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Marco Vitale: Quali idee vecchie abbandonare e quali idee

nuove seguire per uscire dalla crisi economico-finanziaria


Posted on 2 ottobre 2012 di luigideguidi

Pubblichiamo il testo integrale dellintervento delleconomista Marco


Vitale al Festival della Dottrina Sociale tenutosi a Verona nella giornata di Venerd 14
Settembre 2012.

Il mondo soffre per mancanza di pensiero

(Paolo VI, Popolorum Progressio)

In Occidente, anche senza bisogno della censura, viene operata una


puntigliosa selezione che separa le idee alla moda da quelle che non lo sono,
e bench queste ultime non vengano colpite da alcun esplicito divieto, non
hanno la possibilit di esprimersi veramente n nella stampa periodica, n
in un libro, n da una cattedra universitaria. Lo spirito dei vostri ricercatori
s libero, giuridicamente, ma in realt impedito dagli idoli del pensiero alla
moda. Senza che ci sia, come allEst, unaperta violenza, questa selezione
operata dalla moda, questa necessit di conformare ogni cosa a dei modelli
standardizzati, impediscono ai pensatori pi originali e indipendenti di
apportare il loro contributo alla vita pubblica e determinano il manifestarsi
di un pericoloso spirito gregario che di ostacolo a qualsiasi sviluppo degno
di questo nome.

(Solzenicyn, Lezione ai neolaureati di Harvard nellottobre1978)

Oggi leconomia americana nel pieno di unespansione forte e sostenibile.

(Ben S. Bernanke , 20 ottobre 2005)


Via dallAmerica prima che sia troppo tardi

(Marco Vitale, luglio 2006)

La ricerca della modernit ci ha portato a scoprire il nostro passato, il


volto nascosto della nazione separate le tradizioni si pietrificano e le
modernit si volatizzano; congiunte, tradizione e modernit, luna vivifica
laltra e laltra le risponde donandole peso e gravit.

(Octavio Paz)

Ti rivolgo, o vecchia Europa, un grido pieno damore: torna a te medesima,


sii te stessa riscopri le tue origini. Ravviva le tue radici. Rivivi quei valori
autentici che hanno fatto gloriosa la tua storia e benefica la tua presenza tra
gli altri continenti.

(Giovanni Paolo II, Santiago de Compostela, 1982)

La crisi finanziaria americana, e la conseguente crisi economica generale, anche la


caduta della visione ideologica che ha dominato leconomia mondiale negli ultimi venti
anni, sviluppata negli USA e diffusa nel mondo dai neoconservatori americani, dalle
banche dinvestimento statunitensi, dai loro portavoce presso le Universit di tutto il
mondo, dalle grandi societ di consulenza.

Avevano detto che la deregolamentazione selvaggia dei mercati avrebbe portato


produttivit e benessere per tutti. Ora sappiamo che non vero.

Avevano detto che il darwinismo sociale il motore dello sviluppo e che la solidariet
sociale era un fattore negativo. Ora sappiamo che non vero.

Avevano detto che le differenze economiche tra i pi ricchi e i pi deboli dovevano


aumentare e non diminuire per creare una pi vigorosa spinta allo sviluppo. Ora che
queste differenze negli USA e nei paesi americaneggianti, come lItalia, sono al massimo
livello degli ultimi ottantanni, sappiamo che non vero.
Avevano detto che bisognava privatizzare ogni cosa, unica via per salvarci dallinefficienza
dello Stato. Ora che i governi americano e inglese e altri governi hanno dovuto
massicciamente intervenire per salvare privatissime banche e assicurazioni e lintero
mercato dal fallimento, sappiamo che non vero.

Avevano detto che il mercato e solo il mercato doveva reggere la societ senza che altri
schemi tenessero insieme il tessuto sociale, che il mercato era tutto e che tutto allo stesso
dovesse essere sottomesso. Ora sappiamo che non vero.

Avevano detto che al centro del sistema, come motore dello stesso, doveva esserci il
capital gain. Adesso sappiamo che non vero.

Avevano detto che la globalizzazione allamericana doveva andare bene per tutti, perch
era il migliore dei mondi possibili. Ora sappiamo che non vero.

Avevano detto che gli Stati Uniti erano talmente forti non solo militarmente ma anche
finanziariamente da non aver bisogno di nessuno e che sarebbero sempre andati avanti per
la loro strada, unilateralmente. Adesso sappiamo che non vero.

Come sempre, dunque, quando si verificano grandi sconquassi economici, si assiste anche
al tramonto di unintera concezione, di un sistema di pensiero. Oggi sappiamo che non
vero. Ma, tuttavia, ci rifiutiamo di riconoscerlo. La grandissima maggioranza dellapparato
delle scienze economiche e sociali ha fatto quadrato rapidamente, ergendo un muro
difensivo per difendere il sistema ed evitare fughe in avanti. Naturalmente ci sono
importanti ma non numerose eccezioni (e da noi mi piace citare soprattutto Stefano
Zamagni) ma latmosfera dominante stata quella del quieta non movere. Ma, per
fortuna, le cose non sono pi quiete.

Ci fu subito chiaro, sicch sin dal 2009 potevo lanciare un allarme verso il sistema che
rifiutava di leggere la profondit della crisi e la necessit di nuovi paradigmi culturali,
valoriali ed anche tecnici. Il pi forte partito in questa direzione fu quello che chiamai dei
minimalisti conservatori[1].

La progressione logica dei minimalisti-conservatori, al di l delle enfasi diverse, segue uno


schema abbastanza uniforme, articolato su tre punti:

la crisi sostanzialmente dovuta a errori di valutazione tecnica;


la crisi era totalmente imprevedibile;
quindi non c niente da cambiare, n nella organizzazione economico-sociale n nel
pensiero; bisogna solo aspettare che la crisi passi, magari con laiuto di qualche
stimolo fiscale.

Questo partito, fortemente ideologico fu, da noi, ben rappresentato dal rettore della
Bocconi, Guido Tabellini che, nel 2009, concluse un importante dibattito su Il Sole 24
Ore[2] con queste memorabili e lungimiranti parole:

Come sar ricordata questa crisi nei libri di storia economica? Come una crisi sistemica
e un punto di svolta, oppure come un incidente temporaneo (sottolineatura aggiunta) e
presto (sottolineaturaaggiunta) riassorbito, dovuto ad una crescita troppo rapida
dellinnovazione finanziaria? Se guardiamo alle cause della crisi, e alle lezioni da trarne,
la risposta senzaltro (sottolineatura aggiunta) la seconda. In estrema sintesi, la crisi
scoppiata per via di alcuni specifici problemi tecnici riguardanti il funzionamento e la
regolamentazione dei mercati finanziari, ed stata acuita da una serie di errori
commessi durante la gestione della crisi Vi sar unaltra rivoluzione (come quella degli
anni Trenta) nelle idee degli economisti circa i compiti della politica economica e il
funzionamento di uneconomia di mercato? Io penso di no. Le lezioni da trarre, per
quanto importanti, sono pi circoscritte. Riguardano principalmente il funzionamento di
alcuni aspetti dei mercati finanziari, e in particolare la gestione del rischio, e lassetto
della regolamentazione finanziaria. Ma non vi sar una revisione sostanziale degli
obiettivi di politica economica, n dei concetti fondamentali di come funziona
uneconomia di mercato.

