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LA GUERRA FREDDA

“Guerra fredda” è l'espressione con cui si indica la forte contrapposizione tra Stati Uniti e Unione
Sovietica iniziata nel secondo dopoguerra e finita tra il 1989 (caduta del muro di Berlino) e il 1991
(dissoluzione dell’Unione Sovietica). La situazione politica mondiale, in quel periodo, era
caratterizzata dal bipolarismo. Il mondo cioè, era diviso in due blocchi:
 da una parte gli Stati Uniti e i suoi alleati (definiti anche “blocco occidentale” o “blocco
capitalista”): Canada, Australia, Giappone, Portogallo, Spagna, Gran Bretagna, Francia,
Germania Ovest, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Italia, Norvegia, Grecia, Turchia e altri;
 dall’altra l’Unione sovietica e i Paesi a lei “allineati” (detti anche “blocco orientale” o
“blocco comunista”): Cina, Corea del Nord, Vietnam, Bulgaria, Cecoslovacchia, Germania
Est, Ungheria, Polonia, Romania e altri.
Ognuno dei due blocchi creò anche un’alleanza militare: nel 1949, gli USA e i loro alleati firmarono
il Patto Atlantico, la cui organizzazione militare era (ed è tuttora) costituita dalla NATO. Nel 1955,
ad esso si oppose l’alleanza militare tra i Paesi europei del blocco comunista, denominata Patto di
Varsavia.
La definizione di “guerra fredda”, coniata dal giornalista americano Walter Lippmann, significa che
questa spaccatura, questo contrasto, era una situazione di tensione permanente ma non diventò
mai una vera e propria guerra. Questa lotta per il controllo del mondo tra le due “superpotenze”,
tuttavia, conobbe diverse fasi, dove ci furono anche guerre “calde” (combattute con le armi),
come quelle in Corea e in Vietnam.

Il primo dopoguerra, il Piano Marshall, la divisione della Germania


Dopo la Seconda guerra mondiale (come dopo la Prima), ad uscire vincitori dal punto di vista non
solo politico e militare ma anche economico furono gli Stati Uniti. Capendo che era loro interesse
far sì che l’Europa fosse in grado di acquistare le merci da loro prodotte, gli USA elaborarono un
progetto – detto “Piano Marshall” dal nome del ministro degli Esteri americano che lo aveva
promosso – per concedere aiuti economici (prestiti a tassi molto bassi, ma anche generi alimentari
e macchinari) ai Paesi europei. Gli aiuti del Piano Marshall vennero offerti anche all’URSS e ai suoi
alleati, che però rifiutarono: lo scopo politico del piano, infatti (oltre a quello economico) era di
legare a sé i Paesi europei per evitare che diventassero comunisti, indebolendo così il “blocco
orientale”.
Nella fase finale della Seconda Guerra mondiale, gli Alleati erano avanzati da Ovest verso la
Germania, mentre i Sovietici, venendo da Est, avevano occupato tutti i Paesi dell’Europa orientale.
Così l’Europa si era ritrovata divisa in due parti – quella occidentale e quella orientale – da quella
che Winston Churchill definì una “cortina di ferro”, che separava i Paesi filoamericani e capitalisti
da quelli controllati dall’URSS.

La Germania, che ovviamente aveva perso tutti i territori conquistati prima e durante la guerra, fu
divisa e occupata dalle potenze vincitrici: ad Ovest (la parte controllata da statunitensi, inglesi e
francesi) si formò la Repubblica Federale Tedesca (RFT), con capitale Bonn; ad Est (la parte
controllata dai Sovietici) la Repubblica Democratica Tedesca (RDT, oppure in tedesco, DDR:
Deutsche Demokratische Republik). Dato che oltre due milioni di tedeschi, in poco più di dieci
anni, erano fuggiti a Berlino Ovest in cerca di una vita migliore, nel 1961 la RDT costruì un muro
che separò le due parti della città e divenne il simbolo della Guerra fredda.

