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SUPPLEMENTO SETTIMANALE DE IL MANIFESTO

KRASZNAHORKAI J. ROTH HEBBEL MARKARIS TERRA BOLAO QUIRINY OTTIERI POLICASTRO GHIOTTO LETTERE UNGARETTI/GADDA GABBA
ha oscurato buona parte del processo; sappiamo solo che, quando la terribile bocca dellorco torna a spalancarsi davanti a noi grazie a alcuni accenni tardomedioevali, lOrco gi personaggio fiabesco dalle pessime abitudini alimentari, amante della carne tenera proprio come Thanatos, che nellAlcesti di Euripide afferma di preferire le vittime giovani perch ne trae un vantaggio maggiore. A differenza di Thanatos, per, lOrco che incontriamo tra il 400 e il 500 negli scritti di Matteo Palmieri, di Maffeo Vegio, di Anton Francesco Grazzini e soprattutto di Giovanni Pontano e poi di Matteo Boiardo (che nellOrlando Innamorato descrive un orco cieco come Polifemo, insediato in una grotta sotterranea dove sequestra e sgranocchia le ragazze), possiedono invariabilmente tratti grotteschi e ridicoli e vengono quasi sempre sconfitti da esseri pi piccoli, pi deboli e pi astuti. Boiardo, Ariosto (che riprende e conclude lepisodio orchesco dellOrlando innamorato), i poemetti eroicomici di Lorenzo Lippi o di Forteguerri, e poi il Cunto de li cunti di Basile, fissano una volta per tutte i connotati dellorco letterario: unelaborata e deforme bruttezza, un olfatto formidabile, la capacit di trasformarsi in animali di vario genere, e una presuntuosa stupidit che, a volte, fa dellinghiottitore un inghiottito, come vedremo nel Gatto con gli stivali di Perrault. E sono proprio Perrault e Madame d Aulnoy, esponente illustre del cabinet des fes francese, a fare dellOrco un un possidente installato in case confortevoli o addirittura in un castello, buon padre di famiglia con terre al sole, un forziere pieno doro e una tavola sempre imbandita di bambini in salsa al burro, mentre la sua natura demoniaca sembra non tanto svanire, quanto sfumare nel quadro di un comfort quasi borghese, che lo allontana dalla atroce memoria delle carestie medioevali e trasforma il cannibalismo negli eccessi di una ghiottoneria da gourmet. con Perrault, ci dice Braccini, con le sue fiabe divenute un classico planetario capace di influenzare il linguaggio e la letteratura non solo per linfanzia, che ha inizio la globalizzazione dellOrco e che cominciano a scomparire molti tratti caratteristici legati al gusto, alla storia, alle usanze di territori diversi, insomma gli Orchi narrati dalle tradizioni di unItalia rurale. Al nord, e in particolare in Veneto, il folklore fa dell Orco una sorta di Uomo selvatico simile a quelli nordeuropei, oppure di gigantesco folletto impegnato in una infinita serie di dispetti e scherzi malvagi, del quale non facile conoscere il vero aspetto. NellItalia centrale e meridionale (e soprattutto in Sardegna, una vera roccaforte degli Orchi italiani) regna invece un mostro panciuto e cannibale, rapitore di fanciulle e di bambini, proprietario di favolosi tesori o di oggetti magici che gli verranno portati via da ragazzi coraggiosi . da qui, da questo enorme serbatoio di storie in cui le coloriture locali sono intense quanto rivelatrici, che provengono molte, moltissime versioni letterarie del personaggio, grazie alla circolazione continua di tipi e di motivi e allinfluenza che cultura alta e cultura popolare hanno esercitato una sullaltra per secoli.

DOMENICA

13 OTTOBRE 2013 ANNO III, NO 41


di FRANCESCA LAZZARATO

Era cos grasso, cos grande, cos imponente che non riuscivo a vederlo tutto, ne distinguevo solo alcune parti. Dapprima ho visto la testa con le sopracciglia spesse come tronchi e gli occhi da tricheco in fondo a un grosso muso. E poi denti a perdita docchio, gialli e neri, alcuni grossi come una mazza e altri taglienti come il pugnale di un brigante S, colui che il protagonista del Diario segreto di Pollicino (Rizzoli 2010) sta sbirciando dal buco della serratura, nella locanda in cui lui e i suo sei fratelli hanno trovato ricovero, proprio un Orco, che in questa recente versione della fiaba di Perrault a opera dello scrittore Philippe Lechermeier e dellillustratrice Rebecca Dautremer, appare dotato di tutte le caratteristiche regolamentari: immensa e minacciosa corpulenza, bruttezza bestiale, e poi denti, zanne, ventre, bocca enorme in cui scompaiono secchiate di zuppa, montagne di volatili e una mucca intera, dalle corna agli zoccoli. Dichiaratamente politica, sofisticata al punto da rendere difficile il suo inserimento nel contesto della letteratura per linfanzia, la riscrittura postmoderna di Lechermeier-Dautremer ridisegna luoghi e personaggi, ma nel tratteggiare limmagine dellOrco resta fedele a un tipo definito da una tradizione antica. Quanto antica, e soprattutto quanto complessa, ce lo illustra Tommaso Braccini, docente di filologia classica allUniversit di Torino che, dopo aver affrontato altre creature della notte come i vampiri (Prima di Dracula. Archeologia del vampiro, Il Mulino, 2011), le streghe e i kallikantzaroi (La fata dai piedi di mula. Licantropi, streghe e vampiri nelloriente greco, Encyclomedia 2012), ha condotto una approfondita ricerca su questa figura misteriosa, arcaica e al tempo stesso pi attuale di quanto possa sembrare. Indagine sullorco. Miti e storie del divoratore di bambini (Il Mulino, pp. 267, 16,00) si presenta come uno studio estremamente suggestivo la cui caratteristica principale il fruttuoso incrocio di discipline diverse, dalla filologia allantropologia alla storia della letteratura, per risalire alle origini del personaggio e esplorarne la natura, le parentele, gli sviluppi, landare e venire tra oralit e scrittura, tra letteratura e terrore pedagogico. Senza spingersi fino al nord Europa, dove allOrco si sovrappongono il gigante, lUomo Selvatico, il troll e il diavolo, o fino al mondo islamico, affollato di ghoul mostruosi che squartano e divorano, Braccini limita la sua indagine al territorio italiano, con qualche incursione oltre confine: una scelta con un senso preciso, visto che il nostro folklore (e in particolare quello del meridione) registra lesistenza di una popolazione orchesca assai pi numerosa di quelle presenti nelle altre nazioni europee, e che va fatta risalire alla cultura popolare della Roma antica. In base a congetture soprattutto etimologiche, del cui fondamento lautore ci d minutamente conto, lOrco infatti la personificazione di una entit infera romana, Orcus, dai contorni piuttosto vaghi ma collegata a altre divinit delloltretomba come Ade o Plutone, come Urgus, dio etrusco della morte, come il greco Thanatos, come Caronte e la sua versione etrusca, Charun. Dio o demone dalle capacit metamorfiche che risucchia i vivi in una cavit buia e cieca non per niente il suo nome deriva da termini latini e greci come orca e hyrche, ovvero recipiente a poco a poco Orcus si evolve in un mostro divoratore che transiter nellimmaginario medioevale portando con s lavidit e la ferocia dell inesorabile cacciatore di anime, nonch le sue fauci smisurate e quello che Gilbert Durand chiama il sadismo dentario di una incarnazione della Morte nel suo aspetto pi brutale. Strada facendo, tuttavia, la divinit oscura e mutevole si trasforma in uno spauracchio per bambini, nellOrco delle fiabe intese come intrattenimento ma anche come contes davertissement, ovvero racconti che, pur mantenendo il carattere fantastico e la loro natura di deposito di materiali dellimmaginario e di concreti sedimenti storici, ammoniscono gli ascoltatori sui pericoli della vita e sulle trappole relative a un rischioso ma necessario percorso di crescita. Come e perch la trasformazione avvenga non facile dirlo visto che, sottolinea Braccini, la lunga esclusione del folklore dalla produzione intellettuale e dalla cultura scritta

FILOLOGIA, ANTROPOLOGIA, LETTERATURA CONVERGONO NELLA MESSA A FUOCO DI TOMMASO BRACCINI, INDAGINE SULLORCO, FIGURA A UN TEMPO ARCAICA E ATTUALISSIMA

SEGUE A PAGINA 6

IL RISVEGLIO DELLORCO

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ALIAS DOMENICA 13 OTTOBRE 2013

IL SECONDO ROMANZO DELLO SCRITTORE UNGHERESE, USCITO NELL89

KRASZNAHORKAI
di VALENTINA PARISI

Un ritratto del romanziere ungherese Lszl Krasznahorkai

In un brano alquanto ridondante di Sindbad torna a casa, Sandor Mrai, interrogandosi sul carattere nazionale degli ungheresi, ne individuava lessenza in una tendenza congenita alla malinconia, talmente opprimente e pervasiva da far pensare a un caso di sortilegio collettivo. Uno spleen innato, interrotto occasionalmente da pulsioni autodistruttive cos irrefrenabili da spingere lo scrittore a chiedersi se la sopravvivenza stessa dellUngheria sulla carta geografica non dovesse essere considerata una sorta di miracolo: con quale forza recondita, nonostante tutte le profezie sinistre e ciarlatanesche, la nazione aveva continuato a vivere e a tacere per un millennio malinconica, come solo i pastori e gli animali nella pianura di Hortobgy sanno tacere di fronte al destino? Se la melancolia attribuita da Mrai al suo protagonista Sindbad (al secolo lo scrittore e giornalista Gyula Krdy) era alimentata dal lutto per la fine dellimpero austro-ungarico e per la irrimediabile scomparsa di quel mondo di ieri celebrato negli stessi anni anche da Stefan Zweig, nellopera di Lszl Krasznahorkai che allesule Mrai non a caso dedic la tesi di laurea nel 1983 il male di vivere, isolato da contingenze storicopolitiche, assume risonanze metafisiche di non comune profondit. E se nella sua scrittura si coglie una eco pur flebile dei traumi che hanno segnato il Novecento ungherese dal drastico ridimensionamento territoriale sancito dal Trattato del Trianon alla reggenza filo-fascista dellammiraglio Horthy per arrivare allintervento sovietico del 1956 tali allusioni appaiono per lo pi evanescenti come un rumore di fondo sospeso negli spazi aperti dellAlfld, la Grande Pianura Magiara, definita dallo stesso Krasznahorkai come uno spazio monotono, senza luce n speranza. Un luogo confesser lautore in unintervista rilasciata a Libration da cui ho sempre ardentemente desiderato fuggire per andare altrove, non importa dove. Se dunque la tendenza a una mesta introspezione sembra inscritta nello stesso spazio geografico, lunico antidoto alla malinconia consister nello smettere di adorare il genius loci ungherese e mettersi in viaggio. Una terapia sui generis che allindomani del declino del regime pressoch eterno di Jnos Kdr porter Krasznahorkai in luoghi decisamente esotici quali larcipelago di Madera (raggiunto a bordo di una nave cargo con la quale egli attraverser tutto lAtlantico), e a testimonianza di un vivo interesse per le culture dellEstremo Oriente Mongolia, Cina e Giappone, visitati in pi occasioni. Che lo scrittore nato a Gyula, cittadina ai confini con la Romania nel 1954, abbia eletto infine a suo buen retiro il minuscolo villaggio collinare di Pilisszentlszl appare, pi che una definitiva resa al demone della malinconia, un atto di devozione assoluta alla lingua ungherese, oggetto di sperimentazione continua per Krasznahorkai, che ne porta alle estreme conseguenze la natura agglutinante, la capacit di procedere per aggregazione graduale di prefissi e suffissi a una descrizione della realt a un tempo dilatata e sintetica. Evocatore di atmosfere apocalittiche lodate a suo tempo da Susan Sontag; autore dal fraseggio complesso e ipnotico, capace di destare, non a caso, sincera ammirazione in un altro adepto saturnino dellipotassi quale era Winfried B. Sebald; sodale nelle vesti di sceneggiatore del regista di culto Bla Tarr, Krasznahorkai stato finora inspiegabilmente ignora-