A questo non pensiero io contrapposi il pensiero che Luigi Einaudi dedic alla crisi degli
anni 20-30:

Come si pu pretendere che la crisi sia un incanto, e che a manovrare qualche


commutatore cartaceo lincanto svanisca? Ogni volta che, cadendo qualche edificio, si
appurano i fatti, questi ci parlano di amministratori e imprenditori incompetenti, o
avventati, o disonesti. Le imprese dirette da gente competente e prudente passano
attraverso momenti duri ma resistono. Gran fracasso di rovine, invece, a chi fece in
grande a furia di debiti, a chi progett colossi, dominazioni, controlli e consorzi; a chi per
sostenere ledificio di carta fabbric altra carta, e vendette carta a mezzo mondo; a chi,
invece di frustare lintelletto per inventare e applicare congegni tecnici nuovi o metodi
perfetti di lavorazione e di organizzazione, riscosse plauso e profitti inventando catene di
societ, propine ad amministratori-comparse, rivalutazioni eleganti di enti patrimoniali.
Lincanto c stato, e non ancora rotto; ma lincanto degli scemi, dei farabutti e dei
superbi. A iniettar carta, sia pure carta internazionale, in un mondo da cui gli scemi, i
farabutti e i superbi non siano ancora stati cacciati via se non in parte, non si guarisce,
no, la malattia; ma la si alimenta e inciprignisce. Non leuforia della carta moneta
occorre; ma il pentimento, la contrizione e la punizione dei peccatori; lapplicazione
inventiva dei sopravvissuti. Fuor del catechismo di santa romana chiesa non c salvezza;
dalla crisi non si esce se non allontanandosi dal vizio e praticando la virt.

E aggiunsi[3]

Bisogna smetterla di ingannare la gente facendo credere che i governi abbiano la


bacchetta magica per scongiurare le conseguenze di crisi gravissime come questa. I
governi potevano evitare la generazione di una crisi cos grave, che conseguenza di una
visione irresponsabile dello sviluppo, della montatura di una economia di carta, del
gigantismo bancario, della deregolamentazione finanziaria selvaggia (le banche sono
rimaste regolamentate, ma il trucco consistito nel portare fuori dal circuito bancario, in
circuiti totalmente non regolamentati, il grosso delle operazioni finanziarie e di credito),
delle conseguenti manipolazioni finanziarie. Si poteva evitare e governare tutto ci. Ma
ora che, con la loro acquiescenza, la frittata fatta, i governi possono solo attenuare gli
effetti della crisi e cercare di compensarla impostando nuovi temi di sviluppo, ma non
certo cancellarne le sue dure conseguenze.

Questa la crisi della degenerazione del mercato, non del mercato in s. Evitiamo dunque
di cadere in una astratta disputa astratta e ideologica su pi mercato o pi Stato, ma
analizziamo e curiamo le cose che non hanno funzionato sia nello Stato che nel mercato.
Non si tratta di guardare indietro, ma avanti. Non si tratta di invocare pi Stato, ma pi
diritto, pi regole, anzi pi principi, pi responsabilit diffusa, pi rispetto del mercato; si
tratta di tagliare le unghie ai ladri, di mandarli in prigione, di ricostruire economie
efficienti ma giuste, severe ma solidali e di avviare una globalizzazione al servizio
delluomo, di tutto luomo e di tutti gli uomini e non solo dei potenti, ricchi ed irridenti che
hanno contrassegnato la non felice stagione che, forse, si sta chiudendo. Ma non nutriamo
eccessive illusioni. La resistenza del sistema fortissima

C un test divertente di quanto sto dicendo. In un incontro di studiosi, tra i quali alcuni
americani, mi capitato di leggere le profonde parole di un grande economista liberale,
Luigi Einaudi. Sono parole lette da Einaudi nellaprile 1945 nella Relazione del
Governatore della Banca dItalia per lesercizio 1943. Einaudi disse: Le banche non sono
fatte per pagare stipendi ai loro impiegati o per chiudere il loro bilancio con un saldo
utile; ma devono raggiungere questi giusti fini soltanto col servire nel miglior modo
possibile il pubblico. Quando lessi queste parole uno studioso americano presente
comment francamente: Se qualcuno avesse pronunciato queste parole in America,
quattro anni fa, avrebbe avuto buone possibilit di venire ricoverato in un ospedale
psichiatrico. Oggi questo, forse, non succederebbe pi, e in ci consiste il cambiamento e
anche la speranza.

Questa resistenza intellettuale della maggioranza degli economisti e dei governi a


riconoscere la vera natura della crisi e la sua profondit, fu da me paragonata
allatteggiamento dei medici o governanti milanesi ai tempi della peste descritta dal
Manzoni che, nonostante gli allarmi lanciate dagli incaricati Tadino e Settala, si rifutarono
a lungo di riconoscere lesistenza della peste:

Come non paragonare le acrobazie intellettuali e verbali dei medici milanesi che, a
nessun costo, volevano parlare di peste e citavano febbri maligne e febbri pestilenti
pur di non usare la parola: peste (miserabile rufferia di parole, e che pur faceva gran
danno, dice il Manzoni), con il pervicace e prolungato rifiuto da parte dei nostri
economisti di usare la parola recessione e con la tesi, a lungo sostenuta, che la crisi
finanziaria non avrebbe toccato leconomia reale (distinzione gi di per s, sempre e
comunque, demenziale)?

Come non paragonare le prime misure prese dai governi e soprattutto gli ultimi atti del
presidente Bush e del suo malefico ministro del Tesoro, Paulson, aventi natura pi di
esorcismi che di rimedi, con la pressione pubblica e popolare che forz il riluttante
arcivescovo Federigo a dare lassenso alla grande processione, con esposizione delle
spoglie di San Carlo, l11 giugno 1630, che, incrementando le occasioni di contagio a
causa della gran folla, fece esplodere il numero dei morti per peste? E qui, invece di
attribuire leffetto alla causa vera, si scaten la caccia agli untori.

