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PIETRO GIBELLINI LIMPAZIENTE ODISSEO

ULISSE NELLA POESIA ITALIANA DEL NOVECENTO

Odisseo era per Omero soprattutto leroe paziente; lUlisse ricreato dai poeti italiani del Novecento assomiglia in prevalenza alleroe impaziente cantato da Dante e da Tennyson. Questo saggio esamina la diversa fisionomia assunta dalleroe navigatore nei poeti degli ultimi cento anni: per Arturo Graf Ulisse affamato di avventura, per Gabriele dAnnunzio un Superuomo conquistatore (di cui Guido Gozzano far una gustosa parodia); per Giovanni Pascoli un esploratore dellanimo umano. Ulisse assume sfumature volta a volta differenti nei versi di Clemente Rebora, Umberto Saba, Vincenzo Cardarelli, Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo, Cesare Pavese, Giorgio Caproni, Paolo Wenzel, Alda Merini, Fernando Bandini. Il saggio si chiude su un prosatore, Primo Levi, che nei versi dellUlisse dantesco ricordati ad Auschwitz trova espressi linferno del lager e lansia della libert.

For Homer, Odysseus was above all the patient hero; the Ulysses recreated by twentieth-century Italian poets bears a predominant resemblance to the impatient hero sung by Dante and Tennyson. This essay examines the different physiognony assumed by the sailor hero in poets over the last hundred years: for Arturo Graf, Ulysses thirsts for adventure; for Gabriele dAnnunzio he is a conquering Superman (of whom Guido Gozzano would later make an amusing parody); for Giovanni Pascoli he is an explorer of the human soul. Analogously, Ulysses takes on a variety of different nuances in the verse of different poets: Clemente Rebora, Umberto Saba, Vincenzo Cardarelli, Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo, Cesare Pavese, Giorgio Caproni, Paolo Wenzel, Alda Merini, Fernando Bandini. The essay comes to a close with a prose writer, Primo Levi, who discerned, in the lines depicting Dantes Ulysses that he remembered while he was at Auschwitz, an expression of the hell of the lager and the yearning for freedom.

Il paziente Odisseo: cos sintitolava una fortunata riduzione dellOdissea per ragazzi che Gherardo Ugolini pubblic per La Scuola editrice di Brescia a partire dal 1961, e ristampata almeno fino al 1996 (da quanto si ricava dal catalogo elettronico del sistema bibliotecario nazionale, ma sicuramente apparsa qualche anno prima, se chi scrive pu annoverarla fra le sue letture di prima media). In contrapposizione con coloro che, fin dallantichit, facevano di lui lexemplar dellansia conoscitiva, al poliedrico eroe veniva attribuita tradizionalmente la dote della pazienza, esaltata in ambiente stoico nellequazione fra sapientia e capacit di sopportare i rovesci della fortuna (come si ricava dal De constantia sapientis di Seneca, II, 2). Hans Blumenberg, che considera Odisseo una figura della sofferenza che sbocca nel successo e, in quanto tale, esposta alla critica e alla revisione, prima da parte dei platonici, poi anche di Dante, osserva che gi lallegoresi stoica ha in sostanza ignorato il ritorno in patria di Ulisse, guardando solo a colui che non si lasciato vincere dai fati esteriori e dalle debolezze interiori, come ben si conviene al saggio, per il quale il movimento fondamentale dellesistenza diventato la fuga dalla terrena donazione di senso, cosicch ora il ritornare l donde si partiti appare piuttosto come un controsenso.

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Gi Leopardi, del resto, aveva posto laccento su un Ulisse paziente, ricco di virt ammirevoli, foscolianamente bello di sventura. Cos scrive infatti nello Zibaldone:
Veggiamo nellOdissea che Ulisse, molto stimabile, in molte parti ammirabile e straordinario, in nessuna amabile, bench sventurato per quasi tutto il poema, niente interessa. Ei non giovane, anzi n ben lontano, bench Omero si sforza di farlo apparire ancor giovane e bello per grazia speciale degli Di, di Minerva ec. o per una meraviglia (che niente ci persuade perch inverisimile), piuttosto che per natura, anzi contro natura. Ma il lettore segue la natura, malgrado del poeta e Ulisse non gli pare n giovane n bello. Le qualit nelle quali Ulisse eccede, sono in gran parte altrettanto forse odiose quanto stimabili. La pazienza non odiosa, ma tanto lungi da essere amabile, che anzi limpazienza si amabile. Insomma ne nasce che Ulisse, malgrado delle sue tante e s grandi e s varie e s nuove e s continue sventure, e malgrado chei comparisca misero fino quasi allultimo punto, non riesce per niun modo amabile. E per tanto ei non interessa. Ulisse personaggio maraviglioso e straordinario. I pedanti vi diranno che ci basta ad essere interessante. Ma io dico che no, e che bisogna che a queste qualit si aggiunga lessere amabile, e che quelle conducano e cospirino a produr questa, o, se non altro con lei, sieno condite; e che il protagonista sia maravigliosamente e straordinariamente amabile, cio straordinario e maraviglioso nellamabilit, o per lo meno tanto amabile quanto maraviglioso e straordinario.

Paziente dunque ma non amabile, al pari del Goffredo tassesco, per Leopardi (per quel Leopardi) il callido guerriero, definito con lossimoro di antico e moderno, ha la colpa di differenziarsi dagli eroi antichi, vere forze dellidoleggiata natura, per somigliare agli eroi moderni, campioni della ragione, fonte di sofferenza e di impoeticit. Non stupisce che il Recanatese preferisse la primitiva Iliade, dove Ulisse uno dei comprimari, allOdissea, in cui campeggia come protagonista. Rovesciando quello del volumetto di Ugolini, il titolo della nostra conversazione, Limpaziente Odisseo, intende sottolineare che alla poesia italiana del Novecento quello che interessa lUlisse inquieto, sostanzialmente privo dei requisiti di imperturbabilit, della tratteggiata linea Seneca-Leopardi-Blumenberg. Una teorema che cercheremo di dimostrare, tenendo conto di due corollari. Primo: la riduzione a unit del poliedrico volto del figlio di Laerte, ardua per la letteratura di ogni epoca, lo particolarmente per quella novecentesca, nella quale la doppia identit suggerita onomasticamente da Omero (UlisseNessuno) sottoposta a un ulteriore, pirandelliano, processo di diffrazione; secondo: nel ridipingere con i colori pi vari il volto di Ulisse, gli scrittori novecenteschi oltre al modello archetipico dei poemi omerici, hanno guardato ai remakes che si sono accumulati nei secoli. Infatti, se nel passo di Leopardi risuona leco del foscoliano A Zacinto, nei lirici del Novecento, a partire dai poeti-professori Arturo Graf e Giovanni Pascoli, la tastiera delle reminiscenze si estende. Due, tuttavia, sono i tasti martellati con pi frequenza: Dante e Tennyson, un romantico del Medioevo e un romantico dellOttocento, che pur

