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Il Cristo del Giudeo-cristianesimo

L’icona di Cristo delle testimonianze giudeo-cristiane conobbe due sviluppi, uno sino all’anno 135
(quando gli ebrei hanno cominiciato a perseguitare i giudeocristiani), e un altro dopo quella data
sino al concilio di Nicea.

Con la denominazione giudeo-cristiano s’indicano le correnti cristiane provenienti dal giudaismo


del I e II secolo. Esse avevano il loro punto referenziale nell’osservanza della legge mosaica e nella
conoscenza di Gesù di Nazareth come il Messia atteso dal popolo ebraico o come un angelo inviato
da Dio al suo popolo. Essi si distensero al loro interno per una maggiore o meno apertura verso
l’accoglienza dei gentili nelle file cristiane. Il gruppo principale degli “osservanti della Legge” fu
quello degli Ebioniti o chiesa dei poveri (nome dato a loro da Origene, De princ. IV, 3, 8, come
prova del loro essere “poveri nel capire”), altri gruppi furono gli Elcasaiti (una setta giudeo-
gnostica che si forma solo dopo il 135 d.C.), i Nazarei (Epifanio, Panarion 29, 9,4; Teodoreto,
Haer. Fab.comp. 2,1-2) e i Nicolaiti.

Bibliografia: (Grillmeier I,124ss); Giorgio Jossa, Gesù e i movimenti di liberazione della Palestina,
Paideia, Brescia 1980; Idem, Dal Messia al Cristo. Le origini della cristologia, Paideia, Brescia
1989.

Contesto storico del Giudeocristianesimo

La ricerca sul giudeocristianesimo si iniziò nel secolo scorso. Fu il razionalista F.C. Baur, ad
intepretare la nascita della Chiesa come l’esito di un conflitto fra i giudeocristiani (comandati da
Giacomo) e gli etnocristiani (rappresentati da Paolo). Un’interpretazione che oggi viene giudicata
insufficiente: innanzitutto perché è stato ampiamente dimostrato che i giudei non erano del tutto
impermeabili all’ellenismo e – d’altra parte – anche i pagani convertiti al cristianesimo attingevano
nutrimento spirituale dall’AT.

Tra gli studiosi non incontriamo unanimità su che cosa si intenda per giudeocristianesimo. J.
Danielou, nome di indiscussa autorità in questo campo di ricerca, chiamò “giudeocristianesimo”
tutto ciò che nella Chiesa dei primi secoli non avesse sapore di ellenismo. Per J. Schoeps invece si
può definire “giudeocristianesimo” soltanto l’espressione più estrema di esso, cioè l’ebionismo1.

L’Ebionismo (ebioniti = i poveri nel capire). L’antica letteratura cristiana raggruppa sotto
questo nome un numero indefinito di sette giudeo-cristiane, accomunate da alcune
caratteristiche:
1) una cristologia molto “bassa” che fa del Cristo un «nudus homo»2 (un semplice uomo);
2) la pratica della legge giudaica;
3) il rifiuto di Paolo.

1
J. DANIELOU, La théologie du Judéochristianisme, Tournai 1958; J.H. SCHOEPS, Theologie und Geschichte des
Judenchristentums, Tübingen 1949.
2
TERTULLIANO, De carne Christi 14.

1
“Giudeocristiano” non indica solo il cristiano di origine giudaica; san Paolo, per esempio, era
giudeo e cristiano, ma non giudeocristiano! Né si può limitare il giudeocristianesimo al solo
ambiente palestinese; infatti anche in alcuni padri ortodossi c’è traccia di esso; la Chiesa infatti
prese le distanze da queste correnti, quando in questi ambienti si dichiarò il rifiuto della nascita
verginale di Cristo, della sua preesistenza e l’obbligatorietà della circoncisione per la salvezza.

Il giudaismo antico conosceva varie forme, dalla rigidità dei farisei alla morbidezza dei “timorati di
Dio”. Questi ultimi erano pagani simpatizzanti del giudaismo, che non osavano chiedere la
circoncisione: assistevano alle preghiere nella sinagoga; erano tenuti alla confessione del
monoteismo e all’osservanza dei sette comandamenti basilari (cfr. At 15,29); non alla separazione
dai pagani, all’osservanza totale del sabato e alle prescrizioni alimentari. Ma i veri Giudei non
potevano mangiare con loro né dar loro le proprie figlie come spose: non erano “né carne né pesce”.

Nei primi tempi della Chiesa quasi tutti i convertiti provenivano dal giudaismo e soprattutto di tra i
“timorati di Dio”. Gli Atti degli Apostoli ci parlano spesso di conversioni o di interesse verso il
messaggio evangelico tra di questi.