Come non paragonare limprovvisa euforia che sta prendendo molti, che festeggiano la
presunta fine della crisi prima che si realizzino le correzioni di sistema necessarie per
avviare un nuovo ciclo di sviluppo sostenibile, con la felice e serena convinzione di Don
Ferrante che in rerum naturam la peste non pu esistere, perch non sostanza n
spirituale n materiale e che la vera ragione del contagio la fatale congiunzione di
Saturno e Giove: perci non ci sono cautele da prendere ma occorre solo aspettare che la
congiunzione passi (vedi i nostri minimalisticonservatori e/o nihilisti), sicch Don
Ferrante mor di peste sereno e felice?

La progressione descritta dal Manzoni, con grande efficacia, con queste parole:
In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di
proferire il vocabolo[4]. Poi, febbri pestilenziali: lidea sammette per isbieco in un
aggettivo[5]. Poi, non vera peste; vale a dire peste s, ma in un certo senso, non peste
proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome[6]. Finalmente, peste
senza dubbio e senza contrasto: ma gi ci s attaccata unaltra idea, lidea del venefizio e
del malefizio, la quale altera e confonde lidea espressa dalla parola che non si pu pi
mandare indietro.

Con lidea del venefizio e del malefizio si innesta nella successione la fase tragica degli
untori e della caccia alluntore, che finisce per apparire plausibile anche a una mente
limpida e acuta come quella del medico Tadino e, persino, si insinua nella mente
dellarcivescovo Federigo. E qui dobbiamo stare bene attenti, per non cadere anche noi in
questa spirale. Se abbiamo usato, e ancora useremo, parole severe verso la congrega degli
economisti e dei banchieri, perch ci indispensabile, dobbiamo guardarci dal veder in
loro la causa unica della crisi. Sarebbe una insensata caccia alluntore. Parimenti se
abbiamo usato parole di severit verso certi interventi dei governi o verso i loro ritardi e le
loro omissioni, dobbiamo guardarci dallattribuire loro tutte le responsabilit della crisi o
del protrarsi della stessa. Sarebbe anche questa uninsensata caccia alluntore.

Dobbiamo piuttosto rivolgere lattenzione al contesto, allambiente nel quale la crisi stata
concepita, stata a lungo in gestazione ed poi, alla fine, scoppiata. Dobbiamo guardare
a noi stessi come compartecipi di approcci culturali, morali e comportamentali erronei e
che dobbiamo correggere.

Ora dobbiamo guardare avanti con la serenit e la fortezza che scaturisce dalla speranza
cristiana, dalla disciplina alla verit (sia il vostro dire s quando s e no quando no.
Tutto il resto viene dal maligno), dal disinteresse, dallamore per luomo, tutto luomo e
tutti gli uomini . Il protrarsi della crisi tale da giustificare la mia proposta di accantonare
la parola crisi (che evoca un processo acuto e breve e che totalmente usurata) per
sostituirla con: processo di trasformazione. Noi siamo, infatti, nel mezzo di un grande
processo di trasformazione del quale conosciamo cosa ci lasciamo alle spalle, ma non
sappiamo in quale nuova terra approderemo. Ci dipender, in gran parte, da ci che
faremo e da ci che non faremo, dalle nostre azioni ed omissioni. Il protrarsi di questo
processo sta aprendo gli occhi a molti e si sentono, finalmente, voci autorevoli che
animano con nuove proposte il deserto intellettuale ancora dominante, che cercano di
rispondere un positivo ai gravi avvertimenti di chi non vuole chiudere gli occhi, come
Edgar Morin che, nel novembre 2011, scriveva: Come sonnambuli, camminiamo verso la
catastrofe o come il governatore della Banca dInghilterra, Sir Meriyn King che,
nellottobre 2011, ammoniva: Siamo di fronte al rischio di un crollo del sistema
economico mondiale; come Stiglitz che nel 2010 diceva: Stiamo preparando altre crisi
altrettanto violente di quella che stiamo attraversando. Crisi che distruggeranno milioni
di posti di lavoro nel mondo. Ma, in questi due anni, ci siamo limitati a spostare le
poltrone sul ponte del Titone. In questo panorama un rilievo particolare merita Pierre
Larrouturou che, nel 2012, ha pubblicato un denso libretto dal titolo: Cest plus grave que
ce quon vous dit Mais on peut sen sortir[7] e che ha fondato un gruppo di pressione,
chiamato Roosvelt 2012, insieme a Edgar Morin, Michel Rocard e numerosi altri studiosi
ed operatori che si prefigge di combattere il fatalismo e lanciare un New Deal europeo. Una
delle loro tesi, da me pienamente condivisa limportanza cruciale dellEuropa. Il
contributo di pensiero di questo studioso e di questo gruppo estremamente importante.
Non posso qui riassumerlo, ma mi soffermer sul punto centrale del loro pensiero, che
esprimo con le loro stesse parole: E ora di agire e di reagire. Di esigere ci che giusto
per noi e per i nostri figli. La giustizia sociale non un lusso al quale rinunciare in tempi
di crisi. Ricostruire la giustizia sociale il solo modo di uscire dalla crisi. I sonnambuli
che governano lEuropa ora devono svegliarsi. Subito.

Nerlla stessa direzione si muove il recente Global Democracy Manifesto lanciato da Attili,
Bauman, Chousky, Marrameo, Iglesias, Saviane, Esposito. E Clinton, nel bellissimo
discorso tenuto alla Convenzione democratica a sostegno del debolissimo Obama (un
fantasma sorretto da un lato dalla moglie e dallaltro da Clinton) ha detto:

We Democrats we think the country works better with a strong middle class, with real
opportunities for poor folks to work their way into it, with a relentless focus on the
future, with business and government actually working together to promote growth and
broadly share prosperity. You see, we believe that were all in this together is a far
better philosophy than youre on your own. It is. Now, theres a reason for this. It turns
out that advancing equal opportunity and economic empowerment is both morally right
and good economics. Why? Because poverty, discrimination and ignorance restrict
growth. When you stifle human potential, when you dont invest in new ideas, it doesnt
just cut off the people who are affected; it hurts us all. We know that investments in
education and infrastructure and scientific and technological research increase growth.
They increase good jobs, and they create new wealth for all the rest of us.

Dunque la giustizia sociale ritorna per molti al centro della concezione dello sviluppo. E
come non ritornare qui al pensiero di Maritain (in Luomo e lo Stato) quando afferma che
: da un lato la ragione primordiale per cui gli uomini, uniti in una societ politica,
hanno bisogno dello Stato lordine della giustizia. Daltro la giustizia sociale costituisce
il bene decisivo per le societ moderne. Di conseguenza, il dovere primordiale dello Stato
moderno di mettere in atto la giustizia sociale. In pratica, inevitabile che questo
dovere primario venga assolto facendo leva oltre il normale sul potere dello Stato nella
misura stessa in cui questultimo costretto a compensare le deficienze di una societ le
cui strutture di base sono fuori strada nei confronti della giustizia. Tale deficienze sono la
causa prima del disordine. E perci tutte le obiezione teoriche o le rivendicazioni
particolari, per giustificate che possano essere nei loro ambiti specifici, saranno
inevitabilmente considerate cose secondarie di fronte alla necessit vitale non soltanto
materiale ma anche morale di soddisfare i bisogni e i diritti a lungo trascurati della
persona umana negli strati pi profondi e pi estesi della societ.