Fra resistenza e resa, ritratti di uomini prima del crollo finale

to dalleditoria italiana, malgrado il plauso unanime tributato fin dagli anni novanta alle sue opere in Germania, Francia e persino negli Stati Uniti. Meritevole appare dunque liniziativa di Zandonai che ha di recente proposto Melancolia della resistenza il suo secondo romanzo scritto nellormai remoto 1989 nelleccellente traduzione di Dora Mszros e Bruno Ventavoli (pp. 338, 18,00). Eccellente perch riesce nella non facile impresa di rendere in un italiano al tempo denso e trasparente un testo dalla chiara impostazione filosofica (per esempio nella scansione tripartita in Introduzione, Svolgimento e Deduzione), dove gli a capo sono impietosamente soppressi (come pure i dialoghi), i punti fermi scarseggiano e i periodi fluiscono tracimando da una pagina allaltra, con la incandescente irrefrenabilit della lava (paragone evocato dal traduttore di Krasznahorkai in inglese, il poeta George Szirtes). Lo slancio affabulatorio con cui lautore si propone di avvincere il lettore alla propria trama narrativa tale da spingerlo a concatenare, come in un rond, ogni singolo capitolo, ripetendo la clausola finale in apertura del successivo, quasi la forma stessa del romanzo possa essere prodotta di un fiato, in ununica emissione vocale, senza pause o incespicamenti. Un espediente questo che ha anche la funzione di riconnettere i punti di vista dei vari personaggi, investiti a turno di una fittizia centralit allinterno dei singoli capitoli, ma in realt inesorabilmente sottomessi al controllo del narratore onnisciente, che delle loro elucubrazioni strampalate o semplicemente meschine si limita a riportare tra virgolette brevi frammenti. La scrittura di Krasznahorkai ha infatti lambizione di farsi cifra di ci che egli stesso chiama quella pienezza indivisa che dietro unapparenza di direzione e agitazione condensa qualunque accadimento umano in un unico istante infinito. Come nel romanzo desordio Stntang (1985, portato sullo scherno nel 1994 da Tarr in un film di 435 minuti formato da lunghissimi piani-sequenza) anche qui la trama innescata da una apparizione inattesa: il materializzarsi di una balena imbalsamata portata da un misterioso circo in una citt ungherese senza nome. Tuttavia in Melancolia della resistenza lepifania non riveste un significato messianico; al contrario, larrivo di questo Leviatano allapparenza inoffensivo sar in grado di far precipitare gli eventi verso la catastrofe finale, confermando i timori apocalittici instillati negli abitanti da una successione di avvenimenti inspiegabili

Malinconia della resistenza, un romanzo che prende avvio dalla misteriosa apparizione di una balena portata da un circo
che da mesi turbano la loro quiete di filistei: un autunno eccezionalmente gelido ma senza neve (allusione allelemento freddo e secco associato da Ippocrate alla malinconia?), un pioppo centenario crollato allimprovviso, lorologio del campanile fermo da anni che riprende inopinatamente a scandire le ore. Colti alla sprovvista dellautoinverarsi della loro stessa profezia (sinistra e ciarlatanesca, proprio come quelle cui si riferiva Mrai), i personaggi di Krasznahorkai saranno costretti a riconoscere linutilit di qualsivoglia forma di resistenza alla violenza scatenata dal Principe, enigmatico personaggio giunto in citt insieme alla balena, una sorta di Stavrogin dostoevskiano capace di istigare i suoi seguaci allesecuzione dellopera pi totale e definitiva che esista: la distruzione. Proiettando gli eventi su un piano universale, Krasznahorkai li interpreta come la inevitabile resa dellarmonia cosmica agli atomi impazziti, dei temperamenti malinconici ai collerici, della ragione alla necessit. Ma, nel contempo, astraendosi dal piano allegorico, anche in grado di tratteggiare superbi ritratti di resistenti malgrado tutto, come il signor Eszter, musicista in pensione che allumana stupidit oppone pervicacemente le barricate erette nella propria abitazione, oppure Valuska, ingenuo outsider innamorato della bellezza del cosmo, che sembrava vivere nellinvulnerabilit di un istante eterno, come in una bolla di sapone che non sarebbe mai scoppiata. Finch, ovviamente, la collerica per antonomasia del romanzo, lex signora Eszter, non approfitter della legge marziale introdotta a seguito dei disordini fomentati dai seguaci del Principe per instaurare un grottesco regime autoritario, in nome di un non meno ridicolo Movimento per lOrdine e la Pulizia. A riprova superflua del fatto che il Leviatano quello vero non si lascia certo imbalsamare.

JOSEPH ROTH

di ROBERTA ASCARELLI

Marino Freschi ritrae lo scrittore austriaco, di cui viene riedito Hotel Savoy a cura di Rispoli

A Parigi gli esiliati del III Reich vivono posando la penna, i libri, il quaderno, il cervello sul tavolino di marmo di un caff. Non si tratta certo dei locali viennesi che accoglievano con moderna neutralit i letterati in fuga dalle abitazioni invase di moralismo e di ornamenti, e neppure di quelli berlinesi, ricchi di eccitazione, travestimento e sperimentalismo. Sono luoghi desilio, del tutto inadatti alla garbata eccentricit di un Altenberg, linquilino fisso del Central che ancora oggi si espone in gesso alla curiosit degli avventori. Gli esiliati dal nazismo consumano la vita rassettando il bagaglio incerto dei ricordi e tentando affannate proiezioni. Se scelgono lalbergo o il bar per una necessit, ma mitigata dalla fierezza di non dover idealizzare la branda e la nuda terra, come Hitler predicava, e con una coazione alla teoria estrema anche in quegli anni cos ricchi di saccenza. Dalle vetrate o sulla strada cercano di attutire il boato delle macerie alle loro spalle distillando insieme vissuto e astrazione. E riescono a restituirsi, un po flneurs e po naufraghi, a una aristocrazia dello spirito, che si sta disfacendo nel tripudio ferrato dei

confini. Ma lo sradicamento aveva insegnato Zarathustra uno strumento di resistenza per il nemico dei vincoli, il non-adorante, colui che dimora nei boschi, per colui che, rinunciando alla falsa sicurezza della terra ferma preferisce restare appeso a un ramo ricurvo, dove si dondolano la stanchezza e la libert, e ci si tiene in quarantena dal feticismo di merci e dalle ideologie: Fa parte delle mie fortune non possedere una casa scrive Nietzsche nella Gaia scienza, e Adorno in Minima moralia chiosa: Oggi si dovrebbe aggiungere: fa parte della morale non sentirsi mai a casa propria perch labitare nasconde la condizione transitoria e oppressa delluomo moderno. Su questi temi Adorno chiede agli artisti di riflettere con un atteggiamento di sospensione e di scoperta articolando testimonianze di vite offese che proprio nello spaesamento trovano asilo, scrive Benjamin, dai marosi del mondo esterno. Sono molti gli scrittori tedeschi dellesilio che, in fila a vendere sogni (cos ironizzava Brecht), o a smerciare critiche e nostalgie, si attestano nella loro condizione di emarginati e da qui elaborano visioni del mondo antagoniste. La barbarie, scrive Benjamin, la volont di iniziare dal nuovo, di iniziare dal poco; gli

esiliati preservano invece ci che vecchio, testimoniano nel vuoto dello spazio e nella ricchezza del pensiero la sua possibile sopravvivenza. Questa scelta esistenziale e letteraria dellesilio suggerisce una rivisitazione di alcuni autori che abbiamo rubricato frettolosamente nello scomparto dei moralisti elegiaci, rabdomanti del passato, soccombenti alloccupazione nazista della lingua e della cultura tedesca. Sempre in cerca di successi, contratti e tirature, indulgente con il pubblico e, a tratti, con se stesso, esiliato per vocazione dopo la dissoluzione dellimpero (nel 1920 a Berlino e nel 1925 a Parigi) prima che per necessit nel 1933, Joseph Roth sviluppa una visione del mondo e una tavolozza tematica che ne fa un caso esemplare di sognatore sradicato: protagonista del mito asburgico, figlio dellebraismo orientale, morto nellalcool e nella miseria sognando il ritorno della monarchia, figura suggestiva di outsider e di funambolo. Se per si leggono le sue opere come variazione critica sul tema dello sradicamento, si annebbia la fascinazione minoritaria e in fondo ingenua dellOstjudentum e del passato asburgico che Claudio Magris ha efficacemente messo in evidenza nelle sue pagine. Roth ci appare

ALIAS DOMENICA 13 OTTOBRE 2013

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GIUDIZIO UNIVERSALE CON PAUSE: DAI DIARI DEL DRAMMATURGO E POETA TEDESCO

HEBBEL
Selezionati dal pianista Alfred Brendel, gli aforismi e i pensieri di Friedrich Hebbel intrecciano sublime e quotidiano rivelando la sua vocazione a sfidare il senso comune
Kafka. E, in effetti, ogni tanto nel libretto di Hebbel ci si imbatte in qualcosa di stranamente noto: nel Giudizio Universale i corpi avranno subto tali metamorfosi che saranno ormai intrecciati gli uni agli altri peggio delle gambe dei cittadini di Schilda; senza parlare dei sogni, di cui Hebbel stato infallibile trascrittore: io danzavo con altri sopra i sepolcri e gridavo: sta attento, spesso si sprofonda allimprovviso in una tomba. Nei sogni di Hebbel e dei suoi cari le immagini luttuose si mischiano alla danza e al riso nato dallassurdo, affollandosi curiosamente di decapitazioni e uomini acefali. La loro ricchezza sta soprattutto nel fatto che ad essi lo sc rittore non chiedeva ragioni n ragione. Spirito spigoloso e magnetico, conversatore mirabolante a detta dei contemporanei, insofferente delle regole per indole ma moralista e classico nellarte pur adorando Aristofane e Shakespeare nei quali vedeva la pi rigorosa compiutezza e al tempo stesso la pi sovrana libert Hebbel si riprometteva di legare il proprio nome futuro al pantragicismo di quei drammi di ispirazione biblica e mitologica che Walter Benjamin reputava irrimediabilmente afflitti da una opprimente seriet. Ma invece nelle quasi settemila annotazioni postume dei Diari che riusc a vendicarsi di se stesso e del mondo, concedendosi quellironia, quella freschezza fulminante e quella levit spietata che si era precluso nellopera letteraria che considerava il proprio monumento. In questi pensieri complice leffetto di modernit della scelta a luce radente compiuta da Brendel il suo sguardo iperbolico e liberato risulta paradossalmente contemporaneo. Hebbel ci appare ora come il fondamentale anello mancante di
di FABIO PEDONE

Hans von Mares, Le et delluomo, Berlino, Nationalgalerie

sorprendente come questo esile volumetto, piombato a mo di meteorite tra la romanzeria di facile consumo che ammorba le librerie, non spalanchi un cratere enorme attorno a s ogni volta che capita su uno scaffale: per manifesta, provvidenziale anomalia. Giudizio Universale con pause (a cura di Alfred Brendel, traduzione di Elisabetta DellAnna Ciancia, Adelphi, Piccola Biblioteca, pp. 166, 12,00) quasi una lettera dal passato scivolata sotto un mobile, e per noi che la leggiamo adesso ha la potenza di uno schiaffo in faccia: questo leffetto dei passi scelti dai Diari del drammaturgo e poeta tedesco Friedrich Hebbel, probabilmente un perfetto Carneade per chi non abbia cognizioni approfon-

dite di letteratura tedesca o se ne nutra soltanto in traduzione. Eppure, le annotazioni quotidiane buttate gi fin dai ventitre anni da questo solitario autodidatta figlio di un muratore, di irregolari studi universitari e ambizioni smisurate, erano un livre de chevet di Kafka, il quale ne divor di furia le 1800 pagine scrivendone poi con entusiasmo allamico Oskar Pollak; quella lettera offre uno dei primi e pi celebri squarci sulla concezione della letteratura dellautore del Castello: bisognerebbe affrontare solo i libri che mordono e pungono, quelli che sono unascia per il mare ghiacciato dentro di noi. Come fatale che ogni grande scrittore crei i propri predecessori, cos noi non possiamo sottrarci al fatto che limmagine di Hebbel ci arriva almeno in parte filtrata da