Equilibrio del terrore e “paura rossa”


Il motivo essenziale per cui la Guerra fredda non divenne mai “calda” è quello che fu definito
“equilibrio del terrore”: dato che entrambe le superpotenze erano dotate di armi nucleari (nel
1949 anche l’URSS riuscì a fabbricare bombe atomiche) e missili intercontinentali, era evidente che
lo scoppio di una guerra avrebbe comportato la distruzione reciproca e la contaminazione
radioattiva dell’intero pianeta. La Guerra fredda fu quindi essenzialmente una guerra politica, in
cui ebbe un ruolo rilevante lo spionaggio, la “caccia alle spie” infiltrate da ognuno dei due blocchi
nell’altro.
Questo clima di sospetto e la paura nei confronti dell’URSS, che si temeva volesse favorire
rivoluzioni comuniste nei Paesi occidentali, crearono per qualche anno, negli USA, un contesto di
vera e propria “caccia alle streghe” nei confronti dei comunisti (o presunti tali). Tale fenomeno
prese il nome di “maccartismo”, dal nome del suo promotore, il senatore Joseph McCarthy, il
quale diresse una commissione per la repressione delle “attività antiamericane” al Senato,
operando attacchi personali (per mezzo di accuse pubbliche in genere non provate) nei confronti
di funzionari governativi, uomini di spettacolo e di cultura, ecc. da lui accusati di essere comunisti
e, in quanto tali, responsabili di minare i fondamenti politici e sociali degli Stati Uniti. Questa
campagna continua e ossessiva di denunce, che colpì anche molti intellettuali e artisti (il più
famoso dei quali fu Charlie Chaplin, che, in tournée in Europa, si vide negato il visto e non poté
rientrare negli USA), finì solo nel 1954, quando divennero evidenti a tutti gli eccessi e le forzature
di questa “caccia”.

Joseph McCarthy

Destalinizzazione e repressione
Nel 1953, alla morte di Stalin, il suo posto come capo del Partito comunista dell’Unione sovietica
fu preso da Nikita Krusciov. Iniziò un periodo di timida apertura del regime sovietico: Krusciov
denunciò, in parte, i crimini commessi da Stalin e il “culto della personalità” che egli aveva
instaurato. In questo processo di “destalinizzazione”, fu chiusa la maggior parte dei gulag (campi
di prigionia per gli oppositori politici) e il controllo poliziesco e la censura vennero attenuati. Per la
prima volta, milioni di comunisti in tutto il mondo divennero consapevoli del fatto che il “sogno”
della nazione “governata dai proletari” nascondeva molte ombre.
In ogni caso, destalinizzazione o no, non si allentò affatto il rigido controllo politico che l’URSS
esercitava sui suoi Stati “satelliti”: nel 1956, in Ungheria, il governo guidato da Imre Nagy avviò
una politica di riforme, con l’intenzione di democratizzare il governo, ma l’Unione Sovietica reagì
duramente, mandando l’esercito con i carri armati. Imre Nagy e i suoi collaboratori furono
impiccati e sostituiti con uomini fedeli all’URSS.

Nikita Krusciov
Imre Nagy

La “crisi dei missili” a Cuba


Nell’ottobre del 1962, il mondo sembrò essere davvero sull’orlo di una guerra nucleare.
Nel 1959 c’era stata la rivoluzione cubana, che aveva instaurato a Cuba il governo di Fidel Castro.
Nel 1961 la CIA (i servizi segreti statunitensi) organizzò un colpo di Stato (la cosiddetta “invasione
della baia dei Porci”) per rovesciare Castro. Il tentativo fallì, ma Castro, timoroso per le sorti del
suo governo, decise di allearsi con l’Unione Sovietica. L’anno dopo, Castro chiese all’URSS di
installare a Cuba dei missili a testata nucleare per difendersi dagli USA. La CIA lo scoprì, per cui gli
USA ordinarono ai sovietici di interrompere le manovre, sotto minaccia di attacco militare. Per
fortuna, dopo tredici giorni di altissima tensione, alla fine Krusciov decise di ritirare i missili.
C’è persino il gioco!

La corsa allo spazio


Una parte della Guerra fredda fu anche la competizione tra USA e URSS per l’esplorazione e la
conquista dello spazio. Si trattava di acquistare un vantaggio dal punto di vista militare,
naturalmente, ma era anche una questione di prestigio: dimostrare che si era più progrediti dal
punto di vista tecnologico rispetto all’avversario.
All’inizio furono i sovietici a prevalere: il 4 ottobre del 1957, l’URSS annunciò il lancio del primo
satellite artificiale della storia: lo Sputnik 1. L'impresa colse del tutto impreparati gli americani,
che reagirono moltiplicando gli sforzi per recuperare lo svantaggio.

