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a Rosa aveva promesso un paio di calze nuove di lana al nipotino.

Ormai la mezzanotte di Natale era vicina, ma non aveva ancora completato


il lavoro a maglia.

Non avrebbe dovuto continuare a sferruzzare. Non si sferruzza dopo la


mezzanotte di Natale. Mise via ferri e gomitolo, il grande falò in piazza
stava per iniziare e tutto il paese era già lì per festeggiare.

Ma prima di uscire si voltò, guardò il lavoro incompiuto e pensò al nipotino


che aspettava le calze nuove. Afferrò lana e ferri e se li portò dietro.

L’albero più alto del bosco era lì, pulito di tutti i rami, piantato nel centro del
piazzale davanti alla Chiesa del paese. Era mezzanotte e le fiamme
iniziarono a bruciarlo lentamente, da sotto. Tutti i paesani parlavano,
cantavano e bevevano vino.

Nonna Rosa, lì in piedi, prese ferri e gomitolo: in pochi minuti avrebbe finito
il lavoro. Ma sentì una voce alle sue spalle, una voce roca e stridula da
raggelare il sangue:

«Che fai?»

Rosa fece un salto.

Quando si voltò, la vide che la guardava con occhi oscuri, penetranti,


spaventosi.

«Che fai?», ripeté la vecchia. Sembrava avere cento anni. Era gobba,
vestita di stracci e con le scarpe rotte.

«Che fai?», disse ancora la strega avvicinandosi, con occhi neri come
pozzi.

Rosa fece un passo indietro. La vecchia ora teneva in mano un grosso e


minaccioso fuso di ferro.

Rosa riuscì solo a balbettare: «Lo saccio chi sei, io lo saccio chi sei… »

«Eccerto che lo sai! E sai pure che non si fila e non si lavora la lana, in
queste notti!
E sai pure che ci sta la punizione!».

La vecchia sollevò il fuso di ferro. L’arnese sfiorò il volto di Rosa, che si


girò, buttò all’aria il lavoro a maglia e corse e mettersi vicino alla sua
famiglia: sua figlia e il suo nipotino.

Strappò dalle mani di sua figlia un ramo di Pungitopo e se lo strinse al


petto. Stringeva così forte che le foglie dure e appuntite le ferirono le mani
e le bacche rosse colarono succo vermiglio sul copriabito.

La vecchia la guardò con occhi torvi, bofonchiando nella bocca sdentata.

«Sei furba, sei. Ma ti meriti un sacco di carbone», borbottò mentre se ne


andava. «Ti ci faccio diventare a te, di carbone.»

Brucia la vecchia
Ora non era più una vecchia sdentata.

Indossava un lungo abito bianco, la sua pelle era liscia come la buccia di
una mela, le sue labbra erano rosse e aveva sguardi maliziosi che
promettevano fiamme.

Gino e Mario non l’avevano mai vista. Erano fratelli ma per lei si sarebbero
accoltellati. La giovane Berta rideva alle loro battute e loro facevano a gara
a gonfiare il petto e bere vino.

Poi lei diventò seria all’improvviso e fece loro cenno di avvicinarsi. Bisbigliò
qualcosa guardando in direzione di Nonna Rosa.

Le uscì un sorriso sghembo. Gino e Mario risero fragorosamente e si


allontanarono.

Tutti gli uomini del paese fecero il coro, quando Gino e Mario iniziarono a
battere le mani e a gridare il rituale

Brucia la vecchia

Brucia la vecchia
Brucia la strega

Brucia la vecchia!

E mentre mezzo paese rideva, d’improvviso i due fratelli afferrarono Nonna


Rosa, la sollevarono di peso e cominciarono a farla oscillare avanti e
indietro in direzione del grande rogo.

Più la povera Rosa urlava e piangeva più tutti ridevano.

Le fiamme erano sempre più vicine e solo quando il vestito di Nonna Rosa
prese fuoco, i due ragazzoni la misero giù.

Tutti trovarono la cosa molto divertente, solo la figlia di Rosa li malediva e li


insultava, mentre spegneva a manate il vestito bruciacchiato di sua madre.

Mario e Gino tornarono verso la giovane e bella Berta.

Ma la giovane e bella Berta non c’era più. Al suo posto stava una vecchia
gobba dallo sguardo torvo, che li guardò con occhi neri, si voltò e se ne
andò.

I gemelli
Fuori del paese, Luigina stava ferma in mezzo al crocicchio. Tutt’intorno
era buio pesto, la notte più profonda, lunga e spaventosa che si possa
immaginare. Chiunque al suo posto avrebbe avuto paura di incontrare
spettri e creature malvagie, ma Luigina no.

Luigina non poteva avere paura di niente, perché non era sola.

E nulla poteva essere più spaventoso della creatura che ansimava


sbavando accanto a lei.

Lei gli accarezzò il muso, affondando la mano nel folto pelo. Era enorme.
Quando si trasformava diventava più alto di qualunque uomo, le sue mani
e i suoi piedi erano terribili, gli artigli avrebbero squarciato qualunque porta
di legno. Le zanne e la grossa mascella avrebbero staccato la testa di un
cristiano in un colpo solo.
Ma ora stava lì fermo. Anche se l’enorme cuore batteva veloce, anche se la
bava colava dalle fauci e le grandi orecchie sentivano i passetti dei piccoli
animali nel bosco lontano… Anche se ogni fibra del suo corpo fremeva per
correre e ululare, ancora si tratteneva.

Sua sorella gli fece un’ultima carezza e poi gli disse:

«Adesso vattene, che se qualche paesano ti vede, poi ti danno la caccia


coi fucili e colle torce.»

Ringhiando, Luigino si voltò e corse via. Avrebbe cacciato e sbranato


animali fino all’alba. Solo al sorgere del sole sarebbe tornato a essere un
cristiano come tutti gli altri, senza le zanne, la pelliccia e la furia in corpo.

Anche Luigina si voltò e si incamminò verso la Chiesa, dove era attesa.

Perché anche lei era una malnata.

Nati nella notte di Natale, Luigina e Luigino erano predestinati. Suo fratello
era già da tempo mezzo uomo e mezzo belva, ma il destino di lei si
sarebbe compiuto quella notte.

Sacro lo fuoco e santi tutti li abbruciati


La messa di mezzanotte era già iniziata.

Luigina si guardò intorno e, infondo alla navata, vide la vecchia.

Stava seduta in disparte, gobba, un fazzoletto sulla testa e lo sguardo


verso le vecchie scarpe rotte.

Andò a sedersi accanto a lei.

E la vecchia Berta parlò:

«Questa è la notte magica che diventi strega. Qui adesso ti dico le parole
che devi sapere per curare i malanni, togliere e mettere i malocchi,
incantare l’òmini e zittire le fìmmine. Qui adesso ti dico le parole che se le
dici a qualcuno vengo e ti caccio gli occhi e ti trasformo in carbone. Queste
parole che ti dico le dirai solo prima di morire a un’altra malnata come te,
dentro alla Chiesa, mentre il prete dice la messa del Natale, a mezzanotte.

Giura che hai capito.»

«Lo giuro, che mi possino cecare e trasformare in tizzone di carbone»,


rispose Luigina.

E allora la vecchia Berta prese a dire le parole:

«Tutti i roghi sono sacri e gli abbruciati sono santi

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