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n’aria gelida spazzava i vicoli deserti.

Qua e là un lampione apriva un


piccolo varco nell’oscurità, segno che qualche lampionaio ancora si dava
da fare; ma appariva come un faro nel mare notturno. La tenebra sembrava
espandersi dagli anfratti più nascosti come un vapore malsano, invadendo
le strade.

Gli Spettri Neri si aggiravano in cerca di disperati che violavano il


coprifuoco: qualche sciacallo si avventurava nelle case di morti e moribondi
in cerca di oro e denaro, ma c’era anche gente che semplicemente non
aveva un riparo sicuro per la notte.

Antonio era uno di questi.

Il giorno in cui il banditore aveva declamato l’editto straordinario, era


tornato al magazzino insieme al ragazzo di Rocca Bianca e l’avevano
trovato ridotto a un lazzaretto. Avevano aspettato nella stanza dell’uomo
col naso schiacciato per alcune ore, ma nessuno degli altri facchini ancora
in salute era più tornato.

Naso Schiacciato era arrivato a sera, era pallido e tossiva. Senza salutarli
aveva gracchiato ordini di sgomberare il magazzino dai morti e dai
moribondi, di scaricarli in strada e poi di rimettersi subito al lavoro.
Dopodiché, era crollato a sedere dietro la sua scrivania.

Antonio lo aveva guardato un attimo e poi aveva detto piano:

«Dacce la paga che ci devi, noi se ne annamo».

Naso Schiacciato aveva emesso una risata sfiatata e aveva risposto:

«Vòi i soldi, vòi? Beato a te! I tuoi colleghi se sò presi tutto e sò scappati.
Nun ciò niente, nun ciò!»

Antonio aveva detto al ragazzo di uscire fuori. Poi aveva trascinato in


avanti la scrivania e l’aveva girata, per rovistare nei cassetti senza
avvicinarsi a Naso Schiacciato:

«Stamme lontano, nun t’azzardà!», gli aveva detto. E quello, che aveva a
malapena la forza di stare seduto, non si era alzato.

Ma nei cassetti Antonio non aveva trovato neanche mezza lira.


Aveva detto al ragazzo di andare a cercarsi un rifugio per la notte, che la
mattina dopo si sarebbero incontrati lì davanti e, se fossero stati bene,
sarebbero andati insieme alla stazione a cercare un treno che li riportasse
a casa.

Dopo aver lasciato il magazzino, Antonio aveva girato alcune ore in cerca
di un vicolo o un portone aperto dove mettersi a dormire. Poi aveva visto gli
Spettri Neri aggirarsi silenziosi in una piazza. Così, aveva deciso che il
modo più sicuro di arrivare sani e salvi al sorgere del sole era continuare a
spostarsi attraverso i vicoli meno battuti.

La mattina dopo, il ragazzo non si era presentato all’appuntamento.

Antonio era andato alla stazione da solo, ma aveva trovato tutto sprangato
e c’erano due guardie armate che presidiavano l’ingresso. Una delle due
tossiva rumorosamente e l’altra si teneva a distanza.

L’unica cosa che aveva mangiato era un grosso tocco di pane raffermo, nel
pomeriggio: aveva forzato la porta di un panificio chiuso.

Ora, per la seconda notte Antonio si ritrovava a vagare per la città.

Vagava guardingo e affamato, col cuore che gli saltava in gola a ogni
rumore. Più di una volta gli era capitato di paralizzarsi per lo spavento
sentendo un gemito nel buio, per poi accorgersi che proveniva da qualche
moribondo sbattuto in terra. I lati delle strade erano infestati di cadaveri.
Durante il giorno i pochi beccamorti in attività ne caricavano a dozzine sui
carretti, ma non ne raccoglievano mai abbastanza.

Giunto all’incrocio tra due stradine, s’infilò in quello che nel buio pareva un
vicolo. Faceva una gran fatica a riconoscere le strade senza illuminazione.
Il vicolo si rivelò essere una lunga strada dritta che incrociava molte
traverse: davvero pericolosa, perché da ogni angolo poteva sbucare uno
Spettro. Antonio camminava rasente al muro, acquattato il più possibile
nell’ombra.

Quando udì la voce chiamarlo dall’alto, rimase congelato dal terrore:

«Guarda che ti vedono lo stesso! Vedono nel buio meglio dei gatti!»

Antonio sollevò lo sguardo e lo vide seduto a gambe incrociate sul


davanzale di una finestra del primo piano. Non poteva capire se fossero il
buio e la distanza a ingannarlo, ma gli pareva incredibilmente piccolo, non
più alto di un bambino di tre o quattro anni. L’unica cosa assolutamente
evidente erano i denti, scoperti in un sorriso che scintillava in modo
innaturale.

«In verità non si può dire che vedano in senso stretto: loro più che altro ti
sentono. Sentono la paura che emani e che diffondi attraverso il buio. Lo
sapevi che quando ti muovi nel buio è come se ci strusciassi attraverso? La
paura ci rimane appiccicata. E loro la sentono. Ma non col naso, è più una
cosa di pelle, potremmo dire. O meglio, lo potremmo dire se avessero una
pelle».