Terremoti di parole in chiave ironica


allora piuttosto come compagno di strada dei pensatori pi scomodi della Germania esiliata. Senza ingenuit, celebra da sabotatore ci che vi di pi inattuale negli anni del sangue e della zolla: limpero multietnico degli Asburgo, le esperienze minute dellebraismo orientale, i messianismi quotidiani e le santit dei bassifondi in racconti e saghe sempre diversi che parlano della ostinata volont di continuare, nonostante tutto, a coniugare il diverso, il pittoresco, leroico e il normale. Il tessuto narrativo in cui colloca queste storie filato volutamente precario, perch non si delineino certezze in cui chiudere lIo, consegnandolo, avrebbe insegnato Canetti (un autore che tanto ha in comune, e non solo a livello biografico, con Roth), alla fissit della morte. La restituzione di questa frammentariet nelle opere di Roth il filo rosso di due recenti studi italiani: il volume Joseph Roth (Liquori, pp. 273, 19,90) , che Marino Freschi dedica allo scrittore galiziano, prima monografia italiana su un autore pure cos amato, e il saggio scritto da Marco Rispoli a introduzione di una nuova edizione di Hotel Savoy (Marsilio, pp. 325, 19,00). Il libro di Marino Freschi ricostruisce con passione e radicato sapere la peripezia umana e intellettuale di un autore ricco di una umanit drammatica e profonda, e di una problematicit che aiuta a capire sia le sue opere sia le aporie del suo tempo che , almeno in parte, ancora il nostro. Ed la modernit di Roth, la sua sorprendente scrive Freschi incisivit nellaffrontare la crisi del mondo moderno con analisi splendide e spietate che, specie negli anni desilio proponevano una scelta antistorica, metastorica, mitica che sembra calamitare la rilettura. Nella coazione a trasformare la propria vita e la propria storia in mito il germanista coglie una stringa tenace di coerenza: la critica radicale alla modernit e una vocazione alleresia di cui lascia tracce evidenti nella sua opera. Il lavoro di Freschi ritraccia questa coerenza, tra le sue molte conversioni, quelle vere e quelle immaginarie. Pochi gli elementi biografici, articolata e appassionata invece la lettura della sua lotta alla soggezione feticistica della modernit. Al centro di questo percorso come strumento di resistenza e come mezzo di falsificazione celebra la scrittura: tutte le sue contraddizioni si risolvono, nella sua prassi letteraria, che non conosce il confine tra sfera pubblica e privata, tra testo e contesto, tra racconto e biografia, tra fiction e realt. Del resto scrivendo (notava Kersten) era diventato monarchico e devoto, scrivendo aveva conquistato una patria che nessuno avrebbe potuto sottrargli come fosse un passaporto, scrivendo era diventato il corpo martoriato di una coscienza inattuale. Malgrado il rigore compositivo ottocentesco, questa letteratura si nega allunit, scrive Rispoli ad apertura del pi frammentario dei suoi testi, Hotel Savoy, l dove il tema assume consistenza teorica e lo fa mettendo in evidenza la fatica di essere attori, la casualit del vissuto, la triste ridda delle speranze deluse. Che non si tratti di ingenuit affabulatoria, ma di una chiara prospettiva critica lo denuncia la prospettiva coltissima e ormai inattuale in cui colloca lunica possibile ricomposizione (che anticipa e, forse, accompagna le teorie adorniane della Wiedererfindung e certo non si perde nelle favole dellebraismo orientale o della famiglia Trotta): quella di Kant e di Schiller sulla ingenuit che si illumina di nostalgia di natura ed vittoria della tristezza sulla furbizia. Su di s, sul corpo e sulla pagina scritta, attira la disgregazione perch lopera ne sia salva, ma non dilavata, e accetta come ascesi e come strategia partigiana il carattere provvisorio, senza approdo della sua realt.

una genealogia tedesca del pensare breve che va da Lichtenberg, non a caso da lui ammiratissimo, fino a Elias Canetti, passando per il Kafka lettore di Kierkegaard degli Aforismi di Zrau. Se proprio dobbiamo cercare un italiano da apparentargli, a parte linarrivabile Leopardi che fa categoria a s, viene in mente su tutti Carlo Dossi e il cervello di carta, aperto in sussidio dellaltro gi zeppo delle Note azzurre. Come lui, Hebbel non sta negli schemi, fuori misura e fuori squadra, sfugge alla forma classica dellaforisma inteso quale verit sintetica, trae anzi capricciosamente partito da aneddoti e stranezze, conversazioni da salotto, atti mancati, qui pro quo, ricordi dinfanzia, citazioni da lettere e libri, divagazioni, barzellette e bizzarrie; non si stupisce di nulla, si incuriosisce di tutto e soprattutto fa sorgere inattesi stupori in noi. Con quello che si direbbe un entusiasmo della dispersione, nato dal continuo affacciarsi dellinvolontario sotto la superficie dellintenzionale. A parte le notazioni prettamente letterarie, non si sente mai odore di precetto, di regola di vita. Anche per questo nei Diari zampilla una energia vitale ignota a altri coscienziosi amanuensi di una saggezza composta quanto spenta. Ma non si pu parlare degli aforismi quando gi in loro una perfezione acuminata, bisogna invece farli parlare: Spesso al mio prossimo non ne verrebbe molto se io lo amassi come me stesso. Viviamo in tempi di Giudizio Universale, di quello muto, per, in cui le cose crollano da sole. Ogni serratura sulla porta un libello contro Dio. Se lo sguardo del serpente per lo spirito quello che il suo morso per il corpo, qualcosa che disgrega, dissolve, anche i pensieri di Hebbel sono cos, o meglio: sono un coltello nascosto dietro un mazzo di fiori. La sua vocazione al paradosso torce il collo al punto di vista comune e consolidato sulle cose, mischiando i cori angelici e linno delle rane nel fango, la teologia e gli escrementi: un intreccio di sublime e di quotidiano (nonch macabro) che esercita una irresistibile destituzione di ogni sussiego (Nel pregare e nel radersi luomo fa la medesima faccia solenne). Hebbel possiede il virtuosismo della contraddizione, che lamenta di non poter essere tutto, di non poter scegliere sia qualcosa sia il suo contrario, e per cui spesso il risus solo un errore di lettura di un rictus, cos come il male sta nella logica della natura (Dover assolvere il Diavolo, e addirittura prima che si sia confessato). A forza di specchiarsi e esplorarsi si pu diventare estranei a se stessi, rischiando la pazzia: di qui, per contagio, lemozione di vedere una mente che si cerca e che una volta giunta a una qualche provvisoria definizione di s straccia idealmente il foglio e ricomincia da capo. Perch tutto mistero e ogni tentativo di sciogliere lenigma del mondo tragedia del pensiero. Sempre in una posizione inaugurale, sempre allinizio di un nuovo movimento, Hebbel torna ogni volta a osservare lorologio del mondo dal retro, azzerando i risultati acquisiti. Il rovescio dellodio per quel comico che il diarista cerca ovunque, che si infiltra fra le maglie di una ragione niente faffatto ragionevole e sogna di prodursi in una storia del mondo in chiave umoristica. Sputagli in faccia e poi porgigli un fazzoletto per asciugarsi, vedrai che ti ringrazier pure. Le cose cessano di piacermi non appena sono mie. Io posso fare tutto, fuorch quello che devo. Crudele, cio onesto. A volte, come avverr un secolo pi tardi ad esempio in Cioran, si ha il sospetto che una sensibilit formale esacerbata spinga il pensiero a scatenarsi per pura forza di stile (Lo sterco onnipresente quasi come lOnnipotente. La sua faccia un campo di battaglia disseminato di pensieri uccisi). La sfrontatezza del pensare smaschera con Hebbel una violenza del mondo riconosciuta prima di tutto in se stessi (Mi sento come se avessi vomitato il mondo e ora volessi ringoiarlo). Perci questi aforismi sono, in accezione etimologica, macchine, dispositivi diabolici, nel cui gioco la verit meno una scoperta che una decisione. Pagata di persona: Il poeta svela la condizione di questo mondo per quella che , non deve pretendere amore dai suoi contemporanei. Quando mai qualcuno ha baciato il proprio carnefice!. Ecco allora chi ci comparso davanti: un suscitatore di terremoti in miniatura, un Sisifo che cammina ridendo sul filo, che gioca a dadi col diavolo e d del fallito a Dio. E infatti beate le bestie, che non hanno storia!.

GERENZA
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In copertina di Alias-D, illustrazione per Le petit Poucet, 1912

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ALIAS DOMENICA 13 OTTOBRE 2013

NUOVO CAPITOLO DEL COMMISSARIO CHARITOS

MARKARIS
Crisi della Grecia fra Tucidide e il Politecnico
di FABIO DE PROPRIS

La serie dei romanzi del commissario Kostas Charitos si arricchita di un nuovo capitolo, lottavo: Resa dei conti (Bompiani Letteratura straniera, traduzione dal neogreco di Andrea De Gregorio, pp. 300, 18,00). Sin dal primo titolo, Ultime della notte, Petros Markaris ha coniugato la tradizione del genere poliziesco con la descrizione del presente: immigrazione, ruolo della televisione e del calcio nel controllo sociale, speculazione economica e finanziaria. Fattasi drammatica la situazione greca ed europea, Markaris ha assunto uno sguardo pi tagliente, amaro e commosso sulla realt contemporanea, trasformando le inchieste di Charitos in contenitori di drammatiche notizie del giorno: manifestazioni di piazza contro la troika, suicidi per povert, estremisti di destra violenti, poliziotti divorziati che non riescono ad arrivare a fine mese, disoccupati che occupano alberghi chiusi e pensionati che vivono negli aeroporti. Il commissario ateniese, la cui unica lettura il vocabolario del Dimitrakos, deve sempre lavorare per trovare i responsabili degli omicidi, ma negli ultimi tre romanzi il contesto sociopolitico in cui svolge le sue inchieste prende il sopravvento. Prestiti scaduti, Lesattore e Resa dei conti, scritti tra il 2011 e il 2012, sono stati pensati come una trilogia della crisi che, se la crisi perdura, potrebbe avere ulteriori capitoli. Correndo il rischio di vedere nel romanzo poliziesco una profondit che forse solo chiacchiericcio sui limiti umani, si pu affermare che in Resa dei conti (la traduzione letterale del titolo Pane, istruzione, libert) Markaris riesce a stare sulla notizia e a collegare i fatti di cronaca alla storia del Novecento, risalendo fino alla Grecia antica. Se Lesattore a raccontare pi precisamente la frattura tra un passato grandioso ormai consegnato allarcheologia (in forma di rovine) e un presente impoverito da stimati professionisti che evadono le tasse, Resa dei conti concentra il conflitto tra ventesimo e ventunesimo secolo, ovvero tra i ventenni del 1973 e i ventenni di oggi. Markaris talmente aderente alloggi che finisce per prevenirlo: il romanzo si apre con gli assurdi festeggiamenti ad Atene, il 1 gennaio 2014, per il distacco dalleuro e il ritorno alla dracma (alla peseta, alla lira), che trascinano leconomia greca in una situazione ancora pi difficile. In questa nuova configurazione narrativa il commissario Charitos sembra ridursi allessenziale, mentre la moglie Adriana e soprattutto la figlia Caterina, che ormai cresciuta ed diventata un avvocato che difende gli immigrati, assumono un ruolo da protagoniste, insieme a Lambros Zisis, il militante comunista con cui il moderatissimo Charitos ha da quarantanni una relazione fatta di sensi di colpa, di stima e di segreta amicizia e che adesso condivide con chi ne ha bisogno (Charitos in testa) le sue tecniche di sopravvivenza in un mondo senza pi risorse. Anche il suo vice Vlaspoulos, nel capitolo 17, gli ruba la scena. Per non parlare dei colpevoli: come gi lesattore pi un punitore dei ricchi greci evasori che un banale serial killer , anche lautore degli omicidi in Resa dei conti mosso da unurgenza di giustizia che conquista la simpatia del lettore. Fermo restando che si tratta di letteratura di genere, Markaris segue sia la lezione di Tucidide, andando alla ricerca delle cause remote dei fatti, sia la struttura della tragedia classica, perch dice che le colpe dei padri ricadono sui figli e il colpevole del delitto un capro espiatorio delle

