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Si Deus, Unde Malum?

Il problema del male nella storia della filosofia

Indice

1. Parte Prima
 La filosofia e il problema del male
 Male fisico e male naturale
 Male morale
 Male Metafisico
 Il problema del male nel cristianesimo
- Male come ignoranza
- Male come privazione di bene
- Imperscrutabilità della provvidenza divina
- Teodicea irenea - male come strumento per realizzare un bene superiore
- Male come Peccatum

2. Parte Seconda
 Il Problema del Male nella Filosofia Moderna
 Il male e il potere: Machiavelli e Hobbes
 Male e odiosità dell'io in Pascal
 Il male e la teodicea
 Il male nel migliore dei mondi possibili: Leibniz
 Kant e il fallimento di ogni teodicea razionale
 I filosofi e la catastrofe
 Il legno storto: Kant e il «male radicale»
 Il male e la potenza del negativo in Hegel

3. Parte terza
 Il Problema del Male nella filosofia Contemporanea
 Leopardi e il male ordinario
 Dostoevskij: la domanda sul male come punto d'incontro fra fede e ateismo
 Schopenhauer: il male come «volontà di vivere»
 Il male come sofferenza inutile
 Nietzsche: il male e il nichilismo
 Freud: malattia e normalità
 Il Novecento come secolo del male?
 Il «male politico» del XX secolo: il totalitarismo
 Il «male assoluto»: rendere super-fluo l'umano
 Il «male banale»
 Il male e la «zona grigia»
 Il male nella ragione
 Il male come paranoia antisemita
 Pensare dopo Auschwitz
 Il male in Dio
 Male e pluralismo dei valori
« Si Deus est unde malum? Et si non est, unde bonum? »
Boezio, De consolatione philosophiae

Spesso il male di vivere ho incontrato


era il rivo strozzato che gorgoglia
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
Montale, Spesso il male di vivere, Ossi di seppia

La filosofia e il problema del male


La condizione umana è immersa nell'esperienza del male: morte, malattia, catastrofi naturali,
guerre, ingiustizia, sofferenza, ecc. costituiscono una costante dell'esperienza quotidiana e
un'evidenza della vita umana. La stessa riflessione filosofica nasce come messa in discussione
dell'apparenza, del divenire e del male, al punto che un autore come Nietzsche, assume come atto di
nascita della filosofia non lo stupore di fronte alle cose, secondo la classica tesi di Aristotele, ma lo
stupore di fronte all'orrore dell'esistenza. La filosofia infatti, tematizzando questioni come la
libertà, la felicità, la giustizia, l'essere, il logos e la razionalità, non può fare a meno di porsi anche il
problema del male, visto, di volta in volta, come non essere, infelicità, ingiustizia, morte, disordine.
Prima di costituire una tematica fondamentale dell'indagine razionale, il problema del male
costituisce il nucleo essenziale del mito e della religione. Nella narrazione mitica e religiosa il male
è posto all'origine dell'essere e dell'esistenza, nella duplice immagine della nascita del mondo dal
caos o della caduta dell'uomo per un atto di superbia e ribellione che corrompe un ordine armonico
e buono e segna la nascita della storia come decadenza e prevalere del male.
Ma è con l'esperienza del male nella storia che nasce una ermeneutica del male, ovvero la
necessità di render conto del male, dare di esso una interpretazione che consenta di comprenderlo e
giustificarlo per dare un senso all'esistenza. Nella storia l'uomo fa esperienza del male in molteplici
forme, due eventi paradigmatici segnano l'ermeneutica filosofica del male: Il terremoto di Lisbona
del XVIII secolo, Auschwitz e la Shoah nel XX secolo.
A Lisbona, a metà del XVIII secolo, si verificò un terribile terremoto cui seguirono un
maremoto e l'incendio della città. Il disastro di Lisbona ebbe il potere di mettere in crisi il
paradigma della natura come armonia divina che dominava nella mentalità comune e la teoria di
Leibniz secondo cui il nostro sarebbe il migliore dei mondi possibili, tale infatti la tesi centrale della
sua teodicea - dottrina della giustizia di dio - che mirava a giustificare dio per la presenza del male
nel creato. Fu Voltaire a sottolineare la contraddizione tra l'ottimismo leibniziano e l'esistenza del
male nella forma delle catastrofi naturali. Scrive a tal proposito Adorno: "il terremoto di Lisbona
bastò a guarire Voltaire dalla teodicea". L’inquietante domanda che il filosofo come il teologo non
possono non porsi è la seguente: dov’era Dio mentre il terremoto di Lisbona uccise miseramente i
fedeli che Lo pregavano?
La catastrofe di Lisbona simboleggia i disastri che la natura compie ai danni dell’uomo: ma,
secondo Adorno, si tratta di una catastrofe di minima entità se accostata ad Auschwitz, che "prepara
l’inferno reale" sulla terra. Con Auschwitz esempio di male umano, entra in crisi qualsiasi
ermeneutica del male elaborata nel corso della storia e tutte le precedenti concezioni ottimistiche
della storia, dell'uomo e della razionalità, sono superate.
La tradizionale risposta al problema del male che ha caratterizzato la cultura occidentale è
quella cristiana, le soluzioni prospettate dal cristianesimo sono riconducibili a due fondamentali
modelli:
- quello della nemesi divina per cui il male è la vendetta con cui Dio punisce l’uomo per il male
che ha compiuto;

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- quello della teodicea: secondo cui il male, anche il più gratuito, ha un senso compiuto se inserito
nell’economia del tutto: il tutto è bene, e il male perde la sua valenza di male se inserito in tale
contesto.
L'idea fondamentale che sta alla base di entrambi i modelli è la possibilità di redenzione dal
male dell'uomo e dell'essere: il male non è destinato a trionfare ma ad essere sconfitto dal bene, la
fine della storia e la fine del mondo coincidono con il successo finale del bene e l'instaurarsi del
regno di dio. Il Giudizio Universale è la realizzazione concreta di questa idea: alla fine dei tempi i
malvagi saranno castigati e i buoni premiati con la felicità eterna, la storia ha un senso e la sua
conclusione è positiva. Il male e la sofferenza subiti dall'uomo nel corso della storia hanno così un
senso: per il trionfo finale del bene è necessario l'esercizio della libertà, sono necessari la colpa e il
merito, alla fine l'intervento di dio ristabilire la situazione di perfezione del creato antecedente al
peccato umano.
Anche quella tradizione culturale che prende le mosse dalla rivoluzione scientifica fino ad
emanciparsi da una spiegazione religiosa dell'essere e dell'esistenza con l'illuminismo e il
materialismo, porta ad uno scacco. La secolarizzazione, l'affermarsi cioè in ogni ambito di una
spiegazione delle vicende umane che non faccia riferimento a una entità personale trascendente,
pone al centro dell'ermeneutica del male l'uomo come soggetto della storia. Se la storia è frutto
dell'agire dell'uomo allora è in essa che occorre cercare un senso che possa "redimerla" dal male,
dalla sofferenza, dal prevalere dell'ingiustizia. Il senso dovrà essere cercato nell'esistenza di un
ordine che regoli il divenire storico in modo da concepirlo come un processo attraverso cui si
affermi gradualmente uno stato di cose positivo. Tali sono i modelli che interpretano la storia come
una totalità processuale necessaria che conduce al finale trionfo del bene, di volta in volta inteso
come piena realizzazione della razionalità (Hegel), eliminazione rivoluzionaria dell'ingiustizia e
affermazione di un uomo che è in grado di recuperare la propria essenza libera e creativa (Marx),
realizzazione del progresso in una società che ha sconfitto la miseria materiale e morale
(positivismo).

Male fisico e male naturale

E' quello che caratterizza l'esistenza degli esseri viventi in quanto esseri naturali: la sofferenza
fisica, la malattia, la vecchiaia, il dolore del corpo, è rilevabile anche come conseguenza di eventi
naturali che infliggono sofferenza come i disastri naturali. Esso appare come qualcosa di ineluttabile
che fa parte dell'esistenza ma che diviene un problema filosofico qualora si assuma come causa che
produce l'esistenza naturale, un principio positivo (dio, la ragione, l'evoluzione, ecc).
Tradizionalmente il male fisico o naturale diviene oggetto di una ermeneutica del male quando si
pone come sofferenza dell'innocente e del giusto, come nel caso di un bambino che soffre o
nell'episodio biblico di Giobbe.
L'esistenza del male fisico risulta non giustificabile con l'argomento del libero arbitrio o della colpa
poiché esso non è interpretabile come pena che viene inflitta in conseguenza di una colpa specifica
imputabile alla responsabilità di chi ne è colpito. Esso infatti colpisce casualmente. Il naturalista
inglese David Attenborough cita come esempio il caso del nematode:
« La mia risposta è che quando i creazionisti parlano di Dio che ha creato ogni singola specie come atto separato, citano
sempre come esempi i colibrì, o le orchidee, i girasoli e le cose belle. Ma io tendo a pensare, invece, ad un verme
parassita che sta perforando l'occhio di un bambino seduto sulla riva di un fiume in Africa Occidentale, un verme che
sta per renderlo cieco. E chiedo loro, "Mi stai forse dicendo che il Dio in cui credi, che tu dici anche essere un Dio
infinitamente misericordioso, che si prende cura di ciascuno di noi individualmente, stai proprio dicendo che Dio ha
creato questo verme che non può vivere in nessun altro modo se non nella pupilla di un bambino innocente? Perché ciò
non mi sembra coincidere affatto con un Dio pieno di misericordia".»
Il problema è quindi perchè a soffrire non sia l'ingiusto, ma il giusto, l'innocente. Naturalmente
questo problema non sorge se si ritiene la naturale e il male fisico che la caratterizza come
totalmente slegati da qualsiasi valore morale.