Quindi tante delleidee nuove altro non sono che idee antiche, idee perenni da ricuperare,
aggiornare, rimettere al centro, contrastando la concezione demenziale che ho riassunto
nel mio incipit e che ancora dominante. Per queste ragioni la DSC ha ricuperato un
nuovo peso, un nuovo ruolo, un nuovo significato. Ma dobbiamo collegarla ad altri filoni di
pensiero che pongono al centro luomo, il rispetto della dignit delluomo, la giustizia
sociale. Dobbiamo ricollegarla alleconomia sociale di mercato con la quale ha profonde
consonanze, con il liberalismo sociale di cui parla Quadrio Curzio, con leconomia civile di
cui parla Stefano Zamagni, con la grandissima tradizione dellilluminismo lombardo per il
quale sviluppo economico e incivilimento erano la stessa cosa. Questi incroci e
collegamenti sono fondamentali perch si tratta di filoni di pensiero che si rafforzano
reciprocamente ed assumono, insieme, quella forza necessaria per contrastare il fortissimo
establishment degli interessi e dellimmobilismo intellettuale e morale.

Leconomia sociale di mercato non , come molti pensano, una specie di socialistume o di
statalismo mascherato. una rigorosa dottrina liberale che pretende un mercato efficiente
e non truccato. Ma che, al contempo, sa che il mercato non esaurisce tutta la rete delle
relazioni umane e sociali, che il mercato deve stare dentro il suo campo di gioco e non
prevaricare, che ci sono cose che, come disse Giovanni Paolo II, non si possono n
comprare, n vendere. Leconomia sociale di mercato rigetta, come male sommo,
lassistenzialismo, ma sa che senza solidariet e sussidiariet niente pu funzionare bene e
durevolmente, ed proprio qui uno dei grandi incroci con la DSC.

E caduta leconomia di carta, cio quei valori e consumi non frutto del lavoro,
dellimpresa, della produttivit, della creativit ed impegno delluomo, del risparmio, degli
investimenti, ma pompati nel sistema dai manipolatori e funamboli del credito, con la
complicit e compiacenza dei politici, delle banche centrali, dei regolatori (un fallimento
completo), dei santoni delleconomia, dei malfattori in guanti bianchi. Questi valori erano
apparenti, basati sul debito, privi di un attivo sottostante valido e fecondo, proprio come i
derivati fasulli. Erano parte del pi gigantesco schema Ponzi di tutti i tempi, rispetto al
quale la truffa del povero Madoff, lunico che ha pagato, da asilo di infanzia. E la forza
del sistema stata tale da innestare sulla caduta la pi grande operazione di marketing di
successo di tutti i tempo: far credere che il fallimento sia dovuto allo stato sociale, mentre
dovuto alle degenerazioni finanziarie di chi, ora, rimprovera agli stati quei debiti dagli
stessi assunti per salvarli e tenerli al potere, senza condizioni. La costruzione era simile a
quei palazzi che si facevano da ragazzi (non so se i ragazzi di oggi fanno ancora giochi cos
semplici) con le carte da gioco. Talora, i pi abili riuscivano a costruire palazzi persino di
tre piani, ma poi bastava una piccola scossa e tutto il castello di carte crollava. Lho
chiamata economia di carta, ma potevo anche chiamarla economia di panna montata. Se
ben fatta e servita molto fresca, la panna montata molto buona. Leconomia di panna
montata stata molto ben servita e tutti o quasi, salvo pochi grilli parlanti, come sempre
antipatici e fastidiosi, lhanno molto gradita. Ma se la si lascia per un po al caldo sulla
tavola, la panna montata si smonta, si appesantisce, rilascia un liquido non gradevole e
diventa rapidamente acida e cattiva. Dobbiamo dirci, onestamente e francamente, che
tutti, o quasi, siamo compartecipi ed abbiamo approfittato di questa economia di carta o di
panna montata.

Ci detto e recitato un salutare e liberatorio confiteor necessario per mettere ordine


nella scala delle responsabilit. Leconomia di carta, infatti, non piove dal cielo. E stata
pensata, voluta, teorizzata, costruita, pezzo dopo pezzo, da gruppi dirigenti, soprattutto
finanziari ma non solo, che si sono arricchiti a dismisura rubando i soldi dei risparmiatori
e che, per quanto possiamo capire ad oggi, rimarranno ricchi, impuniti ed irridenti.
Leconomia di carta ha avuto i suoi progettisti, i suoi sacerdoti, i suoi cantori, i suoi
divulgatori; ha avuto i suoi premi Nobel, tanti, troppi, premi Nobel.

Ma se caduta leconomia di carta e si sgonfiata leconomia di panna montata, non


certo caduta leconomia, cio la capacit dellhomo faber di produrre, migliorare, creare,
risparmiare per una vita ed un futuro migliori. Questa ha solo avuto un forte e salutare
rallentamento. N caduta la finanza, strumento preziosissimo e chiave di volta dello
sviluppo. E caduto labuso della finanza. La componente di carta e di panna montata non
esiste pi e va sostituita con nuovi sviluppi di economia vera appoggiata da una finanza
sostenibile. Ci richieder tempo e sforzi intensi per dar vita ad uneconomia
finanziariamente, ambientalmente, antropologicamente sostenibile. Un compito di lungo
respiro ed esaltante, che mi fa dire: che bello essere giovani in questi tempi che offrono la
possibilit di collaborare alla costruzione di un nuovo mondo e di una nuova economia,
molto pi civile! Ma dobbiamo accettare serenamente che se leconomia di carta o di
panna montata si sgonfiata, ci un bene e non un male e dobbiamo conseguentemente
adattare la nostra vita, i nostri consumi, le nostre abitudini alla nuova realt. Ecco perch
gli agevolisti che vogliono mantenere in vita il passato con la respirazione bocca a bocca
sono un grande pericolo. Quello che conta ricreare lavoro per tutti, anche per quelli che
facevano lavori inutili che, inconsciamente, montavano la panna montata. Basta alzare la
testa e guardare in giro per vedere quali e quanti sono i bisogni veri ed insoddisfatti
delluomo, per capire che non c un problema reale a perseguire questi obiettivi, ma solo
problemi frutto della nostra distorsione e perversione, che dobbiamo correggere.