colpe di unintera comunit. Nel 1997 i greci vincono la gara per lo svolgimento delle Olimpiadi del 2004. Gli appalti per i lavori di preparazione dei giochi sono stati occasione di uno sperpero di denaro pubblico e di un indebitamento estero straordinari: la situazione greca attuale ne la prova. Charitos si gi trovato a risolvere casi legati alle sciagurate Olimpiadi in Si suicidato il Che e nel racconto Inglesi, francesi, portoghesi contenuto nella raccolta I labirinti di Atene (linchiesta quarta bis, possiamo dire). In Resa dei conti il tema si lega a una causa pi remota: il cambio di comportamento dei giovani universitari che nel 1973 al grido di pane, istruzione, libert occuparono il Politecnico di Atene e si opposero coraggiosamente alla dittatura dei colonnelli. Lanno seguente vinsero e i pi scaltri cominciarono a occupare poltrone, ad avviare societ edilizie, a intraprendere carriere universitarie. Atene 2004 fu per loro unoccasione di arricchimento e dieci anni dopo arriva la nemesi per tre potenti di quella generazione che ha rubato il futuro ai suoi figli. In appendice si potrebbe leggere lultimo libro di Pietro Mennea I costi delle Olimpiadi, che metteva in guardia lItalia da una grandeur fuori luogo (cafona, dice Markaris). Monti deve averlo letto.

Gli studenti che si opposero ai Colonnelli si sono arricchiti con gli appalti delle Olimpiadi: Petros Markaris, Resa dei conti
Terra, a una vita non facile nel loro stesso antifascismo per le collusioni tra i gruppi stalinisti del Cairo e lIntelligence Service. Figlio di una sarta torinese e un ufficiale che aveva partecipato alla marcia su Roma e gli buttava i libri dalla finestra (Un ufficiale scaduto a impiegato lo definiva, parlandomene), Terra era nato a Torino e lantifascismo lo aveva respirato in quella citt. Operaio per diversi anni, malato di letteratura per linfluenza della madre e autodidatta grazie alle biblioteche circolanti, inviato speciale in Medio Oriente per importanti giornali, nel dopoguerra, aveva attirato su di s gli strali della censura a ventitr anni, nella persona di Ardengo Soffici. Lautorevole personaggio lo accusava di decadentismo per le poesie di Per un quadro di Rousseau il doganiere (1940), dove gi si ritrova la chiave stilistica delle raccolte che seguiranno un tono discorsivo, sommesso, tra il diario di viaggio e la confessione. Evolver, ne Lavventuriero timido (Guanda, 1969), nella capacit di trasmettere al lettore la solitudine dellinviato speciale alla fine della sua giornata di lavoro: un ammassarsi di ricordi, stanchezze, rimorsi, nostalgie, che nessun whiskey Stefano Terra pasteggiava a whiskey riesce a cancellare. Elementi autobiografici costellano anche i romanzi, le vicende sentimentali del protagonista intessute con avventure politiche e cospiratorie i cui misteri in nessuna delle sue narrazioni Terra tenta di risolvere e giustamente. Una missione in Tracia, forse per lIntelligence Service e nel comune interesse di Giustizia e Libert, magari, rivelatasi unimboscata; un attentato alla Conferenza per la pace a Parigi, progettato per vendicare Trockij; linutile ricerca di un ufficiale italiano che dopo la guerra ha preferito non tornare a casa scomparendo nei Balcani; linefficienza degli inglesi a concedere gli aiuti promessi ai soldati italiani che, a Rodi, avevano rifiutato lobbedienza a Sal La fortezza del Kalimegdan, 56; Calda come la colomba , 71; Il principe di Capodistria, 76; Le porte di ferro (il titolo doveva essere Per vendicare Trockij), 79; Albergo Minerva, 82; Un viaggio, una vita, 84 Come nella versione cinematografica de La Fortezza del Kalimegdan, con lo scrittore nel ruolo principale, il protagonista di queste narrazioni, i cui temi costanti sono la ricerca e lattesa, sar sempre lui stesso, Terra, pur sotto diverse maschere, diversi nomi sicch sue le disillusioni, le angosce. Gi il nome sotto il quale scriveva era una maschera, pseudonimo di Giulio Tavernari: nato nel 1917, lanno di Caporetto ricordava lui stesso, morto a Roma il 5 ottobre 1986, le ceneri sepolte nel giardino della sua casa nellAttica, in Grecia. Aveva scritto, Come ti ho amata / Attica / nelle mie lunghe malinconie / Vorrei essere sepolto / a Olympos / Lungo questa via sacra / per Sunion / Dove bolle il mosto nei paesi / E gi tiepido / coagula il nuovo vino / come il nostro sangue e la nostra vita / Stefano Terra. Nellimmediato dopoguerra era stato redattore del Politecnico, battendosi contro la sua trasformazione da settimanale in mensile voluta dal Partito. Era incapace di serbare rancori, anche se la seconda edizione de La generazione che non perdona, era proprio quel titolo che portava, Rancore. E tuttavia non scordava nulla. Mi confid una volta (a. D. 1975? 1980?): Quindici anni fa, a Parigi, incontrai uno scrittore italiano e gli raccontai la trama di un romanzo che volevo scrivere una pattuglia italiana che dopo l8 settembre cercava di raggiungere la costa dal cuore dei Balcani e combatteva contro tutti. Poco tempo dopo il romanzo usc per la penna di quello scrittore: che non era mai stato nei Balcani n aveva fatto la guerra.

MASSIMO NOVELLI VITA DELLINTELLETTUALE TORINESE

Giustizia e Libert al Cairo: avventure, maschere e romanzi di Stefano Terra, antifascista


di PIERO SANAVIO

Quando Stefano Terra arriv al Cairo, mi raccontava Lawrence Durrell, che durante la seconda guerra mondiale lavorava per i servizi segreti del suo paese, il primo ufficio al quale lo portarono fu il mio. Intendeva svolgere attivit antifascista ma precis che non voleva essere irreggimentato dagli inglesi ma collaborare con i gruppi antifascisti italiani che gi operavano in Egitto. Il racconto di Durrell trova riscontro, fosse necessario, nelle sei lettere conservate negli archivi militari del Liddell Hart Centre al Kings College di Londra, e tra laprile e lottobre 1943 Terra scrisse al tenente colonnello Julian Antony Dolby, agente britannico in Egitto e nei Balcani. Nellarchivio egli identificato come scrittore antifascista italiano, membro del raggruppamento antifascista Giustizia e Libert, le lettere descritte come relative alle attivit di Giustizia e Libert e il suo ruolo nella creazione e gestione della stazione radio antifascista Matteotti, con sede al Cairo, Egitto, mirata alle truppe italiane, e ai rapporti tra radio Matteotti e il Political Warfare Executive. A nome di Giustizia e Libert, che per unificare le forze aveva firmato un accordo con il comitato Libera Italia di Alessandria dEgitto, Terra chiedeva agli inglesi pi spazio e maggiore regolarit nellaccesso alle onde, rivendicando limportanza e la qualit delle attivit di propaganda finora compiute. Il gruppo cairota di Giustizia e Libert era stato formato da Paolo Vittorelli che nel marzo 41 aveva fondato, oltre a unagenzia giornalistica di quel nome e in lingua francese, anche questa al Cairo, il quotidiano Corriere dItalia che contava tra

i suoi collaboratori Umberto Calosso e Enzo Sereni. Pi tardi, Calosso finir a Radio Londra diventando, col mitico colonnello Stevens una delle voci pi attive nella propaganda antifascista; Sereni, che in Palestina aveva tentato di formare sindacati misti ebrei e arabi, si far paracadutare in Italia e, tradito, morir a Dachau. Ufficiale dellesercito italiano nella campagna di Grecia, ferito e internato dai greci in un campo di concentramento, da qui evaso e ricatturato dagli inglesi che lo avrebbero trasferito in Egitto, Terra era il factotum di radio Matteotti ma non mancava di dare una mano anche alla fabbricazione del giornale, al quale attivamente collaborava. Al Cairo, per le edizioni di Giustizia e Libert, pubblicava intanto la sua prima opera di narrativa, i racconti di Morte di Italiani, 1942, cui seguiranno, sempre per le edizioni GL e al Cairo, il romanzo La generazione che non perdona, 42 e i testi teatrali Il distaccamento scatenato, 43, e Il nostro grande inverno, 45. Nel 44, per Masses, ancora al Cairo, era uscito il saggio France-Italie. Il breve passaggio di Terra a Tel-Aviv durante la pericolosa avanzata di Rommel verso Alessandria, il susseguente ritorno in Egitto e i rapporti con i surrealisti e i trotzkisti egiziani della quarta internazionale (lamico fraterno Georges Henein, tra questi), nonch le sue attivit cospiratorie antifasciste gi a Torino, da ragazzo, sono ricordate con partecipazione nella commossa biografia di Massimo Novelli, La Grande Armata dei dispersi e visionari Vita dello scrittore Stefano Terra (Carta Bianca, Roma, pp. 300, 12,00). anche resa giustizia, dopo lunga dimenticanza, alle attivit antifasciste degli italiani dEgitto, costretti, nellopinione di

Ufficiale dellesercito nella campagna di Grecia, evase dal campo di concentramento: fu ricatturato dagli inglesi, che lo trasferirono in Egitto...

ALIAS DOMENICA 13 OTTOBRE 2013

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TORNA LA LETTERATURA NAZISTA IN AMERICA DELLO SCRITTORE CILENO

BOLAO
di TOMMASO PINCIO

Dopo una breve latitanza riapparso in libreria, ritradotto da Maria Nicola, La letteratura nazista in America (Adelphi, pp. 250, 19,50). Trattasi di opera mimetica, di finzione dissimulata, di un finto manuale. Va per ricordato che, di fatto, qualunque narrazione complessa questo : una funzione dissimulata. Si prenda, quale esempio, il narratore onnisciente, tipico di romanzi ben pi convenzionali. Nessuno ci fa pi caso, tanto ci siamo abituati. Ci appare come una manifestazione dovuta e attesa, non molto diversa dallo spegnimento delle luci in sala prima della proiezione del film. Eppure cosa c di pi assurdo di una voce che, come i pazzi, parli indefessamente in terza persona di cose che paiono non riguardarla? Quella voce, la voce del narratore onnisciente, non forse una dissimulazione perfetta? La letteratura nazista in America e tutta la letteratura che possa dirsi borgesiana adottano un procedimento inverso. Non si spengono le luci affinch il film inizi, si proietta il film per fare il buio in sala. A tutta prima la sostanza parrebbe la stessa e magari davvero cos. In fin di conti, allinterno dellopera nulla cambiato: uno schermo luminescente in una sala buia. Allesterno si verifica per un mutamento, perch ora lo spettatore ha un dubbio, non pi cos certo circa il cosa guardare, se lo schermo o il buio che lo circonda. Interi saggi potrebbero scriversi sullimportanza del buio in Bolao, sul peso che ha la notte in molti suoi racconti, sulla sua abitudine di passeggiare di notte, sul Notturno cileno, sui tanti possibili sensi, pi o meno figurati, dellaggettivo notturno. Limitatamente al libro in questione, il buio un buco nero, unassenza. LAmerica latina stata terra di dittature e massacri, ha conosciuto nefandezze di ogni tipo e ha spesso offerto riparo e nuova vita a nazisti in fuga dallEuropa. Tutta questa tenebra non ha per prodotto una sua letteratura, e che non si ci sia letteratura dietro i nostri mostri, scriveva a un amico Bolao nel 1993, li impoverisce, fa s e questo grave che esistano solamente nei nostri incubi. Per porre rimedio al vuoto, Bolao concepisce una sorta di piccola enciclopedia, un manuale dedicato a questa letteratura inesistente, un libro di testo nel quale siano raccontate in modo sintetico e sistematico la vita e lopera di eteronimi filonazisti. Perch il gioco regga per necessario che lautore si adegui al tono distaccato e conciso dellenciclopedista, un tono affatto diverso da quello che pu tenere il narratore onnisciente in un romanzo. Le prime pagine paiono, sotto questo aspetto, impeccabili. Si leggono frasi meravigliosamente neutre: A quindici anni diede alle stampe il suo primo libro di poesie... Nel 1917 conosce lal-

