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“L’uomo, cantami, Musa,l’eroe del lungo viaggio, colui che errò per

tanto tempo dopo che distrusse la città sacra di Troia”Odissea.

Poema epico in XXIV canti di Omero (IX-VIII a. C.). L'opera narra il lungo e
difficile viaggio di ritorno dell'eroe greco Ulisse o Odisseo verso Itaca dopo la
fine della guerra di Troia. A questo soggetto principale si affiancano i viaggi di
Telemaco alla ricerca del padre (canti I-IV) e la vendetta di Ulisse sui Proci
(canti XXI-XXII).
Dopo un assedio di dieci anni, la città di Troia è stata conquistata e incendiata
dai greci, mentre gli abitanti sono stati deportati come schiavi (tranne pochi
che riusciranno a mettersi in salvo, secondo quanto stabilito dal Fato, come
Enea, col padre Anchise e il figlioletto Ascanio). Nella guerra sono caduti
valorosi combattenti da entrambi i fronti: i troiani Ettore, Sarpedonte, Pandaro,
il tracio Reso accorso in aiuto di Troia; i greci Achille, Patroclo. Tutti i
combattenti greci hanno fatto ritorno in patria dopo la distruzione di Troia.
Solo Ulisse viene trattenuto dalla ninfa Calipso nell'isola di Ogigia. Il dio
Poseidone è adirato contro di lui perché ha accecato il figlio Polifemo. Gli altri
dei si pronunciano a favore del ritorno di Ulisse. Telemaco, consigliato da
Atena, si reca a Pilo e poi a Sparta e viene a sapere la verità da Menelao.
Finalmente Ulisse può partire. La zattera da lui costruita si arena sull'isola dei
Feaci, Scheria. Naufrago, Ulisse incontra la figlia del re Alcinoo, Nausicaa.
Accolto con tutti gli onori, ottiene dal re la promessa di una nave per poter
tornare in patria. Durante la cena in suo onore, l'aedo Demodoco canta la
storia della presa di Troia con lo stratagemma del cavallo di legno. Tradito dalle
lacrime, Ulisse deve rivelare la sua vera identità ed è invitato a narrare le sue
peregrinazioni dalla fine della guerra fino all'arrivo nell'isola dei Feaci. Il
racconto delle vicende di Ulisse occupa ben 6 canti (VII-XII). Ulisse racconta
del paese dei lotofagi, che si nutrono del fiore di loto; dei ciclopi e della brutta
avventura con Polifemo; del paese dei lestrigoni, mangiatori di uomini; di Circe
e delle sue magie; del paese dei cimmeri, dove l'eroe è sceso nell'oltretomba e
ha conosciuto il futuro; del pericolo delle sirene; di Scilla e Cariddi; infine
dell'approdo nell'isola di Calipso, tappa precedente all'arrivo nell'isola dei
Feaci.
Con la nave messa a disposizione dai Feaci, Ulisse sbarca finalmente a Itaca e,
travestito da mendicante, si reca dal vecchio pastore Eumeo; lungo il cammino
viene riconosciuto dal vecchio cane Argo che muore per la gioia. Da Eumeo
ottiene accoglienza e notizie sulla situazione di Itaca; inoltre incontra Telemaco
di ritorno dai suoi viaggi di ricerca. Padre e figlio studiano accuratamente il
piano di vendetta. Ulisse si reca al palazzo di Itaca, sempre travestito da
mendicante, ed è costretto a sopportare ogni sorta di umiliazioni. Una cicatrice
alla coscia lo fa riconoscere dalla nutrice Euriclea e rischia di far naufragare il
piano preparato.
La vendetta viene compiuta in occasione della gara di tiro con l'arco di Ulisse
nella quale i pretendenti di Penelope devono cimentarsi a far passare una
freccia attraverso l'occhio di 12 scuri allineate. Nessuno dei Proci riesce a
tendere l'arco. Ulisse ottiene di poter provare. Vinta la prova tra lo stupore dei
Proci, Ulisse dà il segnale dell'inizio della strage. Spalleggiato dai pastori
Eumeo e Filetio, insieme al figlio Telemaco uccide tutti i Proci.
Fattosi finalmente riconoscere da Penelope, attraverso la descrizione della
struttura del letto nuziale, Ulisse riprende possesso dei suoi averi e si reca in
visita dal vecchio padre Laerte. L'Odissea è uno dei testi più celebri di tutta la
letteratura. È famosa la traduzione poetica in italiano di Ippolito Pindemonte
(1805).
Mettendo a confronto i paesi fantastici toccati da Ulisse durante le sue
peregrinazioni con la realtà di Itaca e contrapponendo la disperazione e il
disagio della lontananza dalla patria alla gioia del ritorno, Omero sottolinea i
valori e gli ideali che danno un senso all'esistenza umana. La struttura della
narrazione dosa con sapienza le avventure presenti e le avventure raccontate,
in una composizione che risponde magistralmente al moderno criterio della
variazione.
L'Odissea costituisce l'archetipo di tutte le peregrinazioni della letteratura, tra
le quali rientrano anche quelle dell'Eneide di Virgilio e dell'Ulisse di J. Joyce (un
Ulisse che percorre la sua squallida giornata, quella dei nostri tempi, dal
linguaggio frantumato e privato dei nessi conosciuti, un Ulisse contemporaneo
ma elevato ugualmente a simbolo del percorso esistenziale, un microcosmo
che è una replica in scala ridotta dell'universo.). L’
Odissea, secondo autorevoli interpretazioni, è all'origine della poesia epica e
contemporaneamente del romanzo, metafora dell'esistenza umana come
viaggio, della quale esalta numerosi temi (l'avventura, la ricerca, la scoperta, il
coraggio, l'astuzia, l'intelligenza, la fedeltà, la patria, i legami famigliari, la
devozione, l'ospitalità, l'amore, l'amicizia).

Quale dio, quale eroe, quale animale divino, quale uomo si nasconde dietro il
nomei ancora misterioso di Ulisseii?