Dunque le soluzioni non mancano, la direzione di marcia incomincia ad apparire meno


oscura, la terra promessa affiora, lontano, tra le nebbie. La speranza cristiana soffia nelle
nostre vele. Ma per approdare dobbiamo prima fare una vera e propria conversione. E la
DSC pu molto aiutarci in questo, soprattutto se sapremo tenere distinto questo grande
pensiero (che non certo arretrato di 200 anni, come ha detto, nella sua ultima intervista,
il cardinale Martini, peraltro parlando di altri temi, ma anzi allavanguardia, il futuro,
proprio perch basata su principi e obiettivi non contingenti), tenerlo distinto, dicevo, dai
comportamenti concreti dellapparto di vertice della Chiesa che, come anche le recenti
vicende IOR dimostrano, necessitano, come tutti e, forse, pi di tutti, di una seria
conversione.

[1] Marco Vitale, Passaggio al futuro, Egea 2010, Pag. 20

[2] Ora raccolto nel volume, Lezioni per il futuro. Le idee per battere la crisi, ed. Il Sole 24 Ore, 2009

[3] Marco Vitale, op. cit. pag. 26

[4] Da noi a lungo stata rifiutata la parola crisi, per parlare, invece, di rallentamento.

[5]Da noi si incominci a parlare di minor crescita.

[6] Da noi finalmente si parla di crisi, ma solo finanziaria, che quindi lascer indenne leconomia reale. A Milano, precisa il Manzoni, si parlava

di non vera peste perch non tutti morivano.

[7] Tradotto in italiano con il titolo: Svegliatevi. Perch lausterit non pu essere la risposta alla crisi. 15 soluzioni da applicare con urgenza. Ed.

Piemme, 2012

Mons. Francesco Moraglia: Di fronte alla crisi economica e


sociale: elementi di speranza e prospettive ricavate dal
magistero sociale
Posted on 24 settembre 2012 di luigideguidi
Pubblichiamo il testo integrale dellintervento del Patriarca di Venezia
mons. Francesco Moraglia al Festival della Dottrina Sociale tenutosi a Verona nella giornata
di sabato 15 Settembre 2012.

Dinanzi allattuale crisi finanziaria ed economica, il desiderio di tutti venirne a capo. Si sente,
infatti, la necessit almeno dintravvedere segni certi di un reale cambio di tendenza, lasciandoci
alle spalle le ripetute dichiarazioni dintenti con cui, di volta in volta, siamo avvisati che la
prossima settimana sar decisiva per la crisi in corso

Tali proclami risultano particolarmente difficili da riceversi sia perch alle parole non seguono i
fatti sia, soprattutto, quando provengono da chi prima e durante la crisi stato in posizioni di
responsabilit in ambito finanziario, economico e politico.

Questa crisi che nasce finanziaria e poi diventa economica ci accompagna in maniera
persistente dallagosto del 2008. Con essa sia i soggetti pubblici sia i privati dovranno fare i conti,
anche se non siamo ancora in grado di determinarne i tempi di svolgimento e gli scenari finali. Una
cosa, per, possiamo dirla con assoluta certezza: dopo questa crisi taluni nostri stili di vita,
obbligatoriamente, dovranno mutare.

Proprio tale cambiamento rappresenta laspetto positivo dellattuale momento storico; date le
dimensioni della crisi, non ci si potr limitare a piccoli ritocchi di maquillage ma bisogner per
continuare la metafora andare da un buon chirurgo plastico per interventi strutturali.

Siamo chiamati a guardare al futuro, nella logica del bene comune, non solo considerando la nostra
generazione ma anche quelle che verranno dopo. Si tratta di capire quale sia lo sviluppo sostenibile,
ponendo al centro di tutto cosa che, finora, stata fatta troppo poco la persona non come pura
astrazione ma nelle sue relazioni concrete, ad iniziare dalla relazione con la famiglia. E a proposito
della famiglia caposaldo della dottrina sociale cristiana -, mi soffermo su due testi della cui laicit
nessuno pu dubitare.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dellUomo, approvata dallAssemblea delle Nazioni Unite il
10 dicembre 1948, afferma: La famiglia il nucleo naturale e fondamentale della societ e dello
Stato e come tale deve essere riconosciuta e protetta (art.16). Non meno esplicita la
Costituzione della Repubblica Italiana che recita: La Repubblica riconosce i diritti della famiglia
come societ naturale fondata sul matrimonio (art.29).
La persona, non compresa allinterno delle sue relazioni fondamentali, infatti pura astrazione.

Ora, capire realmente che cosa accaduto e quali sono gli errori commessi, il primo e necessario
passo. Capire per voltare pagina!

Non ci si pu illudere pensando a un cambiamento solo di facciata che, alla fine, comporti solo una
serie di piccoli aggiustamenti tecnici o mutamenti a livello di sottili tattiche finanziarie ed
economiche. La disillusione sarebbe oltremodo cocente.

Questa, infatti, non una delle tante crisi che giungono al termine di cicli che si susseguono
regolarmente. Non si tratta di qualcosa di scontato che appare al termine di una fase ormai
compiuta, alla quale, poi, ne succeder unaltra; si tratta, piuttosto, di una crisi epocale.

Siamo di fronte a un momento storico che richiede un ripensamento strutturale: una riflessione a
360 delleconomia, ormai sempre pi globalizzata, una riconsiderazione del rapporto
finanza/economia, un ripensamento del lavoro, della produttivit dimpresa, del profitto che non
pu essere a favore di alcuni e contro altri. Il profitto dovr sempre pi rispondere al bene comune
di unumanit globalizzata a livello di comunicazione, di finanza, di economia.

Siamo chiamati tutti ad una revisione critica delle nostre scelte. In modo particolare lo sono, per,
quanti con differenti compiti e ruoli si muovono nel settore delleconomia e della finanza tanto
a livello dinsegnamento teoretico quanto operativo e politico e che nei vari ambiti si
candidano alla guida del Paese.

Particolarmente importante, poi, la responsabilit di chi a livello politico avrebbe dovuto


garantire o favorire scelte etiche in rapporto al bene comune, al reddito equamente diviso, a uno
sviluppo sostenibile e che, invece, ha abbassato la guardia o ha contribuito ad abbassarla.

Tutti sono chiamati a lavorare per un futuro che non ripeta gli stessi errori del passato. Unica
strada percorribile rimuovere le cause che hanno determinato la crisi ma, per farlo, bisogna
previamente conoscerle. Si deve, quindi, chiarire quali scelte, quali omissioni e quali errori ci
hanno portato al punto a cui siamo giunti.

Abbiamo detto: conoscere le cause della crisi. Ma la conoscenza da sola non basta e allora bisogna,
oltre che conoscere le cause, anche riconoscerle. S, necessario riconoscerle!

