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Raccontare il ritorno

- Emilia di Rocco

Alle origini della letteratura e della storia dell’umanità c’è il viaggio, dunque un itinerario iniziato
come erranza e ben presto, come vedremmo, si tramonta in nostros, animato da un desiderio del
ritorno che in realtà e presente già nell’Iliade ed è caratterizzato dalla sofferenza e dalla sventura.
Non molto diversa è la situazione quando ci volgiamo al ramo giudaico -cristiano della civiltà
occidentale. “Dio creò l’uomo perché li piacciono le storie” - antico detto ebraico.
L’Odissea è ricca di storie di ritorno e altrettanto lo è la Bibbia. Ulisse, Abramo, Mosè, Israele, il
figlio prodigio hanno in comune il ritorno c’è però qualcosa in più: ad unire questi personaggi è il
desiderio di tornare a casa, spesso all’origine di un itinerario che inizia come erranza e si sviluppa
come percorso di ricerca e conoscenza di sé.
Il desiderio del ritorno e la nostalgia della casa, aprono una dimensione tanto orizzontale –
terrena- quanto verticale -celeste-del viaggio (La Divina Commedia). La Commedia diventa un
“viaggio da Beatrice”, un ritorno all’amata.
Quando Eliodoro nelle “Etiopiche” guarderà al suo modello antico per l’organizzazione della trama
del romanzo, sfrutterà la fusione tra erranza, ritorno e narrazione all’ennesima potenza con le
storie di Cariclea e Teagene, di Calasiri, di Cnemone, di Tisbe e Nasicle ….
Questo itinerario di umanizzazione nell’Odissea inizia con la scelta del superfluo mondo delle
deviazioni alla partenza da Troia, per concludersi quando a Scheria, giunto dai Feaci come un vero
nessuno, odisseo bacio la terra. Questo gesto, oltre a mettere fine allo spaesamento di cui il mare
è simbolo, suggerisce che l’eroe è ormai pronto a ritrovarsi a tu per tu con sé stesso, sicuro di non
andare incontro a una delusione.
L’erranza vera e propria si conclude a Scheria dove, con il gesto di baciare la terra, ha termine
l’itinerario che umanizza la vita. Qui egli chiede ad Alcinoo, e ottiene una nave per essere
riaccompagnato a Itaca il giorno successivo dopo il racconto delle sue deviazioni. A questo punto
non sorprende più di tanto che l’ultimo tratto del viaggio – a bordo delle speciali navi dei Feaci-
non sia descritto da Omero r che durante la traversata Ulisse dorma per tutto i tempi un “sonno
profondo, /continuo, dolcissimo, assai somigliante alla morte”
Il ritorno coincide allora con quel passaggio da ignoranza a conoscenza con il quale Aristotele
definisce il riconoscimento: deriva da questo la centralità dell’agnizione nell’archetipo del nostros.
“La divina Commedia” rielabora il mito di Ulisse, cancellando il nostros in mone di una curiositas.
Esiste poi un’alta dimensione di riguarda il ritorno di Dante nel mondo degli uomini per narrare la
sua versione: egli compie il viaggio nell’aldilà da vivo e torna per raccontarlo. Quando finalmente
arriva da Beatrice, questa investe il pellegrino di una missione profetica che ha come scopo il
ritorno sulla terra per scrivere ciò che egli a visto. Anche San Pietro si rivolge al pellegrino di
riferire al mondo ciò che ha appena ascoltato.
L’investitura da parte di Beatrice è la conferma da parte di Cacciaguida e San Pietro, aggiungono al
ritorno del pellegrino tra i vivi un compito da assolvere in una veste specifica: testimoniare la sua
visione come poeta profeta.
Nell’immagine che Dante trasmette di sé stesso nell’atto di scrivere la Commedia traspare un’ansia
di raccontare il ritorno, che diventa un topos letterario.
Erranza, ritorno e narrazione: c’è qualcosa di fondo in questa unione che, oltre a conferire uno
strano potere della parola, ci fa perdere i sensi e ci intristisce, ma ci rende più saggi. È importante
tornare, ma “ciò che ritorna” lo è altrettanto.
Le ragioni della straordinaria popolarità dell’archetipo del ritorno in letteratura sono molteplici,
cosi come innumerevoli sono le variazioni, tanto del modello omerico quanto di quelli biblici. Il
motivo principale di questa diffusione sta nel fatto di essere una variazione dell’archetipo del
viaggio di cui l’Odissea rappresenta il primo esempio. Da sempre, con le avventure, le tempeste, le
battaglie, e altre infinite peripezie, il viaggio è uno dei temi privilegiati della letteratura, dell’epica
prima e successivamente del romanzo- antico e moderno- nonché della poesia.
Con l’Odissea, e grazie alla complessità del personaggio di Odisseo, Omero assicura una lunga
durata all’archetipo del nostros che contiene in sé i germi di innumerevoli variazioni: Ulisse è
l’eroe che, creduto morto, ricompare inaspettatamente sulla scena, è il reduce che torna dalla
guerra, è l’esule, è il marito che non desidera altro se non rivedere la propria moglie e la patria, è
un padre che ritorna dal figlio ma è anche un figlio che ritorna dal padre. Né le cose stanno
diversamente sul versante delle scritture. L’archetipo dell’esodo innerva tanto la storia del popolo
ebraico quanto quella della salvezza per i cristiani. Ovunque nelle Scritture risuonano tanto il
desiderio del ritorno e quel paradiso perduto dai progenitori dell’umanità.
Nel Novecento la Storia agisce con forza sulla rilettura degli archetipi del ritorno: due guerre
mondiali e la caduta del comunismo nell’Europa orientale, la fine del colonialismo, le migrazioni
dei popoli trasformano il modo di pensare e raccontare il ritorno in patria, la figura del reduce e
dell’esule. Reinterpretando i modelli e intervenendo su una tradizione ben radicata nel nostro
immaginario collettivo, il talento individuale è narrare il racconto del ritorno, in alcuni casi
dimostrando un impareggiabile genio di migliorare l’invenzione.