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nellabissale distanza cronologica e ideologica, erano accomunati dallammirazione empatica per il protagonista del folle volo. Sintende che se ogni letteratura una lunga valle in cui gli echi rimbalzano a distanza, quella italiana, caratterizzata da un elevato tasso di erudizione, mette in luce gli aspetti del cangiante volto ulissiaco preoccupandosi raramente della sua congruit con loriginale omerico. Prima di concentrarci sui lineamenti con cui leroe dipinto nei decenni che ci precedono, ci pare dunque opportuno gettare un rapido sguardo alla lunga galleria di ritratti prodotti nei secoli dai nostri poeti. Dopo il luminoso Ulisse dellInferno, sulla cui immagine abbagliante ritorneremo a pi riprese, ecco Petrarca che, nel Trionfo della Fama, rinnova sottovoce la condanna dantesca delleroe perch desi del mondo veder troppo, anche se nella prima delle Familiares non esita a paragonarlo a se stesso per la comune passione del viaggio; pi informatore che giudice appare invece Boccaccio nellAmorosa visione, dicendo che Ulisse per voler veder trapass il segno. Nel Morgante, la benevolenza di Pulci verso leroe che fa arrossire Ercole per aver posto linutile divieto, segna un punto di svolta verso il definitivo riscatto di Ulisse che, con la scoperta dellAmerica, diventa termine di paragone per Cristoforo Colombo, al pari di Giasone, sottratto alle rampogne per il nefas di cui era oggetto nella Medea di Seneca. Ecco dunque che, nellOrlando Furioso, Ariosto loda il navigatore itacese ardito al pari di Alfonso del Vasto, ed esalta con maliziosa ironia anche Penelope, la quale sol perch casta visse / non fu minor dUlisse. Laccostamento Ulisse-Colombo ritorna nella Gerusalemme liberata, in cui ripresa limmagine dantesca del navigatore che pass le Colonne, e per laperto / mare spieg de remi il volo audace: / ma non giovgli esser nellonde esperto, / perch inghiottillo locen vorace, nella miscela di lode e di condanna che caratterizza la problematica collocazione di Tasso fra Rinascimento e Controriforma. Con il dialogo filosofico Circe, Gian Battista Gelli si mette invece su altre lunghezze donda e, riproponendo la situazione del Grillos di Plutarco, presenta un Ulisse che ricorre a tutta la sua eloquenza per persuadere i compagni trasformati in bestie a riprendere la dolorosa ma nobile forma umana. Seguendo i mutamenti epocali, ecco che lOdisseo di Alessandro Tassoni, nellOceano, si caratterizza, oltre che per lamore davventura di matrice dantesca, per la brama doro e di gemme scatenata dalla scoperta dei nuovi eldoradi. E Metastasio, attento lettore del teatro ellenico e consapevole dunque della frequente condanna dellastuzia di Ulisse, lo assolve e gli riconosce il merito di aver persuaso lAchille in Sciro a partire per la guerra, smorzando la condanna da cui ancora era colpito nellAiace e nei Sepolcri di Foscolo, che tuttavia lo consegna bello di fama e di sventura alla mitologia romantica. Nellet romantica, nonostante le esemplari traduzioni dei poemi omerici di Pindemonte e di Monti, quelle frammentarie di Foscolo e di Leopardi, e poi di Carducci e di Pascoli, il revival di Dante e la fortuna di Ten-

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nyson, come gi accennato, finiscono per far prevalere una visione tutta benevola delleroe della conoscenza, al punto da sollecitare, come ogni consacrazione, la dissacrazione comico-parodistica di un Giusti, nel cui Brindisi il fascino dellIliade tutto imputato alle abbondanti imbandigioni e alle gagliarde bevute. La polarit Dante-Tennyson percorre Lultimo viaggio di Ulisse, il poemetto di Arturo Graf incluso nelle Danaidi (1897) nel quale si narra che, quattro anni dopo il ritorno a Itaca, leroe continua a raccontare compiaciuto le passate avventure finch, dopo altri quattro anni, sente rinascere sottil come tossico un disdegno / di se stesso e daltrui e un insopportabile tedio che lo inducono a salpare di nuovo verso lignoto. Le suggestioni dellInferno e dellUlysses (a sua volta dipinto con locchio fisso al canto dantesco) si avvertono in numerosi sintagmi del poemetto, ma soprattutto nellelezione delleroe navigatore a emblema della sete di conoscere, vero titolo di nobilt umana:
Compagni, amici! O voi cui sola norma fu sempre e fu solo desio la gloria; avventurosi eroi, la cui memoria non perir, se fra lumana gente ogni nobile orgoglio, ogni fervente spirto, ogni pregio di valor non pera; le mie parole udite. Ad uom di vera virt precinto e per gran fatti egregio pena lozio, onta la pace, sfregio la securt. Qual di voi che questa vita allantica, e le passate gesta col presente torpor paragonando, dite, qual di voi s miserando, che da vergogna e da rimorso il core addentar non si senta? Oh, tristo errore! [...] Che pi? se in tutto non si fer servili gli animi vostri; se obliato in tutto il nome vostro non avete, e il frutto di vostropere antiche, or mascoltate. Gi stringe il tempo, gi ne son contate lore. Deh, non lasciam che in tanto oblio pur di noi stessi, in cos basso e rio stato ne colga laborrita morte. Anzi lultimo sole, di noi, del forte nostro lignaggio rifacciamci degni. Rompiam glindugi; i frivoli ritegni rimoviamo oramai. Tentar ne giovi anche una volta il dubbio caso, e novi mari solcar, premere ignote arene, cercar genti remote; al male e al bene parati a un modo; alla comun salute devoti sempre; e di non pi vedute meraviglie i beati occhi pascendo.

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Lorazione non pi picciola che Odisseo fa ai compagni, cuore del componimento di Graf, presenta molte analogie con il testo dellInglese, che riportiamo nella traduzione di Pascoli:
Stupida cosa il fermarsi, il conoscersi un fine, il restare sotto la ruggine opachi n splendere pi nellattrito. Come se il vivere sia questalito! Vita su vita poco sarebbe, ed a me duna, ora, un attimo resta. Pure, un attimo tolto alleterno silenzio, ed ancora porta con s nuove opere, e indegno sarebbe, per qualche due o tre anni, riporre me stesso con lanima esperta charde e desa di seguir conoscenza: la stella che cade oltre il confine del cielo, di l dellumano pensiero. [...] Eccolo il porto, laggi: nel vascello si gonfia la vela: ampio nelloscurit si rammarica il mare. Compagni, cuori chavete con me tollerato, penato, pensato, voi che accoglieste, ogni ora, con gaio ed uguale saluto tanto la folgore, quanto il sereno, che liberi cuori, libere fronti opponeste: oh! noi siam vecchi, compagni; pur la vecchiezza anchella ha il pregio, ha il compito: tutto chiude la Morte; ma pu qualche opera compiersi prima duomini degna che gi combatterono a prova coi Numi!

