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L’ITALIA DALLA SINISTRA A GIOLITTI

L’Italia durante il governo di Depretis

Dall’unità fino al 1876, l’Italia fu governata dalla Destra storica, che aveva ereditato le idee di Cavour. In
quel periodo si dovettero superare molti problemi pratici legati all’unificazione, e nel Sud Italia c’era molto
malcontento a causa dell’aumento delle tasse e del fatto che le terre erano rimaste in mano ai latifondisti, i
grandi proprietari terrieri, invece di essere distribuite ai contadini. Questo disagio si manifestò anche con il
brigantaggio.
Nel 1876 andò al governo la Sinistra, guidata da Agostino Depretis.
Luci e ombre del governo Depretis:
- da una parte, favorì lo sviluppo dell’industria, rese obbligatoria e gratuita l’istruzione elementare, abolì
l’odiata tassa sul macinato e aumentò il numero di coloro che potevano votare;
- dall’altra, fece una politica nota come “trasformismo”: un sistema politico basato sul fatto che il governo,
per mantenere la maggioranza in parlamento, chiedeva il voto a tutti i parlamentari, anche dei partiti
avversari, che però, ovviamente, volevano qualcosa in cambio. Il trasformismo, quindi, favorì la stabilità del
governo ma portò anche corruzione e clientelismo (voto di scambio).
Anche la politica coloniale, in questo periodo, fu un disastro. Nel 1882, l’Italia firmò, con la Germania e
l’Austria, la Triplice alleanza. L’obiettivo era contare di più sul piano internazionale, per poter conquistare
anche lei delle colonie. Sempre nel 1882, infatti, l’Italia acquistò una striscia di terra sulla costa dell’Etiopia
(oggi Eritrea). Quando provò a spingersi nell’interno, però (che gli italiani chiamavano Abissinia), incontrò
la durissima resistenza degli etiopi: a Dogali, nel 1887, un contingente militare italiano fu annientato
dall’esercito etiope; di conseguenza, per alcuni anni si interruppe l’espansione coloniale italiana.

Il governo Crispi e la crisi di fine secolo

Alla morte di Depretis, nel 1887, andò al governo Francesco Crispi. Era molto popolare, perché era stato
mazziniano e aveva combattuto tra i Mille con Garibaldi. Egli, però, svolse una politica autoritaria. Oltre
alla carica di capo del governo, aveva anche quelle di ministro degli Interni e ministro degli Esteri. Durante
il suo governo, egli represse duramente qualunque protesta popolare (come i Fasci dei lavoratori”, in
Sicilia) e rese illegali tutte le organizzazioni degli operai.
Con lui riprese anche l’espansione coloniale italiana. Con il Trattato di Uccialli, un trattato di “amicizia”
firmato con l’Etiopia nel 1889, l’Italia credeva di aver acquistato il diritto di conquistare tutto il Paese.
Quando le truppe italiane provarono a penetrare in Abissinia, però, vennero ripetutamente sconfitte da quelle
etiopi. La sconfitta più grave fu quella di Adua, nel 1896, dove morirono 7.000 soldati italiani. A causa di
questo disastro, Crispi fu costretto a dimettersi e sparì dalla vita politica italiana.
Dopo di lui ci furono alcuni altri governi, che proseguirono la sua politica di repressione nei confronti delle
proteste popolari. L’episodio più grave accadde nel 1898 a Milano: il generale Bava Beccaris ordinò di
sparare sulla folla dei manifestanti con i cannoni, uccidendo decine di persone e ferendone centinaia. Per
questa sua azione, il re Umberto I gli diede una medaglia. Indignato per questo fatto, un anarchico italiano
emigrato negli Stati Uniti, Gaetano Bresci, tornò in Italia e, il 29 luglio del 1900, a Monza, assassinò il re.
Il nuovo re, Vittorio Emanuele III, capì che la situazione doveva cambiare e nominò un nuovo governo,
guidato da Giuseppe Zanardelli, meno autoritario e più attento ai problemi dei ceti popolari.