Lo Sputnik 1
Il traguardo più ambito, naturalmente, consisteva nel riuscire a mandare l’uomo nello spazio. Per
preparare quest’obiettivo, i sovietici, pochi mesi dopo il lancio dello Sputnik 1, lanciarono nello
spazio lo Sputnik 2, che aveva a bordo il primo essere vivente ad andare nello spazio: una
cagnetta di nome Laika. Fu un altro trionfo per i sovietici, che però nascosero il fatto che il povero
animale era morto poche ore dopo il lancio. Nel 1960, però, due altri cani mandati in orbita dai
russi tornarono sani e salvi.
Nel 1961 i sovietici misero a segno un altro colpo, riuscendo a mandare il primo uomo nello
spazio: Yuri Gagarin. Il suo volo fu l’apice del successo spaziale sovietico. Gagarin divenne una
celebrità internazionale e ricevette numerosi riconoscimenti e medaglie, tra cui quella di “Eroe
dell'Unione Sovietica”.

Laika
Yuri Gagarin

Ma il colpo più grosso fu messo a segno dagli Stati Uniti: il 21 luglio 1969, l’americano Neil
Armstrong fu il primo uomo a mettere il piede sul suolo lunare.
“American way of life” e discriminazione razziale
Gli anni ’50 e ’60 furono un’epoca di boom economico e fiducia, in cui l’“American way of life”, lo
“stile di vita americano” basato sull’individualismo, il dinamismo, l’ottimismo e il consumismo, fu
“esportato” e trionfò in tutti i Paesi alleati degli USA. In quanto popolo che da sempre aveva
fondato la sua società sui concetti di libertà individuale e democrazia, e in qualità di nazione che
aveva liberato l’Europa dalla tirannia nazifascista, gli USA si ritenevano pienamente legittimati a
fungere da guida non solo politica ed economica, ma anche morale, del “mondo libero” (quello
occidentale, opposto al mondo autoritario e antidemocratico del “blocco comunista”).

Ma il Paese-guida del “mondo libero” non era libero per tutti: i cittadini di colore erano ancora
privi dei diritti civili e politici garantiti ai bianchi. Sugli autobus, nelle scuole, negli uffici e nei locali
pubblici, i neri erano sottoposti a un regime di segregazione razziale dai bianchi.
La lotta per l’abolizione della segregazione razziale iniziò il 1° dicembre del 1955 a Montgomery, in
Alabama, quando una donna di colore, Rosa Parks, che stava rientrando in autobus esausta dopo
una giornata di lavoro, si rifiutò di cedere il proprio posto ad un uomo bianco, e per questo venne
arrestata. Quella notte stessa, la comunità afroamericana iniziò un boicottaggio degli autobus che
durò più di un anno. Alla fine, la Corte suprema degli
Stati Uniti decretò che la segregazione razziale sui
mezzi pubblici dell’Alabama era incostituzionale.

Ro sa Parks
Si trattava solo di una piccola vittoria parziale, però: molto restava ancora da fare per
raggiungere la parità tra bianchi e neri. Lo dimostra molto bene quanto accaduto nel 1957 a Little
Rock, in Arkansas. Ad un gruppo di nove ragazzi e ragazze di colore (chiamati poi “Little Rock
Nine”), selezionati in base ai voti per poter frequentare la Little Rock Central High School (il miglior
liceo della città, frequentato sino ad allora solo da bianchi), fu impedito fisicamente l’accesso a
scuola da parte di gruppi di studenti e genitori. Il governatore schierò la Guardia Nazionale
dell'Arkansas a sostegno dei segregazionisti. Il presidente degli Stati Uniti Eisenhower dovette
inviare le truppe federali per garantire l’accesso dei ragazzi a scuola.
I “Little Rock Nine” Elizabeth Eckford, una delle ragazze, viene
insultata mentre va a scuola

A guidare il movimento di protesta contro il razzismo era un pastore protestante di colore: Martin
Luther King. Conoscitore e ammiratore dell’opera e delle idee di Gandhi, Martin Luther King era
un sostenitore della lotta non violenta. Nel 1960, King incontrò John F. Kennedy, allora candidato
democratico alla presidenza degli Stati Uniti, il quale gli assicurò di essere molto sensibile alla
causa dei diritti civili dei neri. In questo modo, Kennedy si guadagnò l’appoggio e i voti della
comunità afroamericana, che furono decisivi per la sua vittoria alle elezioni. Tuttavia, anche con
la presidenza di Kennedy le cose non cambiarono certo da un giorno all’altro per i neri. Vi furono
molte marce, occupazioni di locali che impedivano l’accesso ai neri e manifestazioni, che vennero
represse, spesso, in modo estremamente violento dalla polizia.

