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Campi d’oro oscillavano al vento, immensi campi d’oro.

Milioni di foglioline scintillavano tremolando nella luce obliqua del tramonto.


Oro ovunque, sulle colline che scendevano da nord, nella vallata a sud,
nella lunga distesa che correva da ovest a est.

Se uno sventurato viandante si fosse trovato a passare per quelle terre, le


pianticelle lampeggianti lo avrebbero accecato.

Ma se fosse riuscito a oltrepassare quei campi baluginanti, forse sarebbe


arrivato a una casetta di pietra grigia circondata da un praticello. Sul
praticello pascolavano alcune pecore, c’erano quattro filari di vite e una
dozzina di alberi da frutta.

Era una piccola isola verde in uno sconfinato mare d’oro.

Dentro quella casetta c’erano tre persone, una adulta e due bambini.

È in questo luogo che comincia la nostra storia, proprio in quell’ora del


tramonto in cui l’oro scintillava più forte, prima di spegnersi nella notte.

Da una finestrella quadrata nel muro grigio, già si intravedeva la luce


danzante di un camino acceso. A ben guardare, anche la piccola lampada
appesa accanto alla porta era accesa. Quelle lucine passavano
inosservate, ma al calare del sole sarebbero rimaste gli unici lumi visibili
nel raggio di chilometri.

Se un viandante si fosse trovato in quelle terre dopo il calare del sole,


avrebbe ringraziato il cielo nel vederli da lontano.

Sempre che fosse riuscito ad arrivarci sano e salvo.

Ma il nostro viandante conosceva bene la strada. E non si muoveva a


piedi, ma su una bicicletta, per quanto vecchia. Percorreva una stradina di
terra battuta che saliva da sud.

Il sole scendeva sempre più velocemente e gli accecanti riflessi d’oro si


stavano spegnendo.
L’uomo sulla bicicletta cercava di pedalare più forte, mentre il buio saliva
da est e le stelle si accendevano. E quando l’ultimo spicchio di sole
scomparve dietro i campi a ovest, sentì un brivido lungo la schiena.

Non un brivido di freddo.

Circondato dal buio, spinse ancora più forte sui pedali, ansimando per lo
sforzo e guardandosi intorno.

Nell’ultima fioca luce gli parve di vedere un’ombra muoversi alla sua destra.

Dovette scendere dalla bicicletta. L’ultimo tratto era troppo ripido, aveva
percorso diverse decine di chilometri e sulla schiena portava una borsa e
una chitarra.

Sentì muoversi qualcuno attraverso un campo alla sua sinistra. Ma non si


voltò a guardare, d’altra parte non sarebbe riuscito a scorgere nulla,
nell’oscurità. Il vento aumentò all’improvviso.

Arrancando arrivò in cima alla salita e si trovò finalmente davanti alla porta
della casetta di pietra grigia.

La lampada appesa fuori dondolava forte per il vento, illuminando ora a


destra ora a sinistra.

L’uomo bussò nervosamente.

La lampada oscillò verso destra e per un attimo mostrò una figura nera in
piedi nella notte.

Poi la porta si aprì e il viandante ci sgusciò dentro, subito richiudendola.

Un addio alla luce del fuoco


Nel camino dentro la casetta di pietra grigia c’erano due ceppi. Si udiva il
fischio del vento sempre più forte che entrava dalle fessure delle finestre.

Prima di togliersi la logora giacca di fustagno, l’uomo s’era tastato le


tasche, come faceva sempre. Di solito ne tirava fuori una bella manciata di
grosse monete. Non quella volta, le tasche erano vuote.
Con una stretta allo stomaco, appese il berretto sopra la giacca. La chitarra
e la borsa giacevano in un angolo accanto alla porta d’ingresso. Aveva
pedalato quasi trenta chilometri per niente. Al collo teneva ancora la
sciarpa di lana infeltrita e aveva il naso rosso e le labbra secche e
screpolate.

La moglie gli aveva messo in tavola una scodella di zuppa fumante, un


misto di legumi racimolati nella dispensa: fagioli, qualche cicerchia. I due
bambini, un maschietto e una femminuccia, si rincorrevano attorno al
piccolo tavolo di legno graffiato.

«Ancora nun dormite, voi due?», disse mentre si sedeva e si slacciava la


sciarpa.

«Papà! Guarda c’ho fatto oggi!», disse la grande correndogli incontro e


sventolando un pezzo di giornale che aveva ritagliato a forma di bambola.

«E guadda io, io, io!», gridava il piccolino correndo senza sventolare


niente.