Tuttavia, il poeta italiano alfiere del leopardismo conferisce un senso nuovo al naufragio delleroe: mentre in Tennyson rappresentava uneventualit contemplata che non basta a dissuadere gli arditi navigatori, in Graf esso si fa allegoria della fragilit umana di fronte alla tempesta dellesistere. E daltra parte, al dantesco castigo divino inflitto a chi ha troppo osato (comaltrui piacque), si sostituisce nel poeta moderno lidea che il fallimento dellimpresa sia solo il segno dellintrinseco limite delluomo, comunque destinato alleterna notte. Il poeta professore, figlio del suo tempo sul piano del pensiero, non lo meno su quello della forma. Egli si ispira ai quattro essenziali, celeberrimi, endecasillabi danteschi:
Tre volte il fe girar con tutte lacque; a la quarta levar la poppa in suso e la prora ire in gi, comaltrui piacque, infin che l mar fu sovra noi richiuso,

ma li dilata con un acceso colorismo drammatico:


Il tumulto, il fragore e la rovina. Invan le navi alla mortal rapina tentan fuggir. Manca ogningegno, franta ogni virt. Strappa le vele, schianta gli alberi il turbo, e con orrendo spiro trae le carene in vorticoso giro. Ed ecco, sotto a lor, nellonde crude

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una immensa voragine si schiude, e roteando e spumeggiando inghiotte carene e vite nella eterna notte.

Tuttavia con Gabriele dAnnunzio che Ulisse entra rumorosamente nel nuovo secolo. Ho detto Ulisse, ma sarebbe meglio dire Odisseo se si ricorda che Giorgio Pasquali rilev nel poeta abbruzzese una dominante ellenica che lo distingueva dal classicismo dei suoi contemporanei, di ispirazione prevalentemente latina. E se il Vate non disdegnava le moderne versioni dei testi greci, specie se prodotte da mani sapienti come quelle di un Leconte de Lisle, il suo occhio poteva correre senza difficolt, se necessario, alloriginale. Restio a riconoscere la suggestione di auctores diversi dai classici, egli faceva eccezione per Dante, e a Tennyson non manc di dedicare un sonetto. Poggiando dunque anche lui su questi due pilastri, fin per fare di Ulisse, come sugger un altro filologo classico con passione di italianista, Carlo Diano, leroe paradigmatico della propria Weltanschauung, da accostare alla divinit prediletta, Ermete, e al suo modello di uomo, Alcibiade. Una terna convincente, anche se il fanciullo ermetico dannunziano inclina verso lorfico, e se alla figura delleroe-navigatore il poeta-aviatore am sovrapporre o sostituire quella di Icaro (nella quale finiva per convogliare anche la propria componente alcibiada), incarnazione del superamento del medio limite e dellamore per il rischio dagli occhi irretorti, tratti peraltro squisitamente ulissiaci. Il dantesco folle volo che nel quarto Ditirambo di Alcyone conduce il figlio di Dedalo alla morte e alla gloria, anticipa lansia di ebbrezza e di bella morte che caratterizzer i personaggi fittizi del Forse che s e gli aviatori reali del Notturno e delle Faville, fra i quali spicca lo stesso DAnnunzio. Limmagine di Ulisse, in verit, fa capolino gi in un sonetto della Chimera, che emula le morbide cadenze estetico-edoniste del Canto di una novella Nausicaa, capace di ridestare nel poeta malato di letteratura la nostalgia del verso omerico:
Un giorno ella cant, su la galea, ad alleggiar la mia grave fatica. E il mare a noi, spirante ancor lantica divinit, propizio sorridea. Al riso innumerevole laprica riva non lungi in breve arco splendea polita e bianca qual ne 1Odissea la riva de la dolce Nausica Or cos mentre io ripensava Ulisse guardando pe l seren grembo de lacque io palpitar lombra de lamata chioma, parvemi, Omero, il dttilo fiorisse in sommo de l gentil labbro, che nacque a favellar ne l tuo puro idoma.

Ladesione al pensiero di Nietzsche e il viaggio in Grecia del 1895, che

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segnano una svolta nellarte e nel pensiero dannunziano, propongono un Odisseo ben diverso da quello elegante e sperelliano della Chimera. Il primo libro delle Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi, intitolato a Maia (1903), si chiude con i memorabili versi della preghiera alla Madre immortale in cui compare lUlisside:
Tu proteggi il sonno dei prodi. Ecco, al favor tuo mabbandono. Odo il brulicho del tuo lento guaime, il tuo fulvo pineto con gli aghi e le pine far vaghi accordi, e sonar come sistri il grande oro tuo frumentario. Ma odo anche un rombo lontano che dice: Son qua, Ulissde. Madre, Madre, fa che pi forte e lieto io sia, quando la voce del dspota chio ben conosco che udii tante volte, la maschia voce nel mio cor solitario grider: Su, svgliati! lora. Sorgi. Assai dormisti. Lamico divenuto sei della terra? Odi il vento. Su! Sciogli! Allarga! Riprendi il timone e la scotta; ch necessario navigare, vivere non necessario.

AllUlisside rivolto linvito conclusivo, una ripresa del motto di Pompeo Magno, navigare necesse est, fermato dal bulino del Cellini nel colophon silografico che chiude lelegantissima princeps trevesiana. Gli stessi due novenari, con doppia variatio sintattica per ripristinare il chiasmo, compaiono nei primi versi di Alle Pleiadi e ai Fati, il componimento di apertura del ciclo poematico che recava primitivamente il titolo Il rogo di Odisseo:
Gloria al Latin che disse: Navigare necessario; non necessario vivere.

Vi domina infatti lUlisse fiammeggiante dellInferno dantesco, che compare per accendere, con i resti della nave inabissata, il rogo votivo del poeta:
E taluno vedr di lungi il segno insolito e dir: Qual mano acceso ha il rogo audace? Quale iddio su lerte rupi nel cuore della fiamma atteso? Non un iddio ma il figlio di Laerte qual dallo scoglio il peregrin dInferno

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con le pupille di martri esperte vide tristo crollarsi per linterno della fiamma cornuta che si feo voce deroe santissima in eterno.

Ulisse si presenta insomma come variante del superuomo che si erge sulla massa dei deboli seguaci del Galileo di rosse chiome, al punto che un pioniere del commento dannunziano, Enzo Palmieri, richiam per quei versi il gioco etimologico fra Odisseo e odio (accennato in Od. XIX, vv. 405 ss.). La voce del figlio di Laerte detta santissima, perch proviene da un uomo che eccita i forti, che si mette nel turbo delle sorti, che naviga alle terre sconosciute con il suo spirito insonne. Non , questo Ulisse, il doppio regale di Gabriele?
Re del Mediterraneo, parlante nel maggior corno della fiamma antica, parlami in questo rogo fiammeggiante!