Appena ci avviciniamo a lui e lo inseguiamo da un canto all'altro dell'Odissea,


come egli viene inseguito dal proprio avventuroso destino, Ulisse oscilla, ruota
su se stesso, e mostra un volto illuminato da luci sempre diverse. Ora ci
compare davanti come un eroe nobilissimo, splendente di bellezza e di grazia,
avvolto in un morbido manto purpureo: ora, invece, come un vecchio
mendicante, con gli occhi cisposi, la faccia sporca. Ora sembra un leone, che
attraversa il vento e la pioggia con gli occhi di fuoco: ora un polipo, con il capo
viscido e i tentacoli insidiosi aggrappati alla roccia; ora è una grande aquila
dalla parola umana, ora un occhiuto, rapace avvoltoio... Non sappiamo quale
volto scegliere: quale animale preferire; e alla fine ci sembra di intravedere, tra
le luci e le nebbie del Mediterraneo, una specie di Grifone marino, che possiede
il capo del leone e i tentacoli del polipo, le ali dell'aquila e il becco
dell'avvoltoio. Se vogliamo avvicinarci a questa figura straordinaria, conviene
ricordare che Ulisse assomigliava alle due divinità che lo proteggevano: Ermes,
dal quale discendeva; ed Atena, che lo seguì con l'amore esclusivo di una
complice. Aveva una natura molteplice e versatile quanto la loro: sapeva
assumere tutte le forme, prendeva tutte le strade e tendeva, sempre sinuoso e
avvolgente, verso tutte le parti. Aveva una mente «colorata» e «variegata»
come quella di Ermes : essa assomigliava a una pittura o a un tappeto: ma era
anche artificiosa come un discorso: intricata ed enigmatica come i labirinti e le
costellazioni celesti; e occulta come quella dei ladri, dei mercanti, dei segreti
amanti notturni. Anche Ulisse impugnò le armi, combattè e uccise con la
spada e con l'arco; e una volta, insultando l'accecato Polifemo peccò perfino di
vanità epica. Fu il suo unico, vero peccato, di cui venne punito sino alla fine dei
giorni. Ma la spada non era la sua passione profonda. Mentre gli altri guerrieri
sognavano soltanto di ripetere le gesta di Achille, egli si accorse che nessun
eroe epico aveva ancora messo piede in un vastissimo territorio, che restava
aperto e inesplorato davanti al suo desiderio. Così gli occhi acuti di Ulisse si
guardarono intorno, scrutando e imparando. Le mani accorte e enciclopediche
palpavano le cose, soppesandole e studiandole nell'intima fibra: escogitavano
accorgimenti tecnici e invenzioni; compivano le opere del muratore e del
marinaio, del falegname e dell'artista, quasi che tutta la sapienza artigiana
della Grecia si fosse raccolta nelle sue mani prodigiose. Intanto la mente da
ladro non finiva di preparare espedienti, furti, menzogne, mistificazioni; e la
parola subdola ed eloquente persuadeva gli animi. Era dunque un probo
artigiano oppure un truffatore fantasioso? Un uomo preciso o un bugiardo? Chi
vuole capire il mondo di Ulisse, deve dimenticare che nei nostri tempi
l'artigiano e il ladro, l'uomo veritiero e il mentitore appartengono ad aspetti
opposti della realtà. Quando Ulisse viveva sotto la doppia protezione di Ermes
e di Atena, nessuno avrebbe potuto distinguere cosa vi era di tecnico e di
fraudolento nelle sue invenzioni: poiché le mani precise e abilissime e l'ingegno
sagace producevano qualcosa che mirava a una frode, e la frode, a sua volta,
rientrava forse nel quadro di una precisione più alta. Le imprese a cui Ulisse e
Penelope affidarono la loro gloria sono appunto dei capolavori insieme di
artigianato e di inganno: il cavallo di legno che fece cadere Troia, e la grande,
sottilissima tela, nella quale si impigliarono per quattro anni le speranze dei
Proci. Ma l'inganno del cavallo era qualcosa di troppo semplice per una
mente tortuosa come i labirinti. Oltre il limite della realtà, oltre e sotto i confini
della terra, si estende l'immensa città della notte, della magia e della morte, di
cui gli uomini conoscono così pochi segni. Ulisse ne era cittadino d'elezione,
poiché discendeva da Ermes, l'incantatore notturno che porta con sé la verga
del sonno, lo stregone che possiede i segreti delle erbe, la guida delle anime
all'Ade. Ma non poteva entrarci con le sue semplici astuzie umane. Aveva
bisogno che qualche divinità gli insegnasse il percorso, la via d'entrata e i
rituali; e si fermò nell'isola di Circe, questa ingannatrice simile a lui e più
potente di lui. Il rapporto che lo strìnse alla dea-strega, l'affinità che dovette
scoprire con lo spirito di lei furono così profondi che, per l'unica volta nella sua
vita, egli rischiò di perdere la memoria e il desiderio del ritorno. Quando i
compagni lo persuasero dopo un anno a riprende-re il cammino, egli confidava
soltanto nell'aiuto della maga che l'aveva accolto nel suo letto e che gli permise
di attraversare, incolume, le insidie dei morti e dei mostri marini e l'incanto
demoniaco della poesia. Nove anni dopo, ritornato a Itaca, Ulisse mostrò di
essere maestro in un altro genere di inganni: quelli del teatro. Camuffato da
mendico, mangiava insieme ai porcai: stendeva la mano davanti alla porta
della sua reggia, chiedeva un tozzo di pane o un pezzo di carne, ostentando le
necessità del ventre insaziabile; quasi fosse un attore e, per tutta la vita, non
avesse fatto altro che osservare le abitudini dei mendichi ed imitarli davanti al
pubblico dei signori. Parlava e spergiurava come un millantatore eccitato dal
vino: raccontava sempre nuove versioni della sua storia, dapprima
sfacciatamente bugiarda e poi, via via, più prossima alla verità, avvicinandosi
lentamente alle parole senza macchia di Apollo. Ma, mentre fingeva, chi può
escludere che rivelasse la parte più infima e turpe della propria natura? Il re di
Itaca era certo una nobilissima aquila dalla parola umana, ma anche un
girovago e un ciurmatore: il primo dei servi da commedia, che dopo di lui
attraverseranno agilmente, mai disperati, mai domi, la scena intricata e
farsesca del mondo. Il destino lo fece errare, per dieci anni, lontano da casa:
gli rivelò le violenze dei Ciclopi, la tristezza sconsolata dell'Ade, le tempeste e i
naufragi: la lunga prigionia, piena di lacrime, nel cuore del Mediterraneo; e lo
spinse fin dove le direzioni si perdono e l'Oriente si confonde con l'Occidente.
Come accade a tutti gli uomini, questo era senza dubbio il «suo» destino:
l'unico che egli poteva conoscere, perché i vagabondaggi, i ritardi e i labirinti
nei quali rischiò di perdersi, incarnavano la forza di fuga che portava dentro di
sé. Ma, d'altra parte, qualcuno gli aveva imposto questa sorte. Mentre errava
di costa in costa, egli desiderava soltanto di ritornare nell'isola dove aveva
lasciato la sua casa, le sue ricchezze, il letto patriarcale e la moglie che gli
assomigliava come una sorella. Non cedette a nessuna lusinga: vinse una dopo
l'altra le forze che l'avrebbero spinto a dimenticare; preservò intatta la propria
memoria, percorrendo insonne le onde e i misteri del Mediterraneo. Intanto
«soffriva molti dolori». Conobbe tutte le ansie, le angosce, le fatiche della
mente e del corpo, i terrori più alti e più vili: bevve il calice della sua esistenza
sino all'ultima e più atroce umiliazione, mendicando nella propria casa. Questa
somma di dolori, che si rovesciarono dentro di lui come in un vaso sempre
pronto a riceverli, costituì la realtà essenziale della sua vita. Soffrendo dieci
anni di guerra e poi altri dieci anni di vagabondaggio, egli apprese l'arte di
sopportare, con cuore paziente e tenace, tutte le sofferenze del mondo; e la
più grande e diffìcile delle arti: quella di rispettare devotamente, qualsiasi cosa
accada, la volontà degli dèi. Mentre gli anni passavano, egli si irrigidiva,
quasi a difendersi dagli assalti del destino. Il suo cuore divenne di sasso; e gli
occhi impararono a rimanere immoti tra le palpebre, duri come il corno e il
ferro, davanti agli spettacoli che lo toccavano più profondamente. Ma questi
occhi di corno non debbono illuderci. Qualche volta bastava un piccolo fatto, e
tutte le fatiche e i dolori, che egli aveva celato nell'animo, si risvegliavano
all'improvviso. Allora quest'uomo tenace e durissimo veniva travolto da un
pianto infinito, che lo costringeva a nascondere il capo sotto il manto e
bagnava di lacrime le sue vesti. Nessun eroe epico, forse nemmeno Achille,
pianse mai in modo così straziante, profondo e terribile, come questo grande
bugiardo.

