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Alberto Majrani

L’ASTUTO OMERO
e il geniale inganno dell'Odissea

Prefazione di Giulio Giorello

Introduzione – IL PROTAGONISTA DELL’ODISSEA? FILOTTETE!

“Una bugia fa in tempo a viaggiare per mezzo mondo mentre la verità si sta ancora mettendo le
scarpe.”
Mark Twain

Strana storia, quella di Ulisse. Possibile che il re di Itaca se ne stia lontano per vent’anni,
struggendosi dal desiderio di rivedere la sua patria, abbandoni una bellissima ninfa che vorrebbe
renderlo immortale per tornare da una moglie non più giovane, rientri a casa dopo una
pericolosissima traversata in solitaria, nessuno lo riconosca, neanche il padre o la moglie stessa,
ne ammazzi tutti i pretendenti rischiando di provocare una sanguinosa rivoluzione, e finalmente,
quando avrebbe tutto il diritto di starsene un po’ tranquillo, decida di ripartire di nascosto
lasciando tutti con un palmo di naso? D’accordo, è un racconto mitologico, però, insomma, non è
molto... logico!
E se Ulisse non fosse stato... Ulisse? Già in molti hanno avuto una intuizione simile, ma il
suggerimento di una possibile ricostruzione realistica della vicenda ci arriva dal formidabile e
controverso “Omero nel Baltico”, saggio sulla geografia omerica di Felice Vinci, di cui potete
trovare un’ampia analisi critica nella seconda parte di questo volume. Quasi di sfuggita, tra le
pieghe del discorso, Vinci ipotizza che il figlio di Ulisse, Telemaco, abbia ingaggiato un
mercenario per interpretare Ulisse e fare strage dei Proci, i pretendenti alla mano della madre
Penelope.
Lo stesso Telemaco avrebbe poi scritturato un poeta per raccontare una fantasiosa storia che
potesse giustificare tutti gli anni di assenza del padre; oggi forse un avversario politico invidioso
definirebbe quel poeta un “pennivendolo di regime” (esistevano già allora, a quanto pare!). Tutto
ciò allo scopo di liberare la reggia dai pretendenti che gli stavano mangiando tutte le sostanze; si
aggiunga poi che se qualcuno ne avesse sposato la madre, Telemaco avrebbe perso il diritto alla
successione e al regno; era lei infatti di stirpe nobile, essendo figlia del potentissimo re Icario,
mentre Ulisse era un “parvenu” che si era arricchito con l’arte dei commerci, della pirateria e
del saccheggio, attività fra le quali a quei tempi i confini erano piuttosto labili. I pretendenti stessi,
poi, stavano tramando per toglierlo di mezzo, e quindi bisognava anticiparli al più presto.
Stavo rimuginando sulla faccenda, quando improvvisamente una possibile soluzione ha
attraversato la mia mente come un lampo. “Oh perbacco, io so chi era quel mercenario!”. Riuscite a
immaginarlo? Provate a pensarci...eppure ce lo suggerisce Ulisse stesso...quando si trova nella
terra dei Feaci. Ulisse afferma di essere il migliore degli Achei nel tiro con l’arco, subito dopo
Filottete!
Filottete, chi era costui? Qualcuno forse si ricorda di lui grazie al simpatico cartone animato
“Hercules”, prodotto dalla Disney nel 1997, tuttavia in quel caso gli sceneggiatori si sono fatti
prendere un po’ troppo la mano dalla necessità di inventare una storia divertente, modificando le
vicende e i ruoli dei vari personaggi mitologici, per cui sarà meglio riferirci alle fonti classiche.
L’Iliade ci narra che egli era a capo di un contingente degli Achei che andavano alla guerra di
Troia. Ma era stato morso ad un piede da un serpente che gli aveva causato una grave ferita. La
lesione si era infettata tanto da costringere i compagni ad abbandonarlo sull’isola di Lemno. La
tradizione mitica, ripresa da Sofocle in una sua opera teatrale, racconta che, secondo una
profezia, Troia sarebbe caduta solo con l’aiuto delle armi di Ercole. Filottete era stato allievo di
Ercole e ne aveva ereditato l’arco e le frecce, per cui venne recuperato sull’isola e curato dal
medico acheo Macaone; poi, proprio Filottete avrebbe ucciso Paride, dando un contributo
determinante alla sconfitta dei Troiani.