E il casuale incrocio con un velista solitario durante la sua crociera verso la Grecia, la terra che gli permetter di approdare alla nuova Weltanschauung, viene fantasticamente rivissuto, nel lungo poema di Maia, Laus vitae, come incontro con il mitico navigatore:
Incontrammo colui che i Latini chiamano Ulisse, nelle acque di Leucade, sotto le rogge e bianche rupi che incombono al gorgo vorace, presso lisola macra come corpo di rudi ossa incrollabili estrutto e sol dargentea cintura precinto. Lui vedemmo su la nave incantata.

Questo Ulisse, che regge nel pugno la scotta / spiando i volubili venti, sembra prefigurare il Kirk Douglas che il regista americano scelse per il protagonista grintoso e sorridente di un celebre technicolor: ferreo il ginocchio sotto tunica breve, aguzzo locchio, e la possa del magnanimo cuore tesa in ogni muscolo. Accesi dentusiasmo, i moderni naviganti chiamano lantico eroe:
O Laertiade gridammo, e il cor ci balzava nel petto bbcome ai Coribanti dellIda per una virt furibonda e il fegato acerrimo ardeva o Re degli Uomini, eversore di mura, piloto di tutte le sirti, ove navighi? A quali

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meravigliosi perigli conduci il legno tuo nero?

Nessuna traccia rimasta in lui della struggente nostalgia che pervade il personaggio omerico o del richiamo degli affetti che si avverte in quello dantesco. Re degli uomini ed eversore di mura, Odisseo finisce per mostrare pi la volont di potenza del Superuomo distruttore di Nietzsche, che non lansia di conoscenza dellUlisse dallInferno. A lui, il Vate e i suoi compagni vogliono assomigliare:
Liberi uomini siamo e come tu la tua scotta noi la vita nostra nel pugno tegnamo, pronti a lasciarla in bando o a tenderla ancpra. Ma, se un re volessimo avere, te solo vorremmo per re, te che sai mille vie. Prendici nella tua nave tuoi fedeli insino alla morte!

Ma leroe, dal volto segnato dai solchi del tempo e del dolore, veleggia impassibile verso la sua mta. A lui si rivolge il poeta che un giorno si far chiamare Comandante:
Odimi io gridai sul clamor dei cari compagni odimi, o Re di tempeste! Tra costoro io sono il pi forte. Mettimi a prova. E, se tendo larco tuo grande, qual tuo pari prendimi teco. Ma, sio nol tendo, ignudo tu configgimi alla tua prua.

A chi, se non al suo degno emulo, si volge Odisseo, prima di dileguare allorizzonte?
Si volse egli men disdegnoso a quel giovine orgoglio chiarosonante nel vento; e il fplgore degli occhi suoi mi fer per mezzo alla fronte. Poi tese la scotta allo sforzo del vento; e la vela regale lontanar pel Ionio raggiante guardammo in silenzio adunati.

Toccato dal carisma delleroe, anche il poeta pu vivere allora di una sua grandezza solitaria, da Uebermensch:

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Ma il cuor mio dai cari compagni partito era per sempre; ed eglino ergevano il capo quasi dubitando che un giogo fosse per scender su loro intollerabile. E io tacqui in disparte, e fui solo; per sempre fui solo sul Mare. E in me solo credetti. Uomo, io non credetti ad altra virt se non a quella inesorabile dun cuore possente. E a me solo fedele io fui, al mio solo disegno.

Non solo impaziente, dunque, ma anche bellicoso questo Ulisse, che non depone le armi e naviga verso nuovi lidi da conquistare, nuove mura da diroccare. Leroe guerriero di DAnnunzio ha il suo contrario nellinquieto sognatore di Pascoli, permeato di nostalgia. Odisseo diventa cos, per i due fratelli nemici, un tema esemplare, fra i tanti in cui si cimentarono, che permette di misurare le convergenze e gli irriducibili divari della loro poesia. Nelle due varianti, non difficile riconoscere la proiezione del poeta-soldato, del cantore energico della solarit, e quella dellumbratile indagatore dellintimo, del delicato esploratore del mistero. Traduttore di Tennyson e lettore di Graf, nel Sonno di Odisseo (pubblicato nel 1899 e incluso nel 1904 nei Poemi conviviali), Pascoli prende le mosse da un particolare del testo omerico, lassopimento di Ulisse che permette ai compagni di aprire lotre di Eolo (Od., X, vv. 17-54). Ma quella falsariga viene seguita solo in apparenza, poich lepisodio dilatato e laccento spostato dalla maldestra azione al cedimento delleroe che, dopo aver vegliato con la mano sul timone e locchio fisso verso la mta intravista (gli apparse non sapea che nero: / nuvola o terra?), cade in preda a un misterioso torpore. Perduto nel sonno, egli non vede lisola che ha lungamente sognato e desiderato; solo quando la nave si sar nuovamente allontanata si dester, e torner a immaginarla con gli occhi del ricordo accorato e fervido:
Ed i venti portarono la nave nera pi lungi. E subito apr gli occhi leroe, rapidi apr gli occhi a vedere sbalzar dalla sognata Itaca il fumo; e scoprir forse il fido Eumeo nel chiuso ben cinto, e forse il padre suo nel campo ben culto: il padre che sopra la marra appoggiato guardasse la sua nave; e forse il figlio che poggiato allasta la sua nave guardasse: e lo seguiva, certo, e intorno correa scodinzolando

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Argo, il suo cane; e forse la sua casa, la dolce casa ove la fida moglie gi percorreva il garrulo telaio: guard: ma vide non sapea che nero fuggire per il violaceo mare, nuvola o terra? e dileguar lontano, emerso il cuore dOdisseo dal sonno.

Il sonno, che in Omero era solo un espediente narrativo, viene qui promosso a titolo del componimento, e si fa emblema della condizione del poeta che, come il Cieco di Chio, non vede se non linvisibile. Ideale prosecuzione del Sonno di Ulisse Il Ritorno, il poemetto incluso in Odi e Inni (1906) in cui lapprodo a Itaca, prima mancato, finalmente ha luogo. Ma al nostos non corrisponde lagnizione, e allesilio succede lo spaesamento: Ulisse non riconosce la sua terra, la sua casa, i suoi cari: Povero me! nella terra di quali mortali mi trovo?, esclama sgomento. Anche qui la reminiscenza omerica (Od., XIII, vv. 187-221), la cui filigrana traspare nei particolari, viene piegata a un senso nuovo e opposto: lo smarrimento delleroe antico che non riconosce gli alberi del suo paese perch Atena lo ha avvolto in una nube, Pascoli lo fa risalire al divario fra realt ricordata e realt veduta:
E i peri e i meli gli fiorian diverso da quel che, assenti, nella sua memoria, gli avean per dieci e dieci anni fiorito.