Prima di passare a Dante diamo uno sguardo agli attributi di Odisseo, di colui
che già nel nome, come abbiamo visto nella nota 1,esprime l’esperienza
dell’odio, dell’opposizione, quali presupposti per diventare liberi ed autonomi
anche dal dolore.

Ogni aggettivo qualificativo che riguarda Odisseo è composto dall’aggettivo


π ο λ υ σ (polus) che significa “molto” seguito da un sostantivo, ad indicarne
la poliedricità e la versatilità.
Di Odisseo Omero dice che è:

ι ι ι
• Π ο λ υ− µ ε τ ι σ (polu-metis) dal pluriforme ingegno, molto astuto.
Per risolvere i problemi pratici e le situazioni contingenti la µ ε τ ι σ si
serve spesso dell’inganno, dei δ ο λ ο ι ( doloi) , come strumentini un
azione guidata dalla saggezza e che ha come fine ultimo la salvezza
personale.

• Π ο λ υ − µ ε χ α ν ο σ (polu-mechanos) dalle molte tecniche, dai


multiformi espedienti.
• Π ο λ υ − τ ρ ο π ο σ (polu-tropos) termine posto nel primo verso del
poema, parola chiave e come tale determinante “ dal lungo viaggio”,
“colui che ha errato tanto”; ma anche dalle molte direzioni e vie d’uscita,
dalle infinite trovate.
• Π ο λ υ − α ι ν ο σ ( Polu-ainos) molto lodato, molto apprezzato dagli
uomini, stimato come degno d’imitazione
• Π ο λ υ − τ λ α σ (polu-tlas)dalla molta sopportazione e perseveranza,
tetragono ai colpi di sventura.
• Π ο λ υ − σ τ ο ν ο σ (polu-stonos) dai molti lutti, che rimpiange molte
perdite e piange per molti distacchi.
• Π ο λ υ − φ ρ ο ν ( polu-fron) dal molto senno,colui che è versatile nella
capacità di riflessione.

Ora veniamo a Dante ed al suo Ulisse. L’Ulisse di Dante è lo stesso eroe


dell’avventura omerica?

Dei viaggi marittimi di Ulisse Dante conosceva certamente l’episodio del


Ciclope, di cui aveva letto nel III libro dell’Eneide e le successive peripezie
adombrate nel XIV delle Metamorfosi di Ovidio. Eppure la rotta che Ulisse
descrive con esattezza da nostromo e che da Gaeta punta su Gibilterra ed oltre
verso sud-ovest è precisa e reale.
Nel 1291, Tedisio d'Oria e i fratelli Ugolino e Vadino de' Vivaldi, armatori
genovesi, allestirono con tutto il necessario due galee, coll'intento di accingersi
ad un « viagium, quod aliquis usque nunc facere minime attemptavit ». Nel
maggio di quell’anno, i due Vivaldi in persona (personditer), in compagnia di
alcuni altri concittadini e di due frati minori, spinsero in alto mare i due navigli,
diretti verso lo stretto di Gibilterra, « versus strictum Septae, ut per mare
oceanum irent ad partes Indie, mercimonia utilia inde deferentes ».
L'ardimentosa intrapresa dice lacopo d'Oria, ultimo continuatore della cronaca
di Caffaro, suscitò la meraviglia di chi li vide partire e di quanti ne appresero
novella, « quod quidem mirabile fuit non solum videntibus, sed etiam
audientibus ». La città natale attendeva con ansia notizie degli arditi
navigatori; e qualche nuova di sé essi riuscirono a far pervenire in patria. Ma «
postquam locum qui dicitur Gozora transierunt », osserva il cronista, « aliqua
certa nova non habuerunt [var. habuimus] de eis ». Ed esprime per loro il
trepido augurio: « Dominus autem eos custodiat, et sanos et incolumes
reducat ad propria »iv . Purtroppo, l'augurio andò a vuoto, e invano Sorleone
Vivaldi, figlio di Ugolino, si mise alcuni anni più tardi sulla traccia ignota del
padre e dello zio. Né di questi né dei loro compagni si seppe più nulla.
Non è inverosimile che Dante, aggirandosi per la Lunigiana e la riviera ligure,
tra Lerici e Turbìa, abbia udito narrare il glorioso episodio, e che l'avventura dei
Vivaldi abbia esaltato la sua fantasia, suscitandovi i sentimenti dei quali
s'anima l'eroica figura del suo Ulisse. Se ai medievali fu precluso l'accesso al
poema omerico celebrante le peregrinazioni del figlio di Laerte fino al ritorno
nella sua petrosa Itaca, par sicuro che a Dante restassero ignoti anche il
“Roman de Troie” di Benoìt de Sainte-Maure e il “De bello troiano” del giudice
Guido della Colonna, i quali al ritorno d'Ulìsse in patria e alla morte di lui per
mano del figlio Telemaco dedicano ampi tratti e ignoti gli furono pure l”Eccidio
di Troia” di Darete e le”Efemeridi della guerra troiana” di Ditti, cui aveva attinto
l'autore del romanzo francesev. Ma l'avere ignorato il ritorno dell'eroe greco in
patria e la fine di lui non è stato poi un gran male, se gli ha permesso di
aggiungere alle romanzesche avventure narrate da Omero e da Benoit de
Sainte-Maure, un'impresa più grande di tutte, nella quale la lotta fra l'ardire
umano e il destino è rappresentata con sovrana potenza tragica degna di
Eschilo. Una più precisa conoscenza dei casi d'Ulisse da parte di Dante avrebbe
probabilmente inceppato il libero slancio della sua fantasia creatrice. L'eroe
omerico è qui spinto dalla sua insaziata brama di conoscere i costumi degli
uomini e di frugare in ogni angolo della terra ad affrontare i più rischiosi
cimenti, quasi giocando con la morte.
Questo canto va profondamente meditato per non incorrere nel rischio di non
comprendere e quindi farsi un'idea sbagliata del sentire del poeta.

L'Ulisse dantesco non è l'Ulisse omerico.

Quest'ultimo esprime un grande valore, cioè lo sforzo umano per non cadere
nella possessione di meccanismi archetipici, come è il caso degli eroi dell'Iliade.
Egli, con l'aiuto di Atena, riesce ad avere il sufficiente distacco mentale ed
emotivo dalle situazioni per non farsi travolgere; usa il ben dell'intelletto,
anche se a volte in modo fraudolento. Dante non conosce il valore dell'Ulisse
omerico e ne evidenzia solo l’aspetto umano scaltro, furbo. L'Ulisse dantesco è
il simbolo del pericolo che corre l'uomo che arde dal desiderio di conoscere solo
con l’ausilio della razionalità e che sconterà con una morte da eroe irredento la
sua ascesa umanistica. Dante da iniziato, Fedele d’Amore
e presunto templare, compie il viaggio verso il divino con l’aiuto si della mente
(Virgilio) ma ispirata da Beatrice che rappresenta la Sapientia.vi
L'intelligenza, infatti, può diventare l'elefantiasi del sapere; questo è ciò che
minaccia la scienza oggi. Il bisogno di sapere
è un bisogno umano. L'uomo dotato di intelligenza conosce attraverso la mente
che analizza e divide. In questa tensione verso la conoscenza, si corre il
pericolo di restare prigionieri degli opposti, dimenticando la "sintesi" e il punto
dal quale l'uomo è partito per conoscere. Se ci si ferma alle divisioni
(specializzazioni), adoperando la mente come fine a sé stessa, essa può
diventare autonoma e scivolare ineluttabilmente nella freddezza priva di
sentimento. Il ricercatore vero,
invece, non perde di vista l'unità dell'uomo e adopera la mente come
strumento per conoscere; è un mezzo meraviglioso che l'uomo ha a
disposizione per creare il suo mondo pratico e spirituale. Il ricercatore
dovrebbe tendere a