Riconoscere, infatti, andar oltre la pura conoscenza teorica delle dinamiche che hanno prodotto
levento perch, una volta conosciute le dinamiche, si richiede la volont di porre in essere le
soluzioni necessarie. E questo il solo modo che permette di voltar pagina.
Di fronte allattuale crisi finanziaria ed economica sar comunque decisivo, nel futuro,
confrontarsi con una globalizzazione sempre pi diffusa.

Bisogna andare alla radice, non fermarsi prima, mettere in questione le scelte antropologiche di
fondo, in vista del bene comune. Sar essenziale, per esempio, determinare il fine delleconomia e il
rapporto tra finanza e economia.

Cosa dire, poi, di una societ incapace di garantire il lavoro alle differenti fasce attive della
popolazione e, ancora, di una politica che ha le soluzioni pronte ad ogni problema, quando
allopposizione, ma, se chiamata a governare, balbetta e va in confusione su ogni questione, anche
di piccola entit?

Si pensi, soprattutto, ai frequenti proclami circa una distribuzione arbitraria e ingiusta della
ricchezza e del reddito.

Ora, prendendo spunto da quanto riportato dai media su ipotetiche domande circa la
responsabilit o, pi realmente, corresponsabilit, consideriamo la situazione che ha preceduto e
accompagnato la crisi finanziaria.

Il Corriere della Sera di gioved 13 novembre 2008 dava conto della visita della Regina Elisabetta
alla London School of Economics. La Sovrana posta di fronte a un grafico eloquentemente
impietoso circa la situazione finanziaria che mostrava i segni della grave crisi in atto -pose, nella
sua crudezza, la domanda delluomo della strada: Come possibile che nessuno si sia accorto che
stava arrivando addosso questa crisi spaventosa?. La risposta fu: In ogni momento di questa fase
qualcuno faceva affidamento su qualcun altro e tutti pensavano di fare la cosa giusta (G.
Santevecchi, in Corriere della Sera, 13 novembre 2008).

Tale risposta, obiettivamente, lascia alquanto pensierosi soprattutto perch non proviene da un
non addetto ai lavori, bens da un esperto dal quale era lecito attendersi qualcosa di pi. Si trattava,
infatti, del professor Luis Garicano, illustre docente di Economia e Strategia e Capo di Economia
Gestionali e Strategy Group, una delle pi accreditate voci in materia.

Il fatto desta maggiore sorpresa se si considera che, oggi, la teoria economica si accredita come
sapere scientifico e seppur su basi probabilistiche rivendica la capacit di fornire analisi
previsionali corrette. Eppure tali analisi prima e durante lattuale crisi, nonostante le aspettative
non si sono mostrate affidabili come si pensava fossero.
Circa otto mesi dopo la visita di Elisabetta II alla London School of Economics, il professor
Timothy John Besley (economista) e il professor Peter John Hennessy (storico) membri della
British Accademy decisero di scrivere, in data 22 luglio 2009, alla Sovrana.

Essi risposero alla domanda che la Regina aveva posto dicendo che i vari operatori finanziari ed
economici, di volta in volta, avevano assunto un comportamento remissivo nei confronti
dellopinione comune che formava un pensiero dominante tra gli addetti ai lavori e parlarono
di feelgood factor, un eccesso di confidenza e ottimismo.

Cos spiegano nella lettera si continu a ragionare e a prender decisioni basandosi su stereotipi
e preconcetti, ossia su modelli che, di fatto, riproponevano luoghi comuni. Ci si trovava di fronte a
una generalizzata volont di non esporsi; in tal modo aggiungono si poneva in essere un
comportamento poco razionale. La lettera si colloca, perci, a met strada tra lautocritica e lauto-
giustificazione.

Il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, ha parlato di una lezione culturale della
crisi legata alla globalit delleconomia e ha evidenziato che in un contesto globalizzato come
lattuale la presente congiuntura finanziaria ha messo in luce come, dinanzi al primo manifestarsi
e al successivo incremento della crisi, si sia dispiegato un conformismo eccessivo attorno a quelle
che erano le opinioni gi accreditate sulla crisi stessa.

Siamo di fronte, quindi, ad una sorta di pensiero dominante mentre, di fronte alla globalizzazione
dei mercati e dei mezzi di comunicazione, ci si sarebbe dovuti attendere una conoscenza reale e
obiettiva, grazie anche al contributo e alla partecipazione attiva di una pluralit di soggetti.
Insomma: una conoscenza capace di una visione dinsieme universale, pi obiettiva, pi reale, pi
rispondente al vero.

Se ritorniamo alla domanda che Elisabetta II aveva posto alla London School of Economics
Come mai gli economisti non hanno saputo prevedere la recessione e la sua gravit? possiamo
pensare di non essere lontani dal vero dicendo che non stata prevista non nonostante la
globalizzazione ma proprio a causa della situazione in cui la globalizzazione ha posto gli addetti ai
lavori.

Cos gli operatori del settore sono, a un tempo, responsabili e vittime del contesto che nel bene e
nel male si determinato a causa di una globalizzazione che non ha ancora trovato una vera
governance, ossia una guida capace di garantire i diritti di tutti e non di una parte, o di qualche
parte, o della parte pi forte.
Abbiamo visto, in tal modo, come i maggiori esperti di economia e finanza abbiano comunque
consentito laffermarsi di un pensiero dominante cos che quanti avevano opinioni divergenti
sullentit e identit della crisi non hanno potuto o non hanno avuto la forza di esprimere il loro
dissenso.

Risulta destrema attualit quanto, trentaquattro anni fa era il giugno 1978 Aleksander Isaevic
Solzenicyn, tra i pi noti rappresentanti dellopposizione al regime sovietico, espresse in una
conferenza tenuta presso lUniversit di Harvard.

Lo scrittore russo tra i pi grandi del XX secolo disse in quella circostanza: In Occidente anche
senza bisogno della censura, viene operata una puntigliosa selezione che separa le idee alla moda
da quelle che non lo sono, e bench queste ultime non vengano colpite da alcun esplicito divieto,
non hanno la possibilit di esprimersi veramente n nella stampa periodica, n in un libro, n da
alcuna cattedra universitaria. Lo spirito dei vostri ricercatori s libero, giuridicamente, ma in
realt impedito dagli idoli del pensiero alla moda. Senza che ci sia, come allEst, unaperta violenza,
quella selezione operata dalla moda, questa necessit di conformare ogni cosa a dei modelli
standardizzati, impediscono ai pensatori pi originali e indipendenti di apportare il loro contributo
alla vita pubblica e determinano il manifestarsi di un pericoloso spirito gregario che di ostacolo a
qualsiasi sviluppo degno di questo nome. (A. Solzenicyn, Discorso pronunciato allUniversit di
Harvard, l8 giugno 1978; in Supplemento al n. 10, Litterae Communionis CL 1978, a cura di
Sergio Rapetti).