Analogamente, se nellOdissea Itaca viene alfine svelata da Atena, nel Ritorno Ulisse non riesce a riconoscere i luoghi che gli indica unaltocinta vergine ricciuta, fino al momento in cui, specchiandosi nella fonte Aretusa, ravvisa nel proprio volto di vecchio i tratti giovanili. Se i due componimenti cui abbiamo accennato si saldano in un dittico coerente che rivela la poetica e, a un tempo, il sentimento dolente di estraneit alla vita di Pascoli, il suo pi lungo testo ulissiaco, Lultimo viaggio, composto nel 1903 e incluso anchesso nei Poemi conviviali del 1904, percorso dalla coscienza dello scacco esistenziale e dalla tensione verso il mistero. Siamo, quanto al tempo di composizione, a ridosso di Maia, ed tale la differenza fra il navigatore dannunziano e il suo omologo pascoliano da far apparire linvenzione di questo una risposta polemica alla creazione di quello. Il motivo della nuova peregrinazione del vecchio eroe, presente in Dante e Tennyson, sembra qui attinto ancora una volta allOdissea, che il poemetto evoca anche nella sua scansione in ventiquattro, brevi, canti. Anche qui, dopo la lunga permanenza a Itaca dove ha arato tanti campi, Ulisse sente che tempo di solcare di nuovo le onde; atteso da tempo dai compagni, egli ripercorre a ritroso lantico itinerario alla ricerca di luoghi e figure del passato, per interrogarsi sul senso della propria esperienza, per accertarsi della sua stessa consistenza. Di nuovo, lo spunto della fonte accolto solo a met, sicch il nuovo viaggio vaticinato da Tiresia si realizza, ma il profetizzato ritorno

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definitivo a Itaca e la tranquilla morte in patria sono ignorati. Mi sono ingegnato di mettere daccordo lOdissea (XI, vv. 121-137) col mito narrato da Dante e dal Tennyson, avverte Pascoli; ma il suo eroe supera la brama di divenir del mondo esperto e linsofferenza del tedio e della mediocrit dei due modelli. Perci non drizza la prua per superare le colonne dErcole, ma per ripercorre le tappe della passata avventura che sembra ora dileguare nellirrealt. Nellorazione ai compagni, Ulisse muove dal rifiuto del tedio, come Dante, come Tennyson, come Graf:
Ma no! N pu la nera nave al fischio del vento dar la tonda ombra di pino. E pur non vuole il rosicho del tarlo, ma londata, ma il vento e luragano. Anchio la nube voglio, e non il fumo; il vento, e non il sibilo del fuso, non lodioso fuoco che sornacchia, ma il cielo e il mare che risplende e canta.

Ma con un colpo dala, loratore trasforma il mare ombrato nello specchio della propria anima:
Compagni, come il nostro mare io sono, ch bianco allorlo, ma cilestro in fondo.

Quel mare ha accolto un viaggio immaginario o unesperienza vissuta? Di approdo in approdo, Odisseo scopre con angoscia che nessun ricordo trova conferma nella realt:
E vi ritorno. Io vedo che ci che feci gi minor del vero.

Scopre che deserta lisola di Circe, che nellantro di Polifemo vive un semplice pastore. Dunque, vida es sueo?
Il mio sogno non era altro che sogno; e vento e fumo. Ma sol buono il vero.

Alle Sirene, che in verit sono due scogli contro cui la sua nave si infranger, Ulisse rivolge la domanda suprema:
E la corrente rapida e soave pi sempre avanti sospingea la nave. E sergean su la nave alte le fronti, con gli occhi fissi, delle due Sirene. Solo mi resta un attimo. Vi prego! Ditemi almeno chi sono io! chi ero!

Ma tra i due scogli si spezz la nave, e le acque trasporteranno il cada-

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vere del naufrago, morto senza sapere, presso lisola della nasconditrice Calipso. LUlisse dannunziano, mosso dal necessario travaglio contra limplacabile Mare, e quello pascoliano, che sente colorarsi il cuore dellazzurro color di lontananza, hanno due volti che per il crepuscolare Guido Gozzano, di poco pi giovane, sono entrambi, e per diverse ragioni, improponibili. Dallaccoramento di Pascoli, il poeta torinese si protegge con lo schermo dellironia (che diventa agrodolce quando la esercita su se stesso e sulla sua Felicita), e dallagonismo superomistico del Vate rifugge con cura, grato alla sorte che non ha fatto di lui un tronfio gabrieldannunziano ma un semplice e minuscolo gozzano, pronto a far rimare amicalmente Nietzsche con camicie. Tuttavia la sua musa, volutamente modesta, non certo equidistante dai due auctores. Un verso dellUlisse pascoliano, affiora fra quelli dedicati allIsola Non-Trovata (in una poesia dispersa, La pi bella!, 1913), certo un omaggio al precursore:
Sannuncia col profumo, come una cortigiana, lIsola Non-Trovata... Ma, se il pilota avanza, rapida si dilegua come parvenza vana, si tinge dellazzurro color di lontananza...

Leroe dannunziano compare invece, in chiave parodica, beffarda, nellIpotesi (1907), nella quale lautore, vagheggiando una tranquilla vita di provincia, immagina di sposare non una Emma Bovary ma la signorina Felicita, che non legge romanzi ma vive tranquilla, serena col padre borghese / in unantichissima villa remota del Canavese; a lei, che sparecchia la tavola, dopocena, racconta a modo suo la storia di Ulisse, anzi del Re di Tempeste, come lo chiama facendo il verso al poeta di Maia (odimi, o Re di tempeste!):
Il Re di Tempeste era un tale che diede col vivere scempio un ben deplorevole esempio dinfedelt maritale, che visse a bordo dun yacht toccando tra liete brigate le spiagge pi frequentate dalle famose cocottes... Gi vecchio, rivolte le vele al tetto un giorno lasciato, fu accolto e fu perdonato dalla consorte fedele... Poteva trascorrere i suoi ultimi giorni sereni, contento degli ultimi beni come si vive tra noi... Ma n dolcezza di figlio, n lagrime, n la piet

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del padre, n il debito amore per la sua dolce met gli spensero dentro lardore della speranza chimerica e volse coi tardi compagni cercando fortuna in America...