Martin Luther King

Il 28 agosto 1963, a Washington, davanti ad una folla di 250.000 persone, ci fu il discorso più
famoso di Martin Luther King, quello che cominciava con le storiche parole “I have a dream” (“Ho
un sogno”). Il sogno era “che un giorno, sulle rosse colline della Georgia, i figli di coloro che un
tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi sapranno sedere insieme
al tavolo della fratellanza… che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella
quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere”. In
quell’occasione, vi fu anche una stretta di mano tra King e Kennedy.

Martin Luther King e John F. Kennedy


Un video con una parte del discorso di Martin Luther King, sottotitolato in italiano:
https://www.youtube.com/watch?v=B8TB1CFd2kc

Ma le cose non erano destinate ad andare subito per il meglio: pochi mesi dopo quella stretta di
mano, nel novembre del 1963, il presidente Kennedy fu assassinato a Dallas. Nel 1965 venne
assassinato un altro leader del movimento dei neri, Malcolm X, avversario di Martin Luther King in
quanto sostenitore di metodi di lotta più radicali, anche violenti. Nel 1968, infine, anche Martin
Luther King fu assassinato, a Memphis, da un fanatico razzista.
Non tutto era stato vano, però: nel 1964 era stato approvato il Civil Rights Act (proposto da
Kennedy prima di essere assassinato), che sanciva l’uguaglianza tra i cittadini americani di ogni
colore, vietando le discriminazioni razziali in tutti i
luoghi pubblici. Era una vittoria storica, ma tra la teoria e la
pratica, come sempre, c’era una bella differenza: specialmente
negli Stati del Sud, ci furono forti resistenze contro la
legge, con manifestazioni, atti di violenza e assassini di
afroamericani da parte di bianchi (che “risuscitarono” anche
il Ku Klux Klan).

Lo scenario asiatico: la rivoluzione comunista cinese


Nella Seconda guerra mondiale (ma anche da prima), la
Cina aveva dovuto combattere contro l’occupazione
giapponese. Dopo la guerra, i due partiti più importanti
(quello comunista, guidato da Mao Zedong, e quello
nazionalista, detto Kuomintang) si scontrarono in una durissima guerra civile, dalla quale uscirono
vincitori i comunisti, che nel 1949 fondarono la Repubblica Popolare di Cina. Gli uomini del
Kuomintang fuggirono sull’isola di Formosa (Taiwan), dove crearono la Repubblica di Cina, o Cina
nazionalista (ancora oggi, la Cina non riconosce Taiwan come Stato indipendente, ritenendola una
parte del suo territorio che deve “tornare a casa”).

Mao Zedong
Per gli USA, fu un duro colpo che lo Stato più popoloso del mondo diventasse comunista, un
cambiamento di equilibri a favore del “blocco orientale”. Gli Stati Uniti, perciò, erano determinati
ad impedire con ogni mezzo che altri Paesi si aggiungessero al blocco comunista. Questo fece sì
che in Oriente, in alcuni casi, la Guerra fredda diventasse “calda” (dando luogo, cioè, a delle guerre
vere e proprie).
Lo scenario asiatico: la Guerra di Corea
La Corea, occupata dal Giappone nel 1910, dopo la Seconda guerra mondiale fu divisa in due parti,
separate dal 38° parallelo: siccome il Nord era stato liberato dall’occupazione giapponese da parte
dei sovietici, mentre il Sud da parte degli USA, la Corea del Nord (con capitale Pyongyang) era
comunista e sostenuta dall’Unione Sovietica, la Corea del Sud (con capitale Seul), era alleata degli
Stati Uniti.
Nel 1950, la Corea del Nord invase quella del Sud. A quel punto intervennero militarmente gli
USA e tutti i Paesi del “blocco occidentale” in aiuto alla Corea del Sud, mentre la Cina intervenne a
favore della Corea del Nord. Dopo tre anni di guerra, nel 1953, ci fu un armistizio che,
semplicemente, confermava la situazione precedente.