[...] divenir del mondo esperto,


e de li vizi umani e del valore
[Inf. XXVI, 98-99]

per continuare a migliorare sé stesso, valutando col sentimento il valore etico


di ciò che va dinamicamente scoprendo. Se invece si identifica con la mente,
che tende a voler sapere sempre di più intellettualmente dimenticando ogni
valore etico, l'uomo distrugge e si autodistrugge.
Ecco perché Dante, all'inizio di questo difficile cammino, ci mostra questo
pericolo usando il suo personaggio, l'astuto Ulisse, come esemplificazione. Egli
inizia subito mettendoci in guardia:

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio


quando drizzo la mente a ciò ch'io vidi,
e più lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,
perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m'ha dato 'l ben, ch'io stessi noi m'invidi.
[Inf. XXVI, 19-24]

È un avvertimento: se la mente non è armonizzata con la totalità (il Sé) e non


usa anche il sentimento-valore (virtù), precipita con Lucifero nella sua
disastrosa caduta.
Attraverso il personaggio di Ulisse, il poeta ci mostra come i raggiri della mente
furba mirino a ottenere ciò che si vuole: dalla semplice curiosità, alla fama, al
denaro, alla sapienza, al predominio, creando distruzione e autodistruzione.
Si potrebbero trovare anche qui molte analogie col mondo attuale e con la
nostra istituzione. Oggi ciò che conta maggiormente nella società è la ricchezza
economica, ottenuta sempre più in modo subdolo e fraudolento. Per la
ricchezza si distrugge tutto, come dimostrano le piaghe prodotte dal traffico
della droga, dal commercio delle armi, dai sequestri di persona, dalle
speculazioni finanziarie. Se condotta in modo indiscriminato, la ricerca
scientifica, che dovrebbe recare la gioia della conoscenza, rischia di infrangere i
misteri "divini" della Natura, provocandone la nemesi che tutto distrugge. Ne
sono esempio gli incidenti nucleari, le crudeltà prodotte dalla vivisezione e
dalla manipolazione genetica, con la quale si rischia di creare più mostri di
quelli che si vogliono curare. Gli esempi si potrebbero moltiplicare.
Coi versi sopra citati, Dante ci fa prendere coscienza della continua difficoltà e
dello sforzo che occorre per procedere nella vera conoscenza e non manca di
metterci in guardia di fronte al continuo rischio di precipitare. Non bisogna mai
correre senza freni dietro al "diletto" del sapere, del tornaconto, della ricchezza
fine a sé stessa.
L'Ulisse dantesco - come Adamo e Icaro - è il simbolo della hybris dell'uomo,
che viola i limiti della legge divina (le mitiche colonne d'Ercole, l'albero della
conoscenza, il volare nel sole). Ulisse non riconosce la potenza divina ed è
privo del giusto atteggiamento che è di umile timore: rompe i limiti e infrange
il mistero insondabile, credendo di poter arrivare a "vedere" il divino con la
mente umana limitata. Un "contenente" limitato come la ragione umana, anche
se illuminata dalla luce divina (Beatrice), non può arrivare a contenere ciò che
è illimitato ed eterno, fuori dal tempo e dallo spazio (il mistero).
Dante ci conduce a fare tutti i passaggi, ponendo al suo personaggio giuste
domande: vuol conoscere (come con Francesca) la radice, l'inizio della caduta:

dove, per lui, perduto, a morir gissi


[Inf. XXVI, 84]

E fa parlare proprio Virgilio. I commentatori dicono, ripetendo letteralmente le


parole del poeta, che Virgilio si rivolge a Ulisse perché Dante, essendo "latino"
e quindi di lingua diversa, non sarebbe stato all'altezza del dialogo. Ma nel
significato più interiore intendiamo come Virgilio rappresenti proprio la mente
guidata dalla “Pistis Sophia”, dalla Sapienza, che si pone in rapporto con l’"altro
aspetto" della mente.
Così Ulisse narra dove nasce quell'ardore di conoscenza, che fa dimenticare
tutte le altre tensioni: non il figlio, né il padre, non la moglie, né la patria

vincer potero dentro a me l'ardore


ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore
[Inf. XXVI, 97-99]

L'inizio è la ricerca; ma poi egli vuole sapere di più vuole conoscere tutto,
innalzare se stesso e l’umanità tutta fino al divino con una sfida titanica degna
di Prometeo

Ma misi me per l’alto mare aperto


[Inf. XXVI, 100 ]

Adoperando il suo potere per convincere, entusiasmare, trascinare i


"compagni"

Che appena poscia li avrei ritenuti


[Inf. XXVI, 123],

usando parole seducenti e stimolanti (arte ben nota a tutti i dittatori e gli
agitatori delle folle):

Considerate la vostra semenza:


fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza
[Inf. XXVI, 118-120]

Così parte per il "folle volo" e da inizio alla distruzione di sé e di coloro che ha
trascinati con lusinghe:
e volta nostra poppa nel mattino,
de' remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
[Inf. XXVI, 124-126]

Girano a rovescio ("dal lato mancino"), cambiano direzione, perdono la diritta


via per sapere sempre di più e diventare "come Dio" (come disse il serpente
attirando Eva [ Genesi 3,5 ] ). È notte, il buio profondo si apre dinanzi
a loro, ma scorgono come la luce di un miraggio (la luce dell'"altro mondo"),
mentre il mondo umano scompare nel "gran mare". Passano cinque pleniluni,
cinque noviluni (cinque mesi) quando appare una "montagna bruna" altissima.
Questa visione fa risorgere la gioia nella persona temeraria che crede di essere
"arrivata" alla meta prefissata; ma subito l'allegria si tramuta in pianto,
disperazione, dolore impotente, poiché proprio da dove si credeva di poter
trovare la soddisfazione di tutto il sapere, nasce il turbine immane che porta
alla completa distruzione di ogni aspettativa: tutte le acque si levano facendo
roteare nel vortice per tre volte il legno, finché alla quarta la "prua" (che
simboleggia la testa) sprofonda nel mare:

[...] com'altrui piacque,


infin che 'l mar fu sovra noi richiuso.
[Inf. XXVI, 141-142]

Come nella rovinosa caduta di Lucifero dal cielo, l'acqua lava il punto di
contatto col male.

Anche noi massoni corriamo il rischio di diventare dei novelli Ulisse se non
siamo umili e ancorati alla nostra tradizione.

Si….ma qual è la nostra tradizione? Riesaminiamo brevemente la nostra storia.