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Male morale
Il male morale è il male come colpa o malum culpae può essere inteso sia come risultato
del libero arbitrio e quindi della scelta deliberata del male, sia nel senso generale di una colpa
originaria che coinvolgerebbe l'intero genere umano, come nel mito del peccato originale.
Nel primo caso, il male è il risultato di un cattivo uso della propria volontà o per ignoranza
del bene o per volontaria trasgressione di una norma morale e religiosa ritenuta vincolante e
universale. Questo tipo di male è oggetto di analisi della filosofia morale e qui il dibattito si incentra
sul concetto di responsabilità. Se infatti il male fisico è gratuito e casuale nel suo accadere, il male
morale è imputabile al soggetto che lo compie in quanto frutto di una scelta consapevole e
deliberata della volontà che opta per il male. Il libero arbitrio si pone infatti come possibilità di
scegliere tra il fare il bene e il fare il male, senza scelta non si darebbe libero arbitrio, né
responsabilità, né colpa.
Nel secondo caso, l'inspiegabilità del male e della sua distribuzione che colpisce senza
distinzioni il giusto e l'ingiusto, conducono ad assumere la presenza del male come risultato non
della creazione divina ma di una colpa umana che avrebbe corrotto sia il creato che l'uomo stesso.
Tale colpa originaria sarebbe consistita nella disobbedienza al volere divino e nella conseguente
caduta dell''uomo che perde la sua innocenza e con lui la perde l'intero creato. In luogo della vita
dominata dalla pace e dall'armonia dello stato precedente alla colpa originaria, si viene infatti a
produrre il male, sia nella natura che nella storia. In questo modo anche il male fisico viene spiegato
attraverso il male morale. A questo punto la natura di tutti gli uomini è irrimediabilmente corrotta ed
essi non sono più in grado di compiere il bene e sono dominati da una forza che determina verso il
male la loro volontà

Male Metafisico
Se il male fisico e morale fanno riferimento all'esperienza del male che si ha nell'esistenza,
porsi il problema del male metafisico significa invece chiedersi cosa sia in se stesso il male, quale
il suo statuto ontologico, che tipo di realtà esso possieda. La tradizione religiosa e filosofica, non
solo occidentale, la risposta a questa domanda ha sempre negato che il male possa essere concepito
come una realtà contrapposta al bene, ma ha interpretato il male come non essere, non quindi una
realtà negativa contrapposta a una realtà positiva, ma una non realtà, una mancanza di essere. Tutto
ciò che è, in quanto è, è bene, ma in quanto non realizza pienamente la propria natura o essenza è
mancanza di essere e quindi mancanza di bene e quindi è male. Per esempio l'essenza dell'uomo è
data dalla razionalità (Aristotele, l'uomo è un animale razionale), ma nell'uomo la razionalità non si
realizza mai pienamente in tutta la sua perfezione, in questo senso l'irrazionalità non è una realtà
positiva, ma la mancanza di razionalità data dall'impossibilità per l'uomo di raggiungere una
razionalità perfetta.
Questa negazione della realtà del male per cui esso è privatio boni (mancanza di bene)
risulta difficile da difendere sul paino dell'esperienza quotidiana in cui il male appare una costante
presenza, la strategia argomentativa perseguita dalla maggioranza dei filosofi tenderà non tanto a
negare l'evidenza della malvagità o del dolore, quanto nel negare che le azioni malvagie
comportino, da parte di chi le compie, la scelta consapevole del male (dato che questo non esiste),
esse sono invece il risultato di un errore di valutazione, di una errata conoscenza di cosa sia il bene.
La scelta consapevole del male infatti implicherebbe l'esistenza del male, pertanto una volontà
malvagia non esiste, l'azione cattiva è quindi frutto di un errore nel giudicare cosa sia bene.

Il problema del male nel cristianesimo


Centrale nella tradizione teologica e filosofica cristiana il tema del male si configura come
problema del rapporto tra bontà e onnipotenza divina da una parte e presenza del male dall'altra. La
formulazione più efficace di questo problema è quella attribuita ad Epicuro:

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« La divinità o vuol togliere i mali e non può o può e non vuole o non vuole né può o vuole e può. Se vuole e non può, è
impotente; e la divinità non può esserlo. Se può e non vuole è invidiosa, e la divinità non può esserlo. Se non vuole e
non può, è invidiosa e impotente, quindi non è la divinità. Se vuole e può (che è la sola cosa che le è conforme), donde
viene l'esistenza dei mali e perché non li toglie? »
Epicuro, frammento 374

La soluzione epicurea è quella di negare la provvidenza divina e affermare la divina


indifferenza: gli dei nella loro perfetta beatitudine sono del tutto indifferenti alle vicende degli
uomini e dell'universo, essi non sono creatori né si interessano agli uomini della cui esistenza non
sono neanche consapevoli.
Una simile soluzione non poteva però essere accettata dal cristianesimo che ha nella
provvidenza e nella creazione divina le sue fondamentali premesse, quindi il problema diventa
cruciale e viene riassunto in modo esemplare da Severino Boezio in quello che sarà uno dei testi più
importanti per tutta la successiva tradizione medioevale, La Consolazione della filosofia, composta
nel VI secolo: Si quidem deus est, unde malum? (se c'è dio, da dove vengono i mali?)
Le soluzioni che a questo problema verranno date in ambito teologico, in parte già viste,
sono le seguenti: male come ignoranza, male come privazione di bene, male come peccato, male
come strumento di crescita spirituale, male come conoscenza limitata, male come colpa originaria

Male come ignoranza


I malvagi non sono realmente tali, essi compiono il male involontariamente per un errore di
valutazione, essi quando scelgono il male, in realtà ritengono buona la cosa cattiva che scelgono di
fare. Quindi pensano di scegliere il bene e ciò dimostra che anche i malvagi preferiscono il bene,
quindi la loro non è una reale preferenza del male, ma un semplice errore nel giudicare cosa sia
bene e cosa sia male

Male come privazione di bene


Paradigmatica a questo riguardo la trattazione di Agostino nelle Confessioni (V secolo d.c.).
Egli sostiene che il male non sia una sostanza, una realtà esistente, ma una privatio boni. Tutto ciò
che esiste è creato da dio ed è quindi un bene, se il male esistesse sarebbe anch'esso creazione
divina e quindi sarebbe bene. Per il fatto stesso di essere create le cose non possono possedere la
stessa perfezione del creatore, quindi il loro essere non è un essere perfetto, in questo senso il male
è la mancanza di essere e perfezione che caratterizza necessariamente le creature in quanto diverse
dal loro creatore e quindi non perfette. Il male è allora frutto di una scelta che è liberamente
compiuta dalla creatura quando agisce e, abusando della sua libertà, sceglie "male". Il male non è
quindi imputabile a dio ma all'uomo: male è il peccatum.

Imperscrutabilità della provvidenza divina


Un argomento dice che, a causa della scarsa conoscenza dell'umanità, gli esseri umani non
possono pretendere di comprendere Dio o il suo piano ultimo. Quando un genitore porta un
bambino dal dottore per una vaccinazione regolare per prevenire una malattia infantile, è perché il
genitore ama e si prende cura di quel bambino. Il bambino però quasi sempre vede le cose in modo
molto diverso. Si sostiene che, proprio come un bambino non può capire le motivazioni del suo
genitore mentre è ancora solo un bambino, le persone non possono comprendere la volontà di Dio
nel loro stato fisico attuale e terreno.

Teodicea irenea - male come strumento per realizzare un bene superiore


Il male e la sofferenza sono visti come strumenti necessari per la realizzazione di un bene
superiore, ad esempio per la crescita spirituale. Questo approccio è spesso combinato con
l'argomento del libero arbitrio, sostenendo che tale crescita spirituale richiede decisioni di libero
arbitrio. Questa teodicea è stata sviluppata dal teologo cristiano del II secolo, Ireneo di Lione. Tale
tesi non spiega però il male gratuito, molti mali naturali infatti, come la sofferenza dei bambini,
senza che questo provochi in loro una crescita morale. In generale la stessa esistenza dell'uomo

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sarebbe un cammino, governato dalla divina provvidenza, colmo di sofferenze attraverso le quali
l'uomo riscatta se stesso e conquista la beatitudine eterna, quindi la sofferenza viene riscattata dalla
realizzazione di un fine superiore nell'aldilà.

Male come Peccatum


Con Peccatum nella tradizione teologica si intende un atto che viola la legge divina, per
comprendere la concezione cristiana del peccato occorre tenere presente la concezione del peccato
originale e l'incarnazione. Con il sacrificio di Gesù si apre per l'uomo la possibilità della redenzione
vincolata al fatto che il singolo segua il magistero della Chiesa. Entro tale contesto la trattazione
classica del peccato è quella di Agostino secondo cui esso sarebbe un atto di libera scelta per cui si
indirizza il proprio agire verso beni inferiori rispetto a quello che è l'autentico e sommo bene (Dio e
la salvezza). In altri termini l'uomo, con una conversio ad inferiora, sceglie beni (denaro, piacere,
potere, ecc.) che non sono in se stessi "male", in quanto tutto ciò che esiste è bene, ma che
nell'ordine delle cose esistenti hanno meno valore rispetto a dio. Il male quindi non sta, per
esempio, nel provare piacere o nell'apprezzare il cibo, ma nel fare di queste realtà in se buone il
fine ultimo della nostra vita, il valore assoluto che la nostra volontà persegue. Si tratta di una
perversione dell'ordine naturale delle cose frutto di un cattivo uso del libero arbitrio, che opta per
ciò che ha meno valore, sovvertendo l'ordo rerum, quindi il male è agire contro natura.