La storia, dichiaratamente narrata con pace dOmero e di Dante, demitizza entrambi gli auctores attraverso lanacronismo e labbassamento tonale, e con il ricorso a vistose aritmie, prosaiche quanto il linguaggio: leroe antico diventa un marito infedele che gira il mondo su uno yacht, e quello medievale, modellato sulla fonte ma degradato dal registro colloquiale (n il debito amore / per la sua dolce met [...] Considerate, miei cari / compagni, la vostra semenza!), fa del folle volo lultima carta giocata da un avventuriero convinto che non si pu vivere senza / danari, molti danari. Yacht, cocottes e indebitamenti si attagliano perfettamente al DAnnunzio-Re di Tempeste, bersaglio privilegiato della satira di Gozzano. Facendo delleroe navigatore larchetipo del millantatore fedifrago, il poeta torinese, novello Luciano, smaschera con una sorta di restauro demolitore la mistificazione del Vate. Gabriele aveva mitizzato il suo viaggio in Grecia? Guido toglie a Ulisse i panni eroici di cui lavevano rivestito Dante e Omero, e il Vate resta nudo, a mostrare di non essere altro che il crocierista oggetto di fondati pettegolezzi. Con lo yacht, anzi, con il vascello dantesco cola allora a picco, oltre allalone epico del mito e agli auctores della tradizione, la letteratura mondana:
Viaggia viaggia viaggia viaggia nel folle volo: vedevano gi scintillare le stelle dellaltro polo... viaggia viaggia viaggia viaggia per lalto mare: si videro innanzi levare unalta montagna selvaggia... Non era quel porto illusorio la California o il Per, ma il monte del Purgatorio che trasse la nave allin gi. E il mare sovra la prora si fu rinchiuso in eterno. E Ulisse piomb nellInferno dove ci resta tuttora...

Lattualizzazione, che rende Odisseo impaziente, e la scoppiettante ironia di Gozzano corrodono la sua aureola di eroe. In ben diversa atmosfera svapora il nimbo che circonda Ulisse nei versi di un altro poeta, anche lui di vocazione prosastica, Cesare Pavese. Provvisto di una cultura mitografica robusta e aggiornata anche sul piano antropologico e psicanalitico, egli convinto che i miti cruciali tanto per la psiche che per

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larte (Larte moderna , in quanto vale, un ritorno allinfanzia, scrive nel Mestiere di vivere, 1942) sono quelli personali, che si fissano nellinfanzia di ogni uomo. Per lui, dunque, anche lUlisse della poesia inclusa in Lavorare stanca (1936) un mito individuale prima che collettivo:
Questo un vecchio deluso, perch ha fatto suo figlio troppo tardi. Si guardano in faccia ogni tanto, ma una volta bastava uno schiaffo. (Esce il vecchio e ritorna col figlio che si stringe una guancia e non leva pi gli occhi). Ora il vecchio seduto fino a notte, davanti a una grande finestra, ma non viene nessuno e la strada deserta. Stamattina, scappato il ragazzo, e ritorna questa notte. [...] Ma il vecchio non si muove dal buio, non ha sonno la notte, e vorrebbe aver sonno e scordare ogni cosa come un tempo al ritorno dopo un lungo cammino. [...] Il ragazzo, che torna fra poco, non prende pi schiaffi. Il ragazzo comincia a esser giovane e scopre ogni giorno qualcosa e non parla a nessuno. Non c nulla per strada che non possa sapersi stando a questa finestra. [...] Ogni volta ritorna. Il ragazzo ha un suo modo di uscire di casa che, chi resta, saccorge di non farci pi nulla.

Come il nome delleroe, confinato nel titolo, fuori dalla soglia del testo, anche lintero mito tradizionale, con le sue varianti comunque penetrate nella coscienza collettiva, resta escluso dal componimento, realistico fino a far nascere il dubbio che il nome possa essere quello di un abitante delle Langhe piuttosto che del re di Itaca (quello che nei Dialoghi con Leuc Pavese fa discorrere con Calipso). Che cosa ha in comune, con lUlisse omerico, questo vecchio che aspetta il figlio alla finestra e vorrebbe dormire per scordare ogni cosa? Che assiste impotente al girovagare di un Telemaco adolescente non in cerca del padre, ma in fuga da lui? E se di mito personale si tratta, in quale personaggio si riconosce il malinconico e dolente Pavese? Nel fanciullo ribelle o nel padre arreso? Trasparente invece il richiamo alleroe omerico e lautobiografismo di tutto il Canzoniere di Umberto Saba e dunque anche del suo Ulisse:
Nella mia giovinezza ho navigato lungo le coste dalmate. Isolotti a fior donda emergevano, ove raro un uccello sostava intento a prede,

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coperti dalghe, scivolosi, al sole belli come smeraldi. Quando lalta marea e la notte li annullava, vele sottovento sbandavano pi al largo, per fuggirne linsidia. Oggi il mio regno quella terra di nessuno. Il porto accende ad altri i suoi lumi; me al largo sospinge ancora il non domato spirito, e della vita il doloroso amore.

Nella tarda stagione di Mediterranee (1947), il poeta contempla un giovane Saba-Odisseo distante nel tempo, che navigava sospinto dalla joie de vivre, attratto dalla bellezza e dal pericolo: luccello predace, gli scogli smeraldini che minacciano le fragili chiglie. Ora, da vecchio, egli non rimpiange lavventura n, tantomeno, si arrende come lUlisse pavesiano, poich il non domato spirito e il persistente doloroso amore della vita risospingono al largo la sua mente e il suo cuore, e fanno di lui il re di quella terra che ancora di Nessuno, di Outis. Meno diretta, ma solo in apparenza, limmedesimazione in Ulisse nellaltro componimento sabiano cos intitolato, incluso in Parole (1934). Qui, al suo doppio, ormai in declino e sommerso da infausti presagi, il poeta rivolge con delicato tremore la domanda cruciale:
O tu che sei s triste ed hai presagi dorrore Ulisse al declino nessuna dentro lanima tua dolcezza aduna la Brama per una pallida sognatrice di naufragi che tama?

Anche qui, per Saba, il nerbo della vita sta nella persistenza della Brama, con la maiuscola, di un acceso desiderio per una pallida sognatrice di naufragi che incarna, ad un tempo, la passione amorosa e la sete di racconto, di mythos. Il poeta riconsacra cos Ulisse calandolo nellattualit del proprio vissuto personale. Joyce, che a Trieste aveva avea lasciato una non esile traccia, non aveva forse scritto, in una lettera a Carlo Linati del 1920, che occorreva rendere il mito sub specie temporis nostri? Ma piuttosto che unattualizzazione, il mito ha subito, nella letteratura novecentesca, una frantumazione. Se nei poemetti di Graf, DAnnunzio, Pascoli e persino in quello di Gozzano, la vicenda di Odisseo sopravvive come mythos, anche nel senso di racconto, uno sguardo complessivo sulla poesia, vede prevalere isolati e parziali ritratti delleroe, busti marmorei o pi spesso esigui frammenti che recano solo un particolare dellenorme bassorilievo omerico. Cos, tra i Frammenti lirici di Clemente Rebora (1913), nei versi di Cielo, per albe vediamo nella citt un mondo / fra Penelope e i proci, mentre in quelli di Allegrezza, a poetare appare la maga lusingatrice:

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Questo universo pi saldo del trasmutabile giorno, questa lusinga pi vera della tua isola, Circe.