La Massoneria Operativa, si poneva in un rapporto di continuità tradizionale
con le antiche corporazioni di costruttori medievali e con i collegia fabrorum
dell’Impero Romano. Queste corporazioni di mestiere si tramandavano i segreti
dell’”arte muratoria” per costruire chiese e cattedrali. Le caratteristiche
fondamentali delle corporazioni dei liberi muratori medievali erano la
segretezza e la gradualità dell’apprendimento. Si costruirono i primi luoghi di
riunione, dove si tramandavano i segreti per la costruzione delle cattedrali,
denominate “logge”. I gradi originariamente erano due: Apprendista e
Compagno d’arte . Intorno alla metà del Seicento, in coincidenza con la
fantomatica apparizione dei manifesti rosicruciani, diversi esoteristi, seguaci e
studiosi dell’esoterismo neoalessandrino e della Qabbalah ebraica, iniziano ad
entrare come “accettati” nelle corporazioni di mestiere. Gli “accettati”, in altre
parole, non erano né muratori, né architetti, ma semplici cultori dell’esoterismo
che entravano nelle logge per impadronirsi dei presunti segreti templari (i
templari avevano assimilato molte dottrine a contatto con i sufi, durante i loro
viaggi in Terra Santa). Il passo è breve: all’inizio del Settecento, la Massoneria
è divisa tra Massoni Operativi (muratori ed architetti veri e propri) e Massoni
Speculativi (filosofi ed esoteristi, che non hanno mai praticato in vita loro il
mestiere di muratore). Da lì a poco, l’antica Massoneria Operativa scomparirà
del tutto, cedendo ruolo e posto alla moderna Massoneria Speculativa.
I primi documenti speculativi si denominavano “Costituzioni manoscritte della
Massoneria” e contenevano due manoscritti appartenenti all’antica Massoneria
Operativa (il Regius ed il Cooke). Si tracciano due tipi di genealogie mitiche,
che delimitano l’insegnamento e la stessa tradizione esoterica. Il primo si
chiama “storia antica breve” e narra le vicende e gli insegnamenti segreti di
Euclide. Il secondo si chiama “storia antica lunga”, risale fino al diluvio
universale e narra della storia di Jabal, il primo maestro costruttore, che
avrebbe trasmesso i segreti dell’arte muratoria in lamine d’oro. In seguito,
questi segreti sarebbero stati trasmessi da Abramo a Euclide, fino agli egizi. I
segreti sarebbero, infine, ritornati agli ebrei, finalmente in grado di costruire il
Tempio di Salomone. Dopo la distruzione del Tempio, i segreti sarebbero
passati nelle mani dei cristiani. La lenta
trasformazione della Massoneria da Operativa a Speculativa condusse alla
nascita della vera e propria Massoneria Moderna. Il 24 giugno del 1717 si
costituisce la Grande Loggia di Londra, dall’unione di quattro Logge londinesivii.
Nel 1723, il pastore presbiteriano James Anderson (1684-1739) stila le
Costituzioni, documento suddiviso in quattro parti: a) la solita genealogia
mitica che fa risalire l’arte massonica al tempo di Noé e a quello di Hiram Abiff;
b) l’enunciazione degli charges (“doveri”); c) un regolamento di Loggia; d) i
rituali per i primi tre gradi della Massoneria c.d. “Azzurra” (Apprendista,
Compagno, Maestro). Nel primo decennio del Settecento si verifica dunque un
fondamentale cambiamento nella neonata Massoneria Moderna: gli “accettati”
sono diventati maggioranza, mentre gli ultimi “operativi” sono emarginati in
Logge di periferia, prima di scomparire del tutto. La Massoneria Moderna si
presenta adesso interamente come Massoneria Speculativa, formata
prevalentemente da esoteristi e filosofi. Tuttavia, contrariamente a quanto si
potrebbe credere, ben lungi dall’essere un arricchimento dottrinale e spirituale,
la definitiva affermazione della Massoneria Speculativa ai danni di quella
Operativa, si rivela alla fine un grave danno. Certamente gli esoteristi
(“accettati” della prima ora, successivamente ribattezzati “speculativi”)
apportano un considerevole ampliamento del bagaglio dottrinale, contribuendo
a far convogliare nella tradizione muratoria alcuni elementi apparentemente
eterogenei, ma perfettamente in grado di rientrare nei capisaldi di
quest’ultima. Il vero errore, però, non è tanto da ricercare nell’estensione delle
conoscenze apportate dagli “accettati” (quest’ultimo al contrario, deve essere
ritenuto un punto a favore), quanto nell’indebita apertura a membri estranei
alla tradizione originaria delle corporazioni di mestiere. Per essere ammessi
nella Massoneria Moderna non è più necessario essere muratori o costruttori di
mestiere: chiunque purché di sesso maschile, in possesso di un’appropriata
forma mentis (ribattezzabile secondo l’espressione “qualificazioni iniziatiche”)
e, di conseguenza, di un’irreprensibile condotta etica può divenire Massone.
Chiunque, purché “onesto e di buoni costumi, non ateo, rispettoso delle leggi
dello Stato” è “tegolabile”. Gli esoteristi hanno introdotto nella Massoneria
Moderna dottrine segrete; ma, entrando in gran numero surrettiziamente nella
Corporazione senza possedere le corrette qualificazioni iniziatiche legate
all’esercizio del mestiere, hanno contribuito a snaturarne la tradizione. Una
volta violate le regole d’ingresso, qualunque persona istruita poteva ambire ad
entrare nella Massoneria Speculativa: anche i filosofi dei Lumi. Infatti, nelle
Costituzioni ci troviamo di fronte ad una serie d’enunciati difficilmente
compatibili: in particolare stupisce il richiamo al segreto ed all’esoterismo
coniugato con il deismo illuminista, addirittura eletto a “religione su cui tutti gli
uomini sono d’accordo”. Se ci si richiama all’esoterismo si deve avallare una
concezione élitaria della conoscenza: l’egualitarismo può trovare spazio
nell’etica, all’interno della Legge Morale kantiana, non nella gnosi. Non vi
sarebbero grosse difficoltà teoretiche qualora si volesse proclamare il principio
verticistico ed assiologico della Conoscenza esoterica, condividendo, al
contempo, la legge morale naturale, postulata nella sua dimensione universale
ed antropologica. Il problema è quando si rimane sullo stesso piano
gnoseologico dove egualitarismo ed élitarismo non possono coesistere, salvo
subordinare il primo al secondo, considerando la Verità una rivelazione
progressiva, una ricezione variegata secondo il livello dottrinale e spirituale
dell’iniziato. Ma non è questo il caso della Libera Muratoria, dove il deismo ha
la stessa dignità dottrinale della gnosi. Le Costituzioni, per la verità,
dovettero risultare, a molti Massoni, troppo sbilanciate verso il razionalismo
illuministico, tanto che vi furono all’epoca due scissioni: quella degli Antients e
quella dell’Arco Reale (famosa per aver introdotto la dottrina del duplice nome
di Dio: accanto al tradizionale Jehovah, l’acrostico Jah-bel-On, sintesi del
semitico Jahveh, del caldeo Baal e dell’egizio On). Nel 1736, Andrè Michel de
Ramsay (1686-1743), pronunciando il suo primo ed unico Discours, introduce
gli Alti Gradi nella tradizione muratoria. Anche il terzo grado della c.d.
Massoneria “Azzurra”, del resto, è stato introdotto soltanto dal 1724. Ramsay,
allievo e segretario degli importanti mistici quietisti francesi Fénélon e Madame
Guyon, nel tentativo di diffondere la Massoneria presso la nobiltà francese, si
richiama ad un’improbabile (dal punto di vista storico, almeno) origine
templare. In particolare, il mito tramandato da Ramsay racconta che durante la
persecuzione dei Cavalieri del Tempio operata da Filippo il Bello nel Trecento,
alcuni Templari sarebbero approdati in Scozia, collegandosi e confluendo nelle
fila della Massoneria locale. Ai tre gradi della Massoneria “Azzurra”, Ramsay
aggiunge dunque altri gradi d’origine cavalleresca, creando lo “Scozzesismo”
(da cui trae ispirazione il barone von Hund, fondatore del sistema massonico
denominato “Stretta Obbedienza”).
Intanto, in pieno settecento, inizia a delinearsi un altro contrasto (dopo la
distinzione iniziale tra “Operativi” e “Accettati” o “Speculativi”) nella Massoneria
Speculativa moderna. Si fronteggiano e si confrontano due correnti: la prima si
richiama all’eredità dei Lumi ed al razionalismo (c.d. corrente “fredda”), la
seconda alla tradizione esoterica rinascimentale ed alla philosophia occulta
medievale (c.d. corrente “calda”). La vittoria dei seguaci della corrente “calda”
sugli esponenti della corrente “fredda”- in altre parole, della Massoneria degli
“alti gradi” su quella “Azzurra”- avvenne a Lione nel 1778 ed a Wilhemsbad nel
1782. Purtroppo, come vedremo, non si tratterà di una schiacciante e definitiva
vittoria, ma soltanto di un’affermazione parziale. Intanto, però continuano a
proliferare nuovi sistemi massonici dedicati agli “alti gradi”. Ricordiamo,
l’Ordine degli Eletti Cohen, creato da Martinez de Pasqually (1727-1774)
(“martinezismo”); l’Ordine dei Cavalieri Beneficianti della Città Santa o Rito
Scozzese Rettificato (composto dalle Logge simboliche di Sant’Andrea, dalle
logge simboliche di San Giovanni e dalle prefetture formate delle classi di
Scudiero Novizio e di Cavaliere Beneficiante della Città Santa; sistema
denominato “wllermozismo”, dal nome del suo fondatore Jean-Baptiste
Willermoz); infine, il Martinismo, creato da Louis-Claude de Saint Martin, in
seguito divenuto sistema esoterico indipendente dalla tradizione massonica.
Con l’arrivo della Rivoluzione Francese, la corrente “fredda” si prese la rivincita
definitiva su quella “calda”: i figli del razionalismo illuminista riuscirono ad
emarginare i Massoni esoteristi. Da questo momento, nella Massoneria
Moderna, la corrente “fredda” diventa predominante.
Da ricordare, infine, che negli Stati Uniti, a Charleston, nel 1801, è stata
fondata la versione definitiva dello “scozzesismo”viii: il Rito Scozzese Antico ed
Accettato (R.S.A.A.)ix. Nelle Costituzioni di Anderson
si menzionano alcuni principi come la legge morale naturale e « La religione in
cui tutti gli uomini sono d’accordo», si proibiscono le discussioni sulla religione
e la politica, si richiama la dottrina deista sulla necessità di credere « in un
glorioso Architetto del Cielo e della Terra […] qualunque sia la religione ed il
suo modo di adorare». La “dottrina” della Massoneria Speculativa Moderna è
tutta qui. Non si può mettere in discussione l’esistenza di un Creatore o di un
Essere Supremo, ma ogni Fratello è libero di chiamare questa Entità con il
nome che preferisce, di professare qualsiasi fede (escluso, naturalmente,
l’ateismo). Nella Massoneria Speculativa Moderna non esiste una vera e propria
“dottrina”, ma un “metodo” fondato sulla libera discussione dei problemi da
parte dei Confratelli. Ciascun membro può avere opinioni ben definite, ma
ognuno deve imparare a metterle in discussione quando inizia il lavoro di
Loggia, accettando la possibilità che esse possano risultare fallaci o corrette
dalla sintesi delle opinioni scaturite dalla libera discussione (a cui non possono
partecipare gli “Apprendisti”). Tutto può essere messo in discussione, secondo
un procedimento che trae la sua origine dalla dialettica platonica, tranne la
credenza nel Grande Architetto dell’Universo (nome neutrale, per indicare
quell’Essere Supremo o quel Creatore, che le religioni positive possono
chiamare con vari nomi) e la validità apodittica del metodo stesso. La verità in
questo caso non è appannaggio degli esperti di turno in possesso di
competenze specifiche: essa emerge come risultante delle singole opinioni. In
pratica, si tratta di relativismo culturale vero e proprio. Determinando in
maniera acritica e apodittica la ragione naturale come garante della risoluzione
delle questioni filosofiche, spirituali o etiche, si mette tra parentesi le
conoscenze specifiche dei singoli Fratelli. L’opinione del Fratello meno
competente ha la stessa dignità teorica di quella del Fratello esperto in
materia. La verità diventa così una variabile dipendente dalla sommatoria delle
variabili indipendenti (la ragione naturale). Il relativismo culturale, applicato
alla fede (deismo, come religione naturale fondata sulla ragione comune a tutti
gli uomini), tende inesorabilmente a confluire in una forma di laicismo che non
solo ripudia i dogmi ed i misteri della Chiesa Cattolica Romana, ma finisce per
mettere subdolamente in discussione anche la plausibilità dell’Intuizione
Noetica (eleggendo come fondamento assoluto la ragione naturale, si
subordina, quando non si oblitera del tutto, l’Intelletto Attivo aristotelico, il
Nous plotiniano).
L’idea illuminista della storia, poi, è assolutamente antitetica con quella che ne
ha la Tradizione (o “Filosofia Perenne”). Vediamo il perché.