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Il Problema del Male nella Filosofia significato comune di violenza, delitto, malafede,
che il principe all'occasione deve saper praticare,
Moderna in cui deve «sapere entrare, necessitato» (Il
principe, cap. XVIII), quando cioè lo impongano
Introduzione le circostanze o quando la sua «virtù» voglia
indirizzare in senso favorevole la «fortuna»; ma
Nel Sei e Settecento il mondo viene per lo più pen- nell'esercizio di queste finalità politiche, il male
sato come un complesso ordinato, un meccanismo perde ogni caratterizzazione morale e si trasforma
armonico e razionale, garantito nella sua legalità in strumento per un fine opposto: controllare e
da Dio. Ma un conto è leggerlo come ordine retto dirigere a buon fine la naturale «tristizia» degli
da leggi immutabili; un altro rendere ragione del uomini. Su queste premesse, la politica diventa
male, scandalosamente presente in un mondo l'arte di riorientare e di riconvertire il male insito
così fatto. È sempre un azzardo tentare una nell'uomo verso una stabile vita associata,
classificazione o una tipologia generale che immunizzandone la forza disgregante. In
inquadri, senza eccessive forzature, i modi in cui conclusione Machiavelli, fondando la politica
il problema è stato affrontato dal Cinquecento ai come scienza autonoma dalla morale e dalla
primi dell'Ottocento. Un dato è certo: con teologia, si basa su un esame oggettivo della
l'eccezione di Spinoza, la localizzazione del "realtà effettuale" e su una concezione della
«male» nel disordine morale - indotto dalle natura umana tipica del pessimismo
passioni, malattie che intossicano e deformano antropologico rinascimentale. In quanto
l'animo, espropriandolo al dominio legittimo della autonoma la scienza della politica è infatti laica,
ragione - attraversa anche l'età moderna. Al di là di non subordinata a una considerazione religiosa e
questo luogo comune, si potrebbe provare a morale come nel medioevo, ma sulle leggi della
distinguere, per esempio, fra riflessioni che hanno natura e della natura umana. La natura
insistito sul radicamento del male nella natura dell'uomo non è riconducibile a una essenza
umana, trascurando o lasciando sullo sfondo il trascendente, l'analisi storica e razionale conduce
rapporto con Dio (Machiavelli, Hobbes, Montai- Machiavelli a concludere che sulla natura
gne, Kant); riflessioni che, viceversa, si sono con- dell'uomo agiscono le passioni e che tutto il suo
centrate proprio sul rapporto Dio-male, nel tenta- agire è finalizzato alla propria conservazione.
tivo di giustificare a vario titolo Dio dall'accusa di Quindi fine e legge assoluta della natura umana è
esserne la causa - le teodicee - oppure di negare la l'utile privato che gli uomini perseguono a
possibilità di una tale giustificazione razionale qualsiasi costo. Da qui il razionalismo
(Bayle e Kant); infine riflessioni, come quelle di pessimistico di Machiavelli che lo porta a
Rousseau e di Hegel, che hanno visto il male concludere: «Gli uomini non operano mai nulla
essenzialmente nella sua dimensione storica. bene se non per necessità».
Male e natura umana, male e Dio, male e storia. Thomas Hobbes trasferisce nello «stato di na-
tura» quella condizione di «tristizia», che Machia-
velli collocava nella stessa costituzione umana. In
Il male e il potere: Machiavelli e natura regna un assoluto disordine relazionale, fat-
Hobbes to di totale incomunicabilità fra gli esseri umani, di
assenza completa di leggi, di trionfo del più imme-
Nel Cinquecento, il problema del male viene diato egoismo. Nello stato di natura il
sempre affrontato in chiave teologica, ma a questa comportamento umano e determinato da alcuni
lettura si aggiunge quella politica incentrata sulla principi che Hobbes assume come Postulati: la
questione del potere, infatti è il secolo in cui si cupiditas naturalis (bramosia naturale), per cui
formano le monarchie nazionali, gli stati regionali ciascun individuo avanza il proprio diritto su
moderni e infuriano le guerre di religione. La tutto (Ius omnium in omnia) e la Ratio naturalis,
politica, intesa come lo sforzo organizzato per in base alla quale il fuggire la morte, ancora una
tenere a freno la malvagità degli uomini, si volta la propria conservazione, costituisce la
legittima nell'uso di «mali» legalizzati (la violenza, finalità assoluta per l'uomo. Da questa situazione
la coercizione o l'autorità estrema), «mali» minori consegue che lo stato di natura sia una guerra di
nei confronti di quel mate maggiore, che si ritiene tutti contro tutti - bellum omnium contra omnes
radicato nella stessa natura umana. - in cui ciascun uomo si rapporto distruttivamente
Il tema del male è centrale in Niccolo Machia- a tutti gli altri (homo hominis lupo) e che
velli. In primo luogo, male e «tristizia» sono costi- porterebbe alla autodistruzione del genere umano
tutivi degli uomini e della loro «invìda natura», co- se non intervenisse la Ratio Naturalis. Il male
me si legge nel Proemio dei Discorsi sopra la prima quindi discende dalla assoluta libertà e
deca di Tito Livio,- un dato strutturale, che obbliga uguaglianza dello «stato di natura» e dalla
tutti coloro che ragionano di politica a «presuppor- precarietà che ne deriva, nella costante
re tutti gli uomini rèi, e che li abbiano sempre a usa- esposizione al rischio della morte violenta. Male
re la malignità dello animo loro qualunque volta ne è la paura dell'altro, nella quale si consuma
abbiano libera occasione» (Discorsi I, III). La «male» l'esistenza di tutti e che sollecita
natura malvagia degli uomini si evidenzia con necessariamente la spinta razionale a uscirne.
ferocia, per fare solo l'esempio più noto, ogni qual Bene è allora la totale limitazione di questa
volta l'avidità li porta ad anteporre il patrimonio «cattiva» libertà, della quale gli uomini si devono
agli affetti filiali. Il male viene inteso nel suo privare con un patto conferendo al sovrano un
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potere assoluto su di loro. Se il problema del l'uomo pio, onesto e giusto, e Giobbe ne chiede con-
rapporto tra male e politica prende le mosse, in to a Dio, con toni che sfiorano l'invettiva. Agli ami-
Machiavelli e in Hobbes, da un'originaria ci che intervengono in difesa di Dio, ribadendo l'as-
negatività, da una «cattiva» condizione di partenza soluta giustizia di Dio e cercando di convincere
- la natura umana stessa in Machiavelli, la paura Giobbe che la causa del male è una sua colpa, Giob-
nello «stato di natura» in Hobbes -, in Rousseau be rinfaccia l'ipocrisia di ogni teodicea: «Volete for-
assumerà una polarità capovolta e caratteri di se dire delle falsità in favore di Dio / e per lui par-
segno invertito: la fonte del male non è la natura, lare con inganno? / Volete prendere il partito di Dio
ma la società, che corrompe necessariamente la e farvi suoi avvocati?» (Giobbe, 13, 7-8, in Bibbia.
natura buona dell'uomo. Nuovissima versione dai testi originali, p. 118).
Il problema del male in rapporto a Dio, alla
sua giustizia, ma anche alla sua bontà, alla sua
Male e odiosità dell'io in Pascal potenza, alla sua saggezza, è affrontato
estesamente da Spinoza, Malebranche e Leibniz,
II tema del male è talmente intessuto alla medita- con esiti identici - da Dio non sarebbe potuto
zione antropologica e religiosa di Blaise Pascal, che derivare un mondo diverso dal nostro -, ma con
risulta impossibile enuclearlo in questa o quella ver- significative distanze circa la natura del male.
sione esemplare. L'uomo è un essere fragile, sospe-
so e sgomento tra i due abissi dell'infinito e del nul-
la» (Pensieri, p. 99); la sua miseria, retaggio del Il male nel migliore dei mondi
peccato originale, si rispecchia nella consapevolez-
za che l'«io» umano ha di essere odioso a se stesso, possibili: Leibniz
cogliendosi pieno di difetti: «Vuoi essere grande, e
si vede meschino; vuoi essere felice, e si vede mise- I Saggi di teodicea sulla bontà di Dio, la libertà dell'uo-
rabile; vuoi essere perfetto, e si vede pieno di im- mo e l'origine del male, pubblicati da Leibniz ad Am-
perfezioni» (Pensieri, pp. 118-119). Questa coscien- sterdam nel 1710, inaugurano l'uso del termine «teo-
za è «male», perché induce un odio mortale contro dicea», in un momento storico in cui, però, la
la verità che così ci offende; ma è un male ancora legittimità di una «giustificazione» razionale di Dio
maggiore non volerla riconoscere, cioè «l'ignoran- stava perdendo di forza: prima Bayle, poi l'Illumi-
za di quei difetti», la dissimulazione, la menzogna nismo e Kant, come si leggerà sanciscono il
e l'ipocrisia verso di sé e verso gli altri, radicate nel fallimento di ogni teodicea. L'opera di Leibniz si
suo cuore, attraverso le quali distrae se stesso dal- presenta dichiaratamente come una risposta
la verità. Male è la dissimulazione, sempre «dis- alla critica scettica, ma con esisti fideistici, di
onesta», di «questo laido fondo dell'uomo, questo Pierre Bayle, che nei Pensieri diversi sulla cometa
fìgmentum mali ["fondo del male"]» (Pensieri, p. 121). (1682) e nel Dizionario storico-crìtico (1697) aveva
Il male è proprio della natura mediana dell'uomo che è sostenuto l'incapacità del pensiero cristiano di
sospeso tra essere e nulla e si viene a caratterizzare respingere le obiezioni sul problema del male. In
come desiderio frustrato: infinita la sua aspirazione al buona sostanza, la tesi di Bayle è che 1) il male è
bene, alla libertà e alla felicità, ma finiti i mezzi di cui la reale e 2) tutte le teodicee falliscono nel loro
sua natura dispone per raggiungere quei fini, è quindi scopo perché conferiscono a Dio attributi che
condannato alla sofferenza da cui solo la fede può diventano inconciliabili se portati all'infinito: se si
riscattarlo, ma la fede è un rischio perché non garantita ammette l'infinita bontà, per esempio, è
razionalmente, non dimostrabile e, in ultima istanza, inspiegabile anche il più piccolo dei mali.
fuori dal suo controllo e dalla sua volontà. L'infinita potenza, poi, pretende che Dio non sia
giudicabile in base ai nostri stessi valori e che ciò
che per noi è «male» sia «bene» per Dio; abban-
dona così l'attributo della bontà divina, che è il sen-
Il male e la teodicea so stesso della relazione fra Dio e uomo. Se vuoi te-
Fra Sei e Settecento ritorna il tema, già ner ferme insieme l'infinità della potenza e l'infinità
agostiniano, della giustizia di Dio, cioè del della bontà, ogni «giustificazione» di Dio risulta ra-
rapporto problematico fra Dio e il male: espressa zionalmente insostenibile e non resta che abban-
nei suoi termini essenziali della domanda: si Deus, donare la ragione e attenersi alla sola fede.
unde malum?. Nel 1710, con i suoi Saggi di Leibniz imposta in modo tradizionale il proble-