Una sorta di piccola enciclopedia, un libro di testo in cui Roberto Bolao racconta in modo sintetico e sistematico le vita e le opere di eteronimi filonazisti
levatore e industriale Sebastin Mendiluce... Nel 1931 di nuovo a Buenos Aires e comincia a dare corpo ai suoi progetti... Gli ultimi anni Eldemira li trascorse alla tenuta di Azul... Lautore ondeggia un po troppo tra il passato remoto e il presente storico, vero, ma il vezzo veniale e pu servire a movimentare la pagina. Come pure si possono perdonargli altre piccole sbavature alle quali sembra incline, il fregarsene delle ripetizioni, un uso insistito della virgola quando sarebbe preferibile il punto. I veri problemi emergono tuttavia con la terza biografia, dedicata a Luz Mendiluce Thompson, poetessa obesa e alcolizzata. qui che la voce enciclopedica comincia a farsi prendere la mano: Dopo due giorni (che trascorre come una sonnambula) Luz scopre di essersi innamorata. Si sente come una bambina. Si procura il numero di Claudia a Rosario e la chiama. Quasi non ha bevuto, quasi non riesce a trattenere lemozione. Nelle pagine successive la voce pare tornare a contenersi, ma quando giunge a raccontare le sventure matrimoniali di Irma Carrasco, poetessa messicana dalle tendenze mistiche e dallespressione straziata, la voce enciclopedica (e non siamo nemmeno a met dellopera) conosce un nuovo e pi intenso cedimento. Al momento di raccontare la definitiva rottura di costei con luomo che lha costantemente percossa e tradita, la voce sconfina nel melodramma: Irma storce la bocca in una smorfia... e scaglia a terra il bicchiere... il liquido giallo si spande sulle mattonelle bianche... Picchiami, dice Irma. Su, picchiami, e sporge il busto verso lex marito. Il libro prosegue a questa maniera, con la voce enciclopedica sempre sul punto di tradirsi, finch in chiusura, nellultima biografia, quella di un poeta aviatore amante del crepuscolo e destinato a diventare il protagonista di un successivo romanzo intitolato Stella distante, la voce sbotta, infrange la neutralit che le competerebbe e confessa in prima persona

Un ritratto dello scrittore cileno Roberto Bolao (1953-2003); nella pagina di sinistra, autobus usati come barricate dagli studenti durante gli scontri ad Atene del 22 novembre 1973, foto Nicholas Tsikourias

Una invenzione tessuta di ricordi


di tradurre e divulgare Le assetate, romanzo fantapolitico su una dittatura femminista ambientata in un immaginario Belgio post-sessantottino. Qui Gould figurava nella delegazione di intellettuali francesi destinati a visitare il regime femminista. Il romanzo ha suscitato prevedibili polemiche ma era solo in parte riuscito. senza dubbio nella forma breve che Quiriny d il meglio di s, come conferma La biblioteca di Gould (Lorma editore, traduzione di Lorenza di Lella e Giuseppe Girimonti Greco, pp. 180, 16,50), libro gustosissimo, raffinato, pieno di estro e passione per il paradosso e la letteratura al quadrato. Manipolati ad arte, i libri (soprattutto quelli che non sono mai stati scritti) possono diventare metafore assai duttili per parlare del mondo sfuggendo allassillo del realismo e confessando lorigine cartacea della propria intelligenza: Borges, Calvino, Bolao, sono i nomi citati nella quarta di copertina ma si potrebbero aggiungere almeno quelli di Perec, di Roussel, di Aym e Poe. Gould qui un amico del narratore, bibliomane (o meglio, come dice lui stesso, bibliolatra) possessore di una vasta biblioteca tra i cui scaffali sono racchiuse scelte curiose e bizzarre. Come ci spiega uno dei Racconti carnivori Pierre ha sempre avuto uninclinazione particolare per gli autori di secondo rango, i discreti, gli eccentrici, i piccoli maestri, i dimenticati, i discepoli di un altro, gli eredi di una scuola passata di moda, i provinciali, gli esiliati, i dilettanti illuminati, quelli che si sono arenati da tempo e quelli che si sono proprio persi, gli inattuali, gli strambi, i modesti e tutti quelli che si trovano solo spostando i monumenti letterari che li nascondono nelle biblioteche. Eccoci dunque finalmente di fronte ai preziosi cimeli: dalla collezione di Gould si generano molte delle storie qui

unidiosincrasia di ordine linguistico: la parola moroso mi fa venire la pelle doca. Di l a poco diventa evidente che la voce che non sa o non vuole darsi un contegno appartiene proprio a Bolao o comunque a qualcuno che porta il nome di Bolao, il quale riferisce perlopi per sentito dire fatti dubbi, tutti da verificare. Anche lopera del poeta aviatore si fa sempre pi nebulosa col procedere della narrazione, apparendo legata a pi di una rivista dallesistenza effimera, dove pubblica progetti di happening che non realizzer mai. Le tracce del poeta, delluomo cio, si perdono invece nei vicoli raminghi tipici dei falliti, di chi campa di espedienti. Luomo diventa una figura assente, un buco nero, come di fatto sempre stato. Viene dimenticato pur avendo lasciato dietro di s una scia di sangue nei giorni bui del golpe cileno. Nondimeno in certi ambienti, ovviamente non meglio precisati, il suo meteorico passaggio per la poesia diventa oggetto di culto. Finch rientra in scena Bolao. I dettagli possono essere omessi, conta che con la seconda intrusione dellautore il manuale cessa di essere un racconto dissimulato per diventare un racconto con tutti i crismi, una storia inventata o, volendo dirla con parole che Javier Cercas mise in suo romanzo in bocca a Bolao, uninvenzione intessuta di ricordi. Si intravede allora unaltra possibilit: forse il manuale non mai stato un manuale o, seppure inizialmente lo stato, diventato altro. Similmente, la letteratura di cui si parla forse non mai stata nazista o, seppure inizialmente cos stata immaginata, poi diventata racconto della letteratura in generale, della natura patetica, disperata, meschina, canagliesca direbbe Bolao, di chi la popola. Chi ha letto abbastanza di Bolao avr provato la sensazione, al tempo stesso soavissima e terribile, di ritrovarsi in un mondo dove tutti sono o poeti o gente che frequenta poeti, il che fa dunque di questo mondo uno strano luogo dove tutti sono o canaglie o gente che potrebbe diventarlo. Lunica possibilit umana di esistere che pare davvero alternativa al poeta lessere poliziotto o qualcosa che si gli avvicina. Che genere di assurdit mai questa? Un poeta, un vero poeta, pu sopportare qualunque cosa, diceva Bolao e lo pensava davvero. Nel suo mondo appaiano per spesso poeti che a stento potremmo definire veri, poeti minori, poeti il cui unico talento sembra appunto quello di sapere tirare avanti nella miseria e nellinfamia, di sopportare tutto, a cominciare dal buio in cui vivono. Chiedersi se siano davvero poeti o una dissimulazione dellumano esistere per come chiedersi se le cose accadano per caso e per una causa, significa non cogliere il punto, significa non vedere dove si proietta il film. Perch l che viviamo, l che ricorderemo chi ha vissuto, l saremo che tutti dimenticati. Nel buio. amministrazione della lettura, spiccano libri che continuano a scriversi da soli, uno scaffale di testi rinnegati (a volte disperatamente) dai loro autori, volumi che uccidono o salvano la vita e infine, a chiudere il cerchio, libri noiosi o che parlano di noia, prosecuzione ideale di quella Storia dellantenato. Alloccorrenza, la casa di Gould pu trasformarsi in un novello locus solus, e custodire invenzioni mirabolanti come la macchina da scrivere che pu scrivere un unico libro o quadri capaci di reagire misteriosamente a stimoli particolari. A cavallo tra la satira sociale, il fantastico nelle sue diverse declinazioni e la metaletteratura come chiave alchemica del mondo, Quiriny ci mostra una sorprendente capacit dinvenzione e si conferma tra i pi brillanti scrittori in lingua francese dellultima generazione, certamente il pi svelto nellimbastire brevi e fulminanti ipotesi di mondi (im)possibili.

BELGIO

di CARLO MAZZA GALANTI

Bernard Quiriny e il bibliotecario dei libri che continuano a scriversi da soli

A dare ascolto a Enrique Vila Matas, un tale Pierre Gould avrebbe redatto nel 1788 la Storia generale della noia, seguito da un Catalogo degli assenti, dove lautore si cimenta nellimpresa insieme significativa e demenziale di raccogliere i nomi di tutti i morti della storia umana. Questo Pierre Gould sarebbe lantenato dellomonimo personaggio feticcio di Bernard Quiriny, belga trentacinquenne che lautore di Bathelby e compagnia dichiara essere tra i suoi scrittori preferiti. Di Quiriny sono stati tradotti in italiano tre libri. Il primo, dal piccolo editore Omero, sintitola Racconti carnivori, Pierre Gould vi appare in diverse delle notevoli novelle qui comprese e dalla prefazione del libro, firmata appunto Vila Matas, sono stati tratte le piccole soperchierie letterarie (per dirla con Charles Nodier) di cui sopra. Transeuropa si poi preoccupata

comprese, accanto ad altre pi o meno riferibili a esperienze, finzioni, mistificazioni uscite direttamente dalla bocca delleclettico personaggio. Cronache bislacche da un presente immaginario descrivono scenari solo in parte assurdi, dove il problema dellinvecchiamento stato (parzialmente) risolto, dove la copula provoca una scambio di corpi (uno scambismo metafisico) o dove le distanze geografiche, improvvisamente, aumentano, come una nemesi della globalizzazione. Nuove citt invisibili fioriscono sulle labbra del bibliotecario, con la freschezza delle originali: Kumorsk, in Russia, il cui sviluppo urbanistico allude alla proliferazione incontrollabile del rimosso; Morno, in Cile, citt speculare dove tutto accade due volte, o port Lafar, in Egitto, che un ex tassista in pensione ha trasformato in citt matrioska. Tra volumi uniti da esigenze che apparentemente nulla hanno a che vedere con lordinaria

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ALIAS DOMENICA 13 OTTOBRE 2013

UNO SPACCATO DELLITALIA INDUSTRIALE ANNI SESSANTA NELLA COMMEDIA DI OTTIERO OTTIERI

OTTIERI
LAZZARATO DALLA PRIMA
di STEFANO GALLERANI

Un ritaglio dannata: Ottiero Ottieri con Mario Maranzana, il regista Virginio Puecher e lattrice Anna Nogara al teatro Gerolamo di Milano per la rappresentazione de I venditori di Milano

RIEDIZIONI I VENDITORI DI MILANO DELLO SCRITTORE OLIVETTIANO

Lorco: da Perrault alle versioni moderne. Incarnazioni e fascino di un grande Oscuro