1) Nella filosofia dei Lumi, all’origine vi è la barbarie ed il cammino storico


dell’uomo è rischiaramento (aufklarung) e dominio delle forze cieche della
natura. Nella Tradizione iniziatica all’origine c’è la Verità (Età dell’Oro), e la
storia è corruzione e decadenza.

2) Nell’Illuminismo l’azione del rischiaramento progressivo condurrà tutta


l’umanità alla saggezza, alla felicità, ad una società giusta ed egalitaria. Nella
Tradizione il sapere è elitario, e non potrà mai essere raggiunto e penetrato
dalle masse profane.

3) La ratio illuminista eleva se stessa ad unico paradigma teoretico in grado


di svelare gli arcani della natura. Nella Tradizione/Filosofia Perenne la ragione
discorsiva è subordinata all’intuizione intellettuale ed alla conoscenza
simbolistica, gli unici strumenti in grado di penetrare l’ordine metafisico.

4) Nell’Illuminismo il cammino storico progressivo non è opera di alcuna


legge divina, ma solo della ragione umana. Nella Tradizione, si parla di leggi
cosmiche immanenti alla storia, che rivelano la Mente divina nelle vicende
umane. Ne consegue che per i Lumi l’uomo è libero e padrone del suo
destino, mentre per la Tradizione/Filosofia Perenne l’uomo può solo reagire a
ciò che accadrà.