Ma certo! Il mercenario era Filottete! Persino il suo nome già significa “colui che ama
possedere”. Questo spiega molte cose: conosceva da tempo Ulisse, e quindi si prestava bene ad
interpretarlo, inoltre era “amico di famiglia”, e dunque poteva essere disposto a rischiare la pelle in
una impresa così pericolosa; era poi un abilissimo arciere, evidentemente abituato a un “numero
da circo” come quello di attraversare con una freccia gli anelli di dodici scuri allineate, il che
presuppone anche un certo allenamento, cosa che Ulisse non poteva più avere dopo tanti anni per
mare. Ammesso poi che fosse realmente dotato di questa abilità, visto che in tutta l’Iliade, poema
che è molto più realistico dell’Odissea, lo stesso Ulisse non usa mai l’arco, neanche durante i
giochi in onore di Patroclo, nei quali vince invece le gare di lotta e di corsa. Da notare inoltre che
Omero non dice che Filottete fu abbandonato a Lemno per ordine di Ulisse: questa è
un’elucubrazione dei mitografi successivi, poi ripresa anche da Sofocle, che ha rielaborato i vecchi
miti per costruirci sopra il suo racconto, non molto diversamente da quanto hanno fatto gli autori
della Disney! Quindi non c’è motivo per pensare che Filottete dovesse covare del risentimento nei
confronti di Ulisse o dei suoi familiari.
Logicamente, i giovani di Itaca non conoscevano Filottete, ma certo qualche anziano avrebbe
potuto riconoscerlo, per cui sarebbe stato necessario eclissarsi al più presto a missione compiuta.
Come abbiamo detto, egli era stato ferito gravemente al piede dal serpente, il che doveva avergli
lasciato una evidente zoppìa (anche se magari il problema al piede era meno grave di quel che
appariva, ma Filottete faceva un po’ di “scena” per apparire più vulnerabile). E infatti Omero, pur
senza dirlo apertamente, fa di tutto per farci capire che il misterioso straniero zoppica: infatti
cammina lentamente, appoggiandosi a un bastone, viene paragonato al dio Efesto, zoppo pure lui, si
parla insistentemente e senza motivo apparente dei “piedi”, fino alla trovata davvero geniale della
vecchia nutrice che riconosce “Ulisse” dalla ferita al ginocchio causata da un cinghiale (cosa che
non viene mai accennata né nell’Iliade né nel resto dell’Odissea, in cui le gambe del corridore
Ulisse sono assolutamente perfette). Il riconoscimento avviene proprio mentre gli lava i piedi,
quindi ciò può significare che il problema era nel piede, e non nel ginocchio! Però Filottete non si
accontentava di una cospicua ricompensa, ma ambiva anche alla gloria eterna! E siccome non
si poteva rivelare l’inganno, ecco l’idea di cantarlo come il migliore degli arcieri achei, a detta
addirittura del grande Ulisse. Ma vi pare che lo stesso Ulisse, che si potrebbe definire quasi un
“miles gloriosus” ante litteram, avrebbe ammesso, nel poema a lui dedicato, che ci fosse
qualcuno più bravo di lui?? La sua frase, più che un lapsus freudiano è un vero e proprio
“messaggio in bottiglia” lanciato ai posteri, come a dire “chi ha orecchie per intendere, intenda!”.
E Omero ha lasciato una miriade di messaggi simili in tutto il poema, utili per farci intuire il reale
svolgimento della vicenda.
Quanto ad Ulisse, probabilmente doveva essere morto da tempo, ucciso in battaglia o
annegato sulla via del ritorno. Lo si può dedurre dal fatto che, in tutta l’Odissea, l’idea che l’eroe sia
ormai defunto viene ripetuta più volte in modo deciso, mentre l’ipotesi che possa essere ancora
vivo viene avanzata in modo dubitativo. La stessa dea Atena, sotto l’aspetto del mercante Mente, si
contraddice in modo palese, quando afferma di non essere un indovino, ma che vuole ugualmente
formulare una profezia, per annunciare che Ulisse tornerà. Ma Mente... mente!
Ed anzi esorta Telemaco a pensare egli stesso a come cacciare i Proci, essendo ormai diventato
adulto, per cui il figlio di Ulisse parte a cercare notizie del padre proprio dai suoi migliori alleati.
Che dire poi del fatto che Ulisse ad un certo punto discende nel mondo dei morti? O che
nell’episodio di Polifemo dichiara di chiamarsi Nessuno, per cui il Ciclope ripeterà che Nessuno
lo acceca, Nessuno lo uccide? Altri messaggi in bottiglia, che... nessuno, finora, aveva preso alla
lettera! E ancora, non appare molto sospetta la straordinaria coincidenza temporale, per cui Ulisse
tornerebbe ad Itaca dopo vent’anni, e dopo poche ore suo figlio sbarcherebbe sulla stessa spiaggia,
situata dalla parte opposta rispetto al porto principale? E poi, cosa dovremmo dedurre dalle
tradizionali biografie, secondo le quali Omero era cieco??