Questi cristiani portavano con sé un particolare bagaglio di tradizioni culturali e religiose, che
finivano per influenzare il modo di pensare la fede (cioè di fare teologia). Erano schemi provenienti
soprattutto dall’AT e dalle scuole rabbiniche.

Il problema non si pose tanto sull’accettazione dei pagani tra i cristiani, quanto sulle modalità del
loro inserimento: se cioè i pagani convertiti a Cristo dovessero farsi circoncidere e osservare la
legge di Mosè, per poi passare alla comunità cristiana, o no.

La posizione decisamente avversa, che Paolo assunse in questa questione, fu la ragione


dell’avversione a Paolo nel giudeocristianesimo: quest’ala “destra” del cristianesimo nascente
accusava l’Apostolo di non meritare questo titolo, di aver apostatato dal giudaismo, di non essere
stato autorizzato da Giacomo alla predicazione (donde 2 Cor 3,2: «forse abbiamo bisogno, come
altri, di lettere di raccomandazione per voi o da parte vostra?»). Diedero molto filo da torcere a
Paolo, passando sulle sue orme in Galazia, incitandogli contro la comunità; donde la furibonda
lettera ai Galati, la cui tesi verrà ripresa e approfondita nel capolavoro indirizzato ai Romani. Paolo
sollevò la questione del cd. “concilio” di Gerusalemme (At 15), che definì una linea moderata.

1
Ora alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: «Se non vi fate circoncidere secondo
l’uso di Mosè, non potete esser salvi». 2Poiché Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano
animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Barnaba e alcuni altri di loro andassero a Gerusalemme
dagli apostoli e dagli anziani per tale questione. […] 5Ma si alzarono alcuni della setta dei farisei, che erano
diventati credenti, affermando: «È necessario circonciderli e ordinar loro di osservare la legge di Mosè». […]
28
«Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose
necessarie: 29astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia.
Farete cosa buona perciò a guardarvi da queste cose». (Atti 15)

La persecuzione contro Paolo non si fermò; anche dopo la sua morte alcuni continuarono a
infangarne il nome: lo accusarono di aver provocato la persecuzione romana del 70, di aver avuto a
Damasco una visione di Satana.

Per questo Luca scrisse gli Atti degli Apostoli, nei quali infatti si parla poco di Pietro e molto di
Paolo: lo scopo di questo scritto fu proprio la difesa del paolinismo. Senza l’opera di Luca (vangelo
compreso) il cristianesimo poteva ridursi ad una setta messianica giudaica.

2
Tentiamo una lettura fra le righe del complesso passo di Gal 2,1-10, dove Paolo racconta dal suo
punto di vista il cosiddetto “Concilio” di Gerusalemme:
1
Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Bàrnaba, portando con me anche Tito
[…]: 3 Ora neppure Tito, che era con me, sebbene fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere […] 6 Da parte
dunque delle persone più ragguardevoli … 9 e riconoscendo la grazia a me conferita, GIACOMO, CEFA E
GIOVANNI, ritenuti le colonne, diedero A ME E A BÀRNABA la loro destra in segno di comunione, perché noi
andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi…

Ci pare di poter individuare nella Chiesa nascente la sussistenza di quattro correnti, che si
riconoscevano nei quattro apostoli citati. Esse possono essere ordinate rispetto alla tendenza più o
meno giudaizzante: Gc-Mt > Pt-Mc > Paolo-Lc > Gv.

È interessante che da esse potremmo far dipendere i quattro vangeli.

 Giacomo era il fratello di Gesù, rispettato dagli stessi giudei (Atti 12,17; 15,13; ne parla anche lo
storico ebreo Giuseppe Flavio, Antiquitates XX.9,1). Potrebbe rappresentare una corrente
giudeocristiana moderata. La sua linea viene rappresentata in alcuni passi di Matteo («Non
passerà neppure uno iota o un segno della legge…»: Mt 5,18). Ma alla sua linea si affiancavano
anche tendenze radicali che perseguitarono Paolo e che nel II sec. uscirono dall’ortodossia per
finire nell’ebionismo.
 La linea di Pietro-Cefa è ben rappresentata nel vangelo di Marco, tanto più se accogliamo la
preziosa indicazione di Papia di Gerapoli, che fa di Marco l’ermeneut di Pietro. La sua posizione è
equilibrata. Non ha una linea teologica molto ben definita, come emerge soprattutto nelle lettere
attribuite a Pietro.
 Paolo è ovviamente rappresentato dal notevole Corpus paolinum, ma anche dalla letteratura di
Luca. Rappresenta un cristianesimo molto aperto ai gentili; possiamo dire che questa corrente,
così “moderna”, vinse sulla distanza.
 Giovanni rappresenta una tendenza ancor più aperta di quella paolina; si allontana molto dalla
corrente giudaizzante per la forte insistenza sulla divinità di Cristo.