teodicea, Leibniz conia il termine «teodicea», cioè ma della teodicea, in un quadro che rimanda ad
«sistema della giustizia di Dio», che da allora Agostino, come la distinzione fra «male metafìsi-
diventa di uso comune. Il neologismo dichiara co» (l'imperfezione creaturale), «male fisico» (la sof-
apertamente la finalità dell'opera: assumere la ferenza) e «male morale» (il malum culpae, il pec-
difesa di Dio e rendergli giustizia, assolvendolo cato).
dall'accusa di essere causa del male nel mondo. An- Il primo rappresenta la convinzione fondamen-
che se «teodicea» è un termine relativamente recen- tale di ogni teodicea, che individua l'origine di og-
te, antichissime sono sia l'accusa rivolta a Dio di es- ni forma di male nella limitazione e nella finitudi-
sere autore o responsabile dei mali del mondo, sia ne, costitutive della natura umana. Il male
la «giustificazione» di Dio. La prima «teodicea» è, morale - e prima ancora, la stessa imputabilità
in fondo, quella contenuta nel libro di Giobbe, uno morale - è, inoltre, in rapporto con la libertà, che
dei libri «sapienziali» della Bibbia: i dolori e le sven- in un essere imperfetto come l'uomo può essere
ture che improvvisamente gli si accaniscono con- usata male. Ebbene, su queste basi tradizionali,
tro, sono per Giobbe ingiusti, perché colpiscono Leibniz innesta la sua metafisica del migliore dei
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mondi possibili, in cui il male rivela la sua irrealtà. ca» del Creatore, cioè dalla bellezza e armonia del
Dio non poteva creare un mondo diverso da quello creato, perché non può essere fondata sull'espe-
attuale: questa impossibilità dipende dal fatto che, rienza di ciò che accade nel mondo, ma deve es-
pur essendo libero, è vincolato in modo sere condotta a priori», ma noi non abbiamo
necessitante dalla sua perfezione a scegliere il mi- alcun concetto a priori per cui operare una
gliore dei mondi possibili. In un certo senso, quin- simile deduzione. In conclusione, quanto vi è di
di, per Dio era impossibile scegliere di creare un contrario alla saggezza suprema di Dio è
altro mondo fra gli infiniti possibili, non in base a l'esperienza del male, nelle tre specie del peccato
una necessità logica, ma per una necessità mora- (il male morale), del dolore (il male fisico) e
le: era obbligato a scegliere il meglio. Poiché è buo- dell'ingiustizia (come sproporzione fra la
no, ed è impossibile agire sine ratione, il mondo at- sofferenza e la colpa); che non si accorda come
tuale deve necessariamente essere così com'è, ogni teodicea tenta di dimostrare, con la santità,
compreso il male, che è soltanto apparente. Che la bontà e la giustizia divine in cui consiste,
sia, poi, il migliore dei mondi possibili, è dimostra- afferma Kant, il «concetto morale» di Dio, che sta
to dal fatto che esiste: se non esistesse il migliore a fondamento della religione.
dei mondi possibili, che è uno e solo uno, Dio non Il verdetto di questo processo è che «nessuna
avrebbe potuto determinarsi a crearlo. Il migliore teodicea ha finora mantenuto la sua promessa»,
dei mondi possibili non è privo di male, di soffe- perché «la nostra ragione è assolutamente inca-
renza o di disordine; ma nell'insieme rappresenta pace di intendere il rapporto tra un mondo così co-
la maggiore perfezione possibile. Nessuno dei ma- me sempre ci è dato conoscerlo tramite l'esperien-
li che contiene è inutile o può essere tolto, perché, za e la saggezza suprema». Kant definisce
in virtù del principio di ragion sufficiente, è con- «dottrinale» ogni teodicea che pretenda di
nesso all'intero; e per lo stesso motivo, non vi si conoscere e dimostrare «l'intenzione finale di
può aggiungere alcun bene ulteriore. Per Leibniz, Dio» a partire dal mondo sensibile, che rimane
un mondo in cui il male sia assente è possibile lo- così per noi «un libro chiuso». Il fallimento di
gicamente, ma non moralmente, perché sarebbe ogni teodicea dottrinale non equivale a negare la
nel complesso peggiore di quello attuale; né, infi- possibilità di un altro tipo di teodicea, che Kant
ne, sarebbe immaginabile che Dio avesse deciso di chiama «autentica», fondata sulla limitazione
non creare alcun mondo: Leibniz non mette in dis- delle nostre pretese riguardo ciò che resta al di
cussione che esistere sia meglio che non esistere, sopra delle nostre possibilità. In altre parole, è a
che essere sia «bene» e non essere sia «male». pieno titolo teodicea il rifiuto di tutte le accuse
rivolte a Dio, quando queste risultano in
contrasto con il concetto di Dio come essere
Kant e il fallimento di ogni teodicea morale e saggio, che noi possediamo in virtù
della nostra ragione e della legge morale. Infatti
razionale noi modelliamo il nostro concetto di Dio sulla
La più importante teodicea moderna, quella di legge morale. Tale teodicea non è in grado di
Leibniz, ritiene di aver portato a termine con dimostrare sul piano teoretico la compatibilità tra
successo il suo compito: dimostrare la piena la giustizia divina e il mondo come lo
compatibilita fra Dio e il male, senza che risulti conosciamo, tuttavia non dubita, sul piano
lesa l'immagine della divinità. Per Leibniz il pratico, della saggezza e bontà divina che ricava
«male» è apparente, ma necessario. Un mondo dalla legge morale.
senza male sarebbe stato peggiore. In Il caso di Giobbe, è esemplare, sostiene
contrapposizione diametrale rispetto alla Kant. Giobbe vive in salute, benessere, felicità,
teodicea si sviluppa nel Settecento una tradizione, insieme con una famiglia amorosa e amici fidati;
per così dire, di «antiteodicea», che persegue un improvvisamente, Dio inizia a colpirlo,
consapevole immoralismo e caratterizza togliendogli una a una le persone e le cose più
l'illuminismo. Massimo pensatore del Settecento, care. Al lamento di Giobbe per l'ingiusto
Kant non si esenta dall'affrontare il tema, al quale rovesciamento della fortuna, gli amici propongo-
dedica un breve scritto del 1791: Sull'insuccesso di no quella che, ante litteram, è una «teodicea dot-
ogni tentativo fìlosofìco di teodicea La cornice trinale», sostenendo che i mali subiti sono la pena
dell'argomentazione kantiana è il riconoscimento per le colpe commesse; anche se risulta difficile
critico dei limiti insuperabili di ogni discorso trovare una colpa in Giobbe, è certo che in qual-
razionale su Dio e, conseguentemente, cosa è colpevole, perché in caso contrario sareb-
dell'insuccesso» inevitabile al quale si condanna be impossibile per la giustizia divina che fosse in-
chi voglia perorare in forma dimostrativa la felice. Giobbe non accetta questa spiegazione, la
causa di Dio. Chi si cimenta in una teodicea rigetta sdegnosamente in nome della sincerità del-
presume di essere «l'avvocato di Dio», che si la sua coscienza, ma ugualmente si sottomette
assume il compito di sostenerne la causa nel pro- all'incondizionatezza dell'operato divino,
cesso intentato «di fronte al tribunale della ragio- conservando in modo fermo la sua fiducia in Dio
ne»; si tratta della «difesa della saggezza suprema in virtù non di una teodicea, ma di quella
del Creatore contro le accuse che le muove la ra- certezza morale che a nessun costo vuole tradire.
gione a partire dalla considerazione di quanto nel Così mostrava di «non fondare la sua moralità
mondo vi è di contrario al fine di questa saggez- sulla fede, ma la fede sulla moralità»: la fede in
za». Una tale difesa razionale non può peraltro «de- Dio, nonostante la presenza del male nel mondo, è
durre» la saggezza morale dalla «saggezza artisti- tutta fondata sulla legge morale.
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I filosofi e la catastrofe Né perché l'innocente, alla stregua del colpevole,
Subisce in egual modo questo male inevitabile. :
Il 1° novembre 1755 si verifica a Lisbona un Non concepisco neppure come tutto sarebbe bene:
terrificante terremoto, che distrugge la città, Sono come un medico, ahimè, non ne so niente».
facendo decine di migliaia di vittime. La sequenza
apocalittica
della tragedia (terremoto-maremoto-incendio). Il legno storto: Kant e il «male
sembrava la smentita più violenta a qualsiasi
teodicea radicale»
e il certificato di morte dell'ottimismo leibnizia- Al problema del male, nella forma di un «male ra-
no. Voltaire stende di getto, sull'onda dicale», Kant ha dedicato una sofferta riflessione,
dell'emozione ma anche nella consapevole che si può leggere ne La religione nei limiti della
intenzione di provocare e scandalizzare, un poema semplice ragione. L'interpretazione kantiana muo-
in versi, il Poema sul disastro di Lisbona, con il ve dalla rielaborazione pietistica
sottotitolo: Ovvero riflessioni sull'assioma: «Tutto è dell'agostinismo e del luteranesimo, ma anche
bene»; in seguito dedicherà alla confutazione dalla constatazione che «da un legno storto com'è
dell'ottimismo» il celebre Candido. Ecco alcuni quello di cui è fatto l'uomo non si può fare nulla di
versi dal Poema (4-16; 42-44; 122-128; 133-139; completamente dritto». È possibile sostenere,
169-176; trad. di S. Manzoni) che esprimono bene afferma Kant, che «nell'uomo c'è una tendenza
il punto di vista di Voltaire sull'ottimismo di naturale al male; e questa tendenza è in se stessa
Laibniz: moralmente cattiva perché, in definitiva, va
«Filosofi fallaci che gridate: «Tutto è bene» ricercata nel libero arbitrio, quindi può essere
Accorrete, contemplate queste tremende rovine, imputata. Si tratta di un male radicale, perché
Queste macerie, questi brani di carne e queste misere corrompe il fondamento di tutte le massime e,
ceneri, nello stesso tempo, in quanto tendenza naturale,
Queste donne, questi fanciulli l'un sull'altro non può essere sradicato dalle forze umane [...];
ammassati, tuttavia questa tendenza deve poter essere vinta,
queste membra disperse sotto i marmi in frantumi; perché opera nell'uomo in quanto essere che
Centomila feriti che la terra divora, agisce liberamente».
Che, insanguinati, fatti a pezzi, ma ancora vivi,
Sepolti sotto i loro tetti, terminano senza aiuto
I loro giorni di pena tra atroci tormenti! Il male e la potenza del negativo in
Alle urla indistinte dei loro lamenti,
Allo spaventoso spettacolo delle ceneri fumanti, Hegel
Direste, forse: «Questo è l'effetto delle leggi eterne Per Hegel, il «male» è riducibile a «momento» ne-
Che rendono necessaria la scelta di un Dio libero gativo della dialettica che, in quanto tale, è desti-
e buono? nato a essere necessariamente «tolto» e «supera-
[...] to». La stessa articolazione dialettica del sistema,
«Tutto è bene», voi dite, e «tutto è necessario». nel suo schema teologico-cristiano piuttosto tra-
Come! Forse che l'universo intero, senza questa sparente, pone la verità dapprima in sé e presso di
voragine infernale, sé (il Dio-Padre), che poi si fa mondo (il Dio-Uo-
Senza inghiottire Lisbona, sarebbe stato più mo), e che, infine, ritorna in sé e per sé nell'asso-