Man mano che si lascia alle spalle anche questo mondo contadino e fedele al raccontare a veglia, e mentre la letteratura infantile si fa pi conciliante e abbandona le connotazioni orrorifiche e moraleggianti, lOrco diventa la parodia di se stesso, usata soprattutto per proporre una paura da ridere, che solletica i bambini pur facendoli sentire al sicuro. Dalla incantevole ironia dellOrco di Zeralda di Tomi Ungerer, domato da una giovane cuoca, allo Shreck di William Steig rivisitato dalla Dreamwork di Steven Spielberg, che sembra reclamare il suo diritto a esistere in quanto brutto, sporco e solo in apparenza cattivo, le storie per linfanzia hanno progressivamente normalizzato il personaggio (ma non sempre, non dovunque), ignorando una volta per tutte le opinioni disturbanti e provocatorie di Guy Hocquenghem e Ren Schrer che, nel loro Co-ire, Album systmatique de lenfance del 1976, parlano della fascinazione infantile per il rapitore che consente loro di spezzare il cerchio soffocante e a volte crudele della famiglia, e di assaggiare lavventura. E poco conta che alla ridanciana dolcezza di Shrek faccia da contraltare lesercito ottuso e orrendo degli Orchetti di Talkien, altrettanto globali del verde orco di Steig: imparentati, anche nel nome (che deriva dallorc nordico invece che dallogre francese) con i mostruosi troll della mitologia scandinava, sono anchessi poco pi che lucrosi prodotti di un marketing planetario . Proteiforme e ostinato, lOrco si manifesta ormai nei suoi aspetti pi oscuri solo attraverso immagini come quelle del serial killer, del pedofilo, del rapitore e sequestratore di fanciulle (Natascha. Otto anni con lOrco, si intitola non a caso un libro del 2007 sulle vicende di Natascha Kampusch), figure sulle quali la cronaca costruisce da anni una fabulazione che ha incluso il macellaio Hartmann o il cannibale Deaver per arrivare ad Ariel Castro e al suo harem forzato, e che il cinema, il fumetto, la letteratura di genere hanno usato in infiniti modi, trasformandole in luogo comune. Dunque questa ex divinit, questo nobile decaduto, per usare le parole di Braccini, sarebbe oggi condannato a essere prima di tutto stereotipo? Forse, o forse no, perch oscuro, ingannevole e mutevole come gli spiriti infernali, continua a opporre resistenza, refrattario com alla cristallizzazione tassonomica, e pu riservarci ancora delle sorprese, consentendoci di leggere e decifrare le incarnazioni presenti, anche le pi degradate, alla luce della sua antica natura ctonia.

Il 21 marzo del 1960 lo stesso anno del Marziano a Roma di Flaiano e de La Maria Brasca di Testori debutta a Milano la prima commedia di Ottiero Ottieri. La regia affidata a Vittorio Puecher; tra gli interpreti, Mario Marini e Silvia Monelli. Un mese dopo, il testo esce nella collana di teatro einaudiana: dopo aver affidato a Bompiani Donnarumma allassalto (1959), per Ottieri si tratta quasi di un segno di distensione con i vertici dello Struzzo. In una lettera dellaprile del 59, avendo letto le bozze della commedia (col titolo provvisorio di Amore e affari), Italo Calvino chiede consiglio a Elio Vittorini: Il caso Ottieri per me disagevole perch lui mi incolpa di non aver letto con la dovuta sollecitudine il suo diario dazienda; e Einaudi mi incolpa di avercelo fatto perdere. Com la situazione di questa commedia col teatro propriamente detto? Sai se voglia farla rappresentare? Le compagnie sono sempre a caccia di novit italiane e la rappresenterebbero senzaltro. In questo caso una soluzione consigliabile sarebbe di proporre Amore e affari a Paolo Grassi che protesta sempre perch non vogliamo pubblicare nella Collana di teatro gli autori italiani. Di fronte ai vari Squarzina, Zardi, ecc il nostro Ottieri un po meglio. Nelloccasione, il parere di Vittorini gi oppostosi alla pubblicazione di Tempi stretti (1957) deve essere stato favorevole, tanto che lopera, preceduta da uno scritto di Ettore Gaipa, viene dedicata da Ottieri proprio allautore di Conversazione in Sicilia (pure, il rapporto con leditore torinese ormai compromesso, e Ottieri non pubblicher per Einaudi che solo altri due libri, oltre venti anni dopo). Sorta di appendice a Donnarumma, la commedia oggi finalmente riproposta dalle Edizioni Clichy per le cure di Luca Scarlini (I venditori di Milano, pp. 249, 10,00) sambienta quasi integralmente tra quei corridoi aziendali che Ottieri aveva cominciato a frequentare da quando, nel 1953, era stato assunto come selezionatore del personale laureato da Adriano Olivetti, che credeva fermamente in un modello moderno di management intellettuale (lavoravano per lui, in quegli anni, anche Geno Pampaloni, Franco Fortini, Paolo Volponi e Giovanni Giudici). Protagoni-

Dinamica edipica e alienazione nel boom aziendale


sti, in un nutrito serraglio di personaggi secondari, sono Lucio Davoli e il fantomatico Amministratore Delegato dellazienda (significativamente, lAD); e se questultimo presenta alcuni tratti caratteristici di Olivetti, il primo condivide le esperienze dirette di Ottieri con la figura del Consulente, che appare pi di tutto nellultimo dei tre atti che scandiscono la vicenda, quello che si svolge nellappartamento che una modella pubblicitaria abita con altre tre ragazze. Il primo e il secondo atto sono invece ambientati, rispettivamente, negli uffici dellazienda per cui lavora Davoli e in casa sua, complice un malessere passeggero che lo costringe a letto, dove riceve diverse visite di colleghi e, soprattutto, della segretaria dellAD, con la quale Lucio intrattiene una relazione semi-clandestina.

LAD, il Consulente, la Segretaria, le dinamiche di potere... A rileggere oggi questo testo del 1960, pi che lanalisi spietata dei costumi colpisce la capacit mimetica di un autore cos isolato
ripetere la stessa degradazione. Se nel libro precedente, per, quellimpotenza del vivere i personaggi la scoprivano da soli, in una disperazione, pur priva di dolore, che la psicologia, pi che la coscienza, esibiva; qui la scoperta avviene attraverso relazioni che se esibiscono qualcosa appena un gioco di forza una volont di potenza. Il titolo Sotto proprio a questo allude. In quel gioco di forza che la vita, da qualsiasi punto di vista la si guardi perch nelle relazioni, per la Policastro, c sempre chi domina e chi subordinato al dominio , pur sempre uno stato inferiore (e deteriore) a esprimersi. Allora, a guardare pi a fondo, lassenza di piet pi che dei personaggi appartiene alla percezione di chi li racconta. Quello che la scrittura della Policastro ossessivamente inscena limmagine o meglio: limmaginazione di unaridit; uno sguardo che mentre inventa, nello stile, una psicologia umana, non pu fare a meno di congelarne ogni slancio vitale. Ora per ci anche pi chiaro che la degradazione dellumano non una visione del mondo ma una forma estetizzante di rappresentazione: come dire un teatro senza tragedia, quello espresso fin dallincipit del libro: Cammina fino al bordo del letto con le braccia penzoloni, marionetta senza burattinaio....

A una lettura odierna, quel che pi colpisce non tanto laspetto che allepoca della messa in scena sar sembrato predominante, ovvero lanalisi di costume di una parte della societ italiana in pieno boom economico, quanto, piuttosto, le implicazioni di tipo esistenziale che uno scrittore isolato, erratico (cos Andrea Zanzotto nel 1983) come Ottieri visse calato in prima persona in quello spaccato; implicazioni che portarono poi alla maturazione del libro che resta tuttora il suo pi rappresentativo e originale, ovvero Lirrealt quotidiana (1966), e che nei Venditori traspaiono non solo nelle parole del Consulente, intrise di psicologia come lo saranno quelle di Vittorio Lucioli (protagonista dellIrrealt), ma, pi ancora, nella dinamica edipica che si instaura tra Davoli e lAD; questi, infatti, indossa le vesti del padre-padrone di fronte cui le inquietudini e le ribellioni del figlio-dipendente Davoli si placano solo una volta che le sue autorit e autorevolezza vengono ridimensionate dal manifestarsi della vulnerabilit delluomo (un malore di cui lAD cade vittima in casa della modella); a completare il parallelo mitico, la figura della Segretaria, che i due si contendono non come oggetto damore (Davoli, in special modo, sembra incapace di un trasporto autentico nei suoi confronti), bens come simbolo di potere e perfetta realizzazione simbiotica con lambiente in cui vivono e lavorano. Tutto, infatti, nei Venditori, rimanda a una dimensione asfittica che rende conto di una condizione (non solo quella di Davoli, ma anche degli altri personaggi) che non lascia posto alle intrusioni esterne e in cui ogni cosa, ogni esperienza viene riportata, da chi la vive, alla misura e al modello aziendale, che il modello della pianificazione, della progettualit, del raggiungimento di scopi che vengono costantemente spostati in avanti per occupare integralmente lo spazio e il tempo di chi li persegue: spazio e tempo che sono, dunque, gli stessi dellalienazione industriale dietro la quale Ottiero Ottieri, qui come nei suoi libri successivi, intravvede agitarsi il fantasma ben pi violento e metastorico che lo avrebbe ossessionato fino alla morte: ripensavo a tutti i pensieri della mia vita e tutti si agganciavano luno dietro laltro come vagoni di un treno. Lirrealt era la locomotiva.

NARRATORI ITALIANI

Degradarsi, il teatro senza tragedia (e senza piet) di Gilda Policastro


di ANDREA CATERINI

Quello che colpisce nella scrittura di Gilda Policastro un movimento dello sguardo, una sensibilit, che concentra la percezione della realt su personaggi incapaci di gesti di piet. Luomo, per la Policastro, pure nella sua millenaria ostinazione a integrarsi a una civilt e a una democratizzazione del vivere da lui stesso creata, fatto di impulsi, di istinti. Impulsi che, per quieto vivere (o per ipocrisia o un senso di colpa inderogabile), si sente costretto a reprimere. E gli istinti riguardano

sempre la sfera sessuale, pi che quella del desiderio. Leggendo Il farmaco (2010), il libro col quale Gilda Policastro esordisce nella narrativa, ci era sembrato di capire che quegli istinti rappresentassero una degradazione, ovvero un arretramento, che i personaggi compievano come uninazione o unazione impedita: li si poteva vedere morbosamente affaticati a mettere in evidenza, in primo luogo a se stessi, la loro parte peggiore, che consisteva in un desiderio mai del tutto appagato, come una sessualit che mentre d sfogo a un puro compiacimento della carne, si scopre impotente a una qualsivoglia capacit di liberazione, cio di far coincidere latto del corpo a unesperienza di vita che abbia un significato, e una possibilit di riscatto. Pur cambiando lo spazio scenico ne Il farmaco un ospedale, ora luniversit con tutti i personaggi che la abitano: il professore (Ludwig, che non ha nulla da insegnare e che perpetua una legge comportamentale pi che una burocrazia) e i dottorandi (Rosy, Alba che soffre di anoressia e Camilla madre di Daria e compagna di un uomo, Marco, che lha abbandonata , che ambisco a una carriera accademica) ci si accorge che nel nuovo romanzo, Sotto (Fandango, pp. 278, 19,00), la Policastro abbia voluto

ANNI SESSANTA

di GABRIELE FICHERA

La ragione ridotta a feticcio e la diffrazione fra stile e trama: Scacco alla regina di Renato Ghiotto

Sfoglio le pagine minuziosamente evasive della Garzantina, ma non trovo il suo nome. E altrettanto inutile si rivela avventurarsi nelle storie letterarie del Novecento. Sembra che Renato Ghiotto, dopo la sua morte, occorsa nel 1986, abbia dovuto soggiacere a un inappellabile destino di sparizione storiografica. Eppure la biografia di questo scrittore non appare banale. Nato in provincia di Vicenza nel 1923, militante antifascista negli anni difficili della Resistenza, emigr intorno alla fine dei Quaranta in Argentina, dove rimase fino al 53, avendo modo di stringere amicizia nientemeno che con Jorge Luis Borges. Ghiotto ha scritto diversi romanzi, di cui almeno uno coronato dal successo. Con Scacco alla regina infatti, da cui Pasquale Festa Campanile avrebbe tratto una riduzione filmica, lautore vinse nel 67 il Premio Strega. Dopo qualche anno sarebbe stato, per un breve ma intenso periodo, direttore del glorioso settimanale il Mondo. Il ritorno in libreria di Scacco alla regina (Elliot, pp. 317, 18,50) di certo un modo per attirare di nuovo lattenzione