Vediamo di ricostruire con ordine la vicenda, come potrebbe essersi svolta nella realtà. C'è un
vuoto di potere a Itaca, il re Ulisse è partito da vent'anni per la guerra e non è più tornato. Il principe
Telemaco, tipico adolescente “problematico”, soffre a Itaca per l'assenza della figura paterna e sta
meditando il modo di liberarsi dai Proci, prima che loro si liberino di lui, e gli soffino eredità e
potere. E’ arrivato a corte un vecchio cantore cieco o quasi, affetto da cataratta oppure vittima di
una ferita, che ai tempi della guerra aveva assistito agli avvenimenti. Magari è stato chiamato,
ironia della sorte, dai Proci stessi per il proprio divertimento. Telemaco ascolta la storia dell’Iliade
e gli viene in mente un piano diabolico: partire con la nave e andare a cercare un arciere abilissimo,
killer infallibile, per eliminare la concorrenza. Che poi passi dalla reggia di Nestore, sapendo di
trovarlo lì, che l’idea gli venga dallo stesso Nestore o da Menelao, oppure si rechi direttamente da
Filottete, e inventi una storia per motivare la sua partenza improvvisa, questo non è dato sapere,
ma ha poca importanza.
Durante il viaggio di ritorno, Filottete e Telemaco perfezionano il piano: ordineranno al poeta
di corte di mettere assieme una serie di racconti e leggende di marinai, ambientati in terre lontane,
per giustificare la lunga assenza di Ulisse. E così, Filottete viene sbarcato nottetempo in un angolo
di Itaca, assieme alla sua ricompensa in oro e oggetti preziosi (fatta passare come dono dei Feaci ad
Ulisse); anche Telemaco sbarca sulla stessa spiaggia con la scusa di andare a visitare le sue
proprietà, e tornare in città a piedi, mentre la nave fa il giro e arriva in porto (per questo i Proci in
agguato non la vedono transitare). Filottete-Ulisse non viene riconosciuto da nessuno, tranne
che dal cane (che non può “testimoniare”, anche perché muore subito), dalla vecchia nutrice, e in
seguito dal padre Laerte, tutti destinati a morire da lì a poco senza potere smentire la loro
testimonianza. Così moriranno pure tutti gli avversari di Telemaco, come i Proci e una dozzina di
ancelle loro compagne. Gli altri servi fedeli, come il porcaro Eumeo e il mandriano Filezio, si
preoccupano di comunicarci che riceveranno in premio una bella moglie, una casa e un podere.
Mentre un altro amico di Telemaco, l'araldo Medonte, guarda caso porta lo stesso nome del “vice”
di Filottete, che aveva preso il comando della spedizione a Troia quando questi era stato lasciato a
Lemno.
Quanto a Penelope, difficile che non ne sapesse niente fin dall’inizio, visto che è proprio lei in
persona a indire la gara di tiro con l’arco da cui prenderà avvio il massacro dei pretendenti, e
comunque non sarà certo lei a denunciare il figlio. Ma Telemaco non può compiere un golpe
sanguinoso e farla franca, per cui fa raccontare al poeta di corte una lunga storia in cui il legittimo
sovrano è tornato con l'aiuto degli dei per punire gli usurpatori. Compiuta la strage, anche il falso
Ulisse non può restare lì come se niente fosse, perché qualcuno prima o poi lo riconoscerebbe, per
cui provvede ad autoesiliarsi, lasciando Telemaco unico erede al trono. E infine Omero viene
incaricato di mettere in bella copia la storia dell’Odissea, e magari di aggiungere qualcosina
all’Iliade per esaltare il ruolo di Ulisse e giustificarne i lunghi anni di assenza. Ma il cantore
inserisce tutta una copiosa serie di indizi per fare capire come si sono svolti realmente i fatti. E se
qualcuno avesse avuto di che eccepire, il poeta sarebbe sempre stato in grado di discolparsi: “Sono
cieco, come potevo riconoscere Filottete? Nulla vidi, tutto sentii!”. L'Odissea è dunque un poema
celebrativo, nato per legittimare la presa del potere da parte di Telemaco attraverso la nobiltà delle
sue origini, confermata non solo dal “miracoloso” e vendicativo ritorno del titolare Ulisse, ma anche
dalla volontà divina.