malvagio? lutezza dello Spirito, opera la «redenzione» del «ma-
[...] le». In realtà tutta la produzione hegeliana riflette
Voi gridate: «Tutto è bene», con voce incrinata di l'esperienza devastante del negativo operante nel-
lacrime, la natura e soprattutto nel «mattatoio della storia»
L'universo vi smentisce e il vostro stesso cuore (Lezioni sulla filosofia della storia, voi. I, p. 68). La
Cento volte del vostro spirito ha confutato l'errore. storia dunque è nel suo insieme una «teodicea,
Elementi, animali, esseri umani, tutto è in guerra. una giustificazione di Dio»; essa riporta «la
Bisogna ammetterlo, il male è sulla terra: totale massa del male concreto» alla sua
II suo principio segreto ci è sconosciuto. destinazione positiva finale. Per Hegel la guerra,
Il male è derivato dall'autore stesso del bene? luogo per eccellenza del male, fa parte della vita
[...] dello spirito: è il negativo e il male, che svolge la
Ma come concepire un Dio, essenza di bontà, sua funzione provvidenziale nella storia e che non
Che fa dono dei propri beni ai suoi amati figli va esorcizzato ma riconosciuto nella sua tragica
E che riversa su di loro i mali a piene mani? razionalità come un «momento etico»: «se guar-
Quale occhio può sondare i suoi più riposti disegni? diamo al male, in ogni sua forma, al tramonto dei
Dall'Essere perfetto il male non poteva nascere; regni più fiorenti che lo spirito umano abbia pro-
Né da altri esso poteva venire, poiché Dio solo dotto, se consideriamo con la più profonda com-
è signore: passione per la loro angoscia senza nome
II male esiste, tuttavia. O tristi verità! gl'individui, non possiamo concludere se non
Leibniz non mi insegna attraverso quali invisibili nel compianto per questa universale
nodi, transitorietà, ed anzi [...] nel cordoglio morale,
Nel più ordinato dei possibili universi, nello sdegno dello spirito buono, se ve n'è tale per
Un disordine eterno, un caos di infelicità, noi, per simile spettacolo. [...] Ma, pure quando
Mescola i nostri vani piaceri ai reali dolori, consideriamo la storia come un simile mattatoio
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[...], il pensiero giunge di necessità anche a inquietante di tanta riflessione novecentesca sarà di
chiedersi a vantaggio di chi, e di qual finalità porre il male nella stessa ragione e in dio.
ultima siano stati compiuti così enormi sacrifici»
(Lezioni sulla filosofia della storia, p. 68). Il male,
ovvero il negativo, è tolto e conservato, ovvero Leopardi: il «male ordinario»
ricompreso a un livello più alto. In altre parole,
Hegel riprende chiaramente l'antica intuizione, Che Giacomo Leopardi sia, a pieno titolo, il
secondo la quale, come amputare un arto è filosofo (per quanto non sistematico né, tanto
necessario per salvare il corpo, così il male è meno, professionale) è convinzione diffusa e
necessario alla realizzazione del bene. Oltre ciò, pe- documen-tata. È noto come, fra il 1825 e il 1827,
rò, lascia intendere che il male sia costitutivamen- Leopardi giunga a un radicale pessimismo su basi
te essenziale al bene, collocando così la tragicità
dialettica fra bene e male nell'Assoluto stesso e materialistiche, a partire dal quale costruisce
nella dialettica stessa dello Spirito. In breve, per l'immagine di una natura insensibile, generatrice
Hegel il negativo e il male sono un momento della di infelicità. Al di fuori di qualsiasi ipotesi d'ordine
natura stessa di Dio. e di comprensibilità, che permetta di intuire il
disegno amoroso e provvidenziale di un Creatore,
Parte Terza: Il Problema del Male nella al di fuori di qualsiasi teodicea, le cose appaiono
ordinariamente infette dal male, passivamente
filosofia Contemporanea obbedienti a una sola legge: «Un alternarsi ciclico e
inarrestabile di creazione e di distruzione, di vita e
Il percorso di riflessione attraverso il problema del di morte». È possibile seguire, nelle annotazioni
male, porta dalle figure mitiche del male fino al dello Zibaldone le scansioni di una vera e propria
culmine della modernità, rappresentato dall'idea teoria del «male ordinario», secondo la quale, più
kantiana del «male radicale» e dalla potente siste- che essere inscritto nell'ordine delle cose, il male è
mazione hegeliana. In estrema sintesi la filosofia l'ordine stesso delle cose, poiché essente e infelice
fino a Hegel ha sempre perseguito e conseguito la sono sinonimi. Zibaldone, 4133, 9 aprile 1825: «La
comprensibilità del male, ha sempre presunto di natura tutta, e l'ordine eterno delle cose non è in
poterlo e doverlo razionalizzare, in modo tale da alcun modo diretto alla felicità degli esseri sensibili
renderlo giustificabile. Questo processo e degli animali. Esso vi è anzi contrario. [...] Gli
complessivo di depotenziamento, se non di enti sensibili sono p. natura enti souffrants, una
annullamento, della terribile presenza del male parte essenzialmente souffrante dello universo. [...]
nella vita e nelle vicende umane ha assunto per lo convien dire che essi siano un anello necessario alla
più, come s'è visto da Agostino a Leibniz, la forma gran catena degli esseri, e all'ordine e alla esistenza
della «teodicea», ed è consistito nel negare realtà di questo tale universo, al quale sia utile il loro
sostanziale al male e nell'iscriverne le manifesta- danno, poiché la loro esistenza è un danno per loro,
zioni pur dolorose in un superiore disegno essendo essenzialmente una souffrance» (p. 2687).
provvidenziale. In questo modo, il problema del Il documento-simbolo di «una metodica
male è diventato il problema di Dio, di come Dio maledizione del reale» sono le pagine 4174-4177
sia compatibile con il male. Ogni teodicea ha una dello Zibaldone, scritte a Bologna e datate 22 aprile
finalità assolutoria nei confronti di Dio: non è Dio, 1826: «Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è
ma sono gli uomini i responsabili delle azioni male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna
malvagie, e queste rientrano comunque nel cosa esiste per fin di male; l'esistenza è un male e
complessivo «sistema della giustizia di Dio». ordinata al male; il fine dell'universo è il male;
Ebbene, aprendo queste riflessioni sul problema del l'ordine e lo stato, le leggi, l'andamento naturale
male fra Otto e Novecento, è agevole constatare dell'universo non sono altro che male, né diretti ad
che, dopo Hegel, entra in crisi proprio la fiducia altro ché al male. Non v'è altro bene che il non
razionalistica di poter comprendere il male e con essere; non v'ha altro di buono che quel che non è
essa ogni tentativo di teodicea, di cui, in particolare [...]: tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il
dopo Auschwitz, risulta evidente e inaccettabile il complesso dei tanti mondi che esistono; l'universo;
«vizio conciliatorio». Ben più dei terremoti di non è che un neo, un bruscolo in metafisica.
Lisbona e dei disastri delle guerre, che avevano L'esistenza, per sua natura ed essenza propria e
scosso l'ottimismo razionalista del Settecento, è la generale, è un'imperfezione, un'irregolarità, una
pratica concentrazionaria e i campi di sterminio che mostruosità. [...] Entrate in un giardino di piante,
rendono impossibile pensare il male come una d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia
semplice privazione di bene o giustificarlo in un nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete
disegno di giustizia provvidenziale o, soprattutto, volgere lo sguardo in nessuna parte che non vi
perdonarlo. Dalla dolente e radicale «protesta» troviate del patimento. Tutta quella famiglia di
leopardiana, attraverso la desolazione nichilistica di vegetali è in ista-to di souffrance, qual individuo
un mondo dal quale dio se ne è andato, l'esito più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che
gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce.
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Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, Dostoevskij: la domanda sul male
nelle sue parti più sensibili, più vitali [...].
Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro come punto d'incontro fra fede e
da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare [...] ateismo
ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben
Non è un filosofo, e nemmeno un filosofo-poeta
più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri
come Leopardi, colui che nel corso dell'Ottocento
[piante e animali] sentono, o vogliamo dire,
ha esplorato nel modo più profondo l'abissalità del
sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro
male, sondando soprattutto la sua ambivalenza, la
assai meglio che l'essere». Il male non si presenta,
sua fascinazione, la sua natura oscillante e mute-
agostinianamente, come una realtà disordinata; al
vole fra fede e aberrazione morale, fra ascetismo e
contrario è ordine, «male ordinario». Si veda,
ribellione omicida: è un romanziere russo, il più
come ultimo riferimento, Zibaldone, 4511,17
grande dell'Ottocento, Fèdor Dostoevskij (1821-
maggio 1829: «Noi concepiamo più facilm. de' mali
1881). In Delitto e castigo, I demoni, I fratelli Kara-
accidentali, che regolari e ordinarii. Se nel mondo
mazov, per citare soltanto i suoi romanzi maggiori,
vi fossero disordini, i mali sarebbero straordinarii,
Dostoevskij ci presenta una teoria di eroi negativi,
accidentali; noi diremmo: l'opera della natura è
animati da violentissime pulsioni distruttive e auto-
imperfetta, come son quelle dell'uomo; non
distruttive, sempre sul limite dell'esperienza psico-
diremmo: è cattiva. L'autrice del mondo ci
patologica, sempre al centro di una tensione tragica
apparirebbe una ragione e una potenza limitata:
dove il più intenso ascetismo è diviso per un nulla
niente meraviglia [...]. Ma che epiteto dare a quella
dalla più oscena bestemmia, il sublime dall'aberra-
ragione e potenza che include il male nell'ordine,
zione più vergognosa. Esemplari, in questo senso,
che fonda l'ordine nel male? Il disordine varrebbe
le vicende di Stavrogin nei Demoni, di Raskolnikov
assai meglio: esso è vario, mutabile; se oggi v'è del
in Delitto e castigo, di Ivan e Dimitrij Karamazov
male, domani vi potrà essere del bene, esser tutto
ne I fratelli Karamazov. È significativo che i perso-
bene. Ma che sperare quando il male è ordinario?
naggi di Dostoevskij, portatori di una tormentata
Dico, in un ordine ove il male è essenziale?».
visione del mondo, che rifugge da ogni pacificata
convenzione e da ogni rassicurante conciliazione, si
Schopenhauer: il male come «vo- collochino tutti sul fragile confine fra ateismo e
fede cristiana. Come ha osservato Stefano Brogi
lontà di vivere» «gli atei e i credenti che interessano a Dostoevskij
Focalizzare il problema del male in Arthur Scho- non sono lontani gli uni dagli altri, [...] sono