Dalla scodella arrivava un invitante profumo di erbette di campo e cipolla,


ma l’uomo girava intorno al tavolo coi bambini urlanti in braccio.

Dopo proteste, qualche risata e una storia della buonanotte, i bambini si


addormentarono.

«Antò, hai sentito de Compare Nanni?»

La donna sedeva dall’altro lato del tavolo, la schiena curva, la fronte


corrucciata.

«No. C’ha fatto Compare Nanni?», rispose l’uomo.

«Ha venduto pure lui. Ce semo rimasti solo noi, Antò».

«C’erano pure stanotte», cambiò discorso il marito: «Almeno tre, m’hanno


seguito»

La moglie trasalì: «E c’hai fatto?»


«E niente, c’ho fatto? Ho tirato dritto. Erano qua vicino a casa nostra, Adè.
Cercano de spaventarci.»

Affondò il cucchiaio nella zuppa. Era fredda da un pezzo.

«Dice che non ce la faceva più», proseguì la donna.

Antonio riemerse da chissà quali pensieri:

«Ma chi?»

«Compare Nanni! Dice che c’ha venduto perché s’era ‘ndebbitato fino ar
collo, ché nessuno je comprava più niente.»

«E certo», rispose Antonio: «Stanno tutti a fà la fame. Adè, all’osteria nun


ce stava nessuno. Pe chi sòno? Nessuno! Non ciànno più manco i soldi pel
vino! Pé nun parlare de quelli che stanno a casa co la tosse.

«Sò andato in piazza, ho pensato: sòno qualche canzoncina pe chi passa.


Ho incontrato solo la sora Franca. Dice che il marito s’è preso pure lui la
tosse e perciò nun lavora da un mese. E dice che sta sempre peggio».

Adele sgranò gli occhi: «E come fanno, se nun lavora?»

«E come fanno?», rispose il marito: «Come tutti, se morono de fame.


Hanno voluto vende la terra pe fare i braccianti, pe fare li schiavi dove
prima camminavano liberi. E mó se ritrovano co na mano davanti e una de
dietro.»

«Sì ma noi mica stamo mejo!», replicò Adele. «Nun semo schiavi ma se
morimo de fame lo stesso! Nessuno compera quelle quattro caciotte che
famo noi, nessuno te paga pe sentitte sonà… Antò, i ragazzini se sò stufati
de magnà zucchine e carote tutti i giorni. Vojono er pane!»

Il cucchiaio non s’era più alzato dalla zuppa fredda. Antonio stava chino
sulla scodella e rimuginava.

Sapeva qual era l’unica soluzione, ma gli si torcevano le budella solo a


pensarla.

Infine alzò gli occhi sulla moglie:


«Devo andà in città.»

Adele lo guardò senza dire niente. Lo sapeva anche lei che non c’era altro
da fare per racimolare qualche soldo, ma non era sicura che fosse una
buona idea. E non le piaceva dover restare da sola coi bambini per chissà
quanto tempo.

«Trovo un lavoretto pe qualche giorno, qualche settimana al massimo e poi


torno. Nel frattempo pò essere che la situazione migliora»

Allungarono le mani sul tavolo e se le strinsero. Si guardarono negli occhi,


Antonio non trovava il coraggio di rompere il silenzio e lo fece lei:

«Ne parliamo domani. Nun prende decisioni così, de notte. La notte deve
passà. Certe cose bisogna pensarle co la testa riposata». Si alzò, mise la
sedia sotto il tavolo e chiuse il discorso:

«Viè a letto, nun stare qua a rimugginà.»

Invece Antonio rimase a rimuginare, solo.

L’aria s’era fatta fredda, i ceppi erano diventati brace. Avrebbe messo su
un altro ciocco, ma poi aveva pensato al costo della legna. Come avrebbe
scaldato i figli fino all’arrivo dell’estate?

Decise di andare a infilarsi sotto le coperte. Ma mentre ancora stava


finendo di salire la scala che portava al piano superiore, sentì uno
scalpiccio di piccoli piedi nudi. Sua figlia gli saltò in braccio.

«Voglio un pezzo di pane», disse la piccola.

Ad Antonio si strinse lo stomaco. La tenne tra le braccia e la cullò, finché


non si fu riaddormentata. Poi la portò nel lettino, la adagiò piano. E lei, con
gli occhi chiusi mormorò:

«Quando avremo i soldi per un po’ di pane, papà?»

Non attese una risposta, stava già dormendo. Ma Antonio non poteva
lasciare quella domanda in sospeso. E così, lì nel silenzio e nel buio,
davanti ai lettini dei suoi figli, prese la sua decisione.