la


forza di otto uomini o più.

Giovanni non poteva nascondere il suo stupore. E disse:

«Mai ho veduto un essere grosso e forte come te! Tu sei lo primo che vedo
che potrebbe avere bracci forti quanti li miei! Colla forza mia e tua
possiamo diventare li signori de lo bosco e di tutta la contrada!»

L’Orco sbuffò dalle narici e si voltò verso il fondo della caverna. Disse solo:

«Tengo da mangiare qualche uccello morto. Te ne do uno, se lo vuoi».

Fu una notte insonne e molto lunga.