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Passaparola

«Fa’ chiamare lo Brutto», disse il Governatore.

Il Comandante stava per dire qualcosa, ma il Governatore sollevò la mano


per zittirlo:

«Questa storia finirà, in un modo o nell’altro. Abbiamo da portare pazienza.


E lo so: lo popolino è nervoso per questa faccenda. Ma lo popolo è meglio
averlo nervoso che fatto a brandelli dalle spade de uno esercito de
mercenari.

«È uno sacrifizio che si deve compiere per uno bene più alto. Qualche
pastorello invece che cento donne e cento bambini e cento vecchi. E cento
òmini ammazzati che ponno lavorare, strappare frutti alla terra. E pigliare le
armi, quando serve.

«E mó basta chiacchierare. Avvisa lo Brutto: entro domani ha da trovare lo


regalo per lo ospite nostro.»

Il Comandante uscì nel cortile.

Arrivò a grandi passi vicino a un soldato che stava affilando un coltello su


una pietra. Gli bisbigliò qualcosa nell’orecchio.

Quello annuì, infilò il coltello in un fodero che teneva al fianco e


s’incamminò verso le stalle. Ne uscì a cavallo e lasciò il palazzo al trotto.
Quando fu abbastanza lontano, colpì i fianchi dell’animale con gli speroni e
partì al galoppo.

E galoppò fino alle soglie del paesino.

Chiese un’informazione a un contadino di passaggio su un carretto e


ripartì.

Trovò il Brutto nei pressi di una casetta alla fine del paese.

Il Brutto era un ometto magro e curvo e dalla vocetta stridula.

«Entro domani?», protestò.


Il soldato non gli rispose, ma gli lanciò un sacchetto pieno di monete. Poi
rimontò, si diede un’occhiata in giro per controllare di non essere stato
visto, rimontò in sella e galoppò via.

L’ometto magro e curvo rientrò in casa col sacchetto tintinnante e ne riuscì


subito dopo, tenendo in mano una sola moneta.

Si avviò verso il centro del paese.

Era ormai pomeriggio e gli uomini si stavano già radunando nella piazza.

Si mise in fondo ad ascoltare.

Poi, quando le urla si furono calmate, disse quello che doveva dire e tutti lo
ascoltarono.

Belve
Intanto, nel bosco, Giovanni Benforte parlava.

Non era mai certo di quanto l’Orco lo ascoltasse.

Raccontava frottole e faceva trucchi.

A un certo punto aveva preso un sasso bianco in una mano e un fungo


dello stesso colore nell’altra. Aveva giocherellato con il sasso per farlo
notare, tenendo nascosto il fungo. Al momento giusto li aveva scambiati
facendo credere all’Orco di aver stritolato il sasso con una mano. Un
vecchio gioco di prestigio che faceva da ragazzino. L’Orco era parso
impressionato.

Erano passati giorni.

E notti.

Bivaccava nella grotta dell’Orco da quando ancora c’erano i temporali.

Di giorno sudava per il caldo, di notte dormiva sulla nuda terra. I capelli si
univano in grossi ciuffi impastati di polvere e sudore. Non sentiva neanche
più l’odore dell’Orco.
Durante il giorno cacciavano qualche animale, andavano al ruscello a bere,
sonnecchiavano sotto qualche albero.

Una volta avevano assaltato un gregge di pecore e ne avevano rubata una.

Giovanni Benforte aveva insegnato all’Orco a cucinare la carne sul fuoco.

«Ho sentito due paesani che parlavano al fiume, qualche giorno addietro»,
disse mentre stavano raccogliendo legna.

«Dicevano di voler dare la caccia a una creatura del bosco che si piglia i
bambini».

L’Orco non disse nulla.

«Dicevano che vogliono dare la caccia alla bestia e scannarla».

L’Orco raccoglieva rami grossi come tronchi di piccoli alberi e se li caricava


sotto il braccio.

Giovanni si avvicinò a una quercia quando sapeva di essere osservato.


Fece per abbracciarla.

«Se sradico questa ciabbiamo legna per tutto l’anno», disse ansimando.