Ancora oggi le due Coree sono divise dal 38° parallelo e, mentre la Corea del Sud è un Paese
industrialmente avanzato, con un PIL pro capite simile a quello di Francia e Regno Unito, la Corea
del Nord è un regime dittatoriale tra i più repressivi del mondo, dove i membri maschi della
famiglia Kim si trasmettono il potere di padre in figlio, come se fossero dei re (prima Kim Il-sung,
poi Kim Jong-il, ora Kim Jong-un). Da notare che, dopo l’armistizio, non è stata mai firmata la pace:
ufficialmente, quindi, la guerra è ancora in corso!
La “dinastia coreana”:
da sinistra a destra, Kim Il-sung,
Kim Jong-il, Kim Jong-un.

Lo scenario asiatico: la Guerra del Vietnam


Un’altra area “calda” era la penisola indocinese. Mentre la Birmania era una colonia inglese, gli
attuali Laos, Cambogia e Vietnam erano francesi. Dopo la Seconda guerra mondiale, il Regno
Unito diede l’indipendenza alla Birmania (oggi Myanmar); la Francia, invece, che aveva perso i suoi
territori indocinesi durante la guerra (perché erano stati occupati dai giapponesi), dopo la guerra
voleva riprenderseli ad ogni costo.

L’Indocina francese

In Vietnam era attivo, dal 1941, un movimento indipendentista detto Viet Minh, di idee
comuniste, guidato da Ho Chi Minh. Nel 1945, appoggiato dalla Cina e dall’URSS, il Viet Minh
diede inizio ad una guerra d’indipendenza contro i francesi. La Francia, invece, fu aiutata dagli
USA, il cui presidente Harry Truman era ben deciso a contenere quella che chiamava “infezione
comunista” in Oriente. La guerra si concluse solo nel 1954, con la sconfitta della Francia (e degli
USA, che li aiutavano). La Conferenza di Ginevra divise provvisoriamente il Vietnam in due parti: il
Vietnam del Nord, comunista, con capitale Hanoi, e il Vietnam del Sud (capitale Saigon), con un
governo anticomunista appoggiato dagli USA.

Ho Chi Minh

Questa divisione non risolse nulla, anzi fu la causa della successiva


guerra, una delle più cruente e orribili della seconda metà del Novecento. Secondo gli accordi di
Ginevra, si sarebbero dovute svolgere entro il luglio del 1956 delle elezioni, per unificare il Paese,
ma il presidente del Vietnam del Sud si rifiutò di indirle. I partigiani comunisti del Sud, allora
(detti vietcong), ruppero gli indugi, iniziando – aiutati, naturalmente, dal Vietnam del Nord – una
guerriglia contro il governo sudcoreano. Gli USA, per evitare l’espansione comunista, si
schierarono a difesa del governo sudvietnamita.
All’inizio mandarono semplicemente finanziamenti e consiglieri militari, poi inviarono sempre più
truppe: nel 1963, era chiaro che si trattava di una vera e propria guerra. Per più di dieci anni, i
soldati americani (tra i 300.00 e i 600.000 uomini, a seconda del periodo) combatterono una
guerra sanguinosa e crudele, in cui gli USA compirono crimini di guerra (massacri di civili) e
usarono tonnellate di defolianti chimici (il cosiddetto “agente arancio”, tossico e cancerogeno) per
distruggere le foreste in cui si nascondevano i vietcong e bombe incendiarie con sostanze chimiche
(napalm). Nonostante tutto, però, non riuscivano a piegare la resistenza dei vietcong, abili a
combattere nella foresta equatoriale, riforniti dall’URSS e soprattutto appoggiati dalla
popolazione delle campagne, da sempre sfruttata dai colonizzatori bianchi e dai corrotti
governanti locali.
Col passare del tempo, negli Stati Uniti la guerra del Vietnam fu soggetta a critiche sempre più
accese e contestata apertamente da ampie fasce dell’opinione pubblica: iniziarono gli studenti
universitari (il pacifismo era uno dei tratti distintivi della protesta giovanile degli anni Sessanta,
iniziata negli USA e culminata in Europa con le proteste del Sessantotto), e a poco a poco la
“sporca guerra”, come venne chiamata, fu sempre più rifiutata dagli statunitensi, i quali
pensavano che 50.000 ragazzi americani morti fossero un prezzo inaccettabile da pagare per una
guerra “coloniale” dall’altra parte del mondo.