ALIAS DOMENICA 13 OTTOBRE 2013

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LE LETTERE DEL GRAN LOMBARDO A PIETRO CITATI; E QUELLE DEL POETA DI ALESSANDRIA DEGITTO A LEONE PICCIONI

CARTEGGI
di RAFFAELE MANICA

Anna Magnani con Giuseppe Ungaretti alla Mostra del Cinema di Venezia, 1962, foto Evaristo Fusar, RCS; nel disegno, Carlo Emilio Gadda ritratto da Francesco Messina, 1939; in basso, Allen Jones, Chair, 1969, Tbingen, Kunsthalle

Per pi motivi non sar mai allestito, si crede, uno di quei bei tomoni eleganti, da monumentale collezione di classici letterari esempio un volume ricciardiano , recante sul dorso Epistolografi del secondo Novecento. Nelle lettere della seconda met del secolo andato troppo intervenuto a sommuovere un paesaggio gi fermo per secoli. Da un lato motivi di abbondanza, in pi senza regolamento o adeguata normativa; dallaltro la predominanza, fino allesclusivit, del dato intimo e autobiografico messo accanto ad aneddoti minuti e a comunicazioni di servizio che non fanno storia. In pi, si sa, il genere epistolare, lo si chiami cos anche in assenza di un codice specifico, non da ora molto languente labbondanza che si detta, dal dopoguerra a circa gli anni settanta, fu proprio precedente la carestia: unesplosione con tutta lenergia a disposizione. La decadenza da almeno un quarto abbondantissimo di secolo, non c bisogno neanche che si dica dovuta alla capillarizzazione telefonica prima e poi alla posta per via elettronica: del genere in estinzione per eccellenza (non sono infatti in estinzione, nonostante i reiterati al lupo al lupo, n il romanzo n la poesia), della sua estinzione dunque, arriva attestato perfino in sede storiografica (per gli amanti o semplicemente praticanti della questione, assomiglia, per problematica, al vaporizzarsi delle varianti dautore). Addio, nel Novecento epistolare tutto comunicazioni e sfoghi, ai celebrati e rinomati modelli antichi, nella nostra letteratura da Petrarca fino a Leopardi, a Manzoni; con alcune appendici sfioranti gli anni settanta, per, non di rado di cospicuo rilievo, come quelle presentate ora in contemporanea per una singolare congiuntura editoriale, e riguardanti due insigni di peso massimo: Carlo Emilio Gadda (Un gomitolo di concause Lettere a Pietro Citati (1957-1969), a cura di Giorgio Pinotti, con un saggio di Pietro Citati, Adelphi Piccola Biblioteca, pp. 239, 14,00) e Giuseppe Ungaretti (Lallegria il mio elemento Trecento lettere a Leone Piccioni, a cura di Silvia Zoppi Garampi, con una testimonianza di Leone Piccioni, Oscar Mondadori, pp. XL-368, 12,00). Entrambi i volumi con nel titolo escogitato editorialmente a richiamare i capitoli grandi degli scrittori una parole-chiave (il gomitolo e le concause che incontriamo come categorie poliziesco-filosofiche di Ingravallo allingresso del Pasticciaccio; lallegria eletta da Ungaretti non solo a titolo della sua raccolta ma a sigla, come basso continuo della vita di un uomo e in contrappunto a insanabile dolore); entrambi con i destinatari diventati, dei rispettivi corrispondenti, tra i maggiori interpreti. Due pesi massimi e dunque due modelli di letteratura: Ungaretti, losseo dal respiro animale, lesuberante attaccato alla vita, tendente infine al barocco; Gadda, il carnale che lotta contro la propria stessa carne, in un teatro sempre barocco e cerimonioso, con la vita sul filo dei nervi, ritraentesi dal mondo. Di Gadda ritorna anche nelle lettere a su questo misterioso carneade delle nostre patrie lettere. Raro e forse unico esempio in Italia di romanzo ironico e mentale: cos Cesare Garboli ha definito questo sconcertante Scacco, tutto giocato sulla rappresentazione di una psicologia femminile, invasa e travolta dallirruzione continuata e recidiva dellirrealt. La bella e ricca Silvia, protagonista del romanzo e insieme detentrice del punto di vista narrativo, conosce lattrice Margaret: una donna di origine sociale modesta, ma che lindustria cinematografica, talora generosa dispensiera di ori e allori, ha trasformato in una petroniana arricchita, dispoticamente soddisfatta dei propri privilegi. Il romanzo inscena la macchinazione geometricamente dissennata che Silvia mette in atto nel tentativo di sedurre Margaret e di attrarne irrimediabilmente il desiderio. Lo schema seguito ancora quello mediato del triangolo. E il necessario tertium che Silvia pone fra s e la vittima la propria immagine allo specchio. esattamente di questa immagine che Margaret dovr innamorarsi. Nel vertice pi alto, e dunque inattingibile, della figura

Citati la difficolt e quasi limpossibilit a muoversi, quasi fosse insostenibile il peso e non rinvenibile lenergia per trascinare il corpo lontano dalla citt e anzi dal quartiere di residenza, che un tratto biografico fondamentale, tanto da essere dominante nella nota di copertina alla prima edizione del Pasticciaccio; e ritorna soprattutto laspra rivalit tra gli editori che alimenta anche stavolta come in altre lettere ad amici e parenti un fosco epos, folto di av-

voltoi che si gettano su una carogna, tigri che si contendono un capriolo, menadi che sbranano il piccolo Bacco, lupi che si accapigliano su un cadavere (Pinotti). Cos quando nel 1956 diventa consulente di Livio Garzanti, mentre Gadda consegna a puntate dalle cadenze estenuanti il Pasticciaccio, Citati si trova ben presto alle prese con una situazione irta di spini, ricorda ancora Pinotti. Ma ben presto il dottor Citati Pietro, nelle parole di Gadda, soler-

Messi a nudo dalle confidenze ai rispettivi interlocutori (che diverranno loro interpreti), i due pesi massimi si offrono a noi sul ring del quotidiano

Gadda, Ungaretti: sfoghi e riepiloghi


convinta che solo in virt di tale riduzione di s a oggetto privo di vita sia possibile ingabbiare il desiderio, mentale piuttosto che fisico, di Margaret. Rifiuto della realt, terrore per gli spazi aperti e brulicanti di umana complessit, paura della morte, horror vacui. Silvia racchiude in s e porta allestremo una serie di processi mentali, e storici, tipicamente occidentali, riassumibili nella riduzione a feticcio di ragione e fantasia, adoperati come fittizio baluardo contro la molteplicit irriducibile del divenire reale. Silvia appare davvero tragica gemella di alcune memorabili figure letterarie novecentesche rinchiuse nei confini sclerotici di un io rattrappito e dolente. Fino ad assumere, come il canettiano professor Kien nello straordinario Auto da f, il profilo vuoto di una testa senza mondo, che ha perso il contatto con la materialit biologica del proprio corpo. La protagonista trover per in Margaret un esempio, involontario e ottuso, di renitenza a ogni delirante spiritualizzazione del rapporto amoroso, insieme a un attaccamento quasi animale alle radici vitali dellesistenza. Questa dicotomia tra il labirintico ragionare di Silvia e la felice linearit di Margaret si ripercuote nella prosa di Ghiotto. Si tratta di uno degli elementi pi originali e potenti del romanzo. Esso vive infatti nella diffrazione che si produce fra una trama baroccamente proliferante, e quasi sperduta in un groviglio algido di cunicoli psichici giocoforza ciechi, e la calda qualit di uno stile essenziale, che tocca il sostrato emotivo del lettore per via di sobriet, senza sconquassi di roboanti e sperimentali fanfare. Credo che con questo libro Ghiotto abbia finito per compiere, forse senza volerlo, un gesto sommessamente abnorme. Egli ha dato scacco infatti non solo alla sua regina, ma anche a una certa letteratura post-borgesiana, che ha postulato i principi dellastrazione e dellassenza come assoluti riferimenti ontologici e ha costretto sui binari di unalgebra disossata il genere letterario del fantastico. Possiamo supporre che in fin dei conti proprio per questo motivo che, secondo il pi feroce dei contrappassi, allo scrittore Renato Ghiotto sia stato imposto, come uno scotto da pagare, il destino di una clamorosa, e stavolta davvero borgesiana, inesistenza.

geometrica non troviamo, come ci aspetteremmo, il riflesso ideale e il simulacro, ma la Silvia reale, ormai lontana dalla realt e divinamente murata nella prigione mentale di una fantasia allucinata. Per portare avanti la sua macchinazione la protagonista, fedele a uninguaribile passivit, attraverser, come in una eccentrica Fenomenologia tutta declinata rebours in cui lo Spirito regredisce invece di progredire, tutte le tappe dellabiezione e della degradazione a cosa. Essa

te coadiutore, viene riconosciuto valido aiuto, anche esercitando giudizio censorio ed eliminatore. Nonostante lombra che magari si pu intravedere nella coppia di aggettivi appena trascritta, nasce consuetudine tra Gadda e il giovane critico torinese-siculo allievo di Contini (sia detto per inciso: a tutte le distanze che Citati ha da allora preso nei confronti di Contini si pu aggiungere laver evitato che il presente libro di lettere uscisse a cura del destinatario, come fu per quelle indirizzate da Gadda appunto a Contini. Citati ha testimoniato a Pinotti quel che gli sembrava sufficiente, ripubblicando in coda al volume un suo noto saggio gaddiano). Le lettere di Gadda, bench ci facciano incontrare un personaggio ormai noto, sono non di rado bellissime, soprattutto nei passaggi dove quel personaggio sembra in scorcio riepilogare se stesso, affondando in profondit ricche, se si pu dire, di scoramento. Per esempio, da via Blumensthil datata domenica 16 agosto 1959 (laccoppiata Ferragosto-domenica lascia immaginare una Roma deserta, come sar da l a poco rappresentata nel Sorpasso): la calma auspicata arriva, ma raddensa solitudine: Il terrore che tutti si stanchino di me e de miei casi cos poco pittoreschi, mi ha ormai avvinto. Forse un ritorno in Lombardia, una diretta rievocazione delle prime percezioni della vita, le pi intense, le pi vive ed esatte, anche se dolorose o commiste a scoramento, mi gioverebbe. Forse il clima natio, e la gente natia: ma non so. C la noia atroce del borghesume dei conoscenti e parenti, delle loro misure grette, prive di ogni sensitivo apprendimento, opache e stronze. La cognizione del dolore. Un tratto non assente nelle lettere di Gadda a Citati diventa sorprendente nelle lettere di Ungaretti a Piccioni: come, nonostante la frequentazione di persona, se ne scrivessero tante. Gadda scrive a Citati soprattutto nei mesi estivi, quando il suo corrispondente fuori citt; del lungo, ininterrotto sodalizio tra Ungaretti e Piccioni ci viene consegnato un repertorio di trecento lettere, che vanno dal secondo dopoguerra alla morte del poeta. Il temperamento di Ungaretti nella considerazione di s opposto a quello di Gadda. Quando viene a sapere dellimminente nomina a senatore di Montale Ungaretti scrive: Non dico che Montale non abbia meriti, e ha avuto grossi riconoscimenti: il premio Feltrinelli, per esempio, e fin qui siamo nella norma, nello standard dei rapporti tra letterati: indagando, non si troverebbe un carteggio esente da confronti di tal fatta. Ci che solo di Ungaretti il misto di innocenza e narcisismo nellopinione su se stesso: Ma nessuno si accorge dellingiustizia che, per intrighi, si sta commettendo, non per la prima volta, a mio riguardo? Sono, e dovrebbe essere indiscutibile, il maggior poeta italiano vivente, e, forse, il maggiore del mondo, con quel forse che davvero impagabile, come il quasi che sta per arrivare: Tradotto in quasi tutte le lingue parlate, accolto trionfalmente a Mosca come a New York e cos via. Dalla lettera, del 10 gennaio 1963, alla nomina di Montale passeranno quattro anni. Non si vuole immaginare il tormento e il rodimento. Come era successo per la vicenda della sua carriera universitaria, per la quale, di nomina governativa durante il ventennio, dovette essere defascistizzato e poi passare per le solite scartoffie burocratiche, cos anche per il generale ambiente culturale Ungaretti ritiene di dover scontare la nomina ad Accademico dItalia negli ultimi anni di Mussolini (per il quale aveva nutrito, del resto, sincera ammirazione, fino a dedicargli un libro non secondario). Le lettere di Ungaretti sono piene di movimenti, di rapporti, di personaggi, cos come fitte di richiami a piccole e grandi situazioni. Per questo occorre fare qualche osservazione sulla tecnica o, se si vuole, sullarte dellannotazione, messa qui in campo dai curatori in maniera diversa ma ugualmente funzionale. Pi di quanto non si creda le lettere e gli epistolari sono documenti ora ostici ora insidiosi, si prestano a fraintendimenti e a valutazioni affrettate. E invece vanno presi, in quanto documenti, con ogni cautela e incrociando le testimonianze. Al modo della poesia satirica, tutta spesa sullattualit, hanno bisogno, per i lettori, di molte informazioni. E non detto che i lettori, sempre, imparino meno dallannotare che dalle lettere stesse.

