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Lezione – 26.11.

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Nella lezione scorsa abbiamo cercato di capire il dibattito ecumenico, alcuni autori protestanti
che hanno allargato molto il dibattito rispetto all’escatologia. Soprattutto Karl Barth che afferma
che il cristianesimo o è escatologia, o è niente.

Abbiamo anche visto il dibattito nella teologia orientale, una disputa sul fuoco del purgatorio e
anche una visione un può originale, come quella di Bulgakov.

Nell’ambito cattolico, non abbiamo propriamente visto. Ci sono alcuni autori che hanno fatto
uno sforzo per farci respirare un’aria nuova.

Però, l’epifenomeno del rinnovamento dell’escatologia cattolica è stato nel Vaticano II. È
diventato un punto di riferimento, la stella polare, come diceva Giovanni Paolo II.

Quando parliamo di Vaticano II ci riferiamo soprattutto alla LG che dedica un capitolo intero
all’escatologia. Oggi parleremo molto di questo capitolo. Dobbiamo leggerlo. Più si rilegge questi
testi e più ci accorgiamo di cosa nuove.

Perché la LG dedica tutto un capitolo all’escatologia? È estato quasi un fatto casuale. Il problema
era quello dell’immagine della Chiesa. Dobbiamo vedere l’immagine di Chiesa che il Concilio
voleva trasmettere. Nel suo essere ad intra e ad extra.

Radicalmente in questa visione escatologica scaturisce un modo nuovo di pensare la Chiesa.

Il Vaticano II parla alla Chiesa universale, ma non c’è un intento sistematico. Perciò non
troveremo la dottrina in ordine. Si evocano i temi scatologici classici dentro questa visione di
Chiesa.

C’è un elemento comune, una idea sottostante a questa immagine di Chiesa vista in senso
escatologico? Si, questo filo rosso che attraversa tutta la Costituzione è la Speranza.

La speranza cristiana che se inserisce in una visione molto storico-salvifica. La Chiesa annuncia
che il Regno c’è ma deve compiersi. La Chiesa è anticipazione del Regno, ma non si identifica con
il Regno. Allora si nasce una concessione storica e escatologica della Chiesa. Tutto è animato da
una Speranza verso una pienezza. Per cui la escatologia non è il discorso sui fine ultimi, ma sta
dentro questa speranza della Chiesa. Il Concilio usa un linguaggio molto elaborato.

Si vedi nella LG una fatica per dire i temi escatologici. È un capitolo molto biblico. Come punto
di riferimento.

Una seconda riflessione: una novità della LG è che fa crollare subito l’idea di escatologia
intermedia come si professava. Dice che l’escatologia intermedia è questo tempo tra
l’incarnazione e la parusia. La LG ci fa vedere i diversi momenti del cammino dell’unica Chiesa.

Ci fa gustare il senso dell’escatologia comunitaria. Come singolo faccio parte della comunione
della Chiesa. Già il tempo presente è escatologico, un tempo di pellegrinaggio. Già nel tema del
capitolo sorge questa prospettiva.

C’è allora una prospettiva universale. Non c’è più la escatologia del singolo e l’escatologia della
collettività. Come singolo sono già inserito nel corpo della Chiesa. La visione che ci offre la LG è
una visione dove l’ecclesiocentrismo viene superato. Il centro ora è Cristo. La LG parla della
Chiesa come una realtà sacramentale: è sacramento di Salvezza. Non è la realtà ultima.
Dire che la Chiesa è sacramento vuol dire che è uno strumento, un mezzo, che a un determinato
momento non sarà più necessario. Però è molto utile per rendere conto della realtà escatologica
della Chiesa medesima.

Da vero in questo capitolo VII della LG emerge quello che il Concilio vuole dire: Cristo è il centro
della Salvezza. Una visione cristocentrica della Chiesa e non ecclesiocentrica. Cristo è il sole e la
Chiesa è la luna. Già ora e non ancora, questa immagine di Culmann che non è di tutto corretta,
la LG la fa vedere, in qualche modo. In questa anticipazione, però, c’è tutta la salvezza. Non è
che la salvezza in Cristo viene a rate. Non è così. Il mistero pasquale è la pienezza
dell’anticipazione.

La LG in questo capitolo ha anche una forte sensibilità pneumatologica. L’evento Cristo è


l’escathos perché c’è lo Spirito. Questa sua presenza si estende oltre la vita umana, in tutta la
fasi intermedia della salvezza. Ci permette di vivere il Mistero di Cristo nella nostra morte e dopo
la nostra morte.

Nel n. 49 troveremo il classici loci teologici dell’escatologia. Dice che con la nostra morte,
terminato l’unico corso della nostra vita, o incontriamo il Signore, pur nell’esigenza della
purificazione, o siamo distanti da Lui. La visione di Dio è la visione del Dio Uno e Trino. E si parla
di coloro che ormai o vedono il Signore, o sono purificati per vederlo, o ancora vivono su questa
terra. C’è un carattere personale dell’escatologia ma che è veduta all’interno di una comunione.
In questo n. 49 fa vedere come questa comunione è una comunione che continua. Nelle note
del testo del n. 49, nella citazioni di alcuni doc. precedenti, si vuole evitare qualche equivoci. La
comunione dei beni spirituali: i beati rinsaldano tutta la Chiesa nella Santità. Non cessano di
intercedere per noi presso il Padre. La nostra debolezza è molto aiutata dalla loro fraterna
sollecitudine.