L’età giolittiana

Dopo essere stato per due anni ministro nel governo Zanardelli, Giovanni Giolitti divenne capo del governo
nel 1903 e lo rimase, con alcune interruzioni, fino al 1914. La parola-chiave della politica di Giolitti è
l’equilibrio. Egli cercò sempre di conciliare gli interessi della borghesia con quelli delle classi popolari. Da
una parte, quindi, favorì in ogni modo lo sviluppo industriale, anche con politiche protezionistiche per
favorire le industrie del Nord Italia; dall’altro, rimase sempre neutrale riguardo ai contrasti tra i lavoratori e
i datori di lavoro, dando istruzioni alla polizia di non intervenire mai in caso di scioperi e proteste popolari
(a differenza di ciò che accadeva in passato, con Crispi e dopo) e facendo leggi sulla tutela del lavoro di
donne e bambini, sugli infortuni, l’invalidità e la vecchiaia.
Nel Sud Italia, però (e questa è una delle principali critiche che si fanno al suo governo) non fece niente per
cambiare la situazione economica: invece di distribuire le terre ai contadini, infatti, le lasciò in mano ai
latifondisti, i grandi proprietari terrieri. Anche a causa di ciò, si intensificò il fenomeno dell’emigrazione.
Dal 1880 al 1913, circa 13 milioni di italiani emigrarono all’estero, soprattutto in America.
Nel 1910 nacque l’Associazione nazionalista italiana, un partito che spingeva perché l’Italia riprendesse la
sua politica coloniale e facesse una politica di potenza, seguendo l’esempio delle altre nazioni europee. La
loro pressione convinse Giolitti, nel 1911, ad attaccare l’Impero ottomano per conquistare la Libia. L’anno
dopo, nel 1912, l’Italia sconfisse i turchi e si impossessò della Libia.
Nel 1912 il governo Giolitti concesse il suffragio (quasi) universale maschile. Molti operai e contadini, che
prima non votavano, ora potevano votare. La maggior parte di essi, però, non votava per il partito di Giolitti
(quello Liberale) ma per i nazionalisti o i socialisti. Nessuno di questi due partiti, però, era disposto a
sostenere il governo di Giolitti in Parlamento. L’unica possibilità per Giolitti, quindi, di restare al governo
era di allearsi con i cattolici. Non esisteva ancora un partito cattolico in Italia (era vietato dal “non expedit”
di Pio IX), ma i cattolici erano stati autorizzati a votare. Giolitti, allora, poco prima delle elezioni del 1913,
per non perdere il potere fece con Ottorino Gentiloni, capo dell’Unione elettorale cattolica, un patto
(chiamato appunto “Patto Gentiloni”), in base al quale i cattolici si impegnavano a votare per determinati
politici del Partito Liberale, a condizione però che questi ultimi promettessero di difendere in Parlamento gli
interessi della Chiesa.
Il Patto Gentiloni fu un successo, perché le elezioni del 1913 furono vinte, in effetti, dal Partito Liberale. Fu
un successo, però, di breve durata: l’anno dopo Giolitti si dovette dimettere, perché molti, anche all’interno
del suo partito, lo ostacolavano e disapprovavano la sua politica.
Il governo successivo tornò ai vecchi metodi: una serie di proteste e scioperi scoppiati nel mese di giugno,
specialmente nelle Marche e in Romagna (chiamati “settimana rossa”) furono repressi in modo violento,
come ai tempi di Crispi e Bava Beccaris. Poco dopo, scoppiò la Prima guerra mondiale, la Grande Guerra, e
l’epoca di Giolitti era finita per sempre.

I cattolici e la questione sociale

Nella seconda metà del XIX secolo, anche in Italia si deve affrontare la “questione sociale”, cioè il
problema delle condizioni di vita dei braccianti agricoli, sfruttati dai grandi proprietari terrieri, e degli operai
delle fabbriche, costretti ad un lavoro alienante dopo la seconda rivoluzione industriale. Erano nate
numerose associazioni, leghe, sindacati e, soprattutto, il Partito socialista, che si proponeva di difendere i
diritti dei “proletari”. La Chiesa cattolica, però, non poteva non interessarsi anche lei del problema, anche
per non lasciare il monopolio della difesa dei lavoratori ai socialisti. L’atteggiamento della Chiesa rispetto
alla questione sociale, tuttavia, cambiò radicalmente a seconda del papa che la governava nei diversi
periodi.
Pio IX, con un documento chiamato Sillabo, nel 1864 aveva semplicemente condannato tutte le “idee
moderne”, includendo in esse la libertà di stampa e di pensiero, il principio della sovranità popolare,
qualunque ribellione all’autorità costituita e, naturalmente, il socialismo.
Il papa successivo, Leone XIII, eletto nel 1878, aveva idee ben diverse. Nella sua enciclica “Rerum
Novarum” (“Delle cose nuove”), nel 1891, egli ribadì sì la condanna del socialismo, ma disse anche che i
padroni non dovevano trattare in modo inumano i lavoratori, che essi dovevano dare loro un “giusto
salario” e che bisognava cercare un’armonia, una collaborazione tra le classi. In questo periodo nacque in
diversi Paesi europei un movimento cattolico che chiedeva un cambiamento, una modernizzazione della
Chiesa, e che perciò venne chiamato “modernismo”. In Italia, per esempio, il sacerdote Romolo Murri
sostenne che bisognava creare un partito cattolico di massa, e fu eletto alla camera dei Deputati nelle liste
della Lega democratica nazionale. Il nuovo papa Pio X, però, prima sospese don Murri, poi addirittura lo
scomunicò.

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