La conferenza si tenne come detto nel giugno del 1978 e, quindi, undici anni prima della caduta
del muro di Berlino. Parole, allora, certamente coraggiose, sebbene non da tutti condivise, ed oggi,
invece, largamente scontate ma che, proprio come tutte le realt scontate, finiscono per non
incidere. Uno dei possibili modi di praticare la censura , infatti, il silenzio motivato proprio dal
fatto che si tratti di cose ormai pacifiche.

La lunga citazione di Aleksander Solzenicyn si giustifica, pur non riguardando temi finanziari ed
economici, perch vera a 360 gradi e si riferisce tout court allagire umano, chiamando in causa
anche lambito finanziario ed economico.

Il pensiero di Solzenicyn deve farci riflettere perch, non solo in un recente passato ma anche oggi,
lOccidente si propone come il presidio delle libert personali e come guida della democrazia a
livello mondiale.

Ora, se questo certamente vero in senso relativo, ossia in rapporto ad altre zone geo-politiche,
rimane tuttavia da chiedersi anche alla luce della poca capacit critica mostrata nellattuale crisi
se ci sia vero in senso assoluto.
Riprendiamo, ancora, la lettera dei professori Besley e Hennessy, nel passo, in cui i due membri
della British Accademy si esprimono con queste parole: Maest, il fallimento nel predire
levoluzione temporale, lestensione e la severit della crisi stata principalmente un fallimento
dellimmaginazione collettiva.

Ci vuol dire che quanti avevano conoscenze e competenze per comprendere ci che stava
succedendo hanno mostrato come gi detto un eccessivo conformismo, una sorta di pensiero
gregario e non hanno saputo, in alcun modo, delineare lampiezza e la tempistica del fenomeno.
Inoltre non sono stati neppure in grado di percepire che non si trattava della chiusura di un
normale ciclo ma di una crisi di proporzioni epocali.

Ora, e questo il punto, se qualcuno pur avendo compreso la situazione, non ha avuto la possibilit
dinformarne lopinione pubblica per tempo bypassando cos chi aveva in mano la guida
finanziaria, economica e politica allora vuol dire che qualcosa non ha funzionato come avrebbe
dovuto.

Inoltre nella lettera di Besley e Hennessy come vedremo di seguito si fa riferimento alla
spregiudicatezza degli operatori finanziari ma, in tal modo, si finisce per mettere in questione
letica stessa.

E lecito chiedersi, allora, qual il fine ultimo di un investimento? E ancora: il profitto pu essere
lunica realt a cui mirare? Come la finanza pu ridursi a gioco speculativo che mira
allarricchimento di pochi nel brevissimo periodo? E, infine, la finanza ancora al servizio
delleconomia reale e, quindi, delluomo?

Le seguenti parole di Besley e Hennessy pongono pi che un interrogativo e risultano


chiarificatrici: La maggioranza degli economisti contro il numero esiguo di quanti avevano
messo in guardia sulla crisi era convinta che i maghi della finanza avevano trovato nuovi e
intelligenti modi per gestire il rischio Difficile trovare un esempio simile di auto-illusione e
virulenza intellettuale.

Allincapacit di oltrepassare modelli assunti acriticamente, solo perch espressione del pensiero
dominante, si deve aggiungere unimperdonabile e forse anche ideologica vedremo in che senso
sottovalutazione della realt, un ottimismo di maniera o addirittura la presenza, in molti operatori,
della sindrome che Jean de La Fontaine delinea magistralmente nel suo apologo Pierina e il
secchiolino del latte, un racconto allegorico che tutti compresi gli operatori della grande finanza
dovrebbero rileggere con pi attenzione.
Questo apologo narra come Pierina, mentre si reca al mercato per vendere il latte, con
immaginazione fervida, di pensiero in pensiero, vagheggia una serie di cessioni e acquisti per cui,
dal secchiolino di latte, si passa ad alcune dozzine di uova, poi ad una gallina, cui segue un maiale,
infine un vitello che presto cresce e diventa una bella mucca A questo punto, inavvertitamente,
Pierina che gi assapora la gioia della sua bella mucca compie un gesto inconsulto e rovescia
il latte. Allora ogni cosa, in un breve momento, crolla: mucca, vitello, maiale, gallina, uova

Tutto si mostra un misero castello di soli pensieri e questi bei sogni, in un breve istante, svaniscono
miseramente. La morale della favola delineata dallo stesso La Fontaine: proprio mentre io
siedo de miei gran sogni in cima, cade il castello, e resto il Bertoldin di prima.

Con rispetto parlando, qualcosa del genere capitato a taluni esponenti del mondo economico e
finanziario che silludevano di passare da investimento a investimento, da speculazione a
speculazione, da facile guadagno a facile guadagno, nella convinzione che si sarebbe passati dal
poco al molto e al tutto ma cos non stato perch, cos, non poteva essere. Soprattutto, non doveva
essere. La favola di Pierina immagine di una finanza che si concepisce in termini speculativi,
come gioco dazzardo pi che come strumento posto al servizio delleconomia reale e del bene
comune.

A questo punto, necessario dar conto di unaltra lettera che porta la data del 10 agosto 2009 ed
firmata da dieci noti esponenti del mondo economico britannico. Essi a loro volta intendevano
rispondere alla domanda della Regina Elisabetta ma, allo stesso tempo, anche a Besley e a
Hennessy.

Besley e Hennessy, come visto, avevano parlato dabbaglio collettivo, di feelgood factor
ottimismo di facciata che portava a non dare importanza al deficit finanziario di alcuni Paesi.
Tutto era iniziato con uneccesiva fiducia accordata ai bassi tassi dinteresse che avrebbero
garantito mutui favorevoli e, alla fine, anche la casa di propriet. Non si colse per tempo il rischio
che poteva determinare linsolvibilit e la trasformazione del credito frantumato in strumenti
finanziari sempre pi sofisticati e fantasiosi.

I firmatari della seconda lettera criticavano i colleghi autori di quella del 22 luglio 2009 puntando il
dito contro una loro dimenticanza: non aver stigmatizzato la formazione inadeguata degli
economisti che a loro giudizio sarebbero formati, quasi esclusivamente, sulla base di
conoscenze matematiche cos che le loro teorie si riducono a pure e astratte applicazioni. In tal
modo si smarrisce sempre pi il contatto con la realt, le istituzioni e la concretezza del mondo
economico.
Nonostante i vari tentativi di risposta alle differenti questioni, rimanevano e rimangono comunque
non pochi dubbi. Ci si chiedeva e ci si chiede quale significato attribuire allespressione: Siamo di
fronte a un fallimento di immaginazione collettiva. E infine: come mai non si era intervenuto nei
confronti di economisti che, tutto sommato, per formazione come stato detto si mostravano
intellettualmente subalterni a un sapere legato troppo alle scienze matematiche applicate e, di
conseguenza, poco attento alla realt?