Giacomo e Giovanni si trovano dunque agli estremi quindi agli estremi di questa “assise
parlamentare”: al loro fianco si svilupparono però altri due gruppi che uscirono dall’ortodossia: gli
ebioniti, esasperando la linea di Giacomo; i doceti e gli gnostici, esasperando la posizione
giovannea (lo gnosticismo di solito asserisce un certo docetismo per insistere sulla divinità di
Cristo).

La cristologia giudeocristiana

Alla base del giudeocristianesimo Gesù è considerato il vero profeta predetto da Mosè in Dt 18,15:
«Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui
darete ascolto». La sua prima “incarnazione” si sarebbe avuta in Adamo e l’ultima definitiva in
Gesù, attraverso le mediazioni di Enoch, Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe e Mosè. In Gesù, nuovo
Mosè e nuovo Adamo, è presente la shekinah di Dio (= la pienezza della partecipazione della
divinità alla vita dell’uomo).

Negano la concezione verginale di Gesù, anche perché ignorano il vangelo di Luca. Uomo nato da
Giuseppe e da una «ragazza», Gesù vive nella giustizia per 30 anni. Poi si avvicina al battesimo di
Giovanni nel Giordano e qui riceve la pienezza dello Spirito in misura maggiore a tutti i personaggi
dell’AT (posizione adozionista) [see text from Vangelo degli Ebioniti]. Divenuto Cristo, predica –

3
contro Paolo –l’unica vera giustizia, quella derivante dalla Legge. A Gesù non viene mai tributato il
titolo di kurios e ne è negata la preesistenza.

La morte sulla croce e la risurrezione non hanno valore salvifico, ma sono solo un esempio come
via alla salvezza. Ma la salvezza, senza unione tra Dio e l’uomo, ha contorni molto vaghi: l’uomo
non può diventare figlio di Dio né entrare nella sua comunione esistenziale.

Le eresie cristologiche di ambito giudaico tendono a togliere a Gesù la parte “divina”. La sua
trascendenza è vista limitatamente alla luce di “Messia”, il Cristo nell’ambito dei profeti e di uomini
particolarmente favoriti da Dio. Gesù di Nazareth è “figlio adottato dal Padre e uno speciale inviato
da Dio”. Tali tentativi si riassunsero nella setta degli “Ebioniti” (i poveri) che lo consideravano
“mero uomo”, “vero profeta”, “eletto di Dio”.

Comunque, anche prima che fosse avvertita l’influenza dell’ellenismo all’interno del
giudeocristianesimo, alcuni fra i giudeocristiani avrebbero riconosciuto la dimensione della
preesistenza di Cristo, concepita in modo più personalizzante rispetto a quella che si può distinguere
nella dottrina del vero profeta. Tale preesistenza sarebbe stata rappresentata secondo parametri e
con definizioni diverse, non necessariamente esclusive l’una dell’altra e comunque non tali da
minacciare neppure alla concezione monoteista di Dio.

Il più caratteristico di tali modi è quello che presenta il Cristo preesistente in forma angelica., come
nell’Ascensione di Isaia.

«Mi si accostò il mio Signore con l’angelo dello Spirito e mi disse. “Ecco ti è concesso di contemplare Dio, e
per causa tua anche all’angelo è concesso di farlo con te”. E io vidi il mio Signore adorare e così pure l’angelo
dello Spirito Santo, e vidi che ambedue lodavano insieme Dio. Quindi tutti i giusti si accostarono e adorarono.
E tutti gli angeli lodarono» (Ascensione di Isaia 9,39-42: cfr. Origene PA 1.3.4).

Nel Pastore di Erma viene introdotto un angelo di particolari autorità e prestigio rispetto agli altri
angeli che lo contornano e le cui attribuzioni eccedono quelle di un semplice angelo. Ad esempio, a
Mandati 5,1,7, all’Angelo è assegnata la prerogativa di giustificare dai peccati, opera
specificamente divina.

In effetti la cristologia angelica si allarga a volte fino a comprendere anche lo Spirito santo in una
concezione della divinità che possiamo già definire trinitaria.

Le Pseudoclementine

Si tratta di un ciclo di 20 Homiliae e di 10 libri di Recognitiones che sono due elaborazioni del IV
sec di uno scritto più antico che aveva incorporato le Periodoi Petrou. Questi scritti appartengono al
II sec. Le Periodoi sono forse il catechismo di una setta giudeocristiana affine agli elcasaiti (116
d.C.). Questo catechismo presenta Cristo come re, ma non come Dio.