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ALIAS DOMENICA 13 OTTOBRE 2013

UN PROFILO DELLO STUDIOSO DEL MONDO GRECO-ROMANO, A DUE MESI DALLA MORTE
Salvo, Cavalieri tra le rovine, 1976; nella foto, Emilio Gabba

EMILIO GABBA

di CARLO FRANCO

Gli eserciti come elemento dinamico della societ, gli intellettuali come interpreti del potere, gli storici come coscienza di un paese: sono i grandi temi di Emilio Gabba, lo studioso del mondo greco-romano scomparso il 12 agosto scorso. Professore di storia antica a Pisa e Pavia, Gabba ebbe profonda consapevolezza del significato e della portata della ricerca. La barriera che sembra separare gli storici dellantichit dagli altri storici non valeva per lui, che nellindagine sul mondo greco e romano aveva costante attenzione verso i problemi della storia e della cultura moderna: non a caso assunse nel 1995 la direzione della Rivista Storica Italiana, a sviluppo del suo rapporto con Franco Venturi. Alla base della formazione stava lo studio allUniversit di Pavia (1944-1948): dalla lezione in particolare dello storico Plinio Fraccaro Gabba deriv lattenzione per la storia sociale e delle istituzioni, entro una precisa valutazione dei documenti. Lo si vede bene in Esercito e societ nella tarda repubblica romana (La Nuova Italia, 1973), il libro che riunisce vari saggi incentrati sul tema della nascita dellesercito professionale e della crisi della repubblica: lindagine sul ruolo delle milizie prosegu anche per et successive (Per la storia dellesercito romano in et imperiale, Patron 1974) e significativamente approd anche a una sintesi pi divulgativa (Le rivolte militari romane dal IV secolo a.C. ad Augusto, Sansoni 1975). Professore ordinario dal 1958, Gabba deline nella sua prolusione a Pisa sopra gli Storici greci dellimpero romano da Augusto ai Severi (poi pubblicata sulla Rivista storica italiana, 71, 1959) un percorso di indagine che superava ogni distinzione tra la storia greca e la storia romana. Percorso ribadito nel successivo saggio su Storiografia greca e imperialismo romano (III-I secolo a.C.), del 1974, che sviluppa le premesse di et repubblicana, indagando in quale misura gli storici greci fossero consapevoli sia della tradizione ellenica, sia del necessario ruolo di Roma. Su Dionigi di Alicarnasso, che in et augustea narr la storia di Roma arcaica, Gabba scrisse una monografia, esito di numerosi lavori specialistici e di un ciclo di lezioni a Berkeley: in Dionigi e la storia di Roma arcaica (ed. it. Edipuglia, 1996) lopera dello storico viene considerata nel grande moto della ellenizzazione di Roma ma anche entro il problema, a lui molto caro, dei modi nei quali il dominio romano venne legittimato dallintellettualit greca. Altre ricerche, notevoli per gli spunti metodologici, sono riunite in Roma arcaica. Storia e storiografia (Edizioni di Storia e Letteratura, 2000): in questione, qui, soprattutto i rapporti tra documentazione archeologica e storiografica, che recenti lavori di Carandini hanno riproposto allattenzione. Per Gabba centrale era il valore della tradizione storica letteraria, nella convinzione che filoni diversi di diversa documentazione debbono essere tenuti distinti nellanalisi e non comparati a sostegno vicendevole di notizie o dati, o anche giustapposti o semplicemente inseriti in un contesto non loro. Nel libro, interventi degli anni novanta e studi degli anni sessanta si iscrivono senza sbalzi in un progetto unitario di rilettura della tradizione antica. La coerenza e lucidit con cui Gabba affrontava lanalisi degli storici emerge bene nellesemplare sintesi sulluso dei testi antichi come fonti (Storia e letteratura antica, Il Mulino, 2001). Qui evidenziata come preliminare esi-

Insegn Storia antica a Pavia e a Pisa, dedicandosi soprattutto ai documenti e alle istituzioni. Senza dimenticare mai la cultura moderna
minato in qualche modo i successivi sviluppi. Altra grande direttiva dellopera di Gabba fu la storia della storiografia, cui fu indirizzato dagli studi presso lIstituto Italiano per gli Studi Storici di Napoli (1949-50) e dallincontro con Croce e Chabod (successivamente con Arnaldo Momigliano, con cui ebbe negli anni fecondo rapporto personale). Nei lavori di Gabba la ricerca storiografica era intesa sia come analisi dei testi antichi, sia come ripensamento (per usare una parola a lui cara) dei modi nei quali i moderni hanno affrontato i problemi della storia antica. Ci emerge dai lavori dedicati alla storia degli studi classici (ripubblicati in Cultura classica e storiografia moderna, Il Mulino, 1995, e in Riflessioni storiografiche sul mondo antico, New Press, 2007), improntati a un profondo senso di storia della cultura. Tracciando ad esempio la storia della torinese Rivista di Filologia e di Istruzione Classica, Gabba affronta con lucidissima prospettiva la cruciale funzione di rinnovamento degli studi classici che il periodico svolse negli anni trenta, con la direzione congiunta di Gaetano De Sanctis e Augusto Rostagni. Da ricordare anche i profili di De Sanctis, Santo Mazzarino, Arnaldo Momigliano, per lequa profondit del giudizio. Nella sua amplissima produzione scientifica (A. Baroni, Emilio Gabba. Bibliografia 1949-1995; D. Zoroddu, Emilio Gabba. Bibliografia 1995-2006, New Press, 1998 e 2008) va segnalata lampia serie di recensioni, proseguita con interventi puntuali fino ad anni recenti, soprattutto su Athenaeum: della rivista pavese egli fu direttore fino al 2005, e confer al periodico un rilievo particolare per gli studi di storia antica. Fu socio di molte prestigiose istituzioni, come lAccademia dei Lincei o lAcadmie des Inscriptions et Belles-Lettres, e premiato nel 2009 dallAssociazione Italiana di Cultura Classica. Fu aperto alla dimensione internazionale, tanto da tenere la presidenza della Federazione Internazionale degli Studi Classici dal 1984 al 1989, ma contemporaneamente sempre stretto in fortissimo legame con la sua Pavia, alla quale dedic impegno e vari studi (Pavia domicilium sapientiae, New Press, 2000). Ma oltre allo studioso mette conto ricordare il maestro. La cura della scuola fu un suo pensiero costante. Prima a Pisa (1958-1974), poi a Pavia (1974-1996), Gabba ebbe molti allievi e allieve, che spesso hanno proseguito la carriera accademica: i seminari e le franche discussioni sono rimasti nella memoria come unesperienza formativa fondamentale. Ricordava questo aspetto lo stesso Gabba, nel bel colloquio-ritratto Conversazione sulla storia (a cura di Umberto Laffi, Della Porta, 2009), meditato bilancio della sua ricerca, e lo hanno confermato i colleghi (Emilio Gabba fra storia e storiografia sul mondo antico, a cura di P. Desideri, M.A. Giua, E.S.I., 2011). La sobriet asciutta della persona ha evitato ogni rischio di adulazione accademica: Gabba era uno studioso autorevole, un uomo dallo stile signorile, un docente puntualissimo e operoso. Incrociando uno studente, capitava che gli dicesse, col suo fare un po burbero: Non perda tempo: studi, studi!.

LA VITA E I LIBRI DALLELLENIZZAZIONE DI ROMA AL GIUDAISMO

Eserciti, storici, intellettuali: tre chiavi per il mondo antico


genza metodologica la ricerca del destinatario dellopera antica, e, quindi, degli scopi dellautore e dei modi con cui egli conseguentemente avr atteggiato il suo pensiero e organizzato il proprio testo. Pur privilegiando dunque gli aspetti politico-culturali della storiografia antica, Emilio Gabba affront anche problemi economici e sociali (e per questa via, economici), in saggi di esemplare cautela di metodo (Del buon uso della ricchezza, Guerini e Associati 1988). La crisi della repubblica romana e la drammatica vicenda delle guerre civili venne abbordata attraverso lopera di Appiano di Alessandria (II secolo d.C.): della sua storia Gabba pubblic, dopo studi particolari e due importanti commenti, unedizione curata insieme a Domenico Magnino (Appiano, Le guerre civili, Utet, 2001). Polibio fu invece la via per affrontare il grande tema dellimperialismo romano nellet delle conquiste: nelle voci degli antichi infatti Gabba riteneva presenti, accennate o sviluppate, quasi tutte le spiegazioni che poi gli storici moderni hanno proposto circa le vicende dellespansione mediterranea di Roma (Aspetti culturali dellimperialismo romano, Sansoni, 1993). Nellindagare il grandioso fenomeno Gabba non fu condizionato da urgenze ideologiche o morali, non si chiese se i romani erano abili politici o rozzi soldatacci: punt invece a comprendere come si era formato un dominio durevole. Limperium di Roma resse anche a crisi formidabili (come la guerra annibalica) perch non dominava solo con la forza e la repressione, ma cercava di governare in modo che anche i dominati (o almeno parte di essi) potessero trovare ragioni di interesse, di coinvolgimento, di consenso.

Lampio sguardo sulla storia di Roma appare anche dagli acuti lavori pubblicati nella Storia di Roma della Einaudi (1988-1993), opera per la quale Gabba condivise compiti organizzativi. Lefficacia delle sue sintesi approfondite si ritrova nei capitoli scritti per la

seconda edizione della Cambridge Ancient History (voll. VIII e IX) e per la Cambridge History of Judaism (voll. 2 e 3). E va ricordato linteresse di Gabba per il giudaismo ellenistico, gi emerso nel volume sulle Iscrizioni greche e latine per lo studio della Bibbia (Marietti 1958, poi aggiornato e ampliato da Laura Boffo, Paideia 1994). Come mostra la sua collaborazione a grandi imprese straniere, Gabba fu noto e apprezzato anche allestero: a ci contribuivano lessenzialit e la chiarezza della sua scrittura, pi distesa e analitica, per esempio, della prosa spesso apodittica di Arnaldo Momigliano. Intento alla definizione precisa dei problemi, e lontano invece da polemiche e da sovrastrutture ideologiche, egli era molto attento alle suggestioni che il presente propone alla ricerca storica, ma fermo nel rifiuto di ogni sommaria attualizzazione, o sbrigativa politicizzazione. Lo si vede bene nella raccolta Italia romana (New Press, 1994). Lo studio della trasformazione amministrativa dellItalia romana mosse da un ampio saggio sopra Urbanizzazione e rinnovamenti urbanistici nellItalia centromeridionale del I sec. a.C. (1972), e prosegu con altri approfondimenti sulle storie locali. Senza concessioni a sospetti localismi, Gabba affrontava la storia delle citt con costante richiamo al senso di quella vicenda nella successiva storia dellItalia: esito della concessione della cittadinanza romana agli Italici fu infatti lunit giuridica, ma non politica, della penisola, e questo ha deter-