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nco. Diceva: Angela, Angela, va’ indove hai visto er serpente bianco!

Scava na buca profonna, ce sta ‘n tesoro! Così diceva! E poi diceva da


stamme zitta, che nullo devo dì a nessuno! È ‘n segreto!, diceva! Va’ a
scavà e tutti li guai tuoi saranno finiti!.

«Dice che là cianno ammazzato uno, tanti anni fa. Che tredici banditi
cianno nascosto er bottino de na rapina, che un viandante l’ha visti e allora
l’hanno ammazzato. Dice che oo spirito de sto poro viandante è rimasto
dentr’ar bosco, che gira sotto forma de serpente bianco.

«E dice che er bottino de sti banditi sta ancora là. E che me lo posso
prenne, a patto che poi faccio dì messa pe sto viandante, tre vorte alla
Basilica de San Pietro e tre vorte alla Chiesa de Sant’Agostino».

Hai visto mai?


Fuori della finestra scassata, il temporale continuava. Il vento e la pioggia
infuriavano. Angela e Oreste stavano seduti nel letto, alla luce di un
mozzicone di candela.

Il marito la guardò serio:

«Tutte fregnacce. È che ieri sera te sei ‘mbriacata. Te fa male er vino, a te,
nun sei abbituata…

«… Però sai che c’è? Annà a vedé nun ce costa gniente. Domani matina
annamo a scavà sta bbuca sotto a la quercia. Hai visto mai? Mó
mettémose a dormì, che domani tocca svejasse presto».

«Ma così er frate scopre che t’ho riccontato tutto! E poi ha detto che ce
devo annà da sola!»

«Ah. E vabbè, vorrà ddì che io me fermo ‘ndietro e la buca la scavi te. Poi
si trovi er tesoro me fai ‘n fischio».

«E si er frate s’arabbia? Che sò tonti, sti spiriti?»

«Tu nun te preoccupà. Si è quarcosa ce parlo io, co sto frate. Mica ciò
paura, io! Che annassero a cojonà la moje de quarchedun’artro, sti spiriti.
E mmó addòrmite».

«Orè!»

«Aridaje! Che vvòi?»

«Me sò ricordata na cosa».

«E che ccosa?»

«La voce der frate».

«Santamadonna, moje! Che ciavéva la voce de sto cazzo de frate?»

«Ciaveva che nun era la voce de ‘n frate. Era la voce de mi madre, pace
all’anima sua».

«Ma che cazzo de frate è, co la voce de tu madre? Ch’er diavolo se la


straporti, vecchia maledetta che era!»

«E che ne sò? Però era così, era ‘n frate, ma co la voce de mamma».

«Annate a morì ammazzati te, tu madre, er frate, er serpente bianco, li


banditi, li viandanti e tutti li spiriti dell’antenati! Mó famme dormì un par
d’ore. Svéjame prima dell’alba. Porco boia».

Angela s’appisolò poco dopo il marito. E sognò ancora.

Il frate vestito di bianco tornò a farle visita, ma stavolta non parlò. Fece
segno di no con la testa e avvicinò il dito indice alle labbra, in segno di
silenzio. Era un rimprovero. Poi si voltò e se ne andò.

La buca
Il bosco era ancora più freddo del giorno prima. L’aria era umida per il
temporale della notte precedente, la terra era fangosa, il tappeto di foglie
morte era melmoso.
«È quella la quercia», esclamò Angela. «È là che s’è ficcato er serpente
bianco!»

«Ecco, allora va’ a scavà», borbottò il marito. «Io aspetto qua. Ossinnò er
frate amico tuo se ‘ncazza».

L’uomo si sedette su un grosso sasso, stappò la bottiglia di vino che s’era


portato da casa e ci si attaccò.

Angela proseguì da sola. Lei non aveva portato una bottiglia, ma una
vecchia vanga, molto pesante. Si fermò davanti alle radici tra le quali aveva
visto nascondersi il grande serpente bianco. Infilò la punta della pala nel
terreno bagnato e iniziò a scavare.

Un urlo cupo emerse dalla terra.

Angela scappò di corsa dal marito.