Il paesaggio come incanto circeo (cos il poeta di Alcyone, incisivo per il tanto diverso Rebora) torna nella prima strofe della poesia dedicata alla Sardegna, che Vincenzo Cardarelli pubblica nel 1933 su Quadrivio:
Sul languido cielo sincidono, Sardegna, i tuoi monti di ferro. Cielo velato come da un polline malsano, che a guardarlo ci si strugge. Malinconica Circe, con questo richiamo che trattieni il partente, presso il Limbara nostalgico. Ed cos che il sardo mai tradir la sua terra fedele.

Di unaltra isola, trasfigurata nellIsola di Ulisse (nella raccolta Erato e Apllion, 1932-1936) scrive Salvatore Quasimodo, convinto che la mitopoiesi possa realizzarsi attraverso lo sguardo che si posa sul mondo e lo scopre pi favoloso di quello delle favole antiche:
Ferma lantica voce. Odo risonanze effimere, oblo di piena notte nellacqua stellata. Dal fuoco celeste nasce lisola di Ulisse. Fiumi lenti portano alberi e cieli nel rombo di rive lunari. Le api, amata, ci recano oro: tempo delle mutazioni, segreto.

In una nuova et delloro, davanti agli occhi del poeta e dellamata, rinasce unisola mediterranea, una nuova Ogigia, grazie a una prodigiosa metamorfosi, propiziata da una voce antica che si avverte sotto le risonanze effimere. Non Ulisse, qui, ma il ritorno misterioso del tempo delle mutazioni, preme al poeta. Pi tardi, la guerra imprimer una svolta al pensiero e alla poetica quasimodiana: cos, nei versi Ai fratelli Cervi inclusi nel Falso e vero verde (1949-1955), il poeta sembra respingere la tentazione ermeticopaesistica (Scrivo ai fratelli Cervi / non alle sette stelle dellOrsa). Eppure, anche nel nuovo clima prosastico, il paesaggio continua a farsi mito, suscitando la memoria di Polifemo e di Ulisse:

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Nella notte dolcissima Polifemo piange qui ancora il suo occhio spento dal navigante dellisola lontana. E il ramo dulivo sempre ardente.

Nella raccolta e nella stagione successiva, quella della Terra impareggiabile (1955-58), la lirica Una risposta aprir nel nome delleroe la contemplazione del mare di Aci e delle laviche pendici dellEtna (Se arde alla mente lncora dUlisse...). E il ricorso della parola-tematica nulla (dal nulla dellaria / qui dal nulla che stride di colpo e uncina [...] dal nulla delle mani [...] viva formare dal nulla una formica), sembra configurare, pur nellambito di una poesia incline alla descrizione paesistica e allo scavo emotivo, un pensiero nichilista che contagia anche Odisseo. Anche Giuseppe Ungaretti penetra a modo suo quel mito, specie nel Sentimento del tempo, a partire da Sirene (1923), per il quale la chiave ulissiaca fornita in un autocommento del poeta: lispirazione [...] la musa sotto forma di sirena, e nella poesia presente, appunto, lisola fatale, lisola delle sirene incontrata da Ulisse nel suo viaggio:
E gi, prima chio giunga a qualche meta, non ancora deluso mavvinci ad altro sogno. Uguale a un mare che irrequieto e blando da lungi porga e celi unisola fatale, con variet dinganni accompagni chi non dispera, a morte.

Sul versante mitico del Sentimento, gli astri appaiono come Penelopi innumeri abbracciate dal Signore (Fine di Crono, 1925):
Lora impaurita in grembo al firmamento erra strana. Una fuligine lilla corona i monti, fu lultimo grido a smarrirsi. Penelopi innumeri, astri vi riabbraccia il Signore! (Ah, cecit! Frana delle notti...) e riporge lOlimpo, fiore eterno di sonno.

E nellermetica Canzone che apre La terra promessa (1968-1953) torna unItaca il cui varco nostos e qute a un tempo:
E se, tuttora fuoco davventura, tornati gli attimi da angoscia a brama, dItaca varco le fuggenti mura,

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so, ultima metamorfosi allaurora, oramai so che il filo della trama umana, pare rompersi in quellora.

Lisola di Ulisse riaffiora negli Ultimi cori per la terra promessa (19521960), inclusi nel Taccuino del vecchio:
Verso meta si fugge: chi la conoscer? Non dItaca si sogna smarriti in vario mare, ma va la mira al Sinai sopra sabbie che novera monotone giornate.

Non dunque un ritorno al noto quello cui mira il vecchio poeta, che cerca invece un varco verso laltrove promesso a Mos, doppio, al pari di Enea, del poeta nella sua fiduciosa ricerca. Leroe virgiliano appare come un concorrente di Ulisse, oltre che nellungarettiana Terra promessa, nel Passaggio di Enea di Giorgio Caproni. Il quale peraltro, in Esperienza (1972), ridisegna con tratti essenziali il viaggiatore pascoliano alla ricerca della conoscenza che approda per alla coscienza del nulla:
Tutti i luoghi che ho visto, che ho visitato, ora so ne son certo: non ci sono mai stato.

Al modello del poeta di Castelvecchio, prediletto da Caproni, deve qualcosa anche lUlisse cristiano di Paolo Wenzel (proposto da Valerio Volpini nellAntologia della poesia religiosa italiana contemporanea del 1952), un navigatore che al termine delle sue peripezie scopre che la verit abita in interiore homine:
finiranno le terre prima che lesito arrivi... Tutto portavo con me ci che andavo a cercare, anche la bussola, il vento, le tranquille baie, cerano in me le montagne, la morte e la porpora

Sono, tutte queste, mere schegge di un mito cristallizzato, frammenti di cui ciascun poeta coglie un fugace riverbero. Nel Montale minore di una poesia dispersa (notizie & consigli), una filastrocca giocata fra ironia e nonsense, compare un cenno ancor pi esile allOdissea:
Manda Mir, non dir di no,

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i libri rei lascia di ebrei. Ricerchi invano posti a Milano, solo tra i proci mangi peoci.

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Ad Alda Merini, nei versi dedicati a Giovanni Raboni (in Vuoto damore, 1991), Ulisse serve per disegnare il profilo di un uomo che ha pregi diversi dalleroe antico:
Anche tu sei un uomo, ma non solo un uomo, un giardino: ti fanno compagnia le lunghe amache i caldi tropicali, le Azzorre. Ma tutto in te magnifica Grecia, non hai la perspicacia di Ulisse non hai la malizia degli uomini, ma sei silenzioso e caldo come la matrice di un giunco.