Lasciamo aperta la porta anche ad altre possibili domande a proposito della crisi finanziaria ed
economica, sulla sua genesi, sul suo sviluppo e su eventuali errori e reticenze di gestione.

Solamente una risposta a mio avviso in grado di determinare una reale inversione di rotta, in
modo che, quanto si verificato, non si ripeta: la risposta consiste nel porre con determinazione
letica al centro di tutto. Poich solamente una finanza, uneconomia e un profitto legati alletica
possono garantire la centralit delluomo; luomo, infatti, deve essere il fine tanto della finanza,
quanto delleconomia, quanto del profitto.

Qui, ai cattolici soprattutto veneti, non pu non venire alla mente la figura del beato Giuseppe
Toniolo, docente universitario, economista e integerrima figura di laico cristiano che con il suo
impegno sociale e politico segn la vita ecclesiale della fine del diciannovesimo secolo e dellinizio
del ventesimo.

Letica assolutamente essenziale per la sopravvivenza dellumanit poich tutte le azioni


delluomo, alla fine, si rapportano al bene o al male, alla giustizia o allingiustizia e, in ultima
istanza, si confrontano con la dignit della persona umana.

Tutto ci che male e ingiusto confligge con Dio, perch Dio custode e garante delluomo e del
suo mondo. E, quindi, ci che contro luomo anche contro Dio.

Sarebbe inaccettabile che la finanza, leconomia, il profitto ossia quelle attivit umane che si
collegano al lavoro, uno dei beni essenziali nella vita delle persone, delle famiglie e della societ
non avessero a che fare con letica.

Daltra parte, lAntico e il Nuovo Testamento garantiscono che luomo immagine e somiglianza
di Dio (cfr. Gen1, 26-27) , insieme, centro e fine di tutto. Proprio perch luomo centro e fine di
tutto, per letica cristiana, niente viene prima delluomo e niente pu essere contro luomo.

La dottrina sociale della Chiesa, cos come ci insegna la Mater et Magistra di cui si appena
ricordato il cinquantesimo anniversario di promulgazione (1961-2011) parte integrante della
concezione cristiana della vita (cfr. n. 206). Soprattutto in un periodo come questo, di marcata
secolarizzazione, fondamentale ribadire come la dottrina sociale della Chiesa sia legata tanto alla
rivelazione quanto alla retta ragione. In tal modo, attraverso il magistero sociale, la Chiesa sa di
parlare, a pieno titolo, sia alluomo sia al cristiano.

La nostra societ, di fronte ai forti pluralismi socio-culturali che la caratterizzano, mostra lassoluta
necessit di poter contare su ci che Papa Benedetto XVI ha indicato, fin dagli esordi del
pontificato, come ragione allargata o, in modo equivalente, ragione integrale che, in quanto
spazio antropologico condivisibile e condiviso, diventa luogo di rinascita del pensiero e
delletica.

Attraverso la relazione fondante con Ges Cristo luomo, nella sua umanit, sanato e portato a
pienezza. Solamente cos in grado desprimere un nuovo modo dessere, una nuova antropologia
dalla quale procedono anche peculiari e originali modelli di sviluppo, per quanto concerne la
finanza, leconomia, il reddito, il bene comune, la destinazione universale dei beni; tali beni, quindi,
vanno considerati anche perch hanno un riferimento realissimo e specifico alla grazia.

In tal modo il punto da considerare si connette al fatto che la salvezza cristiana non collaterale
alluomo e neppure gli cala addosso dallalto; non investe un uomo che, in se stesso, gi dato e
salvato. Al contrario, levento cristiano incontra e sinserisce sulluomo, lo intercetta e, sanandolo,
lo porta a compimento.

S, levento cristiano sana e porta a compimento luomo. Non di rado, le differenti culture che si
sono susseguite compresa quella della modernit e della contemporaneit hanno dimenticato
che luomo un essere ferito, fragile, bisognoso di salvezza.

Questa valutazione di antropologia teologica, ovviamente dordine generale, ha una ricaduta


specifica nei confronti delluomo che, tra le altre cose, chiamato a realizzarsi anche attraverso il
lavoro ma non pu decadere a pura forza lavoro.

Luomo viene sempre prima e va oltre la sfera economica, viene sempre prima e va oltre il profitto,
viene sempre prima e va oltre il reddito, viene sempre prima e va oltre il Pil. Luomo, insomma, mai
pu ridursi a realt economica o tecnica (homo oeconomicus o tecnocraticus).

Passando da una considerazione di antropologia generale a una pi specifica come, ad esempio,


quella economica, dobbiamo metterne a fuoco e promuoverne i valori materiali e spirituali,
personali e sociali, senza dei quali unattivit non pu neppure essere considerata realmente
umana.
E chiaro linsegnamento di Benedetto XVI nellenciclica Caritas in Veritate dove leggiamo: La
sfera economica non n eticamente neutrale n di sua natura disumana e antisociale. Essa
appartiene allattivit delluomo e, proprio perch umana, deve essere strutturata e
istituzionalizzata eticamente (n. 36).

Il lavoro va tutelato e sostenuto nelle differenti fasi che lo caratterizzano e tutti dobbiamo fare il
possibile per sostenere quelle scelte che a vario livello (personale e sociale, privato e pubblico) sono
decisive per una politica che ponga al centro il lavoro in tutte le sue componenti partendo, sempre,
dalle persone.

In tal modo, grazie alla ragione umana ripristinata nella sua capacit speculativa e pratica e
nel suo legame effettivo con la fede, la Chiesa si fa carico del lavoro iniziando dalle persone e se
ne fa carico, a pieno titolo, guardando al bene comune. Se, invece, venisse meno il rapporto
intrinseco tra retta ragione (speculativa-pratica) e fede, allora svanirebbe pure il legame con la
verit, il bene, la giustizia.

Se poi la fede smarrisse il suo legame con la retta ragione, tutto si ridurrebbe a un sapere fideistico;
se la carit perdesse il rapporto con la giustizia, ogni circostanza, di fatto, si aprirebbe allarbitrio (il
buonismo altra cosa rispetto all incontro tra carit e giustizia); se poi la speranza non
mantenesse un rapporto reale con la storia, ogni situazione potrebbe diventare fuga dalla vita
presente, dalle proprie responsabilit, dal mondo.

In questi casi si darebbe una fede, una speranza e una carit non pi intese come spazi entro i quali
si chiamati a realizzarsi a partire dalla propria umanit ossia dalle relazioni personali, familiari,
sociali, lavorative ed economiche e, per il cristiano, tutto si ridurrebbe a pura astrazione.