penhauer coinciderebbe con l'esposizione stessa compagni di strada, [...] perché sanno guardare in
della sua filosofia, che nasce da e si nutre di un faccia il male e chiederne conto a Dio.» (S. Brogi, I
rifiuto radicale di ogni «ottimismo», sempre filosofi e il male, p. 216). Nei Karamazov, Ivan si
percepito come una visione assurda, di fronte ribella, di fronte al devoto fratello Alesa e di fronte
all'evidenza del male in quel «teatro di dolore» che a Dio, al «controsenso», secondo cui il biglietto
è il mondo. Per Schopenhauer, la filosofia stessa è il d'ingresso per la felicità futura sia la sofferenza
commento interminabile intorno alla presenza del attuale mia e degli altri, in particolare dei bambini:
male e del dolore nel mondo (o, in fondo, all'essere «Ascolta: posto che tutti si debba soffrire, per com-
stesso inteso come male). L'origine del male è perare a prezzo di sofferenza la futura armonia, che
nell'infinita «volontà di vivere», cieca e insaziabile, c'entrano però i bambini, me lo dici tu, per favore?
che persegue soltanto la propria affermazione, È assolutamente incomprensibile perché debbano
servendosi della natura e degli esseri viventi come soffrire anch'essi, e perché essi, debbano comperare
mezzi della propria conservazione. L'evidenza del quell'armonia con le sofferenze» (I fratelli Kara-
male e del dolore, nonché la necessità di una terapia mazov, p. 327). Vale la «futura armonia» lo strazio
«sperimentale» di redenzione dal male e dal dolore, del bambino, colpevole di aver casualmente azzop-
sono all'origine dello stesso bisogno di fare pato un cane, che un generale fa sbranare dai suoi
filosofia. Mentre in Leopardi la fuoriuscita dal cani davanti alla propria madre? Ivan non ha dubbi:
«male ordinario» faceva appello a un eroico slancio «A quella suprema armonia, oppongo un netto
solidaristico fra gli esseri umani (testimoniato nella rifiuto. Non vale, essa, le povere lacrime foss'anche
Ginestra), per Schopenhauer la via di liberazione di quel bambino solo, che straziato si batteva col
dal male, ovvero dalla volontà di vivere, approda minuscolo pugno sul petto, e nel fetido suo canile
via via alla compassione, all'ascesi e al deserto della pregava con le sue lacrime irriscattabili il "buon
non-volontà, della noluntas. Gesù"!». Se il Cristo dovesse tornare sulla terra,
prosegue Ivan in quel grande affresco visionario del
nichilismo religioso che è «II Grande Inquisitore»
(occupa il Libro V della seconda parte dei Kara-
mazov), il Grande Inquisitore lo condannerebbe e
lo farebbe bruciare sul rogo.
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Il male come sofferenza inutile della vita, accettandola nella sua terribile
affermatività, nel gioco innocente di creazione e
II tema dostoevskijano della «sofferenza inutile» distruzione che comporta. Le tradizioni che hanno
viene potentemente ripreso, nel Novecento, da fatto decadere e spento questo «dire si» dionisiaco
Emmanuel Lévinas: «La Souffrance inutile», in alla vita, prima cioè il socratismo e poi il
«Giornale di Metafisica». Se il dolore poteva platonismo e il cristianesimo, hanno preteso di
tradizionalmente venire compreso come giusta pena separare normativamente il «mondo vero» dal
per un peccato, come mezzo, doloroso ma «mondo apparente», il «bene» dal «male»,
provvidenziale, per instaurare la giustizia di Dio o identificando quest'ultimo con il mondo della vita e
per conservare la specie umana, la «sofferenza inu- della corporeità. La consumazione di questa
tile» sembra sfuggire a questo schema. Non solo la tradizione è culminata nella «morte di Dio» e nel
sofferenza dei bambini, bensì, in un'accezione più nichilismo, che ha svelato come una menzogna la
ampia, «tutte quelle forme di malattia fisica o fissazione cristallizzata dei valori di «buono» e di
mentale, nelle quali viene impedita o addirittura «malvagio». Ma il senso dell'operazione «prospet-
annullata ogni capacità di apporto culturale e socia- tica» di Nietzsche non consiste certo in un'inversio-
le; nelle quali a un uomo, precluso l'agere, altra pro- ne di valori o nello smascheramento relativistico
spettiva non resta che il pati; nelle quali un uomo del corrente valore «buono» o «cattivo». I valori, in
vive e sopravvive in cospetto al suo prossimo non senso forte, si «svalorizzano», nel senso che perde
più come soggetto di un colloquio e di una colla- valore la nozione stessa di «valore».
borazione liberi, carichi di senso e instauratori di In realtà, «male» e «bene» non esistono, o meglio
senso, bensì come oggetto di più o meno attiva non esistono come verità, come riferimenti
compassione [...] Il Cottolengo è, oggi, nei confron- oggettivi e assoluti; da un punto di vista
ti della domanda radicale (perché l'esistere di ciò «genealogico» occorre domandarsi da dove abbiano
che esiste piuttosto che il niente?) una realtà più origine queste «finzioni» utili a una certa forma di
centrale del cimitero: l'immagine estrema della autoconservazione, che chiamiamo di volta in volta
negatività ontologica, quella che più facilmente «bene» e «male». Ebbene, per Nietzsche essi non
soccorre a farsene simbolo, non è oggi quella del sono che la forma in cui si esprime un'originaria
cadavere o dello scheletro, ma quella dell'idiota. Per valutazione affermativa e concreta della «volontà di
Lévinas la sofferenza, ogni sofferenza, è in sé potenza»: la valutazione di chi considera se stesso
«sofferenza inutile», dal momento che il male è buono perché forte, potente, dominatore, e
sempre «eccesso», è sempre compiuto per niente e conseguentemente cattivo chi cosi non è. Forma
refrattario a ogni giustificazione, a ogni sintesi. originaria di quello che Nietzsche chiama «pathos
Sullo stesso tema Pareyson potrà affermare che «la della distanza», l'egoismo, inteso come spontanea
sofferenza degli innocenti è segno che la creazione affermazione, era un valore originario, quindi
è così fallimentare che per porvi rimedio è «buono», mentre è diventato un male. All'opposto,
necessario anche il dolore di Dio [...], cioé la realtà il non egoistico (il compassionevole, il solidale,
di un Dio sofferente». l'altruista, l'egualitario), ovvero tutto ciò che
esprime lo spirito gregario, è ora divenuto «buono».
Per una metamorfosi della «volontà di potenza», gli
Nietzsche: il male e il nichilismo artefici del rovesciamento dei valori affermativi e
II problema del male, evocato nel titolo di Al di là vitali sono stati i dominati, i deboli: contro la
del bene e del male, è presente in Nietzsche, ma «morale dei signori» essi hanno fatto prevalere la
acquista centralità solo come problema di «critica «morale degli schiavi», di uomini deboli (cristiani,
della cultura» e di «genealogia della morale»; ovve- borghesi, democratici, socialisti) che non sanno
ro come indagine storico-psicologica sul carattere agire, ma odiano i loro dominatori e covano verso
del concetto di «male» e di «bene». L'orizzonte di essi risentimento e «spirito di vendetta».
dell'indagine è, però, metafisica: è la decadenza del
dionisiaco e l'affermazione progressiva di un
sistema morale-culturale che ha negato la vita, la Freud: malattia e normalità
sua libera, gioiosa e giocosa, innocente La psicoanalisi, come terapia contro le nevrosi,
affermatività. prende campo in un contesto neuropsichiatrico in
Nella Nascita della tragedia, Nietzsche sostiene che cui il «male» ha i tratti della perversione sessuale.
la percezione originaria del male presso i greci, il Condannabile condotta contro natura, la nevrosi,
«dionisiaco», l'orrore dell'esistenza riflesso nel così sovente mescolata a manifestazioni aberranti,
destino orrendo di Edipo o nella maledizione che ricade nel dominio della morale, sinonimo di odiosa
incombe sugli Atridi, fu da essi superata attraverso trasgressione e di peccato. Con la fine dell'Ottocen-
l'invenzione dell'«apollineo». Al servizio dell'auto- to l'ampio spettro delle perversioni nevrotiche viene
conservazione, Apollo compensa e immunizza sottratto alla sfera della morale e ricondotto
l'invito dionisiaco a guardare in faccia la tragicità all'ambito «neutro» della classificazione scientifica.
13
E' con Freud, però, che gli aspetti perversi del con la morte di massa di un popolo, elaborata
comportamento (come il sadismo o l'esibi- razionalmente, organizzata amministrativamente,
zionismo) vengono ricondotti al «normale» consumata industrialmente e nella collaborazione,
sviluppo psicosessuale, come risultato si della sua muta o zelante, di migliaia di «uomini comuni», il
deviazione, ma soltanto nel senso di uno sviluppo male cambiava faccia; ovvero, ritornava in modo
unilaterale di una componente libidica, presente sconcertante «male assoluto», male indicibile. Sotto
però nella «normale» organizzazione psichica di il profilo che qui cerchiamo di mettere a fuoco,
ogni individuo. relegata ogni teodicea fra i ferri vecchi, era la
La riduzione del male alla vita inconscia e la defi- razionalità stessa a entrare, di fatto e secondo molti
nizione di un confine incerto fra normalità e malat- anche di diritto, nel dominio del male; era l'idea
tia viene sintetizzata da Freud in un imperativo, stessa di poter comprendere il male ad apparire
quello di insediare l'Io là dove era l'Es, che si può ridicola e oltraggiosa; era, soprattutto, l'ombra del
ritenere la stazione ultima dell'intellettualismo etico male che entrava nell'essenza di Dio, il male in Dio,
socratico. In realtà, la sistemazione «razionalistica» e che ne decretava, soprattutto agli occhi degli
della psicoanalisi trova notevoli difficoltà di ebrei, l'impotenza.
assestamento, soprattutto tenuto conto della per- In queste pagine cercheremo solo di delineare un
sistente volontà del nevrotico di «innamorarsi» del percorso in queste forme del male: il totalitarismo,
proprio male (resistendo alla cura) e della presenza, come «male politico»; la Shoah e la pratica
accanto a Eros, di una misteriosa pulsione genocidaria, come «male assoluto»; la razionalità
distruttiva «al di là del principio del piacere»: occidentale, come «ragione malata», in un itinerario
Thanatos. che cercherà di declinare come si possa parlare di
Dio dopo Auschwitz.
Il Novecento come secolo del male?
Fra tutte le definizioni complessive tentate per il
Il «male politico» del XX secolo: il
Novecento (il «secolo della tecnica»? Il «secolo totalitarismo
della democrazia»? Il «secolo dell'emancipazione Sistematico terrore poliziesco, dittatura ideologica
delle donne»?) quella che ha tuttora un peso di un unico partito e distruzione degli oppositori,
maggiore parla di «secolo del male». Basta scorrere nazionalismo esasperato, mobilitazione propa-
le pagine di Tutta la violenza di un secolo di gandistica delle masse, culto della personalità di
Marcelle Flores per farsene rapidamente un'idea una «guida» carismatica, controllo e manipolazione