Ma c’è un altro “messaggio in bottiglia”, che vale la pena di notare: durante il viaggio di
ritorno dalla reggia di Nestore ad Itaca, Telemaco porta con sé un certo Teoclimeno, in fuga per
avere assassinato un uomo. Teoclimeno viene presentato a corte, dichiara di essere un indovino e
profetizza che Ulisse è già in patria. Ci si aspetterebbe che Teoclimeno, se non altro per
gratitudine verso Telemaco che lo ha accolto togliendolo dai guai, si offrisse di dare una mano nel
momento cruciale della strage dei Proci. Invece niente, sul più bello sparisce dalla narrazione e
non si fa più vedere! Già, ma sarà semplicemente un caso che “Teoclimeno” sembri quasi, come
vedremo, un approssimativo anagramma di “Filottete”?
Ma torniamo ad Omero, il cui nome può significare anche “ostaggio”: è possibile che fosse
un Troiano, finito prigioniero degli Achei. Questo spiegherebbe il motivo per cui si avverte che
fa il tifo per i Troiani, e che conosce troppe cose accadute entro le mura di Troia; se fosse stato
un cronista acheo, gli sarebbe stato difficile ricostruire gli avvenimenti troiani dopo la caduta della
città. Ciò potrebbe forse spiegare anche le differenze stilistiche tra Iliade ed Odissea; per quanto
simili, Achei e Troiani dovevano avere delle piccole diversità di lingua e di religione, e dopo
essere vissuto per vent’anni tra gli Achei, lo stile del poeta potrebbe essersi adattato alle usanze
della nuova patria.
Invece il buon Telemaco doveva essere un contaballe di prima categoria, ma che a sua
discolpa poteva esclamare “tale il padre, tale il figlio!”. Per dare un’idea di che bel tipo fosse,
basta leggere la scena in cui strangola con gusto le ancelle infedeli. E comunque, era tutt’altro
che un ragazzino spaurito, ma una specie di piccolo Stalin che liquidava ogni oppositore, e
modificava pure la storia a suo uso e consumo! Da Omero ad Orwell c’è davvero poca differenza!
Che ne pensate? Mandiamo questa storia a Sherlock Holmes oppure al tenente Colombo?
Per concludere, devo aggiungere che per me questo è stato un “serio divertimento”, anche se non
vorrei che questo concetto inducesse a pensare che non ci sia stato un grande lavoro di studio e di
verifica alla base; qui tutto è rigorosamente documentato (e anzi, a dire il vero, anche se è
cominciato quasi per gioco, non c'è cosa più seria del divertimento). Qualcuno ha superficialmente
bollato il mio lavoro come una “fantasiosa ricostruzione”, mentre in realtà andrebbero considerate
fantasiose le complicatissime interpretazioni pesantemente elaborate in miriadi di studi letterari, che
non hanno risolto la questione, ma anzi l'hanno resa ancor più intricata; oppure potrei controbattere
con il gustoso commento del matematico David Hilbert, al quale era stato riferito che un suo
allievo aveva abbandonato l'università per diventare un poeta: “Non mi stupisce, non aveva
abbastanza immaginazione per fare il matematico”. In questo nuovo libro mi sembra di aver dato
risposte esaurienti alle critiche, non sempre informate e in buona fede, che mi sono giunte da più
parti, in particolare quella di non essere un “esperto” di letteratura greca. Però... però ho sottoposto
la mia ipotesi ad alcuni grecisti, che dopo essere sobbalzati sulla sedia ed avere strabuzzato gli
occhi, hanno balbettato qualcosa come “Mah, sì, è possibile..., ma non racconti in giro che glielo
ho detto io!”.
Nelle prossime pagine vedremo come il poema omerico, letto in questa chiave, senza perdere
nulla del suo immenso valore letterario e poetico, assuma improvvisamente una unitarietà e una
logica che nessuno prima d’ora aveva mai neanche sospettato, e come la soluzione arrivi proprio
esaminando il racconto da tutti i punti di vista, non solo da quello dei letterati. L’Odissea non è
semplicemente una bella favola per bambini troppo cresciuti, ma un intricatissimo labirinto ricco di
continui ingegnosi riferimenti, che sfuggono inevitabilmente a chi non ha una solida preparazione
scientifica sul groppone.
“Quandoque bonus dormitat Homerus”, ogni tanto dorme anche il buon Omero, proclamava
Orazio... ma forse Omero era molto più sveglio di quanto abbiamo sempre creduto! Come invece ha
lasciato scritto Aristotele (Poetica, 24, 19): “Omero ha soprattutto insegnato agli altri come si deve
dire il falso”. Ora si capisce perché continuava a lodare l’arte dell’inganno, era lui il vero re
dell'astuzia!