Abbiamo visto dunque perché la Via Iniziatica si contrapponga, senza alcuna


armonia di sorta, alla filosofia dei Lumi. I capisaldi del pensiero illuminista
rimandano, in sintesi, ad una concezione umanistica della storia, che è quanto
di più profano si possa immaginare in relazione ad un’organizzazione iniziatica,
quale la Massoneria dovrebbe essere. Ma
le aporie non si fermano certamente alla concezione della storia. Si prenda per
esempio i tre principi fondamentali della Rivoluzione, “Uguaglianza, Fraternità,
Libertà”, che la Massoneria ha fatto propri, fino ad inciderne le effigi nel
Tempio. La sentenza rivoluzionaria non è altro che un ossimoro: il concetto di
“Uguaglianza” presuppone il livellamento delle differenze individuali, mentre la
“Libertà” rimanda al diritto d’essere diversi. Si tratta di un equilibrio difficile,
quello tra queste due opposte polarità. I programmi politici che hanno
enfatizzato l’Uguaglianza sulla Libertà, hanno storicamente prodotto il
totalitarismo bolscevico. Viceversa, l’elevazione del valore della Libertà a
paradigma assoluto, ha generato i germi della Germania hitleriana (in quanto
Libertà d’imporre la legge del più forte, di sottomettere l’Altro).
Al di fuori di queste considerazioni meramente etiche, ci si dovrebbe chiedere
come possa un’organizzazione iniziatica appellarsi al valore dell’Uguaglianza,
quando poi essa stessa dovrebbe esercitare un ruolo di faro élitario, nei
confronti del resto della società profana. Ed ancora, come si possa giustificare
il richiamo all’Uguaglianza, quando proprio nel suo interno, vige una gerarchia
iniziatica. Ma anche lo stesso
concetto della Fraternità illuminista, non può essere equiparato ipso facto alla
Fratellanza massonica. Il primo è un richiamo alla distruzione d’ogni distinzione
spirituale e materiale fra tutti i membri di una società profana. La seconda si
richiama ad un sentimento di solidarietà spirituale tra gli affiliati di uno stesso
Ordine, in vista di un comune cammino di perfezionamento interiore, che però
è élitario. Come si può facilmente notare
dall’analisi delle idee sopra esposte, non si trova un solo elemento che
accomuni la Via iniziatica con lo spirito illuminista-razionalista. Se si accetta in
toto l’ideologia dei Lumi, allora bisogna abdicare dalla Via Iniziatica. Non si
sfugge a questo aut-aut: le due vie sono assolutamente incompatibili. È da
notare che queste considerazioni oltrepassano il discorso che sarebbe lecito
fare sulla perdita di “potere” iniziatico, conseguente al passaggio dalla
Massoneria Operativa a quella Speculativa Moderna. È ovvio che sarebbe
auspicabile in vista di un raddrizzamento tradizionale dell’Ordine, il ritorno alla
Massoneria Operativa. Purtroppo la situazione attuale è molto grave e, almeno
per il momento, quest’obiettivo non è percorribile. È necessario, quindi,
mantenere i piedi per terra, e cercare di salvare il possibile, dallo spettro che ci
minaccia. Infatti, il pericolo che corre un Ordine Iniziatico, quando degenera e
cade verticalmente lungo l’asse dello Spirito, è quello di deviare nella contro-
iniziazione. Conseguente alla laicizzazione illuministica della Massoneria,
si presenta un altro fenomeno essenzialmente correlato con il primo. Sto
parlando del discutibile approccio pubblicistico di molti esegeti ed interpreti
della storiografia massonica, in cerca di nomi famosi. Intendiamoci, non c’è
nulla di male nel voler offrire al grande pubblico delle sommarie ricostruzioni
sulle vicende storiche della Massoneria, formata da uomini che esplicano la loro
azione essenzialmente nel tempo. Solo che occorrerebbe fare dei distinguo tra
il Massone che diventa soggetto storico del cambiamento sociale, ma non
procede oltre sulla Via iniziatica, ed il Massone che, viceversa, ottiene risultati
spirituali, ossia realizza la reintegrazione nello Stato Primordiale.
I successi e la celebrità che un affiliato ottiene nel mondo profano, possono
regalare lustro ad un’istituzione iniziatica, ma restano qualcosa di
sostanzialmente estraneo alla sua essenza L’unica maniera per
arrestare la caduta e la degenerescenza (che ripeto ancora una volta, non è
ancora deviazione e controiniziazione, e forse non lo sarà mai), è ritornare alla
tradizione esoterico-iniziatica, prima a quella specifica massonica e poi al
Centro della Tradizione Primordiale/Filosofia Perenne. Se la Massoneria
Moderna vuole ritrovare un’iniziazione che sia effettiva a tutti gli effetti, e non
soltanto virtuale, deve ritrovare l’antica Via Operativa. Questo non vuol dire,
certamente, ritornare ad iniziare esclusivamente secondo il mestiere, ma
ritornare a far prevalere la Conoscenza sull’etica, la realizzazione spirituale
sull’attitudine comportamentale. Ritornare alla tradizione, ritornare allo spirito
originario, sconfessando, una volta per tutte, quel razionalismo laico, di
matrice illuministica, che non deve assolutamente trovare spazio in nessuna
Istituzione Iniziatica.
Ecco perché l'apporto che i Riti possono dare all'Istituzione e all'umanità intera,
nei loro compiti di studio e di ricerca, va molto al di là di un semplice fatto
culturale o filosofico.
E’ lecito pensare che nel corso dei secoli molti iniziati ed altri uomini di
pensiero abbiano progredito sulla via della realizzazione e di questa loro
esperienza abbiano voluto tramandare la memoria ai posteri: se non che,
trattandosi di esperienze che andavano al di là del livello mentale, era
impossibile comunicarle con il normale linguaggio e si rendeva quindi
necessario ricorrere a simboli e metafore. La Tradizione ci ha quindi trasmesso
tutta una serie di messaggi che debbono essere colti intuitivamente e quindi
decifrati nel loro profondo significato simbolico. Questo è appunto uno dei
compiti più importanti, se non il più importante, che spetta a ciascun Rito, a
seconda di quel ramo della Tradizione cui fa capo, e che certo non potrebbe
essere svolto dal solo Ordine, il quale si limita a raccogliere questa messe
preziosa e ad utilizzarla per le proprie finalità, comuni a tutti i Riti. Ecco ancora
una volta che in pratica si effettua il passaggio dalla diversità all'unità
(ε ν τ ο π α ν ) .
I rapporti tra i Riti e l'Ordine si concretizzano, a mio avviso, in una separazione
di programmi di lavoro, il cui risultato tenderà poi a confluire in un unico
patrimonio destinato ad arricchire tutto l'eggregore massonico . Di
conseguenza, ogni Rito è libero seguire le sue regole ed i suoi metodi, senza
perdere mai di vista il fine ultimo del suo lavoro, che è quello di creare un
Tempio comune per tutti gli iniziati ed una possibilità di realizzazione per tutta
l'umanità.
Il Massone che nel suo viaggio cerca il dialogo con l'altro è il simbolo della
curiosità e dell'avventura(qualità aperte anche all'imprevisto che portano alla
scoperta di se stessi), deve essere Odisseo e non Ulisse
In definitiva noi dobbiamo essere Simbolo per tutti coloro che hanno a cuore il
rapporto dell'uomo con il suo simile e con l'ambiente; un rapporto, all'inizio del
terzo millennio, mai così potenzialmente promettente, eppure mai così
drammaticamente pericoloso.
Tornare alle origini… il pensiero tedesco ha avuto il merito di avere proclamato
nel mondo la necessità per l'uomo, di superarsi; ma esso ha fornito un modello
di superamento che ne è la negazione; un ideale di potenza che è in netta
contrapposizione con l'aspirazione costante dell'antichità e più propriamente
del genio greco-latino: l'idea di perfezione.
Proprio per le caratteristiche della nostra Tradizione, il nostro ruolo deve essere
fondamentale, di trainox, nel mondo.
La Massoneria Italiana che ci vede Fratelli ed al tempo stesso punto di
riferimento, per effetto del nostro patrimonio, tipico del "mare nostrum", fatto
di profonda religiosità, di rispetto, d'umanità, di regole, di senso del dovere,
può far sì che il globalismo tenda meglio a precisarsi come universalismo,
come consapevolezza di un tutto intimamente unito che si propone come il
vero volto dell'umanità e che porti in grembo il rispetto delle diversità e delle
autonomie individuali, affinché il "tuo simile possa trarne giovamento e
rientrare in quel ciclo vitale ed armonico che è la vita".
Concludo ricordando le parole di Plotino:

