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Attraverso la notte

Aveva chiuso gli occhi per alcune ore, poi s’era alzato col buio.

Avrebbe dovuto essere rapido e silenzioso, perché gli Spettri Neri


vagavano per i campi fino all’Alba. Non poteva prendere la bicicletta, Adele
ne avrebbe avuto bisogno. Doveva percorrere oltre trenta chilometri a
piedi.

Ripose i suoi pochi stracci nell’unica borsa che aveva. Indossò la giacca di
fustagno e il berretto e infilò nelle tasche quattro fette di caciotta e due
pere. Da un barattolo della dispensa prese una manciata di lire, quelle che
sarebbero bastate a comprare un biglietto di sola andata. Si mise a tracolla
la borsa e si sedette al tavolo: scrisse un biglietto per Adele.

Poi aprì il chiavistello della porta, fece un respiro profondo e uscì.

La notte era fredda, il vento si era calmato ma era ancora più gelido. Non
s’incamminò al centro del sentiero, dove la fredda luce delle stelle poteva
tradirlo. E non si voltò a guardare la piccola lampada appesa fuori della
porta di casa: se l’avesse fatto il coraggio l’avrebbe abbandonato. Si
muoveva al bordo dei campi, a testa china nel buio, cercando di posare i
passi sulle zolle d’erba che ne attutivano il suono.

Nelle tenebre, il sentiero si distingueva a malapena.

Animaletti invisibili gli tagliavano la strada fuggendo nelle tenebre.


Sicuramente topi.

Lontani ululati arrivavano di tanto in tanto dalle colline più remote. Dove ora
correvano lunghe distese di campi, un tempo sorgeva una foresta.

Quando era bambino, nella foresta scomparsa Antonio ci andava a cercare


gli scoiattoli. C’erano immensi alberi secolari e a volte si trovavano i gigli
selvatici: sua nonna ci faceva un decotto per la tosse.

E poi di notte si udivano i gufi: scrutavano il buio appollaiati sui rami della
foresta.
Ora in quelle terre si incontravano i topi. Non c’erano topi, quando era
bambino, erano comparsi da quando erano spariti i gufi.

Ad accompagnare la notte non era più il bubolare dei rapaci, ma il


continuo, ossessivo tintinnare delle foglioline d’oro.

Tutto intorno, ettari e ettari di campi d’oro coprivano le colline. E alla


minima folata di vento, le foglie fitte e leggerissime battevano le une contro
le altre in un incessante scampanellio.

Antonio camminava da oltre un’ora, quando improvvisamente, qualche


decina di metri dietro di lui lo scampanellio divenne più forte: un corpo si
muoveva attraverso le piante d’oro. Si voltò a guardare, ma nel buio non
poteva distinguere nulla. Accelerò il passo.

Gli Spettri Neri si muovevano lentamente e silenziosamente. Nessuno


sapeva esattamente come fossero fatti. Chi li aveva incontrati da vicino non
era tornato per raccontarlo.

Voleva correre, ma era troppo difficile distinguere il sentiero nel buio,


doveva fare attenzione a dove metteva i piedi. Sentì altri corpi uscire dai
campi tintinnanti.

E allora spiccò la corsa. Il sentiero si arrampicava su una collina,


sdrucciolevole. Un orrendo sospirare alle spalle gli mise forza nelle gambe:
corse più che poté fino alla cima della collina.

E lì fu sorpreso dai primi raggi del sole.

Una luce pallida inondava il paesaggio e il suo volto stravolto.

Si girò di scatto, ma non vide nessuno: gli Spettri Neri sparivano alla luce
del sole. Si prese un attimo per guardare la strada che aveva percorso e
che si perdeva nella tenebra. Poi si voltò verso il sole e si rimise in
cammino.

In poche decine di minuti sarebbe arrivato alla Stazione.

La Stazione dei dannati


Tirò fuori tutte le lire che aveva in tasca. Le diede all’uomo dietro il bancone
di legno col vetro alto e quello gli passò il biglietto dal buco. Era fatta.

Non poteva più tornare indietro.

Non c’era posto sulle panchine di legno rotte, la stazione era piena di
gente. Tutti uomini, perlopiù ragazzi. Nessuno parlava, tutti erano soli come
lui. Il silenzio era rotto solo da accessi di tosse qua e là.

Antonio aveva quasi voglia di piangere, ma non aveva più l’età per queste
cose. Guardando le facce cupe di quei ragazzi, pensava a quanta paura
avrebbe avuto lui, alla loro età. E a quanto dolore si risparmiavano loro,
che non lasciavano moglie, figli e una casa costruita col sudore, pietra
dopo pietra. Poi i suoi pensieri furono interrotti da una voce che gridava:

«Tutti quelli in cerca di un lavoro in città da questa parte!»

Tutti erano lì perché cercavano un lavoro in città e tutti si mossero da


quella parte, generando una ressa. Antonio si ritrovò pressato in un’orda di
ragazzotti più alti di lui che spingevano senza sapere perché. Dovette
sopportare spinte, gomitate e puzza di sudore. Ogni tanto qualcuno
imprecava ad alta voce. Spesso si sentiva tossire.

Fu una lunga, estenuante ora. Poi Antonio si ritrovò improvvisamente


davanti al tizio che aveva chiamato tutti a raccolta.

«Nome?», chiese meccanicamente il tizio. Era di statura media, con le


spalle quadrate e un grosso naso schiacciato pieno di porri.

«Antonio».

«Cognome?»

«Malamente»

«Che lavori hai fatto?»

«Sòno canzoni nei paesi e faccio il contadino. Ciò pure qualche pecora, so
fare il formaggio»

L’uomo col naso schiacciato alzò gli occhi e lo guardò incuriosito:


«Ma quanti anni hai?», chiese con aria vagamente stupita.

«Quarantadue».

«Sei vecchio… ». Poi accennò uno strano sorriso storto e disse: «E sòni le
canzoni? E non te sei portato nessuno strumento, però. Hai fatto male, me
piace sentì le canzoni. Sei ‘n po’ piccoletto ma sembri robusto.
Qualcheccosa te posso trovà. Me sei simpatico. E perché vieni in città, se
ciài la terra e le pecore?».

«Perché me servono soldi, non c’è più nessuno che compra il formaggio o
me paga pe sentì le canzoni. Ciò moglie e due figli».

L’Uomo col naso schiacciato annuiva, come a dire che conosceva quel tipo
di problemi. Lo prese sotto braccio, lasciò la lunga fila di ragazzi in attesa e
lo condusse verso l’entrata di uno dei vagoni del treno.

«Vieni, vieni, che qualcosa te trovo… », disse con tono affettuoso. «E dove
ce l’hai sto pezzo de terra co le pecore… ?»

Antonio era sul vagone e il treno stava per partire, stipato all’inverosimile di
poveracci, straccioni e ragazzini, tutti con la morte nel cuore e una vaga
speranza di alzare un po’ di soldi in qualche modo.