Nel n. 50 si scende ancora in profondità. Si parla della comunione del corpo mistico, che dal
primo tempo della religione cristiana si celebrava la memoria dei defunti poiché è importante
offrire loro anche i suffragi. Ma non siamo noi che offriamo i suffragi. Questi devono essere intesi
come un modo più intimo di comunione di preghiera… si parla di intercessione dei santi presso
di noi. Sempre consapevole che l’intercessore unico è Cristo. La LG ha aperto una strada,
mostrando la Chiesa come questo mistero di comunione.

Un ultimo punto: uso del linguaggio NT ma che deve essere interpretato in forma ermeneutica.
Perché il Vaticano II non si è impegnato tanto in fare lui stesso a fare un’ermeneutica? Perché è
molto difficile e si doveva confrontarsi con l’inculturazione. Non si riusciva subito a fare questo
passaggio. La Chiesa ha parlato seriamente di inculturazione con “Evangelii Nuntiandi” di Paolo
VI. Allora la Chiesa si rifugia dentro il linguaggio biblico. Ma questo linguaggio a volta figurativo
dev’essere interpretato.

2ª Ora

La novità non sta nelle cose che si dicono, ma come se dice. Perché la dottrina è quella della
Chiesa. Quella di Benedetto XII. Non ha inventato cose nuove. Il nuovo che avanza è interpretato
in sintonia con la tradizione. Infatti, il ritorno alle fonti è stata la novità del Vaticano II. E dire in
un modo nuovo la stessa dottrina significa farla progredire.

Passiamo ora alla GS. Anche qui il filo rosso è camminare nella Speranza di un futuro che è Cristo.
Più degli altri documenti ha fatto un’ermeneutica di carattere contestuale. Analizza una
situazione contestuale. Questo non diminuisce la sua importanza perenne. Evidentemente oggi
la lettura del sociale che ha fatto la GS, oggi la faremo in un modo diverso. Ma la sua
impostazione è attuale. Parlare oggi della Chiesa nel mondo contemporaneo è molto diverso.
Viviamo in un mondo globalizzato. Nel suo tempo, la GS trovava molte domande riguardo al
futuro. La GS parla a interlocutori (marxismo e esistenzialisti) che guardavano ad una speranza
futura, ma non in Cristo. Ha cercato di mostrare che il cristianesimo è l’approfondimento
dell’umanesimo. La Chiesa nella GS si confronta con la spinta culturale che ha una visione di
futuro senza trascendenza. Ci fa vedere che in questa visione, anche, sono ineliminabili gli
interrogativi ultimi dell’esistenza: il dolore, le sofferenze, la morte.

I passaggi fondamentali: n. 18 – il mistero della morte. Anche qui sembra dire che né l’ideologia
marxista e quella esistenzialista, in nessuna attitudine o cultura, non si può abolire quello
germini di eternità presente nel cuore dell’uomo. La speranza cristiana da vigore alla speranza
dell’uomo e di tutti gli uomini.

Un’altra osservazione: nel n. 18 si parla di immortalità. Come germini di eternità. Ma questo non
si contrappone alla risurrezione. Immortalità letto nel senso sapienziali dove la concessione di
immortalità significa vivere in Dio. Questo germe di immortalità non è una reliquia platonica.

Un altro tema importante della GS il rapporto tra l’impegno terrestre e il futuro cosmico.
Distingue tra progresso terrestre e sviluppo terreno. Il progresso umano è già un segno di che il
Regno di Dio è venuto. Può essere se il progresso è interpretato e vissuto in orientamento al
Regno, al cielo. Il rapporto tra Regno e Sacerdozio, che la GS cerca di risolvere in maniera più
laica. Vedere la responsabilità dei cristiani dentro le cose di questo mondo. La GS è stata più
realistica, rispetto alla Chiesa precedente. La sua grandezza è stata in affermare che l’impegno
con le cose di questo mondo non si oppone al Regno di Dio. Non va oltre la mia vocazione
cristiana. Anzi questa mia vocazione mi impegna in questo senso. La mia fede deve essere vissuta
ed interpretata dentro questa situazione. Sono temi molto occidentale.

Successivamente non ci sono stati pronunciamenti dogmatici. Uno c’è stato a livello dottrinale
nel 1979 (lettera ai Vescovi Cattolici). La Congregazione della Dottrina della Fede pubblica un
documento sull’escatologia. Si avvertiva fortemente il problema dell’inculturazione. Il problema
antropologico, dove ci si apriva una visione più unitaria della persona umana. Allora in questo
documento si afferma da una parte il cristocentrismo e in questo documento si cerca di evitare
alcune figure e si parla dell’unità dell’identità dell’essere umano. Non si parla di anima separata
dal corpo, ma del io umano che vive della risurrezione di Cristo. Questa è la vera novità di questo
documento. La risurrezione si riferisce a tutto l’uomo. Segno un buon svolto per la teologia. Era
più rispondente al problema antropologico rispetto all’unità dell’anima e del corpo. Se dico che
la mia persona vive in Cristo, mi faccio spiegare meglio.

Nel 1991 la Commissione Teologica Internazionale emette un documento: Alcune questioni


attuali riguardo all’escatologia. Il linguaggio di io umano equivale a quello di anima separata. C’è
una continuità tra il soggetto sussistente nello stato attuale con quello della risurrezione finale.
È un no chiaro al linguaggio della reincarnazione che tradisce l’essenza del cristianesimo, di che
la salvezza viene non come un’auto redenzione, ma è un dono che avviene istantaneamente in
un momento particolare della mia vita, quello della mia morte.

La Chiesa è per l’unicità della persona e quella dell’anima come forma del corpo. Chiaro che
quando non c’è il corpo è uno stato non naturale. Ma è la mediazione del Cristo che opera questa
salvezza.