Nel 1975, finalmente, gli USA decisero di ritirarsi dalla guerra. Fu la prima sconfitta in guerra da
parte degli Stati Uniti, uno choc terribile che segnò per molto tempo la coscienza americana,
raccontato in molti film di successo (tra i più famosi: Platoon, Apocalypse Now, Full Metal Jacket,
Nato il 4 luglio, Rambo, Il cacciatore).
Dopo la guerra venne creato un unico Stato vietnamita indipendente, con capitale Hanoi,
governato dai comunisti. Anche in Cambogia e Laos andarono al potere i comunisti: la sconfitta
americana era totale.

La caduta del muro di Berlino e il crollo dell’URSS


L’Unione Sovietica era una superpotenza militare, ma a poco a poco cresceva l’insofferenza dei
cittadini in tutti i Paesi dell’Europa dell’Est appartenenti al “blocco orientale”: la qualità della vita
era bassa, in confronto a quella dei Paesi occidentali, e soprattutto vi era una totale mancanza di
libertà (anche quella di viaggiare liberamente all’estero).
Nel 1985 si ebbe una svolta politica in Unione Sovietica: fu eletto segretario generale del Partito
comunista (e quindi capo dell’URSS) Michail Gorbaciov, un riformista che aveva capito che il Paese
necessitava di profondi cambiamenti. Le sue parole d’ordine erano glasnost (trasparenza) e
perestrojka (ristrutturazione, rifondazione). Con la glasnost si ebbe una parziale libertà di stampa
e opinione, e dissidenti politici che erano in carcere da anni o decenni furono liberati. Con la
perestrojka nacquero, per la prima volta dopo quasi 70 anni, partiti e movimenti politici non
comunisti; inoltre, ai cittadini fu data la libertà di creare aziende private. All’estero Gorbaciov era
visto come un eroe, ma in patria non tutti erano d’accordo: molti lo accusavano di voler
distruggere la potenza del Paese e umiliare l’Unione Sovietica, adottando il modello capitalistico
dei “nemici” americani.
Con il presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, Gorbaciov decise di avviare una politica di
distensione tra le due superpotenze: i due leader si incontrarono di persona, decidendo di ridurre
gli arsenali militari e distruggere una parte degli armamenti atomici. La Guerra fredda, ormai, si
avviava alla conclusione.
Michail Gorbaciov e Ronald Reagan

Incoraggiati dal nuovo clima, i Paesi dell’Europa dell’Est (Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia,
Romania, Bulgaria) provarono a liberarsi dal controllo dell’URSS, indicendo libere elezioni e
dandosi governi democratici. L’evento più importante, che segnò anche simbolicamente la fine di
un’epoca, fu la caduta del muro di Berlino, che da 28 anni divideva la città. Nell’agosto del 1989,
l’Ungheria (che faceva parte del “blocco orientale”) permise il libero passaggio verso l’Austria,
aprendo un varco nella “cortina di ferro”. Subito, centinaia di cittadini della Germania Est ne
approfittarono per cercare di arrivare, passando dall’Ungheria, in Germania occidentale, in cerca di
un futuro migliore. Nel giro di qualche settimana, quelle centinaia di persone divennero migliaia:
un flusso massiccio e inarrestabile, che il governo della Germania orientale non era in grado di
fermare. Vi furono manifestazioni di massa nelle grandi città tedesche orientali (Berlino, Lipsia,
Dresda) e alla fine il governo non poté far altro che cedere: il 9 novembre lasciò libero transito
attraverso il muro di Berlino, che venne rapidamente abbattuto dai cittadini, euforici e ansiosi di
cancellare quel simbolo della negazione della libertà. L’anno dopo (1990), la Germania si riunificò
ufficialmente.
9 novembre 1989:
La caduta del muro di Berlino

9 novembre 1989:
La caduta del muro di Berlino

Ormai, anche i giorni dell’Unione Sovietica erano contati: tra il 1990 e il 1991, diversi Stati
ottennero l’indipendenza, staccandosi dall’URSS: Estonia, Lettonia, Lituania, Ucraina, Georgia,
Armenia, Azerbaigian. Dopo un fallito colpo di Stato contro Gorbaciov, nell’agosto del 1991, da
parte dell’ala più conservatrice del Partito comunista, prese il potere Boris Eltsin, un riformatore
radicale, anticomunista. Poco dopo, il Partito comunista venne sciolto per legge, e il 31 dicembre
1991 l’Unione Sovietica cessò di esistere.

