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Lezione – 12.11.

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Abbiamo terminato di parlare sul dato biblico sull’escatologia. Adesso continuiamo con i dati
della tradizione.

L’escatologia patristica
Se diciamo che all’inizio la Patristica propone la linea biblica, diciamo che si impone l’apocalittica
e anche l’escatologia. Stiamo dicendo che si parla di una escatologia comunitaria, ma anche che
sorge una tendenza individuale. Questo soprattutto nei primi due secoli. Allora riflette in un
modo molto forte le problematiche bibliche.

Vediamo ora in flash le tesi di come si è evoluta l’escatologia dei Padri.

Un tema è quello dell’eternità, del quale ancora oggi usiamo. Già dal primo e secondo secolo i
Padri della Chiesa antica portano questo concetto di eternità.

La storia, già oggi, è piena dell’evento escatologico perché Cristo si è manifestato. Cristo è il
centro della storia. L’esperanza escatologica è quanto mai viva perché Cristo si è manifestato.

Nell’era post apostolica si coglie la tensione verso la parusia del Signore che sarà repentina e
inaspettata. Fine del primo secolo e inizio del 200 d.C. seguendo le orme di Paolo: quando Cristo
sarà tutto in tutti consegnerà il Regno al Padre.

L’idea di che i martiri avranno quella corona di Gloria, coloro che si configurano a Cristo. La
categoria è più della sequela che di imitazione. Finendo l’epoca dei martiri i grandi seguaci di
Cristo sono i monaci. La figura del Martire è una figura escatologica, vive un destino di gloria.

Soprattutto tra secondo e terzo secolo entra una certa idea di retribuzione individuale, che però
viene vista come una iniziale retribuzione. È qualcosa di germinale ancora perché la persona
umana vive nell’attesa della risurrezione finale.

Ci sono alcuni Padri, come Ireneo e Tertulliano che hanno una certa esitazione a parlare di
retribuzione immediata. Perché vivono in un contesto antieretico, anti gnostico, perché non si
fraintenda dell’immortalità dell’anima come disprezzo del corpo, della carne. Era questo che
affermavano i gnostici.

Nella patristica prevale l’idea di duplice parusia. Cioè la prima nell’evento cristologico stesso. La
secondo come il tempo concesso ai penitente per la conversione. Il tempo intermedio è spiegato
come il tempo concesso per essere pronti per quello ultimo incontro con il Signore. Un tempo
penitenziale.

La penitenza come tempo concesso è alimentata per un altro fenomeno, quello del
millenarismo. Un elemento che ha il suo interesse ma che non ha niente che vedere con
l’escatologia.

A partire dei Padri Apostolici la risurrezione corporali diventa un elemento importante per la
speranza cristiana. Ad un certo punto si era diviso tutto in doppia partita. Quando si parla di
escatologia intermedia si parla di immortalità dell’anima, e quando di parla di escatologia finale,
si parla di risurrezione corporea. I Padri della Chiesa cominciano a considerare la risurrezione
corporea a partire della risurrezione e dell’incarnazione di Cristo.

E se si parla di immortalità, se ne parla non tanto come una eternizzazione del corpo, ma se ne
parla di immortalità come partecipazione della gloria che splende nel Cristo risorto. Immortalità
come partecipazione a Cristo risorto. Non c’è ancora la distinzione dopo del medioevo tra corpo
e anima e la sua separazione.

Origene è un nome importante di questo periodo. Ha cooperato per una spiritualizzazione del
tema escatologico. Dice che la parusia non è un evento spazio temporale. Vede il tema
escatologico come una spiritualizzazione dell’evento cristiano. La parusia è una rivelazione che
inizia già con la morte. Per cui legge alcuni temi classici, come quello della purificazione
attraverso una visione come quella della apocatastasis (reintegrazione). L’evento della parusia
come reintegrazione cosmica di tutto, che conduce necessariamente all’incontro con il Signore.
La purificazione ha una funzione medicinale ed è offerta a tutti. Per cui il giudizio di Dio non ha
una funzione vendicativa, ma medicinale. Il giudizio avverrà mediante la persuasione e il trionfo
della verità nella coscienza dell’uomo.

Origene ha avuto questo merito di intendere la escatologia con la progressiva spiritualizzazione.


Un autore moderno che segue questa orme è Teillard di Chardin.

Santo Agostino: in lui prevale una visione cosmica, storica universale e individuale. Costruiva la
sua argomentazione in risposte alle difficoltà che trovava pastoralmente. In Santo Agostino
prevale la prospettiva storico universale, un cristocentrismo largo. Vede Cristo come télos della
storia. Come il raggio vettore di tutta la storia. Cristo è la direzione e il fine al quale tutto si dirige.
Una Cristologia universale. Vede le cose come pienezza: Cristo è camminare verso Cristo,
realizzazione del Cristus Tottus.