eloquente: dalle trincee della Grande guerra al della cultura e delle coscienze caratterizzano il
Vietnam, da Auschwitz ai killing fields cambogiani, totalitarismo, tanto quello nazista, quanto quello
dai Gulag a Hiroshima, dal genocidio degli armeni stalinista. Rispetto al secondo, in un confronto che è
nel 1915 ai bombardamenti terroristici sulle città sempre molto difficile e da fare con cautela, il pri-
tedesche e giapponesi fra il 1943 e il 1945, dalla mo si caratterizza per un antisemitismo sistematico
liquidazione di massa dei comunisti indonesiani nel che, certamente comune alle culture nazionaliste
1965 a quella a colpi di machete dei Tutsi in europee di fine Ottocento, trova in Germania una
Ruanda nel 1995, ebbene «si calcola, in sintesi, che sua «via speciale», che lo porta al nazismo. Ai fini
nel corso del Novecento le persone uccise in atti di del nostro discorso, il totalitarismo e il suo esito
violenza di massa siano state fra i cento e i necessario - il campo di sterminio - sono stati fatti
centocinquanta milioni (qualcuno propone oggetto di due letture divergenti, che si rifanno
addirittura la cifra di duecento milioni). [...] Secolo entrambe ad Hannah Arendt: la prima è quella,
barbaro, secolo delle tenebre, secolo innominabile, come più volte ricordato, del «male assoluto», la
solo per ricordare alcuni dei termini usati con seconda (che in Arendt più che opposta appare
maggiore frequenza». complementare) è quella del «male banale».
Non è tanto la Grande guerra, complessivamente
ancora letta secondo parametri tradizionali,
patriottico-nazionalistici, a far esplodere la Il «male assoluto»: rendere super-
questione, quanto la realtà dei totalitarismi, la
Seconda guerra mondiale e, soprattutto, a cose fatte,
fluo l'umano
la persecuzione e lo sterminio degli ebrei europei (e Non è difficile comprendere, anche solo in prima
di altre minoranze). Per usare un simbolo approssimazione, in che cosa consista l'assolutez-
difficilmente logorabile, è solo con Auschwitz che za del male che si è rivelata ad Auschwitz o a Tre-
blinka: nell'orrore inimmaginabile. Inimmagi-
il problema del male si ripropone in tutta la sua nabile e indescrivibile non solo perché estremo,
forza, anzi, in una dimensione talmente più dilatata ma soprattutto perché l'unico suo credibile
rispetto al passato, da rendere inservibile tutto testimone sarebbe soltanto chi lo ha visto in faccia,
l'armamentario etico con cui si era sempre cercato quello che Primo Levi definirà «il sommerso»,
di comprendere il senso del male. Con Auschwitz, mentre il superstite, «il salvato», o non verrà
ascoltato o sarà strozzato dal senso di colpa o non
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crederà più egli stesso alle esperienze vissute. Lo dell'interesse egoistico, dell'avidità, dell'invidia, del
sterminio pianificato di milioni di donne, uomini e risentimento, della smania di potere, della vigliaccheria, e che
bambini, deumanizzati alla stregua di parassiti quindi la collera non poteva vendicare, la carità sopportare,
pericolosi, da eliminare in modo definitivo e l'amicizia perdonare, la legge punire. Come le vittime delle
razionale per consentire a una razza di dominatori fabbriche della morte non sono più umane agli occhi dei
la creazione di un «nuovo ordine» di felicità nella loro carnefici, così questa nuova specie di criminali sono al
purezza razziale, relativizza e minimizza tutte le di là persino della solidarietà derivante dalla consapevolezza
consuete categorie della comprensione etica e della peccabilità umana. [...] Un'unica cosa possiamo dire con
storica. È vero che ogni progetto totalitario, certezza: il male radicale è comparso nel contesto di un
indirizzato a istituire con la violenza una società sistema in cui tutti gli uomini sono diventati egualmente
perfetta, finisce per dirigere il male, in modo superflui», (pp. 625-629). Il sistema dei campi di
ideologicamente selettivo, contro una parte stessa concentramento è il «male assoluto», perché equivale alla
della società, gruppo etnico-nazionale o politico distruzione dell'uomo, «una distruzione altrettanto ineso-
che sia, vista come un tumore da estirpare, rabile di quella che l'impiego della bomba all'idrogeno
come un'eresia che non ammette conversione; è riserverebbe alla razza umana» (p. 607).
vero che la lotta politica, portata all'estremo, radi-
calizza a tal punto il «nemico», fino a contemplare
fra le possibilità lecite la sua esclusione radicale o Il «male banale»
il suo annientamento fisico. Ma ciò che caratteriz-
za in modo specifico, come un unicum, la macchi- L'immagine arendtiana del «male assoluto» si
na distruttiva che culmina ad Auschwitz sembra mostrava fragile, però, tanto dal punto di vista sto-
essere la negazione stessa della natura umana, il
tentativo di rendere superfluo l'umano. È stata Han- rico, quanto da quello etico. Per un verso, un pro-
nah Arendt a individuare questo aspetto del male, cesso così imponente e così complesso, come lo
che potenzia in modo illimitato il vecchio, settecen- sterminio di un popolo, ben difficilmente si sareb-
tesco, kantiano «male radicale»; conviene be potuto realizzare senza un reticolo diffuso di col-
riportare dunque, in forma estesa, un passo laborazione e di anonima responsabilità, senza cioè
fondamentale da Le origini dei totalitarismo,
pubblicato nel 1951: «[II regime totalitario] non mira a un il concorso, passivo o zelante, ma comunque deter-
governo dispotico sugli uomini, bensì a un sistema che li minante, di uomini comuni, tutt'altro che demonia-
renda superflui. Il potere totale può essere ottenuto e ci nella loro vita ordinaria, solo docili esecutori di
salvaguardato soltanto in un mondo di riflessi condizionati, quanto discendeva dall'autorità. Assolutizzare il
di marionette senza la minima traccia di spontaneità [...] male, d'altra parte, demonizzarlo, equivaleva a
l'individualità è intollerabile. Finché tutti gli uomini sono
resi egualmente superflui - il che finora è avvenuto soltanto destoricizzarlo, a relegarlo come eccezione al di là
nei campi di concentramento - l'ideale del dominio totale della normale vicenda politica e umana; equivale-
non è raggiunto. Gli stati totalitari si sforzano di continuo, va, in breve, a sollevare da responsabilità proprio
benché mai con completo successo, di instaurare la quei milioni di «uomini comuni», che hanno fatto
superfluità dell'umano, con la scelta arbitraria di gruppi da funzionare, come meri impiegati dell'orrore, quel-
internare nei Lager, con periodiche epurazioni dell'apparato
direttivo, con liquidazioni di massa. Il buon senso obietta la macchina di distruzione progettata e diretta da
disperatamente che, essendo le masse remissive, il un pugno di dèmoni, i soli che, quindi, risultereb-
gigantesco apparato di terrore è superfluo. Se fossero bero colpevoli. In breve, assolutizzare il male rischia-
disposti a dire la verità, i dittatori totalitari risponderebbero: va di esorcizzarlo.
l'apparato vi sembra superfluo soltanto perché serve a Ebbene, dieci anni dopo la pubblicazione di Le
rendere superflui gli uomini.
Il tentativo totalitario di rendere superflui gli uomini
origini del totalitarismo, dove il Lager era la figura
riflette l'esperienza delle masse moderne, costrette a del «male assoluto», assistendo come inviata di «The
constatare la loro superfluità in una terra sovrappopolata. La New Yorker» al processo a Adolf Eichmann, tenu-
società dei morenti [il Lager], in cui la punizione viene inflitta tosi a Gerusalemme nel 1961, Hannah Arendt sco-
senza alcuna relazione con un reato, lo sfruttamento pre il volto tragicamente «banale» del male. In una
praticato senza un profitto e il lavoro compiuto senza un
prodotto, è un luogo dove quotidianamente si crea
lettera del 24 luglio 1963 a Gershom Scholem (1897-
l'insensatezza. Eppure, nel contesto dell'ideologia totalitaria, 1982), teologo ebraico grande studioso della tradi-
nulla potrebbe essere più sensato e logico: se gli internati zione mistica e cabalistica dell'ebraismo, Arendt
sono dei parassiti, è logico che vengano uccisi con il gas; se scrive che ora crede che il male estremo «non pos-
sono dei degenerati, non si deve permettere che segga né profondità né una dimensione demonia-
contaminino la popolazione; se hanno una «anima da
schiavi» (Himm-ler), non è il caso di sprecare tempo per
ca. Esso può invadere e devastare il mondo intero,
rieducar-li. Visti attraverso le lenti dell'ideologia, i campi perché si espande sulla sua superficie come un fun-
hanno quasi il difetto di avere troppo senso, di attuare la go. Esso sfida il pensiero, perché il pensiero cerca
dottrina con troppa coerenza. [...] di raggiungerlo in profondità, di andare alle radici,
L'ideologia totalitaria non mira alla trasformazione delle e nel momento in cui cerca il male, è frustrato per-
condizioni esterne dell'esistenza umana né al riassetto
rivoluzionario dell'ordinamento sociale, bensì alla
ché non trova nulla. Questa è la sua banalità». (Ebrai-
trasformazione della natura umana che, così com'è, si oppone smo e modernità, p. 227). Il «male banale», per
al processo totalitario. I Lager sono i laboratori dove si quanto la definizione possa sdegnare, e abbia fatto
sperimenta questa trasformazione [...]. Quando sdegnare, chi ne percepì qualcosa come una
l'impossibile è stato reso possibile, è diventato il male diminutio di responsabilità verso i carnefici che
assoluto, impunibile e imperdonabile, che non poteva più
essere compreso, spiegato con i malvagi motivi
operarono a Auschwitz o a Bergen Belsen, è un
male non eccezionale, messo in atto con uno zelo
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privo di odio, quasi fosse un normale impegno to non casuale e «normale» del conformismo
amministrativo, un compito da eseguire bene per morale, dello zelo disciplinato e anonimo di
non deludere le aspettative di chi aveva dato burocrati e di uomini comuni.
ordini, una mansione burocratica, un segmento su Sul problema del «male banale», che ha solle-
cui non si aveva responsabilità, se non la sua vato enormi interrogativi, ma ha orientato ormai
riuscita tecnica, nel complesso tayloristico la ricerca storico-filosofica intorno alla Shoah, ci
dell'industrializzazione della morte e del dolore limitiamo a due considerazioni. La prima riguarda il
degli altri. Adolf Eichmann, responsabile dei grave problema della comparazione fra nazismo e
«trasferimenti» degli ebrei ai campi di sterminio, è stalinismo, e sulla differenza «qualitativa» fra i
un tenente colonnello, non è un gerarca del III rispettivi, immani crimini: è giudizio largamente
Reich, è solo il segretario verbalizzante nella con- condiviso che proprio la «banalità del male»
ferenza che a Wannsee, vicino a Berlino, pianificò marchi la differenza fra nazismo e stalinismo, le