«Io nun ho sentito gniente. Aritorna a lavorà!»

«Io nun ce vado, là! Ciò paura!»

Il marito le tirò una sberla violenta. Poi l’afferrò per il mento:

«Va’ a scavà sta cazzo de buca!»

Angela sentì altri versi spettrali. Scavava e piangeva per la paura.

Mani invisibili
Lavorò per oltre un’ora. Fece una buca così grande che ci sarebbe potuta
entrare una bara.

Era stravolta e decise di chiamare il marito.

«Orè! Io nun trovo gniente! Nun gliela faccio più a scavà!»

Oreste si alzò del sasso per andare a vedere di persona cosa avesse fatto
sua moglie per tutto il tempo.
Lanciò la bottiglia vuota alle sue spalle.

«Spera che er tesoro ce sta. Ossinnò vor dì che te se ‘nventata tutto o che
te sei fatta cojonà da ‘n frate morto. E allora me tocca gonfiatte de botte».

Entrò nella buca, strappò la vanga dalle mani della moglie e la fece uscire
insultandola.

Ma appena ebbe puntato la pala a terra, cacciò un urlo.

«Ahó! Ma che cazzo è?!»

La vanga cadde. Oreste si portò le mani alla testa e urlò di nuovo.

«Ahio oddio, li mortacci vostra! Ma chi è?»

Poi rovinò a terra.

«Ahio, ahio, abbasta, santoddio!»

«Orè, ma che ciài?», chiese Angela spaventata.

«Abbasta, abbasta! Per carità!»

Quando vide il sangue che usciva dalla bocca del marito, Angela iniziò a
urlare di terrore.

«Oddio, m’ammazzano, m’ammazzano!», diceva il marito, coprendosi la


testa come se qualcuno lo stesse riempiendo di botte.

Finché non gridò più.

La confessione
Passarono diversi giorni.

L’avevano portata a Piazza del Popolo, nell’ufficio della Gendarmeria


Pontificia, dove il Brigadiere Comandante l’aveva interrogata per qualche
ora. Non c’era stato modo di farle raccontare una versione diversa del fatto.
«Andó sta l’amante tuo? Dicce andó sta! Lo sapemo che nun pòi esse
stata te, a ammazzà de botte tu marito.»

Ma Angela continuava a ripetere di non avere amanti, che lei e Oreste,


quella mattina, nel bosco c’erano andati da soli.

«A ffà che?»

«Èssi bbono, Sor Comandà, nun te lo posso dì! Ossinnò m’ammazzeno


pur’a mme!»

«Ma chi? Chi è che t’ammazza?»

«Nun ce lo so!», ripeteva Angela singhiozzando. «Nun ce lo so, me dovete


da crede!»

La mattina dell’esecuzione, quando il sole stava appena sorgendo, Angela


era inginocchiata accanto a un frate.

Le mani e i piedi erano congelati, ma lei non sentiva il freddo. Non sentiva
niente, eccetto il grumo di angoscia e paura nello stomaco. Anche le
chiacchiere e le preghiere del frate le scivolano addosso.

Gli confessò tutto. Del serpente bianco, del sogno, del marito che
agonizzava picchiato a morte da mani invisibili.

Il frate le diede l’estrema unzione e la salutò con un segno della croce. Ma


prima che Angela si voltasse per andare, la trattenne un attimo per il
braccio e le disse, a bassa voce:

«E ‘ndo starebbe sta quercia?»

La testa di Angela era caduta da qualche ora, quando tre frati si stavano
avventurando nel bosco in cerca di una vecchia quercia. Trovarono la buca
dove era morto Oreste. Scavarono ancora più in profondità e, dopo
qualche ora, trovarono qualcosa.

Una vecchia sacca logora piena di ricci di castagne.

Approfondimenti
Questo racconto fantastico è stato ispirato da una leggenda romana,
raccontata da Cecilia Gatto Trocchi nel suo Leggende e Racconti
Popolari di Roma.

Ci ho messo molto del mio, inventando dialoghi, dettagli e modificando in


parte la vicenda.

Esistono diverse storie e leggende che parlano di un serpente