Boris Eltsin

Spinti da quanto stava succedendo in Europa, anche i cinesi provarono a rialzare la testa. Tra
l’aprile e il giugno del 1989 ci furono delle proteste popolari, concentrate nella piazza principale di
Pechino, piazza Tienanmen. I cittadini chiedevano più libertà politiche e democrazia. La polizia e
l’esercito soffocarono nel sangue le proteste, uccidendo centinaia di persone.
La foto più famosa
della rivolta
di piazza
Tienanmen

La guerra in Jugoslavia
La dissoluzione dell’URSS portò con sé anche quella della Jugoslavia. Quest’ultima era una
federazione di sei repubbliche (Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro,
Macedonia), in cui convivevano etnie, religioni, lingue e culture diverse. Finché era stato vivo il
maresciallo Tito, l’eroe della resistenza al nazifascismo, il capo dei partigiani diventato Presidente
della Jugoslavia, questo mosaico di popoli si tenne miracolosamente insieme, ma dopo la sua
morte, nel 1980, diventò sempre più difficile fermare le spinte disgregatrici. Infine il crollo
dell’URSS, nel 1991, rafforzò ancor più i movimenti nazionalisti e fece precipitare la situazione.

Josip Broz (maresciallo Tito) e una cartina


della ex Jugoslavia con le diverse nazionalità
La prima a dichiararsi indipendente, nel giugno del 1991, fu la Slovenia. Da Belgrado arrivarono i
carri armati del governo federale, che però subito dopo ci ripensò, e l’indipendenza della Slovenia
fu accettata.
Le cose andarono ben diversamente quando, poco dopo, si dichiarò indipendente anche la
Croazia, dove viveva una numerosa minoranza serba. Questa volta il governo federale, guidato
dal serbo Slobodan Milosevic, si oppose con forza: ne nacque una guerra civile tra serbi e croati,
con la partecipazione non solo degli eserciti ma anche di bande irregolari, composte da criminali
comuni, che compirono atroci crimini sulla popolazione civile (divennero tristemente famosi i
cecchini, che sparavano su chiunque passasse per strada, anche donne e bambini (anzi, qualche
cecchino si accaniva in particolare sui bambini: ne vennero uccisi 60, a Sarajevo).
Postazione di tiro sul ‘Viale dei cecchini’ a Sarajevo

Nel 1992 il conflitto si estese anche alla Bosnia-Erzegovina, dove vivevano, oltre ai bosniaci (in
maggioranza musulmani), anche croati (cattolici) e serbi (ortodossi). Nonostante l’intervento
delle forze di pace (“caschi blu”) dell’ONU fu un bagno di sangue, e il mondo imparò l’orribile
espressione di “pulizia etnica”: ognuna delle etnie in conflitto, infatti, voleva “ripulire” il suo
territorio dalle etnie diverse, sterminandole. La città di Sarajevo fu assediata per quasi quattro
anni e venne semidistrutta.

Finalmente, nel novembre del 1995, con la mediazione degli USA, si arrivò alla pace con l’Accordo
di Dayton.
Ma non era ancora finita: in Kosovo, regione meridionale della Serbia abitata al 90% da albanesi di
religione musulmana, l’UCK, l’esercito di liberazione del Kosovo, diede inizio alla guerriglia per
ottenere l’indipendenza dalla Serbia. Il governo serbo reagì con estrema durezza, avviando
l’ennesima operazione di “pulizia etnica”. Nel 1999 intervennero le truppe della Nato (con la
partecipazione anche dell’Italia), che bombardarono pesantemente la Serbia, costringendola a
ritirarsi dal Kosovo. La Repubblica del Kosovo si proclamò ufficialmente indipendente nel 2008:
quindi sarebbe il secondo Stato più “giovane” del mondo, dopo il Sud Sudan, ma la sua
indipendenza non è riconosciuta dalla Serbia e da molti altri Stati (la metà di quelli membri
dell’ONU).