nel 1942 la Endlósung, la «soluzione finale» della cui modalità distruttive, certamente maggiori
«questione ebraica»; ma è grazie al suo zelo e alla sotto il profilo dei numeri, siano però ancora di
sua efficienza che quella venne resa possibile. Cat- tipo tradizionale, o perlomeno implichino in
turato dagli israeliani nel 1960, viene processato una quota molto minore la partecipazione di
l'anno dopo a Gerusalemme. Al processo, si dichia- «uomini comuni». In secondo luogo, se ciò che
ra «non colpevole» di quello che gli viene imputa- caratterizza la civiltà giuridica moderna è proprio
to, sostenendo, in apparente buona fede, di non ave- l'imputabilità soltanto di chi abbia avuto
re mai avuto avversione verso gli ebrei, ma di aver l'intenzione di fare il male che ha fatto (né i
soltanto obbedito a ordini superiori. Le sue rispet- bambini né gli incapaci di intendere e volere
tose controdeduzioni sembrano logicamente impec- sono giudicabili), è «giusta» la sentenza che ha
cabili, ma Hannah Arendt mostra come Eichmann condannato, per di più retroattivamente, un
rifiuti semplicemente di ammettere tutto quanto uomo che si è riconosciuto non essere in grado di
potesse contraddire il suo sistema di riferimento, distinguere il bene dal male, né tanto meno di aver
che presuppone la non responsabilità rispetto agli mai mostrato direttamente alcun odio né aver mai
ordini ricevuti, il mutismo della propria coscienza fatto alcun male diretto alle sue vittime?
rispetto al valore morale di quanto gli veniva co-
mandato, l'insensatezza di qualunque messa in di-
scussione dell'autorità dalla quale dipendeva. La Il male e la «zona grigia»
mente di Eichmann, sostiene Arendt, è uguale a È Primo Levi, che della testimonianza della Shoah
quella di milioni di altri tedeschi, rispettabili uomi- ha fatto la ragione della sua vita, ad articolare con
ni e donne nella vita di tutti i giorni, che avevano la memoria del sopravvissuto l'ipotesi teorica del-
accettato la Gleichschaltung, l '«allineamento» ai vole- la «banalità del male»; essa, a suo avviso, mantie-
ri dell'autorità, lì solo avevano trovato certezze e ne ancora ben netta una divisione che conviene
gratificazioni, e obbedivano coscienziosamente e invece smorzare, quella fra vittime e carnefici, fra
zelantemente, certi di fare il bene. La mente di Eich- perseguitati e ideatori della persecuzione. In real-
mann era «un contenitore vuoto», una banale menta- tà, sostiene Levi in I sommersi e i salvati, «nell'im-
lità gregaria, che sapeva soltanto articolare la magine dell'inferno si scorgono i colori meno foschi
gram-matica dell'autorità. Il processo a Eichmann di quella zona grigia dai contorni mal definiti, che
è ripreso in un bellissimo documentario di Eyal insieme separa e congiunge i due campi [...]. Pos-
Silvan, Uno specialista. Ritratto di un criminale siede una struttura interna incredibilmente com-
moderno. plicata, di cui la classe ibrida dei funzionari-prigio-
Christopher R. Browning, uno dei massimi nieri ne costituisce l'ossatura e insieme il lineamento
studiosi della Shoah, ci fornisce una sorta di più inquietante» (p. 29). Levi si riferisce alla rete,
agghiacciante dimostrazione storico-documen- complessa e tragicamente ambigua, di quelle «vit-
taria in Uomini comuni. Non sono affatto uomini time» ebraiche che, all'interno dei campi e dei ghet-
eccezionalmente malvagi i riservisti cinquantenni ti, collaborarono loro malgrado da «carnefici» allo
che nel 1942, nei dintorni di Lublino, pur sterminio dei loro simili, come capo-baracca, come
dispensabili dal «servizio», sterminano i millecin- impiegati nei Sonderkommandos alle camere a gas,
quecento membri della locale comunità ebraica, semplicemente sopravvivendo mentre altri mori-
per poi tornare in Germania alle loro normali occu- vano al posto loro, per conservare un unico privi-
pazioni. legio: «il privilegio di essere vivi».
Uno dei sociologi più influenti del nostro pre-
sente, Zygmunt Bauman, in un'opera di straordi-
naria penetrazione critico-analitica (Modernità e Il male nella ragione
Olocausto), documenta con gli strumenti della socio-
logia, della psicologia e della storia la tesi del «male Ben prima di Auschwitz, comunque, una certa
banale», condividendo la tesi secondò cui la Shoah tendenza della filosofia aveva rintracciato
sarebbe il vero e proprio «test della modernità», esi- nell'intera tradizione metafisica le radici del male.
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Cosi, per Heidegger il destino stesso della meta- paranoico dell'antisemitismo si fonda
fìsica occidentale, che aveva portato all'estremo la sull'inversione del rapporto fra vittima e carnefi-
dimenticanza del senso dell'essere, era costituito ce: «ti devo uccidere perché la minaccia che
dal dominio planetario della tecnica, per sua rappresenti è pari alla tua colpa».
essenza distruttivo e tale da rendere praticabile
l'annientamento dell'essere. Ma Heidegger,
risultava troppo compromesso con il nazismo per Pensare dopo Auschwitz
poterne condividere le posizioni, che non Lo sterminio ebraico rappresenta un limite alla
facevano differenze fra la meccanizzazione comprensibilità del male, tanto che «quasi nessu-
industriale dell'agricoltura e l'industrializzazione no dei princìpi etici che il nostro tempo ha credu-
della morte nei campi di sterminio. Comunque to di poter riconoscere come validi ha retto alla
sia, a Heidegger, consensualmente o in forma prova decisiva, quella di una Ethica more Ausch-
radicalmente polemica, si rifanno quasi tutti witz demonstrata». All'idea di un «male assoluto»
coloro che ritrovano il male nell'essenza stessa si è affiancata l'idea di un male assolutamente
della razionalità occidentale e che, in forme imperdonabile, e l'una e l'altra non cessano di
diverse e tutte peculiari, da Adorno a Lévinas, a apparire problematiche. L'idea di un «male
Zygmunt Bauman sostengono che il totalitarismo assoluto» sembra riproporre ormai desuete meta-
e Auschwitz non siano stati il risultato di un fìsiche assolutistiche, ma d'altra parte la sua nega-
imbarbarimento demoniaco, di un tragico sonno zione sembra offrire il destro a chi vuole relativiz-
della ragione che ha generato i suoi mostri, né zare (se non addirittura negare) l'indicibile
che il male si sia prodotto per un rigurgito di sofferenza dei «sommersi» dall'odio totalitario. In
irrazionalismo arcaico; siano, bensì, l'esito un altro senso ancora, però, la vera sfida che il
fisiologico di una razionalità che, per il modo in «male assoluto» propone alla filosofia (e alla teo-
cui si è storicamente formata, non poteva non logia) sembra essere proprio quella di farsi pro-
avere Auschwitz come propria realizzazione blema di questa eccessività, refrattaria a ogni
piena. categoria finora frequentata, farsi carico della
Il risultato di questa forma di razionalità è il responsabilità di pensare l'impensabile, senza
controllo e il dominio della natura esercitato relegarlo in modo consolatorio e rassegnato nella
attraverso la tecnica, in tale processo si afferma il sfera dell'indicibile (o della retorica).
primato dell'efficienza su quello del "valore" e il
sapere razionale si trasforma nella logica del
potere che porta all'asservimento integrale della Il male in Dio
natura e degli uomini e che tende non alla Sono ebraiche quelle meditazioni che con
felicità, ma allo sfruttamento del lavoro, maggiore forza si sono poste la domanda del
all'omologazione ed alla distruzione del diverso. «male assoluto» in rapporto a Dio, la domanda su
Si realizza così nella storia un dominio totalitario come poter continuare a credere o semplicemente
frutto di una razionalità cieca e assassina. a dire «Dio» dopo Auschwitz. Testimonianza
esemplare è l'accusa a Dio in La notte di Elie
Il male come paranoia antisemita Wiesel: «Ma perché, ma perché benedirLo? Tutte
le mie fibre si rivoltavano. Per aver fatto bruciare
II trionfo dell'antisemitismo si presenta come con- migliaia di bambini nelle fosse? Per avere fatto
ferma della «trionfale sventura» dell'illuminismo funzionare sei crematori giorno e notte, anche di
e del razionalismo tecnico - scientifico e del sabato e nei giorni di festa? Per aver creato nella
fallimento della civiltà. Il soggetto stesso della sua grande potenza Auschwitz, Birkenau, Buna e
razionalità occidentale si è prodotto, rescindendo tante altre fabbriche di morte? [...] Sia lodato il
il proprio felice legame con la natura, nell'odio Tuo Santo Nome, Tu che ci hai scelto per essere
per il non-identico e nel conformismo massificato. sgozzati sul Tuo altare?» (p. 69). Fra le voci
L'antisemitismo allora non è tanto il modo filosofiche, Hans Jonas è giunto a negare a Dio
d'essere dell'antisemita, ma l'esito catastrofico del l'attributo tradizionale dell'onnipotenza in Il
lato distruttivo del progresso che, in quanto concetto di Dio dopo Auschwitz.
cultura di massa standardizzata, è il terreno di
crescita del fascismo e, appunto, dell'antise-
mitismo. Il dispositivo psicologico che spiega la Male e pluralismo dei valori
sindrome antisemita è la proiezione paranoica: La demonizzazione occidentale, prima del comu-
dal «non ti posso soffrire» al «ti anniento», il nismo sovietico e poi del fondamentalismo
passo non è lungo, ma c'è di mezzo il «ti devo islamico come «imperi del male», e la reciproca
annientare», vale a dire la costruzione demonizzazione khomeinista e khaedista dell'Occi-
allucinatoria della colpa, che rende legittima la dente, sembrano oggi le due forme globali in cui si
reazione distruttiva. In altre parole, lo schema esprime il «male assoluto». In realtà, riproporre,
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sotto qualsiasi mentita spoglia, un'idea assoluta di
male non fa che riproporre uno scenario ormai
desueto, in ultima istanza religioso e intollerante,
che non può che rimettere in circolo odio,
violenza e tutte le ben conosciute forme del
male. D'altra parte, violenze e mutilazioni
corporee, che in altre culture hanno resistito come
forme tradizionali, incompatibili con i diritti umani
«occidentali», non devono essere tollerate in
nome di un troppo rinunciatario relativismo
etico. È probabile che la via da seguire sia quella
di una sempre maggiore comunicazione inter-
culturale che possa determinare, a piccoli passi e
in spirito di reciprocità e di rispetto per le
differenze culturali, la diminuzione progressiva
del tasso di offesa e di violenza.

Questo testo è una rielaborazione dei brani contenuti


nel manuale di filosofia di Santino Mele, La ricerca
del Sapere, casa editrice G. D'Anna. Alcune parti sono
state riscritte da me, altre eliminate, altre riprese tali e
quali.
Ho anche usato l'articolo di Diego Fusari che si trova
a questo link:
http://www.filosofico.net/auschwitz/ausch4.htm

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