Desiderio e nostalgia.

L’interesse per il tema del nostros non emerge con il secondo Omero, cioè l’Odissea, perché se è
vero che l’Odissea è il poema del nostros, è altrettanto vero che già il poeta dell’Iliade intesse nella
trama degli eventi che scaturiscono dall’ira di Achille i fili di un discorso sul ritorno che è elemento
costitutivo dell’archetipo dell’assedio. Quando ad esempio, Atena interviene per instillare Odisseo
e Tersite nell’assemblea, Omero sigilla il dibattito su questo argomento, implicito negli interventi
dei capi achei, evidenziando la contrapposizione tra persis e nostros. L’uso dell’aggettivo dolce per
designare sia il conflitto sia il ritorno richiama l’attenzione su un binomio che è al centro dei due
poemi omerici con diverse sfumature. Dolce infatti non è soltanto la guerra che da dieci anni si
consuma sotto le mura di Troia, bensì anche il nostros dell’eroe dell’Odissea.
Nell’Iliade Omero costruisce una fitta rette di rimandi basata sulla contrapposizione tra la guerra e
il ritorno. Al centro di questo reticolo c’è il campo di battaglia, lo spazio di Achille il quale si muove
tra le spiagge di Troia, il mare dove trova sua madre, la tenda e il terreno su cui si scontano le parti
avverse. È intorno al Pelide che il discorso del nostros acquista particolare rilevanza in quanto,
consapevole di non essere destinato al tornare in patria, l’eroe incarna uno dei dilemmi essenziali
più tragici di tutto il poema.
Nell’intervento di Agamennone, nel Libro II del poema, intorno al tema del ritorno si coagulano
motivi e topoi tipici dell’ethos dell’Iliade, non ultimo il contrasto tra kleos e il nostros (o la fuga).
Agamennone riesce a ingannare l’esercito costruendo un’orazione imperniata sugli argomenti che
più stanno al cuore ai Greci: il nostros e le emozioni a esso legate. I discorsi di Agamennone
ruotano intorno al binomio nostros-persis che nell’Iliade diventa formula tradizionale: la
distruzione di Troia è la condizione di soddisfare affinché i Greci possano tornare a casa.
I Danai non possono tornare a casa senza aver espugnato la citta e vendicato Elena; prendere la
via del ritorno prima che questo avvenga equivarrebbe ad andare incontro alla morte e al destino.
Il ritorno è improbabile nell’universo dell’Iliade perché è impossibile disfare la storia. In questo
senso nostros e persis sono strettamente legati alla narrazione: scopo primario del racconto è,
infatti, la distruzione di Troia, impresa che sarebbe vanificata con una partenza prematura dei
Danai.
Al di là del ritorno in patria degli Achei, l’Iliade evoca anche altri modelli del nostros. Non manca,
ad esempio, il tema del ritorno dell’amante, come suggerisce l’episodio de Libro III in cui l’amore
fa ardere Paride, tornato dalla battaglia, del desiderio di Elena.
I due temi principali del poema sono la gloria e le sofferenze della guerra.
L’unica forma di ritorno possibile, e neppure per tutti come ben sa Achille, è quella concessa ai
caduti in combattimento come nel caso di Sarpedonte, al quale Era promette che ritornerà in
patria dopo la morte. Il viaggio dell’Iliade e di Ettore si conclude a Troia, dove il cadavere è accolto
da tutta la città, con il giorno del ritorno, preludio della distruzione finale. È questa l’unica forma
nostros che può essere permessa e raccontata nel mondo del primo Omero.
Achille si rende conto che la guerra esiste veramente, nel giorno in cui muore Patroclo, suo
compagno prediletto, e che “è una realtà dura, troppo dura per essere supportata, poiché
racchiude la morte”. Con questo stato d’animo il Pelide rinuncia definitivamente all’idea del
ritorno a Ftia, decide di dar prova della sua forza e di vendicare Patroclo, sposando cosi l’idea della
liberazione, che gli appare sotto forma tragica estrema della distruzione. La fine di tutto, di Troia