«Non puoi sradicare una quercia», grugnì l’Orco. «Li alberi devono stare
allo posto loro. Sennò lo bosco muore. E poi n’ho già presa abbastanza, de
legna».

Si voltò e prese il sentiero che riportava alla caverna.

Poi disse senza voltarsi:

«Non è la bestia che piglia i bambini. Sono i bambini che ci vanno, dalla
bestia».

Giovanni Benforte sentì una stretta allo stomaco.

«E tu l’hai vista, questa bestia?»


«Io no, ma sta in un posto vicino alle case de pietra de li òmini».

«La voglio vedere», disse Giovanni.

L’Orco si fermò e si voltò verso di lui. Lo fissò sbuffando dal naso.

«Perché?», chiese.

C’era stato un tempo in cui Giovanni Benforte era stato abile a dire parole
che potessero avere due significati.

«Mi piacciono i bambini», disse solo.

L’Orco si voltò e proseguì in silenzio.

Una moneta
Era l’ora in cui i pastori tornavano con le greggi.

L’ora in cui gli uomini del paese s’erano incamminati verso il bosco.

In cui il tramonto arrossa il cielo. Per questo nessuno aveva ancora notato
il fiammeggiare lontano.

Un ometto magro e curvo e dalla vocetta stridula, chiamato lo Brutto,


aspettava seduto su un sasso tra i campi erbosi.

La bambina passava di lì tutte le sere. Aveva un cestino di more sotto un


braccio.

Aveva nove anni.

«La vuoi una moneta d’oro?»

La bambina si incamminò con la lettera in mano.

Una moneta d’oro per recapitarla a un Signore, uno che stava nella
residenza del Governatore.
Avrebbe dovuto fare un profondo inchino e dargli la lettera. E poi aspettare
che il Signore le desse il permesso di andarsene.

Lui l’avrebbe aspettata lì, a qualsiasi ora fosse tornata, anche di notte.

L’avrebbe aspettata con altre monete d’oro come quella.

E anche con un coltello, ma questo il Brutto non lo disse.

«Lascia pure qui il cesto di more. Lo riprenderai al ritorno».

La bambina si incamminò verso la casa del Governatore.

Alle loro spalle, il cielo era più rosso del solito. Più rosso di un normale
tramonto.

Una colonna di fumo si stava alzando dal bosco.

Ma ci sarebbe voluta almeno un’altra ora, prima che qualcuno iniziasse a


gridare al fuoco.

Al fuoco!
All’inizio erano volate male parole.

La vecchia era sola in casa. Aveva gridato dalla finestra:

«Andatevene!».

Ma gli uomini del paese non se ne erano andati.

Era arrivato il marito e se li era trovati lì.

Gli uomini del paese lo avevano aggredito.

Lo avevano picchiato con calci e pugni, il vecchio caduto subito a terra.

E lei era uscita fuori correndo.


Non le permisero neanche di arrivare da suo marito che agonizzava. La
presero, la picchiarono con schiaffi, pugni e calci.

Poi portarono entrambi dentro la casa nel bosco e appiccarono l’incendio.

L’odore di bruciato arrivò alle narici dell’Orco mentre tornava verso la sua
grotta.

Giovanni Benforte lo guardava annusare l’aria e non capiva.

«Fuoco», disse la bestia. «Fuoco grande».

E poi s’incamminò seguendo la scia.

Giovanni gli andò dietro senza dire niente.

Poi cominciò a sentire anche lui. Vide la luce rossastra diffondersi tra gli
alberi. Il fumo iniziò a bruciare gli occhi.

«Brucia, brucia il bosco!», ripeteva l’Orco.

Giovanni Benforte non avrebbe mai pensato di sentire una simile


inclinazione di disperazione nella voce della belva.

«Brucia il bosco! Brucia il bosco!»

Prima di scappare per non essere divorati anche loro dalle fiamme, fecero
in tempo a vedere la casa che bruciava.

L’Orco urlò, forte.

Ma non era disperazione, quella.

Era furia.

E Giovanni Benforte ebbe paura.

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