La domanda è anche questa: Agostino non tratta i problemi antropologici dell’escatologia? Una
escatologia individuale?

2ª Ora

L’epoca patristica insiste maggiormente sull’escatologia collettiva e cosmica e dimentica quella


individuale? Prevale una visione universale della storia salvifica, ma la dimensione individuale
era presente e quasi senza accorgersi si andava ad una cosificazione dei fine ultimi. Cosificazione
che nel medioevo si intensificherà. Si insisteva sul giudizio universale e sulla risurrezione
parusiaca.

Periodo Medioevale
Due sensibilità: abbiamo il rilievo monastico e il rilievo scolastico.

L’evo monastico è stato praticamente dimenticato nella teologia escatologica. La spiritualità


monastica: per quanto riguarda il rapporto allo sviluppo della speranza escatologica, la
spiritualità monastica è stata fondamentale.

La spiritualità monastica, come si presenta? Si presenta molto biblica e molto patristica. È molto
cristologica e escatologica, pertanto. Il monaco è il grande innamorato di Cristo. È teso nel suo
cammino di perfezione verso l’incontro assoluto con Cristo. Vive l’eternità dentro il tempo. Non
è mai arrivato, ma è qualcuno che arriva sempre, sta sempre cercando Dio.

Nella spiritualità monastica vi è una forte tensione per i temi del cielo e della vita eterna.
Soprattutto attraverso la via della contemplazione e della pietà. Non una spiritualità
disincarnata, ma biblica, concreta. La contemplazione ha alimentato la speranza escatologica.
Una spiritualità che guardava la vita eterna come compimento. Senza dimenticare il mondo, e
vivendo concretamente nel mondo. Abitare il cielo non è abbandono della vita sulla terra. Non
c’è il dualismo tra cielo e terra. Ha chiarito che ci sono realtà terrene che devono essere
rispettate nella loro autonomia e fragilità.

La spiritualità monastica guarda al cielo non per disprezzare la terra, ma per vivere meglio sulla
terra.

Nell’evo scolastico, si registra che subisce una certa caduta di tensione verso le realtà ultime. I
motivi sono vari. Ci si impegna su temi sulla creazione e sulla redenzione. Anche i testi di teologia
di questo periodo (sentenze di Pietro Lombardo, per esempio), presentano una certa difficoltà
di far emergere la dimensione escatologica della salvezza cristiana.

Questa tensione si presenta in maniera più forte in due autore un poco minori: Ruperto di Deutz
e Gioacchino Fiore.

Nella visione dell’evo scolastico e anche di questi autori, che sono accessioni della scarsa visione
escatologica, si era infiltrato un può di platonismo. Si innesta una forte accentuazione verso la
sorte dell’anima individuale e della sua sopravvivenza.

In questo periodo si riscopre Aristotele e apporta novità per l’escatologia. Si concentra


maggiormente sul tema antropologico. Sul problema del rapporto anima e corpo. L’anima come
forma del corpo.

Ci si serve delle categorie aristoteliche, in modo speciale in S. Tommaso: sostanza, accidenti,


cause, ecc.

Prevale il punto di vista individuale nell’escatologia. Tommaso d’Aquino si è sforza di dire che
l’anima è forma del corpo e che l’anima senza il corpo è in uno stato non naturale. Non ha subito
passivamente l’influsso ellenistico-platonico del dualismo anima e corpo. Pur tuttavia Tommaso
riconosce un’anima separata dal corpo, che continua ad essere la forma del corpo.

Nel basso medioevo, 1200 in poi, prevale un punto di vista individuale nel rispetto
all’escatologia. Succede che ci si preoccupa a livello magisteriale che la scomposizione anima e
corpo che avviene con la morte non apre un campo di indeterminazione, ma avviene qualche
cosa: che se si è comportato bene avrà una retribuzione e se non avrà un castigo. È la dogmatica
di Benedetto XII del 1336. Sancisce che al momento della morte esiste una retribuzione. Si era
diffusa l’idea in questo periodo che l’anima, per la sua incompletezza non poteva essere oggetto
di retribuzione nel giudizio. Bisognava aspettare ancora. Era in uno stato previo a quello della
retribuzione finale. La Chiesa interviene che l’uomo nel momento della sua morte si trova
davanti a Dio con le opere che ha compiuto. Allora, trova immediatamente una retribuzione. È
la risposta ad un problema. Con la morte individuale ha una retribuzione, un giudizio? Come dirà
il Vaticano II, il mio “io” vive in Cristo.