come della sua vita, offre come ricompensa la kleos: Achille ottiene “la certezza d’immortalità, al
di là della storia, nel distacco supremo della poesia”
Il binomio nostros-kleos è utile per misurare la distanza che separa Achille da Odissea, l’eroe
dell’assedio da quello del ritorno. A differenza del Pelide, il Laerziade conquista la forma con eroe
del ritorno, non grazie alla forza, bensì in virtù della metis dopo aver realizzato il programma di
Zeus: la distruzione di Troia.
La visita all’Ade costituisce in centro di gravità di tutta l’esperienza del nostros, inteso come
itinerario materiale, oltre che come percorso conoscitivo ed essenziale. La madre rappresenta il
centro specifico della coscienza di Omero. La profezia di Tiresia crea la suspense per il futuro a
breve e lungo termine dell’eroe, perché da un lato la prima parte anticipa il ritorno a casa, la
seconda parte avvolge il suo destino ultimo nel mistero.
Il soggiorno a Eea è una delle tappe più pericolose per il ritorno a casa, perché qui l’ospitalità e la
seduzione distraggono Ulisse dalle metta ultima, inducendolo a dimenticare tanto la patria, quanto
i viaggi precedenti.
Quando, prigioniero di Calipso, rifiuta a diventare immortale e opta per un destino di sofferenze, il
valoroso guerriero che ha espugnato Troia accetta coraggiosamente il rischio del viaggio erratico
come unica alternativa all’immortalità. Sceglie la condizione esistenziale tipica dell’uomo che,
tuttavia, questa volta è un viaggio con una meta, Penelope.
L’ultimo tratto del nostros è avvolto nel mistero: l’eroe, preso da un sonno profondo “assai
somigliante alla morte”, per tutto il viaggio dorme, mentre la nave corre veloce, sicura: il sonno
prepara il risveglio a una nuova esistenza, dal mondo eroico di Troia all’ambiente familiare di Itaca.
Al risveglio, Ulisse sembra aver dimenticato la patria, che Atena ha avvolto in una fitta nebbia.
Riconosciuta Itaca, Odisseo bacia di nuovo la terra in segno di devozione. Il bacio, permette al
Laerziade di riallacciare il legame con le radici del suo essere.
Con l’aiuto di Atena il Laerziade prepara un piano di vendetta basato sui motivi del riconoscimento
e del travestimento, nonché sulla memoria. Il progetto fa leva sulle doti tradizionali del
personaggio omerico- l’ingegno multiforme, l’astuzia e la prudenza. In questo contesto la
simulazione e la dissimulazione diventano elementi fondamentali dell’archetipo del nostros: per
riprendere possesso di Itaca, Odisseo deve studiare prima la situazione, valutando le probabili
reazioni della sua gente, e ritardare il momento della rivelazione sia assumendo false identità sia
sfruttando la sua astuzia e la sua prudenza.
Lo spavento di penelope all’arrivo di Ulisse ci sorprende perché, dopo aver riconosciuto l’uomo dai
segni evidenti- la cicatrice sul ginocchio, il vigore e l’astuzia nello sguardo – anziché gettarglisi al
collo, la donna cerca una scusa per prendere tempo di fronte al “miserabile/ lordo di sangue e
dalla barba bianca”. Questo perché l’immagine che si trova davanti no è quella dell’uomo che
vent’anni prima è partito da Itaca. Soprattutto però, la figlia di Icario capisce che quando Ulisse era
lontano aveva liberatamene scelto di rimandare la scelta di uno dei pretendenti come futuro
sposso, ora il ritorno del marito legittimo la inchioda alle sue responsabilità.
L’ombra del telaio, l’arma con la quale Penelope è riuscita a custodire la sua libertà fino a questo
momento, improvvisamente suggerisce l’immagine di una prigione. Alla vita e alla speranza di cui i
colori della tela (rosso e verde) sono simbolo, si sostituiscono la disperazione e la monotonia, il
dolore del ritorno, come suggeriscono il grigio e il nero, le tinte del lutto.

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