Se nei versi della poetessa lastuto guerriero sopravvive come termine di paragone negativo, Fernando Bandini, negli Studi classici della raccolta La mantide e la citt (1979), rovescia la vicenda omerica e fa di lui la vittima esemplare delle atrocit della storia che rinnova luccisione del dio:
Questi monti fabbricati dal cielo (sue torri e battifredi) gemono per la morte del dio. E abbiamo visto navi dolcemente sfasciarsi e Pan o megas tethneke piangere una gran folla nel porto di Paxo. E lindustria sfruttare ossa e capelli degli uccisi. E il Ciclope con una pinzetta stroppiare il pollice di Ulisse. Et eludendo la guardia bambini armati di bastone per la lippa circondare lampolla dov chiusa la Sibilla. E gridavano: Cosa vorresti fare da grande?. Lei rispondeva: Morire.

Un Polifemo aguzzino? Qui Ulisse diventa paziente suo malgrado, dopo tanti moti dimpazienza e dinsofferenza. La conclusione della nostra rassegna, che non pretende certo di essere esaustiva, vorremmo affidarla ad alcune pagine di Primo Levi. S, la nostra piccola odissea non termina a Itaca, ma nella Auschwitz di Se questo

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un uomo. Potremmo sembrare fuori rotta, toccando unopera in prosa, ma le pagine leviane che ci preme ricordare parlano di un Ulisse poetico, quello dei versi danteschi. Ricordate? Come nellinferno del poema, nel lager tutti i valori sono stravolti, la vita privata di ogni scopo, e le parole dei diavoli ai dannati acquistano una sinistra attualit:
La spiegazione ripugnante ma semplice: in questo luogo proibito tutto, non gi per riposte ragioni, ma perch a tale scopo il campo stato creato. Se vorremo viverci, bisogner capirlo presto e bene [...]: Qui non ha luogo il Santo Volto, qui si nuota altrimenti che nel Serchio!

LUlisse dantesco, allora, emerge faticosamente dalla memoria dello scrittore come emblema di libert dello spirito:
Il canto di Ulisse. Chiss come e perch mi venuto in mente: ma non abbiamo tempo di scegliere, questora gi non pi unora. Se Jean intelligente capir. [...] Jean attentissimo, ed io comincio, lento e accurato: Lo maggior corno della fiamma antica Cominci a crollarsi mormorando, Pur come quella cui vento affatica. Indi, la cima in qua e in l menando Come fosse la lingua che parlasse Mise fuori la voce, e disse: Quando... Qui mi fermo e cerco di tradurre. Disastroso: povero Dante e povero francese! [...] E dopo Quando? Il nulla. Un buco nella memoria.

Ancora un verso affiora, per, Ma misi me per lalto mare aperto, dopo di che, sgomenta dinanzi a quello che pare un paradiso irraggiungibile, la mente si appanna ancora, la memoria vien meno: E anche il viaggio, il temerario viaggio al di l delle colonne dErcole, che tristezza, sono costretto a raccontarlo in prosa: un sacrilegio. Ma lo sforzo di ricordare premiato, e altri versi vengono in superficie, prendendo per lo scrittore e i suoi compagni di sventura un significato nuovo:
Considerate la vostra semenza: Fatti non foste a viver come bruti Ma per seguir virtute e conoscenza. Come se anchio lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono. Pikolo mi prega di ripetere [...] ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie. [...] Quando mi apparve una montagna, bruna per la distanza e parvemi alta tanto

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che mai [sic] veduta non ne avevo alcuna.

Darei la zuppa di oggi per saper saldare non ne avevo alcuna col finale prosegue Levi, mentre aspetta in coda la zuppa di cavoli e rape. Il mare aperto si richiude su Ulisse e, in sua compagnia, due prigionieri chiudono in una giornata in cui, oltre a sopravvivere, hanno vissuto. Limpaziente Odisseo li ha aiutati nella loro eroica pazienza, nella sovrumana fatica di restare uomini1.

1. NOTA BIBLIOGRAFICA. Nellampia bibliografia su mito e letteratura, ci limitiamo a segnalare qui, alfabeticamente ordinati, i contributi che, in modo pi o meno diretto, sono stati utili alla nostra specifica ricerca: BERNARD ANDREAE, Limmagine di Ulisse, Torino, Einaudi, 1983; SALVATORE BATTAGLIA, Mitografia del personaggio, Milano, Rizzoli, 1968; RAFFAELLA BERTAZZOLI, Ulisse in Pascoli e DAnnunzio: Maia e i Poemi conviviali, Humanitas, Brescia, 4, 1996; ALFONSO BERTOLDI, Ulisse in Dante e nella poesia moderna, in ID., Nostra maggior musa, Firenze, Sansoni, 1921; HANS BLUMENBERG, Elaborazione del mito, Bologna, Il Mulino, 1991; ID., Naufragio con spettatore, Bologna, Il Mulino, 1985; MARINO BOAGLIO, Pascoli: lUltimo sogno e la coscienza del nulla, Lettere Italiane, Firenze, 1, 1982; PIERO BOITANI, Lombra di Ulisse, Bologna. Il Mulino, 1992; ID., Sulle tracce di Ulisse, Bologna, Il Mulino, 1998; MARINELLA CANTELMO, Nomi in codice. Ungaretti e la mitopoiesi novecentesca, Humanitas, Brescia, 4, 1999; ALESSANDRA GIAPPI, Tracce del mito nella poesia italiana del secondo Novecento, Humanitas, Brescia, 4, 1999; PIETRO GIBELLINI, Logos e Mythos. Stud su Gabriele dAnnunzio, Firenze, Olschki, 1985; Il mito nella letteratura italiana del 900, a cura di PIETRO GIBELLINI, num. monogr. di Humanitas, Brescia, 4, 1999; ALFREDO LUZI, Larchetipo del viaggio nella poesia italiana del Novecento: da Corazzini a Caproni, in Visioni e archetipi, a cura di FRANCESCO BARTOLI et alii, Trento, Universit di Trento, 1996, pp. 69-84; LUIGI MARTELLINI, Ungaretti e limmagine di Ulisse, in Ungaretti e i classici, a cura di MARTA BRUSCIA et alii, Roma, Studium, 1993, pp. 103-118; DANIELA MESSINEO, Il viaggio di Ulisse da Dante a Levi, Firenze, Athenaeum, 1995; MARGHERITA ROSSI CITTADINI, Ulisse nei poeti italiani, in Presenze classiche nelle letterature occidentali, a cura di MARGHERITA ROSSI CITTADINI, Perugia, Irrsae dellUmbria, 1995, pp. 409-462; PAOLO SCARPI, La fuga e il ritorno. Storia e mitologia del viaggio, Venezia, Marsilio, 1992; Tracce profonde. Il viaggio tra il reale e limmaginario, a cura di ANTONIO SPADARO, Roma, Citt Nuova, 1993.