π α ν τ α ε ι σ ο
(tutto è dentro”di noi”)
i
Il nome che dà il titolo al poema è Odisseo ( Ο δ υ σ σ ε ο σ ) , può essere ricondotto fondamentalmente a due
verbi:
ο δ υ σ σ ο µ α ι ”odussomai” mi adiro o sono odiato;
ο δ υ ρ ο µ α ι ”oduromai” mi lamento o soffro.
Dunque Odisseo porta nel suo nome sia l’esperienza della collera espressa da ο δ υ σ σ ο µ α ι , sia la capacità
di sofferenza
Dell’ ο δ υ ρ ο µ α ι
ii
Ulisse può derivare sia da:
“ulciscor” vendicarsi,
che dall’unione di due parole “ulcus”piaga o meglio ferita e “ischia” coscia con riferimento alla ferita provocatagli
da un cinghiale quando era ragazzo
iii
con il termine µ ε τ ι σ ( metis) i greci indicavano l’intelligenza attiva ed esecutrice distinguendola da quella
inattiva e contemplante che definivano ν ο υ σ ( nous)
iv
Nota sulla spedizione dei fratelli Vivaldi nel MCCLXXXXI, in Atti della società ligure di Storia Patria, vol
XV,1881, pag. 317 sgg.
v
In Nardi “Dante e la cultura medievale” !990
vi
Nella Divina Commedia Beatrice appare a Dante (Purgatorio,XXX, 30,33) condotta su un carro trionfale,
accompagnata dalle virtù, mentre gli angeli cantano Veni sponsa del libano ( come nel Cantico dei cantici)
identificandola con la Sapienza di cui Salomone dice: “Questa ho amato e ricercato fin dalla mia giovinezza, ho
cercato di prendermela come sposa, mi sono innamorato della sua bellezza” (Sapienza, 8,2). Beatrice è l’immagine
di una Sapienza individuale ,la Sapienza greca” Cerchiato delle fronde di Minerva” (Purg. XXX, 68), presente nel
profondo dell’anima che conduce a Dio. Dante ,Fedele d’amore e forse Templare, conclude l’itinerario iniziatico
della Commedia con la visione del Fiore e di Maria nella gloria del Trono: “ Vergine Madre, figlia del tuo
figlio,/umile e alta più che creatura/ termine fisso d’etterno consiglio…” ( Paradiso XXXIII,1,3). Nelle parole di San
Bernardo riecheggianole parole della Sapienza biblica: “dall’eternità sono stata costituita, fin dal principio, dagli
inizi della terra” (Proverbi,8,22). Ecco allora che Maria è una ipostasi di Dio, analoga alla Sophia gnostica,
tendenza combattuta come eretica dalla chiesa del tempo.
vii
Il 24/6/1717, giorno di San Giovanni Battista, nella The goose and gridion ale-house (Birreria l’oca e la graticola)
in St. Paul’ church-yard si riunirono i membri delle seguenti quattro logge:
-The Goose and Gridion L’oca e la Graticola
-Rose and Rummer Rosa e Boccale
-Queen’s head La corona
-Horn Il corno
Queste quattro logge costituirono la prima Grand Lodge ed insediarono come Gran Maestro Anthony Sayer (1717-
1719)
viii
Le ascendenze del R.S.A.A. vanno viste nei c.d. Riti Primitivi, alcuni che hanno radici anteriori alla stessa Gran
Loggia di Londra de11717, e particolarmente nella Massoneria Scozzese.
Progenitore e modello del sistema ritualistico scozzese originario fu il Rito di Heredom di Kilwinning, detto anche
"Antico Rito di Perfezione".
Vantava - ritengo con probabile fondamento - origini risalenti nel 1314 a Re Robert Bruce con l'immissione di esuli
templari nelle Craft anglo-sassoni, ed aveva un indirizzo "speculativo", in parte d'influenza templare ed in parte
umanistica. Nella sua evoluzione, con via via accentuazioni "speculative" giunse a strutturarsi in 25 gradi, molti dei
quali vennero inglobati nel R.S.A.A. nel quale poi lo stesso Rito finì per confluire, fortemente influenzandolo.
Altro progenitore fu il Rito Primitivo, d'incerta origine, ma che, per molti aspetti, può vedersi collegato al Rito di
Heredom di Kilwining; giunse a strutturarsi in 33 gradi e finì per confluire nel R.S.A.A..
ix
La caratteristica del c.d. Sistema Scozzese va individuata nell'indirizzo eclettico che esso ebbe fino dai suoi
prodromi e nelle prime fasi formative nel 1700. Tale indirizzo era scevro da ogni sudditanza dogmatica e fideistica,
rivolto alla tesaurizzazione di quanto di meglio avesse prodotto il pensiero umano nei secoli, anzi nei millenni, al
fine di stimolarne lo studio e preservare il ricordo, senza fare con ciò scelte dogmatiche.
Questo ha consentito al R.S.A.A. di esercitare una sua funzione di amalgama, di attrazione, di osmosi di Logge
aderenti ad altri Riti - molti dei quali confluirono nel Sistema Scozzese o finirono nell'oblio ed in molti paesi la
stessa Massoneria azzurra finì con l'identificarsi con tale indirizzo eclettico, e ciò avvenne anche in Italia.
Questa tesaurizzazione rivela un costante riferimento a quello che in senso lato possono definirsi concezioni
Umanistiche che per secoli hanno solcato le filosofie, le religioni, le culture, l'arte, un certo modo di concepire la
vita, l'etica, il vivere sociale e che s'impernia in un principio di tolleranza e di libertà di pensiero e di coscienza e che
ha avversato tutte le tirannie e le teocrazie.
x
Nel 4 ° grado scozzese di maestro segreto si precisa: la suprema e perpetua preoccupazione della libertà
muratoria ...è l' abbattimento di tutti gli idoli, di tutti i pregiudizi, di tutte le superstizioni, di tutte le menzogne".
"Ogni concezione dell'uomo è progressiva e di conseguenza relativa". "La libera muratoria non ammette alcuna
concezione come definitiva". "La non definitività - con la parola "alcuna" - si estende, a mio avviso, a tutte le
concezioni sia che riguardino il metafisico, sia che riguardino l'uomo ed i rapporti umani.